lunedì 30 giugno 2014

Quesito: risarcimento danni.

UN MIO CLIENTE, GINECOLOGO, HA PAGATO UN RISARCIMENTO DANNI AD UNA PAZIENTE. POSSO METTERLO IN DETRAZIONE DEI REDDITI?

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Quesito: dichiarazione acquisto oro.

acquisto oro su BULLIONVAULT.com ,come compilare Mod.RW,o altro modello ?  (oro da investimento tenuto su deposito/cavou di ZURIGO, e dovuta IVAFE?

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Legittimo il dubbio dell’ufficio con operazioni antieconomiche.

La Corte richiama il principio per cui “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presenza di scritture contabili formalmente corrette non esclude la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo del reddito d’impresa, ai sensi del DPR n. 600/1973, art. 39, comma 1, lett. d), qualora la contabilità stessa possa considerarsi complessivamente inattendibile in quanto confliggente con i criteri della ragionevolezza, anche sotto il profilo della antieconomicità del comportamento del contribuente. In tali casi, pertanto, è consentito all’Ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, maggiori ricavi o minori costi, ad esempio determinando il reddito del contribuente utilizzando le percentuali di ricarico, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente (di recente Cass.n. 14941/2013; id n. 6929/2013; id n.  7871/2012; id n. 2616/2011 ed, in termini, Cass. n.  21536/2007)

Sentenza n. 12167 del 30 maggio 2014 (udienza 13 marzo 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Crucitti Roberta
D.P.R. n. 600/1973, art. 39, comma 1, lett. d) – La presenza di scritture contabili formalmente regolari none esclude l’utilizzo di presunzioni semplici – L’onere della prova è a carico del contribuente

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Fatture per operazioni “irreali”.

L’emittente di fatture fittizie non può giovarsi di una nota di credito per evitare il pagamento dell’Iva indebitamente fatturata, considerato che la rettifica dell’imponibile e della relativa imposta presuppone il compimento di un’operazione reale.
A sottolinearlo, la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 12995 del 9 giugno 2014.
Ai sensi dell’articolo 21, comma 7, Dpr 633/1972, infatti, se viene emessa una fattura per operazioni inesistenti ovvero se nella fattura i corrispettivi sono indicati in misura superiore a quella reale, l’imposta è dovuta per l’intero ammontare. Si tratta del cosiddetto principio di formalità dell’imposta per effetto del quale, se l’Iva è indicata nella fattura o in qualsiasi altro documento che ne fa le veci, essa deve essere comunque versata all’Erario (Cassazione, 12353/2005).

La citata norma non è stata creata per fini sanzionatori, piuttosto per ricondurre a coerenza il sistema impositivo Iva fondato sui principi della rivalsa e della detrazione (Cassazione, 7289/2001). In tal senso dispone anche l’articolo 203 della direttiva Cee 112/2006, secondo cui “l’Iva è dovuta da chiunque indichi tale imposta in una fattura”. La finalità è chiara: scongiurare il rischio di frodi fiscali, ossia l’indebita detrazione d’imposta da parte di operatori economici, destinatari della presunta prestazione.

Il fatto
Il contenzioso origina da un avviso di accertamento, con cui l’ufficio di Lodi contestava a una società il mancato versamento dell’Iva a fronte dell’emissione di due fatture relative a operazioni oggettivamente inesistenti. La società incardinava regolare giudizio contestando la fondatezza del rilievo ai fini Iva. Il ricorso veniva respinto; stesso verdetto in appello. Difatti, i giudici di merito, sia in primo grado sia in secondo, hanno condiviso le argomentazioni esposte dall’ufficio. La società, successivamente, ha presentato ricorso per cassazione, denunciando la violazione dell’articolo 21, comma 7 del Dpr 633/1972, in quanto la Ctr avrebbe ritenuto legittima la pretesa fiscale sulla base di due fatture per operazioni inesistenti immediatamente espunte dalla contabilità, senza determinare alcun effetto distorsivo per il Fisco.

La decisione
La Corte, nel respingere il ricorso, evidenzia come il diritto comunitario non impedisce agli Stati membri di ritenere la redazione di fatture fittizie, che indicano indebitamente un’imposta sul valore aggiunto, come un tentativo di frode fiscale e di applicare, in tal caso, le ammende o sanzioni pecuniarie previste dal loro diritto nazionale.

Del resto, sottolinea la Cassazione, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti ha sempre costituito condotta penalmente sanzionata come delitto (Cassazione, 7289/2001 e l4337/2002).
L’articolo 21, comma 7, va letto nel senso che “il tributo viene ad essere considerato fuori conto e la relativa obbligazione, conseguentemente isolata dalla massa di operazioni effettuate, estraniata, per ciò stesso, dal meccanismo di compensazione tra Iva a valle ed Iva a monte”.
Se la fattura si riferisce a un’operazione inesistente, non è consentita la variazione in diminuzione; conseguentemente il cedente o falso prestatore deve sempre versare l’imposta esposta in fattura, mentre l’acquirente o il committente non può in alcun caso portare in detrazione l’Iva per assenza del suo presupposto, ossia l’acquisto di beni o servizi acquistati nell’esercizio d’impresa, arte o professione (Cassazione, 12353/2005).

La ratio è quella di scongiurare fenomeni elusivi; difatti, il beneficio della detrazione non è accordabile, per il diritto comunitario, laddove sia provato che lo stesso è invocato fraudolentemente o abusivamente.
In particolare, la Cassazione, con ordinanza 10178/2014, ha statuito che l'Amministrazione può provare la connivenza del cessionario nella frode del cedente anche mediante presunzioni semplici, “le quali possono derivare anche dalle medesime risultanze di fatto attinenti alla natura di cartiera del cedente”.
Di contro, il contribuente dovrà provare l’esistenza effettiva, anche sul piano soggettivo, degli acquisti operati e documentati nelle fatture, nonché la sua buona fede in ordine al carattere fraudolento delle operazioni a monte del proprio acquisto.

In sostanza, il principio di effettività prevale su quello di cartolarità del tributo (Cassazione, 5979/2014); il principio di neutralità fiscale, inoltre, non osta a che l’Amministrazione finanziaria neghi il rimborso dell’Iva versata dalla società prestatrice del servizio quando l’esercizio del diritto alla detrazione sia stato negato alla società destinataria della prestazione (Corte di giustizia 8 maggio 2013, C-271/12).

Del resto, la procedura di variazione dell’imponibile e dell’imposta contenuta nell’articolo 26, secondo e terzo comma, del citato Dpr, consente la variazione in diminuzione entro un anno dall’effettuazione dell’operazione, limitatamente al caso di “rettifiche di inesattezze di fatturazione che abbiano dato luogo all’applicazione del settimo comma dell’art. 21”. Non sembra, dunque, che il legislatore abbia esplicato le modalità di regolarizzazione nel caso in cui le fatture vengono emesse in maniera abusiva.
Ovviamente, se la maggiore imposta esposta in fattura è conseguenza di un errore, il contribuente in buona fede potrà rettificarla in base all’articolo 26.

In definitiva, per attivare la procedura di rettifica necessitano due condizioni: la regolare emissione di fattura e la riconducibilità dell’operazione a un negozio giuridico reale, destinato a produrre effetti tra le parti (risoluzione ministeriale n. 370859 del 4 novembre 1981).


Fonte. Agenzia Entrate

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Immobile in comodato a un familiare.

Qual è il regime di tassazione Irpef di un immobile dato in uso gratuito a un familiare, situato nello stesso comune in cui il comodante possiede la sua abitazione principale?

Gli immobili concessi in comodato non devono essere dichiarati dal comodatario, ma dal proprietario. Il reddito degli immobili a uso abitativo non locati, assoggettati a Imu, concorre nella misura del 50% alla formazione del reddito imponibile qualora siano ubicati nello stesso comune ove si trova l’abitazione principale (legge 147/2013). Per abitazione non locata si intende non solo un’abitazione a disposizione, ma anche un immobile che sia stato concesso in comodato gratuito a parenti entro il terzo grado o affini entro il secondo. Nella dichiarazione dei redditi, dovrà essere indicato il codice "3" nella colonna 12 ("casi particolari Imu") del quadro RB di Unico.


Fonte: Agenzia Entrate

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Altro familiare a carico: il nipote.

Nucleo familiare formato da nonna e nipote, i genitori sono viventi e fanno nucleo a parte. La nonna può usufruire della detrazione per altro familiare a carico?

Le detrazione per figli a carico spetta "naturalmente" ai genitori. Ne possono usufruire, in subordine, gli altri familiari indicati nell’articolo 433 del codice civile (tra cui gli ascendenti prossimi, ovvero i nonni), se i genitori non sono più viventi o non hanno riconosciuto i figli oppure sono a loro volta in possesso dei requisiti per essere considerati a carico. Solo in presenza di tali condizioni, sarà possibile indicare a carico in dichiarazione il nipote, che non possiede individualmente un reddito complessivo superiore a 2.840,51 euro, se convivente, oppure, se non convivente, a condizione che gli si corrispondano assegni alimentari non risultanti da provvedimenti dell’autorità giudiziaria (circolare 95/E del 2000).


Fonte: Agenzia Entrate

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Tasi e Imu, sanzioni e interessi: il Mef risponde ai dubbi dei Comuni.

Considerata la situazione di incertezza normativa che ha caratterizzato il versamento della prima rata della Tasi (tributo per i servizi indivisibili), soprattutto in ragione delle novità legislative intervenute a stretto ridosso del 16 giugno 2014 - data di scadenza anche dell'Imu (imposta municipale propria) - con la risoluzione 1/DF del 23 giugno, il Mef ritiene che sussistano le condizioni per applicare l'articolo 10 dello Statuto del contribuente che prevede, sulla base di "rapporti tra contribuente e amministrazione finanziaria … improntati al principio della collaborazione e della buona fede", che non siano "irrogate sanzioni né richiesti interessi moratori al contribuente, qualora egli si sia conformato a indicazioni contenute in atti dell'amministrazione finanziaria, ancorché successivamente modificate dall'amministrazione medesima, o qualora il suo comportamento risulti posto in essere a seguito di fatti direttamente conseguenti a ritardi, omissioni od errori dell'amministrazione stessa" precisando inoltre che le "sanzioni non sono comunque irrogate quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull'ambito di applicazione della norma tributaria …".

