giovedì 30 maggio 2013

Quesito: agevolazioni fiscali familiari a carico.

vi chiedo gentilmente aiuto per quanto riguarda la mia situazione attuale. vivo con mia madre e mia sorella, nel nucleo sono l unica a lavorare e percepisco circa 900 euro mensili. mia sorella è universitaria e mia madre percepisce una pensione di invalidità estera (svizzera), quindi in italia risulterebbe senza reddito. l abitazione è di proprietà mia e di mia sorella al 50%, mia madre ne ha l usufrutto gratuito a vita, inoltre vi è un altra abitazione di sola proprietà di mia madre che non frutta però alcun reddito,visto che è sfitta. ad ottobre inoltre nascerà anche mio figlio, e anche se riconosciuto, il padre ha residenza in un'altra regione..volevo quindi chiedere effettivamente se è possibile avere un aiuto in qualche modo, mia madre ha molte spese mediche x via dell invalidità, che non possono essere detratte, visto che non ha reddito..posso chiedere il carico sia di mamma che sorella? ho diritto a delle agevolazione o bonus,visto anche l arrivo del bimbo?

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Quesito: contributi obbligatori INPS.

Sono una commerciante che per il 2012 risulta a carico del  marito. Può lui nel 730/13 scaricare i miei contributi obbligatori INPS versati nel 2012?

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Canoni di leasing: riflessi pratici della nuova disciplina fiscale.

Il Fisco interviene per dirimere i primi dubbi sorti in seguito al recente restyling della normativa in materia di deducibilità dei canoni di leasing.
Nello specifico, la circolare n. 17/E del 29 maggio definisce meglio la portata delle modifiche apportate dall’articolo 4 del Dl n. 16/2012 il quale, riformulando il comma 2 dell’articolo 54 e il comma 7 dell’articolo 102 del Tuir, ha eliminato, per i contratti di leasing stipulati a partire dal 29 aprile 2012, la condizione della durata minima contrattuale, prima prevista ai fini della deducibilità dei canoni.
Una questione che ha interessato in particolar modo le imprese che redigono il bilancio secondo i principi contabili nazionali e che imputano, di conseguenza, i canoni di locazione finanziaria a conto economico. Di scarso rilievo invece l’impatto della nuova disciplina per i soggetti Ias adopter, che utilizzano il metodo di contabilizzazione previsto dallo Ias 17 per il leasing finanziario e, pertanto, già precedentemente non tenevano conto delle vicende contrattuali ai fini della deducibilità.

Sui canoni di leasing non ancora dedotti alla scadenza del contratto
La normativa previgente imponeva, a pena di indeducibilità, il rispetto della condizione della durata minima del contratto di leasing, per ottenere il pieno riconoscimento ai fini fiscali dei canoni imputati a conto economico. Adesso invece, venuta meno la necessaria coincidenza tra la durata contrattuale e quella minima fiscale individuata dall’articolo 102, comma 7, del Tuir, si possono verificare diverse ipotesi: qualora corrispondano o il contratto si sviluppi in un arco di tempo maggiore, i canoni saranno deducibili con lo stesso ritmo con cui sono imputati a conto economico, come prevede l’articolo 109, comma 4, del Tuir.

Qualche problema in più sorge invece nel caso in cui il leasing abbia una durata inferiore a quella minima: in tale circostanza, i canoni saranno deducibili per un periodo più lungo rispetto a quello di imputazione a conto economico. Sarà quindi necessario effettuare variazioni in aumento del reddito in sede di dichiarazione dei redditi, verificandosi un disallineamento tra i valori civili e fiscali delle quote di competenza di ciascun esercizio.

Sempre in riferimento a tale ultima ipotesi, si pone anche la questione ulteriore del trattamento fiscale dei canoni di leasing non ancora dedotti al momento della scadenza del contratto.
In linea di principio, devono trovare riconoscimento fiscale mediante variazioni in diminuzione, pari all’importo annuale del canone fiscalmente deducibile, da apportare fino al completo riassorbimento dei valori fiscali sospesi.
Al riguardo, occorre ricordare che, alla scadenza del contratto di leasing, l’impresa utilizzatrice può scegliere tra le seguenti opzioni:
esercizio del diritto di riscatto - Dal periodo di imposta successivo alla scadenza del contratto, sarà necessario operare una variazione in diminuzione per l’importo annuale del canone fiscalmente deducibile, comprensivo quindi sia della quota capitale sia della quota interessi, con un’eventuale variazione in aumento per la quota parte interessi indeducibile a norma dell’articolo 96 del Tuir. Naturalmente, l’impresa, divenuta proprietaria del bene riscattato, ha diritto di procedere anche all’ammortamento dello stesso, sulla base del valore di riscatto, ai sensi dell’articolo 102 del Tuir
non esercizio del diritto di riscatto - L’impresa utilizzatrice deve continuare a dedurre in via extracontabile, mediante apposite variazioni in diminuzione, le quote dei canoni non dedotte alla scadenza del contratto. Anche in tal caso, parte delle variazioni in diminuzione da effettuare successivamente alla data della scadenza contrattuale del leasing, essendo riferita alla quota interessi non ancora dedotta, deve essere assoggettata alle ordinarie regole di deducibilità previste dall’articolo 96 del Tuir
cessione a terzi del contratto di leasing prima della scadenza contrattuale - Le quote capitale dei canoni non dedotte durante la vita contrattuale, unitamente al prezzo di riscatto, devono essere portate in deduzione della sopravvenienza attiva imponibile determinata a norma dell’articolo 88, comma 5, del Tuir (circolare 180/E del 1996). Diversamente, infatti, si verrebbe a creare un’asimmetria impositiva tra l’immediata tassazione della sopravvenienza attiva e il recupero dilazionato nel tempo dei disallineamenti sospesi.
Sulla quota di interessi passivi impliciti
La quota di interessi compresa nel canone va calcolata ripartendo in modo lineare l’ammontare complessivo degli interessi impliciti desunti dal contratto per la durata del leasing. A tale riguardo, per determinare la quota di interessi passivi impliciti, occorre far riferimento alla durata fiscale e non all’eventuale diversa durata contrattuale. Resta infatti ferma la necessità di assoggettare la quota interessi alle ordinarie regole di deducibilità previste dall’articolo 96 del Tuir.

Sulla quota capitale riferibile all’area nell’ipotesi di leasing immobiliare
L’Agenzia affronta anche il problema del necessario coordinamento della modifica normativa con la disciplina relativa ai contratti di locazione finanziaria aventi a oggetto beni immobili, in base alla quale è irrilevante ai fini fiscali la quota capitale dei canoni riferibile al terreno su cui sorge l’edificio strumentale locato.
Il documento di prassi si richiama alla precedente circolare n. 1/2007 per determinare, ai fini dell’indeducibilità, il valore percentuale: il 20 o 30% della quota capitale complessiva di competenza del periodo d’imposta.

Stesse novità per i lavoratori autonomi
I chiarimenti forniti per le imprese sono validi anche per chi esercita un’arte o una professione. Pure per i loro contratti, infatti, è stata eliminata la condizione della durata minima contrattuale, prima prevista ai fini della deducibilità dei canoni di locazione finanziaria.
Le modifiche apportate al comma 2 dell’articolo 54 del Tuir operano esclusivamente per i contratti stipulati dal 29 aprile 2012.

Riflessi Irap
L’Amministrazione evidenzia come non si determinino effetti ai fini della determinazione del valore della produzione netta in ambito Irap. Indipendentemente dalla durata contrattuale, rileverà infatti l’importo del canone di leasing imputato a conto economico.


Fonte: Agenzia Entrate

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La fatturazione delle spese anticipate per il cliente.

Una società addebita a un cliente le spese di viaggio, vitto e alloggio sostenute dai propri dipendenti in trasferta presso di lui. Tali spese devono essere intestate a lui oppure vanno rifatturate applicando l’Iva al 21%?

Le somme dovute a titolo di rimborso delle anticipazioni fatte in nome e per conto della controparte, purché regolarmente documentate, sono escluse dalla base imponibile Iva (articolo 15, comma 1, numero 3, Dpr 633/1972). Tale disposizione trova applicazione anche per le spese di viaggio, vitto e alloggio. In questo caso, i documenti devono essere intestati, oltre che al soggetto che anticipa le spese, anche al soggetto in nome e per conto del quale le stesse sono state sostenute. Tali importi non costituiscono corrispettivi di una cessione di beni o di una prestazione di servizi, ma una mera partita finanziaria di giro. Come precisato dalla risoluzione ministeriale n. 430585 del 1992, il soggetto che sopporta materialmente il costo deve agire in sostituzione della controparte che originariamente vi sarebbe tenuta e che provvederà successivamente al rimborso. Qualora la spesa sia invece di pertinenza del cedente/prestatore, avendo lo stesso agito in nome proprio, il riaddebito configurerà invece una prestazione di servizi, in quanto tale soggetta a Iva (articolo 5 del Dpr 633/1972).


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva su acquisti intracomunitari: detraibile solo se assolta a monte.

I commi 1 e 8 dell'articolo 40 del Dl n. 331/1993, nel testo vigente prima delle modifiche apportate dall'articolo 2, comma 1, lettera b), del Dlgs n. 18/2010, prevedevano che gli acquisti di beni mobili intracomunitari venissero assoggettati a Iva in Italia quando detti beni venivano spediti o trasportati dal territorio di altro Stato membro nel territorio dello Stato e che, parimenti, fossero assoggettate a imposta nel territorio dello Stato le operazioni di intermediazione in dette vendite, rese a favore di soggetti Iva residenti.
Con riferimento alle cennate operazioni, l'acquirente del bene e/o il committente della prestazione di intermediazione doveva: numerare le fatture ricevute, integrarle indicando in euro (in precedenza in lire) gli elementi dell'imponibile espresso in valuta estera e l'ammontare dell'imposta, nonché annotarle nel registro delle fatture emesse (registro delle vendite) e in quello delle fatture ricevute (registro degli acquisti), così da dare vita a un credito Iva esattamente corrispondente all'imposta dovuta (articoli 17, comma 3, del Dpr n. 633/1972, e 46 del Dl n. 331/1993, entrambi nel testo vigente ratione temporis).

Nella fattispecie sottoposta all'attenzione della Corte suprema (sentenza n. 6925 del 20 marzo 2013), il contribuente aveva omesso l'annotazione delle fatture in entrambi i registri, procedendo, tuttavia all'esercizio della detrazione dell'Iva assolta sugli acquisti, mediante indicazione del relativo credito nella dichiarazione Iva.

Premesso che dalla lettura della pronuncia in epigrafe non risulta chiaro in che modo il contribuente abbia proceduto a esporre in dichiarazione un credito Iva relativo a un'operazione passiva non contabilizzata (posta la mancata annotazione della medesima nel registro degli acquisti), comunque - in tale stato di cose - la Corte di cassazione ha riconosciuto la legittimità del recupero dell'imposta scomputata in detrazione, operato dall'ufficio, rilevando nella fattispecie l'assenza di qualsivoglia violazione del principio di neutralità dell'Iva.

Come correttamente evidenziato dal Supremo collegio, infatti, il principio di neutralità dell'Iva impone che l'inosservanza da parte di un soggetto passivo delle formalità imposte da uno Stato membro non può privare il soggetto medesimo del suo diritto alla detrazione Iva, esercitato mediante annotazione a credito dell'imposta in dichiarazione; ferme restando le eventuali sanzioni previste per l'inosservanza degli obblighi formali.

Tuttavia, ai fini del riconoscimento del diritto alla detrazione, è pur sempre necessario che gli obblighi sostanziali connessi all'imposta in questione siano stati puntualmente osservati. Il che si traduce nella necessità che, a monte della detrazione, vi sia comunque stato il versamento dell'imposta dovuta (Corte di giustizia 8 maggio 2008, cause riunite C-95/07 e C-96/07; Cassazione 25 novembre 2011, n. 24912; Cassazione, 28 luglio 2010, n. 17588; Cassazione 9 ottobre 2009, n. 21457; Cassazione 20 agosto 2004, n. 16477 e 5 maggio 2010, n. 10819; in prassi: la risoluzione dell'Agenzia delle Entrate 6 marzo 2009, n. 56/E, ove è stato evidenziato che "è fatto salvo il diritto alle detrazioni si sensi dell'art.19 d.P.R. 26 ottobre 1972 n.633 quando l'imposta sia stata assolta, ancorché irregolarmente").

