sabato 31 luglio 2010

Indennità di maternità? Non per il padre libero professionista.

Non lede i principi costituzionali la previsione dell'articolo 70 del decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, nella parte in cui riconosce l'indennità alle sole madri, libere professioniste. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 285 del 28 luglio 2010 ha dichiarato, rispettivamente, inammissibile e non fondate, le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 70 sollevate, l’una dalla Corte d’appello di Venezia, l’altra dalla Corte d’appello di Firenze, in riferimento agli artt. 3, 29 e 31 della Costituzione.

Secondo la Corte d’appello di Venezia l’art. 70 del D.Lgs. n. 151/2001, nel riconoscere il diritto di percepire l’indennità di maternità alla sola madre libera professionista, pone una limitazione alla tutela del superiore interesse del bambino, in quanto non consente ai genitori di effettuare quelle scelte familiari – tra le quali rientra quella di stabilire chi tra il padre e la madre debba assentarsi dal lavoro in occasione della nascita – tese a garantire la migliore cura e assistenza della prole.

Secondo la Corte d’appello di Firenze, l’articolo 70 in questione si pone in contrasto con il principio di uguaglianza, in quanto l’indennità di maternità è riconosciuta al padre, sia nel caso di adozione o affidamento (sentenza n. 385 del 2005), sia in quello in cui egli svolga attività di lavoro dipendente (art. 28 D.Lgs. n. 151 del 2001).

Con la richiamata sentenza n. 285/2005 la Corte Costituzionale, seppure con riferimento ad un caso di adozione preadottiva, ha infatti sancito l'illegittimità costituzionale degli artt. 70 e 72 del D.Lgs. n. 151/2001, nella parte in cui non prevedono il principio che al padre spetti di percepire in alternativa alla madre l'indennità di maternità, attribuita solo a quest'ultima.

La previsione che solo alle madri libere professioniste iscritte ad un ente che gestisce forme obbligatorie di previdenza, e non anche al padre libero professionista, sia riconosciuta un'indennità di maternità (art. 70), estesa dall'art. 72, primo comma, all'ipotesi di adozione o affidamento, fu giudicata nel 2005, un vulnus sia del principio di parità di trattamento tra le figure genitoriali e fra lavoratori autonomi e dipendenti, sia del valore della protezione della famiglia e della tutela del minore.

Il Tribunale di Firenze in qualità di giudice del lavoro, con sentenza n. 710 del 20 giugno 2008, condannava, in applicazione della norma censurata, la Cassa di Previdenza forense al pagamento in favore di un avvocato iscritto dell’indennità di maternità conseguente alla nascita del figlio avvenuta l’8 maggio 2006.

Avverso tale sentenza presentava ricorso la Cassa di previdenza.

Da qui la richiesta di intervento della Corte Costituzionale, che ritiene che il caso della madre biologica sia del tutto diverso da quello dell’affidamento preadottivo, fattispecie nella quale non si pone l’esigenza di tutela della gravidanza e del puerperio di una madre biologica.

Con la sentenza n. 285 in esame, la Corte Costituzionale dichiara, pertanto, non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata argomentando, fra l’altro, che l’art. 28 del D.Lgs. n. 151/2001 non assimila la posizione del padre naturale dipendente a quella della madre, potendo il primo godere del periodo di astensione dal lavoro e della relativa indennità solo in casi eccezionali e ciò proprio in ragione della diversa posizione che il padre e la madre rivestono in relazione alla filiazione biologica.

In questo caso, alla tutela del nascituro si accompagna quella della salute della madre, alla quale è finalizzato il riconoscimento del congedo obbligatorio e della collegata indennità.

(Sentenza Corte Costituzionale 28/07/2010, n. 285)


Fonte: IPSOA

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Restyling della cartella di pagamento.

Approvate, con provvedimento direttoriale, le "avvertenze" che accompagnano il nuovo modello della cartella di pagamento. Rinnovate nella grafica e nel lessico indicano, con un linguaggio semplice, le azioni che il contribuente può intraprendere a seguito della notifica delle somme iscritte a ruolo.

A ogni cartella, infatti, corrisponde un foglio avvertenze sulle modalità di ricorso, sospensione del pagamento, richiesta di riesame in autotutela. Un'apposita sezione indica come e quando presentare il ricorso, specificando le autorità a cui rivolgersi (commissione tributaria, giudice ordinario, organo estero, ecc.) per formulare l'istanza o l'opposizione alla cartella di pagamento.

Anche per la richiesta di sospensione del pagamento, da parte del contribuente che propone ricorso, sia in sede amministrativa che giudiziale, è prevista una specifica sezione; qui sono indicati anche i casi in cui tale facoltà è esclusa o è disciplinata da apposite norme.


Fonte: Agenzia Entrate

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Via libera al documento sull’indipendenza dei collegi sindacali nelle non quotate.

Il documento approvato in data 28 luglio 2010, dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili contiene le nuove norme di comportamento del collegio sindacale nelle società non quotate. In particolare, si precisa che colui che svolge la funzione di sindaco per una società non potrà percepire dalla stessa altri compensi oltre una certa soglia. Superato un certo numero di incarichi, il sindaco dovrà fare un’autovalutazione per stabilire se è in grado di svolgere in modo idoneo la propria funzione.

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Istruzioni dell’Agenzia delle Entrate per i bonifici sulle spese di ristrutturazione e risparmio energetico.

Con la circolare n. 40/E del 28 luglio 2010, l’Agenzia delle Entrate ha fornito istruzioni per l’uso della ritenuta del 10% sui bonifici relativi al pagamento di lavori di ristrutturazione e di risparmio energetico. In particolare, viene chiarito che la ritenuta d’acconto del 10% sui bonifici che consentono la detrazione del 36% e 55% va calcolata sull’importo del pagamento al netto dell’Iva considerata forfettariamente del 20%. Poiché la ritenuta va applicata sui bonifici eseguiti a partire dal 1° luglio, il documento di prassi odierno precisa che in sede di prima applicazione della norma non verranno irrogate sanzioni laddove si riscontrano violazioni della norma.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Coordinatore per l'esecuzione dei lavori, una figura centrale.

Una sentenza della Cassazione ripropone il tema del ruolo del coordinatore per l'esecuzione dei lavori nei cantieri temporanei e mobili.La figura del coordinatore per l'esecuzione: generalità

Una recente sentenza della Corte di cassazione offre lo spunto, a distanza di quasi un anno dall'entrata in vigore del c.d. «correttivo» al T.U.S., per fare il punto sulla figura del coordinatore per l'esecuzione dei lavori, la cui centralità nel sistema della prevenzione è indiscutibile nell'ottica del legislatore del 2008. Il Tit. IV del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81, dedicato alla disciplina dei "Cantieri temporanei o mobili", contiene al Capo I le disposizioni specifiche relative alle misure per la tutela della salute e per la sicurezza dei lavoratori nei cantieri temporanei o mobili.

Tra le disposizioni rilevanti, v'è quella dell'art. 89 che, com'è noto, definisce le figure della sicurezza rilevanti: a) committente; b) responsabile dei lavori; c) lavoratore autonomo; d) coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la progettazione dell'opera, conosciuto come «coordinatore per la progettazione»; d) coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la realizzazione dell'opera, conosciuto come «coordinatore per l'esecuzione dei lavori».

Limitando l'attenzione a quest'ultima figura, il legislatore del 2008, a seguito delle modifiche apportate dal D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106, definisce il coordinatore per l'esecuzione dei lavori come quel «soggetto incaricato, dal committente o dal responsabile dei lavori, dell'esecuzione dei compiti di cui all'articolo 92, che non può essere il datore di lavoro delle imprese affidatarie ed esecutrici o un suo dipendente o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) da lui designato», fermo restando, tuttavia, che le "incompatibilità di cui al precedente periodo non operano in caso di coincidenza fra committente e impresa esecutrice".

La norma, anche a seguito delle modifiche introdotte in sede di "correttivo" nell'agosto 2009, traduce efficacemente la specificità della funzione rivestita da questa importante figura della sicurezza, come del resto già riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità formatasi sotto la vigenza del D.Lgs. 14 agosto 1996, n. 494, attuativo della c.d. direttiva cantieri (direttiva 92/57/CEE concernente le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili), poi abrogato dall'art. 304 del T.U.S.

Il coordinatore per l'esecuzione nell'evoluzione giurisprudenziale

Il tema dell'individuazione degli obblighi gravanti sulla figura del coordinatore per l'esecuzione dei lavori è stato particolarmente attenzionato dalla giurisprudenza di legittimità sotto la vigenza dell'abrogato D.lgs. n. 494 del 1996, nella consapevolezza che un personalizzato, equo giudizio d'imputazione può essere fondato solo sulla precisa delineazione delle numerose posizioni di garanzia individuate dal sistema della sicurezza sul lavoro. Peraltro, la normativa di settore è stata trasposta in termini coincidenti nel T.U.S. del 2008, parzialmente innovata dal D.Lgs. n. 106 del 2009 che, tuttavia - come riconosciuto anche dalla recente sentenza della Suprema Corte che è tornata sull'argomento - ha mantenuto l'impostazione del sistema prevenzionistico nella materia in questione, pur manifestando la tendenza a limitare e separare le sfere di responsabilità dei diversi soggetti.

Vigente il D.Lgs. n. 494 del 1996, la giurisprudenza di legittimità aveva correttamente distinto questa figura da quella, pure introdotta per la prima volta in sede di attuazione della direttiva cantieri, del coordinatore per la progettazione. La stessa giurisprudenza, del resto, già prima delle (invero modeste) innovazioni apportate dal nuovo T.U.S., aveva precisato come si tratti di figure "le cui posizioni di garanzia non si sovrappongono a quelle degli altri soggetti responsabili nel campo della sicurezza sul lavoro, ma ad esse si affiancano per realizzare, attraverso la valorizzazione di una figura unitaria con compiti di coordinamento e controllo, la massima garanzia dell'incolumità dei lavoratori" (Cass. pen., sez. IV, 26 maggio 2004, n. 24010, C., in Ced Cass. 228565; conf., Cass. pen., sez. IV, 8 maggio 2008, n. 18472, B.). Il Supremo Collegio, nell'evidenziare i profili differenziali esistenti tra questa figura e le altre figure operanti per sicurezza nei cantieri temporanei e mobili, pur ribadendo la titolarità in capo al coordinatore per l'esecuzione dei lavori un'autonoma posizione di garanzia "che, nei limiti degli obblighi specificamente individuati dall'art. 5 del D.Lgs. n. 494 del 1996, si affianca a quelle degli altri soggetti destinatari delle norme antinfortunistiche" (Cass. pen., sez. IV, 3 ottobre 2008, n. 38002, A., in Ced Cass. 241217), aveva precisato, da un lato, come a quest'ultimo non fosse assegnato esclusivamente, vigente l'art. 5 del D.Lgs. n. 494 del 1996, "il compito di organizzare il lavoro tra le diverse imprese operanti nello stesso cantiere, bensì anche quello di vigilare sulla corretta osservanza da parte delle stesse delle prescrizioni del piano di sicurezza e sulla scrupolosa applicazione delle procedure di lavoro a garanzia dell'incolumità dei lavoratori" (Cass. pen., sez. IV, 4 luglio 2008, n. 27442, L., in Ced Cass. 240961) e, dall'altro, ne aveva valorizzato i poteri a contenuto impeditivo in situazioni di pericolo grave e imminente (Cass. pen., sez. IV, 30 aprile 2008, n. 17502, M., in Ced Cass. 239524; fattispecie relativa al reato di lesioni colpose causate da un crollo verificatosi nel cantiere, in riferimento alla quale è stata riconosciuta la responsabilità del coordinatore per aver omesso di segnalare il riscontrato pericolo al committente e per non aver nella sua imminenza provveduto altresì a ordinare la sospensione dei lavori).

Il coordinatore per l'esecuzione nel T.U.S.

