martedì 31 agosto 2010

Quesito: detrazioni CUD.

Nell'anno 2004 nel cud di un lavoratore dipendente del settore agricoltura non sono state applicate le detrazioni per lavoro dipendente per un errore di procedura:Oltre al cud della ditta il lavoratore riceve il cud dell' I.N.P.S per somme erogate come disoccupazione agricola.A distanza il dipendebnte si è visto recapitare un avviso di accertamento dall'ufficio delle entrate,aventecome oggetto la non presentazione del mod.740.Da premettere che il dipendente non ha mai presentato il 740,ma a suo dire ha presentato il mod 730,Questo avviso di accertamento puo'scaturire dalla mancanza delle detrazioni nel mod.cud?Da premettere anche il il signore è proprietario di una casa data in dotazione

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Quesito: detrazione per trasferimento per motivi di lavoro.

Sono residente in campania, ma a Gennaio 2010 ho firmato un contratto di lavoro come lavoratore dipendente a Roma, nel Lazio
Il 15 febbraio 2010 ho stipulato un contratto di locazione in un comune limitrofo a Roma, cioè Frascati; qui, dunque, in sostanza ho trasferito la mia abitazione principale.

Ora, per usufruire della detrazione l’anno prossimo, vorrei trasferire la mia residenza a Frascati nelle prossime settimane, comunque entro l’anno 2010.
Tale detrazione è prevista al rigo E42 del modello 730; le istruzioni di tale modello precisano che occorre indicare “nella colonna 1 il numero dei giorni nei quali l’unità immobiliare locata è stata adibita ad abitazione principale”.
Ora, la mia domanda è:
devo indicare il numero dei giorni da quando ho stipulato il contratto di locazione (ed ivi ho stabilito la mia abitazione principale che, come noto, può anche non coincidere con la residenza),
oppure devo indicare il numero dei giorni da quando trasferirò la residenza (comunque entro l’anno 2010)?
Nel primo caso indicherei 320 giorni e, dunque, la detrazione sarebbe per me conveniente;
nel secondo caso, presumendo il trasferimento della residenza a Settembre 2010, sarebbero poco più di 60 giorni e, tenendo in considerazione il fatto che la detrazione spetta solo per 3 anni, rischierei di “bruciare” un anno. In questo secondo caso, forse mi converrebbe usufruire, per l’anno di imposta 2010, della detrazione per gli inquilini a basso reddito e per i successivi 3 anni di imposta quella per trasferimento per motivi di lavoro.

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Quesito: compravendita di terreni agricoli con casa.

Un imprenditore agricolo professionale che possiede già terreno e casa, se compra un altro terreno con casa a quali tassazioni è soggetto?

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La plusvalenza della cessione di azienda è valutata in base al valore di registro.

Con l’ordinanza n. 18705 depositata il 23 agosto 2010, la Corte di Cassazione è stata chiamata a decidere sulla legittimità della rettifica delle imposte sui redditi basata sul valore oggetto di accertamento con adesione. Nella fattispecie, la Cassazione ha confermato, che in caso di cessione di azienda, l’Amministrazione Finanziaria può utilizzare come presunzione, ai fini della plusvalenza, il valore definito per il registro, in sede di adesione, superabile con una prova contraria da parte del contribuente.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Interventi edilizi: il nuovo regolamento sulle autorizzazioni paesaggistiche.

Il DPR n. 139 del 9 luglio 2010, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 26 agosto, stabilisce che l’autorizzazione paesaggistica per gli interventi edilizi di lieve entità dovrà essere rilasciata entro 60 giorni, di cui 25 spettano alla soprintendenza per esprimere la propria valutazione. L’autorizzazione paesaggistica semplificata scatterà il 10 settembre 2010 nelle regioni a statuto ordinario, mentre le regioni a statuto speciale dovranno adeguare il proprio ordinamento.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Congedi parentali per l'insegnante a termine.

La S.C. interpreta la contrattazione collettiva di comparto del 2001 ritenendo che elimini ogni differenza tra gli insegnanti precari e quelli di ruolo nel godimento del congedo di maternità. La disciplina contrattuale collettiva nazionale per gli insegnanti nel 1995 differenziava la posizione degli insegnanti precari e quelli di ruolo nel godimento del congedo di maternità, riconoscendo quest'ultimo solo ai secondi.

La distinzione è venuta meno definitivamente per espressa previsione collettiva successiva nel 2003, mentre la contrattazione collettiva del 2001 taceva sul punto, pur estendendo in generale ai lavoratori a termine le regole dei lavoratori di ruolo. Da ciò il problema affrontato dalla S.C. nella sentenza in esame, che esamina una questione di diritto intertemporale, proprio con riferimento alla contrattazione del 2001, e riconosce i congedi in questione anche ai lavoratori a termine.

In materia, va ricordato che la posizione degli insegnanti a termine con riferimento alla maternità è stata esaminata in termini generali dalla Corte costituzionale, con l'ordinanza n. 337 del 01/10/2003, che ha affermato la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell'art. 7, ultimo comma, del decreto-legge 26 novembre 1981, n. 677, convertito, con modificazioni, dall'art. 1 della legge 26 gennaio 1982, n. 11 sollevata in riferimento agli artt. 3, 36, primo comma, ultima parte e 97, primo comma, della Costituzione, ciò in quanto nell'ordinanza di rimessione non vi era alcun cenno dell'avvenuto mutamento del quadro normativo, avvenuto con l'introduzione, quale norma di interpretazione autentica e, quindi, con carattere retroattivo, dell'art. 8 del decreto-legge 29 marzo 1991, n. 103, convertito con modifiche dall'art. 1, comma 1, della legge 1 giugno 1991, n. 166 (a sua volta, abrogato dall'art. 86, comma 2, lettera h) del decreto legislativo 26 marzo 2001, n, 151, il cui art. 57 ne riproduce sostanzialmente il contenuto). Il nuovo contratto 2003, all’art. 19 c. 14, ha poi esteso il trattamento di maggior favore (100% dello stipendio – art. 12) previsto per il personale a tempo indeterminato, anche al personale supplente, cui compete il 100% della retribuzione anche nel caso non possa assumere servizio perché già in astensione obbligatoria al momento della sottoscrizione del contratto.

Nella giurisprudenza di legittimità, Cass. Sez. L, Sentenza n. 1745 del 06/03/1996 ha affermato che, riguardo alle dipendenti delle amministrazioni dello Stato, degli enti pubblici territoriali e degli altri enti pubblici assunte a termine, anche il trattamento economico di maternità loro dovuto nel caso in cui il periodo di astensione obbligatoria inizi successivamente alla cessazione del rapporto, e non oltre il decorso di sessanta giorni da tale cessazione, è posto a carico del soggetto pubblico già datore di lavoro, ai sensi della disposizione interpretativa di cui all'art. 8 del D.L. 29 marzo 1991 n. 103, convertito nella legge 1 giugno 1991 n. 166, che fa riferimento al combinato disposto degli artt. 15, primo comma, e 17 della legge n. 1204 del 1971, senza distinguere tra le ipotesi, previste dall'art. 17, in cui la risoluzione del rapporto interviene dopo l'inizio del periodo di interdizione dal lavoro ovvero antecedentemente ad esso. (Nella specie la S.C. ha annullato la sentenza impugnata, che, nell'ipotesi in questione, aveva ritenuto obbligato l'INPS).

(Sentenza Cassazione civile 22/07/2010, n. 17234)


Fonte: IPSOA

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lunedì 30 agosto 2010

Gli assegni fuori contabilità sono prove per l’accertamento.

Con ordinanza n. 18809 del 20 agosto, la Corte di cassazione ha accolto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate che aveva notificato un avviso di rettifica Iva a una società per avere ricevuto assegni, emessi a proprio favore da un’altra impresa individuale, rinvenuti durante una verifica fiscale presso quest’ultima, ma non contabilizzati. Sostanzialmente, quindi, i movimenti bancari che non risultano dalle scritture aziendali sono elementi idonei a far scattare l’accertamento per possibile evasione fiscale.

Il fatto
Una società impugnava un avviso di rettifica parziale Iva basato sul reperimento, nell’ambito di un controllo a carico di un’altra impresa, di sei assegni bancari emessi dalla seconda a favore della prima e ritenuti connessi a rapporti commerciali intercorsi tra i due operatori senza essere contabilizzati né altrimenti giustificati in sede amministrativa. Da qui la presunzione di operazioni economiche eseguire “in nero”.
La Commissione tributaria provinciale adita accoglieva il ricorso della società asserendo che le risultanze processuali avrebbero evidenziato che gli assegni si riferivano a un’operazione finanziaria tra i legali rappresentanti delle imprese in merito a “rapporti personali”. La Commissione regionale confermava l’assunto, argomentando che i rilievi prospettati in appello dall’ufficio non avrebbero “una valenza idonea a modificare quanto correttamente ritenuto dai giudici di prime cure”. Tali conclusioni in ragione del fatto che la società appellata non solo avrebbe offerto scritture contabili regolarmente tenute, ma avrebbe anche dato la prova documentale, di data certa, che le operazioni dedotte dagli assegni rinvenuti presso la ditta individuale verificata non potevano essere attribuite a un rapporto commerciale. “Stante tale situazione – si legge nella motivazione – la presunzione attribuita dall'Ufficio a tali assegni si svuota di ogni consistenza e, quindi, non assume alcuna valenza idonea a dare consistenza all'impugnato avviso di rettifica”.

L’Amministrazione finanziaria propone ricorso per cassazione denunciando violazione del principio di autosufficienza della decisione impugnata su un fatto non controverso, atteso che:
1.la motivazione della decisione del riesame è del tutto insufficiente e inidonea a giustificare le affermazioni di estraneità delle transazioni sottese dagli assegni bancari all’attività imponibile Iva, in quanto la Commissione regionale non specifica quale sia la documentazione ritenuta rilevante a titolo di controprova, né precisa l’iter valutativo seguito che abbia consentito al giudice di ritenere superata la presunzione relativa a cessioni soggette a Iva, come contestata nell’atto impositivo
2.non risulta indicato quale fosse il diverso rapporto di natura personale che la “fantomatica” prova documentale attesterebbe essere intercorso tra le due aziende.

Considerato che l’ente impositore ha notificato al contribuente un avviso di rettifica (di importo complessivo pari a quello recato dagli assegni in questione) ai sensi dell’articolo 54 del Dpr 633/1972, presupponendo, pertanto, l’esistenza di presunzioni gravi, precise e concordanti, appare necessario in sede di legittimità verificare se il giudice precedente ha motivato, adeguatamente, sulla validità delle presunzioni sottese dall’ufficio e sulla possibilità di ricondurre le somme indicate sugli assegni all’ipotesi di acquisti e vendite senza fattura.

La decisione della Cassazione
La Corte suprema ritiene il ricorso meritevole di accoglimento, in considerazione che il riscontro di movimentazioni sui conti correnti bancari non annotati in contabilità costituisce, di per sé, idoneo elemento presuntivo ai fini dell’accertamento, come del resto previsto dall’articolo 54, comma 3, del Dpr 633/1972. La norma, infatti, abilita l’ufficio a procedere alla rettifica indipendentemente dalla previa ispezione della contabilità del contribuente, qualora l’esistenza di operazioni imponibili per ammontare superiore a quello indicato nella dichiarazione, o l’inesattezza delle indicazioni relative alle operazioni che danno diritto alla detrazione, risulti in modo certo e diretto, e non in via presuntiva, da verbali, questionari e fatture (articolo 51, comma 2), dagli elenchi allegati alle dichiarazioni di altri contribuenti o da verbali relativi a ispezioni eseguite nei confronti di altri contribuenti, nonché da altri atti e documenti in suo possesso.

