giovedì 30 gennaio 2014

Il ruolo è intestato al defunto, ma la cartella è per gli eredi.

Ove si proceda alla riscossione del tributo a carico degli eredi, la formazione del ruolo, disciplinata dal Dpr n. 602 del 1973, articolo 12, va operata al nome del contribuente, pur dopo il suo decesso, mentre per la notificazione della cartella di pagamento, ai sensi del Dpr n. 600 del 1973, articolo 65, la stessa va notificata agli eredi personalmente e nel loro domicilio solo ove essi abbiano dato tempestiva comunicazione del decesso del contribuente utilizzando le forme previste dall’articolo 65, potendosi diversamente operare la notificazione agli eredi collettivamente ed impersonalmente nel domicilio del defunto, senza limiti di tempo (cfr Cassazione 5411/1988, 3415/2009 e 15417/2009).

Sentenza n. 228 del 9 gennaio 2014 (udienza 13 novembre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Iofrida Giulia
Dpr n. 602 del 1973, articolo 12 – Riscossione tributo a carico degli eredi – Ruolo a nome del contribuente deceduto – Dpr n. 600 del 1973, articolo 65 – Notificazione cartella - agli eredi personalmente se hanno dato tempestiva comunicazione decesso – In mancanza - notificazione impersonale nel domicilio del defunto senza limiti temporali

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Matrimonio finito in “accordi”, tassabili per terzo “incomodo”.

Le intese di separazione e di divorzio sono esenti dall'imposta di bollo, di registro e da qualunque altra tassa solo se espressione di una soluzione concordata del conflitto tra i coniugi, senza l'intervento di soggetti terzi.
Questo, in sintesi, il principio di diritto stabilito dalla Cassazione, con la pronuncia n. 860, del 17 gennaio 2014.

I fatti
La Ctp di Genova e la Ctr della Liguria concordavano su un annullamento di un avviso di liquidazione, con cui l'ufficio disconosceva l'esenzione di cui all'articolo 19, legge 74/1987, in relazione all'atto di costituzione di usufrutto vitalizio stipulato in esecuzione di accordi raggiunti in sede di separazione personale tra i coniugi.
In particolare, il diritto reale limitato veniva costituito in favore di una donna da una società in accomandita semplice, il cui rappresentante legale era il coniuge della signora.
In considerazione del fatto che il trasferimento del diritto di usufrutto trovava causa nella separazione coniugale, le Commissioni osservavano che l'esenzione era dovuta.

Il ricorso dell'Agenzia
L'ufficio ricorreva per cassazione, eccependo che:
l'atto non era stato concluso direttamente tra i coniugi, ma per mezzo di una società
lo stesso atto non riguardava lo scioglimento della comunione, bensì la rinegoziazione dell'assetto dominicale di un precedente acquisto
i coniugi non avevano provato la diretta riferibilità dello stesso allo scioglimento dei rapporti patrimoniali tra essi intercorrenti.
La pronuncia di legittimità
La Cassazione ritiene fondate le doglianze dell'ufficio, sottolineando la ratio della disposizione, che è quella di garantire l'adempimento delle obbligazioni che i coniugi separati assumono per modificare l'assetto patrimoniale della ex famiglia.
Pertanto, ad avviso dei giudici, “tale agevolazione va riconosciuta in relazione a tutti gli atti e le convenzioni posti in essere al fine di regolare, sotto il controllo del giudice, i rapporti patrimoniali tra i coniugi conseguenti allo scioglimento del matrimonio o alla separazione personale, compresi gli accordi che contengono il riconoscimento o attuino il trasferimento della proprietà di beni mobili ed immobili all'uno o all'altro coniuge, o a favore dei figli” (cfr Cassazione n. 11458/2005).

La speciale normativa fiscale sugli atti esecutivi di tali accordi – questa la puntualizzazione della Cassazione - impone, però, che i soggetti che li pongono in essere siano necessariamente gli stessi coniugi che li hanno conclusi e non anche terzi soggetti.
“Depone in tal senso sia il tenore letterale della norma, che – nel riferirsi a patti assunti in sede di procedimenti di separazione o divorzio – non può che riguardare le prestazioni esecutive rese da un coniuge nei confronti dell'altro; sia la logica dell'agevolazione, che mira a promuovere una soluzione idonea a garantire un nuovo equilibrio, anche economico, per i coniugi di talchè l'inclusione di atti di diversa natura si presterebbe facilmente ad intenti elusivi ...; sia il principio di stretta interpretazione che ispira l'esegesi delle disposizioni tributarie agevolative”.

Osservazioni
Il legislatore fiscale ha – nella materia in esame – interpretato la realtà sociale che, introdotto il principio dell’eguaglianza fra i coniugi e caduto quello dell'indissolubilità del matrimonio, attrae nella sfera del diritto privato la materia familiare, cancellandone quella colorazione pubblicistica di interessi superiori (e indisponibili perfino per i diretti interessati) e dando rilevanza agli interessi personali dei coniugi e dei figli.
Il concedere una specifica esenzione tributaria a queste intese, anche quando comportano trasferimenti immobiliari, è, infatti, chiaro sintomo della considerazione loro accordata di atti socialmente utili di rilievo familiare.
La circolare ministeriale n. 49/2000 afferma che la registrazione degli atti esecutivi di obblighi assunti in sede di separazione/divorzio, deve essere esentata (ex articolo 19 della legge 74/1987), purché ne sia manifestata la causa, connessa funzionalmente alla composizione economica della crisi coniugale.

Nell’ambito degli accordi di separazione grande importanza è attribuita proprio al concetto di negoziabilità-autonomia dei rapporti coniugali, in ossequio al menzionato obiettivo di riconoscere alla famiglia una vocazione “privatistica”, mentre il momento “pubblicistico” si recupera a posteriori mediante il controllo giudiziale sugli accordi e sui negozi che li sostanziano.
L'indisponibilità degli status familiari e l'inderogabilità dei connessi diritti di stampo personalissimo giustificano l'impossibilità della partecipazione di terzi alla conclusione di tali patti.


Fonte: Agenzia Entrate

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La ritenuta d'acconto non è un costo.

Sono un imprenditore edile. Volevo sapere se la ritenuta di acconto che il commercialista mi addebita in fattura è per me un costo detraibile.

Le persone fisiche esercenti attività di impresa, che corrispondono a soggetti residenti nel territorio dello Stato compensi comunque denominati per prestazioni di lavoro autonomo, devono operare all'atto del pagamento una ritenuta del 20% a titolo di acconto dell'Irpef dovuta dai percipienti, con l'obbligo di rivalsa (articolo 25 del Dpr 600/1973). La ritenuta d'acconto è, in altri termini, una trattenuta che grava sui compensi addebitati dai lavoratori autonomi nei confronti dei titolari di una partita Iva. Il soggetto debitore riveste pertanto il ruolo di sostituto d'imposta, effettuando il versamento all'erario in sostituzione del professionista, al quale viene detratta una parte della sua prestazione (articolo 64 del Dpr 600/1973). Conseguentemente, per il sostituto, la ritenuta è solo parte del compenso del professionista che non viene erogata per essere versata all’erario per conto dello stesso. Non deve, quindi, essere considerata come voce di costo detraibile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione annuale Iva 2014, le specifiche tecniche per l’invio.

Dopo l’approvazione dei modelli di dichiarazione annuale “Iva 2014” e “Iva Base 2014”, avvenuta con provvedimento del 15 gennaio, sono stati definiti il contenuto e le specifiche tecniche per il loro invio telematico da parte dei contribuenti e degli intermediari abilitati (provvedimento del 29 gennaio).
Eventuali correzioni al “percorso informatico” saranno pubblicate sul sito delle Entrate.

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Possessori di auto e moto in cassa. Ultimi giorni per rinnovare il bollo.

Il bollo 2014, da versare entro fine mese, riguarda i veicoli con oltre 35 kw e i ciclomotori dei residenti in regioni che non hanno stabilito termini diversi.
Il 31 gennaio scade anche il termine di pagamento dell’addizionale erariale alla tassa automobilistica, pari a 20 euro per ogni kilowatt di potenza del veicolo superiore a 185 Kw, ridotta dopo cinque, dieci e quindici anni dalla data di costruzione dei veicolo, rispettivamente, al 60%, al 30% e al 15%. Non è più dovuta quando il veicolo ha compiuto venti anni dalla data di costruzione.

Il versamento è sempre più facile
Per pagare le tasse automobilistiche, è possibile utilizzare il classico bollettino di conto corrente postale o rivolgersi agli uffici dell’Aci. Ma va bene anche andare nelle tabaccherie autorizzate o nelle agenzie di pratiche auto.
In più, l’adempimento può essere effettuato comodamente, da casa o dall’ufficio, in via telematica. Bastano un paio di click e l’inserimento del numero di targa, nonché il denaro necessario sul conto corrente bancario, se si opera online sul sito di un istituto di credito oppure con una carta di credito sul sito dell’Aci.
Stessa cosa anche presso uno sportello bancomat, utilizzando la propria carta di debito.

Come si calcola il bollo
Dal 1998, le tasse automobilistiche si calcolano in base alla potenza effettiva del veicolo espressa in kilowatt e riportata sulla carta di circolazione. Dal 2007, inoltre, l’importo dovuto è differenziato in base alle normative comunitarie sulle emissioni inquinanti (ad eccezione degli autoveicoli con alimentazione elettrica, a metano, a Gpl o a idrogeno), con una maggiorazione per gli autoveicoli di potenza fiscale superiore ai 100 kw.

Inoltre:
per gli autocarri con peso complessivo inferiore a 12 tonnellate, la tassa si calcola in base alla portata
per gli autoveicoli adibiti al trasporto pesante, con peso complessivo pari o superiore a 12 tonnellate, la tassa si calcola in base al peso complessivo, al numero degli assi e al tipo di sospensione (indicato sulla carta di circolazione)
per i ciclomotori fino a 50 cc e per i quadricicli leggeri con cilindrata del motore pari o inferiore a 50 cc o di potenza massima pari o inferiore a 4 kw (minicar), la tassa è dovuta solo se utilizzati su strada pubblica.
Addizionale bollo auto
Sono tenuti al versamento dell’addizionale erariale alla tassa automobilistica i proprietari, usufruttuari, acquirenti con patto di riservato dominio, o utilizzatori a titolo di locazione finanziaria di autovetture e di autoveicoli per il trasporto promiscuo di persone e cose con potenza superiore a 185 kw.
L’addizionale è pari a 20 euro per ogni kilowatt di potenza eccedente quel limite e si riduce al 60% dopo cinque anni, al 30% dopo dieci anni al 30%, al 15% dopo quindici anni; non è più dovuta decorsi venti anni dalla data di costruzione.
Il versamento del “superbollo” deve essere effettuato tramite il modello “F24 - Versamenti con elementi identificativi”, con esclusione della compensazione. Modalità esclusivamente telematica per i titolari di partita Iva, anche presso banche, poste, agenti della riscossione per gli altri contribuenti.
Per tutti, il codice tributo da indicare è il “3364”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Abolizione seconda rata Imu 2013: dopo l’ok della Camera, subito in GU.

Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la legge 5/2014 che recepisce, senza sostanziali modifiche, il contenuto del Dl 133/2013 dello scorso novembre.
Pertanto:

- è cancellata definitivamente la seconda rata Imu per l’anno 2013 per le unità immobiliari adibite ad abitazione principale, escluse quelle classificate nelle categorie catastale A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville), A/9 (castelli e palazzi di eminente pregi artistici o storici)
è confermata la mini Imu, che obbligava il contribuente a versare, entro il 24 gennaio, una quota, pari al 40%, dell’eventuale differenza tra l’importo risultante dall’applicazione dell’aliquota di base e della detrazione decisa (o confermata) dal Comune per il 2013 e, se inferiore, quello risultante dall’applicazione dell’aliquota e della detrazione di base previste dalle norme statali
- è ribadito l’aumento al 128,5% dell’acconto Ires e Irap per il periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2013 per gli enti creditizi, finanziari e assicurativi e per la Banca d'Italia (cui va aggiunto l’ulteriore incremento di 1,5 punti percentuali disposto con decreto ministeriale).


Fonte: Agenzia Entrate

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Registro e locazione: ulteriore inquilino.