Pertanto, rispondendo ai numerosi quesiti pervenuti al dipartimento delle Finanze del Mef sull'applicazione o meno di sanzioni e interessi, atteso che analoghe considerazioni devono essere svolte anche per il versamento dell'Imu, in quanto le incertezze della Tasi hanno finito per influire anche sul meccanismo di applicazione dell'imposta municipale sugli immobili, l'inapplicabilità, in caso di insufficiente o mancato pagamento delle due imposte, sarebbe giustificata dalle criticità relative sia alla tempistica di versamento del tributo sia alla determinazione stessa del tributo.
Circostanze, queste, che hanno generato difficoltà dal punto di vista applicativo e organizzativo, soprattutto per i Centri di assistenza fiscale (Caf), che gestiscono un numero elevatissimo di versamenti.

Quindi, le valutazioni del Mef, contenute nella risoluzione 1/DF, portano lo stesso ministero a ritenere che sussistano le condizioni per cui i Comuni possano considerare applicabili le disposizioni recate dall'articolo 10 dello Statuto del contribuente, stabilendo, pertanto, un termine ragionevole (un mese dalla scadenza del termine del 16 giugno 2014, ovvero dalla pubblicazione del modello di dichiarazione) entro il quale i contribuenti possano effettuare i versamenti in questione senza applicazione di sanzioni e interessi, come peraltro annunciato nel comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 6 giugno.


Fonte: Agenzia Entrate

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Fattura elettronica: nuove regole e requisiti per il marchio “doc”.

Attenzione, per considerare una fattura elettronica occorre che il documento venga emesso e accettato in formato digitale.
È la prima precisazione che fa l’Agenzia delle Entrate con la circolare 18/E del 24 giugno.
Il sistema, infatti, cha mette da parte la tradizionale forma cartacea, soprattutto dopo le modifiche apportate dalla normativa europea, può presentare ancora qualche incertezza applicativa.
Il documento di prassi è suddiviso in due parti: nella prima, l’Amministrazione fornisce indicazioni generali, spiega in che modo e da chi deve essere creata e conservata la fattura digitale e quali sono le caratteristiche da cui non si può prescindere; nella seconda, invece, sono affrontate tematiche più specifiche, che rispondono a questioni sollevate dai contribuenti.

Prima di entrare nel vivo del tema, vale la pena di ricordare che sulla materia è intervenuta la legge di stabilità 2013 (legge 228/2012, articolo 1, commi da 325 a 328) ritoccando, in maniera significativa, gli articoli 21 e 39 del Dpr 633/1972 (“decreto Iva”). L’input è arrivato dalla direttiva 2010/45/Ue, modificativa della precedente 2006/112/Ce del 28 novembre 2006.
Sostando ancora un po’ sul “trascorso”, utile, inoltre, il richiamo alla circolare 12/E dello scorso anno, con la quale l’Agenzia ha illustrato la nuova normativa.

In scena la fattura elettronica. Irrilevante il formato originario
La circolare 18/E mette subito in chiaro i requisiti che una fattura deve avere per essere definita elettronica, precisazione che discende dalla richiamata direttiva europea.
Per semplificare al massimo, diciamo che una fattura, per guadagnare a pieno titolo l’etichetta di “elettronica” deve essere trasmessa (o messa a disposizione), ricevuta e accettata in formato digitale. Il percorso “ufficiale”, quindi, deve essere informatico a 360 gradi.
Non è sufficiente, cioè, che l’emittente trasmetta o metta a disposizione del destinatario la forma smaterializzata, ma è anche necessario che questa risulti gradita a chi la riceve.
Di conseguenza, per fare degli esempi concreti, non è elettronica la fattura creata tramite software di contabilità o di elaborazione testi arrivata però cartacea a destinazione, mentre lo è quella compilata sul blocchetto in un primo momento e poi spedita e ricevuta tramite canali elettronici, ad esempio, via e-mail. A mettere il sigillo sulla validità dell’operazione non occorre un accordo formale tra le parti, ma assume rilievo il comportamento concludente del cessionario o committente.
E se quest’ultimi preferiscono continuare con il metodo tradizionale (analogico), ciò non influenza l’obbligo dell’emittente di procedere comunque con la conservazione elettronica, sempreché vengano rispettati i requisiti di autenticità dell’origine, integrità del contenuto e leggibilità (identificati per comodità nella circolare con le lettere A, I ed L) dal momento della creazione fino al termine del periodo di conservazione. Ciò significa che, quando l’emittente trasmette o mette a disposizione del ricevente una fattura elettronica, anche se quest’ultimo non accetta tale processo, la fattura rimane elettronica in capo al primo, con conseguente obbligo di conservazione elettronica.

Autenticità, integrità e leggibilità, in una parola sola, Ail
L’attuale articolo 21 del Dpr 633/1972 assegna al soggetto passivo il compito di vigilare sul rispetto dei requisiti fondamentali della fattura elettronica ovvero:
l’autenticità dell’origine, che assicura l’identità del fornitore/prestatore o dell’emittente della fattura. A tal proposito, le Note esplicative della direttiva 2010/45/Ue prevedono che anche il soggetto passivo cessionario/committente garantisca, eventualmente con altre modalità, tale requisito
l’integrità del contenuto, ossia la certezza che i dati inseriti non abbiano subito alterazioni. Anche in questo caso, le Note della direttiva europea, richiamano come responsabili del controllo sia l’emittente sia il destinatario della fattura, che possono decidere di adempiere l’obbligo congiuntamente o in autonomia, scegliendo anche procedure diverse di verifica. A condizione che sia garantita l’invariabilità del contenuto obbligatorio della fattura, precisa la circolare, il relativo formato può essere convertito in altri formati (ad esempio, da MS word a XML)
la leggibilità, attraverso la quale si assicura che il documento elettronico possa essere prontamente disponibile e “leggibile per l’uomo” (ovvero possa essere visibile su schermo o tramite stampa in caso di controllo) per tutto il periodo della sua conservazione e che sia possibile verificare la corrispondenza delle informazioni in esso contenute rispetto ai dati inseriti nel file originario. A garantire tale requisito non basta la firma elettronica o la trasmissione telematica anche se sta al contribuente scegliere la procedura più idonea. Il chiarimento è desunto dalle Note della richiamata direttiva europea, visto che l’articolo 21 di cui si sta parlando, non entra nel dettaglio dell’argomento.
Per il controllo A e I, scelta tecnologica al contribuente
A differenza della vecchia norma che dava indicazioni precise sui sistemi di controllo adottabili, il nuovo articolo 21 lascia liberi di scegliere con quali modalità garantire il rispetto dei requisiti di autenticità dell’origine e integrità del contenuto.
Oltre alla firma elettronica qualificata o digitale dell’emittente e ai sistemi di trasmissione Edi (Eletronic data interchange), spazio, perciò, ad altre tecnologie non specificate, ritenute idonee dal contribuente.
Quindi, per fare un quadro completo delle procedure possibili, sono adottabili:
sistemi di controllo di gestione che assicurino un collegamento affidabile tra la fattura e la cessione di beni o la prestazione di servizi a essa riferibile
la firma elettronica qualificata o digitale dell’emittente
le procedure Edi
altre tecnologie ritenute adeguate dal soggetto passivo.
Come orientarsi tra i sistemi di controllo di gestione
Se la scelta per assicurare i due requisiti sopra descritti ricade su un sistema di controllo di gestione, bisogna cercare tra quelli che garantiscono di verificare il percorso della fattura attraverso l’intera storia dell’operazione assicurando che, lungo la strada, il contenuto del documento non sia stato alterato. Nella procedura devono essere inseriti, in pratica, tutti i documenti, i movimenti, le modifiche, che intercorrono dall’inizio della transazione fino all’atto finale, così da stabilire un collegamento logico tra i dati inseriti e risalire con certezza ai rapporti instaurati nel corso del cammino.
La direttiva 2010/45/Ue, in questo senso, indirizza verso il reliable audit trail, una procedura che è in grado di tracciare una sequenza cronologica di informazioni non modificabili, circa le fatture e le transazioni che rappresentano, in modo che non ci siano dubbi sull’autenticità dell’origine e la loro integrità.
Insomma, attraverso i dati inseriti, è necessario poter risalire anche a una fonte indipendente per verificare che la merce effettivamente consegnata sia quella ordinata e pagata e che la fattura rispetti i requisiti di autenticità e integrità.

Firma elettronica, qualificata o digitale
Un’altra strada percorribile, idonea a garantire l’autenticità e l’integrità del documento smaterializzato, è la firma elettronica qualificata o digitale, da apporre secondo le regole tecniche previste dal Dpcm 22 febbraio 2013.
Di norma, la fattura è emessa e firmata dal fornitore, ma quest’ultimo può incaricare dell’adempimento anche il cliente o un terzo che, a questo punto, diventano gli “emittenti” e i “garanti” del documento e, quindi, lo firmano.
Lo stesso vale anche nell’eventualità in cui, in base a precedenti accordi, il committente/cessionario (o altro soggetto) provveda ad aggregare i dati trasmessi o resi disponibili dal prestatore/fornitore e, quindi, a generare la fattura che poi spedirà o metterà a disposizione del suo fornitore.
Una nota al documento specificherà che è stato emesso dal cliente/terzo o per conto del cedente o prestatore.

Anche Edi assicura autenticità e integrità
I contribuenti, infine, possono, utilizzare anche il sistema Edi (Electronic Data Interchange). Si tratta di una modalità che prevede uno scambio dati “standardizzato” e “preconfezionato”, tra fornitore e cliente, attraverso reti di telecomunicazioni nazionali e internazionali.
In genere, le procedure generano però formati diversi per le due tipologie di contribuenti ed è per questo che occorre trasformare i file in modo che possano comunicare tra loro. In genere, le due parti concordano quali versioni adottare e incaricano un service provider della conversione.
Affinché la procedura sia ritenuta affidabile, occorre garantire che il processo di trasformazione non alteri il significato intrinseco della fattura e che il documento sia al riparo da attacchi “informatici” esterni, attraverso adeguati sistemi di sicurezza sia nella fase di trasmissione dei dati sia in quella di conversione.
Al riguardo, la circolare precisa che, durante quest’ultimo passaggio, fornitore e cliente dovranno conservare la fattura nel formato standard scambiato, assicurandone, entrambi, la reperibilità e la leggibilità nel tempo.

