giovedì 31 luglio 2014

Scadenze fiscali del 11 agosto.

Imposta di bollo: versamento in modo virtuale
Adempimento: Imposta di bollo
Versamento in modo virtuale dell'imposta di bollo relativa agli assegni circolari in circolazione alla fine del 2° trimestre 2014


Fonte: Agenzia Entrate

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Imputazione temporale delle componenti negative del reddito d’impresa.

La Corte richiama quanto già chiarito in tema di reddito d’impresa, ribadendo che “le regole sull’imputazione temporale dei componenti negativi, dettate in via generale dal D.P.R. n. 917/1986, art. 75, sono inderogabili, non essendo consentito al contribuente scegliere di effettuare la detrazione di un costo in un esercizio diverso da quello individuato dalla legge nell’esercizio di competenza, così da alterare il risultato della dichiarazione; né l’applicazione di detto criterio implica di per sé la conseguenza, parimenti vietata, della doppia imposizione, che è evitabile dal contribuente con la richiesta di restituzione della maggior imposta, la quale è proponibile, nei limiti ordinari della prescrizione ex art. 2935 c.c., a far data dal formarsi del giudicato sulla legittimità del recupero dei costi in relazione alla annualità non di competenza” (Cass. n. 6331 del 2008-; si vedano anche Cass. n. 28153 del 2013 e n. 16253 del 2007).

Sentenza n. 16349 del 17 luglio 2014 (udienza 17 gennaio 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Di Iasi Camilla – Est. Greco Antonio
Reddito d’impresa – D.P.R. n. 917/1986, art. 75 – Imputazione temporale dei componenti negativi – Il contribuente non può effettuare la detrazione di un costo in un esercizio diverso da quello individuato nell’esercizio di competenza – Regole inderogabili

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Detrazione per mobili acquistati all'estero.

Sto ristrutturando casa. Posso usufruire del "bonus arredi" per l'acquisto di mobili all’estero? Il pagamento avverrà tramite bonifico bancario.

Per fruire della detrazione per l’arredo degli immobili ristrutturati, è necessario eseguire i pagamenti mediante bonifici bancari o postali, con le medesime modalità previste per i pagamenti dei lavori di ristrutturazione fiscalmente agevolati. È consentito effettuare il pagamento degli acquisti di mobili o di grandi elettrodomestici anche mediante carte di credito o carte di debito mentre non è permesso effettuarlo mediante assegni bancari, contanti o altri mezzi di pagamento. Le spese sostenute devono essere documentate. Qualora siano rispettate tali prescrizioni, la detrazione spetta anche per gli acquisti di mobili e grandi elettrodomestici effettuati all’estero. Nel caso in cui il pagamento delle spese per mobili e grandi elettrodomestici avvenga mediante bonifico bancario o postale, la ritenuta d’acconto deve essere operata anche sulle somme accreditate su conti in Italia di soggetti non residenti (circolare n. 40/E del 2010). Questi ultimi potranno scomputare la ritenuta subita dall’imposta eventualmente dovuta per i redditi prodotti in Italia o recuperare il prelievo mediante istanza di rimborso (articolo 38 del Dpr n. 602/1973). Pertanto, se il destinatario del bonifico è un soggetto non residente e non dispone di un conto in Italia, il pagamento dovrà avvenire mediante un ordinario bonifico internazionale (bancario o postale) e dovrà riportare il codice fiscale del beneficiario della detrazione e la causale del versamento, mentre il numero di partita Iva o il codice fiscale del soggetto a favore del quale il bonifico è effettuato possono essere sostituiti dall’analogo codice identificativo eventualmente attribuito dal paese estero. La ricevuta del bonifico dovrà essere conservata unitamente agli altri documenti richiesti per essere esibiti in sede di controllo (circolare 11/E del 2014).


Fonte: Agenzia Entrate

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Scheda carburante senza firma.

L’Iva assolta sull’acquisto del carburante destinato ad alimentare i mezzi impiegati per l’esercizio dell’impresa è detraibile solo se le relative schede carburanti, da completare in ogni loro parte, sono debitamente sottoscritte dall’esercente dell’impianto di distribuzione. Il requisito della firma, avendo una funzione di convalida del rifornimento, costituisce elemento essenziale senza il quale la scheda non può assolvere alle finalità previste dalla legge.

Inoltre, nel giudizio inerente l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, in cui le prove sono costituite da presunzioni, il giudice di merito deve valutare tutti gli indizi addotti dall’Amministrazione finanziaria nel loro complesso per desumere i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza, non potendo limitare il proprio giudizio a uno soltanto di essi.
Questo è quanto ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 16338 del 17 luglio 2014.

Il fatto
Con avviso di rettifica ai fini Iva, l’Amministrazione finanziaria aveva contestato l’indebita detrazione dell’imposta inerente i costi per carburante, perché le relative schede erano prive della sottoscrizione dell’esercente dell’impianto di distribuzione, e di quella relativa ai costi per servizi di noli e facchinaggio prestati da società terze, perché ritenute operazioni oggettivamente inesistenti.

Il ricorso proposto dalla società era stato accolto dal giudice di prime cure e confermato dalla competente Commissione tributaria regionale, che aveva annullato parzialmente l’atto impositivo.
Quanto alla rettifica dell’imposta relativa alle spese di carburante, a parere dei giudici di merito, la mancata apposizione della firma sulle schede da parte dell’esercente dell’impianto di distribuzione costituisce una irregolarità meramente formale che, in presenza di tutti gli altri requisiti previsti dalla legge, ivi compreso il timbro dell’impianto, non preclude l’esercizio del diritto alla detrazione dell’imposta.
Riguardo, invece. alla contestata inesistenza delle operazioni, secondo i giudici, l’ufficio finanziario non aveva fornito idonea prova della fittizietà delle fatture, non essendo sufficiente, a tal fine, il mero indizio del pagamento in contanti delle fatture relative ai servizi.

Ribaltando il giudizio di merito, la Corte di cassazione ha accolto il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, procedendo alla cassazione della sentenza impugnata e, decidendo nel merito, al rigetto del ricorso introduttivo proposto dalla società.

La decisione
La scheda carburante deve essere compilata in ogni sua parte e recare la sottoscrizione del titolare dell’impianto di distribuzione e, in difetto di tali requisiti, viene meno il diritto alla detrazione dell’Iva assolta sull’acquisto di carburante.

È questo il responso della Corte suprema con cui i giudici hanno accolto le censure dell’Amministrazione finanziaria in merito alla violazione da parte dei giudici di merito “dell’art. 2 della L. n. 31/1977, degli artt. 1 e 2 del D.M. 7.6.1977 e dell’art. 19 D.P.R. n. 633/1972”.

La disciplina relativa agli acquisti di carburante da parte dei soggetti passivi Iva è recata nell’articolo 2 della legge 31/1977, a cui è stata data attuazione con il decreto del ministro delle Finanze del 07 giugno 1977.
Il citato provvedimento ha introdotto nel nostro panorama giuridico la “scheda carburante”, ossia il documento che può essere utilizzato dai titolari di partita Iva nell’esercizio dell’attività, per poter usufruire della detrazione ai fini dell’imposta sul valore aggiunto e della deduzione ai fini delle imposte dirette e contiene, altresì, le modalità di compilazione, registrazione e conservazione delle stesse.

Alla stregua di un consolidato orientamento di diritto, i giudici di legittimità hanno affermato il principio che la detrazione dell’imposta assolta per l’acquisto di carburante – da utilizzare per l’alimentazione dei mezzi di trasporto impiegati per l’esercizio dell’attività di impresa o professionale – spetta a condizione che le schede carburanti rilasciate dagli addetti alla distribuzione “siano complete in ogni loro parte e debitamente sottoscritte senza che l'adempimento, a tal fine disposto, ammetta equipollente alcuno e indipendentemente dall’avvenuta contabilizzazione dell'operazione nelle scritture dell’impresa (cfr. Corte Cass. Sez. 5, Sentenza n. 21941 del 19/10/2007; id. Sez. 5, Sentenza n. 26539 del 05/11/2008; id. Sez. 5, Sentenza n. 6606 del 15/03/2013)”.
È chiaro, pertanto, che la firma apposta dall’esercente dell’impianto di distribuzione ha la funzione di convalidare il rifornimento, come, peraltro, esplicitamente disposto all’articolo 3 del Dpr 444/1997, e costituisce elemento essenziale “senza il quale la scheda non può assolvere alla finalità prevista dalla legge (cfr. Corte Cass. n. 21941/2007 cit.)”.

In conclusione, è corretto sostenere che la sottoscrizione del gestore sulle schede carburanti è elemento sostanziale per la legittima detrazione dell’imposta sul valore aggiunto, risultando inficiata da “errore di diritto” la sentenza impugnata dall’Agenzia delle Entrate, che ha riconosciuto legittima la detrazione dell’imposta in difetto del predetto requisito.

Con ulteriore motivo di ricorso, l’Amministrazione finanziaria aveva lamentato che la Ctr, seppur riconoscendo – sulla base di tutti gli indizi addotti dall’ufficio – che la società accertata fosse inserita in un sistema frodatorio volto a consentire l’indebita detrazione dell’Iva (relativa a servizi di noli e facchinaggio prestati da società terze), aveva limitato il giudizio a uno soltanto degli indizi, ossia il pagamento in contanti delle fatture, ritenendolo “elemento insufficiente ad integrare la prova della simulazione assoluta delle operazioni”.

Nel caso di specie, l’Agenzia aveva fornito plurimi elementi indiziari a sostegno dell’inesistenza delle operazioni passive, quali l’incompleta e lacunosa documentazione contabile relativa ai rapporti intrattenuti con le società emittenti le fatture, l’assenza di una struttura organizzativa e amministrativa, la situazione di patologico indebitamento fiscale delle società fornitrici dei servizi nonché il pagamento in contanti delle fatture contestate.
Esaminati gli atti, la Corte di cassazione ha affermato che, allorquando la prova fornita dall’Amministrazione finanziaria sia costituita da presunzioni, “i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza, richiesti dalla legge, devono essere ricavati in relazione al complesso degli indizi, soggetti a una valutazione globale, e non con riferimento singolare a ciascuno di questi, pur senza omettere un apprezzamento così frazionato, al fine di vagliare preventivamente la rilevanza dei vari indizi e di individuare quelli ritenuti significativi e da ricomprendere nel suddetto contesto articolato e globale (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 16831 del 10/11/2003; id. Sez. 1, Sentenza n. 28224 del 26/11/2008; id. Sez. 3, Sentenza n. 26022 del 05/12/2011).”


Fonte: Agenzia Entrate

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“Ebas”, “Ebip” e “Asim”.

“Ebas”, “Ebip” e “Asim”, sono il terzetto di causali istituite dall’Agenzia delle Entrate, per dirottare, tramite F24, i contributi di finanziamento al loro indirizzo di spettanza. Arrivano con le risoluzioni 75/E, 76/E e 77/E del 30 luglio.

Le loro origini vanno ricercate nelle convenzioni stipulate tra Agenzia delle Entrate e Inps per regolare la riscossione, mediante la delega unica di pagamento, dei contributi spettanti all’Istituto di previdenza e di quelli previsti dalla legge 311/1973, che ha “ratificato” l’estensione del servizio di riscossione dei contributi associativi tramite gli enti previdenziali.

In particolare, con le tre nuove causali, i contributi versati dai datori di lavoro, finiscono nelle casse:
dell’Ebas – Ente bilaterale autoscuole e studi (risoluzione 75/E)
dell’Ebilp– Ente bilaterale azionale delle libere professioni (risoluzione 76/E)
dell’Asim – Ente di assistenza sanitaria integrativa per i dipendenti delle imprese esercenti servizi di pulizia e servizi integrati/multiservizi (risoluzione 77/E).
Il loro posto è nella sezione “Inps” del modello F24, in corrispondenza del campo “importi a debito versati”. La compilazione dell’F24 si completa, poi, indicando negli specifici campi il codice della sede Inps competente e la matricola Inps dell’azienda. Infine, nel campo “periodo di riferimento”, vanno riportati il mese e l’anno di competenza nella colonna “da mm/aaaa”, mentre non va riempita la colonna “a mm/aaaa”.

La risoluzione 78/E istituisce, invece, il codice tributo 5380, che i concessionari della raccolta di giochi a distanza (articolo 24, commi da 11 a 26, legge 88/2009) devono inserire nel modello F24 Accise, per versare all’Area monopoli dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, le somme non movimentate da tre anni, depositate sul conto di gioco relativo al contratto stipulato tra concessionario e giocatore (articolo 24, comma 19, lettera l) della legge 88/2009).

Il codice trova posto nella “Sezione Accise/Monopoli e altri versamenti non ammessi in compensazione”, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”.
Inoltre, nel campo “ente”, deve essere inserita la lettera “M”, non occorre, invece, indicare la provincia; proseguendo con la compilazione, il “codice identificativo” è quello di concessione (nel caso non sia presente, il numero da mette è il 999999), nessun valore nel campo “rateazione”, il campo “mese”, va valorizzato con il mese il pagamento, nel formato “mm”; mentre l’“anno di riferimento”, è quello per cui si effettua il pagamento (nel formato “AAAA”), in bianco il “codice ufficio” e il “codice atto”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Per l’invio del modello 770 c’è tempo fino al 19 settembre.