Per la Corte regolatrice, quindi, le conclusioni cui è giunta la Ctr non sono supportate da prove idonee a sconfessare il contrario assunto (ex articolo 2697, comma 2, codice civile) ma semplicemente assistite da un rinvio “meramente adesivo ed acritico” alla motivazione di primo grado, pertanto insufficiente a fondare la valenza di un giudicato immune da vizi logici e giuridici. Ciò in quanto non può assolutamente essere messa in discussione la circostanza che la movimentazione su conti correnti bancari, che non risulti in contabilità, è un elemento di per sé idoneo a sostenere il conseguente atto di accertamento.
Nel caso in esame, gli assegni furono girati dal percipiente non a nome proprio, ma quale legale rappresentante dell'impresa che conduceva. In tal senso si è espressa uniformemente la giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione, sentenze nn. 11750/2008, 138189/2007, 18851/2003, 6232/2003, 8422/2002, 10662/2001 e 9946/2000), evidenziando peraltro come i movimenti dei conti correnti bancari, non transitati nelle scritture contabili dell'imprenditore, costituiscono prova legale relativa (in quanto è ammessa prova contraria) a favore dell'Amministrazione finanziaria. Il contribuente può provare la non riferibilità delle operazioni all’attività di impresa, sia nella fase anteriore all’emissione dell’avviso di accertamento, sia in quella successiva per l’annullamento in via di autotutela, sia nella fase contenziosa.

Inoltre, la Suprema corte ha sancito che, in tema di Iva, qualora debba riconoscersi, ai sensi dell'articolo 51, comma 2, del Dpr 633/1972, la ricorrenza dei presupposti per il ricorso a presunzioni semplici basate su operazioni in conto corrente bancario, la prova liberatoria, che il meccanismo comune a ogni presunzione sposta sul contribuente, si commisura necessariamente alla natura e consistenza degli elementi utilizzati dall'Amministrazione. La valutazione di tali elementi non si traduce in un’automatica assimilazione delle operazioni in conto corrente a corrispettivi non dichiarati, ma richiede un apprezzamento, eminentemente fattuale, della forza presuntiva attribuibile a quelle operazioni, alla luce della prova liberatoria offerta dal contribuente, ed è quindi censurabile in sede di legittimità soltanto per i vizi motivazionali previsti dall’articolo 360, n. 5), c.p.c. (cfr Cassazione, sentenze nn. 19947/2005 e 11778/2001).

In particolare, tale laconicità non permette di comprendere se, nella specie, si sia osservato il principio stabilito in materia di imposte sui redditi, ma suscettibile di estensione anche al campo Iva, per la generale coincidenza fra i due regimi di imponibilità, secondo il quale, in tema di rettifica della dichiarazione del contribuente per redditi d'impresa, occorre distinguere le irregolarità della contabilità meno gravi e quelle munite dei requisiti di cui all'articolo 2729 c.c. (gravità, precisione e concordanza). Nel primo caso, l’Amministrazione può procedere a rettifica analitica, utilizzando gli stessi dati forniti dal contribuente; nel secondo dimostrando, anche per presunzioni, l'inesattezza/incompletezza di una o più poste emergenti dalle scritture che evidenziano un'inattendibilità globale, autorizzando l'Amministrazione a prescindere da esse e a procedere in via induttiva, avvalendosi anche di semplici indizi sforniti dei requisiti necessari per costituire prova presuntiva. Naturalmente, in entrambi i casi, l'atto di accertamento deve essere motivato, sia con riferimento ai presupposti che consentono il ricorso al metodo analitico o a quello induttivo, sia alle ragioni che giustificano il calcolo in rettifica, tenendo però presente che la motivazione su detti presupposti può emergere implicitamente, specie nel caso di rettifica analitica, laddove la singola ripresa può di per sé evidenziare l'inesattezza della contabilità che giustifica la rettifica stessa (Cassazione, sentenza n. 24580/2005).

Peraltro, la giurisprudenza di legittimità ha consolidato il principio in base al quale anche una contabilità regolarmente tenuta non preclude l’accesso alla possibilità per l’Amministrazione fiscale di disattenderla producendo legittimi atti impositivi, laddove gli elementi, i dati e le notizie in possesso dell’ufficio assumano rango di materiale indiziario, sufficiente per fondare presunzioni munite dei caratteri di gravità, precisione e concordanza suscettibili di inficiare l’attendibilità formale delle scritture contabili (cfr Cassazione, sentenze nn. 7813/2010, 7184/2009, 4594/2009, 18421/2005 e 8422/2002).

L’insufficiente motivazione
Da qui il drastico rigore impresso dal Collegio di legittimità nei riguardi dell’“irragionevole” motivazione della sentenza impugnata, che non ha adeguatamente “giustificato” il superamento della presunzione operata dall’ufficio, come prescrive la norma civilistica.
Di conseguenza, sulla scorta dei rilievi, anche se sintetici, esposti nella motivazione dell’ordinanza n. 18809/2010, ad avviso della Suprema corte le conclusioni dei giudici di appello si rivelano infruttuose, in quanto espresse senza un minimo supporto argomentativo effettivamente relazionato a una specifica e concreta emergenza probatoria, ma semplicemente assistite da un mero rinvio adesivo e acritico, perciò inidoneo, alla motivazione della decisione di prime cure.

Costituisce, infatti, principio del tutto pacifico nella prassi giurisprudenziale che la motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di gravame è legittima purché il giudice d'appello, facendo proprie le argomentazioni del giudice precedente, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronunzia, in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo, desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze, risulti appagante e corretto. Viceversa, deve essere cassata la sentenza d'appello, quando la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l'esame e la valutazione di infondatezza dei motivi del gravame.
Nel caso di specie, il giudice del riesame si è limitato ad affermare che la ricostruzione effettuata al riguardo dal primo giudice risulta senza alcun dubbio corretta in quanto fondata sulle risultanze probatorie emergenti dagli atti del processo. La Ctr, invece, avrebbe dovuto esporre estesamente le ragioni per le quali era da condividere la valutazione del primo giudizio; per l'ipotesi in cui determinati argomenti fossero stati introdotti solo con l'appello, di essi avrebbe dovuto valutare la specifica rilevanza in autonoma motivazione.
La ragioni argomentative della sentenza opposta sono, quindi, del tutto incomprensibili e non adducono alcun fondamento alla motivazione contenuta nella sentenza della prima Commissione, che la Suprema corte - peraltro - non ha il potere di esaminare.

Al riguardo vige, infatti, il consolidato principio di diritto in base al quale ricorre il vizio di omessa motivazione della sentenza, nella duplice manifestazione di difetto assoluto o di motivazione apparente, quando il giudice di merito omette di indicare, nella sentenza, gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero indica tali elementi senza una approfondita disamina logica e giuridica, rendendo in tal modo impossibile ogni controllo sull'esattezza e sulla logicità del suo ragionamento (Cassazione, sentenze nn. 1756/2006 e 890/2006).

D’altra parte, il convincimento del giudicante, circa l'inidoneità della documentazione prodotta a soddisfare l'onere di prova - gravante sul contribuente per effetto della presunzione legale ricavabile dalla situazione bancaria - dipende dalla valutazione del materiale probatorio, ossia da un giudizio di fatto riservato alla competenza del giudice di merito, non sindacabile in cassazione se non per vizi logici della motivazione, riscontrabili attraverso la trascrizione nel ricorso dei documenti idonei a porli in evidenza; simili vizi, lungi dall'essere dimostrati, con questo motivo di censura non sono affatto dedotti (Cassazione, sentenza n. 11750/2008).

In conclusione, per quanto esposto, non offrendo la motivazione della sentenza impugnata alcuna possibilità di rintracciare e controllare la ratio decidendi, la decisione rivela effettivamente il denunciato vizio di motivazione, al quale dovrà ora porre rimedio il giudice del rinvio.


Fonte: Agenzia Entrate

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IRAP. Spese condominiali e di riscaldamento non fanno autonoma organizzazione.

La proprietà del bene strumentale all'esercizio dell'attività professionale (ed i relativi costi di gestione) non rientrano tra gli indici dell'esistenza di un'autonoma organizzazione. Pertanto, l’IRAP indebitamente versata va restituita al professionista che ha provato l'assenza del presupposto impositivo dimostrando la congruità e la pertinenza delle spese esposte in dichiarazione alla conduzione dell’immobile strumentale allo svolgimento dell'attività professionale. In particolare, nella sentenza n. 372/1/10 la CTR Lazio sottolinea che il contribuente ha dimostrato che le somme riportate al rigo RE9 si riferiscono alla quota parte delle spese condominiali e di riscaldamento riferite all’unità abitativa sede dello studio (depositando le fatture relative anche all'accollo della restante parte ai terzi utilizzatori dell'immobile).

Assodata già in primo grado l'assenza di un'autonoma organizzazione, una volta dimostrata la pertinenza e la congruità delle spese esposte alla conduzione dell’immobile strumentale allo svolgimento dell'attività professionale, bisogna concludere per la restituzione dell'imposta indebitamente versata.

Del resto, sottolineano ancora i giudici di secondo grado, l'Ufficio non ha contestato l'assenza dì autonoma organizzazione riconosciuta dai primi giudici; secondo giurisprudenza di legittimità ormai prevalente, è posto a carico del contribuente che chieda il rimborso dell'imposta asseritamente non dovuta, l’onere di allegare la prova dell'assenza del presupposto impositivo, cosa che in questo caso è regolarmente avvenuta e per questo va disposto il rimborso richiesto.

(Sentenza Commissione tributaria regionale Lazio 05/07/2010, n. 372)


Fonte: IPSOA

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Opere edilizie “particolareggiate”: tempo 5 anni solo al 1° costruttore.

In accoglimento del ricorso dell’Amministrazione finanziaria, con la sentenza n. 18679 del 13 agosto, la Corte di cassazione, ribaltando la doppia decisione di merito favorevole al contribuente, ha stabilito che i benefici in materia di imposizione indiretta, previsti dalla legge 388/2000 per i trasferimenti di immobili situati in aree soggette a piani urbanistici particolareggiati, si applicano a condizione che l’utilizzazione edificatoria avvenga a opera dello stesso soggetto acquirente, entro cinque anni dall'acquisto. Nel caso in esame, il contribuente aveva provveduto al trasferimento dell’immobile prima che spirasse il termine decadenziale, determinando così la perdita dell’incentivo.

Il fatto
La vicenda processuale nasce dall’impugnazione di un avviso di liquidazione da parte di una società di capitali, con il quale l’ente impositore aveva proceduto al recupero, in misura ordinaria, dell’imposta di registro e delle imposte ipotecaria e catastale su un atto di acquisto di terreni situati in aree soggette a piani urbanistici particolareggiati. Tali terreni avevano fruito delle agevolazioni previste dall’articolo 33, comma 3, della legge 388/2000, testo vigente ratione temporis – che prevede l’applicazione dell’imposta di registro nella misura dell’1% nonché le imposte ipotecaria e catastale in misura fissa (attualmente 168 euro) – ma erano stati ceduti dalla stessa società acquirente prima del decorso del quinquennio previsto quale conditio sine qua non per la permanenza dei benefici fiscali, con conseguente decadenza dalle agevolazioni fruite e del recupero delle differenze delle imposte dovute rispetto a quelle applicabili in via ordinaria (rispettivamente 8%, trattandosi di aree edificabili, 2 e 1%).
L’opposizione della contribuente ha trovato accoglimento e conferma nei primi due giudizi di merito, i quali sono stati contestati con ricorso per Cassazione, mediante il quale l’Amministrazione finanziaria denuncia violazione di legge (articolo 33, comma 3, legge 388/2000; articolo 76, comma 1, legge 448/2001 e articolo 2, comma 30, legge 350/2003), insistendo per la decadenza dalle agevolazioni fiscali, in quanto la società, avendo successivamente rivenduto i terreni prima del decorso di cinque anni e senza realizzazione di opere edilizie, non aveva titolo alle agevolazioni in questione.

La decisione della Cassazione
La Suprema corte si è trovata così a dover rispondere al quesito di diritto se il beneficio previsto dalla legge 388/2000, sia soggetto alla condizione che l’edificazione avvenga a opera del soggetto acquirente nel termine di cinque anni dall’acquisto. A tale interrogativo il giudice di legittimità ha ritenuto, sulla scorta di precedente giurisprudenza, di dare continuità, accogliendo nel merito l’opposizione dell’ente impositore, riportandosi integralmente all’orientamento espresso in un precedente giudicato (ordinanza n. 7438/2009) nel quale aveva stabilito che l'agevolazione spetta solo a chi acquista e realizza l’edificazione nel quinquennio.
Cioè, viene confermato che, in base all’articolo 33, i trasferimenti di beni immobili in aree soggette a piani urbanistici particolareggiati, comunque denominati, regolarmente approvati ai sensi della normativa statale o regionale, sono soggetti all’imposta di registro dell’1% e alle imposte ipotecaria e catastale in misura fissa, a condizione che l’utilizzazione edificatoria dell’area avvenga entro cinque anni dal trasferimento.

