venerdì 30 novembre 2012

I diritti patrimoniali degli investitori.


Si analizzano le diverse tecniche di utilizzo degli strumenti finanziari partecipativi di cui agli artt. 2346, comma 6, e 2351, comma 5, c.c., sottoscritti da investitori "professionisti" quali banche e fondi d'investimento.
Si esamina, inoltre, se ed entro quali limiti gli statuti delle societa` per azioni possano concretamente riservare, ai titolari di tali strumenti, diritti economico-patrimoniali e meccanismi contrattuali di disinvestimento. Un cenno finale e` dedicato al trattamento fiscale delle varie categorie di Sfp.
L’esperienza applicativa dell’istituto degli ‘‘strumenti finanziari partecipativi’’, di cui agli artt. 2346, ultimo comma, e 2351, ultimo comma, c.c. (d’ora innanzi indicati anche con l’acronimo ‘‘Sfp’’), di recente maturata nella prassi professionale, insegna che gli Sfp sono uno strumento assai efficace per la loro notevole duttilita` e utilita`, e cio` perche´, da un lato, la legge consente all’autonomia statutaria - come oltre si vedra` - un grande spazio di manovra per adattarli alla concreta fattispecie nel cui contesto essi vengono emessi, e perche´, d’altro lato, gli Sfp si sono rivelati adatti alla gestione di situazioni anche assai eterogenee tra loro, e cioe` sia nel contesto di una situazione di mercato florida (come accadeva negli anni immediatamente successivi alla riforma del diritto societario) sia in un contesto di crisi, quale quello attuale. Infatti, in una fase di prosperita` dei mercati, gli Sfp possono essere (come, in effetti, sono stati) utilizzati, in particolare, quali canali alternativi per il reperimento di risorse finanziarie attraverso operazioni di private equity, indirizzate, ad esempio, a sostenere la fase di nascita o il primo stadio di sviluppo delle imprese. Ma anche nel contesto di una situazione di mercato patologica, gli Sfp si rivelano uno strumento adeguato e flessibile, soprattutto per consentire operazioni di ristrutturazione del debito maturato dalle societa` in crisi nei confronti del sistema bancario: se i finanziamenti vengono rinegoziati e parte dei crediti vantati dalle banche nei confronti delle societa` oggetto di restructuring  vengono convertiti in apporto di capitale di rischio, la sottoscrizione di Sfp (variamente configurabili quali titoli di debito o di capitale) puo` infatti permettere alle banche  creditrici di recuperare in parte, o anche per intero, il proprio credito. Infine, gli Sfp hanno dimostrato una valenza particolare anche nell’ambito di operazioni di acquisto di partecipazioni di minoranza: infatti, un investitore puo` essere interessato a coniugare una partecipazione minoritaria con una posizione di titolarita` di strumenti finanziari partecipativi, specie laddove quest’ultima venga accompagnata sia da particolari tutele per favorirne il riscatto o la vendita, al fine di rendere monetizzabile l’investimento, sia da presidi statutari volti a tutelare gli interessi dei titolari degli Sfp. Tra l’altro, l’investimento in strumenti finanziari potrebbe anche rappresentare, per il socio di minoranza, un passaggio intermedio in un programmato percorso di acquisizione della maggioranza del capitale sociale della societa` emittente gli Sfp, e cio` , ad esempio, mediante la conversione in azioni degli Sfp. E `facile rilevare, da questo breve resoconto sull’utilizzo degli Sfp finora praticato, che gli Sfp rappresentano uno strumento impiegato essenzialmente nell’ambito di operazioni che coinvolgono investitori ‘‘professionisti’’ (quali banche e fondi di investimento), poiche´ il collocamento di Sfp evidentemente presuppone un sottoscrittore dotato della capacita` di effettuare una approfondita valutazione della situazione economica e finanziaria, attuale e prospettica, della societa` che li emette, nonche´ della capacita` di negoziare con essa le opportune garanzie, le idonee forme di remunerazione e gli strumenti di tutela piu` adeguati a protezione dell’investimento a fronte del quale gli Sfp vengano emessi. Questo coinvolgimento di investitori ‘‘professionisti’’ nelle diverse tipologie di operazioni di emissione di Sfp, sopra brevemente descritte, ha dunque avuto la conseguenza che, nella prassi professionale, una importanza centrale sia stata assunta dagli strumenti di protezione elaborati a vantaggio dell’investitore che sottoscriva gli Sfp nonche´ dai diritti di natura patrimoniale o amministrativo-patrimoniale che - caso per caso - gli vengono attribuiti. A questo riguardo, e` inevitabile rilevare che se, da un lato, la scarna disciplina codicistica degli Sfp, di cui agli artt. 2346, ultimo comma, e 2351, ultimo comma, c.c., ha sollecitato l’esplicazione della fantasia degli operatori nella elaborazione di regole confacenti al singolo caso concreto, stante l’ampia autonomia statutaria disponibile in materia, dall’altro lato rimane irrisolta tutta una serie di questioni riguardanti, in particolare, il novero dei diritti patrimoniali e dei diritti a contenuto amministrativopatrimoniale incorporabili negli Sfp. Si rende necessario, pertanto, verificare, nel silenzio degli artt. 2346, ultimo comma, e 2351, ultimo comma, c.c., quali siano gli indici in base ai quali i ‘‘diritti patrimoniali’’ connessi alla titolarita` di uno strumento finanziario possano effettivamente dirsi ‘‘partecipativi’’ e quindi possano rappresentare un idoneo presupposto per qualificare come ‘‘partecipativo’’ lo strumento finanziario dal quale essi derivano; occorre poi anche esaminare in che modo la regolamentazione degli Sfp possa essere concretamente declinata all’interno degli statuti delle societa` emittenti; e si rende, infine, indispensabile indagare quali tecniche contrattuali di disinvestimento siano ipotizzabili in relazione agli Sfp, affrontando anche il tema se, ai titolari di strumenti finanziari partecipativi, possano essere attribuiti determinati diritti a contenuto amministrativo-patrimoniale, quali il diritto di recesso o il diritto di conversione degli Sfp in azioni ordinarie della societa` emittente. Da ultimo, e` interessante approfondire la questione del trattamento fiscale degli Sfp, la quale evidentemente dipende dalle modalita` con le quali gli strumenti in questione vengano strutturati e, quindi, dagli obiettivi che societa` emittente e sottoscrittori si prefiggono con la loro emissione.


Fonte: IPSOA

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Riforma lavoro: i limiti di applicabilità della nuova disciplina.


Domanda
All'indomani della Riforma Fornero, in un ristorante o una discoteca si può ricorrere alla prestazione di lavoro di un cameriere rispettando solamente il tetto dei 2.000 euro?

Risposta
A seguito delle modifiche apportate dalla c.d. Riforma Fornero (L. n. 92/2012) alla disciplina delle prestazioni occasionali di lavoro accessorio (artt. 70 e seguenti del D.Lgs. n. 276/2003), per poter instaurare oggi rapporti di lavoro di tale tipologia pare sufficiente rispettare i limiti di carattere economico previsti dall'art. 70 del D.Lgs. n. 276/2003, ossia il limite complessivo di euro 5.000 di compenso nell'anno solare e il limite di euro 2.000 di compenso per singolo committente se trattasi di imprenditore commerciale o professionista.

Infatti, prima della Riforma Fornero l'art. 70 del D.Lgs. n. 276/2003 limitava a specifici ambiti di attività la possibilità di ricorrere alle prestazioni occasionali di lavoro accessorio; tale elencazione degli ambiti di attività è stata eliminata dalla Riforma Fornero, cosicché oggi le prestazioni occasionali di lavoro accessorio possono essere rese in tutti i settori.

Pertanto, pare potersi ritenere che anche nell'ambito dell'attività di un ristorante o di una discoteca si possa fare ricorso a prestazioni occasionali di lavoro accessorio, rispettando i già citati limiti di carattere economico previsti dalla Riforma Fornero.


Fonte: IPSOA

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Principio di cassa “allargato” per i compensi degli amministratori.


In mancanza di una norma specifica derogatoria e stante la assimilazione normativa al reddito di lavoro dipendente dei compensi degli amministratori, il principio di cassa “allargato” trova applicazione anche ai compensi di questi ultimi. Infatti, l’articolo 50, comma 1, lettera c-bis), del Dpr n. 917/1986 prevede che sono assimilati ai redditi di lavoro dipendente le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d’imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società, associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica.
Questa l’indicazione fornita dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 15241/2012.

La pronuncia in rassegna, dunque, analizza il regime fiscale dei costi riguardanti i compensi relativi ai sindaci, la ricerca, l’addestramento e la formazione, i premi assicurativi, i compensi degli amministratori e le operazioni di esportazione di merci. Pur non essendo innovative, paiono particolarmente interessanti, per la chiarezza della formulazione, le conclusioni raggiunte in merito all’individuazione del periodo di competenza in cui è possibile dedurre i compensi degli amministratori di società pagati dal 1° al 12 gennaio.
Su quest’ultimo punto, la sentenza della Commissione tributaria regionale di Trento, contro cui era stato presentato ricorso per cassazione, aveva statuito che il compenso pagato agli amministratori di società dal 1° al 12 gennaio rappresenta un costo di competenza dell’anno precedente.

La sentenza in esame partendo dal presupposto che “le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d'imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società, associazioni e altri enti con o senza personalità giuridica” sono – ai sensi dell’articolo 50, comma 1, lettera c-bis), del Tuir – assimilati ai redditi di lavoro dipendente e che per questi ultimi l’articolo 51, comma 1, del Tuir prevede l’applicazione del principio di cassa “allargato” – in base al quale si considerano percepiti nel periodo d’imposta anche le somme e i valori in genere corrisposti dai datori di lavoro entro il giorno 12 del mese di gennaio del periodo d’imposta successivo a quello cui si riferiscono – ha rilevato che “anche l’imputazione del compenso dell’amministratore, assimilato a quello del lavoratore dipendente, è, quindi, regolata dal principio di cassa e va quindi effettuata con riferimento al momento della effettiva percezione del compenso”.

Dalla riconosciuta applicabilità del principio di cassa, la Corte inferisce che “in mancanza di una norma specifica derogatoria e stante la assimilazione normativa al reddito di lavoro dipendente dei compensi degli amministratori, il principio di cassa allargato trova applicazione anche ai compensi di questi ultimi”.

La Suprema Corte riafferma così in modo più chiaro quanto già espresso nella sentenza n. 2854 del 24 febbraio 2012, in cui era stato statuito che “il compenso corrisposto agli amministratori il 13 gennaio 2005 non poteva essere imputato all'anno in questione per la deduzione [2004], trattandosi di costo non di competenza, posto che era stato sostenuto dopo il 12 di quel mese, e quindi a termine perentorio già scaduto, non potendosi applicare il principio della c.d. ‘cassa allargata’”.

Analoghe conclusioni, del resto, erano state precedentemente formulate dall’Agenzia delle Entrate che, nella circolare n. 57/E del 18 giugno 2001 (par. 7.1), aveva precisato che “La ratio dell'art.62 [ora 95, n.d.r.] del Tuir è quella di far coincidere il periodo d'imposta in cui i compensi sono assoggettati a tassazione in capo all'amministratore con quello in cui gli stessi sono dedotti dal reddito dell'erogante. La valenza generale di tale principio deve essere riaffermata anche in seguito alle disposizioni introdotte dall'art.34 della L. n.342 del 2000, che non hanno apportato modifiche ai criteri di determinazione del reddito d'impresa. Pertanto, avuto riguardo al richiamato principio, i compensi percepiti dall'amministratore entro il 12 gennaio 2001, poiché concorrono alla formazione del reddito secondo l'ordinario principio di cassa, saranno deducibili dalla società nel periodo d'imposta 2001. Parimenti, così come già chiarito nella circolare n.7/E del 26 gennaio 2001, i compensi percepiti dall'amministratore entro il 12 gennaio 2002 saranno ugualmente deducibili dalla società nel periodo d'imposta 2001, in ossequio al principio di cassa "allargato", che considera percepiti nel periodo d'imposta anche i compensi corrisposti entro il 12 gennaio dell'anno successivo”.

