mercoledì 27 febbraio 2013

Amministratori e assenze non giustificate.


Domanda
L'art. 2404 c.c. prevede ex lege che il sindaco che, senza giustificato motivo, non ''... omissis ... a due riunioni del collegio, decade dall'ufficio''. Analoga disposizione non è prevista, invece, nei confronti dei componenti dell'organo di gestione in caso di assenze non giustificate durante l'esercizio sociale. Perchè il legislatore ha previsto una tale sanzione "decadenza" così grave solamente nei confronti dei sindaci e non anche nei confronti degli amministratori (forse in considerazione delle diverse funzioni connesse rispettivamente alla governance e/o all'organo di controllo e quindi ampia autonomia statutaria sul punto de quo solo con riferimento agli amministratori)? Quale la correlazione tra il secondo comma dell'art. 2400 c.c. ed il secondo comma dell'art. 2404 c.c. anche in considerazione che la mancata partecipazione alle adunanze costituirebbe sempre una giusta causa?

Risposta
Ai sensi dell'art. 2388 del codice civile, stabilisce, tra l'altro, che:

1. per la validità delle deliberazioni del consiglio di amministrazione è necessaria la presenza della maggioranza degli amministratori in carica, quando lo statuto non richiede un maggior numero di presenti;

2. nello statuto, può essere previsto che la presenza alle riunioni del consiglio avvenga anche mediante mezzi di telecomunicazione;

3. le deliberazioni del consiglio di amministrazione devono essere prese a maggioranza assoluta dei presenti, salvo diversa disposizione dello statuto;

4. le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge o dello statuto possono essere impugnate solo dal collegio sindacale e dagli amministratori assenti o dissenzienti entro 90 giorni dalla data della deliberazione;

tenendo presente, inoltre, che si rende applicabile, in quanto compatibile, l'art. 2378 del codice citato.

In relazione a quanto precede, per la particolare operatività dell'organo amministrativo, non è stata valutata la sussistenza di decadenza dall'ufficio di amministratore in presenza di assenze dalle riunioni di consiglio, in quanto le stesse non pregiudicano gli obiettivi e le finalità attribuite.

In ogni caso, per mera argomentazione, si pone in evidenza che per il buon funzionamento degli organi collegiali si dovrebbe presupporre indiscutibilmente la regolare ed assidua partecipazione alle sedute da parte dei membri che li compongono.

Per tale ragione gli statuti delle società dovrebbero prevedere una clausola di salvaguardia di tenore "tralatizio", che stabilisce la decadenza dall'ufficio di quel membro di organo collegiale che si astenga dal partecipare "senza giustificato motivo" ad una o più riunioni.

Al riguardo, però, le clausole statutarie per lo più non precisano:

- in quale forma ed a chi deve essere fatta pervenire la richiesta di giustificazione dell'assenza; se richiesta deve risultare preventiva o può anche essere postuma;

- chi ha la competenza di valutarne la legittimità e/o il merito e in relazione a quali criteri e parametri;

- in quale sede deve avvenire il controllo.

Inoltre, il problema, dal punto di vista operativo e pratico, può essere solamente rinviato, senza trovare una soluzione, quando, magari, viene asserito che "l'assenza di una previsione espressa di per sé non inficia le disposizioni statutarie, che devono ovviamente essere coordinate, nel momento dell'interpretazione e dell'applicazione, con i dettami comuni" (T.a.r. Lombardia, 13 marzo 1995, n. 355).


Fonte: IPSOA

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Collaborazione a progetto: requisiti di genuinità.


Al fine di uniformare l'attività di vigilanza in materia di rapporti parasubordinati a progetto, il Ministero del lavoro, riprendendo le novità introdotte dalla Riforma del mercato del lavoro, fornisce, ai propri ispettori, le linee guida per riconoscere una collaborazione coordinata e continuativa genuina rispetto a pseudo rapporti autonomi che non ne hanno i requisiti e che devono, necessariamente, essere ricondotti nell'alveo dei rapporti di lavoro subordinati.
Al fine di uniformare il comportamento del proprio personale ispettivo, il Ministero del lavoro, con la circolare n. 29 dell’11 dicembre 2012 (vedila a pag. 336), e` intervenuto per fornire alcuni chiarimenti interpretativi sulle novita` introdotte in materia di collaborazione a progetto. Le novita` sono state apportate, alla normativa storica (art. 61 e seguenti del decreto legislativo n. 276/2003 - c.d. Riforma Biagi), dalla legge n. 92/2012 (c.d. Riforma del Mercato del Lavoro) ed hanno interessato alcuni aspetti fondamentali di tale tipologia contrattuale, quali il requisito del progetto, il corrispettivo dovuto al collaboratore, il diritto di recesso e gli aspetti sanzionatori. Proprio nell’ottica di una rimodulazione della disciplina in essere, il Ministero ha cercato di porre chiarezza sui vari argomenti, al fine di un corretto svolgimento dell’attivita` di vigilanza.
Requisiti di validita` del contratto
Esistenza di uno o piu` progetti
Uno degli elementi fondamentali per la validita` del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa e` l’esistenza di uno o piu` progetti specifici, determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore. La mancanza di questo elemento determina la costituzione, in capo al committente, di un rapporto di lavoro di natura subordinata a tempo indeterminato. La normativa attuale evidenzia la necessita` di una piu` analitica indicazione e descrizione del progetto da realizzare. Si dovra` avere visione del contenutocaratterizzante del risultato finale che si intende conseguire. Quindi, in definitiva, vidovra` essere una maggiore consapevolezza dei termini del progetto ed un collegamento ben evidente sul risultato finale da conseguire. Dovra` essere chiara ed inequivocabile l’attivita` prestata dal collaboratore in relazione allaquale si sottende il raggiungimento di un determinato risultato che, a sua volta, dovra` essere obiettivamente verificabile dagli organi di vigilanza. La mancanza di questo collegamento: attivita` prestata e risultato finale, potra` portare al disconoscimento del rapporto di collaborazione in essere. Il Ministero, in pratica, sottolinea la necessita` che la collaborazione porti alla realizzazione, in un determinato arco temporale, di una determinata «realta` materiale» enfatizzata dal progetto predisposto dalle parti. In definitiva, con il nuovo quadro normativo di riferimento, risulta imprescindibile l’individuazione di un «risultato finale» che sia idoneo a realizzare uno specifico e circoscritto interesse del committente.


Fonte: IPSOA

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Corte Ue, no a detrazione Iva su prestazioni per servizi forensi.


La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 17, par. 2, lettera a), della sesta direttiva  n. 77/388/CEE. In base a detta disposizione normativa “nella misura in cui beni e servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni soggette ad imposta, il soggetto passivo è autorizzato a detrarre dall’imposta di cui è debitore: l’Iva dovuta o assolta per le merci che gli sono o gli saranno fornite  e per i servizi che gli sono o gli saranno prestati da un altro soggetto passivo”.

L'origine della controversia
La questione è stata sollevata nell’ambito di una controversia tra un contribuente tedesco e l’amministrazione finanziaria tedesca in merito al diritto alla detrazione dell’Iva versata a  monte da un contribuente sugli onorari forensi relativi a un procedimento penale, promosso nei suoi confronti nella sua qualità di amministratore e socio principale di una società a responsabilità limitata.

La fattispecie  e la questione pregiudiziale  
Il contribuente tedesco è un imprenditore individuale e socio di maggioranza di una società che effettua lavori edili soggetti a Iva; l’imprenditore risulta legato alla società da una convenzione di integrazione fiscale, così da essere considerato alla stregua di un unico soggetto passivo. In tal modo, il contribuente, in qualità di impresa integrante si assumeva gli obblighi di natura fiscale del gruppo di imprese di cui faceva parte la società.
In seguito alla esecuzione di un appalto di lavori aggiudicato in favore della società, veniva avviato un procedimento penale nei confronti dell’imprenditore, che, come impresa integrante della società edile, procedeva alla detrazione dell’Iva che gravava sulle fatture relative agli onorari corrisposti agli avvocati che avevano assunto la sua difesa. Al riguardo, l’Amministrazione finanziaria tedesca riteneva che l’IVA in questione non fosse detraibile emettendo pertanto un avviso di rettifica nei confronti dell’imprenditore.
Quest’ultimo adiva la competente autorità giurisdizionale che sottoponeva alla Corte Ue la seguente questione pregiudiziale: se il nesso diretto e immediato assunto dalla giurisprudenza della Corte quale elemento determinante nell’interpretazione della nozione di “ai fini di sue operazioni soggette ad imposta” di cui all’articolo 17 della sesta direttiva debba essere individuato:
in base al contenuto oggettivo della prestazione acquistata dal soggetto passivo (nel caso in esame l’attività difensiva di un avvocato volta ad evitare che una persona fisica sia sottoposta a condanna penale);
in base ai motivi che hanno determinato l’acquisto della prestazione (nel caso in esame l’attività economica del soggetto passivo nell’ambito della quale sarebbe stato commesso un reato da parte di una persona fisica).

Le valutazioni della Corte
Il diritto a detrarre l’Iva che grava sull’acquisto di beni e servizi a monte presuppone che le spese compiute facciano parte degli elementi costitutivi del prezzo delle operazioni tassate a valle che conferiscono il diritto alla detrazione.
Tuttavia, il diritto alla detrazione è ammessa anche a favore del soggetto passivo anche in mancanza di un  nesso diretto e immediato tra una operazione a monte e una o più operazioni a valle, che conferiscono il diritto alla detrazione quando i costi dei servizi in questione fanno parte delle spese generali del suddetto passivo e, in quanto tali, sono elementi costitutivi del prezzo dei beni o dei servizi che esso fornisce.  
Quanto al criterio del nesso diretto, spetta ai giudici nazionali prendere in considerazione tutte le circostanze in presenza delle quali si sono svolte le operazioni da esaminare e tenere conto unicamente delle operazioni che sono oggettivamente connesse all’attività imponibile del soggetto passivo.
Con riferimento al caso di specie, in primo luogo, le prestazioni di servizi forensi erano volte direttamente ed immediatamente a tutelare gli interessi privati dei due imputati accusati di infrazioni riconducibili al loro comportamento personale.
Del resto, i procedimenti penali sono stati diretti unicamente contro gli imputati a titolo personale e non nei confronti della società, laddove sarebbe stato possibile intentare il procedimento anche contro detta società.
Il giudice ne trae la conclusione che le spese relative a tali prestazioni non possono essere considerate sostenute ai fini del complesso delle attività imponibili della società.
Inoltre, il giudice rileva che, nei limiti in cui le prestazioni non sarebbero state fornite dai due avvocati interessati se la società non avesse svolto un’attività che genera fatturato e pertanto imponibile, sussisterebbe un nesso causale tra le spese relative a tali prestazioni e il complesso dell’attività economica della società.
Tuttavia, tale nesso non può essere considerato come costitutivo di un nesso immediato e diretto. Non sussiste, infatti, un nesso giuridico tra i procedimenti penali e la società; da ciò deriva che  tali prestazioni devono essere considerate fornite interamente al di fuori delle attività imponibili della società.
Risulta inoltre irrilevante, ai fini della interpretazione e dell’applicazione delle disposizioni relative all’Iva la circostanza per la quale il diritto civile nazionale obbliga una impresa a sopportare le spese inerenti alla difesa, in ambito penale, degli interessi dei suoi organi.
Rileva unicamente la relazione oggettiva tra le prestazioni fornite e l’attività economica imponibile del soggetto passivo.

Le conclusioni della Corte    
Ne deriva che la sussistenza di un nesso diretto e immediato tra una determinata operazione e il complesso delle attività del soggetto passivo, per determinare se i beni  e i servizi siano stati usati da quest’ultimo ai fini di sue operazioni soggette ad imposta, di cui all’articolo 17 della sesta direttiva, dipende dal contenuto oggettivo del bene  o del servizio acquistato dal soggetto passivo stesso. Le prestazioni di servizi forensi, volte a evitare sanzioni penali nei confronti delle persone fisiche, amministratori di una impresa soggetta ad imposta, non conferiscono all’impresa il diritto di portare in detrazione, come imposta  a  monte, l’Iva dovuta sulle prestazioni fornite.


