sabato 30 ottobre 2010

Corte Ue: no all'aliquota agevolata sull'abbigliamento per neonati.

La Commissione europea, avviando un procedimento per inadempimento (ex articolo 226 CE) invitava la Polonia a presentare le proprie osservazioni per l'applicazione di un'aliquota Iva ridotta pari al 7% alle cessioni, all'importazione e all'acquisto intracomunitario di articoli di abbigliamento e di accessori di moda per neonati e di calzature per bambini. In merito la Polonia osservava che l'applicazione di un'aliquota Iva ridotta ai beni interessati rientra tra le misure dirette a sostenere le famiglie e a incoraggiare la natalità in Polonia, collocandosi così tra gli obiettivi della "strategia di Lisbona" e faceva presente che simili aliquote ridotte sono applicate anche in Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito. Inoltre dato che l'applicazione dell'aliquota ridotta ha carattere limitato nel tempo, non si può configurare una distorsione della concorrenza. Secondo la Commissione il comportamento della Polonia viola il combinato disposto contenuto nell'articolo 98 e nell'allegato III della direttiva 2006/112.

L'azione della Commissione
La Commissione, non essendo convinta delle giustificazioni addotte dalla Polonia, emetteva un parere motivato con cui invitava lo Stato polacco ad adottare i provvedimenti necessari a conformarsi ad esso. La Polonia decideva di non dare seguito alle richieste della Commissione la quale concludeva allora di proporre ricorso per chiedere appunto alla Corte di constatare che, applicando un'aliquota ridotta Iva pari al 7% alle cessioni, all'importazione e all'acquisto intracomunitario di articoli di abbigliamento e di accessori di moda per neonati nonché di calzature per bambini, la Repubblica di Polonia era venuta meno agli obblighi che le incombono in forza del combinato disposto dell'articolo 98 e dell'allegato III della direttiva del Consiglio 28 novembre 2006, 2006/112/CE, relativa al sistema comune dell'Iva.


La normativa nazionale e la normativa comunitaria
Analizzando la normativa comunitaria in materia si rileva che, secondo quanto contenuto nell'articolo 96 della direttiva 2006/112, gli Stati membri applicano un'aliquota Iva normale fissata da ciascuno Stato membro a una percentuale della base imponibile identica per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi. Oltre all'aliquota normale, secondo il successivo articolo 98, gli Stati membri possono prevedere una o due aliquote ridotte da applicare unicamente alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi delle categorie elencate nell'allegato III. Secondo il successivo articolo 115 gli Stati membri che, al 1° gennaio 1991, applicavano un'aliquota ridotta ai servizi di ristorazione, all'abbigliamento, alle calzature per bambini e all'edilizia abitativa possono continuare ad applicare una tale aliquota alla cessione di questi beni o alla prestazione di questi servizi.

La posizione della Polonia
Per quanto riguarda specificatamente la Polonia, l'articolo 128 della direttiva 2006/112 dispone che la Polonia può applicare un'esenzione, con diritto a detrazione dell'Iva pagata nella fase precedente, alle cessioni di taluni libri e periodici specializzati, fino al 31 dicembre 2007. La Polonia può inoltre continuare ad applicare un'aliquota ridotta, non inferiore al 7%, alla prestazione di servizi di ristorazione, fino al 31 dicembre 2007 o fino all'introduzione del regime definitivo di cui all'articolo 402, ove quest'ultima data sia precedente; continuare ad applicare un'aliquota ridotta non inferiore al 3% alle cessioni di prodotti alimentari di cui al punto 1) dell'allegato III, fino al 30 aprile 2008; continuare ad applicare un'aliquota ridotta non inferiore al 3% alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi del genere normalmente utilizzato per la produzione agricola, esclusi beni di investimento quali macchinari o edifici, di cui al punto 11) dell'allegato III, fino al 30 aprile 2008; continuare ad applicare un'aliquota ridotta non inferiore al 7% alla fornitura di servizi di costruzione, ristrutturazione e trasformazione di abitazioni, fuori dell'ambito di una politica sociale, esclusi i materiali edili, e sulla cessione, effettuata anteriormente alla prima occupazione, di immobili residenziali o frazioni di immobili residenziali di cui all'articolo 12, paragrafo 1, lettera a) fino al 31 dicembre 2007.

L'adesione all'Ue e le deroghe
Le deroghe ora citate sono state previste nell'ambito dei negoziati che hanno dato origine all'Atto relativo alle condizioni di adesione della Repubblica ceca, della Repubblica di Estonia, della Repubblica di Cipro, di Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia e della Repubblica slovacca e agli adattamenti dei trattati sui quali si fonda l'Unione europea.
Per quanto concerne invece la normativa nazionale, l'articolo 41 della legge polacca dell' 11 marzo 2004, relativa all'imposta sul valore aggiunto stabilisce che l'aliquota Iva normale è pari al 22%, ammettendo però la possibilità di deroga. Lo stesso articolo 41 prevede un'aliquota ridotta pari al 7% per la cessione di beni e la prestazione di servizi di cui al suo allegato n. 3. L'allegato n. 3 della legge sull'Iva riporta, alla voce 45, gli "articoli di abbigliamento e accessori di moda per neonati" e, alla voce 47, le "calzature per bambini".

Il giudizio della Corte
Chiamata a pronunciarsi sul ricorso proposto dalla Commissione, la Corte di giustizia ha in primo luogo evidenziato come sia incontrovertibile il fatto che, alla scadenza del termine fissato nel parere motivato, la Polonia continuava ad applicare un'aliquota Iva ridotta pari al 7% all'abbigliamento e alle calzature per neonati, prodotti questi non rientranti nelle categorie di beni e servizi di cui all'allegato III della direttiva 2006/112. Secondo l'articolo 98 di tale direttiva, sono gli unici a cui possono applicarsi le aliquote ridotte. È indubbio, secondo i magistrati di Lussemburgo, che l'atto di adesione della Polonia all'Ue non prevede una deroga al riguardo.
La Polonia ha rilevato che la propria tassazione ad aliquota ridotta può essere ammessa in forza dell'articolo 115 della direttiva 2006/112. La Commissione sostiene, in via principale, che tale disposizione sia applicabile soltanto agli Stati che erano membri della Comunità al momento dell'adozione della direttiva 92/77 e, in subordine, che nel caso di specie non sono comunque soddisfatti i presupposti per l'applicazione del detto articolo 115. In proposito, i magistrati comunitari hanno fatto osservare come la deroga prevista al detto articolo 115 è subordinata alla presenza di alcune condizioni di applicazione, la principale delle quali è che lo Stato membro interessato fosse tenuto ad applicare, al 1° gennaio 1991, un'imposizione Iva secondo la direttiva 2006/112 o, quantomeno, un sistema di tassazione avente le stesse caratteristiche del sistema comune di Iva.

La comparazione
In merito poiché la Polonia ha introdotto il sistema comune dell'Iva nella sua legislazione nazionale solo tramite la legge sull'Iva del 2004, è stato necessario verificare se l'imposta polacca prevista dalla legge 16 dicembre 1972, in vigore al 1° gennaio 1991, potesse, quanto meno, essere considerata un'imposta equivalente all'Iva. Al riguardo, la corte ha innanzitutto ricordato come caratteristiche essenziali dell'Iva siano il fatto che l'imposta si applica in modo generale alle operazioni aventi ad oggetto beni o servizi, è proporzionale al prezzo percepito dal soggetto passivo quale contropartita dei beni e servizi forniti, viene riscossa in ciascuna fase del processo di produzione e di distribuzione, compresa quella della vendita al minuto, a prescindere dal numero di operazioni effettuate in precedenza e gli importi pagati in occasione delle precedenti fasi del processo di produzione e di distribuzione sono detratti dall'Iva dovuta dal soggetto passivo, cosicché tale tributo si applica, in ciascuna fase, solo al valore aggiunto della fase stessa, e in definitiva il peso della detta imposta va a carico del consumatore finale. È dunque sufficiente che un'imposta non presenti una di queste caratteristiche essenziali perché non possa essere ritenuta equivalente all'Iva. Ebbene Nella fattispecie contingente, relativamente alla seconda caratteristica fondamentale dell'Iva, si deve rilevare che, mentre l'Iva è riscossa per ogni singola operazione al momento della commercializzazione e il suo importo deve essere proporzionale al prezzo dei beni o servizi forniti, dagli artt. 4 e 5 della legge polacca 16 dicembre 1972 emerge che l'imposta polacca in vigore al 1° gennaio 1991 era, al contrario, calcolata sul fatturato lordo realizzato dal soggetto passivo nel corso di un determinato periodo. Poiché l'imposta della Polonia era calcolata in base a un fatturato periodico, non è possibile determinare con precisione l'importo della stessa eventualmente traslato sul cliente in occasione di ciascuna vendita di beni o di ciascuna prestazione di servizi, sicché il requisito della proporzionalità di tale importo rispetto al prezzo percepito dal soggetto d'imposta non è soddisfatto. Da tali considerazioni emerge dunque che l'imposta sulla cifra d'affari applicabile in Polonia al 1° gennaio 1991 non rispondeva alle caratteristiche essenziali dell'Iva.

Le conclusioni della Corte
La corte ha quindi ritenuto di affermare che poiché la Polonia, al 1° gennaio 1991, non ha applicato un'Iva secondo la direttiva 2006/112 e un sistema di tassazione con le stesse caratteristiche essenziali dell'Iva, non ricorrono le condizioni per l'applicazione dell'articolo 115 della direttiva 2006/112. La conseguenza è che la Polonia avrebbe dovuto applicare l'aliquota Iva normale ai prodotti di cui alla causa in esame.
Infine, i giudici hanno chiarito i motivi che non giustificano un comportamento del genere. In particolare le motivazioni alla base della difesa avanzata dalla Polonia, per cui quale l'applicazione di un'aliquota Iva ridotta all'abbigliamento e alle calzature per neonati sarebbe diretta a incrementare il tasso di natalità e contribuirebbe ad accelerare il ritmo della crescita economica nello spirito della strategia di Lisbona. Secondo gli eurogiudici questa motivazione di natura sociopolitica, sebbene possa eventualmente giustificare la concessione da parte del Consiglio dell'Unione europea di una deroga mediante una modifica della direttiva 2006/112, per contro, da un punto di vista giuridico, non può giustificare che uno Stato membro violi le disposizioni contenute nell'articolo 98, n. 2, della direttiva 2006/112.
Per tutto quanto ora esaminato, la Corte Ue ha constatato che, applicando un'aliquota Iva ridotta pari al 7% alle cessioni, all'importazione e all'acquisto intracomunitario di articoli di abbigliamento e di accessori di moda per neonati e calzature per bambini, la Polonia è venuta meno agli obblighi che le incombono in forza del combinato disposto dell'articolo 98 e dell'allegato III della direttiva 2006/112.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sospensione rate mutui prima casa: on-line il modulo di domanda alla banca.

È disponibile sul sito del Dipartimento del Tesoro il modulo da utilizzare per chiedere alla banca che ha concesso il mutuo per l’acquisto della prima casa la sospensione temporanea del pagamento delle rate. Si tratta di un beneficio destinato ai cittadini in possesso di specifici requisiti soggettivi e oggettivi fissati dal Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze n. 132 del 21 giugno 2010. Il modello va compilato in base alle linee guida per la presentazione e l’istruttoria delle richieste di sospensione, disponibili sullo stesso sito, che contengono l’elenco dettagliato delle condizioni di accesso e delle caratteristiche dei mutui agevolabili.

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Disponibile sul sito dell’Agenzia la bozza del modello per la comunicazione dei dati Iva 2011.

Con il Comunicato Stampa del 28 ottobre 2010, l’Agenzia delle Entrate informa che è disponibile sul sito la bozza del modello per la comunicazione dei dati Iva 2011, da inviare entro il prossimo 28 febbraio. Le novità presenti nel modello 2011 riguardano esclusivamente le istruzioni, aggiornate alla nuova disciplina Iva applicabile alle prestazioni di servizi, in linea con quanto previsto dal D. Lgs. n. 18/2010. Il mancato invio del modello comporta l’applicazione di una sanzione amministrativa da 258 a 2.065 euro.

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Comunicazioni black list, violazioni senza sanzioni.

Nessuna sanzione in caso di eventuali violazioni concernenti la compilazione dei modelli di comunicazione relativi al trimestre luglio/settembre 2010 (per i soggetti tenuti a presentare il modello con periodicità trimestrale) o ai mesi da luglio a novembre 2010 (per i soggetti tenuti a presentare il modello con periodicità mensile). A condizione, però, che i contribuenti provvedano a sanare le violazioni, inviando, entro il 31 gennaio 2011, i modelli di comunicazione integrativa.Lo stabilisce la circolare n. 54/E emanata ieri dall’Agenzia delle Entrate, in risposta ai molti dubbi e alle richieste avanzate dagli operatori, in ragione del carattere di novità dell’adempimento ed in considerazione delle difficoltà per l’individuazione dei dati rilevanti.