In rete o per e-mail, anche senza accordo
La fattura elettronica si considera emessa dal momento in cui è resa a disposizione del destinatario, attraverso un sito internet, un server o un altro supporto informatico, oppure tramite una e-mail contenente un protocollo di comunicazione e un link che permetta di scaricare, in qualsiasi momento, il documento.
In particolare, la circolare pone l’attenzione sull’ultima modalità citata, che oggi non necessita più, come avveniva con la precedente disciplina, di un accordo preventivo tra le parti: è sufficiente l’accettazione del destinatario a promuovere la trasmissione per posta elettronica.
Richiesta ancora un’intesa preventiva, invece, se la trasmissione è affidata a un terzo (outsource).
Strade aperte, inoltre, ad altri strumenti di invio, a patto che consentano il rispetto delle regole.
Confermata la possibilità di inviare con un’unica spedizione elettronica, allo stesso destinatario, più fatture raccolte in un unico lotto. In tal caso, requisiti e metodi previsti per il singolo documento devono essere applicati al pacchetto. Ribadito, inoltre, che basta inserire una sola volta le informazioni comuni, se reperibili sul singolo documento le generalità delle informazioni.

Emittente e destinatario, conservazione senza simmetria
Fino a questo punto, le modifiche normative esaminate hanno riguardato l’articolo 21 del decreto Iva. L’ultimo chiarimento della prima parte della circolare si riferisce, invece, all’articolo 39 del Dpr 633/1972, riformato anch’esso a seguito della direttiva europea 2010/45/Ue. In questo caso, il tema è la conservazione della fattura elettronica.
A proposito del metodo di archiviazione, la norma ora in vigore rimuove i vincoli di conservazione che prima tenevano agganciati i protagonisti dell’operazione e lascia ai singoli autonoma libertà di scelta.
In pratica, fornitore e cliente possono scegliere la smaterializzazione del documento o la tenuta cartacea, senza che questo incida sul comportamento dell’altro. Al destinatario che preferisce la procedura tradizionale, non resta che materializzare il documento elettronico e conservarlo nel modo che gli è più convenzionale, mentre chi lo ha emesso continua con il processo informatico anche se l’altro non l’ha accettato.

L’archivio può essere localizzato anche in un altro Stato, a patto che ci siano accordi di assistenza reciproca tra l’Italia e l’altro Paese, che i documenti rispettino i requisiti previsti dalla disciplina nazionale e che siano sempre accessibili in caso di controllo.
Si ricorda, infine, che è obbligatoria la conservazione digitale delle fatture elettroniche emesse nei confronti della Pubblica amministrazione.

E ora la parola ai contribuenti
Siamo arrivati alla seconda parte della circolare, con la quale l’Agenzia risponde ai quesiti dei contribuenti.
Eccoci al primo. Il nuovo articolo 21 del Dpr 633/1972 estende alle prestazioni di servizi la possibilità di emettere fattura differita, entro il 15 del mese successivo a quello in cui si è effettuata la prestazione, prerogativa prima riservata soltanto alle cessioni di beni. A tal proposito, il dubbio riguarda l’“idonea documentazione” richiesta per usufruire del rinvio.
La normativa, in merito, non individua nessuna prova specifica ai fini fiscali e l’Amministrazione finanziaria ritiene, quindi, adatto allo scopo qualsiasi documento di tipo commerciale prodotto e conservato, relativo all’attività svolta, in grado di dimostrare, inequivocabilmente, l’effettuazione del servizio, la data e l’identità delle parti contraenti. Per andare nel concreto, possono essere considerati idonei, l’attestazione dell’incasso, la nota di consegna lavori, la lettera d’incarico.
Sì alla fattura differita, inoltre, anche se nel mese è stata realizzata una sola operazione con il medesimo cliente e via libera a un unico documento riepilogativo per le prestazioni di servizi e le cessioni di beni realizzate nel periodo di riferimento nei confronti dello stesso soggetto.

I successivi chiarimenti rispondono a quesiti riguardanti una new entry, la fattura semplificata.
Al “decreto Iva” è stato aggiunto l’articolo 21-bis, che introduce una fattura più “snella” per gli importi complessivi non superiori a cento euro. Si tratta di un documento meno dettagliato nel quale vanno indicate le informazioni elencate nella norma (dalla lettera a alla lettera h). Tra queste, alla lettera e) viene posta l’alternativa, a proposito del cessionario/committente, tra l’inserimento dei dati tradizionali (ditta, denominazione o ragione sociale, nome e cognome, residenza o domicilio del rappresentante fiscale e ubicazione della stabile organizzazione per i non residenti) e il codice fiscale o la partita Iva dell’interessato (o, in caso di soggetto stabilito in altro Paese Ue, l’identificativo Iva attribuito da tale Stato): in entrambe le ipotesi, precisa l’Agenzia, il documento è corretto e dà diritto alla detrazione dell’imposta addebitata in rivalsa dal cedente/prestatore.

Una risposta tira l’altra e, sulla base della precedente interpretazione, nel caso in cui il cessionario/committente sia identificato con il solo numero di partita Iva o con il codice fiscale, anche per la relativa registrazione della fattura semplificata da parte dell’emittente, è sufficiente l’indicazione di tali dati.

Rimaniamo sull’argomento. Con il terzo chiarimento le Entrate specificano che per la fattura di rettifica semplificata non vige il limite dei cento euro stabilito per quella originaria (semplificata). E il documento integrativo light non fa distinzioni tra variazioni in aumento e diminuzione, potendo essere adottato in entrambi i casi, né fa differenza il formato della prima fattura emessa, che può essere ordinario oppure no.
L’importante è che vengano indicati i dati necessari per collegare i due documenti e le informazioni modificate.

Ok, infine, alla “semplificata” che sostituisce la fattura-ricevuta fiscale. Quest’ultima è emessa dagli operatori obbligati all’emissione della fattura soltanto su richiesta del cliente. Di aspetto simile alla ricevuta, assolve le stesse funzioni della fattura ordinaria. Di conseguenza, considerato che è stato soppresso l’obbligo di scontrino, ricevuta fiscale o fattura-ricevuta in caso di fattura ordinaria, per nesso logico, la fattura semplificata può sostituire anche la fattura-ricevuta fiscale.


Fonte. Agenzia Entrate

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Prestazioni degli operatori socio-sanitari.

Le prestazioni effettuate dalle figure degli operatori socio-sanitari sono esenti ai fini Iva?

Sono esenti dall'imposta le prestazioni sanitarie di diagnosi, cura e riabilitazione rese alla persona nell'esercizio delle professioni e arti sanitarie soggette a vigilanza (articolo 99 del regio decreto n. 1265/1934 - Testo unico delle leggi sanitarie) ovvero individuate con decreto del Ministro della sanità (articolo 10, numero 18, Dpr 633/1972). È soggetto a vigilanza l’esercizio della medicina e chirurgia, della farmacia e delle professioni sanitarie ausiliarie di levatrice, assistente sanitaria visitatrice e infermiera diplomata. L’applicazione dell’esenzione Iva alle prestazioni sanitarie deve essere valutata in relazione alla natura delle prestazioni fornite, riconducibili nell’ambito della diagnosi, cura e riabilitazione, e in relazione ai soggetti prestatori, i quali devono essere abilitati all’esercizio della professione, a prescindere dalla forma giuridica che riveste il soggetto che le rende (risoluzioni 550555/E del 1989, 119/E del 2003, 39/E del 2004, 87/E del 2010). Tali prestazioni professionali, purché oggettivamente riconducibili alla diagnosi, alla cura e alla riabilitazione della persona e in quanto materialmente rese da soggetti (infermieri, fisioterapisti, operatori socio-sanitari) in possesso di tali requisiti, ricadono nell’ambito di applicazione dell’articolo 10 citato e, conseguentemente, sono esenti ai fini Iva (risoluzione 128/E del 2011).


Fonte: Agenzia Entrate

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Decreto competitività: incentivi agli investimenti in beni strumentali.

L'articolo 18 del D.L. n. 91 del 25 giugno 2014 (c.d. "Decreto competitività") prevede un bonus investimenti per il rilancio e lo sviluppo delle imprese. Si tratta di un incentivo agli imprenditori che rinnovano i propri strumenti produttivi nelle strutture ubicate sul territorio italiano effettuando investimenti fino al 30 giugno dell’anno. Il bonus consiste in un credito d’imposta pari al 15% degli investimenti effettuati in nuovi beni strumentali compresi nella divisione 28 della tabella Ateco 2007, che dovrà essere utilizzato esclusivamente in compensazione ripartendolo in tre quote annuali di pari importo.

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False partite IVA, non scatta la presunzione se si è iscritti all'Albo.

Il Ministero del Lavoro, nella risposta all'interpello n. 16 pubblicato il 26 giugno, fornisce chiarimenti in merito al meccanismo presuntivo delle "false partite IVA" introdotto dalla Legge n. 92/2012. In particolare, al fine di contrastare l’utilizzo “distorto” dello strumento delle c.d. partite IVA, scatta la presunzione secondo la quale è possibile ricondurre le prestazioni di lavoro autonomo nell’ambito del lavoro subordinato in presenza di determinati presupposti che facciano ipotizzare appunto che dietro la partita IVA si celi, in realtà, un rapporto di lavoro dipendente. Il Ministero nell'interpello ribadisce che la presunzione non opera in relazione “alle prestazioni lavorative svolte nell’esercizio di attività professionali per le quali l’ordinamento richiede l’iscrizione ad un ordine professionale, ovvero ad appositi registri, albi, ruoli o elenchi professionali qualificati e detta specifici requisiti e condizioni”.