La Cassazione, a questo proposito, ha ritenuto di applicare i principi contenuti nell’articolo 14 delle disposizioni preliminari al codice civile, poiché le leggi che fanno eccezione a regole generali o ad altre leggi non si applicano oltre i casi e i tempi in esse considerati. Inoltre esigono una “stretta interpretazione”, ossia non sono estensibili oltre i casi espressamente contemplati (cfr Cassazione, sentenza n. 11106/2008).
Di conseguenza, le motivazioni dell’ordinanza richiamata hanno evidenziato che la norma fa riferimento semplicemente al “trasferimento”, al singolare e senza alcuna specificazione, mentre una tesi contraria, avallata invece nella fattispecie dalla sentenza impugnata, trova ostacolo insuperabile nell'ultima parte del comma 3 dell’articolo 33 in esame. Perciò, se fosse applicabile la riduzione dell’imposta di registro al primo acquirente, così come sostenuto dal contribuente con condivisione dei giudici di merito, in ipotesi di uno o più trasferimenti nel quinquennio, il legislatore avrebbe dovuto fare riferimento al “primo” trasferimento al fine di fissare con sicurezza il termine quinquennale.

Secondo la Corte non si comprenderebbero, poi, le ragioni di favorire colui il quale si limita a comprare e rivendere un suolo in area soggetta a piani particolareggiati, risultando inoltre illogico collegare il beneficio fiscale alla tempestività dell’azione edificatoria di un soggetto terzo acquirente. Così interpretata la norma si discosterebbe dai principi di ragionevolezza e di eguaglianza e sarebbe sospetta di incostituzionalità.
La ratio della disposizione agevolativa, invece, ad avviso della Cassazione, è di facilitare l’attività edilizia di attuazione dei piani particolareggiati, diminuendo per l’acquirente edificatore il “primo” costo dell’edificazione connesso all’acquisto dell’area.

In conclusione, in applicazione del principio di diritto sopra enunciato, i benefici spettano a condizione che:
1.l'utilizzazione edificatoria avvenga a opera dello stesso soggetto acquirente,
2.sia rispettato il termine di cinque anni dall'acquisto.

A conforto della bontà della decisione, infine si osserva che, con circolare n. 11/2002,l'Amministrazione finanziaria ha chiarito che “perchè si integri l'ipotesi di utilizzazione edificatoria dell'area (...) occorre (...) che - entro il termine stabilito di cinque anni - la costruzione sia iniziata ed esista un edificio significativo dal punto di vista urbanistico, cioè sia stato eseguito il rustico comprensivo delle mura perimetrali delle singole unità e sia stata completata la copertura (art. 2645-bis, comma 6, c.c.)”.

Normativa agevolativa
Successivamente alla Finanziaria 2001, che istituiva la norma in esame, con la legge 350/2003, è stato stabilito che “Nell'ipotesi di piani attuativi di iniziativa privata, comunque denominati, le agevolazioni fiscali di cui all'articolo 33, comma 3, della legge 23 dicembre 2000, n. 388, si applicano, in ogni caso, a seguito della sottoscrizione della convenzione con il soggetto attuatore”.
La disposizione originaria, poi abrogata (articolo 36, comma 15, Dl 223/2006), è stata in seguito riproposta, con alcune peculiarità, dall’articolo 1, commi da 25 a 28, della legge 244/2007.

La norma agevolativa, inserita in un più ampio e articolato disegno legislativo, riservando specifiche agevolazioni ai trasferimenti soggetti all’imposta di registro (l’agevolazione escludeva pertanto i trasferimenti soggetti all’Iva), ha una funzione chiara e inequivocabile: incentivare e sostenere il settore immobiliare/edilizio delle aree comprese in piani urbanistici particolareggiati.
La riduzione della misura dell’imposizione di registro all’1% nonché delle imposte ipotecaria e catastale in tassa fissa ha, come conseguenza, l’effetto di disporre di un sensibile e apprezzabile differenziale fiscale, tale da dare uno slancio al settore individuato.

Per espressa disposizione legislativa, le cause di decadenza dal beneficio consistono soltanto nella mancata utilizzazione edificatoria dell’area entro cinque anni dall’acquisto, ma nessun altra causa di decadenza è prevista dalle norme del sistema positivo. Anche qui il tenore letterale è chiaro e inequivocabile: si decade se, decorsi cinque anni dal trasferimento (cioè da quando lo stesso è stato concesso), gli immobili non abbiano avuto una utilizzazione edificatoria.
La norma non prevede specifici momenti nei quali l’ufficio può verificare l’utilizzazione dell’area, dovendosi perciò ritenere che l’Amministrazione possa verificare la decadenza nell’ambito temporale di avveramento della condizione, considerato che la norma non pone a carico dell’acquirente di denunciare all’ufficio il verificarsi della condizione nel corso del termine di validità dell’utilizzazione edificatoria.
È ragionevole, però, ritenere che il contribuente sia tenuto a denunciare, ai sensi dell’articolo 19 del Dpr 131/1986, gli eventi successivi alla registrazione, nel caso, il fatto negativo della mancata “utilizzazione edificatoria” nel termine decadenziale, dichiarazione da rendere nel termine di venti giorni dalla scadenza del termine dei cinque anni in quanto, diversamente opinando, l’ufficio non potrebbe procedere al recupero della maggiore imposta non essendo in possesso di elementi per agire in tal senso.
A seguito della predetta denuncia, l’ufficio provvede al recupero della maggiore imposta con gli interessi, ma senza irrogazione di sanzioni, le quali sono invece dovute in ipotesi di omissione della dichiarazione di mancato avveramento della condizione.
L’imposta, che in questa fattispecie viene recuperata con avviso di liquidazione, è classificata “complementare” in quanto non si basa sui medesimi presupposti in base ai quali si è tassato l’atto sottoposto a registrazione ma su circostanze diverse (la decadenza dal beneficio).

I piani particolareggiati
Nell’individuare l'esatta portata della locuzione “piani urbanistici particolareggiati, comunque denominati” contenuta nell’articolo 33 della legge 388/2000, la circolare n. 11/2002 ha evidenziato che:
- l'esistenza del piano regolatore generale è una condizione necessaria, ma non sufficiente, ai fini dell'agevolazione; pertanto, se esiste un piano regolatore generale regolarmente approvato, ma manca il piano particolareggiato concretamente vigente, non è applicabile il regime di favore
- per "piani urbanistici particolareggiati, comunque, denominati, regolarmente approvati" si intendono, sia i piani particolareggiati a iniziativa pubblica, sia quelli a iniziativa privata attuativi del piano regolatore generale (ad esempio, i piani di lottizzazione) purché la relativa convenzione, deliberata dal Comune, sia firmata da quest'ultimo e dall'attuatore
- il piano di lottizzazione, stipulato in convenzione con un organo pubblico (Comune) è equiparabile a un piano particolareggiato, poiché concretizza un interesse pubblico. La convenzione deve essere stipulata prima che sia posto in essere il trasferimento, a conferma che il procedimento amministrativo è stato eseguito e completato secondo la normativa statale o regionale. (l’interpretazione dell’Amministrazione finanziaria è avvalorata dal Consiglio di Stato che, con sentenza n. 1463/1997, ha ritenuto il piano di lottizzazione uno strumento attuativo delle prescrizioni del piano regolatore generale al pari di un piano particolareggiato).


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 27 agosto 2010

Quesito: apertura nails center

ho intenzione di aprire un nails center a palermo, dove vivo ma non so se la normativa regionale prevede che, per io farlo, debba essere in possesso di un attestato di estetista, potrebbe cortesemente darmi delucidazioni in merito?

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Energia rinnovabile: tariffa fissa onnicomprensiva non soggetta a Iva se l’energia è prodotta per scopi personali.

Un privato o un ente non commerciale che vende al Gestore dei servizi energetici (Gse), per la successiva immissione in rete, l’energia eolica o derivante da altre fonti rinnovabili prodotta a scopi “personali”, cioè per alimentare la propria abitazione o la sede dell’organizzazione, attraverso impianti di potenza fino a 20 Kw e non autoconsumata, non svolge attività commerciale. Il compenso derivante al privato o all’ente non commerciale da tale vendita, ovvero la c.d. “tariffa fissa onnicomprensiva”, non è, quindi, imponibile ai fini Iva, mentre ai fini reddituali costituisce reddito diverso.
Se, invece, l’energia immessa in rete è prodotta da privati o enti non commerciali tramite impianti di potenza fino a 20 Kw ma non per scopi personali ovvero tramite impianti di potenza superiore a 20 Kw, oppure è prodotta da soggetti che svolgono attività commerciale o lavoro autonomo, la tariffa pagata dal Gse è imponibile ai fini Iva ed il reddito percepito dal soggetto a seguito del pagamento della tariffa costituisce reddito d’impresa.
La tariffa fissa onnicomprensiva, inoltre, è un corrispettivo e non un contributo, quindi non si applica la ritenuta del 4% prevista dall’art. 28 del D.P.R. n. 600/1973. Questo quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate nella Risoluzione n. 88/E del 25 agosto 2010.


Fonte: FiscoOggi

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Reverse charge anche in caso di rappresentante fiscale.

Le cessioni di beni nei confronti di operatori nazionali, effettuate da una società inglese con rappresentante fiscale in Italia, dopo aver proceduto all’estrazione dei beni in deposito Iva sono soggette al regime del reverse charge. Questo significa che l’obbligo di applicazione dell’iva è a carico dell’acquirente soggetto passivo d’imposta in Italia. Tuttavia il rappresentante fiscale, dopo aver estratto i beni dal deposito Iva con autofattura, può emettere un documento non rilevante ai fini Iva, con il quale indica che l’operazione verrà assolta dal cessionario, consentendo in tal modo una maggiore trasparenza per la contabilità del rappresentante fiscale. Questo è quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 89/E del 25 agosto 2010.


Fonte: FiscoOggi

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Il datore di lavoro è obbligato a versare i contributi previdenziali anche se dimostra il dissesto finanziario.

Il datore di lavoro è obbligato a pagare le ritenute previdenziali ai propri dipendenti, anche in caso di comprovato dissesto. La posizione previdenziale del lavoratore è una vera e propria componente del salario, cui il dipendente ha diritto, e che non è derogabile per ragioni contingenti. Questo è quanto precisato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 32348 del 26 agosto 2010.

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giovedì 26 agosto 2010

Bollo unico per il ricorso introduttivo del processo.

Il ricorso che contiene al suo interno la contestuale istanza di discussione in pubblica udienza sconta un’unica imposta di bollo. L’atto si presenta, infatti, come formalmente unitario, in quanto redatto in unico contesto. L’indicazione è contenuta nella risoluzione n. 82/E/2010, che illustra il corretto trattamento fiscale, ai fini dell’imposta di bollo, dell’istanza di discussione in pubblica udienza, contenuta all’interno del ricorso introduttivo del processo, nel ricorso in appello o in altri atti processuali.

Nel disciplinare la facoltà di scrivere più atti sul medesimo foglio, l’art. 13, D.P.R. n. 642/1972, stabilisce (comma 1) il principio di carattere generale in base al quale «un atto per il quale è prevista in via esclusiva od alternativa l’applicazione dell’imposta in modo straordinario può essere scritto su un foglio che sia già servito per la redazione di altro atto soggetto ad imposta in modo ordinario o straordinario a condizione che sia corrisposta la relativa imposta».

In deroga a tale principio generale, è prevista (comma 3) un’elencazione di casi in cui possono essere scritti più atti sul medesimo foglio con il pagamento di una sola imposta, tra cui anche «[…] 15) gli atti contenenti più convenzioni, istanze, certificazioni o provvedimenti, se redatti in un unico contesto».