Con il consenso del locatore, due conduttori vorrebbero aggiungerne un terzo al loro contratto di locazione abitativa. C’è da fare qualche adempimento?

Le cessioni, le risoluzioni e le proroghe dei contratti di locazione devono essere registrate in termine fisso, anche se stipulate verbalmente o se il relativo contratto è redatto nella forma della scrittura privata non autenticata (articoli 3 e 17 del Dpr 131/1986). In tali ipotesi, occorre versare l’imposta di registro entro 30 giorni dal verificarsi dell’evento. In base alle citate disposizioni, se il contratto è risolto prima della scadenza naturale o, pur rimanendo in vita, ne viene modificato qualche elemento (ad esempio, le parti contrattuali o il termine finale di efficacia), è necessario darne comunicazione all’Agenzia delle Entrate pagando la relativa imposta nella misura fissa di 67 euro (risoluzione 60/E del 2010).


Fonte: Agenzia Entrate

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Accertamento induttivo Iva: legittimo, senza la contabilità.

L’accertamento induttivo extracontabile, eseguito ai sensi dell’articolo 55 del Dpr 633/1972, è legittimo quando il curatore fallimentare non esibisce all’Agenzia delle Entrate la documentazione contabile richiesta, che costituisce uno dei presupposti per la sua applicabilità. E non è rilevante la circostanza che l’inottemperanza all’ordine sia dovuta all’enorme mole di documenti giacente presso la cancelleria del tribunale fallimentare (circostanza che, ad avviso della difesa, avrebbe integrato l’esimente della forza maggiore), dal momento che l’accertamento induttivo non ha funzione sanzionatoria.
Sono le conclusioni cui giunge la Corte di cassazione nella sentenza n. 668 del 15 gennaio 2014.

La vicenda processuale di merito
L’ufficio ha emesso un avviso di accertamento per la ripresa a tassazione dell’Iva ritenuta non dovuta sugli acquisti operati da una società, che non ne aveva documentato il relativo diritto con l’esibizione di fatture e libri contabili.

La Ctr Campania, in parziale accoglimento dell’appello proposto dall’Agenzia, ha riformato la sentenza emessa dal giudice di primo grado, che aveva accolto il ricorso, presentato dalla curatela del fallimento della società in questione, avverso il predetto avviso di accertamento.
Il giudice di gravame sosteneva che la Ctp di Napoli aveva errato nel richiamare, a sostegno della legittimità della pretesa erariale, l’articolo 28 del Dpr n.633/1972 – rubricato “Dichiarazione annuale” – in quanto la fattispecie concreta era bensì regolata dagli articoli 51 e seguenti dello stesso Dpr 633/1972, che disciplinano le attribuzioni e i poteri degli uffici in materia di Iva.
Se, da un lato, si doveva convenire con l’ufficio che il mancato riconoscimento delle detrazioni derivava dall’assenza di motivazione delle fatture passive degli acquisti e del relativo registro, a norma dell’articolo 51, ultimo comma, Dpr 633/1972 (cfr articolo 32 del Dpr 600/1973), nel caso di specie era pacifico che l’omessa esibizione era giustificata, secondo il curatore, dalla gran mole di documenti contabili depositati presso la cancelleria del tribunale fallimentare.
Peraltro, la bontà dell’indagine dell’Amministrazione non ne risultava inficiata, in quanto l’ufficio avrebbe potuto prendere cognizione della documentazione, in quanto la richiesta di esibizione, di cui all’articolo 51, comma 2, n. 2), poteva essere ben sostituita dal compimento di ispezioni presso la cancelleria stessa, a norma del combinato disposto degli articoli 51, comma 2, n. 1) e 52, ultimo comma, del Dpr 633/1972.
La Ctr confermava, per contro, la pronunzia di primo grado con riferimento agli acquisti e ai ricavi in evasione.

L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione affidato a tre motivi, contro il quale resisteva, con controricorso, la curatela del fallimento della società.

La decisione
I tre motivi di impugnazione della sentenza di secondo grado, proposti dall’ufficio, vengono qui di seguito riassunti:
violazione dell’articolo 51 del Dpr 633/1972 e dell’articolo 5 della legge 28/1999 in merito al mancato riconoscimento della crescente rilevanza, attribuita dal legislatore, all’omessa consegna della documentazione contabile richiesta dall’ufficio
violazione dell’articolo 2697 del codice civile, in quanto la Ctr aveva distorto le regole che disciplinano il riparto dell’onere della prova, imponendo all’ufficio la dimostrazione dell’esistenza dei presupposti per la non detraibilità dell’imposta
vizio di insufficiente e illogica motivazione, in relazione all’articolo 360, comma 1, n. 5) del codice di procedura civile, in relazione al fatto controverso della mancata esibizione della documentazione contabile richiesta, in quanto esistente in gran numero e già depositata presso la cancelleria fallimentare del tribunale.
In quella sede, la curatela ha eccepito che, nella sostanza, la società non era destinataria degli obblighi previsti dall’articolo 51 del Dpr 633/1972 e che l’invito dell’ufficio era da ricomprendere nelle previsioni contenute nei nn. 3) e 4), comma 2, del medesimo articolo, sicché non derivava alcuna conseguenza a causa della mancata ottemperanza, a differenza di quanto stabilito al comma 2, n. 2), dell’articolo 51.
Infine, è stato aggiunto che, a norma dell’articolo 16 del regio decreto 267/1942, i documenti contabili del fallimento devono essere depositati presso la cancelleria del tribunale fallimentare senza possibilità di essere rimossi.

La Corte di cassazione ha proceduto a un esame congiunto dei tre motivi di impugnazione suindicati.

In primo luogo, a differenza di quanto sostenuto dalla Ctr – la quale affermava che l’ufficio, in applicazione del combinato disposto degli articoli 51, comma 2, n. 2), e 52, ultimo comma, del Dpr 633/1972, poteva superare l’omessa presentazione della documentazione richiesta, perché il relativo contenuto era consultabile presso la cancelleria del tribunale fallimentare, senza che tale modalità operativa potesse incidere sulla genuinità dell’acquisizione – la suprema Corte ha ritenuto che l’avviso di accertamento era stato correttamente emesso, in quanto la legittimità dello stesso non poteva essere messa in discussione per il semplice fatto che la documentazione era depositata presso il tribunale fallimentare e ne risultava difficoltosa l’estrazione.
Infatti, la potestà di procedere all’accertamento induttivo, in materia di Iva, ai sensi dell’articolo 55 del Dpr 633/1972 non riveste carattere sanzionatorio del comportamento del contribuente, ma ne costituisce il presupposto fattuale (vedi anche sentenza 24424/2008).
In altri termini, è stato ribadito che il ricorso a questa forma di accertamento, da parte dell’ufficio, è consentito in tutte le ipotesi di assenza, indisponibilità o mancata esibizione di documentazione contabile che si sublimano in una forma sostanziale di inattendibilità della stessa (cfr Cassazione 20025/2010). Tutto questo porta a escludere la rilevanza di situazioni di caso fortuito o la causa di forza maggiore.

In secondo luogo, la Cassazione ribadisce la diretta applicabilità, al caso di specie, dell’articolo 51, comma 2, n. 2), Dpr 633/1972 – e non dei seguenti nn. 3) e 4) – così come invece prospettata dalla curatela fallimentare, per due ordini di motivi:
per ragioni procedurali, in quanto la stessa controricorrente non aveva mai sollevato tale distonia nel corso dei precedenti gradi di giudizio
per questioni di merito, in quanto non si può prescindere dal principio in base al quale la curatela fallimentare subentra in tutti gli obblighi posti a carico del contribuente fallito rispetto alle vicende di natura fiscale.
In relazione a quest’ultimo punto, la Cassazione ha più volte avuto modo di precisare (cfr Cassazione 16793/2002 e 15095/2003) che, in caso di fallimento, le obbligazioni tributarie continuano a essere poste a carico del soggetto fallito, mentre il curatore è chiamato a tutti gli adempimenti successivi, compreso quello di rispondere all’Amministrazione finanziaria.
Di conseguenza, correttamente l’ufficio ha proceduto alla notifica della richiesta di dati e chiarimenti nei confronti del curatore fallimentare.

La Cassazione ha rilevato, poi, ulteriori profili giuridicamente erronei e gravemente carenti dal punto di vista logico, nella sentenza della Ctr impugnata, qui di seguito riassunti:
stravolgimento delle regole in tema di onere della prova (cfr Cassazione 2362/2013)
confusione del contenuto dei poteri riconosciuti dalla legge all’ufficio in materia di accertamento di maggiore imponibile Iva, con l’obbligo, a carico del contribuente, di dimostrare i presupposti fattuali delle operate detrazioni
omessa indicazione, da parte della curatela, di qualsivoglia attività posta in essere al fine di dimostrare l’esistenza di un impedimento alla produzione della richiesta documentazione. Infatti, il curatore non aveva prodotto, in giudizio, alcuna nota attestante una richiesta, indirizzata al giudice delegato del fallimento, e finalizzata all’ottenimento dell’autorizzazione all’estrazione dei fascicoli richiesti dall’ufficio, a norma dell’articolo 86, Rd 267/1942, vigente all’epoca dei fatti contestati. Infatti, l’eventuale diniego o il silenzio del giudice delegato del fallimento potevano essere opposti, nel corso del procedimento, quali cause non imputabili al curatore accusato di omessa produzione della documentazione contabile.
La Cassazione, sulla base delle argomentazioni suesposte, riteneva le censure dell’Agenzia pienamente condivisibili e, ravvisando un’errata applicazione da parte della Ctr delle norme indicate, dichiarava legittima la pretesa fiscale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Arriva la “voluntary disclosure” per regolarizzare i capitali all’estero.

Riduzione delle sanzioni fino alla metà del minimo edittale per omessa o infedele presentazione del modulo RW nonché copertura penale per i reati di infedele e omessa presentazione della dichiarazione e riduzione fino alla metà della pena prevista per i delitti di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti e o di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.
Questi gli aspetti di maggior rilievo del decreto legge n. 4 del 28 gennaio 2014, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri, contenente novità in materia fiscale, la più rilevante delle quali riguarda l’introduzione nel nostro ordinamento della procedura nota come “voluntary disclosure” (articolo 1), finalizzata a consentire l’emersione dei capitali e degli investimenti non dichiarati detenuti all’estero e il loro eventuale rientro in Italia.
La norma aggiunge nuove disposizioni al Dl 167/1990, inserendo gli articoli dal 5-quater al 5-septies, di cui di seguito si forniscono i tratti salienti.

La collaborazione volontaria
La procedura in argomento è attivata direttamente dal contribuente, mediante la presentazione di una richiesta spontanea all’Agenzia delle Entrate. L’istanza, che non può essere presentata più di una volta, anche indirettamente o per interposta persona, è ammessa non oltre il 30 settembre 2015.
Possono accedere alla procedura i soggetti obbligati alla presentazione del modulo RW ai sensi dell’articolo 4 del Dl 167/1990, ossia le persone fisiche (anche se titolari di reddito d’impresa o di lavoro autonomo, indipendentemente dal tipo di contabilità adottata), gli enti non commerciali e le società semplici nonché i soggetti a essi equiparati, residenti in Italia.

Il contribuente sarà tenuto a indicare e a documentare puntualmente tutti gli investimenti e le attività di natura finanziaria costituiti o detenuti all’estero, anche indirettamente o per interposta persona, fornendo le informazioni necessarie alla ricostruzione dei redditi che sono serviti per costituirli e acquistarli.
Dovranno essere forniti, altresì, i documenti e le informazioni relativi ai guadagni derivanti dall’utilizzo o dalla dismissione delle attività finanziarie estere (ad esempio, in termini di interessi, dividendi e plusvalenze), relativamente a tutti i periodi d’imposta per i quali, alla data di presentazione dell’istanza, non sono scaduti i termini per l’accertamento o la contestazione degli obblighi inerenti la presentazione del modulo RW.

La collaborazione deve essere piena e totale e riguardare tutti gli investimenti e le attività estere di natura finanziaria per i quali il contribuente non abbia ottemperato agli obblighi di monitoraggio fiscale, con possibilità di regolarizzare le posizioni fino al 31 dicembre 2013.
A titolo esemplificativo, potranno essere oggetto di disclosure i conti correnti, gli immobili, le partecipazioni, le polizze assicurative a contenuto finanziario, gli oggetti di antiquariato oppure barche, yacht o navi da diporto estere.

