venerdì 28 settembre 2012

Quesito: acquisto prima casa intestata alla moglie e anticipo tfr del marito in regime di separazione dei beni.


il mio dubbio e' : la moglie acquista una casa come prima casa , dove tutta la famiglia si trasferira' .  il marito puo' richiedere l'anticipo sul tfr , anche se la casa non sara' intestata a lui ??
Puntualizzo che stiamo parlando di un matrimonio in regime di sperazione dei beni .

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Contabilizzazione dei contributi in conto impianti.


Domanda
Come vanno trattati contabilmente gli aiuti ottenuti da una SPA che recentemente ha ottenuto dallo Stato delle somme (a fondo perduto) per l'acquisto di alcuni macchinari?

Risposta
Tra le diverse forme d'aiuto alle imprese assumono rilievo i "contributi", termine questo utilizzato per indicare generalmente qualsiasi apporto in denaro o in natura del quale un'impresa beneficia e che concorre al suo sviluppo ed alla sua economia.

I contributi erogati per l'acquisto, il potenziamento ed il miglioramento delle immobilizzazioni tecniche rientrano tra i cosiddetti "contributi in conto impianti", i quali si caratterizzano, quindi, per essere concessi solo in presenza di investimenti in beni strumentali.

I contributi in conto impianti, possono essere contabilizzati utilizzando due distinte modalità produttive dei medesimi effetti.

Le imprese, infatti, possono:

1. imputare direttamente i contributi a riduzione del costo del bene ammortizzabile al quale si riferiscono, con conseguente calcolo delle quote di ammortamento sul valore netto ottenuto. Così facendo i contributi non concorreranno direttamente alla formazione del reddito dell'esercizio, ma attraverso un minor valore delle quote di ammortamento;

2. in alternativa al metodo di cui sopra contabilizzare i contributi in conto impianti, in relazione alla vita utile dei cespiti avvalendosi della "procedura dei risconti passivi", in virtù della quale i contributi sono iscritti nella Voce A5) «altri ricavi e proventi» del Conto Economico. Per effetto di tale metodo le quote di ammortamento verranno calcolate sul costo del cespite, al lordo del contributo, ed il ricavo differito sarà riscontato allo stesso tasso utilizzato per l'ammortamento del cespite cui si riferisce.

In conseguenza di ciò, il contributo non andrà a ridurre il costo del bene, ma concorrerà alla formazione del risultato d'esercizio come ricavo differito da riscontare in correlazione all'ammortamento effettuato.

La diversa rilevazione del contributo in conto impianti, come ricavo anticipato o in diminuzione del costo ammortizzabile è ininfluente sul risultato economico, in quanto se il contributo:

- è qualificato come ricavo anticipato, nel Conto Economico rileverà sia il provento, sia la quota di ammortamento conteggiata sul costo originario;

- è imputato in diminuzione del costo ammortizzabile del bene, la quota di ammortamento verrà direttamente influenzata dall'entità del contributo corrisposto.

I contributi in conto impianti devono essere contabilizzati per competenza e non per cassa, dal momento che gli stessi sono iscritti nel bilancio dell'esercizio in cui sono venuti ad esistere tutti gli elementi "oggettivi" richiesti e cioè la certezza e l'obiettiva determinazione.


Fonte: IPSOA

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L’illogicità valida l’induttivo, pure con contabilità "ragionevole".


Il ricorso all’accertamento induttivo, ai sensi dell’articolo 39, comma secondo, del DPR n. 600 del 1973, pur in presenza di una contabilità tenuta dal contribuente in modo formalmente regolare, è legittimo qualora la contabilità medesima possa considerarsi complessivamente inattendibile perché in contrasto con criteri di ragionevolezza, specie sotto il profilo della antieconomicità della gestione di impresa. In tali casi, pertanto, è consentito all’ufficio desumere, sulla base di presunzioni semplici - purchè gravi, precise e concordanti - maggiori ricavi o minori costi, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente (Cass. n. 6337 del 2002 e n. 1711 del 2007). Nel caso esaminato dalla Cassazione, i giudici hanno condiviso le analisi effettuate dall’ufficio sull’inattendibilità dei dati forniti dal contribuente in quanto: la contabilità di magazzino evidenziava una quantità eccessiva di merce in giacenza e i ricavi dichiarati erano inferiori agli stessi costi di acquisto della merce.

Sentenza n. 15250 del 12 settembre 2012 (udienza 12 luglio 2012)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Merone Antonio - Est. Valitutti Antonio
Accertamento – Inattendibilità della contabilità – Accertamento induttivo – Legittimità

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Affitto stagionale dell’appartamento.


Nel periodo estivo affitto il mio appartamento solo settimanalmente con regolare contratto. Tali contratti possono essere comunque registrati?

I contratti di locazione di durata non superiore a trenta giorni complessivi nell'anno non sono soggetti all'obbligo di registrazione. Questi contratti, se non stipulati per atto pubblico o scrittura privata autenticata, devono essere registrati soltanto "in caso d'uso".
Gli atti si registrano "in caso d'uso" quando vengono depositati presso le cancellerie giudiziarie per l'applicazione di attività amministrative o presso le amministrazioni dello Stato o degli enti territoriali e i rispettivi organi di controllo.
Devono comunque  essere registrati in caso d'uso (se stipulati per scrittura privata non autenticata), i contratti soggetti a Iva, se tutte le pattuizioni contenute nel contratto sono soggette a tale imposta.
L'obbligo della registrazione compete :
- ai notai, nel caso di contratti di locazione redatti in forma pubblica o per scrittura autenticata;
- alle parti contraenti (proprietario e inquilino), in caso di scrittura privata non autenticata (in tal caso, indipendentemente dalla residenza del proprietario e dell'inquilino, o dalla ubicazione dell'immobile dato in locazione, qualsiasi ufficio delle Entrate può ricevere l'atto per la registrazione).
Per i contratti di locazione posti in essere con scrittura privata, sia la richiesta di registrazione sia il versamento dell'imposta possono essere eseguiti da una delle parti contraenti.
Il pagamento spetta al locatore e al conduttore in parti uguali, ovvero in base a quanto dagli stessi stabilito nel contratto, ma entrambi rispondono in solido del pagamento dell'intera somma dovuta per la registrazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Pubblicità: la tassa si misura sullo spazio occupato dagli spot.


La sentenza della Corte di cassazione n. 11981/2012 aderisce a un orientamento giurisprudenziale sulla determinazione della base imponibile dell’imposta sulla pubblicità effettuata mediante affissione su appositi impianti pubblicitari ovvero con altri mezzi che non appare consolidato, ma, invece, contrastato da altro filone interpretativo dei medesimi giudici di legittimità.

Come noto, la disciplina legale in tema di modalità di applicazione dell’imposta è individuata nell’articolo 7 del Dlgs 507/1993, il cui primo comma prevede che l’imposta sulla pubblicità si determina in base alla superficie della minima figura piana geometrica in cui è circoscritto il mezzo pubblicitario indipendentemente dal numero dei messaggi in esso contenuti.
A sua volta, l’articolo 5 del citato decreto legislativo, riguardo all’indicazione del presupposto dell’imposta, dispone al primo comma che “La diffusione di messaggi pubblicitari effettuati attraverso forme di comunicazione visive o acustiche, diverse da quelle assoggettate al diritto sulle pubbliche affissioni, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile è soggetta all'imposta sulla pubblicità prevista nel presente decreto”.

Tale ultimo elemento normativo è quello rinvenuto dalla decisione in rassegna per ritenere che la base imponibile del tributo comunale suddetto ricomprenda anche la cornice nel quale il messaggio pubblicitario risulta inserito in quanto l’oggetto del tributo emerge non tanto o non soltanto dall’attività di diffusione del messaggio, ma “al mezzo pubblicitario disponibile e alla relativa potenzialità in uso”.
In questo senso viene ribadito quel filone giurisprudenziale del Supremo collegio espressosi nella sentenza n. 14637/2007 (e nelle successive nn. 16117, 19202, 19203 e 23890 del 2007, 27900 e 27901 del 2009, 11374, 11376, 11377 e 11379 del 2012, e nella precedente pronuncia n. 1286 del 2005).
Difatti venne sancito dalla Corte regolatrice del diritto che l’imposta per le affissioni dirette, eseguite da privati su impianti a loro disposizione (ossia non appartenenti al servizio pubblicità del Comune) si calcola - ex articolo 7 del Dlgs n. 507 del 1993 - in relazione alla superficie dell’impianto secondo il criterio del “vuoto per pieno”.

Altra parte della giurisprudenza della Suprema corte ritiene, invece, che l’articolo 7, comma 1, del Dlgs n. 507/1993, stabilisce che l’imposta sulla pubblicità vada determinata in base alla superficie della minima figura geometrica in cui è circoscritto il mezzo pubblicitario. Da ciò l’effetto che, se la faccia dell’impianto si compone di uno spazio destinato alla pubblicità e di una cornice da esso distinta e oggettivamente inidonea a essere utilizzata per la diffusione dei messaggi, l’imposta dovrà essere commisurata soltanto in relazione al predetto spazio. In questo senso si veda la sentenza dalla Corte costituzionale n. 557 del 2000, confermata dalle pronunce della Corte di cassazione n. 4908 del 2005 (poi confermata dalle successive pronunce nn. 1307, 23888 e 23889 del 2007, 1632, 4399, 6539, 7782, 7783 e 7784 del 2008, 23023 e 23024 del 2009, 12684 del 2012).

Tale ultimo orientamento del Supremo collegio appare preferibile in primo luogo perché rispettoso della disciplina positiva in punto di individuazione della base imponibile, disciplina volta a determinare la misura dell’imposta, come confermato dal terzo comma del citato articolo 7, secondo il quale per i mezzi pubblicitari polifacciali l’imposta è calcolata in base alla superficie complessiva adibita alla pubblicità. Ne consegue che ciò che rileva, sotto il profilo dell’interpretazione letterale, è la somma dei messaggi e non certo anche il suo supporto materiale, salvo che quest’ultimo non sia funzionale - esclusivamente - a quel determinato messaggio pubblicitario, come ben rilevato dalla giurisprudenza citata per ultima. In secondo luogo l’interpretazione della volontà del legislatore -quale altro criterio ermeneutico richiesto dall’articolo 12 delle preleggi- risulta essere stato mal inteso dalla pronuncia in rassegna in quanto il mero possesso del mezzo pubblicitario è stato fissato dalla diversa disciplina dell’articolo 62, del Dlgs n. 446/1997, ove si è attribuito ai Comuni la facoltà di sostituire l’imposta con un canone per l’installazione dei mezzi pubblicitari in base a tariffa.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi: dal Fisco al contribuente interessi aggiornati a sei mesi.


Gli interessi dovuti per il ritardo nel rimborso delle imposte dirette vengono a maturare, per ogni semestre intero, escluso il primo, con decorrenza dalla data di versamento e fino a quella dell’ordinativo di pagamento, a differenza degli ordinari interessi che, in quanto frutti civili, si acquistano di giorno in giorno. Lo ha chiarito la Cassazione, con la sentenza 15246 del 12 settembre.

I fatti
La vicenda trae origine dal giudizio di ottemperanza (ex articolo 70, comma 7, Dlgs 546/1992) con il quale una società per azioni chiedeva l’ulteriore esecuzione del giudicato nascente dalla sentenza 21/7/03, emessa dalla Commissione tributaria regionale del Lazio. In particolare, la stessa Commissione accoglieva il ricorso della contribuente e disponeva, con ordinanza, che doveva essere ancora corrisposta dall'Agenzia delle Entrate alla società “la differenza di interessi fra il 2,50% e l’1,375%, già liquidata, dal 21 gennaio 2003 al 30 giugno 2003”.
L’ordinanza, quindi, modificava quanto disposto dal commissario ad acta, negli ordinativi di pagamento emessi a favore della contribuente, in relazione al tasso degli interessi sulla sorte capitale spettante a titolo di restituzione delle maggiori imposte Irpeg e Ilor versate per l’anno 1997, rispetto agli importi effettivamente dovuti. E cioè, a parere della Commissione, il saggio degli interessi spettanti alla Spa (ex articolo 44, Dpr 602/1973), per ciascuno dei semestri, escluso il primo, compresi dalla data del versamento della maggiore imposta e quella dell’ordinativo emesso a suo favore, doveva essere correlato ai mutamenti del tasso di interesse sul debito dell’amministrazione, via via intervenuti nel corso di ciascun semestre.

