lunedì 29 novembre 2010

Quesito: studio associato ed informatici.

vorrei conoscere se è possibile costituire uno studio associato tra
persone che lavorano nell'IT di cui noi non esiste albo di alcun
genere. Dalle mie ricerche risulta che uno studio associato può essere
costituito solo da professionisti iscritti a qualche albo mi conferma
questo fatto?

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Quesito: acconto IRPEF da non versare.

vorrei una consulenza sul 730/2010.
Il commercialista presso il quale mi sono rivolta per la predisposizione del 730/2010, mi ha comunicato di non aver barrato l'opzione per non versare l'acconto di novembre, come avevo deciso, visto che per l'anno successivo non dovrei fare la dichiarazione.
Vorrei sapere se mi è possibile comunicare al datore di lavoro di non farmi trattenere in busta paga l'importo dell'acconto di novembre.

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Quesito: assegnazione alloggi cooperativa.

Sono il Presidente di una Cooperativa Edilizia dallo statuto da proprietà indivisa a divisa e con la presente mi pregio chiedere alla Spettabile:" Siamo 26 soci assegnatari di alloggi in cui abitiamo ed intendiamo assegnare gli stessi alloggi in proprietà. Però esiste il problema che un solo socio, per motivi finanziari, non può garantire il versamento delle somme dei contributi da versare alla regione. Siamo propensi ad intervenire accollandoci la spesa in parti uguali. Facendo questa operazione il notaio può stipulare i rispettivi 25 rogiti senza stilare il verbale notarile di scioglimento della stessa Cooperativa?

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Quesito: emissione ricevuta sanitaria.

La ricevuta sanitaria deve essere emessa dal professionista che effettua un controllo di una ferita di una operazione effettuata antecedentemente, con importo € 0,00?

un finanziere ha asserito che il cliente deve avere con se la ricevuta anche se non ha pagato niente

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sabato 27 novembre 2010

Modello F24 EP.

Il decreto legge n.185/2008, convertito dalla legge n.2/2009, ha esteso l’utilizzo del modello di versamento “F24 enti pubblici” (F24 EP) al pagamento di tutti i tributi erariali, contributi e premi dovuti ai diversi enti previdenziali ed assicurativi. Il modello F24 EP è un modello di pagamento a trasmissione telematica dei versamenti all’Agenzia delle Entrate di cui si avvalgono gli enti pubblici e le Amministrazioni dello Stato sottoposti ai vincoli del sistema di tesoreria unica. Con la circolare n. 147 del 19 novembre 2010, vengono fornite le istruzioni per la compilazione dell’F24 EP per i versamenti all’Inps.


Fonte: INPS

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Telefoni cellulari: operativo il meccanismo del reverse charge.

Con la decisione del 22 novembre scorso, il Consiglio dell’Unione Europea rende operativo l’applicazione del meccanismo di reverse charge per il pagamento dell’Iva relativa alle cessioni di cellulari e dispositivi a circuito integrato. Il meccanismo del reverse charge individua nel cessionario il debitore dell’imposta nei confronti dell’Erario, eliminando la possibilità di praticare le c.d. “frodi carosello”, diffuse soprattutto nel commercio al minuto di alcuni prodotti, come quelli indicati nella decisione del consiglio dell’Unione europea.

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Regime dei minimi: precluso il metodo previsionale ai nuovi minimi.

I soggetti che hanno adottato il regime dei minimi a decorrere dal 2010 sono tenuti alla determinazione dell’acconto IRPEF 2010 senza considerare l’adesione al regime dei minimi, ossia senza considerare che non sarà dovuta l’IRPEF, ma l’imposta sostitutiva del 20%. L’unica modalità di determinazione dell’acconto dovuto per l’anno di accesso al regime è il metodo storico, con esclusione di quello previsionale, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 13/E/2008.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Borse di studio per attività di ricerca post-lauream.

Le borse di studio attribuite per attività di ricerca post-lauream, non subordinate alla frequenza di un dottorato di ricerca, sono esenti da Irpef secondo quanto previsto dall’art. 4, comma 3, della legge n. 210 del 1998. Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate.

risoluzione n. 120/e del 22 novembre 2010


Fonte: Min.Finanze

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Appalti: limite alla tracciabilità da 500 a 1.500 euro.

Il limite per le spese quotidiane non soggette alla tracciabilità finanziaria negli appalti passa da 500 a 1.500 euro. Questa è la novità più importante al termine dell’esame al Parlamento del D. Lgs. 187/2010, che ha accolto le richieste delle associazioni di categoria. Con un altro emendamento approvato ieri, 24 novembre 2010, è stato però precisato che l’eventuale costituzione di un fondo cassa cui attingere per spese giornaliere, salvo obbligo di rendicontazione, deve essere effettuata tramite bonifico bancario o altro strumento tracciabile.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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giovedì 25 novembre 2010

Canone Tv, esonero per gli over 75: la richiesta entro il 30 novembre.

Coloro che hanno almeno 75 anni di età, se in possesso di determinati requisiti, possono chiedere l’esenzione dal pagamento del canone Rai. Il beneficio è stato introdotto dalla Finanziaria 2008 (articolo 1, comma 132, legge 244/2007) a favore dei contribuenti con limitate disponibilità economiche e può essere applicato dal 2008.
Ma occhio alle scadenze: per il secondo semestre 2010 e per chi non ha pagato le annualità 2008, 2009 e 2010, l’istanza va presentata entro il prossimo 30 novembre. Stesso termine per coloro che potevano usufruire dell’agevolazione e non l’hanno fatto nel triennio 2008/2010 e ora devono richiedere il rimborso dei canoni versati.

I requisiti
Innanzitutto occorre avere l’età giusta. Per beneficiare dell’agevolazione bisogna aver compiuto 75 anni entro le scadenze previste per il pagamento del canone Rai, ossia il 31 gennaio (I semestre) e 31 luglio (II semestre).
L’esonero è previsto per il canone relativo a una televisione della casa di residenza.
Proseguendo con i requisiti, il reddito del richiedente, sommato al reddito del coniuge convivente, non deve essere stato superiore a 6.713,98 euro nell’anno precedente a quello per cui si chiede l’esonero. Nella casa, inoltre, non devono abitare altri titolari di reddito proprio.
Soddisfatti questi presupposti essenziali, ecco le voci da includere nel calcolo complessivo:

•la somma degli imponibili risultanti dalla dichiarazione dei redditi dell’interessato e del coniuge o dal Cud (per chi non è tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi), relativi all’anno precedente a quello per cui si chiede l’esonero dal pagamento
•i redditi soggetti a imposta sostituiva o ritenuta a titolo di imposta, come ad esempio gli interessi maturati su depositi bancari e postali, Bot, Cct e altri titoli di Stato e utili derivanti da quote di investimenti
•le retribuzioni corrisposte da organismi internazionali, rappresentanze diplomatiche e consolari e missioni, dalla Santa Sede, dagli enti gestiti direttamente da essa e da quelli centrali della Chiesa cattolica
•i redditi di fonte estera non tassati in Italia.

Viceversa, rimangono fuori dal conto totale:
•i redditi che non scontano l’Irpef, come le pensioni di guerra, le rendite Inail, le pensioni di invalidità civile
•il reddito della casa principale e delle relative pertinenze
•i redditi soggetti a tassazione separata.

La domanda di esenzione
Per usufruire dell’agevolazione occorre presentare una dichiarazione sostitutiva che attesti il possesso dei requisiti. Il modello compilato va presentato agli uffici locali o territoriali dell’Agenzia delle Entrate o spedito con raccomandata senza busta, insieme alla fotocopia del documento di identità, all’Agenzia delle Entrate – Ufficio Torino 1 S.A.T. – Sportello abbonamenti Tv – 00121 – Torino.
Il modulo da utilizzare, disponibile sul sito internet delle Entrate, nella sezione “Modelli”, è quello allegato alla circolare 46/E del 20 settembre, che chiarisce quali sono le modalità di accesso al beneficio.

I termini di consegna o spedizione della dichiarazione, nell’ipotesi di primo accesso all’agevolazione, sono il 30 aprile dell’anno di riferimento per il primo semestre, il 31 luglio per il secondo.
Eccetto, naturalmente, come specificato prima, il secondo semestre 2010, che ha come scadenza il 30 novembre.

Lo stesso modello deve essere compilato anche da coloro che non hanno pagato gli abbonamenti Rai relativi agli anni 2008/2009/2010, perché in regola con i requisiti richiesti dalla norma di favore e dagli ultrasettantacinquenni che hanno versato il canone nel periodo 2008/2010, pur potendo godere dell’esenzione. In quest’ultimo caso, il modello affianca la richiesta di rimborso.
La restituzione del canone avverrà, in contanti, presso gli uffici postali.

La dichiarazione non deve essere rinnovata ogni anno e, chi attiva per la prima volta l’abbonamento alla tv di Stato, ha tempo 60 giorni per chiedere l’esonero dal canone dalla data in cui dovrebbe effettuare il pagamento.

Occhio a non “sbagliare i conti”
Chi non paga, ma non ha le carte in regola per usufruire dell’agevolazione, sconta una sanzione amministrativa compresa tra i 500 e i 2mila euro per ciascun anno evaso, oltre al pagamento del canone dovuto e degli interessi maturati. Le dichiarazioni mendaci, inoltre, sono sottoposte alle sanzioni penali previste dall’articolo 76 del Dpr 445/2000.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 24 novembre 2010

Niente Irpef per la borsa di ricerca post-lauream.

Con la Risoluzione n. 120/E del 22 novembre 2010, l’Agenzia delle Entrate chiarisce che le borse di studio corrisposte dalle Università e dagli istituti di istruzione universitaria per la frequenza dei corsi di perfezionamento e delle scuole di specializzazione, per i corsi di dottorato di ricerca, per attività di ricerca post-dottorato e per i corsi di perfezionamento all’estero sono esenti dall’Irpef. Il documento di prassi chiarisce, inoltre, che il regime di esenzione comprende le borse di studio assegnate per l’attività di ricerca post-lauream e, quindi, svincolate da corsi di dottorato.

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Finanziaria 2011: dal 1° febbraio 2011 partono le nuove sanzioni fiscali.

La Legge di Stabilità, approvata alla Camera, determina le nuove misure delle sanzioni fiscali nelle materie di accertamento con adesione, acquiescenza, conciliazione giudiziale e ravvedimento operoso. Le nuove sanzioni entrano in vigore per gli atti emessi dal 1° febbraio 2011 e non comprendono quelle che precedono le iscrizioni a ruolo. Per il ravvedimento operoso breve, le nuove sanzioni saranno ridotte ad un decimo del minimo, anziché ad un dodicesimo, e si applicheranno per le violazioni commesse a partire dal 1° febbraio 2011.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Unico 2010 è regolarizzabile entro il 29 dicembre.

La mancata presentazione del modello Unico 2010 entro il 30 settembre 2010 può essere sanata presentando entro il prossimo 29 dicembre la “dichiarazione tardiva” e versando la sanzione di Euro 21,00. Nel caso in cui, oltre alla tardiva presentazione della dichiarazione, sia stato omesso anche il versamento dell’imposta andrà applicata anche la sanzione relativa all’omesso versamento dell’imposta, avvalendosi dell’istituto del ravvedimento operoso. La norma sul ravvedimento operoso dispone che, nel caso di dichiarazione “tardiva”, la stessa può essere regolarizzata nei 90 giorni successivi con le sanzioni ridotte ad un dodicesimo del minimo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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martedì 23 novembre 2010

Quesito: vendita prima casa e cambio di residenza.

Io e mia moglie abbiamo deciso di mollare tutto e partire per un viaggio in camper di un paio d'anni, siamo proprietari di una casa (prima casa) dal giugno 2006 quindi per venderla dobbiamo aspettare il giugno 2011 perchè non abbiamo intenzione di acquistarne un'altra entro un anno.
La residenza vogliamo trasferirla a casa dei miei genitori, nel comune dove sono cresciuto.
- possiamo trasferire la residenza prima di vendere la casa? o dobbiamo aspettare di aver venduto?
- perdiamo qualche beneficio trasferendo la residenza prima di vendere?

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lunedì 22 novembre 2010

Il nuovo redditometro per chi usa il modello Isee.

Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, durante un convegno organizzato a Pavia, ha annunciato l’applicazione del nuovo redditometro e ha chiarito come tale strumento consentirà di controllare i titolari di prestazioni sociali agevolate che utilizzano il modello Isee. In arrivo anche una nuova collaborazione con l’Associazione Nazionale Comuni Italiani (Anci) per definire i servizi messi a disposizione degli enti locali da parte dell’Agenzia delle Entrate nell’ambito della lotta all’evasione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Risparmio energetico: dal 2011 la detrazione spalmata in 10 anni.

Per ripartire la detrazione del 55% sui lavori edilizi per il risparmio energetico in 5 anni dal 2010 e non in 10 anni dal 2011, le persone fisiche e i lavoratori autonomi devono effettuare i pagamenti tramite bonifico bancario entro il 31 dicembre 2010, anche se riguardano lavori ancora da eseguire. In questo modo, non si incapperà nella misura del disegno di Legge di Stabilità, che conserva la detrazione del 55%, ma la diluisce in 10 anni.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Scudo fiscale: possibile la trasformazione della dichiarazione con cause ostative.

Con la Circolare n. 70/2010, Assofiduciaria ha confermato i recenti chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate sulle regole da osservare in materia di controlli sulle operazioni di scudo fiscale. In particolare, il documento si è soffermato sulla possibilità di modificare una dichiarazione riservata di rimpatrio fisico con cause ostative in una dichiarazione di rimpatrio giuridico con l’incarico alla fiduciaria di poter perfezionare lo scudo mediante l’amministrazione senza intestazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Quesito: locazione di porzione di abitazione.

Devo trasferirmi da una città ad un'altra (sicuramente per almeno 2 anni) e
conseguente cambiamento di residenza; nella nuova città ho un amico di famiglia
( ultra trentennale) che mi ha messo a disposizione (gratuitamente) una villa
di sua prorietà ( 6 vani - vuota con R.C. di euro 600,00). Detto ciò, non
avendo mai preso una casa in fitto, mi pongo delle domande :
1) devo fare un contratto di fitto (considerando che sono obbligato per motivi
di lavoro a cambiare residenza) ?
2) se sono costretto a fare il contratto di locazione questo può essere
previsto in forma gratuita ?
3) se sono costretto a fare un contratto di locazione non gratuito,
considerando che stiamo parlando di una villa (6 vani), posso fittare solo
parte o porzione dell'abitazione ( 1 stanza da letto, 1 bagno) ;
4) il contratto se non gratuito, deve avere un canone annuo minimo?
5) il contratto va registrato ? se si dove presso il Comune di partenza o di
arrivo ? i costi ?
6) Avete altri suggerimenti sempre considerando che in questa nuova città devo
obbligatoriamente fare residenza ?

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Quesito: info conto vendita.

volevo sapere qual'è la disciplina che regola un accordo conto vendita tra il fornitore di merce e il cliente che acquista in conto vendita.
dopo aver emesso la bolla di conto vendita, che tempi abbiamo per regolarizzare il tutto? a cosa dobbiamo attenerci? cosa dobbiamo scrivere nei documenti contabili, bolle fatture etc etc

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Quesito: eredi di erede deceduto.

il mio convivente, celibe e senza figli ma con fratelli, mi ha nominato sua erede.

Ho tre figli e vorrei sapere se nel caso morissimo (io e il mio convivente) di incidente nello stesso momento, i miei figli erediterebbero o andrebbe tutto ai fratelli del mio convivente.?

sarebbe opportuno fare testamento direttamente ai miei figli?

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venerdì 19 novembre 2010

Modello 770 mensile: in vista la proroga dell’adempimento.

Il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, al Forum sul Collegato lavoro ha annunciato una nuova proroga in vista per il Modello 770 mensile. Il 2010 doveva essere l’anno di sperimentazione del nuovo adempimento, che continuerà invece nel 2011. L’adempimento consiste nel dover comunicare mensilmente da parte dei datori di lavoro tutti i dati relativi ai redditi di lavoro dipendente, equiparati e assimilati. Oltre al modello 770 mensile i datori di lavoro dovranno effettuare anche una denuncia annuale e soltanto con l’invio di quest’ultima si avrà il perfezionamento della nuova “dichiarazione”.

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Finanziaria 2011: la proroga della detrazione del 55%.

L’emendamento al disegno di Legge di Stabilità presentato ieri dal relatore Marco Milanese rifinanzia l’eco-bonus per il risparmio energetico con la possibilità di procedere alla detrazione del 55% spalmata su 10 anni, anziché su 5. Il voto finale sulla Legge di Stabilità nell’Aula della Camera si terrà entro venerdì, 19 novembre. Dalla prossima settimana la nuova Finanziaria approderà al Senato per essere approvata da questo entro il 10 dicembre. Per la proroga del 55% cambierà soltanto il periodo di utilizzo, mentre su beni ammessi e limiti di spesa le regole restano quelle oggi in vigore.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Presunzione di redditività.

La presunzione di redditività dei conti bancari può essere provata dal contribuente. Non può essere allegata la perizia disposta in sede penale per dimostrare l’infondatezza dell’accertamento.Con l'ordinanza n. 22636 dell'8 novembre 2010, in rassegna, la Cassazione, seguendo un indirizzo consolidato, ha ritenuto che l’accertamento basato sull’esame dei conti bancari è regolato da presunzioni legali c.d. relative, per cui nel riparto dell’onere della prova tra ufficio e contribuente al primo è sufficiente allegare l’esistenza di movimentazioni bancarie non registrate nella contabilità; al secondo compete invece l’onere di provare che quelle movimentazioni non sono riferibili all’attività svolta dal medesimo.

Nel caso esaminato, l’avviso di rettifica IVA era fondato sull’esame di alcuni conti bancari, intestati al contribuente ed al coniuge, di cui vi erano versamenti e prelevamenti privi di giustificazione; i primi erano considerati ricavi non contabilizzati, i secondi costi non documentati.

In proposito, l’art. 51, comma 2, n. 2, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 dispone che i dati acquisiti tramite l’esame dei conti bancari “sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti (…) se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto nelle dichiarazioni o che non si riferiscono a operazioni imponibili”. Per le imposte dirette analoga disposizione è contenuta nell’art. 32, primo comma, n. 2, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600.

Nel sistema di riparto dell’onere della prova, l’ufficio ha unicamente l’onere di inviare il questionario con il quale il contribuente deve dare le giustificazioni richieste al fine di vincere la presunzione di redditività delle movimentazioni bancarie. Come precisato da Cassazione, sent. 9 aprile 2010, n. 8507, “Una volta acquisita tale documentazione, nessun altro obbligo incombeva all’Ufficio circa una preventiva fase di controllo dei dati risultanti dalla contabilità, rispetto alle movimentazioni bancarie”.

Per quanto concerne il contenuto della prova offerta dal contribuente, la presunzione di redditività delle movimentazioni dei conti correnti può essere superata dimostrando alternativamente che i ricavi presuntivamente riconducibili a lui non sono stati conseguiti nello svolgimento della propria attività, ovvero che sia data l’indicazione del destinatario del prelevamento non annotato in contabilità. Come precisato dall’ordinanza n. 22636 del 2010 in rassegna, deve trattarsi di prova specifica e “riguardare analiticamente i singoli conti bancari”; per contro, non sarebbe ritenuta ammissibile una prova generica riferita all’intero conto.

Si osserva che la Cassazione ha di recente ampliato l’ambito di applicazione della presunzione di redditività dei conti ex art. 32 del D.P.R. n. 600 del 1973 e art. 51 del D.P.R. n. 633 del 1972, estendendola ai conti bancari intestati a soggetti terzi, come ad es. amministratori, familiari, eccetera, in particolar modo nelle società a ristretta partecipazione azionaria, ovvero a base prevalentemente familiare.

Secondo la Cassazione, sent. 8 ottobre 2010, n. 20862: “in una società di capitali a base ristretta possono essere presi in considerazione i dati tratti dai conti bancari dei soci, ed anche dei congiunti di costoro, purché emergano dall’esame comparato dei dati elementi presuntivi ulteriori che facciano ritenere la riferibilità dei conti alla gestione sociale”.

Il percorso logico appare fondato su una prima presunzione (legale) concernente la redditività dei movimenti del conto privi di giustificazione e su una seconda presunzione (semplice) per cui attraverso elementi indiziari i proventi riscontrati nei conti dei terzi sono ritenuti imputabili al soggetto accertato. Grava sull’Amministrazione l’onere di esporre dei fatti costituenti presunzioni gravi precise e concordanti (presunzioni c.d. semplici) circa l’esistenza di una “confusione patrimoniale” tra soci, congiunti degli stessi e la società.

Infine, sempre riguardo alla prova che potrebbe offrire il contribuente, l’ordinanza n. 22636 del 2010 in commento ritiene che non sia elemento di valutazione utile la perizia d’ufficio disposta nel processo penale, la quale “è volta unicamente a verificare la configurabilità di illeciti penali”. Logicamente, per l’accertamento fiscale valgono le regole speciali per esso previste.

La Cassazione con la sentenza n. 11785 del 2010 ha affermato il principio della separazione tra i due giudizi, in quanto “nessuna automatica autorità di cosa giudicata può quindi attribuirsi, nel separato giudizio tributario, alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, ancorché i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento nei confronti del contribuente”.

(Ordinanza Cassazione civile 08/11/2010, n. 22636)


Fonte: IPSOA

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Mancata emissione degli scontrini, valida la sospensione dell'attività.

E' legittima la sospensione della licenza se nel quinquennio siano state accertate quattro violazioni (all'epoca dei fatti, tre) dell'obbligo di emissione dello scontrino o della ricevuta fiscale, anche nel caso in cui il contribuente abbia definito la sanzione principale con il pagamento in misura ridotta.
E' quanto ha deciso la Cassazione con la sentenza 22976 del 12 novembre, in applicazione del principio in base al quale la norma speciale deroga quella generale.

I fatti
A un commerciante napoletano veniva notificato un atto sanzionatorio che prevedeva la sospensione di quindici giorni dell'attività, per mancata emissione dello scontrino fiscale (tre violazioni nel quinquennio).

Contro il provvedimento, il contribuente proponeva ricorso alla Ctp in quanto, avendo optato per la definizione agevolata, con il pagamento di un quarto dell'importo nel termine di 60 giorni, riteneva di conseguenza sanata la sanzione accessoria dell'interruzione temporanea dell'esercizio.
La Ctp accoglie il ricorso proposto dal contribuente.

Dello stesso parere la Ctr Campania, che rigetta l'appello proposto dall'Agenzia delle Entrate, confermando la sentenza di primo grado. Secondo i giudici, la sospensione temporanea della licenza sarebbe stata sanata dall'opzione del contribuente per la definizione agevolata. Nel termine di 60 giorni, è infatti possibile "…definire la controversia con il pagamento di un importo pari ad un quarto della sanzione indicata e comunque non inferiore ad un quarto dei minimi edittali previsti per le violazioni più gravi relative a ciascun tributo. La definizione agevolata impedisce l'irrogazione delle sanzioni accessorie" (articolo 16, comma 3, del Dlgs 472/1997).
I giudici della Ctr hanno ritenuto prevalente quest'ultima previsione rispetto a quella contenuta nell'articolo 12, comma 2, del Dlgs 471/1997, che prevede la sospensione della licenza nel caso in cui siano state accertate nel corso di un quinquennio quattro violazioni dell'obbligo di emissione dello scontrino "anche se non sono state irrogate sanzioni accessorie in applicazione delle disposizioni del citato D.Lgs. n. 472 del 1997".
La sentenza di secondo grado, dunque, conferma quella della Ctp che aveva accolto il ricorso del contribuente.

Il ricorso in Cassazione
Contro la pronuncia della Commissione tributaria regionale, l'Agenzia propone ricorso in Cassazione per erronea applicazione delle norme di legge (articolo 12, comma 2, Dlgs 471/1997, e articolo 16, comma 3, Dlgs 472/1997) e insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio (articolo 360, n. 5, cpc).