Secondo l’Agenzia delle Entrate, anche il ricorso contenente al suo interno la contestuale istanza di discussione in pubblica udienza può essere ricondotto nell’ambito dell’art. 13, comma 3, n. 15), D.P.R. n. 642/1972 (e come tale scontare un’unica imposta di bollo): l’omesso espresso richiamo al «ricorso introduttivo del processo», al «ricorso in appello» ovvero ad «altri atti processuali» non costituisce esclusione degli stessi dall’ambito applicativo della disposizione; al contrario, l’ampia formulazione della norma agevolativa – riferita genericamente, a convenzioni, istanze, certificazioni o provvedimenti – consente di ritenere che l’elencazione abbia natura meramente esemplificativa delle finalità che la norma intende perseguire.

(Risoluzione Agenzia delle Entrate 17/08/2010, n. 82/E)


Fonte: IPSOA

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mercoledì 25 agosto 2010

È necessaria l’edificazione entro i cinque anni dall’acquisto per fruire dell’imposta di registro in misura ridotta.

Una società che acquista terreni in aree soggette a piani urbanistici particolareggiati usufruisce dell’agevolazione fiscale che consente di pagare l’imposta di registro all’1% e le imposte ipotecarie e catastali in misura fissa, a condizione che prima del decorso di cinque anni dall’acquisto abbia edificato. A chiarirlo l’ordinanza n. 18679 della Cassazione depositata il 13 agosto 2010, secondo la quale se, prima della scadenza del quinquennio, la società vende i terreni acquistati con l’agevolazione senza aver edificato, il beneficio fiscale non spetta.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Imposta sulle successioni tra vecchia e nuova normativa.

Ai fini della determinazione della franchigia fruibile per le successioni, sono rilevanti tutte le donazioni fatte in vita dal de cuius, sia quelli precedenti al 25 ottobre 2001, sia quelle stipulate nel periodo compreso tra il 25 ottobre 2001 (data di entrata in vigore della normativa che ha soppresso l'imposta sulle successioni e donazioni) e il 29 novembre 2006, data di entrata in vigore dell'attuale regime.Si è così espressa la Commissione Tributaria provinciale di Bergamo (con sentenza n. 44/8/2010) in una controversia avente ad oggetto avviso di liquidazione della maggiore imposta principale sulle quote degli eredi e legatari, avvenuta a seguito di dichiarazione di successione presentata nel corso 2008 da una coerede, in cui risultavano delle donazioni compiute dalla defunta alle eredi, alcune effettuate nel periodo in cui l'imposta sulle successioni e donazioni era stata abrogata.

Contro l'atto di liquidazione, le eredi propongono distinti ricorsi ritenendo il provvedimento illegittimo in quanto "l'Agenzia entrate, basandosi sulla circolare n. 3/E/2008, ha adottato una interpretazione applicativa dell'art. 8 del TUS n. 346/90 che non ritengono condivisibile, poichè devono ritenersi irrilevanti le donazioni compiute nel periodo in cui l'imposta era abrogata, oltre a quelle per le quali l'imposta era stata già applicata.

Costituitasi in giudizio, l'Agenzia sostiene la legittimità del proprio operato e chiarendo che risultano infondate ed inidonee le doglianze dei ricorrenti tendenti a giustificare la richiesta di nullità del provvedimento impugnato, poichè l'art. 2, comma 50, del D.L. 262/2006, convertito con modifiche dalla legge 286/2006, stabilisce che per quanto non diversamente previsto dalle norme introdotte nel 2006 si applicano le disposizioni dettate dal testo unico di cui al D.Lgs. n. 346/1990, nel testo vigente alla data del 24 ottobre 2001, ossia al giorno precedente l'entrata in vigore della legge 383 del 2001, la quale aveva soppresso l'imposta sulle successioni e donazioni. In particolare, l'Ufficio afferma che il valore attualizzato delle donazioni non influisce sulla base imponibile del tributo ma rileva solo ai fini della determinazione della franchigia.

La Commissione ritiene che "sono rilevanti, per la determinazione della franchigia fruibile per le successioni, tutte le donazioni fatte in vita dal de cuius, sia quelli precedenti al 25 ottobre 2001, sia quelle stipulate nel periodo compreso tra il 25 ottobre 2001, data di entrata in vigore della normativa (art. 13, comma 1, Legge 18/10/2001, n. 383, con effetto sulle successioni aperte e donazioni effettuate successivamente al 25/10/2001) che ha soppresso l'imposta sulle successioni e donazioni e il 29 novembre 2006, data di entrata in vigore del regime attuale (art. 2, commi 47-54, D.L. 3 ottobre 2006, convertito con modificazioni, dalla Legge 24 novembre 2006, n. 286, in vigore dal 29 novembre 2006)".

Pertanto, l'Ufficio ha correttamente operato in sede di liquidazione dell'imposta, maggiorando il valore complessivo dei beni devoluti dalla defunta alle eredi per le donazioni compiute nel periodo in cui l'imposta sulle successioni e donazioni era stata abrogata, non allo scopo di attrarre a tassazione i beni donati in vita dalla defunta, che devono essere comunque esclusi dalla determinazione della base imponibile ai fini dell'imposta di successione, ma al solo fine di determinare la fruibilità della franchigia.

Infatti, l'art. 8, comma 4, del D.Lgs. n. 346/1990, resta applicabile alla nuova disciplina dell'imposta sulle successioni, in quanto compatibile con la stessa, con il solo scopo di attrarre a tassazione i beni donati in vita dal defunto, ai fini della fruibilità della franchigia; beni che devono essere comunque esclusi dalla determinazione della base imponibile ai fini dell'imposta di successione. Infatti, il citato comma 4 non risulta abrogato dall'art. 2, comma 52, del D.L. 262/2006, che ha espressamente abrogato le sole seguenti disposizioni del citato Decreto:
a)art. 7, commi da 1 a 2-quater;
b)art. 12, commi I-bis e I-ter;
c)art. 56, commi da 1 a 3, del previgente D.Lgs. n. 346/1990;
d)art. 13, legge n. 383/2001.Per i giudici di merito, è indubbio che "il regime fiscale delle successioni e donazione abbia avuto una totale innovazione legislativa con il D.L. 262/2006 e che sussistano alcuni problemi di coordinamento tra la nuova normativa e le precedenti disposizioni di legge ivi richiamate, ma tanto l'evoluzione legislativa, quanto altresì i termini usati dal legislatore nella stesura delle norme, inducono a ritenere che il comma 47, dell'art. 2, del D.L. 262/06 non abbia istituito una nuova imposta sulle successioni e, certamente, il rinvio al D.Lgs. n. 3461990, nella parte compatibile con la nuova normativa, ha riportato in vita la precedente disciplina, per quanto applicabile".

(Commissione tributaria provinciale Bergamo, Sentenza, Sez. VIII, 17/05/2010, n. 44)


Fonte: IPSOA

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martedì 24 agosto 2010

Modalità operative per sgravio contributivo.

Con il messaggio n° 21389 del 17 agosto 2010 vengono fornite le modalità operative per la richiesta, da parte delle aziende ammesse al beneficio, dello sgravio contributivo a favore della contrattazione di secondo livello. Per quanto riguarda l’entità dello sgravio, si ricorda che gli importi comunicati ai datori di lavoro ammessi costituiscono la misura massima dell’agevolazione da conguagliare.


Fonte: INPS

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L’accertamento nei confronti di una società cancellata è nullo.

L’avviso di accertamento emesso nei confronti di una società estinta è nullo. Questo è quanto sancito dalla sentenza n. 88/2010 della Ctp di Reggio Emilia. La cancellazione dal registro imprese, infatti, comporta automaticamente l’estinzione della società che, non esistendo più come soggetto giuridico, non può essere destinataria di accertamenti.

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Assunzione lavoratori domestici: denuncia on line.

Assumere una colf, una badante o un collaboratore domestico con una specifica competenza professionale è sempre più semplice. Abolite le file agli sportelli degli uffici Inps già dal 2009, ora la procedura on line per la denuncia obbligatoria di assunzione si perfeziona: i campi destinati ad accogliere dati in possesso dell’Istituto sono precompilati, una “finestra” sull’Anagrafe tributaria consente la convalida dei codici fiscali inseriti, più facile scaricare e conservare la copia della dichiarazione effettuata. Ma le vere novità del restyling stanno nella possibilità di utilizzo della posta elettronica certificata rilasciata dall’Inps e della compilazione guidata delle sezioni relative al permesso di soggiorno, nelle ipotesi in cui si impiega personale extracomunitario.

La pubblicazione on line della nuova versione della comunicazione obbligatoria per la denuncia dell’instaurazione di rapporti di lavoro domestico è stata annunciata dall’Inps con il messaggio n. 21567 del 20 agosto. Il servizio è disponibile nella sezione “servizi online” del sito dell’Istituto previdenziale e si raggiunge utilizzando il codice fiscale insieme al Pin rilasciato dallo stesso Istituto o, in alternativa, la Carta nazionale dei servizi.

Da chi e per chi va presentata la comunicazione
L’obbligo di denuncia ricade, naturalmente, su tutti coloro che assumono persone in grado di dare una mano per il funzionamento della propria vita familiare, sia che collaborino genericamente ai vari lavori di casa o all’assistenza di un componente del nucleo familiare (colf e badanti), sia con mansioni più settoriali (infermieri, chef, autisti, giardinieri, custodi, eccetera).

I datori di lavoro devono presentare la comunicazione all’Inps entro le ore 24 del giorno precedente (anche se festivo) a quello di instaurazione del rapporto e la denuncia è obbligatoria qualunque sia la durata (a tempo determinato o indeterminato) e la tempistica (saltuario o a servizio intero) dell’impiego. Va fatta anche nel caso in cui i dipendenti in questione siano già assicurati da un altro datore di lavoro o titolari di pensione.

L’obbligo di comunicazione esiste anche in fase di proroga, trasformazione (ad esempio, da tempo determinato a indeterminato oppure in caso di svolgimento dell’attività in un’abitazione del datore diversa da quella comunicata precedentemente) e cessazione del rapporto di lavoro. In tali ipotesi, la comunicazione dovrà essere presentata entro cinque giorni dall’evento.

L’Inps, in ogni caso, sia per le nuove iscrizioni sia per le variazioni, oltre alla procedura telematica, ha istituito un apposito contact center al numero 803164, attraverso il quale è consentito fornire telefonicamente i dati necessari alla comunicazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Acquisto di una nuova prima casa con il bonus al 100% solo se l’immobile è assolutamente inagibile.

L’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione n. 86 del 20 agosto 2010, rispondendo ad un interpello chiarisce che, se uno dei due coniugi, prima del matrimonio, ha acquistato un’abitazione fruendo dell’agevolazione prima casa, l’altro coniuge (se sussiste il regime di comunione legale) ha diritto a godere dell’agevolazione prima casa nella misura del 50%, se decide di acquistare un’altra abitazione dopo il matrimonio. È possibile godere del beneficio al 100% solo nel caso in cui l’immobile sia assolutamente inidoneo, come nel caso di inagibilità.


Fonte: ItaliaOggi

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Nessun fallimento per l’accomandante che preleva indebitamente dalla cassa sociale.

La sezione I civile della Cassazione, con sentenza n. 13468/2010, ha stabilito che indebiti prelievi nelle casse sociali della società in accomandita semplice, da parte del socio accomandante, non costituiscono atti di ingerenza nella gestione sociale. Pertanto l’accomandante non è punibile con la perdita della responsabilità limitata e non può essere soggetto a fallimento, benché tali prelievi siano illeciti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Prossima scadenza per l’invio dei modelli Intrastat prevista per mercoledì 25 agosto 2010.

Le imprese e i professionisti che hanno oltrepassato la soglia dei 50 mila Euro sono tenuti, entro mercoledì 25 agosto, ad inviare i modelli Intrastat mensili. Nel caso in cui il superamento del limite sia avvenuto per la prima volta nel mese di luglio 2010, è necessario specificare, nel frontespizio del modello, che si tratta del primo mese del terzo trimestre. Ulteriori chiarimenti in merito alle operazioni intracomunitarie sono stati forniti con la circolare n. 43/E dell’Agenzia delle Entrate del 6 agosto scorso.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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La detrazione Iva resta anche in caso di mancata registrazione di fatture intracomunitarie.