Di diverso avviso l’Agenzia delle Entrate che ha impugnato l’ordinanza per cassazione, lamentando, tra l’altro, violazione e falsa applicazione degli articoli 44, Dpr 602/1973, e 1, Dm 27 giugno 2003, in relazione all’articolo 360, n. 3, c.p.c.. A parere dell’Amministrazione, infatti, gli interessi dovuti per il ritardo nel rimborso delle imposte dirette, a differenza degli ordinari interessi che, in quanto frutti civili, si acquistano di giorno in giorno, verrebbero a maturare, invece, per ogni semestre intero, escluso il primo, con decorrenza dalla data del versamento e fino a quella dell’ordinativo di pagamento. Di conseguenza, nel caso concreto, il tasso di interessi applicabile sarebbe stato quello previsto dall’articolo 1, Dm 27 giugno 2003 (1,375%, entrato in vigore il 1° luglio 2003, e non quello del 2.50% vigente all’inizio del semestre in discussione (21 gennaio-21 luglio 2003).

La Cassazione ha accolto il ricorso e precisato che il riferimento letterale dell’articolo 44, Dpr 602/1973, ai “semestri interi” conduce a ritenere che “… il tasso legale al quale occorre fare riferimento per la liquidazione degli interessi sulla restituzione della maggiore imposta pagata, è quello vigente - in forza dei decreti ministeriali emessi in materia - al momento in cui viene a scadenza ciascun singolo semestre, giacchè è solo in tale momento che il diritto alla percezione di detti interessi viene a maturare a favore del contribuente”.

Osservazioni
La Corte, dopo aver precisato quale sia l’oggetto del giudizio di ottemperanza agli obblighi derivanti dalle sentenze delle commissioni tributarie (articolo 70, Dlgs 546/1992), fornisce chiarimenti con riferimento alla misura degli interessi relativi alle imposte che l’Amministrazione deve restituire al contribuente in quanto non dovute.
Tale giudizio presenta connotati diversi dal corrispondente e concorrente giudizio esecutivo civile, in quanto il suo scopo non è quello di ottenere l’esecuzione coattiva del comando contenuto nella decisione passata in giudicato, bensì quello di rendere effettivo tale comando, delimitando la reale portata precettiva della sentenza di cui si chiede l’esecuzione (Cassazione, nn. 20202/2010 e 646/2012).

Nel caso in esame, quindi, il giudice dell’ottemperanza ha enucleato e precisato il contenuto degli obblighi nascenti dalla decisione passata in giudicato e da eseguire (Cassazione, sentenza 22188/2004), ricomprendendovi anche gli interessi sul credito chiesti dalla società contribuente e definiti nel decisum proprio per la loro natura di obbligazione accessoria a quella di restituzione del capitale (Cassazione, sentenza 3555/2005).
Ma ha errato nel calcolo degli stessi interessi.

A tale riguardo, i giudici di legittimità, correggendo l’ordinanza, individuano la disposizione normativa, ne forniscono un’interpretazione letterale, la inquadrano nel sistema generale.
L’articolo 44, Dpr 602/1973, nel prevedere il tasso di interesse (modificato di volta in volta da successivi e periodici decreti ministeriali) sulla restituzione di somme versate, a titolo di imposte dirette, in eccedenza a quanto effettivamente dovuto per il periodo in considerazione, stabilisce che il contribuente ha diritto alla corresponsione di tale interesse “per ognuno dei semestri interi, escluso il primo” ricompresi tra la data del versamento e quella dell'ordinativo con il quale venga, in concreto, effettuata la restituzione della maggiore imposta versata.
A tale riguardo, proprio dalla lettera della norma emerge che il diritto agli interessi matura al compimento di ogni singolo semestre, escluso il primo, e al tasso vigente a tale momento. Oltre che dal dato letterale, tale conclusione appare avvalorata anche dall’articolo 1, legge 29/1961. Tale disposizione, sebbene dettata in tema di imposte indirette, può essere considerata una norma contenente una previsione generale in materia di interessi da corrispondersi nell'ambito dei rapporti tributari (Cassazione, sentenza 15222/2004), stabilisce che sulla sorte capitale dovuta dall’Erario al contribuente, a titolo di restituzione di imposte e tasse, spettano al medesimo gli interessi moratori “da computarsi per ogni semestre compiuto”.

Il richiamo a tale disposizione è servito alla Corte a evidenziare e confermare la tendenza della normativa in materia, secondo la quale il diritto alla percezione degli interessi sulle somme dovute dall’Amministrazione finanziaria a titolo di rimborso di imposta, e la loro misura, è ancorato a quanto normativamente stabilito, al riguardo, al momento della scadenza di ciascun singolo semestre.
Di conseguenza, nell’ipotesi sottoposta al suo esame, la Cassazione ha affermato che, con riferimento al semestre 21 gennaio-21 luglio 2003, non può essere applicato sulla sorte capitale a carico dell’Erario, il tasso di interesse del 2,50% in vigore (dal 21 gennaio 2003) all’inizio del semestre in questione, bensì quello dell’1,375% vigente (dal 1° luglio 2003) alla data di scadenza del semestre. E cioè gli interessi per ritardato rimborso di imposte pagate e non dovute decorrono dal secondo semestre successivo alla data del versamento (Cassazione, sentenza 22217/2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 27 settembre 2012

Riforma lavoro: procedura preventiva avanti la competente Direzione territoriale del lavoro.


Domanda
In merito all'obbligo della procedura del licenziamento per g.m.o. per ditte con + 15 dipendenti, qual è la procedura preventiva avanti alla D territoriale del lavoro?

Risposta
La legge n. 92/2012 ha sostituito l'art. 7 della l. n. 604/1966, recante norme sui licenziamenti individuali e ha disposto, per il datore di lavoro avente i requisiti dimensionali di cui all'art. 18, comma ottavo, l. n. 300/1970, nel caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, la comunicazione alla Direzione territoriale del lavoro dell'intenzione di licenziare e la convocazione presso la stessa ai fini di esperire il tentativo di conciliazione tra le parti prima che sia disposto il licenziamento per giustificato motivo oggettivo. La nuova normativa si ritiene applicabile anche al caso di licenziamento individuale per fine lavori in edilizia dal momento che tale ipotesi, secondo la giurisprudenza prevalente concretizza un caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo (cfr. Cass. Sez. Lavoro n. 17273/2011).

Per quanto riguarda il preavviso, il comma 41 dell'art. 1 della legge n. 92/2012 prevede che il licenziamento produca effetto dal giorno di comunicazione dell'avvio della procedura avanti alla DTL, ed il periodo nel frattempo trascorso (nel quale di norma il dipendente avrà proseguito la prestazione) si considera come preavviso. Esperita la procedura avanti alla DTL, che si deve concludere entro 20 giorni dal momento in cui la DTL ha trasmesso la convocazione alle parti, salvo diverso accordo tra le parti e se non si è raggiunto un accordo sulla risoluzione del rapporto, il datore di lavoro potrà procedere ad inviare al lavoratore la lettera di licenziamento, tenendo conto, per il termine finale della prestazione, dei giorni di preavviso già trascorsi.

Qualora la DTL non concludesse la procedura nei 20 giorni prescritti, salvo diverso accordo tra le parti, il datore di lavoro potrà procedere a comunicare al lavoratore il licenziamento senza attendere oltre.

Per fare un esempio concreto: il datore di lavoro comunica l'intenzione di licenziare con lettera in data 10 settembre 2012; l'eventuale periodo di preavviso di un mese dovrebbe iniziare il 16 settembre 2012; la DTL convoca le parti il 15 settembre 2012 per un incontro il 20 settembre 2012; se entro 20 giorni dal 15 settembre 2012 (cioè il 5 ottobre 2012) la procedura non si conclude, l'azienda potrà licenziare con decorrenza dal 10 settembre 2012 ma inizio del preavviso dal 16 settembre 2012 che quindi terminerà il 16 ottobre 2012.


Fonte: IPSOA

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Immobile ubicato in area d'interesse pubblico.


L’atto di trasferimento di un immobile collocato in area di interesse pubblico è assoggettabile all’applicazione dell’imposta di registro agevolata?

L’atto di trasferimento dell’immobile è assoggettabile a imposta di registro proporzionale con aliquota del 3%, ai sensi dell’articolo 1, Tariffa parte prima, punto 4, Dpr n. 131/1986, se l’immobile è espressamente dichiarato di notevole interesse pubblico dalle autorità competenti. Il Dlgs n. 42/2004 stabilisce la procedura che la Regione deve seguire per il provvedimento relativo alla dichiarazione di notevole interesse pubblico paesaggistico degli immobili (artt. 134, 136, 137,138, 139, 140, 141).
Secondo quanto previsto in nota all’articolo 1, Tariffa parte prima, del Tur: “Ai fini dell’applicazione dell’aliquota del 3 per cento la parte acquirente: a) ove già sussista il vincolo previsto dalla legge 1 giugno 1939, n. 1089, per i beni culturali dichiarati, deve dichiarare nell’atto di acquisto gli estremi del vincolo stesso in base alle risultanze dei registri immobiliari; b) qualora il vincolo non sia stato ancora imposto deve presentare, contestualmente all’atto da registrare, una attestazione, da rilasciarsi dall’Amministrazione per i beni culturali e ambientali, da cui risulti che è in corso la procedura di sottoposizione dei beni al vincolo. L’agevolazione è revocata nel caso in cui, entro il termine di due anni decorrente dalla data di registrazione dell’atto, non venga documentata l’avvenuta sottoposizione del bene al vincolo. […]”.
Ai fini della fruizione della agevolazione è necessario il provvedimento di dichiarazione di notevole interesse pubblico, emanato dall’autorità competente, di cui è prevista la trascrizione nei registri immobiliari, ai sensi dell’articolo 140, comma 4, del Dlgs n. 42/2004. Alla richiesta di registrazione, gli interessati devono esibire la dichiarazione di notevole interesse pubblico o comunque l’avvio del relativo procedimento, come richiesto dal citato articolo 1, Tariffa parte prima, del Tur, nelle lettere a) e b).


Fonte: Agenzia Entrate

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Contabilità formalmente regolare. Valido l’accertamento induttivo.


La Corte di cassazione, con la sentenza 15250 del 12 settembre, ha riconosciuto la legittimità dell’accertamento induttivo basato sulla valutazione delle rimanenze finali diverse da quelle dell’esercizio successivo, rimanenze iniziali, nonostante, per tale periodo, fosse stato richiesto, dal contribuente, l’accertamento con adesione.
Il Collegio ha chiarito che, se è vero come è vero che, le rimanenze finali di un esercizio sono pari a quelle iniziali dell’esercizio successivo, non è altrettanto valido il caso contrario.

Il fatto trae origine dalla notifica di un avviso di accertamento e della cartella di pagamento effettuati dall’Amministrazione finanziaria nei confronti di un contribuente, al quale erano state rettificate le rimanenze finali del magazzino, riconducendo a tassazione i maggiori redditi ai fini Irpef, Irap e Iva.

Contro l’atto impositivo del fisco è stato proposto ricorso alla Commissione tributaria provinciale che ha accolto soltanto parzialmente le richieste del contribuente.
Di conseguenza, per veder accolte in toto le proprie pretese, il contribuente si è rivolto alla Commissione tributaria regionale che, ricalcando il solco tracciato dai giudici di primo grado, ha rigettato sia il ricorso principale che quello incidentale proposto dall’Agenzia delle Entrate, la quale ribadiva la legittimità della rivalutazione delle rimanenze finali di magazzino, nonostante l’accertamento per adesione delle rimanenze iniziali per l’anno di imposta successivo.

Contro la sentenza di secondo grado il contribuente presenta ricorso in Cassazione, seguito dal controricorso dell’Agenzia delle Entrate.
Nel ricorso principale viene evidenziato dal contribuente l’erronea valutazione, da parte dell’Amministrazione finanziaria, delle rimanenze finali di magazzino: quest’ultima, infatti, non aveva tenuto conto dell’avvenuto accertamento con adesione delle rimanenze iniziali per l’anno successivo e che i due esercizi devono ritenersi  autonomi, ai sensi dell’articolo 7 del Dpr 917/1986.
La Corte di cassazione, con la sentenza in esame, ha ritenuto infondato il ricorso presentato dal contribuente perché ricade in capo a questi l’onere di provare che i costi, o qualsiasi altro elemento negativo del reddito, siano inerenti e direttamente imputabili all’attività produttiva.

