martedì 29 maggio 2012

Quesito: convenzione Italia Olanda.


nel 2011 ho lavorato come dipendente per una ditta italiana in Italia al 31 Maggio e dal 1 Giugno ho lavorato come dipendente e percepito reddito in Olanda per una ditta Olandese.
Il cambio di residenza effettivo (consolato e comune italiano) e' stata comunicata solo nel 2012.

Dovendo compilare il modello unico per il 2012 mi sono recata alle Agenzia delle Entrate e mi hanno detto che nella dichiarazione italiana devo far comparire anche il reddito prodotto all'estero. E' corretto? Non e' che in tal modo il reddito prodotti in Olanda sia soggetti a doppia imposizione?
Per completezza d'informazione ho gia' compilato la dichiarazione dei redditi in Olanda per i mesi relativi al reddito prodotto in tale stato.

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Coop fuori, società di fatto dentro. La prova nei conti bancari dei soci.


L’utilizzo di società cooperative a scopo mutualistico, successivamente poste in liquidazione, unitamente all’omesso pagamento di imposte e contributi previdenziali, denota l’esistenza di un comportamento fraudolento. A maggior ragione se, come emerso da indagini bancarie, i soci delle predette cooperative versavano gli utili dell’attività imputabile alle cooperative sul proprio conto corrente personale. Poiché l’utilizzo della cooperativa era del tutto strumentale, correttamente l’ufficio ha ritenuto che nella fattispecie in esame vi fosse una società di fatto tra i medesimi soggetti che apparivano titolari delle quote delle cooperative. Al riguardo, l’esistenza di un fondo comune, l’alea nei guadagni e nelle perdite e la c.d. affectio societatis, costituiscono elementi sintomatici di una società (di fatto) con fine lucrativo, i cui utili devono essere dichiarati in conformità alle norme sul reddito d’impresa.

Sentenza n. 55/8/12 del 16 maggio 2012 (udienza 18 aprile 2012)
Commissione tributaria regionale della Lombardia, Sezione 55 – Pres. Dello Russo Ugo – Est. Chiametti Guido
Imposte sui redditi – Reddito d’impresa – Società di fatto – Elementi di prova – Utilizzo fraudolento di società cooperative – Occultamento di ricavi

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Maggiorazione della detrazione Imu per i figli.


Tra le condizioni per poter usufruire della maggiorazione di 50 euro per i figli, è previsto che questi siano fiscalmente a carico?

Ai fini dell’Imu è riconosciuta, oltre all’aliquota ridotta, anche una detrazione pari a 200 euro per l’abitazione principale e per le relative pertinenze, per il periodo durante il quale si protrae tale destinazione. La detrazione di 200 euro è maggiorata di 50 euro per ciascun figlio. Non è necessario che il figlio sia fiscalmente a carico del genitore. Le uniche condizioni previste dalla normativa sono le seguenti:
- età non superiore a 26 anni
- dimora abituale e residenza anagrafica nell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale.
La maggiorazione non può superare 400 euro; pertanto, l’importo complessivo della detrazione (200 euro) e della maggiorazione non può risultare superiore a 600 euro.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazioni società in "chiusura", i nuovi ritmi impartiti dal Dl 16.


Il decreto legge 16/2012 ha introdotto, tra l'altro, alcune "novità" fiscali in tema di liquidazione e scioglimento di società o enti soggetti all'Ires, di società o associazioni di cui all'articolo 5 del Tuir, e di imprese individuali.

L'articolo 2, comma 5 del decreto, ha sostanzialmente allineato la disciplina fiscale a quella civilistica prevista nel capo VIII del codice civile in materia di liquidazione e scioglimento delle società di capitali (oggetto delle modifiche di cui all'articolo 4 del Dlgs 6/2003, con decorrenza 1° gennaio 2004), intervenendo sull'articolo 5 del Dpr 322/1998.
Tale ultimo articolo prevede, a seguito delle modifiche, che "il liquidatore o, in mancanza, il rappresentante legale, presenta, secondo le disposizioni di cui all'articolo 3 (del Dpr 322/1998), la dichiarazione relativa al periodo compreso tra l'inizio del periodo d'imposta e la data "in cui si determinano gli effetti dello scioglimento della società ai sensi degli articoli 2484 e 2485 del codice civile…".
In precedenza, il liquidatore (o il rappresentante legale) doveva presentare la dichiarazione relativa al periodo compreso tra l'inizio del periodo d'imposta e la data in cui ha effetto la deliberazione di messa in liquidazione entro l'ultimo giorno del nono mese successivo a tale data in via telematica.

Resta fermo che la dichiarazione relativa al risultato finale delle operazioni di liquidazione va presentata entro nove mesi successivi alla chiusura della liquidazione stessa o al deposito del bilancio finale, se prescritto, in via telematica.

Gli articoli 2484 e 2485 del codice civile dispongono che gli effetti dello scioglimento della società di capitali si producono:
dalla data di iscrizione nel Registro delle imprese della dichiarazione con cui gli amministratori ne accertano la causa, nelle ipotesi previste dai numeri 1) (per il decorso del termine), 2) (per il conseguimento dell'oggetto sociale o per la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo, salvo che l'assemblea, all'uopo convocata senza indugio, non deliberi le opportune modifiche statutarie), 3) (per l'impossibilità di funzionamento o per la continuata inattività dell'assemblea), 4) (per la riduzione del capitale al di sotto del minimo legale, salvo quanto è disposto dagli articoli 2447 e 2482-ter) e 5) (nelle ipotesi previste dagli articoli 2437-quater e 2473) del comma 1 dell'articolo 2484 del codice civile
dalla data di iscrizione della deliberazione dell'assemblea nell'ipotesi prevista dal n. 6) (per deliberazione dell'assemblea) del comma 1 dell'articolo 2484 del codice civile
dalla data di iscrizione del decreto del tribunale con cui sono accertate le cause di scioglimento nell'ipotesi di cui all'articolo 2485, comma 2, del codice civile (quando gli amministratori omettono gli adempimenti di cui al comma 1 dell'articolo 2485 relativi all'accertamento del verificarsi di una causa di scioglimento e alla procedura prevista dal comma 3 dell'articolo 2484 - iscrizione della dichiarazione che accerta la causa o della deliberazione -, il tribunale, su istanza di singoli soci o amministratori ovvero dei sindaci, accerta il verificarsi della causa di scioglimento, con decreto che deve essere iscritto a norma del terzo comma dell'articolo 2484).


Per quanto riguarda le imprese individuali, l'articolo 5 del Dpr 322/1998 viene adeguato alle previsioni dell'articolo 182, comma 1, ultimo periodo, del Tuir, nel quale si afferma che "per le imprese individuali la data di inizio della liquidazione, ai fini delle imposte sui redditi, è quella indicata nella dichiarazione di cui all'articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633", da comunicare all'Anagrafe tributaria, relativa alla cessazione di attività nonché all'inizio e variazione.
Infatti, va presentata la dichiarazione relativa al periodo compreso tra l'inizio del periodo d'imposta e "la data indicata nella dichiarazione di cui all'articolo 35 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, entro l'ultimo giorno del nono mese successivo a tale data in via telematica".

La lettera b) del comma 5 dell'articolo 2 del Dl 16/2012, ha inserito il comma 3-bis all'articolo 5 del Dpr 322/1998, al fine di disciplinare gli effetti fiscali della revoca della liquidazione.
Tali effetti sono previsti dall'articolo 2487-ter del codice civile il quale, al comma 2, dispone che "la revoca ha effetto solo dopo sessanta giorni dall'iscrizione nel registro delle imprese della relativa deliberazione, salvo che consti il consenso dei creditori della società o il pagamento dei creditori che non hanno dato il consenso. Qualora nel termine suddetto i creditori anteriori all'iscrizione abbiano fatto opposizione, si applica l'ultimo comma dell'articolo 2445".

Il nuovo comma 3-bis dell'articolo 5 del Dpr 322/1998, prevede che "in caso di revoca dello stato di liquidazione quando gli effetti, anche ai sensi del secondo comma dell'articolo 2487-ter del codice civile, si producono prima del termine di presentazione delle dichiarazioni di cui ai precedenti commi 1, primo periodo, e 3, il liquidatore o, in mancanza, il rappresentante legale, non è tenuto a presentare le medesime dichiarazioni. Restano in ogni caso fermi gli effetti delle dichiarazioni già presentate ai sensi dei commi 1, primo periodo, e 3, prima della data in cui ha effetto la revoca dello stato di liquidazione, ad eccezione dell'ipotesi in cui la revoca abbia effetto prima della presentazione della dichiarazione relativa alla residua frazione del periodo d'imposta in cui si verifica l'inizio della liquidazione".
La nuova disposizione prevede che se gli effetti della revoca si producono prima del termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo precedente la liquidazione, ovvero della dichiarazione relativa alla residua frazione del medesimo periodo d'imposta, il liquidatore o il rappresentante legale non è tenuto a presentare le dichiarazioni contemplate dall'articolo 5, commi 1, primo periodo, e 3, del Dpr 322/1998 (Tabella 2).

Come evidenziato dalla relazione illustrativa (AS 3184), la suddetta norma, nonostante la disciplina civilistica attribuisca alla revoca dello stato di liquidazione efficacia ex tunc, per evidenti necessità di certezza della norma tributaria, fa salvi gli effetti prodotti dalle dichiarazioni già presentate prima che la revoca abbia avuto effetto.
Conseguentemente, anche le imposte versate a titolo provvisorio si cristallizzano in via definitiva.
Unica eccezione è l'ipotesi in cui la revoca sopraggiunga quando la dichiarazione precedente alla liquidazione sia già stata presentata, ma prima del termine di presentazione della dichiarazione relativa alla residua frazione del periodo d'imposta in cui è iniziata la liquidazione. In tal caso, i dati dichiarati, ai sensi del comma 1 dell'articolo 5 del Dpr 322/1998, andranno riepilogati nella dichiarazione ordinaria da presentare per l'intero periodo d'imposta e le imposte già versate andranno scomputate da quanto complessivamente dovuto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Riscontro documentazione 730/2010: più tempo per i contribuenti.

In considerazione delle difficoltà emerse per le richieste di documentazione relative al controllo del modello 730/2010 (anno d’imposta 2009), datate 19 aprile 2012, i contribuenti hanno la possibilità di esibire quanto richiesto fino al 30 giugno 2012. In tal senso sono state impartite disposizioni a tutti gli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

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Modello F24 semplificato dal 1° giugno 2012.

Con il provvedimento direttoriale del 25 maggio scorso l’Agenzia delle Entrate ha approvato il nuovo Modello F24 semplificato che faciliterà il pagamento e la compensazione delle imposte dovute all’Erario, alle Regioni e agli enti locali. Il nuovo modello consentirà anche un risparmio di carta e di costi di archiviazione, visto che si compone di un’unica pagina divisa in due parti: una per il contribuente e una per chi riceve la delega di pagamento. Il modello F24 semplificato è disponibile gratuitamente online, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, e potrà essere utilizzato dal prossimo 1° giugno 2012. A partire da questa stessa data sarà soppresso il “mod. F24 predeterminato” per il pagamento dell’Ici, anche se i modelli già distribuiti ai contribuenti potranno essere ancora utilizzati.


Fonte: Agenzia Entrate

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Nuovi minimi: pronti i codici tributo per l’imposta sostitutiva.

Con la Risoluzione n. 52/E pubblicata venerdì 25 maggio 2012, l’Agenzia delle Entrate ha istituito i codici tributo per il versamento dell’imposta sostitutiva del 5% da parte dei c.d. “nuovi minimi”, ovvero quei contribuenti che hanno aderito al c.d. “regime fiscale agevolato per l’imprenditoria giovanile ed i lavoratori in mobilità” di cui all’art. 27 del D.L. n. 98/2011. I codici istituti sono: 1793 per il versamento della prima rata d’acconto dell’imposta sostitutiva, 1794 per il versamento della seconda rata d’acconto e 1795 per il versamento del saldo.


Fonte: Agenzia Entrate

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Riserva sovrapprezzo azioni: funzione e limiti di distribuibilità.


Domanda
Il collegio sindacale non è d'accordo nel consentire all'organo amministrativo di proporre all'assemblea di una società per azioni di deliberare sulla distribuzione della riserva sovrapprezzo azioni. Il motivo del diniego viene giustificato dal fatto che la riserva legale risulta di importo inferiore al quinto del capitale sociale. E' corretto tale atteggiamento?

Risposta
Nella voce "riserva sovrapprezzo azioni" del patrimonio netto del bilancio di una società per azioni confluisce l'eccedenza del prezzo di emissione delle azioni rispetto al valore nominale delle stesse.

La funzione economica di tale riserva è quella di permettere il mantenimento del valore effettivo delle azioni possedute, in quanto la sua creazione e l'eventuale successivo incremento si realizza con apporti di soci, e non con utili, per cui deve essere fatta ricondurre nel novero delle riserve di capitale.

