lunedì 31 marzo 2014

È solo la cartella che esprime la portata della pretesa tributaria.

L’estratto di ruolo, che è atto interno all’Amministrazione, non può essere oggetto di autonoma impugnazione, ma deve essere impugnato unitamente all’atto impositivo, notificato di regola con la cartella nella quale il ruolo viene trasfuso, in difetto non sussistendo un interesse concreto e attuale del contribuente, ex articolo 100 cpc, ad instaurare una lite tributaria, che non ammette azioni di accertamento negativo del tributo (Cassazione 66010/2013) e ciò, perfino nel caso in cui l’estratto di ruolo sia notificato di seguito alla cartella di pagamento, e non in luogo di essa, atteso che detto atto non esprime una pretesa tributaria autonoma da quella portata dalla cartella, sulla quale soltanto si fonda l’azione esecutiva (Cassazione 1837/2010).

Sentenza n. 6395 del 19 marzo 2014 (udienza 28 gennaio 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Bielli Stefano – Est. Valitutti Antonio
Estratto di ruolo – Impugnazione solo unitamente all’atto impositivo – Esclusione dell’autonoma impugnabilità – Carenza dell’interesse ad agire ex articolo 100 c.p.c.

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Diritto d’imbarco passeggeri sempre imponibile ai fini Iva.

Il diritto di imbarco per passeggeri riscosso dalla compagnia aerea – previsto e disciplinato dagli articoli 1 e 5 della legge 324/1976 – è assoggettabile a Iva al momento della rivalsa del vettore nei confronti del passeggero.
Questo il principio giuridico statuito dalla Cassazione nella sentenza n. 5362 del 7 marzo 2014, che ha accolto le ragioni dell’Amministrazione finanziaria.

I fatti di causa
Nel calcolo del versamento dell’Iva relativa al mese di novembre 2003, una compagnia aerea aveva ricompreso anche i diritti d’imbarco dalla stessa riscossi nei confronti dei propri passeggeri, al fine di rivalersi delle somme già versate all’ente di gestione aeroportuale, ai sensi degli articoli 1 e 5 della legge 324/1976 (i quali, rispettivamente, dispongono che “il movimento degli aeromobili privati e delle persone negli aeroporti nazionali aperti al traffico aereo civile è assoggettato al pagamento dei seguenti diritti:…b) diritto di imbarco per passeggeri” e che “il diritto è dovuto direttamente dal vettore che se ne rivale nei confronti del passeggero”).
Tuttavia, la contribuente – ritenendo che i diritti in questione non fossero corrispettivi imponibili – ha chiesto il rimborso del tributo cautelativamente versato e, formatosi il silenzio-rifiuto, ha proposto ricorso dinanzi alla competente Commissione tributaria provinciale.

I giudici tributari di primo grado hanno accolto il ricorso – con sentenza confermata in appello – nella considerazione che il diritto di imbarco, non costituendo un corrispettivo di un servizio reso agli utenti, ma integrando una tassa, non è imponibile ai fini Iva.
Al riguardo, i giudici tributari hanno escluso la configurabilità del rapporto costo-servizio tra l’addebito e la riscossione dei diritti d’imbarco e il servizio di trasporto eseguito dalla compagnia aerea, in quanto le attività d’imbarco svolte dall’ente di gestione degli aeroporti non sono di diretto interesse della compagnia aerea, la quale può svolgere il servizio di trasporto indipendentemente dall’attività di riscossione dei diritti d’imbarco.

Avverso tale decisione, l’Agenzia delle Entrate propone ricorso in Cassazione, per violazione del richiamato articolo 5 della legge 324/1976 e degli articoli 13 e 15 del Dpr 633/1972, sostenendo che i diritti d’imbarco in oggetto sono assoggettabili a Iva nel momento della rivalsa del vettore nei confronti del passeggero.
Ciò in quanto, da un lato, quando il vettore trasla il costo della tassa sul passeggero, ingloba la tassa nel corrispettivo del trasporto e, dall’altro, la natura di tassa non esclude l’imponibilità ai fini Iva, essendo noti numerosi casi di confluenza di oneri tributari nella base imponibile dell’Iva.

La decisione della Cassazione
Per la Corte suprema, il ricorso è fondato. Infatti, i diritti d’imbarco in questione devono essere necessariamente corrisposti dal vettore, il quale ne trasla il costo sul passeggero, pertanto – sulla scorta di quanto precisato dalle sezioni unite della Corte (cfr ordinanza 3044/2013) – “…i presupposti delle obbligazioni gravanti a questo titolo sul vettore aereo risultano interamente regolati dalla legge…”.
La medesima ordinanza, prosegue la Corte, nel chiarire la distinzione fra il pagamento di tasse e diritti aeroportuali in questione e il pagamento di corrispettivi per l’uso delle infrastrutture e dei beni dell’aerostazione, ha sancito l’inapplicabilità, al caso di specie, dell’articolo 9, comma 1, n. 6, del Dpr 633/1972 – che esclude l’imponibilità dei “servizi prestati nei porti, autoporti, aeroporti e negli scali ferroviari di confine che riflettono direttamente il funzionamento e la manutenzione degli impianti ovvero il movimento di beni o mezzi di trasporto...” – al novero dei quali, dunque, sono estranei i diritti d’imbarco in oggetto.

Inoltre, continua la Cassazione, “la circostanza che il vettore sia tenuto al pagamento dei diritti non appena si verifichi il presupposto di legge, ossia il movimento degli aeromobili privati e delle persone negli aeroporti nazionali aperti al traffico aereo civile, comporta che non è utilmente configurabile un rapporto di mandato, per di più con rappresentanza, fra passeggero (mandante) e vettore (mandatario) avente ad oggetto il pagamento dei diritti; e ciò in quanto, si ribadisce, la fonte dell’obbligo di pagamento si rinviene nella legge e non già in un qualsivoglia contratto”.
Ne consegue, anche, “l’inapplicabilità dell’ipotesi di esclusione dalla base imponibile dell’Iva contemplata dal decreto n. 633 del 1972, articolo 15, comma 1, n. 3, relativa alle ‘somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purché regolarmente documentate’”.

Nel caso di specie, invece, trova diretta applicazione il disposto di cui all’articolo 13 del Dpr Iva, nella parte in cui ragguaglia la base imponibile delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi “…all’ammontare complessivo dei corrispettivi dovuti al cedente o prestatore secondo le condizioni contrattuali, compresi gli oneri e le spese inerenti all’esecuzione e i debiti o altri oneri verso terzi accollati al cessionario o al committente, aumentato delle integrazioni direttamente connesse con i corrispettivi dovuti da altri soggetti”.

In altri termini, la circostanza che l’obbligo di pagamento dei diritti è posto a carico del vettore – in ogni ipotesi di movimento degli aeromobili privati e delle persone negli aeroporti nazionali aperti al traffico aereo civile – ne evidenzia in maniera incontrovertibile il nesso diretto con la prestazione del servizio di trasporto.
In sostanza, secondo il parere della Corte suprema, “…il pagamento dei diritti va ad integrare un elemento di costo direttamente connesso alla prestazione del servizio, indipendentemente dalle diverse modalità…prescelte per la sua traslazione sul passeggero, di guisa che esso comunque contribuisce a formare la base imponibile dell’imposta, anche qualora s’intendano configurare i diritti che ne sono oggetto come tributo”.

In conclusione, i diritti d’imbarco sono in ogni caso elementi della base imponibile dell’Iva, essendo errata l’asserzione secondo cui lo svolgimento del servizio di trasporto da parte della società contribuente può prescindere dall’attività di riscossione dei diritti d’imbarco, atteso che il vettore è tenuto al pagamento dei diritti d’imbarco proprio allorquando si verifica il presupposto di legge del movimento degli aeromobili privati e delle persone negli aeroporti nazionali aperti al traffico aereo civile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Affitto locale commerciale e Iva.

Esercito la mia attività in regime di esenzione Iva. Vorrei affittare dei locali da una Sas. Il corrispettivo va assoggettato a Iva? Con quale aliquota?

Per i contratti di locazione di fabbricati strumentali con locatore soggetto Iva, come nel caso di una Sas che opera nell’ambito dell’esercizio dell’impresa, vige il regime di esenzione (articolo 10, comma 8-ter, Dpr 633/1972). È, però, possibile optare per l’assoggettamento all’imposta, manifestando l’opzione nello stesso atto di locazione. In tal caso, trattandosi di immobili strumentali, si applica l’aliquota in misura ordinaria (circolare 22/E del 2013). La locazione, oltre a scontare l’Iva al 22%, è assoggettata anche all’imposta di registro nella misura dell’1% (articoli 40, comma 1-bis, del Dpr 131/1986, e 5, comma 1, lettera a-bis della tariffa, parte prima, allegata allo stesso decreto).


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione 730/2014 in formato editabile.

E' stata pubblicata sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate la versione “editabile” del modello 730/2014. Lavoratori dipendenti e pensionati potranno, quindi, compilare on line la dichiarazione dei redditi relativi al 2013 dal loro computer, per poi presentarla a sostituti d’imposta, Caf o professionisti abilitati. Il modulo non può, invece, essere trasmesso telematicamente. Sempre in formato “editabile” è stata resa disponibile anche la scheda per la scelta della destinazione dell’otto e del cinque per mille dell’Irpef (modello 730-1). Per la compilazione, è sufficiente disporre di un programma già utilizzato per la lettura e la stampa di documenti in formato pdf.

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Piano casa, in vigore il decreto.

E' stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il decreto legge sul piano casa. Si tratta del D.L. n. 47 del 28.03.2014, che è entrato in vigore da sabato 29 marzo 2014. Tra le principali novità contenute nel decreto legge: la riduzione dell'aliquota della cedolare secca dal 15% al 10% per i contratti di locazione a canone concordato; resta in vigore il limite introdotto dalla Legge di Stabilità 2014 per la detrazione sui mobili: il costo dei mobili non può superare quello dei lavori di ristrutturazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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giovedì 27 marzo 2014

L’analitico non scarta l’induttivo.

 La Corte ricorda il suo orientamento in base al quale nella rettifica delle dichiarazioni dei redditi d’impresa, “mentre in presenza di irregolarità della contabilità meno gravi, contemplate dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, l’amministrazione può procedere a rettifica analitica, utilizzando gli stessi dati forniti dal contribuente, ovvero dimostrando, anche per presunzioni, purché munite dei requisiti di cui all’art. 2729 c.c., l’inesattezza o incompletezza delle scritture medesime, allorquando, invece, constati un’inattendibilità globale delle scritture, l’ufficio è autorizzato, ai sensi del successivo comma 2, a prescindere da esse ed a procedere in via induttiva, avvalendosi anche di semplici indizi sforniti dei requisiti necessari per costituire prova presuntiva. La circostanza che le irregolarità cantabili siano così gravi e numerose da giustificare un giudizio di complessiva inattendibilità delle stesse rende, dunque, di per sé sola legittima l’adozione del metodo induttivo, senza che sui presupposti per il ricorso ad esso incidano le modalità con cui tale forma di accertamento viene poi eseguita: l’amministrazione può quindi utilizzare elementi esterni rispetto alle scritture, ma anche dati da queste emergenti, nella misura in cui risultino singolarmente affidabili. L’esistenza dei presupposti per l’applicazione del metodo induttivo non esclude, infatti, che l’amministrazione possa servirsi, nel corso del medesimo accertamento e per determinate operazioni, del metodo analitico di cui all’art. 39, comma 1, oppure contemporaneamente di entrambe le metodologie” (Cass. n. 27068 del 2006; ed inoltre, Cass. n. 25001 del 2006 e n. 23096 del 2012).

Sentenza n. 6361 del 19 marzo 2014 (udienza 26 giugno 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Greco Antonio
D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 2 – Inattendibilità scritture contabili – L’ufficio può procedere induttivamente – Utilizzo presunzioni semplici

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Il regime fiscale più favorevole dev’essere espressamente richiesto.

Nella sentenza 19 dicembre 2013, n. 28369, la Corte di legittimità ha dato rigorosa applicazione al disposto dell’articolo 16, comma 1, lettera g), e comma 2, del Tuir (ante 2004). In base a tali disposizioni normative, sono soggette a tassazione separata le “plusvalenze, compreso il valore di avviamento, realizzate mediante cessione a titolo oneroso di aziende possedute da più di 5 anni e redditi conseguiti in dipendenza di liquidazione, anche concorsuale, di imprese commerciali esercitate da più di 5 anni”. Ciò peraltro “a condizione” - qualora si tratti di redditi “conseguiti da persone fisiche nell’esercizio di imprese commerciali” - “che ne sia fatta richiesta nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta al quale sarebbero imputabili come componenti del reddito di impresa”.