Fonte: Agenzia Entrate

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Successione e agevolazioni “prima casa”.


In sede di successione ho beneficiato della riduzione delle imposte ipotecaria e catastale per un immobile, su cui mia madre ha il diritto di abitazione. Dovendo comprare un altro appartamento, posso usufruire delle agevolazioni prima casa?

Per i trasferimenti della proprietà di case non di lusso e per la costituzione o il trasferimento di diritti su di esse, derivanti da successione o donazione, il contribuente, in presenza dei necessari requisiti, può avvalersi della possibilità di versare le imposte ipotecaria e catastale in misura fissa. La fruizione dell’agevolazione non preclude la possibilità, in sede di successivo acquisto a titolo oneroso di altra abitazione, di godere dei benefici “prima casa”, dal momento che i presupposti che legittimano l’acquisto del bene in regime agevolato sono diversi (circolare del n. 44/2001).


Fonte: Agenzia Entrate

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La Snc che aderisce al condono vincola alla rettifica anche i soci.


L’intervenuta definizione del reddito da parte delle società di persone costituisce titolo per l’accertamento, ai sensi dell’articolo 4-bis del Dpr n. 600/1973, nei confronti dei soci che non hanno definito i redditi prodotti in forma associata; principio questo applicabile anche in relazione ai periodi d’imposta anteriori all’entrata in vigore della legge di conversione del Dl n. 79/1997.
Queste le argomentazioni contenute nella sentenza della Cassazione n. 2923 del 7 febbraio, con la quale la Corte, accogliendo il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, ha dato continuità a un orientamento giurisprudenziale da ritenersi ormai consolidato (Cassazione, sentenze n. 14418/2005, n. 26476/2008, n. 2783/2009, 14926/2011).

Il giudizio di merito
Un contribuente propone ricorso avverso un avviso di accertamento Irpef, anno di imposta 1993, con il quale l’ufficio finanziario, a fronte della definizione concordata operata da una Snc di un maggior reddito per lo stesso anno di imposta – ai sensi dell’articolo 3 del Dl n. 564/1994 (cosiddetto concordato di massa) – gli contesta, nella sua qualità di socio di detta società di persone con una quota pari al 20% del capitale sociale, di non avere correttamente indicato, in conformità, il proprio reddito di partecipazione, imputatogli quindi d’ufficio, ai sensi dell’articolo 5 del Tuir.

I giudici di prime cure accolgono il ricorso, mentre quelli d’appello respingono il successivo gravame proposto dall’Amministrazione finanziaria.
In particolare, secondo i giudici di secondo grado, il reddito societario concordato, risultante dalla rettifica operata a carico della società, non poteva essere esteso anche ai soci che hanno scelto di non avvalersi delle agevolazioni previste dalla legge.

Nel ricorso di legittimità proposto avverso tale sentenza, l’Agenzia delle Entrate lamenta, tra le altre, la violazione e la falsa applicazione di norme di diritto, in particolare, degli articoli 5 del Tuir (tassazione per trasparenza delle società di persone), 3 del Dl n. 564/1995 (definizione anni pregressi) e 9-bis, comma 18, del Dl n. 79/1997 (secondo cui “l’intervenuta definizione da parte delle società od associazioni di cui all’articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi,…ovvero da parte del titolare di azienda coniugale non gestita in forma societaria costituisce titolo per l’accertamento, ai sensi dell’articolo 41-bis del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e successive modificazioni e integrazioni, nei confronti delle persone fisiche che non hanno definito i redditi prodotti in forma associata…”).

La decisione della Cassazione
La Corte suprema accoglie il ricorso e cassa con rinvio la sentenza di appello.
In primis, i giudici di piazza Cavour affrontano la pregiudiziale relativa al litisconsorzio necessario tra soci e società di persone, dando seguito all’orientamento giurisprudenziale “…secondo il quale, ‘in tema di imposte sui redditi, una volta divenuto incontestabile il reddito della società di persone a seguito della definizione agevolata di cui al D.L. 28 marzo 1997, n. 79, art. 9 bis,…, nel giudizio di impugnazione promosso dal socio avverso l’avviso di rettifica del reddito da partecipazione non è configurabile un litisconsorzio necessario con la società e gli altri soci’ (Cass. n. 2827/2010)”.

In sostanza, per la Cassazione, “…l’esigenza di unitarietà dell’accertamento – che giustappunto identifica la ratio del litisconsorzio necessario anche nella peculiare ottica rilevante in materia (sez. un. 14815/2008), ove la inscindibilità è determinata dall’oggetto del ricorso nello specifico nesso tra atto impositivo e contestazione del contribuente (e v. infatti Cass. S.U.1052/2 0 07) – viene meno con l’intervenuta definizione da parte della società, costituente titolo per l’accertamento nei confronti delle persone fisiche…”.

Ne consegue che, non vertendo la controversia sulla qualità di socio ma unicamente sugli effetti della definizione agevolata da parte della società su ciascuno dei soci, “…ognuno di questi può opporre, a una definizione che costituisce titolo per l’accertamento nei suoi confronti, soltanto ragioni di impugnativa specifiche e quindi di carattere personale (Cass. 14926/2011)”.

Passando al merito, i giudici di legittimità confermano l’orientamento in base al quale il disposto fissato dall’articolo 9-bis, comma 18, del Dl n. 79/1997 – secondo cui l’intervenuta definizione del reddito da parte delle società di persone costituisce titolo per l’accertamento nei confronti delle persone fisiche che non hanno definito i redditi prodotti in forma associata – “…deve ritenersi applicabile anche in relazione ai periodi d’imposta anteriori all’entrata in vigore della predetta L. n. 140 del 1997”.
Infatti, sulla base del principio di trasparenza, contenuto nell’articolo 5 del Tuir, il reddito della società di persone – ossia, di quelle società ed enti che, seppur dotati di autonomia patrimoniale sotto il profilo civilistico, non possiedono una autonoma soggettività passiva tributaria ai fini Irpef – è imputato automaticamente e direttamente, in misura proporzionale alla rispettiva quota di partecipazione agli utili, ai soci, indipendentemente dalla effettiva percezione.
Trattasi, nello specifico, di “…una presunzione legale di avvenuta percezione di tali utili (Cass. nn. 2899/2002, 2699/2002), vincibile soltanto mediante adeguata prova del contrario, il cui onere grava sul contribuente socio”.

Tuttavia, continua la Corte, se è vero che la dichiarazione dei redditi presentata dalla società di persone è meramente strumentale all’applicazione dell’Irpef a carico dei singoli soci, va ricordato che “…le società di persone e le associazioni professionali hanno un’autonoma soggettività tributaria ai fini IRAP (e, prima dell’introduzione di detta imposta, ILOR), cosicché la dichiarazione dei redditi redatta e presentata dalla società ha la duplice funzione di strumento per la determinazione del reddito attribuibile a ciascun socio, ai fini IRPEF, e di strumento per la determinazione dell’IRAP dovuta dalla società, in via esclusiva, quale autonomo soggetto”.

Pertanto, laddove il socio di società di persone non abbia dichiarato, per la parte di sua spettanza, il reddito societario nella misura risultante dalla rettifica operata dall’Amministrazione finanziaria a carico della società – a titolo di Irap – lo stesso è tenuto al pagamento del supplemento di Irpef dovuto (Cassazione, sentenze n. 125/1993, n. 2699/2002, n. 9461/2002).
Ne discende il principio di diritto per cui, a fronte dell’intervenuta definizione dell’accertamento con adesione da parte di una società di persone, “…deve ritenersi che al socio è attribuita per la medesima annualità la quota parte dell’imponibile risultante dall’imposta versata dalla società per la definizione della lite fiscale, costituendo, l’imputazione detta, un riflesso della corretta applicazione del principio di trasparenza di cui all’art. 5 del T.U.I.R.”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Le istanze di rimborso per l'IRAP sul costo del lavoro non dedotta integralmente.


Il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate 17 dicembre 2012 e le istruzioni per la compilazione dell'istanza di rimborso delle maggiori imposte sui redditi versate a causa della mancata deduzione dell'IRAP relativa al costo del lavoro hanno fornito alcuni importanti chiarimenti, rilevanti anche ai fini della compilazione di UNICO 2013, ma restano ancora da chiarire le modalità di individuazione dell'IRAP deducibile analiticamente e l'ammontare degli stanziamenti previsti.
Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate 17 dicembre 2012  ha approvato il modello per l’istanza di rimborso delle maggiori imposte sui redditi versate a causa della mancata deduzione dell’IRAP relativa al costo del lavoro ed ha fornito importanti chiarimenti in merito alle modalità di calcolo della nuova deduzione analitica e di quella forfetaria spettante in caso di sostenimento di interessi passivi.
Sul sito dell’Agenzia delle entrate è stato poi reso disponibile il 3 gennaio 2013 il programma da utilizzare per compilare l’istanza di rimborso. L’art. 2, comma 1, del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, ha previsto, al fine di ridurre il costo del lavoro e favorire l’occupazione, la deduzione integrale, in sede di determinazione del reddito d’impresa e di quello di lavoro autonomo, dell’IRAP dovuta in relazione alle spese per il personale dipendente ed assimilato.
La deduzione, che si applica a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2012, consente agli esercenti arti e professioni e alle imprese labour intensive di ottenere una maggiore riduzione del carico fiscale sul costo del lavoro rispetto alla precedente norma che stabiliva la deduzione del 10%, dell’IRAP forfetariamente riferita all’imposta dovuta sulla quota imponibile delle dette spese per il personale. Quest’ultima disposizione è stata, infatti, abrogata dal comma 1-bis dell’art. 2 del D.L. n. 201/2011 con riguardo alle spese in esame, e resta, pertanto, applicabile soltanto in caso di sostenimento di interessi passivi ed oneri assimilati.
L’art. 4, comma 12, del D.L. 2 marzo 2012, n. 16 ha poi stabilito che l’IRAP versata in relazione al costo del lavoro è deducibile in sede di determinazione del reddito d’impresa o di lavoro autonomo anche anteriormente al 2012.
L’Agenzia delle entrate aveva fornito, nella circolare 19 giugno 2012, n. 25/E, un primo chiarimento in relazione alla normativa in esame, in merito alla quale erano restate, però, ancora aperte alcune importanti questioni, affrontate dall’Assonime nella circolare del 28 maggio 2012, n. 14. Il provvedimento del 17 dicembre 2012 e le istruzioni per la compilazione dell’istanza di rimborso hanno dato soluzione ad alcune problematiche, rilevanti anche ai fini della compilazione di UNICO 2013, ma restano ancora da chiarire le modalità di  individuazione dell’IRAP deducibile analiticamente e l’ammontare degli stanziamenti previsti.


Fonte: IPSOA

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Licenziamento per giusta causa per false dichiarazioni nel certificato di infortunio.


Domanda
Nel caso di un dipendente che descrivendo la circostanza dell'infortunio nel certificato di infortunio dichiara che 'ha dolore al braccio a seguito di utilizzo di utensile da legno' e che, invece, non ha mai utilizzato l'utensile da legno così come da dichiarazione firmata da tutti i dipendenti che lavorano nel reparto con lui nella quale si dichiara che nella giornata dell'infortunio, il dipendente in questione, è stato adibito alle sue solite mansioni e che quindi nulla hanno a che vedere con l'utilizzo dell'utensile da legno specificato nel certificato è possibile intimare un licenziamento per giusta causa, quale le false dichiarazioni nel certificato?

Risposta
Per rispondere al quesito occorre riprendere la nozione legale e giurisprudenziale di "giusta causa" di licenziamento . Ai sensi dell'art. 2119 c.c. la "giusta causa" ricorre quando la lesione del vincolo fiduciario che lega il lavoratore al datore sia di intensità tale da non consentire la prosecuzione "neanche provvisoria" del rapporto di lavoro.