Poiché – sottolinea l’Agenzia - è ragionevole ritenere che, in sede di prima applicazione della nuova disciplina, i soggetti interessati possano incorrere in errori nella compilazione del modello di comunicazione, sussistono «obiettive condizioni di incertezza» tali per cui l’Amministrazione finanziaria, in sede di controllo, non applicherà sanzioni in caso di eventuali violazioni concernenti la compilazione dei modelli di comunicazione.

(Circolare Agenzia delle Entrate 28/10/2010, n. 54/E)

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mercoledì 27 ottobre 2010

Archivio "dematerializzato".

Con il decreto 23 gennaio 2004 del ministro dell’Economia e delle Finanze del è stata disciplinata, in maniera unitaria, la procedura informatica relativa all’emissione, conservazione ed esibizione dei documenti informatici rilevanti ai fini tributari, nonché quella di conservazione digitale dei documenti analogici, con la conseguente possibilità di distruzione degli archivi cartacei.
L’articolo 5 del decreto prevede l’invio all’Agenzia delle Entrate dell’impronta dell’archivio informatico oggetto della conservazione, della sottoscrizione elettronica e della marca temporale, rinviando a un successivo provvedimento del direttore delle Entrate, la definizione degli ulteriori dati ed elementi da comunicare.

Ecco quindi che, con il provvedimento del 25 ottobre del direttore dell’Agenzia delle Entrate sono state approvate le disposizioni attuative della comunicazione dell’impronta dell’archivio informatico dei documenti rilevanti ai fini tributari e individuate le ulteriori informazioni che devono essere comunicate.
La banca dati di cui deve essere generata l’impronta può essere composta dai documenti rilevanti ai fini delle disposizioni tributarie o da una evidenza informatica contenente, a sua volta, l’impronta o le impronte di tali documenti o di loro insiemi. Nel caso di più archivi, il contribuente può scegliere se effettuare un’unica comunicazione oppure tante per quanti sono gli archivi.
L’adempimento è a carico del soggetto titolare dei documenti ovvero del responsabile della conservazione o anche del soggetto eventualmente delegato da quest’ultimo: occorrerà, quindi, indicare gli estremi anagrafici dell’interessato e, se presenti, i dati anagrafici degli altri due soggetti.

La trasmissione deve essere effettuata entro il quarto mese successivo alla scadenza del termine di presentazione della dichiarazione dei redditi, utilizzando esclusivamente i canali Entratel o Fisconline. Poiché le aziende potevano dematerializzare i documenti fiscalmente rilevanti già dal 2004, sulla base delle disposizioni del decreto Mef del 23 gennaio 2004, il provvedimento disciplina anche l’invio delle comunicazioni dell’impronta degli archivi informatici dei documenti riguardanti i periodi di imposta chiusi entro il 2009, che devono essere trasmesse, si legge nel documento “entro il termine previsto per la comunicazione dell’impronta dell’archivio informatico relativa al periodo d’imposta in corso al 1° gennaio 2010” e cioè, per i soggetti con esercizio coincidente con l’anno solare, entro gennaio 2012 (tale data viene indicata in considerazione degli attuali termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi).

In particolare la comunicazione deve contenere:
•i dati identificativi del soggetto interessato, del responsabile della conservazione, del soggetto eventualmente delegato dal responsabile della conservazione
•l’elenco dei documenti cui l’impronta si riferisce
•l’indicazione del luogo in cui è conservata l’evidenza informatica da cui è stata generata l’impronta dell’archivio
•la marca temporale apposta all’archivio.
Se la comunicazione è inviata tramite gli intermediari abilitati alla trasmissione telematica delle dichiarazioni, è necessario indicare anche la data in cui l’intermediario ha assunto, nei confronti del soggetto che gli ha conferito l’incarico, l’impegno alla trasmissione.

Il provvedimento prevede la possibilità di sostituire la comunicazione ordinaria precedentemente inviata entro trenta giorni dal termine di trasmissione delle informazioni da modificare. La nota correttiva, il cui invio è consentito per una sola volta e a condizione che si riferisca al medesimo periodo di quella ordinaria, deve contenere tutti i dati in precedenza trasmessi, con le modifiche e/o integrazioni che si sono rese necessarie.

Disposizioni specifiche sono previste, inoltre, in caso di riversamento sostitutivo degli archivi, per il quale è obbligatorio effettuare una specifica nota informativa entro quattro mesi dal completamento del procedimento di riversamento.

Il provvedimento individua, infine, gli standard tecnici di generazione dell’impronta, che deve essere conforme alla vigente deliberazione del DigitPA, già Cnipa (articolo 3, comma 2, Dpcm 30 marzo 2009).
L’Agenzia delle Entrate, per consentire la verifica della congruenza dei dati da trasmettere con quanto previsto dalle specifiche tecniche approvate, rende disponibile un apposito software di controllo nelle pagine internet del suo sito.

La trasmissione dell’impronta e degli ulteriori dati previsti dal provvedimento realizza non solo lo scopo, dichiarato dalla norma, di estendere nel tempo la validità dei documenti informatici fino a che permane, ai fini tributari, l’obbligo di conservazione, ma mette in condizione l’Amministrazione finanziaria di conoscere i contribuenti che adottano sistemi sostitutivi di conservazione, informazione importante anche ai fini dell’attività di controllo. Al riguardo, con un successivo provvedimento, verranno definite le modalità mediante le quali le aziende che effettuano conservazione digitale/sostitutiva potranno esibire – in via telematica – i documenti conservati nell’archivio informatico all’Amministrazione finanziaria.


Fonte: Agenzia Entrate

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Unico al 5 ottobre.

Lo slittamento al 5 ottobre degli adempimenti telematici in scadenza il 30 settembre scorso (tra i quali, la presentazione dei modelli annuali di dichiarazione), concesso a seguito di un guasto tecnico ai servizi informatici, non è una proroga.
Tenendo conto delle difficoltà registrate, si è semplicemente riconosciuta la possibilità di trasmettere i modelli con qualche giorno di ritardo, senza applicazione di alcuna sanzione.

Il termine di scadenza per la presentazione delle dichiarazioni 2010 resta, pertanto, fissato al 30 settembre. Questa continua ad essere la data cui far riferimento per gli adempimenti fiscali aventi scadenza successiva al 30 settembre e connessi al termine di presentazione di Unico 2010.

Di conseguenza, per rimediare, ad esempio, alla mancata presentazione della dichiarazione, ci sarà tempo fino al 29 dicembre. Se non si provvederà all’invio nemmeno entro quella data, per il Fisco si tratterà di dichiarazione omessa.

A causa dell’interruzione dei servizi informatici, dunque, le dichiarazioni 2010 inviate entro il 5 ottobre sono in regola. Ma non si tratta di una vera e propria proroga del termine di presentazione delle dichiarazioni. La scadenza resta fissata al 30 settembre 2010.


Fonte: Agenzia Entrate

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Comunicazione black list: arriva la richiesta di proroga.

Rinviare la scadenza del 2 novembre relativa alla comunicazione telematica delle operazioni con i paesi Black list. Questa è la richiesta avanzata da Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti, in una lettera inviata al Direttore dell’Agenzia delle Entrate. Nonostante la circolare n. 53/E del 21 ottobre 2010 dell’Agenzia sciolga in parte i dubbi avanzati da professionisti ed imprese, restano ancora punti controversi da chiarire. Per esempio, quest’ultima non prevede un importo minimo dell’operazione effettuata, perché scatti l’obbligo, per cui una transazione di pochi euro può dar luogo alla necessità di inviare la comunicazione, con tutti i costi relativi.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Subappalto: i costi subito deducibili.

L’Agenzia delle Entrate scioglie i dubbi sulla valutazione delle rimanenze in presenza di subappalti in edilizia, rispondendo ad una richiesta dell’Ance sull’effettiva portata della Risoluzione 260/E/2009. Secondo il chiarimento dell’Agenzia, nella determinazione del valore delle rimanenze di opere pluriennali, si dovrà tenere conto del principio della correlazione tra costi e ricavi. Di conseguenza, se le rimanenze, che rappresentano una componente positiva di reddito, vengono calcolate sottraendo gli importi versati ai subappaltatori, questi importi costituiscono costi fiscalmente deducibili nello stesso periodo d’imposta.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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martedì 26 ottobre 2010

Reverse charge per i telefoni cellulari, ma non per i personal computer.

Il Consiglio Ecofin ha autorizzato l’Italia, fino al 2014, ad applicare il principio di inversione contabile per la telefonia mobile e i dispositivi a circuito integrato. Tuttavia, i personal computer rimangono fuori dall’applicazione obbligatoria del meccanismo del “reverse charge”. Il reverse charge, infatti, potrebbe trovare applicazione esclusivamente con riferimento ai microchip destinati ad essere installati sui personal computer, mentre la disposizione sui cellulari riguarderebbe solo gli apparati radiomobili, esclusi gli accessori, ma compresi i componenti rappresentanti da microprocessori. Sarà comunque l’Amministrazione a fornire i chiarimenti in materia.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Risparmio energetico: detrazione garantita per i lavori che continuano nel 2011.

Nel caso in cui il beneficio per i lavori di risparmio energetico non venga prorogato per il 2011, i contribuenti che continueranno i lavori nel corso del 2011 potranno comunque usufruire della detrazione del 55% per le spese sostenute fino al 31 dicembre 2010. Questo è quanto ha chiarito l’Enea sul proprio sito, nella Faq n. 65. Resta confermato l’onere, a carico del contribuente, di inviare all’Enea l’idonea documentazione entro 90 giorni dalla fine dei lavori. Se il servizio telematico dovesse essere disattivato nel corso del 2011, verranno indicate le modalità attraverso cui dovranno essere trasmesse le comunicazioni.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Il ricorso contro l’avviso bonario è inammissibile in quanto non è atto impugnabile.

Inammissibile il ricorso contro un avviso bonario: questo è quanto ribadisce l’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 110/E del 22 ottobre 2010. L’Agenzia richiama, a conferma di quanto indicato nella risoluzione, numerose sentenze della Corte di Cassazione: n. 16293/2007, 16428/2007, 1791/2005, la sentenza n. 25699/2009 della Suprema Corte nonché l’articolo 19 del d.lgs. 546/1992. L’avviso bonario, infatti, non è un vero e proprio atto impositivo, ma una semplice comunicazione con la quale le Entrate informano il contribuente sui risultati della fase di controllo delle dichiarazioni.

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Assicurazioni: nuovi codici tributo per imposte e contributi.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 109/E del 22 ottobre, ha istituito i nuovi codici tributo per il pagamento dell’imposta sulle assicurazioni (3354, 3355 e 3356), dei contributi sui premi Rca (3357, 3358 per il Friuli Venezia Giulia, 3359 per Trento, 3360 per Bolzano) e quelli destinati al Fondo per le vittime dell’usura e delle estorsioni (3361). Tali codici devono essere inseriti all’interno del Mod. F24, nella sezione “Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione”, nella colonna “importi a debito versati”. Tuttavia i soggetti interessati potranno ancora utilizzare il Modello F23, secondo la vecchia procedura, fino al 31 gennaio 2011.

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Quesito: diritto al recesso.

Sono socio al 10 % di una srl che e' stata costituita con altri 5 soci ( soc. A) nel 2004.
La soc A ha il 49% di una soc .B operativa nel mondo del SW con circa 1,5 mil.euro di fatturato annuo.
Il restante 51% e' di una societa' C che opera nello stesso settore ed ha finanziato l'avviamento della societa B.
Tutti i 6 soci di soc. A lavorano come professionisti nella soc.B (pagamento di fatture mensile ); non esistono dipendenti ma solo collaborazioni esterne di volta in volta fatturate.
Come le e' noto per gravi motivi di salute ampiamente documentabili ho dovuto interrompere la mia collaborazione ad aprile del 2008 e non ho piu' presentato fatture anche perche' non sarebbero state pagate .
La mia domanda e' questa : se i miei soci non vogliono esercitare il diritto di prelazione ,posso io far valere il mio diritto al recesso
in quanto sono mutate le mie condizioni di status di socio (non sono piu' pagato)?
Ho letto che il diritto di recesso si applica in tutti quei casi in cui l'azionista di minoranza vede mutare sostanzialmente le condizioni del suo status di socio ed aumentare il rischio del suo investimento, non per fattori di mercato, ma per mutamenti sostanziali decisi dalla maggioranza

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Quesito: risanamento abitazione e aliquota IVA.

nel 2009/2010 ho effettuato dei lavori di risanamento nella mia abitazione, a causa di infiltrazioni di acqua che ne pregiudicavano la salubrità.

In questo caso l'iva è al 10 o al 20%???

Premetto che non chiesto nessuna DIA.

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lunedì 25 ottobre 2010

Quesito: contratto commercio e terziario.Trasferta estero.

frequentemente vengo inviata nei paesi extracee (cina, india etc.
etc.) per verificare il livello qualitativo della produzione (parliamo di
abbigliamento). Essendo inquadrata come impiegata con ccnl commercio e
terziario, la mia domanda è : atteso che queste trasferte vengono effettuate
per circa 15-20 gg. al mese in questi paesi volevo sapere se è regolare che
nella mia busta paga venga indicato trasferta Italia.

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sabato 23 ottobre 2010

Detraibilità spese per il risparmio energetico.