Pur apparentemente non in linea con l’articolo 95, comma 5, del Tuir secondo cui i compensi spettanti agli amministratori di società ed enti di cui all’articolo 73, comma 1, del Tuir (società di capitali), sono deducibili nell’esercizio in cui sono corrisposti (il principio di deduzione enunciato nell’articolo 95, cioè, sembrerebbe essere quello di cassa “puro”), le conclusioni raggiunte dal Supremo collegio e dall’Agenzia delle Entrate risultano particolarmente apprezzabili perché mantengono la simmetria tra l’anno di tassazione per l’amministratore e l’anno di deducibilità per la società.
Tale interpretazione, cioè, ancorché possa sembrare non perfettamente in linea con il dettato letterale della norma (la quale prevede, come detto, che i compensi spettanti agli amministratori sono deducibili nell’esercizio in cui sono corrisposti), è tuttavia apprezzabile perché evita disallineamenti rispetto a quanto previsto, in conformità al principio di cassa “allargato”, dal comma 1 dell’articolo 51 del Tuir riguardo alla tassazione del compenso in capo all’amministratore.


Fonte: Agenzia Entrate

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Non c’è condono se manca la lite. Nessun rischio per l’accertamento.


La definizione agevolata delle controversie pendenti, di cui all’articolo 16 della legge n. 289 del 2002, non è incompatibile con il diritto comunitario, poiché essa non comporta alcuna rinuncia preventiva al potere di accertamento dei tributi armonizzati (nella specie, l’IVA), limitandosi ad autorizzare l’amministrazione finanziaria a transigere la lite a determinate condizioni, in considerazione dell’immanente incertezza del suo esito (cfr. Cass., sez.un., 17 febbraio 2010, n. 3676). Detta tipologia di definizione delle liti pendenti presuppone, infatti, che il relativo potere di accertamento sia stato già esercitato. In ogni caso, presupposto dell’applicabilità dell’articolo 16 della legge n. 289 del 2002 è che vi sia l’effettiva pendenza di un giudizio mentre tale requisito non ricorre – con relativa inammissibilità dell’istanza di definizione della lite – se il contribuente abbia prestato acquiescenza alla sentenza della Commissione tributaria regionale .

Sentenza n. 19861 del 14 novembre 2012 (udienza 18 settembre 2012)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Pivetti Marco – Pm. Gambardella Vincenzo
Definizione agevolata delle liti fiscali pendenti – Art. 16 legge n. 289 del 2002 – Acquiescenza alla sentenza della Commissione tributaria – Inammissibilità dell’istanza di definizione della lite.

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Rimborso dell’imposta italiana sui pagamenti transfrontalieri.


La nozione di “canoni” per richiedere il rimborso dell’imposta italiana versata cui fa riferimento la direttiva n. 2003/49/Ce comprende anche i compensi corrisposti per l’uso di macchinari?

Il comma 3 dell’articolo 26-quater del Dpr n. 600/1973 fornisce nella lettera a) la definizione dei canoni ai fini della direttiva n. 2003/49/Ce. Si considerano canoni i compensi di qualsiasi natura percepiti per l’uso o la concessione in uso: 1) del diritto di autore su opere letterarie, artistiche o scientifiche, comprese le pellicole cinematografiche e il software; 2) di brevetti, marchi di fabbrica o di commercio, disegni o modelli, progetti, formule o processi segreti o per informazioni concernenti esperienze di carattere industriale, commerciale o scientifico; 3) di attrezzature industriali, commerciali o scientifiche. La categoria di canoni definita nella direttiva e, conseguentemente, nell’articolo 26-quater del Dpr n. 600/1973, riprende sostanzialmente quella contenuta nell’articolo 12, paragrafo 2, del modello Ocse di Convenzione per evitare le doppie imposizioni sui redditi del 1996. Tuttavia, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate nella circolare n. 47/2005, a differenza del modello Ocse, la direttiva include fra i canoni anche i compensi per l’uso o la concessione in uso del software e delle attrezzature commerciali, industriali o scientifiche.
Riguardo a tali attrezzature, in mancanza di una specifica definizione delle stesse nell’ambito del Tuir, si ritiene che l’espressione debba ricomprendere i beni destinati allo svolgimento di un’attività d’impresa (industriale, commerciale o di servizi). E’ il caso, tra gli altri, dei beni mobili costituiti da macchinari per la produzione di manufatti (ad esempio, i robot industriali), container, macchine per l’edilizia (ad esempio, le gru e le betoniere), macchine per l’agricoltura (ad esempio, i trattori e le trebbiatrici) e veicoli per il trasporto di beni e persone per terra, aria e mare (ad esempio, automobili, treni, aerei e navi).


Fonte: Agenzia Entrate

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Simulare un credito Iva inesistente è sottrazione fraudolenta al fisco.


Con sentenza n. 45730 del 22 novembre, la Corte di cassazione ha stabilito che il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, come la simulazione di un credito Iva prima dell'inizio della riscossione, è reato di pericolo e non di danno, sicché, ai fini del perfezionamento, non è richiesta la sussistenza di una procedura di riscossione in atto.

Il fatto
Con ordinanza poi impugnata in sede di legittimità, il competente Tribunale del riesame confermava il decreto con cui il Gip aveva disposto, ai sensi dell'articolo 240 codice penale, il sequestro preventivo dei beni di alcune società di capitali per essere i rispettivi rappresentanti legali indagati del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto dall'articolo 11 del Dlgs 74/2000 (il quale punisce chiunque, a tal fine, aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui beni propri o altrui idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva di ammontare complessivo superiore a 50mila euro).

Secondo l'ipotesi accusatoria, dalle indagini effettuate, il tribunale del riesame rilevava l'esistenza di un'articolata truffa a danno dell'erario, che consisteva nella simulazione di contratti di compravendita - fra le società collegate - relativi a un unico complesso immobiliare, di volta in volta artificiosamente rivalutato, senza un reale passaggio di denaro, capaci di generare nella società fittiziamente cedente un inesistente credito Iva.
In particolare, fingendo un'anomala e apparente riorganizzazione aziendale, la società responsabile verso il fisco, si era svuotata di ogni attività a favore delle altre società riconducibili all'originaria proprietà del gruppo, lasciando residuare in capo alla prima, quale unico rapporto giuridico pendente, il debito fiscale. Di seguito la società veniva ceduta a persone anziane e, quindi, messa in liquidazione. L'architettato congegno era finalizzato al precipuo scopo di rendere inattaccabili da eventuali azioni esecutive il patrimonio attivo e i crediti maturati dalla società in questione e di vanificare gli esiti delle eventuali procedure di riscossione.

Nei conseguenti ricorsi per cassazione, gli imputati contestavano tutte le ipotesi accusatorie, lamentando che la misura cautelare adottata, oltre che fondarsi su basi presuntive, fosse eccessiva in quanto non sussisteva un rischio reale per l'Amministrazione finanziaria di non recuperare i crediti Iva vantati.

La decisione
La sentenza in esame, nel respingere i ricorsi degli indagati, ha chiarito che la riorganizzazione aziendale con la quale viene simulato un credito Iva è sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte ancora prima che, di fatto, sia stata avviata la procedura di riscossione.
Sul punto, la Suprema corte ha motivato che il delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte è reato di pericolo e non di danno, sicché, secondo l'indirizzo prevalente della giurisprudenza di legittimità (sentenze 7916/2007, 40481/2010 e 36290/2011), non è necessario - ai fini della sussistenza degli elementi costitutivi della fattispecie - che sia già in atto una procedura di riscossione, essendo l'atto fraudolento, di per sé, idoneo a impedire il soddisfacimento totale o parziale del fisco.
E' evidente, infatti, che la condotta della società, svuotata di ogni attività per sottrarre gli importi dovuti all'erario, non può essere considerata ininfluente (Cassazione 37415/2012).

La successiva analisi della Cassazione sulle vicende aziendali considera gli atti di conferimento e di trasferimento patrimoniali in questione inutili pretesti di riorganizzazione aziendale: gli stessi, infatti, non hanno apportato al dante causa alcun "flusso finanziario", visto che la società non ha ricevuto alcuna controprestazione, mentre l'articolo 1322, comma 2, codice civile, valorizza i contratti che siano diretti a realizzare interessi meritevoli di tutela secondo l'ordinamento giuridico.
Del resto, gli "obiettivi" della società, nel caso di specie, potevano essere conseguiti in maniera lecita e trasparente, mediante il decentramento di una sola parte delle attività societarie, senza che le dismissioni poste in essere portassero al "totale prosciugamento della Spa".

A questo riguardo, anche la costituzione di un fondo patrimoniale può integrare il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, in quanto è atto idoneo a ostacolare il soddisfacimento di un'obbligazione tributaria (Cassazione 5824/2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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Plusvalenze da opzioni binarie con tassazione sostitutiva al 20%.


Gli strumenti finanziari derivati sono contratti basati sull'andamento di variabili di diversa natura (quotazioni azionarie, tassi di interessi e di cambio, prezzi di merci eccetera) e il termine "derivato" sta, appunto, a indicare la derivazione del valore dello strumento da un'attività o da un altro indice sottostante.
Tali strumenti si prestano a essere utilizzati sostanzialmente per due scopi: una finalità di hedging ossia di copertura dei rischi, in cui la struttura derivata del contratto consente di assumere una posizione opposta a quella da cui origina il rischio che si intende coprire; e una finalità speculativa, in cui, attraverso il derivato, si scommette sull'andamento della variabile sottostante.

Nella ricerca di una definizione di "strumenti finanziari" nell'ordinamento nazionale, considerata la carenza di elementi identificativi, si fa riferimento ai commi 2 e 3 dell'articolo 1 del Dlgs 58/1998 (legge Draghi).
La disciplina civilistica degli strumenti finanziari, infatti, è costituita dal Testo unico bancario (Dlgs 385/1993) e dal Testo unico della finanza (Dlgs 58/1998), i quali prevedono un'attività di vigilanza attribuita alla Banca d'Italia, per gli aspetti di stabilità degli intermediari, e alla Consob, per ciò che concerne la tutela degli investitori.
Con la direttiva europea 2004/39/Ce, nota come Mifid (Markets in financial instruments directive), si sono poi introdotti i principi generali che regolano i mercati finanziari all'interno degli Stati membri dell'Unione, allo scopo di garantirne la trasparenza attraverso regole comuni e omogenee a protezione degli investitori.
La Mifid, insieme con la successiva direttiva 2006/73 recante le modalità di esecuzione della stessa (per quanto riguarda i requisiti di organizzazione e le condizioni di esercizio dell'attività delle imprese di investimento e le definizioni di taluni termini ai fini di tale direttiva), è stata recepita nel nostro Paese con decreto legislativo 164/2007.

Nel quadro normativo di riferimento, la gamma dei derivati si va continuamente ampliando con l'introduzione di schemi sempre più complessi, frutto di avanzate tecniche di ingegneria finanziaria, che combinano più derivati di base e che rispondono sempre più a logiche speculative piuttosto che di hedging.
Tra questi, in epoca recente, hanno fatto ingresso le opzioni binarie - introdotte nel 2008 all'interno della "Chicago board options exchange" (Cboe) - che rappresentano un'avanguardia nel mondo del trading, in quanto costituiscono uno strumento speculativo di facile utilizzo per conseguire lauti profitti nel breve periodo.

Il trading binary (trading sulle opzioni binarie) è una forma di scommessa sui mercati finanziari in cui, in teoria, se l'evento sul quale si scommette si avvera, si raddoppia il capitale investito, viceversa lo si perde interamente.
Nella pratica, però, i brokers riconoscono un guadagno non superiore all'80% di quanto investito al verificarsi dell'evento su cui si è scommesso e restituiscono, comunque, il 15% circa del capitale investito nel caso l'evento su cui si è scommesso non si verifichi.