La giurisprudenza ha più volte sottolineato che requisito fondamentale per la legittimità del licenziamento per giusta causa è la "proporzionalità" tra la sanzione espulsiva e la condotta del lavoratore ed ha ricondotto la complessa valutazione della gravità dell'infrazione ad una serie di criteri: l'esistenza o meno di precedenti disciplinari, la posizione del dipendente nell'organizzazione aziendale, il grado di affidamento richiesto dalla specifica mansione del dipendente, l'entità del danno provocato all'impresa, la modalità di commissione del fatto.

Inoltre, il novellato art. 18 dello Statuto dei Lavoratori individua espressamente un ulteriore criterio per valutare la legittimità del licenziamento per giusta causa: il fatto non deve rientrare "tra le condotte punibili con una sanzione conservativa" in base alle previsioni dei contratti collettivi.

Ciò posto, nel caso di specie c'è stata, sì, una grave lesione del vincolo fiduciario perché il dipendente ha certificato di aver subìto un infortunio per l'utilizzo di un utensile di legno che, in realtà, non ha mai utilizzato. Ma ciò non basta per ritenere legittimo un licenziamento in tronco. Se si dovesse accertare che ad essere falso è l'infortunio, a prescindere dal mezzo che l'ha causato, ricorrerebbe una ipotesi che la giurisprudenza ha ricondotto alla nozione di giusta causa. Occorrerà, dunque, considerare il complesso delle circostanze indicate e, in caso di dubbio, propendere per la sanzione disciplinare più grave prevista dal contratto collettivo.


Fonte: IPSOA

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martedì 26 febbraio 2013

Inerenza, se non a prima vista spetta al contribuente provarla.


In applicazione del principio desumibile dall'articolo 2697 c.c., spetta al contribuente dare la prova dell'inerenza dei costi e della loro riconducibilità all'ordinario esercizio dell'attività d'impresa, dovendosi ritenere inerente ciò che - sul piano dei costi e delle spese - appartiene alla sfera dell'impresa, in quanto sostenuto nell'intento di fornire a quest'ultima un'utilità, anche in modo indiretto, (cfr. Cassazione n. 26851/09 e n. 18930/11). Il concetto di inerenza è, invero, nozione di origine economica, legata all'idea del reddito come entità calcolata al netto dei costi sostenuti per la sua produzione, che, nel campo fiscale, si traduce in un risparmio di imposta e in relazione alla cui sussistenza, ove si abbia riguardo a spese intrinsecamente necessarie alla produzione del reddito dell'impresa, non incombe alcun ulteriore onere della prova in capo al contribuente, gravando sull'amministrazione finanziaria l'onere della prova della non inerenza dei costi astrattamente riconducibi1i all'attività d'impresa (cfr. Cassazione n. 6548/2012). L'onere della prova a carico del contribuente si riferisce, quindi, alla strumentalità della spesa rispetto all'attività di impresa, qualora il costo non risulti di chiara evidenza in considerazione della sua stessa natura. Non è, infatti, in linea di principio, inerente all'impresa tutto ciò che si può ricondurre alla sfera personale o familiare dell'imprenditore, ovvero del socio o del terzo. Provata dal contribuente la astratta riconducibilità della spesa o del costo all'impresa, dovrà l'Amministrazione - che intenda disconoscerne l'inerenza all'attività di impresa, al fine di inferirne la sussistenza di un maggior reddito tassabile in capo al contribuente - fornire la relativa dimostrazione in giudizio.

Sentenza n. 3340 del 12 febbraio 2013 (udienza 12 dicembre 2012)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Adamo Mario - Est. Chindemi Domenico
Redditi d’impresa – Costi deducibili – Oneri non strettamente attinenti all’attività svolta – Prova dell’inerenza a carico del contribuente


Fonte: Agenzia Entrate

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Test d’ingresso alle facoltà.


Sono detraibili le spese per un corso di preparazione ai test universitari per l’accesso programmato ai corsi di laurea?

Con la risoluzione n. 87/E del 2008, l’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto la detraibilità del contributo versato per partecipare ai test di accesso a un corso di laurea, in quanto lo svolgimento della prova di preselezione, se richiesto dall’ordinamento universitario, costituisce una condizione indispensabile per l’ammissione a corsi di istruzione universitaria. La spesa per l’eventuale corso di preparazione ai test, invece, non rientra tra le spese di frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria, detraibili ai sensi dell’articolo 15, comma 1, lettera e), del Tuir.


Fonte: Agenzia Entrate

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In un sintetico e comodo pieghevole tutti i servizi via web dell’Agenzia.


Pagare imposte tasse e contributi, inviare la dichiarazione dei redditi, accedere al Cassetto fiscale, calcolare il bollo auto, sono soltanto alcune delle opportunità offerte dai servizi telematici dell’Amministrazione finanziaria. In un pratico pieghevole, l’Agenzia delle Entrate mette in chiaro, con poche ma essenziali informazioni, tutte le operazioni e applicazioni eseguibili dal proprio computer, da casa o dall’ufficio, senza affrontare file allo sportello.

Entratel e Fisconline, ad esempio, sappiamo tutti che sono i due canali telematici di accesso ai servizi informatici delle Entrate, ma la brochure scende nel particolare e mette in chiaro, in modo schematico, le potenzialità dell’uno e dell’altro e le rispettive platee di utenti.
Un'altra operazione che può spaventare i contribuenti meno esperti, al punto di farli rinunciare a servirsi del pc per, ad esempio, registrare un contratto di affitto, è la richiesta del Pin all’Amministrazione. Dal pieghevole è facile capire che si tratta di una procedura molto semplice. Il depliant sintetizzata in pochi punti le diverse modalità di richiesta del codice ed elenca le opportunità offerte dall’apertura di questo canale privilegiato con l’Agenzia. L'dentificativo non serve, infatti, soltanto a effettuare versamenti con l’F24 o a trasmettere dichiarazioni, ma anche, per esempio, a comunicare le coordinate per un rimborso, ricevere assistenza su cartelle di pagamento, accedere al Cassetto fiscale.
E, a proposito di quest’ultimo servizio, dalla brochure sappiamo che, nel Cassetto, troviamo, le dichiarazioni presentate, i dati catastali dei nostri immobili, i versamenti effettuati con F23 e F24 e tante altre notizie che ci riguardano.

Il dialogo on line non avviene, però, soltanto tramite Pin. Il codice non occorre ad esempio, per il duplicato della tessera sanitaria e per calcolo del bollo auto. L’elenco completo, inutile forse ripeterlo, nel pieghevole dell’Agenzia.


Fonte: Agenzia Entrate

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Licenziamento per giusta causa per false dichiarazioni nel certificato di infortunio.


Domanda
Nel caso di un dipendente che descrivendo la circostanza dell'infortunio nel certificato di infortunio dichiara che 'ha dolore al braccio a seguito di utilizzo di utensile da legno' e che, invece, non ha mai utilizzato l'utensile da legno così come da dichiarazione firmata da tutti i dipendenti che lavorano nel reparto con lui nella quale si dichiara che nella giornata dell'infortunio, il dipendente in questione, è stato adibito alle sue solite mansioni e che quindi nulla hanno a che vedere con l'utilizzo dell'utensile da legno specificato nel certificato è possibile intimare un licenziamento per giusta causa, quale le false dichiarazioni nel certificato?

Risposta
Per rispondere al quesito occorre riprendere la nozione legale e giurisprudenziale di "giusta causa" di licenziamento . Ai sensi dell'art. 2119 c.c. la "giusta causa" ricorre quando la lesione del vincolo fiduciario che lega il lavoratore al datore sia di intensità tale da non consentire la prosecuzione "neanche provvisoria" del rapporto di lavoro.

La giurisprudenza ha più volte sottolineato che requisito fondamentale per la legittimità del licenziamento per giusta causa è la "proporzionalità" tra la sanzione espulsiva e la condotta del lavoratore ed ha ricondotto la complessa valutazione della gravità dell'infrazione ad una serie di criteri: l'esistenza o meno di precedenti disciplinari, la posizione del dipendente nell'organizzazione aziendale, il grado di affidamento richiesto dalla specifica mansione del dipendente, l'entità del danno provocato all'impresa, la modalità di commissione del fatto.

Inoltre, il novellato art. 18 dello Statuto dei Lavoratori individua espressamente un ulteriore criterio per valutare la legittimità del licenziamento per giusta causa: il fatto non deve rientrare "tra le condotte punibili con una sanzione conservativa" in base alle previsioni dei contratti collettivi.

Ciò posto, nel caso di specie c'è stata, sì, una grave lesione del vincolo fiduciario perché il dipendente ha certificato di aver subìto un infortunio per l'utilizzo di un utensile di legno che, in realtà, non ha mai utilizzato. Ma ciò non basta per ritenere legittimo un licenziamento in tronco. Se si dovesse accertare che ad essere falso è l'infortunio, a prescindere dal mezzo che l'ha causato, ricorrerebbe una ipotesi che la giurisprudenza ha ricondotto alla nozione di giusta causa. Occorrerà, dunque, considerare il complesso delle circostanze indicate e, in caso di dubbio, propendere per la sanzione disciplinare più grave prevista dal contratto collettivo.


Fonte: IPSOA

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Le istanze di rimborso per l'IRAP sul costo del lavoro non dedotta integralmente.


Il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle entrate 17 dicembre 2012 e le istruzioni per la compilazione dell'istanza di rimborso delle maggiori imposte sui redditi versate a causa della mancata deduzione dell'IRAP relativa al costo del lavoro hanno fornito alcuni importanti chiarimenti, rilevanti anche ai fini della compilazione di UNICO 2013, ma restano ancora da chiarire le modalità di individuazione dell'IRAP deducibile analiticamente e l'ammontare degli stanziamenti previsti.
Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate 17 dicembre 2012  ha approvato il modello per l’istanza di rimborso delle maggiori imposte sui redditi versate a causa della mancata deduzione dell’IRAP relativa al costo del lavoro ed ha fornito importanti chiarimenti in merito alle modalità di calcolo della nuova deduzione analitica e di quella forfetaria spettante in caso di sostenimento di interessi passivi.
Sul sito dell’Agenzia delle entrate è stato poi reso disponibile il 3 gennaio 2013 il programma da utilizzare per compilare l’istanza di rimborso. L’art. 2, comma 1, del D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, ha previsto, al fine di ridurre il costo del lavoro e favorire l’occupazione, la deduzione integrale, in sede di determinazione del reddito d’impresa e di quello di lavoro autonomo, dell’IRAP dovuta in relazione alle spese per il personale dipendente ed assimilato.
La deduzione, che si applica a decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2012, consente agli esercenti arti e professioni e alle imprese labour intensive di ottenere una maggiore riduzione del carico fiscale sul costo del lavoro rispetto alla precedente norma che stabiliva la deduzione del 10%, dell’IRAP forfetariamente riferita all’imposta dovuta sulla quota imponibile delle dette spese per il personale. Quest’ultima disposizione è stata, infatti, abrogata dal comma 1-bis dell’art. 2 del D.L. n. 201/2011 con riguardo alle spese in esame, e resta, pertanto, applicabile soltanto in caso di sostenimento di interessi passivi ed oneri assimilati.
L’art. 4, comma 12, del D.L. 2 marzo 2012, n. 16 ha poi stabilito che l’IRAP versata in relazione al costo del lavoro è deducibile in sede di determinazione del reddito d’impresa o di lavoro autonomo anche anteriormente al 2012.
L’Agenzia delle entrate aveva fornito, nella circolare 19 giugno 2012, n. 25/E, un primo chiarimento in relazione alla normativa in esame, in merito alla quale erano restate, però, ancora aperte alcune importanti questioni, affrontate dall’Assonime nella circolare del 28 maggio 2012, n. 14. Il provvedimento del 17 dicembre 2012 e le istruzioni per la compilazione dell’istanza di rimborso hanno dato soluzione ad alcune problematiche, rilevanti anche ai fini della compilazione di UNICO 2013, ma restano ancora da chiarire le modalità di  individuazione dell’IRAP deducibile analiticamente e l’ammontare degli stanziamenti previsti.