L'utilizzo della medesima è possibile:

- per la copertura delle perdite;

- per un aumento gratuito del capitale sociale;

e/o:

- per integrare altre riserve indisponibili.

Per espresso disposto dell'art. 2431 c.c., non può costituire oggetto di distribuzione ai soci fino a quando la riserva legale non ha effettivamente raggiunto un'entità pari almeno pari al 20% del capitale sociale.

Tale "condizione-divieto" di non distribuibilità si dovrebbe ritenere attenuato nella valutazione che il vincolo dovrebbe essere riferito solamente all'ammontare "mancante" della riserva legale per raggiungere la sua soglia minima indicata nell'art. 2430 c.c.

Un'esemplificazione numerica meglio potrebbe chiarire l'assunto.

Se si ipotizza che il patrimonio netto di una società per azioni è composto da:

- capitale sociale ammontante a euro 10.000.000,00;

- riserva legale di entità pari a euro 800.000,00;

- riserva per soprapprezzo azioni di importo pari a euro 2.500.000,00;

si perviene ad affermare che il vincolo non grava su tutto l'importo della riserva sovrapprezzo azioni, ma solamente su una quota parte della medesima (e cioè solo fino a concorrenza della parte "mancante" alla riserva legale per raggiungere la soglia richiesta del 20% del capitale sociale) risultante dal seguente conteggio (20% di euro 10.000.000,00 = euro 2.000.000,00 meno ammontare riserva legale euro 800.000,00 = euro 1.200.000,00 che individua la quota vincolata).


Fonte: IPSOA

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lunedì 28 maggio 2012

Quesito: art 67 comma 1 redditi diversi.


attualmente lavoro con un'agenzia interinale, precedentemente avevo una ditta individuale (mi occupavo di decorazioni artistiche).... Siccome dipingere per me è come respirare, continuo a farlo mi piacerebbe (come passatempo) partecipare a qualche mercatino di hobbysti.
Sapete dirmi se:
1-devo far riferimento all'articolo di cui all'oggetto;
2-in quale modo potrei emettere ricevuta ai clienti;
3-in che modo dichiarare i redditi derivanti.

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DDL Lavoro e tipologie contrattuali: l'art. 9 e la sfera della parasubordinazione.


Domanda
Il rapporto di lavoro autonomo svolto da un artigiano, persona fisica, titolare di una impresa che svolge attività di verniciatura conto terzi si può ricondurre alla sfera della parasubordinazione nel caso in cui le prestazioni siano concentrate per una azienda, per l'80 per cento del fatturato?

Risposta
La mia azienda è organizzata con due dipendenti oltre alla mia prestazione lavorativa. Visto che, anche per questo periodo di crisi, la mia clientela si è sensibilmente ridotta, le prestazioni di verniciatura, oramai, si sono concentrate per pochissime aziende e, soprattutto, per una molto grande ed importante a livello nazionale che, inutile dirlo, mi impegna per commesse che incidono sul mio fatturato complessivo per oltre l'80%. Volevo sapere se l'art. 9 di questa riforma del lavoro si applica anche alla mia posizione.

La comprensione della disciplina contenuta nel richiamato art. 9 occorre, in primo luogo, ricercarla nella ratio che sospinge il Governo ad emanare una, discutibile, proposta di riforma che, nel suo complesso, punta, secondo quanto dichiarato dagli interessati, alla realizzazione di un mercato del lavoro inclusivo e dinamico; che sia in grado di contribuire alla creazione di occupazione favorendo, in tal senso, i rapporti di lavoro più stabili e, pertanto, limitando la precarizzazione.

Inoltre, poiché le imprese ed i lavoratori sono individuati come elementi coesivi di un mercato del lavoro che necessita di un ammodernamento, le finalità di intervento, volute dal Governo, tendono a rafforzare i sistemi di contrasto all'uso fraudolento degli istituti contrattuali esistenti, poiché elusivo degli obblighi contributivi e fiscali derivanti dagli stessi.

Appare evidente che il costrutto legale contenuto nell'art. 9 si prefigge di realizzare un intervento radicale su tutte quelle prestazioni di lavoro autonomo, rese da titolari di partita IVA, che, per il concreto atteggiarsi, non sia possibile ricondurre a tale fattispecie.

Nello specifico, pertanto, il disegno di legge, propone che venga introdotto, nel contesto del D.Lgs. n. 276/2003, un nuovo articolo (art. 69-bis), con il quale si disciplinano le prestazioni lavorative rese da persona titolare di posizione fiscale ai fini dell'imposta sul valore aggiunto.

In tali casi, qualora ricorrano almeno due dei seguenti presupposti:

a) che la collaborazione abbia una durata complessivamente superiore a sei mesi nell'arco dell'anno solare;

b) che il corrispettivo derivante da tale collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d'imputazione di interessi, costituisca più del 75 per cento dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell'arco dello stesso anno solare;

c) che il collaboratore disponga di una postazione di lavoro presso una delle sedi del committente; le suddette prestazioni sono considerate, salvo che sia fornita prova contraria da parte del committente, rapporti di collaborazione coordinata e continuativa.

La riconduzione del rapporto di lavoro autonomo alla sfera della parasubordinazione, determina, tout court, l'integrale applicazione della disciplina sanzionatoria, di cui all'art. 69 del D.Lgs. n. 276/2003, secondo la quale i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa instaurati senza l'individuazione di uno specifico progetto, programma di lavoro o fase di esso, sono da considerarsi rapporti di lavoro subordinato, a tempo indeterminato, sin dalla data di costituzione del rapporto.

Tralasciando ogni commento sulla metodologia giuridica adottata, si evidenzia che, l'introduzione del suddetto criterio di presunzione relativa (iuris tantum), per il quale è certamente ammessa la prova contraria, si sostiene sulla pretestuosa considerazione che le persone titolari di partita IVA, nella maggioranza dei casi, siano, indirettamente, lavoratori subordinati (art. 2094 C.C.).

Considerato quanto sopra, affinché si possa distinguere quali soggetti soggiacciano alle regole proposte nell'art. 9, occorre considerare che l'idea del Governo sia quella di perseguire tutti quei soggetti, persone fisiche, che, solo formalmente, siano riconducibili alle prestazioni di lavoro autonomo tipiche del contratto d'opera (art. 2222 C.C.) e per le quali, non sia possibile identificare gli elementi caratterizzanti dell'imprenditore che, secondo il dettato dell'art. 2082 del Codice Civile, si identifica in colui che esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi.


Fonte: IPSOA

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Riserva sovrapprezzo azioni: funzione e limiti di distribuibilità.


Domanda
Il collegio sindacale non è d'accordo nel consentire all'organo amministrativo di proporre all'assemblea di una società per azioni di deliberare sulla distribuzione della riserva sovrapprezzo azioni. Il motivo del diniego viene giustificato dal fatto che la riserva legale risulta di importo inferiore al quinto del capitale sociale. E' corretto tale atteggiamento?

Risposta
Nella voce "riserva sovrapprezzo azioni" del patrimonio netto del bilancio di una società per azioni confluisce l'eccedenza del prezzo di emissione delle azioni rispetto al valore nominale delle stesse.

La funzione economica di tale riserva è quella di permettere il mantenimento del valore effettivo delle azioni possedute, in quanto la sua creazione e l'eventuale successivo incremento si realizza con apporti di soci, e non con utili, per cui deve essere fatta ricondurre nel novero delle riserve di capitale.

L'utilizzo della medesima è possibile:

- per la copertura delle perdite;

- per un aumento gratuito del capitale sociale;

e/o:

- per integrare altre riserve indisponibili.

Per espresso disposto dell'art. 2431 c.c., non può costituire oggetto di distribuzione ai soci fino a quando la riserva legale non ha effettivamente raggiunto un'entità pari almeno pari al 20% del capitale sociale.

Tale "condizione-divieto" di non distribuibilità si dovrebbe ritenere attenuato nella valutazione che il vincolo dovrebbe essere riferito solamente all'ammontare "mancante" della riserva legale per raggiungere la sua soglia minima indicata nell'art. 2430 c.c.

Un'esemplificazione numerica meglio potrebbe chiarire l'assunto.

Se si ipotizza che il patrimonio netto di una società per azioni è composto da:

- capitale sociale ammontante a euro 10.000.000,00;

- riserva legale di entità pari a euro 800.000,00;

- riserva per soprapprezzo azioni di importo pari a euro 2.500.000,00;

si perviene ad affermare che il vincolo non grava su tutto l'importo della riserva sovrapprezzo azioni, ma solamente su una quota parte della medesima (e cioè solo fino a concorrenza della parte "mancante" alla riserva legale per raggiungere la soglia richiesta del 20% del capitale sociale) risultante dal seguente conteggio (20% di euro 10.000.000,00 = euro 2.000.000,00 meno ammontare riserva legale euro 800.000,00 = euro 1.200.000,00 che individua la quota vincolata).


Fonte: IPSOA

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venerdì 25 maggio 2012

Geometri: pronti 14 nuovi codici per veicolare in rete i contributi.


I contributi diretti alla Cassa previdenziale dei geometri, già evidenziati in Unico in una sezione ad hoc del quadro RR, raggiungeranno in concreto la giusta destinazione grazie ai nuovi 14 codici tributo istituiti con la risoluzione 51/E del 24 maggio. Questi andranno riportati nel modello F24 Accise e identificheranno la natura di ogni singolo versamento.

Tutto è iniziato lo scorso anno, quando, con decreto interministriale del 3 febbraio, il Mef e il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali hanno previsto la determinazione nella dichiarazione dei redditi dell’ammontare dei contributi dovuti alla Cassa italiana di previdenza ed assistenza dei geometri liberi professionisti e la possibilità di effettuare i relativi versamenti con l’F24.

Dopo l’intervento normativo, è intervenuta l’Agenzia delle Entrate che, anche in seguito a un accordo siglato il 21 aprile 2011 con la Cipag, ha provveduto a creare lo spazio ad hoc in Unico (sezione tre, quadro RR), in modo da consentire agli iscritti di determinare direttamente in dichiarazione gli importi dovuti alla propria Cassa, e a dare il via alla possibilità di effettuare i relativi versamenti on line, mediante il modello di pagamento unificato. Inoltre, con risoluzione 58/2011, ha sfornato una prima serie di 29 codici dedicati

Con l’istituzione dei nuovi 14 codici tributo, linfa vitale dell’F24, il cerchio si chiude.

Nell’F24 vanno indicati nella sezione “Accise/Monopoli ed altri versamenti non ammessi in compensazione” tra gli “Importi a debito versati” e, nel campo “ente”, va riportata la lettera “G”.
Infine, il documento di prassi fornisce precisazioni sulla compilazione di alcuni campi presenti nel modello. In particolare, quelli denominati “prov” e “mese” non dovranno essere riempiti, mentre le modalità di compilazione di “codice identificativo” e “rateazione”, dovranno essere seguite anche in caso di indicazione di uno dei 29 codici istituiti lo scorso anno.


Fonte: Agenzia Entrate

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Pensione estera percepita da straniero residente in Italia.


Un soggetto di nazionalità inglese e residente in Italia deve dichiarare in Italia le due pensioni inglesi (una pubblica e una privata) che percepisce?

Il soggetto di nazionalità estera che risiede in Italia deve, ai sensi dell’articolo 2 del Tuir, pagare le imposte sui redditi ovunque prodotti in base al principio della tassazione mondiale del reddito. Tuttavia, relativamente alle pensioni, trovano applicazione le disposizioni contenute nelle convenzioni contro le doppie imposizioni. Le convenzioni bilaterali contro le doppie imposizioni ratificate dall’Italia, nell’indicare il trattamento fiscale da applicare alle singole categorie di reddito specificamente individuate, prendono in considerazione la tassazione dei redditi derivanti da attività di lavoro subordinato, distinguendo da questa categoria quella delle pensioni e, nell’ambito di quest’ultima differenziando, quanto alla potestà impositiva, le pensioni private e le pensioni di natura pubblica.
Per pensioni private si intendono quelle relative a un cessato impiego prestato, in genere, nel settore privato. Sono tassate, in via esclusiva, nello Stato di residenza del beneficiario; pertanto, lo Stato della fonte è tenuto a esentare tali redditi dalla tassazione.
Le pensioni pubbliche sono quei trattamenti ricevuti in relazione a un cessato servizio reso allo Stato, a una sua suddivisione politica o amministrativa o a un ente locale. Sono tassate generalmente, in via esclusiva, nello Stato nel cui interesse sono stati resi i servizi per i quali le pensioni stesse vengono corrisposte (Stato della fonte).
In base a quanto disposto negli articoli 18 e 19 della convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Regno Unito (ratificata con legge n. 329 del 5 novembre 1990), la pensione privata è tassata solo in Italia indipendentemente dalla nazionalità del percettore, mentre la pensione pubblica è assoggettata a tassazione solo in Italia se il contribuente residente ha la nazionalità italiana.
Pertanto, nel caso rappresentato, il soggetto, essendo di nazionalità inglese, può richiedere, in applicazione di quanto previsto nella convenzione, che la pensione pubblica percepita venga tassata solo nel Regno Unito.