I sostituti d’imposta avranno più tempo per assolvere l’adempimento riguardante il modello 770/2014. Slitta dal 31 luglio al 19 settembre, infatti, la data fissata per l’invio telematico, diretto o tramite intermediari abilitati, sia del modello ordinario sia di quello semplificato. A renderlo noto, Il Mef con un comunicato stampa di oggi.

Il differimento dei termini è contenuto nel decreto del presidente del Consiglio dei ministri per andare incontro alle esigenze manifestate dalle categorie professionali che, entro l’ultimo giorno di luglio, devono far fronte a numerosi impegni per adempimenti fiscali, per conto dei contribuenti e dei sostituti d'imposta.

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mercoledì 30 luglio 2014

Studi di settore e perdite su crediti: i chiarimenti del MEF in un question time.

La riforma della disciplina della deducibilità delle perdite su crediti ha inciso anche sulla compilazione degli studi di settore. In particolare, nel rigo F22 del quadro F – Oneri diversi di gestione – è stato introdotto il nuovo campo 4, finalizzato ad evidenziare le perdite su crediti. Tali componenti negative di reddito possono determinare valori ingiustificati nel calcolo dell'indicatore di normalità economica "Incidenza dei costi residuali di gestione sui ricavi". In merito a tale punto, nel corso del question time del 23 luglio 2014 in Commissione Finanze, il MEF, riprendendo quanto già precisato con Circolare n. 23/2013, ha chiarito che un valore elevato della componente “perdite su crediti” "non può essere considerato in linea generale sintomatico di una situazione di non corretta indicazione dei dati previsti dai modelli". In presenza di una eventuale segnalazione di non normalità del dato dichiarato, il contribuente potrà rimodulare il valore degli oneri diversi di gestione, depurandolo dei valori riferibili perdite su crediti. Di ciò è opportuno che sia dato riscontro nell'apposito riquadro note aggiuntive di GERICO. In tal modo, si sterilizzeranno gli effetti delle perdite su crediti di natura commerciale o minusvalenze patrimoniali relative alla cessione di beni strumentali sull'indicatore "Incidenza dei costi residuali di gestione sui ricavi".


Fonte: Camera dei Deputati

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Stock option estere non sempre nel quadro RW.

Con la Risoluzione n. 73/E del 25 luglio scorso, l'Agenzia delle Entrate ha risposto ad alcuni quesiti posti a seguito delle modifiche apportate al quadro RW sul monitoraggio fiscale a partire dal periodo d'imposta 2013. In particolare, in un’ottica di semplificazione degli adempimenti, è ora previsto che le persone fisiche sono tenute a compilare il nuovo quadro RW del modello di dichiarazione annuale dei redditi per assolvere agli obblighi sia di monitoraggio fiscale sia di liquidazione dell’Ivafe e dell’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie). Secondo quanto precisato ora nella risoluzione dell'Agenzia delle Entrate, resta confermato quanto indicato nella circolare n. 38/2013, e cioè che le stock option su azioni estere non vanno indicate nel quadro RW finché non sia trascorso un determinato periodo (“vesting period”) in cui l’assegnatario non può esercitare il proprio diritto in quanto soggetto ad una sorta di condizione sospensiva. Trascorso il vesting period, le stock option vanno indicate nel quadro RW ma solo se, al termine del periodo d’imposta, il prezzo di esercizio sia inferiore al valore corrente del sottostante, perché soltanto in questo caso il beneficiario dispone di un “valore” all’estero. Le stock option devono, invece, essere sempre indicate nel quadro RW, anche nel corso del vesting period, se sono cedibili. In tal caso, sono soggette anche all’applicazione dell’Ivafe sulla base del valore di mercato (circolare 28/2012).

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Il Decreto “cultura e turismo” passa al Senato e diventa legge.

Con il sì definitivo del Senato alla fiducia, è stato convertito in legge il decreto "Cultura e turismo" (D.L. n. 83 del 31.05.2014). Il decreto sarebbe altrimenti scaduto domani. Il decreto convertito conferma, con alcune modifiche, l'Artbonus, il bonus fiscale per il turismo, incentivi all'impiego di giovani nel settore dei beni culturali, misure per la lirica ed il cinema. Fra le novità di maggior rilievo, l’ampliamento della platea dei beneficiari dell’Artbonus, il credito d’imposta per gli interventi pro cultura e spettacolo, che ora è riconosciuto anche per le donazioni effettuate a favore dei concessionari o affidatari dei beni oggetto di manutenzione, protezione o restauro. Un’altra novità riguarda l’attivazione di un apposito portale gestito dal ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo, per raccogliere le informazioni sulle donazioni e sullo stato degli interventi realizzati e in corso d’opera. Le stesse informazioni dovranno essere rese pubbliche dai beneficiari attraverso il proprio sito istituzionale, nell’ambito di una pagina dedicata.

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Deducibilità dell'assegno di mantenimento.

Il dipendente può portare in deduzione l'assegno di mantenimento che versa tramite il datore di lavoro all'ex coniuge?

Come tutti gli oneri deducibili (articolo 10 del Tuir), gli assegni periodici corrisposti al coniuge (esclusi quelli destinati al mantenimento dei figli) in conseguenza di separazione legale ed effettiva, di scioglimento o annullamento del matrimonio o di cessazione dei suoi effetti civili, si deducono dal reddito complessivo, se non sono deducibili nella determinazione dei singoli redditi che concorrono a formarlo. Per quanto riguarda le somme trattenute dal datore di lavoro per oneri deducibili, l’articolo 51, comma 2, lettera h, dello stesso Testo unico, ne dispone la non concorrenza alla formazione del reddito; pertanto, non vanno evidenziate nella dichiarazione dei rediti. Tra gli oneri che rientrano in tale previsione normativa, vi è anche l'assegno periodico al coniuge separato o divorziato, che il giudice ha ordinato al datore di lavoro di corrispondere direttamente all'interessato (circolare 326/E del 1997).


Fonte: Agenzia Entrate

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Cancellazione ipoteche on line.

Approvate con provvedimento direttoriale del 29 luglio e disponibili, sul sito delle Entrate, le specifiche tecniche per la trasmissione telematica della comunicazione attestante l’avvenuta estinzione del mutuo, che banche, intermediari finanziari, enti previdenziali concedenti dovranno utilizzare obbligatoriamente dall’1 gennaio 2015, ai fini della cancellazione delle ipoteche.

Il procedimento di cancellazione d’ipoteca coincidente con il riscatto del debito, prevede che la stessa sia rimossa d’ufficio – senza alcun onere per il debitore – semplicemente con una comunicazione del creditore alla conservatoria dei registri immobiliari.
Tale procedura, disciplinata in primis dagli articoli 40-bis e 161 del Dlgs 385/1993, prevede, nello specifico, che la banca (l’intermediario finanziario, l’ente previdenziale), concedente il mutuo o il finanziamento, rilasci al debitore una quietanza certificante la data di estinzione dell’obbligazione e trasmetta, entro trenta giorni dalla stessa data, la relativa comunicazione al conservatore secondo specifiche modalità.

Con provvedimento del 9 ottobre 2007, l’allora direttore dell’Agenzia del territorio aveva definito sia la procedura sia le specifiche tecniche per l’invio telematico delle suddette comunicazioni. Successivamente, il Dl 16/2012, ha esteso il procedimento semplificato di cancellazione alle ipoteche iscritte da oltre venti anni e non rinnovate (comma 7-quinquies, articolo 161, Dlgs 385/1993).

Si è reso dunque necessario aggiornare le modalità telematiche di trasmissione: ora sono pronte. Le nuove specifiche tecniche, ora contenenti anche la descrizione dell’immobile, potranno essere utilizzate dall’1 settembre prossimo e sostituiranno quelle approvate con il provvedimento del direttore dell'Agenzia del territorio del 9 ottobre 2007 solo dall’1 gennaio 2015. Fino al 31 dicembre sarà possibile utilizzare entrambe le specifiche.


Fonte: Agenzia Entrate

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Deducibili le erogazioni liberali ridistribuite dalla Fondazione.

I contributi versati a una Fondazione senza fini di lucro sono deducibili dal reddito d’impresa, ma, attenzione, quando la stessa Fondazione “gira” il finanziamento a una Srl, che svolge un’attività commerciale, salta sia la finalità etica alla base dell’agevolazione sia la deduzione.
In sostanza, la persona giuridica senza scopo di lucro beneficiaria di sovvenzioni può, in linea generale, diventare a sua volta soggetto erogante finanziamenti nei confronti di altri organismi. Questi, però, chiarisce la risoluzione 74/E del 29 agosto, ai fini della deduzione, devono svolgere attività tutelate dalla norma di favore, ossia dall’articolo 100, comma 2, lettera a), del Tuir.

Il documento di prassi dell’Agenzia delle Entrate risponde all’interpello di una banca che annualmente eroga contributi a favore di una Fondazione della quale è anche socio fondatore e chiede se tali finanziamenti usufruiscono della deduzione prevista dalla norma su richiamata.
Le finalità delle attività svolte dalla Fondazione sono senza scopo di lucro.
Diversi gli ambiti operativi dell’ente, dalla beneficienza nei settori dell’educazione e dell’istruzione, alla promozione della ricerca scientifica, dalle iniziative culturali e a sostegno del turismo a quelle per la salvaguardia dell’ambiente.

La Fondazione, oltre a scendere in campo “di persona”, persegue gli intenti elencati nello statuto, finanziando iniziative di altri soggetti che abbiano gli stessi obiettivi di interesse sociale, di innovazione e sviluppo.

Tra i diversi interventi, specifica l’interpellante, uno, in particolare, riguarda il contributo fornito dall’ente a una Srl che gestisce un centro sportivo con piscina.

La Fondazione, chiarisce nella sua risposta l’Agenzia, possiede i requisiti, opera e contribuisce nell’ambito di progetti riconducibili tra quelli previsti dall’articolo 100, comma 2, lettera a) del Tuir, di conseguenza, le somme corrisposte dalla banca, possono beneficiare della deduzione prevista dal regime di favore anche se, a volte, il denaro viene ridistribuito per realizzare progetti portati avanti da altri. L’importante è che il percorso e l’utilizzo delle donazioni siano adeguatamente tracciabili e abbinabili a un piano già definito al momento del versamento.

Condizioni necessarie sono, inoltre, che i terzi abbiano gli stessi requisiti dei soggetti destinatari delle erogazioni liberali (personalità giuridica, finalità non lucrative e perseguimento “esclusivo” delle finalità previste dalla norma) e che realizzino “direttamente” i progetti. Non è consentito, infatti, il fenomeno delle erogazioni a catena attraverso molteplici passaggi tra enti diversi.

La risoluzione ricorda che l’assenza del fine di lucro non coincide necessariamente con la “non commercialità” dell’ente e che tale requisito deve risultare da un’espressa previsione statutaria ed esplicitarsi nella concreta attività svolta, anche attraverso la destinazione del patrimonio e degli utili – di cui deve essere esclusa la ripartizione – alle stesse finalità sociali perseguite.

È chiaro, in sintesi, che il legislatore ha inteso favorire le erogazioni dirette a determinate figure giuridiche che non operano per profitto e che agiscono con specifiche finalità (educazione, istruzione, ricreazione, assistenza sociale e sanitaria, culto e ricerca scientifica).
Senza sconto, quindi, le somme corrisposte dalle imprese a organismi con fini di lucro.

Di conseguenza, tornando al caso dell’interpello, non usufruiscono della deduzione gli importi corrisposti dalla banca e riversati dalla Fondazione alla piscina, non avendo la Srl le caratteristiche non lucrative indispensabili all’applicazione dell’agevolazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 29 luglio 2014

Sabatini bis, semplificazioni dalla conversione del Decreto Competitività.

La legge di conversione del decreto competitività (D.L. n. 91/2014) ha ottenuto venerdì scorso il via libera definitivo dal Senato ed ora passerà all'esame della Camera per la sua versione finale. In sede di passaggio al Senato, sono state introdotte modifiche in merito al Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese (art. 2, comma 100, lett. a), Legge n. 662/1996) nell'ambito dell'abbinata con l'intervento della Sabatini-bis (art. 2, D.L. n. 69/2003). Un emendamento all'art. 18 del D.L. n. 91/2014 stabilisce, infatti, che sarà la singola banca, a cui la Pmi si può rivolgere per richiedere un prestito abbinato alla Sabatini), e non più un soggetto terzo, a verificare se il richiedente ha il corretto "merito creditizio" per fruire della garanzia dello Stato, la quale può arrivare a coprire fino all'80% dell'importo finanziato.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Cessione intra-Ue di una barca da diporto: senza Cmr, servono altri documenti.