È prevista una causa ostativa alla procedura di voluntary disclosure, che risulta preclusa nel caso in cui la domanda sia presentata dopo che il contribuente ha avuto formale conoscenza di accessi, ispezioni e verifiche o dell’inizio di qualunque altra attività di accertamento amministrativo o di procedimenti penali per violazioni di norme tributarie, relativi alle attività oggetto di regolarizzazione.
La preclusione opera anche nelle ipotesi in cui la formale conoscenza delle circostanze è stata acquisita da soggetti solidalmente obbligati in via tributaria (ad esempio, nel caso di eredi) o da soggetti concorrenti nel reato.

Gli effetti
La procedura si perfeziona con il versamento di quanto dovuto, comprensivo di imposte, sanzioni e interessi, effettuato in un’unica soluzione senza possibilità di compensazione.
Il contribuente è tenuto alla corresponsione per intero del debito tributario in relazione a tutti i periodi d’imposta ancora accertabili al momento della presentazione della richiesta.

Le conseguenze premiali della procedura riguardano gli aspetti sanzionatori.
A tal proposito, è utile precisare che, per effetto della legge 97/2013 (“legge europea”), le sanzioni per omessa o infedele presentazione del modulo RW sono state ridotte nella misura compresa tra il 3 e il 15% dell’ammontare dell’attività o dell’investimento estero non dichiarato e, nel caso di asset detenuti in Stati o territori a regime fiscale privilegiato di cui ai decreti ministeriali del 4 maggio 1999 e del 21 novembre 2001, nella più alta misura compresa tra il 6 e il 30% dell’ammontare degli importi non dichiarati.

Il buon esito del procedimento comporta la riduzione fino alla metà della sanzione minima nei seguenti casi: il contribuente sceglie di trasferire i capitali o le attività in Italia o in un altro Paese dell’Unione europea o in uno Stato aderente all’accordo sullo Spazio economico europeo che consentono un effettivo scambio di informazioni; le attività trasferite in Italia o nei predetti Stati erano o sono lì detenute; il contribuente rilascia all’intermediario estero un’apposita autorizzazione a trasmettere alle autorità finanziarie italiane richiedenti le informazioni sulle attività oggetto di collaborazione volontaria.Se invece il contribuente decide per la semplice regolarizzazione dei capitali detenuti all’estero, la sanzione è ridotta di un quarto.

Rilevanti gli aspetti dal punto di vista penale, giacché il perfezionamento della procedura esclude la punibilità, con riguardo alle condotte relative agli imponibili riferibili alle attività costituite o detenute all’estero, per i delitti di infedele presentazione della dichiarazione dei redditi e per omessa dichiarazione (articoli 4 e 5 del Dlgs 74/2000).
Inoltre, è prevista un’attenuante per i delitti di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti o altri artifici contabili (articoli 2 e 3 del Dlgs 74/2000), con riduzione della pena fino alla metà, cioè da un minimo di 9 mesi a un massimo di 3 anni (invece che da 18 mesi a 6 anni).

La procedura di collaborazione volontaria non si perfeziona nel caso in cui il contribuente non versi il dovuto nei termini stabiliti; in tal caso, l’Agenzia delle Entrate sarà legittimata a notificare un nuovo atto di contestazione per la rideterminazione delle sanzioni.
È prevista, infine, una pena (reclusione da un anno e sei mesi a sei anni) per chiunque, nell’ambito della procedura di collaborazione volontaria, esibisca o trasmetta atti o documenti falsi in tutto o in parte ovvero fornisca dati e notizie non rispondenti al vero.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 29 gennaio 2014

Il requisito della residenza per gli iscritti all'Aire.

Lavoro all'estero presso un'azienda straniera. Sono regolarmente iscritto all'Aire in quanto emigrato, ho famiglia in Italia. Devo versare imposte allo Stato italiano?

L’iscrizione all’Aire non è condizione sufficiente per affermare di risiedere fiscalmente all’estero e pagare le tasse solo in quel Paese. Ai fini delle imposte sui redditi, infatti, si considerano residenti nel territorio italiano le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile oppure si sono trasferiti nei Paesi a fiscalità privilegiata, salvo prova contraria in quest'ultimo caso (articoli 2 e 2-bis del Tuir). È sufficiente che si verifichi una sola di queste condizioni affinché un soggetto sia considerato fiscalmente residente in Italia. Pertanto, o il contribuente è residente fiscalmente all’estero e quindi dovrà dichiarare i redditi e pagare le imposte dovute nel Paese straniero oppure lo stesso non è in possesso di tutti i requisiti per potere essere considerato fiscalmente residente all’estero e quindi dovrà dichiarare in Italia i redditi conseguiti nel Paese straniero. In questa seconda ipotesi, qualora non esista alcun trattato contro le doppie imposizione che disciplini nello specifico i rapporti tra gli Stati ai fini fiscali, bisognerà presentare la denuncia dei redditi in Italia. Sarà però possibile recuperare le eventuali imposte pagate definitivamente all’estero sui predetti redditi (articolo 165 del Tuir).


Fonte: Agenzia Entrate

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Pagamenti via Pos: soglie e limiti secondo il decreto attuativo.

In vigore dal prossimo 28 marzo, l’obbligo, per gli esercenti (imprese e professionisti), di accettare i pagamenti di importo superiore a 30 euro effettuati tramite carte di debito, per l’acquisto di prodotti e prestazioni di servizi.
È quanto stabilito dal decreto 24 gennaio del ministero dello Sviluppo economico, di concerto con quello dell’Economia e delle Finanze, sentito il parere della Banca d’Italia, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri.

Si tratta di un provvedimento atteso, previsto dalla norma che ha introdotto la procedura, ovvero l’articolo 15 del Dl 179/2012, che rinviava, appunto, a uno o più decreti attuativi la determinazione degli eventuali importi minimi, le modalità e i termini da rispettare, in relazione anche alle categorie di contribuenti interessati.

Il metodo rappresenta uno strumento in più per contrastare l’aggiramento delle norme fiscali e antiriciclaggio, ma anche una maggiore garanzia per imprenditori e professionisti, che in questo modo si trovano a dover gestire meno contante.
La carta di debito, più comunemente chiamata bancomat, infatti, consente l’addebito della somma in tempo reale. Il suo utilizzo, però, presuppone una piattaforma che permette la circolazione informatica del denaro e richiede l’abilitazione degli istituti di credito.
Di conseguenza, gli esercenti coinvolti dalla norma devono “attrezzarsi”, così da poter ricevere parcelle e corrispettivi con modalità telematiche, ovvero, devono munirsi di Pos, il dispositivo elettronico fornito dalla banca, che consente di incassare direttamente sul proprio conto corrente “moneta elettronica”.

Tornando alle regole stabilite dal decreto pubblicato in Gazzetta, il metodo va utilizzato, quindi, per tutti i pagamenti superiori a 30 euro, i cui beneficiari sono imprese o professionisti, abilitati all’accettazione di carte di pagamento anche attraverso canali telematici, per l’acquisto di prodotti o la prestazione di servizi. Il provvedimento, inoltre, prevede una partenza più ravvicinata, e cioè dal prossimo 28 marzo, soltanto per i beneficiari con un fatturato, nell’anno precedente a quello in cui viene effettuato il pagamento, superiore a 200mila euro; gli altri hanno tempo fino al 30 giugno per mettersi al passo con la normativa.

Entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto (cioè, dal 28 marzo), con altro provvedimento, potranno essere individuate nuove soglie e nuovi limiti di fatturato e potrà essere disposta l’estensione degli obblighi a ulteriori strumenti di pagamento elettronici, anche con tecnologie mobili.


Fonte: Agenzia Entrate

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Imprese con bilanci senza Ias/Ifrs: come cambia la rivalutazione.

La legge di stabilità 2014, oltre a consentire la rivalutazione dei beni d’impresa, prevede la possibilità di adeguare i valori fiscali ai maggiori valori dei beni che risultano già iscritti nel bilancio ( “riallineamento”).
Tale possibilità, condizionata al versamento di un’imposta sostitutiva del 10%, è stata tecnicamente prevista con il richiamo, presente nel comma 146 della legge 147/2013, alla disciplina del riallineamento, contenuta nell’articolo 14 della legge 342/2000.

A differenza della rivalutazione, il riallineamento è finalizzato a ottenere il riconoscimento fiscale dei maggiori valori già espressi in bilancio e, quindi, non comporta l’iscrizione di un maggior valore contabile dei beni dell’impresa.
In altri termini, il riallineamento è possibile in tutti i casi in cui i valori iscritti in bilancio risultino superiori ai corrispondenti costi fiscalmente riconosciuti dei beni.
Il riallineamento dei valori fiscali a quelli contabili può essere effettuato anche congiuntamente alla disciplina di rivalutazione: con il riallineamento, infatti, si ottiene il riconoscimento fiscale del maggior valore del bene risultante dal bilancio, mentre con la rivalutazione si beneficia di un ulteriore incremento nel limite del valore economico del bene.

Possono beneficiare del riallineamento gli stessi beni d’impresa che rientrano nella disciplina della rivalutazione, vale a dire i beni, ad esclusione degli immobili alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività d’impresa, e le partecipazioni in società controllate o collegate che costituiscono immobilizzazioni finanziarie.
In particolare, possono essere riallineati i maggiori valori contabili, rispetto a quelli fiscali, iscritti nel bilancio 2012 a condizione che i beni siano presenti anche nel bilancio dell’esercizio 2013: l’adeguamento al valore contabile, infatti, è effettuato nel bilancio 2013 considerando i decrementi che si sono verificati in tale ultimo esercizio.

Esempio: il riallineamento e la rivalutazione dei beni
Ipotizziamo un bene immobile strumentale che presenta un disallineamento del valore contabile rispetto a quello fiscale nel bilancio dell’esercizio 2012 pari a 3mila euro, che si riduce a 2mila euro nel bilancio 2013. In particolare, il bene presenta un valore contabile pari a 5mila euro e un valore fiscale di 3mila euro. Il bene, inoltre, ha un valore economico pari a 6mila euro.
In tal caso, è possibile beneficiare della disciplina:
del riallineamento, adeguando il valore fiscale del bene (3mila) al maggior valore contabile (5mila)
della rivalutazione, incrementando il valore contabile al nuovo valore fiscale del bene (pari a 5mila) fino al suo valore economico (6mila).
Peraltro, in relazione alla precedente disciplina del riallineamento, è stato precisato che:
è possibile riallineare i valori anche su singoli beni (a differenza della rivalutazione) senza, quindi, la necessità di estenderne l’applicazione a tutti i beni appartenenti alla medesima categoria omogenea (cfr articolo 10, Dm 162/2001, e circolare 18/2006)
è necessario riallineare l’intero divario tra il costo fiscale e quello contabile dei beni, non essendo consentito il riallineamento solo parziale delle differenze di valore (cfr circolare 18/2006)
il riconoscimento fiscale dei maggiori valori va richiesto nella dichiarazione dei redditi ed è condizionato all’accantonamento, per ammontare corrispondente ai valori da riallineare, di una apposita riserva, al netto dell’imposta sostitutiva, a cui si applica la disciplina di sospensione d’imposta tipica dei saldi di rivalutazione (cfr articolo 10, Dm 162/2001, e circolare 18/2006)
il riconoscimento fiscale dei maggiori valori non è immediato, in quanto si applicano le stesse disposizioni previste per la rivalutazione dei beni (cfr articolo 5, Dm 86/2002, e circolari nn. 57/2002 e 18/2006).
Per gli Ias adopter
La legge di stabilità estende anche ai contribuenti che utilizzano i principi contabili internazionali la possibilità di adeguare, con la disciplina del riallineamento, i valori fiscali a quelli maggiori contabili (cfr comma 147 della legge di stabilità 2014).
Tale possibilità è stata tecnicamente prevista con il richiamo alla disciplina del riallineamento contenuta nell’articolo 14 della legge 342/2000, e con alcune precisazioni contenute nel medesimo comma 147.

In particolare, i soggetti Ias/Ifrs possono riallineare le differenze di valori esistenti sui beni d’impresa e sulle partecipazioni in società ed enti che costituiscono immobilizzazioni finanziarie.
Il riallineamento è subordinato al versamento di un’imposta sostitutiva, pari al 16% per i beni ammortizzabili e al 12% per i beni non ammortizzabili.
L’importo corrispondente ai maggiori valori riallineati, al netto dell’imposta sostitutiva, deve essere vincolato in una riserva a cui si applica il regime fiscale della sospensione d’imposta.