La nuova disciplina introdotta dal D.Lgs. n. 81 del 2008 rende chiaro che, per ciò che attiene alla sicurezza, il committente, insieme ai suoi delegati, si trova in un ruolo critico – dialettico nei confronti del datore di lavoro dell'impresa esecutrice (e di quella affidataria) che, naturalmente, sono a loro volta portatori di plurimi obblighi in materia di sicurezza. Ciò giustifica il tenore dell'art. 89, co.2, lett. f) del nuovo T.U.S. come modificato dal legislatore del 2009, che, nel definire la figura del coordinatore per l'esecuzione dei lavori, dispone che si tratti di soggetto diverso dal datore di lavoro «delle imprese affidatarie ed esecutrici o un suo dipendente o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) da lui designato». E', infatti, naturale che venga esclusa la possibilità che soggetto controllante e soggetto controllato si identifichino. Ciò vale, a maggior ragione, per l'incompatibilità introdotta in relazione alla figura del Rspp, considerato il ruolo che quest'ultimo riveste in seno all'organizzazione datoriale. Egli è, infatti, il consulente del datore di lavoro e, in tale sua veste, collabora con quest'ultimo nell'individuazione dei rischi, nella predisposizione delle misure di prevenzione e protezione e nell'attuazione degli obblighi prevenzionistici: ciò spiega, dunque, la necessità di impedire che l'Rspp possa rivestire le delicate funzioni di coordinatore per l'esecuzione, posto che, diversamente, si verificherebbe l'immedesimazione nella stessa figura di funzioni che sono e devono rimanere distinte, a garanzia dell'ottimale attuazione degli obblighi prevenzionistici. Per ciò che riguarda il coordinatore per l'esecuzione, atteso l'indicato ruolo di collaboratore del committente cha caratterizza tale figura, la lettura della specifica sfera di gestione del rischio demandatagli discende per un verso dalla funzione di generale, alta vigilanza che la legge demanda al committente. Per l'altro dalla disciplina dell'art. 92 T.U.S., la quale conferma che la funzione di vigilanza è "alta" e non si confonde con quella operativa demandata al datore di lavoro ed alle figure che da esso ricevono poteri e doveri (dirigente e preposto), tant'è vero che il coordinatore articola le sue funzioni in modo formalizzato.

Conclusivamente, dunque, il legislatore ha mostrato particolare consapevolezza dei rischi derivanti dall'azione congiunta di diverse organizzazioni e ne ha disciplinato la prevenzione, imponendo un penetrante reciproco obbligo di tutti i soggetti coinvolti di coordinarsi e di interagire con gli altri in modo attento e consapevole, affinché risulti sempre garantita la sicurezza delle lavorazioni.

(Sentenza Cassazione penale 13/05/2010, n. 18149)


Fonte: IPSOA

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giovedì 29 luglio 2010

Quesito: chiarimenti sul conto vendita.

faccio riferimento a questo post http://ilcommercialista.blogspot.com/2010/02/contratto-di-conto-vendita.html

quando nel contratto si dice
6) che sono del tutto sicuri e pienamente rispondenti a tutte le norme di sicurezza esistenti;

io dovrei vendere spille peluche fatte a mano,che non sono adatte però al gioco o ai bambini,perchè contengono appunto piccole parti e la spilla,e non essendo oggetti industriali non possono rispondere a nessuna norma di sicurezza standard
posso cambiare il punto di questo contratto,o fare una modifica aggiungendo questa clausola?
o quando dice

7) che se ne assume ogni e qualsiasi responsabilità derivante da inesatte dichiarazioni e/o comunque relativa agli oggetti sopra descritti, al loro uso alla loro commercializzazione e/o a quant’altro correlabile esonerando la suddetta ditta da qualsiasi controversia e responsabilità.

dovrei scrivere nella descrizione dell'oggetto che cmq nn sono adatti ai bambini?
in sostanza oltre a questo contratto,devo allegare tutta una presentazione e descrizione degli oggetti in un modulo a parte in carta libera?(tessuto utilizzato,imbottitura,come sono state cucite ecc?)

inoltre la commissione del 20% per il negoziante è stabilita per legge,o il negoziante può chiedermi una percentuale superiore di guadagno?

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Quesito: info beni estero.

Salve vorrei sapere se essendo disoccupato e avendo comprato un monoambiente in brasile con 30000 euro (somma ricevuta come eredità ) devo dichiarare sul modello Unico RW ,che attualmente non compilo poichè appunto disoccupato.

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Quesito: info maternità.

Sono una lavoratrice autonoma, artigiana, ho richiesto l'indennità di maternità a gennaio 2010, la mia bambina è nata il 21 dicembre 2009. non ero in regola con le contribuzioni pertanto mi hanno bloccato l'erogazione, dandomi comunicazione verso aprile che avrei avuto 30 gg per sanare la posizione.cio non è stato possibile entro i termini da loro richiesti.
Il mio commercialista ha però valutato che dai conti ero a credito verso l'inps e che ora sono a posto con le contribuzioni fino al novembre 2010.Ha predisposto F24 con i dati a credito o in pari, ora non ricordo di preciso.
Mi spetta ancora la maternità?

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I controlli bancari seguono gli indizi

Con la sentenza n. 17390 depositata il 23 luglio 2010, la Corte di Cassazione ha stabilito che i conti dei parenti, coinvolti o meno nelle attività lavorative possono essere usati come prova dei redditi dell’imprenditore. Nella fattispecie, secondo i giudici l’estensione delle indagini bancarie sul conto corrente della moglie casalinga è legittima se ci sono presunzioni gravi, precise e concordanti che riconducono tale conto all’impresa del marito

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Bonifici per 36 e 55 per cento: istruzioni per l'uso della ritenuta.

Chiarimenti in arrivo per banche e Poste italiane Spa sulle regole per effettuare la ritenuta del 10% sui bonifici relativi al pagamento di lavori di ristrutturazione e di risparmio energetico. A fornirli è la circolare n. 40/E del 28 luglio nella quale i tecnici dell'Agenzia delle Entrate spiegano che il calcolo va effettuato sul totale del bonifico da cui deve essere scorporata l'Iva.

La "storia" della ritenuta
Il Dl 78/2010 ha introdotto, a partire dal 1° luglio di quest'anno, una ritenuta del 10% sui bonifici disposti da contribuenti, che ordinano lavori di ristrutturazione o interventi di riqualificazione energetica per poi usufruire dei relativi bonus, in favore delle imprese esecutrici.

Le banche o le Poste italiane, nel momento dell'accreditamento dei pagamenti, effettuano la ritenuta d'acconto, con obbligo di rivalsa, dell'imposta sul reddito dovuta dal beneficiario e provvedono al relativo versamento tramite F24, indicando il codice tributo "1039". Contestualmente rilasciano al destinatario del bonifico la certificazione delle ritenute eseguite e delle somme erogate; nel modello 770 riportano i dati riguardanti i pagamenti effettuati.

Come si calcola la ritenuta
Per effettuare la giusta ritenuta va individuata quale è la base imponibile su cui operare.
In primo luogo va evidenziato che i pagamenti eseguiti mediante bonifico da parte di chi ha disposto i lavori sono, ovviamente, comprensivi dell'Iva e che l'aliquota applicata varia a seconda del tipo di spesa che si va a pagare. Ad esempio l'aliquota è del 10% per i lavori di ristrutturazione su immobili abitativi, così come su "beni significativi" forniti dall'impresa, quali infissi, sanitari, ascensore, eccetera, mentre l'aliquota Iva passa al 20% nel caso di interventi di riqualificazione energetica su edifici diversi da quelli abitativi.

È, però, evidente che la base di calcolo su cui operare la ritenuta non deve comprendere l'Iva, proprio in virtù del principio di neutralità dell'imposta.
Dal momento che chi effettua la ritenuta del 10% non può sapere né quale è l'ammontare dell'Iva compresa nell'importo del bonifico, né quale è l'aliquota applicata di volta in volta, per esigenze di semplificazione e di economicità e per evitare possibili errori la circolare 40/E stabilisce che dall'importo del bonifico va scorporata l'Iva del 20% e su questa base va operata la prevista ritenuta del 10%.

No alla "doppia" ritenuta
Tra i diversi ordinanti dei bonifici sono ricompresi anche soggetti che già applicano la ritenuta di acconto sulle somme erogate. È questo il caso, ad esempio, dei condomini che, in qualità di sostituti d'imposta, operano la ritenuta del 4% sui compensi per le prestazioni relative all'appalto di opere o servizi.
Per evitare che l'impresa che effettua i lavori di ristrutturazione o di riqualificazione energetica subisca due volte il prelievo alla fonte sul medesimo importo, la circolare odierna chiarisce che va effettuata la sola ritenuta del 10% sul bonifico prevista dal Dl 78/2010.

Niente sanzioni per la prima applicazione
Poichè la ritenuta va applicata sui bonifici eseguiti a partire dal 1° luglio, in considerazione della complessità degli adempimenti e delle obiettive condizioni di incertezza sulla determinazione della base imponibile, il documento di prassi odierno precisa che in sede di prima applicazione della norma introdotta dal Dl 78/2010 non verranno irrogate sanzioni laddove si riscontrano violazioni della norma, così come previsto dallo Statuto del contribuente.


Fonte: Agenzia Entrate

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La sottrazione di beni in leasing è reato di bancarotta fraudolenta.

Con la sentenza n. 27650 del 15 luglio 2010, la sezione penale della Corte di Cassazione ha stabilito che è reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale la sottrazione del bene oggetto del contratto di leasing, a seguito del fallimento di una società. Nello specifico, per la Cassazione, non si può non rilevare come la condotta qui esaminata abbia creato un pregiudizio ai creditori, quantomeno in capo alla società locatrice la cui obbligazione è rimasta insoluta e priva di garanzia di ristoro.

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Slittano al 20 agosto gli adempimenti e i versamenti fiscali e previdenziali con il modello F24 in scadenza dal 1° al 20 agosto.

Anche quest’anno arriva la proroga di Ferragosto. È stato infatti firmato il 27 luglio 2010il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, che sposta al 20 agosto gli adempimenti e i pagamenti fiscali e previdenziali con il modello F24 in scadenza dal 1° al 20 agosto, senza alcuna maggiorazione. Resta ferma, invece, la scadenza del 5 agosto per i versamenti dovuti dai soggetti che esercitano attività economiche per le quali sono stati elaborati gli studi di settore.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Imposta sulla pubblicità.

È soggetto all’imposta sulla pubblicità qualsiasi mezzo di comunicazione con il pubblico che, indipendentemente dalla ragione e finalità della sua adozione, risulti obiettivamente idoneo a far conoscere indiscriminatamente alla massa indeterminata di possibili acquirenti e utenti, cui si rivolge, il nome, l'attività e il prodotto di una azienda. Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con sentenza n. 15449 del 30 giugno, ha accolto il ricorso dell'Amministrazione finanziaria.

Il fatto
La vicenda in esame concerne una società per azioni che impugna tre avvisi di accertamento emessi da un Comune, relativamente all’imposta di pubblicità dovuta per altrettante annualità, fondati sulla rilevazione della scritta portante l’acronimo della società, di sesquipedali dimensioni, sul tetto dei capannoni della propria azienda, pertanto da assoggettare al tributo locale quale presupposto dell’imposta pubblicitaria, come definito dall’articolo 5, comma 1, del Dlgs 507/1993 (è soggetta all'imposta sulla pubblicità la diffusione di messaggi pubblicitari effettuata attraverso forme di comunicazione visive o acustiche, in luoghi pubblici o aperti al pubblico o che sia da tali luoghi percepibile).

Nella motivazione dei ricorsi introduttivi del giudizio la società asseriva che la scritta aveva esclusivamente la funzione di consentire di individuare il luogo di atterraggio alle mongolfiere partecipanti a un meeting sportivo, ma non costituiva affatto un messaggio pubblicitario, essendo a tal fine collocata in un luogo visibile solo dall'alto, non aperto o esposto al pubblico. Inoltre, la società si riteneva sottratta al tributo quale soggetto “diverso” dall’organizzatore della manifestazione sportiva, lamentando anche la mancata riduzione della tariffa per le fattispecie di durata inferiore a tre mesi.

La Commissione tributaria provinciale rigettava i ricorsi con sentenza che veniva confermata in appello, ma nuovamente rimessa in discussione davanti la Corte di cassazione, nella cui impugnazione sostanzialmente si denunciava violazione di legge (articoli 5, 7, 8, 10 e 12, Dlgs 507/1993), nonché vizi di motivazione in quanto nel caso di specie:
- la Commissione del riesame avrebbe erroneamente disattesa la valenza segnaletica delle scritte in questione
- propria carenza di legittimazione
- esclusione del requisito dell'esposizione al pubblico
- esclusiva riferibilità delle scritte alla manifestazione sportiva
- carattere temporaneo della pubblicità.