L'Agenzia delle Entrate, nella Risoluzione n. 71/E del 24 luglio 2014, ha fornito chiarimenti sugli obblighi documentali per la cessione intra-UE di una barca. In particolare, viene precisato che una società che vende una barca da diporto ad un soggetto Iva di un altro Paese UE, con trasferimento nel Paese di destinazione effettuato dallo stesso cessionario, se non ha il documento di trasporto ufficiale (Cmr), per provare l’uscita del bene dal territorio dello Stato, dovrà fornire, tra l’altro, una dichiarazione resa dall’acquirente (accompagnata da idonea documentazione, ad esempio un contratto di ormeggio con il porto estero), che attesti l’avvenuto trasferimento fisico dell’imbarcazione. Inoltre, il cedente dovrà custodire ed esibire, in caso di controllo, anche i documenti ufficiali: la fattura, il documento bancario, il contratto di vendita, il passaggio di proprietà, l’atto da cui risulta la cancellazione dal registro italiano e quello che attesta l’avvenuta iscrizione nel registro dell'altro Paese UE, il modello Intrastat relativo alle operazioni intracomunitarie.

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Acquisto usufrutto di un immobile ristrutturato.

Ho acquistato da un'impresa di costruzione l’usufrutto su un immobile ristrutturato, mia figlia la nuda proprietà. Le fatture di vendita sono intestate a entrambi, ma il pagamento l’ho effettuato io. Come ripartire la detrazione?

Nel caso di interventi di restauro e risanamento conservativo e di ristrutturazione edilizia riguardanti interi fabbricati da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie, che provvedono alla successiva alienazione o assegnazione dell'immobile, è prevista, a favore dell'acquirente o assegnatario delle singole unità immobiliari, la detrazione Irpef del 36% del valore degli interventi eseguiti (del 50% per le spese sostenute dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2014), che si assume pari al 25% del prezzo dell’unità immobiliare risultante nell'atto pubblico di compravendita o di assegnazione e, comunque, entro l'importo massimo di 48mila euro ovvero di 96mila euro, per le spese sostenute dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2014. Anche l'acquisto di un diritto reale di godimento, come l’usufrutto, rientra nell'ambito applicativo della disposizione. La detrazione d'imposta deve essere riconosciuta, qualora la relativa spesa sia stata effettivamente sostenuta entro i limiti dell'importo fatturato, in relazione al valore dei diritti acquistati dai singoli contribuenti quali risultano dall'atto di compravendita o di assegnazione del diritto immobiliare. Pertanto, il genitore acquirente del diritto di usufrutto sull'immobile che ha sostenuto interamente la spesa per l'acquisto dello stesso, ha diritto di beneficiare della detrazione Irpef, avendo a riferimento la spesa riferibile all'acquisto del proprio diritto. Non può invece essere riconosciuta la detrazione ai familiari del contribuente che non hanno sostenuto la spesa. Infatti, secondo i principi generali che regolano i meccanismi della detrazione per oneri, il contribuente, per averne diritto, deve avere effettivamente sostenuto la spesa e questa deve essere rimasta a suo carico (risoluzione 1/E del 2007).


Fonte: Agenzia Entrate

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Registro proporzionale, non Iva, per l’area assegnata dal Comune.

In materia di Iva, l’articolo 36, comma 19-bis, del Dl 30 agosto 1993, n. 331, ha espressamente disposto che “Le assegnazioni di aree edificabili acquisite dai Comuni in via espropriativa non si considerano, agli effetti dell’imposta sul valore aggiunto, operazioni svolte nell’esercizio di attività commerciali...”.
In relazione a tale disposizione, con la sentenza 7339/2014, la Cassazione è stata chiamata a pronunciarsi in merito al corretto trattamento tributario applicabile (e cioè, in alternativa, assoggettamento a Iva oppure a imposta proporzionale di registro) in relazione a un atto di assegnazione a una società, da parte di un Comune, di un’area compresa in una zona Pip (Piano insediamenti produttivi: zona industriale), che era stata precedentemente acquisita dallo stesso Comune nel corso di una procedura espropriativa, conclusasi, peraltro, con un atto di compravendita (regolarmente assoggettato a Iva) conseguente all’“accordo bonario” successivamente intervenuto tra le parti (venditore dell’area e Comune acquirente).

Investita della questione, la Corte ha ritenuto che l’atto di assegnazione in oggetto avrebbe dovuto scontare non già l’Iva, bensì l’imposta proporzionale di registro (così come sostenuto dall’Amministrazione finanziaria).
Il Supremo collegio, infatti, ha basato tale proprio orientamento sul presupposto che la suddetta attività, svolta dal Comune assegnante l’area, non avrebbe potuto dare luogo all’esercizio di un’attività di carattere commerciale (come tale rilevante, agli effetti dell’Iva, ai sensi dell’articolo 4 del Dpr n. 633 del 1972) da parte dello stesso Comune, in quanto “..l’assegnazione del terreno è avvenuta al fine istituzionale della realizzazione dell’area PIP..”, non potendo altresì detta attività ritenersi “…distorsiva del mercato (come invece ritenuto dalla società ricorrente) perché conseguente a un complesso d’interventi connotati dall’esercizio di eccezionali potestà pubbliche, che obiettivamente escludono che possa trattarsi dell’esercizio di un’attività d’impresa in regime di favore”.

In sostanza, ad avviso dei giudici di legittimità, nella specie il Comune aveva agito “…per la finalità pubblica di realizzare un piano d’insediamento industriale e quindi d’imperio e cioè al di fuori di qualsiasi attività d’impresa”, a nulla rilevando, in senso contrario a detta conclusione, la circostanza che, nel particolare caso in oggetto, il procedimento espropriativo originario si fosse concluso con un atto contrattuale (come detto, compravendita) conseguente all’accordo bonario “medio tempore” intervenuto tra il proprietario dell’area (originario cedente) e il Comune (acquirente-successivo assegnante).

Da parte nostra, è da evidenziare che la conclusione della Cassazione si pone sostanzialmente in linea con la posizione assunta dal ministero delle Finanze, nella circolare n. 8 del 1993, già precedentemente all’entrata in vigore della citata previsione normativa di cui all’articolo 36, comma 19-bis, del Dl n. 331 del 1993.
In tale declaratoria, infatti, era stato affermato che il principio del non assoggettamento a Iva delle operazioni di cui trattasi trova applicazione “…ogni qualvolta le assegnazioni di aree edificabili vengono poste in essere nello svolgimento di attività per la quale la normativa nazionale prevede la possibilità di esproprio da parte dell’ente locale e che conseguentemente esulano dal campo di applicazione dell’Iva non solo le assegnazioni di aree edificabili acquisite con esproprio ma anche quelle acquisite (come nel caso dedotto in controversia) con atti negoziali nell’ambito di attività svolte dal Comune in veste di pubblica autorità”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva infrannuali.

Indipendentemente dal fatto che si tratti di rimborso o compensazione, i contribuenti Iva, che nel secondo trimestre 2014 hanno realizzato un’eccedenza di imposta detraibile superiore a 2.582,28 euro e intendono recuperarla in tutto o in parte, devono necessariamente presentare il modello Iva TR entro il prossimo 31 luglio. La trasmissione può essere effettuata dal diretto interessato o da un intermediario abilitato.

Per chiedere il rimborso, è necessario possedere determinati requisiti – rintracciabili nell’articolo 30, terzo comma, lettere a), b), c), e) e d) del Dpr 633/1972, a cui rimanda la disposizione dello stesso decreto che, a certe condizioni, ammette alla restituzione infrannuale del maggior tributo versato (articolo 38-bis, comma 2) – e, nella maggior parte dei casi, presentare una garanzia patrimoniale. Per i dettagli vedi articolo “Credito Iva trimestrale: ultim’ora per il rimborso o la compensazione” del 29 aprile scorso.

In alternativa al rimborso, chi possiede i requisiti può utilizzare l’eccedenza Iva in compensazione orizzontale mediante modello F24, nel rispetto del nuovo limite di 700mila euro per anno solare, indicando il codice tributo 6037, che identifica il II trimestre.
A differenza del rimborso, la compensazione non richiede alcuna garanzia, ma può essere effettuata solo dopo aver presentato il modello TR. A tal proposito, in relazione alle eccedenze d’imposta superiori a 5mila euro annui (riferite al totale dei crediti trimestrali maturati nell’anno), il Dl 16/2012 (articolo 8, comma 18) ha stabilito l’obbligo di utilizzare tali crediti dal sedicesimo giorno successivo a quello di presentazione dell’istanza.
La compensazione è preclusa, poi, ai contribuenti con debiti superiori a 1.500 euro su ruoli definitivi, scaduti e non pagati.

Infine, vale la pena ricordare che la presentazione della domanda di rimborso sbarra la strada alla possibilità di optare per altre modalità di esercizio del credito.

La scadenza del 31 luglio è inderogabile, cioè le istanze trasmesse dopo non valgono.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 28 luglio 2014

Dichiarazione 770/2014, verso una proroga al 15 settembre.

Dopo una prima fase di totale chiusura da parte delle amministrazioni, ieri il sottosegretario all'Economia, Enrico Zanetti, su Facebook, ha annunciato la possibilità di prorogare il termine per il 770/2014. La nuova scadenza, però, potrebbe essere fissata al 15 settembre, e non al 30 settembre, come richiesto dai professionisti. A disporre la proroga dovrà essere un Dpcm da emanare in tempi brevi, considerato che oggi è già il 25 luglio, tant'è che lo stesso Zanetti ha affermato che "visti i tempi stretti è possibile che arrivi prima una comunicazione e poi il decreto".


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Lavoro sommerso, il codice tributo per le sanzioni.

Con la Risoluzione n. 70/E del 24 luglio 2014, l'Agenzia delle Entrate istituisce il codice tributo per il versamento, mediante modello F23, dei maggiori introiti derivanti dall’incremento delle sanzioni amministrative per violazione delle norme in materia di lavoro sommerso e irregolare e di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, ai sensi dell’articolo 14, comma 1, del D.L. n. 145/2013. Il codice tributo istituito è “79AT”, denominato “Maggiorazioni delle sanzioni amministrative di cui all’art. 14, c. 1, lett. b) e c) – D.L. 23 dicembre 2013, n. 145”. Il codice andrà indicato dagli agenti della riscossione nell’F23 per far confluire le somme dovute a titolo di incremento di sanzioni amministrative, per violazione delle norme in materia di lavoro sommerso e irregolare e di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, in un apposito fondo dedicato all’occupazione e alla formazione.

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Risotti pronti, Iva al 4%.

Dopo il benestare dell'Agenzia delle Dogane, l'Agenzia delle Entrate conferma che, come il riso, anche i preparati per risotti scontano l’aliquota Iva agevolata del 4%. Il motivo risiede nella preponderante percentuale di riso in grani presente in tali preparati, percentuale, che si attesta nella maggior parte dei casi sopra l’80% e comunque mai sotto il 45%. Pertanto, pur con l’aggiunta di ulteriori ingredienti e condimenti, in tali preparazioni la sostanza principale resta il riso, il quale non subisce modifiche sostanziali. E' quanto precisato dalle Entrate nella Risoluzione n. 72/E del 24 luglio.

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Persone con disabilità: agevolazioni auto.

Sono invalido al 100% con difficoltà di deambulazione senza necessità di modificare l'auto, senza assegno di accompagnamento. Ho diritto a qualche agevolazione per l’acquisto di un’auto?

Le persone con disabilità possono beneficiare di agevolazioni fiscali sull’acquisto di un’auto nuova o usata. In particolare, è prevista l’Iva al 4% per auto fino a 2.000 cc di cilindrata, se con motore a benzina, o fino a 2.800 cc, se con motore diesel, e la detrazione Irpef del 19% delle spese sostenute, entro il limite di 18.076 euro, per l'acquisto del veicolo. I benefici spettano una sola volta in un periodo di quattro anni. Inoltre, competono l’esenzione sia dal bollo auto sia dalla tassa di trascrizione al Pra. Possono fruire delle agevolazioni le seguenti categorie di portatori di handicap: non vedenti e sordomuti; disabili con handicap fisico o mentale che abbiano diritto all’indennità di accompagnamento; disabili con grave limitazione delle capacità di deambulazione o affetti da pluriamputazioni; disabili con ridotte o impedite capacità motorie (in quest'ultimo caso, il veicolo deve essere opportunamente adattato). In particolare, i disabili con grave limitazione delle capacità di deambulazione sono quelli che hanno un grave handicap (articolo 3, comma 3, legge n. 104/1992), certificato con verbale dalla Commissione per l’accertamento dell’handicap presso l’Asl.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva “supersonici” per i mezzi di trasporto spaziali.

I fabbricanti di aeromobili, veicoli spaziali e relativi dispositivi entrano ufficialmente nella rosa degli operatori legittimati a ottenere in via prioritaria, entro tre mesi dalla richiesta, il rimborso dell’eccedenza Iva detraibile. Il decreto ministeriale 10 luglio 2014, che li ammette ad accedere a questa possibilità, è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 170 del 24 luglio.