Gli strumenti finanziari in argomento sono anche detti esotici, in quanto non seguono le regole tipiche delle opzioni: essi, infatti, sono costituiti da un contratto tra un venditore e un acquirente in cui si scommette sull'andamento della fluttuazione dell'attività sottostante selezionata (verso l'alto o verso il basso, per il raggiungimento di un massimo e/o di un minimo, per il mantenersi all'interno di un range di valori).
A differenza dunque dei contratti di opzione da cui derivano, le opzioni binarie non attribuiscono un diritto di acquistare (opzione call) o vendere (opzione put) a un prezzo predeterminato il titolo sottostante, lucrando eventualmente sulla differenza rispetto al prezzo di mercato incrementato del premio pagato all'apertura del contratto, quanto piuttosto si sostanziano in una mera scommessa sull'andamento del titolo preso a riferimento.

In pratica, se a titolo semplificativo si ipotizza l'acquisto di un'opzione binaria call sul prezzo di un titolo sottostante "alfa", entro un'ora dall'acquisto, si incamererà un guadagno predeterminato alla scadenza, a condizione che il prezzo del titolo avrà avuto un andamento positivo rispetto al prezzo al momento della transazione.

Con specifico riferimento alle operazioni binarie, la Commissione europea ha chiarito, con parere del 17 settembre 2010, che, vista la loro natura di strumenti derivati corrisposti in capitale, queste rientrano nella definizione di strumenti finanziari e, pertanto, per le società che offrono servizi di investimento e attività relative alle opzioni binarie è prevista l'autorizzazione come società di investimento rientranti sotto la direttiva Mifid.

Considerato che l'interpretazione della disciplina fiscale delle operazioni finanziarie non può prescindere dalle disposizioni civilistiche che regolano le stesse operazioni e, dunque, dalla classificazione fatta dai citati commi 2 e 3 dell'articolo 1 del Dlgs 58/1998, i contratti da trading in opzioni binarie risultano riconducibili tra i rapporti di cui all'articolo 67, comma 1, lettera c-quater, del Tuir, i cui redditi, se percepiti da persona fisica non esercente attività di impresa, sono soggetti a imposta sostitutiva a norma dell'articolo 5 del Dlgs 461/1997.

Per quanto poi concerne la determinazione della base imponibile, l'articolo 68, comma 8, del Tuir, dispone che i redditi di cui alla lettera c-quater del comma 1 dell'articolo 67 sono costituiti dalla somma algebrica dei differenziali, positivi o negativi, nonchè degli altri proventi o oneri, percepiti o sostenuti, in relazione a ciascuno dei rapporti ivi indicati.
Del resto, la natura aleatoria di tali contratti non appare sufficiente a giustificare una collocazione tra i rapporti di cui alla lettera c-quinquies del comma 1 del citato articolo del Tuir.

Alla luce di tale inquadramento, la tassazione dei proventi da trading binary appare equiparabile a quella delle rendite ottenute attraverso il trading su altre piattaforme finanziarie riconosciute dalla Ue, come quelle da trading di Cfd (Contract for difference) ossia contratti finanziari differenziali, come da modifica normativa intervenuta con l'articolo 9, comma 7, del Dlgs 141/2010.

A riguardo, la risoluzione dell'Agenzia delle Entrate n. 102/2011 ha previsto che i redditi provenienti dal trading di Cfd (Forex) sono equiparati a strumenti finanziari derivati (contratti derivati), qualora i contratti di acquisto e vendita di valuta siano estranei a transazioni meramente commerciali, e pertanto devono essere ricondotti tra i rapporti di cui all'articolo 67, comma 1, lettera c-quater, del Tuir.

Di fatto, fino a quando la Consob non autorizzerà i brokers muniti di licenza a operare in Italia con una sede stabile, l'attività di trading potrà essere fatta soltanto con brokers esteri (attualmente ubicati principalmente a Cipro o sotto legislazione cipriota) con disponibilità di conti correnti intrattenuti presso questi stessi operatori e, in tale caso, il solo regime fiscale applicabile risulta il quello dichiarativo. Pertanto, la liquidazione dell'imposta - definita nella misura del 20% con Dl 216/2011 - può avvenire solo in sede di dichiarazione, avendo a corredo la certificazione delle minusvalenze e plusvalenze conseguite nell'anno precedente.

I redditi in argomento trovano, dunque, allocazione nel quadro RT, sezione I, del modello unico PF, che è impiegato, con riferimento alle plusvalenze di natura finanziaria, al fine di indicare tra gli altri i redditi derivanti dalle cessioni di altri strumenti che generano plusvalenze di cui all'articolo 67, comma 1, lettere da c-bis a c-quinquies.
Altri adempimenti dichiarativi che conseguono all'attività di trading binary condotta nei termini finora descritti e, cioè, attraverso la gestione di attività estere di natura finanziaria, riguardano i quadri RW e RM del modello Unico PF.

Riguardo il quadro RW, questo è destinato ad accogliere, tra gli altri, le attività estere di natura finanziaria da cui derivano redditi di capitale o redditi diversi di natura finanziaria di fonte estera. Tali attività vanno indicate nella sezione II del citato modulo, in quanto potenzialmente produttive di redditi di fonte estera imponibili in Italia e, tra queste, i contratti derivati e altri rapporti finanziari stipulati al di fuori del territorio dello Stato.
È evidente che, se le modalità operative di gestione del trading binary possono non generare consistenze al 31 dicembre di ciascun anno e, quindi, non comportare l'obbligo di compilazione della sezione II del predetto quadro, non può dirsi lo stesso per l'obbligo di compilazione della sezione III, relativamente ai flussi finanziari di accreditamento sul conto intrattenuto presso il broker straniero o ai flussi successivi di passaggio su altri conti esteri o nazionali.

Quanto al quadro RM, questo è destinato tra le altre cose ad accogliere l'imposta sulle attività finanziarie detenute all'estero dovuta nella misura dell'1 per mille del valore di mercato delle attività finanziarie, rilevato al termine del periodo d'imposta nel luogo in cui sono detenute le attività, anche utilizzando la documentazione dell'intermediario estero di riferimento per le singole attività e, in mancanza, secondo il valore nominale o di rimborso. Per i conti correnti e libretti di risparmio detenuti in Paesi della Ue o dello See, che garantiscono un adeguato scambio di informazioni, l'imposta è stabilita in misura fissa pari all'imposta di bollo, stabilita per il 2011 in 34,20 euro.

È evidente, dunque, che, anche sotto quest'ultimo profilo, sia se al 31 dicembre rimane aperta una posizione finanziaria attiva sia se vi sono soltanto disponibilità di conto, si ricade comunque in uno degli adempimenti citati.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 29 novembre 2012

Quesito: UNICO al caf.


Ho fatto compilare il mod. unico 2007 da un CAF (CAF-A), questo non essendo abilitato,  ha fatto trasmettere la dichiarazione ad un altro CAF (CAF-B) ad esso collegato però soggetto giuridico diverso. Il CAF- B (che dichiara di essere solo abilitato alla trasmissione ma non all'assistenza per il mod. unico) ha compilato il quadro impegno alla trasmissione telematica impegnadosi a trasmettere la dichiarazione raccolta e indicano (non essendoci altra scelta) di aver ricevuto la domanda compilata dal contribuente.
Costretto a chiedere dei  danni al CAF-A per un grave sbaglio sulla dichiarazione dei redditi, lo stesso si giustifica dicendo che non ha predisposto lui la dichiarazione per il semplice motivo che risulta compilato il quadro dove il CAF-B si impegna a trasmettere una dichiarazione compilata dal contribuente.
A prescindere che non dovrebbe avere fondamento giuridico la dichiarazione di un soggetto terzo, credo che il quadro "impegno alla trasmissione telematica" sia riservato al solo intermediario e non abbia certamente come scopo quello di individuare da chi è stata compilata la dichiarazione ma solo di stabilire se la dichiarazione è stata predisposta dall'intermediario oppure se raccolta dal contribuente (contribuente inteso come soggetto diverso dall'intermediario).
Come potrebbe essere comprovata questa mia convinzione?

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Quesito: dichiarazione dei redditi.


Sono una studentessa universitaria che, al primo anno di università (2005) ha fatto un cambio di residenza passando dallo stato di famiglia dei miei genitori a quello dei miei zii. Ogni anno, il caf mi ha calcolato l'importo da dichiarare all'università nell'autocertificazione dei redditi per il pagamento delle tasse, inserendo solamente il reddito dei componenti presenti nello stato di famiglia (ovvero mio zio, mia zia, io ed i miei 2 cugini). Questa settimana, l'università ha fatto dei controlli e mi è stato detto che le mie dichiarazioni dei redditi (dal 2005 ad oggi) sono errate, in quanto il caf avrebbe dovuto calcolare il reddito della mia "nuova famiglia" (i miei zii) + il reddito dei miei genitori.

Mi chiedo:

- è possibile che il caf si sia sbagliato per ben 6 anni di fila e che io debba sanare tutti gli anni?
- quanti anni mi possono chiedere di sanare? Gli ultimi 5?

Inoltre, non capisco come sia possibile ciò se, nel 2010 mi sono laureata alla triennale e non è stata riscontrata alcuna anomalia nei controlli amministrativi pre-laurea, ne a quelli per l'assegnazione delle borse di studio?

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La revisione delle regole di fatturazione IVA.


Nell'imminenza dell'adozione delle nuove norme sulla fatturazione, prevista per il 1° gennaio 2013, l'Amministrazione finanziaria ha predisposto uno schema di decreto modificativo delle disposizioni del D.P.R. n. 633/1972 e del D.L. n. 331/1993, adeguandone il testo al contenuto della direttiva 2010/45/UE. Contestualmente, è stata lanciata una consultazione pubblica sul testo predisposto al fine di conoscere in anteprima la posizione degli operatori.
Nel progetto di revisione dell’IVA varato immediatamente dopo l’entrata in vigore della direttiva rifusa, il cd. VAT Package, una parte di rilievo è riservata alle nuove regole di fatturazione delle operazioni, volute dalla Commissione europea per uniformare ulteriormente i comportamenti contabili degli operatori economici dell’Unione europea e contribuire, così, all’armonizzazione delle legislazioni dei singoli  Stati membri, rispetto alle disposizioni della direttiva IVA.

Dopo una dettagliata disamina circa la genesi del provvedimento il contributo si sofferma sul contenuto del disegno di legge. Il nucleo centrale del recepimento della direttiva 2010/45/UE riguarda il nuovo assetto delle regole di fatturazione, dal punto vista non solo formale ma anche sostanziale. Unitamente ad esse, il disegno di legge affronta ulteriori temi sensibili, riguardanti, in particolare, la cd. IVA per cassa  e i criteri di effettuazione delle operazioni transfrontaliere.

Si parla altresi di nuove regole di fatturazione, fatturazione elettronica e di effettuazione ed esigibilità delle operazioni intracomunitarie.


Fonte: IPSOA

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Rimozione dei rifiuti speciali pericolosi.


I lavori di rimozione di rifiuti speciali pericolosi necessari per il rifacimento idrico-fognario possono fruire della detrazione Irpef del 36%?