Come si è detto, tuttavia, nella fattispecie sub iudice, il soggetto passivo non aveva provveduto ad annotare le operazioni in questione né nel registro degli acquisti né in quello delle vendite, comunque indicando nella dichiarazione annuale il credito d'imposta relativo all'Iva da scomputare in detrazione con riferimento alle operazioni medesime.

Secondo la Corte, quindi, il soggetto passivo, oltre a non aver rispettato gli obblighi formali imposti dalla normativa, non aveva altresì assolto gli obblighi sostanziali di versamento dell'imposta, cui avrebbe dovuto provvedere mediante l'annotazione delle operazioni nel registro delle vendite. In tale stato di cose, ad avviso del Supremo collegio, il diritto alla detrazione, esercitato mediante esposizione del relativo credito in dichiarazione, non può essere riconosciuto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Computer e pennette sequestrabili: sono prova dell’evasione fiscale.

È legittimo il sequestro probatorio di apparecchiature e supporti informatici, qualora venga ravvisata l’ipotesi del reato di dichiarazione fiscale infedele al fine di evadere le imposte.
Questo è quanto ha chiarito la Corte di cassazione con la sentenza n. 21103 del 16 maggio, ravvisando il requisito di pertinenzialità di quei beni al reato in questione.

Il fatto è accaduto a un professionista di Napoli, al quale era stato contestato il reato di dichiarazione infedele al fine dell’evasione delle imposte dovute all’Erario. A tal riguardo gli fu applicata la misura cautelare del sequestro delle apparecchiature informatiche, di seguito confermata anche dal tribunale del riesame.
In buona sostanza, gli organi inquirenti avevano ravvisato il periculum di un’eventuale cancellazione, a opera del contribuente, di centinaia di file tramite i quali era stato ricostruito dalla Guardia di finanza un ingente tenore reddituale nascosto al Fisco.
In particolare, sui supporti informatici erano stati registrati ingenti ricavi per prestazioni mediche eseguite nei confronti di pazienti.

Il software sequestrato consisteva in una serie di “fogli”, in formato excel, nei quali venivano registrate le cosiddette schede pazienti che riportavano il nome del cliente, con le relative prestazioni mediche a questi prestate e le relative somme percepite. Il tutto riferito a tre periodi di imposta.
A rafforzare il timore di possibili manomissioni, a opera del professionista, gli inquirenti avevano notato che i file contenuti nelle cartelle erano stati aperti e salvati in due sole giornate prefestive, il che portava a pensare, verosimilmente, che fosse avvenuta una modifica dei dati registrati.

Il sequestro dei beni del professionista è stato effettuato in diverse fasi, perché la prima volta gli inquirenti si erano accorti che il contribuente era stato illecitamente avvisato dell’imminente verifica fiscale presso il suo studio.
Il provvedimento di sequestro probatorio è stato annullato in sede di riesame e ne è stato emesso un secondo avente a oggetto il personal computer, le pen drive e le schede micro del professionista.
Successivamente, il pubblico ministero ha emesso un terzo decreto di sequestro probatorio, essendo variata l’ipotesi di reato di dichiarazione fiscale infedele al fine dell’evasione delle imposte.

Di conseguenza, la difesa del professionista, oggetto di ben tre misure cautelari, propose ricorso per la cassazione dei provvedimenti di sequestro dei beni del loro assistito.
In sostanza, nel ricorso presentato dagli avvocati del contribuente veniva evinta la violazione del principio del “ne bis in idem”, la carenza delle indicazioni delle esigenze probatorie sottese all’adozione del provvedimento cautelare, la genericità e astrattezza della contestazione posta in essere mediante la sola indicazione delle leggi violate e il difetto di pertinenzialità dei beni sequestrati rispetto all’ipotesi di reato contestata.

Per quanto concerne la parte del ricorso di legittimità in merito all’emissione di tre procedimenti di sequestro probatorio nei confronti del professionista, che secondo la tesi difensiva avevano medesimo oggetto rispetto a quelli annullati successivamente dal tribunale del riesame, essendo, a parere loro, rimasto inalterato il materiale sequestrato fin dal primo provvedimento cautelare, la Corte di cassazione, con la sentenza 21103 del 16 maggio 2013, ne ha dichiarato l’inammissibilità, perché, sebbene il Collegio riconosca l’inammissibilità della reiterazione di provvedimenti aventi medesimo oggetto di quelli annullati quando la situazione rimanga immutata, nel caso di specie la Corte suprema ne ravvisa il “sopravvenuto mutamento della situazione di fatto”.

Infatti, in particolare, i giudici di piazza Cavour ammoniscono che, se è vero come è vero che il principio del “ne bis in idem” comporti il divieto di disporre nuove misure cautelari basate sugli stessi elementi posti a fondamento del procedimento precedentemente annullato, ciò non preclude la possibilità al pubblico ministero di disporre ulteriori misure cautelari reali sulla base di elementi non valutati, anche se erano già a disposizione dell’accusa (cfr Cassazione penale 34607/2008).

L’ultimo provvedimento è stato emesso in relazione a una diversa ipotesi di reato, il che legittima la reiterazione della misura cautelare reale.
Il principio giuridico del “ne bis in idem”, presente nella generalità degli ordinamenti, in forza del quale un giudice non può esprimersi due volte sulla stessa azione, conosciuto anche nei sistemi di common law anglosassone col nome di “double jeopardy”, vieta la ripetizione della medesima misura cautelare, qualora l’autorità procedente sia stata chiamata a riesaminare nel merito gli elementi su cui questa si basa; ma quando l’esame riguarda elementi che non sono stati precedentemente valutati, tale divieto non ha ragione di essere.

Per quanto concerne il vizio di motivazione del provvedimento circa la pertinenzialità del materiale oggetto di sequestro con il reato perpetrato dal contribuente, la Corte di cassazione chiarisce che la misura cautelare probatoria viene posta in essere al fine di acquisire prove certe, non esperibili senza la sottrazione all’indagato della disponibilità della “res” o mediante l’acquisizione del bene da parte dell’Amministrazione giudiziaria, utile all’espletamento di ulteriori indagini.
Nel caso di specie, osservano i giudici, il provvedimento probatorio è ragionevolmente collegato all’ipotesi di attività criminose e i beni oggetto di sequestro probatorio devono essere considerati inerenti e pertinenziali all’ipotesi di reato di frode fiscale.

Infine, anche l’ultimo motivo del ricorso non trova accoglimento da parte della Corte, che dichiara la legittimità del sequestro probatorio del materiale informatico del professionista accusato di evasione fiscale anche se il sequestro fosse avvenuto senza avviso dell’indagato, il quale ha avuto la facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia. Precisamente, l’eccezione di nullità del sequestro per omesso avviso da parte della polizia giudiziaria va formulata prima del compimento dell’atto oppure immediatamente dopo.


Fonte: Agenzia Entrate

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L’imposta di registro.

La tassazione degli atti notarili ha creato, nel corso degli anni, diverse difficoltà interpretative. Spesso, infatti, non soltanto i contribuenti, ma anche gli operatori del settore, si trovano ad affrontare questioni controverse nell’applicazione dell’imposta di registro, il tributo - disciplinato dal Dpr 131/1986 - che entra in gioco con la registrazione di determinati documenti giuridici, indici della capacità contributiva dei soggetti coinvolti.

A far chiarezza e ordine in una materia, che comprende anche altri tipi di tassazione indiretta connessa agli atti firmati davanti al notaio e non solo, arriva la circolare n. 18/E del 29 maggio.
Con questo documento, l’Agenzia delle Entrate dà risposte concrete sull’argomento, affrontando le diverse tematiche in modo esauriente e sintetico al tempo stesso, lasciando largo spazio a esempi pratici e a utili tabelle esplicative. Si tratta, insomma, di una vera e propria guida operativa, di facile consultazione, in grado di fornire soluzioni univoche a problemi di carattere interpretativo.

E’ suddivisa in sei parti, le prime affrontano i principi generali e di interesse più diffuso, come il trasferimento di fabbricati e terreni, e le donazioni a titolo gratuito; a seguire, l’attenzione si sposta sul regime impositivo degli atti societari.

Lo scopo, in ogni caso, è uniformare l’applicazione delle imposte trattate su tutto il territorio nazionale ed eliminare ogni possibile margine di incertezza, in modo da rendere più “fluido” sia il lavoro dell’Amministrazione finanziaria sia quello degli operatori, e facilitare i cittadini che si trovano di fronte allo “sportello” del Registro.
Di riflesso, quindi, la circolare rappresenta uno strumento che, se ben utilizzato, può far diminuire le “incomprensioni” tra i notai e i contribuenti, da una parte, e il Fisco, dall’altra, continuando ad accrescere l’efficienza, l’efficacia e la trasparenza dell’attività degli uffici finanziari.

La circolare-guida è aggiornata al 31 dicembre 2012. Verrà rivista e implementata periodicamente per tener conto delle novità normative che interverranno in materia e delle soluzioni interpretative adottate dall’Agenzia delle Entrate in risposta, ad esempio, a istanze di interpello e consulenze giuridiche.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 29 maggio 2013

Quesito: 730 2013

ho cessato la partita iva nel 2011 - nel mod.unico/12 anno 2011 ho riportato un credito irpef di 82 e iva di 95 (ho utilizzato solo cred.iva per 19). Posso presentare per il 2012 il mod.730 rinunciando al credito iva o sono obbligato a presentare il mod.unico per indicare nel quadro RX il credito iva utilizzato e non utilizzato?

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Ditta individuale o lavoratore autonomo: sulle fatture va applicata la ritenuta d'acconto?

Ditta individuale esercita l'attività di barman professionista, ovvero il soggetto viene incaricato, con contratti di appalto, da diverse committenze di organizzare il bar e relativa linea di servizi ed addestrare il personale, fornire consulenze circa l'organizzazione dei locali e relative strategie di servizio; lo stesso all'occorrenza svolge anche attività in prima persona presso bar di proprietà di altri soggetti. Inoltre secondariamente, lo stesso organizza anche dei corsi di insegnamento di detta attività. Tanto premesso, si chiede se sia corretto classificare il reddito prodotto quale reddito di lavoro autonomo ed applicare sulle fatture la ritenuta di acconto nella misura del 20%, o sia da adottare altro comportamento.

Al fine di verificare se nella fattura si debba o meno operate la ritenuta del 20% occorre in primo luogo appurare se l'attività sia svolta in forma d'impresa o in qualità di lavoratore autonomo.

Infatti, laddove l'attività si organizzata in forma d'impresa (con relativa iscrizione della ditta presso il registro delle imprese) ai sensi del disposto dell'articolo 55 del D.P.R. n. 917/1986 il reddito rinveniente dalla stessa sarà qualificato quale reddito d'impresa. In tal caso la fattura deve essere emessa senza l'applicazione della ritenuta.

Nel caso in cui, al contrario il soggetto in questione agisca come "libero professionista", i redditi rinvenienti dalla sua attività si qualificheranno quali redditi di lavoro autonomo ai sensi dell'articolo 53 del D.P.R. n. 917/1986 e dovranno pertanto scontare la ritenuta alla fonte ex articolo 25 del D.P.R. n. 600/1973.

Tuttavia, lo stesso potrebbe beneficiare di determinati regimi di favore laddove ne ricorrano i requisiti previsti dalla legge.

Ad esempio, se sussistono i requisiti per poter beneficiare del c.d. regime dei "contribuenti minimi" introdotto dall'articolo 1, commi da 96 a 117 della Legge n.244/2007, completamente modificato dal D.L. n 98/2011, il contribuente in questione potrà emettere la fattura senza applicazione della ritenuta alla fonte. Il fatturato dello stesso, infatti, sconterà soltanto un'imposta sostitutiva dell'IRPEF nella misura del 5%.