Nella specie, la cessione d’azienda era avventa nel 1996 e nella relativa dichiarazione non era stata esercitata l’opzione per la tassazione separata, che peraltro era di fatto stata attuata mediante indicazione della parte di corrispettivo attribuibile a plusvalenza nei quadri M - relativi a tassazione separata - delle distinte e diverse dichiarazioni dei redditi per gli anni successivi (1997-2003).

I Giudici di legittimità hanno giustificato la propria decisione, fondata sul chiaro tenore letterale della norma, precisando anche che la tassazione separata costituisce un beneficio per il contribuente, consentito solo nelle ipotesi e alle condizioni stabilite dal legislatore.
In concreto, il Collegio ha ritenuto che quanto indicato a chiare note nelle disposizioni normative ai fini del legittimo esercizio dell’opzione non potesse essere nella specie superato dalla difficoltà dedotta dalla società di annotare l’opzione nel modello Unico relativo al 1996 e soprattutto surrogato dalle indicazioni contenute nelle successive dichiarazioni.

Sulla tassazione della plusvalenza da cessione d’azienda, si veda anche quanto statuito dalla Cassazione nella sentenza 20 gennaio 2011, n. 1214.


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus arredi: il limite di spesa.

Nel 2013 ho acquistato elettrodomestici usufruendo del bonus mobili su una spesa di 10mila euro. Posso usufruire del bonus nel 2104 per una ulteriore spesa di 10mila euro?

La risposta al quesito è negativa. La legge di stabilità per il 2014 ha prorogato anche per quest’anno la detrazione del 50% per le spese sostenute per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici finalizzati all’arredo dell’immobile oggetto di ristrutturazione. Tale detrazione, da ripartire tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo, spetta nella misura del 50% delle spese sostenute dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2014 ed è calcolata su un ammontare complessivo non superiore a 10mila euro (comma 139 dell’articolo 1 della legge 147/2013). Qualora la somma delle spese superi l’importo di 10mila euro, la detrazione dovrà essere determinata comunque sull’importo massimo di 10mila euro, da riferirsi alla singola unità abitativa oggetto di ristrutturazione (circolare 29/E del 2013).


Fonte: Agenzia Entrate

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Il modello per i crediti trimestrali al passo con l’evoluzione normativa.

A seguito delle novità introdotte nella disciplina Iva, via libera all’aggiornamento del modello TR, destinato ai contribuenti che, chiudendo la liquidazione trimestrale con un credito superiore a 2.582,28 euro, vogliono chiedere la restituzione di quella somma o sfruttarla per pagare altri tributi e contributi.

Ad approvarlo, un provvedimento del 26 marzo 2014, firmato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate. In Rete, oltre al modello (che comprende anche il prospetto riepilogativo riservato all’ente o alla società controllante per la richiesta di rimborso o per l’utilizzo in compensazione del credito Iva trimestrale del gruppo), le relative istruzioni e le specifiche tecniche per la trasmissione telematica dei dati.

Lo stampato, reperibile gratuitamente sui siti dell’Agenzia delle Entrate e del ministero dell’Economia e delle Finanze, sostituisce quello attualmente in uso - approvato con provvedimento del 20 marzo 2012 - ed è utilizzabile a partire dalle richieste relative al credito Iva del primo trimestre 2014.

La presentazione del modello deve avvenire, entro l’ultimo giorno del mese successivo al trimestre di riferimento, esclusivamente in via telematica. L’interessato può provvedervi direttamente o rivolgendosi a un intermediario abilitato. La trasmissione deve essere effettuata secondo le specifiche tecniche contenute nell’allegato B allo stesso provvedimento.

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Riqualificazione energetica, l’invio della comunicazione entro il 31 marzo 2014.

I contribuenti che intendono beneficiare della detrazione Irpef/Ires del 55%-65% per le spese sostenute nel 2013 relative ad interventi di riqualificazione energetica iniziati o proseguiti in tale anno, ma che proseguono anche nel 2014, devono inviare telematicamente all’Agenzia delle Entrate l'apposito modello IRE entro il 31 marzo 2014, per consentire all’Erario il monitoraggio delle detrazioni fiscali in corso di maturazione da parte dei contribuenti, suddivisi per ciascun esercizio. La tardiva od omessa presentazione non comporta la decadenza dall’agevolazione fiscale, ma prevede una sanzione da 258 a 2.065 euro.

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Nuova Sabatini, pubblicati ulteriori chiarimenti.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, in vista del termine del 31 marzo per l'invio delle domande della "Nuova Sabatini" da parte delle PMI interessate, ha pubblicato una nuova Circolare, la n. 10677 del 26 marzo, contenente "ulteriori istruzioni utili" sulla richiesta dell'agevolazione. In particolare, la nuova circolare fornisce precisazioni sui termini per l'erogazione del finanziamento, sul cumulo degli aiuti de minimis, sulle imprese in difficoltà, che sono quelle definite dagli Orientamenti comunitari sugli aiuti di Stato per il salvataggio e la ristrutturazione di imprese in difficoltà.


Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico

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Rimborso IVA TR, aggiornato il modello.

Con provvedimento del direttore delle Entrate del 26 marzo 2014, è stato aggiornato il modello IVA TR, utilizzabile per le richieste di rimborso o di utilizzo in compensazione del credito IVA infrannuale da parte di quei contribuenti che chiudono la liquidazione trimestrale con un credito superiore a 2.582,28 euro e posseggono determinati requisiti. L'aggiornamento si rendeva necessario per recepire le novità introdotte nella disciplina Iva. Il nuovo stampato deve essere utilizzato a decorrere dalle richieste di rimborso o di utilizzo in compensazione dell’eccedenza d’imposta relativa ai primi tre mesi del 2014, da presentare entro il prossimo 30 aprile 2014.

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VIES, richiesta di iscrizione anche in via telematica.

Dal 26 marzo, è attivo il nuovo servizio on line dell'Agenzia delle Entrate che consente ai soggetti già titolari di partita Iva, abilitati a Fisconline o Entratel, di richiedere direttamente in via telematica la propria iscrizione nell’archivio VIES (Vat information exchange system) degli operatori autorizzati a compiere operazioni intracomunitarie. Prima, tali contribuenti, per essere iscritti nell’archivio Vies, dovevano necessariamente presentare l’apposita istanza all’ufficio a mano, con raccomandata o via Posta elettronica certificata (Pec). La possibilità di presentare tale istanza via web accorcia il percorso e snellisce gli adempimenti per gli operatori del settore.

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mercoledì 26 marzo 2014

Efficienza energetica e impianti di climatizzazione: pubblicati i modelli.

Sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico sono disponibili i nuovi modelli per il libretto di impianto per la climatizzazione invernale ed estiva degli edifici e per il rapporto di efficienza energetica. A partire dal 1° giugno 2014, infatti, gli impianti termici devono essere muniti del nuovo libretto e per i controlli di efficienza energetica devono essere utilizzati i nuovi modelli. I modelli, completi di istruzioni e note per la compilazione e l'utilizzo, sono stati emessi in attuazione del Decreto del Presidente della Repubblica 74/2013 e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 7 marzo 2014.


Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico

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Per il Redditometro conta la struttura effettiva della famiglia.

A seguito del problema posto dal Garante della privacy lo scorso 21 novembre, l'Agenzia delle Entrate ha introdotto un'ulteriore verifica prima di inviare al contribuente selezionato l'avviso del contraddittorio. I funzionari dovranno riscontrare se la famiglia fiscale indicata in Anagrafe tributaria coincide o meno con quella effettiva (o «anagrafica). Per procedere alla verifica potrà essere usato il collegamento diretto con l'anagrafe comunale o, in alternativa, potrà essere effettuata una richiesta al municipio titolare dell'informazione da inviare tramite posta elettronica certificata. In questo modo si dovrebbe evitare di selezionare coloro che con il reddito complessivo dichiarato dalla famiglia giustificano l'apparente scostamento individuale. L'unico problema resta l'effettiva conoscenza della convivenza da parte dei comuni; non in tutti i centri infatti è stato istituito il registro delle coppie di fatto.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Tonnage tax, l’opzione per il regime forfetario entro il 31 marzo 2014.

Scade il 31 marzo 2014 il termine per trasmettere all’Agenzia delle Entrate la comunicazione per la tassazione Ires secondo il sistema della “tonnage tax”. L’adempimento coinvolge le imprese marittime che intendono avvalersi del regime forfetario di determinazione della base imponibile del reddito prodotto dalle navi. La comunicazione va inviata esclusivamente per via telematica, direttamente o tramite un intermediario abilitato, utilizzando il modello in formato elettronico e il software gratuito disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate.

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IUC, incertezza per gli acconti di giugno.

E' ormai quasi certo il rinvio al 31 luglio della data entro cui bisognerà chiudere i bilanci comunali e definire le regole e le aliquote della IUC. Il motivo della proroga è dovuta alle incertezze che riguardano il funzionamento della nuova imposta e delle sue componenti Tasi (servizi indivisibili) e Tari (rifiuti). Ciò però renderà impossibile incassare i relativi acconti a giugno. Per l'Imu, invece, si può fare riferimento alle aliquote decise l'anno scorso, e questo permetterà di poter versare gli acconti rimandando al saldo di dicembre il conguaglio sui valori 2014. Per la Tasi, anche ipotizzando di calcolare l'acconto sulla base dei parametri standard, si finirebbe per far versare anche a chi grazie alle detrazioni (non previste dalle regole standard) non avrebbe da pagare, prevedendo poi le relative restituzioni una volta definiti gli sconti. Per la Tari invece manca al momento una norma che consenta ai Comuni di far pagare le prime rate sulla base dei parametri Tares-Tarsu 2013.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Credito d'imposta per riacquisto prima casa.

Donerò a mio figlio un immobile acquistato come prima casa. Riacquistandone un altro, posso usufruire del credito d'imposta relativo all'immobile donato? Se sì, in che misura?

È previsto un credito d'imposta a favore di coloro che, dopo aver alienato un immobile acquistato usufruendo dell’aliquota agevolata prima casa ai fini dell'imposta di registro o dell'Iva, acquisiscono a qualsiasi titolo, entro un anno, un’altra casa non di lusso, da adibire ad abitazione principale (articolo 7 della legge 448/1998). Per alienazione deve intendersi non solo il trasferimento a titolo oneroso, ma anche il trasferimento a titolo gratuito disposto per atto di donazione (circolare 19/E del 2001). Il credito d'imposta spetta fino a concorrenza dell'imposta di registro o dell'Iva corrisposta in relazione al primo acquisto e, in ogni caso, non può essere superiore a quella corrisposta in relazione al secondo acquisto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sanzione all’abuso di diritto taglia-tasse in modo artificioso.

La sentenza 88/01/14 del 13 febbraio 2014 della Commissione tributaria regionale di Trieste ha confermato, in ordine alla debenza delle sanzioni (ponendosi nell’alveo tracciato dal principale orientamento del giudice di legittimità), che l’articolo 37-bis del Dpr 600/1973, disconoscendo il valore degli atti elusivi sotto il profilo tributario, ha come effetto l’irrogazione della sanzione ex decreto legislativo 472/1997.

Il fatto
Come evidenziato dai giudici tributari del riesame nel preambolo alla parte motiva, a seguito di verifica contabile e fiscale effettuata sull’anno d’imposta 2006, veniva redatto e notificato un processo verbale di constatazione. Poiché nel pvc era contestata un’operazione potenzialmente elusiva, l’ufficio provvedeva a notificare una “richiesta di chiarimenti” ai sensi dell’articolo 3-bis, comma 4, del Dpr 600/1973.
In assenza di produzione nei termini di legge, ovvero entro 60 giorni dalla ricezione della “richiesta di chiarimenti”, di alcuna memoria scritta, l’Agenzia delle Entrate emetteva avviso di accertamento, impugnato dal contribuente con ricorso introduttivo avanti la magistratura tributaria.