Le spese per le quali è possibile fruire della detrazione comprendono
sia i costi per i lavori edili connessi con l’intervento di risparmio
energetico, sia quelli per le prestazioni professionali necessarie
per realizzare gli interventi e acquisire la certificazione energetica
richiesta.
In relazione agli interventi finalizzati alla riduzione della trasmittanza termica delle strutture opache e delle finestre, nonché a quelli relativi agli impianti di climatizzazione invernale e di produzione di acqua calda, sono detraibili le seguenti spese:
a) interventi che comportino una riduzione della trasmittanza termica U degli elementi opachi costituenti l’involucro edilizio, comprensivi delle opere provvisionali e accessorie, attraverso:
■ fornitura e messa in opera di materiale coibente per il miglioramento delle caratteristiche termiche delle strutture esistenti;
■ fornitura e messa in opera di materiali ordinari, anche necessari alla realizzazione di ulteriori strutture murarie a ridosso di quelle preesistenti, per il miglioramento delle caratteristiche termiche delle strutture esistenti;
■ demolizione e ricostruzione dell’elemento costruttivo;
b) interventi che comportino una riduzione della trasmittanza termica U delle finestre comprensive degli infissi attraverso:
■ miglioramento delle caratteristiche termiche delle strutture esistenti con la fornitura e posa in opera di una nuova finestra comprensiva di infisso;
■ miglioramento delle caratteristiche termiche dei componenti vetrati esistenti, con integrazioni e sostituzioni;
c) interventi impiantistici concernenti la climatizzazione invernale e/o la produzione di acqua calda attraverso:
■ fornitura e posa in opera di tutte le apparecchiature termiche, meccaniche, elettriche ed elettroniche, nonché delle opere idrauliche e murarie necessarie per la realizzazione a regola d’arte di impianti solari termici organicamente collegati alle utenze, anche in integrazione con impianti di riscaldamento;
■ smontaggio e dismissione dell’impianto di climatizzazione invernale esistente, parziale o totale, fornitura e posa in opera di tutte le apparecchiature termiche, meccaniche, elettriche ed elettroniche, delle opere idrauliche e murarie necessarie per la sostituzione, a regola d’arte, di impianti di climatizzazione invernale con impianti dotati di caldaie a condensazione. Negli interventi ammissibili sono compresi, oltre a quelli relativi al generatore di calore, anche gli eventuali interventi sulla rete di distribuzione, sui sistemi di trattamento dell’acqua, sui dispositivi controllo e regolazione nonché sui sistemi di emissione.
Per quanto riguarda gli interventi di riqualificazione energetica dell’edificio sono spese detraibili, oltre alle spese professionali, quelle relative alle forniture e alla posa in opera di
materiali di coibentazione e di impianti di climatizzazione, nonché la realizzazione delle opere murarie ad essi collegate.

L’agevolazione per gli interventi che realizzano un risparmio energetico consiste in una detrazione dall’imposta lorda, che può essere fatta valere sia sull’Irpef che sull’Ires, in misura pari al 55% delle spese sostenute entro il 31 dicembre 2010 o, per i soggetti con periodo d'imposta non coincidente con l’anno solare, fino al periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2010.
Più specificatamente:
a) per i contribuenti non titolari di reddito d’impresa (come le persone fisiche, gli enti non commerciali, gli esercenti arti e professioni) sono detraibili le spese per le quali il pagamento è effettuato mediante bonifico bancario o postale entro il 31 dicembre 2010;
b) per i contribuenti titolari di reddito d’impresa, per i quali i lavori sono inerenti all’' esercizio dell’attività commerciale, sono detraibili le spese imputabili nei vari periodi d’imposta fino a quello in corso al 31 dicembre 2010.
Per interventi di risparmio energetico realizzati nel 2007 la detrazione andava ripartita in tre quote annuali di pari importo: la prima riportata nella dichiarazione dei redditi (modello 730 e/o modello Unico) relativa al periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2007 e le altre due nei due periodi d’imposta successivi.
Per gli interventi realizzati dal 1° gennaio 2008, la detrazione poteva essere ripartita in un numero di quote annuali, di pari importo, tra tre e dieci, su scelta irrevocabile del contribuente da esprimere all’atto della prima detrazione.
Per gli interventi realizzati dal 1° gennaio 2009, la detrazione deve essere ripartita in cinque quote annuali, di pari importo.

Il limite massimo di detrazione deve intendersi riferito all’unità immobiliare oggetto dell'’intervento e, pertanto, andrà suddiviso tra i soggetti detentori o possessori dell’immobile che partecipano alla spesa, in ragione dell'’onere da ciascuno effettivamente sostenuto. Anche per gli interventi condominiali l’ammontare massimo di detrazione deve essere riferito a ciascuna delle unità immobiliari che compongono l'’edificio tranne le ipotesi in cui l'’intervento si riferisce all'’intero edificio e non a “parti” di edificio. In quest’ ultimo caso, l'’ammontare massimo deve ritenersi che costituisca il limite complessivo della detrazione, da ripartire tra i soggetti che hanno diritto al beneficio.
Gli importi di 100.000 euro, 60.000 euro e 30.000 euro, stabiliti in relazione ai singoli interventi agevolabili, rappresentano infatti il limite massimo del risparmio d’imposta ottenibile mediante la detrazione, e non il limite di spesa.


Fonte: Agenzia Entrate

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Assicurazioni: imposte e contributi con l’F24-Accise.

Tutto pronto per versare on line l’imposta sulle assicurazioni e i contributi relativi ai premi Rca e quelli destinati al Fondo per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura: istituiti per l’occasione, con la risoluzione n. 109/E del 22 ottobre, nove nuovi codici tributo da inserire nel modello F24-Accise, la numerazione è consequenziale e va dal n. 3354 al n. 3362.

Si tratta dell’imposta relativa ai premi incassati dalle imprese del settore e di due contributi introdotti, con fini specifici, dovuti anch’essi dalle società assicurative.
In particolare, di questi ultimi, uno è destinato a ripagare le spese sostenute dal Servizio sanitario nazionale, dalle Regioni e da altri enti in seguito a incidenti con auto o natanti (articolo 334 del Dlgs 209/2005), l’altro è diretto al Fondo per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura, ed è calcolato sugli importi relativi alle polizze stipulate per incendi, responsabilità civile diversi, auto rischi diversi e furto (articolo 18, comma 1, legge n. 44/1999).

Gli assicuratori, ricorda la risoluzione, sono tenuti alla presentazione di una dichiarazione mensile degli incassi e al pagamento della relativa imposta, e a inviare, telematicamente, una dichiarazione annuale complessiva di quanto riscosso nell’anno precedente, utilizzando il nuovo modello approvato il 18 maggio scorso con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate e del direttore generale per il Mercato, la concorrenza, il consumatore, la vigilanza e la normativa tecnica del ministero dello Sviluppo economico.

Abbiamo detto che sono 9 in tutto i nuovi codici tributo, i primi tre (3354, 3355 e 3356), si riferiscono all’imposta (all’Erario, acconto all’Erario e quote dovute alle province). A seguire quattro numeri per il contributo al Ssn, il 3357, il 3358, il 3359 e il 3360, gli ultimi tre riservati rispettivamente a Friuli Venezia Giulia, Trento e Bolzano.
Continuando, il codice 3361 è destinato al contributo per le vittime dell’usura delle estorsioni e, infine, il 3362 va utilizzato per versare le sanzioni.

Il loro posto, all’interno del modello F24-Accise, è nella “Sezione Accise/Monopoli ed altri versamenti non ammessi in compensazione”, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”.
Nel caso in cui la somma da pagare si riferisca a un debito emerso dalla denuncia annuale, e non di un mese specifico, convenzionalmente, nella voce “mese” va inserito il numero “12” (dicembre) mentre l’anno è quello per cui si effettua il versamento: il 2010 per la dichiarazione 2011.
La risoluzione precisa, inoltre, che per quanto riguarda il codice 3356, la provincia da inserire è quella di residenza dell’intestatario della carta di circolazione.

Comunque, per consentire alle imprese di adeguarsi alla nuova modalità di pagamento, gli assicuratori potranno continuare a pagare anche secondo la vecchia procedura, e cioè utilizzando il modello F23, fino al 31 gennaio 2010. Dal 1° febbraio 2011 i vecchi codici tributi saranno soppressi.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rivalutazione terreni.

Chi ha usufruito della rideterminazione del valore di un terreno e ha versato le prime rate dell'imposta sostitutiva, può, sulla base di una successiva norma agevolativa, procedere a una nuova perizia giurata di stima del valore del terreno, pagare la relativa imposta sostitutiva e presentare richiesta di rimborso di quanto versato precedentemente. Ciò anche quando la seconda perizia indichi un valore più basso rispetto a quello della prima stima.
E' il chiarimento che arriva con la risoluzione n. 111/E del 22 ottobre, attraverso la quale l'Agenzia delle Entrate risponde all'interrogativo posto dal proprietario di un terreno già rivalutato che, nel frattempo, ha subito una diminuzione di valore.

In sostanza, il contribuente si è rivolto all'Amministrazione finanziaria per sapere se sia possibile ricalcolare il valore del terreno per il quale, attraverso una perizia giurata di stima, aveva già usufruito, con riferimento alla data del 1° gennaio 2008, della rideterminazione del costo di acquisto, provvedendo a versare le prime due rate della relativa imposta sostitutiva del 4%.
Ritiene ora, sulla base di quanto stabilito dalla Finanziaria 2010 (articolo 2, comma 229, della legge 191/2009), di poter far predisporre, entro il 31 ottobre 2010, una nuova perizia giurata di stima del terreno alla data del 1° gennaio 2010 e versare l'imposta sostitutiva calcolata sul nuovo valore. Per quanto riguarda l'imposta dovuta per il valore determinato nel 2008, il contribuente prospetta l'ipotesi di non pagare la terza rata e di chiedere il rimborso delle prime due rate versate.

L'Agenzia ricorda preliminarmente il percorso normativo dell'agevolazione - introdotta per la prima volta dalla Finanziaria 2002 (articolo 7 della legge 448/2001) - che consente ai proprietari di terreni edificabili e con destinazione agricola di rideterminarne il valore di acquisto.
Il valore "rideterminato" è utilizzabile al posto del costo storico per il calcolo della plusvalenza imponibile realizzata in caso di cessione del terreno, a condizione che sia stabilito attraverso una perizia giurata di stima e venga versata l'imposta sostitutiva nella misura del 4% del valore stesso.
Nella prima edizione, l'opportunità riguardava i terreni posseduti alla data del 1° gennaio 2001; successivi interventi normativi hanno permesso di procedere al "ricalcolo" del valore del terreno anche con riferimento ad altri periodi.

Nel caso specifico, il contribuente ha rideterminato il valore del terreno posseduto al 1° gennaio 2008, provvedendo ai necessari adempimenti entro il 30 giugno dello stesso anno.
La Finanziaria 2010 ha reiterato l'agevolazione per i terreni posseduti al 1° gennaio 2010, prevedendo il successivo 31 ottobre come termine ultimo per perfezionare l'operazione.

I tecnici delle Entrate concordano con la soluzione prospettata dall'interessato, riconoscendogli la possibilità di usufruire della rinnovata disposizione agevolativa attraverso una nuova perizia giurata di stima e il versamento della relativa imposta sostitutiva.
Il contribuente, inoltre, non dovrà ultimare il pagamento (terza rata) derivante dalla precedente rideterminazione e potrà chiedere il rimborso di quanto già versato (prime due rate).


Fonte: Agenzia Entrate

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Gas con Iva al 10% in condomìni.

L'Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 112/E del 22 ottobre, torna sulla disposizione contenuta nel numero 127-bis della tabella A, parte III, allegata al Dpr 633/1972, che, recependo una direttiva comunitaria, prevede dal 2008 l'applicazione dell'aliquota Iva del 10% alla somministrazione di gas metano per combustione per usi civili (produzione di acqua calda, cottura di cibi, riscaldamento), nel limite annuo di 480 metri cubi. In pratica, la norma dispone la tassazione al 10% per i primi 480 metri cubi annui destinati ad usi civili, mentre i consumi eccedenti devono essere tassati con l'aliquota ordinaria del 20 per cento.

Con la risoluzione n. 108/E del 15 ottobre è stato specificato che, relativamente alla somministrazione di gas metano per usi civili nei confronti di condomìni e cooperative di abitanti di edifici abitativi che utilizzano impianti di tipo centralizzato e collettivo, il limite di 480 metri cubi all'anno per fruire dell'aliquota Iva agevolata al 10% si riferisce alle singole utenze di ogni unità abitativa. Di conseguenza, la soglia quantitativa di 480 metri cubi va moltiplicata per il numero delle unità immobiliari il cui impianto di riscaldamento è allacciato a quello centralizzato.

Tale criterio - puntualizza ora la risoluzione 112/2010 - non si applica se sono presenti utenze individuali che già fruiscono della tassazione agevolata. Pertanto, nel numero delle unità immobiliari allacciate all'impianto centralizzato, da moltiplicare per il limite di 480 mc, non rientrano quelle dotate anche di impianto autonomo, per il quale è già applicabile l'aliquota agevolata.