Ne consegue che, l’attività di accertamento è da ritenersi del tutto legittima, anche quando la contabilità sia stata tenuta correttamente dal punto di vista formale, ma sia in contrasto con i principi della ragionevolezza e dell’antieconomicità della gestione d’impresa.
“In tali casi è, pertanto, consentito all'ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici - purchè gravi, precise e concordanti - maggiori ricavi o minori costi, con conseguente spostamento dell'onere della prova a carico del contribuente (Cass. 6337/02, 1711/07)”.
La ricostruzione induttiva del reddito del contribuente, operata dall’Agenzia delle Entrate, era stata calcolata secondo l’attribuzione al venduto di parte delle merci acquistate nell’anno precedente, effettuando opportuna comparazione con la documentazione contabile fornita dall’imprenditore.
In sostanza, è stato evinto dagli inquirenti che esisteva una cospicua giacenza di magazzino superiore all’ammontare dei ricavi dichiarati che erano inferiori ai costi di acquisto delle merci, evidenziando un’evidente antieconomicità della gestione aziendale che ha legittimato, di fatto, l’accertamento induttivo da parte del Fisco del reddito non dichiarato dal contribuente.
I giudici di legittimità, nella sentenza 15250/2012, hanno evidenziato, altresì, come non corrisponda la reciprocità tra le rimanenze delle merci in magazzino finali e le merci iniziali, stante il principio di autonomia dei periodi d’imposta  sancito dall’articolo 7 del Dpr 917/1986.
In conclusione, secondo la Corte, gli uffici finanziari hanno operato correttamente, stante i consistenti elementi di dubbio rilevati dalla documentazione contabile presentata dal contribuente, accertando i maggiori redditi prodotti, calcolati sulla base dell’evidente disparità tra le rimanenze finali e le rimanenze iniziali, anche se quest’ultime siano state oggetto di accertamento induttivo con adesione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva operatori extra Ue.


Il 1° ottobre (il 30 settembre è domenica), tra gli altri, scade anche il termine per chiedere il rimborso dell’imposta assolta in Italia nel corso del 2011 da soggetti passivi stabiliti nei tre Paesi extraeuropei con i quali è stato stipulato un accordo di reciprocità, cioè con Svizzera, Norvegia e Israele.

Ai sensi dell’articolo 38-ter del Dpr 633/1972 i soggetti passivi stabiliti in questi tre Stati possono chiedere il rimborso dell’Iva pagata in Italia nel 2011 in relazione a beni e servizi che vi hanno acquistato e importato, con le modalità previste dal decreto ministeriale 2672/1982.

Modalità di presentazione dell’istanza
A differenza di quanto disposto in materia di rimborso dell’Iva pagata negli altri Paesi europei, la richiesta di restituzione dell’imposta da parte dei soggetti non residenti va presentata in forma cartacea, servendosi di un’apposita istanza, il cui modulo è scaricabile sul sito dell’Agenzia. Tale modello, denominato “modello Iva 79”, ha sostituito la precedente versione e costituisce il frutto di un’opera di aggiornamento disposta con un provvedimento del 29 aprile 2010.
Il modello Iva 79, redatto in lingua italiana o inglese, deve essere indirizzato al Centro operativo di Pescara (via Rio Sparto n. 21, 65100 Pescara-Italia) e deve essere inviato per posta con raccomandata AR ovvero tramite “corriere espresso” oppure con consegna a mano entro e non oltre il 30 settembre dell’anno successivo cui si riferisce la richiesta. Nel caso in cui ci si serva del corriere espresso o del servizio postale fa fede la data di spedizione. Non sono ritenute valide le richieste pervenute via fax o per posta elettronica.

Periodo di riferimento e importo minimo
La richiesta di rimborso è ammessa solo se fa riferimento a un periodo annuale o trimestrale. Pertanto, sono ritenute valide le istanze riferite a uno dei seguenti periodi:
I trimestre 2011 (fatture da gennaio a marzo)
II trimestre 2011 (fatture da aprile a giugno)
III trimestre 2011 (fatture da luglio a settembre)
IV trimestre 2011 (fatture da ottobre a dicembre)
annuale 2011 (fatture da gennaio a dicembre).

Qualora la richiesta riguardi gli acquisti di un trimestre, l’importo minimo rimborsabile è di 400 euro. Invece, se il rimborso si riferisce ad acquisti realizzati nel corso dell’anno solare, l’importo minimo è di 50 euro.

Documentazione da allegare
Al modello Iva 79 va allegata la seguente documentazione:
originali delle fatture
documentazione da cui si evinca il pagamento delle fatture prodotte
attestazione rilasciata dall’Amministrazione dello Stato di stabilimento del richiedente, dalla quale risulti la qualità di soggetto passivo Iva, nonché la data di decorrenza di tale iscrizione.

Il diritto al rimborso
Analogamente a quanto previsto in materia di rimborso dell’Iva pagata negli altri Paesi europei, l’esercizio del diritto alla detrazione va verificato alla luce della normativa esistente nel paese in cui il soggetto è stabilito: ne consegue che il diritto al rimborso dell’Iva pagata in Italia viene riconosciuto all’operatore extra-europeo a condizione che questi effettivamente svolga nel proprio Stato attività le cui operazioni siano assoggettate all’imposta. Pertanto, in presenza di attività totalmente o parzialmente esenti è escluso o limitato il diritto al rimborso. In tale ultima ipotesi, il richiedente avrà diritto alla restituzione parziale dell’Iva assolta in base al pro-rata di detrazione. Per dare atto all’Amministrazione dell’esistenza o meno di un pro-rata, nella sezione “dati del richiedente” viene chiesto di barrare l’ipotesi ricorrente.

Dichiarazioni del richiedente
Il nuovo modello 79 ha una struttura idonea ad acquisire maggiori informazioni sull’anagrafica del richiedente il rimborso, questo per rendere più agevole e immediato l’eventuale contatto da parte dell’Amministrazione finanziaria italiana.

Tra i vari campi da compilare, assumono particolare rilevanza le informazioni che l’istante deve inserire nella sezione “dichiarazione del richiedente”. In particolare, al punto 9 a) del modello viene chiesto di specificare analiticamente la circostanza in relazione alla quale sono stati acquistati, in qualità di soggetto passivo, i beni o servizi in Italia.

Altra precisazione è presente nel campo 9 b), in cui viene chiesto di confermare l’(eventuale) assenza di effettuazione di cessioni di beni o prestazioni di servizi nel territorio italiano durante il periodo cui si riferisce la richiesta.

Infine, nel capo 9 c) il richiedente ha modo di specificare le eventuali operazioni realizzate che non pregiudicano il diritto al rimborso, e cioè le prestazioni non imponibili di trasporto e i relativi servizi accessori (nell’ambito dei traffici internazionali di beni), nonché le cessioni per le quali il debitore d’imposta è il committente o cessionario, mediante il meccanismo dell’inversione contabile (articolo 17, II comma del Dpr 633/1972).

Le indicazioni di cui ai campi 9 b) e 9 c) sono necessarie in quanto il diritto al rimborso può essere riconosciuto solo se, nel periodo di riferimento, non sono state effettuate in Italia cessioni di beni o prestazioni di servizi territorialmente rilevanti, fatta eccezione per i trasporti non imponibili e le operazioni in reverse-charge sopra indicati.

Recupero del rimborso
Qualora, successivamente al pagamento di quanto richiesto, il Centro operativo venga a conoscenza di fatti o elementi che fanno venir meno il diritto al rimborso, viene emesso un provvedimento di recupero delle somme indebitamente riscosse con irrogazione delle sanzioni previste.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 26 settembre 2012

Locazione dell’immobile strumentale.


L’affitto di un immobile strumentale (categoria A/10) ad un privato da parte del proprietario professionista è soggetto a fatturazione?

L’affitto dell’immobile non costituisce operazione rientrante nell’attività di lavoro autonomo e, pertanto, i canoni di locazione percepiti dal professionista, essendo esclusi dall'Iva, non devono essere fatturati. I canoni, infatti, si configurano, ai sensi dell’articolo 36 del Tuir, come redditi di fabbricati. La norma richiamata prevede che costituisce  reddito di fabbricati il reddito medio ordinario ritraibile dalle unità immobiliari urbane. Il reddito medio ordinario è determinato mediante l'applicazione delle tariffe d'estimo stabilite secondo le norme della legge catastale per ciascuna categoria e classe.


Fonte: Agenzia Entrate

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Corte Ue: il trasferimento di sede non motiva la revoca d’un beneficio.


Nella controversia oggetto della pronuncia, una società, costituita secondo il diritto lussemburghese e con sede sociale in uno Stato membro, beneficiava, dal 2004, di una riduzione dell’imposta sul patrimonio. A fronte di tale riduzione, aveva provveduto a costituire una riserva non distribuibile, così come prescritto dalla normativa nazionale.
Nel 2006, la società trasferiva, poi, la propria sede in Italia e, inoltre, era incorporata da un’altra società mediante fusione. In seguito alla fusione, la società incorporante, in qualità di successore, chiedeva di beneficiare, per il periodo in cui la società incorporata era stata contribuente in Lussemburgo, della riduzione dell’imposta dovuta dalla società in questione per gli anni 2005 e 2006.

La normativa nazionale
La legge 16 ottobre 1934, relativa all’imposta sul patrimonio, prevede la possibilità per gli enti societari di beneficiare di una riduzione dell’imposta, destinando parte dell’utile a una riserva che deve essere mantenuta per i cinque anni di imposta successivi. L’utilizzo di tale riserva, prima dei cinque anni previsti dalla normativa, per fini diversi dall’incorporazione al capitale, determina un aumento dell’imposta per il contribuente. In caso di fusione o incorporazione, poi, la società incorporante o una qualsiasi altra società appartenente al gruppo, può mantenere iscritta la riserva della società estinta per ottemperare al prescritto periodo di detenzione quinquennale.

La posizione del Fisco lussemburghese
L’Amministrazione fiscale negava tale facoltà ed emetteva un avviso di imposizione per ciascuno degli anni interessati in quanto, secondo l’Amministrazione, la società beneficiaria della riduzione aveva distribuito anticipatamente la riserva tramite destinazione dell’utile dell’esercizio per l’anno 2004.

Il ricorso della società
La società presentava reclamo contro i due avvisi di imposizione in ordine ai quali l’Amministrazione finanziaria lussemburghese, non si pronunciava; la società presentava, quindi, ricorso dinanzi al Tribunal Administratif per ottenere una modifica o un annullamento degli avvisi di imposizione. In particolare, la società segnalava al Tribunal Administratif la costituzione di una riserva speciale per l’imposta sul patrimonio corrispondente a cinque volte l’importo dovuto per gli anni 2004, 2005 e 2006. Riserva mantenuta anche a seguito del trasferimento della propria sede e della fusione.

Il rinvio ai giudici comunitari
Dinanzi al giudice del rinvio, il Fisco nazionale affermava che il mancato riconoscimento della riduzione d’imposta era dovuto, non tanto all’utilizzo della riserva, quanto piuttosto alla circostanza che la società non fosse soggetta all’imposta sul patrimonio durante i cinque anni successivi al riconoscimento del beneficio. Quest’ultimo, infatti, secondo l’Amministrazione, è subordinato non soltanto al mantenimento di una riserva in bilancio per i cinque anni d’imposta successivi ma anche al fatto che la società sia soggetta all’imposta per questo periodo.
In merito, la società obiettava il contrasto di questa interpretazione con il diritto dell’Unione in materia di libertà di stabilimento.
Il Tribunal Administratif decideva, quindi, di sospendere il procedimento e di sottoporre la questione alla Corte di giustizia dell'Unione europea.

La decisione della Corte
Per i giudici comunitari una normativa che prevede la revoca di un  beneficio a seguito del trasferimento operato dalla società in un altro Stato membro e che, di contro, non interviene in caso di mantenimento della sede sociale nel territorio nazionale, di fatto determina un trattamento sfavorevole per la società che decide per il cambiamento di sede e ciò può comportare una limitazione alla libertà di stabilimento.
I giudici, sottolineano, poi, che tali limitazioni sono ammesse soltanto qualora vi siano dei motivi imperativi di interesse generale e prescrivono che le restrizioni siano tali da poter perseguire lo scopo prefissato senza eccedere quanto necessario per raggiungerlo.
Occorre, quindi, individuare se è possibile nel caso di specie rinvenire motivi imperativi di interesse generale. Tra questi motivi rientrano il perseguimento di una equilibrata ripartizione del potere impositivo tra gli Stati membri o il  perseguimento della coerenza del regime fiscale nazionale.
Nel caso di specie, tuttavia, la Corte esclude entrambe le ipotesi. Nel primo caso, infatti, la natura stessa del meccanismo della revoca fa presupporre che lo Stato membro abbia già accettato di concedere un vantaggio e di ridurre quindi l’imposta sul patrimonio dei contribuenti residenti nel caso in cui si verifichino le condizioni richieste dalla normativa nazionale.  Allo stesso modo, per la seconda ipotesi, non è rinvenibile il nesso diretto tra vantaggio fiscale e compensazione di tale vantaggio tramite un prelievo fiscale determinato, circostanza richiesta per ammettere tale giustificazione.
Secondo la Corte di giustizia è in contrasto con l’articolo 49 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) la normativa di uno Stato membro che subordina la concessione di una riduzione dell’imposta sul patrimonio alla condizione che l’interessato rimanga assoggettato al tributo per i cinque anni successivi.