L’inquadramento normativo
Ai fini di un corretto inquadramento della vertenza, appare utile richiamare preliminarmente le disposizioni aventi a oggetto la delimitazione dell'ambito di applicazione del tributo sulla pubblicità, evidenziando che particolare rilevanza assume, al riguardo, il secondo comma dell'articolo 5 del Dlgs 504/1993, per effetto del quale sono tassabili solo “i messaggi pubblicitari diffusi nell'esercizio di una attività economica allo scopo di promuovere la domanda di beni o servizi ovvero finalizzati a migliorare l'immagine del soggetto pubblicizzato”.
La norma, nell'escludere la tassazione della pubblicità non lucrativa, richiede che il messaggio pubblicitario afferisca all'esercizio di attività economiche e che sia proiettato verso la promozione della vendita dei beni, della prestazione dei servizi o dell'immagine del soggetto. Logica conseguenza è, quindi, l'intassabilità di quei messaggi privi di rilevanza economica o contenenti informazioni non aventi finalità pubblicitarie, quali le scritte “aperto”, “chiuso”, “divieto di transito”, “divieto di accesso ai non addetti ai lavori”, eccetera (cfr risoluzioni nn. 243/1995, 227/1996 e 41/1999). Come chiarito dalla Corte di cassazione (cfr sentenze nn. 12319/1995 e 7944/1997), il messaggio pubblicitario, per essere soggetto all'imposta “deve avere il suo punto di riferimento nella produzione o nella vendita o nella fornitura di servizi”, considerando che l'imposta comunale sulla pubblicità ha per oggetto messaggi di “pubblicità economica” diffusi nell'esercizio di attività imprenditoriale (sentenza n. 23573/2009).

La decisione
Con la sentenza n. 15449/2010, la Cassazione è tornata a occuparsi della questione dell'assoggettabilità all'imposizione sulla pubblicità di cartelli contenenti indicazioni in ordine alla localizzazione di industrie, di laboratori artigianali e di negozi, stabilendo che è assoggettata a imposta l’esposizione della scritta della denominazione dell’azienda sul tetto dei propri capannoni, anche se avente l’asserita funzione di consentire alle mongolfiere partecipanti a un meeting di individuare il luogo di atterraggio, se questa è visibile dall’alto. Infatti, pur assolvendo una funzione informativa, tali cartelli ne svolgono anche una pubblicitaria, risultando obiettivamente idonei a far conoscere indiscriminatamente alla massa indeterminata di possibili acquirenti il nome, l'attività e il prodotto di un'azienda.

Nello specifico, la Suprema corte rigetta tutti i motivi del ricorso, affermando preliminarmente che la deduzione della mera intenzione di segnalare il luogo di atterraggio, imposta dalla normativa specifica (onere che può essere assolto con qualsiasi altro mezzo di segnalazione diverso dalla scritta sui tetti della sede dell’impresa), non contrasta con l'oggettiva funzione pubblicitaria delle scritte stesse, correlata alla diffusione della ragione sociale dell'impresa. Sostanzialmente, quindi, il fatto che la scritta possa essere vista dai piani alti degli edifici o dai velivoli che sorvolavano la zona esclude l’assenza del requisito dell'esposizione al pubblico, in quanto tale modalità percettiva concreta, in termini pubblicitari, un significativo messaggio promozionale.

Pertanto, la Corte di legittimità ribadisce l’insegnamento contenuto nella sentenza n. 17852/2004, laddove ha affermato che tali cartelli, pur potendo essere qualificati come segnali di indicazione previsti dal codice della strada, sono caratterizzati da una vocazione eminentemente pubblicitaria, facilitando l'incontro tra potenziali clienti e impresa pubblicizzata e, quindi, promuovendo la domanda di beni e servizi di quest'ultima, indipendentemente dalla ragione e finalità della sua adozione.
Inoltre, l'esistenza di una utilità per la circolazione stradale non fa venire meno la funzione pubblicitaria che i segnali di industria comunque svolgono; conseguentemente essi restano soggetti all'imposta sulla pubblicità, non potendo trovare applicazione nemmeno l'esenzione prevista per le insegne di esercizio (articolo 17, Dlgs 507/1993).
Peraltro, un tale strumento di comunicazione con il pubblico è soggetto a imposta comunale sulla pubblicità, restando irrilevante il fatto che presenti o meno i caratteri dell’insegna (Cassazione, sentenza n. 15654/2004).
Non solo. La contraddittorietà della censura propugnata dalla ricorrente tra l’ammissione che le scritte potessero essere lette “dai piani alti dell'ospedale” e “dagli occupanti dei velivoli che sorvolavano la zona” e l’esclusione del requisito dell'esposizione al pubblico, riverbera i suoi effetti negativi anche sulla conseguente pretesa mancanza di legittimazione attiva, manifestando in tal modo il contribuente evidente confusione metodologica fra la “funzione segnaletica” e quella “obiettivamente pubblicitaria”. Per i giudici, nella fattispecie, quest’ultima funzione è l’unica a essere in evidenza e, quindi, il soggetto passivo d'imposta è la società ricorrente e non l’organizzatrice del meeting, “la cui ragione sociale risalta, a caratteri cubitali, dal tetto dei capannoni della propria azienda”.

Con riferimento, poi, all’asserito carattere temporaneo della pubblicità, la Corte regolatrice conclude che il termine per accertare l’imposta decorre dal momento in cui la dichiarazione doveva essere presentata, il quale nasce a norma dell’articolo 8 del Dlgs 507/1993 appena “prima di iniziare la pubblicità”, senza che assuma rilievo il fatto che, in ipotesi di omessa dichiarazione, la pubblicità si presume effettuata in ogni caso con decorrenza dal primo gennaio dell'anno in cui è stata accertata (comma 4). Ciò considerato che la decorrenza cui detta norma si riferisce attiene unicamente alla misura del tributo che l’omittente è tenuto a versare, ma non riguarda, invece, la decorrenza del termine biennale di decadenza del Comune dall'esercizio del potere impositivo che si verifica, ai sensi dell'articolo 10 dello stesso decreto (vigente ratione temporis), dopo il decorso di due anni “dalla data in cui la dichiarazione è stata o avrebbe dovuto essere presentata”. A tal fine, è onere del contribuente dimostrare che la pubblicità sia stata intrapresa, in mancanza di dichiarazione, oltre due anni prima della notifica dell'accertamento dell’ufficio (cfr Cassazione, sentenze nn. 14483/2003 e 5486/2008).

Giova, per completezza, richiamare anche la sentenza n. 23383/2009, con la quale, uniformandosi alla precedente pronuncia n. 17852/2004, la Cassazione, ha stabilito che i cartelli indicatori della sede di stabilimenti, industrie, laboratori artigianali, ed esercizi commerciali, che facilitano il reperimento di un’azienda o di un punto vendita, se contengono il nominativo della ditta vanno considerati a ogni effetto come forme pubblicitarie e, come tali, scontano l’imposta sulla pubblicità. Con detta pronuncia, la Sezione tributaria conferma l'interpretazione estensiva del presupposto di applicazione dell'imposta, fornendo anche un criterio guida che consente di distinguere la cartellonistica stradale vera e propria (non soggetta al tributo) dai segni distintivi che, pur illustrando l'itinerario per raggiungere gli stabilimenti di produzione, sono invece connotati da un’insita funzione pubblicitaria.
Nella prima categoria, che annovera, per espressa previsione normativa, anche i "segnali turistici e di territorio", rientra la segnaletica priva di contenuto reclamistico e avente l'esclusiva funzione di fornire agli utenti informazioni utili per la guida e l’individuazione di località, itinerari, servizi e impianti. Proprio in ragione dell’"inidoneità pubblicitaria", la giurisprudenza di legittimità (cfr sentenze nn. 15654/2004, 17852/2004 e 4905/2005) e la prassi amministrativa (risoluzioni nn. 262/1995, 48/1996 e 151/1998) condividono l'esclusione di rilevanza ai fini tributari di detta segnaletica.
Diverso discorso deve essere fatto, all’inverso, per i detti segnali di industria. Secondo il riferito orientamento giurisprudenziale, i segnali di avvio a fabbriche e stabilimenti, ove contengano il riferimento nominativo a una determinata impresa, svolgono, per la loro sostanziale natura di insegne, anche una funzione pubblicitaria tassabile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Modello 770: per i bonifici a cavallo d’anno rileva la data d’ordine.

Scade lunedì, 2 agosto, il termine per la presentazione del modello 770/2010 con la certificazione dei compensi erogati e delle ritenute effettuate nel 2009. Quando le prestazioni professionali vengono pagate con il bonifico bancario a cavallo d’anno, sorge il problema di individuare l’anno di competenza. Con la circolare n. 25/2010 Assonime chiarisce che nel caso di compensi pagati via bonifico, per chi paga il compenso rileva il momento in cui le somme sono uscite dalla propria disponibilità, per chi riceve il compenso, invece, occorre riferirsi al momento in cui è stato impartito l’ordine di bonifico o quando la somma è effettivamente a disposizione del professionista, sul conto corrente.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Comunicazioni di irregolarità escluse per gli omessi versamenti.

Con la sentenza n. 17396 depositata il 23 luglio 2010, la Corte di Cassazione ha precisato che la comunicazione di irregolarità va inviata al contribuente solo se a seguito del controllo automatico emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato in dichiarazione. Non va inviata, invece, alcuna comunicazione di irregolarità nel caso di omesso versamento delle imposte, correttamente calcolate in dichiarazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Utili tassati nel paese d’origine.

Gli utili delle stabili organizzazioni dovranno essere tassati nel paese d’origine dell’impresa, salvo alcune eccezioni. Questo è quanto stabilito dal nuovo modello di convenzione fiscale approvato in via definitiva dall’Ocse che contiene le nuove regole che dovranno seguire tutti i paesi firmatari delle convenzioni fiscali redatte secondo le indicazioni dell’Ocse.

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Contratto a progetto e possibile la conversione del permesso di soggiorno.

Per gli stranieri extracomunitari già regolarmente soggiornanti in Italia è ammissibile la conversione del permesso di soggiorno per studio o formazione professionale in corso di validità in permesso di soggiorno per lavoro autonomo, anche in presenza di contratto cd. a progetto Le Direzioni Provinciali del Lavoro, ai fini del rilascio del competente parere allo Sportello Unico, devono verificare la disponibilità della specifica quota destinata alle conversione per lavoro autonomo attribuita a livello locale e accertare, dalla documentazione presentata dallo straniero richiedente, il carattere autonomo (e non subordinato o parasubordinato) del contratto a progetto.

Ai fini del corretto inquadramento della fattispecie di contratto cd. a progetto tra il lavoro autonomo, per i quali è permessa la conversione del permesso di soggiorno per studio/formazione in permesso per lavoro autonomo, è necessaria un'attenta verifica da parte delle DPL circa i requisiti qualificanti della fattispecie.

Il Ministero del lavoro fa presente che tale orientamento non vale per i nuovi ingressi dall'estero (ex art. 26 del T.U. e art. 39 del D.P.R. 394/99), in quanto la specifica attività di lavoro autonomo deve essere riconducibile ad una delle categorie individuate dall'art. 2 del D.P.C.M. 1.04.2010. Tra queste, allo stato, ancora non figura la casistica relativa al lavoro cd. a progetto.

(Nota Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 22/07/2010, n. 3361)


Fonte: IPSOA

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mercoledì 28 luglio 2010

Non dovuti i dazi e l’Iva senza obbligazione doganale.