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L’avvocato con l’apprendista deve pagare l’Irap.

Con la sentenza n. 21563 del 20 ottobre 2010, la Corte di Cassazione ha stabilito l’assoggettabilità ad Irap dell’avvocato che, nell’esercizio della sua attività professionale, si avvalga della collaborazione di un apprendista part-time. Nella fattispecie, secondo i giudici di legittimità, la circostanza che l’avvocato si sia avvalso di un lavoratore dipendente, ancorché ci si riferisca ad “un solo apprendista part-time”, è indice di autonoma organizzazione, individuata dalla giurisprudenza quale presupposto ai fini dell’Irap.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Iva: la detrazione dell’imposta sugli acquisti non è legata alla “partita Iva”.

L’Iva sugli acquisti può essere detratta prima della richiesta della partita Iva, se l’acquisizione del numero identificativo avviene entro un termine ragionevole. L’ottenimento della partita Iva, infatti, non è un atto costitutivo del diritto alla detrazione che sorge quando l’imposta detraibile diventa esigibile, ma rappresenta un requisito formale ai fini del controllo. Con la sentenza depositata il 21 ottobre 2010 relativa alla causa C-385/2009, la Corte di Giustizia Ue ha ritenuto non conforme al diritto comunitario la legislazione di un stato membro Ue che subordina la detrazione Iva al requisito formale del possesso di un numero identificativo Iva.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Comunicazioni Black list: nessun obbligo per i contribuenti minimi e le nuove iniziative.

I contribuenti minimi e le nuove iniziative produttive rimangono fuori dall’obbligo di comunicazione delle operazioni Iva con Paesi Black list. È solo uno dei chiarimenti contenuti nella circolare n. 53/E del 21 ottobre 2010, una vera e propria guida approfondita per i soggetti passivi Iva, chiamati a inviare all’Agenzia delle Entrate, entro il prossimo 2 novembre, la comunicazione relativa alle cessioni e agli acquisti di beni nonché alle prestazioni di servizi effettuate e ricevute nei confronti degli operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Inps: doppia contribuzione per soci lavoratori e amministratori di srl.

Il D.L. n. 78/2010 ha stabilito che il soggetto che sia contemporaneamente amministratore e socio operativo in una Srl operante in ambito commerciale o artigiano deve mantenere l’iscrizione obbligatoria sia alla gestione Ivs (Invalidità, vecchia e supersiti) che a quella separata. In tutti i casi va considerato che trattandosi di contributi, questi costituiscono oneri deducibili dal reddito della persona fisica. La deduzione è integrale per i contributi versati dal socio alla gestione Ivs e limitata a 1/3, la quota a carico del percipiente, per i contributi versati dagli amministratori alla gestione separata.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Fatture per operazioni inesistenti, al contribuente la prova contraria.

Quando l’Amministrazione finanziaria contesta al contribuente l’indebita detrazione di fatture, relative a operazioni inesistenti, la prova della legittimità e della correttezza delle detrazioni deve essere fornita dal contribuente mediante l’esibizione dei documenti contabili idonei a dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni. Lo stesso principio vale per gli accertamenti basati su movimentazioni bancarie effettuate su conti correnti intestati a terzi.
In questi termini si è espressa la Cassazione nell’interessante pronuncia n. 21318 del 15 ottobre, che riaffronta la problematica relativa alla legittimità degli accertamenti bancari effettuati presso conti correnti intestati a persone di famiglia, nonché quella della validità, nell’ambito del processo tributario, delle dichiarazioni rese da terzi in un procedimento penale.

Il giudizio di merito
Un ufficio finanziario emette, nei confronti di due coniugi, un avviso di accertamento con cui viene rideterminato in aumento il reddito di impresa enunciato nella dichiarazione congiunta, sulla base delle verifiche della Guardia di finanza, fondate anche su rilievi inerenti all’utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti e su accertamenti bancari estesi a prossimi congiunti dei contribuenti.

Il ricorso proposto dai contribuenti viene accolto dalla competente Commissione tributaria provinciale, che ritiene inutilizzabili e insufficienti gli elementi posti alla base dell’atto impositivo.
L’appello presentato dall’ufficio viene accolto parzialmente dai giudici del gravame che, per un verso, confermano la tesi dell’inutilizzabilità dei conti correnti bancari dei familiari dell’accertato, e, dall’altro, condividono le doglianze dell’ufficio ricorrente circa l’utilizzazione di fatture relative a operazioni inesistenti, con conseguente indeducibilità dei relativi costi.

L’Amministrazione finanziaria propone ricorso per cassazione e denuncia la violazione e falsa applicazione degli articoli 32 e 39 del Dpr 600/1973, in relazione alla legittimità degli elementi probatori posti a base dell’atto impositivo impugnato. I ricorrenti producono ricorso incidentale, lamentando l’illegittimo utilizzo della prova testimoniale nel procedimento tributario.

La decisione della Corte
Per i giudici di piazza Cavour, il ricorso proposto dall’Amministrazione finanziaria è fondato e merita accoglimento.


1. Sugli accertamenti bancari presso terzi
Secondo la Cassazione, la decisione dei giudici di merito contrasta con l’orientamento formatosi nella giurisprudenza di legittimità in merito agli accertamenti bancari nei confronti di terzi.

Innanzitutto, la Corte suprema ricorda che, in virtù di un principio già affermato dalla Cassazione, “…il rapporto di coniugio o di parentela, ovvero la qualifica di amministratore, determinano un legame talmente stretto da realizzare una sostanziale identità di soggetti, tale da giustificare automaticamente, salvo prova contraria, l’utilizzazione dei dati raccolti (Cass., 1 aprile 2003, n. 4987; Cass. 5 ottobre 2007, n. 20860; Cass., 7 settembre 2007, n. 18868)…” e poi richiama il principio - affermato in materia di società, ma estendibile all’imprenditore individuale (cfr., Cassazione, sentenza 27032/2007) - “…secondo cui, sempre in materia di accertamenti bancari, decisivo rilievo ai fini indiziari può avere la mancata risposta della società contribuente ai chiarimenti richiesti dall’Ufficio circa i c/c bancari intestati a persone fisiche riconducibili alla società in ragione degli strettissimi rapporti con essa intercorrenti”.

A tal riguardo, la Corte rileva poi che - a prescindere del rapporto famigliare dell’accertato con le titolari (moglie e figlia) dei conti correnti bancari posti alla base dell’accertamento, già di per sé sufficienti, in assenza di elementi di prova contraria, della riferibilità dei relativi movimenti all’attività esercitata dal contribuente - nel ricorso lo stesso contribuente dichiara, sua sponte, di aver utilizzato i conti correnti della moglie e della figlia, essendo impossibilitato a intrattenere rapporti diretti e personali con istituti di credito, a causa di precedenti segnalazioni al Centro rischi della Banca d’Italia.

Da queste premesse, prosegue la Corte, deve necessariamente trovare applicazione il consolidato principio secondo cui, in tema di accertamento dei redditi, è onere del contribuente dimostrare che le movimentazioni bancarie non sono riferibili all’attività svolta dal soggetto accertato (ovvero che le stesse sono indicate nelle dichiarazioni ovvero si riferiscono a operazioni non imponibili), vincendo così la presunzione, iuris tantum, per cui gli accrediti sono qualificati come ricavi mentre gli addebiti come corrispettivi degli acquisti (cfr., ex multis, Cassazione, sentenze 17387, 17390 e 19493 del 2010).


2. Sulle dichiarazioni rese da terzi (motivo del ricorso incidentale)

Nel ricorso incidentale, i contribuenti lamentano l’inutilizzabilità, per violazione degli articoli 32 del Dpr 600/1973 e 7 del Dlgs 546/1992, delle dichiarazioni rese da un terzo, nell’ambito di un procedimento penale a suo carico, ai fini della dimostrazione dell’utilizzazione di fatture relative a operazioni inesistenti.

Tale doglianza, secondo la Corte, non può essere accolta.
Al riguardo, i giudici di legittimità affermano - in linea con il costante insegnamento della stessa Corte in materia - il principio secondo cui “…può darsi ingresso alle dichiarazioni rese da terzi agli organi dell’Amministrazione Finanziaria o in altra sede qualificata, come ad ogni altro elemento indiziario acquisito in sede di verifica amministrativa, purché tali indizi trovino ulteriore riscontro nelle risultanze dell’accesso dei verbalizzanti (Cass., 10 marzo 2010, n. 5476; Cass., 12 febbraio 2010, n. 3389…”.

In altri termini, laddove il giudizio tributario sia fondato su dichiarazioni rese da terzi in altri procedimenti, spetta al giudice di merito verificarne la consistenza, sotto il profilo della gravità, della precisione e della concordanza, anche alla luce delle ulteriori risultanze probatorie emerse nel processo.

3. Sull’utilizzo di fatture relative a operazioni inesistenti
Anche su tale argomento, la Corte si rifà a precedenti pronunce in cui ha avuto modo di affermare che nel caso di contestazione “…di indebita detrazione di fatture, in quanto relative ad operazioni inesistenti, la prova della legittimità e della correttezza delle detrazioni deve essere fornita dal contribuente mediante l’esibizione dei documenti contabili legittimanti (Cass. n. 1727/07)”.

In merito, la Corte osserva che, se è vero, che l’Amministrazione non può limitarsi a una generale e apodittica non accettazione della documentazione del contribuente - essendo suo onere quello di indicare specificamente gli elementi, anche indiziari, sui quali si fonda la contestazione - “…è altrettanto vero che resta onere del contribuente dimostrare l’effettiva esistenza delle operazioni (arg. da Cass. n. 21953/07)”.

Nella fattispecie in esame, concludono i giudici di legittimità, dalle dichiarazioni rese dai soggetti interessati emergerebbe l’inesistenza delle operazioni fatturate.


Fonte: Agenzia Entrate

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Nuovo redditometro: determinante il nucleo famigliare e il contesto territoriale.

Il nuovo redditometro, introdotto dalla Manovra correttiva 2010, considererà l’ambito famigliare in maniera più rilevante rispetto a quanto accadeva in passato. La rettifica del reddito risulterà fondata sul contenuto induttivo di elementi di capacità contributiva, tenendo conto dell’analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo famigliare e del contesto territoriale. Tutto ciò avverrà con un decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze che sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale con cadenza biennale.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Reverse charge per i telefoni cellulari e dispositivi elettronici.

Per contrastare le c.d. “frodi carosello” sull’Iva per la telefonia mobile e i dispositivi elettronici, il Consiglio Ecofin ha autorizzato l’Italia, fino al 2014, ad applicare il principio di inversione contabile ai beni appartenenti a queste categorie merceologiche, ivi compresi i relativi componenti ed accessori. Si tratta dell’applicazione del meccanismo del “reverse charge” che obbligherà a pagare l’Iva sui beni ceduti dal fornitore al consumatore.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Senza raccomandata è nulla la notifica alla convivente.

È nulla l’iscrizione a ruolo che scaturisce da un avviso di accertamento notificato al coniuge convivente del destinatario, se l’agente notificatore non ha dato notizia, a mezzo raccomandata, dell’avvenuta notificazione dell’atto.Lo ha chiarito la Commissione tributaria provinciale di Novara con sentenza n. 35/06/10. La CTP, in particolare, ha accolto il ricorso del contribuente che sosteneva di ignorare l’esistenza dell’avviso di accertamento e chiedeva l’annullamento della cartella di pagamento impugnata rispetto all’iscrizione a ruolo effettuata dall’Ufficio per mancata avvenuta notifica dell’atto presupposto.

L’Agenzia delle Entrate si costituiva affermando che la notifica era regolarmente avvenuta, con consegna dell’atto alla convivente del destinatario.

La CTP tuttavia ricorda che il D.L. n. 223/2006 ha modificato l’art. 60 del D.P.R. n. 600/1973:

«se il consegnatario non è il destinatario dell'atto o dell'avviso, il messo consegna o deposita la copia dell'atto da notificare in busta che provvede a sigillare e su cui trascrive il numero cronologico della notificazione, dandone atto nella relazione in calce all'originale e alla copia dell'atto stesso. Sulla busta non sono apposti segni o indicazioni dai quali possa desumersi il contenuto dell'atto. Il consegnatario deve sottoscrivere una ricevuta e il messo dà notizia dell'avvenuta notificazione dell'atto o dell'avviso, a mezzo lettera raccomandata» Precedentemente alla modifica apportata dal D.L. n. 223/2006, quindi, l'agente notificatore, in caso di assenza del destinatario dell'atto, effettuava la notifica nei confronti dei soggetti legittimati a riceverla ex art. 139 c.p.c. Successivamente alla modifica del c.d. decreto Bersani, l'agente notificatore dà notizia dell'atto, a mezzo raccomandata, dell'avvenuta notificazione dell'atto o dell'avviso.

Nella fattispecie, il messo notificatore non ha osservato la norma: il fatto di non aver inviato la raccomandata al contribuente ha leso il suo diritto di difesa e la notifica va considerata nulla.