Fonte: IPSOA

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lunedì 25 febbraio 2013

Quesito: ristrutturazione casa.


devo ristrutturare casa, e vovveri utilizzare le agevolazioni quelle che scadono il 30giugno del 50%, però alcuni aspetti sono poco chiari:
1. mi pare di avere capito che devo pagare con bonifico bancario o postale, il che significa che ci sarà una ritenuta di acconto del 4%, questo significa che ogni 1000,00 euro io perderò 40 euro? e non potrò recuperarli?
2. cosa posso in concreto ristrutturare del mio appartamento? posso cambiare il pavimento?, l'impianto igienico-sanitario? le porte interne? la manodopera per realizzare tutte queste opere?
3. gli infissi esterni mi pare di avere capito che fanno parte di un altro capitolo, che non ha nulla a che fare con le ristrutturazioni e che possono essere detratti fino al 55%, ho capito bene?
4. le spese per la direzione dei lavori, sono assimilabili alla detrazione?
5. le spese per il consulente che segue la pratica sono pure detraibili?

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Quesito: iva al 4 % per impianti fotovoltaici.

volevo sapere se un proprietario di prima casa con licenza edilizia in essere puo' usufruire dell'iva al 4%

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I soci della Snc non escono illesi dalla sanatoria dell’azienda.


Come già chiarito da questa Corte (Cass. n. 14418/2005, Cass. 26476/2008 e Cass.14926/2011), il principio sancito dal Dl n. 79 del 1997, convertito dalla legge n. 140 del 1997, art. 9-bis, comma 8, secondo cui l'intervenuta definizione del reddito da parte delle società di persone costituisce titolo per l'accertamento, ai sensi del Dpr n. 600 del 1973, articolo 41-bis, nei confronti delle persone fisiche che non hanno definito i redditi prodotti in forma associata, deve ritenersi applicabile anche in relazione ai periodi d'imposta anteriori all'entrata in vigore della predetta legge n. 140 del 1997. Invero, in forza del principio di trasparenza dettato dall'articolo 5 del Tuir, il reddito delle società di persone (nonché delle associazioni professionali e delle imprese familiari), enti che, pur dotati di autonomia patrimoniale sotto il profilo civilistico, non possiedono una autonoma soggettività passiva tributaria ai fini Irpef, è imputato automaticamente e direttamente, in misura proporzionale alla rispettiva quota di partecipazione agli utili, ai soci, indipendentemente dalla effettiva percezione. Il che equivale ad ammettere la sussistenza di una presunzione legale di avvenuta percezione di tali utili (Cass. nn. 2899/2002 e 2699/2002), superabile soltanto mediante adeguata prova del contrario, il cui onere grava sul contribuente socio. La dichiarazione dei redditi presentata dalla società di persone è dunque meramente strumentale all'applicazione dell'imposta Irpef a carico dei soci. Va tuttavia rammentato che le società di persone e le associazioni professionali hanno un'autonoma soggettività tributaria ai fini Irap (e, prima dell'introduzione di detta imposta, Ilor), cosicché la dichiarazione dei redditi redatta e presentata dalla società ha la duplice funzione di strumento per la determinazione del reddito attribuibile a ciascun socio, ai fini Irpef e di strumento per la determinazione dell'Irap dovuta dalla società, in via esclusiva, quale autonomo soggetto.

Sentenza n. 2923 del 7 febbraio 2013 (udienza 7 dicembre 2012)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Pivetti Marco - Est. Iofrida Giulia
Irpef – Redditi di partecipazione – Imputazione ai soci o associati per trasparenza – Definizioni agevolate promosse dalla società – Imputazione delle somme dovute ai soci o associati


Fonte: Agenzia Entrate

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Acconto per la cedolare secca.


Ho acquistato un appartamento a ottobre 2011, dato in locazione a febbraio 2012 con opzione per la cedolare secca. E’ corretto non aver pagato l’acconto e versare l’intero importo a giugno 2013?

Il provvedimento dell’Agenzia delle entrate 7 aprile 2011 ha stabilito che, a partire dal periodo di imposta 2012, il versamento dell’acconto, pari al 95% dell’imposta dovuta per l’anno precedente, deve essere effettuato in unica soluzione entro il 30 novembre, se inferiore a euro 257,52, o in due rate (il 40% entro il 16 giugno ovvero entro il 16 luglio con la maggiorazione dello 0,40%, il restante 60% entro il 30 novembre), se l’importo dovuto è almeno pari a 257,52 euro. Se dunque per l’anno precedente non risulta imposta dovuta su cui determinare l’acconto per l’anno di riferimento, questo non è dovuto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Pronto il modello per comunicare l’indirizzo web per i dati del 730.


On line il provvedimento del 22 febbraio che approva la “Comunicazione per la ricezione in via telematica dei dati relativi ai mod. 730-4 resi disponibili dall’Agenzia delle entrate”, con relative istruzioni e specifiche tecniche per la trasmissione dei dati da parte dei sostituti d’imposta.

La scadenza è fissata per il 31 marzo (quest’anno slitta al 2 aprile). La presentazione è esclusivamente telematica, secondo le specifiche tecniche contenute nel provvedimento, e può essere effettuata tramite il prodotto informatico reso gratuitamente disponibile sul sito dell’Agenzia.
Devono provvedere all’adempimento tutti i sostituti d’imposta, tranne quelli che hanno già inviato il modello negli anni passati e non devono variare dati già comunicati.
Inoltre, sono esonerati dall’obbligo di indicare la sede telematica dove ricevere il flusso contenente i risultati contabili delle dichiarazioni 730 (modello 730-4 e modello 730-4 integrativo) i soggetti che ricevono i modelli 730-4 in via telematica mediante l’utilizzo di propri canali: l’Inps e i sostituti d’imposta che si avvalgono del Service Personale Tesoro del ministero dell’Economia e delle finanze.

Nel provvedimento, le modalità di attuazione del flusso telematico che assicura la corretta e tempestiva comunicazione dei dati da Caf e professionisti abilitati all’Agenzia delle Entrate, e tra questa e i sostituti d’imposta o i loro incaricati.
Nei casi di impossibilità a rendere disponibili i 730-4, l’Agenzia li restituisce ai centri e ai professionisti che hanno prestato l’assistenza fiscale, i quali provvederanno autonomamente a trasmetterli ai sostituti d’imposta.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cud 2013, per i redditi esenti la BQ non è obbligatoria.


I sostituti d’imposta non sono tenuti a segnalare nella nuova annotazione BQ del Cud 2013, i redditi esenti da loro corrisposti nel 2012, se i sistemi informativi a disposizione, non consentano di inserire il dato entro il 28 febbraio, data ultima per la consegna della certificazione unica dei redditi di lavoro dipendente, equiparati e assimilati.
Di conseguenza, se il sostituto ha erogato soltanto questo tipo di redditi esenti, può anche non consegnare il Cud.

Si tratta, infatti, di redditi non imponibili, che non vanno indicati nella dichiarazione dei redditi e non incidono sul calcolo delle imposte dovute dal contribuente. L’opportunità, di cui informa l’Agenzia delle Entrate con un comunicato stampa, tiene conto delle possibili difficoltà tecniche applicative incontrate per la gestione del dato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Le procedure standardizzate per la valutazione dei rischi sul lavoro.


La recente pubblicazione delle "procedure standardizzate" per la valutazione dei rischi costituisce un importante avanzamento della normativa di salute e sicurezza, che si evolve in modo definitivo nella direzione della eliminazione della c.d. `autocertificazione' della valutazione dei rischi. Le procedure potranno, quindi, essere il supporto per la redazione di un DVR da parte delle aziende di minori dimensioni, le quali sono chiamate a redigere, nella assoluta maggioranza dei casi per la prima volta, un vero e proprio documento di valutazione dei rischi entro (salvo proroghe tramite atto che dovrebbe, comunque, avere forza di legge) la data, molto prossima, del 31 dicembre 2012.
Centralita` della valutazione dei rischi nel sistema della sicurezza
La normativa italiana di salute e sicurezza sul lavoro - quale risultante dalla progressiva (o ormai completa) trasposizione delle numerose direttive comunitarie in materia, a partire dalla n. 89/391 CEE - ha l’obiettivo di ridurre infortuni e malattie professionali eliminando i rischi o, quando cio` non e` possibile, ridurre al minimo i medesimi (art. 15, comma 1, lett. c), D.Lgs. n. 81/ 2008). Tale scopo va perseguito a partire dalla valutazione dei rischi, definita dal D.Lgs. n. 81/2008, all’art. 2, comma 1, lett. q), come l’attivita` di: «valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attivita`, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza» e riservata al solo datore di lavoro, come attivita` che va imputata unicamente al medesimo (art. 17 del ‘‘Testo Unico’’).»
Cio` che si chiede al datore di lavoro - per giurisprudenza consolidata (v., per tutte, Cass. pen., sez. IV, 26 gennaio 2011, n. 2606), che richiama il ‘‘debito di sicurezza’’ di cui all’art. 2087 cod. civ. - e` di considerare ogni rischio di lavoro e, al contempo, trarre da tale individuazione le migliori misure di protezione per i lavoratori, anche in un’ottica di miglioramento dei livelli di protezione e prevenzione. Per tale ragione l’art. 28, comma 1, del D.Lgs. n. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare «tutti i rischi» per la salute e la sicurezza dei lavoratori individuando una serie necessariamente indeterminata e dinamica di rischi; non a caso, la norma prosegue specificando che non e` sufficiente limitarsi alla valutazione dei rischi relativi alla scelta delle attrezzature di lavoro, delle sostanze, dei preparati chimici impiegati o quelli riguardanti la sistemazione dei luoghi di lavoro evidenziando come nessun rischio debba rimanere senza adeguata considerazione nell’adempimento datoriale dell’obbligo in parola. Il contenuto di tale obbligo - soprattutto relativamente agli elementi che devono essere presenti nel relativo documento di valutazione dei rischi (spesso indicato a mezzo dell’acronimo DVR) - viene concretamente declinato negli artt. 28 e 29 del D.Lgs. n. 81/2008, i quali rimarcano innanzitutto come il datore di lavoro debba collaborare in sede di valutazione del rischio con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e con il medico competente, nonche´ consultare preventivamente il RLS. In tale modo, vista l’importanza della valutazione dei rischi, il legislatore garantisce il coinvolgimento di tutti i soggetti del sistema di prevenzione aziendale, alcuni dei quali, tuttavia, possono legittimamente non essere presenti (si pensi ad un’azienda che non abbia rischi per i quali sia prevista la sorveglianza sanitaria, nella quale non vi sara` il medico competente o, ancora, ove non vi sia un Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) diverso dal datore di lavoro perche' questi ha deciso, alle condizioni di cui all’art. 34 del ‘‘Testo Unico’’, di svolgere ‘‘in proprio’’ tali funzioni).


Fonte: IPSOA

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Mobilita' ''volontaria'', quando puo' essere revocata.


Domanda
Un Ente che ha rilasciato il nulla osta al trasferimento per mobilità al dipendente, e lo ha comunicato all'altro Ente, può revocarlo?

Risposta
La "mobilità volontaria" è una particolare fattispecie di "cessione del contratto", mediante la quale è consentito ai dipendenti pubblici il "passaggio diretto tra amministrazioni diverse", ossia il trasferimento da un'amministrazione ad altra amministrazione, previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica per individuare il lavoratore da acquisire in mobilità. Infatti, l'istituto della "mobilità volontaria" altro non è che una fattispecie di cessione del contratto; a sua volta, la cessione del contratto è un negozio tipico disciplinato dal codice civile (artt. 1406 - 1410) (Corte Costituzionale 3-12 novembre 2010, n. 324). Si è, pertanto, in materia di rapporti di diritto privato.