L'articolo 1 del codice doganale comunitario prevede l'applicazione del codice sia agli scambi nell'ambito delle istituzioni comunitarie che agli scambi tra Stati membri e Paesi terzi. All'articolo 4 si definisce obbligazione doganale l'obbligo di una persona di corrispondere l'importo dei dazi all'importazione o all'esportazione previsti dalle disposizioni comunitarie. Un particolare regime di transito delle merci (articolo 91, n.1) è quello del transito esterno relativo alle merci non comunitarie nel territorio doganale comunitario senza che le stesse siano soggette a dazi all'importazione o a misure di politica commerciale. Il successivo articolo 92, puntualizza come il regime di transito esterno abbia termine nel momento in cui le merci vincolate a tale regime sono presentate all'ufficio doganale di destinazione. Per l'articolo 204, n. 1, il sorgere di un obbligazione doganale ha luogo nel momento in cui vi sia una inadempienza nell'ambito del regime di permanenza. Altra normativa a cui fare riferimento è il regolamento Cee della Commissione del 2 luglio 1993, n. 2454, che fissa talune disposizioni d'applicazione del regolamento Cee n. 2913/92 modificato dal regolamento CE della Commissione 18 dicembre 2003, n. 2286 che si riallaccia a quanto stabilito dal codice doganale comunitario. Infatti, all'articolo 859, si fa riferimento ai presupposti che determinano l'inosservanza degli obblighi derivanti dall'inclusione delle merci a un regime di transito. L'articolo 860, invece, stabilisce che l'autorità doganale ritiene sorta l'obbligazione doganale, salvo prova contraria, qualora non siano soddisfatte le condizioni di cui all'articolo 859.

I fatti oggetto di controversia
La controversia vede come protagonisti da una parte il Ministero delle Finanze ed dall'altra un impresa danese di trasporti e logistica, ai sensi dello statuto, qualificata come speditore autorizzato. La qualifica di speditore autorizzato permette all'impresa una procedura semplificata per la spedizione di merci soggette al regime di transito esterno. Inoltre lo spedizioniere autorizzato ha la facoltà di non presentare materialmente le merci all'ufficio doganale di partenza ma un elenco informatico delle merci. Nel 2005 l'impresa danese spediva, in regime di transito esterno, due partite di merci originando, per errore, due regimi di transito per ciascuna delle due partite. Presso l'ufficio di destinazione le merci sono state presentate nel rispetto delle regole della procedura di transito esterno. Di conseguenza i due regimi di transito sono stati appurati in modo regolare. Con riferimento ai due regimi di transito soprannumerari, generati per errore, l'ufficio di destinazione non ha potuto effettuare alcuna verifica in modo regolare perché non esisteva alcuna merce che potesse essere presentata all'ufficio doganale di destinazione. Le autorità danesi, non trovando soddisfazione alla richiesta di fornire una prova alternativa alla chiusura del transito, dichiaravano la società debitrice dei dazi doganali e dell'Iva relativi a tale operazione di transito. Proprio sulla scorta di tale decisione, per ciascuno dei regimi in questione, in virtù dell'articolo 204 del codice doganale, nasceva una obbligazione doganale. La società di spedizione provvedeva successivamente a contestare tale decisione appellandosi alle autorità tributarie. Non trovando riscontro, la società impugnava le decisioni incriminate dinanzi al Tribunale di Horsen che ordinava il rimborso dei dazi doganali e dell'Iva riconoscendo non maturata alcuna obbligazione doganale. A questo punto l'Amministrazione finanziaria proponeva ricorso alla Corte di appello della regione occidentale, che sospendeva il procedimento per proporre la questione pregiudiziale ai giudici della Corte di giustizia europea.

La domanda pregiudiziale
Nel procedimento C-234/09 il giudice del rinvio rimanda alla Corte due questioni, sebbene debbao essere esaminate congiuntamente. La prima è se, alla luce dell'articolo 204, n. 1, lett. a), del codice doganale in regime di transito soprannumerario, una merce inesistente, faccia sorgere o meno l'obbligazione doganale che impone di versare i dazi e l'imposta sul valore aggiunto. L'altra questione, proponibile nel caso in cui sia affermativa la prima, consiste nell'appurare se, in base alle disposizioni del codice doganale, per merci si debbano intendere soltanto quelle materialmente esistenti o anche quelle esistenti soltanto in modo virtuale. Per le autorità doganali danesi, nel caso trattato, l'obbligazione doganale sorge in virtù dell'articolo 204 del codice doganale comunitario in considerazione anche del fatto che lo spedizioniere, non presentando le merci oggetto di tale regime di transito all'ufficio doganale di destinazione, contravverrebbe agli obblighi di cui all'articolo 96, n. 1, lett. a), del codice doganale. Si deve ritenere, in maniera pacifica, come le circostanze della causa principale non rientrino tra le inadempienze elencate nell'articolo 859 del regolamento di attuazione che al punto 2, lett. a), di tale articolo, disciplina le inosservanze legate all'applicazione del regime di transito. Quest'ultimo prevede che la merce vincolata al regime di transito sia materialmente presentata all'ufficio doganale di destinazione. Dall'esame della fattispecie di cui alla causa principale, si evince come i due regimi di transito siano stati generati per errore in quanto non esisteva per uno dei due regimi alcuna merce tale da soddisfare gli obblighi previsti dal regime di transito esterno. Nelle circostanze quali quelle descritte della causa principale, è palese l'assenza del pregiudizio per la ratio sottesa all'articolo 204 del codice doganale tale da giustificare il sorgere di un'obbligazione doganale.

I rischi per assenza di controlli
Un altro aspetto che la norma intende tutelare riguarda la prevenzione del rischio che merci non comunitarie vengano introdotte nel territorio comunitario senza alcun controllo. A tal riguardo il regime doganale di transito esterno, effettuato per una merce non esistente, non comporta alcun rischio nè in termini di concorrenza sleale nè di perdite fiscali. Ne consegue che l'obiettivo di una diligente applicazione del regime doganale non può essere realizzato nel caso di un regime di transito esterno che non corrisponde a una merce esistente. Accogliendo l'interpretazione caldeggiata dalle autorità danesi, l'articolo 204 del codice doganale comporterebbe come unico risultato sanzionare l'errore legato ai regimi di transito esterno e non l'inosservanza degli obblighi propri di tale regime. L'errore di avviare due regimi di transito esterno per una sola merce non pregiudica gli obiettivi sottesi all'applicazione dell'articolo 204 giustificando il sorgere dell'obbligazione doganale. I giudici comunitari ritengono che alla fattispecie in oggetto non si possa applicare il più volte richiamato articolo 204 del codice doganale comunitario.

La pronuncia della Corte
Secondo la Corte di giustizia l'articolo 204, n. 1, lett. a), del codice doganale comunitario non è applicabile alla fattispecie descritta nella causa principale dove uno speditore autorizzato genera erroneamente due regimi di transito esterno per un'unica merce. Tale regime, facendo riferimento a una merce inesistente, non può comportare il sorgere di una obbligazione doganale con i consecutivi oneri per dazi e imposte.


Fonte: Agenzia Entrate

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Esenzione imposta successioni, controllo ampio per quote sociali.

Nell'ipotesi di trasferimento di quote sociali e azioni non soggetto all'imposta di successione e donazioni, la verifica del requisito dell'acquisizione o integrazione del controllo previsto per la fruizione del regime di favore deve essere effettuata anche con riferimento ai voti spettanti alle società controllate.
In sintesi, è quanto affermato dall'Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 75/E del 26 luglio.
Secondo il documento di prassi, due eredi (fratello e sorella) ricevono per successione, delle azioni pari al 43,50% del capitale sociale di Alfa. I coeredi, inoltre, prima dell'apertura della successione, detenevano delle partecipazioni indirette nella società Alfa tramite Beta. Infatti, il capitale sociale di quest'ultima, che partecipa nella misura del 9% al capitale di Alfa, risulta interamente posseduto dai due fratelli, che detengono uno il 49,75 % e l'altro il 50,25 % del capitale di Beta.
Per accedere al regime di favore (articolo 3, comma 4-ter del decreto legislativo n. 346/1990) occorre verificare se, con il trasferimento delle azioni, si realizzi la condizione prevista dallo stesso articolo 3.
In proposito, a seguito dell'inserimento del citato comma 4-ter nell'articolo 3, Testo unico sulle successioni e donazioni (Finanziaria 2007), i trasferimenti di aziende, di quote sociali e azioni a favore dei discendenti e del coniuge non sono soggetti all'imposta sulle successioni e donazioni. In caso di trasferimento di quote sociali e azioni emesse da soggetti di cui all'articolo 73, comma 1, lettera a), del Tuir, tale beneficio si applica limitatamente alle partecipazioni mediante le quali è acquisito o integrato il controllo ai sensi dell'articolo 2359, primo comma, numero 1), del codice civile.

Il predetto trattamento agevolativo spetta esclusivamente ai beneficiari che siano discendenti o coniuge del disponente, a condizione che detengano il controllo per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento, requisito da attestare con apposita dichiarazione, contestualmente alla presentazione della dichiarazione di successione o all'atto di donazione.

Nell'ambito del quadro normativo delineato, si inserisce, quindi, la questione di natura interpretativa per la soluzione della quale l'Agenzia delle Entrate ha richiamato la circolare n. 3/2008, nella quale era stato chiarito che, nell'ipotesi in cui oggetto del trasferimento siano quote o azioni emesse da società per azioni e in accomandita per azioni, società a responsabilità limitata, società cooperative e società di mutua assicurazione residenti nel territorio dello Stato (articolo 73, comma 1, lett. a) del Tuir), l'esenzione spetta per il solo trasferimento di partecipazioni che consente agli aventi causa (discendenti o coniuge) di acquisire oppure integrare il controllo (articolo 2359, primo comma, n. 1, del codice civile).

Questa disposizione definisce, in effetti, la nozione di "controllo di diritto" che si realizza quando un soggetto "dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell'assemblea ordinaria" di una società, ossia detiene, più del 50% delle quote o azioni della società, con diritto di voto nell'assemblea ordinaria.

Secondo l'Agenzia, la verifica del requisito dell'acquisizione o integrazione del controllo ai fini agevolativi va effettuata anche in considerazione della disposizione del secondo comma dell'articolo 2359 del codice civile, in base al quale "ai fini dell'applicazione dei numeri 1) e 2) del primo comma si computano anche i voti spettanti a società controllate, a società fiduciarie e a persona interposta: non si computano i voti spettanti per conto di terzi".

Tale scelta interpretativa risulta motivata anche dal fatto che la norma agevolativa è stata introdotta per favorire una sorta di continuità nella gestione delle aziende di famiglia: il beneficio spetta, infatti, solo nell'ipotesi in cui gli aventi causa si impegnino a continuare l'attività del dante causa mantenendo il controllo delle società.

Pertanto, per il computo della percentuale di controllo (articolo 2359, primo comma, n. 1) sono rilevanti, oltre ai diritti di voto esercitabili direttamente dal soggetto beneficiario che detiene le partecipazioni, anche quelli che lo stesso è in grado di esercitare tramite società controllate.

In definitiva l'Agenzia ha ritenuto che la norma agevolativa trovi applicazione, quindi, anche nell'ipotesi in cui il controllo della società sia acquistato dall'avente causa, per effetto della sommatoria tra le partecipazioni acquistate per successione e quelle di cui il beneficiario risultava già in possesso, se pure in via indiretta. In ogni caso, gli aventi causa devono rendere apposita dichiarazione nell'atto di donazione o nella dichiarazione di successione, sulla loro volontà di proseguire l'attività d'impresa o mantenere il controllo societario. Nel caso in cui controllo di diritto venga integrato tramite altri soggetti societari (controllo indiretto), tale dichiarazione deve essere resa sempre dal beneficiario della devoluzione.

L'Agenzia ha richiamato, inoltre, il contenuto della circolare n. 11/2007 e della citata circolare n. 3/2008, in cui si chiariva che, nell'ipotesi di trasferimento di una partecipazione di controllo frazionata tra più discendenti, l'agevolazione spetta per l'attribuzione che consente l'acquisizione o l'integrazione del controllo stesso da parte del discendente.

Nel caso, invece, in cui il trasferimento della partecipazione di controllo avviene a favore di più discendenti in comproprietà (articolo 2347 del codice civile), il beneficio è sempre riconosciuto (ove l'attribuzione consenta ai discendenti in comproprietà di acquisire o detenere il controllo societario); in tal caso, infatti, i diritti dei comproprietari sono esercitati da un rappresentante comune, il quale disporrà della maggioranza dei voti esercitabili in assemblea ordinaria.

La risoluzione, tuttavia, chiarisce che le partecipazioni di controllo detenute in comproprietà da parte dei beneficiari della devoluzione, non possono essere sommate a quelle detenute a titolo personale; pertanto, pur riconoscendo, per il trasferimento in parola, la possibilità di poter computare anche i "voti spettanti a società controllate", i due eredi (sorella e fratello) non possono invocare il regime di favore.