L'Amministrazione fiscale rileva, in particolare, che in tema di sanzioni amministrative dovute alla violazione di disposizioni tributarie, la norma speciale prevale su quella generale.
Nel caso in esame, la disposizione normativa sulla chiusura dell'esercizio in presenza di reiterate violazioni dell'obbligo di emettere lo scontrino o la ricevuta fiscale ha carattere di specialità rispetto alla norma generale, in base alla quale "la definizione agevolata impedisce l'irrogazione delle sanzioni accessorie" (articolo 16, comma 3, Dlgs 472/1997).

La Suprema corte ha perciò ritenuto fondato il ricorso presentato dall'Agenzia delle Entrate e, sulla base anche del consolidato orientamento giurisprudenziale (Cassazione, sentenze nn. 2439/2007, 25671/2008 e 13577/2010), ha cassato la sentenza di secondo grado e rigettato il ricorso introduttivo del contribuente.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 17 novembre 2010

Irap: uno studio non sempre obbliga al pagamento dell’imposta.

Con l’ordinanza n. 23155 del 16 novembre 2010, la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui il semplice possesso di uno studio da parte di un professionista non costituisce bene strumentale eccedente il minimo indispensabile per l’esercizio della professione. Di conseguenza, tale condizione non costituisce presupposto per determinare l’assoggettamento all’Irap. Tuttavia, i giudici di merito devono accertare di volta in volta se lo studio, per la sua ubicazione e dimensione, possa essere considerato valore di bene strumentale minimale o meno.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Immobili non dichiarati in Catasto: la regolarizzazione entro il 31 dicembre.

Il 31 dicembre 2010 scade il termine per la regolarizzazione degli immobili non dichiarati in Catasto o per quelli già iscritti, ma non aggiornati. Con riferimento ai fabbricati non dichiarati, la regolarizzazione catastale è all’attenzione dei proprietari immobiliari, che affidano l’incarico ad un tecnico professionista che dovrà predisporre la denuncia al Catasto dei fabbricati con proposta di rendita. Scaduto il termine del 31 dicembre, l’Agenzia del Territorio provvederà ad attribuire una rendita presunta e a svolgere le opportune attività di accertamento.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Il presupposto del ravvedimento è l’operosità del contribuente.

Il contribuente non può avvalersi del ravvedimento operoso (articolo 13 del Dlgs 472/1997) dopo essere stato oggetto di verifica fiscale da parte degli organi di controllo competenti.
Questo il principio contenuto nella sintetica ordinanza della Cassazione n. 22781 del 9 novembre.

I fatti
L’Amministrazione finanziaria propone ricorso per cassazione contro una sentenza della Commissione tributaria regionale che, rigettando l’appello dell’ufficio, aveva accolto il ricorso di una società contro un atto di accertamento Iva.

In particolare, l’Amministrazione ricorrente lamenta la violazione dell’articolo 13 del Dlgs 472/1997, in quanto il giudice tributario aveva erroneamente ritenuto operante, a favore del contribuente, il ravvedimento operoso, pur essendo il versamento delle sanzioni avvenuto successivamente alla verifica fiscale.

La Corte suprema accoglie il ricorso, precisando che il citato articolo 13 subordina il ravvedimento operoso alla circostanza “…che non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento…”, mentre, nel caso di specie, risulta pacifico che il versamento delle sanzioni in misura ridotta è avvenuto successivamente alla conclusione della verifica “…a nulla rilevando ovviamente che il versamento (tardivo) dell’imposta - che aveva dato causa alla sanzione - fosse avvenuto precedentemente”.

Di seguito, accenniamo brevemente al ravvedimento operoso e ai casi ostativi alla sua applicazione.

Cos’è il ravvedimento operoso
L’istituto consente di regolarizzare le violazioni sostanziali mediante il pagamento di una sanzione ridotta, oltre che del tributo dei relativi interessi moratori, a condizione che l’adempimento omesso venga regolarizzato entro un certo termine.
In buona sostanza, il ravvedimento operoso ha natura premiale, la cui funzione precipua è quella di consentire al contribuente che commette una violazione fiscale di sanarla spontaneamente, beneficiando della riduzione della sanzione che sarebbe dovuta in caso di accertamento dell’ufficio finanziario.
Il ravvedimento è precluso se la violazione è stata già constatata o sono iniziate ispezioni o verifiche o altre attività amministrative delle quali l’autore della violazione ha avuto formale conoscenza.

Il Dl 185/2008 ha modificato l’articolo 13 in argomento, con riferimento all’entità delle sanzioni, che, attualmente, risultano essere le seguenti:
•per l’omesso o insufficiente versamento di imposte o di acconti, regolarizzato entro 30 giorni, la sanzione è pari al 2,5% (un dodicesimo del 30%)
•per l’omesso o insufficiente versamento, regolarizzato entro il termine per la presentazione della dichiarazione, ovvero, in assenza dell’obbligo dichiarativo, entro un anno dall’omissione o dal versamento insufficiente, la sanzione è pari al 3% (un decimo del 30%)
•per l’omessa presentazione della dichiarazione, regolarizzata entro 90 giorni, la sanzione è pari a un dodicesimo del 120% delle imposte dovute ovvero un dodicesimo di 258 euro (21 euro) quando non sono dovute imposte.
Per il perfezionamento del ravvedimento, il comma 2 dell’articolo 13 dispone chiaramente che “il pagamento della sanzione ridotta deve essere eseguito contestualmente alla regolarizzazione del pagamento del tributo o della differenza, quando dovuti, nonché al pagamento degli interessi moratori calcolati al tasso legale con maturazione giorno per giorno”, circostanza questa che, nel caso sottoposto all’esame della Cassazione, non è avvenuta.

Quando non ci si può ravvedere
Com’è noto, il principale presupposto per l’ottenimento della riduzione della sanzione è rappresentato dalla spontaneità della regolarizzazione (l’operosità del contribuente appunto), per cui il dettato normativo dell’articolo 13 del Dlgs 472/1997 prevede espressamente delle cause di preclusione della possibilità di avvalersi dell’istituto in parola.
Le cause ostative sono:
- l’avvenuta constatazione della violazione
- l’inizio di accessi, ispezioni e verifiche
- l’inizio di altre attività amministrative di accertamento.

Di tali cause, l’autore della violazione o i soggetti solidalmente obbligati devono avere avuto formale conoscenza attraverso la notificazione di un apposito atto (nel caso di più soggetti interessati - autore della violazione o soggetto obbligato in solido - per escludere il ravvedimento è sufficiente la formale conoscenza di una delle cause ostative anche da parte di uno solo dei due).
In buona sostanza, se, per esempio, il ravvedimento è connesso a un omesso versamento di imposte o ritenute, sarà necessario che il contribuente effettui il pagamento delle imposte o ritenute (nonché delle sanzioni ridotte e degli interessi maturati) prima che una delle citate cause ostative si realizzi.

In ordine, poi, agli “accessi, ispezioni e verifiche”, si rileva come, una volta iniziate le operazioni di controllo da parte degli organi a ciò deputati, la regolarizzazione di eventuali violazioni fiscali perde quel carattere di spontaneità, essendo ovviamente indotta dal rischio concreto e reale dell’individuazione di quella violazione per la quale il contribuente accertato avrebbe potuto “ravvedersi”.

Da ultimo, il riferimento alle “altre attività amministrative di accertamento”, come ulteriore categoria di cause ostative al ravvedimento, è da intendersi a qualunque ulteriore attività di accertamento svolta da organi accertatori che rivesta natura amministrativa; trattasi, in sostanza, dell’attività di notifica di “inviti”, “richieste” e “questionari” (cfr circolare 180/E/1998).

Va da sé che l’esplicito riferimento al carattere “amministrativo” dell’attività di accertamento esclude, come causa ostativa al ravvedimento, l’avvio di indagini di natura penale, sebbene dalle stesse possa emergere eventualmente anche la violazione di disposizione tributarie.


Fonte: Agenzia Entrate

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Finanziaria 2011: accertamento parziale più facile.

Nel maxiemendamento al disegno di Legge della stabilità economica presentato mercoledì, 10 novembre 2010, dal Governo alla Commissione bilancio della Camera viene previsto l’accertamento parziale anche per le indagini finanziarie e per i risultati dei questionari. L’accertamento parziale è caratterizzato dalla possibilità per l’Amministrazione Finanziaria di procedere alla rettifica delle proprie pretese tutte le volte che elementi certi permettano di supporre l’esistenza di un reddito non dichiarato, senza necessità di verificare la posizione complessiva del contribuente.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Marchi, disegni e modelli, le pratiche di registrazione solo on line.

Analogamente alla prassi in vigore per i certificati di marchi comunitari, l’UAMI ha introdotto un nuovo sistema di certificati online per i disegni e modelli da lunedì 15 novembre, allo scopo di contribuire alla riduzione dei tempi di registrazione. Analogamente alla prassi attualmente in vigore per i certificati di marchi comunitari, l’UAMI introdurrà un nuovo sistema di certificati online per i disegni e modelli da lunedì 15 novembre, allo scopo di contribuire alla riduzione dei tempi di registrazione. A decorrere da tale data, l’Ufficio non emetterà più i certificati per i disegni e modelli in formato cartaceo.

I nuovi certificati online hanno lo stesso aspetto e la stessa struttura dei precedenti certificati su supporto cartaceo e il medesimo valore giuridico.

Saranno disponibili e scaricabili in formato PDF in una pagina particolare di RCD-ONLINE sin dalla pubblicazione della registrazione e gli utenti saranno ufficialmente avvertiti di tale disponibilità online.


Fonte: IPSOA

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Lavoro nero anche per i familiari.

Con la Circolare n. 38 del 12 novembre 2010, il Ministero del Lavoro ha chiarito le novità introdotte dall’art. 4 della Legge 183/2010 (c.d. “collegato lavoro”) in materia di sanzione per utilizzo di lavoro nero. In particolare, si legge nella circolare che il mancato invio della denuncia nominativa all’Inail (Dna) del socio lavoratore fa scattare la presunzione del lavoro subordinato e la conseguente applicazione, a partire dal 24 novembre 2010, della maxisanzione per il lavoro nero, ovvero la sanzione amministrativa da 1.500 a 12.000 euro.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Phishing dietro i finti rimborsi.

Una nuova trappola in formato elettronico si aggira per il web, pronta a carpire dati sensibili. E' in circolazione un'e-mail che riporta nell'oggetto la frase "Si dispone di un rimborso fiscale!" con all'interno una scheda da riempire, che sembra essere partita da un indirizzo dell'Agenzia delle Entrate: "bcadmin@agenziaentrate.com".

Come sempre, le apparenze ingannano. Questo messaggio di posta, infatti, non è altro che l'ennesimo tentativo di phishing, una truffa informatica architettata per entrare illecitamente in possesso di informazioni riservate. A partire da quelle sulla carta di credito - con tanto di data di scadenza, codice di sicurezza e parola d'accesso supplementare - che potrebbero essere fornite con leggerezza e in buona fede dagli ignari destinatari delle comunicazioni-tranello, convinti di avere così diritto a un rimborso del Fisco. Per evitare di cadere nel trabocchetto, basta mettere in pratica un rimedio semplice ed efficace: eliminare al più presto l'e-mail e non aprire il suo allegato, perché potrebbe essere pericoloso e infettare il disco rigido del computer.

A questo proposito, vale la pena di ricordare che la procedura seguita dagli uffici dell'Amministrazione finanziaria per erogare i rimborsi non prevede mai il ricorso ad avvisi telefonici o via e-mail, ma solo alla posta tradizionale. In nessun caso, l'Agenzia richiede informazioni sulle carte di credito. Inoltre, sul sito internet www.agenziaentrate.gov.it, nella sezione "Home - Cosa devi fare - Richiedere - Rimborsi", si possono consultare le corrette modalità per ricevere un rimborso fiscale con l'accredito sul conto corrente bancario o postale. La richiesta di accredito può essere fatta a un qualsiasi sportello dell'Agenzia delle Entrate oppure direttamente online, usando un'applicazione specifica.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva Ue anno 2009: la scadenza slitta al 31 marzo.

Gli operatori economici che hanno pagato l'Iva, nel 2009, in un altro Paese della Comunità europea, hanno tempo fino al 31 marzo 2011 per richiedere il rimborso dell'imposta. Il termine, fissato originariamente al 30 settembre, è stato prorogato con provvedimento dell'11 novembre del direttore dell'Agenzia delle Entrate. La nuova scadenza modifica quella prevista dal precedente provvedimento del 1° aprile, per effetto della direttiva 2010/66/Ue del 14 ottobre. Le nuove disposizioni decorrono dal 1° ottobre 2010.