Fonte: Agenzia Entrate

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IMU su abitazione principale. Numero rate, la traccia in F24.


Con l’entrata in vigore dell’articolo 4, comma 5 lettera i) del Decreto legge n. 16/2012  (introdotto in sede di conversione dalla legge 26 aprile 2012 n. 44) i contribuenti hanno la possibilità di versare l’acconto dell’IMU dovuta per l'abitazione principale e per le relative pertinenze in due rate (scadenza il 18 giugno 2012 e il 17 settembre 2012), mentre il versamento del saldo è previsto in unica soluzione (scadenza il 17 dicembre 2012).
Ai fini della corretta esecuzione dei versamenti relativi all’IMU si precisa, quindi, che è ora necessario indicare nella delega di pagamento F24 il numero di rate scelto dal contribuente per il pagamento di giugno (1 o 2 per l’acconto nel formato rispettivamente 0101 e 0102).
Le deleghe di pagamento già compilate senza l’indicazione della scelta all’interno del riquadro “rateazione/mese rif.” sono comunque considerate corrette e devono essere accettate dagli intermediari della riscossione (banche, Poste Italiane Spa e Agenti della riscossione).


Fonte: Agenzia Entrate

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Sblocco dei crediti delle imprese verso la Pubblica Amministrazione.

Il Presidente del Consiglio Monti ha firmato il 22 maggio quattro decreti per lo sblocco dei debiti della Pubblica Amministrazione verso le imprese: due sulla certificazione dei crediti scaduti nei confronti delle Amministrazioni centrali e di Regioni ed enti locali, uno sulle compensazioni a seguito di iscrizione a ruolo ma solo per le somme iscritte a ruolo entro il 30 aprile 2012 (con la possibilità di cancellare anche i debiti contributivi, assistenziali, previdenziali e assicurativi) ed uno sul Fondo centrale di garanzia, che prevede agevolazioni per le imprese creditrici della P.A.

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Ace: corrette le istruzioni a UNICO 2012.


L’Agenzia delle Entrate, con un provvedimento del 18 maggio, ha corretto le istruzioni al modello UNICO, anche nella parte relativa alla determinazione dell’Ace. In particolare, è stata assunta una posizione restrittiva sul calcolo del patrimonio netto, che rappresenta il limite massimo dell’incremento agevolabile. Il correttivo alle istruzioni del modello UNICO SC 2012, infatti, prevede che: “In considerazione del fatto che in taluni casi la determinazione del patrimonio netto risente del calcolo dell’imposta che è influenzata a sua volta dall’agevolazione ACE, si ritiene che, per esigenze di semplificazione, il contribuente debba includere nel patrimonio netto l’utile o la perdita dell’esercizio determinati ipotizzando un carico fiscale teorico che non tenga conto dell’effetto dell’agevolazione ACE.”


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Avvisi bonari: l’Agenzia resta nella sua posizione.


Dopo la clamorosa sentenza n. 7344/2012 della Cassazione, la quale affermava la possibilità di impugnare gli avvisi bonari (comunicazioni di irregolarità), l’Agenzia delle Entrate chiarisce la propria posizione con un comunicato stampa pubblicato ieri 23 maggio 2012. In particolare, l’Agenzia delle Entrate conferma la propria adesione all’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità, ribadito dalle sentenze della Cassazione n. 16293/2007 e n. 16428/2007, secondo cui è esclusa l’impugnabilità degli avvisi bonari, con i quali si invitano i contribuenti a fornire eventuali dati o elementi non considerati o valutati erroneamente in sede di liquidazione delle dichiarazioni. Gli Uffici, pertanto, continueranno a sostenere l’inammissibilità dei ricorsi eventualmente proposti contro gli avvisi bonari.



Fonte: Agenzia Entrate

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Imu e Irpef non dovute per i fabbricati rurali strumentali montani.


La Circolare del Dipartimento delle Finanze n. 3/DF del 18 maggio 2012 ha chiarito che i fabbricati per cui è prevista l’esenzione dall’Imu sono comunque soggetti alle imposte sui redditi ed alle relative addizionali. Lo stesso Dipartimento delle Finanze, in un question time di ieri 23 maggio alla Commissione Finanze della Camera, ha tuttavia precisato che tale principio non si applica ai fabbricati rurali ad uso strumentale ubicati nei Comuni montani e parzialmente montani di cui all’apposito elenco Istat. Per esse, infatti, oltre all’esenzione Imu, è prevista anche l’esenzione dall’Irpef e dalle relative addizionali in base alla disciplina Irpef.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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giovedì 24 maggio 2012

Quesito: IMU

sono un agente di polizia e sono proprietario di un appartamento acquistato con mutuo con agevolazione  prima casa senza la residenza nell appartamento visto che ho la residenza dove lavoro. Ho dato il mio appartamento in comodato d uso gratuito con contratto registrato . La mia domanda è la seguente: l imu va pagata come prima casa o seconda? Faccio presente che forze di polizia non hanno l obbligo di residenza .

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Vendita di quote dalla persona fisica alla società seguita da fusione.


Domanda
Una persona fisica è socio unico di due società che intende fondere. In luogo di procedere direttamente alla fusione, intende prima cedere le quote di una società all'altra, divenendone quindi creditore. Procederebbe successivamente alla fusione. Il valore delle quote è stato affrancato nel 2008. La vendita delle quote dalla persona fisica alla società, seguita da fusione, può configurare operazione elusiva?

Risposta
Innanzitutto, ai sensi dell’art. 37-bis del D.P.R. n. 600/1973, nel testo in vigore dal 1° gennaio 2008, sono inopponibili all'Amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro, qualora risultino privi di valide ragioni economiche, se sono diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall'ordinamento tributario e ad ottenere riduzioni di imposte o rimborsi, altrimenti indebiti.

L'Amministrazione finanziaria disconosce i vantaggi tributari conseguiti mediante gli atti, i fatti e i negozi predetti ed applica le imposte determinate in base alle disposizioni eluse, al netto delle imposte dovute per effetto del comportamento inopponibile all'Amministrazione.

Le disposizioni antielusive valgono in occasione dell’effettuazione di determinate operazioni, tra le quali rientrano le fusioni.

La vendita delle quote dalla persona fisica alla società, seguita dall’operazione di fusione, può certamente configurare un’operazione elusiva ex art. 37-bis del D.P.R. 600/1973, tenendo anche presente che il valore delle quote è stato affrancato.

Pertanto, appare senz’altro opportuno predisporre specifico interpello alla D.R.E. territorialmente competente per la risoluzione del problema (art. 37-bis, co. 8, del D.P.R. n. 600/1973).


Fonte: IPSOA

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Dimora abituale e residenza anagrafica ai fini IMU.


Ai fini dell’Imu per considerare l’immobile come abitazione principale è sufficiente che il possessore vi dimori abitualmente?

L’articolo 13, comma 2, del Dl n. 201/2011 definisce come “abitazione principale” l'immobile, iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare, nel quale il possessore ed il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. Perché il contribuente possa considerare un immobile come abitazione principale occorrono due fondamentali requisiti:
uno di carattere oggettivo: l’immobile deve, cioè, essere iscritto o iscrivibile nel catasto edilizio urbano come unica unità immobiliare;
l’altro di carattere soggettivo: l’immobile deve essere quello in cui il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. La norma richiede, pertanto, che il contribuente abbia nell’immobile non solo la dimora abituale, ma anche la residenza anagrafica.


Fonte: Agenzia Entrate

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Avvisi bonari: non sono impugnabili. Manca una pretesa tributaria definita.


Gli avvisi bonari non sono atti contro i quali è possibile ricorrere. L’Agenzia delle Entrate conferma la propria adesione all’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità, ribadito nel 2007 da due sentenze della Cassazione a Sezioni unite (nn. 16293 e 16428). Gli uffici, pertanto, continueranno a sostenere l’inammissibilità dei ricorsi eventualmente proposti contro gli avvisi bonari.

Il chiarimento arriva con un comunicato stampa, che fa seguito alla recente pronuncia n. 7344/2012 della Corte di cassazione, che ha espresso, invece, un diverso parere.
Tale sentenza, viene precisato, emessa peraltro in relazione a una controversia riguardante anche il ruolo e che solo incidentalmente si è occupata dell’impugnabilità degli avvisi bonari, di per sé non giustificherebbe un’eventuale modifica dell’orientamento fin qui costantemente tenuto dall’Agenzia.

Il contribuente - ricorda il comunicato - potrà comunque far valere le sue ragioni in sede di impugnazione del ruolo. Solo con la notifica della cartella di pagamento, infatti, la pretesa tributaria è definita e viene portata a conoscenza del contribuente.

Gli uffici delle Entrate, in linea con tale orientamento, si asterranno dal chiedere l’inammissibilità del ricorso contro il ruolo per mancata impugnazione dell’avviso bonario.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 23 maggio 2012

Quesito: Imu per casa di proprietà dei figli minori data in usufrutto al padre ivi residente e non separato e che non è titolare di alcun immobile.


 Chiedo il suo parere sul seguente caso che riguarda la mia famiglia.
Sono in regime di separazione dei beni con mio marito e sono proprietaria di un immobile al 100% acquistato prima del matrimonio.
Io e mio marito abbiamo acquistato, nello stesso comune del'immobile di mia proprietà, nel 2008 un piccolo appartamento intestandolo ai nostri due figli di 14 e 11 anni e riservando l'usufrutto dello stesso a mio marito che vi ha stabilito la residenza.
Tale scelta è stata a suo tempo dettata dai problemi di coppia che ci hanno portato ad una separazione di fatto non ufficializzata nel rispetto della sensibilità dei due minori. Ultimamente il nostro rapporto è tornato ad una sorta di "normalità" per cui mio marito è tornato a convivere con noi nella mia casa di proprietà.
Sulla casa dove mio marito ha la residenza ma non dimora più "abitualmente" deve pagare l'IMU come seconda casa per il 2012? Possono chiedere arretrati per gli anni precedenti? Come dovremmo dimostrare l'allora reale dimora di mio marito in quella casa? Ai fini IRPEF resta la possibilità di considerarla prima casa?

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Gestione separata: quando versare l'aliquota ridotta?


Domanda
Un soggetto già iscritto alla gestione separata in quanto amministratore di società ha finora sempre versato aliquota piena alla gestione separata. E' stato recentemente assunto da altra società per un'attività impiegatizia part time che prevede un orario di 3 ore a settimana da svolgersi nella giornata di sabato. Si chiede se ci siano i presupposti per applicare l'aliquota ridotta del 18% sui compensi di amministratore a far data dall'assunzione, rientrando nel caso di soggetto iscritto a diversa gestione pensionistica obbligatoria.

Risposta
In merito al quesito richiesto dal lettore, ricordiamo che la gestione separata rappresenta un contributo dovuto all'INPS, previsto dalla legge di riforma del sistema pensionistico. Il contributo ha lo scopo di finanziare un fondo obbligatorio che garantisce una pensione (invalidità, vecchiaia e superstiti) calcolata con il sistema contributivo in presenza di un minimo di 5 anni di versamenti.

Risultano interessati al versamento del contributo del 27,72% (nonché del 18%):

- coloro che hanno redditi derivanti da attività professionale ma che non sono iscritti ad una cassa;

- percipienti redditi derivanti da collaborazione coordinata e continuativa;

- amministratori, sindaci o revisori di società, associazioni ed altri enti, collaboratori di giornali riviste ed enciclopedie (sono esclusi i compensi corrisposti per diritto di autore);

- partecipanti a collegi e commissioni;

- soggetti che svolgono un'attività con contenuto artistico e non hanno un rapporto subordinato;

- venditori porta a porta di cui alla legge 173/2005 e D.Lgs.114/1998;

- spedizionieri doganali dall'1.1.1998 a seguito della soppressione del loro fondo di previdenza;

- ricercatori universitari che dal 1.1.1999 fruiscono di borse di studio.

La Finanziaria 2007, ha introdotto una notevole semplificazione riducendo a due le aliquote contributive per tutte le categorie di soggetti iscrivibili alla Gestione Separata e per qualunque livello di reddito, ovviamente fino a concorrenza del massimale vigente nell'anno; pertanto, ai fini pensionistici, è prevista oggi l'applicazione di:

- o un'aliquota piena, per tutti i soggetti privi di altra copertura previdenziale obbligatoria e non pensionati;

- o un'aliquota ridotta per tutti i soggetti già iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria o già titolari di pensione (diretta o indiretta).