Fonte: Agenzia Entrate

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Entro il 2 agosto i sostituti d’imposta sono tenuti a presentare all’Agenzia delle Entrate il modello 770 e sanare eventuali violazioni.

Sia il modello 770 semplificato che il modello 770 ordinario devono essere presentati per via telematica entro il 31 luglio, scadenza che quest’anno slitta al 2 agosto 2010. Entro tale termine, potranno essere sanate eventuali violazioni, anche penali, commesse nel periodo di imposta 2009 dai sostituti d’imposta. In particolare, sarà possibile procedere alla regolarizzazione mediante il versamento di una sanzione pari ad un decimo del minimo previsto, rimuovendo gli errori e le omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Proprietà dello studio e costi sostenuti per le spese condominiali e di riscaldamento ininfluenti per l’Irap.

Con la sentenza n. 372/01/10 depositata il 5 luglio 2010, la Commissione Regionale del Lazio ha affermato il principio secondo il quale l’ammortamento relativo all’immobile di proprietà del professionista e i costi sostenuti per le spese condominiali e di riscaldamento, non costituiscono indici dell’esistenza di autonoma organizzazione ai fini dell’Irap. Di conseguenza, in assenza di altri elementi che possono verificare il presupposto impositivo, le somme relative all’Irap devono essere rimborsate al contribuente così come richieste.


Fonte: ItaliaOggi

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Registrazione dei contratti di locazione on line.

A partire dal 10 agosto 2010 sarà possibile registrare on line contratti di locazione relativi a più immobili, con diversi dati catastali contemporaneamente. Con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 23 luglio 2010, sono state, infatti, approvate le nuove specifiche tecniche che riguardano la registrazione telematica dei contratti d’affitto degli immobili, da effettuare con il modello 69 e il pagamento delle relative imposte. Inoltre, permettono di comunicare i riferimenti catastali degli immobili nei casi di cessione, risoluzione o proroga degli stessi contratti, utilizzando il modello CDC.

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Salvo l'accertamento affetto da errore di calcolo.

Qualora l'avviso di accertamento sia affetto da errori di calcolo, il giudice tributario non deve ne’ puo’ limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal petitum delle parti. E' quanto ribadito dalla Corte di Cassazione, - con la sentenza n. 17072 depositata lo scorso 21 luglio - accogliendo il ricorso dell'Agenzia entrate, relativamente ad un avviso di accertamento affetto da errore di calcolo.

La S.C. ha confermato l'orientamento della giurisprudenza secondo cui "il processo tributario non e’ annoverabile tra quelli di impugnazione/annullamento, bensi’ tra quelli di impugnazione/merito, in quanto non diretto alla mera eliminazione dell’atto impugnato ma alla pronunzia di una decisione di merito sostitutiva sia della dichiarazione resa dal contribuente sia dell’accertamento dell’amministrazione finanziaria, con la conseguenza che il giudice, il quale ravvisi l’infondatezza parziale della pretesa dell’amministrazione, non deve ne’ puo’ limitarsi ad annullare l’atto impositivo, ma deve quantificare la pretesa tributaria entro i limiti posti dal petitum delle parti".

Pertanto, i giudici dell’appello avrebbero dovuto calcolare l’incidenza dell’errore sull’accertamento opposto per verificare in primo luogo se, in concreto, correggendo l’errore, permanevano i presupposti per l'accertamento posto in essere e, in ogni caso, se residuavano una pretesa fiscale. Nella specie però - rileva il Collegio - la CTR non solo non ha effettuato tale indagine, ma non ha neppure chiarito in cosa consistesse l’errore rilevato ne’ quale ne fosse la consistenza aritmetica.

A tal proposito, non e’ possibile affermare che una simile analisi non fosse necessaria in presenza di un riconoscimento dell’errore da parte dell’amministrazione, in quanto l’Ufficio nell’atto d’appello non ha riconosciuto l’errore ma ha difeso il proprio operato, evidenziando che, a fronte del rilevato errore di calcolo, i primi giudici non avrebbero potuto comunque annullare tutto l’atto, ma avrebbero dovuto calcolare l’incidenza dell’errore riducendo la pretesa dell’Ufficio. In ogni caso, il presunto riconoscimento dell’errore da parte dell’ufficio mancherebbe pur sempre della indicazione della incidenza dell'errore sulla entita’ della pretesa riportata nell’avviso opposto, impedendo cosi’ la valutazione necessaria ad accertare nel merito la persistenza o meno di una pretesa fiscale residua.

(Cassazione civile Sentenza, Sez. Trib., 21/07/2010, n. 17072)


Fonte: IPSOA

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Comunicazioni di irregolarità escluse per gli omessi versamenti

Con la sentenza n. 17396 depositata il 23 luglio 2010, la Corte di Cassazione ha precisato che la comunicazione di irregolarità va inviata al contribuente solo se a seguito del controllo automatico emerge un risultato diverso rispetto a quello indicato in dichiarazione. Non va inviata, invece, alcuna comunicazione di irregolarità nel caso di omesso versamento delle imposte, correttamente calcolate in dichiarazione

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martedì 27 luglio 2010

L'assegno per il nucleo familiare.

L’assegno per il nucleo familiare è una prestazione che è stata istituita per aiutare le famiglie dei lavoratori dipendenti e dei pensionati da lavoro dipendente
i cui nuclei siano composti da più persone e i cui redditi siano al di sotto di
limiti stabiliti di anno in anno per legge. L’assegno spetta in misura diversa in
rapporto al numero dei componenti e al reddito del nucleo familiare.

L’assegno per il nucleo familiare spetta ai lavoratori dipendenti (compre s i
i lavoratori in malattia, in cassa integrazione, in disoccupazione, in mobilità
indennizzata, assistiti per tubercolosi), ai pensionati del Fondo pensioni lavoratori
dipendenti, ai pensionati dei fondi speciali (autoferrotranvieri,
elettrici, gas, esattoriali, telefonici, personale di volo, dazieri) e ai lavoratori
parasubordinati, cioè a coloro che si sono iscritti alla Gestione separata
dei lavoratori autonomi.
Nel settore privato
 lavoratori dipendenti in attività
 disoccupati indennizzati
 lavoratori cassaintegrati
 lavoratori in mobilità e impiegati in lavori socialmente utili
 lavoratori assenti per malattia o maternità
 lavoratori richiamati alle armi
 lavoratori in aspettativa per cariche pubbliche elettive e sindacali
 lavoratori dell’industria o marittimi in congedo matrimoniale
 assistiti per tuberc o l o s i
 pensionati ex lavoratori dipendenti
 caratisti imbarcati sulla nave da loro stessi armata e armatori e proprietari
armatori imbarcati
 soci di cooperative
 lavoratori assunti a tempo parz i a l e
 lavoratori parasubordinati (collaboratori coordinati e continuativi a progetto,
venditori porta a porta, liberi professionisti, associati in part e c i p azione
alla cui particolare disciplina è dedicato il paragrafo “I lavoratori
parasubordinati”).

Il nucleo familiare, per ottenere l’assegno, deve avere specifiche caratteristiche
che variano se il richiedente è un lavoratore dipendente, un titolare
di pensione diretta o un titolare di pensione ai superstiti.
Per i lavoratori dipendenti e i titolari di pensione
Il nucleo familiare può essere composto da:
 chi richiede l’assegno;
 il coniuge;
 i figli legittimi o legittimati e quelli ad essi equiparati (adottivi, affiliati,
naturali, legalmente riconosciuti o giudizialmente dichiarati, nati da precedente
matrimonio dell’altro coniuge, affidati a norma di legge, i nipoti
viventi a carico di ascendente diretto) aventi un’età inferiore ai 18 anni.
Sono equiparati agli affidati i minori “in accasamento” o in collocamento
etero f a m i l i a re: si tratta cioè di quei bambini affidati ai servizi sociali
e collocati in una famiglia;
 i figli (ed equiparati) maggiorenni inabili che si trovano, per difetto fisico
o mentale, nella assoluta e permanente impossibilità di dedicarsi ad un
l a v o ro proficuo;
 i fratelli, le sorelle e i nipoti del richiedente minori di età – o maggiore nni
inabili – a condizione che:
• siano orfani di entrambi i genitori;
• non abbiano diritto alla pensione ai superstiti.
Queste persone fanno parte del nucleo anche se:
 non sono conviventi con il richiedente;
 non sono a carico del richiedente;
 non sono residenti in Italia (se il richiedente è cittadino italiano o di uno
stato membro dell’Unione europea o di altro Stato estero con il quale esiste
apposita Convenzione).
Fanno eccezione i figli naturali legalmente riconosciuti da entrambi i genitori
per i quali è richiesta la convivenza.
Il coniuge
Il coniuge, per far parte del nucleo familiare, non deve essere separato legalmente
o divorziato né avere abbandonato la famiglia. Si considerano
non conviventi anche i “separati in casa” cioè coloro che sono stati autorizzati
dal giudice, in via temporanea, a vivere nella stessa abitazione.

Il pagamento dell’assegno è condizionato dal reddito familiare. Il reddito è
costituito non soltanto da quello del richiedente, ma da quello di tutte le persone
che compongono il nucleo familiare. Il reddito del nucleo familiare, da
prendere in considerazione ai fini della concessione dell’assegno, è quello
prodotto nell’anno solare precedente.

Il diritto all’assegno è subordinato al reddito complessivo del nucleo familiare
che non deve superare i limiti annui indicati dalla legge. I limiti di reddito familiare
hanno valore dal 1° luglio di ogni anno al 30 giugno dell’anno successivo:
sono stabiliti dalla legge e rivalutati ogni anno in base alla variazione percentuale
dell’indice medio annuo dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati,
calcolato dall’Istat. Sono previsti limiti di reddito familiare più elevati per
i nuclei monoparentali e per quelli con soggetti inabili. A questo punto, è necessario “entrare” nella famiglia per stabilire i redditi di ogni singolo componente.

Concorrono a formare il reddito del nucleo:
 i redditi complessivi assoggettabili all’Irpef: redditi da lavoro dipendente, autonomo
o professionale, redditi d’impresa, pensioni e vitalizi, redditi da terreni
e fabbricati ecc. I redditi da lavoro vanno considerati al netto dei contributi
previdenziali e assistenziali obbligatori per legge.
Tra i redditi assoggettabili all’Irpef devono essere compresi:
• quelli a tassazione separata (arretrati di retribuzione o di pensione,
indennità di preavviso, somme risultanti dalla capitalizzazione di
p restazioni ecc.);
• i redditi prodotti all’estero che, se fossero prodotti in Italia, sarebbero
sottoposti a tassazione Irpef;
• i redditi da lavoro, conseguiti presso Enti internazionali aventi sede nel
territorio italiano, ma non soggetti alla normativa tributaria italiana (ad
esempio la FAO);
• gli assegni periodici corrisposti dal coniuge in caso di separazione o
di divorzio (non si tiene conto della parte degli assegni destinata al
mantenimento dei figli);
 i redditi di qualsiasi natura, se di importo complessivamente superiore
al limite indicato nell’allegato alla guida. Tra questi:
• quelli esenti da imposta (pensioni, indennità e assegni erogati dal
Ministero dell’Interno agli invalidi civili, ai ciechi e ai sordomuti,
pensioni sociali, assegni accessori alle pensioni privilegiate di prima
categoria ecc.);
• quelli soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta sostitutiva (rendite
da Bot, da Cct, e da altri titoli emessi dallo Stato, interessi bancari e
p ostali, premi e vincite del lotto e dei concorsi a pronostici ecc.).
Gli arretrati percepiti dal richiedente a titolo di retribuzione o pensione, poiché
concorrono a formare il reddito del nucleo nell’anno in cui vengono percepiti,
sono considerati nel reddito complessivo e quindi possono causare la
perdita totale o parziale del diritto alla prestazione per quell’anno.