Lo svolgimento del processo
La Ctr specifica che la questione controversa ha per oggetto le perdite derivanti da cessione pro-soluto di crediti, ritenute indeducibili in quanto prive dei requisiti di certezza e precisione, rientranti in un disegno elusivo ai sensi dell’articolo 37-bis, comma 3, lettera c), del Dpr 600/1973.
In particolare, avverso i motivi di doglianza rappresentati al giudice di prime cure, l’ufficio evidenziava, a comprova dell’abuso del diritto messo in atto, l’assenza non solo di un vantaggio economico, ma anche di un vantaggio finanziario, ancorché quest’ultimo non richiesto esplicitamente dalla norma de qua. L’Agenzia si presentava in giudizio documentando sia l’aggiramento di obblighi e divieti tributari sia l’indebito risparmio d’imposta attuati dal contribuente. Per questo motivo, secondo la tesi dell’Amministrazione, la sanzione, una volta dimostrata l’elusività dell’operazione, andava comminata secondo l’articolo 1, comma 2, Dlgs 471/1997.

Con ampia e articolata motivazione, la Ctp riteneva infondati i motivi del ricorso introduttivo, confermando la legittimità dell’accertamento nei confronti dell’operazione elusiva.
Per quanto riguarda le sanzioni, invece, “tenuto conto che nell’art. 37bis non è specificamente prevista la comminazione di alcuna sanzione e che nel nostro ordinamento è prevista la sanzione in caso di violazione di una norma, a questo Collegio sembra che, in assenza di una specifica previsione normativa, non debbano essere comminate sanzioni in relazione ad un comportamento ritenuto elusivo della società ricorrente”.

Con appello principale, l’ufficio gravava nel punto di soccombenza la sentenza parzialmente favorevole, ritenendo violati e falsamente applicati l’articolo-37-bis del Dpr 600/1973 e l’articolo 1, comma 2, del Dlgs 471/1997, anche dove la Commissione non aveva considerato che, secondo un’interpretazione sistematica e logica di tale normativa, il tentativo di elusione, scoperto e accertato dal Fisco, se non sanzionato avrebbe comportato, in capo al contribuente, gli stessi oneri tributari che gli sarebbero derivati da una condotta corretta.

Il giudizio di primo grado
Nelle motivazioni della sentenza di primo grado, la Ctp, al fine di sostenere l’insanzionabilità del comportamento elusivo, inizia il proprio ragionamento richiamando, correttamente, il citato articolo 1 del decreto sulle sanzioni tributarie (Dlgs 471/1997) affermando che “la dichiarazione (risulta) infedele allorché nella stessa sia indicato un reddito imponibile inferiore a quello accertato o comunque un'imposta inferiore a quella dovuta … si applica la sanzione amministrativa ...”.
Il Collegio prosegue, poi, richiamando, ancora una volta correttamente, il chiaro orientamento contenuto nella sentenza 25537/2011 della Cassazione secondo cui, per l’applicazione delle sanzioni amministrative, la norma specifica non considera quale criterio scriminante la violazione della legge o la sua elusione o aggiramento, essendo necessario e sufficiente che le voci di reddito evidenziate nella dichiarazione siano inferiori a quelle accertate o siano “indebite”, aggettivo espressamente menzionato nell’articolo 37-bis del Dpr 600/1973.

Nonostante questa doppia corretta premessa, di natura normativa e giurisprudenziale, la Ctp ritiene, però, che “nel caso dell’elusione, in situazione di incertezza circa il quadro normativo da applicare, la sanzione (è) rappresentata già di per sé dal recupero a tassazione che discende dal disconoscimento degli effetti fiscali di un comportamento che, dal punto di vista giuridico-formale, non ha violato alcuna disposizione di legge”.
Questa affermazione, fondata sulla supposta presenza di un quadro normativo caratterizzato, nel caso di specie, da incertezza, contrasta, però, con un’altra pronuncia della Cassazione, la sentenza 4785/2007, conforme, invece, alla tesi della sanzionabilità delle operazioni elusive,.
Infatti, la Corte suprema, rispetto a forme di abuso degli schemi contrattuali civilistici piegati a fini distorsivi senza alcun vantaggio economico, ha reputato che le pattuizioni dirette a eludere, in tutto o in parte, la normativa fiscale non implicano di per sé la nullità del contratto stesso, in quanto trovano nel sistema tributario le relative sanzioni.

Per di più, si osserva la presenza di una contraddizione argomentativa quando il giudice di primo grado ritiene, dapprima, che la sanzione sia già in re ipsa in ogni comportamento elusivo (“la sanzione (è) rappresentata già di per sé dal recupero a tassazione”) ritenendo, in tal modo, che il citato articolo 37-bis sia disposizione sanzionatoria, per poi pronunciarsi in modo difforme nella chiusa delle proprie considerazioni finali affermando che “nell’art. 37bis non è specificamente prevista la comminazione di alcuna sanzione … sembra … non debbano essere comminate sanzioni in relazione ad un comportamento ritenuto elusivo”. Delle due l’una: o il comportamento è sanzionabile – e allora bisogna applicare la chiara disposizione prevista dall’articolo 1, comma 2, del Dlgs 471/1997 non prevedendo, l’articolo 37-bis del Dpr 600/1973, aspetti sanzionatori – oppure non lo è.

La giurisprudenza nazionale e comunitaria
A supporto del proprio iter motivazionale di annullamento delle sanzioni, il Collegio di prima istanza richiama la sentenza 12042/2009 della Cassazione che, però, è da ritenersi superata, stante il successivo orientamento non solo delle già nominate sentenze 25537/2011 e 4785/2007, ma anche dell’ulteriore conforme pronuncia 12249/2010, la quale precisa che “l’accertamento di un maggiore imponibile (…) conseguente al disconoscimento del contratto di comodato per il suo carattere abusivo, non comporta un’automatica esclusione delle sanzioni dovendosi applicare la relativa disciplina”. Ciò significa che di norma le sanzioni debbono essere irrogate.
Peraltro, si sottolinea come l’ultima decisione citata, pronunciandosi in tema di abuso del diritto (e non semplicemente di un’operazione elusiva per la quale è pacifica l’applicazione delle sanzioni), ha affermato che neppure in tale ipotesi vi possa essere un’automatica esclusione delle sanzioni. Nemmeno nei casi di contestazione dell’abuso di diritto, dunque, può escludersi automaticamente l’irrogazione delle sanzioni; spetterà al contribuente dimostrare che esistano i presupposti per l’applicazione di una delle esimenti previste dal legislatore.

Si ricorda, del resto, che la Corte di cassazione, con la sentenza 23633/2008, pronunciandosi sul tema, ha ricordato come “in tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, il potere delle commissioni tributarie di dichiarare l’inapplicabilità delle sanzioni in caso di obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle norme alle quali la violazione si riferisce, (…) deve ritenersi sussistente quando la disciplina normativa, della cui applicazione si tratti, si articoli in una pluralità di prescrizioni, il cui coordinamento appaia concettualmente difficoltoso per l’equivocità del loro contenuto, derivante da elementi positivi di confusione; l’onere di allegare la ricorrenza di siffatti elementi di confusione, se esistenti, grava sul contribuente, sicché va escluso che il giudice tributario di merito debba decidere d’ufficio l’applicabilità dell’esimente, né, per conseguenza, che sia ammissibile una censura avente ad oggetto la mancata pronuncia d’ufficio sul punto”. In definitiva, dunque, il giudizio sull’esistenza dei presupposti che giustificano una possibile disapplicazione delle sanzioni andrà effettuato caso per caso sulla base dei principi generali.

Inoltre, anche le Corti di merito hanno preso conforme direzione nel solco della tesi dell’Amministrazione finanziaria e dell’orientamento giurisprudenziale di legittimità. In particolare, secondo due recenti sentenze (cfr Ctr Firenze 15/31/2013 e Ctr Roma 153/38/2012), la censura sulla mancata espressa previsione di sanzioni nel testo dell’articolo 37-bis non è condivisibile, stante che la distorta applicazione di norme costituisce indebita detrazione di imposta, con conseguente mancato pagamento dei tributi dovuti.

A livello comunitario, la sentenza Halifax (Corte di giustizia europea, C-255/02 del 21 febbraio 2006) aveva stabilito che “la constatazione dell’esistenza di un comportamento abusivo non deve condurre a una sanzione, per la quale sarebbe necessario un fondamento normativo chiaro e univoco”.
In realtà, tale considerazione non deve trarre in inganno l’interprete, in quanto non è affatto applicabile al caso in esame ovvero a operazione elusiva in materia di imposte dirette. Infatti, non va dimenticato che la pronuncia della Cge riguarda l’abuso del diritto che è rinvenibile, per quanto riguarda i tributi armonizzati (dazi, accise, Iva), nei principi fissati dalla normativa comunitaria. Gli stessi giudici europei premettono, con riferimento alle imposte armonizzate, che “l’applicazione della normativa comunitaria non può, infatti estendersi fino a comprendere i comportamenti abusivi degli operatori economici, vale a dire operazioni realizzate non nell’ambito di transazioni commerciali normali, bensì al solo scopo di beneficiare abusivamente dei vantaggi previsti dal diritto comunitario”.

In altri termini, nell’anno 2006, la Cge affermava che, in caso di abuso del diritto discendente dalla violazione di principi ordinamentali e, quindi, non di norme contenute nel diritto positivo, non vi poteva essere sanzione in quanto non specificamente codificata. Invero, in ambito nazionale, è presente una norma, che si estende fino a ricomprendere singoli comportamenti abusivi (rectius elusivi) degli operatori economici: tale norma è rubricata “Disposizioni antielusive” ed è contenuta nell’articolo 37-bis più volte citato.

Il giudizio di secondo grado
Oltre a quanto già evidenziato, i giudici del gravame, nell’accogliere l’appello principale dell’ufficio e nel rigettare quello incidentale del contribuente, stabiliscono che “la deduzione indebita di crediti … ha comportato … un indebito risparmio d’imposta, la cui sanzione non è la ripresa a tassazione operata dall’Ufficio … ma la sanzione amministrativa irrogabile …”.

Tale statuizione si collega inequivocabilmente con la tassonomia delle norme tributarie che possono distinguersi, lo ricordiamo, in quattro diverse tipologie: sostanziali, procedimentali, processuali e sanzionatorie.
Le norme sostanziali o impositrici (come l’articolo 37-bis del 600/1973) sono quelle che introducono e disciplinano il tributo. Le norme sanzionatorie, invece, (come l’articolo 1 del Dlgs 471/1997) sono quelle che prevedono l’irrogazione di sanzioni amministrative (o penali) a seguito della violazione delle norme sostanziali. Ritenere che non vadano applicate sanzioni alle operazioni elusive in quanto la norma sostanziale non le prevede direttamente sarebbe come affermare che qualsiasi violazione di norme sostanziali, come quelle contenute nel Tuir oppure nel decreto Iva che, come noto, non prevedono direttamente nel loro corpo la sanzione, non potrebbero essere sanzionate. Mentre, va da sé che a tali norme sostanziali si applicano le norme sanzionatorie del Dlgs 471/1997 (“Riforma delle sanzioni tributarie non penali in materia di imposte dirette, di Iva e di riscossione dei tributi …”).

Perciò, a fronte di una violazione come quella oggetto della controversia in esame, non può che essere applicata una sanzione amministrativa secondo i principi generali disposti dal decreto sulle sanzioni tributarie, così come attestato dalla Ctr Trieste con la sentenza 88/01/14 del 13 febbraio 2014: “l’art. 37bis DPR 600/1973, nel rendere inopponibili all’Amministrazioni Finanziaria gli atti elusivi, ne disconosce il valore sotto il profilo tributario per avere essi indebitamente sottratto a tassazione materia imponibile e, in tale effetto, detta sottrazione non può sfuggire alla connessa sanzione ex D. Lgs. 472/1997 trattandosi di norma tributaria, a conoscenza del contribuente che ha posto in essere una operazione elusiva, rivelatasi tale per non aver saputo o potuto dimostrarne l’insussistenza”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Unico Persone fisiche e Unico mini parlano anche in tedesco e sloveno.

Unico Natürliche Personen 2014 e Unico Fizične osebe 2014 sono disponibili, con le relative istruzioni, nella versione dedicata ai casi più articolati (primo e secondo fascicolo) e in quella mini per le situazioni meno complesse, anche questa sia in tedesco che in sloveno.

Potranno essere utilizzati al momento di predisporre le dichiarazioni dei redditi relative all’anno d’imposta 2013 dai contribuenti appartenenti alle minoranze linguistiche residenti, rispettivamente, nella provincia di Bolzano e in Friuli Venezia Giulia.