È possibile, tuttavia, rendere libera la riserva beneficiando dell’“affrancamento”: in altri termini, con il versamento di un’imposta sostitutiva, la riserva affrancata risulta liberamente distribuibile e non concorre, pertanto, a formare il reddito imponibile della società che procede alla distribuzione.
Si applicano, al riguardo, le regole contenute nel comma 142 per l’affrancamento del saldo attivo di rivalutazione, vale a dire la riserva può essere affrancata, in tutto o in parte, versando un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap pari al 10 per cento.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 27 gennaio 2014

Irrogazione puntuale della sanzione per le fatture registrate con ritardo.

La Corte suprema, nella sentenza 656 del 15 gennaio, ha ribadito, in tema di Iva (in senso conforme, Cassazione, sentenze 11662/2001 e 2379/2006) il principio di diritto secondo cui la fattispecie di omessa registrazione delle fatture nell’anno solare e di inesatta dichiarazione e versamento integrano un’ipotesi di violazione sostanziale.
Difatti, chiariscono i giudici, le norme che stabiliscono i tempi e le modalità di registrazione delle fatture Iva (articoli 23 e 25 del Dpr 633/1972) “pongono in essere obblighi generalizzati di annotazione, – fissando modalità ben precise –, che non trovano deroga in altre disposizioni di legge, essendo collegate alle scansioni temporali dei versamenti dell'IVA”.
In sostanza, si tratta di obblighi preordinarti all’attività di controllo degli uffici e come tali non derogabili.

Fatto
La sentenza in commento riguarda il caso di una società a cui l’ufficio aveva notificato un avviso di rettifica Iva, contestando l’omessa contabilizzazione di ricavi e la tardiva fatturazione di talune operazioni.
Il ricorso proposto dalla società innanzi al giudice di primo grado veniva rigettato, mentre la Ctr del Lazio accoglieva le doglianze della ditta argomentando che l’elemento presuntivo (saldo negativo di cassa) posto a base della rettifica non poteva essere l’unico a sostenere il processo logico-presuntivo previsto dall’articolo54 del Dpr 633/1972.
I giudici di merito, inoltre, ritenevano non dovuta la sanzione per tardiva registrazione delle operazioni imponibili, non avendo il ritardo inciso sulla quantificazione del tributo o sul suo accertamento.

Di contro, la Cassazione, su ricorso dell’Amministrazione finanziaria, ha ribadito due principi di diritto: quello secondo cui la contabilità regolare non impedisce il ricorso al metodo induttivo e alle presunzioni semplici (articoli 2727 e 2729 del codice civile) anche se l’elemento presuntivo posto a fondamento della rettifica sia uno solo, e quello in base al quale “l’omessa annotazione di fatture negli appositi registri entro i termini di legge, quanto la mancata conseguente contabilizzazione nell’esercizio di competenza devono essere considerate delle irregolarità sostanziali”.

Decisione – osservazioni
I giudici, nel riconoscere natura sostanziale alle violazioni contestate ai fini Iva, osservano che: “la fattispecie di omessa registrazione delle fatture nell'anno solare e di inesatta dichiarazione e versamento si configurano per il solo fatto oggettivo che il contribuente abbia determinato, con il proprio comportamento, il rischio per l'amministrazione di non conseguire il pagamento dell'imposta risultante dalla dichiarazione annuale, ovvero di effettuare un rimborso non dovuto, e trovano puntuale riscontro nel regime sanzionatorio previsto dai richiamati artt. 42, 43 e 44”.

La Corte, quindi, ritiene irrilevanti sul piano giuridico le valutazioni di ordine soggettivo (buona fede), visto che l’omessa registrazione viene sanzionata per il solo fatto di aver determinato il rischio, per l’Erario, di non conseguire il pagamento dell’imposta.
Le formalità previste dall’articolo 23, aggiungono i giudici, trovano ragion d’essere nel particolare meccanismo delle detrazioni che opera a favore del cessionario di beni o della prestazione di servizio.
La tardiva registrazione, infatti, pregiudica l’attività di controllo degli uffici: da un lato, i soggetti contraenti, tramite la registrazione delle fatture, determinano correttamente l’imposta a debito o a credito, e dall’altro gli adempimenti formali consentono all’Amministrazione la ricostruzione delle operazioni attive e passive loro riferibili.

Siffatte conclusioni trovano conferma nella particolare natura giuridica dell’Iva; come sancito dall’articolo 20 del Dpr 633/1972 e ribadito dalla Corte di cassazione (Cassazione, sentenza 7150/2001), “l’iva è un’imposta periodica che deve essere liquidata sulla base del volume d’affari realizzato in ciascun anno solare, quale parametro di riferimento per la determinazione dello stesso volume d’affari”.
Su posizione analoghe si attesta la dottrina, secondo cui l’imposta sul valore aggiunto è un’imposta periodica nel senso che a ogni periodo corrisponde un rapporto giuridico autonomo, in quanto “tutte le vicende relative al periodo sono destinate ad esaurirsi con la definitività dell’accertamento, analogamente a quanto avviene per le imposte dirette”.

Inoltre, il rigore formale del citato articolo 23, come già evidenziato dalla giurisprudenza (Cassazione, sentenza 9195/2011), trova riscontro anche nella disciplina dettata dall’articolo 26 dello stesso decreto, dove il legislatore detta al contribuente indicazioni precise nel caso di errori o possibili variazioni dell’imponibile.
La Corte di cassazione, infatti, ha affermato che “l’art.26 va interpretato nel senso che ciò che rileva per volontà legislativa, non è tanto la modalità secondo cui si manifesta la causa di variazione dell’imponibile Iva, quanto piuttosto che, tanto della variazione, quanto della sua causa, si effettui registrazione ai sensi degli artt.23, 24 e 25”.

Di certo, la registrazione delle fatture nell’esercizio successivo a quello di competenza non può rientrare nell’alveo delle violazioni formali.
L’articolo10 della legge 212/2000, all’ultimo comma, infatti, esclude l’irrogazione delle sanzioni “quando la violazione….si traduce in una mera violazione formale senza alcun debito d’imposta”.
In senso conforme, l’articolo 6 del Dlgs 32/2001, secondo cui “non sono punibili le violazioni che non arrecano pregiudizio all’azione di controllo e non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo”.

In definitiva, la volontà del legislatore è quella di preservare in toto l’attività di controllo degli uffici e quella di riscossione del gettito fiscale, specie se in presenza di comportamenti, quali l’omessa registrazione, che influiscono sulla determinazione del volume d’affari e del conseguente debito d’imposta.


Fonte: Agenzia Entrate

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L’inattendibilità è globale: via libera alla rettifica fiscale.

In materia di accertamento delle imposte sui redditi, la presenza di contabilità formalmente regolare non impedisce l’accertamento in rettifica di cui al DPR n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), che prevede un tipo di accertamento definibile in base al processo logico adottato, analitico-induttivo, presupponendo tale accertamento l’esistenza di scritture contabili regolarmente tenute dal punto di vista formale, ma affette – in virtù di valutazioni condotte sulla base di presunzioni semplici, desunte da indizi gravi, precisi e concordanti – da incompletezze, inesattezze ed infedeltà tali da giustificare il motivato uso del potere di rettifica (Cass. nn. 8494 del 1998, 10664 del 2001, 20857 del 2007). Occorre, infatti, distinguere le irregolarità della contabilità meno gravi, contemplate dal comma 1 dell’art. 39 cit., a fronte delle quali l’amministrazione può procedere a rettifica analitica, utilizzando gli stessi dati forniti dal contribuente, ovvero dimostrando, anche per presunzioni munite dei requisiti di cui all’art. 2729 cod. civ., l’inesattezza od incompletezza di singole componenti reddituali (ancorché di grande rilievo, quale l’ammontare dei ricavi), dai casi, di maggiore gravità, previsti dal secondo comma della medesima norma, che evidenziano un’inattendibilità globale delle scritture ed autorizzano l’amministrazione a prescindere da esse e procedere in via induttiva avvalendosi anche di semplici indizi sforniti dei requisiti necessari per costituire prova presuntiva (Cass. nn. 9097 del 2002, 27068 del 2006, 20857 del 2007, 17626 del 2008).

Sentenza n. 211 del 9 gennaio 2014 (udienza 16 ottobre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Di Iasi Camilla – Est. Virgilio Biagio
D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) – Accertamento analitico induttivo – Utilizzabilità anche in presenza di contabilità formalmente regolare

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Regime di vantaggio e canoni di affitto.

Per l'accesso al regime dei "nuovi minimi", l'affitto del locale commerciale dove svolgo l'attività rientra nel computo delle spese di 15mila euro in beni strumentali, che non occorre superare?

I contribuenti interessati a fruire del regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità devono essere in possesso, tra l'altro, dei requisiti previsti per l'ex regime dei "minimi" (articolo 1, commi 96-99, della legge 244/2007). Uno di questi è il non aver effettuato acquisti in beni strumentali nel triennio solare precedente per un importo complessivo superiore a 15mila euro. Rilevano a tal fine anche i canoni di locazione o noleggio corrisposti per acquisire la disponibilità di un bene strumentale (circolare 7/E del 2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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Spesometro: dall’Agenzia ancora risposte sciogli-dubbi.

Altri due importanti chiarimenti da parte dell’Agenzia delle Entrate in merito alla comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini Iva, adempimento che, relativamente all’anno 2012, andrà portato a termine entro il prossimo 31 gennaio.

Il primo riguarda le associazioni che hanno optato per il regime forfetario previsto dalla legge 398/1991 e determinano l’Iva in base all’articolo 74, comma 6, Dpr 633/1972, potendo detrarre l’imposta pagata sugli acquisti nella misura forfetaria pari al 50% di quella dovuta sulle operazioni attive.
Al riguardo, l’Agenzia precisa che tali enti, benché non siano tenuti alla registrazione analitica delle fatture passive ricevute proprio perché fruiscono dell’abbattimento forfetario dell’Iva, devono comunque comunicare gli importi relativi agli acquisti di beni e servizi collegabili all’attività commerciale eventualmente svolta. Infatti, l’obbligo della comunicazione è collegato alla cessione di beni e alle prestazioni di servizi rese e ricevute, e non a quello di registrazione, che è un adempimento successivo e diverso rispetto all’emissione della fattura.

Per quanto riguarda le fatture passive degli enti non commerciali, nel caso le stesse si riferiscano ad acquisti relativi sia alle attività istituzionali sia a quelle commerciali, è sufficiente comunicare i soli importi riguardanti gli acquisti per attività commerciali.
Nel caso in cui l’associazione riscontri difficoltà nel distinguere gli importi riferiti all’attività commerciale da quelli relativi all’attività istituzionale, potrà comunicare l’intero importo della fattura.
In proposito, l’Agenzia ribadisce che le spese per utenze (elettricità, acqua, gas, telefono), certamente tra le più diffuse ipotesi di oneri promiscui per gli enti non commerciali, non devono essere inserite nella comunicazione (provvedimento del 2 agosto 2013), perché già oggetto di autonoma comunicazione all’Anagrafe tributaria.


Fonte: Agenzia Entrate

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“F24 elementi identificativi” accoglie i codici per le locazioni.

Dopo il provvedimento direttoriale del 3 gennaio che ha esteso l’ambito applicativo del modello “F24 versamenti con elementi identificativi” all’imposta di registro, ai tributi speciali e compensi, all’imposta di bollo, alle sanzioni e interessi, dovuti in caso di locazioni immobiliari (vedi “Versamenti unitari delle imposte. L’F24 va incontro alle locazioni”), arrivano, con la risoluzione n. 14/E del 24 gennaio, i codici tributo da indicare nel modello di pagamento.

Si tratta di:

“1500” Imposta di registro per prima registrazione
“1501” Imposta di registro per annualità successive
“1502” Imposta di registro per cessioni del contratto
“1503” Imposta di registro per risoluzioni del contratto
“1504” Imposta di registro per proroghe del contratto
“1505” Imposta di bollo
“1506” Tributi speciali e compensi
“1507” Sanzioni da ravvedimento per tardiva prima registrazione
“1508” Interessi da ravvedimento per tardiva prima registrazione
“1509” Sanzioni da ravvedimento per tardivo versamento di annualità e adempimenti successivi
“1510” Interessi da ravvedimento per tardivo versamento di annualità e adempimenti successivi.