A giustificare lo spostamento di data, il ritardo e le difficoltà incontrate dalle amministrazioni di alcuni Stati per la messa a punto dei sistemi informatici necessari alla trasmissione telematica delle istanze di rimborso, secondo la nuova procedura voluta dalla direttiva 2008/9/Ce, recepita, nell'ordinamento italiano, dal decreto legislativo 18/2010.
Per effetto della normativa ora in vigore, un contribuente che ha assolto l'Iva in un altro Paese Ue, può chiedere il rimborso dell'imposta attraverso l'amministrazione fiscale del proprio Stato: in pratica, per l'Italia, inoltrando la domanda al Paese straniero tramite Agenzia delle Entrate. In questo modo, sono le amministrazioni a parlarsi e gli operatori non devono più confrontarsi con uffici esteri.

L'adozione della nuova procedura, le cui regole e istruzioni sono contenute nel provvedimento del 1° aprile, rivoluziona la materia sotto numerosi punti di vista.
Il primo aspetto da evidenziare è il sostanziale snellimento dell'iter burocratico. Le pratiche devono essere lavorate in 4 mesi e la restituzione dell'imposta avvenire entro 10 giorni dalla comunicazione della decisione di accoglimento del rimborso da parte dell'amministrazione estera.
Un'altra novità significativa è l'eliminazione del cartaceo. Le comunicazioni tra gli uffici avvengono, infatti, per posta elettronica e le istanze viaggiano esclusivamente via web, utilizzando, in Italia, i canali telematici Entratel e Fisconline. L'Agenzia delle Entrate, effettuato un controllo preventivo per verificare la legittimità delle richieste, ha 15 giorni di tempo per trasmetterle allo Stato europeo competente.
Gli operatori degli altri Paesi della Comunità europea, a loro volta, per accedere ai rimborsi, non devono più contattare il Centro operativo di Pescara, ma recarsi ai loro uffici delle tasse.

La proroga al 31 marzo riguarda esclusivamente le domande relative all'anno d'imposta 2009, mentre rimane invariata la scadenza ordinaria fissata al 30 settembre dalla direttiva 2008/9/Ce.


Fonte: Agenzia Entrate

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Chiarimenti relativi ai prelievi sui rifiuti (Tarsu, Tia1 e Tia2).

Con circolare il Dipartimento delle Finanze ha fornito chiarimenti sulle modalità di prelievo della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e sulla tariffa di igiene ambientale.

circolare n. 3/df dell'11 novembre 2010


Fonte: Min.Finanze

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Finanziaria 2011: le regole per il contratto di produttività.

Il contratto di produttività, previsto dalla manovra estiva 2010, incentiva il ricorso al salario di produttività aziendale con il riconoscimento di uno sconto fiscale ai lavoratori (imposta sostitutiva IRPEF al 10%) e uno sconto contributivo sia ai lavoratori (100%) che ai datori di lavoro (25%). L’incentivo fiscale sarà riconosciuto fino a un massimo di 6.000 euro di retribuzione a favore dei lavoratori con reddito, nel 2010, non superiore a 40.000 euro. La novità è contenuta nel maxiemendamento al disegno di Legge della stabilità economica del 10 novembre 2010, che definisce le regole e le risorse dell’incentivo fiscale introdotto dalla manovra 2010.

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Finanziaria 2011: imposta sostitutiva per i leasing.

Nel maxiemendamento al disegno di Legge della stabilità economica presentato mercoledì, 10 novembre 2010, dal Governo alla Commissione bilancio della Camera sono previste alcune novità fiscali. In particolare, è stata introdotta una imposta sostitutiva delle ipotecarie e catastali per i contratti di leasing immobiliare in essere al 1° gennaio 2011, che dovrà essere versata entro il 31 marzo 2011. In sede di riscatto del leasing le imposte indirette saranno dovute in misura fissa.

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domenica 14 novembre 2010

Truffa ai danni dello Stato, condannato anche il commercialista che prepara la domanda di finanziamento

Ove la domanda di finanziamento sia supportata da falsa documentazione, rispondono a titolo di concorso nella fattispecie di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (ex art. 640-bis c.p.) l’imprenditore, in favore del quale la domanda è stata presentata, ed il professionista, che ha provveduto alla predisposizione della stessa.
A stabilirlo è la Corte di Cassazione, nella sentenza n. 40107 di ieri, 12 novembre 2010, a conferma delle condanne pronunciate sia in primo grado che in appello

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venerdì 12 novembre 2010

Quesito: scatto anzianità.

sono un idraulico.voglio sapere a quanto equivale lo scatto di anzianità, essendo un operaio di quarto livello con il contratto di metalmeccanico, lavorando con una dittà artigiana?

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Quesito: collaborazione ragioniera in società.

SONO DIPLOMATA RAGIONIERA E HO UNA QUALIFICA DI ESPERTA IN TECNOLOGIE MULTIMEDIALI
MIO MARITO E’ SOCIO DI UNA SNC DI ARREDAMENTI CON DUE SORELLE. POSSONO ASSUMERMI COME DIPENDENTE SUBORDINATO CAMBIANDO TIPO DI SOCIETA’ E SE NO QUALI DIRITTI PERDEREI AI FINI PENSIONISTICI LAVORATIVI DIVENTANDO COADIUVANTE E IN CHE MODO SI PUO’ STABILIRE LA GIUSTA RETRIBUZIONE IN BASE ALLE ORE LAVORATE?

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Quesito: tipo società per attività su internet.

vorrei aprire una società per avviare un attività su internet, in sostanza il mio lavora sarebbe questo, io trovo e contatto varie fabbriche asiatiche e vendo per conto loro su siti di aste italiane o annunci i loro prodotti, una volta venduti i prodotto io trattengo una commissione ed il resto dei soldi lo invio alle fabbrice distributrici le quali inviano i prodotti ai clienti finali, quindi un intermediazione, ovvero offro dei servizi per queste aziende rivendendo i loro prodotti. quindi dovrei fatturare loro solo per i miei servizi (provvigioni, commisioni) cosa dovrei fare per essere in regola? che tipo di società dovrei aprire, se potrebbe dirmi tutto in dettaglio glie ne sarei davvero grato

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mercoledì 10 novembre 2010

Acconto Ires 2010 alla prova degli interessi passivi indeducibili.

Entro il prossimo 30 novembre scade il termine per il versamento del secondo acconto 2010 che riguarda la quasi totalità dei contribuenti. Come noto, l’ammontare dell’acconto dovuto va determinato utilizzando, alternativamente, il metodo storico o il metodo previsionale. I soggetti IRES che intendono usufruire del metodo previsionale per il secondo acconto devono procedere al calcolo della quota di oneri finanziari del 2010 indeducibili in base a quanto previsto dall’art. 96 del TUIR. A supportare il lavoro delle imprese è stata predisposta dall’Ordine dei dottori commercialisti ed esperti contabili di Torino una procedura per individuare la quota indeducibile degli interessi passivi.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Bilancio degli enti non profit.

Nel mese di ottobre l’Agenzia per le Onlus ha diramato un documento recante il quadro sintetico per la preparazione e la presentazione del bilancio degli enti non profit (ENP), frutto di un tavolo tecnico costituito dalla stessa, dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e dall’Organismo italiano della contabilità per definire i principi per la redazione del bilancio di tali enti non sono tenuti all’applicazione di particolari disposizioni di legge in materia.Nel mese di ottobre l’Agenzia per le Onlus ha diramato un documento recante il quadro sintetico per la preparazione e la presentazione del (ENP), frutto di un tavolo tecnico costituito dalla stessa, dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e dall’Organismo italiano della contabilità per definire i principi per la redazione del bilancio di tali enti non sono tenuti all’applicazione di particolari disposizioni di legge in materia.

La mancanza di precisi riferimenti normativi in materia contabile rischia, infatti, di rendere la situazione patrimoniale e finanziaria e il risultato della gestione economica degli ENP non comprensibili ai lettori esterni del bilancio, informazioni queste di particolare importanza in quanto esse garantiscono a coloro che supportano tali soggetti di verificare che le risorse messe a loro disposizione siano effettivamente destinate al perseguimento dello scopo istituzionale e gestite correttamente.

Ambito di applicazione

Prima di definire le linee guida per la redazione del bilancio degli ENP, nel documento in commento viene precisati che con tale locuzione si fa riferimento a tutte le organizzazioni la cui attività non è finalizzata a realizzare un lucro oggettivo o soggettivo e che operano in campi di attività sociale di tipo solidaristico.

L’assenza di uno scopo lucrativo non implica, però, l’impossibilità di realizzare un risultato positivo, sebbene questo non possa costituire però il fine ultimo dell’organizzazione.

Postulati di bilancio

La formazione del bilancio, quale strumento di informazione, si basa sui principi contabili i quali si distinguono in principi contabili generali o postulati del bilancio d’esercizio e principi contabili applicati.


Presunzioni contabili

I bilanci devono essere redatti nel presupposto che l’azienda sia in funzionamento e che continui prevedibilmente ad esserlo nel futuro. I proventi e gli oneri devono essere rappresentati nel rendiconto della gestione dell’esercizio in cui essi trovano la loro giustificazione economica. In altri termini, in presenza di prestazioni sinallagmatiche, qualora non sia rinvenibile un ricavo immediato o mediato, la competenza economica dei costi deve essere individuata: a) quando il processo produttivo di beni e servizi è completato; b) quando l’erogazione è avvenuta, ossia si è avuto il passaggio sostanziale delle proprietà. Con particolare riferimento ai contributi e agli altri proventi di natura non corrispettiva, essi devono essere iscritti nel rendiconto di gestione dell’esercizio in cui sono riscossi ovvero in quello in cui il titolo della riscossione ha carattere giuridico. Le organizzazioni di minori dimensioni possono derogare al principio di competenza economica, utilizzando il sistema di rilevazione articolato sulle entrate e uscite di cassa.

Clausole generali

Nella preparazione del bilancio occorre tenere in considerazione, con riferimento agli aspetti valutativi dell’informativa, le seguenti finalità:

Esposizione chiaraL’utilizzatore del bilancio deve poter comprendere, senza alcuna ambiguità, la natura ed il contenuto delle poste dello stesso e le modalità di determinazione quantitativa delle medesime. Veridicità Il principio della veridicità mira a garantire la completezza della rappresentazione delle operazioni oggetto di valutazione e l’individuazione delle valutazioni economiche più confacenti alla realtà rappresentata. Correttezza Tale principio si identifica con il rispetto delle tecniche che presiedono la redazione del bilancio. Sistema di responsabilitàL’ENP deve dare prova della propria attenzione alle regole di responsabilità nei confronti della collettività di riferimento, indicando i livelli di efficacia e di efficienza raggiunti. Il rispetto di tali condizioni porta all’adozione continuativa di schemi e prospetti di bilancio strutturati in maniera da fornire la più approfondita informativa comparabile nello spazio e nel tempo.

Principi generali di bilancio

ComprensibilitàIl bilancio deve essere comprensibile sia nella sua sostanze che nella forma. Nella sostanza, il bilancio deve mostrare una chiara e intellegibile imputazione degli elementi delle singole poste. Nella forma il bilancio deve proporre una chiara classificazione delle varie voci, nonché un’esauriente informativa di carattere qualitativo negli appositi documenti. ImparzialitàLe informazioni recate dal bilancio devono essere imparziali, ossia esse non devono orientare le decisioni degli utilizzatori in una decisione divergente rispetto a quella coerente. SignificativitàLe informazioni devono essere in grado di influenzare le decisioni degli utilizzatori, aiutandoli a valutare gli eventi passati, presenti e futuri. Prudenza Tale principio consiste nell’impiego di un grado di cautela nell’esercizio dei giudizi necessari per l’effettuazione delle stime affinché le attività ed i proventi non siano sovrastimati e le passività e gli oneri non siano sottostimati. Prevalenza della sostanza sulla forma La sostanza rappresenta l’essenza nonché la rilevanza economica di un evento. Comparabilità e coerenza Le informazioni recate dal bilancio devono essere comparabili sia in termini spaziali sia temporali. Il bilancio è comprabile nello spazio quando è possibile confrontare i risultati ottenuti da un ENP con quelli di altri ENP. Il bilancio è comprabile nel tempo quando è possibile confrontare i risultati ottenuti dall’ENP con quelli ottenuti dallo stesso in esercizi passati. Veridicità dell’informazione Le informazioni devono essere veritiere ossia verificabili attraverso un’indipendente ricostruzione del procedimento contabile. Annualità Tale principio stabilisce il vincolo delle operazioni ad un esercizio annuale, in modo da agevolare il controllo dell’attività dell’ente. Principio del costo Il criterio di valutazione più comunemente adottato è quello del costo storico. Esso viene comunemente combinato con altri criteri.