Ricordiamo alcune delle principali novità di quest’anno: bonus energetico elevato al 65% per le spese sostenute a partire dal 6 giugno 2013; bonus ristrutturazioni confermato al 50%; bonus arredi per chi ha acquistato mobili ed elettrodomestici destinati a immobili ristrutturati; maggiori detrazioni per i figli a carico; cedolare secca ancor più vantaggiosa per i contratti a canone concordato; ridotta al 5% la deduzione forfetaria per le locazioni tassate ordinariamente; più sconti dalle erogazioni a Onlus e partiti politici, meno dai premi assicurativi.

Infine, i termini per l’adempimento dichiarativo: il modello va consegnato a un ufficio postale dal 2 maggio al 30 giugno, in caso di presentazione - quando possibile - in forma cartacea; c’è tempo fino al 30 settembre, invece, per la trasmissione in via telematica, direttamente da parte del contribuente o tramite un intermediario abilitato o a cura di un ufficio territoriale dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

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Riqualificazione energetica no-stop: comunicazione entro il 31 marzo.

Entro lunedì 31 marzo, in relazione alla detrazione d’imposta del 55%-65% per interventi finalizzati al risparmio energetico, è necessario trasmettere il modello Ire (disponibile sul sito), con l’ammontare delle spese pagate lo scorso anno. La tardiva od omessa presentazione non comporta la decadenza dall’agevolazione fiscale, ma prevede una sanzione da 258 a 2.065 euro.

Termini e modalità
Il modello Ire deve essere presentato in via telematica, direttamente dal contribuente o tramite intermediario abilitato, entro 90 giorni dalla fine di ogni anno (quindi, entro il 31 marzo per le persone fisiche e i soggetti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare), esclusivamente nel caso in cui gli interventi di riqualificazione energetica proseguano oltre il periodo d’imposta nel quale hanno preso il via, per comunicare all’Amministrazione finanziaria le spese sostenute nei periodi d’imposta precedenti a quello in cui i lavori sono ultimati, per le quali si intende usufruire del bonus fiscale.
Pertanto, l’obbligo non sussiste se i lavori sono iniziati e conclusi nello stesso periodo d’imposta né per la/e annualità ante “fine lavori” in cui non sono state sostenute spese.
Per gli interventi i cui lavori proseguono per più periodi d’imposta, il modello va presentato entro 90 giorni dal termine di ogni periodo in cui sono state affrontate le spese oggetto della comunicazione.

Compilazione del modello
Oltre al modello, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, sono disponibili anche le istruzioni e il software per la compilazione, nonché le specifiche tecniche per la trasmissione telematica dei dati e la procedura di controllo. Quest’ultima deve essere utilizzata prima dell’invio del file contenente la comunicazione, per evitare che, nel caso sia stato utilizzato un prodotto diverso da quello dell’Agenzia, il sistema rifiuti il documento perché non corrispondente alle specifiche tecniche.

Ecobonus al 65%
È bene ricordare che i costi per “rinverdire” un immobile, se pagati a partire dal 6 giugno 2013 - con l’entrata in vigore del decreto legge 63/2013 - e fino al 31 dicembre 2014, danno diritto a una detrazione d’imposta del 65%, rispetto alla storica agevolazione del 55%.
In particolare, lo stesso Dl 63, oltre a sancire l’innalzamento dell’ecobonus al 65%, ha prolungato il diritto all’agevolazione fiscale per tutto il 2013. Termine che è stato poi prorogato dalla legge 147/2013 (Stabilità 2014) fino al 31 dicembre di quest’anno, con conferma della misura del 65 per cento.
La detrazione per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici scenderà, invece, al 50% per le spese che saranno effettuate nel 2015.

Invece, per gli interventi sulle parti comuni degli edifici condominiali e per quelli che riguardano tutte le unità immobiliari di cui si compone il singolo condominio, la detrazione spetta nella misura del:
65%, se la spesa è sostenuta nel periodo compreso tra il 6 giugno 2013 e il 30 giugno 2015
50%, per le spese effettuate dal 1° luglio 2015 al 30 giugno 2016.
Dall’1 gennaio 2016 (per le parti comuni, dall’1 luglio 2016), l’ecobonus sarà “incorporato” nella detrazione del 36% prevista per le ristrutturazioni edilizie (articolo 16-bis del Tuir).

Come si devono effettuare i pagamenti
Le modalità per effettuare i pagamenti variano a seconda che il contribuente sia titolare o meno di reddito d’impresa. In particolare, è previsto che:
i non titolari di reddito di impresa devono pagare esclusivamente mediante bonifico bancario o postale
i titolari di reddito di impresa sono esonerati dall’obbligo di pagamento tramite bonifico. La prova delle spese può essere costituita da altra idonea documentazione.
Il beneficio, ossia la detrazione d’imposta (Irpef o Ires) fruibile sia dalle persone fisiche sia dalle società, deve essere ripartito in dieci quote annuali di pari importo.

La guida dell’Agenzia delle Entrate
Per ulteriori informazioni sugli interventi che aumentano il livello di efficienza energetica e danno diritto ad agevolazioni fiscali, si può consultare la guida “Le agevolazioni fiscali per il risparmio energetico”, disponibile online e sempre aggiornata con le ultime novità normative.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 25 marzo 2014

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Detrazione familiari per extracomunitari.

Quali adempimenti gli extracomunitari residenti nel Paese di origine devono porre in essere per il riconoscimento della detrazione per carichi di famiglia?

Le detrazioni per carichi di famiglia per i soggetti non residenti extracomunitari spettano a condizione che si dimostri, con idonea documentazione, che le persone alle quali le detrazioni si riferiscono non possiedano un reddito complessivo superiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili, compresi i redditi prodotti fuori dal territorio dello Stato, e di non godere, nel paese di residenza, di alcun beneficio fiscale connesso ai carichi familiari (articolo 12 del Tuir). La parentela e lo status di familiare a carico devono essere attestati secondo le modalità indicate dal Dm 149/2007, tramite la documentazione originale prodotta dall’autorità consolare del Paese d'origine, con traduzione in lingua italiana e asseverazione da parte del prefetto competente per territorio o, in alternativa, per coloro che provengono da Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione dell’Aja del 5 ottobre 1961, documentazione con apposizione dell’apostille, o, ancora, tramite documentazione validamente formata nel Paese d'origine, in base alla normativa di quella nazione, tradotta in italiano e asseverata come conforme all'originale dal Consolato italiano nel paese di origine. La richiesta di detrazione, per gli anni successivi a quello di prima presentazione, deve essere accompagnata da dichiarazione che confermi il perdurare della situazione certificata ovvero da una nuova documentazione, qualora sia necessario aggiornare i dati certificati.


Fonte: Agenzia Entrate

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Chi è senza colpa, scagli la pietra! E chi ne ha, è giusto che paghi!

In tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, la Corte ricorda il proprio orientamento in base al quale (sentenza n.13068 del 2011): “In tema di sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie, ai fini dell’affermazione di responsabilità del contribuente, ai sensi del Dlgs n. 472 del 1997, articolo 5, occorre che l’azione od omissione causativa della violazione sia volontaria, ossia compiuta con coscienza e volontà, e colpevole, ossia compiuta con dolo o negligenza, e la prova dell’assenza di colpa grava sul contribuente, sicché va esclusa la rilevabilità d’ufficio di una presunta carenza dell’elemento soggettivo, sotto il profilo della mancanza assoluta di colpa.

Sentenza n. 5965 del 14 marzo 2014 (udienza 2 dicembre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cirillo Ettore – Est. Meloni Marina
Dlgs n. 472 del 1997, articolo 5 – Sanzioni amministrative per violazione di norme tributarie - Responsabilità del contribuente – In presenza di volontarietà e colpevolezza dell’azione o omissione – Prova dell’assenza di colpa grava sul contribuente

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Sui trasferimenti patrimoniali, ok all’imposta diversa dall’Iva.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 13, parte B, lettera d), punto 5, della sesta direttiva, con particolare riferimento alla possibilità che confligga con detta disciplina comunitaria la disposizione recata dall’articolo 108 della legge spagnola sul mercato dei valori mobiliari. Tale ultima disposizione prevede che sono soggetti all’imposta sui trasferimenti patrimoniali a titolo oneroso (diversa dall’Iva) i trasferimenti effettuati sul mercato secondario e le acquisizioni sui mercati primari di titoli che siano quote parte del capitale sociale o del patrimonio di società, fondi, associazioni o altri enti il cui attivo sia costituito almeno per il 50% da immobili situati sul territorio.

La società protagonista della controversia
Con riferimento al caso di specie, una società decideva di aumentare la sua partecipazione all’interno di una società immobiliare, il cui attivo era costituito essenzialmente da beni immobili. La prima società, avendo acquisito una partecipazione superiore al 50% del capitale della società immobiliare, presentava la autoliquidazione per l’imposta sui trasferimenti immobiliari.
Successivamente, la società chiedeva all’Amministrazione fiscale spagnola il rimborso delle somme indebitamente versate oltre alla corresponsione dei relativi interessi, sulla base della motivazione che l’articolo 108 della legge sul mercato dei valori mobiliari risulterebbe in contrasto con le disposizioni della sesta direttiva.

La valutazione del giudice del rinvio
La questione approdava dinanzi alla competente autorità giurisdizionale, che, nutrendo dubbi in ordine alla possibilità che la sesta direttiva consenta che l’acquisizione della maggioranza del capitale di tali società sia soggetto ad una imposta indiretta diversa dall’Iva, quale l’imposta sui trasferimenti patrimoniali, sottoponeva al vaglio pregiudiziale della Corte Ue, la seguente questione: se la sesta direttiva consente l’esistenza di disposizioni come l’articolo 108 della legge sul mercato dei valori mobiliari, che assoggetta l’acquisizione della maggior parte del capitale della società il cui attivo è essenzialmente costituito da beni immobili ad un’imposta indiretta diversa dall’Iva, denominata “imposta sui trasferimenti patrimoniali”, a prescindere dalla possibile condizione di imprenditore dei soggetti coinvolti nell’operazione, e senza escludere, il caso di trasferimento diretto di beni immobili, invece che di azioni, con conseguente assoggettamento dell’operazione a Iva.

Le valutazioni della Corte Ue
Il giudice ‘a quo’ chiede in sostanza se la sesta direttiva osti ad una normativa di uno Stato membro che assoggetta l’acquisizione della maggioranza del capitale di una società il cui attivo è essenzialmente costituito da beni immobili ad una imposta indiretta, differente dall’Iva, vale a dire l’imposta sui trasferimenti patrimoniali, senza tener conto del fatto che, se tali operazioni  avessero ad oggetto l’acquisizione diretta di tali immobili, e non quella di azioni relative a tali beni, tali operazioni potrebbero essere assoggettate a Iva.
La Corte Ue rileva che la sesta direttiva esenta dall’Iva, in gran parte, le operazioni aventi ad oggetto beni immobili. Al riguardo, l’articolo 13 della direttiva esenta in particolare le operazioni relative ai beni immobili, fatta eccezione per alcune ipotesi (cessioni di immobili nuovi e quelle aventi ad oggetto terreni edificabili).
Per quanto attiene alla differenza di trattamento constatata dal giudice, per quanto concerne, da un lato le acquisizioni dirette di beni immobili soggette a Iva e dall’altro le acquisizioni indirette di tali beni assoggettate all’imposta sui trasferimenti patrimoniali, occorre considerare che, in ogni caso, l’assoggettamento a Iva delle acquisizioni dirette di beni immobili dipende dal tipo di immobile acquisito.
In relazione al preteso trattamento discriminatorio delle cessioni di immobili soggette a Iva, la Corte precisa che la sesta direttiva non osta al mantenimento o alla introduzione da parte di uno Stato membro di qualsiasi imposta, diritto o tassa che non abbia il carattere di una imposta sulla cifra di affari, come previsto dall’articolo 33 della direttiva.
Ma, considerato che la disciplina comunitaria ammette l’esistenza di regimi fiscali concorrenti, tali imposte possono essere riscosse anche qualora la loro riscossione conduca ad un cumulo con l’Iva per una unica operazione.
Con riferimento alla specifica normativa oggetto della controversia al vaglio dei giudici comunitari, la stessa Corte Ue si è già pronunciata sulla sua compatibilità con l’articolo 33 della sesta direttiva. Dopo avere elencato le principali caratteristiche dell’Iva, la Corte Ue ha rilevato che una imposta con le caratteristiche quali quella dell’imposta sui trasferimenti patrimoniali, si differenzia dall’Iva in modo da non potere essere qualificata come imposta avente il carattere di una imposta sulla cifra di affari, come definita ai sensi del menzionato articolo 33 della sesta direttiva.