Nel caso specifico sottoposto dal lettore, si conferma che il soggetto citato, che percepisce un compenso come amministratore, deve iscriversi alla gestione separata Inps dei parasubordinati, articolo 2, comma 26, della legge 335/1995; nel caso evidenziato inoltre sussistendo, un'attività da dipendente "contemporanea" (se pur di 3 ore part time per il solo sabato) che prevede "sempre e comunque" la copertura previdenziale obbligatoria all'ente pensionistico rimane quindi confermato l'obbligo per lo stesso soggetto di versare l'aliquota in misura ridotta, pari al 18 per cento.


Fonte: IPSOA

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Software di compilazione 730/2012: dal download fino al tuo computer.


Pronto il nuovo Software 730/2012, grazie al quale sarà possibile compilare la dichiarazione dei redditi, salvare una copia e controllare il prospetto con il calcolo delle imposte. Facile l’installazione del pacchetto informatico con l’aiuto di “Guido”, il pappagallino che assiste i contribuenti passo dopo passo.

Il modello compilato andrà, poi, stampato, firmato e consegnato a un Centro di assistenza fiscale o a un intermediario abilitato (commercialista, esperto contabile, consulente del lavoro, eccetera).

Oltre alla compilazione del 730 con i servizi on line sono consultabili anche le dichiarazioni degli anni passati, i dati catastali degli immobili, gli atti registrati. Per l’accesso è necessario richiedere il codice Pin.

L’aggiornamento del software è automatico: ogni volta che si accede al programma viene installata la versione più recente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Silenzio rifiuto al rimborso: da provare la sua illegittimità.


La Corte di cassazione ha stabilito, con ordinanza del 20 aprile 2012, n. 6246, che spetta al contribuente che impugna il silenzio rifiuto formatosi su un’istanza di rimborso dimostrare l’illegittimità del diniego; l’Amministrazione finanziaria, da parte sua, non è vincolata a una specifica motivazione di rigetto.

Il fatto
Sul silenzio rifiuto opposto dall’ufficio – per mancanza dei requisiti previsti – a istanza di rimborso Irpef liquidata sulla somma ricevuta a  titolo di incentivo all’esodo, ai sensi dell’articolo 17, comma 4-bis, del Dpr n. 917/1986, vigente ratione temporis, il contribuente adiva la Commissione tributaria provinciale che accoglieva  il  ricorso.
La Commissione regionale confermava il primo giudicato, ritenendo che le questioni afferenti la data di cessazione dal lavoro, il compimento del requisito dell’età anagrafica del contribuente e la data di effettiva erogazione del trattamento, costituissero nuova eccezione (perché non fatta oggetto di rilievo in primo  grado da  parte dell’Amministrazione finanziaria) e non potessero, quindi, essere proposte in appello.
L’ente soccombente propone ulteriore impugnazione in sede di legittimità per avere, la Commissione del riesame, erroneamente interpretato l’articolo 57, comma 2, del Dlgs 546/1992, ritenendo che la questione afferente l’età anagrafica del contribuente al momento della cessazione del rapporto  di  lavoro concernesse un’”eccezione in senso stretto”, perciò rientrante nel divieto bus novo rum, anziché una “mera difesa” rilevabile in qualunque fase del processo.

La decisione
Il ricorso viene accolto dalla Cassazione, la quale chiarisce innanzitutto che ai fini del decidere è ininfluente la circostanza sollevata dalla difesa avversa a proposito del riferimento cronologico per l’applicazione dell’aliquota prevista dall’articolo 17, comma 4-bis, del Tuir, atteso che nel contesto di cui trattasi non è in considerazione il momento della tassazione bensì la sussistenza dei requisiti di fatto previsti dalla disposizione come presupposti per l’applicazione del beneficio dell’incentivazione dell’esodo (cfr Cassazione, 26395/2005). Infatti, il comma 4-bis richiedeva il superamento dei 50 anni d’età per le donne e dei 55 per gli uomini. In tal caso l’imposta si applicava con l’aliquota pari alla metà di quella dovuta per la tassazione del trattamento di fine rapporto.

La Suprema corte ha poi stabilito che spetta al contribuente che impugna il silenzio rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso dimostrare l’illegittimità del rifiuto, mentre l’Amministrazione finanziaria, da parte sua, può difendersi a tutto campo non essendo vincolata a una specifica motivazione di rigetto.
Infatti, costituisce principio consolidato (Cassazione, sentenze 7789/2006 e 3338/2011), quello secondo cui la disposizione dettata dall’articolo 57, comma 2, del Dlgs n. 546/1992, non limita affatto la possibilità dell’Agenzia di difendersi in giudizio e di impugnare la sentenza che lo conclude, ma riguarda le eccezioni in senso tecnico – ossia lo strumento processuale con cui il contribuente (convenuto in senso sostanziale) fa valere un fatto giuridico avente efficacia modificativa o estintiva della pretesa fiscale –, le quali non sono proponibili per la prima volta in appello (Cassazione, sentenze n. 11265/2003 e n. 4335/2002), a meno che non siano rilevabili anche d’ufficio (Cassazione 10112/2002 e 8352/2002).
Per converso, la possibilità dell’Amministrazione di difendersi dalle contestazioni già dedotte in giudizio non rientra nel suddetto divieto, perché le difese, le argomentazioni e le prospettazioni dirette a contestare la fondatezza di un’eccezione non costituiscono a loro volta eccezioni in senso tecnico (Cassazione, sentenza 5895/2002).
Ciò in quanto il giudizio tributario è caratterizzato da un meccanismo di instaurazione di tipo impugnatorio, circoscritto alla verifica della legittimità della pretesa, effettivamente avanzata con l’atto impugnato, alla luce dei presupposti di fatto e di diritto in esso indicati.

Il ricorso introduttivo del giudizio, così, fissa e cristallizza le contestazioni del contribuente sin dalla nascita del rapporto processuale tributario; in tal modo, le domande e le eccezioni proposte dalle parti vengono rigidamente delimitate (Cassazione, sentenze 9754/2003, 8182/2007, 17119/2007 e 27209/2009). Dalla natura impugnatoria del sistema processuale tributario discende quindi, quale diretto corollario, il divieto di proporre eccezioni “nuove” che si risolvano in un mutamento, in fase d’appello, dell’originaria impostazione del ricorso (Cassazione, sentenze 7789/2006 e 22010/2006).

Di conseguenza, eventuali “falle” del ricorso introduttivo – come le chiama il giudice di legittimità – possono essere eccepite in appello dall’Amministrazione  finanziaria a prescindere dalla preclusione contenuta nell’articolo 57 del Dlgs n. 546/1992, in quanto, comunque, attengono all’originario thema  decidendum (sussistenza o insussistenza dei presupposti che legittimano il rifiuto del rimborso), con il solo limite del giudicato (Cassazione n. 11682/2007).


Fonte: Agenzia Entrate

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Imu a carico del coniuge titolare del diritto di abitazione dell’immobile.


Il coniuge (assegnatario o superstite) che non è proprietario della casa in cui abita deve pagare l’Imu?

È soggetto all’Imu il titolare del diritto di usufrutto, uso o abitazione dell’abitazione. Pertanto, anche se non è proprietario, dovrà versare l’Imu il coniuge che ha il diritto di abitazione dell’immobile che sia assegnatario della casa coniugale a seguito di separazione annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio e il coniuge superstite, con diritto di abitazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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La dichiarazione integrativa non “risana” tutti gli errori.


L’emendabilità delle dichiarazioni dei redditi, disciplinata dall’art. 2, comma 8-bis, del DPR n. 322 del 1998, è ammessa per correggere errori concernenti la corretta individuazione delle poste reddituali, ovvero formali o di calcolo. Fatti salvi i limiti temporali derivanti dall’esaurimento del rapporto determinato dal trascorrere del tempo, ovvero dalle decadenze poste dalla legge. Detta procedura non è altresì utilizzabile per revocare le scelte discrezionali effettuate dai contribuenti attraverso la dichiarazione originaria. Esula da tale disciplina, pertanto, la correzione della dichiarazione per quanto concerne le manifestazioni di volontà attinenti determinate opzioni effettuate dal contribuente nella redazione della dichiarazione da emendare. Ad esempio, l’esercizio dell’opzione ex art. 102 TUIR esercitabile attraverso la dichiarazione (in vigore fino al 31 dicembre 2003), concernente l’utilizzo delle perdite dell’esercizio in diminuzione del reddito d’impresa degli esercizi successivi, non può essere successivamente revocata con lo strumento della dichiarazione integrativa.

Sentenza n. 7294 dell’11 maggio 2012 (udienza 17 novembre 2011)
Cassazione Civile, Sez. V – Pres. Adamo Mario - Est. Olivieri Stefano
Dichiarazione dei redditi – Emendabilità – Revoca di scelte discrezionali in dichiarazione – Non è emendabile

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martedì 22 maggio 2012

Lo scambio di condizioni generali (battle of forms).


Domanda
Nei rapporti tra due grandi aziende, una italiana e una francese, il compratore invia gli ordini con le proprie condizioni generali di contratto, che allega. Il compratore invia l'accettazione, subordinandola all'accettazione delle proprie condizioni generali di acquisto, che pure invia. In caso di reclamo, chi avrebbe diritto di veder applicate le proprie condizioni generali?

Risposta
Le condizioni generali in base al diritto italiano, valgono a condizione che la parte che le ha predisposte le abbia rese conoscibili all'altra parte prima della conclusione del contratto (cioè dell'accettazione). Ciò non sarà comunque sufficiente per sanare eventuali clausole vessatorie che vi siano contenute, e in particolare, nei contratti internazionali, le clausole di deroga del foro.

A sua volta, la Convenzione di Vienna del 1980 sulla vendita internazionale prevede che in caso l'accettazione contenga modifiche essa si considera una controproposta e necessita di una nuova accettazione. Ne sono escluse solo le modifiche di scarsa rilevanza, che non possono riguardare gli elementi fondamentali del contratto quali il prezzo, le condizioni e i termini di consegna, le quantità e la qualità. Purtroppo la disposizione della Convenzione lascia una zona di grigio non identificando le questioni di scarsa rilevanza.

Infine, l'esecuzione del contratto senza un'accettazione esplicita comporta che essa possa interpretarsi come un'accettazione per fatti concludenti, per cui si può supporre che le condizioni del compratore siano state accettate desumendolo dalla sua attività incompatibile con il rifiuto.

Non sempre tuttavia questa interpretazione è condivisa dalla giurisprudenza, per cui sarebbe sempre buona norma che le parti precisino quale delle condizioni generali si applichi ed, eventualmente, con quali modifiche.


Fonte: IPSOA

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Con la liquidazione automatica, non è automatico l’avviso bonario.


L’obbligo di comunicazione di cui all’art. 54-bis del DPR n. 633 del 1972 sussiste per il caso in cui emerga un risultato diverso rispetto al dichiarato, ovvero un’imposta o una maggiore imposta. Tale comunicazione è differente e, per certi aspetti, più ristretta rispetto a quella del sopravvenuto art. 6, comma 5, della legge n. 212 del 2000 (Statuto dei diritti del contribuente) la cui previsione di obbligo di contraddittorio preventivo, per il caso di iscrizioni a ruolo derivanti da liquidazione di tributi risultanti da dichiarazioni, è soggetta ad una condizione (sussistenza di “incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione”) che non è prevista dall’art. 54-bis del DPR n. 633 del 1972.

Sentenza n. 7329 dell’11 maggio 2012 (udienza 7 febbraio 2012)
Cassazione Civile, Sez. V – Pres. D’Alonzo Michele - Est. Virgilio Biagio
Iva – Liquidazione della dichiarazione – Risultato diverso da quanto dichiarato – Imposta o maggiore imposta dovuta – Obbligo di comunicazione

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Imu a carico del coniuge titolare del diritto di abitazione dell’immobile.


Il coniuge (assegnatario o superstite) che non è proprietario della casa in cui abita deve pagare l’Imu?

È soggetto all’Imu il titolare del diritto di usufrutto, uso o abitazione dell’abitazione. Pertanto, anche se non è proprietario, dovrà versare l’Imu il coniuge che ha il diritto di abitazione dell’immobile che sia assegnatario della casa coniugale a seguito di separazione annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio e il coniuge superstite, con diritto di abitazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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La dichiarazione di inizio attività si adegua al “regime di vantaggio”.


Approvato, con provvedimento direttoriale, il modello "AA9/11", e le relative istruzioni e specifiche tecniche, per la dichiarazione di inizio o cessazione attività e variazione dati ai fini Iva, delle persone fisiche. La nuova versione, è utilizzabile a partire da domani 22 maggio.
Il modello AA9/11, si rinnova nella struttura e nel contenuto, a seguito del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria e lavoratori in mobilità, introdotto dall’articolo 27, commi 1 e 2 Dl 98/2011.