Procedimento C-380/11


Fonte: Agenzia Entrate

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Impresa familiare: scrittura privata valida fino a prova contraria.


La Corte suprema, con la sentenza 14908 del 5 settembre 2012, è tornata a pronunciarsi sulla valenza probatoria della scrittura privata volta a predeterminare le quote di partecipazione agli utili all’interno dell’impresa familiare.
I giudici di legittimità, nel ribadire un principio già espresso in passato, (Cassazione, sentenze 9683/2003 e 21966/2007), hanno osservato che “ove la ripartizione degli utili sia stata predeterminata tra le parti con atto scritto, come richiesto dalla normativa fiscale in materia (art. 3 d.l. 19 dicembre 1984 n. 853, convertito, con modificazioni, nella l. 17 febbraio 1985 n. 17), il giudice non può disattendere il valore probatorio di tale scrittura, accertando l'insussistenza dell'impresa familiare, senza motivare adeguatamente sul carattere simulato dell'atto stesso”.

Inquadramento giuridico della fattispecie
Per impresa familiare, ai sensi dell’articolo, 230-bis del codice civile deve intendersi quell’impresa a cui collaborano in modo continuativo il coniuge dell’imprenditore, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo.
Il predetto istituto trova regolamentazione, sul piano fiscale, all’articolo 5 del Dpr 917/1986, il quale precisa che i redditi delle imprese familiari, limitatamente al 49% dell’ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore, sono imputati a ciascun familiare che abbia prestato in modo continuativo e prevalente attività di lavoro nell’azienda, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili, purché l’indicazione dei familiari e del loro rapporto di parentela o affinità con il titolare risulti da atto pubblico o scrittura privata autenticata, anteriore al periodo d’imposta, e sottoscritta dall’imprenditore e dai familiari stessi.

Le differenze riscontrate con la disciplina civilistica possono essere così sintetizzate: il lavoro del collaboratore all’interno dell’azienda di famiglia deve essere non solo continuativo, come richiede il codice civile, ma anche prevalente.
Questo tipo di attività, infatti, deve prevalere su qualsiasi altra occupazione, non potendosi qualificare come collaboratori coloro che svolgono in modo continuativo attività di lavoro dipendente, autonomo o d‘impresa.
Il lavoro dei collaboratori, inoltre, deve essere prestato nell’impresa familiare, in quanto non ha alcuna valenza ai fini fiscali il lavoro prestato nella famiglia.
Anche per il legislatore fiscale la partecipazione al reddito deve essere proporzionale alla qualità e alla quantità del lavoro effettuato, fermo restando che le quote spettanti ai parenti, come già anticipato, non possono in ogni caso superare, ai fini fiscali, il 49% degli utili conseguiti.
L’unico responsabile delle perdite, come prevede anche la normativa civilistica, rimane il titolare dell’azienda.
Altra condizione essenziale per imputare il reddito d’impresa ai familiari, a titolo di reddito da partecipazione, è che prima dell’inizio del periodo d’imposta sia stipulato un atto pubblico o una scrittura privata autenticata da cui risulti il nome di tutti i collaboratori, firmato da questi ultimi e dal titolare.
Dottrina e giurisprudenza ritengono che l’impresa familiare, almeno in ambito civilistico, si costituisca automaticamente in presenza di una mera situazione di fatto in cui un componente della famiglia lavori in modo continuativo al servizio dell’impresa (Cassazione, sentenza 697/7993).

L’atto pubblico o la scrittura privata autenticata, invece, sarebbero obbligatori per la sola applicazione del regime fiscale, in questi casi si parlerebbe di dichiarazioni di scienza o atti di mera enunciazione.

Iter giuridico
Nel caso di specie la Corte d’appello di Catania confermava la sentenza di primo grado che, nel riconoscere come fondate le doglianze attoree, accertava la quota di partecipazione del ricorrente in proporzione alla qualità e quantità del lavoro prestato e dunque condannava il convenuto al pagamento delle somme dovute, a titolo di utili dell’impresa familiare.
Il giudice di primo grado osservava che l’esistenza dell’impresa familiare doveva “ritenersi provata sia in base al contenuto delle scritture private prodotte sia in base alle deposizioni testimoniali, dalle quali era risultato l’effettiva partecipazione all’attività d’impresa”.
La parte soccombente formulava ricorso in Cassazione avverso la sentenza di secondo grado lamentando la violazione dell’articolo 230-bis del codice civile, in quanto le scritture private valorizzate dai giudici di merito ai fini della costituzione dell’impresa familiare “erano state formate ai soli fini fiscali e anche la prova testimoniale non aveva fornito elementi dai quali potesse desumersi lo svolgimento di un’attività lavorativa continua…..quale associata nell’impresa familiare.”.

Iussum iudicandi
La Corte suprema rigettava il ricorso e, nel ribadire la propria posizione (Cassazione, sentenze 9683/2003 e 21966/2007) in merito alla valenza probatoria dei documenti enucleati all’articolo 5 del Dpr 597/1973, sub specie atto pubblico e scrittura privata autenticata, osservava che “in tema di impresa familiare (art. 230 bis c.c.), la predeterminazione, ai sensi dell'art. 9 della legge n. 576 del 1975 (integrativo dell'art. 5 del D.P.R. n. 597 del 1973) e nella forma documentale prescritta, delle quote di partecipazione agli utili dell'impresa familiare, sia essa oggetto di una mera dichiarazione di verità (come è sufficiente ai fini fiscali) o di un negozio giuridico (non incompatibile con la configurabilità dell'impresa familiare), può risultare idonea, in difetto di prova contraria da parte del familiare imprenditore, ad assolvere mediante presunzioni l'onere – a carico del partecipante che agisca per ottenere la propria quota di utili – della dimostrazione sia della fattispecie costitutiva dell'impresa stessa che dell'entità della propria quota di partecipazione (in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato) agli utili dell'impresa”.

Conclusioni
La scrittura privata, volta a predeterminate le quote di partecipazione agli utili, produce solo l’effetto – processuale – di invertire l’onere della prova a carico del titolare dell’impresa che sia stato convenuto in giudizio da uno dei collaboratori che pretenda il riconoscimento, in ambito giudiziale, della propria partecipazione agli utili.
Il giudice non può disconoscere la valenza probatoria della scrittura privata in assenza di dati oggettivi che comprovino la natura simulata dell’accordo e dunque la mancanza di collaborazione continuativa e prevalente da parte dei singoli familiari.

L’articolo 2702 del codice civile attribuisce alla scrittura privata l’efficacia di piena prova fino a querela di falso della provenienza delle dichiarazioni da chi l’ha sottoscritta, se colui contro il quale è prodotta ne riconosce la sottoscrizione, ovvero se questa è legalmente considerata come riconosciuta.
L’efficacia privilegiata della scrittura privata è limitata alla provenienza della dichiarazione dal sottoscrittore e non si estende al contenuto della dichiarazione, con la conseguenza che soltanto l’elemento estrinseco del collegamento tra dichiarazione e sottoscrizione (funzione dichiarativa) fa prova fino a querela di falso, mentre la veridicità della dichiarazione può essere contrastata con ogni mezzo di prova.
In definitiva la presenza dell’impresa familiare e dunque la partecipazione agli utili, con le dovute conseguenze sul piano fiscale, può desumersi dall’esistenza di una scrittura privata – avente natura costitutiva per alcuni o meramente dichiarativa per altri – destinata a soccombere solo in presenza di fatti contrari che ne escludano in toto la rilevanza sul piano probatorio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva monofase per l’editore straniero che opera tramite vendite a distanza.


La società estera che cede prodotti editoriali è obbligata a identificarsi in Italia ai fini del tributo al superamento della soglia di 35mila euro annui, calcolata sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, e a versare l’imposta applicando, eventualmente, il particolare meccanismo della resa forfetaria.
Questa, in sintesi, la precisazione fornita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 90/E del 25 settembre.

Il quesito
Il documento di prassi prende in esame alcuni quesiti sottoposti da una società con sede a Londra che svolge attività di vendita a distanza, in abbonamento, di quotidiani a consumatori finali italiani.
Innanzitutto, la società chiede di sapere se il regime di forfetizzazione della resa previsto, per il settore dell’editoria dal decreto Iva (Dpr n. 633/1972), è applicabile anche agli editori comunitari, non residenti né identificati in alcun modo in Italia. Il secondo interrogativo, in caso di risposta affermativa, riguarda il metodo da utilizzare per calcolare l’ammontare delle operazioni imponibili, in particolare è stato chiesto se possa essere ridotto dell’80% (meccanismo della resa forfetaria). I quesiti sono finalizzati a stabilire in che modo va calcolata la soglia dei 35mila euro per le vendite a distanza (articolo 40, comma 4, lettera b), del Dl n. 331/1993), superata la quale scatta l’obbligo di registrarsi in Italia o di nominare un rappresentante fiscale.

Il parere dell’Agenzia
Per fornire risposta ai quesiti, vanno valutati i rapporti tra il regime speciale dell’editoria e quello delle vendite a distanza.

L’articolo 74, lettera c), del Dpr n. 633/1972, prevede, per il commercio di prodotti editoriali, che l’imposta è esclusivamente a carico dell’editore attraverso l’applicazione del regime monofase. Il calcolo dell’imposta può avvenire in due modi: o sul numero delle copie effettivamente vendute oppure sul numero delle copie spedite o consegnate diminuito di una percentuale della resa a forfait. In quest’ultimo caso, l’Iva viene riscossa in base al numero di giornali consegnati o spediti ridotto dell’80 per cento.

Nel caso in esame, come accennato, la società non ha nominato un rappresentante fiscale in Italia, non dispone di stabile organizzazione e non è identificata direttamente. Occorre pertanto coordinare quanto previsto per il settore dell’editoria con il sistema delle vendite a distanza.
Le cessioni di beni mobili materiali spediti o trasportati in Italia da un cedente comunitario nei confronti di privati sono soggette a Iva in Italia (articolo 40, comma 3, Dl n. 331/1993). Se, però, si tratta di vendite a distanza di beni non soggetti ad accisa, questi vengono assoggettati a Iva in Italia solo se viene superata la soglia di 35mila euro annui o se il cedente comunitario esercita l’opzione per la tassazione nel territorio dello Stato. La risoluzione, poi, ribadisce che le “vendite a distanza” con partenza da un altro Stato membro e con destinazione dei beni in Italia non rappresentano acquisti intracomunitari, ma cessioni interne, come già specificato con la circolare n. 13 del 1994.

A questo punto, è importante stabilire come deve essere effettuato il calcolo della soglia dei 35mila euro annui. Il legislatore comunitario ha dettato disposizioni riguardanti i beni venduti attraverso il commercio a distanza per evitare che gli acquisti di privati consumatori vengano deviati a favore di Stati membri che applicano aliquote più basse di altri (direttiva 2006/112/Ce), stabilendo che queste cessioni scontino l’Iva nel Paese del fornitore fino al superamento della soglia - compresa tra 35mila e 1 milione di euro - fissata dal legislatore del Paese di destinazione: quando viene superata la soglia, si applica l’imposta del Paese di destinazione.
Ne consegue che alla soglia di 35mila euro, stabilita in Italia, non si può applicare alcun forfait, proprio per assicurare stesse condizioni in tutti i Paesi dell’Unione. Nel momento in cui viene superata la soglia stabilita sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, scatta l’obbligo di identificazione per il cedente comunitario.

Per quanto riguarda le modalità di assolvimento dell’Iva in Italia, la circolare n. 328/1997 ha chiarito che si definisce editore chi intraprende l’iniziativa economica editoriale, cioè chi si assume il rischio della realizzazione dell’opera per il successivo sfruttamento economico della stessa. Nel caso in cui la stampa della pubblicazione sia affidata da un operatore non residente in Italia a uno residente per la successiva commercializzazione, soggetto passivo è alternativamente o il rappresentante della stabile organizzazione in Italia dell’operatore estero o, in assenza di questi, il rappresentante fiscale nominato ai sensi dell’articolo 17 del Dpr n. 633/1972 o, ancora, qualora non sia costituita una stabile organizzazione né sia nominato un rappresentante fiscale, il cessionario che acquista i prodotti editoriali per la successiva commercializzazione.
La stessa circolare ha specificato che, per gli acquisti intracomunitari, l’Iva è dovuta dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico nel territorio dello Stato e non è detraibile quando i beni non sono destinati alla successiva commercializzazione; in caso contrario, l’Iva va versata dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico, applicando la forfetizzazione della rese per i giornali.

In conclusione, nel caso in esame, la società estera identificata in Italia, per legge o per scelta, che vende a distanza i prodotti editoriali, quindi li commercializza di fatto, è obbligata ad assolvere l’imposta con il metodo del monofase, con facoltà di applicare il meccanismo della resa forfettaria e, non trattandosi di acquisto intracomunitario, senza obbligo di compilare gli elenchi riepilogativi Intrastat.