Le conclusioni della Corte
Tutto ciò premesso, la Corte Ue perviene alla conclusione che la sesta direttiva non osta alla normativa in esame. Pertanto, la sesta direttiva deve essere interpretata nel senso che non osta a una disposizione nazionale, quale l’articolo 108 della legge sul mercato dei valori mobiliari, che assoggetta l’acquisizione della maggioranza del capitale di una società il cui attivo è essenzialmente costituito da beni immobili ad una imposta indiretta diversa dall’Iva.


Fonte: Agenzia Entrate

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Crediti d’imposta ridefiniti in base alle ultime istruzioni.

Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di venerdì 21 marzo, il decreto del presidente del Consiglio dei ministri, previsto dalla legge di stabilità 2014 (articolo 1, comma 577), che individua le modalità applicative della rideterminazione dei crediti d’imposta indicati nell’allegato 2 alla stessa legge, su proposta del ministero dell’Economia e delle Finanze, da effettuarsi per esigenze di bilancio.
Si tratta di tagli che assicurano, comunque, l’85% del beneficio originariamente stabilito. Le riduzioni partono dal 2015 per l’autotrasporto, dal 2014 per gli altri settori interessati.

In particolare diminuiscono del 15%, dall’1 gennaio 2014 i crediti d’imposta a favore:
degli esercenti sale cinematografiche (articolo 20 del Dlgs 60/1999)
dei gestori di reti di teleriscaldamento (articolo 2, comma 12, della legge 203/2008)
delle nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo (articolo 13 della legge 388/2000)
delle imprese costruttrici, importatrici e degli installatori di  impianti di alimentazione a gas metano o a Gpl (articolo 1del Dl legge 324/1997).
Dalla stessa data, ridotto del 15%, inoltre, lo sconto relativo alle aliquote dell’accisa su gasolio, benzina e gas naturale impiegati come carburanti per il servizio pubblico da banchina per il trasporto di persone (punto 12, tabella A allegata al Dlgs 504/1995).

Nella tabella A, nuovi tetti di spesa
Per alcuni crediti d’imposta, sempre dall’1 gennaio 2014, sono state riviste le soglie di spesa per usufruire del relativo beneficio. Nella tabella A al Dpcm i nuovi importi. I regimi di favore interessati sono quelli riguardanti:
i soggetti che erogano borse di studio a studenti universitari (articolo 1, commi da 285 a 287, della legge 228/2012)
le imprese che sviluppano piattaforme telematiche per la distribuzione, la vendita e il noleggio di opere dell’ingegno digitali (articolo 11-bis, comma 1 del Dl 179/2012)
i titolari di reddito d’impresa che assumono personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario o laurea magistrale, per svolgere attività di ricerca (articolo 24,del Dl 83/2012).
Un percorso “speciale”, per i crediti alla ricerca e all’agricoltura
Non diminuiscono il credito d’imposta diretto alle imprese che finanziano progetti di ricerca presso le università o gli enti pubblici di ricerca (articolo 1 del Dl 70/2011) e quello riservato agli imprenditori agricoli che investono e acquistano nuovi beni strumentali nelle aree svantaggiate.
In questi due casi l’agevolazione è soltanto più dilazionata: il taglio dell’85% riguarda, infatti, soltanto l’anno 2014 e il residuo 15% può essere recuperato in tre quote annuali a partire dall’1 gennaio 2015.

Il decreto del 20 febbraio precisa, infine, che agli altri benefici fiscali indicati nell’allegato 2 della legge di stabilità 2014, non coinvolti dalle rideterminazioni individuate nel Dpcm stesso, continuano a essere applicate le norme vigenti.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 24 marzo 2014

Auto disabili: nuovo acquisto dopo 4 anni.

Nel 2009 ho acquistato un'auto con le agevolazioni per i disabili. Se la vendo, posso fruire nuovamente dei benefici per acquistarne un'altra?

Le spese per l’acquisto dei mezzi di locomozione destinati a disabili danno diritto a una detrazione di imposta, ai fini Irpef, pari al 19% del loro ammontare (articolo 15, comma 1, lettera c, del Tuir). La detrazione compete una sola volta nel corso di un quadriennio (decorrente dalla data di acquisto) e nei limiti di un importo di 18.075,99 euro. Analogamente, ai fini Iva, è applicabile l’aliquota del 4%, anziché del 22%, all'acquisto di autovetture, aventi cilindrata fino a 2.000 centimetri cubici, se con motore a benzina, e fino a 2.800 centimetri cubici, se con motore diesel, per una sola volta nel corso di quattro anni dalla data di acquisto. Decorso il quadriennio dall’acquisto del veicolo, è pertanto possibile usufruire nuovamente del beneficio, sia ai fini Irpef che ai fini Iva.


Fonte: Agenzia Entrate

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Le ragioni della pretesa fiscale sono innegabilmente un diritto.

In tema di accertamento delle imposte sui redditi, l’obbligo di porre il contribuente in condizione di conoscere le ragioni dalle quali deriva la pretesa fiscale, stabilito dal Dpr n. 600 del 1973, art. 42, è soddisfatto dall’avviso di accertamento dei redditi del socio che rinvii “per relationem” a quello, relativo ai redditi della società, ancorché solo a quest’ultima notificato, giacché il socio, a norma dell’articolo 2261 del codice civile, ha il potere di consultare la documentazione relativa alla società, e quindi di prendere visione sia dell’accertamento presupposto che dei documenti richiamati a suo fondamento, ovvero di rilevarne l’omessa comunicazione (cfr Cassazione 1952/2008 e 8407/2002).

Sentenza n. 5645 del 12 marzo 2014 (udienza 13 novembre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Cigna Mario
Dpr n. 600 del 1973, articolo 42 – Avviso accertamento redditi socio – Rinvio per relationem avviso accertamento reddito società – Legittimità

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Corte Ue: pagano l’Iva i viaggi organizzati extra territorio Ue.

La questione di fatto nasce dal ricorso presentato da un gruppo societario al quale appartengono società la cui attività principale è costituita dall’organizzazione di viaggi turistici. In particolare, l’assunto a fondamento delle richieste del soggetto passivo è che i viaggi organizzati al di fuori del territorio dell’Unione non debbano essere assoggettati ad imposta sul valore aggiunto. A tal proposito viene contestata una normativa nazionale che prima dell’emanazione della direttiva comunitaria di specie preveda l’assoggettamento ad Iva delle operazione connesse all’organizzazione di viaggi turistici extra territorio comunitario. Ecco che allora veniva presentata richiesta di rimborso dell’Iva assolta su tali operazioni. Dalla diatriba interpretativa che vedeva contrapporsi da una  parte le società ricorrenti e, dall’altra l’amministrazione finanziaria la quale affermava la legittimità della controversa normativa nazionale, il giudice nazionale decideva di sospendere il procedimento e di proporre le questioni pregiudiziali ai togati europei.

Le questioni pregiudiziali
Con le questioni  pregiudiziali i giudici europei sono chiamati a stabilire se le disposizioni delle direttive sull’Iva, ostino o meno all’introduzione da parte dello Stato membro, in pendenza del termine di trasposizione della sesta direttiva Iva, alla modifica della legislazione vigente al fine di assoggettare ad Iva i viaggi effettuati fuori dall’Unione. E’ compatibile col diritto comunitario una normativa nazionale che esenta dall’Iva le prestazioni di servizi delle agenzie di viaggio in quanto assimilate ad attività di intermediazione? La possibilità, per i paesi membri, di assoggettare o meno ad imposizione i servizi relativi a viaggi extra unione costituisce violazione dei principi fondamentali dell’Unione europea? Viola il principio della neutralità fiscale lo Stato che concede l’esenzione esclusivamente per i viaggi e non anche per le attività di intermediazione?

Sulle questioni pregiudiziali
Il punto focale della questione è quella di stabilire se a partire dal primo dicembre 1977, data di entrata in vigore della sesta direttiva Iva, prima della quale le prestazione di servizi delle agenzie di viaggio erano esenti, tali prestazioni rientrassero, invece, tra le operazioni imponibili, in considerazione della cd. “clausola di standstill”, di cui all’articolo 28 paragrafo 3, sesta direttiva Iva. Dal combinato disposto degli articoli 18 e 15 della sesta direttiva comunitaria si evince come il legislatore dell’Unione abbia concesso la facoltà di derogare all’obbligo di esentare le prestazione di cui al procedimento principale. Ma come emerso anche da costante giurisprudenza, gli stessi Stati membri non possono adottare disposizioni che possano compromettere in maniera irreversibile il raggiungimento delle finalità prescritte dalle direttive stesse. Quanto alla direttiva di cui al procedimento principale, sottolineano i giudici europei, non si è in condizioni di poter affermare una siffatta grave deviazione dal raggiungimento degli scopi della direttiva stessa. Ne consegue come l’assoggettamento ad imposta sul valore aggiunto delle prestazioni di servizi legate alle operazioni di organizzazione viaggi è compatibile con la disciplina comunitaria seppur nella sua fase di trasposizione.

Il giudizio finale
La direttiva 77/388/CEE e la direttiva 2006/112/UE di cui rispettivamente agli articoli 28, paragrafo 3, e 370 non ostano ad una normativa nazionale che, in pendenza del termine di trasposizione della stessa direttiva 77/388, assoggetti ad imposta sul valore aggiunto i viaggi effettuati al di fuori del territorio comunitario a condizione che, come prescrive l’articolo 309, suddetti viaggi fossero gia assoggettati ad imposta al momento di attuazione della direttiva 77/388. Ecco che allora, aggiungono i giudici della ottava sezione della Corte, rispettate tali condizioni non si palesa alcuna violazione non solo delle richiamate direttive, ma anche dei principi quali uguaglianza, proporzionalità e neutralità fiscale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sostegno agevolato alle “start up”: ufficializzato il decreto attuativo.

Investimenti in “start up innovative”: il Dm 30 gennaio 2014, traguardo del lungo tragitto normativo europeo, approda in Gazzetta Ufficiale dopo l’avallo definitivo della Commissione Ue. Si tratta dell’attuazione delle misure agevolative dirette a sostenere la crescita, lo sviluppo tecnologico e, in generale, l’occupazione.
L’autorizzazione comunitaria ad andare avanti con le previsioni del Dl 179/2012, in particolare dell’articolo 29, è arrivata il 5 dicembre scorso.
Ora le regole attuative sono operative a tutti gli effetti.

Il decreto in argomento, previsto dalla norma istitutiva e firmato dal ministro dell’Economia e delle Finanze e da quello dello Sviluppo economico, disciplina nel dettaglio le modalità di accesso e fruizione degli sconti fiscali, individua i beneficiari e i destinatari degli investimenti (di cui spiega la nozione); poi, detta le condizioni al venir meno delle quali è prevista la decadenza.

Beneficio e beneficiari
Gli incentivi sono in favore delle persone fisiche e giuridiche che investono nel capitale sociale di imprese “start up innovative” direttamente o attraverso organismi di investimento collettivo del risparmio (Oicr). I beneficiari sono individuati con precisione nell’articolo 2, commi 1 e 2, del decreto.

Il risparmio consiste in una detrazione Irpef del 19% ovvero in una deduzione Ires del 20% delle somme investite che, nel caso di contribuenti soggetti passivi dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, non possono superare i 500mila euro, mentre, se si tratta di società, il limite di importo agevolabile è di 1,8 milioni di euro.
Se poi le start up sono a vocazione sociale o sviluppano e commercializzano prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico in ambito energetico, le percentuali passano, rispettivamente, a 25 e 27 per cento.

Il bonus, si legge nel decreto, vale per i periodi d’imposta 2013, 2014 e 2015, quelli previsti nella prima formulazione della norma istitutiva sottoposta al vaglio della Commissione europea. In realtà, con l’articolo 9, comma 16-ter, del Dl 76/2013, tra le annualità agevolabili è stato aggiunto anche il 2016.

Come accennato, gli investimenti agevolati possono arrivare anche indirettamente, cioè possono essere effettuati mediante Oicr o “altre società di capitali”, che investono prevalentemente in start up innovative. Ebbene, dagli sconti fiscali sono esclusi quegli investimenti realizzati da organismi a partecipazione pubblica o destinati a imprese classificabili come “imprese in difficoltà” e a imprese operanti in alcuni settori particolari, come quello della costruzione navale, del carbone e dell’acciaio (articolo 2, comma 3).