Non devono, invece, essere compresi:
 i trattamenti di fine rapporto (liquidazione, buonuscita ecc.);
 le anticipazioni sui trattamenti di fine rapporto;
 l’assegno per il nucleo familiare e ogni altro trattamento di famiglia dovuto
per legge;
 gli arretrati delle integrazioni salariali riferiti ad anni precedenti a quello di
pagamento;
 le indennità di trasferta per la parte esclusa da Irpef;
 le pensioni tabellari ai militari di leva vittime di infortunio;
 le pensioni di guerra e le rendite Inail;
 le indennità di accompagnamento agli invalidi civili, ai ciechi civili assoluti,
ai minori invalidi non deambulanti;
 gli assegni di superinvalidità sulle pensioni privilegiate dello Stato;
 le indennità di accompagnamento ai pensionati di inabilità Inps;
 l’indennità di frequenza ai minori invalidi civili;
 le indennità ai sordi prelinguali e ai ciechi parziali;
 gli indennizzi per danni causati da vaccinazioni, trasfusioni ed emoderivati.

Il riconoscimento dell’assegno in favore del lavoratore dipendente o del pensionato
è condizionato al fatto che il reddito complessivo derivi prevalentemente
da lavoro dipendente o da pensione.
L’assegno, infatti, spetta solo se la somma dei redditi - derivanti da lavoro
dipendente, da pensione o da altre prestazioni conseguenti ad attività lavorativa
dipendente (integrazioni salariali, disoccupazione ecc.) - riferita al
nucleo familiare nel suo complesso, ammonta almeno al 70% dell’intero
reddito familiare .

I redditi da lavoro dipendente
Nella somma dei redditi che contribuiscono a formare la quota del 70% rientrano:
 i redditi da lavoro dipendente ed assimilati, assoggettabili all’Irpef, compresi
quelli a tassazione separata, quali gli arretrati spettanti su pensioni o retribuzioni,
l’indennità sostitutiva del preavviso, le somme risultanti dalla capitalizzazione
di pensioni ecc. Sono esclusi invece i trattamenti di fine rapporto
e le anticipazioni sui trattamenti stessi;
 i redditi da lavoro dipendente conseguiti all’estero o presso Enti internazionali
con sede in Italia, non soggetti alla normativa tributaria italiana;
 gli assegni periodici corrisposti dall’altro coniuge – ad esclusione di quelli
destinati al mantenimento dei figli – in conseguenza di separazione legale
o divorzio.

I redditi da pensione
Anche i redditi da pensione contribuiscono a formare la quota del 70% in
quanto – a questi fini – la legge stabilisce che le pensioni sono equiparate ai
redditi da lavoro dipendente.
Ciò vale anche per le pensioni liquidate in favore dei lavoratori autonomi (artigiani,
commercianti, coltivatori diretti, mezzadri e coloni). Vi rientrano
inoltre le pensioni o gli assegni esenti da Irpef (pensioni sociali, pensioni agli
invalidi civili, ciechi civili e sordomuti, assegni accessori alle pensioni di prima
categoria), nel caso in cui superino un determinato limite annuo.

Il lavoro part time può essere orizzontale (se il lavoro è svolto in tutti i giorni
della settimana ad orario ridotto) e verticale (se il lavoro è svolto con orario
normale solo alcuni giorni della settimana oppure per alcune settimane o
per alcuni mesi). I contratti collettivi possono prevedere una terza forma di
part time: orizzontale e verticale nello stesso tempo. Nel caso del part time la
prestazione dell’assegno è differente a seconda delle ore di lavoro svolte nella
settimana.
L’assegno spetta nella misura intera (sei assegni giornalieri nella settimana)
se la prestazione lavorativa settimanale è di durata non inferiore alle 24 ore.
Se il lavoratore ha effettuato almeno 24 ore di lavoro in ogni settimana l’assegno
spetta per tutti i giorni della settimana, compreso il sabato in caso di
settimana corta.
Ai lavoratori in part time, che lavorano meno di 24 ore settimanali, spetta l’assegno
per il nucleo familiare solo per le giornate in cui vi è stata effettiva prestazione
lavorativa. In caso di settimana corta, il sabato non lavorato è escluso
dal pagamento degli assegni.

La misura dell’assegno è in rapporto a specifici livelli di reddito ed al numero
dei componenti il nucleo familiare.
Al lavoratore l’assegno spetta per intero - qualora permanga la continuità del
rapporto di lavoro - per:
 ogni mese (26 giornate) di lavoro, se ha effettuato 104 ore se operaio e 130
se impiegato;
 ogni settimana (sei giornate) se, in caso di mancato raggiungimento delle
104 o 130 ore mensili, ha effettuato almeno 24 ore settimanali di lavoro se
operaio e 30 ore se impiegato;
 ogni giornata lavorata, in caso di mancato raggiungimento delle 24 o 30
ore settimanali.
In sostanza, se il lavoratore, in alcune settimane del mese, non ha raggiunto
le 24 o le 30 ore, ma ha cumulato nel corso del mese le ore richieste, l’assegno
deve essere corrisposto per intero.
Se, invece, nella settimana non si effettuano almeno le 24 o le 30 ore, il lavoratore
ha diritto a tanti assegni giornalieri per quanti sono i giorni di effettivo
lavoro, prestato nelle settimane o frazioni di settimana in cui non sia stato
raggiunto il minimo di ore lavorative.
L’assegno spetta inoltre in misura intera nelle giornate di assenza retribuita
o indennizzata, e cioè nelle giornate in cui il lavoratore è assente per malattia,
infortunio, maternità, ferie e congedo matrimoniale.
In caso di settimana corta, cioè quando l’orario è ripartito su cinque giornate
anziché su sei, l’assegno spetta per intero anche per il sabato non lavorato.
Viene pagato in maniera ridotta quando non sono lavorate tutte le giornate
e spettano tanti assegni giornalieri per quante sono le giornate lavorate con
esclusione del sabato.

Per ottenere il pagamento dell’assegno, l’interessato deve presentare domanda
utilizzando gli appositi moduli dell’Inps reperibili presso le Sedi (in caso di pagamento
diretto), presso i datori di lavoro (per la generalità dei lavoratori dipendenti)
oppure sul sito dell’Istituto www.inps.it, nella sezione “moduli”.
La domanda va presentata:
 al proprio datore di lavoro, nel caso in cui il richiedente svolga attività
lavorativa dipendente non agricola;
 alla sede dell’Inps in tutti gli altri casi: pensionato, disoccupato, operaio
agricolo, addetto ai servizi domestici e familiari ecc.


Le nuove tabelle aggiornate si trovano a questo indirizzo: http://spreadsheets.google.com/ccc?key=0AuRb9uPDcIESdEVwdlJzWVVaYWY2UXdSTThSQlB5M2c&hl=it



Fonte: INPS

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Quesito: requisiti professionali.

sono un'elettricista assunto a tempo indeterminato come responsabile tecnico in un'azienda privata, un mio amico anche lui elettricista vorrebbe mettersi in propio ma non avendo un titolo di studio adeguato ed essendo assunto solo da due anni come operaio comune gli viene negata l'abilitazione a svolgere questo lavoro per cui la mia domanda è questa : Posso io già assunto a tempo indeterminato farmi assumere par-time da questa persona per fare il responsabile tecnico firmare e certificare gli impianti nella sua ditta in modo che trascorsi due anni anche lui acquisica i requisiti professionali per svolgere da solo la sua attività? In caso di risposta affermativa per me fiscalmente cosa cambia? Avrò degli svantaggi nelle dichiarazione dei redditi?

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Quesito: affitto materiale associazione.

siamo un'associazione di promozione sociale,
abbiamo in gestione del materiale multimediale utile per realizzare mostre ecc. Ci è consentito affittarlo?e che fattura dobbiamo emettere? non abbiamo partita iva ma solo il codice fiscale.

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Autonoma organizzazione irap: nuova sentenza

Con la sentenza n. 372/01/10 depositata il 5 luglio 2010, la Commissione Regionale del Lazio ha affermato il principio secondo il quale l’ammortamento relativo all’immobile di proprietà del professionista e i costi sostenuti per le spese condominiali e di riscaldamento, non costituiscono indici dell’esistenza di autonoma organizzazione ai fini dell’Irap. Di conseguenza, in assenza di altri elementi che possono verificare il presupposto impositivo, le somme relative all’Irap devono essere rimborsate al contribuente così come richieste

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domenica 25 luglio 2010

Responsabilità solidale nel versamento dell'imposta di registro

Con la sentenza n. 16743 del 16 luglio 2010, la Corte di Cassazione si è pronunciata in materia di imposta di registro. In particolare, viene stabilito che l’acquirente e il venditore sono tenuti in solido, nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, al pagamento del tributo. Il fisco non può, invece, avanzare alcuna pretesa nei confronti del venditore, se l’imposta è liquidata a seguito di un’istanza di condono presentata dall’acquirente

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sabato 24 luglio 2010

Registrazione locazioni immobili on-line.

Dal 10 agosto sarà possibile registrare on line contratti di locazione relativi a più immobili, con diversi dati catastali, contemporaneamente. Con il provvedimento direttoriale del 23 luglio sono state, infatti, approvate le nuove specifiche tecniche che consentono una gestione globale degli adempimenti di legge, relativi a tali operazioni, da rispettare per essere in regola con il Fisco.

Le procedure tecnico-informatiche appena approvate riguardano, nello specifico, la registrazione telematica dei contratti d'affitto degli immobili, da effettuare con il modello "69", e il pagamento delle relative imposte. Inoltre, permettono di comunicare i riferimenti catastali degli immobili nei casi di cessione, risoluzione o proroga degli stessi contratti. Per questo tipo di comunicazione va utilizzato il modello "CDC".

Sia il "69" sia il "CDC" erano stati approvati con il provvedimento del direttore dell'Agenzia del 25 giugno scorso. Per il primo modello si era semplicemente trattato di un restyling, per il secondo di un vero e proprio debutto. Nello stesso documento, poi, si annunciava l'imminente uscita delle specifiche tecniche che avrebbero consentito il graduale abbandono della presentazione cartacea di richieste di registrazione e di comunicazioni di dati.

L'intera operazione si è resa necessaria in seguito all'entrata in vigore del Dl 78/2010 che, all'articolo 19 (commi 15 e 16), ha previsto l'obbligo, dal prossimo 1° luglio, di indicare i riferimenti catastali dei beni immobili "nazionali", contestualmente alla richiesta di registrazione dei contratti, e chi non si attiene alla nuova disposizione "è punito con la sanzione amministrativa dal centoventi al duecentoquaranta per cento" dell'imposta di registro dovuta.

Entrambi i modelli, disponibili sul sito dell'Agenzia nella sezione modulistica, dal momento dell'approvazione sono stati strutturati per la trasmissione telematica ma, mentre per il "69" la modalità era già in linea, per il neonato "CDC" era stato previsto un periodo transitorio, necessario alla messa a punto della procedura informatica. Pertanto, fino al prossimo 10 agosto, il contribuente che cede, proroga o recede da un contratto dovrà continuare a presentare il modello in forma cartacea all'ufficio dell'Agenzia delle Entrate, presso il quale è stato registrato il negozio stesso, entro 20 giorni dal versamento attestante l'operazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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IVA. Modifica della normativa comunitaria in materia di fatturazione.

E’ stata pubblicata la Direttiva 2010/45/UE del Consiglio del 13 luglio 2010 che modifica la direttiva 2006/112/CE relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto in materia di fatturazione.

direttiva ue n. 45/ 2010 (guue l 189/1 del 22 luglio 2010)


Fonte: Min.Finanze

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Estesi gli obblighi del Quadro RW.

Con le due sentenze n. 17051 e 17052 depositate il 21 luglio 2010, la Corte di Cassazione ha affermato che gli obblighi di compilazione del quadro RW insistono non solo sui titolari delle attività detenute all’estero, ma anche su coloro che hanno la disponibilità o che movimentano le attività in questione. Infatti, l’obbligo di monitoraggio dovrebbe essere soddisfatto anche dalle persone fisiche che possono operare su conti riferiti ad altri soggetti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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venerdì 23 luglio 2010

Quesito: reddito associato in partecipazione su domanda assegni familiari.

Io ho un reddito da lavoro dipendente, mia moglie da associata in
partecipazione.
Da quello che ho letto, il reddito di mia moglie non va inserito nella
colonna 'redditi da lavoro dipendente o assimilati' ma su 'altri
redditi'.
Per avere diritto agli assegni familiari, il reddito da lavoro
dipendente deve essere almeno il 70% del reddito complessivo.
In questo conteggio (del 70%) il reddito di mia moglie ci rientra o
no?
Riepilogo dei redditi:
reddito lavoro dipendente mio: 18.717
reddito lordo di mia moglie: 7.687
reddito abitazione: 257 io, 257 mia moglie
prestazione occasionale mia: 165 (anche questa non sono sicuro che vada inserita, ma comunque il problema rimane ugualmente)
Totale reddito complessivo: 27.083
70% del complessivo: 18.958, quindi superiore al reddito lavoro dipendente, quindi niente assegni...
Mi potete confermare se è così?