Inoltre, lo stesso potrebbe beneficiare, sempre al ricorrere di determinati requisiti, del regime di favore previsto per le nuove iniziative produttive di cui all'articolo 13, Legge 388/2000, che prevede il pagamento di un'imposta del 10% che sostituisce il versamento dell'IRPEF e delle addizionali regionali e comunali (non si applica la ritenuta in fattura).


Fonte: IPSOA

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Il contraddittorio andato male valida l’applicazione dello standard.

Confermando i principi espressi con sentenza n. 26635 del 2009, deve ritenersi legittimo l’accertamento effettuato sulla base dei parametri, laddove il contraddittorio endoprocedimentale non abbia dato esito positivo a causa del rifiuto del contribuente di accettare una proposta di riduzione avanzata dall'Ufficio, senza tuttavia, che lo stesso contribuente abbia fornito, in quella sede, specifiche prove della inapplicabilità dei parametri al caso concreto. In particolare, in tal caso deve ritenersi che l’Ufficio è legittimato all'emissione dell'avviso di accertamento sulla base dello scostamento del reddito dichiarato da quello risultante dallo standard applicabile, senza necessità di ulteriori riscontri. Rimane comunque fermo il potere del giudice di valutare - trattandosi di accertamento basato su presunzione semplice - la fondatezza della pretesa tributaria sulla base degli elementi probatori forniti in giudizio dall'Ufficio e dal contribuente.

Sentenza n. 11633 del 15 maggio 2013
Cassazione civile, sezione V - Pres. Adamo Mario - Est. Virgilio Biagio
Accertamento – Parametri e studi di settore – Presunzioni semplici – Contraddittorio con il contribuente – Adattamento dello standard astratto al caso concreto

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Ristorazione, ricavi a misura di caffè e acqua minerale.

Nel settore della ristorazione non esiste un indicatore da preferire rispetto a un altro per la ricostruzione presuntiva dei ricavi, potendo tali indici assumere un peso diverso da caso a caso: con riferimento alla singola fattispecie concreta, spetta all’Amministrazione finanziaria ed eventualmente al giudice di merito individuare quelli più idonei a dimostrare la maggior pretesa tributaria.
Comunque, è legittimo l’accertamento presuntivo operato sulla rideterminazione dei ricavi in base al consumo di caffè e di acqua minerale, perché questi costituiscono ingredienti fondamentali nelle consumazioni richieste dalla clientela.
Tali i principi che si ricavano dal testo della sentenza della Cassazione n. 11622 del 15 maggio.

Il fatto
La pronuncia in commento ha origine dalle sentenze della Commissione tributaria regionale che, in riforma delle pronunce di primo grado, confermavano la legittimità degli avvisi di accertamento, ai fini Irap e Iva, notificati a una società di persone esercente attività di ristorazione e, a fini Irpef, nei confronti dei soci-persone fisiche. I giudici di appello hanno ritenuto legittima la ricostruzione induttiva del maggior imponibile ai fini delle imposte dirette e dell’Iva, operata dall’ufficio finanziario sulla scorta del consumo di caffè e di acqua minerale.

A parere della Commissione di secondo grado, l’utilizzo di tali indicatori risultava essere addirittura favorevole al contribuente, atteso che non tutti i commensali consumano caffè e acqua.
Non risultava sostenibile, inoltre, il rilievo del contribuente che invocava una riduzione del maggior imponibile constatato sulla base dell’autoconsumo o del consumo diretto da parte di soci, camerieri e cuochi, in quanto il risultato ottenuto era già oggettivamente riduttivo rispetto alla realtà.
I giudici aggiungevano che, a fronte di tali presunzioni, i contribuenti non avevano fornito idonee prove contrarie, limitandosi ad affermare che il consumo dei tovaglioli, traibile dalle fatture relative al servizio di lavaggio, forniva un indicatore più rappresentativo rispetto ai consumi di acqua e caffè.

Avverso le sentenze, proponeva ricorso per cassazione ognuno dei contribuenti accertati.
I motivi di doglianza, identici per ognuno delle parti in causa, sono due.
Con il primo, i contribuenti lamentavano omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, non avendo i giudici d’appello considerato che gli indicatori di consumo presi a base dall’ufficio accertatore, ossia l’acqua minerale e il caffè, fossero più confacenti all’attività di bar che a quella di ristorante, essendo nel caso specifico più significativo il dato relativo al servizio di lavaggio dei tovaglioli.
Con il secondo motivo, i ricorrenti lamentavano che l’Agenzia delle Entrate fondava le maggiori pretese fiscali su illegittime presunzioni a catena, senza dar peso probatorio al numero dei tovaglioli che, rapportato al prezzo/coperto stimato dall’ufficio, determinava un volume di ricavi addirittura inferiore a quello dichiarato.
Dopo aver riunito i ricorsi della società di persone e dei soci, la Corte suprema ha deciso per l’infondatezza dei motivi di ricorso e per il conseguente rigetto degli stessi, con condanna dei ricorrenti alle spese del giudizio.

La decisione
Come premessa alla risoluzione della controversia, i giudici di Cassazione hanno tracciato una serie di principi concernenti l’esclusiva attribuzione in capo al giudice di merito circa l’apprezzamento dei fatti e delle prove attinenti la maggior pretesa tributaria accertata dal Fisco.
Solo tale organo giurisdizionale, infatti, può individuare le fonti alla base del proprio convincimento, valutare le prove e controllarne l’attendibilità, nonché “scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione e dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova”.
Il giudizio è censurabile soltanto se nel ragionamento vi sono gravi carenze nel criterio logico tanto da non consentire a terzi l’identificazione del procedimento posto alla base della decisione adottata.
E inoltre, con specifico riferimento alla prova per presunzioni, è necessaria una prima valutazione analitica degli elementi indiziari, onde scartare quelli privi di rilevanza e considerare solo quelli che, presi singolarmente, presentino efficacia probatoria.

In un secondo tempo, occorre una valutazione complessiva di tutti gli elementi raccolti per accertare se siano concordanti “e se la loro combinazione sia in grado di fornire una valida presunzione semplice, nel senso che ognuno rafforzi e tragga vigore dall’altro in rapporto di vicendevole completamento” (così Cassazione, sentenza 9108/2013).
In base a tali assunti, non è rilevante il semplice dissenso del contribuente che è in disaccordo sull’accertamento estimativo compiuto dal giudice che ha ritenuto gli indicatori scelti dall’ufficio finanziario preferibili rispetto a quelli da lui “proposti”.

Entrando nel vivo della questione, la Corte suprema ha ribadito che, in tema di accertamento presuntivo e induttivo, “è legittima la ricostruzione dei ricavi di un’impresa di ristorazione anche sulla base del consumo di acqua minerale, costituendo lo stesso un ingrediente fondamentale, se non addirittura indispensabile, nelle consumazioni effettuate (Sent. n. 17408 del 23.07.2010)”.
Peraltro, non si può sostenere, come nel caso di specie, che la ricostruzione sulla base del “tovagliometro” sia maggiormente apprezzabile rispetto a quello compiuto attraverso altri indicatori, poiché “non può dirsi che, riguardo al settore della ristorazione, vi sia un indicatore “principe” per la ricostruzione presuntiva dei ricavi”.
Infatti, gli indici rivelatori possono cambiare da caso a caso, essendo compito dei funzionari del Fisco e, poi, del giudice tributario di merito “cogliere i peculiari nessi inferenziali che siano adeguati alla singola fattispecie concreta”.

Nella causa sottoposta alla Corte suprema, i giudici di merito hanno ottemperato correttamente a tutte le prescrizioni dettate dalla giurisprudenza di legittimità.
Infatti, essi hanno ben agito allorquando hanno volutamente scartato i dati sul consumo unitario dei tovaglioli emersi dalla fatturazione dei lavaggi, “preferendo” quello del consumo di acqua minerale, il cui giudizio estimativo è stato più volte confermato dalla Cassazione.
La scarsa valenza del numero di tovaglioli consumati è legata anche alle conclusioni illogiche che ne derivano: infatti tale dato conduce, per espressa ammissione del ricorrente, a un ammontare di ricavi inverosimilmente inferiore a quello dichiarato, “il che costituisce indubbio indice rivelatore della inattendibilità dei dati medesimi”.
Si aggiunga che il valore determinato in base ai consumi di acqua minerale, di per sé grave e preciso, è risultato altresì concordante con il dato desunto dal consumo di caffè: con l’iter logico-giuridico seguito, i giudici di merito hanno ben individuato “quella relazione tra fatto noto (consumi) e fatto ignoto (ricavi) che, senza avere i caratteri della necessità, è sufficiente a dimostrare il nesso di derivazione secondo canoni di ragionevole probabilità; sicché si è al cospetto di un’unica presunzione, sia pure articolata su autonome circostanze di fatto”.

Oltretutto, è innegabile che i consumi di acqua minerale e di caffè possono essere inferiori al numero dei pasti effettivi, ben potendo non essere richiesti dalla clientela: ne deriva, pertanto, che il risultato finale così ottenuto è approssimato per difetto, tale da coprire anche l’incidenza dell’autoconsumo (da parte di soci e personale di servizio) ed essere così più favorevole ai contribuenti in causa.


Fonte: Agenzia Entrate

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5 per mille: a chi rendicontare?

La normativa prescrive che entro un anno dalla ricezione del contributo del 5 x mille si debba predisporre un resoconto sulle modalità di impiego delle somme ricevute. A chi va inviato?

La Finanziaria per il 2008 (legge 244/2007) ha introdotto l’obbligo per i soggetti destinatari del contributo del cinque per mille dell'Irpef, entro un anno dalla ricezione degli importi, di redigere un apposito rendiconto nel quale deve essere rappresentato in modo chiaro e trasparente, anche a mezzo di una relazione illustrativa, l’effettivo impiego delle somme percepite. Il rendiconto e la relativa relazione devono essere trasmessi, entro trenta giorni dalla data ultima prevista per la compilazione, all’amministrazione competente per l'erogazione delle somme, che potrà richiedere l’acquisizione di ulteriore documentazione integrativa (articolo 8 del Dpcm 19 marzo 2008). Questi gli enti competenti per ognuno dei settori a sostegno della cui attività può essere destinato il 5 per mille: ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (volontariato), ministero dell’Istruzione (ricerca scientifica ed universitaria), ministero della Salute (ricerca sanitaria), ministero dell’Interno (attività sociali scolte dai Comuni), presidenza del Consiglio dei ministri con il supporto del Coni (attività sportive dilettantistiche).


Fonte: Agenzia Entrate

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Mercato immobili non residenziali: per il 2012 segno negativo, - 24%.

Per completare il quadro sull’andamento del mercato immobiliare nel 2012, è stato presentato oggi a Roma, il Rapporto 2013 sugli immobili a destinazione terziaria, commerciale e produttiva. I lavori sono stati introdotti dal vicedirettore dell’Agenzia delle Entrate, Gabriella Alemanno, e dal presidente dell’Associazione nazionale delle società di leasing (Assilea), Edoardo Bacis. Sono intervenuti: Gianni Guerrieri, direttore centrale Omi; Beatrice Tibuzzi, responsabile Relazioni istituzionali, vigilanza, studi e statistiche Assilea; Alessandra Agostinelli, dirigente direzione centrale Contabilità nazionale Istat, e Raffaella Pinto, Head of Research Cbre.

Lo studio - che rappresenta un resoconto analogo al Rapporto sul mercato residenziale, recentemente pubblicato insieme all’Abi (vedi “Giù le compravendite abitative. Nel 2012, flessione vicina al 26%”) - è, infatti, frutto della collaborazione quinquennale fra l’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle Entrate e Assilea.

Come per il settore residenziale, nel 2012 anche le compravendite delle altre tipologie immobiliari segnano una netta flessione, complessivamente nell’ordine del 24% rispetto all’anno precedente, e una contrazione ancora più pesante si registra nel settore del leasing immobiliare.

In valori assoluti, sono 46.925 le unità immobiliari non residenziali scambiate lo scorso anno e, in tutte le aree territoriali, per gli uffici e i negozi (settori terziario e commerciale) il calo va oltre il 20%, mentre per i capannoni (settore produttivo) le diminuzioni risultano in generale meno significative, particolarmente nelle Isole (-1,7%).