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva monofase per l’editore straniero che opera tramite vendite a distanza.


La società estera che cede prodotti editoriali è obbligata a identificarsi in Italia ai fini del tributo al superamento della soglia di 35mila euro annui, calcolata sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, e a versare l’imposta applicando, eventualmente, il particolare meccanismo della resa forfetaria.
Questa, in sintesi, la precisazione fornita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 90/E del 25 settembre.

Il quesito
Il documento di prassi prende in esame alcuni quesiti sottoposti da una società con sede a Londra che svolge attività di vendita a distanza, in abbonamento, di quotidiani a consumatori finali italiani.
Innanzitutto, la società chiede di sapere se il regime di forfetizzazione della resa previsto, per il settore dell’editoria dal decreto Iva (Dpr n. 633/1972), è applicabile anche agli editori comunitari, non residenti né identificati in alcun modo in Italia. Il secondo interrogativo, in caso di risposta affermativa, riguarda il metodo da utilizzare per calcolare l’ammontare delle operazioni imponibili, in particolare è stato chiesto se possa essere ridotto dell’80% (meccanismo della resa forfetaria). I quesiti sono finalizzati a stabilire in che modo va calcolata la soglia dei 35mila euro per le vendite a distanza (articolo 40, comma 4, lettera b), del Dl n. 331/1993), superata la quale scatta l’obbligo di registrarsi in Italia o di nominare un rappresentante fiscale.

Il parere dell’Agenzia
Per fornire risposta ai quesiti, vanno valutati i rapporti tra il regime speciale dell’editoria e quello delle vendite a distanza.

L’articolo 74, lettera c), del Dpr n. 633/1972, prevede, per il commercio di prodotti editoriali, che l’imposta è esclusivamente a carico dell’editore attraverso l’applicazione del regime monofase. Il calcolo dell’imposta può avvenire in due modi: o sul numero delle copie effettivamente vendute oppure sul numero delle copie spedite o consegnate diminuito di una percentuale della resa a forfait. In quest’ultimo caso, l’Iva viene riscossa in base al numero di giornali consegnati o spediti ridotto dell’80 per cento.

Nel caso in esame, come accennato, la società non ha nominato un rappresentante fiscale in Italia, non dispone di stabile organizzazione e non è identificata direttamente. Occorre pertanto coordinare quanto previsto per il settore dell’editoria con il sistema delle vendite a distanza.
Le cessioni di beni mobili materiali spediti o trasportati in Italia da un cedente comunitario nei confronti di privati sono soggette a Iva in Italia (articolo 40, comma 3, Dl n. 331/1993). Se, però, si tratta di vendite a distanza di beni non soggetti ad accisa, questi vengono assoggettati a Iva in Italia solo se viene superata la soglia di 35mila euro annui o se il cedente comunitario esercita l’opzione per la tassazione nel territorio dello Stato. La risoluzione, poi, ribadisce che le “vendite a distanza” con partenza da un altro Stato membro e con destinazione dei beni in Italia non rappresentano acquisti intracomunitari, ma cessioni interne, come già specificato con la circolare n. 13 del 1994.

A questo punto, è importante stabilire come deve essere effettuato il calcolo della soglia dei 35mila euro annui. Il legislatore comunitario ha dettato disposizioni riguardanti i beni venduti attraverso il commercio a distanza per evitare che gli acquisti di privati consumatori vengano deviati a favore di Stati membri che applicano aliquote più basse di altri (direttiva 2006/112/Ce), stabilendo che queste cessioni scontino l’Iva nel Paese del fornitore fino al superamento della soglia - compresa tra 35mila e 1 milione di euro - fissata dal legislatore del Paese di destinazione: quando viene superata la soglia, si applica l’imposta del Paese di destinazione.
Ne consegue che alla soglia di 35mila euro, stabilita in Italia, non si può applicare alcun forfait, proprio per assicurare stesse condizioni in tutti i Paesi dell’Unione. Nel momento in cui viene superata la soglia stabilita sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, scatta l’obbligo di identificazione per il cedente comunitario.

Per quanto riguarda le modalità di assolvimento dell’Iva in Italia, la circolare n. 328/1997 ha chiarito che si definisce editore chi intraprende l’iniziativa economica editoriale, cioè chi si assume il rischio della realizzazione dell’opera per il successivo sfruttamento economico della stessa. Nel caso in cui la stampa della pubblicazione sia affidata da un operatore non residente in Italia a uno residente per la successiva commercializzazione, soggetto passivo è alternativamente o il rappresentante della stabile organizzazione in Italia dell’operatore estero o, in assenza di questi, il rappresentante fiscale nominato ai sensi dell’articolo 17 del Dpr n. 633/1972 o, ancora, qualora non sia costituita una stabile organizzazione né sia nominato un rappresentante fiscale, il cessionario che acquista i prodotti editoriali per la successiva commercializzazione.
La stessa circolare ha specificato che, per gli acquisti intracomunitari, l’Iva è dovuta dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico nel territorio dello Stato e non è detraibile quando i beni non sono destinati alla successiva commercializzazione; in caso contrario, l’Iva va versata dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico, applicando la forfetizzazione della rese per i giornali.

In conclusione, nel caso in esame, la società estera identificata in Italia, per legge o per scelta, che vende a distanza i prodotti editoriali, quindi li commercializza di fatto, è obbligata ad assolvere l’imposta con il metodo del monofase, con facoltà di applicare il meccanismo della resa forfettaria e, non trattandosi di acquisto intracomunitario, senza obbligo di compilare gli elenchi riepilogativi Intrastat.


Fonte: Agenzia Entrate

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Fabbricati rurali: domanda per la variazione catastale entro il 1° ottobre.


Entro il prossimo 1° ottobre, i titolari di diritti reali su fabbricati rurali che non vi abbiano già provveduto in passato (il termine originario era il 30.09.2011), possono procedere alla specificazione che le loro costruzioni hanno carattere rurale in base alle caratteristiche di ruralità di cui all’art. 9, D.L. n. 557/1993. In base a quanto stabilito dal D.M. 26.07.2012, le domande dovranno essere presentate all’ufficio provinciale competente dell’Agenzia del territorio tramite consegna diretta, o mediante PEC, fax o raccomandata a/r. I fabbricati sono quelli già iscritti in Catasto fabbricati, ma in categorie diverse dalla A/6 per le abitazioni e dalla D/10 per i fabbricati strumentali all’esercizio dell’attività agricola.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Iva monofase per l’editore straniero che opera tramite vendite a distanza.


La società estera che cede prodotti editoriali è obbligata a identificarsi in Italia ai fini del tributo al superamento della soglia di 35mila euro annui, calcolata sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, e a versare l’imposta applicando, eventualmente, il particolare meccanismo della resa forfetaria.
Questa, in sintesi, la precisazione fornita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 90/E del 25 settembre.

Il quesito
Il documento di prassi prende in esame alcuni quesiti sottoposti da una società con sede a Londra che svolge attività di vendita a distanza, in abbonamento, di quotidiani a consumatori finali italiani.
Innanzitutto, la società chiede di sapere se il regime di forfetizzazione della resa previsto, per il settore dell’editoria dal decreto Iva (Dpr n. 633/1972), è applicabile anche agli editori comunitari, non residenti né identificati in alcun modo in Italia. Il secondo interrogativo, in caso di risposta affermativa, riguarda il metodo da utilizzare per calcolare l’ammontare delle operazioni imponibili, in particolare è stato chiesto se possa essere ridotto dell’80% (meccanismo della resa forfetaria). I quesiti sono finalizzati a stabilire in che modo va calcolata la soglia dei 35mila euro per le vendite a distanza (articolo 40, comma 4, lettera b), del Dl n. 331/1993), superata la quale scatta l’obbligo di registrarsi in Italia o di nominare un rappresentante fiscale.

Il parere dell’Agenzia
Per fornire risposta ai quesiti, vanno valutati i rapporti tra il regime speciale dell’editoria e quello delle vendite a distanza.

L’articolo 74, lettera c), del Dpr n. 633/1972, prevede, per il commercio di prodotti editoriali, che l’imposta è esclusivamente a carico dell’editore attraverso l’applicazione del regime monofase. Il calcolo dell’imposta può avvenire in due modi: o sul numero delle copie effettivamente vendute oppure sul numero delle copie spedite o consegnate diminuito di una percentuale della resa a forfait. In quest’ultimo caso, l’Iva viene riscossa in base al numero di giornali consegnati o spediti ridotto dell’80 per cento.

Nel caso in esame, come accennato, la società non ha nominato un rappresentante fiscale in Italia, non dispone di stabile organizzazione e non è identificata direttamente. Occorre pertanto coordinare quanto previsto per il settore dell’editoria con il sistema delle vendite a distanza.
Le cessioni di beni mobili materiali spediti o trasportati in Italia da un cedente comunitario nei confronti di privati sono soggette a Iva in Italia (articolo 40, comma 3, Dl n. 331/1993). Se, però, si tratta di vendite a distanza di beni non soggetti ad accisa, questi vengono assoggettati a Iva in Italia solo se viene superata la soglia di 35mila euro annui o se il cedente comunitario esercita l’opzione per la tassazione nel territorio dello Stato. La risoluzione, poi, ribadisce che le “vendite a distanza” con partenza da un altro Stato membro e con destinazione dei beni in Italia non rappresentano acquisti intracomunitari, ma cessioni interne, come già specificato con la circolare n. 13 del 1994.

A questo punto, è importante stabilire come deve essere effettuato il calcolo della soglia dei 35mila euro annui. Il legislatore comunitario ha dettato disposizioni riguardanti i beni venduti attraverso il commercio a distanza per evitare che gli acquisti di privati consumatori vengano deviati a favore di Stati membri che applicano aliquote più basse di altri (direttiva 2006/112/Ce), stabilendo che queste cessioni scontino l’Iva nel Paese del fornitore fino al superamento della soglia - compresa tra 35mila e 1 milione di euro - fissata dal legislatore del Paese di destinazione: quando viene superata la soglia, si applica l’imposta del Paese di destinazione.
Ne consegue che alla soglia di 35mila euro, stabilita in Italia, non si può applicare alcun forfait, proprio per assicurare stesse condizioni in tutti i Paesi dell’Unione. Nel momento in cui viene superata la soglia stabilita sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, scatta l’obbligo di identificazione per il cedente comunitario.

Per quanto riguarda le modalità di assolvimento dell’Iva in Italia, la circolare n. 328/1997 ha chiarito che si definisce editore chi intraprende l’iniziativa economica editoriale, cioè chi si assume il rischio della realizzazione dell’opera per il successivo sfruttamento economico della stessa. Nel caso in cui la stampa della pubblicazione sia affidata da un operatore non residente in Italia a uno residente per la successiva commercializzazione, soggetto passivo è alternativamente o il rappresentante della stabile organizzazione in Italia dell’operatore estero o, in assenza di questi, il rappresentante fiscale nominato ai sensi dell’articolo 17 del Dpr n. 633/1972 o, ancora, qualora non sia costituita una stabile organizzazione né sia nominato un rappresentante fiscale, il cessionario che acquista i prodotti editoriali per la successiva commercializzazione.
La stessa circolare ha specificato che, per gli acquisti intracomunitari, l’Iva è dovuta dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico nel territorio dello Stato e non è detraibile quando i beni non sono destinati alla successiva commercializzazione; in caso contrario, l’Iva va versata dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico, applicando la forfetizzazione della rese per i giornali.

In conclusione, nel caso in esame, la società estera identificata in Italia, per legge o per scelta, che vende a distanza i prodotti editoriali, quindi li commercializza di fatto, è obbligata ad assolvere l’imposta con il metodo del monofase, con facoltà di applicare il meccanismo della resa forfettaria e, non trattandosi di acquisto intracomunitario, senza obbligo di compilare gli elenchi riepilogativi Intrastat.


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva monofase per l’editore straniero che opera tramite vendite a distanza.


La società estera che cede prodotti editoriali è obbligata a identificarsi in Italia ai fini del tributo al superamento della soglia di 35mila euro annui, calcolata sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, e a versare l’imposta applicando, eventualmente, il particolare meccanismo della resa forfetaria.
Questa, in sintesi, la precisazione fornita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 90/E del 25 settembre.