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mercoledì 21 luglio 2010

Mancato versamento ritenute.

Il reato di omesso versamento delle ritenute d'acconto operate sugli stipendi dei dipendenti si consuma con la scadenza della presentazione della dichiarazione del sostituto d'imposta, a nulla rileva che la normativa tributaria preveda altri termini, cui sono invece collegate solo le sanzioni fiscali. A chiarirlo è la sezione penale della Corte di cassazione con la sentenza n. 25875 del 7 luglio 2010.

Il fatto
Un contribuente, rappresentante legale di una società a responsabilità limitata, aveva omesso di versare per l'anno 2004, entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto d'imposta, le ritenute operate sugli stipendi dei dipendenti. Era incorso, così, nella violazione che prevede la reclusione da sei mesi a due anni per chiunque non versa le ritenute risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a cinquantamila euro per ciascun periodo d'imposta (articolo 10-bis del Dlgs 74/2000).
Su questa base veniva riconosciuta la colpevolezza dell'imputato sia in primo grado sia in appello.

Nel corso del procedimento penale le difese dell'imputato evidenziavano che la normativa fiscale prevede l'obbligo di versare le ritenute d'acconto entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui sono state operate, ai sensi dell'articolo 8 del Dpr n. 602/1973. Ne conseguiva, secondo tale impostazione, che la maggior parte delle omissioni erano state commesse nell'anno 2004, fatta eccezione per i versamenti relativi alle ritenute del mese di dicembre di quello stesso anno. Poiché il reato era entrato in vigore dal primo gennaio 2005, ai fini della responsabilità penale occorreva far riferimento esclusivamente alle somme del mese di dicembre 2004, il cui ammontare complessivo non raggiungeva però la soglia prevista dalla legge per la punibilità.
In sostanza, secondo la difesa del contribuente, il termine per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto di imposta, previsto dalla normativa fiscale, individua solo una condizione di punibilità della condotta omissiva, che invece si perfeziona con l'omesso versamento delle ritenute entro il termine stabilito dalla normativa tributaria (il giorno 16 del mese successivo a quello in cui vengono operate).

L'imputato propone ricorso per Cassazione avverso la sentenza della Corte territoriale. Denuncia violazione di legge e vizi di motivazione e insiste nel riproporre la tesi secondo la quale la condotta omissiva si è verificata anteriormente alla efficacia della norma incriminatrice, con la conseguente inapplicabilità delle sanzioni penal-tributarie entrate in vigore successivamente. Il contribuente conclude affermando che una diversa interpretazione contrasterebbe con il principio della irretroattività delle norme penali sancito dagli articoli 2 del Codice penale e 25 della Costituzione.

La decisione della Cassazione
La Suprema corte ha respinto il ricorso.
Per comprendere appieno la trama argomentativa delle motivazioni della sentenza n. 25875/2010, occorre osservare che il nuovo testo delle norme penali in materia di imposte dirette e Iva ha abrogato la precedente legge 516/1982 e, con essa, le disposizioni che qualificavano come reato le condotte omissive dei sostituti di imposta.
Punto incontroverso della vicenda è che non vi alcuna continuità normativa tra l'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000 e le norme incriminatrici previgenti. Infatti, la fattispecie di cui all'articolo 2 della legge 516/1982 (di conversione del Dl 429/1982), che sanzionava penalmente l'omesso versamento delle ritenute d'acconto operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, non è stata più ripetuta come illecito. Il Dlgs 74/2000, in sostanza, ha diversamente disciplinato la materia dei reati tributari non figurando fattispecie di reato in continuità normativa rispetto a quella abrogata (cfr Cassazione, sentenze nn. 3603/2000, 3714/2000 e 12918/2000).

Tanto premesso, la Corte passa ad analizzare la specifica figura delittuosa in esame, osservando che gli elementi che la caratterizzano sono precipuamente:
1.la condotta, che può essere commissiva o omissiva
2.l'elemento psicologico e l'evento, salvo che si tratti di reati di pura condotta (si ricorda che questi ultimi si perfezionano con il compimento di una data azione o omissione).
La fattispecie in esame è strutturata secondo lo schema dei reati di pura omissione: la condotta si concreta, infatti, nel mancato versamento all'erario delle ritenute operate e certificate entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto d'imposta.
Tale reato è punibile esclusivamente a titolo di dolo: nessun rilievo può assumere, di conseguenza, il mancato versamento delle ritenute riconducibile a una dimenticanza o a mera negligenza (considerata la natura di reato omissivo proprio, non sembra configurabile il tentativo). L'elemento soggettivo è strutturato nella forma del dolo "generico", consistendo nella semplice coscienza e volontà di omettere il versamento delle ritenute certificate nel periodo d'imposta: ai fini della configurazione del reato è dunque necessario che il sostituto sia consapevole di aver rilasciato la certificazione e, volutamente ometta il versamento delle somme trattenute per un ammontare superiore alla soglia prescritta dal legislatore.
A differenza delle altre figure criminose disciplinate dal Dlgs 74/2000, la nuova norma incriminatrice non richiede, quale presupposto per affermare la responsabilità del soggetto agente, il dolo specifico di evasione.

Alla luce delle espresse considerazioni di ordine normativo, la Suprema corte afferma che tra la fattispecie penale prevista dall'articolo 10-bis del Dlgs 74/2000 e quella dell'inadempimento dell'obbligo di versamento delle ritenute operate sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti prevista dalla normativa tributaria (articolo 8, Dpr 602/1973, alla quale sono connesse sanzioni di natura esclusivamente amministrativa: articoli 13 e 14 del Dlgs 471/1997) corre assoluta autonomia, e non sono affatto coincidenti tra loro, in quanto diversa è la condotta omissiva e diverso è il termine per l'adempimento. Infatti:
•la norma tributaria si riferisce alle ritenute operate mensilmente e fissa quale termine per il versamento delle stesse all'erario il giorno sedici del mese successivo
•la norma penale ex art. 10-bis ha a oggetto le ritenute complessivamente operate nell'anno d'imposta, cui si riferisce la soglia di punibilità fissata dalla norma (cinquantamila euro), e prevede quale termine per l'adempimento quello stabilito per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta (30 settembre dell'anno successivo).
Di conseguenza, in quest'ultimo caso, con il maturare di tale scadenza, si verifica l'eventus damni per l'erario previsto dalla fattispecie penale.
In tale contesto a nulla rileva l'inadempimento già verificatosi agli effetti fiscali, mentre della condotta omissiva propria del reato - cioè, il manato versamento delle ritenute afferenti all'intero anno di imposta - si protrae fino alla scadenza del termine del 30 settembre (secondo la normativa vigente ratione temporis), che coincide con la data di commissione del reato.

Nella prima parte della disposizione si legge, infatti, che è punito con la reclusione chiunque non versa "entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta".
Naturalmente, tra le due fattispecie, pur autonome nella loro struttura, sussiste comunque un nesso di reciproco compendio, nel senso che la scadenza del termine per il versamento delle ritenute fiscali non fa venir meno l'obbligazione tributaria, in quanto è la permanenza di quest'ultima, considerata nel suo complessivo ammontare in riferimento all'anno d'imposta, a essere configurata come reato in relazione all'ulteriore scadenza fissata per il pagamento.

La consumazione del reato
L'impostazione interpretativa che si presenta sincronica con l'impianto generale ispiratore della riforma dei reati tributari. Considera, infatti, penalmente rilevanti non tanto le omissioni commesse durante il periodo di imposta, quanto il mancato versamento in occasione della dichiarazione annuale.
In ultima analisi, il caso trattato non concerne l'inosservanza della normativa fiscale, autonomamente sanzionata ai fini amministrativi (articoli 13 e 14 del Dlgs 471/1997). L'evento dannoso del comportamento omissivo penalmente perseguito si verifica, di conseguenza, con la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto di imposta (coincidente, per l'anno in contestazione, con il 30 settembre 2005).
Ne consegue che detto termine deve considerarsi di consumazione del reato e non di condizione di punibilità. Pertanto, anche gli omessi versamenti del 2004 sono rilevanti, in quanto il reato viene a intendersi commesso, in realtà, il 30 settembre 2005, con la presentazione del modello 770.
Non di poco conto è, infatti, la circostanza che il legislatore abbia fissato - con coerenza logica e sistemica - il momento consumativo del delitto su base annua, avuto riguardo al "termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale del sostituto d'imposta".

Coerentemente con la filosofia del decreto legislativo 74/2000, non viene penalmente colpito il comportamento prodromico, fosse pure quantitativamente sufficiente a superare la soglia minima di punibilità. Ne deriva anche che omessi versamenti di ritenute certificate di volta in volta nel corso del "periodo d'imposta", anche se complessivamente superiori a cinquantamila euro, non integrano il delitto di cui all'articolo 10-bis fino a che non sia decorso inutilmente il termine di presentazione della dichiarazione annuale.
In conclusione, tali ragioni - di segno contrario a quelle manifestate dall'imputato - escludono che nel caso trattato possa concretizzarsi la paventata violazione del principio della irretroattività della norma penale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Smart card al notaio per rogare gli atti.

Va in soffitta l'immagine del vecchio "notaro", sommerso da scartoffie, che legge con voce stentorea l'atto che sentenzia il passaggio, a vario titolo, di beni mobili e immobili tra le parti. Dal prossimo 3 agosto il notaio diventa "informatico".

Il via a questa operazione di "new look" di quella che è sempre stata considerata una professione fatta di carta e penna, lo dà il decreto legislativo n. 110 del 2 luglio 2010, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 luglio. La norma attuale si inserisce nell'ambito di quanto prescritto dal "Codice dell'amministrazione digitale" (Dlgs n. 82/2005) che sta contribuendo a svecchiare anche quei settori, sia pubblici che privati, che hanno resistito nei tempi.

È questo il caso della professione notarile che, seppur fortemente rinnovata nel corso di questi ultimi anni, trovava, ad esempio, nella firma e nell'apposizione del sigillo sull'atto un ostacolo alla sua trasformazione on line.

Come cambia l'atto pubblico
Innanzitutto il notaio dovrà obbligatoriamente munirsi di firma digitale, che diventa lo strumento unico per l'esercizio delle sue funzioni. Si tratta di un particolare tipo di firma elettronica qualificata basata su chiavi crittografate che, al momento, risulta essere il sistema più sicuro in campo informatico. Il Consiglio nazionale del notariato rilascerà ad ogni iscritto un certificato qualificato di firma che attesta anche la sua iscrizione nel ruolo.

Al momento della lettura dell'atto ci saranno le vere novità. Innanzitutto il notaio potrà leggere direttamente sul pc il rogito che si appresta a firmare con le parti, potrà ricevere la sottoscrizione elettronica di queste ultime sia sotto forma di firma digitale che con firma elettronica non qualificata. Sarà il notaio stesso, sottoscrivendo l'atto, alla presenza delle parti, con la smart card contenente la sua firma digitale a validare le firme dei contraenti.

Gli eventuali documenti redatti in forma cartacea verranno digitalizzati e allegati all'atto "informatico", così da permetterne una stesura completamente on line. Questo comporta, come logica conseguenza prevista dal decreto, che tutti i repertori e i registri obbligatori per la professione notarile vengono formati e conservati su supporto informatico.

Da qui inizia un percorso virtuoso, già effettivo da diverso tempo, che vede viaggiare il rogito notarile, per tutti gli adempimenti previsti (registrazione, trascrizione, registro delle imprese, eccetera), su una strada completamente "digitalizzata".
Anche il cliente potrà avere la sua copia dell'atto su supporto informatico (pennetta o cd), oltre alla tradizionale forma cartacea, se la desidera, che, da questo momento in poi, saranno equivalenti.