Si allarga dunque la platea degli autorizzati a guadagnare il rimborso sprint del credito Iva.
La nuova categoria di contribuenti, che rientra nel codice di classificazione delle attività economiche Ateco 2007 30.30.09, si aggiunge alle seguenti, già in possesso del lasciapassare, individuate, come stabilito dalla Finanziaria 2007, attraverso successivi decreti ministeriali:
subappaltatori edili che effettuano prevalentemente prestazioni di servizi con applicazione del meccanismo del reverse charge (Dm 22 marzo 2007)
operatori economici che si occupano del recupero e della preparazione per il riciclaggio di cascami e rottami metallici (cosiddetti "ferrosi"), appartenenti alla categoria Atecofin 37.10.1, corrispondente al codice 38.32.10 della nuova tabella Ateco 2007, in vigore dal 1° gennaio 2008 (Dm 25 maggio 2007)
operatori economici che producono zinco, piombo, stagno e semilavorati, appartenenti alla categoria Atecofin 27.43.0, corrispondente al codice 24.43.00 della tabella Ateco 2007 (Dm 18 luglio 2007)
produttori di alluminio e semilavorati individuati dal codice Atecofin 27.42.0, corrispondente al codice 24.42.00 della classificazione Ateco 2007 (Dm 21 dicembre 2007).
 La possibilità di ottenere il rimborso Iva entro tre mesi dalla richiesta è subordinata al rispetto dei presupposti indicati dall’articolo 30, secondo comma, lettera b), del Dpr 633/1972, cioè quando sono effettuate operazioni non imponibili di cui agli articoli 8, 8-bis e 9 dello stesso “decreto Iva” per un ammontare superiore al 25% dell’ammontare complessivo di tutte le operazioni effettuate.

Inoltre, il contribuente deve possedere gli ulteriori requisiti previsti dal Dm 22 marzo 2007; occorre cioè che:
eserciti l’attività da almeno tre anni
l’eccedenza detraibile richiesta a rimborso sia d’importo almeno pari a 10mila euro, in caso di rimborso annuale, ovvero a 3mila euro, in caso di rimborso trimestrale
l’eccedenza richiesta a rimborso sia almeno pari al 10% dell’importo complessivo dell’Iva assolta sugli acquisti e sulle importazioni effettuati nel periodo di riferimento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Stock option estere e quadro RW.

Niente quadro RW del modello Unico per le stock option su azioni estere con clausola “Exercise and sell”. Compilazione obbligatoria, invece, per le azioni estere acquisite tramite l’esercizio di stock option, anche se le azioni sono state cedute, in tutto o in parte, contestualmente all’esercizio delle stock option. In questo caso, la compilazione del quadro RW è necessaria per assolvere agli obblighi di monitoraggio fiscale e per applicare l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (Ivafe).
I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate sugli obblighi dichiarativi delle stock option su azioni estere sono contenuti nella risoluzione n. 73/E del 25 luglio.

I quesiti sono pervenuti all’Agenzia in considerazione delle novità apportate, a decorrere dal periodo di imposta 2013, al quadro RW della dichiarazione annuale dei redditi. Detto quadro ha subito un restyling a seguito delle modifiche introdotte in materia di monitoraggio fiscale cui sono soggetti le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparati, residenti nel territorio dello Stato, che detengono investimenti e attività estere di natura finanziaria (articolo 4 del Dl 167/1990).
In particolare, in un’ottica di semplificazione degli adempimenti delle persone fisiche, è ora previsto che tali contribuenti sono tenuti a compilare il nuovo quadro RW del modello di dichiarazione annuale dei redditi per assolvere agli obblighi sia di monitoraggio fiscale sia di liquidazione dell’Ivafe e dell’imposta sul valore degli immobili all’estero (Ivie).

Resta confermato quanto indicato nella circolare n. 38/2013, vale a dire che le stock option su azioni estere, ossia i titoli o i diritti offerti ai lavoratori dipendenti e assimilati che danno la possibilità di acquistare - a un determinato prezzo - azioni della società estera con la quale il contribuente intrattiene il rapporto di lavoro o delle società controllate o controllanti, non vanno indicati nel quadro RW finché non sia trascorso un determinato periodo (“vesting period”) in cui l’assegnatario non può esercitare il proprio diritto. Infatti, fino a quel momento, lo stesso diritto è soggetto a una sorta di condizione sospensiva.
Trascorso il vesting period, le stock option vanno indicate nel quadro RW soltanto nei casi in cui, al termine del periodo d’imposta, il prezzo di esercizio sia inferiore al valore corrente del sottostante, perché soltanto in questo caso il beneficiario dispone di un “valore” all’estero. In base alla circolare 38/2013, per la valorizzazione della consistenza delle stock option, devono essere indicati nel quadro RW, quale “valore iniziale”, il prezzo di esercizio previsto dal piano, e, quale “valore finale”, quello corrente del sottostante al termine del periodo d’imposta.

Le stock option devono, invece, essere in ogni caso indicate nel quadro RW e, quindi, anche nel corso del vesting period, qualora esse siano cedibili. In tal caso, sono soggette anche all’applicazione dell’Ivafe sulla base del valore di mercato (circolare 28/2012).

La risoluzione in esame offre tre esempi di compilazione del quadro RW di Unico Persone fisiche 2014 che possono riguardare le stock option estere.

L’esempio A riguarda le stock option non cedibili con clausola “Exercise and sell. In questo caso, si ipotizza che una persona fisica residente ha esercitato, contestualmente alla data di scadenza del vesting period (1 maggio 2013), le stock option non cedibili con le quali sono state acquisite partecipazioni al capitale di una società belga quotata. Caratteristica dell’operazione è che una parte delle azioni è stata contestualmente venduta e che, alla fine del periodo d’imposta 2013, il contribuente detiene solo una parte delle azioni acquisite con le stock option. In tale ipotesi, il contribuente compila il quadro RW per dichiarare il possesso delle azioni estere e per liquidare l’Ivafe.

L’esempio B riguarda le stock option non cedibili che sono state esercitate nel corso del periodo d’imposta 2013 per acquisire partecipazioni al capitale di una società belga quotata. Poiché al termine del periodo d’imposta 2013 il contribuente detiene ancora le azioni, lo stesso compila il quadro RW per dichiarare il possesso delle azioni estere e per liquidare l’Ivafe.

L’esempio C concerne le stock option cedibili che una persona fisica residente ha esercitato in data 1 maggio 2013 per acquisire partecipazioni al capitale di una società belga quotata e per le quali il vesting period è terminato nel corso del 2012. In tale ipotesi, il contribuente compila il quadro RW non solo per dichiarare il possesso delle azioni estere e per liquidare la relativa Ivafe, ma anche per indicare il possesso, per una parte dell’anno, delle stock option e per liquidare la relativa Ivafe.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 25 luglio 2014

Più sanzioni per il lavoro nero.

Un codice tributo a sfondo sociale, il 79AT. Serve, infatti, a far confluire le somme dovute a titolo di incremento di sanzioni amministrative, per violazione delle norme in materia di lavoro sommerso e irregolare e di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, in un apposito fondo dedicato all’occupazione e alla formazione. L’istituzione, arrivata con la risoluzione 70/E del 24 luglio, si è resa necessaria dopo l’introduzione dell’inasprimento sanzionatorio disposta dal Dl 145/2013 (articolo 14, comma 1).

In particolare, la norma in questione ha stabilito l’aumento del 30% delle sanzioni già previste dall’articolo 3 del Dl 12/2002, da comminare “in caso di impiego di lavoratori subordinati senza preventiva comunicazione di instaurazione del rapporto di lavoro da parte del datore di lavoro privato, con la sola esclusione del datore di lavoro domestico…..” e di quelle stabilite dall’articolo 14 del Dlgs 81/2008 (comma 4, lettera c) e comma 5, lettera b)) a chi incorre nella sospensione dell’attività per lavoro irregolare o per gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza. Contestualmente, ha provveduto a raddoppiare le penalità (articolo 18-bis del Dlgs 66/2003) per il datore di lavoro che viola le disposizioni contenute nell’articolo 10, comma 1, dello stesso decreto legislativo, in materia di ferie.

Ad accogliere il nuovo codice tributo sarà il modello F23, che gli agenti della riscossione utilizzeranno per riversare i maggiori introiti al fondo sociale per l’occupazione e la formazione e al capitolo di bilancio dello Stato creato per finanziare misure, anche di carattere organizzativo, finalizzate a una maggiore efficacia della vigilanza in materia di lavoro e legislazione sociale, e a iniziative di contrasto al lavoro sommerso e irregolare.

79AT occuperà il campo 11 “codice tributo” della delega di pagamento, mentre nei campi 6 e 10 andranno rispettivamente indicati il codice “VXX”, dove XX è la sigla automobilistica della provincia di appartenenza dell’ufficio competente territorialmente e gli estremi dell’atto con il quale è richiesto il pagamento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Avviso bonario: mancato pagamento prima rata.

Cosa succede se è saltato di un solo giorno il pagamento della prima rata relativa a un avviso bonario?

Il mancato pagamento della prima rata entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione (o anche di una sola delle rate diverse dalla prima entro il termine di pagamento della rata successiva) fa perdere il beneficio della rateazione e l’importo dovuto (per imposte, interessi e sanzioni in misura piena), meno quanto già versato, è iscritto a ruolo. Nel caso di ritardato pagamento delle rate successive alla prima, si può evitare la decadenza dal beneficio della rateizzazione ricorrendo all’istituto del ravvedimento operoso. Tale possibilità non è invece prevista in caso di ritardato pagamento della prima rata. Se si decade dal beneficio della rateizzazione, è comunque possibile fruire della dilazione del pagamento delle somme iscritte a ruolo e notificate con la cartella.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 24 luglio 2014

Quesito: agevolazioni prima attività.

 io sono una ragazza di 28 anni e vorrei aprire un negozio di parrucchiera in provincia di milano, so che esistono delle agevolazioni a fondo perso, altre per ragazzi giovani e per le donne, dove posso informarmi?come devo muovermi?

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Inammissibile il ricorso presentato dal contribuente dichiarato fallito.

La Commissione tributaria provinciale di Firenze, con la sentenza 937/03/14, del 15 luglio 2014, ha respinto il ricorso presentato dal legale rappresentante di una società fallita, dichiarandolo inammissibile per difetto di legittimazione attiva del ricorrente.
L’impresa, infatti, impugnava l'avviso di accertamento con cui l'Agenzia delle Entrate aveva contestato (ex articolo 39, comma 1, Dpr 600/1973), per l'anno 2008, minori costi pari a 280 milioni di euro, di cui 90mila indeducibili in assenza della relativa prestazione e 190mila ai sensi dell’ex articolo 109 del Tuir, oltre a Iva indebitamente detratta per 38mila euro (articolo 19 del Dpr 633/1972).

Il ricorrente, prima del ricorso, aveva peraltro già presentato istanza di accertamento con adesione, non accolta però dall’ufficio, il quale, ritenendo il curatore fallimentare l’unico soggetto legittimato a presentare il ricorso, aveva chiarito all’istante che, ai sensi dell'articolo 42 della legge fallimentare, la sentenza di fallimento priva, dalla sua data, il fallito dell’amministrazione e della disponibilità dei suoi beni.
Il curatore del resto, nel caso di specie, aveva consapevolmente deciso di non impugnare l’avviso per motivi di economicità della procedura concorsuale.

Il ricorrente, tuttavia, riteneva che il comportamento dell'ufficio fosse illegittimo, in quanto lesivo dei diritti del contribuente e della società, vista anche la mancanza del necessario contradditorio e chiedeva dunque al giudice di merito che fosse dichiarata la nullità dell'atto impugnato, contestando altresì, nel merito, la fondatezza dei rilievi.

L'ufficio, costituitosi in giudizio, chiedeva, quindi, che fosse dichiarata l’inammissibilità del ricorso per difetto di legittimazione attiva del soggetto che lo aveva presentato.
Anche nel merito, poi, l’Agenzia delle Entrate contestava le eccezioni del ricorrente.
In particolare, quanto all’eccepita inammissibilità, l’ufficio evidenziava che soltanto in via del tutto eccezionale e nell'inerzia dell'organo che fisiologicamente avrebbe avuto il potere di farlo (il curatore fallimentare), al fallito era concessa la possibilità di contestare in giudizio un atto relativo a “rettifiche” tributarie.

Limite essenziale, conditio sine qua non, per l'esercizio del potere di azione da parte dell’ex rappresentante legale, era dunque costituita dalla effettiva sussistenza dell'inerzia del curatore.
Più nello specifico, ove tale condotta sia derivata non da una mera omissione di atti, ma da una precisa scelta discrezionale di non porre in essere attività processuali, ad esempio, perché in un'ottica di analisi di costi/benefici sia stato ritenuto di non voler provvedere a contestare in giudizio un determinato atto, anche in questo caso nessuna legittimazione “ultrattiva” può essere concessa al fallito, non sussistendo, come dice anche la Corte suprema, “… alcuna inerzia, ma solo l'adesione ad una scelta di convenienza in ordine alla prevedibile mancanza di risultati utili della contestazione della pretesa tributaria” (Cassazione civile, sentenza 3667/1997).