Le spese sostenute per i lavori di bonifica del terreno possono essere riconosciute solo se indispensabili per la realizzazione dell’intervento di “ristrutturazione delle fognature” oggetto dell’agevolazione e nei limiti della parte della spesa strettamente necessaria per la realizzazione dell’intervento agevolato. In altri termini, ai fini della detrazione, rileva lo stretto collegamento e l’accessorietà rispetto alla realizzazione degli interventi agevolabili che consente il riconoscimento dei relativi costi.
L’Agenzia delle Entrate ha riconosciuto come interventi agevolabili la progettazione dei lavori, le perizie e sopralluoghi nonché gli eventuali costi strettamente collegati alla realizzazione degli interventi (cfr circolari n. 57 e n. 121 del 1998, nonché risoluzione n. 229/2009).
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 350/2002, ha precisato che nell’ambito dei lavori per la realizzazione e l’integrazione dei servizi igienico-sanitari possono essere compresi anche quelli relativi alla costruzione o il rifacimento dell’impianto idrico-fognario fino alla rete pubblica, realizzati con opere interne o esterne, in quanto si tratta di lavori che presentano le caratteristiche proprie degli interventi di manutenzione straordinaria, da considerare riferiti, come chiarito con circolare n. 57/1998, agli “...interventi, anche di carattere innovativo, di natura edilizia ed impiantistica, finalizzati a mantenere in efficienza ed adeguare all’uso corrente l’edificio e le singole unità immobiliari, con il rispetto della superficie, della volumetria e della destinazione d’uso”.
I lavori di bonifica del suolo su cui sorge l’edificio, seppur effettuati su parti comuni dell’edificio ai sensi dell’articolo 1117 del codice civile, non possono - di per sé - fruire dell’agevolazione prevista dalla legge n. 449/1997 in quanto non riconducibili ad alcuno degli interventi edilizi previsti dalle lettere a), b), c) e d), dell’articolo 31 della legge n. 457/1978 (ora articolo 3 del Dpr n. 380/2001), dalla cui realizzazione deriva il particolare regime fiscale. Sul punto, il legislatore, con la legge n. 289/2002 (articolo 2, comma 5) ha esteso l’agevolazione in esame ai soli interventi di bonifica dell’amianto (ora oggetto della lettera l del comma 1 dell’articolo 16-bis del Tuir), costituendo solo per tale tipo di bonifica una categoria a parte che risulta agevolabile indipendentemente dalla classificazione tra gli interventi di manutenzione ordinaria, straordinaria, restauro e risanamento conservativo o ristrutturazione edilizia.
Si precisa che il rispetto delle disposizioni in materia ambientale, la sussistenza del carattere di indispensabilità dei lavori di bonifica e l’individuazione della parte di spesa da considerare strettamente necessaria dovranno risultare da rigorose valutazioni tecniche fondate su elementi oggettivi.


Fonte: Agenzia Entrate

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Valida la notifica fuori residenza nelle mani della moglie convivente.


Per il principio di prevalenza della residenza effettiva su quella anagrafica, è legittima la notifica eseguita a mani della moglie del contribuente che si dichiara convivente, anche se in un luogo diverso dalla residenza anagrafica (Cassazione, sentenza n. 15221/2012).

Con la sentenza in rassegna, i Supremi giudici hanno ribadito un principio già sancito dalla costante giurisprudenza di legittimità, secondo il quale la notifica presso un luogo diverso da quello risultante in anagrafe non è necessariamente invalida, in quanto le risultanze anagrafiche rivestono un valore meramente presuntivo circa il luogo di residenza, e possono essere superate dalla prova contraria, desumibile da qualsiasi fonte di convincimento (cfr Cassazione 16 novembre 2006, n. 24422; 22 dicembre 2009, n. 26985).

In particolare, nella specie, la notifica era stata effettuata ex articolo 139, comma 2, cpc presso la nuova residenza (effettiva) diversa da quella risultante in anagrafe e l'avviso di accertamento era stato consegnato a mani della moglie del contribuente dichiaratasi convivente. Ebbene, i giudici di legittimità hanno riformato la sentenza della Ctr che aveva riconosciuto invalida la notifica così effettuata, ritenendo che l'atto avrebbe dovuto essere notificato ex articolo 140 cpc e, quindi, nel rispetto delle prescrizioni previste (invio della raccomandata), senza considerare che la dichiarazione di convivenza resa nella relata dalla moglie del contribuente fa scattare la presunzione legale di conoscenza in capo al contribuente, in quanto - in base al principio di prevalenza della residenza effettiva rispetto a quella anagrafica - assume rilevanza il comportamento delle persone che accettano di ricevere l'atto per il destinatario, dichiarando di convivere con lui (in senso conforme, cfr anche Cassazione 3 aprile 2006, n. 7776; 13 giugno 2008, n. 15938).


Fonte: Agenzia Entrate

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Per il risarcimento del danno la decisione al giudice ordinario.


Con l'ordinanza 20323 del 20 novembre, le sezioni unite della Corte di cassazione, decidendo su una domanda di regolamento di giurisdizione promossa da un contribuente, hanno dichiarato la giurisdizione del giudice ordinario sulla domanda di risarcimento del danno con cui il ricorrente del giudizio principale lamentava il mancato tempestivo adeguamento della legge interna alla normativa comunitaria.

La vicenda processuale
Nell'ambito di un giudizio instaurato innanzi alla Ctp di Roma, avente come oggetto un silenzio rifiuto opposto dall'Agenzia delle Entrate a un'istanza di rimborso della metà delle ritenute operate, a titolo di Irpef, dal datore di lavoro, in qualità di sostituto d'imposta, sulle somme erogategli a titolo di incentivo all'esodo, un contribuente proponeva istanza di regolamento di giurisdizione.

Nel giudizio principale, l'interessato chiedeva, in primo luogo, il riconoscimento del diritto al rimborso, sostenendo la non operatività, nella fattispecie, del termine di decadenza quadriennale stabilito dall'articolo 38 del Dpr 602/ 1973. In via subordinata, proponeva domanda di risarcimento del danno per il mancato adeguamento della legge nazionale alla disciplina comunitaria.

La domanda di rimborso si basava, infatti, sulla circostanza che l'allora vigente articolo 17, comma 4-bis, del Dpr 917/1986, con il quale era stabilito che il beneficio della riduzione a metà dell'aliquota Irpef sulle somme erogate a titolo di incentivo all'esodo spettava alle donne con più di 50 anni di età e agli uomini che avevano superato i 55 anni, era stato dichiarato in contrasto con il diritto comunitario (Corte di giustizia, sentenza della del 21 luglio 2005, causa C-207/04, seguita dall'ordinanza del 16 gennaio 2008, cause C-128/07 ed altre), in quanto introduceva una disparità di trattamento, fondata sul sesso dei lavoratori e, perciò, vietata dalla direttiva del Consiglio 9 febbraio 1976, 76/207/Cee.
La norma in questione è stata poi abrogata dall'articolo 36, comma 23, del Dl 223/2006, con effetto dal 4 luglio 2006.

Con il ricorso in Cassazione il contribuente chiedeva alle sezioni unite di dichiarare la giurisdizione del giudice tributario su entrambe le domande proposte. L'Agenzia delle Entrate resisteva con controricorso, chiedendo in particolare la devoluzione alla giurisdizione ordinaria della domanda di risarcimento del danno.

La pronuncia della Cassazione
La Corte suprema, a sezioni unite, con l'ordinanza in commento, ha respinto la tesi del contribuente, regolando la giurisdizione con la separazione delle domande, ossia dichiarando la giurisdizione del giudice tributario in relazione alla richiesta di rimborso e quella del giudice ordinario per la domanda di ristoro del danno patrimoniale.

Con l'ultima domanda, infatti, il contribuente, lamentando il mancato tempestivo adeguamento della legge interna alla normativa comunitaria, faceva valere "una situazione giuridica avente natura e consistenza di diritto soggettivo, da ricondurre allo schema della responsabilità per inadempimento dell'obbligazione ex lege dello Stato" (di adeguamento della normativa interna a quella comunitaria), "di natura indennitaria, inquadrabile nell'area della responsabilità contrattuale" (Cassazione, sezioni unite, sentenze 13909/2011 e 9147/2009).
La richiesta in questione si basa su un rapporto giuridico autonomo e del tutto avulso rispetto al rapporto tributario, non presentando alcun elemento di accessorietà (come, invece, sostenuto dal contribuente, che a tal fine richiama l'articolo 2 del Dlgs 546/1992) rispetto alla domanda principale di rimborso.

Ulteriori osservazioni
Ai sensi dell'articolo 2 del Dlgs 546/1992 "appartengono alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie comunque denominati… nonché le sovrimposte e le addizionali, le sanzioni amministrative, comunque irrogate da uffici finanziari, gli interessi e ogni altro accessorio".
Proprio richiamando tale disposizione, il ricorrente, premessa la pacifica configurabilità della giurisdizione tributaria in ordine alla domanda di rimborso, ha sostenuto l'opportunità di devolvere allo stesso giudice anche la domanda di risarcimento del danno per mancato tempestivo adeguamento della legge tributaria interna alla normativa comunitaria: ciò in virtù del principio di concentrazione della tutela (sancito, per la prima volta, dalla Corte costituzionale con la storica sentenza 204/2004 relativa al riparto di giurisdizione tra giudice ordinario e giudice amministrativo) che impone di devolvere al giudice del rapporto principale - nella specie di natura tributaria - anche la competenza sui rapporti consequenziali, primo fra tutti quello relativo al risarcimento del danno che costituisca effetto diretto dell'operato dell'Amministrazione finanziaria e, come tale, da considerarsi "accessorio" al rapporto principale, ai sensi del suindicato articolo 2.

La tesi del contribuente non è stata accolta dalla Corte suprema secondo la quale, in armonia con altri autorevoli precedenti sul punto (Cassazione, sezioni unite, sentenze 722/1999, 15/2007 e 10826/2008) per "accessori" si intendono gli aggi dovuti all'esattore, le spese di notifica, gli interessi moratori e il maggior danno da svalutazione monetaria, ovvero "elementi aventi natura strettamente complementare ed aggiuntiva" rispetto alla domanda principale (di rimborso della maggiore imposta versata).
Appare evidente, invece, la completa autonomia, rispetto al rapporto giuridico tributario, della domanda di risarcimento del danno da mancato tempestivo adeguamento, da parte dello Stato italiano, della normativa interna rispetto a quella comunitaria, domanda che si presenta "alternativa, piuttosto che subordinata, a quella concernente il rimborso dell'imposta".

Richiamando, poi, quanto più volte ribadito dalla Corte costituzionale, il Collegio supremo ha affermato che la giurisdizione tributaria deve ritenersi imprescindibilmente collegata alla natura tributaria del rapporto e che l'attribuzione alla giurisdizione tributaria di controversie non aventi tale natura comporta la violazione del divieto costituzionale di istituire giudici speciali.

In relazione alla tutela risarcitoria da mancato adeguamento della normativa interna a quella comunitaria, va detto che essa rappresenta il modo con cui la Corte di giustizia ha cercato di porre rimedio ai limiti propri della procedura di infrazione (attivata nei confronti degli Stati membri dell'Ue) dovuti alla inidoneità della stessa a soddisfare le aspettative dei singoli individui. Per questo motivo, a partire dalla sentenza del 19 novembre 1991, nota come sentenza Francovich, la Corte ha delineato il principio secondo cui gli Stati membri sono tenuti a risarcire i danni causati ai singoli dalle violazioni del diritto comunitario, derivanti dalla mancata attuazione delle direttive (ma il principio è stato esteso anche al caso in cui l'inadempimento riguardi obblighi posti da disposizioni dei trattati), in particolare, ma non solo, di quelle inidonee a produrre effetti diretti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Imu, la dichiarazione può aspettare. Scadenza rinviata al 4 febbraio.


Slitta al 4 febbraio del prossimo anno (il 3 febbraio cade di domenica) l’ultimo giorno utile per presentare la dichiarazione Imu 2012. Un comunicato dell’Economia e delle Finanze ufficializza la nuova scadenza prevista dall’articolo 9, comma 3, lettera b), del Dl 174/2012, dopo le modifiche apportate al provvedimento nel corso dell’iter parlamentare di conversione in legge.

La versione attuale della norma stabilisce, infatti, che la dichiarazione deve essere presentata entro 90 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto che ha approvato il relativo modello, pubblicazione avvenuta lo scorso 5 novembre.
Cancellata, quindi, definitivamente, la precedente scadenza del 30 novembre.

Il rinvio interessa gli immobili per i quali l’obbligo di dichiarazione è sorto dal 1° gennaio 2012. Ricordiamo, però, che i proprietari possono sempre usufruire dei termini “ordinari” è cioè possono assolvere l’obbligo non entro il 4 febbraio, ma nei 90 giorni a disposizione dalla data in cui si è divenuti proprietari della casa o da quando si sono verificate variazioni che vanno ad incidere sulla determinazione dell’imposta, ipotesi che potrebbe, ad esempio, verificarsi con un acquisto avvenuto alla fine di dicembre.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 28 novembre 2012

Quesito: pressione fiscale su ditta individuale.

quante tasse e costi amministrativi andrà a pagare una ditta individuale senza dipendenti con un reddito di 48 mila euro annui, in prov di trento.

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Diritto alla pensione anticipata a favore di lavoratore poligrafico.