Approvate, inoltre, le sole istruzioni di “AA7/10”, dedicato a società, enti, associazioni, eccetera, e alla richiesta di attribuzione del codice fiscale. Il modello (AA7/10) e le specifiche tecniche per la trasmissione telematica, invece, rimangono quelli previsti dal provvedimento direttoriale del 29 dicembre 2009.

I modelli approvati sono disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate e del Mef o su altri siti internet a condizione che abbiano le caratteristiche tecniche definite dal provvedimento stesso.


Fonte: Agenzia Entrate

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Imposta municipale immobili. La sintesi sulle abitazioni.


A meno di un mese dalla scadenza della prima rata Imu, è arrivata la circolare n. 3/DF del dipartimento delle Finanze (accompagnata da una esaustiva serie di slide) a illustrare, punto per punto, le regole del tributo. Diamo un’occhiata a quelle applicabili ai fabbricati e, in particolare, alle abitazioni, il cui “conto” cambia a seconda che possano essere considerate “principali” o meno.

Chi paga l’Imu
Il proprietario dell’immobile, il titolare del diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sullo stesso, il locatario (per gli immobili concessi in locazione finanziaria), oppure l’ex coniuge affidatario della casa coniugale.

Quanto si paga
Per i fabbricati abitativi (categoria catastale A, esclusi gli A10) e per gli immobili C/2 (ad esempio cantine e soffitte), C/6 (come i box auto) e C/7 (tettoie), la base imponibile è calcolata moltiplicando la rendita catastale per 168. Questo è l’importo a cui applicare l’aliquota del tributo. Aliquota decisa dal Comune in cui è sito l’immobile, pur con i vincoli fissati dalla legge. Nello specifico,
per l’abitazione principale e le sue pertinenze (una per categoria catastale – C/2, C/6 e C/7), l’aliquota base è dello 0,4%, con facoltà per i Comuni di aumentarla o diminuirla dello 0,2% (può, perciò, andare dallo 0,2% allo 0,6%)
per gli altri immobili, l’aliquota “di legge” è dello 0,76%. I Comuni possono abbassarla fino allo 0,46% oppure incrementarla fino all’1,06 per cento.

Per l’abitazione principale è poi prevista una detrazione base di 200 euro (che i Comuni possono elevare, fino ad azzerare l’imposta – in questo caso, però, non è possibile ritoccare verso l’alto l’aliquota dello 0,76%), incrementata di 50 euro per ogni figlio di età non superiore a 26 anni, che risieda anagraficamente e dimori abitualmente nell’abitazione principale. Questa maggiorazione alla detrazione base, che non può superare i 400 euro, spetta a prescindere che il figlio sia fiscalmente a carico del genitore o meno.

Gli importi così determinati, della detrazione base e della maggiorazione per figli conviventi, sono quelli annuali. Debbono, quindi, essere rapportati ai mesi di fruibilità, tenendo presente che va considerato per intero il mese nel corso del quale i requisiti sono verificati per almeno 15 giorni. Esempio: il figlio che nasce il 14 aprile, dà diritto a una detrazione pari ai 9/12 di 50 euro. Nove sono, infatti, i mesi che intercorrono fra aprile (che va conteggiato, dal momento che la “presenza” del figlio nel mese si è protratta per 16 giorni) e dicembre.

L’abitazione principale e le sue pertinenze
L’abitazione principale è quella (iscritta o iscrivibile in Catasto) nella quale il possessore e il suo nucleo familiare dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente. E’ unica, perché la norma è chiara nell’affermare che, se i componenti del nucleo familiare abbiano residenza anagrafica e dimora abituale in immobili differenti dello stesso Comune, la tassazione agevolata si applica comunque a un solo immobile. La limitazione appena descritta non scatta nel caso in cui gli immobili adibiti ad abitazione principale siano situati in Comuni diversi.

Riguardo alle pertinenze, ribadito che si considerano tali quelle accatastate come C/2, C/6 e C/7, la circolare si è soffermata sul concetto di “una per categoria” e, soprattutto, sul “massimo di tre”. La limitazione, spiega infatti il documento di prassi, opera anche quando l’abitazione e la pertinenza (o le pertinenze) siano iscritte come un’unica unità. Perciò, se, ad esempio, la soffitta e la cantina, entrambe classificabili in C/2, sono accatastate unitamente all’abitazione principale, il contribuente può usufruire delle agevolazioni per l’abitazione principale solo per un’altra pertinenza, classificata come C/6 o C/7.

Va evidenziato, infine, che per la suddivisione (fra eventuali più aventi diritto) delle detrazioni associate all’abitazione principale, non contano le quote di possesso dell’immobile. Così, ad esempio, 2 persone che hanno un immobile in comproprietà, di cui uno possiede il 30% e l’altro il 70%, dove entrambi dimorano abitualmente e risiedono anagraficamente, hanno diritto a 100 euro di detrazione ciascuno (200 euro – la detrazione complessiva – divisa per 2); indipendentemente, perciò, dalle quote di possesso.

Quando e come pagare
Ordinariamente, il versamento dell’Imu è previsto in 2 rate di pari importo (16 giugno e 16 dicembre), con facoltà per il contribuente di pagare tutto alla prima scadenza. Per il 2012 è, tuttavia, previsto un calendario leggermente diverso, dettato dalla circostanza che:
entro il 30 settembre 2012, i Comuni possono approvare o modificare il regolamento del tributo e le delibere relative ad aliquote e detrazioni
entro il 10 dicembre 2012, le aliquote potrebbero essere modificate con Dpcm, per assicurare il gettito originariamente previsto.

Così, per quest’anno,
non c’è la possibilità di pagare tutto entro il 18 giugno (il 16 è sabato)
le prime rate vanno calcolate sulla base delle aliquote di legge (0,4% o 0,76%), con conguaglio entro il 17 dicembre (il 16 è domenica).

Ricapitoliamo.

Per le abitazioni “non principali”, il pagamento 2012 andrà effettuato in 2 rate; la prima da versare entro il 18 giugno, pari al 50% dell’importo calcolato applicando l’aliquota dello 0,76%; la seconda, entro il 17 dicembre, pari alla differenza fra l’importo ad aliquota effettiva e quanto già versato in acconto. Occorre, poi, considerare che (e questo vale per tutti gli immobili, abitazione principale esclusa) la somma va suddivisa fra parte che va al Comune e parte che va allo Stato. Quest’ultima è pari alla metà dell’importo figlio dell’aliquota base dello 0,76 per cento.

Per l’abitazione principale e le pertinenze, invece, il contribuente può suddividere, per il 2012, il pagamento in 2 o 3 rate. In questo secondo caso, la prima e la seconda tranche (ciascuna pari a un terzo dell’imposta calcolata applicando l’aliquota dello 0,4%, la detrazione base e l’eventuale maggiorazione per figli conviventi) vanno versate, rispettivamente, entro il 18 giugno e il 17 settembre; la terza rata andrà pagata entro il 17 dicembre, a saldo dell’imposta complessivamente dovuta per l’intero anno con conguaglio sulle precedenti. Il meccanismo, in sostanza, è lo stesso di quello visto a proposito dell’abitazione “non principale” (prime rate con aliquota di legge – in questo caso lo 0,4% - saldo con quella definitiva). Con la semplificazione che, come anticipato, non bisogna distinguere fra quota che va allo Stato e quota di spettanza del Comune (per l’abitazione principale, tutto il gettito va al Comune).

Per finire il come pagare. Il versamento va, al momento, effettuato con F24 (con possibilità di utilizzare subito in compensazione i crediti Irpef risultanti dal 730/2012). Dal prossimo 1° dicembre, sarà poi disponibile un apposito bollettino postale, che dovrà essere approvato con decreto del Mef.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 21 maggio 2012

Quesito: donazione, demolizione e ricostruzione con ampliamento.

mia madre è proprietaria di un vecchio immobile di 4 vani accatastato con relativo terreno di pertinenza (r.c. 1.050.000 lire). Sua intenzione è di demolire e ricostruire un palazzo con tre appartamenti di diversa metratura da donare ai due figli, tenendosi l'usufrutto del terzo. Per i due figli gli appartamenti sarebbero prima casa, mentre mia madre è proprietaria di altri immobili. Il costo totale per la ricostruzione sarebbe di circa 450.000 euro più IVA. Mi potrebbe dire qual'è il momento migliore per effettuare la donazione al fine di risparmiare su imposte e spese notarili?

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Quesito: calcolare ivie in francia.

come fare a calcolare il valore catastale a partire da quello locativo. Il problema è che in Francia, come in altri paesi, per il calcolo dell'imposta patrimoniale non viene utilizzato il valore catastale, ma la rendita catastale. Al fisco francese interessa soltanto che un immobile in un anno possa rendere, che so, 10 mila Euro, e su questa (in realtà sulla metà) viene calcolata l'imposta patrimoniale, non che l'immobile valga patrimonialemente 100 mila Euro. Io non ho personalmente interpellato il fisco francese, ma ho letto di diverse altre persone che l'hanno fatto, e finora non ho trovato nessuno a cui il fisco francese abbia spiegato un modo per passare dal valore locativo (rendita) a quello patrimoniale. Immagino ci sarà una qualche formula da qualche parte, e che i francesi assumano che la rendita di un investimento immobiliare sia pari ad un tot, il 5%, il 4%, il 6%, non so, e a partire da quello si possa convertire un valore locativo in un valore patrimoniale, ma fino ad ora non ho visto nessuno che sia riuscito a trovarlo. Avete qualche esperto di legislazione francese che possa trovare questo fattore di conversione?

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Quesito: nulla da pagare per l'IMU.


volevo porre una domanda penso frequente in questo periodo.Sulla
base della mia rendita catastale  e del calcolo IMU dovrei pagare 272,84 €,
essendo prima casa detraggo 200 € e 50 € a figlio, considerato che ho due figli
di 16 e 13 anni 100, 00 €, in totale la detrazione è 300,00 €, per cui non devo
pagare niente. La domanda è se non devo pagare niente c'è qualcosa che devo
fare?

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Fabbricati rurali: acconti e versamenti IMU.


Domanda
I fabbricati rurali strumentali (iscritti al catasto terreni) versano l'IMU in una unica soluzione entro il 16/12. Gli abitativi rurali (sempre iscritti al catasto terreni) devono pagare l'acconto con rendita presunta? Si può versare tutto a saldo?

Risposta
Al comma 8 dell’art 13 del Dl 201/11 è disposto che, per l’anno 2012, i fabbricati rurali di cui al comma 14 ter versano l’imposta complessivamente dovuta in un’unica soluzione entro il 16 dicembre. I fabbricati di cui al comma 14 ter sono i fabbricati rurali attualmente iscritti al catasto terreni (che dovranno essere dichiarati al catasto edilizio urbano entro il   entro il 30 novembre 2012), la disposizione interessa quindi i fabbricati rurali sia abitativi che strumentali. Ne consegue che entrambe le suddette tipologie di fabbricato (non accatastati alla data di entra in vigore della disciplina IMU) versano l’acconto in una unica soluzione entro il 16 dicembre.


Fonte: IPSOA

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Registrazione di atti formati all’estero enunciati in Italia.


Un atto che è stato posto in essere all’estero se viene enunciato in Italia è soggetto a registrazione?

L’articolo 11 della Tariffa, parte II, allegata al Dpr 131/1986 (Testo unico sull’imposta di registro) prevede che gli atti formati all’estero sono soggetti a registrazione solamente al verificarsi del caso d’uso.
Si ha caso d’uso quando un atto si deposita, per essere acquisito agli atti, presso le cancellerie giudiziarie nell’esplicazione di attività amministrative o presso le amministrazioni dello Stato o degli enti pubblici territoriali e i rispettivi organi di controllo, salvo che il deposito avvenga ai fini dell’adempimento di un’obbligazione delle suddette amministrazioni, enti o organi ovvero sia obbligatorio per legge o regolamento.
L’enunciazione in Italia richiede che l’atto sia registrato a norma di quanto disposto dall’articolo 22 del citato Dpr 131/1986.
Tale disposizione dispone, infatti, che “se in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere fra le stesse parti intervenute nell’atto che contiene l’enunciazione, l’imposta si applica anche alle disposizioni enunciate”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Quando l'azienda si estingue è il socio a "rispondere".


Con sentenza 7679 del 16 maggio, la Corte di cassazione chiarisce quali sono gli effetti processuali che si verificano in caso di estinzione della società contribuente nel corso del giudizio.
In particolare, viene affermato che il ricorso per Cassazione è inammissibile se notificato nei confronti della società estinta e che il contenzioso può essere proseguito soltanto nei confronti del socio che abbia riscosso le somme ad esso spettanti sulla base del bilancio finale di liquidazione.