(Sentenza Commissione tributaria provinciale NOVARA 28/06/2010, n. 35)


Fonte: IPSOA

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giovedì 21 ottobre 2010

Quesito: ripartizione spese condominio.

ho acquistato e rogitato a giugno 2010 un appartamento direttamente
dal costruttore. Ora l'amministratore ha presentato un bilancio preventivo
includente tutta la gestione 2010 dell'immobile che, nel mio caso, non tiene
conto del fatto che effettivamente io sono divenuto proprietario
dell'appartamento solo a fine giugno 2010. Come mi devo comportare? Premetto
che nonostante abbia rogitato a giugno, io non abito ancora l'unità perché
il costruttore sta finendo lavori di completamento all'appartamento (scala
interna appartamento ad esempio).

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Quesito: iva agevolata su beni finiti per ristrutturazione impianto termico.

Ho presentato una dia per ristrutturazione edilizia.
Prevedo di realizzare anche opere per il risparmio energetico tra cui ristrutturazione dell'impianto di riscaldamento con sostituzione della caldaia con una a condensazione e istallazione valvole termostatiche oltre che tutto quanto necessario al corretto funzionamento dell'impianto. Vorrei beneficiare degli incentivi fiscali del 55%.
La domanda è la seguente: ai fini della detrazione fiscale al 55% posso esporre due fatture distinte, una per l'acquisto del bene finito caldaia con iva al 10% trattandosi di ristrutturazione edilizia, e l'altra per la fornitura del servizio di sostituzione della caldaia e di ristrutturazione dell'impianto termico?

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martedì 19 ottobre 2010

Rimborsi Iva nella Ue: prorogata al 31 marzo 2011 la presentazione dell’istanza.

I contribuenti italiani che intendevano presentare una richiesta di rimborso dell’Iva relativa alle spese sostenute in un altro Stato membro Ue nel 2009, avrebbero dovuto inoltrare un’istanza all’Agenzia delle Entrate entro il 30 settembre 2010. Il Consiglio Europeo ha prorogato al 31 marzo 2011 il termine per la presentazione delle istanze relative al rimborso dell’Iva estera per il 2009. Con la decisione 13936/10, il Consiglio ha modificato l’art. 15 della Direttiva 2008/9/EC, rendendo la proroga efficace con effetto retroattivo dal 1° ottobre 2010. L’Agenzia delle Entrate, nel recepire la proroga, dovrebbe prevedere per i contribuenti che abbiano presentato l’istanza nei termini, la possibilità di inviare, entro il 31 marzo 2011, un’istanza integrativa che recepisca anche eventuali ulteriori fatture.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Dichiarazione dei redditi congiunta: nell’accertamento la responsabilità è solidale.

Con la Sentenza n. 20856 dell’8 ottobre 2010, la Corte di Cassazione ha affermato che la scelta dei coniugi di presentare la dichiarazione dei redditi congiunta ha effetto non solo sui redditi dichiarati, ma anche su quelli accertati. In particolare, la Corte stabilisce che la responsabilità solidale della moglie si estende alle obbligazioni derivanti dal successivo accertamento di maggior reddito a carico del marito, a nulla rilevando il venir meno della convivenza matrimoniale dovuta a separazione personale.

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lunedì 18 ottobre 2010

Ultimi giorni per il 730 integrativo.

Chi si è accorto di aver commesso degli errori a proprio danno nella dichiarazione dei redditi inviata con il modello 730/2010 ha ancora qualche giorno di tempo per rimediare.

730 integrativo, a chi?
Fino a lunedì 25 ottobre, infatti, il contribuente può presentare il 730 integrativo, obbligatoriamente a un Caf o a un professionista abilitato, anche nel caso in cui, per il modello originario, l'assistenza fiscale sia stata fornita dal datore di lavoro o dall'ente pensionistico, in qualità di sostituto d'imposta.

730 integrativo, per chi?
Il modello 730 integrativo è destinato ai contribuenti che, nel "riprendere in mano" la propria dichiarazione, verificano la presenza di errori od omissioni, la cui correzione determina un maggior credito, un minor debito o un'imposta invariata. Va utilizzato anche nel caso in cui ci si accorga che erano incompleti o imprecisi i dati di identificazione del sostituto d'imposta chiamato a effettuare il conguaglio.

Caso per caso
Il dichiarante accerta di non aver indicato nel modello originario oneri deducibili o detrazioni (di conseguenza, si è determinato il pagamento di un'imposta superiore a quella effettivamente dovuta o la riscossione di un credito inferiore a quello spettante) oppure si accorge di aver trascritto dei dati sbagliati (esclusi quelli relativi al sostituto che eseguirà il conguaglio) che non modificano la liquidazione delle imposte. In questo caso, compila un nuovo modello 730 completo di tutte le sue parti, indicando il codice 1 nella casella "730 integrativo" presente nel frontespizio.
Le "carte" da presentare si limitano alla sola documentazione necessaria all'intermediario per il controllo della conformità dell'integrazione effettuata, nel caso in cui sia lo stesso a cui ci si è rivolti per il 730 originario; se l'assistenza era stata prestata, a suo tempo, dal sostituto d'imposta o da un altro Caf o un altro professionista abilitato, occorre esibire ex novo tutta la documentazione.

Se il contribuente si accorge di non aver fornito tutti i dati (o di averli trascritti in modo sbagliato) utili a identificare il sostituto che deve procedere al conguaglio, può avvalersi del 730 integrativo inserendo il codice 2 nella relativa casella. Il nuovo modello, pertanto, dovrà contenere le stesse informazioni di quello originario, tranne i dati ora riportati nel riquadro "Dati del sostituto d'imposta che effettuerà il conguaglio".

Il codice 3, infine, va utilizzato quando il contribuente si accorge di aver commesso errori od omissioni sia in relazione ai dati identificativi del sostituto d'imposta sia riguardo agli oneri, che, una volta corretti, determinano un maggior credito, un minor debito o una imposta invariata rispetto a quella indicata nel modello originario. In tale ipotesi, la modifica deve essere apportata dallo stesso soggetto che ha prestato assistenza per la dichiarazione originaria.


Cosa deve fare l’intermediario
L’intermediario a cui è stato presentato il 730 integrativo rilascia all’interessato la ricevuta modello “730-2 per il Caf o per il professionista abilitato”, che attesta l’avvenuta presentazione della dichiarazione.
Entro il 10 novembre, poi, dopo aver effettuato il calcolo delle imposte, elabora un nuovo prospetto di liquidazione (modello 730-3), che consegna al contribuente insieme alla copia della dichiarazione integrativa. Provvede inoltre, entro la stessa data, a trasmettere telematicamente all’Agenzia delle Entrate i dati delle dichiarazioni integrative 730/2010 e i relativi modelli 730-4 integrativi, che l’Amministrazione finanziaria mette a disposizione dei sostituti d’imposta per effettuare i conguagli dovuti (i modelli 730-4 integrativi sono inviati direttamente ai sostituti d’imposta se non inclusi negli elenchi forniti dall’Agenzia delle Entrate).

Gli effetti dell’integrazione si vedranno a dicembre, mese nel quale il sostituto d’imposta provvederà a conguagliare le somme sulla retribuzione erogata.


Fonte: Agenzia Entrate

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Agenzia Entrate: ultime circolari e risoluzioni.

Circolare n. 52 del 08/10/10
Verifica della sussistenza dei presupposti per accedere alle operazioni di emersione delle attività detenute all’estero di cui all’articolo 13-bis del decreto legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, e successive modificazioni.

Circolare n. 51 del 06/10/10
Disciplina relativa alle controlled foreign companies (CFC) - Dividendi provenienti e costi sostenuti con Stati o territori a fiscalità privilegiata - Chiarimenti

Circolare n. 50 del 01/10/10
Società agricole – Opzione per determinazione del reddito su base catastale - Articolo 1, comma 1093, della legge 27 dicembre 2006, n. 296

Risoluzione n. 108 del 15/10/10
Somministrazione di gas metano usato per usi civili nei confronti di condomìni o cooperative di abitanti di edifici abitativi – disposizioni in materia di aliquota IVA - n. 127-bis della tabella A, parte III, allegata al DPR n. 633 del 26 ottobre 1972

Risoluzione n. 107 del 14/10/10
Emersione di attività detenute all’estero – Recupero eccedenze di versamento dell’imposta straordinaria

Risoluzione n. 106 del 13/10/10
Interpello ai sensi dell’articolo 11 della legge n. 212 del 2000 -Tassazione proventi sostitutivi di redditi e spese processuali - Art. 6, comma 2, TUIR e art. 25 DPR n. 600 del 1973

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Il contribuente che presenta l’istanza di rateizzazione sul debito iscritto a ruolo può opporsi al diniego del giudice.

Il contribuente che presenta all’agente della riscossione l’istanza di rateizzazione del pagamento del debito iscritto a ruolo ha diritto ad essere informato sull’esito di tale istanza. Il procedimento avviato con la domanda di dilazione del debito deve obbligatoriamente concludersi con un provvedimento finale, che deve essere notificato entro i 90 giorni dalla data in cui è stata presentata l’istanza, a prescindere dal fatto che venga accolta o meno. Nel caso in cui il contribuente riceva un provvedimento finale di rigetto, ha la facoltà di ricorrere al giudice tributario per opporsi al diniego di rateizzazione del pagamento del debito iscritto a ruolo. Questo è quanto indicato nella guida di Equitalia, realizzata in collaborazione con l’Ordine dei Dottori Commercialisti ed esperti contabili.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Iva agevolata al 10% sui consumi di gas metano per cooperative di abitanti e condomini.

L’Iva agevolata al 10% per la fornitura di gas metano a uso civile nei confronti di condomini e cooperative, si applica fino al tetto massimo di 480 metri cubi annui misurato sui consumi energetici di ogni appartamento e non dell’intero edificio. Qualora il calcolo sia stato effettuato diversamente, l’utente potrà chiedere al gestore del servizio il rimborso della differenza d’imposta. Il gestore, a sua volta, potrà chiedere il rimborso al fisco, entro 2 anni dal pagamento dell’imposta, dimostrando di avere restituito il tributo all’utente. Questi sono i chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 108/E del 15 ottobre 2010.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Quesito: contratto in Germania, residenza in Italia.

sono un cittadino italiano residente in Italia.
Di professione faccio il responsabile vendite estero e mi trovo a viaggiare circa 100 gg all'anno in vari Paesi esteri.
Ora un'azienda tedesca mi offrirebbe un contratto tedesco di lavoro dipendente chiedendomi però di prendere residenza in Germania.
Vista la mia impossibilità a trasferirmi con famiglia in Germania, vorrei proporre alla ditta in questione un contratto tedesco, ma con residenza fiscale in Italia in quanto la ditta accetterebbe il telelavoro.
E' una cosa fattibile? In caso affermativo, per quanto riguarda le tasse in che modo si pagano e chi le paga?
Ho sentito che lo stesso lavoratore dovrebbe versare mensilmente la ritenuta d'acconto, è corretto?

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sabato 16 ottobre 2010

Istanza di patrocinio gratuito.

La Corte di cassazione ha respinto il ricorso proposto contro una sentenza del Tribunale che aveva confermato l’inammissibilità della richiesta di assistenza legale gratuita, in cui il richiedente indicava genericamente di ricevere un sostengo da parte dei familiari. L’istanza di accesso al patrocinio gratuito, che non specifica tutti i redditi, compresi gli aiuti economici ricevuti dai familiari, non può essere accettata. È il contenuto della sentenza 36362/2010 del 12 ottobre.

Secondo i fatti, il ricorrente chiedeva di essere ammesso al patrocinio gratuito per un procedimento penale a suo carico e, nella domanda, aveva dichiarato di percepire un reddito annuo di 1.680 euro e delle somme da parte dei familiari. La richiesta, per la genericità della voce relativa agli importi erogati dai parenti, era stata dichiarata inammissibile con decreto del Gip. Successivamente il Tribunale confermava il decreto rigettando l’opposizione.

Il difensore, nel ricorso in Cassazione, sostiene che nella sentenza di secondo grado il giudice aveva erroneamente applicato la legge che prevede, per l’ammissione al patrocinio gratuito, il calcolo del solo reddito imponibile e non le erogazioni dei parenti (articolo 76, Dpr 115/2002).

La Corte di cassazione rileva, in primo luogo, che la norma sulle condizioni per il diritto alla difesa gratuita (articolo 76, Dpr 115/2002) considera, per la concessione del beneficio, oltre ai redditi imponibili risultanti dall’ultima dichiarazione (che non devono superare 10.628,16 euro) anche quelli esenti dall’Irpef o “soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, ovvero ad imposta sostitutiva”.
Al riguardo, la Suprema corte, si è espressa più volte confermando lo stesso indirizzo interpretativo: nel calcolo confluiscono anche i redditi non assoggettati a imposta, ad esempio quelli illeciti o esenti (Cassazione 45159/2005).
Di conseguenza sono componenti reddituali tutte le somme, non occasionali, percepite dal richiedente.

La Cassazione ricorda, poi, che per poter beneficiare della difesa gratuita, l’istante deve necessariamente indicare, nella richiesta, l’ammontare delle erogazioni percepite (articolo 79, comma 1, lettera c) del Dpr 115/2002), in modo da fornire un quadro certo e completo della sua situazione economica.