Fonte: Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale

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Conservazione elettronica dei documenti fiscali.

Entrano in vigore le nuove regole sulla conservazione elettronica dei documenti fiscali previste dal decreto ministeriale del 17 giugno 2014, grazie alla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale n. 146 di ieri 26 giugno del decreto stesso. Le nuove norme sostituiscono, abrogandole da subito, le disposizioni del previgente decreto ministeriale del 23 gennaio 2004. Non ci sarà più il vincolo temporale dei 15 giorni per la conservazione delle fatture elettroniche. Ci saranno, poi, semplificazioni nell'assolvimento dell'imposta di bollo, l'eliminazione dell'obbligo di comunicazione dell'impronta dell'archivio digitale.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Tfr e reddito complessivo.

Il familiare che nel 2013 ha ricevuto il solo trattamento di fine rapporto, può essere considerato a carico?

Le detrazioni per carichi di famiglia spettano a condizione che le persone alle quali si riferiscono possiedano un reddito complessivo non superiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili (articolo 12, comma 3, del Tuir). Ai fini della verifica della condizione di familiare a carico, non si deve tener conto dei redditi assoggettati a tassazione separata (circolare n. 55/E del 2002). Quindi, il trattamento di fine rapporto, soggetto a tassazione separata fino all’importo di un milione di euro (articolo 17, comma 1, lettera a, del Tuir), non concorre al reddito complessivo; la quota di Tfr eccedente quel limite, invece, è tassata in via ordinaria e confluisce nel reddito complessivo (articolo 24, comma 31, Dl 201/2011).


Fonte: Agenzia Entrate

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Nuovi incentivi in agricoltura: più competitività al made in Italy.

Nel “decreto competitività” (Dl 91/2014) sono presenti, tra le altre, alcune misure a favore del settore agricolo.
In particolare, previsti due crediti d’imposta, nella misura del 40%, per gli investimenti finalizzati al rafforzamento dell’e-commerce e per lo sviluppo di nuove reti di imprese o il potenziamento di quelle esistenti.
Sconti fiscali, poi, per gli affitti dei terreni da parte di giovani tra i 18 e i 35 anni che si dedicano all’attività agricola, incentivi contributivi per i datori di lavoro che assumono persone comprese in quella stessa fascia di età, deduzioni Irap anche per i lavoratori stagionali impiegati per almeno 150 giornate all’anno.

Commercio elettronico e reti d’impresa
Per il sostegno al “made in Italy”, l’articolo 3 del Dl 91/2014 istituisce, per il 2014 e per i due anni successivi, un credito d’imposta del 40% delle spese, non superiore a 50mila euro, per nuovi investimenti per la realizzazione e l’ampliamento di infrastrutture informatiche finalizzate al potenziamento del commercio elettronico.
Lo stesso articolo, allo scopo di incentivare la creazione di nuove reti di imprese o lo svolgimento di nuove attività da parte di reti di imprese già esistenti, prevede anche un altro credito, nella stessa misura del 40% e comunque non superiore a 400mila euro, per le spese sostenute per lo sviluppo di nuovi prodotti, pratiche, processi e tecnologie, nonché per la cooperazione di filiera.
Entrambi i bonus vanno indicati nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta per i quali sono concessi, vanno utilizzati esclusivamente in compensazione e non concorrono alla formazione del reddito né alla determinazione della base imponibile Irap.
Successivi decreti ministeriali fisseranno termini, condizioni e modalità applicative delle due disposizioni.
Per l’effettivo riconoscimento dei crediti, sarà comunque necessario acquisire l’autorizzazione della Commissione europea.

Assunzione di giovani e riduzione dei costi lavoro
L’articolo 5 del decreto introduce incentivi per i datori di lavoro che danno occupazione a giovani lavoratori agricoli.
Il premio scatta per le assunzioni, effettuate tra il 1° luglio 2014 e il 30 giugno 2015, di persone comprese nella fascia di età fra i 18 e i 35 anni, senza un lavoro regolarmente retribuito da almeno sei mesi e senza un diploma di istruzione secondaria di secondo grado. Deve trattarsi di contratti a tempo indeterminato ovvero determinato ma con durata almeno triennale; in quest’ultimo caso, inoltre, è richiesto che il contratto assicuri un minimo di 102 giornate lavorate all’anno e sia redatto in forma scritta.
Le assunzioni devono comportare un incremento occupazionale netto calcolato sulla base della differenza tra il numero di giornate lavorate nei singoli anni successivi all’assunzione e il numero di giornate lavorate nell’anno precedente l’assunzione. I dipendenti con contratto a tempo parziale sono computati in base al rapporto tra le ore pattuite e l’orario normale dei lavoratori a tempo pieno.
L’incentivo, pari a un terzo della retribuzione lorda imponibile ai fini previdenziali, per un periodo complessivo di 18 mesi, è riconosciuto mediante compensazione dei contributi, secondo le seguenti modalità:
per le assunzioni a tempo determinato, sei mensilità a decorrere dal completamento del primo anno di assunzione, sei a decorrere dal completamento del secondo anno, sei dal completamento del terzo
per le assunzioni a tempo indeterminato, diciotto mensilità a decorrere dal completamento del primo anno di assunzione.
L’Inps dovrà, con propria circolare, disciplinare le modalità attuative della norma e rendere disponibili le procedure informatiche per la richiesta e la fruizione dell’incentivo, fissando la data a partire dalla quale sarà possibile presentare le domande.

È sempre l’articolo 5 a prevedere, dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2013 e previa autorizzazione della Commissione europea, l’applicazione nella misura del 50% delle deduzioni Irap, attualmente riconosciute per i lavoratori a tempo indeterminato, anche ai lavoratori stagionali in agricoltura impiegati per almeno 150 giornate all’anno e con contratto di durata non inferiore a tre anni.

Detrazione d’imposta per l’affitto di terreni agricoli
L’articolo 7 del Dl 91/2014 istituisce, nel rispetto della regola de minimis, una detrazione del 19% delle spese sostenute per i canoni di affitto dei terreni agricoli, entro il limite di 80 euro per ciascun ettaro locato e fino a un massimo di 1.200 euro all’anno, in favore dei coltivatori diretti e degli imprenditori agricoli professionali, iscritti nella previdenza agricola, di età inferiore a 35 anni.
Ciò, a decorrere dal 2014; l’acconto Irpef per quell’anno va comunque calcolato senza tenerne conto.

Rivalutazione dei redditi dominicali e agrari
Lo stesso articolo 7, al comma 4, interviene sulla norma della Stabilità 2013 che ha disposto, per il triennio 2013-2015, la rivalutazione dei redditi dei terreni nella misura del 15% ovvero del 5%, per i terreni posseduti da coltivatori diretti e imprenditori agricoli professionali iscritti nella previdenza agricola.
Viene ora disposto che la rivalutazione sarà, per la generalità dei contribuenti, del 30% nel 2015 e del 7% a decorrere dal 2016, mentre per coltivatori diretti e Iap viene modificata la sola misura della rivalutazione da effettuare nel 2015: non più il 5%, ma il 10 per cento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rendite finanziarie dal 20 al 26%.

Cambia la tassazione dei redditi di natura finanziaria: il Dl n. 66/2014 (articoli 3 e 4) ha infatti stabilito il passaggio dell’aliquota dal 20 al 26 per cento. La novità, che scatta dall’1 luglio, si applica genericamente ai redditi di natura finanziaria, dunque anche ai redditi finanziari percepiti nell’esercizio di attività di impresa (per questo non rientranti nella categoria dei redditi di capitale).
La circolare n. 19/E del 27 giugno chiarisce l’ambito applicativo, le deroghe e lo sfondo del rinnovato quadro normativo, nel quale viene definitivamente meno l’obbligo di ritenuta sui proventi delle attività e degli investimenti esteri precedentemente previsto a carico degli intermediari residenti (obbligo che era stato temporaneamente sospeso dal provvedimento delle Entrate del 19 febbraio scorso, per via delle difficoltà applicative riscontrate).

L’ambito di applicazione della norma: chi è dentro e chi resta fuori
La norma che detta l’aumento dell’aliquota dal 20% al 26% si applica non soltanto ai redditi di capitale, ma anche ai redditi diversi di natura finanziaria. Restano fuori dall’ambito di applicazione della tassazione ad aliquota fissa del 26%, invece, le plusvalenze relative alle partecipazioni qualificate citate dalla lettera c) dell’articolo 67 del Tuir, in quanto non sottoposte a imposta sostitutiva (le quali concorrono alla determinazione del reddito nella misura del 49,72%).

Il calendario previsto dal Dl 66/2014
La nuova misura dell’aliquota si applica:
ai dividendi percepiti dall’1 luglio 2014
agli interessi e altri proventi di conti correnti e depositi bancari e postali maturati a partire dall’1 luglio 2014
ai redditi derivanti da obbligazioni e cambiali finanziare maturati a decorrere dal 1° luglio 2014, indipendentemente dalla data di emissione dei titoli.
Invece, l’aliquota del 26% scatta a partire dal giorno successivo a quello di scadenza nel caso dei contratti di riporto e pronti contro termine di durata non superiore a dodici mesi stipulati prima dell’1 luglio 2014 (e aventi a oggetto obbligazioni e titoli similari soggetti all’imposta sostitutiva prevista dal Dlgs n. 239/1996).
Pertanto, per i differenziali generati fino alla scadenza dei contratti conclusi prima dell’1 luglio 2014 continua ad applicarsi l’aliquota precedente (a seconda dei casi, 12,5% o 20%).