Parallelamente, risultano in discesa anche le quotazioni medie, con il -2,1% per i negozi, -1,6% per gli uffici e -0,9% per i capannoni.

A rendere ancor più chiara l’idea della netta riduzione registrata nel settore degli immobili non residenziali è, infine, la stima del valore di scambio, che nel 2012 totalizza un importo di circa 14,5 miliardi di euro, vale a dire 4,4 miliardi di euro in meno rispetto al 2011. Se, poi, si prende a riferimento il 2008, anno in cui risale la prima stima, il calo del fatturato del non residenziale supera persino il 40%, con una perdita di oltre 10 miliardi di euro di valore.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 28 maggio 2013

Sentenze della Commissione tributaria centrale, è sempre ammesso il ricorso per Cassazione?

E' ammissibile il ricorso per Cassazione avverso le sentenze della Commissione tributaria centrale? A parere di chi scrive no, ostandovi l'art. 62 del D.Lgs. n. 546/1992.

Nel sistema del contenzioso tributario disciplinato dal D.P.R. n. 636/1972, antecedente all'attuale D.Lgs. n. 546/1992, erano previsti tre gradi di giudizio (oggi sono due), oltre alla fase di legittimità.

In particolare, il D.P.R. n. 636/1972 prevedeva un giudizio davanti alla Commissione tributaria di primo grado, la cui decisione era ricorribile alla Commissione di secondo grado.

Avverso la pronuncia di quest'ultima era poi consentito il ricorso alla Corte d'appello o, in alternativa, alla Commissione tributaria centrale.

Con l'insediamento delle nuove Commissioni tributarie provinciali e regionali avvenuto il 1° aprile 1996, sulla base dei decreti legislativi n. 545 e n. 546 del 1992, le controversie già pendenti, a tale data, in primo e secondo grado sono state attribuite alle neointrodotte Commissioni provinciali e regionali, con applicazione - ferme restando alcune regole particolari previste nelle norme transitorie tra il vecchio e il nuovo regime - del D.Lgs. n. 546/1992.

Per le cause, invece, ancora pendenti, sempre al 1° aprile 1996, davanti alla Ctc (nonché quelle per le quali ancora non era spirato il termine per l'impugnativa dinanzi allo stesso giudice "centrale"), l'articolo 75 del D.Lgs. n. 546/1992 ha previsto che continuasse a valere la disciplina procedurale prevista dal D.P.R. n. 636/1972 e successive integrazioni e modificazioni.

Ora, per quel che concerne il quesito relativo all'ammissibilità del ricorso per Cassazione avverso le sentenze della Commissione tributaria centrale, la sentenza Cassazione civile, sez. tributaria, 21 maggio 2008, n. 12931 stabilisce espressamente che: "il ricorso per Cassazione avverso le decisioni della Commissione tributaria centrale (rese nel regime del processo tributario disciplinato dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636) è proponibile solo ai sensi dell'art. 111 Cost., sicchè sono deducibili, con tale rimedio straordinario, soltanto i vizi di violazione di legge e non anche quelli di omessa insufficiente o contraddittoria motivazione" (Cassazione civ., sez. trib., 5 agosto 2002, n. 11684, si veda nello stesso senso Cass. 14 aprile 2008, n. 9785; Cass. 15 aprile 2005, n. 7910, e di recente Cass. 17 gennaio 2013, n. 1055).


Fonte: IPSOA

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Brevetto di farmaco e conflitti di categoria.

Va corretta la comune opinione secondo la quale la disciplina delle creazioni intellettuali a contenuto tecnologico, essendo polarizzata essenzialmente sulle promozioni e sull'ottenimento di risultati positivi in termini di progresso tecnologico, è immune dai conflitti fra le categorie professionali collocate nel contesto dell'industria farmaceutica. Al contrario infatti, in tale contesto, la proprietà intellettuale è stata - ed è - elemento incisivo sull'equilibrio concorrenziale fra le categorie
Premessa

Com’è noto la tutela brevettuale dei farmaci condiziona fortemente e sotto molti profili il funzionamento del sistema sanitario nazionale inteso nel senso più ampio di concorso pubblico e privato alla salvaguardia della salute dei cittadini.
Nonostante quello che si crede comunemente il sistema brevettuale, la cui giustificazione è di promuovere il progresso tecnologico mediante lo sviluppo di nuovi farmaci e di nuove terapie, non è gestito e neppure è gestibile senza dare luogo a veri e propri conflitti di categorie professionali ed imprenditoriali portatrici di interessi contrastanti.

Il conflitto originato dall’introduzione in Italia del brevetto di farmaco

Per esemplificare l’intensità di questi conflitti basta pensare che la tutela brevettuale dei farmaci in Italia è stata introdotta per effetto della sentenza n. 20/1978 della Corte Costituzionale che ha dichiarato l’incostituzionalità dell’art. 14 del vecchio testo della legge sulle invenzioni industriali sulla base dell’applicazione del principio di uguaglianza e di una valutazione di irragionevolezza del fatto che le invenzioni farmaceutiche non potessero beneficiare della tutela brevettuale che invece veniva pacificamente riconosciuta alle invenzioni degli altri settori tecnologici come quello della meccanica, della chimica, dell’elettronica etc … etc ... Molto aspro è stato il conflitto determinato dall’introduzione della tutela brevettuale che - ovviamente - ha avuto l’effetto deflagrante di rendere illecita l’attività di fabbricazione e vendita dei farmaci da parte di tutti coloro - genericisti ante litteram - che per l’innanzi avevano beneficiato dell’assoluta libertà derivante dall’assenza del brevetto. Ricordo che l’asprezza di questo conflitto si manifestò in quegli anni con il susseguirsi di numerosi progetti di legge che avrebbero dovuto regolare il diritto transitorio concernente ilpassaggio da una assoluta assenza di protezione brevettuale ad una presenza resa immediatamente operativa per il fatto che molti importanti brevetti erano stati depositati in vista della pronuncia di incostituzionalità del divieto, di guisa che, intervenuta la sentenza della Corte Costituzionale, questi brevetti già depositati divennero improvvisamente efficaci ed azionabili.
Orbene, questo asprissimo conflitto in qualsiasi altro Paese sarebbe stato mediato dal legislatore con l’emanazione di eque norme transitorie che contemperassero l’interesse dei titolari dei brevetti con gli interessi di quelli che abbiamo chiamato “genericisti ante litteram”. Nel nostro Paese le pressioni lobbistiche delle due categorie contrapposte hanno comportato la paralisi dell’intervento normativo che però ovviamente si è tradotta nella vittoria della lobby dei titolari dei brevetti.


Fonte: IPSOA

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Nascondere le scritture obbligatorie è reato penale di natura permanente.

Risponde del reato di occultamento di scritture contabili il titolare di una ditta individuale presso il quale era stato rinvenuto un cd-rom contenente la contabilità parallela, non essendo questo un documento la cui tenuta è imposta dalla legge.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza n. 20741 del 14 maggio scorso, rigettando il ricorso proposto dall’imputato.

La vicenda processuale
La Corte d’appello di Lecce, con sentenza del 2011, condannava a oltre un anno di reclusione il titolare di una ditta individuale, perché ritenuto responsabile del reato di occultamento di documenti contabili (articolo 10 del Dlgs 74/2000).
In particolare, osservava che l’eccezione di prescrizione dei reati commessi fino al 2004 non poteva essere accolta, trattandosi di reato di natura permanente, in quanto la condotta penale dura sino al momento dell’accertamento fiscale, dies a quo da cui decorre il termine di prescrizione.
Inoltre, confermava le conclusioni del primo giudice sulla non plausibilità delle giustificazioni in ordine al mancato rinvenimento delle scritture contabili e che la mancata presentazione delle dichiarazioni dei redditi e ai fini Iva costituiva prova del dolo specifico della finalità evasiva.

L’imputato ricorreva avverso tale sentenza, denunciando - ai sensi dell’articolo 606, lettera b), c) ed e) del codice di procedura penale - violazione di legge e vizi della motivazione della sentenza impugnata.
Egli osservava che, nel caso di specie, non era emersa in alcun modo la volontà di occultare o distruggere le scritture contabili, in quanto dal verbale di constatazione, acquisito agli atti, era scaturito solo il dato “oggettivo” della mancanza di una parte delle scritture contabili obbligatorie per legge negli anni indicati nel capo di imputazione.
Rilevava inoltre che, come risultava da alcune testimonianze, nel corso del controllo era stato rinvenuto un cd-rom contenente tutta la contabilità della ditta: ciò dimostrava in modo indiscusso l’assenza di volontà di evasione e di occultamento dei redditi, nonostante la non corretta tenuta delle scritture che, tuttavia, non aveva impedito la ricostruzione del fatturato e del reddito d’impresa. In subordine, chiedeva la prescrizione dei reati relativi alle annualità più risalenti.

La pronuncia della Cassazione
La Corte suprema, con la sentenza in commento, ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente alla refusione delle spese processuali, nonché al pagamento della sanzione pecuniaria, di cui all’articolo 616 del codice di procedura penale, ravvisando gli elementi della colpa (prevista dalla disposizione de qua a seguito di una pronuncia “additiva” della Corte costituzionale) nella determinazione della causa di inammissibilità.
Secondo la Cassazione, infatti, il ricorso non contiene alcuna specifica censura alla sentenza di secondo grado, limitandosi a richiedere una rivisitazione del materiale istruttorio, attraverso un giudizio di merito non consentito in sede di legittimità.
Tra l’altro, secondo i giudici, la sentenza impugnata, con un percorso argomentativo coerente e privo di vizi logici, ha correttamente motivato in ordine alla valenza del cd-rom (considerato un documento e una fonte diversa da quella la cui tenuta è imposta dalla legge), alla finalità di evasione fiscale perseguita dal contribuente e all’inapplicabilità della prescrizione (attesa la natura permanente del reato).

Ulteriori osservazioni
Ai sensi dell’articolo 10 del Dlgs 74/2000: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari”.
Come si evince dal tenore letterale della norma, la condotta criminosa investe scritture, documentazione contabile o altri documenti utili ai fini della ricostruzione del reddito o del volume d’affari del contribuente. Si tratta di comportamenti prodromici rispetto a condotte evasive vere e proprie, dotati di un elevato grado di pericolosità sociale in quanto compromettono la possibilità di ricostruire l’esatta capacità contributiva dei soggetti responsabili.
La condotta tipica del reato consiste nel nascondere o distruggere la documentazione esistente, rendendo così impossibile la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.
Più precisamente, l’occultamento consiste nel tenere nascosta la contabilità, per cui la fattispecie criminosa non può ritenersi integrata qualora, ad esempio, il contribuente abbia affidato a terzi la tenuta della propria contabilità. L’occultamento può invece realizzarsi nascondendo i documenti in un luogo diverso da quello in cui (in base alle comunicazioni al Fisco) dovrebbero essere tenuti.
Secondo parte della giurisprudenza, il reato sarebbe integrato anche dal rifiuto di esibizione della contabilità, quando tale comportamento sottintenda la volontà di sottrarre la documentazione all’Amministrazione finanziaria, rendendola indisponibile alla stessa (cfr Cassazione 3332/1991).

La distruzione consiste, invece, nell’eliminazione o soppressione materiale delle scritture contabili o dei documenti ovvero nel disfacimento degli stessi, così da impedirne la semplice lettura.
Può aversi distruzione tanto nel caso di eliminazione fisica della documentazione quanto in caso di trasformazione della stessa in modo da renderla inidonea alla ricostruzione dei redditi o del volume di affari (ad esempio, apportando cancellazioni o abrasioni).

Il bene giuridico tutelato da tale norma incriminatrice è rappresentato dalla cosiddetta “trasparenza fiscale”, intesa come interesse al corretto esercizio della funzione di accertamento tributario. Proprio perché la ratio della norma è quella di garantire l’esatto adempimento delle obbligazioni tributarie, “i documenti e le scritture contabili in oggetto non possono essere, evidentemente, se non quelli e solo quelli aventi rilievo sotto il profilo fiscale” (cfr Cassazione 36624/2012, in senso conforme 3057/2007).