Nella parte finale del documento in commento vengono illustrati i criteri di valutazione, i quali possono essere individuati nei seguenti:

Costo storico Le attività sono iscritte in bilancio all’effettivo costo di acquisto o di produzione; le passività al valore effettivamente ricevuto quale controprestazione. Costo corrente Le attività sono iscritte al valore che bisognerebbe corrispondere se fossero acquistate al momento attuale e le passività sono iscritte all’imposto che di dovrebbe versare per estinguere l’obbligazione al momento attuale. Presunto valore di realizzo Le attività sono iscritte al valore monetario che si potrebbe ottenere dalla loro vendita o realizzo e le passività sono iscritte all’importo monetario che si dovrebbe versare per estinguere l’obbligazione, nel corso del normale svolgimento dell’attività aziendale. Valore attuale Le attività sono iscritte al valore attualizzato dei flussi finanziari futuri in entrata che il fattore produttivo si prevede possa generare, in condizioni di normale funzionamento e le passività al valore attualizzato dei flussi finanziari futuri in uscita che si prevede debbano essere versati per estinguere l’obbligazione, in condizioni di normale funzionamento. Fair value E’ il valore al quale i beni o i servizi erogati possono essere scambiati da parti consapevoli e disponibili nell’ambito di uno scambio paritario.



Fonte: IPSOA

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Vietata la compensazione dei crediti erariali con i debiti erariali iscritti a ruolo.

Il D. L. 78/2010 ha previsto che, a decorrere dal 1° gennaio 2011, la compensazione dei crediti erariali è vietata in presenza di debiti erariali e relativi accessori iscritti a ruolo, di ammontare superiore a 1.500 euro, per i quali è scaduto il termine di pagamento, ossia sono trascorsi 60 giorni dalla notifica della cartella. Nel caso in cui non si rispetti tale divieto la norma prevede l’applicazione di una sanzione pari al 50% dell’importo dei debiti iscritti a ruolo, fino all’ammontare degli importi indebitamente compensati.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Quesito: contratto di conto vendita per agenzie d'affari vendita prodotti di privati.

ho scaricato il contratto di conto vendita,
chiedevo gentilmente un fac simile della fattura da emettere al cliente ai fine fiscali e alla registrazione del registro degli affari

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Quesito: info su rapporto lavorativo fra coniugi.

Si richiedono delle infromazioni in merito alla legislazioni in vigore che regolano il rapporto lavorativo tra coniugi, di cui la moglie è il titolare della ditta Autoservizi Bus, ed il marito, già dipendente FS, collabora con la moglie ricoprendo l'incarico di saltuario di autista.

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lunedì 8 novembre 2010

Nel ricorso in appello è necessario il difensore

Il contribuente privo di difensore in secondo grado rischia di perdere in partenza quando il valore della lite è superiore a 2582 euro. In una simile circostanza, il ricorso va dichiarato inammissibile. La Commissione tributaria regionale, infatti, non ha nessun obbligo di invitare il ricorrente a munirsi di difensore. Questo in estrema sintesi il contenuto della sentenza della Cassazione n. 21139/10

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L'impugnazione non segue il bene

Il ricorso contro l'iscrizione ipotecaria deve essere presentato nel "territorio" in cui ha sede l'agente della riscossione che ha emanato l'atto impugnato e non in base al luogo in cui sono ubicati i beni iscritti ad ipoteca. Ciò in quanto la competenza territoriale del giudice tributario va stabilita con riferimento al luogo in cui si trova la sede dell'ufficio locale dell'agenzia delle Entrate o del concessionario della riscossione che ha emanato l'atto. A chiarirlo è la Ctp di Reggio Emilia con la sentenza n. 169/1/10

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Rateizzazione del canone TV.

Pagare il canone Rai a rate si può: basta essere un contribuente "a riposo", presentare apposita richiesta al proprio istituto di previdenza, non aver superato un determinato limite di reddito da pensione ed essere, naturalmente, abbonati alla tv di Stato. A queste condizioni, l'importo annuale dell'abbonamento sarà dilazionato attraverso trattenute mensili effettuate sul trattamento pensionistico.

Ma attenzione ai tempi: sta, infatti, per scadere il primo appuntamento utile per usufruire dell'agevolazione introdotta con la manovra d'estate 2010 (comma 8, articolo 38, Dl 78/2010).
La scelta di non pagare in un'unica soluzione il canone 2011 va fatta, infatti, entro lunedì 15 novembre, inviando la richiesta all'ente che eroga la pensione.

Modalità e termini applicativi della norma sono stati definiti con il provvedimento del 29 settembre, firmato dal direttore dell'Agenzia delle Entrate.
L'Istituto nazione di previdenza sociale (Inps) e l'Istituto nazionale di previdenza per i dipendenti dell'Amministrazione pubblica (Inpdap) spiegano, ora, ai propri assistiti, in due note pubblicate sui rispettivi siti internet, come inviare la domanda di rateizzazione e ricordano i presupposti che aprono la strada a questa corsia preferenziale.

In particolare, l'Inpdap consente di scaricare il modello da utilizzare per la richiesta e precisa che il modulo può essere presentato direttamente a uno sportello dell'ente o trasmesso, insieme alla fotocopia di un documento di riconoscimento, per via telematica, fax o posta.
Nell'ipotesi in cui il contribuente si rechi di persona presso un ufficio, l'operatore che riceve l'istanza, grazie all'applicazione informatica "Gestione Fisco - Cud 2010", può verificare in tempo reale la sussistenza delle condizioni reddituali necessarie per l'accoglimento della richiesta e dare una risposta immediata, negativa o positiva, all'utente. In ogni caso, l'Istituto comunicherà l'esito della richiesta non oltre il 15 gennaio.

L'Inps, invece, mette a disposizione dei propri pensionati un bottone dedicato sulla homepage del sito. Con un click si arriva alla pagina che fornisce tutte le notizie utili sull'argomento e dalla quale è possibile collegarsi alla sezione che gestisce il nuovo servizio telematico (per il quale è necessario dotarsi di un pin) e compilare on line la domanda.

Comunque, forse è utile rifare il punto su quanto prevede la norma.

Possono frazionare il canone Rai…
…i pensionati abbonati alla televisione pubblica, il cui reddito da pensione non abbia superato, nell'anno precedente a quello di presentazione della domanda di rateizzazione, l'importo complessivo di 18mila euro.
Il pagamento tramite trattenute mensili sulla pensione non avviene automaticamente, ma deve essere richiesto dall'interessato attraverso un'istanza presentata al proprio istituto di previdenza (in qualità di sostituto di imposta) entro il 15 novembre dell'anno precedente a quello di riferimento del canone (ad esempio, 15 novembre 2010 per il tributo 2011). La richiesta ha validità annuale e deve essere, quindi, rinnovata anno per anno. Le rate sono distribuite su undici mesi, da gennaio a novembre.
La facilitazione è prevista per tutti i titolari di prestazioni pensionistiche mensili, compresi quelli che ricevono assegni sociali e pensioni di invalidità civile.

Se …
…l'interessato è un neopensionato e quindi non ha ancora un Cud rilasciato dall'ente previdenziale, la verifica del tetto di reddito, viene fatta rapportando all'intero anno la mensilità percepita al momento della presentazione dell'istanza, moltiplicando cioè tale importo per tredici;
… è cessato il trattamento pensionistico o le undici rate non sono state sufficienti per pagare l'intero canone, l'Istituto comunicherà all'assistito o ai suoi eredi l'ammontare della somma residua, mentre l'Agenzia delle Entrate farà sapere come versare l'importo ancora dovuto;
… l'abbonato è titolare di più trattamenti pensionistici (il cui importo complessivo non deve superare il tetto stabilito di 18mila euro), può scegliere a quale istituto chiedere la rateizzazione, a patto che le quote trattenute sulla pensione consentano di recuperare il canone annuale.

Gli istituti di previdenza devono…
...comunicare al pensionato, entro il 15 gennaio dell'anno successivo a quello di inoltro della domanda, l'accoglimento della richiesta o, viceversa, il diniego alla rateizzazione per mancanza di requisiti.
Se tutto è in regola, da gennaio, l'ente tratterrà la prima a rata e certificherà poi con il Cud che il canone è stato pagato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Subappalto pluriennale: i costi relativi al Sal liquidati in via provvisoria dal appaltatore al subappaltatore sono fiscalmente deducibili.

Con la Risoluzione n. 117/E del 5 novembre, l’Agenzia delle Entrate è intervenuta a integrare quanto affermato con la precedente Risoluzione n. 260/E del 2009. Con quest’ultima era stato affermato che i corrispettivi liquidati in via provvisoria dall’appaltatore al subappaltatore, a fronte di Sal (Stato avanzamento lavori) che non comportano l’accettazione dell’opera, non possono considerarsi ricavi per l’appaltatore e, di conseguenza, costi fiscalmente rilevanti per il committente. Con la Risoluzione n. 117/E è stato invece affermato che relativamente ai lavori subappaltati, siano applicabili le disposizioni dell’art. 93 del TUIR e di conseguenza, i compensi “provvisori” pagati dall’appaltatore che partecipano alla valutazione delle rimanenze di opere ultrannuali, sono fiscalmente deducibili.

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Dichiarazione annuale Iva: individuato il momento “consumativo” per il reato di omesso versamento dell’Iva.

Con la sentenza n. 38619 del 3 novembre 2010, la Corte di Cassazione interviene sul momento “consumativo” del reato previsto dall’art. 10 del D.Lgs. 74/2000 relativo all’omesso versamento dell’Iva risultante dalla dichiarazione annuale. In base a tale articolo, chiunque non versi l’Iva dovuta in base alla dichiarazione annuale, per importi superiori a 50mila euro è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. Il momento “consumativo” del reato è individuato alla scadenza del termine previsto per il versamento dell’acconto relativo al periodo d’imposta successivo, ovvero al 27 dicembre dell’anno successivo a quello per il quale è stata presentata la dichiarazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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domenica 7 novembre 2010

Cassazione:punibile con reclusione contribuente che non versa Iva

È punibile con la reclusione da sei mesi a due anni chi non versa l`iva dichiarata, se il mancato pagamento si estende oltre il 27 dicembre dell`anno successivo a quello di riferimento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza 38619 del 3 novembre 2010. Il tribunale di Ancona aveva applicato l`indulto nei confronti di un uomo che aveva omesso di versare l`iva dichiarata nell`anno 2005. Così il procuratore generale presso la Corte d`appello della stessa città aveva presentato ricorso affermando l`inapplicabilità di tale beneficio, in quanto il reato si era consumato nel vigore della nuova normativa, la quale prevede, per coloro i quali omettono il pagamento dell`iva, un trattamento sanzionatorio equivalente a quello previsto per il sostituto che non versa le ritenute d`acconto. Accogliendo il ricorso, la Suprema Corte ha chiarito inoltre che "per la consumazione del reato non è sufficiente un qualsiasi ritardo, ma occorre che l`omissione del versamento dell`imposta dovuta si protragga fino al 27 dicembre dell`anno successivo al periodo d`imposta di riferimento"

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Non impugnabilità degli “Avvisi bonari”.

Con risoluzione l’Agenzia delle Entrate ha precisato che le comunicazioni al contribuente (c.d. avvisi bonari), essendo privi di una pretesa tributaria definita, non costituiscono atti impugnabili dinanzi alle Commissioni tributarie.

risoluzione n. 110/e del 22 ottobre 2010


Fonte: Min.Finanze

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Agevolazioni fiscali. Rideterminazione dei valori dei terreni.