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17588/10, ha sancito che l’omessa integrazione e registrazione delle fatture relative a operazioni intracomunitarie, costituisce un mero errore formale, soggetto a sanzione pecuniaria, senza nessuna preclusione per la detrazione d’imposta. La Cassazione ha richiamato un orientamento simile, formulato dalla stessa Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 56/E del 6 marzo 2009.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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sabato 21 agosto 2010

Mutui: ok al Fondo di solidarietà.

Rate del mutuo prima casa non pagate? Il Fondo, forte di una dote di 20 milioni di euro – suddivisi equamente per gli anni 2008 e 2009 – rimborserà alle banche i versamenti sospesi, a condizione che il titolare abbia un indicatore della situazione economica equivalente (Isee) non superiore a 30mila euro e sia proprietario dell’immobile, “non di lusso”, per l’acquisto del quale è stato chiesto il finanziamento e, ancora, il mutuo erogato non superi i 250mila euro. Questi i requisiti soggettivi fissati dal decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze n. 132 del 21 giugno, pubblicato nella Gazzetta ufficiale n, 192 del 18 agosto.

Tutto ciò naturalmente non basta a far scattare l’agevolazione. È necessario, infatti, che nella vita dell’eventuale beneficiario succeda un qualcosa di eccezionale e imprevedibile. Un evento tale da modificare in negativo la situazione economica e impedire l’assolvimento degli impegni presi con l’istituto di credito concedente il mutuo, come può essere la perdita del posto di lavoro, la morte o l’insorgenza di evidenti condizioni che non consentano l’autosufficienza di uno dei componenti produttivi di reddito del nucleo familiare.

Precisamente, i presupposti oggettivi sono:
1.perdita del lavoro dipendente a tempo indeterminato o fine del contratto di lavoro parasubordinato (o assimilato) senza aver trovato una nuova occupazione nei tre mesi successivi
2.decesso o sopravvenienza di condizioni di non autosufficienza di un componente della famiglia che percepisce almeno il 30% del reddito complessivo dell’intero nucleo convivente
3.spese mediche (o per assistenza domiciliare) documentate non inferiori a 5mila euro
4.spese di manutenzione o ristrutturazione (assolutamente necessarie) sempre per importi non inferiori a 5mila euro
5.aumento della rata del mutuo a tasso variabile – di almeno il 25% in caso di pagamenti semestrali, del 20% nell’ipotesi di rate mensili.

In presenza dei descritti requisiti, l’aspirante beneficiario deve presentare alla banca concedente una domanda di sospensione, utilizzando l’apposito modello che sarà disponibile sul sito del dipartimento del Tesoro, indicando il periodo di tempo per il quale si intende usufruire dell’interruzione.
La richiesta deve contenere, oltre alla certificazione Isee rilasciata da un soggetto abilitato, la dimostrazione del fatto che inibisce il versamento delle rate.
Mentire non conviene, in quanto la scoperta di dichiarazioni false comporta la revoca dell’agevolazione, il rimborso della somma che il Fondo ha trasferito alla banca, rivalutata secondo gli indici Istat di inflazione in rapporto ai “prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati” e aumentata degli interessi calcolati al tasso legale.

I tempi
Acquisita la documentazione, la banca ha 10 giorni di tempo per inviarla al Fondo di solidarietà (soggetto con personalità giuridica gestito da una società a capitale interamente pubblico), indicando i costi dell’operazione.
Il Fondo esamina il caso e fornisce l’eventuale nullaosta all’istituto di credito entro 15 giorni.
Quest’ultimo ha tempo 5 giorni per informare il beneficiario.
Tutta l’operazione, in sostanza, si chiude in un mese.


Fonte: Agenzia Entrate

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Benefici prima casa e "inidoneità" dell'immobile.

La casa scomoda non apre agli acquisti agevolati. Se un contribuente abita in un immobile che il coniuge ha comprato prima del matrimonio sfruttando i benefici fiscali “prima casa” e l’alloggio si rivela in seguito troppo piccolo per soddisfare le esigenze della famiglia, questa non è una buona ragione per godere ancora una volta delle agevolazioni. A chiarirlo è l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 86/E pubblicata oggi, che risponde a un’istanza di interpello sulle facilitazioni offerte dal Fisco per acquistare la prima casa.

Più precisamente, l’interpellante, sposato in regime di comunione legale di beni, è interessato a sapere se sia possibile “duplicare” i benefici “prima casa”, ossia avvalersi di questi aiuti del Fisco per comprare un’abitazione più grande di quella in cui già risiede, acquistata ante-matrimonio dal consorte in forma agevolata. Un interrogativo che, secondo i tecnici delle Entrate, non ammette risposta positiva, se non quando l’immobile è assolutamente inadatto a fungere da abitazione. È il caso, ad esempio, del contribuente che si è visto riconoscere dalla Cassazione, con l’ordinanza n. 100 dell’8 gennaio 2010, il diritto di beneficiare delle agevolazioni “prima casa” pur essendo già proprietario di un altro edificio. Quest’ultimo, però, era stato giudicato del tutto inadatto all’uso abitativo, sia per le dimensioni, appena 22 metri quadrati, sia per le sue caratteristiche specifiche.

I principi interpretativi proposti dai magistrati dalla Suprema corte non possono, quindi, essere estesi alla situazione delineata nell’interpello. Una casa composta da due vani catastali e accessori e abitata da tre componenti familiari, infatti, non concretizza un’ipotesi di assoluta inidoneità, come può essere, per esempio, l’inagibilità.

Il documento di prassi ribadisce comunque che resta ferma la possibilità di avvalersi delle agevolazioni “prima casa” pro quota nella misura del 50 per cento, ossia limitatamente alla parte comprata dal coniuge in possesso dei requisiti prescritti dalla normativa vigente. In particolare, l’abitazione acquistata non deve essere di lusso e deve trovarsi nel Comune in cui l’acquirente ha stabilito la propria residenza o intende farlo entro 18 mesi dalla stipula del contratto o, ancora, nel Comune in cui il compratore svolge la sua attività principale. Inoltre, all’atto di acquisto è necessario dichiarare di non essere in possesso nello stesso Comune o nell’intero territorio nazionale di un altro immobile a uso abitativo, se acquistato con le agevolazioni.


Fonte: Agenzia Entrate

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Trattamento IVA per cure mediche non convenzionate.

Trattamento Iva differenziato per le prestazioni sanitarie rese all’interno di cliniche private non convenzionate con il Servizio sanitario nazionale: sono imponibili tutte quelle fornite, da personale medico e paramedico che opera all’interno della struttura, a pazienti ospedalizzati; esenti, invece, le prestazioni rese a non ricoverati da operatori sanitari, sia in qualità di liberi professionisti sia per conto della casa di cura.
Sono le prime precisazioni che si evincono dall’articolata risposta fornita dall’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 87/E del 20 agosto, a una clinica privata non convenzionata.

In realtà, il quesito posto punta a capire se, una volta stabilito il corretto trattamento Iva applicabile alle suddette prestazioni sanitarie, variabile come visto, in dipendenza della “modalità” di effettuazione (in regime di ricovero o in ambulatorio) e, come si vedrà, del contesto (con o senza convenzione), sia possibile operare la separazione “contabile” delle due attività. Questo per ovviare alle limitazioni della detrazione Iva connessa all’applicazione del pro rata.

La società lamenta, infatti, che, nel rispettare le disposizioni di una legge della propria regione, ha fatturato in esenzione tutti i servizi relativi alla cura, alla diagnosi e alla riabilitazione sia di degenti sia di soggetti non ricoverati, registrando come imponibili soltanto le prestazioni riguardanti il comfort degli ospedalizzati. In particolare, nelle ipotesi di visite private effettuate nei suoi locali nell’ambito di un rapporto diretto tra medico e paziente, ha attuato una particolare modalità di fatturazione: la clinica fattura al cliente, poi, l’operatore sanitario fattura alla clinica.
Il meccanismo ha, naturalmente creato uno squilibrio nella determinazione del volume d’affari della casa di cura, dilatando sempre più quello per operazioni esenti, con conseguenze negative sul regime di detrazione Iva.

L’Agenzia non ritiene corretta la procedura “contabile” adottata, rilevando altresì l’erronea interpretazione della legge regionale. Le parole “… solo chi gestisce l’attività sanitaria, in quanto titolare dell’autorizzazione ad esercitare suddetta attività, può fatturare le prestazioni erogate dalla struttura” vanno, infatti, riferite esclusivamente alle prestazioni sanitarie rese direttamente dalla clinica privata al paziente, chiaramente servendosi del medico.
Pertanto, il libero professionista che riceve e visita nell’ambulatorio della casa di cura il suo cliente, deve emettere fattura, in esenzione, in modo autonomo e direttamente nei confronti del paziente, anche se i compensi finiscono nelle casse della struttura privata.

Altro neo del comportamento “contabile” della società sta nell’aver applicato l’esenzione ai servizi sanitari indirizzati ai ricoverati. Qui entra in gioco il contesto nel quale tali prestazioni vengono rese, cioè “non in convenzione”. La specifica norma contenuta nel Dpr 633/1972 esenta, infatti, unicamente “le prestazioni di ricovero e cura rese da enti ospedalieri o da cliniche e case di cura convenzionate, nonché da società di mutuo soccorso con personalità giuridica e da ONLUS compresa la somministrazione di medicinali, presidi sanitari e vitto, nonché le prestazioni di cura rese da stabilimenti termali”.
Quindi, per le cliniche e case di cura private l’esenzione opera soltanto se le stesse sono “convenzionate”.
Nel caso esaminato nella risoluzione, al contrario, tutte le operazioni “in corsia” sono imponibili tanto in relazione alla componente relativa all’alloggio e all’assistenza, quanto alla parte più propriamente attinente alla diagnosi e alla cura.
È corretta, invece, la fatturazione in esenzione emessa dalla clinica stessa nei confronti del paziente, in relazione alle prestazioni di diagnosi, cura e riabilitazione rese ambulatorialmente, dai medici e paramedici che operano all’interno della casa di cura, per conto della struttura sanitaria.

Infine, in merito alla possibilità di separazione delle due attività, quella relativa alle prestazioni mediche effettuate da personale sanitario con rapporto libero professionale da quella tipica della casa di cura, al fine di avere una maggiore detrazione Iva, gli esperti del Fisco disapprovano. Si tratta di attività “identiche” e non scindibili, perché, nonostante siano assoggettate a un diverso regime Iva, sono entrambe riconducibili allo stesso codice della classificazione Ateco.


Fonte: Agenzia Entrate

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Quesito: pagamento stipendio e IRPEF.

il mio datore di lavoro ha delle difficoltà nel pagarmi lo stipendio. Io purtroppo ho anche l’irpef a credito in busta c’è un tempo minimo in cui il datore è tenuto a versarmi il dovuto oppure devo aspettare?