Per l’individuazione delle scritture contabili e degli altri documenti di cui è obbligatoria la conservazione, si deve far riferimento all’articolo 22 del Dpr 660/1973 che fa rinvio, tra l’altro, alle scritture obbligatorie ai sensi del codice civile, previste dall’articolo 2214 cc.
Proprio richiamando il secondo comma di tale ultima disposizione (secondo il quale l’imprenditore deve altresì tenere le scritture che sono richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa), la giurisprudenza, in riferimento all’attività di un’impresa di costruzioni e di un agente immobiliare, ha ricompreso in tale categoria il contratto preliminare di compravendita di immobili, “atteso che comprovando l’avvenuta corresponsione di pagamenti a titolo di caparra in vista della stipulazione del contratto definitivo, assume la veste di vera e propria ricevuta, indubbiamente rilevante ai fini fiscali, attestando, per la impresa venditrice, un ricavo imponibile” (cfr Cassazione 36624/2012).

Va inoltre evidenziato che, affinché sia configurabile il delitto in esame, l’impossibilità di ricostruire il reddito o il volume di affari derivante dall’occultamento delle scritture non va intesa in senso assoluto ma, in conformità a quanto stabilito dalla giurisprudenza di legittimità anche in tema di bancarotta documentale (di cui, tale delitto rappresenta un’ipotesi sussidiaria, come testimoniato dall’espressione del predetto articolo 10 “salvo che il fatto costituisca più grave reato”) ricorre anche laddove gli accertamenti, da parte degli organi fallimentari, siano stati ostacolati da difficoltà superabili solo con particolare diligenza (cfr Cassazione sentenza 10423/2000).

Infine, in merito alla natura di tale reato, secondo una giurisprudenza ormai consolidata, si deve ritenere che si tratti di un reato “permanente”, in quanto la condotta penale dura sino al momento dell’accertamento fiscale, dies a quo da cui decorre il termine di prescrizione.

Nello specifico, le sentenze 13716/2006 e 4871/2006 si soffermano sulla condotta tipica del delitto di occultamento o distruzione di scritture contabili, precisando che la distruzione configura un reato istantaneo che si realizza al momento dell’eliminazione della documentazione, la quale può consistere o nella stessa eliminazione del supporto cartaceo o in cancellature o abrasioni.
L’occultamento, a differenza della distruzione, dà luogo a un reato permanente perché l’obbligo di esibizione perdura finché è consentito il controllo e, quindi, la condotta antigiuridica si protrae nel tempo a discrezione del reo, il quale, a differenza della distruzione, ha il potere di far cessare l’occultamento esibendo i documenti.

Anche con la sentenza 3055/2008, la Corte di cassazione ribadisce che il reato di occultamento della documentazione contabile ha carattere permanente, posto che la condotta penale dura sino al momento dell’accertamento fiscale. Solo da questo momento, quindi, decorre il termine per la prescrizione.

La Cassazione, con la sentenza in commento, ha dato semplicemente atto della corretta applicazione di tali principi a opera della Commissione tributaria regionale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Mutuo per acquisto e ristrutturazione prima casa.

Sul contratto di mutuo ipotecario non è espressamente citato l’utilizzo per acquisto e ristrutturazione abitazione. Di fatto invece il finanziamento è stato utilizzato per tale scopo. Per detrarre gli interessi, posso fare l'autocertificazione?

L’articolo 15, comma 1, lettera b, del Tuir, menziona, tra le condizioni necessarie per usufruire della detrazione in oggetto, l'esistenza di un contratto di mutuo, stipulato ai sensi dell’articolo 1813 cc, finalizzato all’acquisto dell’abitazione principale. La destinazione del finanziamento può risultare dal contratto di mutuo, dal contratto di acquisto dell’immobile o da altra documentazione rilasciata dalla banca su richiesta del contribuente (circolare 15/E del 2005). Qualora la banca non sia in grado di fornire tale attestazione, il contribuente potrà ricorrere alla dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, prevista dall’articolo 47 del Dpr 445/2000, dichiarando che il mutuo è stato contratto per l’acquisto dell’abitazione principale, assumendosi la responsabilità civile e penale delle dichiarazioni rese (risoluzione 147/E del 2006). La stessa dichiarazione sostitutiva vale anche nel caso di mutui misti, stipulati per l’acquisto e la ristrutturazione di un immobile (circolare 20/E del 2011).


Fonte: Agenzia Entrate

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Tares, tariffa e maggiorazione: pronti i codici tributo per versare.

Dall’1 gennaio 2013, il tributo sull’immondizia ha cambiato “faccia”. La scelta spetta ora agli enti locali se avvalersi di una tassa o di una tariffa. Per ogni opzione, la risoluzione n. 37/E del 27 maggio fornisce i codici tributo per il pagamento di quanto dovuto, sanzioni e interessi compresi, mediante il modello F24.
I Comuni, infatti, che hanno realizzato sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico, possono, attraverso un apposito regolamento, applicare una tariffa, avente natura corrispettiva, in sostituzione del tributo, come previsto dal comma 29 dell’articolo 14 del Dl 201/2011.

Questi i “numeri” giusti
Per versare la Tares, il codice da indicare è 3944. Per la tariffa, invece va utilizzato il 3950. La maggiorazione, infine, vuole il 3955.
Questi stessi codici valgono anche per regolarizzare il tributo a seguito dell’attività di controllo.

Dopo il controllo, però…..
Per pagare le penalità in cui si incorre se le verifiche tributarie sono “positive”, la risoluzione indica anche i codici ad hoc per interessi e sanzioni:

3945 (Tares – interessi)
3946 (Tares – sanzioni)
3951 (Tariffa – interessi)
3952 (Tariffa – sanzioni)
3956 (Maggiorazione – interessi)
3957 (Maggiorazione – sanzioni)

Compilazione del modello F24
Per la corretta compilazione dell’F24, i codici tributo devono essere indicati nella sezione “Imu e altri tributi locali”. Il contribuente deve indicare, nello spazio “codice ente/codice comune”, anche il codice catastale del Comune dove sono situati gli immobili e in quello “numero immobili”, deve riportare il numero degli stessi (massimo 3 cifre). Nello spazio “Ravv.”, deve barrare se il pagamento si riferisce a ravvedimento. Inoltre, nel campo “rateazione/mese rif”, dovrà essere riportato il numero della rata. Infine, in “anno di riferimento” si dovrà scrivere l’anno d’imposta cui si riferisce il pagamento (o il ravvedimento).


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 27 maggio 2013

Quesito: regime dei minimi e acquisto auto nuova cointestata.


In un nucleo famigliare convivono 2 persone, non sposate,  ed entrambe sono titolari di partita Iva in regime dei Minimi. (quindi 2 regimi dei minimi).
Il regime dei minimi impone un tetto di spesa massima in 3 anni di 15.000 Euro.
Entrambi acquistano in contanti un auto nuova del valore di 40.000 Euro (iva compresa) ad uso promiscuo e la cointestano ad entrambi.
Ai fini del computo della soglia dei 15.000 Euro concorre il 50% del valore della fattura che sarà addebitato ad uno dei due soggetti oppure il 25% visto che l'auto è cointestata?

Gli pongo questa domanda perchè se verrà considerato il 50% del costo dell'auto, addebbitandolo solo ad uno dei soggetti visto che sono conviventi, esso uscirà dal regime dei minimi. Se invece verrà considerato il 25% ciascuno, entrambi resteranno nel regime di minimi.

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Rendiconto delle Onlus.


Una Fondazione Onlus (iscritta presso la DRE Piemonte e presso il Registro tenuto dalla Regione Piemonte) nel corso del 2012 ha ricevuto numerose donazioni da parte della fondatrice. Non ci sono state altre entrate. Le donazioni vanno considerate come patrimonio o come ricavi? E' previsto l'obbligo di inviare il rendiconto alla DRE Piemonte?

L'art. 150 del TUIR introduce alcune disposizioni specifiche per le ONLUS che di fatto prevedono un trattamento di favore rispetto a quanto previsto per gli enti non commerciali.

Per tali organizzazioni, difatti, lo svolgimento delle attività istituzionali nel perseguimento di esclusive finalità di solidarietà sociale non costituisce esercizio di attività commerciale e dunque i proventi derivanti dall'esercizio di tali attività non concorrono alla formazione del reddito imponibile.

Ai sensi dell'art. 10, comma 1 lettera a) del D.Lgs. 460/97, le ONLUS devono operare tassativamente, tra gli altri, nei seguenti settori:

1. assistenza sanitaria;

2. assistenza socio-sanitaria;

3. beneficienza;

4. istruzione;

5. formazione.

L'iscrizione dell'organizzazione all'anagrafe nazionale delle ONLUS avviene a seguito della presentazione di una comunicazione alla Direzione Regionale dell'Agenzia delle Entrate nel cui ambito territoriale si trovi il domicilio fiscale.

Data la formulazione del quesito, si ipotizza che l'ONLUS in oggetto operi nel settore della beneficienza. Una definizione esaustiva di attività di beneficienza è offerta dall'art. 10, comma 2-bis del D.Lgs. 460/97, secondo cui si considera attività di beneficenza anche la concessione di erogazioni gratuite in denaro con utilizzo di somme provenienti dalla gestione patrimoniale o da donazioni appositamente raccolte, a favore di enti senza scopo di lucro che operano prevalentemente nei settori, di cui abbiamo offerto un parziale elenco in precedenza, tesi alla realizzazione diretta di progetti di utilità sociale.

Se dunque le donazioni, oggetto del quesito, rappresentano la fonte per il finanziamento delle attività istituzionali allora, ai sensi dell'art. 150, dovranno essere considerati come proventi non concorrenti alla formazione del reddito imponibile.

Le ONLUS sono tenute in ogni caso alla redazione di un apposito documento, improntato al rispetto dei principi di chiarezza e trasparenza, che rappresenti adeguatamente la situazione patrimoniale, economica e finanziaria, distinguendo le attività direttamente connesse da quelle istituzionali (ma tale rendiconto non dovrà essere oggetto di invio all'Amministrazione finanziaria).

Diversamente, i soggetti destinatari del contributo del cinque per mille hanno l'obbligo di redigere e trasmettere all'Amministrazione competente un apposito rendiconto nel quale deve essere rappresentato in modo chiaro e trasparente, anche a mezzo di una relazione illustrativa, l'effettivo impiego delle risorse percepite (entro un anno dalla ricezione degli importi).


Fonte: IPSOA

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Assegno nucleo familiare, fissati i nuovi livelli reddituali.

L'Inps ha aggiornato i livelli reddituali per l'accesso all'assegno per il nucleo familiare, in base a quanto stabilito dalla Legge n. 153/1988. I nuovi importi si applicheranno dal 1° luglio 2013 al 30 giugno 2014. La rivalutazione è avvenuta sulla base della variazione dei prezzi al consumo rilevata dall'Istat tra il 2011 ed il 2012, pari al 3 per cento. I valori aggiornati, suddivisi per le diverse tipologie di nucleo familiare, sono riportati nell'allegato 1 della Circolare Inps n. 84 pubblicata ieri 23 maggio.


Fonte: INPS

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Detrazione 55% e 50% verso la proroga ufficiale.


Nel Consiglio dei Ministri di oggi potrebbe essere approvata la proroga per tutto il 2013 della detrazione 55% per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici e, se si trovano i fondi, anche della detrazione Irpef del 50% per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio. I fondi potrebbero arrivare dal Ministero dell'Ambiente, attraverso la vendita all'asta delle quote di emissione di CO2 . In ogni caso, le due proroghe sono già inserite nella bozza del decreto legge d'urgenza che il Governo deve emanare per attuare la direttiva UE sull'efficienza energetica in edilizia, pena pesanti sanzioni da Bruxelles. La proroga del 55% è, però, più selettiva di quella del 50%, in quanto l'art. 14 della bozza del decreto prevede espressamente che saranno agevolate con la detrazione del 55% le spese sostenute entro il 31.12.2013 con esclusione delle spese per interventi di sostituzione di impianti di riscaldamento con pompe di calore ad alta efficienza ed impianti geotermici e delle spese per la sostituzione di scaldacqua tradizionali con scaldacqua a pompa di calore dedicati alla produzione di acqua calda sanitaria.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Capital gain: corretto il software del modello UNICO PF 2013.