Il contribuente che ha usufruito della rideterminazione del valore di un terreno e ha versato le prime rate dell'imposta sostitutiva, ha facoltà, in forza di una successiva norma agevolativa, di procedere a una nuova perizia giurata di stima del valore del terreno, versare la relativa imposta sostitutiva e presentare richiesta di rimborso di quanto già corrisposto. Ciò anche quando la seconda perizia indichi un valore più basso rispetto a quello della prima stima.

risoluzione n. 111/e del 22 ottobre 2010


Fonte: Min.Finanze

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IVA. Gas metano per condomini ed edifici abitativi.

Ai fini dell'applicazione dell'Iva agevolata per il gas metano ad usi civili nei condomìni e nelle cooperative di abitanti edifici abitativi, nel numero delle unità immobiliari da moltiplicare per il limite di 480 mc, non rientrano quelle dotate anche di impianto autonomo, già beneficiario della tassazione ridotta. Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate.

risoluzione n. 112/e del 22 ottobre 2010


Fonte: Min.Finanze

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Ente bilaterale per l’artigianato: istituita la causale contributo “EBPA” .

Con la convenzione stipulata tra l’Agenzia delle Entrate e l’Inps il 18 giugno 2008 è stato regolato il servizio di riscossione, mediante il modello F24, per il versamento dei contributi di pertinenza dell’Istituto e di quelli previsti dalla L. n. 311/1973. Al fine di consentire il versamento, tramite il modello F24, dei contributi per il finanziamento a favore dell’Ente bilaterale per l’artigianato, con la Risoluzione n. 116/E del 4 novembre 2010 si istituisce la causale contributo “EBPA”, che dovrà essere esposta nella sezione “INPS” della delega di pagamento, in corrispondenza del campo “importi a debito versati”.

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Ricorso in Cassazione: sospensiva cautelare della sentenza di secondo grado.

Non è ammissibile la sospensiva cautelare della sentenza di secondo grado richiesta con il ricorso in Cassazione. Con la sentenza n. 21121 del 13 ottobre scorso, la Sezione tributaria della Corte di Cassazione ha ribadito il suo tradizionale orientamento avverso alla praticabilità di tutela cautelare favorevole al contribuente dopo la pronuncia della sentenza di secondo grado. Tale soluzione viene ritenuta congrua alle norme vigenti (art. 49 e 68, D.Lgs. n. 546/1992) e non irragionevole, essendo al contrario ragionevole che di tutela cautelare il contribuente goda fino alla pronuncia di una sentenza di merito.

Sotto il primo profilo l’argomento è, come noto, che l’art. 49 del decreto sul contenzioso tributario esclude l’applicazione a tale processo della norma (si tratta dell’art. 337 c.p.c., che a sua volta rinvia all’art. 373 c.p.c. in materia di sospensione della sentenza di secondo grado, pendente il ricorso per cassazione). Per vero tale questione viene liquidata dalla Corte un po’ sbrigativamente, se si tiene conto di quanto sta avvenendo nell’ordinamento tributario. Da un lato la Corte Costituzionale (sentenza n. 21/2010) ha finora ritenuto inammissibile la questione di legittimità costituzionale relativa a tale preclusione di tutela.

Tale orientamento però germina su questioni poste con riguardo alla legittimità costituzionale dell’art. 49 del decreto sul contenzioso e con riguardo alla possibilità di sospendere l’efficacia delle sentenze.

E’ da domandarsi se non sarebbe invece più correttamente posta la questione quanto alla pretesa illegittimità del sistema che non prevede la possibile sospensione del provvedimento impugnato: in effetti è dell'esecuzione di esso che si tratta e la norma di dubbia legittimità appare allora quella di cui all’art. 47, D.Lgs. n. 546/1992.

E’ ragionevole ritenere che la questione così impostata potrebbe avere una diversa considerazione da parte della Corte Costituzionale.

Ciò per tacere di notizie a tenore delle quali il legislatore sarebbe comunque in procinto di riformare proprio sul punto l’art. 47 citato.

Per altro verso, va rilevato che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 281/2010 (si rinvia a M.Villani, "", il Quotidiano IPSOA del 27 luglio 2010), resa in materia non tributaria ma previdenziale, ha già dichiarato incostituzionale una norma che prevedeva dei limiti di durata alla tutela cautelare di chi agisce in giudizio, opinando che tali limiti vadano scrutinati nella loro ragionevolezza, potendo, se incongrui, determinare lesione del diritto di difesa e anche del principio di ragionevole durata del processo.

Quest’ultimo implica anche che i limiti alla copertura offerta alle parti dalle garanzie processuali non siano parametrati a un processo irragionevolmente breve.

La tenuta costituzionale del limite della tutela cautelare nel processo tributario è quindi a rischio.

(Cassazione civile Sentenza, Sez. Trib., 13/10/2010, n. 21121)


Fonte: IPSOA

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La casa è vecchia ma di lusso: non rientra nel regime agevolato.

Nella controversia approdata in Cassazione, la ricorrente Agenzia delle Entrate contesta la pronuncia di una Ctr, confermativa di quella di primo grado, che aveva accolto il ricorso di due contribuenti per l'annullamento dell'avviso di liquidazione delle maggiori imposte di registro, ipotecaria e catastale, dovute in relazione a un trasferimento immobiliare realizzato nel 2001.
L'ufficio, infatti, aveva ritenuto che non dovessero essere riconosciuti i benefici fiscali previsti per la prima casa, trattandosi della compravendita di un'abitazione di lusso, come definita dal Dm 2 agosto 1969.

Il riferimento normativo
Il regime fiscale agevolato previsto per la prima casa riguarda i trasferimenti di abitazioni non di lusso, che sono soggetti a imposta di registro nella misura proporzionale del 3% e alle imposte ipotecaria e catastale nella misura fissa di 168 euro, sempre che sussistano le condizioni prescritte dalla nota II-bis all'articolo 1 della Tariffa, parte prima, allegata al Testo unico dell'imposta di registro (Dpr 131/1986). Non possono, in alcun modo, rientrare nell'ambito applicativo del regime agevolato le compravendite di immobili che, per effetto dei criteri previsti dal Dm del 1969, risultino di lusso.

Ciò posto, l'Agenzia delle Entrate lamenta la violazione degli articoli 6 e 10 del richiamato decreto ministeriale, oltre che dell'articolo 1 del Dm 4 dicembre 1961.

Al riguardo, in base all'articolo 6 sono considerate di lusso le "singole unità immobiliari aventi superficie utile complessiva superiore a mq 240 (esclusi i balconi, le terrazze, le cantine, le soffitte, le scale e posto macchina".
L'articolo 10 prevede invece che "alle abitazioni costruite in base a licenza di costruzione rilasciata in data anteriore a quella dell'entrata in vigore del presente decreto si applicano le disposizioni di cui al decreto ministeriale 4 dicembre 1961".
Il Dm del 1961, nel definire le abitazioni di lusso, detta sostanzialmente dei criteri meno restrittivi per il contribuente, rispetto a quelli stabiliti dal Dm del 1969. Fatto che induce i contribuenti in contenzioso a invocarne l'applicazione.

In questo quadro, la Corte di cassazione, con l'ordinanza n. 22009 del 27 ottobre, perviene alla conclusione che la fruizione delle agevolazioni prima casa è collegata, dall'articolo 2 del Dl 12/1985, alla possibilità di includere gli immobili trasferiti tra le abitazioni di lusso, facendo esclusivo riferimento ai criteri di cui al Dm 2 agosto 1969, e in particolar modo a quelli individuati dagli articoli 1 e 6, indipendentemente dalla loro data di costruzione. Pertanto, il riferimento contenuto nell'articolo 10, relativo all'applicabilità del Dm 4 dicembre 1961, riguarda esclusivamente le differenti disposizioni agevolative allora vigenti, non potendo estendersi alle agevolazioni prima casa attualmente in vigore.


Fonte: Agenzia Entrate

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La prova della non imponibilità Iva nelle cessioni intracomunitarie.

Laddove dall'esame delle cessioni comunitarie non emerga la prova del trasporto o comunque della consegna della merce al cliente comunitario formalmente destinatario della merce, l'ufficio potrà provvedere a quantificare il volume delle cessioni fatturate, ritenendole prive dei requisiti della non imponibilità Iva ex articolo 41 del Dl 331/1993.

Come infatti recentemente affermato dalla sentenza n. 31 del 14 aprile 2010 della Ctr di Venezia, "compete al contribuente (cedente) l'onere di dimostrare - nei confronti dei rilievi mossi dall'Amministrazione Finanziaria … l'effettività dei rapporti commerciali intracomunitari …".
Nel caso all'esame del giudice di secondo grado, i verbalizzanti avevano dunque rilevato che la società aveva indebitamente applicato il regime di non imponibilità Iva di cui all'articolo 41 del Dl 31/1993 ad alcune cessioni intracomunitarie, effettuate negli anni dal 2002 al 2005.
Dai fatti e dalle circostanze emersi durante il controllo, era risultato che la società verificata non era stata in grado di esibire alcun documento comprovante il trasferimento fisico della merce fuori dal territorio nazionale, come ad esempio le lettere di vettura internazionale (Cmr) controfirmate dalla ditta acquirente.

In base a questi elementi e mancando la prova del trasferimento fisico della merce fuori dal territorio nazionale ad altro soggetto Iva comunitario, la Ctp, secondo i giudici di secondo grado, avrebbe quindi dovuto concludere che le cessioni non potevano essere fatturate con il titolo di non imponibilità, e che, conseguentemente, in capo alla cedente andava recuperata l'Iva, all'aliquota propria dei beni ceduti, trattandosi, per presunzione di legge, di cessioni effettuate nel territorio dello Stato, a norma dell'articolo 7 del Dpr 633/1972.

Sul punto, peraltro, il contribuente lamentava che la prova della quale nell'avviso di accertamento si era ravvisata la mancanza era una vera e propria probatio diabolica, dal momento che il cedente non avrebbe avuto alcun potere di verificare la destinazione della merce, una volta che questa era stata ceduta.
Osservava a tal proposito il Collegio che, nel sistema delineato dall'articolo 41 del D 331/1993, le operazioni configurabili quali cessioni intracomunitarie devono presentare, oltre a un requisito soggettivo, un requisito oggettivo, costituito appunto dalla cessione del bene a titolo oneroso e l'ulteriore requisito della territorialità, in base al quale i beni devono essere trasportati o spediti nel territorio di altro Stato membro.

Come già espresso dalla Suprema corte (vedi Cassazione 3603/2009), l'onere di provare l'esistenza dello scambio intracomunitario è peraltro, in tali casi, sicuramente a carico del contribuente, anche in ragione del principio generale secondo il quale l'onere di provare la sussistenza dei presupposti di fatto, che legittimano la deroga al normale regime impositivo, è sempre a carico di chi invoca detta deroga.
Sicché, in presenza della disciplina che prevede in via ordinaria l'assoggettamento a Iva delle cessioni, incombe sul soggetto che intenda fruire del regime di non imponibilità, previsto per la cessione intracomunitaria, la dimostrazione dell'esistenza dei requisiti essenziali per la configurazione dell'invocata fattispecie non imponibile.
Dunque, la prova della movimentazione fisica delle merci dall'Italia a un altro stato membro Ue, che legittima la non applicazione dell'Iva, ricade per intero sul cedente. E, poiché per l'articolo 41 del Dl 331/1993 la territorialità è elemento costitutivo della cessione intracomunitaria, in assenza di questo elemento (o comunque della sua prova), non può essere applicato il trattamento di non imponibilità.

Sul tema, anche la Corte di giustizia comunitaria ha più volte (vedi C-146/05, C-184-05 e C-409/04) espresso il principio generale, secondo il quale l'onere della prova che i beni siano stati transitati in altro Stato membro ricade sul fornitore.
In particolare, la Corte di giustizia ha affermato che "l'esenzione della cessione intracomunitaria diventa applicabile solo quando il potere di disporre del bene come proprietario è stato trasmesso all'acquirente e quando il fornitore prova che tale bene è stato spedito o trasportato in altro Stato membro e che, in seguito a tale spedizione e trasporto, esso ha lasciato fisicamente il territorio dello Stato membro di cessione" (cfr sentenza del 27/9/2007, C-409/04, punto 42; nello stesso senso, sentenza del 27/9/2007, C-184/05, punto 23).