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Quesito: SNC Ispezione INPS: al socio-dipendente sono stati richiesti i contributi IVS.

nell' anno 1997 Io e la mia fidanzata (ora mia moglie) siamo entrati a far parte di una società in nome collettivo con due soci,
rilevando la quota del 40% di un socio, ed entrando con il 20% ciascuno.
La società quindi aveva tre soci: uno al 60% e due al 20%. La società si occupava di Onoranze Funebri e commercio di fiori piante e art. da regalo.
Dopo meno di un anno circa abbiamo preso la decisione pressati dal nostro consulente di assumere mia moglie come commessa, inizialmente come apprendista, poi come commessa.
Le buste paga le faceva la cognata del nostro consulente, perchè lei è consulente del lavoro.
Nella società eravamo tutti e tre Amministratori con firma disgiunta, ma la firma in banca la aveva solo il socio con il 60%, quindi di fatto esercitava una posizione dominante.
Io nella società lavoravo in maniera non continuativa perchè esercitavo ed esercito ancora oggi la professione di Coltivatore Diretto e pagavo i contributi relativi.
Nella fine del 2002 decidemmo di uscire dalla società, firmammo l' atto a marzo 2003.
Subito dopo, sempre nel 2003, ci fu un Ispezione dell' INPS dal nostro consulente che contestò il fatto che mia moglie potesse essere assunta come dipendente essendo socio e oltretutto amministratore.
L' INPS quindi iscrisse mia moglie, per gli anni passati nella gestione commercianti pretendendo quindi i contributi IVS con sanzioni e interessi.
Nel frattempo i rapporti con il vecchio socio andavano via via peggiorando, lui continuò ad esercitare l' attività.
Il nostro consulente iniziò a fare una serie di ricorsi all' INPS sia nella gestione autonomi che nella gestione dipendenti. Il problema non veniva risolto.
Mia moglie decise nel 2004 di aprire un proprio negozio di fiori e piante, nel 2006 arrivo la mazzata dell' INPS con oltre 10.000,00 Euro da pagare per il periodo pregresso, partì nuovamente una sfilza di ricorsi all' INPS da parte del nostro consulente: il risultato? istanze rigettate!
Il nostro consulente decise allora di travasare i versamenti fatti da dipendente nella gestione commercianti, facendosi firmare anche il nulla osta da parte del vecchio socio.
Anche questa opzione venne rigettata da parte dell' INPS con la seguente motivazione: il soggetto che aveva versato i contributi dipendente era diverso (SNC) dal soggetto che doveva versare i contributi commercianti.
Allora si decise di chiedere al vecchio socio che nel frattempo aveva acquisito un nuovo socio di prelevare i contributi versati e girarli a mia moglie.
Questo non avvenne perché il nostro vecchio socio cambio idea con la motivazione che i soldi versati erano stati versati dalla società per cui erano della società.
A questo punto mia moglie è costretta a pagare i vecchi contributi con sanzioni e interessi, ormai finiti nelle mani di Equitalia.

La mia domanda è questa: può mia moglie rivalersi nei confronti del consulente che la ha erroneamente fatta assumere come lavoratrice dipendente e non come lavoratrice autonoma, oppure deve rivalersi nei confronti del consulente del lavoro?

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giovedì 19 agosto 2010

Operazioni con Paesi black list: fuori e dentro la comunicazione.

Niente test sugli scambi economici effettuati, dal 1° luglio, con partner maltesi, ciprioti o coreani del Sud. Dalla stessa data, nessun obbligo di comunicazione, e quindi di controllo, anche per le operazioni esenti, attive e passive, realizzate dai contribuenti Iva che hanno esercitato l’opzione per la dispensa dagli adempimenti contabili prevista dall’articolo 36-bis del Dpr 633/1972.

Il monitoraggio scatta, invece, dal 1° settembre, per le prestazioni di servizi che non si considerano effettuate nel territorio dello Stato, pertanto mancanti del requisito della territorialità, rese (o ricevute) nei confronti di operatori economici residenti in Paesi a fiscalità privilegiata. Il tutto nel decreto del ministero dell’Economia e delle finanze del 5 agosto.

Il documento, pubblicato sulla GU n. 191 del 17 agosto, è l’ultimo di una serie di provvedimenti emanati per contrastare l’evasione fiscale, nazionale e internazionale, attuata con particolare frequenza in campo Iva attraverso meccanismi come le “frodi carosello” e le “cartiere”.
Per arginare tali fenomeni, il legislatore è più volte intervenuto fino a disporre, per i soggetti passivi che effettuano operazioni rilevanti ai fini Iva con partner economici aventi sede, residenza o domicilio in uno dei “paradisi fiscali” – individuati con i decreti ministeriali 4 maggio 1999 e 21 novembre 2001 – l’obbligo di comunicare telematicamente all’Agenzia delle Entrate i dati identificativi di tali operazioni (articolo 1, comma 1, Dl 40/2010).

I paradisi fiscali presenti negli elenchi contenuti nei due decreti ministeriali del 1999 e del 2001 sono, però, cambiati per effetto del recente decreto Mef del 27 luglio (GU n. 180 del 4 agosto 2010). E così Cipro, Malta e Corea del Sud sono usciti dalla lista dei Paesi non collaborativi, dunque, si è reso necessario escludere il monitoraggio delle operazioni realizzate in queste aree, con riferimento alle segnalazioni relative agli scambi conclusi a partire dal 1° luglio.

L’adempimento, infatti, è entrato in vigore proprio lo scorso 1° luglio, grazie al decreto attuativo della norma (decreto Mef del 30 marzo 2010), che ha stabilito modalità e termini, e ai provvedimenti del direttore dell’Agenzia delle Entrate (28 maggio e 5 luglio 2010) con i quali sono stati approvati il modello e le specifiche tecniche di trasmissione.

Infine, per consentire a imprese e professionisti di “prepararsi” tecnologicamente all’adempimento, l’ultimo decreto concede più tempo. Il nuovo termine da rispettare, per trasmettere la comunicazione delle operazioni effettuate a luglio e agosto, è il 2 novembre.

Cosa è necessario far sapere al Fisco?
Nella comunicazione entrano i dati relativi a tutti gli acquisti e le cessioni di beni e a tutte le prestazioni di servizi, quelle rese e quelle ricevute, nel periodo di riferimento.
In particolare:
•il codice fiscale (o altro codice identificativo) attribuito all’operatore dallo Stato in cui lo stesso è stabilito, residente o domiciliato
•la ditta, cognome, nome, luogo e data di nascita, domicilio fiscale, se si tratta di persona fisica
•la denominazione o ragione sociale, sede legale o amministrativa, se soggetto non persona fisica
•per ciascun operatore, il totale delle operazioni attive e passive effettuate, distinto tra operazioni imponibili (va evidenziato l’importo complessivo della relativa imposta), non imponibili, esenti e non soggette, al netto delle relative note di variazione, e, per le note di variazione emesse e ricevute relative ad annualità precedenti, il totale delle operazioni e la relativa imposta.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 18 agosto 2010

Volata finale per il nuovo leasing. Addio a finanziario e operativo.

La sostituzione dello Ias 17 è a due terzi del cammino. Iasb e Fasb (Europa – e non solo – e Stati Uniti) hanno pubblicato oggi l’exposure draft sulla contabilizzazione delle operazioni di leasing. Un documento, aperto ai commenti fino al prossimo 15 dicembre, che sfocerà nel nuovo standard presumibilmente entro la metà del 2011. A quel punto, l’operatività sarà legata al “quando” arriverà l’endorsement dell’Efrag, indispensabile per l’adozione del principio contabile da parte dell’Unione europea.

Il perché del cambiamento
Nel 2008 “viaggiavano” 640 miliardi di dollari di beni in leasing (fonte “World Leasing Yearbook 2010”), una buona parte dei quali non trovava espressione nello stato patrimoniale degli utilizzatori. Questo per la, oramai arcinota, doppia strada da seguire per la contabilizzazione delle operazioni di leasing, con quello qualificato come operativo che non determina l’iscrizione del bene nel bilancio del locatario.

Il dato di fatto rappresentava (e rappresenta ancora oggi) un vero e proprio “bug” nel sistema Ias/Ifrs, la cui filosofia di fondo è “l’investitore è l’utilizzatore principe del bilancio e a lui devo fornire tutte le informazioni necessarie per metterlo in grado di operare le sue scelte”. Un paradigma che va a scontrarsi con una realtà in cui la qualità della informazione è carente, dal momento che:
•le attività e le passività emergenti dai contratti di leasing non sono registrate nei bilanci dei locatari, con una conseguente sottostima degli indicatori di indebitamento, bypassabili solo con aggiustamenti dei dati contabili, comunque arbitrari o basati su stime
•contratti simili trovano trattamento contabile differente (a seconda della qualificazione del leasing in operativo o finanziario), con bilanci difficilmente comparabili e fortemente esposti alle tentazioni del management di strutturare le operazioni in modo da raggiungere il risultato contabile desiderato.

In campo le contromisure
Stando così le cose, si cambia strada. Nessun maquillage dell’attuale Ias 17, con approfondimenti sulla check-list da seguire per arrivare a “vestire” con oggettività il leasing come operativo o finanziario, bensì, in nuovo approccio, basato – dopo più di 3 anni di discussioni - sul “right of use accounting model”: il contratto fa emergere diritti di utilizzo (obbligazioni di far utilizzare) e obbligazioni di pagamento (diritti di ricevere i pagamenti) e di tutto ciò si troverà traccia nello stato patrimoniale dei contraenti.

Inutile negare che la preoccupazione primaria è legata alla significatività del bilancio del locatario (lessee). Il nuovo standard traccia, comunque, la mappa anche per il locatore (lessor). Anzi, a ben vedere, è proprio in relazione a quest’ultimo che permane un elemento di discrezionalità contabile (derecognition o performance obligation approach), ancora presente nello standard in pectore.

Le basi del nuovo modello
Con il contratto di leasing, il locatore, sostanzialmente, acquista il “diritto di utilizzare” l’asset, iscrivendolo fra le attività materiali (fra gli “immobili, impianti e macchinari”) per un importo pari al valore attuale dei pagamenti dovuti, aumentato dei costi iniziali diretti (commissioni, spese legali eccetera). Contemporaneamente, il valore attuale dei pagamenti dovuti si iscriverà fra le passività.
Successivamente, la passività sarà trattata con il metodo del costo ammortizzato, mentre per l’attività (da sottoporre periodicamente a impairment test) si potrà seguire la strada dell’ammortamento o quella del revaluation model. In questo caso, però, la misurazione al fair value dovrà essere utilizzata per tutti i beni facenti parte della classe di “immobili, impianti e macchinari” cui l’asset in leasing appartiene.

Il locatore, dal canto suo, sarà chiamato a valutare se con il contratto avrà trasferito o meno in maniera significativa rischi e benefici collegati al bene. Nel primo caso la contabilizzazione seguirà il derecognition approach, in conseguenza del quale il valore contabile del bene in locazione (in tutto o in parte) sarà eliminato, registrando fra le attività il diritto a ricevere i pagamenti (valore attuale dei pagamenti più i costi diretti iniziali). Quest’ultimo (da sottoporre a impairment test) sarà poi contabilizzato utilizzando il metodo del costo ammortizzato.

Quando, al contrario, la valutazione del caso conduce a concludere che i rischi e i benefici non sono sostanzialmente trasferiti con il leasing (performance obligation approach), il locatore, insieme al diritto di ricevere i pagamenti e all’obbligazione di lasciar usare il bene, continuerà a mantenere iscritto l’asset in bilancio, registrando, da un lato, il diritto a ricevere i pagamenti (valore attuale dei pagamenti), dall’altro la passività consistente nell’obbligo di lasciar utilizzare il bene (valore attuale dei pagamenti aumentato dei costi diretti iniziali). Per l’attività (da sottoporre periodicamente a impairment test) si andrà avanti con il metodo del costo ammortizzato; la passività sarà invece estinta sistematicamente.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 17 agosto 2010

Credito imposta autotrasportatori.

Con il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 13 agosto prende forma il “bonus-ter” a favore degli autotrasportatori. Il comma 250 dell’articolo 2, legge finanziaria per il 2010, ha disposto l’assegnazione delle risorse derivanti dallo scudo fiscale alle finalità di spesa previste nell’elenco 1 allegato alla Finanziaria, tra le quali sono ricompresi interventi a sostegno del settore dell’autotrasporto mediante il rifinanziamento delle autorizzazioni di spesa concernenti specifiche disposizioni di settore, tra cui anche quelle che consentono agli autotrasportatori di recuperare una quota parte della tassa automobilistica.

In sostanza, la norma, nel rifinanziare la misura, ripropone per il 2010 la stessa agevolazione, disposta per il 2008 dall’articolo 83-bis, comma 26, del Dl 112/2008, e, per il 2009, dall’articolo 15, comma 8-septies, del decreto legge 78/2009.
L’agevolazione consiste nella concessione di un credito d'imposta pari a una quota parte dell’importo della tassa automobilistica pagata per l'anno 2010 per ogni veicolo, avente determinate caratteristiche di massa complessiva, posseduto e utilizzato dalle imprese autorizzate all'autotrasporto di merci per l’esercizio dell’attività.