L'Agenzia delle Entrate ha corretto ieri il software di compilazione del modello UNICO PF 2013, diffondendo la nuova versione 1.0.1 per correggere un errore presente nelle istruzioni al fascicolo 1 del modello. Al rigo RN1, campo 5, confluiva infatti erroneamente nel reddito l'importo di cui al rigo RT26 (fascicolo 2), che riguarda invece le plusvalenze di natura finanziaria soggette all'imposta sostitutiva del 20% (ex art. 5, D. Lgs. n. 461/1997). Ciò impediva la generazione automatica del modello F24 con il codice tributo 1100. E' stato, quindi, aggiornato il calcolo del reddito complessivo eliminando dal computo l'importo di cui al rigo RT26, oltre che altre piccole modifiche.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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La sospensione dell'IMU fa slittare il 730 al 10 giugno.


Il termine per la presentazione del modello 730/2013 al Caf e ai professionisti abilitati slitterà al 10 giugno a causa della sospensione dell'IMU sull'abitazione principale. Lo prevede un D.p.c.m. ora alla firma del Presidente del Consiglio dei Ministri. La proroga della scadenza accoglierebbe la richiesta lanciata dai Caf, secondo cui la sospensione dell'acconto IMU di giugno per l'abitazione principale avrebbe comportato la necessità di rifare circa 100.000 modelli già presentati. Lo slittamento della scadenza di presentazione del modello trascina con sé, ovviamente, anche le scadenze per gli adempimenti successivi dei Caf e dei professionisti abilitati: la consegna della copia della dichiarazione elaborata e del prospetto di liquidazione al contribuente dovrà essere effettuata entro il 24 giugno; la comunicazione del risultato finale delle dichiarazioni dei redditi e l'invio telematico delle dichiarazioni all'Agenzia delle Entrate dovranno essere effettuati entro l'8 luglio.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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venerdì 24 maggio 2013

Quesito: prestazione occasionale.

sono un architetto iscritto all'Ordine. Sono disoccupata ma mi è capitato di svolgere un lavoro nel mio ambito per un lavoro con importo pari a 500 €. Ora aprire la P.I. per 500 € mi sembra un'assurdità e ho chiesto consulto ad una commercialista che mi ha detto di fare la prestazione occasionale fino a 5000 €.Leggo su internet che in base alla legge Biagi essendo iscritta ad un albo non posso farlo. Mi sembra una grossa discriminazione. Oltre ad essere disoccupato, pagare un albo inutilmente devo rinunciare anche a queste 500€ che sarebbero la mia unica entrata?

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Troppi dubbi sulla procreazione assistita.


Con l'ammissibilità della diagnosi preimpianto e la sua estensione alle coppie fertili portatrici di malattie ereditarie, si è forse conclusa la riscrittura costituzionale della legge n. 40. Ma la legge non è stata adattata alle nuove pronunce, con grande incertezza degli operatori pratici. E nelle corti europee si apre il dibattito sulla fecondazione eterologa.
Le questioni aperte

Fra i tanti problemi lasciati irrisolti dal Parlamento sciolto da poco, vi è, certo non tra i primi ma forse neanche tra gli ultimi, quello di un chiarimento della disciplina relativa alla procreazione assistita. Quando la legge fu promulgata fu subito evidente che la delicatezza degli argomenti, le contrapposizioni ideologiche che intorno ad essi si confrontano, i dubbi di compatibilità con i principi costituzionali e con le regole del diritto europeo, avrebbero dato luogo a un serrato dibattito. La previsione si è puntualmente avverata. Nel suo quasi decennio di vita la legge n. 40 è stata oggetto di un acceso dibattito dottrinale, ha visto più volte decisioni giurisprudenziali che la disattendevano richiamandosi ai principi costituzionali, e soprattutto è stata modificata in punti importanti da una sentenza della Corte Costituzionale. Infine, di recente, ha costituito motivo di una condanna dello Stato italiano da parte della CEDU (2). È stato detto giustamente che, almeno in parte, è stata “riscritta dalla Corte Costituzionale e dalla giurisprudenza”.
Ma se dopo questi interventi la disciplina è cambiata, non può dirsi affatto chiarita. Come spesso capita, una sentenza abrogativa della Consulta determina conseguenze indirette più ampie di quelle espressamente decise, lascia vuoti normativi, pone nuovi e più ampi interrogativi. Su alcuni di questi punti si è formata una corrente giurisprudenziale e dottrinale assai ampia, ma poiché le conclusioni raggiunte non corrispondono ad un nuovo e chiaro dettato legislativo, e la lettera della legge rimane anzi incerta, i dubbi permangono, ed i centri autorizzati alla procreazione assistita seguono prassi diverse. In altri casi il divario tra la disposizione della legge n. 40 e il principio costituzionale od europeo risulta evidente, e viene ormai largamente ammesso. Ma poiché non sempre è chiaro se tale divergenza consenta di disattendere il significato letterale della norma in nome di una interpretazione costituzionalmente orientata, o legittimi semplicemente il giudice a sottoporre il caso alla Corte, il problema pratico sussiste. In altri ancora le nuove pronunce costituzionali ed europee rafforzano posizioni sinora marginali, anche se sembra trattarsi più di tesi da far valere iure condendo piuttosto che con riferimento al diritto positivo.
Insomma per chi opera in questo campo, si tratti di centri specializzati o di cittadini che vi ricorrono, il quadro appare più che mai incerto e contraddittorio. Solo un intervento legislativo darebbe chiarezza. E tale intervento non vi è stato. I temi su cui si addensano gli interrogativi sono soprattutto la liceità della diagnosi preimpianto, e la ammissibilità alla procreazione assistita delle coppie fertili con rischio di trasmissione di malattie ereditarie. Ma lo sviluppo del diritto europeo pone inevitabilmente, almeno in prospettiva, un altro problema: quello della fecondazione eterologa.


Fonte: IPSOA

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Il capo famiglia imprenditore è anche soggetto passivo Irap.


In tema di Irap, l'istanza di rimborso dell'imposta, ritenuta illegittimamente versata, va presentata dal contribuente entro il termine di decadenza, previsto dal Dpr n. 602 del 1973, articolo 38, in quanto il Dlgs n. 446 del 1997, articolo 25, stabilisce che, fino a quando non abbiano effetto eventuali leggi regionali, “per le attività di controllo e rettifica delle dichiarazioni, per l'accertamento e per la riscossione dell’imposta regionale, nonché per il relativo contenzioso si applicano le disposizioni in materia d’imposte sui redditi”. Inoltre, a differenza delle altre imposte dirette, l’Irap ha ad oggetto non il reddito o il patrimonio in sé, ma lo svolgimento di un’attività autonomamente organizzata per la produzione di beni e servizi. In questo quadro normativo, mentre il reddito derivante dall’impresa familiare e risultante alla dichiarazione dei redditi viene imputato proporzionalmente alla rispettiva quota di partecipazione dei partecipanti (ma l’imprenditore deve essere titolare come minimo del 51%), l’imprenditore familiare, non i familiari collaboratori, è anche soggetto passivo Irap, in quanto detta imposta colpisce il valore della produzione netta dell’impresa e la collaborazione dei partecipanti all’impresa familiare integra quel quid pluris dotato di attitudine a produrre una ricchezza ulteriore (o valore aggiunto) rispetto a quella conseguibile con il solo apporto lavorativo personale del titolare (etero – organizzazione dell’esercente l'attività). L’elencazione delle figure che sono soggette al tributo, contenuta nel Dlgs n. 446 del 1997, articolo 3, è esemplificativa e non tassativa.

Sentenza n. 10777 dell’8 maggio 2013 (udienza 14 marzo 2013)
Cassazione civile, sezione V – Presidente Virgilio Biagio – Est. Iofrida Giulia
Irap – Soggetti passivi – Impresa familiare – Requisito dell’autonoma organizzazione – Apporto di lavoro dei familiari

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Detraibilità dei dispositivi medici.


È possibile usufruire della detrazione fiscale del 19% per dispositivi medici? A quali requisiti devono rispondere?

Le spese sostenute per l’acquisto o l’affitto di dispositivi medici (ad esempio, apparecchi per aerosol o per la misurazione della pressione sanguigna) sono detraibili al 19% purché dallo scontrino o dalla fattura risulti il soggetto che sostiene la spesa e la descrizione non generica del prodotto, che deve essere contrassegnato dalla marcatura CE (circolare n. 20/E del 2011). Come infatti precisato dal ministero della Salute, appartengono a questa categoria le apparecchiature e le strumentazioni che rientrano nella definizione di “dispositivo medico” contenuta negli articoli 1, comma 2, dei tre decreti legislativi 507/1992, 46/1997, 332/2000, in possesso di dichiarazione/certificazione di conformità e, pertanto, marcati “CE” dal fabbricante in base alle direttive europee di settore. Pur non esistendo una lista dei dispositivi medici detraibili, per agevolare l’attività dei contribuenti, il ministero della Salute ha fornito un elenco non esaustivo dei dispositivi medici (MD) e dei dispositivi medico diagnostici in vitro (IVD), rappresentativo delle categorie di dispositivi medici di uso più comune, allegato alla circolare n. 20/2011.


Fonte: Agenzia Entrate

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Accertamento doganale definitivo: no alla revisione, se cala il prezzo.


Con la sentenza n. 7716/2013, la Corte di cassazione ha ritenuto che non può procedersi alla revisione dell’accertamento doganale definitivo – né può essere accolta la conseguente domanda di rimborso dei dazi all’importazione corrisposti in eccedenza – proposta dalla società ricorrente a seguito della stipula di un contratto di transfer price dal quale è conseguita una riduzione del prezzo delle merci importate.

La controversia si riferisce, in particolare, alle dichiarazioni di importazione (dalla Corea) relative a merci (autovetture) cedute all’esportazione dalla casa madre (coreana) alla società ricorrente (italiana). In forza di un contratto di transfer price – stipulato in epoca successiva alle operazioni di importazione de qua, ma avente efficacia retroattiva – le predette società del gruppo convenivano di rivedere, con cadenza trimestrale, il valore delle merci importate: a seguito di tale accordo, la casa madre emetteva quindi apposite note di credito, con le quali rettificava in diminuzione l’intero importo da essa fatturato alla società italiana; conseguentemente, quest’ultima presentava istanza di revisione degli accertamenti definitivi effettuati dall’Amministrazione doganale, chiedendo anche il rimborso dei maggiori dazi pagati sul valore delle merci originariamente dichiarato in dogana, essendo tale valore venuto a diminuire per effetto della diminuzione del prezzo di cessione delle merci.

Al riguardo, la Cassazione osserva preliminarmente che, in materia di valore in dogana delle merci, le disposizioni degli articoli da 28 a 36 del codice doganale comunitario (Cdc), istituito dal regolamento (Cee) n. 2913/1992, del 12 ottobre 1992, sono improntate al principio generale secondo cui “il valore in dogana delle merci importate è il valore di transazione, cioè il prezzo effettivamente pagato o da pagare per le merci quando siano vendute per l’esportazione a destinazione del territorio doganale della Comunità” (articolo 29, par. 1, Cdc), salvo aggiungere che, nell’ipotesi in cui il compratore e il venditore siano “legati” – il che, evidentemente, si verifica nel caso, ricorrente nella fattispecie, di transazioni fra società infragruppo –, il valore della transazione deve essere “accettabile a fini doganali”: tale va considerato quello “ammesso”, a seguito dell’esame delle circostanze della vendita, in considerazione del fatto che i “legami” tra le predette società “non abbiano influito sul prezzo” (articolo 29, par. 2 a, del Cdc).