Nel caso di specie, del resto, era lo stesso ricorrente a ricordare che il curatore fallimentare per motivi di economicità della procedura fallimentare, aveva deciso di non ricorrere contro l’Agenzia delle Entrate.
Risultava dunque evidente, vista la precisa e ragionata scelta di convenienza della curatela, come nella vicenda in esame non sussistesse alcuna legittimazione del fallito.

L’articolo 43 del regio decreto 267/1942 è del resto chiaro nello stabilire che “nelle controversie, anche in corso, relative a rapporti di diritto patrimoniale del fallito compresi nel fallimento sta in giudizio ilcuratore”, laddove la Corte costituzionale ha in più occasioni già rigettato la questione di costituzionalità dell'articolo 43, nella parte in cui appunto non prevede per il fallito un suo diritto a un'autonoma impugnazione (Corte costituzionale, sentenze 953/1988 e 676/1988).

La proposizione del ricorso da parte del fallito è dunque sempre “condizionata all'eventualità dell'inerzia della curatela” (Cassazione, sentenza 7561/1995), laddove è però evidentemente escluso che possa ravvisarsi inerzia del curatore, ove questi abbia prestato acquiescenza all’avviso (o alla decisione del giudice sullo stesso avviso), dato che tale condotta non è certo assimilabile a inerzia, ma rappresenta “un modo di gestione del processo ed una scelta interna alla logica di questo” (Cassazione, sentenza7308/1996).

Nello stesso senso si esprimeva inoltre la sentenza 11572/2007 della Corte suprema, che espressamente afferma che “La rinuncia ad impugnare costituisce, in difetto di contrari elementi di giudizio, una forma di esercizio del potere processuale, e non una manifestazione di disinteresse nei confronti della difesa giudiziale. Perciò, tale rinuncia non è idonea a determinare la legittimazione del fallito a gestire il rapporto tributario di cui la curatela fallimentare si sia disinteressata” (cfr Cassazione, sentenza 6746/2007).

Ancora, secondo quanto stabilito dallo stesso Collegio, sezione III, con la sentenza 9710/2004, la legittimazione processuale di un soggetto dichiarato fallito, per i rapporti patrimoniali compresi nel fallimento, può eccezionalmente riconoscersi soltanto nel caso di disinteresse o inerzia degli organi preposti al fallimento e non anche quando detti organi abbiano ritenuto non conveniente intraprendere o proseguire la controversia; in questi casi, la conseguente inammissibilità dell'impugnazione può essere eccepita dalla controparte o rilevata d'ufficio.

Anche nel merito, del resto, le contestazioni dell’ufficio erano palesemente legittime e fondate, motivo per cui, probabilmente, il curatore aveva valutato di non impugnare l’avviso.
Il giudice di primo grado, dunque, ritenendo giustificata l'eccezione di inammissibilità dell’Agenzia in relazione all'articolo 43 della legge fallimentare, ha respinto il ricorso del contribuente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Il contraddittorio preventivo non è obbligatorio per tutti i casi.

In tema di riscossione delle imposte, la legge 212/2000, articolo 6, comma 5, non impone l’obbligo del contraddittorio preventivo in tutti i casi in cui si debba procedere ad iscrizione a ruolo, ai sensi del Dpr 600/1973, articolo 36-bis, ma soltanto “qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione”, situazione, quest’ultima, che non ricorre necessariamente nei casi soggetti alla disposizione appena indicata, la quale implica un controllo di tipo documentale sui dati contabili direttamente riportati in dichiarazione, senza margini di tipo interpretativo. Del resto, se il legislatore avesse voluto imporre il contraddittorio preventivo in tutti i casi di iscrizione a ruolo derivante dalla liquidazione dei tributi risultanti dalla dichiarazione, non avrebbe posto la condizione di cui al citato inciso (cfr anche Cassazione 8342/2012 e 7536/2011).

Ordinanza n. 15584 dell’8 luglio 2014 (udienza 4 giugno 2014)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario - Est. Bognanni Salvatore
Riscossione delle imposte – Legge 212/2000, articolo 6, comma 5 – Iscrizione a ruolo ai sensi del Dpr 600/1973, articolo 36-bis – Non sussiste sempre l’obbligo del contraddittorio preventivo – Solo quando sussistono incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione

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Il regime fiscale dei buoni lavoro.

Vanno indicate in dichiarazione le somme incassate tramite buoni lavoro o sono considerate redditi esenti e, come tali, non soggette a dichiarazione?

I buoni lavoro (o voucher) rappresentano un sistema di pagamento del lavoro occasionale accessorio, cioè di quelle prestazioni di lavoro svolte al di fuori di un normale contratto di lavoro in modo discontinuo e saltuario (articoli da 70 a 73 del Dlgs n. 276/2003). I buoni lavoro hanno valore nominale di 10 euro, ma sono disponibili anche multipli da 20 e da 50 euro. Si tratta di valori lordi, comprensivi di contribuzione (pari al 13%) a favore della Gestione separata Inps, di contribuzione Inail per l’assicurazione anti-infortuni (7%) e di un compenso all’Inps per la gestione del servizio (5%). Il valore netto del voucher da 10 euro nominale è pari a 7,50 euro, quello del buono multiplo da 50 euro è pari a 37,50 euro e quello del buono da 20 euro è pari a 15 euro. Il compenso è esente da ogni imposizione fiscale e non incide sullo stato di disoccupato o inoccupato del prestatore di lavoro e non va pertanto dichiarato. La somma dei voucher non rileva, peraltro, ai fini del limite reddituale di 2.840,51 euro che qualifica lo status di familiare a carico.


Fonte: Agenzia Entrate

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La separazione dall’ex coniuge non giustifica l'omesso spostamento.

Il contribuente perde i benefici prima casa nell’ipotesi di mancato trasferimento della residenza nel comune di ubicazione dell’immobile entro il termine di diciotto mesi dall’acquisto. Alcuna rilevanza assumono l’intervenuta separazione consensuale e l’accordo sull’immobile, non configurabili quali cause di forza maggiore esonerative dall’obbligo legale di trasferimento della residenza.
È quanto si desume dall’ordinanza n. 16082 del 14 luglio 2014 della Cassazione tributaria.

La vicenda processuale
La vicenda trae origine dall’impugnazione di un avviso di liquidazione con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva recuperato le ordinarie imposte di registro, ipotecarie e catastali a seguito della decadenza dalle agevolazioni spettanti in relazione all’acquisto della prima casa, non avendo il contribuente trasferito, nel termine di diciotto mesi, la propria residenza nel comune di ubicazione dell’immobile.
In particolare, egli eccepiva che il mancato trasferimento era dipeso dall’intervenuta separazione consensuale, in conseguenza della quale aveva ceduto la propria quota del fabbricato alla consorte, riacquistando un altro immobile nel quale aveva trasferito la propria residenza.

La Ctp confermava la legittimità della pretesa tributaria.
Di contrario avviso, invece, la Ctr che, nel ribaltare il verdetto di primo grado, attribuiva alla intervenuta separazione consensuale valenza di forza maggiore, idonea a giustificare il mancato mutamento della residenza nel termine di legge.

L’Agenzia delle Entrate ricorreva, allora, per cassazione con un unico motivo di ricorso, ovvero lamentando la violazione dell’articolo 1 e della relativa nota 2-bis della tariffa, parte I, allegata al Dpr 131/1986.

La pronuncia della Cassazione
La Corte suprema ha ritenuto fondato il gravame, cassando la sentenza della Ctr e decidendo nel merito, non ritenendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, ai sensi dell’articolo 384 del codice di procedura civile.

Ad avviso della Cassazione, i giudici territoriali, nel riconoscere rilevanza di forza maggiore alla cessione da parte del contribuente della quota al coniuge separato, si sono posti in contrasto con l’indirizzo consolidato, in base al quale “i benefici fiscali – prima casa – spettano alla sola condizione che, entro il termine di decadenza di diciotto mesi dall’atto, il contribuente stabilisca, nel Comune dov’è ubicato l’immobile, la propria residenza”.

Il trasferimento dell’immobile a favore del coniuge, per effetto degli accordi intervenuti in sede di separazione consensuale, è, invero, riconducibile alla volontà del cedente e non al provvedimento giudiziale di omologazione.
Per questo motivo, i giudici di legittimità hanno escluso inequivocabilmente che tale cessione possa essere equiparata alla forza maggiore.

Osservazioni
Con riguardo alle agevolazioni previste in relazione all’acquisto della prima casa, è consolidato l’orientamento di legittimità in virtù del quale deve essere esclusa la possibilità di attribuire rilevanza giuridica alla realtà fattuale qualora contrasti con il dato anagrafico della residenza: “un simile principio è dettato in chiara funzione antielusiva, per la considerazione che un beneficio fiscale deve essere ancorato a un dato certo, certificativo della situazione di fatto enunciata nell’atto di acquisto” (cfr ex multis Cassazione 1173/2008, 1392/2010 e 1530/2012).

La realizzazione dell’impegno di trasferire la residenza rappresenta un elemento costitutivo per il conseguimento del beneficio richiesto e provvisoriamente concesso dalla legge al momento della registrazione dell’atto, costituendo un vero e proprio obbligo del contribuente verso il Fisco, il cui mancato assolvimento comporta la decadenza dell’agevolazione, salvo che ricorra un caso di forza maggiore.
Per tale deve intendersi un “impedimento oggettivo sopraggiunto non prevedibile e tale da non poter essere evitato che costituisca un ostacolo all’adempimento dell’obbligazione, caratterizzato da non imputabilità alla parte obbligata, inevitabilità e imprevedibilità dell’evento”(cfr Cassazione 1616/1981 e 26764/2013).

Al vaglio dei giudici di legittimità, dunque, la questione è: se l’intervenuta separazione consensuale tra i coniugi, con conseguente alienazione dell’immobile agevolato alla ex consorte, possa costituire una causa di forza maggiore, idonea a giustificare il mancato mutamento della residenza.

Invero, in virtù del pregresso orientamento di legittimità, le convenzioni concluse dai coniugi in sede di separazione personale, contenenti attribuzioni patrimoniali relative a beni mobili o immobili, non sono né legate alla presenza di un corrispettivo né costituiscono propriamente donazioni, bensì rispondono di norma al peculiare spirito di regolamentazione dei rapporti in occasione dell’evento di “separazione consensuale”, in funzione della complessiva sistemazione solutoria-compensativa di tutta la serie di possibili rapporti patrimoniali maturati nel corso della convivenza matrimoniale (cfr Cassazione 2263/2014, 5741/2004 e 5473/2006).

Conseguentemente, il regolamento concordato tra i coniugi, pur acquistando efficacia giuridica solo in seguito al provvedimento di omologazione (cfr Cassazione 9174/2008), trova la sua fonte nell’accordo delle parti.
Il trasferimento di un bene, dunque, attuato successivamente all’acquisto e nelle more del complesso procedimento di separazione consensuale, costituisce un trasferimento riconducibile alla volontà del cedente, inidoneo a costituire una causa oggettiva, inevitabile e imprevedibile, di forza maggiore, tale da ostacolare il mutamento della residenza.

Nel caso di specie, pertanto, l’irrilevanza della realtà fattuale – dell’intervenuta separazione consensuale tra i coniugi non configurabile quale causa di forza maggiore – ha comportato, in difetto del mutamento nei diciotto mesi del requisito anagrafico della residenza nel comune di ubicazione dell’immobile acquistato, la legittima decadenza dai benefici fiscali “prima casa”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Termini processuali in stand-by.

Anche nella meteorologicamente “corta” estate di quest’anno, i tribunali chiudono i battenti. Per i termini processuali, infatti, scatta il consueto stop di metà estate, previsto dall’articolo 1 della legge 742/1969: il conteggio dei giorni – per depositare atti e documenti – si interrompe alla fine di luglio, per ricominciare dal 16 settembre.
La sosta estiva vale anche per i tempi delle liti fiscali. Stessa sospensione dei termini (dall’1 agosto al 15 settembre), quindi, anche per il contenzioso tributario.
Ferma restando, in ogni caso, la possibilità per l’Agenzia delle Entrate e per Equitalia di notificare avvisi di accertamento e cartelle di pagamento.

Articolo 1, legge 742/1969
“Il decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie e a quelle amministrative è sospeso di diritto dal 1° agosto al 15 settembre di ciascun anno, e riprende a decorrere dalla fine del periodo di sospensione. Ove il decorso abbia inizio durante il periodo di sospensione, l’inizio stesso è differito alla fine di detto periodo. La stessa disposizione si applica per il termine stabilito dall’articolo 201 del codice di procedura penale.”
Però, bisogna ricordare che per alcune materie, indicate dall’articolo 92 della legge sull’ordinamento giudiziario (regio decreto n. 12/1941), la sospensione feriale dei termini processuali è espressamente esclusa.