Quali sono le “start up innovative”?
I destinatari degli “aiuti” devono essere società di capitali, costituite anche in forma cooperativa, o anche società europee, che svolgono, da non oltre 48 mesi, attività necessarie per sviluppare e introdurre prodotti, servizi o processi produttivi innovativi ad alto contenuto tecnologico, le cui azioni o quote rappresentative del capitale sociale non siano quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione, che hanno una produzione annua di valore non superiore a 5 milioni di euro e non distribuiscono utili.

Fine di un beneficio e ritorno al “passato”
Quello che più conta è la durata nel tempo del “sostegno”: questo deve essere mantenuto per almeno due anni, pena l’esclusione dal beneficio, con il conseguente recupero a tassazione dell’importo dedotto o restituzione dell’importo detratto, comprensivo degli interessi. In tale spazio temporale, sono causa di decadenza, tra le altre, la cessione - anche parziale - delle partecipazioni ricevute in cambio degli investimenti agevolati, il recesso o l’esclusione degli investitori, la perdita dei requisiti necessari per essere start up (articolo 6, comma 1).

In presenza di cause “penalizzanti”, nel periodo d’imposta in cui si verifica la decadenza dal bonus, l’investitore Irpef deve aumentare l’imposta dovuta per lo stesso periodo di un ammontare pari alla detrazione fruita negli anni precedenti, mentre il contribuente Ires deve incrementare il reddito di tutto l’importo dedotto nei periodi precedenti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Errori da 770, risarcimento a carico del consulente del lavoro.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6201 del 18 marzo 2014, si è espressa in merito al risarcimento del danno causato dal consulente del lavoro per gravi irregolarità nella compilazione del Modello 770 dell’azienda da lui assistita. Secondo i giudici della Suprema Corte, spetta al consulente del lavoro risarcire i danni e le perdite patrimoniali subite dall’impresa a causa dei suoi errori, incluse anche le spese giudiziarie che l’azienda ha sostenuto per difendere il suo legale rappresentante. Non è, invece, imputabile al consulente del lavoro il danno causato all’immagine del legale rappresentante per il procedimento penale sostenuto.


Fonte: Corte di Cassazione

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5 per mille esercizio 2014, on line il software.

È stato reso disponibile sul sito dell'Agenzia delle Entrate il software “Domanda 5 per mille 2014”, per la compilazione e la predisposizione del tracciato telematico della domanda per l'ammissione alla riparto del 5 per mille per l'esercizio finanziario 2014. Le domande devono essere presentate dagli enti interessati entro il 7 maggio, sulla base delle istruzioni contenute nella Circolare n. 7/E del 20 marzo 2014. La richiesta deve essere presentata anche da chi l’ha già prodotta per gli anni passati. In caso di eventuali ritardi e/o correzioni si potrà rimediare ricorrendo alla remissione in bonis entro il 30 settembre, pagando, con modello F24, una sanzione di 258 euro.

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Rimborsi, richiesta dell'Iban tramite Pec.

Per accelerare l’erogazione dei rimborsi, l’Agenzia delle Entrate sta richiedendo alle società beneficiarie di comunicare il proprio Iban per poter accreditare le somme direttamente sul conto corrente bancario dell’azienda. I destinatari riceveranno la richiesta delle coordinate via Posta elettronica certificata (Pec). Il codice Iban va comunicato utilizzando i servizi online dell'Agenzia delle Entrate o di persona presso qualsiasi ufficio dell’Agenzia, presentando il modello per la richiesta di accredito disponibile presso gli sportelli o sul sito delle Entrate.

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Efficienza energetica e impianti di climatizzazione: pubblicati i modelli.

Sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico sono disponibili i nuovi modelli per il libretto di impianto per la climatizzazione invernale ed estiva degli edifici e per il rapporto di efficienza energetica. A partire dal 1° giugno 2014, infatti, gli impianti termici devono essere muniti del nuovo libretto e per i controlli di efficienza energetica devono essere utilizzati i nuovi modelli. I modelli, completi di istruzioni e note per la compilazione e l'utilizzo, sono stati emessi in attuazione del Decreto del Presidente della Repubblica 74/2013 e pubblicati nella Gazzetta Ufficiale del 7 marzo 2014.


Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico

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venerdì 21 marzo 2014

Compilazione 730: il secondo garage.

Il secondo garage, che ai fini Imu non può essere considerato pertinenza dell'abitazione principale, come va indicato nel modello 730/2014?

Ai fini Imu, possono essere considerati come pertinenza dell'abitazione principale solo tre immobili, uno per ciascuna delle seguenti categorie catastali: C/2, C/6, C/7 (articolo 13, comma 2, Dl 201/2011). Si tratta di magazzini e locali di deposito come cantine e solai (C2), stalle, scuderie, rimesse e autorimesse senza fini di lucro (C6) e tettoie chiuse o aperte (C7). In ambito Irpef, invece, non sono previste analoghe limitazioni. Sono infatti considerate pertinenze le unità immobiliari classificate o classificabili in categorie diverse da quelle a uso abitativo, destinate ed effettivamente utilizzate in modo durevole al servizio dell’abitazione principale, anche se non appartenenti allo stesso fabbricato (articolo 10, comma 3-bis, del Tuir). Per il secondo garage, pertanto, andrà specificato nella colonna 2 ("utilizzo") del quadro B il codice "5" ("pertinenza dell'abitazione principale"), indicando, poichè lo stesso nel 2013 è stato assoggettato a Imu, il codice "2" nella colonna 12 (“casi particolari Imu”).


Fonte: Agenzia Entrate

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Agevolazioni "prima casa". Il bonus vuole la residenza.

Per fruire delle agevolazioni fiscali sulla prima casa, è necessario ottenere, non solo richiedere, la certificazione del trasferimento di residenza nei termini di legge, non essendo sufficiente produrre la documentazione relativa ai contratti delle utenze domestiche.
È quanto ha affermato la Corte di cassazione, con l'ordinanza 4662 del 27 febbraio.

Il fatto
Un contribuente aveva presentato richiesta di residenza entro i tempi stabiliti dalla normativa all'epoca in vigore. L'istanza veniva inizialmente rigettata e poi accolta quando ormai era decorso l'anno dalla data del rogito. Motivo per cui l'Amministrazione finanziaria disconosceva il diritto del contribuente alle agevolazioni "prima casa" per ritardato trasferimento della residenza, recuperando con avviso di liquidazione i benefici delle maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale indebitamente fruiti.
Il contribuente ricorreva con successo contro il Fisco, sia in primo grado sia in appello, producendo in giudizio varia documentazione per le utenze domestiche (contratto dell'energia elettrica, del gas e della tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani) per attestare l'effettiva residenza.
L'ente impositore proponeva ricorso in Cassazione, denunziando violazione dell'articolo 1, nota II-bis), comma 1, lettera a), della Tariffa, parte prima, allegata al Dpr 131/1986, per intervenuta decadenza dei benefici in questione.

Motivi della decisione
Con l'ordinanza 4662/2014, la Suprema corte, nell'accogliere il ricorso dell'ente impositore, ha ribadito come ai fini del mantenimento delle agevolazioni fiscali "prima casa" sia da considerarsi irrinunciabile il trasferimento, da parte del soggetto passivo direttamente interessato, della residenza nel comune in cui è situato l'immobile entro un anno (oggi, 18 mesi) dalla data del contratto d'acquisto dello stesso.
Ai fini del beneficio, non rileva neppure l'intestazione delle utenze, perché ciò che conta è l'effettiva utilizzazione dell'immobile come residenza nei previsti termini di legge. La stipula dei contratti dell'energia elettrica, del gas e della denunzia ai fini della tassa sulla spazzatura è necessaria anche per soggetti non residenti e non dimostra affatto l'effettivo trasferimento della residenza, neanche nel senso di fissazione della propria dimora abituale (articolo 43, comma 2, codice civile), nell'immobile acquistato.

Dalla lettura dell'ordinanza, si evince come la realizzazione dell'impegno di trasferire la residenza rappresenti un elemento costitutivo per il conseguimento del beneficio previsto in tema di imposta di registro, il quale viene solo provvisoriamente concesso dalla legge al momento della registrazione dell'atto, ma resta condizionato all'effettivo suo realizzarsi (Cassazione 1797/2012).

Infatti, in base alla disciplina introdotta dall'articolo 2 del Dl 12/1985, la normativa sulla prima casa richiede che l'immobile sia ubicato nel comune ove l'acquirente ha ovvero - secondo le norme successivamente introdotte - stabilisca la residenza entro un determinato termine dall'acquisto (nella specie, regolata ratione temporis dall'articolo 3 della legge 549/1995, un anno), senza che alcuna rilevanza giuridica possa essere riconosciuta nè alla realtà fattuale, ove questa contrasti con il dato anagrafico, né all'eventuale ottenimento della residenza oltre il termine fissato, essendo proprio la residenza il presupposto per la concessione del beneficio (Cassazione, sentenze 4628/2008 e 14399/2010).
Sempre in base alla lettera e alla formulazione della norma, alcuna rilevanza può infine essere riconosciuta a una domanda di trasferimento della residenza anteriormente (e in termini) formulata dall'interessato, alla quale è seguito il rigetto da parte del Comune, con provvedimento immune da vizi e comunque non contestato (Cassazione 11614/2013).

Questo principio è dettato in chiara funzione antielusiva, per la considerazione che un beneficio fiscale deve essere ancorato a un dato certo, certificativo della situazione di fatto enunciata nell'atto di acquisto; donde, la manifesta infondatezza dei riferimenti a presunte violazioni di disposizioni costituzionali (Cassazione 1530/2012).
Tanto più che l'acquisto della prima casa costituisce un'agevolazione (alla quale il contribuente ha diritto solo se abbia operato in conformità alle leggi che la prevedono), la cui natura eccezionale impone un'interpretazione rigorosa; le norme agevolative, infatti, sono di stretta interpretazione e, quindi, non estensibili ai casi non espressamente previsti, perché costituiscono comunque deroga al principio di capacità contributiva stabilito dall'articolo 53 della Costituzione (Cassazione 21144/2009 e 21332/2008).

Anche con la recente ordinanza 2527/2014, la Suprema corte ha affermato che il ritardo nel rilascio del certificato di abitabilità di un immobile non evita la decadenza dell'agevolazione "prima casa" per mancato trasferimento della residenza da parte dell'acquirente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Start up, decreto attuativo in Gazzetta Ufficiale.

È stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 66 di ieri 20 marzo il decreto del ministero dell'Economia del 30.01.2014 che sancisce la piena operatività degli incentivi fiscali a favore degli investitori nelle start up innovative previsti dal D.L. n. 179/2012. L’agevolazione consiste in un risparmio di imposta a favore dei soggetti passivi Irpef e Ires che effettuano un investimento agevolato. Nella nozione di "investimento agevolato" rientrano i conferimenti in denaro iscritti alla voce del capitale sociale e della riserva da sovrapprezzo delle azioni o quote delle start up innovative o delle società di capitali che investono prevalentemente in start up innovative, nonché gli investimenti in quote degli organismi di investimento collettivo del risparmio (Oicr).


Fonte: Il Sole 24 Ore

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5 per mille esercizio 2014.

Dal 21 marzo e fino al 7 maggio prossimo gli enti interessati alla ripartizione del 5 per mille per l’esercizio 2014 potranno inviare la domanda per l’ammissione. In vista dell’adempimento, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato ieri 20 marzo la Circolare n. 7/E/2014, con cui fornisce una guida operativa agli enti interessati a presentare la domanda. Il documento di prassi spiega, inoltre, come correggere eventuali errori d’iscrizione e regolarizzare le domande. L’invio della domanda deve essere effettuato attraverso i canali telematici Entratel e Fisconline.

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Decreto casa, torna il tetto di spesa per il bonus mobili.

Torna il tetto alla spesa per il bonus mobili, che non dovrà dunque superare quella per i lavori di ristrutturazione edilizia effettuati nell'alloggio a cui i mobili ed elettrodomestici acquistati sono destinati. La norma che eliminava tale tetto era contenuta nel decreto legge sul piano casa approvato dal Consiglio dei ministri il 12 marzo scorso, ma la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto è stata bloccata dal Presidente della Repubblica perché la norma sul bonus mobili era identica a quella già contenuta nel decreto legge Salva Roma-bis, decaduto. E la reiterazione delle norme dei decreti legge è da molti anni vietata dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale. Torna, dunque, l'incertezza sullo sconto del bonus mobili.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Decreto lavoro in Gazzetta, apprendistato più scontato per le imprese.