Domanda
Un lavoratore poligrafico con anzianità contributiva di 32 anni per ottenere la pensione quanti anni deve aver lavorato nel settore? se il lavoratore è stato assunto da 4 mesi e ha una contribuzione di 32 anni può accedere al prepensionamento?



Risposta
La categoria dei poligrafici è stata, in un passato neanche tanto remoto, oggetto di molta attenzione da parte del legislatore, il quale con diversi provvedimenti concesse talune prerogative (per esempio la deroga al blocco delle allora pensioni di anzianità, ora pensioni anticipate; l'accesso, ricorrendo determinate condizioni e nei limiti delle unità ammesse dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, alle "pensioni anticipate" ante litteram con requisiti meno severi rispetto alla generalità degli altri lavoratori, ecc.).

Da alcuni anni a questa parte, tuttavia, sembra che la categoria sia stata completamente dimenticata, atteso che non risulta che siano state adottate altre misure in tal senso: l'ultimo provvedimento che ha interessato i poligrafici è stato l'art. 3 del decreto legge 5 aprile 2001, n. 99, convertito in legge dall'art. 1, della legge 9 maggio 2001, n. 198, che si è limitato ad incrementare il periodo minimo che avrebbe consentito l'accesso al pensionamento con i requisito agevolato.

Ne consegue che, almeno al momento, il lettore potrà conseguire la pensione anticipata con i requisiti stabiliti per la generalità dei lavoratori: attualmente (anno 2012) è previsto il solo requisito contributivo minimo di 42 anni ed un mese, a prescindere dal requisito anagrafico e tenendo tuttavia presente il sistema delle penalizzazioni introdotte in caso di accesso ad un'età inferiore a 62 anni di età.

Considerato inoltre che nel caso in esame la data del pensionamento si prospetta alquanto lontana, non sembra opportuno preventivarne la decorrenza, anche perché non solo non è possibile determinare gli incrementi collegati all'incremento della speranza di vita (a partire già dell'anno 2013 i requisiti contributivi minimi per il riconoscimento delle pensioni in discorso saranno infatti collegati a tale parametro), ma altresì a motivo del fatto che nel frattempo potrebbero intervenire altre modifiche "in peius", ossia peggiorative rispetto alla situazione attuale. Allo stesso tempo non è nemmeno possibile stabilire il periodo minimo di permanenza nella categoria, specificatamente richiesto nel quesito, in quanto esso dipenderebbe dalle particolari esigenze che prenderebbe in considerazione volta per volta il legislatore.

Consigliamo pertanto il lettore di seguire le vicende a cui andrà incontro la materia pensionistica, prestando anche attenzione a chè la categoria dei poligrafici ritorni alla ribalta previdenziale.


Fonte: IPSOA

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Fattura cartacea ed elettronica: nuovi requisiti.


In tema di fatturazione elettronica, gia` negli ultimi anni, la normativa sembrava voler dare una rapida e concreta attuazione a tale nuova modalita`. Cosı`,in realta`, non e` stato; al riguardo, hanno pesato alcuni importanti problemi tecnico-operativi. Tuttavia, la Commissione Europea non ha mai cessato di spingere gli Stati membri della U.E. verso una soluzione di tali problemi che, oltre ad aspetti normativi (ad esempio: estensione del sistema di autofatturazione o reverse charge), coinvolgevano anche l'utilizzo della stessa firma "digitale".
Dopo avere lanciato due importanti consultazioni pubbliche sull’argomento ed avere raccolto, tramite questionari, i pareri degli operatori economici interessati, l’Unione Europea ha emanato nuove regole (Dir. n. 2010/45/UE), che hanno modificato la disciplina della fatturazione contenuta nella normativa-base dell’Imposta sul valore aggiunto (Dir. n.2006/112/CE).
Il fatto oggi ‘‘certo’’ e` quindi costituito dalla norma contenuta nella Dir. 2010/45/UE, che fissa al prossimo 1º gennaio 2013 l’entrata in vigore della nuova disciplina comunitaria e dalla corrispondente disposizione che impone agli Stati membri, tra i quali l’Italia, di emanare una norma interna per il suo recepimento entro il 31 dicembre 2012.
E` quindi opportuno che gli operatori economici prendano conoscenza per tempo delle modifiche che dovranno apportare al proprio sistema di fatturazione. Queste non si limiteranno agli aspetti della emissione, trasmissione e conservazione delle fatture elettroniche, ma si estenderanno ai contenuti stessi del documento, obbligando, quindi, i medesimi operatori ad una revisione del lay-out attualmente adottato per la stampa delle proprie fatture.


Fonte: IPSOA

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Discordanza con il redditometro.


L’accertamento con metodo c.d. sintetico – fondato sulla disponibilità di beni e servizi indici di capacità contributiva di cui ai DD.MM. del 1992 – dispensa l’ufficio dall’onere di fornire ulteriori prove a sostegno della propria pretesa e pone a carico del contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore. Inoltre, in applicazione del principio del divieto di assunzione di nuove prove in appello di cui all’art. 58 del D.Lgs. n. 546 del 1992, non può essere conferito alcun valore processuale a documenti allegati dal contribuente soltanto nel corso di tale giudizio.

Ordinanza n. 18604 del 29 ottobre 2012 (udienza 11 ottobre 2012)
Cassazione civile, sezione VI – 5 – Pres. Cicala Mario – Est. Caracciolo Giuseppe
Accertamento sintetico – Disponibilità di beni e servizi indice di capacità contributiva – Onere della prova – A carico del contribuente

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Scioglimento dell’organizzazione di volontariato.


Cosa avviene dei beni, in caso di scioglimento di un’organizzazione di volontariato?

In base all’articolo 5 della legge n. 266/91, in caso di scioglimento, cessazione ovvero estinzione delle organizzazioni di volontariato, ed indipendentemente dalla loro forma giuridica, i beni che residuano dopo l’esaurimento della liquidazione sono devoluti ad altre organizzazioni di volontariato, operanti in identico o analogo settore, secondo le indicazioni contenute nello statuto o negli accordi degli aderenti, o in mancanza, secondo le disposizioni del codice civile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Donazione guidata da cattivi disegni. Quando il dubbio non c’è, è reato.


E’ legittimo il sequestro preventivo di un immobile che non sia più nella disponibilità dell’imprenditore sottoposto a controllo perché donato al proprio coniuge, se si assicura che l’atto di liberalità è stato compiuto al precipuo scopo di rendere in tutto o in parte inefficace la riscossione della maggior imposta accertata.
In tal caso, vi può essere il pericolo che la libera disponibilità del bene possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, attraverso la cessione della titolarità del bene a terzi, a danno dell’attività di recupero delle imposte dovute.
Questo il principio enunciato dalla Corte di cassazione con la sentenza 44504 del 15 novembre.

Il fatto
La pronuncia trae origine da una procedura di accertamento condotta dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di un esercente attività alberghiera, nell’ambito della quale il contribuente controllato aveva presentato istanza di adesione, di cui al Dlgs 218/1997.
Nelle more del procedimento, lo stesso contribuente non aveva perfezionato l’adesione, omettendo il pagamento delle maggiori imposte dovute, ma aveva effettuato un atto di donazione di un proprio immobile in corso di costruzione a favore del consorte, coniugato in regime di separazione dei beni.
Alla luce di tale atto di liberalità, l’ufficio finanziario aveva presentato alla procura della Repubblica apposita comunicazione di notizia di reato, avendo ravvisato nel comportamento del soggetto accertato il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte previsto dall’articolo 11 del Dlgs 74/2000.
Il tribunale, in sede di prima istanza, aveva disposto il sequestro preventivo del fabbricato donato, provvedimento confermato, poi, dal giudice del riesame.
Il contribuente proponeva, quindi, ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del giudice di appello, che aveva respinto la richiesta di riesame del decreto di sequestro preventivo, adducendo come motivazione la violazione di legge e il vizio di motivazione.
La Corte di cassazione, ritenendo inammissibile il ricorso del contribuente, ne ha disposto la condanna.

L’iter processuale
L’intera vicenda processuale prende le mosse dall’esame dell’atto dispositivo realizzato dall’imprenditore che, nel corso del procedimento accertativo a proprio carico, aveva donato un fabbricato in corso di costruzione a favore del consorte, coniugato in regime di separazione legale dei beni.
Tale atto di liberalità è stato ritenuto anomalo dall’ufficio accertatore, considerato che il contribuente era perfettamente consapevole del proprio passivo nei confronti del fisco, avendo all’uopo proposto l’accertamento con adesione.
In altre parole, gli agenti del fisco hanno ritenuto che l’atto di donazione disposto dal contribuente accertato, unitamente all’aspetto psicologico della propria consapevolezza, costituissero validi requisiti per il ravvisarsi del reato di cui all’articolo 11 del Dlgs 74/2000.

La norma, infatti, contempla il caso del soggetto che, al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte dirette e indirette, nonché degli interessi e delle sanzioni a esse riferibili, alieni simulatamente o compia atti fraudolenti sui beni, propri o di altrui, al fine di rendere inefficace, in tutto o in parte, la procedura di riscossione coattiva.
In tal caso, è prevista la sanzione della reclusione da sei mesi a quattro anni, elevabili da uno a sei anni se imposte, sanzioni e interessi sono superiori a 200mila euro.

L’ulteriore contributo alla vicenda da parte dei giudici della Cassazione, che sul punto hanno avallato la decisione dei giudici di merito, consiste nell’aver appurato che gli indizi contenuti nella denuncia di notizia di reato, proposta dall’Agenzia delle Entrate, fossero tali da giustificare l’emissione di un provvedimento di sequestro preventivo sul bene donato dall’imputato al coniuge, essendo ravvisabili i presupposti del “fumus commissi delicti” e del “periculum in mora”.

Al riguardo, l’articolo 1, comma 143, della legge 244/2007, ha introdotto le disposizioni relative alla “confisca” per i delitti di natura tributaria, tra cui il reato di cui all’articolo 11 del Dlgs 74/2000.
A tal fine, ai sensi dell’articolo 321, comma 2, cpp, il giudice può disporre il sequestro in via preventiva dei beni, per un valore pari al profitto conseguito dall’imputato per effetto del reato, determinato nell’ambito della procedura di accertamento tributario esperito dall’Amministrazione finanziaria.

Nel caso concreto, secondo la Corte suprema, i giudici di merito avevano correttamente rilevato l’esistenza del “fumus commissi delicti”, poiché la corrispondenza tra il fatto per il quale si procedeva e la tipologia criminosa era ampiamente riscontrabile alla luce degli indizi rilevati dall’Amministrazione finanziaria.
Ugualmente ineccepibile è apparsa l’ulteriore considerazione che sussistesse il reale pericolo che la libera disponibilità dell’immobile in sequestro potesse aggravare o protrarre le conseguenze del supposto reato, atteso che fosse ben possibile trasferire la titolarità del bene a terzi.

Da quanto rilevato nel corso del procedimento i giudici, di merito e di legittimità, hanno concluso che l’atto di donazione è stato effettuato all’unico scopo di eludere l’assoggettamento del bene alle azioni erariali, per cui l’apparente trasferimento dell’immobile è servito a commettere il reato di fraudolenta evasione (cfr Cassazione, sentenza 36838/2009).


Fonte: Agenzia Entrate

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Imu: in arrivo il bollettino per pagare l’imposta alla posta.


Tutto pronto per dare alle stampe i bollettini di conto corrente postale da utilizzare per il pagamento dell’imposta municipale propria. Sta per essere pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze del 23 novembre 2012, con il quale viene approvato il modello per il versamento.

Il “viaggio” del nuovo bollettino inizia con quanto stabilito del Dlgs 23/2011 (federalismo fiscale municipale): l’articolo 9, comma 6, aveva già previsto un ulteriore intervento normativo (nella forma di un decreto ministeriale) per l’approvazione dei modelli di versamento e di trasmissione dei dati di riscossione dell’imposta municipale propria. Il Dl n. 201/2011 (decreto “salva Italia”) aveva poi individuato nell’1 dicembre 2012 la data a partire dalla quale si sarebbe potuto pagare l’Imu anche tramite bollettino postale.