Per identificare l’altro contraente della locazione, è poi istituito il codice “63” denominato “Controparte”.

Nella sezione “Contribuente” del modello vanno riportati i dati anagrafici e il codice fiscale di chi effettua il versamento; nel campo “Codice fiscale del coobbligato, erede, genitore, tutore o curatore fallimentare”, il codice fiscale della controparte unitamente al codice identificativo “63”.

Nella sezione “Erario ed altro” bisogna indicare: nei campi “codice ufficio e “codice atto”, nessun valore; nel campo “tipo”, la lettera F; nel campo “elementi identificativi”, nessun valore in caso di pagamenti relativi alla prima registrazione ovvero, in caso di annualità successiva, proroga, cessione o risoluzione del contratto, il codice identificativo del contratto; nel campo “codice”, il codice tributo; nel campo “anno di riferimento”, l’anno di stipula del contratto (o di decorrenza, se anteriore) in caso di prima registrazione ovvero, in caso di annualità successiva, proroga, cessione o risoluzione del contratto, l’anno di scadenza dell’adempimento.

Infine, per consentire il versamento degli importi dovuti a seguito di avvisi di liquidazione dell’imposta e irrogazione delle sanzioni, relativi alle stesse locazioni immobiliari, la risoluzione 14/2014 istituisce i codici tributo:

“A135” imposta di registro
“A136” imposta di bollo
“A137” sanzioni
“A138” interessi.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cartelle, possibilità di definizione agevolata entro il 28 febbraio.

Con un comunicato stampa diffuso ieri 23 gennaio 2014, Equitalia ha descritto le modalità per fruire della definizione agevolata delle cartelle entro il 28 febbraio prossimo, come previsto dalla Legge di Stabilità 2014. In particolare, i contribuenti hanno la possibilità di pagare in un’unica soluzione, senza interessi di mora e interessi di ritardata iscrizione a ruolo, le cartelle e gli avvisi di accertamento esecutivi emessi per tributi di competenza delle Agenzie fiscali (Agenzia delle Entrate, del Demanio, del Territorio, delle Dogane e dei Monopoli), Uffici statali (per esempio Ministeri e Prefetture) ed Enti locali (Regioni, Province e Comuni), affidati a Equitalia entro il 31 ottobre 2013. Rientrano nell’agevolazione, per esempio, le entrate erariali come l’Irpef e l’Iva e, limitatamente agli interessi di mora, anche le entrate non erariali come il bollo dell’auto e le multe per violazione al codice della strada elevate da Comuni e Prefetture. Restano, invece, escluse le somme dovute per effetto di sentenze di condanna della Corte dei Conti, i contributi richiesti dagli enti previdenziali (Inps, Inail), i tributi locali non riscossi da Equitalia e le richieste di pagamento di enti diversi da quelli ammessi (l’elenco è disponibile sul sito www.gruppoequitalia.it).


Fonte: Equitalia

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Ticket mensa usati per la spesa, necessaria concordanza con gli scontrini.

La Corte di Cassazione, con ordinanza n. 347 del 10 gennaio 2014, accogliendo un ricorso dell’Amministrazione finanziaria, ha confermato che è legittimo il recupero dell’Iva nel caso in cui un supermercato sostenga di aver contabilizzato i ticket mensa usati dai clienti, ma dalla chiusura giornaliera della cassa non risulta una corrispondenza sugli scontrini fiscali. Per la Cassazione, infatti, gli acquisti effettuati utilizzando i ticket mensa devono essere registrati con annotazioni specifiche in modo da poter “monetizzare” esattamente il valore del relativo incasso.

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Redditometro, spese medie Istat fuori dall'informativa.

L'Agenzia delle Entrate ha pubblicato l'informativa sul trattamento dei dati personali che accompagna i primi modelli definitivi delle dichiarazioni dei redditi relative al periodo d'imposta 2013 (tra cui il modello 730/2014). Il documento non contiene alcun riferimento alle spese medie Istat, ovvero ai valori di spesa presuntivi ricavati dalle statistiche Istat. L'Agenzia, sembra, quindi, orientata ad accogliere le indicazioni del Garante della privacy, che con il provvedimento del 21.11.2013, aveva dato il via libera al nuovo redditometro, richiedendo tuttavia modifiche con riguardo alle spese medie Istat, che secondo il Garante sono poco riconducibili correttamente ad un individuo. I controlli previsti dal nuovo redditometro partiranno a breve, forse anticipati da una circolare operativa delle Entrate. In quell'occasione, potrebbe essere chiarito con certezza se le spese medie Istat saranno considerate o no.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Canone RAI in scadenza il 31 gennaio.

Nella Gazzetta Ufficiale del 23 gennaio scorso, è stato pubblicato il decreto 17 dicembre 2013 del ministero dello Sviluppo economico, che definisce annualmente le tabelle per l’adeguamento dei canoni di abbonamento alle radiodiffusioni. Per il 2014, il canone RAI è stato confermato nella stessa misura indicata dal Dm 20 dicembre 2012 per l’anno 2013, cioè 113,50 euro. Sono tenuti al pagamento del tributo tutti i possessori di “apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni”, definizione che comprende tutti gli apparecchi muniti di sintonizzatore per la ricezione del segnale, sia terrestre sia satellitare, di radiodiffusione dell’antenna radiotelevisiva. Il pagamento può avvenire in un'unica soluzione entro il 31 gennaio prossimo, oppure in forma rateale (2 rate semestrali da 57,92 euro ciascuna con scadenze 31 gennaio e 31 luglio 2014, o 4 rate trimestrali da 30,16 euro ciascuna, entro il 31 gennaio, 30 aprile, 31 luglio e 31 ottobre).

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Locazioni, istituiti i codici tributo per il versamento con modello F24 Elide.

Con la Risoluzione n. 14/E del 24 gennaio, l'Agenzia delle Entrate ha istituito i codici tributo da indicare nel modello di pagamento “F24 versamenti con elementi identificativi” per il versamento dell’imposta di registro, dei tributi speciali e dei compensi, dell’imposta di bollo, delle sanzioni e degli interessi, dovuti in caso di locazioni immobiliari. L'istituzione dei codici tributo era attesa a seguito del provvedimento direttoriale del 3 gennaio, che ha esteso l’ambito applicativo del modello “F24 versamenti con elementi identificativi” anche a tali versamenti.

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venerdì 24 gennaio 2014

Disabile con proprio reddito: nessuno sconto al familiare.

In tema di imposte sul reddito la Corte richiama il suo precedente orientamento (Cfr. sent n. 22789 del 23/10/2006) in base al quale il DPR n. 917 del 1986, art. 10, comma 1, lett. b), il quale prevede la deducibilità delle spese mediche necessarie nei casi di grave e permanente invalidità dei soggetti a carico del contribuente, ivi compreso il coniuge, a condizione che gli stessi non siano a loro volta titolari di reddito, detta una norma specifica, che, escludendo l’applicabilità della disciplina civilistica relativa alla comunione legale dei beni tra i coniugi, già derogata in via generale dalla previsione di dichiarazioni distinte da parte dei coniugi che siano autonomi soggetti d’imposta, non consente di portare in deduzione, sia pure “pro quota”, le spese mediche sostenute dal coniuge che, indipendentemente dal regime patrimoniale di comunione legale eventualmente in atto, sia titolare di un’autonoma posizione impositiva”.

Sentenza n. 201 del 9 gennaio 2014 (udienza 9 ottobre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Crucitti Roberta
D.P.R. n. 917 del 1986, art. 10, comma 1, lett. b) – Deducibilità spese mediche per soggetti a carico del contribuente - Condizioni

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Datio in solutum e plusvalenza.

Una società cederà come pagamento a una ditta di costruzioni una porzione del fabbricato, che ha avuto l’incarico di realizzare, secondo la formula della datio in solutum. Ci sarà plusvalenza?

Per datio in solutum si intende l’estinzione di un debito pecuniario attraverso il trasferimento della proprietà di un bene (articolo 1197 cc). Ai fini della possibile generazione di plusvalenze patrimoniali, tale fattispecie è equiparata alle cessioni a titolo oneroso (articolo 86, comma 1, lettera a, del Tuir). A questo scopo sarà necessario assumere come riferimento il valore normale del bene immobile ceduto, dal quale andrà detratto il valore fiscalmente riconosciuto. L’eventuale differenza costituirà la plusvalenza.


Fonte: Agenzia Entrate

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Scontrini e buoni pasto discordanti. Legittimo il recupero dell’imposta.

Con ordinanza 347 del 10 gennaio, la Corte di cassazione, accogliendo il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, conferma il recupero dell’Iva nel caso in cui il supermercato sostiene di aver contabilizzato i ticket mensa usati dai clienti, ma dalla chiusura giornaliera della cassa non risulta una corrispondenza sugli scontrini fiscali.

Il fatto
Lo storico di lite riguarda un avviso di accertamento unificato Irpeg, Irap e Iva a carico di una società, conseguente a una verifica della Guardia di finanza, dalla cui documentazione risultava la mancata annotazione di trenta fatture relative ai rimborsi del controvalore di altrettanti buoni pasto usati dai clienti per acquistare prodotti in una catena di supermercati dalla stessa gestiti.

Rigettato il ricorso in primo grado, il gravame della Srl veniva accolto in appello, spiegando la Commissione tributaria regionale che lo scontrino fiscale rilasciato alla clientela dalla contribuente riportava sia le somme per contanti (con la dicitura pagamenti per contanti) sia le somme corrispondenti al controvalore dei buoni (portanti la scritta “pagamenti vari”). Quindi, nonostante mancasse qualsiasi traccia di registrazione delle fatture rinvenute, sugli incassi corrispondenti ai buoni pasto non ci sarebbe stata per la società alcuna evasione di imposta.

L’ente impositore ha adito il giudice di legittimità, censurando la sentenza impugnata per vizi di motivazione, in quanto non si era in presenza di una semplice irregolarità di forma, atteso che dal verbale di constatazione risultava inequivocabilmente l’omessa annotazione del controvalore dei buoni pasto sulle scritture contabili in uso della società (registro fatture emesse e dei corrispettivi).
Sostanzialmente, quindi, la questione concerne il fatto che la Commissione del riesame ha inopinatamente ritenuto provata la contabilizzazione degli inerenti incassi, senza però adeguata esplicitazione degli elementi che comprovavano le mere illazioni difensive della contribuente.

Motivi della decisione
La Corte suprema accoglie il ricorso, confermando la contestazione dell’Amministrazione finanziaria della mancata contabilizzazione dei buoni pasto. Questo accade, precisa l’ordinanza 347/2014, quando in effetti non venga riportato l’esatto valore in denaro di ciascun titolo, considerato che una differenza costituisce prova di incassi non documentati e non contabilizzati.

Nello specifico, il giudice di legittimità ha ravvisato nella sentenza opposta (come aveva esattamente “intuito” il Collegio giudicante di prima istanza) i sintomi di una possibile decisione ingiusta, posto che la Ctr ha valutato “negligentemente” i dati istruttori formati dall’ente impositore, con una superficiale acquisizione delle risultanze di causa, in evidente spregio del principio dell’onere della prova ex articolo 2697 codice civile.

Sicché, a fronte di una prova certa offerta dall’Amministrazione finanziaria (costituita dall’esame in sede di accesso dei registri dei corrispettivi dei singoli punti vendita del supermercato dai quali non è risultata alcuna annotazione di quanto contestato), viene valorizzata dalla Commissione regionale una mera asserzione indiziaria, nonostante la stessa società, ponendosi in consapevole contrasto con le proprie scritture contabili, affermasse sia “l’esistenza di una corrispondenza specifica sugli scontrini fiscali di chiusura giornaliera di cassa” sia che sul registro dei corrispettivi risultavano effettivamente annotati gli incassi corrispondenti alle fatture ricevute dalle società fornitrici, emesse il mese successivo a quello di accettazione, come corrispettivo dei buoni pasto.