Le normative di riferimento dell'istituto sono:

- l'art. 30 del D.Lgs. 30-03-2001, n. 165: "Le amministrazioni possono ricoprire posti vacanti in organico mediante cessione del contratto di lavoro di dipendenti appartenenti alla stessa qualifica in servizio presso altre amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento. Le amministrazioni devono in ogni caso rendere pubbliche le disponibilità dei posti in organico da ricoprire attraverso passaggio diretto di personale da altre amministrazioni, fissando preventivamente i criteri di scelta. Il trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire (omissis). Le amministrazioni, prima di procedere all'espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, devono attivare le procedure di mobilità di cui al comma 1, provvedendo, in via prioritaria, all'immissione in ruolo dei dipendenti, provenienti da altre amministrazioni, in posizione di comando o di fuori ruolo, appartenenti alla stessa area funzionale, che facciano domanda di trasferimento nei ruoli delle amministrazioni in cui prestano servizio. Il trasferimento è disposto, nei limiti dei posti vacanti, con inquadramento nell'area funzionale e posizione economica corrispondente a quella posseduta presso le amministrazioni di provenienza; il trasferimento può essere disposto anche se la vacanza sia presente in area diversa da quella di inquadramento assicurando la necessaria neutralità finanziaria".

- l'art. 1406 del codice civile: "Ciascuna parte può sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti da un contratto con prestazioni corrispettive, se queste non sono state ancora eseguite, purché l'altra parte vi consenta";

- l'art. 1408 del codice civile: "Il cedente è liberato dalle sue obbligazioni verso il contraente ceduto dal momento in cui la sostituzione diviene efficace nei confronti di questo. Tuttavia il contraente ceduto, se ha dichiarato di non liberare il cedente, può agire contro di lui qualora il cessionario non adempia le obbligazioni assunte. Nel caso previsto dal comma precedente, il contraente ceduto deve dare notizia al cedente dell'inadempimento del cessionario, entro quindici giorni da quello in cui l'inadempimento si è verificato; in mancanza è tenuto al risarcimento del danno".

Ad avviso dello scrivente, premesso che qualora il preventivo assenso incondizionato abbia già dato luogo al perfezionamento della cessione del contratto di lavoro, con immissione in ruolo del dipendente interessato, non è più possibile esercitare alcuna revoca, la problematica esposta importa la seguente situazione: la posizione giuridica del lavoratore interessato e della Amministrazione cessionaria, con il preventivo consenso incondizionato, espresso dall'Amministrazione cedente, si eleva da mero "interesse di fatto" ad "interesse legittimo" nei confronti di quest'ultima.

Quindi, mentre il caso di una procedura di mobilità conclusasi con l'individuazione di un soggetto idoneo, senza acquisizione del preventivo nulla-osta dell'amministrazione di provenienza, non implica alcun obbligo da parte di quest'ultima Amministrazione di motivare il provvedimento di diniego, nel caso esposto nel quesito l'Amministrazione, che aveva già espresso il suo preventivo incondizionato assenso alla mobilità, dovrà necessariamente adottare un atto di revoca in autotutela, motivando dettagliatamente le ragioni di interesse pubblico (intervenute evidentemente in un momento successivo all'espressione del consenso) che prevalgano sull'interesse legittimo del lavoratore ad essere trasferito.


Fonte: IPSOA

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venerdì 22 febbraio 2013

Mobilita' ''volontaria'', quando puo' essere revocata.


Domanda
Un Ente che ha rilasciato il nulla osta al trasferimento per mobilità al dipendente, e lo ha comunicato all'altro Ente, può revocarlo?

Risposta
La "mobilità volontaria" è una particolare fattispecie di "cessione del contratto", mediante la quale è consentito ai dipendenti pubblici il "passaggio diretto tra amministrazioni diverse", ossia il trasferimento da un'amministrazione ad altra amministrazione, previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica per individuare il lavoratore da acquisire in mobilità. Infatti, l'istituto della "mobilità volontaria" altro non è che una fattispecie di cessione del contratto; a sua volta, la cessione del contratto è un negozio tipico disciplinato dal codice civile (artt. 1406 - 1410) (Corte Costituzionale 3-12 novembre 2010, n. 324). Si è, pertanto, in materia di rapporti di diritto privato.

Le normative di riferimento dell'istituto sono:

- l'art. 30 del D.Lgs. 30-03-2001, n. 165: "Le amministrazioni possono ricoprire posti vacanti in organico mediante cessione del contratto di lavoro di dipendenti appartenenti alla stessa qualifica in servizio presso altre amministrazioni, che facciano domanda di trasferimento. Le amministrazioni devono in ogni caso rendere pubbliche le disponibilità dei posti in organico da ricoprire attraverso passaggio diretto di personale da altre amministrazioni, fissando preventivamente i criteri di scelta. Il trasferimento è disposto previo parere favorevole dei dirigenti responsabili dei servizi e degli uffici cui il personale è o sarà assegnato sulla base della professionalità in possesso del dipendente in relazione al posto ricoperto o da ricoprire (omissis). Le amministrazioni, prima di procedere all'espletamento di procedure concorsuali, finalizzate alla copertura di posti vacanti in organico, devono attivare le procedure di mobilità di cui al comma 1, provvedendo, in via prioritaria, all'immissione in ruolo dei dipendenti, provenienti da altre amministrazioni, in posizione di comando o di fuori ruolo, appartenenti alla stessa area funzionale, che facciano domanda di trasferimento nei ruoli delle amministrazioni in cui prestano servizio. Il trasferimento è disposto, nei limiti dei posti vacanti, con inquadramento nell'area funzionale e posizione economica corrispondente a quella posseduta presso le amministrazioni di provenienza; il trasferimento può essere disposto anche se la vacanza sia presente in area diversa da quella di inquadramento assicurando la necessaria neutralità finanziaria".

- l'art. 1406 del codice civile: "Ciascuna parte può sostituire a sé un terzo nei rapporti derivanti da un contratto con prestazioni corrispettive, se queste non sono state ancora eseguite, purché l'altra parte vi consenta";

- l'art. 1408 del codice civile: "Il cedente è liberato dalle sue obbligazioni verso il contraente ceduto dal momento in cui la sostituzione diviene efficace nei confronti di questo. Tuttavia il contraente ceduto, se ha dichiarato di non liberare il cedente, può agire contro di lui qualora il cessionario non adempia le obbligazioni assunte. Nel caso previsto dal comma precedente, il contraente ceduto deve dare notizia al cedente dell'inadempimento del cessionario, entro quindici giorni da quello in cui l'inadempimento si è verificato; in mancanza è tenuto al risarcimento del danno".

Ad avviso dello scrivente, premesso che qualora il preventivo assenso incondizionato abbia già dato luogo al perfezionamento della cessione del contratto di lavoro, con immissione in ruolo del dipendente interessato, non è più possibile esercitare alcuna revoca, la problematica esposta importa la seguente situazione: la posizione giuridica del lavoratore interessato e della Amministrazione cessionaria, con il preventivo consenso incondizionato, espresso dall'Amministrazione cedente, si eleva da mero "interesse di fatto" ad "interesse legittimo" nei confronti di quest'ultima.

Quindi, mentre il caso di una procedura di mobilità conclusasi con l'individuazione di un soggetto idoneo, senza acquisizione del preventivo nulla-osta dell'amministrazione di provenienza, non implica alcun obbligo da parte di quest'ultima Amministrazione di motivare il provvedimento di diniego, nel caso esposto nel quesito l'Amministrazione, che aveva già espresso il suo preventivo incondizionato assenso alla mobilità, dovrà necessariamente adottare un atto di revoca in autotutela, motivando dettagliatamente le ragioni di interesse pubblico (intervenute evidentemente in un momento successivo all'espressione del consenso) che prevalgano sull'interesse legittimo del lavoratore ad essere trasferito.


Fonte: IPSOA

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Le procedure standardizzate per la valutazione dei rischi sul lavoro.


La recente pubblicazione delle "procedure standardizzate" per la valutazione dei rischi costituisce un importante avanzamento della normativa di salute e sicurezza, che si evolve in modo definitivo nella direzione della eliminazione della c.d. `autocertificazione' della valutazione dei rischi. Le procedure potranno, quindi, essere il supporto per la redazione di un DVR da parte delle aziende di minori dimensioni, le quali sono chiamate a redigere, nella assoluta maggioranza dei casi per la prima volta, un vero e proprio documento di valutazione dei rischi entro (salvo proroghe tramite atto che dovrebbe, comunque, avere forza di legge) la data, molto prossima, del 31 dicembre 2012.
Centralita` della valutazione dei rischi nel sistema della sicurezza
La normativa italiana di salute e sicurezza sul lavoro - quale risultante dalla progressiva (o ormai completa) trasposizione delle numerose direttive comunitarie in materia, a partire dalla n. 89/391 CEE - ha l’obiettivo di ridurre infortuni e malattie professionali eliminando i rischi o, quando cio` non e` possibile, ridurre al minimo i medesimi (art. 15, comma 1, lett. c), D.Lgs. n. 81/ 2008). Tale scopo va perseguito a partire dalla valutazione dei rischi, definita dal D.Lgs. n. 81/2008, all’art. 2, comma 1, lett. q), come l’attivita` di: «valutazione globale e documentata di tutti i rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori presenti nell’ambito dell’organizzazione in cui essi prestano la propria attivita`, finalizzata ad individuare le adeguate misure di prevenzione e di protezione e ad elaborare il programma delle misure atte a garantire il miglioramento nel tempo dei livelli di salute e sicurezza» e riservata al solo datore di lavoro, come attivita` che va imputata unicamente al medesimo (art. 17 del ‘‘Testo Unico’’).»
Cio` che si chiede al datore di lavoro - per giurisprudenza consolidata (v., per tutte, Cass. pen., sez. IV, 26 gennaio 2011, n. 2606), che richiama il ‘‘debito di sicurezza’’ di cui all’art. 2087 cod. civ. - e` di considerare ogni rischio di lavoro e, al contempo, trarre da tale individuazione le migliori misure di protezione per i lavoratori, anche in un’ottica di miglioramento dei livelli di protezione e prevenzione. Per tale ragione l’art. 28, comma 1, del D.Lgs. n. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare «tutti i rischi» per la salute e la sicurezza dei lavoratori individuando una serie necessariamente indeterminata e dinamica di rischi; non a caso, la norma prosegue specificando che non e` sufficiente limitarsi alla valutazione dei rischi relativi alla scelta delle attrezzature di lavoro, delle sostanze, dei preparati chimici impiegati o quelli riguardanti la sistemazione dei luoghi di lavoro evidenziando come nessun rischio debba rimanere senza adeguata considerazione nell’adempimento datoriale dell’obbligo in parola. Il contenuto di tale obbligo - soprattutto relativamente agli elementi che devono essere presenti nel relativo documento di valutazione dei rischi (spesso indicato a mezzo dell’acronimo DVR) - viene concretamente declinato negli artt. 28 e 29 del D.Lgs. n. 81/2008, i quali rimarcano innanzitutto come il datore di lavoro debba collaborare in sede di valutazione del rischio con il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e con il medico competente, nonche´ consultare preventivamente il RLS. In tale modo, vista l’importanza della valutazione dei rischi, il legislatore garantisce il coinvolgimento di tutti i soggetti del sistema di prevenzione aziendale, alcuni dei quali, tuttavia, possono legittimamente non essere presenti (si pensi ad un’azienda che non abbia rischi per i quali sia prevista la sorveglianza sanitaria, nella quale non vi sara` il medico competente o, ancora, ove non vi sia un Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP) diverso dal datore di lavoro perche' questi ha deciso, alle condizioni di cui all’art. 34 del ‘‘Testo Unico’’, di svolgere ‘‘in proprio’’ tali funzioni).


Fonte: IPSOA

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Intercettazioni telefoniche ammesse come prova nel processo tributario.


Nel processo tributario è legittimo l’utilizzo delle dichiarazioni rese alla Guardia di finanza e delle intercettazioni telefoniche, nel rispetto dei principi di garanzia previsti dalla Costituzione (articolo 15). Spetta al giudice di merito, infatti, decidere sull’ammissibilità o meno delle informazioni raccolte.
È la conclusione della sentenza della Cassazione 2916/2013 del 7 febbraio.