Quindi da sabato il contribuente potrà recarsi presso un’agenzia postale o effettuare il versamento dell’imposta tramite il servizio telematico gestito da Poste italiane spa. In quest’ultimo caso, riceverà l’immagine virtuale del bollettino o una comunicazione in formato testo, che costituiscono la prova del pagamento e del giorno in cui è stato eseguito.

Sul bollettino, messo a disposizione gratuitamente da Poste italiane presso tutte le proprie agenzie, sarà riportato il numero di conto corrente 1008857615, valido indistintamente per tutti i Comuni del territorio nazionale, intestato a “Pagamento Imu”.
I Comuni potranno richiedere alle Poste la predisposizione di bollettini prestampati, integrati con l’importo del tributo dovuto e i dati identificativi di chi deve effettuare il versamento.

Una piccola regola
Il pagamento dell’Imu tramite bollettino postale deve essere effettuato distintamente per ogni Comune sul cui territorio sono situati gli immobili. Vale a dire che, se si possiedono fabbricati in Comuni diversi, sarà necessario compilare tanti bollettini quanti sono i Comuni “ospitanti”: sul modulo prestampato c’è spazio per un unico codice catastale.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 27 novembre 2012

Quesito: ONLUS.


rappresento un onlus animalista a terni in umbria, ho già cambiato 3 commercialisti ed ognuno di loro mi ha dato indicazioni diverse per fatturare e scaricare,

noi siamo una piccola associazione con una convenzione a titolo gratuito con un comune nella prov di terni per la promozione delle adozione nel canile , ho sempre pagato l'iva (per non sbagliare) per intero sia in alimenti che spese veterinari, pagato f24 etc.. ma nulla in detrazione, è possibile?? ho fatturato di spese lo scorso anno 13mila euro piu 824euro di commercialista piu f24 e nulla di ciò era scaricabile???

ora dovremmo acquistare un'auto furgonata per gli animali di cui ci occupiamo e mi chiedevo come comportarci, quali sono le mosse da fare per risparmiare un pò? come si svolge l'acquisto di un bene a nome dell'associazione?

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Contributi in denaro nelle societa' consortili e autonomia statutaria.


L'ammissibilita` nelle societa` consortili delle clausole statutarie che obbligano i soci a contributi in denaro successivi al conferimento iniziale si spiega con la funzione mutualistica a cui il tipo societario viene piegato.
Si cerca di stabilire entro quali termini tali clausole possono ritenersi compatibili con il tipo societario utilizzato e i conseguenti limiti che puo` incontrare l'autonomia privata nel disciplinarle.
La L. 10 maggio 1976, n. 377 ha inserito nel codice civile l’art. 2615 ter legittimando definitivamente la creazione di societa` a fini consortili e ha dettato per tale fattispecie una sola regola specifica, per di piu` affidandone l’introduzione all’autonomia dei soci.

Infatti, il secondo comma dell’art. 2615 ter stabilisce che nelle societa` consortili «l’atto costitutivo puo` stabilire l’obbligo dei soci di versare contributi in denaro».

Poiche´ e` pacifico che nelle societa` consortili il problema della formazione iniziale del patrimonio comune deve essere risolto secondo la disciplina propria del tipo societario utilizzato, cioe` secondo le regole dettate per i conferimenti , i contributi a cui si riferisce l’art. 2615 ter, comma 2, sono quelle somme di denaro che l’atto costitutivo, al verificarsi di determinate situazioni, puo` imporre ai soci di versare alla societa`, in aggiunta al conferimento iniziale e, dunque, successivamente alla costituzione della societa`.


Fonte: IPSOA

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Possono essere emessi anche a favore di soci di società di persone?


Domanda
I ticket restaurant possono essere emessi anche a favore dei soci di società di persone o a favore del titolare della ditta individuale, nonché di amministratori di una srl liberi professionisti (quindi non assunti con contratto di collaborazione)? Qual è, in questi casi, la detraibilità ai fini delle imposte sui redditi e ai fini iva?

Risposta
Il servizio sostitutivo di mensa individuato dal ticket restaurant è particolarmente flessibile perché non è vincolato alla dimensione aziendale, alla localizzazione delle sedi di lavoro o ad un contratto di mensa rigido in termini temporali e monetari, non richiedendo immobilizzazioni tecnico-finanziarie. Si configura, quindi, come prestazione in grado di offrire un servizio altamente qualitativo per la generalità dei dipendenti.

L'art. 51, comma 2, lett. c), del D.P.R. n. 917/1986 (TUIR) stabilisce che: «non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché quelle in mense organizzate da parte del datore di lavoro o gestite da terzi, o - fino all'importo complessivo giornaliero di 5,29 euro - le prestazioni (Ticket Restaurant) e le indennità sostitutive corrisposte agli addetti a cantieri edili, ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo o ad unità produttive ubicate in zone dove manchino strutture o servizi di ristorazione.»

È esclusa totalmente l'imponibilità fiscale e previdenziale delle somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché di quelle in mense organizzate direttamente dallo stesso o gestite da terzi anche tramite convenzione con il ristorante o la fornitura di cestini preconfezionati.

Le prestazioni sostitutive del servizio mensa e della somministrazione del vitto, consistenti nella fornitura dei cosiddetti buoni pasto o ticket restaurant, sono escluse dalla base imponibile fino all'importo giornaliero di euro 5,29. Il D.Lgs. n. 314/1997 ha previsto l'armonizzazione delle basi imponibili fiscali e previdenziali. Pertanto il ticket restaurant è escluso da contributi previdenziali e

assistenziali fino all'importo complessivo giornaliero di 5,29 euro, in quanto non costituisce reddito da lavoro dipendente (art. 51 TUIR).

Le indennità sostitutive del servizio mensa non concorrono a formare il reddito imponibile nel limite di 5,29 euro giornaliero nell'ipotesi in cui siano corrisposte:

- agli addetti ai cantieri edili e ad altre strutture lavorative a carattere temporaneo;

- agli addetti ad unità produttive diverse dalle precedenti qualora tali unità produttive siano ubicate in zone ove manchino strutture o servizi di ristorazione.

Se, invece, tali indennità sono corrisposte al di fuori delle fattispecie appena elencate, concorrono a formare l'imponibile fiscale e previdenziale per il loro intero ammontare.

Dopo molto ricerche sulla banche dati disponibili si è appurato che sull'argomento oggetto del presente commento non ci sono riferimenti di prassi ministeriali che consentono di sostenere che il ticket restaurant possa essere utilizzato da soggetti diversi dai lavoratori dipendenti; alcuni autori ritengono che nel dubbio della norma sia concessa la possibilità dell'utilizzo del ticket restaurant solo per i professionisti fermo restando la sua inutilità per la bassa deducibilità del costo. A parere di chi scrive si ritiene non utilizzabile il ticket per i casi citati nel quesito; sarebbe interessante, un pronunciamento ministeriale in merito al dubbio sollevato dal gentile lettore.


Fonte: IPSOA

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Fondi pensione: ritenuta del 12,5% sui rendimenti finanziari ante 2001.


La prestazione di previdenza complementare erogata, in forma di capitale, ai “vecchi iscritti” e corrispondente ai rendimenti finanziari maturati fino al 31 dicembre 2000, è tassata con la ritenuta a titolo di imposta del 12,5 per cento, anziché con l’aliquota del Tfr.
Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 102/E del 26 novembre, in linea con l’orientamento espresso dalle sezioni unite della Corte di cassazione nella sentenza n. 13642 del 22 giugno 2011.
La Corte suprema, per dirimere i contrastanti orientamenti giurisprudenziali sul tema, in quell’occasione ha specificato che, qualora un fondo pensione corrisponda una prestazione in forma di capitale a un “vecchio iscritto”, il trattamento fiscale prescinde dalla tipologia di gestione adottata dal fondo (assicurativa o finanziaria) e le somme erogate sono comunque soggette alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, di cui all’articolo 6 della legge 482/1985, per la quota relativa al rendimento finanziario, e all’aliquota del Tfr per quella corrispondente ai contributi versati.
La decisione della Corte fornisce un’interpretazione alquanto inedita delle norme riguardanti la tassazione delle prestazioni integrative erogate ai “vecchi iscritti” e comporta un brusco dietro-front dell’Amministrazione Finanziaria rispetto al precedente e consolidato orientamento di prassi.

Evoluzione normativa
La materia della previdenza complementare ha subito molteplici interventi normativi, a seguito dei quali il trattamento fiscale risulta differenziato in ragione del periodo di maturazione della prestazione. Alla stessa prestazione, quindi, si rendono applicabili differenti regole di tassazione a seconda del periodo di maturazione dei relativi montanti (fino al 31 dicembre 2000; dal 1° gennaio 2001 fino al 31 dicembre 2006 e, infine, dal 1° gennaio 2007).

Con particolare riferimento al montante maturato fino al 31 dicembre 2000, prima dell’entrata in vigore del Dlgs 124/1993, il regime di tassazione delle prestazioni erogate sotto forma di capitale in favore dei “vecchi iscritti” (iscritti a forme di previdenza complementare alla data del 28 aprile 1993) era differenziato in base al modello di gestione degli investimenti adottato dai fondi.
Le erogazioni di tipo finanziario erano soggette per intero a tassazione separata con l’aliquota del Tfr, mentre quelle di tipo assicurativo erano sottoposte alla predetta aliquota solo per la parte corrispondente ai contributi (premi), mentre per la quota di rendimento (calcolato come differenza tra “l’ammontare del capitale corrisposto all’assicurato e l’ammontare dei premi pagati”), le stesse erogazioni erano soggette alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, ai sensi dell’articolo 6 della legge 482/1985, in quanto ritenute produttive di reddito di capitale (cfr circolare del ministero delle Finanze n. 14/1987, cosiddetta circolare “Guarino”).

L’articolo 13, comma 9, del Dlgs 124/1993, introdotto dall’articolo 11, comma 1, della legge 335/1995, ha allineato la disciplina delle gestioni assicurative a quella delle gestioni finanziarie e generalizzato l’integrale tassazione separata delle prestazioni con l’aliquota del Tfr.
Inoltre, l’articolo 11, comma 3, della citata legge, ha stabilito che la disposizione prevista dal Tuir (articolo 42, comma 4) – che determinava i redditi di capitale da contratti assicurativi come differenza tra l’ammontare del capitale corrisposto e quello dei premi, analogamente a quanto previsto dall’articolo 6 della legge 482/1985 – non si applicava “in ogni caso” alle prestazioni erogate in forma di capitale ai sensi del decreto 124/1993, quale che fosse il modello gestionale adottato dal fondo pensione.

La disciplina introdotta dalla legge 335/1995 ha modificato, quindi, in modo sostanziale il previgente regime fiscale dei capitali percepiti in dipendenza di contratti di assicurazione o di capitalizzazione, per i quali l’articolo 6 della legge 482/1995, prevedeva l’applicazione della ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, secondo le modalità illustrate nella richiamata circolare n. 14 del 17 giugno 1987.
Le predette somme sono state, infatti, definitivamente assoggettate al trattamento previsto dal richiamato articolo 13, comma 9 (tassazione separata con aliquota del Tfr), considerato che la nuova disciplina aveva, in sostanza, stabilito che la componente di rendimento finanziario, ricompresa nella prestazione erogata, assumeva in ogni caso natura di reddito di lavoro dipendente (e non di reddito di capitale) analogamente alla parte imponibile costituita dai contributi versati dal datore di lavoro e dal lavoratore al fondo pensione (cfr circolare n. 235/1998, paragrafo 6.2.2.).

In tale contesto, l’articolo 1 del Dl 669/1996, con norma interpretativa, ha previsto che “la disposizione contenuta nel D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, art. 13, comma 9, e quella contenuta nell’art. 42, comma 4, ultimo  periodo, Tuir, introdotta dalla L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 11, comma 3, devono intendersi riferite esclusivamente ai destinatari iscritti alle forme pensionistiche complementari successivamente alla data di entrata in vigore del citato D.Lgs. n. 124 del 1993”.
In buona sostanza, si limitava l’applicabilità agli iscritti alle forme pensionistiche complementari successivamente al 28 aprile 1993 (cosiddetti “nuovi iscritti”).
Di conseguenza, in base a quanto riportato, ai “vecchi iscritti” avrebbe dovuto continuare ad applicarsi il previgente regime fiscale delle prestazioni erogate in forma di capitale, differenziato in base al modello di gestione degli investimenti adottato dai fondi e precisato nella circolare n. 235/ 1998, paragrafo 6.2.3.