Le misure di favore: white list, titoli pubblici, fondi pensione
Mantenuto il trattamento di favore riservato ad alcune fattispecie meritevoli di tutela, in certi casi introdotte al fine di salvaguardare alcuni interessi generali di carattere pubblico oppure perché derivanti da accordi derivanti dall’appartenenza all’Ue.
Tra le varie deroghe al nuovo quadro normativo, ad esempio, rimane in vigore l’aliquota del 12,5% sui titoli pubblici italiani (ed equiparati). È il caso dei titoli del debito pubblico, dei buoni fruttiferi postali emessi dalla Cassa depositi e prestiti e dei titoli equiparati, emessi da organismi internazionali.
Per quanto riguarda gli Stati esteri inclusi nella white list (Dm 4 settembre 1996), si estende ulteriormente l’ambito di applicazione dell’aliquota agevolata del 12,5%, che in precedenza interessava solo le obbligazioni emesse dagli Stati: adesso vi rientrano anche le obbligazioni emesse dai loro enti territoriali.
Analoga aliquota ridotta del 12,5% per le obbligazioni di progetto (project bond), seppure relativamente ai soli interessi maturati su questi strumenti finanziari e non anche agli altri redditi di capitale o diversi di natura finanziaria derivanti dalla loro cessione o rimborso.
Non si applica la nuova aliquota del 26%, infine, nemmeno alle forme di previdenza complementare. Per esse, però, il Dl 66/2014 ha aumentato dall’11 all’11,5% l'imposta sostitutiva dovuta sul risultato netto maturato per l’anno 2014.

Cosa cambia per il monitoraggio fiscale (quadro Rw)
In seguito all’abrogazione dell’obbligo di effettuazione della ritenuta, i sostituti d’imposta che intervengono nella riscossione dei redditi derivanti da attività finanziarie estere applicheranno le ritenute alla fonte e le imposte sostitutive soltanto dietro specifico incarico da parte del contribuente. In caso contrario, il contribuente dovrà compilare il quadro RW (restano comunque esonerati dall’obbligo i contribuenti che detengono conti correnti e depositi bancari all’estero di valore inferiore a 10mila euro).

Assicurazioni
Le imposte sostitutive sono dovute nella misura del 26% anche sui redditi di capitale percepiti in dipendenza di contratti assicurativi, nonché sulle plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso dei predetti contratti. Tale misura si applica ai redditi di capitale derivanti da contratti sottoscritti dall’1 luglio 2014 e alle plusvalenze realizzate a decorrere da tale data, indipendentemente dalla data di stipula dei contratti.
Invece, per i contratti stipulati entro il 30 giugno 2014, si applica l’aliquota del:
12,5%, per la parte dei redditi maturati fino al 31 dicembre 2011
20%, per la parte dei redditi maturati dall’1 gennaio 2012 fino al 30 giugno 2014
26%, sui redditi maturati a partire dall’1 luglio 2014.
Redditi diversi di natura finanziaria, quando è percorribile l’affrancamento
Con riferimento ai redditi diversi di natura finanziaria si applica l’aliquota del 26% alle plusvalenze realizzate a partire dall’1 luglio 2014. Qualora la cessione a titolo oneroso si sia perfezionata antecedentemente a tale data, la plusvalenza resta assoggettata a imposizione con l’aliquota del 20 per cento.
Per evitare che l’aumento dell’aliquota incida sui redditi maturati antecedentemente all’1 luglio 2014, sarà comunque possibile affrancare il costo o il valore di acquisto delle attività finanziarie possedute al 30 giugno 2014, versando un’imposta sostitutiva del 20%, determinata sulla differenza fra tale valore o costo in base ai criteri previsti dal “decreto affrancamento” (Dm 13 dicembre 2011) e il valore o costo di acquisto delle stesse o il valore già precedentemente affrancato (articolo 5, Dlgs 461/1997).
L’affrancamento consente ai contribuenti di assumere come costo fiscalmente riconosciuto delle attività finanziare il valore alla data del 30 giugno 2014, in luogo dell’originario costo.
È prevista una diversa modalità di esercizio dell’opzione a seconda del regime scelto dal contribuente ai fini dell’applicazione dell’imposta sostitutiva sui redditi diversi di natura finanziaria, ossia a seconda che sia stato scelto il regime dichiarativo ovvero il regime del risparmio amministrato.

Nel primo caso, l’opzione può essere effettuata direttamente tramite versamento dell’eventuale imposta sostitutiva entro il 16 novembre 2014; nella seconda ipotesi, l’opzione deve essere riferita obbligatoriamente a tutte le attività finanziarie (ad eccezione di quelle escluse dall’affrancamento) comprese nel singolo rapporto di custodia, amministrazione o altro stabile rapporto, possedute alla data del 30 giugno 2014, nonché alla data di esercizio dell’opzione. In entrambe le ipotesi, non è consentito l’affrancamento parziale. L’imposta sostitutiva è versata dagli intermediari entro il 16 novembre 2014, dopo averne ricevuto provvista dal contribuente. I dati relativi all’affrancamento sono indicati nella dichiarazione del sostituto d’imposta e dell’intermediario relativa al periodo d’imposta 2014.
Per quanto concerne le modalità di determinazione della base imponibile su cui applicare l’imposta sostitutiva del 20% sui redditi diversi di natura finanziaria, le plusvalenze e gli altri redditi diversi di natura finanziaria derivanti dall’esercizio dell’opzione sono determinati, prioritariamente, al netto del 62,50% di eventuali minusvalenze, perdite o differenziali negativi realizzati prima dell’1 gennaio 2012 e non ancora utilizzati in compensazione. Successivamente, al netto di eventuali minusvalenze, perdite o differenziali negativi realizzati dall’1 gennaio 2012 al 30 giugno 2014 e non ancora utilizzati in compensazione. Infine, al netto delle minusvalenze, perdite o differenziali negativi che dovessero derivare dall’esercizio della medesima opzione.

Credito d’imposta per le casse privatizzate
È riconosciuto, in attesa dell’armonizzazione, prevista a decorrere dal 2015, della disciplina di tassazione dei redditi percepiti da tali enti e dalle forme di previdenza complementare, un credito d’imposta a favore delle casse professionale (Dlgs 252/2005). Il credito, da utilizzare in compensazione, sarà pari alla differenza tra l’ammontare delle ritenute e imposte sostitutive applicate nella misura del 26% sui redditi di natura finanziaria relativi al periodo che va dall’1 luglio al 31 dicembre 2014 e l’ammontare delle medesime ritenute calcolate nella misura del 20%. Tale importo non concorre a formare il reddito ai fini delle imposte sui redditi né il valore della produzione ai fini dell’Irap e non rileva ai fini del rapporto di indeducibilità degli interessi passivi (articolo 61 del Tuir) né di indeducibilità delle spese e dei componenti negativi (articolo 109, comma 5, del Tuir).


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 23 giugno 2014

Progetto universitario: divisione quote societarie.

siamo un gruppo di studentesse universitarie della facoltà di Ing. Gestionale a Bologna. Stiamo lavorando con un gruppo di biologi che ha ideato un integratore biologico e ha intenzione di metter su una società per poterlo vendere.
Sono una start-up. Noi dobbiamo redigere il loro business plan. Ci interessa capire come possono dividersi le quote societarie. Sono 5 membri: 1 docente universitario, 4 assegnisti di ricerca e 1 tecnico di laboratorio. La società è una S.r.l. e il capitale sociale iniziale è di 96.000€. Ci interessa sottolineare, che il tutto è solo finalizzato al superamento dell'esame.

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Detrazione IVA legittima anche con prezzi fuori mercato.

La Corte di Cassazione con Sentenza n. 12502 del 4 giugno 2014 ha affermato che è legittima la detrazione IVA anche se i prezzi praticati dall’impresa sono fuori mercato. Al contrario, l'Amministrazione finanziaria può sindacare i costi esposti in bilancio dalle imprese e negare, in virtù dell’elusione fiscale, la deduzione dalle imposte sui redditi.

La legittimità delle detrazioni IVA, per parte sua, derivava dalla riconosciuta inerenza dei costi dei servizi acquisiti.

Il sistema comune dell’IVA è perciò volto a garantire la neutralità dell’imposizione fiscale per tutte le attività, a prescindere dallo scopo o dai risultati di esse, purché siano appunto assoggettabili al tributo, prevedendosi un’interruzione di detto esonero generale allorché il bene o servizio venga reso al consumatore finale.

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Fatture per operazioni “irreali”? Il versamento Iva è pieno e reale.

L’emittente di fatture fittizie non può giovarsi di una nota di credito per evitare il pagamento dell’Iva indebitamente fatturata, considerato che la rettifica dell’imponibile e della relativa imposta presuppone il compimento di un’operazione reale.
A sottolinearlo, la Corte di cassazione con l’ordinanza n. 12995 del 9 giugno 2014.
Ai sensi dell’articolo 21, comma 7, Dpr 633/1972, infatti, se viene emessa una fattura per operazioni inesistenti ovvero se nella fattura i corrispettivi sono indicati in misura superiore a quella reale, l’imposta è dovuta per l’intero ammontare. Si tratta del cosiddetto principio di formalità dell’imposta per effetto del quale, se l’Iva è indicata nella fattura o in qualsiasi altro documento che ne fa le veci, essa deve essere comunque versata all’Erario (Cassazione, 12353/2005).

La citata norma non è stata creata per fini sanzionatori, piuttosto per ricondurre a coerenza il sistema impositivo Iva fondato sui principi della rivalsa e della detrazione (Cassazione, 7289/2001). In tal senso dispone anche l’articolo 203 della direttiva Cee 112/2006, secondo cui “l’Iva è dovuta da chiunque indichi tale imposta in una fattura”. La finalità è chiara: scongiurare il rischio di frodi fiscali, ossia l’indebita detrazione d’imposta da parte di operatori economici, destinatari della presunta prestazione.

Il fatto
Il contenzioso origina da un avviso di accertamento, con cui l’ufficio di Lodi contestava a una società il mancato versamento dell’Iva a fronte dell’emissione di due fatture relative a operazioni oggettivamente inesistenti. La società incardinava regolare giudizio contestando la fondatezza del rilievo ai fini Iva. Il ricorso veniva respinto; stesso verdetto in appello. Difatti, i giudici di merito, sia in primo grado sia in secondo, hanno condiviso le argomentazioni esposte dall’ufficio. La società, successivamente, ha presentato ricorso per cassazione, denunciando la violazione dell’articolo 21, comma 7 del Dpr 633/1972, in quanto la Ctr avrebbe ritenuto legittima la pretesa fiscale sulla base di due fatture per operazioni inesistenti immediatamente espunte dalla contabilità, senza determinare alcun effetto distorsivo per il Fisco.