Va ricordato in proposito che, secondo l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità (cfr, ex plurimis, Cassazione, sentenze 326/1996, 7635/2003, 6064/2008, 23296/2010, 3370/2012 e 429/2013), ricorre il vizio di omessa o insufficiente motivazione qualora il giudice di merito non abbia tenuto conto alcuno delle inferenze logiche che possono essere desunte degli elementi dimostrativi addotti in giudizio e indicati nel ricorso con autosufficiente ricostruzione, e si sia limitato ad assumere l’insussistenza della prova, senza compiere un’analitica considerazione delle risultanze processuali in atti.

Deve rimanere fermo, però, che la verifica compiuta al riguardo può concernere la legittimità della base del convincimento espresso dal giudice di merito e non questo convincimento in sé stesso, come tale incensurabile. È in questione, cioè, non la giustizia o meno della decisione, ma la presenza di difetti sintomatici di una possibile decisione ingiusta, che tali possono ritenersi solo se sussiste un’adeguata incidenza causale dell’errore oggetto di possibile rilievo in Cassazione.
Incidenza causale verificatasi puntualmente nel caso di specie.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cartelle e accertamenti esecutivi senza interessi, fino al 28 febbraio.

Definizione agevolata delle cartelle Equitalia sulla linea di partenza. Sono circa duecento, fino ad oggi, i contribuenti che hanno scelto di aderire alla chance offerta dalla Legge di stabilità 2014.
La norma prevede che i contribuenti interessati possano pagare in un'unica soluzione, entro il prossimo 28 febbraio, evitando gli interessi di mora e gli interessi di ritardata iscrizione a ruolo, le cartelle e gli avvisi di accertamento esecutivi che sono stati affidati a Equitalia per la riscossione entro il 31 ottobre 2013.

Chi sono i destinatari dell’agevolazione?
Innanzitutto i contribuenti interessati dovranno verificare la loro situazione e scegliere se aderire o meno al beneficio, avvalendosi delle informazioni e dei chiarimenti offerti dai funzionari di Equitalia presso tutti gli sportelli diffusi sul territorio. Per far questo occorre riscontrare la propria situazione debitoria, ponendo attenzione alla data in cui le somme dovute sono state affidate all’agente della riscossione, controllando tipo di atto si è ricevuto e di quali tributi si tratti.
Tutte informazioni che sono contenute nell’estratto di ruolo che si può chiedere agli sportelli di Equitalia.
La definizione agevolata riguarda le cartelle e gli avvisi di accertamento esecutivi emessi per i tributi di competenza degli uffici statali (quali Ministeri e Prefetture), delle agenzie fiscali (Entrate, Territorio, Demanio, Dogane e Monopoli) e enti locali (Regioni, Province e Comuni).
Sono sanabili, ad esempio, le entrate erariali come l’Irpef e l’Iva e, per i soli interessi di mora, anche le entrate non erariali come il bollo auto e le multe stradali elevate da Comuni e Prefetture. Sono, invece, escluse le somme dovute per effetto di sentenze di condanna della Corte dei conti, i contributi Inps e Inail, i tributi locali non riscossi da Equitalia e le richieste di pagamento di enti diversi da quelli ammessi (per verificare l’elenco basta andare sul sito www.gruppoequitalia.it).
Il beneficio si applica anche in caso di rateizzazioni, sospensioni giudiziali o altre situazioni particolari.

Che cos’è la definizione agevolata?
Si tratta di una agevolazione, prevista dai commi da 618 a 624 dell’articolo 1 della legge n. 147/2013 che definiscono i casi nei quali il contribuente non debba pagare gli interessi di mora, che maturano dalla data di notifica della cartella in caso di mancato pagamento delle somme entro i 60 giorni previsti.
Inoltre, per le cartelle e gli avvisi emessi per conto dell’Agenzia delle Entrate, e quindi riferite a entrate erariali, non si paga anche il tributo relativo agli interessi per ritardata iscrizione a ruolo, indicati nella cartella di pagamento e nell’estratto di ruolo.
Nel caso di crediti vantati nei confronti della Pubblica amministrazione, poi, Equitalia contatterà i contribuenti interessati nel presupposto di fornire loro massima assistenza. Per questi contribuenti la legge (articolo 48-bis del Dpr n. 602/1973) prevede che l’ente interessato, prima di effettuare il pagamento, verifichi la presenza di eventuali debiti con lo Stato di importi superiori a 10 mila euro.
Il contatto diretto Equitalia-contribuente, permetterà a quest’ultimo di saldare il dovuto avvalendosi del pagamento agevolato entro la scadenza e, nel contempo, permette alla Pa di procedere al pagamento del credito nei tempi previsti senza risentire di eventuali ritardi dovuti ai tempi tecnici legati alle operazioni della definizione agevolata.

Quando, dove e come pagare
Cerchio rosso intorno al 28 febbraio. Questa la data da tenere in evidenza per chi decide di aderire al beneficio; in questo caso occorrerà pagare il residuo del debito (al netto degli interessi non dovuti), l’aggio, le spese di notifica e quelle per eventuali procedure attivate.
Fino al 15 marzo resta sospesa la riscossione dei debiti interessati alla definizione agevolata e entro il 30 giugno Equitalia provvederà a inviare, per posta ordinaria, una comunicazione di avvenuta estinzione del debito ai contribuenti che avranno pagato nei termini previsti.

Il versamento può essere effettuato presso tutti gli sportelli Equitalia e negli uffici postali tramite bollettino F35, indicando il codice fiscale dell’interessato per ognuna delle cartelle o avvisi che si vuole pagare in forma agevolata. Nel campo “eseguito da” deve essere obbligatoriamente apposta la dicitura “Definizione Ruoli - L.S. 2014”.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 23 gennaio 2014

Quesito: libro autopubblicato.

Ho scritto un libro e vorrei pubblicarlo senza ricorrere ad un editore. Vorrei venderlo (è un cartaceo) su Internet. Se faccio 1000 copie devo pagare l'Iva del 22% sul venduto, a parte le 300 della fofetizazione? In ogni caso dovrei fornirmi di una partita Iva?

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Con cumulo espressamente vietato, non c’è “de minimis” che tenga.

In tema di aiuti di esigua entità (aiuti appunto “de minimis”) la Corte osserva come il legislatore nazionale possa limitare i benefici fiscali entro soglie predefinite ovvero, circoscriverne gli effetti di cumulo e ciò, sulla base del principio per cui “incorre nella violazione della normativa comunitaria il legislatore soltanto se concede aiuti di Stato in misura eccedente alla regola “de minimis” e non se circoscrive, nell’ambito dei suoi legittimi poteri discrezionali, benefici fiscali entro soglie predefinite” (Cass. 21797/2011; Cass. 6671/2012; Cass. 20245/13).

Sentenza n. 200 del 9 gennaio 2014 (udienza 25 settembre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est.  Crucitti  Roberta
Aiuti di esigua entità cd. de minimis – Possibilità di limitazione benefici fiscali

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Detrazione per lavoro occasionale.

Nel 2013 ho svolto solo un’attività occasionale di lavoro autonomo percependo un lordo di 1.250 euro, su cui mi è stata applicata un ritenuta del 20%. Devo presentare la dichiarazione dei redditi?

Le attività di lavoro autonomo svolte occasionalmente, in modo non professionale, senza vincolo di subordinazione e senza organizzazione di mezzi, rientrano nella categoria dei redditi diversi (articolo 67, comma 1, lettera l, del Tuir). Sui compensi relativi a tali attività, il sostituto di imposta deve operare una ritenuta d’acconto del 20% (articolo 25, comma 1, Dpr 600/1973). Per i redditi derivanti da attività commerciali e professionali non esercitate abitualmente, è prevista una specifica detrazione d'imposta (articolo 13, comma 5, del Tuir). In particolare, ai titolari di tali redditi spetta una detrazione dall'imposta lorda, non cumulabile con quelle previste per i redditi di lavoro dipendente o di pensione, pari a 1.104 euro, qualora il reddito complessivo non superi 4.800 euro. Non superando il reddito percepito tale importo, appare comunque opportuno presentare la dichiarazione dei redditi (modello Unico 2014) per recuperare le ritenute subite.


Fonte: Agenzia Entrate

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Incentivi per ricerca & sviluppo. Arrivano le disposizioni applicative.

Pubblicato, nella Gazzetta Ufficiale n. 16 di ieri, il Decreto ministeriale attuativo dell’articolo 24 del Dl 83/2012.

L’agevolazione, rivolta a tutti i soggetti, sia persone fisiche che giuridiche, titolari di reddito di impresa, consiste in un credito d’imposta pari al 35% del costo aziendale sostenuto (ovvero il costo salariale comprensivo di retribuzione lorda e contributi obbligatori e di quelli assistenziali), per un periodo non superiore a 12 mesi, per le nuove assunzioni di personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario ovvero di laurea magistrale, impiegato in attività di ricerca e sviluppo.
L’incentivo è fruibile per un ammontare massimo annuale pari a 200.000 euro ed è riconosciuto anche in caso di trasformazione di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.
Per le imprese start-up innovative e per gli incubatori certificati di imprese sarà inoltre agevolabile anche il costo aziendale relativo alle assunzioni a tempo indeterminato effettuate mediante contratto di apprendistato, sempre per un periodo non superiore ai 12 mesi.

Sarà possibile usufruire del bonus retroattivamente.
Infatti, per il 2012, sarà agevolabile il costo aziendale sostenuto per le assunzioni o trasformazioni di contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato effettuate a partire dal 26 giugno 2012, data di entrata in vigore del Dl 83/2010. Per gli anni successivi, saranno invece agevolabili i costi sostenuti a partire dal 1° gennaio di ciascun anno.
Attraverso un successivo documento ministeriale verranno definiti i contenuti della domanda di accesso al beneficio e delle procedure per la presentazione della stessa.
Ai fini del controllo, la documentazione contabile allegata, a pena di inammissibilità, alla domanda di concessione del credito di imposta, da presentare al ministero dello Sviluppo economico, dovrà essere certificata da un revisore legale dei conti o da una società di revisione legale o dal collegio sindacale.

Il contributo, che non concorre alla formazione del reddito, ne' della base imponibile dell'imposta regionale sulle attività produttive, potrà essere utilizzato in compensazione, presentando il modello F24 esclusivamente attraverso i servizi telematici messi a disposizione dall'Agenzia delle Entrate, pena lo scarto dell'operazione di versamento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Più risparmi di spesa, meno tagli: salve, così, le detrazioni Irpef.

Meglio una sforbiciata alle spese piuttosto che alle detrazioni, concettualmente ispirate al principio di equità fiscale. Con questo spirito, il ministero dell’Economia e delle Finanze ha comunicato, ieri sera, che non ci sarà alcun taglio agli sconti d’imposta per oneri attualmente in vigore. Pertanto, entro la fine del mese, il Governo abrogherà il comma 575 della Stabilità (legge 147/2013), affidando la razionalizzazione delle detrazioni in argomento alla delega fiscale, in corso di approvazione in Parlamento. Le maggiori entrate, previste dal taglio “scongiurato”, saranno compensate dalla spending review.

Testualmente, il richiamato comma 575 dice: “Entro il 31 gennaio 2014 sono adottati provvedimenti normativi” – anche in deroga allo Statuto del contribuente – “di razionalizzazione delle detrazioni per oneri di cui all’articolo 15 del testo unico delle imposte sui redditi,…, tenendo conto dell’esigenza di tutelare i soggetti invalidi, disabili o non autosufficienti, al fine di assicurare maggiori entrate pari488,4 milioni di euro per l’anno 2014, a 772,8 milioni di euro per l’anno 2015 e a 564,7 milioni di euro a decorrere dall’anno 2016”.

Ma, cosa sarebbe accaduto se i previsti provvedimenti non fossero stati emanati?
Le conseguenze si trovano nel successivo comma 576 che, inevitabilmente, subirà la stessa sorte del 575.
Ebbene, senza seguiti normativi, le detrazioni Irpef del 19% elencate nell’articolo 15 del Tuir – tra cui, quelle per gli interessi sui mutui ipotecari accesi per l’acquisto dell’abitazione principale, per le spese sanitarie, per i premi corrisposti per assicurazioni sulla vita, eccetera – sarebbero scese al 18% già nella dichiarazione relativa ai redditi 2013, per arrivare poi al 17% dal periodo d’imposta 2014.
La rimodulazione dell’aliquota avrebbe, inoltre, riguardato anche ulteriori oneri e spese la cui detraibilità dall’Irpef è “riconducibile” all’articolo 15, comma 1, del Tuir, come ad esempio le detrazioni del 19% per le spese sostenute per la frequenza di asili nido.