Processo tributario
Sono sospesi tutti i termini entro i quali le parti possono procedere al deposito degli atti previsti nel contenzioso tributario in ogni grado di giudizio, a partire dalla Commissione tributaria provinciale fino alla Cassazione.
Anche per il deposito di documentazione o memorie illustrative, la tempistica rimane “sospesa” durante il periodo estivo, mentre nel caso di accertamento con adesione, ai 90 giorni di “blocco” previsti dal momento della presentazione dell’istanza di impugnazione dell’atto, si sommano quelli rientranti nel periodo di pausa estiva.

Adempimenti fiscali
Più brevi le ferie per i termini di versamento e di presentazione delle dichiarazioni o denunce fiscali: le scadenze che cadono nel periodo compreso fra l’1 e il 20 agosto sono state stabilmente differite all’ultimo giorno di questo intervallo di tempo, il 20 appunto, senza che sia dovuta alcuna maggiorazione (articolo 3-quater, Dl 16/2012).

Mediazione tributaria
Da quest’anno (più precisamente, per gli atti notificati a decorrere dal 2 marzo 2014), per effetto delle modifiche normative apportate dalla Stabilità 2014 (articolo 1, comma 611, legge 147/2013) alla mediazione tributaria (articolo 17-bis del Dlgs 546/1992), la sospensione feriale dei termini processuali dall’1 agosto al 15 settembre, diversamente da quanto previsto dalla previgente disciplina, trova applicazione – benché si tratti di una fase amministrativa e non processuale – anche in riferimento al termine di 90 giorni entro il quale deve concludersi il procedimento di mediazione, il Fisco cioè deve decidere se accogliere o meno la richiesta.
Per questo tipo di procedimento, restano ovviamente “congelati” i termini processuali, quali quelli relativi alla proposizione dell’istanza o il deposito del ricorso in commissione.

Come opera la sospensione
Nel caso in cui il termine di impugnazione di un atto o di una sentenza (che, a pena di inammissibilità, deve avvenire entro 60 giorni dalla notifica) sia antecedente all’inizio del periodo feriale, o scada durante tale periodo, si conteggiano i giorni fino al 31 luglio, sospendendo poi il conteggio dal 1° agosto fino al 15 settembre, e si continua il calcolo dal 16 settembre in poi.
Se il termine iniziale è compreso all’interno del periodo feriale, si comincia a contare i giorni a partire dal 16 settembre.

Esempio
Il contribuente, che riceve la notifica di un avviso di accertamento il 5 agosto, deve iniziare il conteggio dei 60 giorni per l’impugnazione dell’atto a partire dal 16 settembre, con scadenza quindi al 14 novembre.
Se, invece, la notifica dell’avviso fosse arrivata lo scorso 19 luglio, i prescritti 60 giorni andrebbero calcolati nel seguente modo:
12 giorni, dal 20 al 31 luglio
sospensione feriale dall’1 agosto al 15 settembre
48 giorni, dal 16 settembre al 2 novembre.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 23 luglio 2014

Il recupero impossibile di beni non è equiparabile a cessione.

La domanda di pronuncia pregiudiziale, sottoposta ai giudici comunitari, verte sull’interpretazione della direttiva 2006/112/CE sull’Iva. La domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone una società all’Amministrazione fiscale rumena in ordine al pagamento  dell’Iva sui beni dati in locazione nell’ambito di un contratto di leasing finanziario, ma risultati mancanti a seguito della loro omessa restituzione alla società locatrice.

La normativa comunitaria
In particolar modo, l’articolo 16 della direttiva prevede che sia assimilato ad una cessione di beni a titolo oneroso il prelievo di un bene dalla propria impresa da parte di un soggetto passivo il quale lo destina ad uso privato o all’uso del suo personale, lo trasferisce a titolo gratuito o più in generale, lo destina a fini estranei alla sua impresa, quando tale bene o gli elementi che lo compongono hanno dato diritto alla detrazione totale o parziale dell’Iva.

I protagonisti del contenzioso
Con riferimento al caso di specie, una società attiva nel settore del leasing acquista da diversi fornitori autovetture per le quali detrae integralmente l’Iva pagata a monte.
Contestualmente, la società stipula contratti di leasing finanziario, aventi ad oggetto le autovetture acquistate, con persone fisiche o giuridiche che, per tutta la durata del contratto, hanno qualità di utilizzatori, mentre proprietaria di tali vetture resta la società.
In seguito ad inadempimenti o ritardi nei pagamenti, la società ha risolto alcuni contratti di leasing stipulati con utilizzatori inadempienti. In base a quanto stabilito nei contratti, gli utilizzatori erano tenuti, entro tre giorni dalla data di risoluzione del contratto, a restituire alla società il bene oggetto del contratto.
Alcuni utilizzatori si sono rifiutati di restituire i beni oggetto del contratto, beni che non è stato possibile recuperare entro i termini previsti. Pertanto, non avendo ricevuto pagamenti per i contratti risolti, la società non ha più emesso fatture relative a tali contratti e non ha più riscosso l’Iva corrispondente. L’Amministrazione fiscale rumena ha contestato alla società il mancato pagamento dell’Iva, per la violazione delle disposizione di diritto interno relative alla cessione, alla riscossione del tributo e all’emissione per tali cessioni, di fatture a proprio nome.

Il giudice del rinvio
La vicenda è approdata dinanzi alla competente autorità giurisdizionale, che ha sottoposto al vaglio pregiudiziale della Corte Ue la seguente questione: se possa essere considerata cessione a titolo oneroso ai sensi dell’articolo 16 della direttiva Iva il caso di beni oggetto di un contratto di leasing finanziario che, a seguito della risoluzione del contratto per colpa dell’utilizzatore non sono stati recuperati dalla società di leasing presso l’utilizzatore del bene, benchè la società di leasing abbia avviato le procedure legali per il recupero dei beni e dopo la risoluzione la società di leasing non abbia più incassato alcun importo relativo all’utilizzo dei beni.

Le valutazioni degli eurogiudici
Il giudice ‘a quo’ ha chiesto alla Corte Ue se le disposizioni della direttiva Iva debbano essere interpretate nel senso che l’impossibilità, per una società di leasing di recuperare dall’utilizzatore i beni oggetto di un contratto di leasing finanziario a seguito della risoluzione del contratto per colpa dell’utilizzatore, nonostante le azioni intraprese da tale società per il recupero dei beni in parola e nonostante l’assenza di qualsiasi corrispettivo a seguito di tale risoluzione, possa essere assimilata ad una cessione di beni effettuata a titolo oneroso.
L’articolo 16 della direttiva Iva assimila alcune operazioni, per le quali il soggetto passivo non  percepisce alcun corrispettivo, a cessioni di  beni effettuate a titolo oneroso, soggette ad Iva. In base ad una consolidata giurisprudenza, la finalità di detta disposizione è di garantire la parità di trattamento tra il soggetto passivo che prelevi un bene per proprie esigenze private o per quelle del proprio personale e dall’altro il consumatore finale che si procuri un bene dello stesso tipo.
Per conseguire tale obiettivo, l’articolo 16 della direttiva Iva assimila ad una cessione di beni a titolo oneroso il prelievo di un bene dalla propria impresa da parte di un soggetto passivo il quale lo destina al proprio uso privato o all’uso del suo personale, lo trasferisce a titolo gratuito o lo destina a fini estranei a quelli della sua impresa, quando tale bene o gli elementi che lo compongono hanno dato diritto ad una detrazione totale o parziale dell’Iva.

L’analisi nel caso specifico
Il caso di specie, tuttavia, non è riconducibile ad alcuna di tali ipotesi. Innanzitutto, tali beni non possono essere considerati destinati all’uso privato del soggetto passivo o a quello del suo personale, atteso che detti beni non si trovano in loro possesso.
Inoltre, la circostanza che l’utilizzatore resti in possesso di tali beni senza corrispondere un corrispettivo è dovuta al presunto comportamento colpevole di quest’ultimo, e non ad un trasferimento a titolo gratuito di tali beni all’utilizzatore da parte del locatore. Infine, gli stessi beni non possono essere considerati destinati a fini estranei all’impresa del soggetto passivo, poiché la loro locazione e la loro messa a disposizione da parte del locatore rappresentano la sostanza dell’attività economica del locatore.
La circostanza che questi non riesca a recuperare tali beni dopo la risoluzione del contratto di leasing non significa che li abbia destinati a fini estranei alla sua impresa.
Da ciò deriva che l’impossibilità, per una società di leasing, di recuperare beni oggetto di un contratto di leasing in seguito alla risoluzione di tale contratto, non può essere assimilata ad una cessione di beni a titolo oneroso ai sensi dell’articolo 16 della direttiva Iva.

Le conclusioni della Corte
Tutto ciò premesso, la Corte UE perviene alla conclusione che le disposizioni della direttiva Iva devono essere interpretate nel senso che l’impossibilità per una società di leasing di recuperare dall’utilizzatore i beni oggetto di un contratto di leasing a seguito della risoluzione del contratto per colpa dell’utilizzatore, nonostante le azioni intraprese da tale società per il recupero dei beni in parola e nonostante l’assenza di qualsiasi corrispettivo a seguito di tale risoluzione, non possa essere assimilata ad una cessione di beni effettuata a titolo oneroso.


Fonte: Agenzia Entrate

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Figli a carico: compensi per attività sportive.

Mio figlio nel 2013 ha ricevuto 11mila euro di compensi per attività sportive dilettantistiche. Posso considerarlo a carico?

Le detrazioni di imposta per figli a carico spettano a condizione che questi ultimi possiedano un reddito complessivo annuo non superiore a 2.841,51 euro, al lordo degli oneri deducibili (articolo 12, comma 2, del Tuir). Le indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spesa, i premi e i compensi erogati nell'esercizio diretto dell’attività sportiva dilettantistica da qualunque organismo, comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche riconosciuto dal Coni o dagli enti di promozione sportiva sono considerati redditi diversi (articolo 67, comma 1, lettera m, del Tuir). Tali somme sono esenti da imposta, cioè non concorrono a formare il reddito imponibile Irpef del percettore fino al limite annuo di 7.500 euro; sui successivi 20.658,28 euro viene operata una ritenuta a titolo di imposta, con aliquota del 23%, mentre sulle somme eccedenti l’importo complessivo di 28.158,28 euro viene operata una ritenuta a titolo d’acconto, sempre con aliquota del 23 per cento. Poichè ai fini della detrazione per familiari a carico non rilevano i redditi esenti da Irpef né quelli assoggettati a ritenuta a titolo di imposta, i compensi corrisposti da associazioni sportive dilettantistiche fino a 28.158,28 euro non rientrano nel calcolo del reddito complessivo.


Fonte: Agenzia Entrate

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RLI: affitti a portata di click.

I funzionari del Fisco tornano sul web per parlare dei servizi di assistenza e informazione offerti a tutti i contribuenti. È da oggi disponibile, su “Entrate in video”, il nuovo tutorial sull’utilizzo del software RLI, grazie al quale è possibile registrare online i contratti di locazione e affitto di beni immobili direttamente dal proprio computer, in modo semplice e veloce, senza doversi recare in uno degli uffici territoriali dell’Agenzia.

Come funziona
Per utilizzare l’applicazione è sufficiente accedere ai servizi telematici delle Entrate, compilare il modello e allegare il file con la copia del contratto.
Il software RLI permette di registrare locazioni a uso abitativo, non abitativo e commerciale, e i contratti di affitto dei terreni. Il programma calcola anche le imposte di registro e di bollo che possono essere versate direttamente online, indicando le proprie coordinate bancarie. Per i contratti di locazione a uso abitativo si può, inoltre, esercitare l’opzione per la cedolare secca.
È possibile scegliere tra due versioni di RLI: una web, con cui il contribuente può trasmettere direttamente il contratto senza scaricare alcun software; l’altra, da installare sul proprio pc, per inviare tutta la documentazione tramite i servizi telematici dell’Agenzia.

Come compilare il modello
La predisposizione del modello è molto semplice. Basta indicare:
le informazioni sul contratto: il tipo, il numero di copie e di pagine, l’importo del canone
i dati anagrafici dei locatori e dei conduttori
i dati dell'immobile e delle relative pertinenze
le notizie utili per esercitare o revocare l’opzione per la cedolare secca.
È importante, inoltre, ricordarsi di allegare al modello RLI tutti gli eventuali documenti (ad esempio, scritture private, inventari, mappe, planimetrie e disegni) e la copia del contratto firmata dalle parti. Allegare il contratto non è obbligatorio solo per i contratti di locazione a uso abitativo che rispettano la “regola del 3”, ovvero per i quali risultino non più di tre locatori, non più di tre conduttori e una sola unità abitativa con, al massimo, tre pertinenze.
Il contratto di locazione, comunque, va conservato in originale insieme alla ricevuta di registrazione e a quella di addebito in conto corrente, se sono dovute le imposte.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 21 luglio 2014

Per la società cedente no a reintegro di perdite pregresse.