Nel caso in esame, il Tribunale aveva respinto l’opposizione alla decisione di primo grado; il ricorrente, infatti, aveva dichiarato genericamente di ricevere degli aiuti economici dai familiari senza, tuttavia, specificarne gli importi.

La Cassazione, di conseguenza, ha ritenuto infondato il ricorso, confermando quanto stabilito dal giudice di merito: l’istanza di patrocinio gratuito deve necessariamente contenere una specifica indicazione di tutte le componenti reddituali, compresi gli aiuti economici ricevuti dai familiari (articolo 79, lettera c) del Dpr 115/2002). Solo l‘accertamento degli effettivi redditi, infatti, giustifica l’addebito delle spese di difesa allo Stato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Metano, agevolazione Iva su misura per cooperative e condomini.

Fisco con imposta sul valore aggiunto light sul servizio di somministrazione di gas metano per usi civili agli abitanti di condomini e cooperative che utilizzano impianti di riscaldamento di tipo centralizzato e collettivo. L’aliquota agevolata al 10% si applica, infatti, fino al tetto massimo di 480 metri cubi annui, calcolato tenendo conto dei consumi energetici di ogni singolo appartamento e non dell’intero edificio.

È questa, in sintesi, la principale precisazione fornita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 108/E del 15 ottobre, che delinea anche due diverse strade che utenti e gestori del gas possono seguire per ottenere la restituzione dell’Iva versata in eccesso.
Più precisamente, i primi possono rivolgersi direttamente al gestore del servizio per chiedere il rimborso della maggiore imposta addebitata in bolletta per i consumi sopra-soglia, mentre i secondi hanno l’opportunità di recuperare l’Iva applicata nella misura ordinaria del 20% e, successivamente, versata all’Erario.

Gas civile con agevolazione - In particolare, il documento di prassi specifica che il limite di 480 metri cubi all’anno per fruire dell’aliquota Iva agevolata al 10%, si riferisce alle singole utenze di ogni unità abitativa inclusa in condomini o cooperative di abitanti con impianti centralizzati. Di conseguenza, la soglia massima non si applica ai consumi di tutto l’edificio nel suo complesso, ma si moltiplica per il numero degli appartamenti il cui sistema di riscaldamento è allacciato all’impianto centralizzato.
Una regola che vale però a patto che il gas metano venga erogato per scopi civili, ossia usato tra le quattro mura domestiche per il riscaldamento, la cottura di cibi e la produzione di acqua calda. Sopra questo tetto, i consumi sono invece tassati con l’aliquota ordinaria del 20%, come prevede il nuovo regime che ha recepito nell’ordinamento nazionale la direttiva europea 2003/96/CE, in base alla quale il criterio di tassazione dei prodotti energetici e dell’elettricità non dipende più dalla tipologia di utilizzo, ma dall’entità del consumo.
Una disciplina che armonizza le disposizioni Iva con quelle previste per le accise, le cui aliquote variano in funzione di scaglioni di consumo annui.

Rimborso in vista per utenti e società energetiche – Secondo le indicazioni dell’Agenzia, i consumatori possono chiedere alla società energetica il rimborso della maggiore Iva pagata.
A questo proposito vale la pena ricordare che il rapporto tra utenti del servizio e imprese che erogano il gas è regolato dalla disciplina civilistica. Rientra, invece, tra le competenze specifiche dell’Amministrazione finanziaria stabilire le modalità di recupero dell’Iva applicata in misura ordinaria e versata all’Erario dai gestori.
Nel dettaglio, questi potranno recuperare l’imposta entro due anni dalla data del versamento solo a condizione che dimostrino di averla a loro volta effettivamente restituita agli utenti. In questo modo si garantisce la neutralità del tributo e, nello stesso tempo, si evita il rischio che le società di erogazione del gas si arricchiscano indebitamente, ottenendo il rimborso dell’Iva non ridata ai clienti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Il social network, nuova frontiera al servizio del contribuente.

Si è concluso a Roma il meeting dell’Ocse dedicato ai servizi ai contribuenti. Ospitato dall’Agenzia delle Entrate ha visto anche la partecipazione di rappresentanti del dipartimento delle Finanze. Al centro dell’incontro, che ha coinvolto più di 50 delegati provenienti dalle Amministrazioni tributarie di oltre 25 Stati, le opportunità offerte dalla nuove tecnologie, in particolare il mondo dei social network, e le problematiche legate all’utilizzo dei servizi on line, per quanto riguarda soprattutto la sicurezza e l’autenticazione.

I lavori sono stati aperti dal direttore dei Servizi ai contribuenti dell’Agenzia delle Entrate, Aldo Polito, che, dopo aver sottolineato come “la condivisione delle esperienze e delle conoscenze è il più prezioso risultato che possa scaturire da iniziative di questo genere”, ha specificato l’impegno fattivo dell’Agenzia nel “ridurre i costi amministrativi e potenziare l’efficienza della macchina fiscale a beneficio di cittadini, imprese e professionisti”. In quest’ottica di semplificazione, infatti, gli sforzi sono concentrati a realizzare strumenti tecnologici (come Civis e la Pec) concepiti per agevolare l’utilizzo del canale telematico, con vantaggi sia per l’utenza, che può operare direttamente dal proprio personal computer, sia per gli uffici, che riescono a gestire con maggiore efficienza l’afflusso del pubblico.

Anche il fisco può “cinguettare”…
Venendo all’approfondimento dei lavori sui social media, è risultato chiaro che la disponibilità di piattaforme di social networking ampiamente diffuse in tutto il mondo (ad esempio Twitter, Facebook, FriendFeed, eccetera) offre la possibilità di ampliare ancora di più i canali di contatto con l’utenza e soprattutto introdurre forme di assistenza di tipo collaborativo tra gli stessi fruitori. Anche sulla base delle esperienze illustrate da alcuni Paesi (Danimarca, Messico, Australia, Nuova Zelanda), questa opportunità sembra essere una promettente nuova frontiera da esplorare, con le dovute cautele, ma senza troppe remore, per conseguire il maggior soddisfacimento possibile degli utenti che richiedono servizi, anche in ambito fiscale.

…prestando sempre attenzione alla sicurezza
Ma, allo stesso tempo, sempre nel campo dei servizi on line, la sfida è data anche dalle problematiche legate alla sicurezza e all’identificazione degli utenti che interagiscono via internet con la Pubblica amministrazione. Le soluzioni adottate sono spesso legate alle normative dei vari Paesi, tuttavia gli elementi alla base di tali scelte sono prevalentemente comuni: procedure di riconoscimento robuste, strumenti tecnologici affidabili, capacità di risoluzione delle situazioni critiche elevata. In questo ambito, le tecnologie possono facilitare e incentivare una gestione federata delle identità degli utenti di modo che, una volta accertata l’identità da parte di un organismo affidabile, ogni altro organismo erogatore di servizi possa interagire con l’utente già identificato.

In attesa dei report
Entrambi gli argomenti saranno al centro di ulteriori approfondimenti da parte dell’Ocse nel prossimo futuro. Durante l’incontro, infatt,i sono stati creati degli appositi gruppi di studio che ne analizzeranno in dettaglio opportunità e problematiche e che pubblicheranno i loro risultati a metà dell’anno prossimo.


Fonte: Agenzia Entrate

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Costo del carburante nella fattura di trasporto: la nuova disciplina per fruire delle agevolazioni.

L’art. 83-bis della L. 133/2008, modificato dalla L. 163/2010, prevede che le fatture relative a prestazioni di trasporto per conto terzi, devono contenere l’indicazione della parte del corrispettivo relativo al costo del carburante necessario al vettore per l’esecuzione delle prestazioni convenzionate con il committente. Nel caso di mancata indicazione del costo del carburante nella fattura di trasporto si perdono tutte le agevolazioni di natura tributaria, finanziaria e previdenziale per il periodo d’imposta di un anno a carico del committente e del vettore.

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Scudo fiscale, via alla compensazione tramite il modello F24 per l’imposta straordinaria versata in eccesso.

Con la Risoluzione n. 107/E del 14 ottobre 2010, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito le modalità di recupero dell’imposta straordinaria per regolarizzare le attività finanziarie e patrimoniali detenute all’estero, nel caso in cui il versamento ecceda il dovuto. In particolare, la risoluzione apre la possibilità di compensare, tramite il modello F24, le somme eventualmente pagate in eccesso per aderire allo scudo fiscale, sia nel caso in cui il surplus derivi dalla restituzione dell’imposta al contribuente da parte dell’intermediario, sia quando scaturisca da semplici errori nei versamenti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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giovedì 14 ottobre 2010

Condono per ritardato versamento inefficace se la rata è fuori tempo.

In caso di rateizzazione dei pagamenti, il condono, previsto dall'articolo 9-bis della legge 289/2002, non può ritenersi perfezionato se alcuni versamenti vengono effettuati in ritardo.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione con ordinanza n. 20966 dell'11 ottobre.

Il caso
Una società stabilisce di condonare una cartella di pagamento emessa per Irpeg, Irap, Iva e ritenute alla fonte, iscritte a ruolo a seguito del controllo automatizzato della dichiarazione dei redditi per l'anno d'imposta 2001, dal quale erano emersi omessi versamenti.
Non provvede, però, a effettuare i pagamenti della seconda e della terza rata alle rispettive scadenze e, di conseguenza, l'ufficio emette il provvedimento di diniego di condono.
Nei giudizi di merito, le Commissioni tributarie ritengono perfezionata, per la società, la definizione degli omessi versamenti, nonostante il ritardo nei pagamenti delle rate successive alla prima.

In particolare, la Commissione tributaria regionale respinge l'appello dell'Agenzia, ritenendo che l'articolo 9-bis non stabilisce le conseguenze del mancato tempestivo versamento delle rate successive alla prima. A parere dei giudici di secondo grado, in assenza di previsione normativa, l'inefficacia della definizione del condono non sarebbe potuta derivare automaticamente dal predetto ritardo, sia perché nel quadro del sistema attuato dalla legge sono previste molteplici ipotesi di segno opposto a quella sostenuta dall'ufficio, in base alle quali la definizione del condono si ritiene perfezionata con il pagamento della prima rata, sia perché il legislatore, quando ha inteso sanzionare la decadenza dal beneficio del condono, ha previsto espressamente questa eventualità, come nel caso dell'articolo 11, comma 3, della legge 289/2002.

Di contrario avviso, invece, è il giudice di legittimità che, con ordinanza n. 20966 dell'11 ottobre, ha affermato che "… non è configurabile in tema di condono, proprio per il carattere eccezionale di tale istituto, un principio generale destinato a valere in caso di silenzio del legislatore e tanto meno tale principio può identificarsi con quello ritenuto dalla C.T.R. dato che la sostituzione dell'obbligazione tributaria, oggetto della lite fiscale pendente, con quella assunta dal contribuente con l'istanza di definizione appare condizionata … al beneficio del riconoscimento e pagamento immediato della ridotta entità del debito tributario da parte del contribuente...".

Osservazioni
Due gli spunti rilevanti nell'ordinanza della Corte suprema.
Il primo, giuridico, riguarda gli effetti per il ritardato pagamento previsti dal legislatore a seconda della diversa tipologia di condono; il secondo, etico, riguarda il giudizio sulla mora del contribuente.

La Corte delinea, in modo chiaro e diretto, la tipologia di condono di cui all'articolo 9-bis, differenziandola dalle altre per struttura e funzione.
Tale norma, che presenta un meccanismo di rateizzazione dei pagamenti del tutto analogo a quello previsto dalle altre disposizioni della legge 289/2002 (ad esempio, gli articoli 7, comma 5; 8, comma 3; 9, comma 12; 15, comma 5 e 16, comma 2), a differenza delle altre ipotesi, non prevede espressamente le conseguenze del mancato tempestivo pagamento delle rate successive alla prima.
Nelle altre disposizioni, "… il pagamento della prima rata è atto sufficiente a determinare la definizione della lite pendente" (Cassazione, ordinanza n. 22569/2009).
Non è così per il condono da articolo 9-bis al quale "non può ritenersi … applicabile il principio… affermato con riferimento alla chiusura delle liti fiscali pendenti prevista dalla L. n. 289 del 2002, art. 16 in base al quale nel caso in cui il contribuente si avvalga della facoltà, prevista dal comma 2 di detta disposizione, di versare ratealmente l'importo dovuto, soltanto l'omesso versamento della prima rata comporta l'inefficacia dell'istanza di condono, con la conseguente perdita della possibilità di avvalersi della definizione agevolata, mentre in caso di mancato versamento delle rate successive si procede ad iscrizione a ruolo (a titolo definitivo) dell'importo dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 14 con addebito di una sanzione amministrativa pari al 30 per cento delle somme non versate (ridotta alla metà in caso di versamento eseguito entro i trenta giorni successivi alla scadenza della rata), oltre agli interessi legali (v. Cass., 23/10/2006, n. 22788. V. anche Cass., 28/5/2007, n. 12410; Cass., 22/3/2006, n. 6370)…" (Cassazione, sentenza n. 20745/2010).