Il caso trae origine dalla notifica di un avviso di accertamento compiuto dall’Amministrazione finanziaria nei confronti di una società in accomandita semplice e di un’altra persona fisica (in realtà unico gestore della società), finalizzato al recupero dell’Iva.
Contro l’atto impositivo degli uffici finanziari, i destinatari dell’accertamento si sono rivolti alla Commissione tributaria provinciale che ha accolto il ricorso. La sentenza, però, è stata completamente ribaltata dalla Ctr. I giudici di merito, infatti, hanno riconosciuto nella “persona fisica” il vero gestore materiale della società, ribadendo in toto quanto rilevato in sede di accertamento.

Le parti hanno, quindi, presentato ricorso in cassazione, articolando la motivazione dell’appello su due elementi: in primis che la motivazione della sentenza loro sfavorevole era contraddittoria e illogica, in secundis che i giudici di merito non avevano tenuto conto dei dettami dell’articolo 7, comma 4, del Dlgs 546/72, avendo accolto le “sommarie informazioni testimoniali ed intercettazioni telefoniche” all’interno del processo tributario che avrebbero causato l’alterazione del libero convincimento del giudice nella formulazione della decisione.

Il primo punto del ricorso non è stato accolto dalla Corte di cassazione perché ritenuto infondato, in quanto carente di “adeguata specificazione dei fatti controversi”.
Più in particolare, la recente giurisprudenza della Cassazione ha più volte chiarito che per far sì che il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione venga riconosciuto dalla Corte, “deve essere dedotto mediante esposizione chiara e sintetica del fatto controverso - in relazione al quale la motivazione assume omessa o contraddittoria - ovvero delle ragioni per le quali l'insufficienza rende inidonea la motivazione a giustificare la decisione, fornendo elementi in ordine al carattere decisivo di tali fatti, che non devono attenere a mere questioni o punti” (Cassazione 16655/2011).

Cassato radicalmente il primo punto della motivazione del ricorso, il Collegio ha spostato l’analisi sul secondo, riguardante la legittimità della sentenza formulata sulla base di sommarie di “informazioni testimoniali ed intercettazioni telefoniche, in violazione dell'articolo 7, comma 4 del d.legs 546/1992 e art. 246 c.p.c.”.
Se è vero che la citata norma non ammette il giuramento e la prova testimoniale in seno al processo tributario, nel caso di specie non sono state dedotte dai ricorrenti le prove testimoniali ma le intercettazioni telefoniche in quanto tali.
E’ la stessa Corte a ricordare che quando sono inserite nel processo verbale di constatazione le dichiarazioni di terzi raccolte dalla polizia tributaria le stesse non hanno natura di testimonianza ma di mere informazioni inserite nell’ambito delle indagini amministrative e che, dunque, non sono in contrasto con i succitati dettami di legge.

E’ bene ricordare, a questo punto, quanto chiarito in precedenza dalla Corte di cassazione, con la sentenza 4306/2010, in merito al divieto imposto dall’articolo 270 cpp di utilizzare i risultati di intercettazioni telefoniche in procedimenti diversi da quello in cui sono state disposte.
Ribadiscono in tal caso i giudici di legittimità che detto divieto non opera nel contenzioso tributario, ma soltanto in ambito penale, essendo, come noto, la norma penale tipica, a numerus clausus, non potendosi arbitrariamente estendere la propria efficacia, posta a garanzia dei diritti di difesa in quella sede, a dominii processuali diversi, come quello tributario, muniti di regole proprie.
La giurisprudenza ha ammesso come principio generale, per l’utilizzo delle informazioni raccolte dalla polizia tributaria all’interno del processo, quanto disposto dall’articolo 63 del Dpr 633/1972, in forza del quale la Guardia di finanza, previa autorizzazione dell’autorità giudiziaria, trasmette i documenti o le notizie acquisite anche da altre Forze nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria. Tutelando in tal caso la riservatezza delle indagini penali.

Nel caso di specie, i ricorrenti non hanno dubitato della legittimità delle intercettazioni telefoniche in ambito penale, svolte dall’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge, ma hanno sollevato qualche perplessità sull’estensione di tale mezzo nel processo tributario, il che trova invece legittimazione, come detto, dall’articolo 63 in forza del quale acquisisce “pieno titolo del materiale probatorio e indiziario che il giudice tributario di merito deve valutare”.
Osserva la Suprema corte che la ratio normativa del divieto stabilito dall’articolo 63 del Dpr 633/1972 sta nell’evitare “che procedimenti con imputazioni fantasiose possano legittimare il ricorso alle intercettazioni, al fine di propiziarne l'utilizzazione in procedimenti per reati che non avrebbero consentito questo mezzo d'indagine”.

In definitiva, la sentenza n. 2916 legittima l’utilizzo degli elementi desunti da dichiarazioni rese alla Guardia di finanza e dalle intercettazioni telefoniche, raccolti secondo i principi di garanzia riconosciuti dall’articolo 15 della Costituzione, la cui valutazione, in seno al processo tributario, spetta alla discrezionalità di apprezzamento dei fatti e degli elementi di prova, attribuita al giudice di merito.


Fonte: Agenzia Entrate

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Perfezionamento del ravvedimento.


E’ possibile utilizzare il ravvedimento operoso versando sanzioni e interessi in una seconda fase, cioè non contestualmente al tributo omesso?

La regolarizzazione delle violazioni tributarie tramite l’istituto del ravvedimento operoso deve avvenire entro determinati limiti temporali e, comunque, sempre prima che vi sia stata constatazione della violazione stessa o siano iniziati accessi, ispezioni o verifiche, ovvero altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore della violazione o i soggetti solidalmente obbligati abbiano avuto formale conoscenza.
Affinché il ravvedimento operoso si perfezioni, è necessario, oltre alla rimozione della condotta costituente violazione, il pagamento della sanzione in misura ridotta, nonché del tributo o della differenza (quando dovuti) e degli interessi moratori calcolati al tasso legale con maturazione giorno per giorno, entro i termini indicati dal legislatore.
La circolare ministeriale n. 180/E del 1998 ha precisato che tutte le incombenze previste ai fini del ravvedimento non necessariamente devono avvenire nel medesimo giorno, ma entro lo stesso limite temporale previsto dalla norma (trenta giorni, un anno, eccetera).


Fonte: Agenzia Entrate

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Fondi rustici, entro fine febbraio la denuncia cumulativa degli affitti.


Scade giovedì 28 il termine per presentare la denuncia annuale riepilogativa per i fondi rustici dati in affitto durante il 2012. I titolari di più contratti possono infatti seguire un iter semplificato presentando un’unica lista con l’elenco di tutte le locazioni che li riguardano e un solo bollettino di versamento dell’imposta di registro, pari allo 0,50% dell’importo complessivo dei corrispettivi indicati nella denuncia cumulativa.

La scorciatoia (articolo 17, comma 3-bis, Dpr 131/1996 e circolare n. 36/1999) permette di presentare una sola lista per più contratti ma non esclude la possibilità di seguire la prassi normale per la registrazione. Non è praticabile da chi è titolare di contratti formati per mezzo di atto pubblico o scrittura privata autenticata. Per questi ultimi e per chi sceglie la registrazione ordinaria, i termini sono quelli tradizionali: l’obbligo è da ottemperare entro trenta giorni dalla data di stipula o, se anteriore, da quella di decorrenza. La registrazione cumulativa è interdetta anche alle locazioni di aziende agricole e ai contratti di comodato.

La denuncia va presentata in doppio originale presso un qualsiasi ufficio dell’Agenzia delle Entrate. Deve contenere le generalità, il domicilio e il codice fiscale degli interessati, il luogo e la data di stipulazione, l’oggetto, il corrispettivo e la durata di ogni singolo contratto.

Insieme alla denuncia va presentata all’ufficio l’attestazione del pagamento dell’imposta effettuato con il modello F23. È possibile versare presso le banche, alla posta e dagli intermediari autorizzati.
Nella compilazione del modello di pagamento vanno indicati il codice tributo “108T – Imposta di registro per affitto fondi rustici” e la causale “RP”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Studi di settore, ancora in tempo per spiegare cosa non è andato.


Imprese, professionisti e lavoratori autonomi non in “armonia” con i ricavi o i compensi previsti dalle elaborazioni e dalle stime degli studi di settore per il 2011 hanno tempo fino a giovedì 28 febbraio per comunicare all’Amministrazione finanziaria le circostanze e le criticità che hanno determinato il disallineamento. L’appuntamento si rinnova dopo le precedenti esperienze relative ai periodi d’imposta 2009 e 2010.
E’ un’ulteriore finestra per argomentare le ragioni delle discordanze, con più calma e più nel dettaglio rispetto alla possibilità già offerta dalle “Note aggiuntive” di Gerico in occasione della presentazione di Unico 2012.

Perché conviene
Si tratta di un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. Nell’ipotesi di motivazioni adeguate, infatti, i vantaggi sono a doppio senso: per il contribuente, che non è chiamato dall’Amministrazione a specificare in modo più esauriente le anomalie; per l’ufficio che può archiviare il “caso” senza dar seguito ad ulteriori accertamenti perché soddisfatto delle spiegazioni fornite.

Ammesse le eccezioni
In pratica, la procedura consente di informare nel dettaglio l’Amministrazione sui fatti che hanno portato, nonostante i correttivi apportati per la difficile crisi economica, a situazioni di non congruità (anche in presenza di non normalità economica), non normalità (nonostante una situazione generale di congruità) e non coerenza, rispetto alle stime elaborate secondo il sistema messo a punto con gli studi di settore.

Si tratta di calcoli che tengono conto di molteplici varianti riguardanti non soltanto il comparto economico in cui opera il contribuente, ma anche elementi più mirati che servono a definire nello specifico la portata dell’attività svolta: diventano, quindi, rilevanti, ad esempio, la localizzazione geografica, i servizi offerti e l’organizzazione della struttura, la concorrenza, l’andamento della domanda, i prezzi di vendita. Esistono, però, i fuori programma, le eccezioni, circostanze peculiari o eccezionali che impongono di rivedere le previsioni anche se basate su fondate analisi economiche e tecniche statistico-matematiche idonee, in linea generale, per quel tipo di attività o professione.

Per questo i contribuenti non sono tenuti ad adeguarsi agli studi di settore, ma possono dichiarare meno spiegando il perché, come già detto, con la dichiarazione dei redditi o, per quanto riguarda il 2011, entro il prossimo 28 febbraio, utilizzando l’apposito software messo a disposizione dall’Agenzia, applicazione utile anche per la comunicazione delle cause di esclusione o inapplicabilità del particolare sistema di accertamento.
Tra queste, ad esempio:
ricavi o compensi superiori a 5.164.569 euro
società cooperative a mutualità prevalente
bilancio redatto in base ai principi contabili internazionali
reddito determinato con criteri “forfetari”
“Attività dei consorzi di garanzia collettiva fidi” (64.92.01), “Attività di Bancoposta” (66.19.40), “Affitto d’aziende” (68.20.02) svolte in modo prevalente
attività d’impresa a cui si applicano gli studi di settore per il periodo d’imposta in cui cessa l’applicazione dell’agevolazione per l’imprenditoria giovanile.
Un software ad hoc
Ed è in Rete, già dallo scorso 23 novembre, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, il pacchetto informatico da utilizzare per comunicare telematicamente i motivi di non congruità, non normalità o non coerenza rispetto agli studi di settore elaborati per il periodo d’imposta 2011, oppure per indicare i motivi di inapplicabilità o di esclusione.
L’applicazione, scaricabile gratuitamente, è “Segnalazioni 2012”, ed è raggiungibile all’indirizzo www.agenziaentrate.gov.it, nella sezione “Home - Cosa devi fare - Dichiarare - Studi di settore e parametri - Studi di settore - Compilazione - Software di compilazione per l’invio di segnalazioni”.