La pronuncia della Corte
Con la sentenza in commento, la Cassazione, prima di esaminare la questione sottoposta alla sua attenzione, richiama la normativa e la giurisprudenza di legittimità esistente in ordine agli effetti della cancellazione della società dal registro delle imprese e in relazione al soggetto nei cui confronti possono rivalersi i creditori sociali a seguito di cancellazione della società avvenuta prima dell’accertamento tributario.
Con riferimento alla prima questione, i giudici di legittimità richiamano le storiche pronunce delle sezioni unite della Corte di cassazione 4060/2010, 4061/2010 e 4062/2010, con le quali veniva chiarito che, a seguito della modifica dell’articolo 2495 del codice civile, disposta dall’articolo 4 del Dlgs 6/2003, la cancellazione delle società dal registro delle imprese determina l’estinzione della stessa, anche in presenza di crediti rimasti insoddisfatti e di rapporti giuridici non ancora definiti.

Sul piano temporale, inoltre, veniva precisato che “l’iscrizione della cancellazione della società di capitali nel Registro delle Imprese, determina, dal 1° gennaio 2004, data d’entrata in vigore della modifica normativa apportata all’art. 2495 c.c., l'estinzione della società”, mentre sul piano processuale veniva sottolineato che una società estinta, non risultando più esistente sul piano giuridico, diviene priva della capacità di stare e di resistere in giudizio e, conseguentemente, della legittimazione a proporre ricorso per Cassazione.

Con riferimento alla seconda questione, la Cassazione ricorda che, in caso di estinzione della società, i creditori sociali possono rivalersi nei confronti dei soci fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, nonché nei confronti dei liquidatori se il mancato pagamento è dipeso da colpa degli stessi.
L’articolo 2495, secondo comma, del codice civile prevede, infatti, che “Ferma restando l'estinzione della società, dopo la cancellazione i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione, e nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è dipeso da colpa di questi…”.
La Cassazione, peraltro, con la sentenza in commento, precisa che “l’effetto estintivo… determina l’insorgenza, da un lato, di una conseguente comunione fra i soci in ordine ai beni residuati dalla liquidazione (essendo legittima la cancellazione anche se il residuo attivo non è stato ancora ripartito), o sopravvenuti alla cancellazione; e, dall’altro, di una successione dei soci medesimi ai fini dell'esercizio, ‘nei limiti e alle condizioni stabilite’, delle azioni dei creditori insoddisfatti (v. Cass. n. 22863/2011)”.

Una volta precisato il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento, i giudici di legittimità, con la sentenza 7679/2012, applicano i principi giuridici poc’anzi esposti per risolvere la questione circa l’individuazione del soggetto nei cui confronti i creditori sociali possono agire in giudizio o, comunque, coltivare un giudizio già instaurato in caso di estinzione della società avvenuta nel corso del giudizio.
Più precisamente, viene chiarito che, in caso di estinzione della società parte in un giudizio, subentra nella posizione processuale, precedentemente ricoperta dalla società, il socio cha abbia riscosso la quota ad esso spettante sulla base del bilancio finale di liquidazione.
In proposito, si evidenzia che, in senso contrario, la Cassazione si era espressa con sentenza 16758/2010, rilevando che è “assai dubbio che l’azione, ora esercitata solo da alcuni degli ex soci, corrisponda ad una posizione giuridica loro trasmessa dalla società estinta: perché, se è indiscutibile che la società medesima sarebbe stata legittimata all'esercizio di una simile azione, sta di fatto che non la ha esercitata e che, con la decisione di porsi in liquidazione e cancellarsi dal registro…, ha evidentemente scelto di non farlo”.

Con la sentenza in commento, la Cassazione ribadisce, invero, il concetto per cui il giudizio che vede coinvolta l’Agenzia delle Entrate nei confronti di una società estinta può proseguire nei confronti dei soci solo se e nella misura in cui questi ultimi abbiamo riscosso la quota ad essi spettante a seguito dell’approvazione del bilancio finale di liquidazione.

Ciò in quanto tale riscossione “non costituisce soltanto il limite di responsabilità del socio quanto al debito sociale (in prosecuzione ideale della responsabilità per le obbligazioni sociali assunta al momento della costituzione della società), ma anche la condizione per la di lui successione nel processo già instaurato contro la società”. Spetta tuttavia all’Agenzia delle Entrate l’onere della prova dell’avvenuta riscossione della quota.

Conclusioni
La Cassazione considera inammissibili i ricorsi per Cassazione che, in caso di cancellazione della società dal registro delle imprese nel corso del giudizio, vengano proposti nei confronti:
della società ormai estinta. Ciò in quanto la cancellazione della società va equiparata alla morte della parte persona fisica “che comporta l’invalidità dell’instaurazione nei suoi confronti del giudizio di impugnazione indipendentemente… dallo stato soggettivo dell’impugnante…”; non rileva, peraltro, che “l’estinzione sia avvenuta… dopo… la sentenza di primo grado, e che la stessa non sia stata rilevata nel giudizio d’appello”
del socio liquidatore essendo quest’ultimo soggetto “gravato da responsabilità civile concorrente, subordinata, ai sensi dell’art. 2495, comma 2, al fatto che il mancato pagamento del debito sociale sia dipeso da colpa (o a fortiori da dolo)” (sull’inammissibilità del ricorso per Cassazione proposto avverso il liquidatore di una società estinta, vedi anche Cassazione 21195/2010 e 29242/2008; sulla responsabilità del 7327/2012)
del socio che non abbia riscosso la quota ad esso spettante in base al bilancio finale di liquidazione ovvero nei confronti del quale il creditore sociale non dimostri l’avvenuta riscossione della quota.

Il ricorso per cassazione è, invece, valido qualora, in caso di cancellazione della società dal registro delle imprese nel corso del giudizio, venga proposto nei confronti del solo successore universale della stessa, vale a dire nei confronti del socio che abbia riscosso la quota ad esso spettante sulla base del bilancio finale di liquidazione. L’onere della prova dell’avvenuta riscossione ricade sull’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

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Software on line per Unico PF e Irap 2012.

Sono disponibili gratuitamente sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate i software per la compilazione di Unico PF e Irap 2012. Per l’utilizzo dei pacchetti informatici è necessario aver installato nel proprio pc la versione 1.6 di Java Virtual Machine, e poter leggere e stampare i file in formato pdf. Sono compatibili i sistemi operativi Windows 7, Vista e Windows XP, Linux e Mac OS X 10.5 e superiori. Per poter completare la compilazione dei modelli è necessario anver precedentemente istallato FileInternet, per gli iscritti a Fisconline, o Entratel per gli utenti Entratel.

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Detrazione 36%: comunicazione necessaria per i lavori anteriori al 2011.


Per la detrazione 36% sui lavori di ristrutturazione iniziati prima del 2011 non vale la possibilità di regolarizzazione delle omesse comunicazioni formali introdotta dalla legge 44/2012 (di conversione del Decreto 16/2012 sulle semplificazioni fiscali). Quindi niente sgravi fiscali per chi aveva dimenticato la comunicazione preventiva. Il chiarimento in una risposta al question time della Camera di ieri il sottosegretario all’economia Vieri Ceriani che ha anche specificato come la legge 206/2011 di abolizione dell’obbligo di comunicazione preventiva di inizio lavori si applica a partire dal 13 maggio 2011. In arrivo una circolare per  chiarire il regime di regolarizzazione dei i lavori iniziati tra il 1 gennaio e il 13 maggio 2011.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Minusvalenze deducibili anche senza la comunicazione alle Entrate.


Le minusvalenze no-Pex sono deducibili anche senza la comunicazione all’Agenzia delle Entrate. Con il decreto semplificazioni fiscali (art. 11 del D.l. 16/2012), infatti, è stata eliminata la norma che prevedeva l’indeducibilità delle minusvalenze per l’omessa comunicazione. D’ora in avanti, in presenza dei requisiti di legge, la deducibilità delle minusvalenze resta, e verrà applicata la sanzione pari al 10% delle minusvalenze, con un minimo di 500 € ed un massimo di 50.000 €. Per il principio del favor rei la norma si applica anche alle violazioni commesse in passato, anche se già contestate, purché il contenzioso non sia esaurito. Sarà inoltre possibile utilizzare il ravvedimento operoso, inviando la comunicazione entro il 30 settembre dell’anno successivo a quello di scadenza, versando la relativa sanzione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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venerdì 18 maggio 2012

Quesito: detrazione tfr accantonato in fondo pensione aperto.


sto accantonando il tfr in un fondo pensione aperto. Vorrei
sapere se è possibile detrarlo dal 730. Tengo a precisare che sul fondo
viene versato dal mio datore di lavoro il solo tfr che mi spetta senza
aggiunta di integrazioni ne da parte mia ne da parte dello stesso
datore di lavoro.

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Quesito: dichiarazione 2012 in Italia di redditi prodotto all'estero anno 2011.


Vi scrivo per chiederVi la seguente informazione riguardante la dichiarazione dei redditi da effettuare per l'anno 2011 e poi seguenti.

Le descrivo brevemente la mia situazione:

- Lavoro da Agosto 2011 a Parigi presso azienda francese, pago affitto appartamento a Parigi e bollette lavoro qui tutto l'anno, vado in vacanza in Italia dalla mia famiglia.
- Non sono iscritto all'AIRE.
- Ho conto corrente italiano e conto deposito con investimenti (no azioni)
- Ho ancora la residenza in Italia.
- Ho conti correnti francesi dove ricevo lo stipendio e deposito soldi che maturano interessi (già tassati in Francia, Livret A)
- Ho tramite l'azienda conto PEE francese di risparmio in cui metto parte dei guadagni.

Da Gennaio 2011 a Luglio 2011 ho lavorato in Germania. Ho fatto dichiarazione in Germania con annesso (Progressionvorberhalt) della restante guadagno 2011 francese.

Nei prossimi giorni farò la dichiarazione in Francia per l'anno 2011 (del solo stipendio francese preso da Agosto a Dicembre 2011) anche se essendo pochi i mesi di lavoro non dovrò pagare niente. Ma questo mi permette poi per gli anni successivi di farla online più velocemente.

In Italia per l'anno 2011 non ho ancora fatto nulla.
1.Devo presentare le dichiarazioni dei redditti in Italia del reddito tedesco (Gennaio-Luglio) e francese (Agosto-Dicembre)?
2.Devo specificare il denaro che ho depositato nel 2011 all'estero?Preciso che nel 2011 ho avuto meno di 10000euro.
3.Nel 2012 e seguenti farò tutto l'anno in Francia...e dichiarerò le tasse in Francia... devo fare qualcosa in Italia?
4.Devo iscrivermi all'AIRE? Se lo faccio posso continuare ad avere conto bancario in Italia?

Vorrei continuare a mantenere la residenza in Italia ad ogni modo.

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Quesito: residente estero e fondo pensione.


ad una mia cliente residente all'estero (USA) fiscalmente a carico del marito , è stata negata da un intermediario finanziario italiano la possibilità di iscizione ad un fondo pensione aperto.

Le hanno risposto che un requisito necessario è quello di avere  o la residenza o almeno il "domicilio fiscale " in Italia.
Ma nell'art 2 (destinatari dei fondi pensione) del Decreto Legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 sulla "Disciplina delle forme pensionistiche complementari" non si fa alcun riferimento a queste restrizioni.
Ha ragione l'intermediario?

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Banda larga e Smart Communities, gli obiettivi.


Domanda
Quali sono i principali obiettivi dell'Agenda Digitale Italiana?

Risposta
La cabina di regia, nell'ambito del progetto Agenda Digitale Italiana, opererà su quattro fronti:

1) Banda larga e ultra-larga. Per "banda larga" si intende il sistema di connessione che permette di inviare informazioni a una velocità che varia dai 2 ai 20 Mbps (megabit per secondo). La "banda ultra-larga", invece, viaggia a velocità superiore: tra i 30 ai 100 Mbps.

2) Smart Communities/Cities. Le città "smart" sono spazi urbani entro i quali le comunità residenti (la community) possono incontrarsi, scambiare opinioni, discutere di problemi comuni, avvalendosi di tecnologie all'avanguardia. La community funziona anche da stimolo per realizzare ricerche e progetti utili alle Pubbliche Amministrazioni.

3) Open data. L'Open Data - letteralmente "dati aperti" - è un nuovo approccio alla gestione dei dati e delle informazioni in possesso delle istituzioni pubbliche, interamente gestito attraverso le tecnologie telematiche. Il Governo inglese e quello statunitense sono stati i primi a sperimentare questo sistema. Ma il numero di Governi che adotta questo approccio è in continua crescita.

4) Cloud Computing. La "nuvola di dati" è una delle novità più importanti dell’evoluzione tecnologica. Nel caso delle Pubbliche Amministrazioni, con cloud si intende la possibilità di unire e condividere informazioni provenienti da Istituzioni diverse.


Fonte: IPSOA

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UnicoOnLine Pf e Irap 2012: pronti per essere “attivati”.


Nuove applicazione informatiche per le dichiarazioni 2012. Arrivano, gratuitamente, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate UnicoOnline Pf 2012 e Irap 2012, i due pacchetti telematici, che consentono di compilare in rete i rispettivi modelli e non solo.