La stessa Corte ha qualificato il condono ex articolo 9-bis un "… condono tributario clemenziale, che, basandosi sul presupposto di un illecito tributario, elimina o riduce le sanzioni…" (Cassazione, sentenza n. 18353/2007), ma a condizione di rispettare la stessa procedura.
A parere dei giudici di legittimità, infatti, la circostanza che nessuna disposizione di legge preveda la decadenza dal beneficio del condono per il ritardo nei versamenti non può far salva la definizione ex articolo 9-bis. Tale tipologia di condono è caratterizzata per consentire al contribuente il "pagamento immediato della ridotta entità del debito tributario…", godendo di una riapertura di termini per effettuare i versamenti omessi senza applicazione delle sanzioni amministrative (pari al 30% degli importi dovuti - articolo 13, Dlgs 471/1997) solo a seguito, però, dell'integrale pagamento degli importi dovuti e, in caso di rateazione, dopo che si è provveduto al puntuale pagamento di tutte le rate alle scadenze di legge.

Sembrerebbe irrazionale, infatti, conservare il beneficio (pagamento dei versamenti omessi nonostante i termini scaduti e senza sanzioni) nei confronti di un contribuente che, dopo aver versato nei termini la prima rata, ha reiterato la stessa violazione - omesso versamento - che è oggetto della definizione, pagando in ritardo le rate successive.
Oltre che della peculiarità del condono ex articolo 9-bis, sembra che la Cassazione abbia preso atto del paradosso, etico prima ancora che giuridico, che verrebbe a determinarsi ammettendo che il contribuente, per sanare gli omessi versamenti, può a sua volta incorrere in altre omissioni di versamento, a loro volta sanzionabili. La sanzione amministrativa del 30% - risparmiata col pagamento della prima rata - dovrebbe, infatti, essere irrogata con riferimento al versamento tardivo delle rate successive alla prima.


Fonte: Agenzia Entrate

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Irap: esonero anche per i piccoli imprenditori sprovvisti di autonoma organizzazione.

Anche i piccoli imprenditori, se sprovvisti di autonoma organizzazione, possono risultare non soggetti all’Irap. Questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, con tre sentenze depositate il 13 ottobre 2010 (le nn. 21122, 21123 e 21124), in relazione all’assoggettabilità o meno all’imposta regionale sulle attività produttive ad un tassista, ad un coltivatore diretto e ad un artigiano.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Professionista e spese processuali deducibili: l’intera somma liquidata dal giudice è assoggettabile a ritenuta del 20%.

L’importo che il giudice liquida in sentenza per inadempimento contrattuale a favore di un professionista, sconta la ritenuta d’acconto del 20% sull’intera somma, compresa la copertura delle spese processuali. Nello stesso tempo, il professionista può dedurre dal reddito d’impresa, in quanto inerenti alla sua attività, le spese processuali sostenute. È questa l’interpretazione contenuta nella risoluzione n. 106/E del 13 ottobre 2010, in risposta ad un’istanza di interpello presentata da una società soccombente in giudizio, per inadempimento contrattuale nei confronti di un notaio.

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Guida in stato di ebbrezza e confisca del veicolo.

Il disposto dell’articolo 186 codice della strada, anche nella formulazione novellata dalla legge numero 120 del 2010, non risulta modificato nella parte in cui impone la confisca obbligatoria del veicolo con il quale è stato commesso il reato (salvo che appartenga a persona estranea al reato). Tale confisca deve continuare ad intendersi quale sanzione penale accessoria.

Il recente intervento legislativo di modifica dell’art. 186 del Codice della Strada (l. 210/2010) ha dato la stura a contrastanti decisioni giurisprudenziali sulla natura del sequestro e della confisca conseguenti all’accertamento del reato.

Taluni Tribunali (Trib. Roma 16 settembre 2010, sezione riesame) hanno ritenuto che il legislatore abbia qualificato inequivocabilmente la confisca in questione come sanzione amministrativa (cfr. artt. 186 e 224-ter C.d.S.. Tale ultimo articolo prevede espressamente l’adozione del sequestro da parte dell’agente od organo accertatore della violazione, e l’irrogazione della confisca da parte del prefetto, una volta ricevuta copia autentica della sentenza o del decreto penale di condanna divenuti irrevocabili), richiamando la sentenza della Corte Costituzionale n. 196/2010 che aveva inequivocabilmente conferito alla confisca conseguente all’accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, una natura sanzionatoria e meramente repressiva, e non invece preventiva (con conseguente declaratoria di illegittimità costituzionale del rinvio alla normativa sulle misure di sicurezza di cui all’art. 240 comma 2 c.p., contenuto nell’art. 186 C.d.S.).

La decisione del Tribunale del riesame di Brescia si colloca, invece, nell’alveo del filone giurisprudenziale che ritiene che, pur dopo la modifica, la confisca debba sempre ritenersi come sanzione penale accessoria, escludendo che il sequestro del veicolo e la conseguente confisca, nelle ipotesi di guida in stato di ebbrezza, abbiano esclusivamente natura amministrativa. In questo senso, secondo i giudici bresciani, depone sia la circostanza che la confisca è disposta con la sentenza di condanna ovvero di applicazione di pena (articolo 186, comma 2, lettera c, codice della strada) e che “le disposizioni relative alle sanzioni accessorie di cui ai commi 2 e 2 bis si applicano anche in caso di applicazione della pena su richiesta delle parti” (articolo 186, comma 2 quater, codice della strada), che quella che la confisca del veicolo può essere revocata dal Giudice penale, a seguito dell’esito positivo del lavoro di pubblica utilità (pena sostitutiva della pena detentiva e pecuniaria – articolo 186, comma 9 bis, codice della strada) e della pronuncia di estinzione del reato, il che indica che la confisca prevista dall’articolo 186, comma 2, lettera c, del codice della strada conserva tutti i caratteri di sanzione penale accessoria e non costituisce sanzione amministrativa. Nulla viene quindi innovato, secondo lo stesso Tribunale, in ordine al sequestro preventivo penale, disciplinato dall’articolo 321 codice di procedura penale, i cui presupposti risultano rispettati (perché il bene è suscettibile di confisca obbligatoria e perché comunque la libera disponibilità di esso consentirebbe la reiterazione di analoghe condotte delittuose).

(Tribunale Brescia, Ordinanza 23/09/2010)


Fonte: IPSOA

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Esenzione ICI per gli enti non commerciali e aiuti di Stato.

La Commissione europea ha aperto un'indagine formale sulla legittimità dell'esenzione ICI concessa dalla normativa italiana agli enti non commerciali. Tale esenzione - ritiene la Commissione - potrebbe costituire un aiuto di Stato in favore degli enti ecclesiastici e delle ONLUS, nelle ipotesi in cui gli immobili in questione vengano utilizzati anche per attività commerciali. A seguito di una serie di denunce, la Commissione Europea ha annunciato ieri di avere avviato un’indagine formale nei confronti dell’Italia, finalizzata a verificare la legittimità dell’esenzione dall’ICI prevista nel nostro Paese per gli immobili usati dagli enti non commerciali.

Dal momento che gli immobili in questione potrebbero essere usati anche per attività commerciali, l’esecutivo comunitario sospetta che l’esenzione in parola possa costituire un aiuto di Stato vietato dall’art. 107 TFUE (già art. 87 TCE).

Si ricorda che tale disposizione vieta gli aiuti erogati in maniera selettiva dagli Stati membri (ovvero tramite risorse statali), che possano ostacolare gli scambi fra Stati membri, ovvero distorcere la libera concorrenza. Nei casi in cui sospetta che una misura statale possa costituire un aiuto di Stato, la Commissione avvia un’indagine ai sensi dell’art. 108 TFUE (già art. 88 TCE), volta a comprendere se l’aiuto sia compatibile con il mercato comune. Se all’esito di tale indagine l’aiuto risulta incompatibile con il mercato comune, esso deve essere recuperato e la normativa che lo ha istituito modificata di conseguenza.

E’ quanto potrebbe accadere in relazione all'art. 7, comma 1, lettera i), D.Lgs. n. 504/1992, il quale esenta dal pagamento dell’ICI gli immobili posseduti dallo Stato e dagli altri enti pubblici, i fabbricati di proprietà di Stati esteri, nonché i fabbricati destinati all’esercizio del culto e quelli appartenenti ad enti non commerciali, e destinati a particolari finalità (assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche ricettive, culturali ricreative e sportive).

La Commissione sospetta che tale esenzione costituisca un aiuto di Stato in favore degli enti ecclesiastici e delle ONLUS, nelle ipotesi in cui gli immobili in questione vengano utilizzati anche per attività commerciali.

In tal caso, il vantaggio selettivo che deriva dall’esenzione sarebbe, secondo la Commissione, idoneo a distorcere la concorrenza.

La vicenda non è nuova: la Commissione ha già avuto modo di esprimersi in merito alla presunta illegittimità dell'articolo 7, comma 1, lettera i), D.Lgs. n. 504/1992, e le decisioni all’epoca adottate sono ora oggetto di due ricorsi pendenti dinanzi al Tribunale di Primo grado (procedimenti T-192/10 e T-193/10).

L’apertura dell’indagine formale autorizza le parti interessate a presentare osservazioni.

Se la Commissione accerterà che l’esenzione in parola costituisce un aiuto di Stato, il Governo italiano dovrà dimostrare l’esistenza di un fondamento normativo idoneo a giustificare l’eventuale disparità di trattamento.

In caso contrario, l’aiuto sarà considerato illegittimo e dovrà essere recuperato (!).

La decisione di apertura dell’indagine formale adottata dalla Commissione è attualmente riservata, sarà consultabile sul sito della DG Concorrenza.

(Commissione UE Comunicato stampa 12/10/2010, n. IP/10/1319)


Fonte: IPSOA

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Le novità in materia di frodi Iva e di cooperazione amministrativa.

Con il regolamento del Consiglio n. 904 del 7 ottobre 2010, sono state introdotte delle novità in materia di cooperazione amministrativa e di lotta alle frodi Iva. Gli stati membri, sono tenuti, infatti, a cooperare per assicurare la corretta riscossione dell’Iva non soltanto controllando le operazioni soggette all’imposta nel proprio territorio, ma anche fornendo assistenza agli altri stati sulle attività che si svolgono nel proprio territorio e vengono tassate in un altro. L’amministrazione finanziaria dovrà, invece, verificare preventivamente l’affidabilità dei soggetti che chiedono il rilascio del numero di partita Iva e procedere all’invalidazione di tale numero nel sistema informatico comunitario qualora il soggetto risulti inattivo per un anno o quando abbia constatato irregolarità nei dati dichiarati.


Fonte: ItaliaOggi

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IVA non detraibile nel programma di fidelizzazione della clientela.

Il programma di fidelizzazione della clientela prevede l'attribuzione di punti il cumulo dei quali da diritto a premi fedeltà costituiti da beni o prestazioni di servizi. Nel programma trovano collocazione ben quattro soggetti coinvolti. Si tratta degli sponsor o rivenditori volti ad incentivare la clientela nel fare acquisti. Il soggetto gestore del programma che nel caso di specie sono, ognuno per ciascun procedimento adito, le società ricorrenti e, infine, i fornitori ovverosia i soggetti che erogano i premi fedeltà alla clientela che ha raggiunto il punteggio equivalente. Nel sistema descritto gli sponsor versano, al gestore del programma, un importo prestabilito con riferimento ai punti maturati. I fornitori, a loro volta, maturano una commissione cd. "commissione per il servizio", giustificata con apposita fattura, a cui si applica l'Iva.

Le modalità di trattazione della controversia
Con specifica ordinanza il presidente della Corte ha ritenuto di trattare insieme alla questione pregiudiziale di cui al procedimento C-53/09 la questione sollevata nel procedimento C-55/09. Le domande di pronuncia pregiudiziale, affrontate congiuntamente, sono sorte nell'ambito di due distinte controversie. In sostanza la Corte è chiamata a pronunciarsi sulla natura del corrispettivo versato dal gestore di un programma di fidelizzazione a favore della clientela e, nell'altro procedimento trattato congiuntamente, delle somme corrisposte dal gestore del programma di fidelizzazione ai fornitori dei premi di fedeltà ai clienti. In quest'ultima fattispecie occorre stabilire la natura della somme corrisposte dal rivenditore o sponsor in favore del gestore. Tutto questo per stabilire la detraibilità dell'Iva assolta a fronte delle somme corrisposte a fronte di beni o servizi erogati.

La normativa di riferimento
Riprendendo la posizione del giudice nazionale, i giudici della Corte di giustizia europea hanno ritenuto che le questioni debbano essere risolte alla luce delle disposizioni di cui alla sesta direttiva Iva. L'articolo 2, punto 1, di detta direttiva assoggetta a Iva le cessioni di beni e le prestazioni di servizi. L'articoolo 5, invece, assimila alle cessioni a titolo oneroso la destinazione di un bene proprio di impresa per uso diverso dagli scopi dell'impresa stessa, quali che sia la distribuzione a titolo gratuito, l'uso privato o personale. L'articolo 6 della direttiva, assimila alle prestazioni di servizi a titolo oneroso quelle effettuate a titolo gratuito dal soggetto passivo a proprio uso, privato o personale. Ai sensi dell'articolo 11, A, n. 1, lett. a), costituisce base imponibile Iva quanto corrisposto a titolo di compenso al fornitore per le operazioni eseguite da parte dell'acquirente. Pertanto, rientrano nella base imponibile le sovvenzioni direttamente connesse con il corrispettivo delle operazioni di cui sopra. L'articolo 17, n. 2, infine, stabilisce le fattispecie in considerazione delle quali il soggetto passivo è autorizzato a detrarre l'Iva assolta dall'ammontare a debito dell'imposta. In ambito nazionale le disposizioni di riferimento sono costituite dalla legge sull'Iva del 1994 che si rifanno, nella sostanza, a quanto stabilito negli articoli della sesta direttiva Iva.