Ciò premesso, i giudici di legittimità precisano che il ricorso all’istituto della “revisione dell’accertamento divenuto definitivo” – disciplinato, nel nostro ordinamento, dall’articolo 11 del decreto legislativo 8 novembre 1990, n. 374 – è consentito sebbene “le merci che ne hanno formato l’oggetto siano state lasciate alla libera disponibilità dell’operatore o siano già uscite dal territorio doganale”: dispone, in particolare, la norma citata che “quando dalla revisione, eseguita sia d’ufficio che su istanza di parte, emergono inesattezze, omissioni o errori relativi agli elementi presi a base dell'accertamento, l’ufficio procede alla relativa rettifica”.
Dalla richiamata disciplina, la Cassazione ricava il principio per cui la revisione dell’accertamento definitivo non può che essere effettuata – e pervenire alla rettifica del valore delle merci inizialmente accertato – solo, ed esclusivamente, sulla scorta degli elementi posti a fondamento dell’accertamento iniziale e non certo di elementi successivi: a titolo esemplificativo, la revisione in parola può essere operata a seguito del riscontro di una differente qualità delle merci, del loro danneggiamento durante il trasporto o della ritenuta erronea classificazione delle stesse nelle relative voci di tariffa doganale; di contro, tale revisione – e la conseguente rettifica del valore dichiarato all’atto dell’importazione – non può essere operata sulla base di una scelta contrattuale deliberatamente effettuata dalle parti private (esportatore e importatore), per di più legate dall’appartenenza a uno stesso gruppo societario, in un momento successivo alla presentazione della merce in dogana.

Secondo i giudici di legittimità, tale conclusione risulta coerente anche con il quadro normativo comunitario che regola la materia e, in particolare, con il regime della revisione della dichiarazione doganale che venga effettuata, d’ufficio o su richiesta del dichiarante, dopo la concessione dello svincolo delle merci, ai sensi dell’articolo 78 del Cdc, in quanto il presupposto essenziale che autorizza il ricorso a siffatta forma di revisione è costituito dal fatto che “dalla revisione della dichiarazione o dai controlli a posteriori risulti che le disposizioni che disciplinano il regime doganale considerato sono state applicate in base ad elementi inesatti o incompleti”.
Per la Cassazione, sono sicuramente al di fuori dell’ambito applicativo della norma in questione quegli elementi successivi che consistono, non nel rilievo di errori dell’interessato rappresentati da una svista o da un’omissione involontaria, bensì da scelte volontarie poste dal medesimo, successivamente alla dichiarazione di importazione: in terminis, si vedano le sentenze della Corte di giustizia del 20 ottobre 2005, causa n. C-468/03, e del 5 ottobre 2006, causa n. C-100/05.
Sul punto, la Cassazione aggiunge che non può revocarsi in dubbio che tra le scelte in parola dell’importatore rientri, in special modo, la stipula di contratti – avvenuta nella fattispecie – suscettibili di provocare una riduzione del valore di transazione, ovverosia del prezzo pagato per le merci, sulla base del quale era stato calcolato il valore doganale delle stesse, ai sensi dell’articolo 29 del Cdc.

Tale orientamento interpretativo trova conferma, ad avviso del Supremo collegio, anche con riferimento alla previsione dell’articolo 236 del Cdc che, nel disciplinare il rimborso dei dazi all’importazione (richiesto, nella specie, dalla società ricorrente), stabilisce che tale rimborso è disposto dall’Amministrazione “… quando si constati che al momento del pagamento il loro importo non era legalmente dovuto o che l'importo è stato contabilizzato contrariamente all’articolo 220, paragrafo 2” del Cdc, con la conseguenza che le Amministrazioni sono necessariamente tenute ad accogliere una richiesta di rimborso di dazi all’importazione ogni qual volta risulti che, “per errore dell’interessato e non in base ad una scelta”, sia stato contabilizzato un importo dei dazi doganali non dovuto “al momento del pagamento” e sempre che i fatti che hanno dato luogo al pagamento non dovuto non risultino da “una frode dell’interessato” (in questi termini, si veda la sentenza della Corte di giustizia nella causa n. C-100/05).
Secondo la Cassazione, risulta in tal senso ribadita la natura di errore involontario – e non di libera scelta successiva alla dichiarazione di importazione – che il fatto, che dà luogo alla revisione ex articolo 78 Cdc e all’eventuale rimborso ex articolo 236, deve rivestire; e, tuttavia, siffatta natura non è di certo ascrivibile – ribadiscono i giudici di legittimità – al contratto di transfer price stipulato, nel caso concreto, tra l’importatrice italiana e l’esportatrice coreana.

Con specifico riferimento al contratto di transfer price, la Suprema Corte osserva poi che, in tema di imposte sui redditi, esso viene in rilievo con riferimento alla corretta applicazione della normativa in materia di prezzi di trasferimento tra parti correlate; normativa che, invero, ha la finalità di consentire all’Amministrazione finanziaria un controllo dei corrispettivi applicati alle operazioni commerciali e/o finanziarie intercorse tra società collegate e/o controllate residenti in nazioni diverse, al fine di evitare che vi siano aggiustamenti “artificiali” di tali prezzi, determinati dallo scopo di ottimizzare il carico fiscale di gruppo, ad esempio, canalizzando il reddito verso le società dislocate in aree o giurisdizioni caratterizzate da una fiscalità più mite.

Secondo l’interpretazione più diffusa anche nella giurisprudenza della stessa Cassazione (si vedano, al riguardo, le sentenze n. 22023 del 13 ottobre 2006, e n. 11949 del 13 luglio 2012), tale normativa costituisce una “clausola antielusiva”, in linea con i principi comunitari in tema di abuso del diritto, finalizzata a evitare che all’interno del gruppo di società vengano effettuati trasferimenti di utili mediante l’applicazione di prezzi inferiori o superiori al valore normale dei beni ceduti, al fine di sottrarli all’imposizione fiscale in Italia a favore di tassazioni estere inferiori, o comunque a favore di situazioni che rendano fiscalmente conveniente l’imputazione di utili ad articolazioni del gruppo diverse da quelle nazionali.

Sulla base di tali premesse, la Cassazione ritiene che “è di tutta evidenza che il contratto di transfer price non può in alcun modo venire in rilievo in materia di determinazione del valore doganale dei beni importati”, atteso che tale operazione negoziale, in quanto diretta a operare una sorta di redistribuzione del reddito all’interno di un gruppo di società, comporta che alla revisione dei prezzi si pervenga sulla base di elementi diversi dal valore effettivo della merce importata. Inoltre, la circostanza che siffatta operazione sia, per lo più, diretta a scopi di elusione delle imposte sui redditi, giustifica ulteriormente – nel caso concreto – la decisione dell’Amministrazione di non concedere il rimborso richiesto, non potendo ritenersi sussistente, in sua presenza, neppure la condizione essenziale per il diritto al rimborso, richiesta dall’articolo 236 del Cdc, consistente nella mancanza di frode del dichiarante.
In altri termini, la presenza di un abuso del diritto, ai fini delle imposte sui redditi, vale a integrare anche una frode relativa ai dazi doganali, mediante la richiesta di riduzione del valore delle merci, sulla base del prezzo di una transazione considerata non attendibile dalla legge: non a caso – conclude la Cassazione – l’articolo 29 del Cdc, nell’ipotesi in cui il compratore e il venditore siano “legati”, esclude che si possa porre a fondamento della determinazione del valore doganale della merce importata il prezzo della transazione tra importatore ed esportatore, quando il “legame” tra gli stessi esistente abbia, come nella specie, influito sul prezzo di vendita delle merci importate.


Fonte: Assonime

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Addio al bonus “prima casa” se la residenza è fuori tempo.


La Corte di cassazione è tornata ancora una volta a occuparsi di agevolazioni per l’acquisto della “prima casa” e, con la sentenza 11614 del 15 maggio, ha stabilito che non spetta alcun beneficio se il contribuente non stabilisce la residenza nel comune dove si trova l’immobile entro un anno dalla stipula del contratto d’acquisto. E’ irrilevante che l’istanza sia stata presentata entro i termini di legge e che il Comune l’abbia inizialmente respinta.

I fatti del processo
A seguito di atto d’acquisto della proprietà di un alloggio e di un box auto, la contribuente fruiva delle agevolazioni fiscali “prima casa” (imposta di registro al 3% e imposte ipotecaria e catastale in misura fissa), ma l’ente impositore le notificava successivamente un avviso di liquidazione per il recupero dei benefici indebitamente fruiti, atteso che l’interessata non aveva stabilito la residenza nel comune di ubicazione dell’immobile, all’epoca nel termine di un anno dall’atto di acquisto, come previsto dalla norma quale condizione legittimante del bonus.

La contribuente deduceva in opposizione di avere presentato regolare richiesta di residenza entro i tempi stabiliti dalla normativa e che tale istanza, in un primo tempo rigettata, era stata poi accolta, ma quando ormai era decorso l’anno dalla data del rogito. Al fine di certificare la condizione vantata, la ricorrente produceva in giudizio varia documentazione (contratto dell’energia elettrica, del gas e della tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani).

La Commissione tributaria regionale, pur avendo constatato la mancanza della tempestiva concessione della residenza, rigettava l’appello dell’ufficio affermando che la richiedente aveva dato prova sia di avere richiesto entro l’anno la residenza, sia di averla effettivamente trasferita.

L’ente impositore proponeva susseguente ricorso per cassazione e, nell’instare per la declaratoria di decadenza dall’agevolazione, formulava i quesiti di diritto:

se possa ritenersi soddisfatta la condizione stabilita dalla nota II-bis), comma 1, lettera a), della tariffa, parte prima, allegata al Dpr 131/1986, come sostituita dall’articolo 3, comma 131, della legge 549/1995, nel caso in cui la residenza risulti anagraficamente stabilita dopo la scadenza del termine di un anno dall’acquisto dell’immobile
 se a questo fine possano assumere rilevanza eventuali circostanze di fatto, in contrasto con le risultanze anagrafiche, che possano far ipotizzare che la residenza fosse in concreto già trasferita presso l’immobile alla data di scadenza dell’atto.

La decisione
Dando riscontro negativo ai quesiti prospettati, la Corte suprema accoglie il ricorso, riconfermando il consolidato principio secondo cui nessuna agevolazione fiscale “prima casa” compete se il contribuente non stabilisce la residenza nel Comune dove si trova l’immobile entro un anno dalla stipula del contratto d’acquisto. E ai fini del beneficio non rileva neppure l’intestazione delle utenze (cfr Cassazione, sentenza 12050/2010), perché ciò che conta è l’effettiva utilizzazione dell’immobile come residenza nei previsti termini di legge; ciò anche in rapporto alle ineludibili esigenze di celerità e certezza nell’applicazione dell'agevolazione.
Al riguardo, non può reggere l’ipotesi del “disguido” da addebitare alla struttura del Comune, soprattutto perché nessuna rilevanza può attribuirsi all’“eventuale ottenimento della residenza oltre il termine fissato” se, come in questo caso, “una domanda di trasferimento della residenza anteriormente (e in termini)” è stata formulata dal contribuente, con “rigetto da parte del Comune”. Sicché, la seconda risposta positiva dell’ente non vale a “salvare” l’invocata agevolazione (che è di stretta interpretazione: vedi Cassazione, sentenze 6905/2011 e 5570/2011), rimettendo in termini il contribuente.

Nell’ottica delineata dalla sentenza in esame, è stato più volte affermato in sede di legittimità (cfr Cassazione, sentenza 8377/2001, 26115/2005, 4628/2008, 14399/2010 e 1530/2012) che, ai sensi dell’articolo 2 della legge 118/1985, condizione per il riconoscimento del beneficio previsto è che l’immobile sia ubicato nel comune in cui l’acquirente ha la residenza anagrafica; non può riconoscersi alcuna rilevanza giuridica alla realtà fattuale, ove in contrasto con il dato anagrafico, né al successivo ottenimento della residenza.

Peraltro, questo quadro non può essere modificato – chiarisce il giudice di legittimità – neppure dal richiamo della contribuente alla “stipula dei contratti dell’energia elettrica, del gas e della denunzia ai fini della tassa sulla spazzatura”, soprattutto perché questi elementi sono necessari anche “per soggetti non residenti, e, quindi, non dimostrano affatto l’effettivo trasferimento della residenza, neanche nel senso di fissazione della propria dimora abituale nell’immobile acquistato”.