La comunicazione può essere inviata direttamente dal contribuente oppure tramite un intermediario autorizzato, utilizzando l’applicazione “FileInternet” - per gli utenti di Fisconline - ed “Entratel” per gli abilitati al servizio. È necessario essere in possesso del Pincode rilasciato dall’Agenzia delle Entrate; chi non l’avesse può richiederlo facilmente tramite la registrazione ai servizi telematici dell’Agenzia.
A fine operazione, se la procedura è stata eseguita correttamente, il sistema risponderà che la trasmissione è andata a buon fine e comunicherà il numero delle segnalazioni inviate.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 21 febbraio 2013

Quesito: responsabilità commercialista.

il commercialista dell'attività di mia moglie ha per 8 anni trattato con superficialità la contabilità e ora si trova con migliaia di euro di sanzioni da equitalia. dato che l'unico modo per poter pretendere un risarcimento da questo tizio sarebbe minacciarlo di un azione penale, siamo a chiederci se aver ricevuto un pagamento per fornire un servizio che con sistematicità non è stato dato (vedi 8 anni di cartelle equitalia arrivate in quersto periodo) , può essere una base per un accusa di truffa, con l'aggravante che se non le accettano l'ennesimo prestito personale per far fronte alle cartelle la mia compagna dovrà dichiarare fallimento

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Legittimo l’uso di movimenti bancari anche senza avvisare il contribuente.


In materia di accertamento delle imposte sui redditi e con riguardo alla determinazione di quello di impresa, l’articolo 32 del Dpr n. 600 del 1973 impone di considerare ricavi sia i prelevamenti sia i versamenti su conto corrente, salvo che il contribuente non provi che i versamenti sono registrati in contabilità e che i prelevamenti sono serviti per pagare determinati beneficiari, anziché costituire acquisizione di utili. Pertanto, posto che in materia sussiste l’inversione dell'onere della prova, alla presunzione di legge (relativa) va contrapposta una prova, non un'altra presunzione semplice ovvero una mera affermazione di carattere generale né è possibile ricorrere all'equità (cfr anche Cassazione 14675 del 2006 e 18016 del 2005).
Inoltre, è legittima l'utilizzazione da parte dell'amministrazione finanziaria dei movimenti dei conti correnti bancari in disponibilità del contribuente, anche in assenza di preventivo interpello dell'interessato sulle operazioni bancarie oggetto di verifica e di verbalizzazione delle correlative dichiarazioni, posto che nessuna norma sancisce l'obbligo della preventiva convocazione del contribuente (vedi pure Cassazione 13819 del 2007 e 11094 del 1999).

Ordinanza n. 2484 dell’1 febbraio 2013 (ud. 11 dicembre 2012)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario - Est. Bognanni Salvatore
Accertamento – Esame dei conti correnti bancari – Presunzione di legge c.d. relativa - Inversione dell’onere della prova a carico del contribuente

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F24, parterre sempre più ricco: arriva un tris di causali contributo.


Salgono sullo stesso “treno” diretto all’Inps le tre causali contributo istituite oggi con le risoluzioni nn. 12/E e 13/E. La prima del trio è “ART1” per il versamento, con F24, delle somme che vanno a finanziare un Ente bilaterale, il “Fondo di assistenza sanitaria integrativa per i lavoratori dell’ artigianato – SAN.ARTI”, le altre due, “IADP” e “SADP” servono, invece, per pagare rispettivamente l’incremento dell’addizionale comunale sui diritti di imbarco e la sanzione amministrativa in caso di inadempienza agli obblighi di comunicazione. Si tratta dell’incremento di tre euro a passeggero stabilito dalla legge n. 92/2012 e della relativa sanzione prevista per la mancata comunicazione all’Inps, da parte dei gestori dei servizi aeroportuali, delle somme riscosse.

Denominatore comune è la convenzione stipulata tra l’Agenzia delle Entrate e l’Inps il 18 giugno 2008. Oggetto dell’accordo, la disciplina del servizio di riscossione, mediante il modello F24, dei contributi di pertinenza dell’Istituto e di quelli previsti dalla legge 311/1973, norma, quest’ultima, con la quale fu contemplata la possibilità, per gli enti previdenziali, di provvedere all’esazione dei contributi associativi dovuti dagli iscritti e di quelli per assistenza contrattuale stabiliti dai contratti di lavoro.

Le sigle devono essere indicate nel campo “causale contributo” della sezione “INPS” del modello F24, in corrispondenza degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi spazi, inoltre, devono essere inseriti il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda o della filiale, il mese e l’anno cui si riferiscono le somme versate. In particolare, per quanto riguarda “IADP” e “SADP”, occorre inserire il mese e l’anno di riscossione dell’incremento dell’addizionale comunale.


Fonte: Agenzia Entrate

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L’Iva sugli interventi di riqualificazione energetica.


Per un intervento di riqualificazione energetica nella mia abitazione, quale aliquota Iva deve essere applicata?

Per i lavori di riqualificazione energetica degli edifici, che danno diritto alla detrazione del 55%, non sono previste particolari disposizioni in merito all’aliquota Iva da applicare. Pertanto, le cessioni di beni e le prestazioni di servizi poste in essere per la loro realizzazione scontano l’imposta Iva in base alle aliquote previste per gli interventi di recupero del patrimonio immobiliare. Dal momento che i lavori finalizzati al risparmio energetico costituiscono manutenzione straordinaria, gli stessi usufruiscono dell’aliquota agevolata del 10% sull’intera prestazione, a meno che nell’ambito dell’intervento vengano forniti “beni significativi” (ascensori e montacarichi; infissi esterni ed interni; caldaie; videocitofoni; apparecchiature di condizionamento e riciclo dell’aria; sanitari e rubinetterie da bagno; impianti di sicurezza) il cui valore supera il 50% dell’intero corrispettivo. In tale ultimo caso, infatti, l’aliquota agevolata spetta per la manodopera e i beni non significativi e per la parte del bene significativo corrispondente alla differenza tra il corrispettivo complessivo e i beni significativi; la quota residua del valore dei beni significativi sarà assoggettata ad aliquota ordinaria.


Fonte: Agenzia Entrate

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New entry nel Cassetto fiscale: informazioni sugli studi di settore.


L'Agenzia delle Entrate mostra una sempre maggiore attenzione agli strumenti telematici che permettono di aprire un canale di contatto con i contribuenti e di fornire loro servizi utili, usufruibili on-line, direttamente da casa e senza la necessità di recarsi fisicamente presso gli uffici dislocati sul territorio.
L'ultima esperienza in questo senso è rappresentata dall'ampliamento delle informazioni consultabili tramite il "Cassetto fiscale", lo strumento telematico, disponibile sul sito dell'Agenzia, che consente a ciascun contribuente di conoscere, on-line e in sicurezza, tutta una serie di informazioni che riguardano la propria posizione fiscale.
Il servizio è disponibile per gli utenti di Fisconline, che accedono inserendo il codice Pin rilasciato dall'Agenzia delle Entrate, e per quelli Entratel, che utilizzano il proprio codice personale.

La novità
È disponibile una nuova funzionalità del "Cassetto fiscale", che consente la consultazione anche di alcune informazioni relative agli studi di settore.
Per i contribuenti abilitati, una volta entrati nel "Cassetto", dopo aver effettuato l'autenticazione, è sufficiente selezionare dal menu a sinistra la voce "Studi di settore" e accedere ai contenuti di tale nuova sezione.

In particolare, il "Cassetto" si è arricchito delle seguenti informazioni riferite, per ora, al solo periodo di imposta 2010:
anomalie emerse in sede di trasmissione della dichiarazione sulla base dei controlli telematici volti a verificare la coerenza dei dati indicati nel modello Unico 2011 e nel software Gerico 2011. È, ad esempio, il caso della discordanza tra il reddito di impresa indicato all'interno del quadro RG di Unico e lo stesso reddito dichiarato all'interno del quadro contabile F del modello studi di settore (le procedure di controllo che consentono di evidenziare, mediante appositi messaggi di errore, le eventuali anomalie o incongruenze riscontrate tra i dati contenuti nel modello di dichiarazione e nei relativi allegati e le indicazioni fornite dalle specifiche tecniche di Gerico e da quelle relative ai controlli telematici sono on line nella sezione Studi di Settore > Procedura di controllo degli Studi di settore e dei Parametri)
inviti a presentare il modello degli studi di settore rivolti ai contribuenti che risultano non averlo inviato validamente. Tali inviti sono indirizzati ai contribuenti che hanno dichiarato in Unico un codice attività per il quale risulta approvato uno studio di settore, ma che non hanno trasmesso il relativo modello né hanno indicato in dichiarazione una causa di esclusione o di inapplicabilità che avrebbe giustificato il mancato invio del modello (nella sezione comunicazioni anomalie 2012 > inviti indirizzati ai contribuenti della pagina relativa agli studi di settore è presente un fac-simile di invito alla presentazione del modello e un documento contenente le risposte ad alcune "Faq - Chiarimenti su come devono essere allegati i modelli degli studi di settore a Unico")
comunicazioni delle anomalie presenti nei dati degli studi di settore, inviate ai contribuenti tramite raccomandata o agli intermediari tramite il canale Entratel. Si tratta delle comunicazioni volte a portare a conoscenza del contribuente eventuali possibili irregolarità relative ai dati presenti nei modelli degli studi di settore. Ad esempio, vengono segnalati i casi in cui sia stata rilevata una grave incoerenza tra le rimanenze finali indicate nel modello relativo a un periodo d'imposta e le esistenze iniziali indicate nel modello relativo al periodo d'imposta successivo ovvero il caso in cui non sia stato indicato il valore dei beni mobili strumentali ma risultano indicate le quote di ammortamento (per una disamina completa delle comunicazioni finalizzate a segnalare la presenza di possibili anomalie concernenti i modelli dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore - triennio 2008-2010 - inviate direttamente ai contribuenti o ai lori intermediari nel 2012, è possibile visionare la sezione Studi di Settore > Comunicazioni di anomalie 2012)
risposte, giustificazioni o chiarimenti inviati, a seguito del ricevimento delle comunicazioni di cui al punto precedente, dal contribuente o dall'intermediario tramite l'apposita procedura informatica resa disponibile dall'Agenzia delle Entrate sul proprio sito.
Oltre all'evidente utilità di tali modalità di dialogo tra Agenzia e contribuenti, con l'aggiornamento del "Cassetto fiscale" l'utente può avere una visione più completa e consapevole della propria posizione fiscale in relazione agli studi di settore.

A tal proposito, ricordiamo che un contribuente che non ha presentato il modello degli studi di settore, pur essendovi obbligato, può evitare l'applicazione delle sanzioni maggiorate, introdotte dal comma 28 lettere b), e), f) e g) dell'articolo 23 del decreto legge 98/2011, presentando una dichiarazione integrativa anche oltre i termini previsti per il ravvedimento operoso. In merito, infatti, la circolare n. 8/E del 2012, al punto 2.2.4, ha chiarito che "la presentazione del modello studi di settore effettuata oltre i termini previsti per il ravvedimento ma prima dell'inizio di attività di controllo, invece, comporterà l'applicazione delle sanzioni ordinariamente previste per la specifica violazione commessa, senza l'incremento introdotto dalle lettere b), e), f) e g) in commento".

Nel caso delle comunicazioni di anomalie, invece, il contribuente, essendo a conoscenza di tali possibili situazioni di irregolarità della propria dichiarazione potrà corregge i comportamenti nelle dichiarazioni successive, ovvero fornire le opportune giustificazioni.
La conoscenza di eventuali situazioni di criticità nei dati dichiarati negli studi di settore pone, evidentemente, il contribuente nella possibilità di porvi rimedio, evitando così di incorrere in futuro in eventuali sanzioni o in potenziali attività di controllo.
Infatti, l'Agenzia delle Entrate, parallelamente ai controlli nei confronti dei soggetti che risultano "non congrui" rispetto alle risultanze degli studi, effettua specifici riscontri anche nei confronti di coloro che, pur risultando "congrui", presentano anomalie nei dati dichiarati.


Fonte: Agenzia Entrate

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28 febbraio: per le partite Iva c’è la comunicazione dati 2012.