La decisione
La Corte, nel respingere il ricorso, evidenzia come il diritto comunitario non impedisce agli Stati membri di ritenere la redazione di fatture fittizie, che indicano indebitamente un’imposta sul valore aggiunto, come un tentativo di frode fiscale e di applicare, in tal caso, le ammende o sanzioni pecuniarie previste dal loro diritto nazionale.

Del resto, sottolinea la Cassazione, l’emissione di fatture per operazioni inesistenti ha sempre costituito condotta penalmente sanzionata come delitto (Cassazione, 7289/2001 e l4337/2002).
L’articolo 21, comma 7, va letto nel senso che “il tributo viene ad essere considerato fuori conto e la relativa obbligazione, conseguentemente isolata dalla massa di operazioni effettuate, estraniata, per ciò stesso, dal meccanismo di compensazione tra Iva a valle ed Iva a monte”.
Se la fattura si riferisce a un’operazione inesistente, non è consentita la variazione in diminuzione; conseguentemente il cedente o falso prestatore deve sempre versare l’imposta esposta in fattura, mentre l’acquirente o il committente non può in alcun caso portare in detrazione l’Iva per assenza del suo presupposto, ossia l’acquisto di beni o servizi acquistati nell’esercizio d’impresa, arte o professione (Cassazione, 12353/2005).

La ratio è quella di scongiurare fenomeni elusivi; difatti, il beneficio della detrazione non è accordabile, per il diritto comunitario, laddove sia provato che lo stesso è invocato fraudolentemente o abusivamente.
In particolare, la Cassazione, con ordinanza 10178/2014, ha statuito che l'Amministrazione può provare la connivenza del cessionario nella frode del cedente anche mediante presunzioni semplici, “le quali possono derivare anche dalle medesime risultanze di fatto attinenti alla natura di cartiera del cedente”.
Di contro, il contribuente dovrà provare l’esistenza effettiva, anche sul piano soggettivo, degli acquisti operati e documentati nelle fatture, nonché la sua buona fede in ordine al carattere fraudolento delle operazioni a monte del proprio acquisto.

In sostanza, il principio di effettività prevale su quello di cartolarità del tributo (Cassazione, 5979/2014); il principio di neutralità fiscale, inoltre, non osta a che l’Amministrazione finanziaria neghi il rimborso dell’Iva versata dalla società prestatrice del servizio quando l’esercizio del diritto alla detrazione sia stato negato alla società destinataria della prestazione (Corte di giustizia 8 maggio 2013, C-271/12).

Del resto, la procedura di variazione dell’imponibile e dell’imposta contenuta nell’articolo 26, secondo e terzo comma, del citato Dpr, consente la variazione in diminuzione entro un anno dall’effettuazione dell’operazione, limitatamente al caso di “rettifiche di inesattezze di fatturazione che abbiano dato luogo all’applicazione del settimo comma dell’art. 21”. Non sembra, dunque, che il legislatore abbia esplicato le modalità di regolarizzazione nel caso in cui le fatture vengono emesse in maniera abusiva.
Ovviamente, se la maggiore imposta esposta in fattura è conseguenza di un errore, il contribuente in buona fede potrà rettificarla in base all’articolo 26.

In definitiva, per attivare la procedura di rettifica necessitano due condizioni: la regolare emissione di fattura e la riconducibilità dell’operazione a un negozio giuridico reale, destinato a produrre effetti tra le parti (risoluzione ministeriale n. 370859 del 4 novembre 1981).


Fonte: Agenzia Entrate

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Legittimo il dubbio dell’ufficio con operazioni antieconomiche.

La Corte richiama il principio per cui “in tema di accertamento delle imposte sui redditi, la presenza di scritture contabili formalmente corrette non esclude la legittimità dell’accertamento analitico-induttivo del reddito d’impresa, ai sensi del DPR n. 600/1973, art. 39, comma 1, lett. d), qualora la contabilità stessa possa considerarsi complessivamente inattendibile in quanto confliggente con i criteri della ragionevolezza, anche sotto il profilo della antieconomicità del comportamento del contribuente. In tali casi, pertanto, è consentito all’Ufficio dubitare della veridicità delle operazioni dichiarate e desumere, sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, maggiori ricavi o minori costi, ad esempio determinando il reddito del contribuente utilizzando le percentuali di ricarico, con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente (di recente Cass.n. 14941/2013; id n. 6929/2013; id n.  7871/2012; id n. 2616/2011 ed, in termini, Cass. n.  21536/2007)

Sentenza n. 12167 del 30 maggio 2014 (udienza 13 marzo 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Crucitti Roberta
D.P.R. n. 600/1973, art. 39, comma 1, lett. d) – La presenza di scritture contabili formalmente regolari none esclude l’utilizzo di presunzioni semplici – L’onere della prova è a carico del contribuente

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Immobile in comodato a un familiare.

Qual è il regime di tassazione Irpef di un immobile dato in uso gratuito a un familiare, situato nello stesso comune in cui il comodante possiede la sua abitazione principale?

Gli immobili concessi in comodato non devono essere dichiarati dal comodatario, ma dal proprietario. Il reddito degli immobili a uso abitativo non locati, assoggettati a Imu, concorre nella misura del 50% alla formazione del reddito imponibile qualora siano ubicati nello stesso comune ove si trova l’abitazione principale (legge 147/2013). Per abitazione non locata si intende non solo un’abitazione a disposizione, ma anche un immobile che sia stato concesso in comodato gratuito a parenti entro il terzo grado o affini entro il secondo. Nella dichiarazione dei redditi, dovrà essere indicato il codice "3" nella colonna 12 ("casi particolari Imu") del quadro RB di Unico.


Fonte: Agenzia Entrate

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Mercato immobiliare residenziale. Sono on line le “Note territoriali”.

In Rete, sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate, le “Note territoriali” dell’Osservatorio del mercato immobiliare.
Negli studi, curati dagli uffici provinciali e coordinati dalla direzione centrale Omi, sono riportati i dati delle transazioni registrate nel secondo semestre del 2013 in alcuni dei maggiori capoluoghi italiani (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Genova, Catania, Firenze, Salerno, Perugia, Bari, Venezia, Padova, Modena, Crotone, Udine, Pavia, Catanzaro e Mantova) e nei comuni delle province. Oltre ai numeri delle compravendite, disponibili anche notizie relative alle quotazioni medie e alla distribuzione per tipologia di abitazioni.

Dai dati emerge un mercato immobiliare che continua a risentire della crisi, anche se non manca qualche segnale di ripresa. Tra le città più grandi, con più di 300mila abitanti, per esempio, ce ne sono tre che, negli ultimi sei mesi del 2013, hanno aumentato le transazioni rispetto allo stesso periodo del 2012.
In particolare, a Milano, la crescita è stata dell’11,3%, mentre a Firenze e Bologna ci sono stati incrementi meno consistenti (rispettivamente, +4,3% e 6,8%), che segnano comunque una prima inversione di tendenza.

I segnali positivi registrati in queste città, però, non indicano un rialzo del dato complessivo degli otto capoluoghi più grandi, che si conferma negativo (-4,8%), anche per i cali sostenuti di Napoli (-34,4%) e Torino (-9,3%).
A proposito del risultato napoletano, però, è importante ricordare che, nei mesi precedenti, il mercato era rimasto su livelli superiori alla media grazie al programma di dismissione di parte del patrimonio pubblico.

Analizzando nel dettaglio i numeri, emerge che a Milano c’è stato un aumento generalizzato su tutto il territorio, mentre, per quanto riguarda le quotazioni medie, si è rilevata una lieve flessione (-0,6%) che, sostanzialmente, non ha modificato il costo delle abitazioni, soprattutto nelle zone del centro storico, che continuano a essere quelle più costose (6.141 euro a metro quadrato).

A Roma, nel secondo semestre del 2013, invece, il calo è stato del 5,8%, frutto di un mercato a macchia di leopardo, con zone caratterizzate da aumenti, come nel caso dei quartieri Salaria, Trieste e Nomentano (+28,1%), e altre dove sono state registrate diminuzioni, com’è avvenuto nella fascia Appia-Tuscolana (-34,5%). Leggera la flessione delle quotazioni medie (3.480 euro a metro quadrato, -1,9%), mentre l’area del centro storico continua a essere la più costosa (6.590 euro a metro quadrato).

Va decisamente peggio a Napoli (2.351 transazioni, -34,6%) dove, al di là dell’influenza del programma di dismissione del patrimonio pubblico, la sensazione è che ci sarebbe stato, comunque, un rallentamento del mercato. La diminuzione più evidente nei quartieri periferici, in cui è situata la maggior parte degli immobili pubblici venduti nei periodi precedenti. Compravendite in salita soltanto nelle aree collinari (Vomero, Arenella e Colli Aminei), con un aumento del 9,4%. Giù le quotazioni nella zona di Chiaia, Posillipo e via Partenope che, pur se in calo (-4,6%), resta la più costosa (4.992 euro al metro quadrato).


Fonte: Agenzia Entrate

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Stabile organizzazione, perdite pregresse deducibili in base all'attivo e al passivo.

L'Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 63/E del 17 giugno 2014, fornisce un'interpretazione con riguardo alla disposizione di cui all’articolo 172, comma 7, del Tuir, in tema di “limite patrimoniale” al riporto delle perdite. In particolare, precisa che il limite del “patrimonio netto” di una stabile organizzazione italiana di un soggetto non residente, coinvolta in un’operazione di fusione transnazionale, ai fini della determinazione delle perdite riportabili, è dato dal fondo di dotazione contabile, come risultante dall’ultimo rendiconto di cui all’articolo 14, comma 5, del Dpr 600/1973, integrato delle eventuali variazioni fiscali effettivamente operate nella dichiarazione dei redditi del relativo periodo d’imposta, finalizzate a realizzarne la congruità ed entro tali limiti.

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Decreto semplificazioni in Consiglio dei Ministri.