La misura del credito spettante è determinata applicando alla tassa automobilistica pagata per il 2010 le seguenti percentuali:
•38,5% per i veicoli di massa massima complessiva compresa tra 7,5 e 11,5 tonnellate
•77% per i veicoli di massa massima complessiva superiore a 11,5 tonnellate.

Il credito d'imposta
•non è rimborsabile
•non concorre alla formazione del reddito e del valore della produzione ai fini dell'Irap
•non rileva ai fini della determinazione della quota di interessi passivi deducibile dal reddito d'impresa ai sensi dell'articolo 61 del Tuir
•non rileva ai fini della determinazione della quota di spese e altri componenti negativi, diversi dagli interessi passivi, tranne gli oneri fiscali, contributivi e di utilità sociale, deducibile dal reddito d'impresa ai sensi dell'articolo 109, comma 5, del Tuir.

Il bonus, inoltre, può essere fruito esclusivamente in compensazione in sede di versamento unitario mediante modello F24, utilizzando il codice tributo “6829” (denominato “Credito d’imposta corrispondente a una quota parte dell’importo pagato quale tassa automobilistica per l’anno 2010, in favore delle imprese di autotrasporto – art. 83-bis, comma 26, d.l. 25/06/2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133”), istituito con la risoluzione n. 81/E del 16 agosto.

Come per l’agevolazione prevista per il 2009, il bonus 2010 è fruibile nel rispetto dei limiti e alle condizioni disposti per gli “aiuti di importo limitato” dal Dpcm del 3 giugno 2009, recante le modalità applicative della concessione degli aiuti temporanei previsti dalla “Comunicazione della Commissione europea - quadro di riferimento temporaneo comunitario per le misure di aiuto di Stato a sostegno dell’accesso al finanziamento nell’attuale situazione di crisi finanziaria ed economica”, nonché dalla decisione di autorizzazione C(2009)4277 del 28 maggio 2009 della Commissione europea relativa alla notifica dell’aiuto di Stato N 248/2009.

In pratica è richiesto che il titolare o il legale rappresentante dell'impresa beneficiaria, prima della fruizione del credito d’imposta, predisponga un’apposita dichiarazione sostitutiva in cui attesti l’assenza delle condizioni di difficoltà alla data del 30 giugno 2008, di non rientrare tra coloro che hanno ricevuto e non rimborsato aiuti giudicati illegali (“clausola Deggendorf”), nonché il rispetto del limite complessivo di 500mila euro, al lordo delle imposte dovute, determinato tenendo conto degli aiuti di importo limitato e degli aiuti “de minimis” fruiti, fissato dalle autorità comunitarie relativamente al triennio 1° gennaio 2008-31 dicembre 2010.

La dichiarazione sostitutiva è redatta utilizzando il modello allegato al provvedimento ed è presentata a mezzo raccomandata senza avviso di ricevimento al Centro operativo di Pescara.

Infine, quale adempimento a carico dei soggetti beneficiari, è previsto l'obbligo di indicare il credito nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta in cui esso matura e nelle dichiarazioni dei redditi relative ai periodi d'imposta nei quali lo stesso è utilizzato.


Fonte: Agenzia Entrate

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sabato 14 agosto 2010

Quesito: chiusura retroattiva?

mia moglie ha aperto e chiuso un negozio di fiori dopo 6 mesi, abbiamo
scoperto soltanto adesso cioè dopo ben 6 anni che la commercialista di allora
non aveva effettuato la chiusura ne della P.I. ne alla CCIIA. Può fare una
chiusura retroattiva in data della vendita del negozio ? Per fortuna abbiamo
documentazione comprovante della vendita dell’attività.

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Quesito: indennità di fine locazione commerciale.

Può IL LOCATORE DEDURRE DAL REDDITO DEI FABBRICATI L’INDENNITà CORRISPOSTA AL LOCATARIO PER FINE LOCAZIONE IMMOBILE COMMERCIALE?

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giovedì 12 agosto 2010

Equiparati documento elettronico e cartaceo.

Con la direttiva 2010/45/Ue del 13 luglio 2010, le cui disposizioni dovranno essere recepite entro il 31 dicembre 2012, il Consiglio dell’Unione europea annuncia una serie di novità volte a semplificare l’utilizzo della fatturazione elettronica negli Stati membri. Va ricordato che la n. 45/2010 modifica la cosiddetta “direttiva rifusa” (direttiva 2006/112/Ce) che armonizza e semplifica le numerose prescrizioni in materia di Iva susseguitesi nel tempo.

Il documento, tra l’altro, al fine di aiutare le imprese a ridurre i costi ed essere più competitive, si prefigge di rimuovere gli ostacoli che ci sono tra la fatturazione elettronica e quella cartacea, equiparando le due tipologie di documenti. Grazie a questa parità di trattamento, i piccoli ostacoli, che hanno rallentato lo sviluppo dei documenti digitali, dovrebbero essere totalmente rimossi.

Le principali novità
La vera grande semplificazione la si evince in modo particolare dal nuovo articolo 233 che dispone: “L'autenticità dell'origine, l'integrità del contenuto e la leggibilità di una fattura, sia essa cartacea o elettronica, sono assicurate dal momento dell'emissione fino al termine del periodo di archiviazione della fattura. Ogni soggetto passivo stabilisce il modo in cui assicurare l'autenticità dell'origine, l'integrità del contenuto e la leggibilità della fattura. Tale obiettivo può essere raggiunto attraverso controlli di gestione che creino una pista di controllo affidabile tra una fattura e una cessione di beni o una prestazione di servizi”.

In pratica, si aprono all’orizzonte tre scenari differenti che hanno come protagonisti: il controllo di gestione, la firma digitale e i sistemi di trasmissione elettronica dei dati (EDI).
A prescindere dal sistema adottato, la cosa importante è garantire l’autenticità dell’origine (attestare la paternità delle fatture) e l’integrità del contenuto (evitare che qualcuno le possa modificare a posteriori).

Detto questo, rivolgendo l’attenzione alle imprese italiane, ricordiamo che la fatturazione elettronica nel nostro Paese è stata introdotta con il Dlgs 52/2004, il quale, modificando integralmente l’articolo 21 del Dpr 633/1972, ha previsto, per effettuare la fatturazione, due diverse modalità operative:
•apponendo su ogni fattura un riferimento temporale (data e ora) e una firma digitale
•utilizzando sistemi EDI.
Senza scendere troppo nei tecnicismi, definiremo quella del primo caso fatturazione elettronica “destrutturata”, che consiste nel generare un documento informatico (solitamente in formato Pdf) e apporvi il riferimento temporale e la firma digitale; quella del secondo caso fatturazione elettronica “strutturata” che consente, al mittente e al destinatario, una gestione completamente automatizzata dei documenti, come, ad esempio, la registrazione automatica nel sistema gestionale, senza l’intervento dell’operatore.

Pertanto, per le imprese che già adottano uno dei sistemi sopra descritti non dovrebbe cambiare nulla, in quanto i requisiti prescritti dall’attuale direttiva sono già garantiti dall’assetto normativo previgente.

Accordo tra le parti obbligatorio
La direttiva prevede all’articolo 232 che il ricorso alla fatturazione elettronica sia subordinato all’accordo del destinatario. Ricordiamo che tale disposizione è già in vigore nel nostro ordinamento (cfr articolo 21, comma 3, del Dpr 633/1972), ma questa ulteriore puntualizzazione potrebbe comportare dei cambiamenti nel modo di operare delle nostre imprese. In particolare, ci riferiamo a quelle che, pur non avendo stipulato un accordo col cliente, creano comunque le fatture in formato elettronico, per evitare di doverle stampare, provvedendo a inviarle al cliente tramite posta elettronica o a mezzo posta ordinaria.

Questo modo di operare genera una sorta di “asimmetria” nel processo di fatturazione elettronica, nel senso che viene effettuato solo da una parte, in questo caso da chi emette i documenti.

Ebbene, se tale disposizione verrà recepita senza ulteriori integrazioni, questo modus operandi, che si è venuto a consolidare nel tempo, non sarà più possibile e chissà che non sia proprio questa la giusta strada per far decollare definitivamente la fatturazione elettronica nel nostro Paese.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione ok, pagamento no. L’iscrizione a ruolo è diretta.

E’ legittima l'iscrizione a ruolo e la liquidazione dell’imposta anche nell’ipotesi di mancata comunicazione al contribuente dei risultati del controllo automatico, sempreché non siano riscontrabili incongruenze rispetto alla dichiarazione. Pertanto, in caso di condono e in assenza di modifica della dichiarazione, l’ufficio non deve inviare al contribuente alcuna comunicazione di irregolarità della dichiarazione ma può procedere subito all’iscrizione al ruolo delle somme non versate. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza n. 17396 del 23 luglio 2010.

Il fatto
Un contribuente che si era avvalso della sanatoria degli omessi versamenti (articolo 9-bis della legge 289/2002), ma che non aveva poi provveduto al pagamento delle somme per beneficiare del condono, lamentava in giudizio la notifica “diretta” della cartella di pagamento, senza la precedente comunicazione di irregolarità. La cartella, relativa a Irpeg, Irap, Iva, ritenute e addizionali Irpef per due periodi di imposta condonati, era infatti stata impugnata dalla società per decadenza, omissione del previo invito al pagamento, carente motivazione e iscrizione di somme indebite.

La Ctp annullava l’atto impugnato, ma i giudici d’appello confermavano l’operato dell'ufficio, dichiarando legittima l’iscrizione a ruolo.

In Cassazione il contribuente denunciava, tra l’altro, la violazione degli articoli 36-bis, comma 3, del Dpr 600/1973, e 54-bis, comma 3, del Dpr 633/1972 (concernenti i controlli automatici della dichiarazione), proponendo ai giudici la risoluzione d quesiti di diritto, volti a chiarire:
•se la comunicazione dell’esito del controllo della dichiarazione annuale è sempre obbligatoria
•se la mancata comunicazione costituisce vizio di annullabilità dell’atto
•se per tale istituto non opera la sanatoria prevista dall’articolo 21-octies, comma 2, primo periodo, della legge 241/1990 (procedimento amministrativo) in quanto a) gli articoli 36-bis e 54-bis hanno la funzione di tutelare il diritto di difesa del contribuente nella fase terminale del procedimento, b) l’ammontare delle sanzioni sarebbe stato di diversa entità in caso di osservanza della norma sull’invio della comunicazione, c) l’articolo 6 dello Statuto del contribuente sanziona con la nullità la mancata comunicazione dell’esito dei controlli. E’ il caso di chiarire che gli articoli 21-septies e 21-octies della legge sul procedimento amministrativo operano una fondamentale distinzione tra atti amministrativi nulli e annullabili, con la specificazione che sono nulli quelli che difettano di un elemento essenziale, mentre sono annullabili quelli adottati in violazione di legge, eccesso di potere o incompetenza. Non sono, tuttavia, annullabili quelli che violano norme procedurali o aspetti formali, se si tratta di atti a contenuto vincolato, quale è notoriamente la cartella di pagamento.

La decisione
Nel controversia, un punto fermo è costituito dalla presentazione dell’istanza di condono da parte della società ricorrente, senza che però sia stato versato l’intero importo dovuto. Perciò, è indiscutibile che il contribuente, dopo aver richiesto la sanatoria per le sanzioni (articolo 13, Dlgs 471/1997), è decaduto dal beneficio per non avere versato alle scadenze previste l’intera somma calcolata per l’estinzione della pendenza.
Constatata tale omissione, l’ufficio ha proceduto quindi all’iscrizione a ruolo delle rate dei versamenti non eseguite, a cui ha fatto seguito da parte dell’Agente della riscossione l’emissione della relativa cartella di pagamento.

Il problema che si è posto per questo tipo di definizione è se la stessa potesse considerarsi validamente perfezionata nel caso in cui il contribuente, dopo aver optato per il pagamento rateale, avesse omesso il versamento di una o più delle rate previste. Lo scioglimento di tale dubbio è subordinato alla censura con la quale il contribuente contestava l’iscrizione a ruolo delle somme richieste, in quanto non preceduta dalla “comunicazione di irregolarità”.