Il quesito
Il documento di prassi prende in esame alcuni quesiti sottoposti da una società con sede a Londra che svolge attività di vendita a distanza, in abbonamento, di quotidiani a consumatori finali italiani.
Innanzitutto, la società chiede di sapere se il regime di forfetizzazione della resa previsto, per il settore dell’editoria dal decreto Iva (Dpr n. 633/1972), è applicabile anche agli editori comunitari, non residenti né identificati in alcun modo in Italia. Il secondo interrogativo, in caso di risposta affermativa, riguarda il metodo da utilizzare per calcolare l’ammontare delle operazioni imponibili, in particolare è stato chiesto se possa essere ridotto dell’80% (meccanismo della resa forfetaria). I quesiti sono finalizzati a stabilire in che modo va calcolata la soglia dei 35mila euro per le vendite a distanza (articolo 40, comma 4, lettera b), del Dl n. 331/1993), superata la quale scatta l’obbligo di registrarsi in Italia o di nominare un rappresentante fiscale.

Il parere dell’Agenzia
Per fornire risposta ai quesiti, vanno valutati i rapporti tra il regime speciale dell’editoria e quello delle vendite a distanza.

L’articolo 74, lettera c), del Dpr n. 633/1972, prevede, per il commercio di prodotti editoriali, che l’imposta è esclusivamente a carico dell’editore attraverso l’applicazione del regime monofase. Il calcolo dell’imposta può avvenire in due modi: o sul numero delle copie effettivamente vendute oppure sul numero delle copie spedite o consegnate diminuito di una percentuale della resa a forfait. In quest’ultimo caso, l’Iva viene riscossa in base al numero di giornali consegnati o spediti ridotto dell’80 per cento.

Nel caso in esame, come accennato, la società non ha nominato un rappresentante fiscale in Italia, non dispone di stabile organizzazione e non è identificata direttamente. Occorre pertanto coordinare quanto previsto per il settore dell’editoria con il sistema delle vendite a distanza.
Le cessioni di beni mobili materiali spediti o trasportati in Italia da un cedente comunitario nei confronti di privati sono soggette a Iva in Italia (articolo 40, comma 3, Dl n. 331/1993). Se, però, si tratta di vendite a distanza di beni non soggetti ad accisa, questi vengono assoggettati a Iva in Italia solo se viene superata la soglia di 35mila euro annui o se il cedente comunitario esercita l’opzione per la tassazione nel territorio dello Stato. La risoluzione, poi, ribadisce che le “vendite a distanza” con partenza da un altro Stato membro e con destinazione dei beni in Italia non rappresentano acquisti intracomunitari, ma cessioni interne, come già specificato con la circolare n. 13 del 1994.

A questo punto, è importante stabilire come deve essere effettuato il calcolo della soglia dei 35mila euro annui. Il legislatore comunitario ha dettato disposizioni riguardanti i beni venduti attraverso il commercio a distanza per evitare che gli acquisti di privati consumatori vengano deviati a favore di Stati membri che applicano aliquote più basse di altri (direttiva 2006/112/Ce), stabilendo che queste cessioni scontino l’Iva nel Paese del fornitore fino al superamento della soglia - compresa tra 35mila e 1 milione di euro - fissata dal legislatore del Paese di destinazione: quando viene superata la soglia, si applica l’imposta del Paese di destinazione.
Ne consegue che alla soglia di 35mila euro, stabilita in Italia, non si può applicare alcun forfait, proprio per assicurare stesse condizioni in tutti i Paesi dell’Unione. Nel momento in cui viene superata la soglia stabilita sulla base dei corrispettivi effettivamente percepiti, scatta l’obbligo di identificazione per il cedente comunitario.

Per quanto riguarda le modalità di assolvimento dell’Iva in Italia, la circolare n. 328/1997 ha chiarito che si definisce editore chi intraprende l’iniziativa economica editoriale, cioè chi si assume il rischio della realizzazione dell’opera per il successivo sfruttamento economico della stessa. Nel caso in cui la stampa della pubblicazione sia affidata da un operatore non residente in Italia a uno residente per la successiva commercializzazione, soggetto passivo è alternativamente o il rappresentante della stabile organizzazione in Italia dell’operatore estero o, in assenza di questi, il rappresentante fiscale nominato ai sensi dell’articolo 17 del Dpr n. 633/1972 o, ancora, qualora non sia costituita una stabile organizzazione né sia nominato un rappresentante fiscale, il cessionario che acquista i prodotti editoriali per la successiva commercializzazione.
La stessa circolare ha specificato che, per gli acquisti intracomunitari, l’Iva è dovuta dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico nel territorio dello Stato e non è detraibile quando i beni non sono destinati alla successiva commercializzazione; in caso contrario, l’Iva va versata dal cessionario sulla base del prezzo di vendita al pubblico, applicando la forfetizzazione della rese per i giornali.

In conclusione, nel caso in esame, la società estera identificata in Italia, per legge o per scelta, che vende a distanza i prodotti editoriali, quindi li commercializza di fatto, è obbligata ad assolvere l’imposta con il metodo del monofase, con facoltà di applicare il meccanismo della resa forfettaria e, non trattandosi di acquisto intracomunitario, senza obbligo di compilare gli elenchi riepilogativi Intrastat.


Fonte: Agenzia Entrate

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Redditometro a novembre.


Dalle ultime indiscrezioni da parte dell’Amministrazione finanziaria, il redditometro 2.0, il nuovo strumento messo a punto da Sose e dall’Agenzia delle Entrate in questi mesi per misurare il tenore di vita dei contribuenti, dovrebbe essere ufficializzato a novembre. Lo strumento di accertamento dovrebbe essere, pertanto, pienamente operativo entro la fine dell’anno per poter essere applicato al primo periodo d’imposta assoggettato a tale nuova procedura, cioè il periodo d’imposta 2009. E’ stata superato, quindi, il problema dell’imprecisione dei risultati, che ha causato il ritardo nell’approvazione dello strumento.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Bollo sulle relazioni tecniche.


Le relazioni tecniche dei periti sono soggetti all’imposta di bollo in caso d’uso anche se costituiscono allegato e parte integrante di atti soggetti all’imposta di bollo fin dall’origine?

Gli atti e documenti allegati alle relazioni tecniche rientrano nella previsione contenuta nel disposto dell’articolo 28 della tariffa allegata al Dpr n. 642/1972, che indica gli atti, i documenti e i registri soggetti all’imposta di bollo in caso d’uso. Detto articolo prevede l’applicazione dell’imposta di bollo nella misura di 0,52 euro per ogni foglio o esemplare relativamente a “Tipi, disegni, modelli, piani, dimostrazioni, calcoli ed altri lavori degli ingegneri, architetti, periti, geometri e misuratori …”.
La misura di 0,52 euro deve intendersi elevata a 1 euro ai sensi dell’articolo 3, comma 3, del Dpr n. 642/1972, come modificato dall’articolo 1, comma 80, della legge 296/2006. Tali atti e documenti sono soggetti all’imposta di bollo in caso d’uso, anche se allegati o costituenti parte integrante di atti soggetti all’imposta di bollo fin dall’origine, nella misura di 1 euro per ogni foglio o esemplare.


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva, il regime del margine non è applicabile al leasing.


Le società di autonoleggio e di leasing che cedono autoveicoli, acquistati nuovi a loro volta, non possono mai usufruire del regime del margine ai fini Iva poiché è probabile che, trattandosi di beni utilizzati per l’attività d’impresa, l’imposta sia stata detratta all’atto dell’acquisto.
In tal caso non ricorre la condizione di applicabilità del regime agevolativo, consistente nella mancata detrazione dell’Iva sull’acquisto da parte del cedente.
È questo il principio enunciato dalla Corte di cassazione con l’ordinanza 14899 del 5 settembre scorso.

Il fatto
La vicenda trae origine dal ricorso proposto da una società in accomandita semplice contro gli avvisi di accertamento relativi Iva emessi per il 2002 e il 2003 in seguito al disconoscimento del regime del margine su operazioni di acquisto di autoveicoli usati da società di autonoleggio e di leasing.
La Ctp accoglieva il ricorso del contribuente.
In sede di appello i giudici rigettavano l’appello incidentale dell’Agenzia delle Entrate, dando ragione alle motivazioni della società.
I giudici di merito ritenevano fondate le doglianze del contribuente sul presupposto che le operazioni sottoposte a controllo si riferivano ad acquisti di autoveicoli effettuati in ambito nazionale, e non comunitario, sicché il regime di margine agevolativo poteva essere adottato.
Ne derivava, pertanto, la disapplicazione delle sanzioni, in quanto non giustificate per entrambe le annualità sottoposte a controllo.
L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso contro la sentenza d’appello.
La Cassazione, ritenendo fondati i motivi di ricorso dell’ufficio finanziario, ha cassato con rinvio la sentenza della Commissione tributaria regionale.

La decisione
Il regime del margine ai fini Iva, sulla cui applicabilità si è espressa la Corte di cassazione, è disciplinato dal Dl 41/1995.
In particolare, con gli articoli dal 36 al 40 del decreto, il legislatore nazionale ha introdotto quanto stabilito dalla direttiva comunitaria 94/5/CE1, che prevede uno speciale regime per il commercio di beni mobili usati, di oggetti d’arte, d’antiquariato e da collezione.
Tale regime, denominato “del margine”, è stato introdotto al fine di non reiterare l’imposizione dell’Iva su beni che, avendo già scontato l’imposta in quanto acquistati da consumatori finali rientrano, per un qualunque motivo, nel circuito commerciale.
L’applicazione di tale regime prevede la presenza di specifici requisiti di tipo soggettivo, oggettivo e territoriale.
In merito alla condizione soggettiva, che più specificamente ci occupa in questa sede, presupposto fondamentale affinché il regime sia operante nell’ambito del commercio degli autoveicoli usati, è che il mezzo sia stato acquisito dal cedente senza applicazione dell'Iva.
A parere dei giudici, la cui pronuncia è in linea con la giurisprudenza prevalente dello stesso collegio, l’assenza della condizione sopra citata, al pari del difetto della prova da parte del cessionario della sua sussistenza, comporta l’inapplicabilità del particolare regime Iva.
Tale principio vige indipendentemente dalla consapevolezza che il cessionario ha della sua sussistenza, potendo la mancanza di cognizione incidere, al limite, sotto l’aspetto sanzionatorio.
In aggiunta a tale posizione, oramai consolidata, i giudici della Suprema corte precisano che il regime del margine di cui al Dl 41/1995 “non è applicabile alle vendite di autoveicoli usati, effettuate da società di leasing o di autonoleggio, che li abbiano acquistati nuovi, dovendosi presumere, in base ai normali criteri di economicità, che in tali casi l’I.V.A. sia stata detratta, trattandosi di beni utilizzati per l’esercizio dell’impresa, sicché non ricorre la condizione di applicabilità del predetto regime, riconsistente nella mancata detrazione dell’I.V.A. sull’acquisto da parte del cedente (Cass. Sentenza n. 3427 del 12/02/2010).”

Con un ulteriore motivo di ricorso l’Agenzia delle Entrate lamentava che la Commissione tributaria di secondo grado avesse mal giudicato in merito all’aspetto sanzionatorio, non avendo considerato che il regime del margine non era applicabile nel caso di specie e che già il contribuente avrebbe dovuto accorgersi di tale anomalia all’atto dell’acquisto, “anche solo mediante i libretti di circolazione di origine, di cui i veicoli erano muniti.”

I giudici di legittimità, condividendo la doglianza dell’ufficio finanziario, hanno precisato che nell’ambito di questo tipo di operazioni “la responsabilità del cessionario per la verifica della regolarità sostanziale della fattura, riguardo alla qualifica del cedente, deve essere valutata alla stregua del particolare onere di diligenza a suo carico, avendo tale regime quale presupposto, oltre a requisiti oggettivi (attinenti alla natura del bene compravenduto), anche taluni requisiti soggettivi riguardanti l’originario cedente ed agevolmente desumibili, di regola, dai libretti di circolazione.”


Fonte: Agenzia Entrate

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Generiche indicazioni in fattura: dubbia la congruità del corrispettivo.


La questione del contenuto della fattura ricevuta da un soggetto passivo Iva al fine di consentirgli la detrazione dell’imposta corrisposta all’altro soggetto passivo del tributo, che in quanto cedente i beni o prestatore dei servizi ha indicato nel relativo documento, attiene a due distinti profili, il primo afferente all’indicazione minima della fattura e il secondo alla congruità tra i servizi o i beni ricevuti e il corrispettivo (e conseguente Iva) versato.

In ordine a tale secondo profilo, la sentenza n. 12663/2012 della Corte di cassazione parte dal presupposto che la determinazione della base imponibile Iva e la verifica della congruità della spesa si pongono su piani distinti, “venendo in questione solo nel secondo caso la verifica di congruità del valore della prestazione e la prova del carattere della spesa (e cioè della connessione strumentale del bene o servizio con la produzione - anche solo potenziale - di reddito)”.