E’ stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 66 di ieri 20 marzo il D.L. n. 34 del 20.03.2014 contenente “Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell'occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese”. Si tratta del Decreto legge sul lavoro approvato dal Consiglio dei Ministri del 12 marzo. Il decreto, che entra in vigore da oggi, cancella alcune delle rigidità introdotte dalla legge Fornero (Legge n. 92/2012). Tra le principali novità, sale da 12 a 36 mesi la durata del rapporto a tempo determinato che non necessita dell'indicazione della causale da parte del datore di lavoro e il contratto si potrà prorogare fino a un massimo di otto volte entro il limite dei 36 mesi, a condizione che le proroghe si riferiscano alle stesse mansioni. Con riguardo all'apprendistato, l'impresa che assume un apprendista beneficia di un forte "sconto": dovrà corrispondere il 100% delle ore di lavoro svolte e il 35% del monte ore complessivo di formazione, fatta salva l'autonomia della contrattazione collettiva. Viene meno l'obbligo di assunzione di una quota di apprendisti, al termine del percorso formativo, come condizione per poter ricorrere a nuovi apprendisti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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giovedì 20 marzo 2014

Cartella esattoriale, valida la notifica nella sede legale e non nell’effettiva.

Con la sentenza n. 27677/2013, la Corte di Cassazione si occupa della notifica degli atti impositivi effettuata presso la sede del contribuente nota all’Amministrazione finanziaria e non reperita dal messo notificatore. Il caso specifico vede l'impugnazione di una cartella esattoriale per la mancata notifica dell'avviso. In particolare, era contestata la validità della notifica effettuata presso la sede legale mediante il rito degli irreperibili, ai sensi del Dpr n. 600/1973, articolo 60, lettera e), ancorché fosse stata comunicata all’Agenzia delle Entrate la diversa sede effettiva dell’ente, sita in località diversa. In sintesi, se il messo non reperisce il contribuente presso il domicilio fiscale noto perché trasferito in luogo sconosciuto e non sito nello stesso comune, scatta il rito degli irreperibili.

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Iva nel settore dell'editoria.

Con la nuova definizione di "supporti integrativi", ad opera dell'articolo 19 del d.l. 63/2013, l’applicazione del regime della "forfetizzazione della resa" è limitata alla sola cessione di supporti integrativi, che assumono valore di beni funzionalmente connessi, a condizione che gli stessi siano venduti: in un’unica confezione, unitariamente ai libri per le scuole di ogni ordine e grado e per le università e ai libri per non vedenti, a un prezzo indistinto rispetto a quello dei libri e non siano commercializzabili separatamente. La regola generale (imposta dovuta in relazione al numero delle copie vendute) continuerà a trovare applicazione nel caso in cui i giornali, i quotidiani e i libri siano ceduti unitamente a beni diversi da supporti integrativi, con prezzo indistinto e in un’unica confezione, sempre che il costo del bene ceduto, anche gratuitamente, congiuntamente alla pubblicazione non sia superiore al 50% del prezzo dell’intera confezione. In ogni caso, “l’imposta si applica con l’aliquota propria di ciascuno dei beni ceduti”.

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Modello Eas entro il 31 marzo.

Gli enti e le associazioni senza scopo di lucro entro il 31 marzo devono comunicare, attraverso il modello Eas, le informazioni rilevanti per il fisco, necessarie alla verifica dei requisiti che danno accesso alle agevolazioni tributarie in base all’articolo 30, comma 1, del Dl 185/2008. I dati vanno comunicati solo in caso di modifiche intervenute nel 2013. La presentazione del modello deve avvenire con modalità telematiche, direttamente dall’associazione o tramite gli intermediari abilitati. La presentazione oltre i termini del modello Eas è comunque rimediabile attraverso l'istituto della rimessione in bonis (articolo 2, comma 1, Dl 16/2012), entro il termine di presentazione della prima dichiarazione utile (pertanto il 30 settembre 2014) e versando, contestualmente, senza possibilità di compensazione, la sanzione di 258 euro, tramite il modello F24 (codice tributo “8114”).

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Modello 730-4, entro il 31 marzo la comunicazione da parte dei sostituti d'imposta.

Entro il prossimo 31 marzo, i sostituti d’imposta dovranno presentare, in via telematica, il modello “Comunicazione per la ricezione in via telematica dei dati relativi ai 730-4 resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate”, per ricevere i risultati contabili delle dichiarazioni dei propri amministrati. Il modello deve essere compilato e presentato da tutti i sostituti d’imposta che intendono conoscere i dati dei modelli 730-4, per la liquidazione dell’esito finale dei 730 dei loro dipendenti. La presentazione potrà avvenire direttamente dal sostituto d’imposta oppure tramite un intermediario incaricato della trasmissione telematica delle dichiarazioni, di cui all’art. 3 comma 3 del D.p.r. 322/1998.

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Forme pensionistiche complementari estere.

Nella compilazione del modello Unico posso dedurre i contributi versati a forme pensionistiche complementari in Germania?

È possibile dedurre, ai fini Irpef, anche i contributi versati a forme pensionistiche complementari istituite presso gli Stati membri dell’Unione europea e presso gli Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo che consentono un effettivo scambio di informazione (articolo 10, comma 1, lettera e-bis), del Tuir). Per quanto riguarda i requisiti che devono ricorrere in capo alle forme pensionistiche complementari istituite in ambito comunitario per l’applicazione del beneficio fiscale, in assenza di espresse indicazioni normative, occorre fare riferimento alla direttiva 2003/41/Ce, relativa alle attività e alla supervisione degli enti pensionistici aziendali o professionali (circolare 70/2007).


Fonte: Agenzia Entrate

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Detraibile o indetraibile l’Iva sulla cessione della clientela?

Il contribuente protagonista del contenzioso comunitario è stato socio maggioritario di una società tedesca di diritto civile che svolgeva attività di consulenza fiscale fino al 31 dicembre 1994, data in cui era stata sciolta con attribuzione della clientela a ciascun socio. Il contribuente costituiva una nuova società di consulenza fiscale, con sua preponderante partecipazione, e cedeva a titolo gratuito la clientela che aveva acquisito in seguito allo scioglimento della vecchia società alla nuova società affinché quest’ultima ne disponesse professionalmente. Nell’agosto 2004 la vecchia società emetteva fattura nei confronti del socio maggioritario indicando distintamente l’Iva per la divisione patrimoniale del 31 dicembre 2004. Nella sua dichiarazione Iva per il mese di agosto 2004, il contribuente detraeva l’imposta che gli era stata fatturata per l’acquisizione della clientela.

Il no del Fisco tedesco e il ricorso
L’Amministrazione finanziaria contestava la detrazione Iva. Contro tale decisione il contribuente proponeva ricorso al Fisco tedesco che lo rigettava sostenendo che il soggetto passivo non aveva impiegato la clientela di cui trattasi nella propria impresa, ma la stessa era stata utilizzata dalla nuova società  e quindi non poteva beneficiare  di alcun diritto alla detrazione dell’Iva versata a monte. Il contribuente adiva in primo grado il Tribunale per le cause tributarie che accoglieva il suo ricorso. Il Fisco tedesco ricorreva in Cassazione ritenendo che la decisione del giudice di primo grado era contraria al diritto nazionale. Il giudice del rinvio sospendeva il procedimento e sottoponeva alla Corte la seguente questione pregiudiziale: “Se, alla luce del principio di neutralità, l’articolo 4, paragrafi 1 e 2, nonché l’articolo 17, paragrafo 2, lettera a), della sesta direttiva debbano essere interpretati nel senso che il socio di una società di diritto civile esercente attività di consulenza fiscale, che acquisisca dalla società medesima parte della clientela al solo scopo di cederla direttamente, a titolo gratuito e a fini di attività d’impresa, ad altra società di consulenza fiscale, di nuova costituzione con sua preponderante partecipazione, abbia diritto alla detrazione dell’Iva relativa all’acquisizione della clientela”.

Il contesto normativo
Per quanto concerne il diritto dell’Unione, l’articolo 2, paragrafo 1, della sesta direttiva statuisce che sono soggette all’Iva le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, effettuate a titolo oneroso all’interno del paese da un soggetto passivo che agisce in quanto tale. L’articolo 4 della sesta direttiva dispone che deve essere  considerato soggetto passivo chiunque esercita in modo indipendente e in qualsiasi luogo una delle attività economiche di cui al paragrafo 2, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di detta attività. Le attività economiche di cui al paragrafo 1 sono tutte le attività di produttore, di commerciante o di prestatore di servizi, comprese le attività estrattive, agricole, nonché quelle delle professioni liberali o assimilate. Si considera in particolare attività economica un’operazione che comporti lo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per ricavarne introiti aventi un certo carattere di stabilità.  Infine, l’articolo 17, paragrafo 2, lettera a), della sesta direttiva prevede che nella misura in cui beni e servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni soggette ad imposta, il soggetto passivo è autorizzato a dedurre dall’imposta di cui è debitore, l’Iva dovuta o assolta all’interno del paese per i beni che gli sono o gli saranno ceduti e per i servizi che gli sono o gli saranno resi da un altro soggetto passivo.
Secondo la normativa tedesca, sono assoggettate all’imposta le forniture ed altre prestazioni che un imprenditore, nell’ambito della sua impresa, effettua a titolo oneroso sul territorio nazionale. È  imprenditore chiunque eserciti in modo autonomo un’attività industriale, commerciale, artigianale o professionale. L’impresa comprende l’insieme dell’attività industriale, commerciale, artigianale o professionale dell’imprenditore per «attività industriale, commerciale, artigianale o professionale» s’intende ogni attività esercitata in modo stabile a fini lucrativi, anche nell’ipotesi in cui manchi l’intento di lucro o in cui un’associazione di persone eserciti le proprie attività unicamente a favore dei propri soci.
Tale normativa prevede che l’imprenditore possa detrarre l’imposta dovuta per legge per forniture e prestazioni eseguite, ai fini della propria impresa, da un altro imprenditore. Tuttavia, la detrazione è esclusa per le forniture e le prestazioni che l’imprenditore utilizza al fine di realizzare operazioni esenti.

La decisione della Corte
Chiamata a pronunciarsi sulla questione se, alla luce del principio di neutralità, l’articolo 4, paragrafi 1 e 2, nonché l’articolo 17, paragrafo 2, lettera a), della sesta direttiva debbano essere interpretati nel senso che il socio di una società di diritto civile esercente attività di consulenza fiscale, che acquisisca dalla società medesima parte della clientela al solo scopo di cederla direttamente, a titolo gratuito e a fini di attività d’impresa, ad altra società di consulenza fiscale, di nuova costituzione con sua preponderante partecipazione, abbia diritto alla detrazione dell’Iva relativa all’acquisizione della clientela,  la Corte ha già avuto modo di affermare, che la sussistenza di un nesso diretto e immediato tra una specifica operazione a monte e una o più operazioni a valle, che conferiscono il diritto alla detrazione è, in linea di principio, necessaria affinché il diritto a detrarre l’Iva assolta a monte sia riconosciuto in capo al soggetto passivo e al fine di determinare la portata di siffatto diritto. Per contro, nella controversia oggetto del procedimento principale, l’operazione a valle non rientra nell’ambito di applicazione dell’Iva, poiché la cessione, a titolo gratuito, della clientela alla nuova società non può essere considerata un’attività economica ai sensi della sesta direttiva.  Infatti, tale cessione della clientela alla nuova società è gratuita e non rientra quindi né nell’ambito di applicazione dell’articolo 2, paragrafo 1, della sesta direttiva, che riguarda unicamente le cessioni e le prestazioni fornite a titolo oneroso, né in quello dell’articolo 4, paragrafi 1 e 2, della sesta direttiva, che concerne lo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per ricavarne introiti aventi un certo carattere di stabilità. Pertanto, nel caso di specie non esiste nemmeno un nesso diretto e immediato tra una specifica operazione a monte e un’operazione a valle che conferisca un diritto alla detrazione, conformemente all’articolo 17, paragrafo 2, lettera a), della sesta direttiva.