Difettando la dimostrazione dell'elemento costitutivo della territorialità, previsto dall'articolo 41 citato, non si è dunque neppure in presenza di cessione intracomunitaria, perché la mancanza di detta prova si traduce nell'omesso assolvimento di un onere essenziale ai fini della configurazione della fattispecie, con conseguente obbligo del versamento dell'Iva dovuta per le cessioni nel territorio nazionale.
In conclusione, a fronte di rilievi che disconoscono la condizione di non imponibilità a causa della mancata dimostrazione del trasferimento della merce fuori dal territorio nazionale, è sempre onere del contribuente provare, con una qualsiasi, idonea, documentazione, avente carattere di certezza e incontrovertibilità, l'avvenuto trasferimento fisico della merce.

Prova, peraltro, in realtà neppure troppo complessa, visto che, nella pratica commerciale, la prova del trasferimento dei beni può essere agevolmente fornita con una serie di mezzi.
Così accade, per esempio, con il documento di trasporto internazionale "CMR", firmato sia dal trasportatore, per presa in carico della merce, sia dal destinatario, per ricevuta (la cui copia può essere richiesta al cliente comunitario con attestazione della ricevuta della merce).
E ancora, nel caso non si riesca ad avere copia del CMR firmato dal destinatario, può provvedersi all'invio di un fax al cliente estero, richiedendo allo stesso di confermare, stesso mezzo (anche semplicemente con firma in calce al fax ricevuto), la ricezione della merce, con riferimento alla specifica fattura.
In mancanza invece di qualsiasi dimostrazione, non è possibile ravvisare cessione intracomunitaria, per mancanza del requisito della territorialità e, del tutto legittimamente, l'ufficio potrà ritenere lo scambio avente carattere nazionale e procedere, quindi, al recupero dell'Iva.


Fonte: Agenzia Entrate

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Occultamento e distruzione di scritture contabili.

I giudici di merito hanno ritenuto l'istituzione da parte della società amministrata dall'imputato delle scritture contabili obbligatorie, non rinvenute dalla G.d.F., essendo stato accertato che nel periodo d'imposta ha emesso dodici fatture per prestazioni eseguite a favore di alcuni clienti, presso i quali sono state reperite e che l'imputato non ne era in possesso al momento della verifica fiscale.I giudici di merito hanno ritenuto l'istituzione da parte della società amministrata dall'imputato delle scritture contabili obbligatorie, non rinvenute dalla G.d.F., essendo stato accertato che nel periodo d'imposta ha emesso dodici fatture per prestazioni eseguite a favore di alcuni clienti, presso i quali sono state reperite e che l'imputato non ne era in possesso al momento della verifica fiscale.

La fattispecie criminosa di cui all’art. 4, primo comma lettera b), della legge n. 516/1982 è stata trasfusa, con evidente continuità normativa, in quella prevista dall’art. 10 dal d. lgs. n. 74/ 2000 [Cassazione Sezione III, n. 10873/2001, Rinaldi e altri, RV. 218958], sicché è ancora valido l’orientamento prevalente della Suprema Corte [Cassazione Sezione ifi n. 333211991 n. 3332, Palese, RV. 186657], secondo cui l’occultamento delle scritture contabili che integra gli estremi del delitto contestato può realizzarsi con qualsivoglia modalità e, quindi, con il materiale nascondimento nello stesso posto o in altro luogo rispetto a quello ove i documenti devono essere conservati e con il rifiuto a esibirli.


Inoltre, l’impossibiita di ricostruire il volume di affari o dei redditi deve essere riferita alla situazione interna aziendale sia sotto il proffio contabile che patrimoniale senza che assuma alcuna rilevanza la possibilità in concreto di poter pervenire alla ricostruzione, avvalendosi di elementi e dati raccolti all’esterno e in modo indiretto, perche è sufficiente un’impossibilità relativa [Cassazione Sez. ifi n. 7065/1989, Zeli RV. 181321; Cassazione Sezione 111, 194/1992, Vergassola RV. 188870].

Il reato è configurabile ove ricorra l’impossibilità di ricostruire, sia pure parzialmente, il volume di affari o dei redditi in uno con il dolo specifico di evasione, ma è necessaria la prova dell'istituzione dei documenti contabili e della produzione di reddito e di volume di affari, le cui nozioni sono desumibili rispettivamente dall’art. 8 del d.P.R. n. 917/1986 e dall’art. 20 d.P.R. n.633/ 1972 [Cassazione Sezione ifi n. 786/2002, Russo, RV. 221615].

Nella fattispecie in esame, i giudici di merito hanno correttamente ritenuto l’istituzione da parte della società amministrata dall’imputato delle scritture contabili obbligatorie, non rinvenute dalla Guardia di Finanza, essendo stato accertato che il predetto nel periodo d’imposta 2007 ha emesso dodici fatture per prestazioni eseguite a favore di alcuni clienti, presso i quali sono state reperite e che l'imputato non ne era in possesso al momento della verifica fiscale.

(Cassazione penale Sentenza 28/10/2010, n. 38224)


Fonte: IPSOA

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La class action entra nel processo tributario.

Con la sentenza n. 21955 depositata il 27 ottobre scorso, la Corte di Cassazione ha affermato un importante principio: è sostanzialmente ammessa la class action nel processo tributario. In pratica è ammesso il ricorso “cumulativo” per i contribuenti che propongono la stessa questione di diritto. Per un ulteriore approfondimento si rimanda al commento di Andrea Bodrito, di prossima pubblicazione su Corriere Tributario.La vicenda esaminata dai giudici di Piazza Cavour nasce quando il Ministero dell’Economia e delle fnanze e l’Agenzia delle Entrate propongono ricorso per la cassazione della sentenza della CTR che aveva rigettato l’appello dell’Ufficio contro la pronuncia di primo grado; tale pronuncia aveva accolto il ricorso delle contribuenti contro il silenzio-rifiuto formatosi su istanze di rimborso IRAP relative agli anni di imposta 1998, 1999 e 2000.

La causa è stata rimessa alla pubblica udienza, non ravvisandosi i presupposti di cui all’art. 375 c.p.c., sulla questione di ammissibilità del ricorso cumulativo.

L’analisi della Cassazione

Nel ricorso in Cassazione l'Amministrazione finanziaria deduce l’inammissibilità, nella specie, del ricorso cumulativo e la conseguente erroneità della sentenza impugnata, che ha respinto il relativo motivo di appello, assumendo che "i tratti di comunanza delle rispettive materie del contendere si riducono al rilievo che si discute in tutti e tre i casi di IRAP".

Secondo i giudici di legittimità tale motivo è infondato; pur sottolineando che la Corte di Cassazione con la recente sentenza n. 10578/2010 (cfr. "", il Quotidiano IPSOA del 6 maggio 2010), aveva evidenziato che nel processo tributario non è, di regola, ammissibile il ricorso collettivo (proposto da più parti) e cumulativo (proposto nei confronti di più atti impugnabili), essendo necessaria, per la configurazione del litisconsorzio facoltativo, la comunanza delle questioni sia in diritto, sia in fatto, nel caso in esame osserva che la contestazione dell’Ufficio rispetto alle istanze di rimborso proposto dai contribuenti si fonda, come risulta nel ricorso, su questioni di diritto, e non di fatto, comuni ai contribuenti, cosicchè il “richiamo alla necessaria identità in fatto delle questioni appare in concreto ultroneo”.

Va rilevato che la Suprema Corte, con alcune sentenza recenti, si è pronunciata sull’argomento; in particolare, nel giugno di quest’anno ha affermato che nel processo tributario non sono ammessi neppure i ricorsi cumulativi dei liberi professionisti che chiedono all'Amministrazione finanziaria il rimborso dell'IRAP. Infatti, la sentenza n. 14378 del 15 giugno scorso (cfr. "", il Quotidiano IPSOA del 18 giugno 2010) ha stabilito che, in questo procedimento, le ipotesi di litisconsorzio necessario e facoltativo ricorrono solo nel caso in cui si è in presenza di un solo atto impositivo, coinvolgente, nell'unicità della fattispecie costitutiva dell'obbligazione, una pluralità di soggetti.

In sintesi, secondo i giudici di legittimità, nelle liti fiscali “la nozione di litisconsorzio necessario ha una dimensione prevalentemente processuale, collegata all'inscindibilità dell'oggetto e, quindi, del tributo”.

Con un'altra sentenza (n. 15582 del 30 giugno 2010 - cfr. "", il Quotidiano IPSOA del 9 luglio 2010), la stessa Corte di Cassazione ha affermato che il ricorso cumulativo contro una pluralità di sentenze emesse in materia tributaria, anche se formalmente distinte perché relative “a differenti annualità, è ammissibile quando la soluzione, per tutte le sentenze, dipenda da identiche questioni di diritto comuni a tutte le cause, in modo da dar vita ad un giudicato rilevabile d’ufficio in tutte le controversie relative al medesimo rapporto d’imposta”; in quell’occasione secondo i giudici di Piazza Cavour le sentenze, cumulativamente impugnate, riguardano anni d’imposta e tributi differenti, rispetto ai quali vengono conseguentemente proposti quesiti di diritto che non sono comuni a tutte le controversie.

Le conclusioni

Con la sentenza n. 21955 del 27 ottobre scorso i giudici della Corte di Cassazione, nel legittimare il ricorso cumulativo dei contribuenti che propongono la stessa questione di diritto, di fatto premono sull'acceleratore della c.d. class action nel processo tributario, dopo alcuni recenti orientamenti giurisprudenziali che di fatto erano discordanti rispetto alla sentenza esaminata con il presente commento.

(Cassazione civile Sentenza, Sez. Trib., 27/10/2010, n. 21955)


Fonte: IPSOA

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Rinuncia al credito, perdita deducibile.

L'imprenditore che decide di rinunciare all'incasso di un credito vantato nei confronti di un importante cliente al fine di mantenere buoni rapporti commerciali, può dedurre fiscalmente la perdita derivante; resta però a suo carico l'onere di dimostrare che si tratti effettivamente di un cliente di notevole importanza, la cui perdita avrebbe arrecato all'impresa un danno maggiore di quello costituito della perdita del credito.Attraverso l’interessante sentenza n. 95/01/10, pronunciata in data 25 maggio 2010 e depositata il 14 giugno 2010, la Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia ha fornito alcuni chiarimenti in tema di deducibilità di perdite su crediti.

Più esattamente, la Commissione tributaria provinciale di Reggio Emilia, sezione I, con la sentenza in commento, ha chiarito quando una perdita derivante dalla rinuncia di un credito può, ugualmente, essere dedotta fiscalmente: deve trattarsi di un credito vantato nei confronti di un cliente molto importante al punto che rinunciando al predetto credito vi è un’alta possibilità di mantenere buoni rapporti commerciali con il cliente stesso.

In tal caso, però, i Giudici del merito chiariscono che è onere del contribuente dimostrare che si tratti effettivamente di un cliente di notevole importanza la cui perdita arrecherebbe grave danno alla gestione aziendale: onere a cui non ha assolto, nel caso di specie, la Società ricorrente.

A tal proposito, si legge nella sentenza in commento che l’art. 101, comma 5, D.P.R. n. 917/1986, dispone che «le perdite su crediti sono deducibili: "se risultano da elementi certi e precisi”; quello che la norma richiede», continuano i Giudici di prime cure, «è che risulti dimostrata l'inevitabilità della perdita e che, dunque, o risulti dimostrato l'esperimento, da parte dell'imprenditore, di ogni possibile azione, giudiziale o stragiudiziale, per il recupero del credito, o, nel caso di rinuncia allo stesso, che la rinuncia risulti essere, nell'ambito della gestione dell'impresa, come il male minore:
-per il probabile costo dell'azione in rapporto all'ammontare e/o tipologia del credito,
-per le ipotizzabili possibilità di recupero
-per altri motivi che però devono essere sempre supportati dalla ragionevolezza nell’ambito di una proficua gestione dell’impresa».Alla luce di tali chiarimenti, i Giudici del merito concludono sostenendo che debba qualificarsi come elemento certo e preciso, tale da legittimare la deducibilità di una perdita su crediti, «la rinuncia al credito per timore di perdere l'importante cliente verso cui il credito è vantato, ma è onere dell'imprenditore e, dunque della ricorrente in questa sede, dimostrare che il cliente de quo è per lui un cliente importante, la cui perdita arrecherebbe all'impresa un danno maggiore di quello della perdita del credito; onere della prova che, nella fattispecie, la ricorrente non ha adempiuto.