La domanda di pronuncia pregiudiziale riguarda una controversia sorta in merito ad una domanda presentata nell’ambito di un procedimento su istanza di un istituto di credito danese contro alcune decisioni con le quali si è stabilito il reintegro, nel calcolo della base imponibile, di perdite relative a precedenti esercizi e già dedotti nel computo dell’utile riferito a stabili organizzazioni oltre confine.

L’origine della controversia
La società ricorrente è una società con bandiera danese e che esercita un’attività bancaria in Paesi quali Finlandia, Svezia e Norvegia tramite stabili organizzazioni. Negli anni dal 1996 e il 2000 tali stabili organizzazioni hanno maturato delle perdite di  esercizio che sono state regolarmente dedotte dal  reddito imponibile nel paese della società madre. Proprio nel 2000 talune stabili organizzazioni sono state oggetto di ristrutturazione e riorganizzazione aziendale che, agli occhi dell’Amministrazione finanziaria danese, è stata considerata come una cessione, anche parziale, della stessa stabile organizzazione. Ecco che allora il fisco danese, in applicazione della legislazione nazionale, ha proceduto a reintegrare nel reddito della società danese l’utile imponibile con le suddette perdite che venivano così riprese a tassazione. In virtù del principio della libertà di stabilimento, era proposto un reclamo, alla Commissione tributaria nazionale, contro tale reintegro. Il reclamo era poi successivamente impugnato dinanzi al giudice nazionale che, in considerazione della questione controversa, decideva di sospendere il procedimento, per risolvere il problema della compatibilità di una normativa nazionale siffatta e di fare appello a una pronuncia da parte dei giudici della Corte di giustizia europea.

La questione pregiudiziale
Il giudice del rinvio, con la questione portata all’attenzione dei togati europei, chiede sostanzialmente se, alla luce degli articoli 49 e 54 TFUE, nonché degli articoli 31 e 34 dell’Accordo SEE, sia da ritenersi conforme al diritto dell’Unione una legislazione nazionale che ricomprenda nel calcolo della base imponibile una perdita pregressa e già dedotta in precedenza e maturata in relazione alla cessione di una stabile organizzazione operante fuori dai confini nazionali.

Sulla questione pregiudiziale
Come prima considerazione i giudici europei hanno sottolineato, riportando quanto emerso nel corso di passati procedimenti, come in base a quanto statuito dalle disposizioni del diritto dell’Unione sulla libertà di stabilimento, un soggetto può esercitare liberamente un’attività economica, al di fuori dei propri confini nazionali, alle stesse condizioni previste per i residenti. Lo stesso discorso vale ovviamente anche se il soggetto non è una persona fisica ma è una  persona giuridica che, però, può operare oltre confine mediante società controllate, una succursale o anche con una agenzia. Ecco che allora le disposizioni del Trattato FUE sono volte a consentire il libero esercizio di un’attività economica nell’intero territorio dei Paesi membri, mettendo al bando, al contempo, qualsiasi forma o misura nazionale che ostacoli tale libertà. Nel caso di specie la normativa nazionale che preveda la possibilità, per una società residente, di poter computare nel calcolo della base imponibile le perdite che scaturiscono da una stabile organizzazione estera genera un vantaggio fiscale per detta società residente nei confronti delle società non residenti. Si crea di fatto, una forma di disparità di trattamento per la semplice ragione di appartenenza o meno ad uno Stato piuttosto che ad un altro, con diversi ordinamenti giuridici. L’assoggettamento degli utili delle stabili organizzazioni situate in Finlandia, Svezia e Norvegia all’imposta danese significa assimilare queste ultime alle stabili organizzazioni residenti per quanto riguarda la deduzione delle perdite di esercizio. Non sembrano sussistere, a difesa della normativa danese, né ragioni di tutela dell’interesse nazionale, la tutela di una ripartizione equilibrata dei poteri impositivi tra gli Stati membri in relazione alla prevenzione dell’elusione fiscale. Pur volendo ritenere l’intento di una maggior difesa contro comportamenti elusivi un motivo a favore della normativa nazionale controversa, occorre sottolineare come la stessa non sia debitamente commisurata allo scopo prefissato.

Il verdetto dei giudici europei
Secondo la Corte non è compatibile con il diritto dell’Unione, di cui agli articoli 49 e 54TFUE nonché agli articoli 31 e 34 dell’accordo sullo spazio economico europeo, una normativa nazionale, come quella di cui alla fattispecie principale, che stabilisce la ripresa a tassazione delle perdite in precedenza dedotte e maturate in relazione alla cessione di una stabile organizzazione situata all’estero. Ripresa a tassazione che opererebbe in un duplice modo, da una parte in quanto si tasserebbero gli utili realizzati e, dall’altro, gli utili derivanti dalla plusvalenza realizzata in occasione della cessione definitiva della stabile organizzazione stessa.


Fonte: Agenzia Entrate

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Comunicazione all'Enea oltre i 90 giorni.

Il tecnico non ha trasmesso all’Enea, entro i 90 giorni dal termine dei lavori, la scheda informativa degli interventi realizzati e copia dell’attestato di qualificazione energetica. Come posso rimediare?

Per i lavori sul risparmio energetico, tra gli altri adempimenti, è necessario trasmettere all’Enea, entro 90 giorni dalla fine dei lavori, copia dell’attestato di certificazione o di qualificazione energetica e la scheda informativa relativa agli interventi realizzati. La data di fine lavori, dalla quale decorre il termine per l’invio della documentazione all’Enea, coincide con il giorno del cosiddetto collaudo. Nel caso di omessa comunicazione all’Enea entro il termine di 90 giorni, è possibile, per evitare la decadenza dall’agevolazione, utilizzare la procedura di remissione in bonis (articolo 2, comma 1, Dl 16/2012). A tal fine, occorre inviare la comunicazione omessa e versare la sanzione di 258 euro, con indicazione del codice tributo 8114, entro il termine di presentazione della prima dichiarazione che scade successivamente al termine per effettuare la comunicazione (circolare 38/E del 2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Distinte le basi imponibili di registro e ipocatastali.

L’imposta ipocatastale va determinata sul valore immobiliare al netto dei debiti strettamente inerenti.
Questo è quanto sancito dalla Cassazione, con la sentenza 15955 dell’11 luglio.
La Corte precisa che a uno stesso immobile non può essere attribuita diversa valutazione ai fini delle imposte, ma rimane diverso l’oggetto dei tributi. Il Registro investe, infatti, l’intero trasferimento dell’azienda, mentre le imposte ipotecarie e catastali riguardano le formalità dei singoli immobili. Di conseguenza, la base imponibile ipocatastale va calcolata al netto dei debiti strettamente inerenti ai fabbricati e non anche delle passività aziendali in cui sono compresi.

Il fatto
Una società di persone, prima di venir incorporata da una cooperativa a responsabilità limitata, aveva venduto a una Spa un complesso aziendale.
A seguito della cessione, l’ufficio finanziario aveva provveduto a rettificare, a titolo di imposta suppletiva, il valore dichiarato dell’operazione di vendita ai fini dell’imposta ipotecaria e catastale, e a procedere con la relativa iscrizione a ruolo della cartella.

Avverso la pretesa impositiva, le società coinvolte ricorrevano in Commissione tributaria.
La Ctp accoglieva parzialmente le richieste delle contribuenti, stabilendo che i mutui gravati da ipoteca fossero deducibili ai fini fiscali.
Dello stesso parere anche il giudice di secondo grado, il quale confermava il primo giudizio, chiarendo che la base imponibile doveva determinarsi tenendo conto del valore commerciale degli immobili al netto delle passività inerenti.

Avverso la decisione della Ctr, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, adducendo, tra le motivazioni dell’atto, che, ai fini delle imposte ipotecarie e catastali, il valore degli immobili andava determinato al netto delle passività strettamente inerenti, come nel caso di mutui accesi per l’acquisto del fabbricato stesso.
Secondo l’Amministrazione finanziaria non rilevava che i mutui erano stati stipulati per il potenziamento delle strutture del complesso aziendale ceduto, in quanto, come detto, non strettamente inerenti all’acquisizione dell’immobile.

Come è noto, l’imposta ipotecaria è dovuta per le formalità di trascrizione, iscrizione, rinnovazione e annotazione presso i pubblici registri immobiliari. Colpisce, dunque, il passaggio di proprietà dell’immobile, nonché l’iscrizione su di esso di un diritto o di qualsiasi altro vincolo.

La decisione
La Corte di cassazione, con la sentenza in esame, ha chiarito che a uno stesso immobile non può essere attribuita diversa valutazione ai fini del calcolo delle tre imposte (registro, ipotecaria e catastale). In ugual misura, le imposte ipotecarie e catastali non possono essere assoggettate al medesimo regime giuridico dell’imposta di registro al fine della determinazione della base imponibile.
Ognuna delle tre imposte ha oggetto diverso: l’imposta di registro colpisce il trasferimento della ricchezza sia mobiliare che immobiliare, mentre le altre imposte due riguardano soltanto i beni immobili.

Il Collegio, per quanto concerne il caso specifico del trasferimento dalla Srl di un complesso aziendale formato da beni mobili e immobili, ha chiarito che a detti beni deve essere riconosciuto medesimo valore sia al fine dell’imposta di registro che delle altre imposte, tenendo ben presente che ciò non fa venir meno la diversità oggettiva delle tre imposte (mobile-immobile).
La Corte precisa che l’imposta di registro “investe l’azienda oggetto di trasferimento nel suo complesso mentre le imposte ipotecaria e catastale hanno ad oggetto formalità che riguardano i singoli beni immobili”; pertanto, al fine della determinazione della base imponibile dei secondi due tributi, occorre tener conto del valore degli immobili al netto dei debiti a essi inerenti e non anche delle passività aziendali in cui sono compresi.

La Ctr, secondo il Collegio, nella decisione ha mancato di accertare se i debiti computati nell’imponibile fossero strettamente inerenti agli immobili trasferiti. Tale omissione è essenziale, tant’è che l’azienda ceduta non presentava, nell’atto di compravendita, alcuna passività oltre a quelle iscritte nello stato patrimoniale.
Pertanto, alla luce di quanto detto, la Corte suprema non ha ammesso la tesi difensiva delle società contribuenti, per le quali la base imponibile delle imposte ipotecarie e catastali poteva essere calcolata alla stregua del calcolo della base imponibile dell’imposta di registro.


Fonte: Agenzia Entrate

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Liquidazione delle dichiarazioni.

A partire dal 1998 è stata avviata l’attività di liquidazione automatizzata delle dichiarazioni dei redditi, con l’obiettivo di informare i contribuenti circa la “correttezza” o meno della propria dichiarazione.
Fino ad allora, infatti, i cittadini venivano a conoscenza di eventuali errori nella compilazione della dichiarazione o nell’esecuzione dei versamenti solo quando ricevevano la cartella di pagamento, con cui venivano richieste le somme dovute, oltre a sanzioni e interessi.
Erano gli anni in cui, a volte, i contribuenti vedevano recapitarsi le cosiddette “cartelle pazze”, cioè cartelle esattoriali che contenevano richieste di pagamento sbagliate perché, ad esempio, i versamenti effettuati non erano stati conteggiati in modo corretto, e ciò determinava, in molti casi, l’instaurarsi di contenzioni onerosi e inutili.

Grazie alla telematizzazione delle dichiarazioni e alla completa automatizzazione del sistema dei versamenti fiscali, è stato possibile mettere in piedi un sistema di liquidazione delle dichiarazioni, che ha consentito di instaurare un momento di confronto tra l’Agenzia delle Entrate e i cittadini, che possono quindi fornire chiarimenti su incongruenze rilevate ed evitare di ricevere l’eventuale cartella di pagamento.
Oggi, pertanto, tutte le dichiarazioni dei redditi presentate dai contribuenti vengono liquidate, in via del tutto automatizzata, dall’Agenzia delle Entrate per verificarne la correttezza ed evidenziare possibili errori nella compilazione o nel pagamento delle somme dovute.
Il controllo serve non soltanto a verificare che le imposte siano state versate in modo corretto, ma anche che la dichiarazione non contenga errori: in questo modo, il contribuente può evitare, per gli anni successivi, di ripetere errori formali che possono determinare richieste di chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Parliamo di un’attività che riguarda, ogni anno, circa 40 milioni di dichiarazioni: l’obiettivo è informare il cittadino sulla “regolarità” o meno della sua dichiarazione e consentirgli, in caso di errori, di rimediare tempestivamente, senza la necessità di attendere la cartella di pagamento, beneficiando anche di una riduzione delle sanzioni.
Infatti, se si paga quanto dovuto entro 30 giorni dal ricevimento della “comunicazione di irregolarità”, la sanzione da versare è del 10% (normalmente è del 30%).
È possibile pagare in un’unica soluzione oppure scegliere il versamento rateale; tranne la prima rata, che va versata entro 30 giorni dalla ricezione dell’avviso, le altre sono trimestrali e il numero varia a seconda dell’importo totale da pagare (sei rate per importi fino a 5mila euro, venti rate per importi superiori a questo limite).