E' atteso al Consiglio dei Ministri di oggi il Decreto legislativo che, attuando la Delega fiscale (Legge n. 23/2014), prevede semplificazioni fiscali per i contribuenti. Lo schema di decreto legislativo prevede, tra le misure, l'introduzione di una dichiarazione 730 precompilata che dal 2015 arriverà a domicilio a tutti i dipendenti e pensionati (dal 2016 nel modello entreranno anche le spese sanitarie). I rimborsi IVA fino a 15.000 euro potranno avvenire senza fidejussione o garanzia, ma oltre questa soglia servirà il visto di conformità. Per le spese per omaggi e rappresentanza, si pensa ad equiparare la soglia di deducibilità ai fini delle imposte dirette alla soglia di detraibilità dell'IVA (50 euro). Per gli interventi di riqualificazione energetica che proseguono per più periodi d'imposta, verrà eliminata la comunicazione all'Agenzia delle Entrate ai fini 0della fruizione della detrazione Irpef del 55-65%. Si intende dare un'unica definizione di abitazione di lusso per l'imposta di registro e l'IVA in caso di compravendita. L'obbligo di invio delle comunicazioni con paesi Black list non scatterà per operazioni di importo fino a 10.000 euro; per quelle di importo superiore, la comunicazione sarà solo annuale (e non più mensile o trimestrale). Per chi intende operare con l'estero, la richiesta di iscrizione al VIES determinerà l'automatica iscrizione nell'elenco e l'immediato via libera ad operare.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Credito d'imposta in macchinari in tre rate.

Il Decreto Sviluppo prevede, all'articolo 1, un credito d'imposta per gli investimenti (acquisti, anche tramite leasing) in macchinari nuovi, pari al 15% del costo di beni strumentali della categoria Ateco28 effettuati fino al 30 giugno 2015, per la parte che supera la media degli ultimi cinque anni, escludendo nel calcolo l'esercizio con l'investimento maggiore. Il credito si utilizza mediante compensazione nel modello F24 in tre rate annuali di pari importo a partire dal 1° gennaio del secondo anno successivo a quello dell'investimento.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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venerdì 20 giugno 2014

Quesito: fattura elettronica allea p.a.

la mia è un impresa semplice (studio fotografico)...dopo aver fatto un lavoro ad una Scuola...loro mi hanno chiesto la fattura elettronica (in vigore dal 6 giugno per la pubb istruzione).....e da qui inizia il TAM TAM.....IL MIO COMMERC NON NE SA NIENTE ....LA SCUOLA STOSSO MI DA IL SITO WWW.ACQUISTAINRETE.IT DOVE REGISTRARMI  E RICHIEDERE ABILITAZIONI (COMPLESSE PERCHE IN BASE AL SERVIZIO CHE IO HO SVOLTO,NN C'è NESSUN BANDO)...E DOPO ESSERMI REGISTRATO E RISPOSTE A VARIE DOMANDE COMPLICATISSIME MI SONO FERMATO IN UN PUNTO E NN RIESCO AD ANDARE AVANTI.......MA IO MI DOMANDO E CHIEDO è OBBLIGATORIO FARE LA FATTURA ELETTRONICA PER LE PUBBLICHE ISTRUZIONI???? CHI FA QUESTO SERVIZIO???? è VERO CHE CI SONO BANCHE CHE POSSONO FARE QUESTO SERVIZIO.......???????SONO DUE GG CHE CERCO DI FARE E CAPIRE ...

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Decreto Irpef convertito in legge.

E' stata definitivamente approvata dal Parlamento la conversione in legge del D.L. n. 66/2014, noto come decreto sul bonus Irpef ma contenente, in realtà, anche altre misure. Con riguardo al bonus Irpef per i lavoratori dipendenti, viene ribadito che si tratta di una misura circoscritta al periodo di imposta 2014, in attesa di un intervento strutturale che arriverà con la prossima Legge di stabilità il quale dovrà anche favorire il carico di famiglia e, in particolare, le famiglie monoreddito con almeno due figli a carico. E' confermato l'innalzamento della tassazione dei redditi di natura finanziaria dal 20 al 26%, ma viene introdotto un credito d'imposta per le Casse di previdenza private, utilizzabile in compensazione a partire dal 1° gennaio 2015, pari alla differenza tra l’ammontare di ritenute e imposte sostitutive applicate al 26% nel periodo 1° luglio-31 dicembre 2014 e l’importo delle stesse conteggiate con la precedente aliquota del 20%. Viene innalzata dall’11 all’11,50%,l’aliquota dell’imposta sostitutiva sul risultato dei fondi pensione ma per il solo anno 2014. Il versamento dell'imposta sostitutiva per la rivalutazione dei beni d’impresa potrà essere eseguito in tre rate annuali di pari importo entro il 16 giugno, 16 settembre e 16 dicembre (per i contribuenti con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare). Viene stabilita la proroga del versamento della prima rata TASI 2014 al 16 ottobre (anziché 16 giugno) nei Comuni che non hanno pubblicato in tempo le delibere; in assenza di una delibera anche entro il 10 settembre, il versamento andrà eseguito entro il 16 dicembre in unica soluzione applicando l’aliquota base dell’1 per mille. In materia di riscossione, viene introdotta la possibilità, per i contribuenti che sono decaduti dal beneficio della rateizzazione dei debiti fiscali entro il 22 giugno 2013, di richiedere un nuovo piano di dilazione entro il 31 luglio prossimo e fino a 72 rate mensili.

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Catasto, aggiornamenti più rapidi con Pregeo 10.

L'Agenzia delle Entrate ha presentato, nel corso di un workshop organizzato in collaborazione con tutti i Consigli nazionali degli ordini professionali abilitati all’aggiornamento del catasto (geometri, ingegneri, architetti, periti industriali, periti agrari, agrotecnici, dottori agronomi e forestali), le nuove funzionalità di Pregeo 10, il software utilizzato dai professionisti per l’aggiornamento del catasto terreni. La nuova procedura sarà avviata dal prossimo 1° luglio su tutto il territorio nazionale, ma diventerà obbligatoria a partire dal 2 gennaio 2015. La procedura Pregeo 10 permette di inviare telematicamente le istanze all’Agenzia delle Entrate, senza doversi recare presso gli sportelli.

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Irap, confermato il taglio dall'esercizio 2014.

Con la conversione in legge del D.L. n. 66/2014, diventa definitivo lo sconto generalizzato Irap per imprese e professionisti del 10% a partire dall'esercizio 2014. In particolare, per le imprese industriali e commerciali e per i professionisti, l'Irap per il 2014 scende dal 3,9% al 3,5%; per le banche e le società finanziarie, scende dal 4,65% al 4,2%, per le assicurazioni dal 5,9% al 5,3%. Le imprese agricole usufruiranno di una aliquota ridotta all'1,7% mentre le concessionarie di opere diverse da autostrade e trafori applicheranno il tributo regionale al 3,8% contro il 4,2% precedente.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Sgravio contributivo premi di produttività, deposito entro il 30 giugno.

Con la Circolare n. 78/2014 diffusa il 17 giugno scorso dall'Inps, vengono riepilogate le condizioni per usufruire dello sgravio contributivo sulle somme previste dai contratti collettivi di secondo livello erogate nel 2013. In particolare, si ricorda che i datori di lavoro che non hanno ancora depositato i contratti presso la Direzione territoriale del lavoro competente hanno tempo per farlo sino a lunedì 30 giugno 2014, pena lo scarto della domanda. I termini per la presentazione delle domande verranno, invece, precisati con un successivo messaggio. Per fruire dell'incentivo, si deve essere in regola con il versamento dei contributi ed è necessario il rispetto della parte economica degli accordi e dei contratti collettivi. Per il 2013 la riduzione contributiva trova applicazione entro un tetto pari al 2,25% della retribuzione percepita dal lavoratore (somma incentivante compresa).


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Ok all’invio diretto della cartella tramite lettera raccomandata.

I Supremi giudici, nella sentenza 6395/2014, tornano a ribadire che, ai sensi dell’articolo 26 del Dpr 602/1973, la notificazione della cartella può essere eseguita "anche mediante invio" diretto dell'atto tramite lettera raccomandata con avviso di ricevimento.
In questo caso, come già chiarito dalla giurisprudenza di legittimità, la notifica si perfeziona con la ricezione da parte del destinatario alla data risultante dall'avviso di ricevimento, senza necessità che venga redatta un'apposita relata di notifica (cfr Cassazione 19 giugno 2009, n. 14327).
Ciò in quanto l’accertamento circa la coincidenza del destinatario col soggetto cui materialmente la cartella viene consegnata è di competenza esclusiva dell'ufficiale postale, che lo attesta con l'avviso di ricevimento della raccomandata, che è assistito dall'efficacia probatoria di cui all'articolo 2700 cc, avendo natura di atto pubblico (in tal senso, cfr Cassazione 27 maggio 2011, n. 11708).

Posta tale premessa, il Collegio giudicante chiarisce che la notifica diretta a mezzo posta, prevista dal richiamato articolo 26 - come alternativa a quella “a mani” disciplinata dalla prima parte del comma 1 della cennata norma e affidata esclusivamente ai soggetti abilitati ivi indicati (“ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale”) - resta del tutto affidata al concessionario stesso, che può darvi corso nelle modalità ritenute più opportune, nonchè all'ufficiale postale.

In ragione di ciò, i Giudici di legittimità hanno riconosciuto nella specie piena validità alla notifica della cartella effettuata a mezzo posta con consegna all’ufficiale postale a cura dell’agente della riscossione (il concessionario già esattore) e non dell’ufficiale della riscossione (o degli altri soggetti abilitati dal comma1, parte prima dell’articolo 26), precisando che per tale tipologia di notifica non è previsto che la consegna all'ufficiale postale debba essere necessariamente effettuata da determinati soggetti, e in particolare da quelli suindicati, individuati come abilitati solo per la notifica a mani.


Fonte: Agenzia Entrate

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Successione e agevolazione prima casa.

Sono proprietaria al 50% con mia sorella di un immobile ricevuto in successione. Dovrei acquistare in un'altra città un’abitazione insieme a mio marito: posso usufruire delle agevolazioni prima casa?