Neutralità fiscale e regime delle detrazioni
La Corte ha ripetutamente dichiarato che il principio di neutralità fiscale trova riscontro nel regime delle detrazioni, il quale è inteso a sgravare interamente l’imprenditore dall’onere dell’Iva dovuta o pagata nell’ambito di tutte le sue attività economiche. Il sistema comune dell’Iva garantisce, di conseguenza, la perfetta neutralità dell’imposizione fiscale per tutte le attività economiche, indipendentemente dallo scopo o dai risultati di dette attività, purché queste siano di per sé soggette all’Iva.
Pertanto, il principio di neutralità fiscale non si applica ad una situazione come quella di cui trattasi nel procedimento principale, quando, la cessione a titolo gratuito della clientela ad una società non costituisce un’operazione rientrante nell’ambito di applicazione dell’Iva.
Tale conclusione è suffragata dalla circostanza che, come rileva il governo tedesco, la cessione a titolo gratuito della clientela non può essere equiparata ad altre soluzioni giuridicamente possibili nella normativa nazionale, le quali, in base alla medesima normativa, avrebbero conferito un diritto alla detrazione, ma che il contribuente non ha scelto di propria iniziativa.

Le conclusioni degli eurogiudici
La Corte di giustizia, pronunciandosi sulla questione pregiudiziale sollevata dal giudice nazionale, ha dichiarato  che  gli articoli 4, paragrafi 1 e 2, nonché 17, paragrafo 2, lettera a), della sesta direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 17 maggio 1977, come modificata dalla direttiva 95/7/CE del Consiglio, del 10 aprile 1995, devono essere interpretati, in relazione al principio di neutralità dell’imposta sul valore aggiunto, nel senso che il socio di una società di diritto civile esercente attività di consulenza fiscale, che acquisisca dalla società medesima parte della clientela al solo scopo di cederla direttamente, a titolo gratuito e a fini di attività d’impresa, ad altra società di consulenza fiscale, di nuova costituzione, di cui egli è il socio principale, senza però che tale clientela rientri nel patrimonio della società di nuova costituzione, non ha diritto di detrarre l’imposta sul valore aggiunto versata a monte sull’acquisizione della clientela di cui trattasi.


Fonte: Agenzia Entrate

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“Carried interest” allo straniero, ma la “professionalità” è italiana.

La terza sezione penale della Cassazione, con la sentenza 9635/2014, ha accolto, con rinvio, il ricorso presentato dalla procura della Repubblica contro la decisione di non luogo a procedere emessa dal Gip nei confronti di un professionista accusato di aver sottratto materia imponibile al fisco italiano, utilizzando come intermediaria, nella riscossione dei compensi, una società estera.
Per l’accusa, la società è stata utilizzata come schermo interposto, con l’obiettivo di rivestire “una funzione strettamente passiva, di mera intestataria di negozi giuridici produttivi di reddito, assolvendo la prevalente finalità di occultarne l’effettivo titolare”.
Difatti, lo schema negoziale adottato dall’imputato (acquisizione di pacchetto azionario) e le modalità di attribuzione dei compensi costituivano, a parere della Corte, “un tipico caso di interposizione reale, contrastato dall’articolo 37, terzo comma, del Dpr n. 600 del 1973, idonea a configurare, in capo all’imputato, un’evasione fiscale perpetrata mediante il trasferimento della materia imponibile su un soggetto non residente in Italia”.

Il fatto
La condotta illecita ha origine da un’operazione di acquisizione, da parte di un fondo di rilevanza internazionale, di alcune società, inclusa quella lussemburghese partecipata dall’imputato con il 95% del capitale sociale. In particolare, a quest’ultima, avendo avuto un ruolo decisivo nella conduzione delle trattative di vendita, è stato riconosciuto – da parte degli altri soci cedenti – un corrispettivo definito “carried interest”.

Differente la tesi formulata dall’accusa, secondo la quale il “carried interest” per l’operazione finanziaria svolta è da attribuire unicamente al professionista/imputato e non alla società estera.
Solo lui, difatti, era in grado di perseguire, attraverso la sua consolidata esperienza imprenditoriale e “la sua capacità di condurre le trattative, gli obiettivi di performance fissati negli accordi convenzionali”.
Inoltre, l’imputato è stato il solo “dominus nella conduzione dell’intera trattativa curata per gli interessi della parte venditrice dei titoli azionari”, in quanto la società lussemburghese non disponeva di un’effettiva struttura organizzativa ed era rimasta estranea alle attività di consulenza.

A favore dell’accusa, per altro, è emerso un quadro indiziario coerente e univoco. Da una parte, il “carried interest” è stato riconosciuto anche a due dei più stretti collaboratori dell’imputato; dall’altra, l’imputato si era impegnato a non cedere la propria quota fino al perfezionamento della cessione del pacchetto azionario.

Il Gip ha rigettato la richiesta di rinvio a giudizio, ritenendo che l’intera operazione non fosse elusiva “perché volta semplicemente a sovraremunerare il valore di una partecipazione”.

Il procuratore, conseguentemente, ha presentato ricorso per cassazione, denunciando l’erronea applicazione dell’articolo 37, comma 3, del Dpr 600/1973.

Decisione e osservazioni
La motivazione della sentenza impugnata, osservano i giudici, non può escludere in radice la configurabilità di un’interposizione fittizia penalmente rilevante, “visto che lo stesso giudice di merito ammette che il carried interest (compenso) per l’operazione finanziaria svolta era stato riconosciuto all’imputato a titolo personale”.

Di certo i giudici di merito, nel rigettare la richiesta di rinvio a giudizio, non hanno superato l’obiezione più importante: cioè quella secondo cui le attività andavano ricondotte a prestazioni professionali “personalmente svolte dall’imputato, rispetto alle quali la società estera – la sola destinataria formale dei compensi – è rimasta del tutto estranea”.

Tanto premesso, il principio di diritto che emerge dalla lettura della sentenza è il seguente: l’attribuzione al professionista di situazioni reddituali – formalmente e apparentemente attribuibili a una società estera, considerata mera “interposta” (nella specie, società lussemburghese) – è ammessa in presenza di indizi gravi, precisi e concordanti.

In tal senso dispone anche il dettato normativo: l’articolo 37, comma 3, Dpr 600/1973, infatti, prevede che gli uffici competenti, al fine di accertare l’operazione elusiva, possono avvalersi della “prova per presunzione” (cfr Cassazione, 7338/1999, 10345/2007, 27964/2009), gravando sul contribuente “l’onere di allegare la esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti che giustifichino operazioni in quel modo strutturate” (cfr Corte Cassazione 25374/2008, 1465/2009 20029/2010)”.


Fonte: Agenzia Entrate

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La migliore rateazione “del fare” incassa l’ok al valore retroattivo.

Considerata l’odierna e perdurante crisi economica, il decreto legge 69/2013 (“decreto del fare”), ha introdotto alcune novità di maggior favore per il contribuente in tema di dilazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo.
L’articolo 52 del provvedimento, infatti, ha parzialmente riscritto l’articolo 19 del Dpr 602/1973, che disciplina non solo la dilazione delle somme iscritte a ruolo ma, per il rinvio operato dall’articolo 29 del Dl 78/2010, anche quella degli importi richiesti attraverso atti di accertamento con valore esecutivo.

Già in precedenza, peraltro, il legislatore aveva ridisegnato il meccanismo della rateazione, rendendolo più flessibile con le seguenti misure:
la proroga del piano di rateazione di 72 rate mensili (sei anni) per un ulteriore pari periodo in caso di “comprovato peggioramento” della “temporanea situazione di obiettiva difficoltà” del contribuente
la concessione di rate variabili di importo crescente per ciascun anno, anziché di rate costanti, per consentire al debitore di differire nel tempo lo sforzo finanziario, ossia di versare, all’inizio, rate “più leggere”, nella prospettiva di un successivo miglioramento delle proprie condizioni economiche
la decadenza dal beneficio della rateazione in caso di mancato pagamento di due rate consecutive anziché della sola prima rata
la preclusione, per l’agente della riscossione, di iscrivere ipoteca sui beni del debitore in pendenza del piano di rateazione o dell’esame della relativa istanza.
Ricordiamo inoltre che, con la direttiva del 7 maggio 2013, Equitalia aveva innalzato, da 20mila a 50mila euro, la soglia dell’importo per ottenere la rateazione automaticamente, senza la necessità di dover allegare alcuna documentazione comprovante la situazione di difficoltà economica.

In questo contesto di progressivo “allentamento” della procedura di riscossione coattiva, il “decreto del fare” ha introdotto il cosiddetto “piano di rateazione straordinario”.
Il nuovo comma 1-quinquies dell’articolo 19 del Dpr 602/1973, infatti, prevede che il piano di rateazione in 72 rate mensili e la sua proroga possa essere allungato fino a un massimo di 120 rate mensili. Ciò nel caso in cui il debitore si trovi “per ragioni estranee alla propria responsabilità, in una comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica”.
Il presupposto per la concessione del piano di rateazione straordinario, quindi, non è la mera difficoltà finanziaria del contribuente, ma la grave difficoltà che derivi esclusivamente dalla crisi economica generale e non sia imputabile alla sua responsabilità.
A tale proposito, la norma richiede che nel caso concreto sussistano entrambe le condizioni: l’impossibilità per il contribuente di assolvere al pagamento del credito tributario secondo un piano di rateazione ordinario, e la solvibilità di quest’ultimo misurata in relazione al piano di rateazione straordinario che può essere concesso. Le modalità per accedere a tale piano di rateazione sono state stabilite con decreto del ministro dell’Economia e delle Finanze dell’8 novembre 2013.

I due tipi di piani di rateazione, quello ordinario e quello straordinario, sono alternativi: in caso di mancata concessione di una dilazione straordinaria, il contribuente può comunque chiedere una rateazione ordinaria.

Il “decreto del fare”, inoltre, ha modificato, nel senso più favorevole per il contribuente, la disciplina della decadenza dal beneficio della rateazione, senza peraltro intervenire sui relativi effetti (che consistono nella riscossione immediata e automatica dell’intero importo ancora dovuto e nella preclusione di un’ulteriore rateazione).

Ebbene, è proprio su questa novità che interviene la risoluzione n. 32/E del 19 marzo.
Se infatti, in precedenza, il contribuente perdeva il beneficio della rateazione a seguito del mancato pagamento di due sole rate consecutive, il nuovo comma 3 dell’articolo 19 innalza, da due a otto, il numero delle rate non pagate che determina l’annullamento di tale beneficio.
La norma, tuttavia, specifica che a tal fine rileva il mancato pagamento anche di rate “non consecutive” nel corso dell’intero piano di rateazione. Se quindi da un lato è notevolmente incrementato il numero delle rate non pagate che comporta per il contribuente la decadenza dall’agevolazione della rateazione, dall’altro il legislatore pone rimedio agli eventuali abusi del contribuente in mala fede che, commettendo violazioni ripetute ma non consecutive dell’obbligo di pagamento, poteva così conservare il piano di rateazione concesso.

Premesso ciò, la risoluzione in esame chiarisce l’ambito di applicazione della norma.
In particolare, afferma che la nuova disciplina, cioè l’innalzamento del numero delle rate, da due a otto – anche non consecutive – il cui mancato pagamento determina la decadenza dal beneficio della rateazione, si applica anche ai piani di rateizzazione pendenti - e dunque non decaduti - alla data di entrata in vigore del “decreto del fare”.

L’Agenzia delle Entrate giunge a tale conclusione applicando il medesimo principio espresso circa il piano di rateazione straordinario previsto dal “decreto del fare” a favore del contribuente che si trovi “per ragioni estranee alla propria responsabilità, in una comprovata e grave situazione di difficoltà legata alla congiuntura economica”.
In merito all’applicazione del nuovo piano di rateazione straordinario, infatti, l’articolo 4 del decreto attuativo 6 novembre 2013 ha previsto, come disposizione transitoria, che “i piani di rateazione ordinari e i piani di rateazione in proroga ordinari già accordati alla data di entrata in vigore del presente decreto possono, su richiesta del debitore e in presenza delle condizioni di cui all'art. 3, essere aumentati fino a 120 rate”.

Quindi, l’Agenzia delle Entrate, nel chiarire che la nuova norma sulla decadenza del beneficio della rateazione si applica anche ai piani di rateazione già approvati alla data del 22 giugno 2013 (data di entrate in vigore del decreto del fare), con la risoluzione odierna conferma le prime indicazioni applicative fornite in proposito da Equitalia con la nota dell’1 luglio 2013.


Fonte: Agenzia Entrate

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