A fine mese scade il tempo utile per spedire telematicamente la comunicazione dei dati Iva relativi all’anno scorso, senza incorrere nell'applicazione di sanzioni. Le informazioni riportate servono all’Amministrazione finanziaria per calcolare “le risorse proprie” che l’Italia, in qualità di Stato membro, deve versare al bilancio comunitario.

Chi sì e chi no
Hanno l’obbligo di presentare il modello con i dati relativi all’imposta sul valore aggiunto tutti i titolari di partita Iva, salvo alcune eccezioni, anche se non hanno effettuato, nel 2012, operazioni imponibili oppure non sono tenuti a effettuare le liquidazioni periodiche.

Sono esonerati dalla comunicazione dei dati Iva:
le persone fisiche che hanno realizzato un volume di affari non superiore a 25.000 euro anche se tenuti a presentare la dichiarazione annuale Iva
le persone fisiche che si avvalgono del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità, cosiddetti “nuovi minimi”
i contribuenti che presentano la dichiarazione annuale Iva in forma autonoma entro febbraio
i contribuenti che per l’anno 2012 sono espressamente esonerati dalla presentazione della dichiarazione annuale Iva (ad esempio, i produttori agricoli in regime di esonero oppure gli imprenditori individuali che hanno affittato l’unica azienda)
gli organi e le amministrazioni dello Stato, i comuni, i consorzi tra enti locali, le associazioni e gli enti gestori di demani collettivi, le comunità montane, le province e le regioni, gli enti pubblici che svolgono funzioni statali, previdenziali, assistenziali e sanitarie, comprese le aziende sanitarie locali
i soggetti sottoposti a procedure concorsuali

Rientrano invece fra i casi particolari di presentazione:
chi ha optato per l’Iva di gruppo
chi esercita più attività per le quali ha tenuto contabilità separate
il rappresentante fiscale di soggetti non residenti
i non residenti identificati direttamente in Italia
chi ha effettuato operazioni straordinarie o altre trasformazioni sostanziali soggettive (fusioni, scissioni, cessioni di azienda, conferimenti, eccetera)

Quali dati e come compilare il modello
Nel modello devono essere indicati i risultati complessivi delle liquidazioni periodiche dell’Iva (ovvero il dato annuale, se non c’è obbligo di liquidazione periodica), per determinare l’imposta dovuta o a credito, senza tener conto delle operazioni di rettifica e conguaglio.
Inoltre, non vanno considerati il credito dell’anno precedente, le compensazioni effettuate, i rimborsi infrannuali richiesti e la parte di credito che si vuole chiedere a rimborso: sono dati rilevanti per la liquidazione definitiva dell’imposta e vanno indicati nella sola dichiarazione annuale.

Come e quando
Il modello di comunicazione dati Iva è disponibile sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate e direttamente utilizzabile tramite i software di compilazione e di controllo, pure forniti dall’Agenzia. La presentazione deve avvenire entro il 28 febbraio ed esclusivamente in via telematica, a cura del contribuente, che deve necessariamente registrarsi ai servizi telematici, o di un intermediario abilitato, professionista o Caf. La procedura rilascia, sempre telematicamente, un’attestazione che conferma il ricevimento della comunicazione. Sono considerate tempestive anche le comunicazioni presentate in tempo utile e scartate dal sistema, se vengono ritrasmesse entro i cinque giorni lavorativi successivi all’inoltro dell’avviso di scarto contenente la relativa motivazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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730/2013, pronte le specifiche tecniche.

Con provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate del 15 febbraio scorso, sono state approvate le specifiche tecniche per la trasmissione telematica del modello 730, dei modelli 730-4 e 730-4 integrativo e della scheda con la scelta della destinazione dell'otto e del cinque per mille. Le specifiche tecniche sono destinate ai sostituti d'imposta, ai Caf-dipendenti ed ai professionisti abilitati per il corretto svolgimento degli adempimenti previsti per l'assistenza fiscale e della trasmissione telematica delle dichiarazioni. Sul sito internet dell'Agenzia delle Entrate sono, inoltre, disponibili gli stampati e le istruzioni per la compilazione del modello 730, approvati anch'essi con provvedimento direttoriale lo scorso 15 gennaio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Mediazione tributaria: accordo tra Entrate e professionisti dell'Int.

Con comunicato stampa di ieri 19 febbraio 2013, l'Agenzia delle Entrate ha reso noto di aver siglato un accordo con l’Istituto nazionale dei tributaristi (Int) per "assicurare un rapido ed efficiente svolgimento delle pratiche di mediazione tributaria rafforzando la collaborazione fra l’Amministrazione finanziaria e i professionisti dell’Int." L'accordo prevede, da un lato, una serie di iniziative divulgative organizzate dall’Istituto nazionale dei tributaristi per i propri iscritti sulle nuove opportunità offerte dalla mediazione, dall'altro l'impegno dell'Agenzia ad esaminare tutte le istanze in modo approfondito e comunicare gli eventuali casi di improponibilità al professionista iscritto all'Int entro 20 giorni dalla loro presentazione, in modo tale da consentire la tempestiva costituzione in giudizio del contribuente. Le Entrate, inoltre, riterranno validi i pagamenti anche nel caso in cui, per un errore scusabile, le somme versate siano lievemente inferiori a quelle dovute oppure versate con un lieve ritardo, a condizione che le irregolarità siano tempestivamente sanate.

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La riforma del condominio e la sicurezza negli edifici.


La legge 11 dicembre 2012 n. 220, ribadisce nel nostro ordinamento giuridico i principi per cui nell'unità di proprietà esclusiva il condomino non può eseguire opere che rechino danno alle parti comuni o che pregiudichino la stabilità, la sicurezza o il decoro architettonico dell'edificio e che ne deve dare preventiva notizia all'amministratore. Pertanto detta normativa aumenta i casi di responsabilità da custodia e definisce compiutamente l'amministratore quale soggetto giuridico garante della sicurezza del condominio, inteso luogo di vita e di lavoro: da tali premesse consegue la piena applicabilità al condominio della complessa normativa del diritto speciale della sicurezza.
La legge 11 dicembre 2012 n. 220 di riforma del condominio opera diretto riferimento alla problematica della sicurezza degli edifici e dei suoi abitanti in un numero notevole di norme . L’art. 5, che riforma l’art. 1120 del codice civile, al comma 1 n. 2) sostiene che nel novero delle innovazioni deliberabili dall’assemblea vi sono anche: «1) le opere e gli interventi volti a migliorare la sicurezza e la salubrità degli edifici e degli impianti». L’art. 6, che riforma l’art. 1122, ora rubricato come «Opere su parti di proprietà o uso individuale» afferma: «Nell’unità immobiliare di sua proprietà ovvero nelle parti normalmente destinate all’uso comune, che siano state attribuite in proprietà o destinate all’uso individuale, il condomino non può eseguire opere che rechino danno alle parti comuni ovvero determinino pregiudizio alla stabilità, alla sicurezza o al decoro architettonico dell’edificio. In ogni caso è data preventiva notizia all’amministratore che ne riferisce all’assemblea».
Gli artt. 9 e 10, che sostituiscono gli artt. 1129 e 1130 del codice civile, affermano che è una grave irregolarità, la quale legittima i condomini a chiedere la convocazione dell’assemblea per fare cessare la violazione e revocare il mandato all’amministratore, l’omessa tenuta da parte di quest’ultimo del registro di anagrafe patrimoniale contenente ogni dato relativo alle condizioni di sicurezza. Inoltre sempre l’art. 9 afferma: «Alla cessazione dell’incarico l’amministratore è tenuto alla consegna di tutta la documentazione in suo possesso afferente al condominio e ai singoli condomini e a eseguire le attività urgenti al fine di evitare pregiudizi agli interessi comuni senza diritto a ulteriori compensi».
La lettura combinata di dette norme consente di affermare l’obbligo per l’amministratore di tenere una sorta di “fascicolo del fabbricato” idoneo a ricostruirne le sue vicende e le caratteristiche con riferimento non solo alla normativa di sicurezza, ma anche, inevitabilmente, a quella energetica. A tal riguardo giova notare che il D.Lgs. 3 marzo 2011 n. 28 recepisce nel nostro ordinamento giuridico la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’energia da fonti rinnovabili. L’art. 13 del predetto decreto innova la disciplina giuridica relativa al trasferimento degli immobili, introducendo, dopo l’art. 6, comma 1-bis del D.Lgs. 19 agosto 1995 n. 192, i seguenti commi: «2-ter Nei contratti di compravendita o di locazione di edifici o di singole unità immobiliari è inserita apposita clausola con la quale l’acquirente o il conduttore danno atto di aver ricevuto le informazioni e la documentazione in ordine alla certificazione energetica degli edifici. Nel caso di locazione, la disposizione si applica solo agli edifici e alle unità immobiliari già dotate di attestato di certificazione energetica ai sensi dei commi 1, 1-bis, 1-ter, 1-quater. 2-quater
Nel caso di offerta di trasferimento a titolo oneroso di edifici o di singole unità immobiliari, a decorrere dal 1° gennaio 2012 gli annunci commerciali di vendita riportano l’indice di prestazione energetica contenuto nell’attestato di certificazione energetica». Il mancato inserimento della predetta clausola nei predetti contratti non ne comporta la nullità, in quanto la norma non contiene sanzioni e non appare rivestire il carattere di contrarietà a norme imperative richiesta dall’art. 1418 del codice civile.
Appare pertanto evidente che nel rogito notarile dovrà essere fatto espressamente riferimento all’esistenza dei documenti richiesti dalle Regioni che hanno emesso norme relative all’attestato di certificazione energetica, mentre, in ogni caso, l’assenza di detto documento non permetterà al notaio di rogare l’atto secondo quanto previsto dalla trascrizione degli atti relativi ai beni immobili (artt. 2643 ss. c.c.). Pertanto l’amministratore di condominio, richiesto da una delle parti contraenti dei contratti di vendita o di locazione immobiliare, dovrà consentire l’esecuzione, da parte dei soggetti interessati, degli accertamenti tecnici sulle parti comuni e finalizzati al conseguimento della certificazione energetica.


Fonte: IPSOA

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mercoledì 20 febbraio 2013

Quesito: rinnovo di cessione del quinto.

dal 2000, subisco una trattenuta di 103 € sulla mia pensione, per una contravvenzione della guardia di finanza; nel 2005, contrassi un prestito quinquennale con una finanziaria, con cessione di un quinto della mia pensione INPDAP; nel 2008, rinnovai tale prestito con durata decennale, con un'altra finanziaria sempre con cessione del quinto; adesso, avendo pagato quasi sei anni di quel debito, dovendo effettuare delle protesi dentarie sia per me che per mia moglie, ho richiesto all'INPDAP di poter rinnovare (ovviamente con contestuale estinzione della precedente) la  cessione del quinto della mia pensione, sempre decennale, attraverso una finanziaria; orbene, l'INPDAP, in contrasto con le decisioni del 2005 e del 2008 allorquando stipulai i precedenti prestiti con cessione del quinto (in presenza in entrambe le circostanze sempre di quel pignoramento di 103 € risalente al 2000 e che finirà alla mia morte perchè non ha scadenza, mi nega il rinnovo della cessione con la giustificazione ch "non è possibile la cessione del quinto della pensione, in presenza di un pignoramento. Preciso che la mia pensione è attualmente di € 1.145 e che su di essa gravano le seguenti trattenute: € 103,00 per pignoramento ed € 198,00 per cessione di quinto (che si estinguerà nel luglio del 2017. la mia domanda è: è giusto che l'INPDAP mi neghi il rinnovo della cessione?

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Quesito: compenso anomalo.

Sono un promotore finanziario che intende recedere da un mandato di agenzia. La banca affiderà i miei clienti a 5 colleghi. I colleghi mi riconosceranno un'indennità di presentazione dei clienti e di non concorrenza. Questa indennità mi verrà liquidata in 24 mesi e a fine anno chiuderò la partita IVA. Finora nessun commercialista ha saput dirmi come posso gestire fiscalmente questo accordo.

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