Per iniziare alcune indicazioni tecniche comuni alle due procedure informatiche.
Innanzitutto, per eseguire i software, il pc deve avere la versione 1.6 di Java Virtual Machine. Riguardo ai sistemi operativi, sono idonei Windows 7, Vista e Windows XP, Linux (garantito sulle distribuzioni Ubuntu, Fedora e Red-hat 9) e Mac OS X 10.5 e superiori. Infine, bisogna poter leggere e stampare i file in formato pdf.

Nessuna preoccupazione circa l’eventualità di scaricare versioni superate. L’Agenzia, infatti, utilizza una tecnologia di distribuzione dei software basati su Java, grazie alla quale le applicazioni vengono acquisite direttamente dalla rete: installazione facile, quindi, e aggiornamento garantito senza dover procedere a ulteriori “passaggi”.
Inizialmente potrebbe apparire un messaggio relativo al sistema di sicurezza che vuole informazioni su chi ha distribuito il software: rispondere che il fornitore (ossia l’Agenzia delle Entrate) è “affidabile” e continuare con “Esegui”. Per i collegamenti successivi, sarà sufficiente selezionare il precedente link, invece, per i sistemi operativi Windows, occorre eseguire l’applicazione da Start/Tutti i programmi/Unico on line.

Guardando più da vicino UnicOnLine Pf 2012, il software offre altre funzioni che spianano ulteriormente la strada al contribuente.
In primo luogo, la procedura consente di generare anche il file del modello di versamento F24 (plug-in F24 da Unico Pf 2012) relativo alla dichiarazione.
Ma non basta, l’utente abilitato ai servizi telematici dell’Amministrazione, può precompilare Unico Persone fisiche 2012, utilizzando alcuni dei dati dichiarati lo scorso anno con Unico/2011 o 730/2011 e acquisibili dal file conservato nella sezione “Comunicazioni” del sito "http://telematici.agenziaentrate.gov.it" insieme ai versamenti effettuati con l’F24 per il 2011.
Attenzione, per poter arrivare fino in fondo e inviare il modello, gli utenti registrati a Fisconline devono prima installare FileInternet; i contribuenti registrati a Entratel, invece, dovranno utilizzare Entratel, entrambi disponibili nelle rispettive sezioni “Software” del sito "http://telematici.agenziaentrate.gov.it".

Una sola ulteriore puntualizzazione, per Irap 2012, la procedura informatica genera anche il file che dovrà essere inviato telematicamente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Obbligo di partita Iva per l’amministratore di condominio.


L’amministratore di condominio è sempre tenuto ad aprire partita Iva?

L’esercizio abituale e professionale della gestione di condomini costituisce attività di lavoro autonomo, inquadrabile nell’esercizio di arti e professioni. L’incarico di amministratore di condominio può essere assunto indifferentemente da una persona fisica, una società di persone o da una società di capitali. Il compenso può essere fissato anticipatamente in sede di nomina o anche in sede di approvazione del rendiconto annuo.
Gli adempimenti fiscali per lo svolgimento dell’attività di amministratore del condominio sono gli stessi che valgono per gli altri professionisti. Pertanto, per avviare l’attività, l’amministratore deve richiedere la partita Iva entro 30 giorni dall’inizio della stessa utilizzando, se si tratta di persona fisica, il modello AA9/10 prelevabile dal sito dell’Agenzia delle Entrate nella sezione “modulistica”.
Quando invece l’attività di amministratore è svolta non in in maniera sistematica, abituale e organizzata, da un soggetto non esercente arti o professioni (ad esempio, il condòmino che si occupa della gestione del proprio stabile), l’attività genera reddito assimilato a quello di lavoro dipendente e non sussiste alcun obbligo ai fini Iva.


Fonte: Agenzia Entrate

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La dichiarazione dei redditi non è sempre modificabile.


Se la dichiarazione dei redditi è in genere emendabile, la ritrattazione diviene illegittima nel caso in cui l'errore non sia semplicemente di calcolo ma dipenda da una scelta del cittadino o dell’imprenditore effettuata con la compilazione di un dato.
E’ quanto chiarito dalla Cassazione con la sentenza 7294 dell’11 maggio.

Il fatto
La vicenda di causa è quella di una società in liquidazione che aveva presentato una dichiarazione rettificativa 1994 nei termini, modificando l’importo delle perdite pregresse, ma travalicando i limiti imposti all’epoca dalla disciplina dell’imposizione diretta. Infatti, il contribuente, ai sensi dell’allora vigente articolo 102 del Tuir (secondo cui la perdita di un periodo di imposta poteva essere computata in diminuzione del reddito complessivo nei periodi di imposta successivi, ma non oltre il quinto), compilando il modello dichiarativo, aveva scelto di compensare il reddito del periodo d’imposta 1994 con le perdite dell’anno 1989, mentre le altre perdite relative agli anni dal 1990 al 1992 erano state indicate nel quadro M del Modello 760/95 come “da non compensare”.

L’ufficio finanziario recuperava a tassazione ai fini Irpeg e Ilor il reddito prodotto nell’anno, ma azzerato dalla società per effetto del riporto delle perdite per l’anno 1989 che non sussistevano, dato che il risultato di esercizio era reddito d’impresa.

La Commissione di primo grado accoglieva il ricorso, mentre la Ctr ribaltava il responso, affermando a supporto che tra il 1989 e il 1994 era stata effettuata un’erronea compensazione, risultando nel 1989 un saldo attivo di bilancio, mentre le perdite effettive degli anni dal 1990 al 1992 non risultavano riportate nel 1994.

Nel conseguente ricorso per cassazione, la società deduce che l’ufficio avrebbe dovuto arrestarsi soltanto all’errore formale (per diversa imputazione delle perdite sullo stampato), essendo evidente che la sua volontà era quella di compensare - con la dichiarazione integrativa - poste attive e passive, ma non poteva sicuramente disconoscere le perdite portate in diminuzione.

La decisione
La Suprema corte, con articolata motivazione, ha respinto il ricorso, pur nella consapevolezza che consolidata giurisprudenza di legittimità considera che la dichiarazione dei redditi del contribuente, affetta da errore, sia esso di fatto che di diritto, commesso dal dichiarante nella sua redazione, alla luce del Dpr 600/1973, nel testo applicabile ragione temporis, è - in linea di principio - emendabile e ritrattabile, quando dalla medesima possa derivare l’assoggettamento del dichiarante a oneri contributivi diversi e più gravosi di quelli che, sulla base della legge, devono restare a suo carico. Ciò in quanto: la dichiarazione dei redditi non ha natura di atto negoziale e dispositivo, ma reca una mera esternazione di scienza e di giudizio, modificabile in ragione dell’acquisizione di nuovi elementi di conoscenza e di valutazione sui dati riferiti, e costituisce un momento dell’“iter” procedimentale volto all’accertamento dell’obbligazione tributaria. L’articolo 9, commi 7 e 8, del Dpr 600/1973, nel testo vigente in quel tempo, non pone alcun limite temporale all’emendabilità e alla ritrattabilità della dichiarazione dei redditi risultanti da errori commessi dal contribuente; un sistema legislativo che intendesse negare in radice la rettificabilità della dichiarazione, darebbe luogo a un prelievo fiscale indebito e, pertanto, non compatibile con i principi costituzionali della capacità contributiva (articolo 53, comma 1, della Costituzione) e dell’oggettiva correttezza dell’azione amministrativa (articolo 97, comma 1, della Costituzione) (Cassazione, sentenze 17394/2002, 15063/2002, 2226/2011 e 2725/2011).

Tuttavia, sostiene il Collegio, tale principio non opera automaticamente e indiscriminatamente, ma deve circoscriversi a quelle fattispecie della dichiarazione che integrano errori “tipicamente materiali” (ad esempio, di calcolo o l’errata liquidazione degli importi) ovvero formali (ad esempio, in relazione all’individuazione della voce del modello ministeriale in cui inserire la componente di reddito) (articolo 1430 cc). La ritrattabilità della dichiarazione non può, quindi, estendersi alle ipotesi in cui con la compilazione di un dato dichiarativo il contribuente manifesti la propria volontà negoziale, come nel caso di esercizio di una facoltà di opzione riconosciutagli dalle norme tributarie, ossia da una libera scelta del cittadino o dell’imprenditore. Nella fattispecie oggetto di giudizio, infatti, si richiedeva al contribuente la corretta manifestazione di un’opzione di volontà negoziale (ex articolo 102 Tuir) tra la compensazione delle perdite non anteriori al quinquennio con il reddito dell’anno oppure con il riporto a nuovo negli anni successivi delle perdite ritualmente maturate e non compensate.

In quest'ultima ipotesi, pertanto, ove il contribuente intenda contestare l’atto impositivo notificatogli dall’Amministrazione finanziaria per far valere l’errore commesso, lo stesso è onerato, secondo la disciplina generale dei vizi della volontà di cui agli articoli 1427 e seguenti del codice civile, a fornire la prova della rilevanza dell’errore relativamente ai requisiti dell’“essenzialità” e dell’“obiettiva riconoscibilità” (ex articolo 1429 codice civile).


Fonte: Agenzia Entrate

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Bollo su conti correnti e titoli: esclusione solo per i conti in rosso.

L’imposta di bollo di € 34,20 sul conto titoli e sui conti correnti non si applica solo se il conto è in rosso. Si applica, invece, se si hanno più rapporti sotto i € 5.000 e la somma di tali rapporti supera detta soglia. La soglia di giacenza vale, però, solo per le persone fisiche. Sono alcune delle indicazioni fornite con la bozza di Decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze che sta per essere emanato e contenente precisazioni attuative sulle norme che hanno introdotto e modificato tale imposta di bollo, nell’ottica di contrastare eventuali forme di elusione fiscale dell’imposta.

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Conti correnti in rosso senza commissioni, ma solo per le famiglie.


Sarà convertito oggi in legge il Decreto “salva commissioni bancarie”. Il testo definitivo prevede la non applicazione delle commissioni d’istruttoria veloce ai conti corrente in rosso delle famiglie, purchè lo sconfinamento non sia superiore a € 500 e non permanga per più di una settimana. Lo sconfinamento deve, inoltre, avvenire una sola volta nel trimestre. L’esenzione non si applica a società professionisti e imprenditori.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Contenzioso: il socio di una società estinta risponde solo per le somme percepite.


La Corte di Cassazione, con sentenza n. 7679 depositata ieri 16 maggio 2012, ha affermato che, se nel corso di un contenzioso tributario, una società si estingue, il contenzioso può proseguire nei confronti del socio, ma a condizione e nei limiti in cui egli abbia percepito somme dalla liquidazione. L’onere della prova è in capo all’Amministrazione finanziaria.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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giovedì 17 maggio 2012

Ospite presso una casa di riposo: si attendono chiarimenti.


Domanda
Una signora anziana è ospite presso una casa di riposo ed è usufruttuaria di una casa che prima utilizzava come residenza. Dato che per l'Imu bisogna aspettare la delibera del comune per sapere se considerare abitazione principale o meno, come bisogna comportarsi in occasione del pagamento del 1° acconto? Più precisamente, bisogna usare il codice 3919 (quota stato) o il codice 3912?

Risposta
Alla luce delle ultime modifiche apportate da parte del D.L. n. 16/2012 all’art. 13 del D.L. n. 201/2011 (norma che, come noto, ha introdotto dal 2012, seppur in via sperimentale, l’IMU), possono essere applicate le agevolazioni previste per l’abitazione principale (aliquota ridotta e detrazione) per l'unità immobiliare posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto da anziani o disabili che acquisiscono la residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente, a condizione che la stessa non risulti locata.
La norma, però, prevede che tale possibilità possa essere disposta solo con regolamento comunale.
A tale proposito, si ricorda che, sempre a seguito delle modifiche introdotte dal D.L. n. 16, è stato previsto che, entro il 30 settembre 2012, i comuni possono approvare o modificare il regolamento e la deliberazione relativa alle aliquote e alla detrazione del tributo.
Pertanto, allo stato attuale, non è detto che in occasione del versamento della 1° rata per il 2012 (scadenza fissata al 18 giugno) siano già disponibili i regolamenti comunali che disciplinino la nuova imposta per quanto riguarda gli aspetti demandati dalla legge statale (tra cui, come accennato, rientra anche la possibilità di riconoscere la suddetta agevolazione).
Tra l’altro, non ci sono ancora istruzioni in merito a come ci si debba comportare in questi casi.
In linea teorica (e attenendosi scrupolosamente al dato normativo) se non c’è ancora il regolamento comunale, in sede di primo acconto si dovrebbe versare l’imposta con aliquota piena (0,76%), senza fruire delle detrazioni per abitazione principale e utilizzando l’apposito codice tributo per le abitazioni secondarie.
In sede di saldo (entro il 17 dicembre 2012), con regolamento comunale che prevede tale possibilità, si dovrebbe rideterminare l’imposta dovuta per l’abitazione principale (con le relative detrazioni), scomputare quanto pagato a giugno e versare l’eventuale saldo (con codice tributo 3912 – abitazione principale e pertinenze).
Il problema, però, sta nel fatto che per le abitazioni secondarie, a differenza di quanto previsto per le abitazioni principali, una quota dell’IMU (esattamente il 50% calcolato con l’aliquota base) è di competenza statale.
Pertanto, applicando la procedura sopra esposta si verrebbe a creare un problema in merito al recupero della suddetta quota statale in quanto, quella versata a giugno non sarebbe di competenza dello Stato, ma spetterebbe al comune.
Allo stato attuale, dunque, sarebbe opportuno attendere i chiarimenti ministeriali, sperando che ci sia una pronuncia in merito.