Le motivazioni della sentenza
I giudici di legittimità, invece, ritenendo che per i “vecchi iscritti” non vi sia una norma che individui espressamente il trattamento fiscale applicabile alle prestazioni in esame, analoga a quella contenuta, per i “nuovi iscritti”, nell’articolo 13, comma 9, del Dlgs 124/1993, che opera una scelta netta per una tassazione tout court collegata ai redditi di lavoro, hanno affermato il seguente principio di diritto: “In tema di fondi previdenziali integrativi, le prestazioni erogate in forma di capitale ad un soggetto che risulti iscritto, in epoca antecedente all’entrata in vigore del D.Lgs. 21 aprile 1993, n. 124, ad un fondo di previdenza complementare aziendale a capitalizzazione di versamenti e a causa previdenziale prevalente, sono soggette al seguente trattamento tributario: a) per gli importi maturati fino al 31 dicembre 2000,  la prestazione è assoggettata al regime di tassazione separata di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 16, comma 1, lett. a) e art. 17, solo per quanto riguarda la “sorte capitale”, corrispondente all’attribuzione patrimoniale conseguente alla cessazione del rapporto di lavoro, mentre alle somme provenienti dalla liquidazione del cd. rendimento si applica la ritenuta del 12,50%, prevista dalla L. 26 settembre 1985, n. 482, art. 6; ..”.

In altri termini, il trattamento fiscale delle prestazioni integrative erogate in forma di capitale ai “vecchi iscritti” prescinde dalla tipologia di gestione adottata dal fondo (assicurativa o finanziaria) e le somme erogate, riferibili ai montanti maturati fino al 31 dicembre 2000, sono comunque soggette alla ritenuta a titolo d’imposta del 12,5 per cento, per la quota relativa al rendimento finanziario, e all’aliquota del Tfr per quella corrispondente ai contributi versati.

La risoluzione
L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione in esame, in considerazione del finale pronunciamento delle sezioni unite della Cassazione, ha modificato il proprio orientamento (peraltro, in linea con la normativa riportata e soprattutto con il disposto dell’articolo 42, comma 4, del Tuir, nel testo vigente ratione temporis), affermando che alle prestazioni integrative relative ai montanti maturati fino al 31 dicembre 2000 erogate, in forma di capitale, da fondi di previdenza complementare ai “vecchi iscritti” (iscritti, cioè, a forme pensionistiche complementari già alla data del 28 aprile 1993), può essere riconosciuta l’applicazione della ritenuta nella misura del 12,5% limitatamente alla quota che, sulla base di specifica certificazione rilasciata dal fondo, risulti essere costituita dal “rendimento netto”, inteso non come quota meramente residuale rispetto a quella costituita dai contributi, ma come somma “imputabile alla gestione del capitale accantonato sui mercati finanziari da parte del Fondo” (cfr sentenza citata).

Quindi, la ritenuta nella misura del 12,5% trova applicazione sugli importi corrisposti dal fondo a capitalizzazione individuale che derivino effettivamente dall’investimento sul mercato finanziario, da parte dello stesso fondo, del capitale accantonato e ne costituiscono il rendimento, in quanto solo tali somme sono assimilabili, anche sotto il profilo fiscale, ai redditi di capitale.
Per il versamento della ritenuta deve essere utilizzato il codice tributo n 1680.

Per le liquidazioni già effettuate, i “vecchi iscritti” possono presentare istanza di rimborso (articolo  38 del Dpr 602/1973) presso un ufficio territoriale dell’Agenzia delle entrate, allegando la documentazione rilasciata dal fondo che certifichi l’ammontare dei rendimenti imputabili alla gestione del capitale accantonato sui mercati finanziari da parte del fondo nei termini precedentemente indicati. Tale disposizione prevede infatti che l’istanza di rimborso relativa a versamenti diretti “può essere presentata anche dal percipiente delle somme assoggettate a ritenuta entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data in cui la ritenuta è stata operata”.

Per gli iscritti al fondo previdenziale che hanno eventualmente trasferito la propria posizione in regime di neutralità fiscale da altri fondi pensione a capitalizzazione individuale, la predetta ritenuta potrà essere applicata ai rendimenti derivanti dalla gestione del capitale sui mercati finanziari maturati fino al 31 dicembre 2000, certificati dal fondo di provenienza e imputabili all’iscritto.

Infine, in caso di trasferimento della posizione previdenziale degli iscritti presso altra forma di previdenza complementare, la predetta certificazione potrà essere rilasciata dal vecchio al nuovo fondo previdenziale al fine di consentire la corretta tassazione dei rendimenti finanziari maturati fino al 31 dicembre 2000, in sede di erogazione della prestazione finale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Scioglimento dell’organizzazione di volontariato.


Cosa avviene dei beni, in caso di scioglimento di un’organizzazione di volontariato?

In base all’articolo 5 della legge n. 266/91, in caso di scioglimento, cessazione ovvero estinzione delle organizzazioni di volontariato, ed indipendentemente dalla loro forma giuridica, i beni che residuano dopo l’esaurimento della liquidazione sono devoluti ad altre organizzazioni di volontariato, operanti in identico o analogo settore, secondo le indicazioni contenute nello statuto o negli accordi degli aderenti, o in mancanza, secondo le disposizioni del codice civile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Regime “Iva per cassa”. Le regole su come, quando e per chi funziona.


Pronto il vademecum delle Entrate sul “Cash accounting”, il nuovo regime dell’Iva per cassa introdotto dal “decreto crescita” (articolo 32-bis, Dl 83/2012) al quale potranno aderire i soggetti passivi con volume d’affari non superiore a 2 milioni di euro che effettuano cessioni di beni o prestazioni di servizi a cessionari o committenti. I chiarimenti arrivano con la circolare 44/E del 26 novembre.

Il regime dell’Iva per cassa
La liquidazione dell’Iva secondo la contabilità di cassa prevede il differimento dell’esigibilità dell’imposta sulle cessioni di beni e prestazioni di servizi al momento del pagamento dei  corrispettivi. È inoltre previsto, per chi la adotta, il rinvio della detraibilità dell’imposta relativa agli acquisti dei beni o dei servizi al momento del pagamento dei corrispettivi. I cessionari o committenti che acquistano beni o servizi dal soggetto optante, invece, possono detrarre l’Iva sui predetti beni già al momento dell’effettuazione dell’operazione, anche se il corrispettivo non è stato ancora pagato.
L’imposta diviene comunque esigibile a un anno dall’operazione, salvo l’avvio di procedure concorsuali nei confronti del cessionario o committente prima del decorso di quel termine.

Volume d’affari
La disciplina, come è noto, riguarda coloro che operano nell’esercizio di impresa, arti o professioni.  Al riguardo la circolare chiarisce che anche gli enti non commerciali possono avvalersi del cash accounting, se sono presenti tutti i requisiti richiesti dalla norma.
Riguardo il limite di volume d’affari, che non deve superare i due milioni di euro, la circolare precisa che tale importo, in caso di inizio dell’attività in corso d’anno, non va ragguagliato all’anno stesso. Nel calcolo sono comprese cumulativamente tutte le operazioni “attive”, secondo le ordinarie regole del volume d’affari.

Termini del differimento dell’esigibilità
Come accennato, il differimento della esigibilità e della detrazione è limitato nel tempo in quanto l’imposta diviene, comunque, esigibile e detraibile trascorso un anno dal momento di effettuazione dell’operazione, a meno che, prima della scadenza di tale termine, il cessionario o committente sia stato assoggettato a procedure concorsuali.
Su questo punto la circolare precisa che è necessario che la procedura sia sta avviata prima del decorso di un anno. In particolare chiarisce che le procedure concorsuali si considerano avviate nel momento in cui l’organo competente emette il provvedimento di apertura della procedura. Se il cessionario o committente è assoggettato a una procedura concorsuale (fallimento, concordato preventivo, liquidazione coatta amministrativa, amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi), si ritiene che l’esigibilità dell’imposta sia sospesa a beneficio di tutti i cedenti o prestatori che abbiano emesso fatture con Iva per cassa, fino all’effettivo incasso del corrispettivo.
In caso di revoca della procedura giudiziale, l’imposta diviene esigibile e va computata nella prima liquidazione successiva alla data di revoca, a meno che non sia ancora decorso un anno dalla data di effettuazione dell’operazione (ipotesi in cui rimane fermo il termine di un anno).
Sempre sui limiti di tempo per il differimento dell’esigibilità e della detrazione, la circolare chiarisce che, in caso di fatturazione differita, ciò che conta per il computo dell’anno è il momento di consegna o spedizione del bene, essendo irrilevante la data della fatturazione.

Differimento della detrazione
Alcuni chiarimenti riguardano il differimento della detrazione, che può essere esercitata al più tardi con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui è sorto il diritto alla detrazione (articolo 19 Dpr 633/1972).
Nel caso del cash accounting la detrazione può essere esercitata al più tardi con la dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui è stato pagato il corrispettivo (ad esempio, per un’acquisto effettuato a gennaio 2013, con relativo pagamento a giugno 2013, la detrazione può essere esercitata, al più tardi, con la dichiarazione relativa all’anno 2015).
La circolare indica, inoltre, l’elenco delle “operazioni escluse” quelle, cioè, per le quali il regime dell’Iva per cassa non è consentito, come quelle effettuate dai soggetti che si avvalgono di regimi speciali di applicazione dell’imposta (ad esempio, i produttori agricoli); le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nei confronti di soggetti che non agiscono nell’esercizio d’imprese, arti o professioni; le operazioni effettuate nei confronti di soggetti che assolvono l’imposta mediante il meccanismo dell’inversione contabile; le operazioni nei confronti dello Stato e degli enti pubblici, già soggette alla classica esigibilità differita (articolo 6, quinto comma, Dpr n. 633/1972).
Al riguardo, la relazione illustrativa chiarisce che il regime dell’Iva per cassa può essere adottato per le operazioni effettuate, secondo il regime d’imposta ordinario, da soggetti che, svolgendo più attività separate (articolo 36 del Dpr 633/1972), applicano sia regimi speciali sia quello ordinario.

L’opzione
L’Iva per cassa, precisa l’Agenzia, è adottata in base ad un’opzione che vincola il soggetto passivo ad applicare il regime a tutte le operazioni attive e passive effettuate (tranne quelle tassativamente escluse dalla disciplina). Tale opzione vincola il contribuente almeno per un triennio, a meno che non si verifichi il superamento la soglia dei due milioni di euro nel corso dell’anno, ipotesi che determina l’uscita dal regime. Trascorso il periodo minimo l’opzione resta valida per ciascun anno successivo, ma il contribuente può esercitare il diritto di revoca. Se l’opzione è esercitata a partire dal 1° dicembre 2012, il 2012 viene considerato il primo anno di applicazione dell’Iva per cassa.
A partire da tale data, precisa, infine, la circolare, potranno accedere al regime anche i contribuenti che effettuano liquidazioni periodiche con cadenza trimestrale, con riferimento alle operazioni eseguite nel mese di dicembre.
Le modalità per l’esercizio dell’opzione del regime, sono contenute nel Provvedimento del direttore dell’Agenzia del 21 novembre scorso.

Il regime dell’Iva per cassa, ricorda, infine, l’Agenzia, incide sull’esigibilità dell’imposta ma non sugli altri adempimenti procedurali, come l’obbligo di emissione e di registrazione delle fatture. Al riguardo, il contribuente dovrà considerare che l’imponibile indicato nel documento contabile rileva anche ai fini della determinazione del volume di affari nell’anno di effettuazione dell’operazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Socio di cooperativa edilizia.