Le sue doglianze sono, pertanto, infondate ed il rilievo appare legittimo.

(Commissione tributaria provinciale Reggio Emilia, Sentenza, Sez. I, 14/06/2010, n. 95)


Fonte: IPSOA

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Provenienza delle merci e tutela dei consumatori.

Con la sentenza n. 37818 la Corte di Cassazione, Terza sezione penale, si è nuovamente pronunciata, il 25 ottobre 2010, sulla materia del made in Italy, fornendo interessanti indicazioni circa gli obblighi dell'imprenditore che commercializza prodotti realizzati all'estero con materie prime italiane.Con la sentenza n. 37818 la Corte di Cassazione, Terza sezione penale, si è nuovamente pronunciata, il 25 ottobre 2010, sulla materia del made in Italy, fornendo interessanti indicazioni circa gli obblighi dell’imprenditore che commercializza prodotti realizzati all’estero con materie prime italiane.

Nella fattispecie, la Suprema Corte era stata chiamata a valutare una pronuncia della Corte d’Appello di Genova, la quale, il 14 gennaio 2010, confermando la sentenza del 15 novembre 2006 del Tribunale di Genova, aveva condannato un’impresa per aver presentato alla dogana italiana, per l’immissione in consumo, portafogli di pelle confezionati in Cina, recanti due diciture, una, “Vera Pelle Italy”, impressa sulla pelle, e l’altra “Made in PRC”, stampata su un piccolo adesivo apposto in un angolo dei portafogli stessi.

La Corte d’Appello di Genova, in particolare, dopo aver accertato che la pelle era effettivamente italiana, aveva ritenuto che la condotta dell’imprenditore si configurasse come tentativo di ingannare il consumatore circa il luogo di produzione del portafogli e quindi di indurlo a scelte d’acquisto diverse da quelle che egli avrebbe posto in essere se fosse stato correttamente informato o, quanto meno, se non fosse stato dis-informato. Tale condotta, secondo la Corte di Genova, si configurerebbe pertanto come violazione dell’art. 4 comma 49 della legge n. 350 del 2003 e dell’art. 517 codice penale.

La disposizione della legge 350/2003, in particolare, precisa che “L’importazione e l’esportazione a fini di commercializzazione ovvero la commercializzazione di prodotti recanti false o fallaci indicazioni di provenienza costituisce reato ed è punita ai sensi dell’articolo 517 del codice penale.

Costituisce falsa indicazione la stampigliatura «made in Italy» su prodotti e merci non originari dall’Italia ai sensi della normativa europea sull’origine; costituisce fallace indicazione, anche qualora sia indicata l’origine e la provenienza estera dei prodotti o delle merci, l’uso di segni, figure, o quant’altro possa indurre il consumatore a ritenere che il prodotto o la merce sia di origine italiana”.

L’art. 517 c.p. (vendita di prodotti industriali con segni mendaci) prevede che “chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell’ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti ad indurre in inganno il compratore sull’origine, provenienza o qualità dell’opera o del prodotto, è punito se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire due milioni”.

Chiamata ad esprimersi sul caso, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione ha completamente ribaltato l’orientamento della Corte d’Appello di Genova, ritenendo che, non sussistendo in capo all’imprenditore un obbligo positivo di indicare con chiarezza il luogo di fabbricazione del prodotto, nella condotta in esame non poteva ravvisarsi alcuna illegittimità né alcun intento ingannevole, visto peraltro che, da un lato, l’indicazione “Vera Pelle Italy” conteneva una informazione corretta e, dall’altro, la dicitura “Made in PRC”, seppure non impressa sulla pelle, quanto meno non era fallace e dunque certamente non poteva essere considerata come un tentativo d’ingannare il consumatore.

La Corte ha colto, peraltro, l’occasione per ribadire il proprio importante ed ormai costante orientamento, secondo il quale l’elemento essenziale, ai fini dell’affidamento del consumatore e quindi ai fini della disposizione di cui all’art. 4 comma 49 della legge n. 350/2003, è la provenienza da una data azienda e non da un determinato luogo.

Si tratta del concetto, fondamentale, di “origine imprenditoriale”, in accordo con il quale la Suprema Corte, con giurisprudenza costante, ha ripetutamente affermato che, ai sensi dell'art. 517 cod. pen. e dell'art. 4, comma 49, della legge 24 dicembre 2003, n. 350, relativamente ai prodotti industriali, per «provenienza ed origine» della merce non deve intendersi (ad eccezione delle specifiche ipotesi espressamente previste dalla legge) la provenienza della stessa da un certo luogo di fabbricazione, totale o parziale, bensì la sua provenienza da un determinato imprenditore che si assume la responsabilità giuridica, economica e tecnica della produzione e si rende garante della qualità del prodotto nei confronti degli acquirenti (Sez. 111, 7 luglio 1999, Thum, m. 214.438; Sez. 111, 21 ottobre 2004, n. 3352/05, Scarpa, m. 231110; Sez. III, 17.2.2005, n. 13712, Acanfora, m. 231831; Sez. III, 19.4.2005, D. 34103, Tarantino, m. 232397; Sez. III, 2 marzo 2005, n. 23043, Dewar, m. 234468; Sez. III, 24.1.2007, n. 8684, Emili, m. 236087; Sez. III, 15 marzo 2007, n. 27250, Contarini, m. 237812; Sez. III, 28.9.2007, D. 166/08, Parentini, m. 238560; Sez. III, 10.2.2010, Beltrame; Sez. III, 9.2.2010, Follieri, n. 19746).

Una prospettiva, quella espressa dalla Corte di Cassazione, che offre stimoli ed interrogativi di livello elevatissimo, toccando i profili più alti e critici del rapporto tra materiale ed immateriale e andando ad inserirsi, forse suo malgrado, in un solco culturale e giuridico, ancora ampiamente inesplorato, della globalizzazione, che sembra travalicare abbondantemente i confini della produzione industriale, per toccare ad esempio la questione della nascita della vita come pure le teorie giuridiche internazionali della cittadinanza e le loro applicazioni operative dello ius soli e dello ius sanguinis.

Restando nello specifico del made in, si deve, altresì, ricordare, solo pochi mesi fa la Corte di Cassazione (Sez. III, 9.2.2010, n. 19746) aveva pure chiarito che un reato può configurarsi soltanto laddove l’imprenditore attesti espressamente che il prodotto è stato fabbricato “in un paese diverso da quello di effettiva fabbricazione (paese da individuare secondo le disposizioni del codice doganale europeo)” giacché in tal caso non avrebbe più rilievo “la provenienza da un dato imprenditore che assicura la qualità del prodotto, ma il fatto che la falsa specifica attestazione che il prodotto è stato fabbricato in un determinato paese è comunque idonea ad ingannare il consumatore e ad incidere sulle sue scelte (egli potrebbe indursi, per i più diversi motivi,ad acquistare o non acquistare un prodotto proprio perché fabbricato o non fabbricato in un determinato luogo)”.


La sentenza n. 37818/2010 pare confermare anzitutto un dato: la materia del “made in” non potrà mai essere disciplinata esaustivamente con norme positive poste dal legislatore nazionale, sia perché su di essa insistono, com’è ovvio e necessario, trattandosi di fenomeni economici di natura e rilevanza internazionale, regole del diritto internazionale, sia perché, più a monte, gli schemi della civil law, nel contenere l’ambizioso tentare di definire, una volta per tutte, attraverso la norma scritta, il bilanciamento ottimo tra tutti gli interessi in gioco e la disciplina ottima rispetto alle mutevoli condotte imprenditoriali e commerciali, appaiono di per sé chiaramente inadeguati.

In questo quadro, se da un lato il legislatore italiano, quasi rassegnato al ridimensionamento del proprio ruolo all’emanazione di norme-manifesto destinate a rimanere prive di reale incidenza sui fatti del mercato, continua ad intervenire sulla materia in modo confuso e contraddittorio (eloquenti i casi del d. lgs. 196 del 2003, contenente l’obbligo d’indicazione del “made in” per tutti i prodotti d’importazione, la cui applicazione veniva però “sospesa” con una Circolare del Ministero delle Attività produttive, quello della legge n. 55 del 2010, contenente disposizioni la cui effettiva entrata in vigore è stata rinviata sine die in quanto subordinata all’emanazione di un decreto interministeriale come pure il caso dell’art. 17 della Legge n. 99/2009 che, dopo poco più di un mese dalla sua entrata in vigore, veniva abrogato dal d. l. 25 settembre 2009, n. 135), dall’altro i paradigmi della common law, di cui autorevolmente si sta facendo portavoce la Corte di Cassazione, paiono invece fornire elementi altamente interessanti, capaci di offrire chiavi di lettura rilevanti non soltanto sulle vicende puntuali del made in Italy e della protezione del consumatore, ma, più in generale, sull’interpretazione di alcuni fenomeni cruciali della globalizzazione, con particolare riferimento al rapporto tra, da un lato, la distribuzione, su più paesi, della produzione da parte delle aziende, e, dall’altro, l’unicità della paternità del prodotto agli occhi del consumatore.

Seppure all’interno di un quadro che comincia ad avere una sua affiorante intelligibilità sistemica, restano ampiamente da approfondire diversi punti, a partire dal rapporto tra le norme comunitarie e il diritto internazionale, visto che la stessa Corte di Cassazione continua a fare riferimento, ai fini del made in, al luogo di fabbricazione, quale individuato dalle disposizioni del codice doganale europeo, ignorando dunque, completamente, norme e princìpi posti sul punto dagli Accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Accordo sulla proprietà intellettuale; Accordo sulle barriere tecniche al commercio; Accordo GATT; Accordo sulle regole d’origine) e quindi mancando di valutare la legittimità, da verificare anche sotto il profilo costituzionale (si pensi all’art. 11 Cost.), delle disposizioni comunitarie in contrasto con essi. In conclusione, sembra potersi ravvisare, attraverso le pronunce della Corte di Cassazione, l’emersione di un approccio “made in Italy” alla questione, di rilevanza globale, del “made in”. Mancano ancora molti anelli di connessione, che potrebbero forse garantire un utile arricchimento reciproco nelle dinamiche evolutive che il dibattito sta vivendo a livello nazionale ed internazionale.

Eloquente, a tale ultimo riguardo, l’impostazione della Circolare 20/D del 13 maggio 2005 dell’Agenzia delle Dogane, nella quale, con un candore che forse sconfina nella sconsideratezza, da un lato si riconosceva che un contributo importante al quadro disciplinare del “made in” sarebbe stato fornito dai negoziati di Ginevra dell’Organizzazione Mondiale del Commercio relativi all’armonizzazione, a livello mondiale, delle regole di origine non preferenziale, e dall’altro, ai fini della soluzione dei problemi operativi in essere, si rinviava, non, come sarebbe stato, e sarebbe, lecito attendersi, alle vigenti norme dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, ma addirittura alle posizioni negoziali (dotate di rilevanza giuridica assolutamente nulla) che la Commissione Europea aveva presentato presso la stessa Organizzazione di Ginevra. Rispetto alla resistente barriera che gli schemi europei (vale ricordare che la Commissione Europea e la Corte di Giustizia delle Comunità Europee giudicano non rilevanti le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio) ed europeisti pongono da troppi anni nel rapporto tra il diritto italiano ed il mercato globale, deve dunque registrarsi come il rigore della Corte di Cassazione stia operando da diversi anni come l’unico, sano ed efficace, agente di erosione.

L’auspicio è che altre filiere acquistino presto consapevolezza della necessità che, almeno sul made in, diritto e globalizzazione stipulino presto un patto d’alleanza, e ciò a beneficio non soltanto delle imprese italiane e dei consumatori, ma della qualità dello stesso diritto internazionale e della stessa globalizzazione, evidentemente legati l’uno all’altro da un legame indissolubile di reciproca alimentazione.

(Cassazione civile Sentenza, Sez. III, 25/10/2010, n. 37818)


Fonte: IPSOA

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