I giudici hanno dato risposta negativa a entrambi i quesiti, specularmente interconnessi, dal momento che, in questa fase procedimentale, nessuna violazione dei diritti posti a salvaguardia della difesa del contribuente si è verificata, in quanto l’iscrizione a ruolo ha tenuto conto di quanto già versato dalla società (nel caso opposto l’ufficio sarebbe incorso nel fenomeno del divieto di doppia imposizione), con la specifica avvertenza che, proprio a motivo della mancanza di precedenti comunicazioni relative agli omessi versamenti, avrebbe potuto chiedere all’ufficio la riduzione ad un terzo delle sanzioni iscritte a ruolo.

La trama argomentativa della motivazione si è quindi esplicitata nel chiarire che la comunicazione di irregolarità è prevista dalla esclusivamente per il caso in cui il controllo automatico della dichiarazione riveli “un risultato diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione”, ossia un errore del contribuente, mentre nella fase di controllo della fattispecie in esame l’ufficio non ha constatato alcuna anomalia di sorta, ossia nessun risultato “difforme” dai dati esposti in dichiarazione. Di conseguenza, stando così le cose, l’ufficio operatore si è limitato esclusivamente a iscrivere a ruolo le somme dichiarate e non versate, senza alcun apporto correttivo ai dati (di scienza) rappresentati dal contribuente. Sostanzialmente, quindi, l'Amministrazione non è pervenuta a un risultato “diverso” rispetto a quello indicato in dichiarazione ma ha solo rilevato l’omissione del mancato versamento del dovuto.

Tale ratio decidendi, del resto, è conforme alla specifica normativa di settore, considerato che, sia le disposizioni in materia di tributi diretti sia quelle in materia di Iva prevedono che debba essere data comunicazione al contribuente del risultato dei controlli automatici soltanto quando il risultato del calcolo dell’imposta é “diverso rispetto a quello indicato nella dichiarazione” (“comunicazione di irregolarità”), ma non è previsto un obbligo inverso, ossia quello della comunicazione al contribuente della “regolarità” della dichiarazione.

Da questa angolazione, quindi, l’operato dell’ufficio non configge neppure con l’articolo 6, comma 5, dello Statuto del contribuente, il quale prescrive che, prima di procedere alle iscrizioni a ruolo derivanti dalla liquidazione di tributi risultanti da dichiarazioni, qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, l’Amministrazione finanziaria deve invitare il contribuente a fornire i chiarimenti necessari o a produrre i documenti mancanti in tempo debito, la cui inadempienza comporta la nullità dei provvedimenti emessi.
Sicché, l’opzione interpretativa circa la superfluità della comunicazione allorché il controllo automatico della liquidazione della dichiarazione non riveli errori del contribuente “è giuridicamente corretta e assorbe ogni altro profilo di critica della statuizione in argomento”.

In conclusione, la Suprema corte ha affermato il principio secondo cui il contribuente ha diritto a ricevere la comunicazione di irregolarità solo se a seguito del controllo automatico emerge un risultato diverso rispetto a quelle indicato in dichiarazione e non anche quando c’è stato un omesso versamento di imposte, correttamente calcolate in dichiarazione.



Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 11 agosto 2010

Cartelle di pagamento IRAP: l’onere della prova grava sul contribuente

I professionisti che, ritenendo di essere privi di autonoma organizzazione, abbiano dichiarato e non versato l’IRAP possono ricorrere contro la cartella di pagamento senza particolari preclusioni processuali, ma l’onere della prova sull’insussistenza dell’autonoma organizzazione rimane a loro carico.
Questo è il principio enunciato dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15744 del 2 luglio 2010

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martedì 10 agosto 2010

L'avviso di accertamento è nullo se la lista estera è irrituale

Le notizie acquisite attraverso procedure di scambio di informazioni tra stati Ue devono essere allegate all'avviso di accertamento pena la nullità dell'atto.
La pronuncia della Commissione Tributaria di Mantova n. 137/1/10 ripropone il problema della legittima utilizzabilità dei dati e delle informazioni acquisite in sede internazionale, ai fini dell'accertamento fiscale in maniera irrituale, fuori dai canali ufficiali.
Sempre in tema si segnalano altre pronunce particolarmente interessanti:
Una con riferimento alla lista di Vaduz relativa a contribuenti italiani con conti nel Liechtestein, della Cpt di Milano (sentenza 367/2009) e l’altra della Ctr Emilia Romagna, sezione 25 depositata il 15 dicembre 1999 relativa a un accertamento su operazioni tra una società di San Marino e un'impresa italiana

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domenica 8 agosto 2010

Alla casalinga che subisce un incidente stradale va riconosciuto non solo il danno biologico, ma anche quello patrimoniale

E' quanto precisato dalla Cassazione con la sentenza n. 16896/10.
La Corte ha sottolineato che, mancando una norma specifica di conteggio, si deve prendere come parametro il lavoro svolto dalle colf.
Particolarmente interessante il ragionamento seguito dai giudici che se per il danno biologico hanno richiamato l'articolo 32 della Costituzione per quello patrimoniale hanno citato, invece, gli articoli 4 e 37 della Carta che per l'appunta tutelano rispettivamente la scelta di qualsiasi forma di lavoro e i diritti del lavoratore e della donna lavoratrice.
La Corte ha chiarito, inoltre, che il pregiudizio economico che subisce una casalinga menomata nell'espletamento della sua attività in conseguenza di lesioni subite è economicamente valutabile come danno emergente (articolo 1223 del Codice civile) e può essere liquidato pur in via equitativa anche nell'ipotesi in cui la stessa sia solita avvalersi di collaboratori domestici, perchè comunque i compiti risultano di maggiore ampiezza, intensità, responsabilità rispetta a quelli espletati da un prestatore d'opera dipendente.

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sabato 7 agosto 2010

Quesito: normativa su fringe benefits (dipendente azienda privata).

vorrei chiedere, cortesemente, gli estremi normativi in base ai quali è stabilito che il benefit casa non può essere revocato unilateralmente dal datore del lavoro senza esservi un incremento retributivo, come è riportato su un post del vostro portale 18 aprile 2010 che riporto testualmente" Diverso è il caso dell’uso del bene concesso nell’esclusivo interesse privato del lavoratore: si tratta del vero e proprio fringe benefit o retribuzione in natura. Sono i beni concessi in uso esclusivamente privato al dipendente, al di là di ogni ragione tecnica, organizzativa e produttiva aziendale. Al contrario di quanto avviene nel caso dei beni concessi in uso nell’interesse esclusivo dell’azienda, essi non possono essere revocati unilateralmente dal datore di lavoro, a meno che la revoca non preveda un incremento retributivo di importo pari al valore economico dell’uso del bene revocato.
Una situazione intermedia ricorre nel caso di uso promiscuo di un bene aziendale, ovvero quando il bene è concesso in uso non solo nell’interesse dell’azienda ma anche in quello del lavoratore. È senza dubbio il caso che presenta più difficoltà per la valutazione del benefit a vantaggio del dipendente, data la necessità di individuare oggettivamente la parte di utilizzo privato e aziendale del bene (esempi tipici di uso promiscuo riguardano normalmente il telefono cellulare e l’automobile).

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Cig: compatibilità con attività di lavoro e cumulabilità dei redditi.

Con la ccircolare n. 107 del 5 agosto 2010 l’Inps detta la nuova disciplina relativa alla compatibilità fra il trattamento di integrazione salariale con attività di lavoro autonomo e subordinato e alla cumulabilità fra i relativi redditi.
Nella circolare sono anche indicati i criteri per l’accredito dei contributi figurativi dei periodi di integrazione salariale nei casi di contemporaneo svolgimento di lavoro autonomo o subordinato ed è esaminata la disciplina delle prestazioni integrative a carico del Fondo speciale per il sostegno del reddito e dell'occupazione e della riconversione e riqualificazione professionale del personale del settore del trasporto aereo.


Fonte: INPS

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Dubbi risolti sulla dichiarazione intrastat per i servizi.

L’esclusione dall’intrastat è una questione di… fiducia. Potrebbe sintetizzarsi così una delle risposte arrivate con la circolare n. 43/E del 6 agosto. L’Agenzia delle Entrate ha, infatti, chiarito che il prestatore di servizi stabilito in Italia è legittimato a non includere l’operazione nell’elenco riepilogativo, se ottiene una dichiarazione del committente estero che ne attesti l’esenzione o la non imponibilità Iva nel suo Paese. Circostanza, questa, che potrebbe condurre fino alla non presentazione dell’intrastat, nel caso la dichiarazione – che può essere rilasciata anche una sola volta, rimanendo valida fino a che il trattamento fiscale resta lo stesso - “copra” tutti i servizi prestati dall’operatore italiano.

In mancanza dell’attestazione del cliente estero, l’operatore italiano può non includere la prestazione nell’elenco riepilogativo delle operazioni intracomunitarie solo se elementi di fatto obiettivi diano la certezza che l’Iva non è dovuta nello Stato del committente.

Fattura si, fattura no
Dalla parità di trattamento, una porta di servizio per uscire dal generale obbligo di fatturazione, prescritto per le prestazioni di servizi rese a committenti comunitari. Un obbligo che per le transazioni “domestiche” non è assoluto. Si pensi, ad esempio a tutta la serie di operazioni finanziarie, esenti, per le quali il decreto Iva prevede la non obbligatorietà della fattura non richiesta dal cliente. La circolare ha precisato che le stesse operazioni sono “libere” dal documento contabile anche se rese a un committente Ue, qualora possano essere escluse dagli intrastat perché non si portano dietro debito d’imposta nel Paese di destinazione.

Intrastat legato alla fattura
Le risposte dell’Agenzia delle Entrate hanno tutte, come filo conduttore, la normativa Iva. La considerazione potrà sembrare banale, ma sono proprio le disposizioni che disciplinano e individuano le modalità di assoggettabilità al tributo che occorre tener presente per risolvere i dubbi applicativi legati agli elenchi riepilogativi. Tanto è vero che più volte nella circolare è stato fatto riferimento – magari adattandolo alla normativa aggiornata - a un precedente documenti di prassi non proprio recente (la circolare n. 13 del 1994). Come nel caso delle cosiddette triangolazioni nazionali (IT2 acquista un bene da IT1, incaricando quest’ultimo di spedire la merce al suo cliente stabilito in un altro Paese Ue), operazioni interne non imponibili – si ricorda, anche “nel caso in cui il cessionario stipuli il contratto su mandato ed in nome del cedente. In questo caso, infatti, il predetto cessionario agirebbe quale mero intermediario del cedente senza mai avere la disponibilità del bene, nel pieno rispetto della ratio delle disposizioni in materia” (risoluzione n. 35/2010) – in relazione alle quali è stato individuato l’operatore nazionale promotore della triangolazione (IT2) quale soggetto obbligato alla compilazione dell’elenco riepilogativo per la cessione del bene.

“Tipica” delle regole del gioco intrastat è invece la soluzione fornita a proposito del settore “autotrasporto”.

Gli autotrasportatori, con una disposizione di vantaggio, possono registrare le fatture emesse entro il trimestre successivo a quello di emissione. Il quesito ruotava proprio intorno a questa circostanza: una fattura emessa a febbraio e registrata nel secondo trimestre dell’anno, in quale elenco va inserita? L’Agenzia ha ricordato come gli adempimenti legati ai modelli riepilogativi si leghino al momento dell’emissione della fattura e non a quello della sua registrazione.

Conseguentemente, la fattura emessa a febbraio entrerà nell’intrastat dello stesso mese o in quello del primo trimestre, a seconda della periodicità di presentazione che vincola l’autotrasportatore.



Fonte: Agenzia Entrate

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Detassazione degli investimenti ambientali, col codice 99 trovano posto in Unico 2010.

A seconda della tipologia del soggetto che ha realizzato investimenti ambientali e per il quale compete la detassazione prevista dall’art. 6 della L. 388/2000, l’importo della stessa andrà collocato in apposita sezione del quadro RF di UNICO 2010, utilizzando il codice 99, previsto per le variazioni in diminuzione. Questo è quanto chiarito con la Risoluzione n. 78/E del 5 agosto in risposta a un contribuente che chiedeva all’Agenzia delle Entrate istruzioni sull’esatta collocazione della detassazione in parola.

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Fonte: ItaliaOggi

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