Domanda
Sono socio di cooperativa edilizia da cui ho acquistato casa. Sono diventato possessore dell'immobile (con consegna delle chiavi). Diventerò proprietario al momento del rogito (in data non ancora definita).
In qualità di socio di cooperativa e possessore dell'immobile è a mio carico il pagamento IMU o a carico della cooperativa?
In secondo luogo l'immobile (non abitato e ancora non completamente abitabile) è da considerarsi quale abitazione principale?

Risposta
Si presume che il riferimento del lettore sia alle cooperative edili a proprietà indivisa.
Il penultimo periodo del comma 10 dell'art. 13 del D.L. n. 201/2011 stabilisce che la detrazione per l'abitazione principale "si applica alle unità immobiliari di cui all'art. 8, comma 4, del D.Lgs. n. 504/92", vale a dire (anche) alle "unità immobiliari appartenenti alle cooperative edilizie a proprietà indivisa, adibite ad abitazione principale dei soci assegnatari, nonché agli alloggi regolarmente assegnati dagli Istituti autonomi per le case popolari".
È da ritenere che il richiamo alla "suddetta detrazione" ricomprenda per tali soggetti (cooperative edilizie a proprietà indivisa e Iacp) anche l'ipotesi in cui i comuni deliberino di "disporre l'elevazione dell'importo della detrazione fino a concorrenza dell'imposta dovuta", mentre non appare applicabile, in quanto non pertinente al caso di specie, l'ulteriore previsione ex lege, introdotta in fase di conversione del D.L. n. 201/2011, di maggiorazione della detrazione in funzione del numero dei figli conviventi di età non superiore a 26 anni, trattandosi di ipotesi strettamente inerente a persone fisiche che possiedano in proprio l'unità immobiliare destinata ad "abitazione principale" e quindi esse stesse soggetti passivi dell'Imu, mentre nel caso in esame soggetti passivi sono le cooperative a proprietà indivisa e gli Iacp.
Le unità immobiliari delle cooperative a proprietà indivisa e gli alloggi Iacp (se assegnati in conformità a quanto disposto dalla norma) fruiscono di diritto ai fini Imu della sola detrazione (e non anche dell'aliquota ridotta salvo che il Comune non deliberi in merito) prevista per l'"abitazione principale".
Il possesso dell'immobile determina il momento di pagamento dell'IMU per il socio di cooperativa e per il requisito dell'abitazione principale occorre avere la dimora e la residenza.


Fonte: Agenzia Entrate

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Licenziamento disciplinare: i riflessi della riforma sulla procedura.


È disciplinare il licenziamento irrogato dal datore di lavoro per sanzionare un comportamento colposo o comunque manchevole del lavoratore, differenziandosi dal licenziamento dovuto a ragioni di carattere oggettivo ovvero dal licenziamento dovuto a ragioni inerenti alla persona del lavoratore che prescindono da una sua mancanza.
Secondo la giurisprudenza ormai unanime (cfr. Corte Cost. n. 204/1982; Cass. Sez. Unite n. 4823/1987; Cass. n. 5855/2003), il licenziamento deve ritenersi disciplinare quando sia correlato ad un comportamento colpevole del lavoratore, essendo, in ogni caso, irrilevante la sua esplicita previsione e quantificazione in termini disciplinari nella specifica disciplina individuale o collettiva del rapporto (cd. concezione “ontologica”). Così anche, recentemente, la Suprema Corte con sentenza n. 12127/2012: “Il licenziamento motivato da una condotta colposa o comunque manchevole del lavoratore, indipendentemente dalla sua inclusione o meno tra le misure disciplinari dalla specifica disciplina del rapporto, deve essere considerato disciplinare e, quindi, deve essere assoggettato alle garanzie dettate in favore del lavoratore dalla legge n. 300 del 1970, art. 7, circa la contestazione dell'addebito ed il diritto di difesa (nella specie, la Corte ha ravvisato il mancato rispetto del termine a difesa del lavoratore, atteso che la lettera a lui recapitata conteneva sia la contestazione degli addebiti che il coevo licenziamento)”.


Fonte: IPSOA

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Cessione dell’utilizzo di immagini fotografiche.


La concessione non per fini commerciali del diritto di utilizzo di immagini fotografiche di carattere artistico è soggetta a Iva?

L’articolo 3, comma 4, del Dpr n. 633/1972 esclude dall’Iva le transazioni (cessioni, concessioni, licenze e simili) aventi a oggetto i diritti esclusivi di utilizzazione delle opere dell’ingegno, protette ai sensi del capo I della legge sul diritto di autore n. 633/1941, a condizione che siano poste in essere dal loro autore, erede o legatario e che non siano destinate a finalità di pubblicità commerciale.
Pertanto, le cessioni da parte dell’autore di opere fotografiche offerte a terzi per l’utilizzazione economica delle stesse, non destinate a fini di pubblicità commerciale, sono escluse dal campo di applicazione dell’Iva, trattandosi di opere protette ai sensi del capo I della citata legge sul diritto di autore.
Vanno invece assoggettate a Iva, ai sensi del secondo comma, n. 2, dell’articolo 3 richiamato, le stesse operazioni se poste in essere da soggetti diversi dall’autore, legatario o erede.


Fonte: Agenzia Entrate

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L'induttivo non chiede l'accesso se le scritture mancano all'appello.


Dall'omessa presentazione della contabilità alla Guardia di finanza può scaturire un accertamento induttivo ai fini Iva, anche nel caso in cui non vi sia stato accesso da parte delle autorità competenti alla sede della società contribuente. La legittimità dell'accertamento induttivo è, d'altra parte, comprovata dalla circostanza che la contabilità è stata consegnata, peraltro in fotocopia, dal contribuente soltanto quattro mesi dopo la richiesta.
A chiarirlo è la sezione tributaria della Corte di cassazione, con la sentenza 19871del 14 novembre.

I fatti di causa
La controversia trae origine dall'impugnazione da parte della società contribuente dell'avviso di accertamento Iva, per l'anno d'imposta 2001, scaturito da una determinazione induttiva del volume d'affari effettuata a seguito dell'omessa esibizione della contabilità.

La Guardia di finanza dava inizio alla verifica presso il consulente fiscale della società contribuente, il quale dichiarava che le scritture contabili erano custodite presso la sede dell'impresa. La Gdf si rivolgeva allora all'amministratore dell'ente, il quale declinava ogni responsabilità, sostenendo che le scritture si trovavano, invece, presso il predetto professionista.
Soltanto a distanza di quattro mesi dalla richiesta e per di più in fotocopia, il consulente fiscale consegnava la documentazione fiscale di interesse.

Nel ricorso giurisdizionale, il contribuente contestava la legittimità dell'avviso di accertamento emesso nei suoi confronti sul rilievo principale che le scritture contabili erano state comunque consegnata agli accertatori.
Sia la Commissione tributaria provinciale che quella regionale si esprimevano a favore della parte ricorrente e, conseguentemente, annullavano l'avviso di accertamento Iva.

In particolare, la Ctr rilevava che il mancato accesso della Guardia di finanza presso la sede legale della società costituiva un elemento determinante per respingere l'appello.

Avverso la sentenza di secondo grado proponeva ricorso per cassazione l'Agenzia delle Entrate, la quale denunciava, oltre a vizi motivazionali, anche la violazione dell'articolo 52, commi 5 e 10, del Dpr 633/1972.

La motivazione
Con la sentenza 19871/2012, la Corte suprema, nell'accogliere il ricorso proposto dall'Amministrazione, ha fornito alcuni chiarimenti in ordine all'accertamento induttivo del reddito, vale a dire quella metodologia di accertamento utilizzata per ricostruire la base imponibile, ai fini delle imposte sui redditi e dell'Iva, prescindendo dalle scritture contabili del contribuente, perché mancanti oppure inattendibili.

Più precisamente, i giudici hanno evidenziato che l'articolo 52 del Dpr 633/1972, il quale stabilisce che "I libri, registri, scritture e documenti di cui è rifiutata l'esibizione non possono essere presi in considerazione a favore del contribuente ai fini dell'accertamento in sede amministrativa o contenziosa", opera non solo "nell'ipotesi di rifiuto 'doloso' dell'esibizione", ma anche "nei casi in cui il contribuente dichiari, contrariamente al vero, di non possedere o sottragga all'ispezione i documenti in suo possesso, ancorché non al deliberato scopo di impedirne la verifica, ma per errore non scusabile, di diritto o di fatto (dimenticanza, disattenzione, carenze amministrative, ecc.) e, quindi, per colpa" (Cassazione, sentenza 7269/2009).
Osserva, a tal proposito, la Cassazione che il successivo articolo 55 dello stesso decreto - al pari di quanto prevede, con riferimento alle imposte sui redditi, l'articolo 39 del Dpr 600/1972 - "permette il ricorso al metodo induttivo allorché il contribuente non abbia consentito l'ispezione di una o più scritture contabili obbligatorie".

Del tutto irrilevante è, invece, la circostanza che tale indisponibilità possa risultare incolpevole, in quanto tale ipotesi integra di per sé "il requisito normativo della incompletezza della contabilità, con conseguente inattendibilità delle sue risultanze" (Cassazione, sentenza 9201/2011).
Pertanto, "indipendentemente dall'accesso alla sede" della società contribuente, ciò che conta è la circostanza che vi sia stata "una specifica richiesta degli agenti accertatori, non potendo costituire rifiuto la mancata esibizione di qualcosa che non si è domandato" (Cassazione, sentenza 21768/2009).

Rilevato, dunque che, nel caso di specie, tale richiesta era stata ripetutamente avanzata, senza esito positivo, prima nei confronti del professionista di fiducia e poi nei confronti dell'amministratore della società, la Corte di cassazione ha cancellato con rinvio la sentenza di secondo grado, rimettendo nuovamente la decisione della causa alla stessa Commissione tributaria regionale, seppur in diversa composizione, la quale dovrà inevitabilmente tener conto dei principi enunciati dalla Corte di cassazione con la sentenza in commento.

Giurisprudenza conforme
L'orientamento rigoroso espresso dalla Cassazione con la sentenza in commento trova fondamento in altri precedenti giurisprudenziali. In particolare, già con sentenza 7161/1995, la Corte suprema aveva chiarito che il divieto sancito dall'articolo 52 del Dpr 633/1972 "deve ritenersi operante non solo nell'ipotesi di rifiuto (per definizione "doloso") dell'esibizione, ma anche nei casi in cui il contribuente dichiari, contrariamente al vero, di non possedere o sottragga all'ispezione i documenti in suo possesso, ancorché non al deliberato scopo di impedirne la verifica, ma per errore non sensibile, di diritto (cfr. art. 39-bis del D.P.R. n. 636 del 1972) o di fatto (dimenticanza, disattenzione, carenze amministrative, ecc.) e, quindi, per colpa…".

Tale conclusione appare peraltro "rafforzata dall'equiparazione normativa, 'quoad effectum', di codesti comportamenti al rifiuto di esibizione e dalla ragion d'essere di tale equiparazione, sicuramente individuabile nell'esigenza di contemperare il diritto di difesa del cittadino col principio di buona amministrazione, parimenti costituzionalizzato (art. 97 Cost.) e, quindi, non disinvoltamente sacrificabili in presenza di comportamenti che ne ostacolino ingiustificatamente la realizzazione".
Peraltro, tale previsione "si applica, per dettato espresso, anche nell'ipotesi prevista dal successivo comma decimo (aggiunto dall'art. 33 del D.P.R. n. 600 del 1973) e, quindi, anche se l'ispezione dei documenti sia stata impedita non direttamente dal contribuente, ma dalla (diversa) persona che li detiene in un'ipotesi, cioè, nella quale il dolo del primo è difficile da configurare, sì che, nel caso, egli risponde (nel senso che subisce il divieto sotto esame) per semplice "culpa in eligendo"".

Inoltre, con sentenza 1030/2002, la Cassazione aveva precisato che "Per superare la preclusione probatoria, il contribuente può anche addurre la non volontarietà della sottrazione originaria della documentazione poi tardivamente prodotta (v. Cass., S.U. 45/2000), ma deve provare il proprio assunto".


Fonte: Agenzia Entrate

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