Fonte: IPSOA

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Locazione di appartamenti per le vacanze.


La locazione di unità immobiliari a uso case e appartamenti per vacanze, catastalmente classificate A/3, a quale regime Iva è assoggettabile?

Gli immobili abitativi, utilizzati dal soggetto passivo nell’ambito di un’attività di tipo ricettivo (gestione di case vacanze, affitto camere, eccetera) che comporti l’effettuazione di prestazioni di servizi imponibili a Iva, sono trattati, a prescindere dalla classificazione catastale, alla stregua dei fabbricati strumentali per natura.
Come chiarito dall’Agenzia delle Entrate, nella risoluzione n. 177/2004 e nella circolare n. 12/2007, l’attività di locazione immobili a uso turistico può essere qualificata come attività di prestazione di alloggio nel settore alberghiero se è qualificabile come tale sulla base della normativa di settore. In tal caso, è assoggettata a Iva, con applicazione dell’aliquota del 10%, ai sensi del n. 120) della Tabella A, parte III, allegata al Dpr n. 633/1972, concernente “prestazioni rese ai clienti alloggiati nelle strutture ricettive di cui all’art. 6 della legge n. 217/1983 e successive modificazioni...”. Pertanto, affinché le locazioni di immobili abitativi possano essere qualificate attività di tipo turistico - alberghiero, e attratte nella specifica normativa Iva prevista per l’attività propria degli alberghi, motel, esercizi di affittacamere, case e appartamenti per vacanze, e simili, è necessario che ricorrano i requisiti a tal fine richiesti dalla normativa di settore.


Fonte: Agenzia Entrate

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Non si ferma la riscossione se la cartella non è impugnata.


Secondo l’indirizzo prevalente della Cassazione in materia di riscossione delle imposte, l’avviso di mora assolve due funzioni: la prima, equivalente a quella del precetto ed avente carattere necessario, consiste nell’accertare il mancato pagamento del debito tributario e nell’intimare al contribuente l’effettuazione del versamento dovuto entro un termine ristretto, con l’avvertenza che in mancanza si procederà ad esecuzione forzata. La seconda funzione è eventuale, ha natura sostanziale, e consiste nel portare a conoscenza del contribuente per la prima volta la pretesa erariale, ove l’avviso di mora non sia stato preceduto dalla regolare notifica dell’avviso di accertamento o di liquidazione o della cartella esattoriale. Pertanto, il contribuente il quale lamenti che la notificazione dell'avviso di mora non sia stata preceduta dalla regolare notificazione degli atti di imposizione, ha l’onere di impugnare congiuntamente sia l’avviso di mora, sia gli atti da questo presupposti e non notificatigli. In difetto, egli decade non solo dal potere di impugnare i suddetti provvedimenti, ma decade altresì dal potere di impugnare i successivi avvisi di mora di identico contenuto emessi dall’amministrazione al fine di sanare la sopravvenuta efficacia del primo, per mancato inizio dell’espropriazione nel termine di legge (Cass. Sez. 5, Sentenza n. 13483 del 08/06/2007).

Ordinanza n. 6721 del 4 maggio 2012 (udienza 27 marzo 2012)
Cassazione civile, Sez. V - Pres. D'Alonzo Michele – Est. Caracciolo Giuseppe
Riscossione – Avviso di mora – Omessa notifica degli atti presupposti – Onere di impugnazione dell’avviso di mora anche per motivi di merito

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Frode carosello: è insufficiente l’assoluzione del tribunale penale.


Con la sentenza 28/07/2012 del 12 aprile, la Commissione tributaria regionale di Trieste, accogliendo le doglianze dell’ufficio, ha confermato la legittimità degli atti di accertamento da questo emessi, volti a recuperare a tassazione le maggiori imposte sottratte dalla contribuente, concessionaria di automobili, per effetto del suo coinvolgimento in un meccanismo di “frode carosello”.
In particolare, la pronuncia del Collegio di merito presenta profili di interesse nella parte in cui ha ritenuto non sufficiente la sola dimostrazione dell’avvenuta assoluzione in sede penale, ravvisando, invece, la necessità di fornire una prova contraria tale da vincere le presunzioni “gravi, precise e concordanti” poste a supporto della pretesa dell’Amministrazione.

Il fatto
Con separati ricorsi, la società coinvolta aveva impugnato in primo grado gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate sul presupposto che la contribuente, operante nel commercio di automobili nuove e usate, aveva effettuato degli acquisti di autovetture – poi rivendute – all’interno del meccanismo noto come “frode carosello”, che l’aveva vista come soggetto finale. In particolare, aveva sottofatturato i beni oggetto della truffa, nell’ambito di una più ampia frode Iva perpetrata da società “cartiere”, utilizzando in modo illegittimo il “regime del margine” previsto agli articoli 36 e seguenti Dl 41/1995.
La società, infatti, presentava alla Motorizzazione civile, per conto dei clienti, tutta la documentazione necessaria per l’immatricolazione di autovetture nuove o a km zero, provenienti da paesi comunitari, con allegata dichiarazione sostitutiva di atto notorio attestante l’avvenuto assolvimento degli obblighi Iva sull’acquisto intracomunitario del veicolo.
L’ufficio accertava, peraltro, che tali acquisti di veicoli erano stati effettuati a monte da aziende sfornite dell’organizzazione e della struttura necessaria allo svolgimento reale di tale tipo di attività, esistenti al solo scopo di fornire la documentazione cartacea necessaria.

La contribuente impugnava, quindi, i richiamati atti contestando l’operato dell’ufficio in quanto, a suo dire, la pretesa erariale risultava fondata su una catena di presunzioni non dotate di requisiti di gravità, precisione e concordanza.
La Commissione tributaria provinciale accoglieva i suddetti ricorsi, imputando all’ufficio il fatto di non essere riuscito a provare il coinvolgimento della società nella truffa.

Avverso tale sentenza l’Agenzia delle Entrate proponeva appello, rilevando la mancanza di motivazione della pronuncia nella parte in cui veniva ribaltato sull’ufficio l’onere di provare circostanze già dimostrate con presunzioni dotate dei requisiti di gravità, precisione e concordanza.
Per contro, la difesa della contribuente ribadiva le ragioni già favorevolmente accolte dai primi giudici e, in particolare, chiedeva la conferma della sentenza impugnata sulla base della pronuncia emessa dal Tribunale penale con la quale, per gli stessi episodi al centro del procedimento tributario, era stata assolta.

La pronuncia
Con la sentenza del 12 aprile 2012, il Collegio d’appello ha, contrariamente a quanto invocato dalla parte, accolto il gravame dell’ufficio proprio sulla base della sentenza irrevocabile intervenuta in sede penale.
A parere della Ctr, infatti, la contribuente avrebbe fondato gran parte delle sue ragioni proprio invocando l’intervenuto proscioglimento. Tuttavia, da un’attenta lettura della sentenza, è emerso che l’assoluzione del legale rappresentante della società è intervenuta perché il fatto non ha costituito reato: il giudice penale ha, infatti, indicato chiaramente l’esistenza di elementi oggettivi diretti a dimostrare la sussistenza della cosiddetta frode carosello, con intervento di società cartiere e illegittima applicazione del regime del margine.

Trattandosi di delitto, è mancata, nel caso in questione, la prova sulla consapevolezza dell’imputato dell’inesistenza soggettiva delle operazioni commerciali, in ragione delle quali aveva acquistato il bene, sebbene la materialità dei fatti delittuosi non sia stata messa in discussione.

Poiché, infatti, nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi, nel giudizio tributario, alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati tributari, anche se i fatti accertati in sede penale siano gli stessi per i quali l’Amministrazione finanziaria ha promosso l’accertamento (cfr Cassazione, sentenza 3724/2010), il giudice tributario, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti, deve, in ogni caso, verificare la rilevanza del giudicato extratributario nell’ambito specifico in cui esso è destinato a operare.

Ebbene, nel caso concreto, la Ctr ha ritenuto non trascurabile la circostanza, emersa in sede penale, che tutti gli elementi propri del tipo di frode messa in atto (esistenza di società cartiere, mancato versamento dell’Iva e illegittima utilizzazione dell’istituto del margine) siano stati, in effetti, ritenuti sussistenti e neppure puntualmente contestati dal contribuente, che ha soltanto reclamato la sua estraneità alla commissione del reato, pur risultando alla fine uno dei beneficiari dell’operazione.

Con riguardo alla normativa fiscale applicabile al caso, va ricordato, infatti, che il comma 4 dell’articolo 38 del Dl 331/1993 precisa, per quanto riguarda gli autoveicoli “usati”, che tali si devono considerare quelli che non hanno percorso più di seimila chilometri e che sono stati ceduti decorsi 6 mesi dalla data del provvedimento di prima immatricolazione o di iscrizione nei pubblici registri o di altri provvedimenti equipollenti.
Si tratta di condizioni entrambe essenziali, le quali devono però essere messe in relazione a quelle poste dallo speciale regime del margine vigente per i rivenditori di beni usati, di cui al Dl 41/1995, il quale, all’articolo 37, comma 2, dispone espressamente che “gli acquisti dei beni di cui all’art. 36, assoggettati al regime ivi previsto nello Stato membro dì provenienza, non sono considerati acquisti intracomunitari”.

Come previsto dalla circolare 40/2003, la normativa nazionale in materia di regime del margine, in aderenza a quanto previsto dalla settima direttiva Ce, ha come scopo quello di evitare una doppia imposizione su beni usati, il cui acquisto, da parte del rivenditore, avviene sulla base di un prezzo già comprensivo di Iva, che non è possibile detrarre in quanto non autonomamente evidenziata.
La successiva commercializzazione degli autoveicoli usati va, quindi, effettuata con l’applicazione dell’Iva secondo il particolare sistema del margine, solo quando il rivenditore, soggetto d’imposta in Italia, li ha acquistati da un privato consumatore, da un operatore economico che non ha potuto esercitare il diritto a detrazione, da un soggetto passivo d’imposta comunitario in regime di franchigia nel proprio Stato membro, da un soggetto passivo (nazionale o comunitario) che ha applicato, a sua volta, il suddetto regime del margine.
In assenza di tali presupposti per l’operatività del particolare beneficio, la cessione di autoveicoli d’occasione sconta, dunque, l’imposta nei modi ordinari.

Di conseguenza, contrariamente a quanto invocato dalla società ricorrente, affinchè le cessioni di veicoli vengano assoggettate a Iva sul margine di profitto, non è sufficiente che il loro oggetto sia rappresentato da mezzi “usati”, occorrendo per contro verificare caso per caso la sussistenza, in capo al beneficiario, dei requisiti prescritti dalla normativa speciale.

Anche recentemente, con sentenza 10414/2011, la Corte di cassazione ha, in tema di Iva, ricordato che, nel caso di apparente regolarità contabile delle fatture, qualora l’Amministrazione intenda contestare il coinvolgimento di un contribuente in una “frode carosello” – fondata sul mancato versamento dell’imposta incassata da società “cartiere” a seguito di acquisti intracomunitari, o altrimenti esenti, e successive rivendite anche attraverso l’interposizione di una o più società filtro – è tenuta a dimostrare il meccanismo fraudolento e, in secondo luogo, la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente, però, con prova certa e incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purchè dotate del requisito di gravità, precisione e concordanza, consistenti nell’esposizione di elementi obiettivi tali da porre sull’avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sull’inesistenza sostanziale del contraente e, qualora fornisca tale prova, grava sul contribuente l’onere di dimostrare il contrario.

Per questi motivi, la Commissione triestina ha reputato non sufficiente, per la società, la mera invocazione della sentenza penale a lei favorevole per assenza dell’elemento soggettivo, ritenendo, invece, come la prova contraria da parte della contribuente, in qualità di imprenditore operante nel settore del commercio di autovetture e mediamente esperto, dovesse emergere in maniera più rigorosa, in modo da superare le presunzioni gravi, precise e concordanti fornite dall’ufficio nei propri atti accertativi.


Fonte: Agenzia Entrate

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