Il ricorso ai giudici della Corte di giustizia
Nel procedimento C-53/09 la società ricorrente gestisce un programma di fidelizzazione, come sopra descritto, nell'ambito del quale l'Amministrazione finanziaria del Regno Unito ha ritenuto non detraibile l'Iva versata a monte sulla commissione, come giustificato dalla fattura rilasciata dai fornitori alla stessa società ricorrente. Nel ricorso proposto al VAT and Duties tribunal la ricorrente vedeva accolta la richiesta con la pronuncia che gli riconosceva il diritto a detrazione dell'Iva. Da parte sua, l'Amministrazione finanziaria del Regno Unito proponeva ricorso, contro questa ultima decisione, all'Alta Corte di giustizia del Regno Unito, che accoglieva le argomentazioni proposte e ribaltava il precedente giudicato dichiarando non detraibile l'Iva rivendicata. A questo punto, la società ricorrente adiva la Corte di Appello del Regno Unito che ribaltando di nuovo la decisione in precedenza presa dava ragione alla ricorrente riconoscendo a quest'ultima il diritto a detrarre l'Iva applicata sulla commissione corrisposta ai fornitori quale corrispettivo per la prestazione di servizi resa. Ecco che allora, l'Amministrazione finanziaria del Regno Unito proponeva impugnazione dinanzi alla Camera dei Lord che a sua volta decideva di rimandare la pronuncia, sulla questione in esame, ai giudizi della Corte di giustizia europea. Le questioni pregiudiziali proposte, in sostanza, sono finalizzate ad appurare il diritto alla detraibilità dell'Iva da parte della società di gestione del programma di fidelizzazione sui corrispettivi per l'approvvigionamento dei premi fedeltà. In un percorso analogo di decisioni, appelli e impugnazioni nel procedimento C-55/A, affrontato congiuntamente, veniva rimessa agli eurogiudici la decisione su come considerare le somme corrisposte da una società che affidava la gestione del programma di fidelizzazione ad altro gestore, corrispondendo appositi compensi su cui chiedeva la detrazione dell'Iva.

La questione pregiudiziale
Il rinvio agli eurogiudici punta a chiarire se la commissione versata dal gestore costituisca un corrispettivo versato da un terzo a fronte della fornitura dei premi fedeltà ai clienti. In caso affermativo il gestore, ovvero le società ricorrenti, non avrebbero diritto a detrarsi l'Iva versata a monte sulla commissione. Se così fosse, infatti, come sostenuto dall'Amministrazione finanziaria, la commissione su cui viene assolta l'imposta costituirebbe un pagamento per prestazioni effettuate dai fornitori a favore dei clienti e non del soggetto gestore. Questo, indipendentemente dal soggetto che effettivamente sostiene la spesa.

La pronuncia della Corte
Nelle fattispecie di cui alle questioni pregiudiziali presentate alla Corte gli euro giudici sottolineano, come si sia in presenza di due distinte operazioni. Una costituita dalla compravendita di beni e servizi che da luogo all'attribuzione di punti fedeltà, l'altra dalla cessione dei premi fedeltà in cambio dei punti accumulati dalla clientela. Ecco che allora, i pagamenti eseguiti dalla società di gestione del programma ai fornitori a fronte della conversione dei punti fedeltà costituiscono la controprestazione per la cessione dei premi fedeltà. E, come precisato dalla stessa società ricorrente, i pagamenti a favore dei fornitori costituiscono il corrispettivo di un'unica prestazione sulla quale è stata versata l'iva di cui si rivendica la detraibilità.

Le conclusioni
A conclusione delle proprie considerazioni sulle questioni pregiudiziali proposte, i togati della Corte europea, si sono pronunciati nel senso di ritenere i pagamenti, effettuati dalla società di gestione del programma di fidelizzazione, ai fornitori, dei premi fedeltà ai clienti, alla stregua di una prestazione di servizi a favore della stessa clientela. Si rimette al giudice del rinvio la decisione per stabilire se sono ricompresi in tali pagamenti anche il corrispettivo di una prestazione di servizi distinta. Pertanto, sembra dedursi la non detraibilità dell'imposta sul valore aggiunto assolta sul corrispettivo versato dalla società ricorrente. Analogo epilogo, in considerazione delle diverse sfumature pregiudiziali, si evince anche per la questione di cui al procedimento C-55/09.


Fonte: Agenzia Entrate

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Perdita bonus occupazione per dimissioni del dipendente.

Il datore di lavoro che non conserva per un periodo minimo stabilito i posti di lavoro creati nelle aree svantaggiate non può fruire del credito d'imposta per l'incremento dell'occupazione maturato e ancora non utilizzato e deve restituire il quantum già utilizzato.
La condizione relativa alla conservazione del posto di lavoro opera indipendentemente dalla riferibilità dell'interruzione del rapporto alla volontà del datore di lavoro o del dipendente. Tale condizione si considera rispettata se in ciascun anno compreso nel periodo di sorveglianza viene conservato, in media annuale, l'incremento occupazionale rilevante realizzato nell'area svantaggiata. A tal fine, il datore di lavoro può sostituire il lavoratore "agevolato" con altro lavoratore a tempo indeterminato in possesso dei requisiti previsti dalla norma agevolativa.

Questi i chiarimenti dell'Agenzia delle Entrate contenuti nella risoluzione n. 105/E del 12 ottobre, emanata a seguito di un'istanza di interpello in cui il contribuente ha chiesto di conoscere l'esatta interpretazione della disposizione che condiziona il permanere del diritto al credito d'imposta alla "conservazione" degli stessi posti di lavoro creati per un periodo minimo, ciò allo scopo di stabilire, nelle ipotesi di interruzione "prematura" del rapporto di lavoro agevolato (nella fattispecie, per dimissioni volontarie), come opera la decadenza dall'agevolazione e in quali casi sia possibile consentire la continuazione della fruizione del beneficio.

Il documento di prassi propone in primo luogo una panoramica della normativa vigente in materia di credito d'imposta per l'incremento dell'occupazione, istituito dall'articolo 2, commi da 539 a 548, della legge finanziaria 2008. In proposito, si ricorda che il bonus, fruibile per gli anni 2008, 2009 e 2010, e pari a 333 euro per ciascun lavoratore assunto e per ciascun mese (416 euro in caso di lavoratrici rientranti nella definizione di "lavoratore svantaggiato"), spetta ai datori di lavoro che nel periodo 1° gennaio 2008 - 31 dicembre 2008 hanno incrementato le assunzioni di lavoratori dipendenti con contratto a tempo indeterminato nelle "aree svantaggiate".

Ai fini della concreta fruizione del credito d'imposta, è stato emanato il decreto del ministro dell'Economia e delle Finanze del 12 marzo 2008, nonché la circolare dell'Agenzia delle Entrate 48/2008. Di quest'ultimo documento la risoluzione evidenzia il paragrafo relativo alla determinazione del credito d'imposta, in cui si evince la definizione di "incremento occupazionale rilevante" che determina il diritto a fruire del credito d'imposta, vale a dire il minor valore tra l'incremento occupazionale realizzato e il numero dei lavoratori neo-assunti agevolabili (cfr paragrafo 5.3, punto 4, della circolare).

La risoluzione prosegue poi nell'esame specifico delle disposizioni che condizionano la fruizione del beneficio al rispetto di determinati obblighi e la conseguenza della loro inosservanza.
Tra le condizioni da rispettare per non incorrere nella decadenza dall'agevolazione è prevista la conservazione del posto di lavoro creato per un periodo minimo di tre anni nel caso di grandi imprese ovvero di due anni nel caso delle piccole e medie imprese (cfr comma 545, lettera b), articolo 2 della Finanziaria 2008 e articolo 7, comma 1, lettera b) del "decreto occupazione").
Il mancato rispetto della condizione comporta il divieto di fruizione del credito del credito d'imposta già maturato sino alla data in cui si verifica la decadenza, nonché l'eventuale recupero del credito d'imposta già utilizzato in precedenza, con l'applicazione delle relative sanzioni e interessi (cfr articolo 7, comma 3).

Inoltre, nella relazione di accompagnamento al decreto di attuazione si legge che gli incrementi occupazionali devono essere conservati all'interno della medesima "area svantaggiata" per il suddetto periodo minimo.

La disamina normativa porta l'Agenzia ad affermare che, sia con riguardo alle cause di interruzione del rapporto di lavoro agevolato (per motivi ascrivibili alla volontà del lavoratore o al datore di lavoro) sia con riguardo al profilo della continuità temporale, le disposizioni interne non prevedono alcuna eccezione all'obbligo di conservazione del posto di lavoro per il periodo minimo stabilito.
L'Amministrazione finanziaria fa presente, infatti, che tale condizione è stata mutuata dalla normativa dell'Unione europea (in particolare, dall'articolo 4, paragrafo 4, lettera b), del regolamento Ce 2204/2002).

In ambito comunitario, la normativa in materia di aiuti all'occupazione, con particolare riferimento al concetto di creazione e mantenimento di posti di lavoro, è stata oggetto di una pronuncia da parte della Corte di giustizia dell'Unione europea (sentenza 2 aprile 2009, causa C-415/07).
Di questa sentenza l'Agenzia sposa il principio interpretativo: l'unico metodo che consente di rispondere "all'intento di favorire la stabilità o la continuità dell'occupazione", nonché di valutare ragionevolmente la condizione del mantenimento dei posti di lavoro creati per un periodo minimo è costituito dalla stima dell'effetto incrementativo prodotto dalla creazione del posto di lavoro. Detta stima viene effettuata ponendo a confronto dati omogenei, relativi a un periodo di un anno, mediante la comparazione dell'incremento del numero dei dipendenti a tempo indeterminato con la media di un periodo di riferimento.

Trasponendo alla fattispecie il principio affermato dalla Corte di giustizia, l'Agenzia ritiene che per "conservazione del posto di lavoro creato" debba intendersi conservazione "in media annuale" dell'incremento occupazionale rilevante realizzato nell'area svantaggiata, senza tenere conto delle vicende relative al lavoratore assunto per coprire il posto di lavoro creato.
In altre parole, per ognuno degli anni ricompresi nel biennio o nel triennio di sorveglianza, è necessario determinare la media degli "incrementi occupazionali rilevanti" realizzati per ciascuno dei 12 mesi solari. Tale computo decorre dal mese in cui è stato creato il posto di lavoro agevolato. Se il valore medio così determinato è pari o superiore all'"incremento occupazionale rilevante" realizzato nel mese in cui l'assunzione del lavoratore agevolato (in seguito dimissionario) ha determinato la maturazione del credito d'imposta, la condizione relativa alla conservazione del posto di lavoro si considera rispettata e, quindi, il datore di lavoro non incorre nella decadenza ab origine dal credito d'imposta.

Nel caso in cui la fuoriuscita del lavoratore agevolato che ha determinato la maturazione del credito d'imposta provochi un'effettiva diminuzione dell'incremento occupazionale, l'Agenzia ritiene possibile considerare ai fini della determinazione del valore medio annuale anche eventuali lavoratori a tempo indeterminato già assunti in possesso dei requisiti previsti dalla norma agevolativa (articolo 2, comma 543, lettera a), della Finanziaria 2008), ma che a suo tempo non hanno consentito la maturazione del credito d'imposta in quanto non hanno concorso alla realizzazione dell'"incremento occupazionale rilevante", oppure in quanto assunti dopo il 31 dicembre 2008.

Diversamente, nell'ipotesi in cui non siano presenti lavoratori già assunti, l'Agenzia ritiene che sia necessario ricostituire il posto di lavoro creato procedendo alla sostituzione del lavoratore fuoriuscito con l'assunzione a tempo indeterminato di lavoratori - sempre in possesso dei requisiti previsti dalla norma agevolativa - in numero tale da ristabilire l'incremento occupazionale rilevante necessario per la determinazione di un valore medio annuale non inferiore all'"incremento occupazionale rilevante" realizzato nel mese in cui l'assunzione del lavoratore agevolato dimissionario ha generato la maturazione del credito d'imposta.
In tal caso, si considerano come interamente coperti (e quindi il posto di lavoro come conservato) sia il mese in cui si è interrotto il rapporto di lavoro agevolato sia il mese in cui avviene la nuova assunzione.

La risoluzione puntualizza, infine, che il datore di lavoro matura il credito d'imposta mensile solamente quando il posto di lavoro agevolato viene ricostituito mediante la sostituzione, nei termini sopra precisati, del lavoratore fuoriuscito.


Fonte: Agenzia Entrate

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