Dal controllo delle dichiarazioni, tuttavia, non emerge necessariamente una richiesta di pagamento. In alcuni casi, l’Agenzia delle Entrate rileva delle somme versate in eccesso rispetto al dovuto e, quindi, informa il contribuente che ha diritto a un rimborso di cui non era consapevole oppure che il rimborso gli spetta in misura maggiore rispetto a quanto richiesto: si tratta di crediti di importo medio pari a circa 300 euro.
In questo modo, l’Agenzia offre un servizio importante ai cittadini, dimostrando correttezza e imparzialità, valori essenziali per costruire un rapporto di fiducia e collaborazione tra fisco e contribuenti.

Nel corso degli anni, poi, l’attività di controllo automatizzato delle dichiarazioni è stata notevolmente migliorata, sia dal punto di vista della tempistica sia per quanto riguarda la “qualità” degli esiti.
Grazie alla notevole accelerazione impressa dall’Agenzia a questo processo, oggi la maggior parte delle dichiarazioni è liquidata entro l’anno seguente alla presentazione e ciò consente ai contribuenti di non ripetere lo stesso errore nella dichiarazione successiva, con l’ulteriore vantaggio di anticipare temporalmente l’erogazione dei rimborsi che scaturiscono dalla dichiarazione stessa.

Dal punto di vista della qualità dei risultati, poi, va sottolineato che negli ultimi tempi è diminuito il numero di comunicazioni di irregolarità inviate e sono sensibilmente aumentate le somme riscosse a seguito di questi controlli. Ciò significa, in altri termini, che i risultati dei controlli sono sempre più precisi e corretti, visto che la maggior parte dei cittadini decide di pagare subito quanto dovuto, riconoscendo la correttezza della richiesta.
Infatti, anche a causa della difficile situazione economica generale, è aumentato il numero di persone che non riescono a effettuare, nei termini previsti, i versamenti delle imposte dovute in base alla dichiarazione: il controllo automatizzato consente loro di “regolarizzare” la propria posizione con il fisco senza incorrere nella sanzione piena del 30%, con possibilità di scegliere anche il pagamento rateale.

Proprio per venire incontro ai possibili problemi di liquidità dei contribuenti, il legislatore ha introdotto un ulteriore beneficio: se si salta una rata, purché diversa dalla prima, si può continuare a usufruire della rateazione pagando quanto dovuto entro la scadenza della rata successiva, con una lieve sanzione.

L’obiettivo è, oggi, migliorare ulteriormente, per offrire un servizio sempre più efficiente: alcuni controlli saranno anticipati già in fase di acquisizione della dichiarazione, in modo che eventuali errori (ad esempio, versamenti mancati o, al contrario, presenti nelle banche dati ma non esposti in dichiarazione) potranno essere segnalati ai contribuenti fin dal momento in cui stanno inviando la dichiarazione.
In questo modo, ricevendo dei “warning”, potranno correggere o integrare fin da subito i dati da trasmettere, evitando di ricevere successivamente comunicazioni di irregolarità.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 18 luglio 2014

Pagamenti POS, incontri per un percorso comune.

Presso il Ministero dello Sviluppo economico si è tenuto ieri il primo incontro del tavolo di lavoro sull'obbligo per imprese e professionisti di dotarsi di un Pos per i pagamenti di importo superiore a 30 euro, in vigore dal 30 giugno scorso. All'incontro erano presenti i rappresentanti della Banca d'Italia e del ministero dell'Economia, oltre che i rappresentanti del Consorzio Bancomat e dell'Abi. Il prossimo 22 luglio è poi previsto l'incontro con i principali operatori del mercato dei pagamenti elettronici e nelle prossime settimane sono previsti incontri con le organizzazioni di categoria dei commercianti, degli artigiani e dei professionisti. Lo scopo di questi incontri è quello di condividere un percorso comune che possa da un lato incentivare l'uso della moneta elettronica e, dall'altro, condurre ad una riduzione dei costi associati a questa modalità di pagamento.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Esenzione IMU cliniche private.

Nel corso di un'interrogazione parlamentare in sede di question time in commissione Finanze alla Camera, il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti ha fornito precisazioni in merito all'IMU per la sanità privata. In particolare, Zanetti, riprendendo le istruzioni al modello di dichiarazione Imu degli enti non commerciali, chiarisce che accreditamenti e contratti con lo Stato o gli enti territoriali fanno rientrare la sanità fra le attività «non commerciali», e quindi esenti da Imu e Tasi, perché le rendono «complementari o integrative rispetto al servizio pubblico». Tuttavia, accreditamento e convenzioni vanno misurati in base alla singola attività, e non all'intera struttura. Nello specifico, un ospedale o una clinica privata convenzionati con il servizio sanitario, non sono automaticamente esenti, perché per esempio le attività libero-professionali che non rientrano nell'ambito della convenzione sono da considerarsi attività «commerciali», a meno che la tariffa chiesta sia «simbolica».


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Spese sanitarie per familiari non a carico.

Nel 2013 mio padre ha sostenuto spese mediche per mia madre, affetta da invalidità civile all'80%, ma non a suo carico. Può detrarle?

Sono deducibili dal reddito complessivo le spese mediche generiche (comprese quelle per l'acquisto di medicinali) e di assistenza specifica per persone con disabilità, sostenute nell’interesse dei familiari, anche se non a carico fiscalmente (articolo 10, comma 2, del Tuir). Si considerano "disabili" le persone che, presentando "una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione", hanno ottenuto il riconoscimento dalla Commissione medica (articolo 4 della legge 104/1992).


Fonte: Agenzia Entrate

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Impugnabile la rettifica doganale del valore di merci importate.

Con la sentenza in rassegna (cause riunite n. C-29/13 e C-30/13), la Corte di giustizia è stata chiamata a pronunciarsi nell’ambito di una controversia in tema di rettifica del valore in dogana di merci importate.
In particolare, nel caso di specie, le autorità doganali nazionali (bulgare) avevano effettuato il controllo delle dichiarazioni di importazione e degli annessi documenti, presentati dalla società ricorrente, nonché proceduto alla verifica delle merci: nel dubbio se il valore dichiarato rappresentasse il prezzo effettivamente pagato o da pagare, le predette autorità avevano prelevato campioni sulle merci e chiesto informazioni supplementari alla società importatrice, che non era stata in grado di rispondere, salvo aggiungere che il contratto di vendita internazionale prevedeva un pagamento differito delle merci.

Con separate decisioni, le autorità nazionali avevano fissato un nuovo valore in dogana per una parte delle merci, determinato in applicazione del criterio previsto dall’articolo 30, paragrafo 2, lettera b), del codice doganale comunitario, istituito dal regolamento (Cee) n. 2913/92 del 12 ottobre 1992 (“valore di transazione di merci similari, vendute per l'esportazione a destinazione della Comunità ed esportate nello stesso momento o pressappoco nello stesso momento delle merci da valutare”); sulla base di tale rivalutazione del valore in dogana, dette decisioni avevano disposto una rettifica fiscale ai fini dell’Iva dovuta in aggiunta.

Al riguardo, la Corte di giustizia ha ritenuto che una decisione avente a oggetto una rettifica, sul fondamento dell’articolo 30, paragrafo 2, lettera b), del valore in dogana di merci, con conseguente notifica al dichiarante di una rettifica fiscale ai fini Iva, costituisce un atto impugnabile ai sensi dell’articolo 243 del codice doganale comunitario: dal combinato disposto degli articoli 243, paragrafi 1, e 4, punto 5, del medesimo codice, risulta invero che qualsiasi persona ha il diritto di proporre un ricorso avverso ogni decisione adottata dalle autorità doganali relativa all’applicazione della normativa doganale e che la riguarda direttamente e individualmente; le decisioni in esame riguardano, appunto, l’applicazione della normativa doganale (rettifica del valore in dogana di merci) e producono effetti giuridici diretti sulla società importatrice, poiché fanno sorgere a carico di essa un credito Iva a vantaggio dello Stato nazionale.

Con un’altra questione portata all’attenzione dei giudici comunitari, si chiedeva se, alla luce dei principi generali relativi al rispetto dei diritti della difesa e dell’autorità di cosa giudicata, l’articolo 245 del codice doganale osti a una normativa nazionale che prevede due distinti mezzi di ricorso per contestare le decisioni delle autorità doganali.
Sul punto, la Corte ricorda preliminarmente che, in base al citato articolo 245, le disposizioni relative all’attuazione della procedura di ricorso sono adottate dagli Stati membri. E, invero, secondo una giurisprudenza costante della Corte (vedi, segnatamente, le sentenze: 30 giugno 2011, causa n. C-262/09; 18 ottobre 2012, causa n. C-603/10), in mancanza di una disciplina dell’Unione in materia, spetta all’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro designare i giudici competenti e stabilire le modalità procedurali dei ricorsi giurisdizionali intesi a garantire la tutela dei diritti riconosciuti ai singoli in forza delle norme di diritto dell’Unione, a condizione, da un lato, che dette modalità non siano meno favorevoli di quelle che riguardano ricorsi analoghi di natura interna (principio di equivalenza) e, dall’altro, che esse non rendano in pratica impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario (principio di effettività).
Quanto al principio di effettività, dagli atti di causa emerge che il debitore dell’Erario può proporre un ricorso giurisdizionale contro una decisione delle Autorità doganali anche quando i mezzi di ricorso amministrativo non sono stati esperiti, a meno che il codice di procedura amministrativa o una legge speciale non disponga diversamente; d’altro lato, il debitore dell’Erario ha altresì la possibilità di contestare dinanzi al direttore doganale una decisione di recupero forzoso di un credito pubblico, entro un termine di 14 giorni dalla notifica di tale decisione.

La Corte di giustizia ha quindi ritenuto che, da un lato, il principio di equivalenza è rispettato, poiché i due mezzi di ricorso si applicano indipendentemente dalla questione se l’oggetto della controversia risulti dal diritto dell’Unione o dal diritto nazionale; dall’altro, il rispetto del principio di effettività è garantito, in quanto i due ricorsi riguardano due atti amministrativi che sono adottati in fasi diverse della procedura doganale e che sono distinti in relazione al loro oggetto e al loro fondamento giuridico.

La Corte ha poi richiamato l’articolo 243, paragrafo 2, del codice doganale comunitario, secondo cui “il ricorso può essere esperito, in una prima fase, dinanzi all'autorità doganale designata a tale scopo dagli Stati membri; in una seconda fase, dinanzi ad un'istanza indipendente, che può essere un'autorità giudiziaria o un organo specializzato equivalente, in conformità delle disposizioni vigenti negli Stati membri”.
Al riguardo, è ribadito che, dalla formulazione di tale disposizione, non risulta che il ricorso dinanzi all’autorità doganale costituisca una fase obbligatoria prima dell’introduzione del ricorso dinanzi a un’istanza indipendente (cfr sentenza 11 gennaio 2001, causa n. C-1/99); spetta al diritto nazionale determinare se gli operatori debbano, in un primo momento, proporre un ricorso dinanzi alle autorità doganali o se essi possano adire direttamente l’autorità giudiziaria indipendente.
Pertanto, l’articolo 243 del codice doganale non subordina la ricevibilità di un ricorso giurisdizionale avverso le decisioni adottate sul fondamento dell’articolo 181-bis, paragrafo 2, del regolamento n. 2454/93, alla condizione che i mezzi di ricorso amministrativo ammessi contro tali decisioni siano stati previamente esperiti.

Riguardo al diritto dell’interessato di essere sentito e di sollevare obiezioni, i giudici comunitari hanno rilevato che, sebbene l’articolo 181-bis, paragrafo 2, preveda l’obbligo per le autorità doganali, prima di adottare una decisione definitiva, d’informare la persona interessata dei motivi sui quali tali dubbi sono fondati e di concederle una ragionevole possibilità di manifestare il proprio punto di vista, la violazione di tale obbligo da parte delle autorità doganali non può tuttavia incidere sul carattere definitivo della decisione né sulla qualifica come decisione dell’atto adottato, in quanto esso produce comunque effetti giuridici nei confronti del suo destinatario, comportando la determinazione di un nuovo valore in dogana delle merci e costituendo così una decisione a norma dell’articolo 4, punto 5, del codice doganale; per contro, la violazione del diritto della persona interessata di essere sentita inficia detta decisione di un’illegittimità che può formare oggetto di un ricorso diretto dinanzi a un’autorità giudiziaria indipendente.

La Corte ha quindi concluso che, in caso di violazione del diritto dell’interessato di essere sentito e di sollevare obiezioni, spetta al giudice nazionale determinare, tenuto conto delle circostanze particolari della fattispecie sottopostagli e alla luce dei principi di equivalenza e di effettività, se, qualora la decisione adottata in violazione del principio relativo al rispetto dei diritti della difesa debba essere annullata per tale motivo, esso sia tenuto a pronunciarsi sul ricorso proposto contro tale decisione o possa considerare un rinvio della controversia all’autorità amministrativa competente.


Fonte: Agenzia Entrate

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