Anche a questo riguardo è stata rilevata l’erroneità della sentenza della Commissione regionale che, facendo riferimento alla sussistenza di una bolletta di energia elettrica e a una dichiarazione delle forze dell’ordine oggettivamene generica, non dia conto dell’iter logico seguito e dei concreti elementi, utilizzati nel percorso decisionale, per giungere ad affermare il trasferimento di residenza (Cassazione, sentenza 271/2013).


Fonte: Agenzia Entrate

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Evoluzione delle forme associative dell’attività professionale.


Prima dell’intervento operato dalla legge n. 266/1997, l’esercizio in forma associata delle attività professionali era regolato, di massima, dalla legge n. 1815/1939, contenente una speciale normativa che, fino alla sua totale abrogazione intervenuta nel 2011 (a opera della legge n. 183, articolo 10, comma 11), disciplinava gli “studi associati di assistenza e di consulenza”.
Una regolamentazione per altro mal digerita già in prospettiva storica, a motivo delle ascendenze culturali antidemocratiche e razziste su cui si riteneva poggiasse la sua ratio, cioè: impedire agli ebrei, esclusi dalle attività sociali e professionali in base alle leggi antisemite del 1938, di esercitare una qualsiasi professione intellettuale in forma “anonima” ovvero utilizzando lo “schermo” delle forme societarie commerciali.

Legge 23 novembre 1939, n. 1815
In realtà, la regola della legge n. 1815/1939 si componeva essenzialmente di due statuizioni, corrispondenti rispettivamente agli articoli 1 e 2: da un lato, l’obbligo di ricorrere alla forma dello “studio associato” e di comunicazione agli Ordini (articolo 1), dall’altro il divieto di adottare le forme organizzative societarie tipicamente “commerciali” o, comunque, altre forme diverse dallo “studio associato” (articolo 2), divieto la cui lunga persistenza nel tempo dimostra che il “gradimento” per tale impostazione da parte degli esercenti le “professioni protette”, si è man mano esteso ben oltre l’ormai superato ascendente politico-ideologico.
E invero, seppur rubricati come meri “fenomeni di aggregazione di interessi”, gli studi associati previsti dall’articolo 1 della legge n. 1815/1939 hanno rappresentato una potenziale occasione di “modernizzazione” dell’esercizio delle “professioni liberali”.

In linea generale, è stato questo, infatti, l’aspetto da tempo all’attenzione degli studiosi. La regolamentazione “domestica” delle libere professioni non appariva più funzionale alle esigenze di sviluppo di tali attività, soprattutto in considerazione dell’evoluzione del contesto economico e normativo riconducibile a fenomeni di carattere sovranazionale.
Come già evidenziava l’Autorità garante della concorrenza e del mercato in una sua “indagine conoscitiva” del 1997, la revisione delle norme che disciplinavano l’esercizio dell’attività professionale avrebbe dovuto accettare “(…) il principio che il conseguimento delle finalità pubbliche non è affatto incompatibile con la sottoposizione delle attività dei professionisti alle regole del mercato e della concorrenza, e anzi quest’ultima può solo contribuire a rendere più efficiente il sistema. Peraltro, anche laddove la regolamentazione è necessaria essa va in ogni caso collegata in modo diretto e chiaro con l’unico principio che la giustifica, ovvero il raggiungimento di un maggiore benessere per la collettività”.

Lo sviluppo di tale direttrice interpretativa ha finito per collocare l’esercizio delle libere professioni su un piano di “rilevanza sostanziale” che oltrepassa la classica regolamentazione codicistica ex articolo 2229 cc. Esemplare, sotto tale aspetto, la “storica” pronuncia del Tar Lazio del 2000 (sentenza n. 466 del 28 gennaio), secondo cui gli esercenti le professioni intellettuali vanno considerati alla stregua di imprese, ai fini specifici della tutela della libera concorrenza, in quanto la loro attività consiste nella offerta sul mercato di prestazioni suscettibili di valutazione economica.
A partire da questo assunto, si è consolidato il principio interpretativo della qualificazione dell’attività professionale come attività imprenditoriale “in sé” e, conseguentemente, degli ordini professionali come “associazioni di imprese” (principio in ultimo confermato, con estensione all’attività dei notai e dei relativi collegi, sempre dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, con provvedimento n. 24275, in “Bollettino” n. 12 del 2 aprile 2013).

La riflessione attorno alla legge n. 1815/1939 ha finito per rappresentare la cartina di tornasole dell’inconsistenza sostanziale della distinzione tra professione e impresa, messa in discussione non solo sul piano concettuale ma, soprattutto, sul piano del diritto positivo. A partire, sia dai principi desumibili dalla normativa e dalla giurisprudenza comunitarie (propense all’identificazione delle due attività) sia dalla disciplina legislativa nazionale in materia di anti-trust (che ha ispirato le nette prese di posizione dell’Autorità garante della concorrenza, specie in materia di riforma delle professioni, già citate), la “vecchia” regolamentazione del 1939 ha scontato un’abrogazione totale che, paradossalmente, ha esaltato una rilettura della problematica sottesa all’esercizio “collettivo” delle professioni intellettuali in chiave di partecipazione a un network, ovvero un contesto “culturale” dove oltre alla professionalità e alla competenza tecnica, deve sussistere un’organizzazione che permetta al professionista di raggiungere obiettivi di efficacia (la soddisfazione del cliente) ma anche di efficienza, in termini di contenimento dei costi e di gestione del know how, che è poi la concezione organizzativa da tempo affermatasi a livello comunitario e internazionale.

Legge 16 febbraio 1913, n. 89 (legge notarile)
Alla regolamentazione di cui alla legge n. 1815/1939 già in passato si sottraeva l’attività notarile svolta in forma associativa, giusta il disposto dell’articolo 82 della legge n. 89/1913 (legge notarile), che permette la costituzione di “associazioni di notai, purché appartenenti allo stesso distretto, per mettere in comune, in tutto o in parte, i proventi delle loro funzioni e ripartirli, poi, in tutto o in parte per quote uguali o disuguali”. E anche attualmente, le questioni sottese all’evoluzione normativa, di cui sopra è cenno, sono ritenute estranee al contesto organizzativo dei professionisti interessati, rilevando solo l’aspetto della “ricezione di atti costitutivi secondo l’ordinamento apprestato dalla L. n. 266/97”.

D’altra parte, la normativa relativa ai notai sembra più il retaggio di un “aggancio” al vecchio codice del 1865, con la sua previsione integrativa di “società particolari”, che non il sostegno a un moderno associazionismo professionale, rispetto al quale mancano oggi adeguati riferimenti codicistici, là dove non solo quelli del 1865 non sono stati riprodotti nel codice del 1942, ma anzi è stato qui fissato il principio della “personalizzazione” della prestazione professionale nell’articolo 2232.

L’obiettivo limitato (e limitante) della “messa in comune” dei proventi delle funzioni al fine di ripartizione pro quota, lascia poi intendere la strumentalità del vincolo associativo notarile a quella che in passato appariva la più efficace ed economica gestione di attività diffusa nel tessuto economico di riferimento (vendite forzate, servizio protesti cambiari, eccetera).
In ogni caso, non è solo la classe notarile ad apprezzare il divieto di porre in essere attività commerciali, come testimonia la più recente giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenza n. 5270/2013).

Anche in questo caso, però, la spinta anti-trust ha prodotto un giudizio negativo sulla mancata riforma in chiave di network della professione notarile. Che anzi è emersa, anche per essa, l’esplicita assimilazione all’attività imprenditoriale.
E infatti, sempre l’Autorità garante della concorrenza e del mercato di recente ha concluso l’iter di un complesso parere affermando che “(…) i notai esercitano un'attività economica in condizioni di concorrenza e, pertanto, possono essere qualificati come imprese“ e che “(…) i Consigli notarili distrettuali, in quanto enti rappresentativi di imprese che offrono sul mercato, in modo indipendente e stabile, i propri servizi professionali, sono associazioni di imprese ai sensi dell'art. 2, comma 1, della legge n. 287/90”.

Resta comunque fermo che il mancato coordinamento dell’articolo 82 della legge n. 89/1913 (legge notarile) con la legge n. 266/1997, consente di ritenere prevalente, a tutt’oggi, la specialità della regolamentazione prevista dalla prima, confermando l’impossibilità di costituire vincoli associativi fra notai in forme diverse dalle “società di notai”, sostanzialmente ancora ricalcate sul modello delle “società civili professionali”, e per di più sub judice della preventiva autorizzazione vincolante del ministero della Giustizia.

Decreto legislativo 2 febbraio 2001, n. 96 (società di avvocati)
Nell’intervallo di tempo fra gli interventi apprestati, rispettivamente, con la legge n. 266/1997 e con la legge n. 183/2011, si colloca la specifica disciplina delle società tra avvocati, disposta con Dlgs 2 febbraio 2001, n. 96, in attuazione della direttiva europea 98/5/Ce (volta a facilitare l’esercizio permanente della professione di avvocato in uno Stato membro diverso da quello in cui è stata acquistata la qualifica).

La disciplina della “società tra professionisti avvocati” (Stp) è contenuta nel titolo II del Dlgs n. 96/2001 e affonda le radici nella delega di cui all’articolo 19 della legge n. 526/1999 (legge comunitaria 1999), che demandava al governo l’emanazione di uno o più decreti legislativi per adeguare la normativa vigente in materia di esercizio in Italia della professione di avvocato ai principi e alle prescrizioni della direttiva 98/5/Ce del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 febbraio 1998. Ciò al fine di facilitare l’attuazione dei principi del diritto comunitario in tema di libera circolazione dei servizi professionali all’interno del territorio dell’Unione europea e in tema di diritto allo stabilimento dei professionisti cittadini di Stati membri dell'Unione europea in ogni Stato membro, nonché al fine di garantire la tutela degli utenti e il buon funzionamento della giustizia.

Le nuove norme non cancellavano nell’immediato la vecchia normativa di cui alla legge n. 1815/1939, ma si aggiungevano a essa, fornendo così la possibilità di scelta tra l’associazione fra professionisti e la nuova società di avvocati (ovviamente, fino all’abrogazione intervenuta nel 2011).
La normativa di riferimento è quella prevista per le società in nome collettivo che, a sua volta, si fonda su quella prevista per le società semplici e si applica solo se non è derogata da quella specifica dello stesso Dlgs n. 96/2001. La “ragione sociale” di questo tipo di società deve essere costituita dal nome e dal titolo professionale di tutti i soci ovvero di uno o più soci, seguito dalla locuzione “ed altri”, e deve contenere la indicazione di società tra professionisti, in forma abbreviata s.t.p. In sintesi:
i soci della società di avvocati devono essere in possesso del titolo di avvocato
la società di avvocati deve iscriversi presso il registro delle imprese, ed essendo composta da professionisti, dovrà anche iscriversi presso l’albo professionale degli avvocati
senza l’iscrizione all’albo professionale la società non potrà operare, mentre non sono ben chiare le conseguenze della mancata iscrizione nel registro delle imprese
la società di avvocati non è soggetta a fallimento.

Va ricordato che l’impianto normativo di cui al Dlgs n. 96/2001 va oggi coordinato con la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, dettata dalla legge n. 247/2012 e in vigore dal 2 febbraio 2013, regolamentazione specifica in controtendenza con l’orientamento degli ultimi anni, che appariva invece finalizzato a regolare tutte le professioni ordinistiche tramite una legge quadro e regolamenti di dettaglio.

Sotto l’aspetto dell’esercizio “in forma associata”, gli articoli 4 e 5 della legge disciplinano, rispettivamente, le associazioni tra avvocati o multidisciplinari (anche nelle forme già esistenti), e la previsione della figura della società tra professionisti, optando per la possibilità dell’esercizio della professione forense in forma societaria con società di persone, ma anche società di capitali e di società cooperative, pur con la necessità che tutti i soci siano avvocati iscritti all’albo, ovvero recando una disciplina della professione in forma societaria nella quale tutti i partecipanti siano avvocati, e dove non è consentita la società di persone o di capitali “multidisciplinare”, con esclusione, infine, della possibilità che ci siano soci di mero capitale.


Fonte: Agenzia Entrate

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