Tale ultima indicazione della pronuncia della Corte regolatrice del diritto in rassegna evidenzia come il riferimento è a quella giurisprudenza di legittimità in tema di accertamento ai fini delle imposte dirette espressa nelle decisioni - alcune citate da questa in nota - 13 febbraio 2006 n. 3106, 24 marzo 2006 n. 6650, 9 agosto 2006 n. 18013, 18 dicembre 2006 n. 27095, 16 maggio 2007 nn. 11204, 11205 e 11206, 5 ottobre 2007 n. 20858, 4 aprile 2008 n. 8744, 26 maggio 2008 nn. 13480 e 13481, 30 maggio 2008 n. 14504, 18 giugno 2008 n. 16423, 25 novembre 2008 nn. 28016, 28017 e 28018, 7 aprile 2009 n. 8416, 27 gennaio 2010 n. 1655, 2 aprile 2010 nn. 8072 e 8073, 30 dicembre 2010 n. 26480, 21 aprile 2011 nn. 9195 e 9196, 4 aprile 2012 n. 5374).

La tematica della congruità dei corrispettivi trova un’ulteriore complicanza nelle cessioni di beni e nelle prestazioni di servizi effettuati - come nel caso di specie - da società infragruppo, nei cui riguardi la decisione in rassegna cita il precedente espresso nella sentenza del Supremo collegio 21 dicembre 2009, n. 26851 proprio in tema di imposta sul valore aggiunto e, secondo la quale, l’onere della prova in ordine all’esistenza e all’inerenza dei costi sopportati incombe sulla società che affermi di aver ricevuto il servizio. La questione atteneva alle cosiddette spese di regia e, nella citata pronuncia, venne affermato che, qualora la società capofila di un gruppo di imprese, al fine di coordinare le scelte operative delle aziende formalmente autonome e ridurre i costi di gestione attraverso economie di scala, fornisca servizi e curi direttamente le attività di interesse comune alle società del gruppo ripartendone i costi fra le affiliate, occorre, affinché il corrispettivo riconosciuto alla capogruppo sia detraibile ai sensi dell’articolo 19 del Dpr n.633/1972, che la controllata tragga dal servizio remunerato un’effettiva utilità e che quest’ultima sia obiettivamente determinabile e adeguatamente documentata.

Orbene, ad onta della specifica individuazione del riferimento al valore normale dei beni o delle prestazioni di servizi effettuata dal legislatore Iva, la sentenza in commento ribadisce - in ambito Iva - che negare all’ufficio finanziario il sindacato sul contenuto della fattura “paleserebbe evidente il pregiudizio per l’Erario conseguente alla possibilità di una indiscriminata deducibilità dal reddito imponibile di costi inerenti sovradimensionati in quanto non corrispondenti al valore di mercato della controprestazione”.

Il secondo corno della tematica attiene al mancato rispetto della disciplina sulla fatturazione regolata dall’articolo 21 del Dpr n. 633/1972, il cui secondo comma, per quanto in questa sede interessa, prevede l’indicazione della natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione e dei corrispettivi e altri dati necessari per la determinazione della base imponibile, compreso il valore normale dei beni ceduti a titolo di sconto, premio o abbuono di cui all’articolo 15, n. 2. La questione riguarda il grado di specificità dell’indicazione dei beni ceduti o dei servizi prestati che non possono - di certo - essere rilevati in fattura in termini di generiche prestazioni di assistenza, come nel caso di specie “elaborazione CED, locazione o comodato di locali o fruizione delle strutture aziendali da parte dei dipendenti della società beneficiaria”.
A tal fine, vanamente, la società destinataria dei servizi indicati ha tentato di far rilevare - per relationem - a una lettera commerciale, il contenuto delle obbligazioni assunte e soddisfatte come corrispondenti a quelle indicate nella fattura ricevuta, atteso che il giudice di merito ha accertato che tale lettera evidenziava soltanto una mera proposta e non certo faceva emergere la conclusione del relativo negozio.

Infine occorre evidenziare, peraltro, come, con la pronuncia 21 maggio 2010, n. 12554 (conforme alla coeva sentenza n. 12555 e alla successiva pronuncia 30 novembre 2011, n. 25501), il Supremo collegio abbia ritenuto che, in tema di IVA, ai sensi degli articoli 19 e 21 del Dpr n.633/1972, nelle ipotesi di fatturazione di operazioni soggettivamente inesistenti (cessioni di beni e/o prestazioni di servizi), il cessionario e/o committente non può legittimamente esercitare il diritto alla detrazione del tributo versato in via di rivalsa al soggetto cedente e/o prestatore, risultato privo di effettiva capacità operativa, salvo che dimostri l’inerenza dell’acquisto all’attività d’impresa e la non conoscenza dello status del soggetto emittente le fatture.
Da ciò, l’effetto che, in tale contesto interpretativo, i giudici di legittimità hanno statuito che le dichiarazioni rese da terzi agli organi dell’Amministrazione finanziaria assumono rilievo probatorio se trovano riscontro nelle risultanze dell’accesso dei verbalizzanti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Beni aziendali a uso privato. Filtro anti "doppia tassazione".


Apertura sulla dimostrabilità dei termini degli accordi fra le parti e protezione contro la doppia imposizione. Sono le tracce su cui si è mossa l'Agenzia delle Entrate, che, con la circolare n. 36/E del 24 settembre, è tornata sul tema dei beni relativi all'impresa concessi in godimento a soci o familiari dell'imprenditore per fini privati.

Certificazione
In assenza della documentazione di data certa antecedente all'inizio dell'uso privato del bene, i termini dell'accordo fra le parti (corrispettivo, durata e altre condizioni contrattuali) possono essere dimostrati dal contribuente con altri mezzi di prova. L'Amministrazione finanziaria approfondisce, così, le indicazioni - a suo tempo fornite con la circolare n. 24/E del 15 giugno - relative alla "verificabilità" degli elementi essenziali a determinare l'eventuale reddito diverso imputabile al socio/familiare, utilizzatore del bene aziendale. Indicazioni che si soffermavano sull'esigenza dell'atto scritto preesistente, in grado, considerata la correlazione tra le parti interessate, di evidenziare la mancanza di volontà di porre in essere arbitraggi fiscali sulla base di scelte di convenienza economica dell'ultimo momento.

Un filtro contro la doppia imposizione
Il reddito diverso attribuibile all'utilizzatore va ridotto del maggior reddito d'impresa imputato allo stesso (imprenditore individuale o socio tassato per trasparenza) in seguito all'indeducibilità dei costi del bene concesso in godimento.

Questa è la seconda, importante, precisazione, contenuta nella circolare n. 36/E, tesa a sterilizzare eventuali fenomeni di doppia tassazione, verificabili nei casi in cui l'utilizzatore coincide con l'imprenditore individuale o con il socio di società di persone e di società trasparenti per opzione. Ipotesi nelle quali questi contribuenti - per la stessa operazione - si troverebbero a vedersi imputato sia un maggior reddito d'impresa/partecipazione, a causa dell'indeducibilità del costo, sia un reddito diverso.

Ecco perché l'Agenzia ha puntualizzate come, in queste situazioni, il reddito diverso da tassare debba essere assunto come differenza, fra l'eccedenza del valore normale del diritto di godimento del bene rispetto al corrispettivo pagato e il reddito d'impresa corrispondente ai costi non ammessi in deduzione.

Esempio 1 tratto dalla circolare
Si supponga a titolo di esempio che una società, alla quale partecipino due soci ciascuno per una quota pari al 50%, conceda in godimento a uno dei soci un bene immobile strumentale a un corrispettivo inferiore al valore normale del diritto di godimento e che l'impresa abbia sostenuto dei costi in relazione a tale bene. Il reddito diverso da assoggettare a tassazione è determinato come segue:
valore normale del diritto di godimento: 10.000 euro
corrispettivo pattuito per il godimento: 5.500 euro
costi indeducibili relativi al bene: 2.000 euro
differenza tra valore nomale del diritto di godimento e corrispettivo pattuito: 4.500 euro (10.000 - 5.500)
reddito d'impresa da attribuire al socio che detiene il bene in godimento corrispondente ai costi indeducibili: 2.000 euro
reddito diverso da assoggettare a tassazione: 2.500 euro (4.500 - 2.000).

Un principio, questo illustrato, che vale anche per i beni a uso promiscuo, per i quali il Tuir forfetizza la deducibilità dei relativi costi.

Esempio 2 tratto dalla circolare
Si supponga che una società, alla quale partecipino due soci ciascuno per una quota pari al 50%, detenga un'autovettura utilizzata gratuitamente da uno di essi e che l'impresa abbia sostenuto dei costi in relazione a tale bene. Il reddito diverso da assoggettare a tassazione è determinato come segue:
valore normale del diritto di godimento: 800 euro
corrispettivo pattuito per il godimento: 0
costi relativi al bene: 1.000 euro
differenza tra valore nomale del diritto di godimento e corrispettivo pattuito: 800 euro
costi indeducibili relativi al bene 600 euro (60% di 1.000)
reddito d'impresa da attribuire ai due soci a prescindere dall'utilizzo del bene corrispondente ai costi indeducibili: 600 euro
reddito diverso da assoggettare a tassazione: 500 euro [800 - 300 (maggior reddito d'impresa, imputato al socio utilizzatore, relativo a costi indeducibili)].

Autovetture per le quali, precisa il documento di prassi, il valore normale, ai fini della determinazione del reddito diverso, va determinato seguendo la regola contenuta nell'articolo 51, comma 4, del Tuir (costo chilometrico convenzionale ricavabile dalle "tabelle Aci").

Autoveicoli "naturalmente" promiscui
Per finire, un ultimo indirizzo: le regole sui beni d'impresa a uso privato (Dl 138/2011, articolo 2, commi da 36-terdecies a 36-duodevicies) non scattano per le autovetture adibite a uso pubblico e, in generale, per tutti i beni per i quali il legislatore riconosce l'integrale deducibilità dei relativi costi, anche quando gli stessi, per loro natura, possono essere utilizzati promiscuamente. Tipico esempio, i taxi, i cui costi sono integralmente deducibili e per i quali "è consentito l'uso proprio fuori servizio" (Dlgs 422/1997).


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 24 settembre 2012

Quesito: recupero iva 4 % prima casa.

abito in provincia di como, sto vendendo ed riacquistando una prima casa con iva al 4%, il credito d'imposta che ne deriva posso scontarlo in sede del nuovo rogito? Mia mogli e' frontaliera, quindi in italia non presenta denuncia dei redditi per la convenzione contro la doppia imposizione, nel caso che il credito non si possa recuperare in sede di rogito , la sua parte come posso recuperarla?

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Quesito: affitto prima casa per il periodo estivo (meno di 30 gg).


il mio dubbio è il seguente: ho da circa un anno  comprato la mia prima (e unica) casa in Anzio (RM) dove ho la residenza e l'abituale dimora nonché un mutuo su cui detraggo gli interessi. Lavoro a Roma e durante il periodo estivo vorrei affittare l'immobile con un "contratto turistico" inferiore a 30 giorni nel periodo in cui sono in ferie (solitamente agosto), se non dovessi essere in ferie mi sposterei temporaneamente da mia madre  (che ha casa a Roma, tra l'altro più vicina al luogo di lavoro). Ovviamente, locando l'immobile per un periodo di massimo 3 o 4 settimane, conserverei la residenza e l'abituale dimora. So che il contratto non va registrato (poichè inferiore a 30 gg.) ma, ovviamente, dovrò pagare le tasse (cedolare secca) sulla rendita.
Vorrei sapere se infrango qualche norma e se rischio di perdere i benefici prima casa, IMU e la detrazione degli interessi.

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Regime dei minimi.


Se il titolare di un'impresa “minima” (articolo 27 commi 1 e 2, Dl 98/2011) raggiunge i 35 anni prima dei quattro anni successivi a quello di avvio dell’attività, può continuare a seguire il regime fino a completare il quinquennio?

Si. La soglia dei 35 anni non limita la durata del regime, anzi, può estenderla. In sostanza, il nuovo regime agevolato si applica (ovviamente verificati i vari requisiti prescritti – limite di ricavi, niente esportazioni, ecc.) per il periodo d’imposta in cui l’attività è iniziata e per i quattro successivi; se poi, allo scadere del quinquennio non si è ancora trentacinquenni, c’è la possibilità di andare avanti con la disciplina di vantaggio fino all’anno in cui si compie il trentacinquesimo compleanno.


Fonte: Agenzia Entrate

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Una rata saltata e svanisce la chance della sanatoria.


L’efficacia della sanatoria disciplinata dall’articolo 12 della legge 289/2002, sulla definizione dei carichi di ruolo pregressi, è subordinata all’integrale e puntuale pagamento dell’importo dovuto; il mancato o tardivo versamento anche di una rata successiva alla prima determina la decadenza dai benefici.
E’ questo il principio ribadito dalla Cassazione con l’ordinanza 14749 del 31 agosto scorso, che conferma la posizione assunta dalla giurisprudenza di legittimità in adesione alla soluzione interpretativa espressa dall’Agenzia delle Entrate con la circolare 28/E del 2003 e con la risoluzione 125/E del 2005.