Infine, per conservare gli atti, il decreto prevede che presso il Consiglio nazionale del notariato sia predisposta una apposita struttura in cui il notaio riversa tutte le copie informatiche degli atti rogati o autenticati anche su carta, e dalla quale egli stesso, mediante la smart card, potrà estrarre duplicati o copie attestandone la conformità all'originale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Mini-imprese senza Irap.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza depositata il 24 giugno 2010, ha affermato il principio secondo cui non è soggetto ad Irap il piccolo imprenditore che non si avvale in modo stabile di lavoro altrui e svolge la propria attività con la sola dotazione minima necessaria di beni strumentali. Si aprono, in questo modo, nuove prospettive sul tributo regionale, con effetti anche sui versamenti a saldo 2009 e in acconto 2010.

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Una proroga per le operazioni black list.

Tutte le operazioni svolte a partire dal 1 luglio 2010 con paesi black list dovevano essere comunicate telematicamente all'Agenzia delle Entrate entro l'ultimo giorno del mese successivo al periodo di riferimento : il 31 agosto doveva essere pertanto la prima data in scadenza. Coloro che nel trimestre precedente realizzino operazioni per un ammontare non superiore a 50mila euro avranno cadenza trimestrale e le comunicazioni dovranno essere trasmesse entro il 31 ottobre. A questa data, 31 ottobre, potrebbe slittare anche la prima comunicazione, per chi è tenuto all’invio mensile. L’ufficialità della decisione sul rinvio del termine previsto per le comunicazioni mensili sopra i 50mila euro dovrebbe arrivare con un Dpcm.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Quesito: agevolazione per acquisto prima casa.

Ho acquistato casa nel ottobre 2008 contraendo un mutuo ipotecario. La mia intenzione era di fare dei lavori che poi non ho piu esguito.
Nel frattempo è passato un anno e un mese dalla stipula del contratto ipotecario ritrovandomi cosi a non poter usufruire dell agevolazione
Per quanto concerne le dtrazioni degli interessi passivi per una parte del 2008 tutto il 2009 e secondo il ragionere a cui mi rivolgo per la
Compilazione del modello unico ho completamete perso questo diritto. Tengo a precisare che il 3 giugno 2010 ho contratto matrimonio
E che abito regolarmente. La mia domanda è : posso scaricarmi gli interessi passivi del mutuo negli anni a seguire? E se ci sono alternative
In caso contrario.

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Quesito: lavoro all'estero.

VOLEVO SAPERE LE ALIQUOTE DI TASSAZIONE PER LAVORO DIPENDENTE IN USA E COME AUTONOMO.
VOLEVO INFORMAZIONI PER AVERE IL VISTO COME DIPENDENTE O COME AMMINISTRATORE DELEGATO DI SOCIETA’ AMERICANA COME POTEVO FARE E COSA DOVREI FARE?

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Quesito: dichiarazione integrativa unico 2009 a favore + unico persone fisiche 2010.

Lunedì 12/07 mi sono presentata al caaf per effettuare la dichiarazione dei redditi unico persone fisiche 2010; dalla dichiarazione è risultato che sono a credito con lo Stato ma ho un debito per l'irpef regionale, perciò mi emettono un f24 a saldo zero da pagare entro il 16/07.
Dopo aver fatto la dichiarazione, ci siamo però accorti che il caaf aveva sbagliato la dichiarazione dell'anno precendente (unico pf 2009), facendo risultare il mio reddito più alto rispetto a quello effettivo, perciò i versamenti che avevo fatto nel 2009 erano non dovuti e dovevo recuperarli. La signora del caaf allora predispone la dichiarazione integrativa a favore, solo che c'è bisogno di modificare i codici f24 (irpef regionale e imposta comunale) e per questo devo andare all'Agenzia delle Entrate.

Venerdì 16/07 sono andata a far modificare i codici di pagamento all'agenzia delle entrate di Lecco; dopo la modifica, visto che venerdì era l'ultimo giorno utile per pagare le tasse di quest'anno e non sapevo se avrei fatto in tempo ad andare al caaf per sistemare subito la cosa, ho chiesto se mi potevano dire se risultavo a debito di qualcosa, così da sapermi regolare. In pratica, mi hanno detto che dovevo fare entrambe le dichiarazioni (integrativa 2009 e unico 2010) presso di loro e così mi hanno inserito loro la dichiarazione, anche se io gli avevo detto che volevo farla fare al caaf. Alla fine, è risultato che il mio debito di irpef regionale e comunale era lo stesso di quello che mi era stato calcolato il 12/07, perciò avevo un f24 a saldo zero da pagare entro la giornata, e così ho fatto.

Oggi telefono alla signora del caaf spiegandole la vicenda di venerdì, e lei mi dice che non dovevo pagare e che i funzionari dell'ADE non sono molto precisi. Io ora non ci capisco più niente! Ho pagato qualcosa che non dovevo? Posso chiedere di annullare le dichiarazioni che sono state inserite presso l'ADE e far rifare la dichiarazione presso il caaf?

Mi sembra che le dichiarazioni del 16/07 non siano ancora state trasmesse, perché mi hanno detto di tornare a fine mese a ritirare la ricevuta di trasmissione.

Oppure è meglio inviare comunque due dichiarazioni e poi, quando l'ADE me lo chiederà, dire di annullare quella del 16/07?

Per quanto riguarda l'F24 pagato il 16/07, se l'importo dovesse risultare non corretto lo posso fare annullare?

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Quesito: mancato pagamento interessi sulla 2 e 3 rata rivalutaz. terreni.

Per un mio errore non ho versato gli interessi del 3% sulla seconda e terza rata 30/6/2009 e 30/6/2010 sull' imposto di Euro 2666,67 tributo 8056. Potete gentilmente dirmi come sanare la posizione?

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Quesito: ristrutturazione edilizia.

Avrei da porre (esattamente) tre domande e mi scuso per la poca formalità. Se è possibile gradirei avere una risposta.
1) l'applicazione dell'IVA ad aliquota agevolata (10%) per quanto riguarda i lavori di ristrutturazione, viene richiesta dal committente alla Ditta operante ai sensi dell'art.31, let.d)della Legge 457/1978 oppure ai sensi di qualche altro riferimento normativo magari più recente? (Io personalmente ho scaricato da Internet il modulo per la suddetta richiesta e fa riferimento alla L.457/1978, ma non vorrei che il modulo fosse stato inserito in tempi remoti);
2) per effettuare un bonifico (almeno così ho sentito), quando vado in banca devo far presente la motivazione ed in virtù di quale riferimento normativo. Trattasi sempre della Legge 457/1978 o altro?
3) avendo affidato tutto ad un geometra (che procederà alla Dia, all'accatastamento delle mie due unità abitative, al progetto, ecc... e quindi farà tutto lui) ed avendogli già anticipato - a mezzo di assegno - una quota della somma preventivata almeno per le varie tassi e vaglia da pagare - quando salderò tutto (ovviamente lui mi "farà" la fattura di TUTTE le spese che ho sostenuto, compreso le sue professionali) posso procedere alla richiesta di detrazione del 36%, sebbene non gli ho fatto un bonico bancario/postale? P.S. Nella fattura TOTALE l'iva applicata deve essere del 20% o del 10% e quindi gli dovrò allegare la richiesta di cui al punto 1?

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Quesito: info ICI.

nel 1991 in seguito al decesso di mio padre ho ereditato una percentuale (1/3 della metà dell'immobile di famiglia ovvero il 16% circa)ed essendo ivi residente ho regolarmente pagato l'ici.essendo militare nel 2000 ho dovuto cambiare residenza per motivi di servizio pur continuando a pagare lo stesso l'ici per l'immobile.poi sono venuto a conoscenza della possibilità di non pagarla più per due motivi ovvero:mia madre è la proprietaria di maggioranza (70%circa)ed ivi residente nonché usufruttrice a titolo gratuito dell'immobile per la sua vita.nonostante abbia fatto i passi necessari,mia madre si è comunque intesatardita a pagare anche la mia parte (a mia insaputa n.d.s.),un anno se ne è dimenticata e pertanto il comune mi viene a richiedere il pagamento relativo.mi sono opposto ed anzi saputo del pagamento non dovuto ho anche richiesto a mia volta il rimborso di quanto incassato indebitamente.morale il comune pretende da me il dls relativo a quanto da me affermato (so che esiste avevo anche il numero relativo ma purtroppo causa trasloco l'ho perduto)mi può dare indicazioni in merito?

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Quesito: pagamento debiti fiscali arretrati.

sono un mediatore creditizio da 4 anni ma ho in piedi una società di persone di cui sono socio insieme a mia moglie.
Questa snc è stata aperta secondo tutte le norme e veniva seguita da un commercialista.
Era oggetto di un finanziamento pubblico nell'ambito di una serie di investimenti.
Purtroppo la società, dopo essere stata aperta ed aver realizzato parte degli investimenti, oltre a poche fatture di servizi, è entrata in una fase di grande difficoltà 1) per i contributi pubblici che non arrivavano e 2) per i costi che nel corso degli anni sono lievitati in modo imprevisto rispetto alla stesura del business plan.

Così, dopo aver dato fondo a tutti i miei capitali nel vano tentativo di finire di realizzare gli investimenti da solo, la situazione è precipitata e non si è riusciti più a tenere aperta la società.
In particolare non è stato possibile continuare a pagare il commercialista che teneva la contabilità ordinaria e sia io che mia moglie non abbiamo potuto presentare modelli unici.
In ogni caso non vi erano redditi e nella nostra ignoranza fiscale, abbiamo trascurato la cosa, dedicandoci a cercare di trovare lavoro o mettere in piedi un'altra attività.
Nel 2006 ho aperto un'agenzia di mediazione creditizia ma i ricavi sono stati molti bassi nel primo anno e nel liquidare alcuni beni della vecchia società e cercare di aprire la nuova si è trascurata ancora la gestione dell'aspetto fiscale. Questo è avvenuto anche nel 2007, anche perchè i ricavi erano non alti e non avevo la possibilità di pagare un commercialista.

Purtroppo l'attività non è andata come pensavo e questa tenuta della contabilità non è mai partita. Anche perchè dopo un paio di incontri con alcuni commercialisti questi mi hanno sempre risposto vagamente dicendomi che ormai per gli anni passati non vi era niente da fare. Nessuno di loro però mi pareva convinto di voler prendere la mia contabilità o fornirmi delle risposte esaurienti su come ripartire.

Quindi ora chiedo a voi.
Io mi sono trovato per anni in grosse difficoltà economiche e non ho presentato la dichiarazione dei redditi. La vecchia società snc è virtualmente aperta ma praticamente inoperativa dal 2006. Non ho voluto chiuderla perchè ci sono ancora delle pendenze burocratiche con la Invitalia, società pubblica che ci aveva finanziato una parte del finanziamento salvo poi rivolerlo indietro. Insomma una questione pastcciata su cui nessuno, neppure Invitalia stessa, sembra saper dirmi come fare. O meglio tutti mi dicono paga quanto dovuto e basta. Ma questo, pur essendo nelle mie intenzioni, non è fattibile e prevede un piano di rientro negli anni.
Io vorrei comunque cominciare a regolazzare la mia posizione.
Ho sempre conservato le fatture emesse e ricevute.
Essendo mediatore creditizio non emetto fatture iva in quanto esonerate essendo provvigioni per mediazioni. Inoltre i miei compensi ricevono una trattenuta dell'11,5% (23% sul 50%). Quindi una parte delle mie tasse è stata versata. E probabilmente, per alcuni anni, ho versato anche più del dovuto (soprattutto 2006, 2007 e 2009). Il 2008 dovrebbe essere l'unico anno in cui, dai miei calcoli, avrei dovuto aggiungere dei versamenti.
In definitiva, che posso fare?
Anche ora non ho la liquidità per pagare un commercialista tutti i mesi. Quest'anno vorrei presentare il modello unico, anche se in ritardo.
Cosa mi consigliate?
Nel senso che mi pare di capire che gli anni passati sono irrecuperabili. Ma io ho cominciato a organizzare la mia contabilità in modo che, in caso di verifica, salti fuori l'esatta situazione. Da cui si evince quello che ho guadagnao (poca cosa). Purtroppo se non mi è consentito mettermi a posto che posso fare?
E' possibile compilare il modello unico di per se e inoltrarlo tramite un caf?
Esiste qualche libro o manuale che spieghi questo? so che nel sito delle agenzia delle entrate ci sono vari manuali ma è pieno di indicazioni e spesso si va in confusione.

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