Dunque, una decisione presa giusto in tempo, che consentirà una ottimizzazione degli sconti d’imposta, a “conti fatti”, ragionata e attenta a evitare qualsiasi aggravio fiscale.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 22 gennaio 2014

Quesito: iscrizione camera di commercio.

Nel 2003 non ho potuto pagare un effetto della crias. E' stato pagato successivamente, tramite avvocato. Non ho mai avuto indietro l'effetto. Sono passati 11 anni, posso adesso aprire una partita iva e iscivermi nuovamente alla camera di commercio per poter aprire un negozzietto di oggettistica?

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Compenso dell'amministratore e Irap.

I costi sostenuti da una società per il compenso dell'amministratore sono deducibili nel calcolo della base imponibile Irap?

Ai fini delle imposte sui redditi, i compensi corrisposti in relazione agli uffici di amministratore, sindaco o revisore, nonché in relazione ad altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, sono assimilati ai redditi di lavoro dipendente (articolo 50, comma 1, lettera c-bis, del Tuir). In materia di Irap, sono previste alcune deroghe al regime di indeducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile. È infatti prevista la deducibilità di un importo pari a 7.500 euro, su base annua, per ogni lavoratore a tempo indeterminato impiegato nel periodo d’imposta, nonchè dei contributi previdenziali e assistenziali relativi agli stessi (articolo 11, comma 1, lettera a), numeri 2 e 4, del Dlgs 446/1997). L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’assimilazione tra i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e i rapporti di lavoro dipendente è limitata all’ambito delle imposte dirette (circolare 57/2001). Le due tipologie di contratto restano pertanto ben distinte. In relazione, quindi, ai costi sostenuti per rapporti di collaborazione non è possibile beneficiare delle deduzioni dalla base imponibile, considerato che le deduzioni previste dall’articolo 11 trovano applicazione solo relativamente a lavoratori dipendenti assunti con contratti di lavoro a tempo indeterminato (risoluzione 132/2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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Tares e mini Imu: a portata di mouse le risposte ai quesiti più frequenti.

A pochi giorni dall’ultima data utile per il pagamento della mini Imu e della maggiorazione Tares (24 gennaio), il ministero dell’Economia e delle Finanze fornisce ulteriori chiarimenti sull’applicazione dei due tributi pubblicando, on line, le risposte alle domande più frequenti poste dai professionisti e da coloro che mettono a punto i software per il calcolo degli importi da versare.

La parte del leone spetta alla mini imposta municipale sulla casa.
Già dalle prime risposte, appare subito chiaro che la recente evoluzione normativa non ha comportato modifiche alle regole base di applicazione confermando criteri generali, in larga parte, assorbiti dalla normativa Ici.

Ad aprire l’elenco, soluzioni a quesiti molto semplici, di carattere procedurale, riguardanti le modalità di compilazione della delega di pagamento.
Viene così precisato che i codici tributo da inserire nel modello F24 sono gli stessi già utilizzati negli anni 2012 e 2013. Ad esempio, per l’abitazione principale, il codice tributo è il 3912.

Rimanendo sul modello, c’è poi da barrare la casella del saldo (e non quella dell’acconto), mentre nel campo “rateazione” va indicato il valore “0101” per i pagamenti eseguiti con il codice tributo 3912, mentre per gli altri pagamenti lo stesso campo non deve essere compilato.
Non può, invece, restare vuota la casella relativa alla detrazione, dove trova posto (anche se ininfluente per il calcolo dell’imposta dovuta) lo sconto effettivo relativo al 2013 che, specifica il chiarimento, può essere stato aumentato dal Comune.
Stessa sorte per lo spazio dedicato al numero degli immobili che, in ogni caso, va riempito.

Cambiando argomento, nulla di nuovo per quanto riguarda l’importo minimo al di sotto del quale il pagamento non va effettuato. Quindi, a meno che il regolamento comunale non abbia stabilito diversamente, il tributo è dovuto soltanto se pari o superiore a 12 euro. Tale importo è riferito al totale dell’imposta dovuta per tutti gli immobili situati nello stesso comune.
Nessun limite, invece, per la riscossione coattiva.

Più aventi nell’elenco, soluzioni a casi più specifici.
Il primo riguarda il pagamento della mini Imu relativa alle abitazioni appartenenti al personale delle forze armate (o altri soggetti indicati dall’articolo 2, comma 5, del Dl 10272013), equiparate all’“abitazione principale” dall’1 luglio 2013. Questo il criterio da seguire:
prima rata dovuta e versata sulla base del 50% dell’importo pagato nel 2012, in quanto non ancora esenti come abitazioni principali
seconda rata non dovuta poiché equiparata ad abitazione principale
l’eventuale mini Imu è data dalla differenza tra l’imposta municipale calcolata con aliquote e detrazione 2013 per il semestre luglio/dicembre 2013 e quella con aliquote e detrazione di base, corrispondente allo stesso periodo
da calcolare, infine, il possibile conguaglio sulla prima rata nel caso di variazione delle aliquote 2013.
Non può essere considerata mini Imu, invece, il tributo riguardante i terreni agricoli non di proprietà e condotti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali, la cui normativa è cambiata con la legge di stabilità 2014. In questo caso, infatti, l’appuntamento in cassa si riferisce all’ordinario versamento della seconda rata e del saldo della prima. Quindi, per calcolare l’imposta occorre determinare:
la prima rata non dovuta, pari al 50% dell’importo versato nel 2012
la seconda rata dovuta più il saldo sulla prima rata. La somma è pari alla differenza tra l’imposta annuale 2013 e la prima rata non versata.
In ogni caso, l’eventuale insufficiente versamento può essere regolarizzato senza sanzioni e interessi fino al prossimo 16 giugno (comma 728, dell’articolo unico, legge di stabilità 2014).

Al punto 8, è precisato che le rendite su cui calcolare la mini Imu sono quelle in vigore per l’anno 2013, così come risultano in Catasto.

Sì, poi al ravvedimento operoso per mini Imu e maggiorazione Tares: quindi, chi sbaglia può rimediare con conseguenze minime.

Ancora due quesiti risolti per l’Imu: usufruiscono entrambi dell’esenzione i coniugi che stabiliscono l’abitazione principale in comuni diversi e, inoltre, non perde l’agevolazione la “prima casa” parzialmente locata.

E se il bollettino o l’F24 per la maggiorazione Tares da versare entro il 24 gennaio non arriva in tempo? Nessun problema e nessuna sanzione per il ritardato pagamento “incolpevole”, lo conferma anche l’articolo 10 dello Statuto del contribuente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Appartamento venduto sottocosto: ok alla presunzione semplice.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 245 del 9 gennaio 2014, ha affermato che, se l’Agenzia delle Entrate contesta e, quindi, ridetermina ai fini fiscali una plusvalenza realizzata a seguito di una cessione di immobile ad un prezzo modesto, insufficiente a garantire un utile adeguato all’attività del titolare, il rischio d'impresa, il capitale investito, può provare il rilievo con presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti. Rimane a carico del contribuente l'onere di superare la presunzione di corrispondenza tra il valore di mercato ed il prezzo incassato.

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Detrazioni fiscali, nessun taglio.

Con comunicato stampa n. 19 di ieri 21 gennaio 2014, il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha reso noto che il Governo ha deciso di esercitare l’intervento di razionalizzazione delle detrazioni fiscali, così come previsto dal comma 575 della Legge di Stabilità 2014, con la Delega fiscale, attualmente in approvazione in Parlamento. Per tale ragione e anche con l’obiettivo di evitare ulteriore aggravio fiscale, il Governo provvederà, con apposito provvedimento, ad abrogare il comma 576 della legge di Stabilità 2014 e di conseguenza non vi sarà alcuna riduzione delle detrazioni attualmente in vigore, riduzione che sarebbe dovuta scattare a fine mese. La copertura sarà assicurata incrementando gli obiettivi di risparmio previsti dalla revisione della spesa.


Fonte: MEF

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Bonus ricercatori, decreto in Gazzetta.

E' stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale di ieri 21 gennaio 2014 il decreto del 23 ottobre 2013 del Ministero dello Sviluppo Economico, che detta le disposizioni attuative per fruire del bonus ricercatori, l'incentivo a vantaggio delle imprese che assumono personale in possesso di un dottorato di ricerca universitario o una laurea magistrale e impiegato in attività di ricerca e sviluppo. Per poter richiedere il contributo, tuttavia, si dovrà attendere l'attivazione di un'apposita piattaforma informatica da parte del Ministero stesso, il quale dovrà anche approvare un decreto che definisce i contenuti della domanda e le modalità di presentazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Modello F24, compensazione anche per i contributi alle Casse.

L'art. 1 del Decreto del 10 gennaio 2014, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 16 di ieri 21 gennaio 2014, stabilisce che le norme in tema di versamento unitario con modello F24 e compensazione si applicano anche ai contributi dovuti alle Casse di previdenza, se da queste richiesto. Tra le Casse interessate vi sono la Cassa forense, la Cassa dei dottori commercialisti, la Cassa geometri, la Cassa degli ingegneri e degli architetti liberi professionisti, la Cassa del notariato, la Cassa dei ragionieri e periti commerciali, l'Enasarco, l'ente per i consulenti del lavoro, l'Enpam, l'Enpaf, l'ente dei veterinari, l'Enpaia, l'Inpgi, l'Epap. Le modalità di versamento saranno disciplinate con apposite convenzioni stipulate tra gli enti di previdenza e l'Agenzia delle Entrate.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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martedì 21 gennaio 2014

Redditometro, spese medie Istat fuori dall'informativa.

L'Agenzia delle Entrate ha pubblicato l'informativa sul trattamento dei dati personali che accompagna i primi modelli definitivi delle dichiarazioni dei redditi relative al periodo d'imposta 2013 (tra cui il modello 730/2014). Il documento non contiene alcun riferimento alle spese medie Istat, ovvero ai valori di spesa presuntivi ricavati dalle statistiche Istat. L'Agenzia, sembra, quindi, orientata ad accogliere le indicazioni del Garante della privacy, che con il provvedimento del 21.11.2013, aveva dato il via libera al nuovo redditometro, richiedendo tuttavia modifiche con riguardo alle spese medie Istat, che secondo il Garante sono poco riconducibili correttamente ad un individuo. I controlli previsti dal nuovo redditometro partiranno a breve, forse anticipati da una circolare operativa delle Entrate. In quell'occasione, potrebbe essere chiarito con certezza se le spese medie Istat saranno considerate o no.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Acqua, IVA al 22% se venduta in bottiglia.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 11/E del 17 gennaio scorso, in risposta ad una società che vende acqua di sorgente o da tavola mediante i normali canali di distribuzione, ha chiarito il corretto trattamento IVA per tale cessione. In particolare, è stato precisato che si applica l'aliquota agevolata al 10% alla cessione e distribuzione attraverso la rete idrica municipale mediante contratti stipulati con il Comune o società autorizzate. L'aliquota agevolata, in sostanza, riguarda solo il servizio pubblico di distribuzione del bene primario. Al contrario, l’acqua “di sorgente”, imbottigliata e disponibile al supermercato, anche se simile per alcune caratteristiche alla “potabile”, sconta l’aliquota IVA ordinaria del 22% così come avviene per le acque minerali. A determinare il livello di tassazione, infatti, non sono tanto le qualità chimiche e microbiologiche del prodotto, ma le modalità con cui questo viene venduto e distribuito.


Fonte: Agenzia Entrate

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Donazione: base imponibile di un immobile.

In caso di donazione, per determinare la base imponibile di un immobile, bisogna fare riferimento alla rendita catastale o al valore venale del bene?

Per la determinazione della base imponibile di un immobile oggetto di donazione, si fa riferimento, in caso di trasferimento della piena proprietà, al valore venale del bene in comune commercio al momento della stipula dell'atto (articolo 14, Dlgs 346/1990). Il valore dichiarato non può essere soggetto a rettifica da parte dell'ufficio, se risulta superiore a quello determinato con il meccanismo della valutazione automatica, ottenuto moltiplicando il valore catastale del bene per determinati coefficienti indicati dalla legge, ad esempio, 110 per la prima casa, 120 per i fabbricati appartenenti ai gruppi catastali A e C, escluse le categorie A/10 e C/1 (articolo 34, comma 5, Dlgs 346/1990).