La vicenda processuale
La controversia era originata da un ricorso proposto da un contribuente avverso un provvedimento di diniego di condono emanato dall’Agenzia delle Entrate. Il primo grado e il grado d’appello si concludevano con esito favorevole al ricorrente. Nonostante la “doppia conforme”, l’Amministrazione finanziaria proponeva comunque ricorso per Cassazione con unico motivo: lamentava la violazione dell’articolo 12 della legge 289/2002, in relazione all’articolo 360, comma 1, n. 3) del cpc, laddove la Ctr dell’Emilia Romagna aveva ritenuto che il versamento della prima rata determinasse il perfezionamento e l’efficacia della definizione agevolata.

La pronuncia della Cassazione
La Cassazione, confermando il proprio orientamento sul punto – espresso, ex multis, con sentenza la 20746/2010 –, accoglieva il ricorso della parte pubblica: l’efficacia della definizione di cui al sopraindicato articolo 12, infatti, è subordinata all’integrale e tempestivo versamento dell’importo agevolato, non essendo sufficiente il versamento puntuale della prima rata. Ne consegue che il mancato o tardivo pagamento di una rata, anche successiva alla prima, determina la decadenza dal beneficio con il conseguente ripristino della situazione debitoria precedente.
Logico corollario di tale motivazione è stata la cassazione senza rinvio della sentenza impugnata; la Suprema corte, infatti, non ritenendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, decideva nel merito ai sensi dell’articolo 384 cpc, rigettando il ricorso proposto dal contribuente avverso il diniego di condono.

Ulteriori considerazioni
Il principio contenuto nell’ordinanza de qua si fonda sulla distinzione funzionale, prima ancora che strutturale, tra “condono premiale” e “condono clemenziale”.
Secondo l’interpretazione giurisprudenziale (che ha accolto quella fornita dall’Agenzia con i documenti di prassi in precedenza richiamati) il condono con effetto “premiale” fa sorgere in capo al contribuente il diritto potestativo di ottenere un accertamento straordinario del rapporto giuridico tributario sulla base di regole particolari e diverse da quelle ordinarie (Cassazione, sentenza 18353/2007).
Questa forma di sanatoria si perfeziona con il pagamento della prima rata e la presentazione dell’istanza: ne costituiscono espressione le definizioni previste agli articoli 7, 8, 9, 15 e 16 della legge 289/2002. Pertanto, in caso di rateizzazioni, tali definizioni sarebbero inefficaci solo nel caso di mancato pagamento della prima rata, mentre il mancato versamento di quelle successive (consiste proprio in questo l’elemento della premialità) comporta esclusivamente l’iscrizione a ruolo della rata non pagata, con sanzioni e interessi legali.

Diversa è la natura del condono “clemenziale”, di cui l’articolo 12 della legge 289/2002 – ma stesso discorso può farsi anche per l’articolo 9-bis – rappresenta un tipico esempio; esso, infatti, basandosi sul presupposto di un illecito tributario (già compiuto), elimina o riduce le sanzioni e, a determinate condizioni, concede modalità di favore per il loro pagamento.
Tale sanatoria ha quindi natura eccezionale rispetto alle altre forme di definizione: la “clemenza” accordata dal legislatore è subordinata all’integrale e puntuale adempimento dell’obbligazione tributaria, pena l’inefficacia ipso iure della definizione, non potendo estendersi, a causa della differente natura, la disciplina dettata per i condoni di tipo “premiale”, che prevedono esclusivamente l’iscrizione a ruolo della rata insoluta.

La Cassazione, con la richiamata pronuncia 20746/2010, facendo applicazione di questi principi, concludeva che “Al condono di cui all'art. 12 della legge n. 289 del 2002 non può ritenersi dunque applicabile il principio da questa Corte affermato con riferimento alla chiusura delle liti fiscali pendenti prevista dall'art. 16 della stessa legge n. 289 del 2002, in base al quale nel caso in cui il contribuente si avvalga della facoltà, prevista dal comma 2 di detta disposizione, di versare ratealmente l'importo dovuto, soltanto l'omesso versamento della prima rata comporta l'inefficacia dell'istanza di condono, con la conseguente perdita della possibilità di avvalersi della definizione agevolata, mentre in caso di mancato versamento delle rate successive si procede ad iscrizione a ruolo (a titolo definitivo) dell'importo dovuto, ai sensi del DPR n. 602 del 1973, art. 14 con addebito di una sanzione amministrativa pari al 30 per cento delle somme non versate (ridotta alla metà in caso di versamento eseguito entro i trenta giorni successivi alla scadenza della rata), oltre agli interessi legali”.
Tale orientamento della giurisprudenza di legittimità non fa altro che avallare la tesi già espressa dall’Agenzia con la circolare 28/2003 e la risoluzione 125/2005.

In particolare con il primo documento di prassi si è ritenuto che “il versamento soltanto parziale degli importi dovuti (per la definizione di cui all’articolo 12 della legge 289/2002) comporti per il contribuente la decadenza dai benefici della sanatoria in questione. Ciò in quanto manca nell’art. 12 una disposizione analoga a quelle contemplate agli articoli 7, comma5; 8, comma 3; 9, comma 12; 15, comma 5 e 16, comma 2, che pur in presenza di pagamento parziale faccia salvi gli effetti della sanatoria”.
Nella successiva risoluzione viene ulteriormente specificato che “Il contribuente che alle scadenze di legge versi solo in parte gli importi dovuti – a fortiori qualora non li versi affatto – decade dal beneficio in esame per mancato perfezionamento della definizione, che avviene solamente quando siano versate integralmente le somme dovute e sia rispettata la scadenza prevista dalla legge. Diversamente dalle altre ipotesi definitorie di cui alla legge n. 289 in esame, infatti, manca nell'articolo 12 una disposizione che, a fronte del mancato pagamento nei termini indicati, faccia salvi gli effetti della sanatoria”.
Il documento di prassi conclude poi precisando che, in tali casi, non può nemmeno invocarsi il principio dell’errore scusabile (per essere rimessi nei termini), riconosciuto in presenza di obiettiva incertezza o particolare complessità del calcolo, condizioni non riscontrabili nell’ipotesi di definizione di cui si tratta, caratterizzata da assoluta chiarezza sia sul quantum che sui termini entro i quali effettuare i versamenti, espressamente previsti dalla normativa di riferimento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva Ue, frontiere aperte ancora per pochi giorni.


Scade il 1° ottobre (visto che quest’anno il termine ordinario del 30 settembre capita di domenica) l’ultima data utile per chiedere il rimborso dell’Iva versata nel corso del 2011 in un altro Stato Ue (articolo 15, direttiva 2008/9/CE del 12/02/2008).

Ai sensi dell’articolo 38-bis1 del Dpr 633/72 gli operatori nazionali, che vogliono recuperare l’imposta in relazione ad acquisti effettuati negli altri Stati membri devono presentare, esclusivamente in via telematica (tramite Entratel o Fisconline, a seconda del canale a cui si è abilitati), l’istanza all’Agenzia delle Entrate.

I presupposti del rimborso
Per maturare il diritto al rimborso dell’Iva pagata negli altri Paesi dell’Unione europea devono sussistere, in capo al richiedente, in primis, gli stessi presupposti del diritto alla detrazione operanti in ambito nazionale (articolo 6 della direttiva). In altre parole, è indispensabile che il soggetto passivo abbia posto in essere, nel Paese in cui è stabilito, operazioni che attribuiscono il diritto alla detrazione e che non vi siano limitazioni oggettive. Ciò comporta che se la detrazione non trova limitazioni, il diritto al rimborso è riconosciuto integralmente; qualora, invece, siano effettuate operazioni con parziale diritto alla detrazione, il diritto al rimborso spetta in base al pro-rata determinato.
Per l’individuazione dell’assenza o della presenza di eventuali altre limitazioni oggettive, va operato un appuramento delle disposizioni normative operanti nel Paese del rimborso. Per equità, infatti, non può essere rimborsata a soggetti passivi non stabiliti l’imposta che, per i soggetti passivi stabiliti, non è detraibile per determinati beni o servizi.
Altra condizione da appurare è che il richiedente, per il periodo cui si riferisce l’istanza, non abbia avuto una stabile organizzazione nello Stato membro in cui sono stati effettuati gli acquisti e che non abbia effettuato, sempre in tale Stato, cessioni di beni o prestazioni di servizi, ad eccezione delle seguenti operazioni:
cessioni di beni e prestazioni di servizi per le quali il debitore d’imposta è il committente o cessionario, mediante il meccanismo dell’inversione contabile
prestazioni di trasporto non imponibile e relative prestazioni accessorie.

Nell’ipotesi in cui il contribuente abbia disposto di una stabile organizzazione ovvero abbia effettuato operazioni attive nell’altro Stato membro non può essere inoltrata istanza di rimborso dell’Iva, ma è possibile recuperare l’imposta mediante la detrazione in capo alla stabile organizzazione ovvero, qualora non si disponga di una stabile, previa identificazione.

Periodo di riferimento e importo minimo
La richiesta di rimborso fa riferimento a un periodo non superiore a un anno, né inferiore a tre mesi. Qualora la domanda attenga ad acquisti di un trimestre, l’importo minimo rimborsabile è di 400 euro. Invece, se la somma da recuperare si riferisce ad acquisti realizzati nel corso dell’anno solare, l’importo minimo è di 50 euro.

Presentazione dell’istanza e controlli preliminari dell’Agenzia
Per ciascun periodo di riferimento occorre presentare telematicamente l’istanza (il cui modulo è scaricabile sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, unitamente all’elenco dei requisiti richiesti dallo stato membro destinatario) la quale provvede a inoltrarla allo Stato Ue cui si riferisce il rimborso.
Tuttavia, nel caso in cui l’Agenzia accerti che nel periodo considerato il richiedente non abbia posto in essere attività rilevante ai fini Iva oppure abbia effettuato esclusivamente operazioni che non conferiscono il diritto alla detrazione ovvero si sia avvalso del regime dei contribuenti minimi o del regime speciale per i produttori agricoli, viene notificato al soggetto passivo, entro quindici giorni dal ricevimento, un provvedimento di rigetto dell’istanza, ricorribile secondo quanto disposto in materia di contenzioso tributario.
Analogamente, nel caso in cui la richiesta di rimborso non sia corretta in base ai controlli previsti dall’allegato B del provvedimento attuativo del 1° aprile 2010 (tra i quali, ad esempio, importo minimo, corretto utilizzo dei codici per la descrizione dell’attività e dei beni, eccetera), l’Agenzia emette provvedimento di rifiuto da notificare al richiedente anche mediante mezzi elettronici.

Ricevuta di presentazione e attribuzione del cronologico all’istanza di rimborso
L’istanza di rimborso si considera presentata nel giorno in cui viene completata da parte dell’Agenzia delle Entrate la ricezione del file contenuto nell’allegato A del provvedimento del 1° aprile 2010. L’avvenuta ricezione è attestata dalla ricevuta rilasciata dal sistema ed è resa disponibile nei cinque giorni lavorativi successivi a quello del corretto invio del file.
Se è stato richiesto dallo Stato membro competente al rimborso, l’Amministrazione rende disponibile in via telematica l’attestazione di avvenuta ricezione da parte dello Stato competente (disponibile per cinque giorni lavorativi). Unitamente alla ricevuta, l’Agenzia delle Entrate comunica il numero di cronologico (protocollo) assegnato alla domanda.

Rifiuto dell’istanza da parte dell’Amministrazione fiscale estera
Nel caso in cui la richiesta di rimborso sia rifiutata in tutto o in parte, il Paese membro competente notifica all’interessato i motivi del rifiuto unitamente alla decisione.
Per ottenere informazioni inerenti il diniego da parte dell’Amministrazione fiscale estera va inoltrata richiesta direttamente a detta amministrazione e solo successivamente al Centro operativo di Pescara.

Informazioni sullo stato di lavorazione delle richieste
Una volta inoltrata la richiesta di rimborso allo Stato comunitario, per ricevere eventuali notizie sullo stato di lavorazione dell’istanza è necessario rivolgersi all’amministrazione fiscale europea competente, i cui recapiti sono presenti sempre sul sito internet della’Agenzia delle Entrate.

Variazione dell’istanza di rimborso
Successivamente all’inoltro della richiesta allo Stato competente, è possibile presentare, sempre nello stesso termine di presentazione, un’istanza correttiva dei dati originariamente indicati. Tuttavia, quest’ultimo documento non può contenere richiesta di rimborso per nuove fatture o documenti di importazione, per essi è possibile trasmettere una nuova istanza, ma sempre entro il termine fissato.


Fonte: Agenzia Entrate

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