Fonte: Agenzia Entrate

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Incompetenza territoriale: effetti dell’omessa riassunzione del giudizio.

La legge processuale tributaria, approvata con il Dlgs 546/1992, dopo aver individuato all’articolo 4 la competenza delle Commissioni tributarie provinciali in base alla sede dell’ufficio finanziario o del concessionario della riscossione che ha emanato l’atto o avrebbe dovuto emanarlo, e quella della Commissione regionale in base alla circoscrizione in cui è situato il giudice di prima istanza, al successivo articolo 5, secondo comma, statuisce che l’incompetenza della Commissione tributaria è rilevabile, anche d'ufficio, soltanto nel grado al quale il vizio si riferisce.
In questo senso si è espressa la giurisprudenza di Cassazione nella sentenza n. 9392/2007, secondo cui erra la sentenza di appello che ha rilevato l'incompetenza per territorio della Ctp, poiché il relativo vizio può essere dedotto dalla parte o rilevato dal giudice solo nel corso del giudizio di primo grado.
Peraltro, per la sentenza di legittimità n. 24217/2008, se è vero che l’incompetenza territoriale dell’organo finanziario adito è vizio sostanziale che riguarda l’autore dell’atto impugnato e non vizio processuale attinente alla competenza della Commissione adita (in quanto vizio incidendo sulla legittimazione passiva dell’organo medesimo a rispondere davanti al giudice tributario del provvedimento esplicito o implicito adottato sull’istanza del contribuente), è altresì vero che tale requisito si riflette – in quanto strettamente connesso – sulla competenza territoriale della Commissione adita.

Il terzo comma dell’articolo 5 del Dlgs 546/1992 dispone che la sentenza della Commissione tributaria, che dichiara la propria incompetenza, rende incontestabile sia l'incompetenza dichiarata sia la competenza della Commissione tributaria in essa indicata, se il processo viene riassunto a norma del quinto comma, con l’effetto che la parte può decidere se accettarla (e pertanto, riassumere la controversia innanzi al giudice ritenuto competente) ovvero proporre appello avverso tale statuizione.
In tale ultimo caso, soccorre l’articolo 59 del Dlgs n. 546, rubricato “Rimessione alla commissione provinciale”, ove si prevede che la Commissione tributaria regionale rimette la causa alla commissione provinciale che ha emesso la sentenza impugnata, tra gli altri casi, quando dichiari la competenza declinata o la giurisdizione negata dal primo giudice.
Infatti, occorre rammentare che il successivo quarto comma dell’articolo 5 prevede che non si applicano le disposizioni del codice di procedura civile sui regolamenti di competenza i quali formano oggetto della specifica regolamentazione dettata dall’articolo 42 del codice di rito civile, e tale esclusione è esplicitamente desunta dalla sentenza in commento proprio per la presenza dell’articolo 59, comma 1, lettera a, testé riportato.

La questione oggetto della pronuncia in commento (Cassazione, sentenza 23125/2013) riguarda la declaratoria giudiziale di incompetenza territoriale avverso un avviso di liquidazione emesso dall’ufficio finanziario per contestare il corrispettivo dichiarato in un atto di compravendita immobiliare in base alla rendita catastale derivante dal classamento del suddetto bene, classamento, però, non allegato a tale atto di riscossione.
Ordunque, la mancata proposizione dell’appello e la mancata riassunzione del processo innanzi al giudice ritenuto competente dalla Commissione adita, ha comportato l'estinzione del processo, con l’effetto che, ai sensi dell’articolo 45, comma 3, Dlgs n. 546, il processo si estingue e rende inefficaci gli atti processuali compiuti, ma non travolge anche l'atto impositivo tributario in quanto esso non è un atto del processo.

Ulteriore conseguenza ravvisata dalla decisione della Corte regolatrice del diritto che si annota è che la mancata riassunzione determina l'effetto di rendere definitivo il classamento anche in relazione alla posizione della parte processuale onerata della riassunzione, non rilevando che l'atto attributivo del classamento non sia stato a essa direttamente notificato in quanto già portato a conoscenza mediante la notifica dell'avviso di liquidazione che tale classamento aveva richiamato.

Non si riscontrano precedenti giurisprudenziali negli esatti termini.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sequestro preventivo “inattaccabile” quando “analiticamente” motivato.

Il sequestro preventivo (articolo 12-sexies, legge 356/1992) è congruamente motivato – e non basato su mere “clausole di stile” – se è fondato su plurimi dati di riferimento, quali l’anno in oggetto, le dimensioni del nucleo familiare, la regione geografica in questione e la professione dell’indagato.
Questo il principio di diritto desumibile dalla sentenza della Cassazione, quinta sezione penale, n. 570, dell'8 gennaio.

I fatti
Al centro della controversia vi era il ricorso di un indagato contro l’ordinanza con la quale il tribunale del riesame di Reggio Calabria aveva confermato il provvedimento del Gip della stessa sede, di rigetto della richiesta di dissequestro di beni del predetto, sottoposti a sequestro preventivo, ex articolo 12-sexies, legge 356/1992.
L’ordinanza era stata emessa in sede di rinvio, in quanto un precedente provvedimento di rigetto dello stesso tribunale era stato annullato dalla Cassazione, sul rilievo che, a fronte di una consulenza di parte in cui si sosteneva la mancanza di sproporzione tra redditi del proposto e beni acquistati, il tribunale reggino aveva, con motivazione apparente, osservato che il contrasto tra l’assunto dell’accusa e quello della difesa sarebbe stato superato attraverso una perizia contabile da espletarsi nel giudizio di merito.

Nel provvedimento impugnato emergeva che, anche a considerare alcuni introiti del nucleo familiare dell’indagato, evidenziati nella consulenza di parte e non presi in considerazione dall’ordinanza – ossia il reddito della madre, insegnante elementare, e il corrispettivo di 9.500 euro percepito dalla stessa madre, nel 2004, dalla vendita di un garage – il giudizio di sproporzione non risultava modificato, non essendo giustificato l’abbattimento del 15%, operato dal perito di parte, dei valori per spesa media mensile, necessaria alle ordinarie esigenze di vita della famiglia dell’indagato, valori ricostruiti nel provvedimento di sequestro sulla base di specifici parametri (anno di riferimento, nucleo familiare di cinque persone, regione geografica – la Calabria – e ruolo di imprenditore del soggetto in questione).

Il ricorso
L’interessato ricorreva, allora, presso la Corte suprema deducendo il vizio di motivazione apparente, non avendo – a suo dire – il tribunale motivato, se non con clausole di stile, né l’ininfluenza degli ulteriori redditi evidenziati sul giudizio di sproporzione tra entrate e acquisti effettuati né il privilegio accordato ai valori per spesa media mensile, necessaria alle ordinarie esigenze di vita della famiglia, ricostruiti dalla polizia giudiziaria, rispetto a quelli indicati dal consulente tecnico di parte.

La pronuncia
I giudici di legittimità riconoscono come, secondo il tribunale, il consulente della parte aveva ritenuto la congruità degli acquisti rispetto alle entrate, sia considerando gli ulteriori redditi della famiglia, in sé peraltro assai modesti, sia, soprattutto, abbattendo del 15% la spesa di mantenimento del nucleo familiare dell’indagato, a fronte di una ricostruzione della spesa da parte della polizia giudiziaria fondata sui richiamati plurimi dati di riferimento.
Quest’ultima ricostruzione è stata legittimamente privilegiata dal tribunale, in quanto ancorata a parametri oggettivi e controllabili, a differenza di quella, comportante un ingiustificato abbattimento del 15%, prospettata dal perito di parte.
Quindi, la reiezione del ricorso, non sostanziandosi la motivazione adottata dal tribunale reggino in mere “clausole di stile”.

Osservazioni
L’articolo 12-sexies della legge 356/1992 prevede una particolare ipotesi di sequestro e di confisca obbligatoria, che colpisce il denaro, i beni o le altre utilità di cui il condannato, per determinati gravi reati, non possa giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona fisica o giuridica, risulti essere titolare o avere la disponibilità a qualsiasi titolo in valore sproporzionato al proprio reddito, dichiarato ai fini delle imposte sul reddito o alla propria attività economica.

La Corte di cassazione (pronuncia n. 10549/2009) si è espressa sull’argomento stabilendo che le misure previste dall’articolo 12-sexies non sono subordinate all’accertamento di un “nesso eziologico” tra i reati tassativamente enunciati nella norma di riferimento e i beni oggetto del sequestro e della seguente confisca, dal momento che vige ex lege una “presunzione di accumulazione”, che prescinde dalla circostanza che tali beni siano o meno derivati dal reato per il quale si procede.
Secondo i commi 2 e 2-ter della norma in esame, in particolare, è necessario attivare un procedimento valutativo che porti alla dimostrazione dell’esistenza di una “evidente sproporzione” tra i beni di cui si ha la disponibilità e le fonti di reddito.

Nella sentenza in esame, detta operazione è stata correttamente attuata da parte dei giudici calabresi, i quali hanno preso effettivamente in considerazione, oltre alle evidenze reddituali, anche tutte le altre circostanze che concernevano la situazione reddituale dell’indagato, così da superare le contestazioni generiche opposte dalla difesa di quest’ultimo.


Fonte: Agenzia Entrate

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domenica 19 gennaio 2014

Quesito: come funziona la ritenuta d'acconto?

Sto seguendo un corso di formazione certificato, nel frattempo sto valutando come muovermi sul mercato e naturalmente stò valutando cosa farò .
Vi chiedo un'informazione, sull'opportunità di collaborare con varie aziemde del settore, in  RITENUTA D'ACCONTO.
In merito alla Ritenuta d'acconto volevo sapere:
-al di la dei primi 5000€ per i quali non si deve dichiarare nulla, una volta superata la cifra citata si devono pagare i contributi Inps, vorrei sapere quanto e in che modo. Facciamo una simulazione.
-- emetto ricevute in Ritenuta per 22.000€ complessivi nel 2014= che tipo di Tasse/Imposte pagerò?, in qunto tempo le devo pagare? Come?

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Mancano ritenute e versamenti: due violazioni, due sanzioni.

La Corte ribadisce che in tema di sanzioni per le violazioni nella materia della riscossione delle imposte sui redditi, qualora il contribuente abbia omesso di effettuare le ritenute alla fonte sui compensi corrisposti a lavoratori dipendenti e di versare l’importo delle trattenute non operate in tesoreria, è configurabile il concorso tra le sanzioni previste dal D.Lgs. n. 471 del 1997, artt. 13 e 14, sia per la diversità delle condotte punite, sia per il tenore dello stesso art. 14 che nel prevedere per chi non esegue, in tutto o in parte, le ritenute alla fonte, l’applicazione della sanzione amministrativa pari al venti per cento dell’ammontare non trattenuto, “salva l’applicazione delle disposizioni dell’art. 13 per il caso di omesso versamento” ricorre alla tecnica normalmente adoperata in tema di concorso apparente di norme (ai sensi dell’art. 15 cod. pen.; cfr. Cass. 22855/2010; 13757/2013.

Sentenza n. 28540 del 20 dicembre 2013 (udienza 29 ottobre 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Cigna Mario
D.Lgs. n. 471 del 1997, artt. 13 e 14 – Sanzioni violazioni riscossione imposte sui redditi – Omissione effettuazione e versamento ritenute a lavoratori dipendenti – Concorso sanzioni

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Locazioni commerciali: canoni non riscossi.

L'inquilino non mi sta pagando l'affitto. Dovrò dichiarare i canoni non riscossi, trattandosi di immobile non a uso abitativo?

Gli affitti non percepiti, nel caso di locazioni a uso abitativo, possono non essere dichiarati dal momento della conclusione del procedimento di convalida dello sfratto per morosità del conduttore (articolo 26, comma 1, del Tuir). Nella diversa ipotesi di locazioni di immobili per uso diverso da quello abitativo, i canoni vanno invece sempre dichiarati, così come risultano dal contratto di locazione, anche se non percepiti, in quanto, in tal caso, rileva il momento formativo del reddito e non quello percettivo (circolare ministeriale 150/1999).


Fonte: Agenzia Entrate

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