Le agevolazioni prima casa possono essere fruite a condizione di non essere titolari in via esclusiva o in comunione con il coniuge del diritto di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del comune in cui è situato l'immobile da acquistare. Al fine della fruizione del bonus d’imposta, l'acquirente non deve inoltre essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale, su tutto il territorio nazionale, di diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni prima casa. Pertanto, qualora si acquisti un’abitazione in un comune diverso rispetto a quello in cui è situato l’immobile ricevuto in successione, per il quale non si è goduto delle agevolazioni prima casa, nulla osta alla fruizione del beneficio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Escursioni a terra e film a bordo: il giro è turistico e vuole l’Iva.

Il trasporto dei passeggeri per brevi crociere a bordo della motonave di una società non consente a quest’ultima di beneficiare dell’esenzione Iva per i proventi incassati, in quanto il servizio prestato comprende anche prestazioni accessorie turistico-ricreative, sia in navigazione sia a terra.
Lo ha chiarito la Cassazione, con ordinanza 12599 del 4 giugno 2014.

I fatti
Con avviso di accertamento notificato a una società in accomandita semplice, l’ufficio ha recuperato a tassazione l’Iva per l’anno 2004, avendo riscontrato l’indebita applicazione dell’esenzione d’imposta per le attività di trasporto passeggeri svolte dalla società a mezzo della propria motonave, in assenza delle autorizzazioni amministrative richieste per la configurabilità di un servizio di trasporto di linea (circostanza confermata dalle locali Capitanerie di porto) o anche “non di linea” (e cioè con una funzione supplementare integrativa, effettuato a richiesta dei trasportati, in modo non continuativo o periodico, su itinerari e secondo orari stabiliti di volta in volta – legge 21/1992).

L’avviso traeva origine da un processo verbale di constatazione della Gdf, del quale recepiva le conclusioni e vi rinviava quanto alla documentazione raccolta: dichiarazione del titolare della società indirizzata ad autorità locali, nella quale l’attività veniva ricondotta al “trasporto passeggeri per fini turistici”; fatture passive emesse da varie agenzie di viaggio dalle quali risultava che la provvigione, riconosciuta alla contribuente per le commissioni attive relative alla prenotazione delle mini crociere, era collegata ai voucher dei clienti; depliant che pubblicizzavano l’itinerario turistico oltre alla possibilità di effettuare, per gruppi organizzati, prenotazioni presso varie agenzie di viaggio.

La società ha impugnato l’atto sostenendo, invece, di svolgere un servizio di trasporto pubblico urbano (articolo 1, del Dlgs 28/2001, attuativo della direttiva 1999/35/Ce), esente da Iva (ex articolo 10, n. 14, Dpr 633/1972), viste la regolarità e la frequenza quotidiana del trasporto (gli orari, inoltre, erano portati a conoscenza degli utenti e dell’Autorità marittima anche con pubblicazione su un proprio sito internet), assicurate a prescindere dal numero di passeggeri.

Altalenante l’esito del giudizio nei gradi di merito.
Mentre la Commissione provinciale ha ritenuto dimostrate la asserzioni della società e ha annullato l’avviso di accertamento, i giudici di appello aditi dall’Agenzia delle Entrate hanno evidenziato che un servizio di trasporto è Iva esente se è di pubblica utilità e, cioè, se può essere ritenuto essenziale a garantire il diritto dei cittadini alla mobilità sulla base di un riconoscimento delle autorità preposte (Cassazione, ordinanza 6484/2014) e se la successiva assegnazione del servizio viene effettuata secondo procedure concorsuali volte a garantire il miglior rapporto qualità-sicurezza-prezzo del servizio stesso.

In particolare, la Ctr ha ritenuto che, nella fattispecie esaminata, poiché il trasporto era destinato a soddisfare esigenze diverse, non sussistevano i presupposti di esenzione d’imposta. Ciò in quanto dalla documentazione in atti risultava che la motonave gestita dalla contribuente era dotata di infrastrutture accessorie, tipicamente turistico-ricreative, quali il servizio di ristorazione e bar, e che l’offerta di trasporto pubblicizzata presentava i viaggi come brevi crociere, durante le quali erano previste diverse attività (visite a terra delle varie isole dell’arcipelago toscano anche con presenza di guide turistiche, esibizione di metodi di pesca, vasca idromassaggio).

La società ha proposto ricorso per cassazione, deducendo la violazione della legge 21/1992, in quanto l’attività svolta doveva essere ricondotta al trasporto urbano per acqua e, a tale riguardo, l’assenza di autorizzazione allo svolgimento di tale attività non poteva pregiudicare il diritto all’esenzione.

La Corte, con l’ordinanza in esame, ha respinto il ricorso e ha affermato che “… la CTR, oltre a rassegnare l’esigenza di un’autorizzazione al trasporto per fruire dell’agevolazione disciplinata dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 10, n. 14…, ha espressamente accertato la natura tipicamente turistico ricreativa delle attività svolte dalla società contribuente ritenendo che tale finalità, correlata allo svolgimento di vere e proprie brevi crociere, non era compatibile con la ratio posta a base dell’esenzione…”.

Osservazioni
I giudici di piazza Cavour, nella fattispecie sottoposta al loro vaglio, hanno escluso l’esenzione Iva dei corrispettivi incassati dalla società per tre ragioni: l’attività in concreto svolta non era sussumibile tra quelle esentate dal legislatore; non si limitava al mero trasporto, ma comprendeva anche attività ulteriori e ricreative; non era stata preceduta dal rilascio di autorizzazioni né l’assegnazione del servizio aveva seguito i principi di concorsualità.

L’articolo 10, comma 1, n. 14, del Dpr 633/1972, nella versione vigente all’epoca dei fatti e regolata dall’articolo 2, lettera b), del Dl 328/1997, stabiliva l’esenzione dall’imposta per le prestazioni di trasporto urbano di persone effettuate mediante veicoli da piazza o altri mezzi di trasporto abilitati a eseguire servizi di trasporto marittimo, lacuale, fluviale e lagunare, precisando che sono considerati urbani i trasporti effettuati nel territorio di un comune o tra comuni non distanti tra loro oltre cinquanta chilometri.
La prestazione resa dalla società, quindi, non costituendo un mero servizio di trasporto e soddisfacendo esigenze diverse rispetto al bisogno primario della mobilità dei passeggeri, non rientrava nell’ambito applicativo della disposizione.

La contribuente, infatti, non si obbligava semplicemente a trasferire, verso corrispettivo, i propri clienti da un luogo a un altro (come previsto nella nozione civilistica di contratto di trasporto, ex articolo 1678 e seguenti, cc), ma si impegnava a offrire e a fornire un servizio diverso e più articolato presso luoghi di particolare interesse turistico con “prestazioni accessorie sia in navigazione che a terra, come proiezioni di filmati per bambini, illustrazioni audio foniche del paesaggio, servizio di bus navetta dai camping al porto d’imbarco, intrattenimenti a bordo” (sentenza impugnata, Ctr della Toscana, sezione distaccata di Livorno, n. 11/23/13, del 29/1/2013).

Non solo. La Corte ha concluso per la non esenzione Iva dei compensi incassati ritenendo che ulteriori motivi per confermare la decisone di secondo grado potevano rinvenirsi sia nella circostanza che le attività svolte dalle autorità pubbliche erano relative solo all’idoneità e alla sicurezza dei mezzi e non anche all’indicazione di interventi con metodi pubblici selettivi per garantire l’efficienza, la regolarità e la continuità dei collegamenti (in tal senso, risoluzione 117/2003), sia nel fatto che, come rilevato dal giudice di appello, sotto il profilo formale, il servizio non era stato assegnato secondo le regole della concorsualità.


Fonte: Agenzia Entrate

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Processo tributario: questioni in materia di assistenza tecnica.

Nelle controversie di valore superiore a 2.582,28 euro, per cui è previsto l’obbligo di assistenza tecnica, l’articolo 18, commi 3 e 4, del Dlgs 546/1992, prevede a pena di inammissibilità che il ricorso sia sottoscritto dal difensore e contenga l’indicazione dell’incarico conferito a norma del precedente articolo 12, comma 3.

Sottoscrizione del ricorso
La Cassazione ha precisato che “la giurisprudenza… è… ferma nel principio che non sussiste nullità dell’atto di citazione, del ricorso, della comparsa… quando la sottoscrizione del procuratore figuri apposta solamente sotto la certificazione dell’autenticità della firma della parte alla procura alle liti, redatta in calce o a margine dell’atto stesso” (cfr Cassazione 20929/2013, 469/2008, 14954/2006, 22025/2004 e 3862/2001).
Pertanto, la sottoscrizione apposta dal difensore per la certificazione dell’autografia della firma del contribuente assolve anche allo scopo di sottoscrivere il ricorso o l’appello, che non potrà essere dichiarato inammissibile.

Parimenti, secondo un orientamento consolidato della Cassazione, l’omessa sottoscrizione della copia del ricorso non comporta l’inammissibilità dello stesso, qualora risulti sottoscritto l’originale (cfr Cassazione 10282/2013, 15444/2010 e 6391/2006).
Tale principio si applica anche nel caso in cui il ricorrente erroneamente consegni o spedisca la copia del ricorso all’ufficio e depositi l’originale in commissione.

Pertanto, è possibile affermare che la mancanza di sottoscrizione del ricorso sanzionata con l’inammissibilità dall’articolo 18, comma 4, del Dlgs 546/1992, è da intendersi “in modo davvero radicale, ossia come mancanza materiale del requisito imposto dalla legge” (cfr Cassazione 7945/2014 e 8754/2008) e, più precisamente, quando non risulti sottoscritto né il ricorso consegnato o spedito all’ufficio né la copia depositata in commissione.

Inammissibilità del ricorso di primo grado per mancanza di assistenza tecnica
Il ricorso introduttivo del giudizio tributario, relativo a controversie di valore superiore a 2.582,28 euro, sottoscritto solo dal contribuente, è inammissibile solo a seguito di inottemperanza all’ordinanza del giudice, nei termini dalla stessa fissati, di munirsi di assistenza tecnica (cfr Corte costituzionale 189/2000, Cassazione 6934/2013, 3266/2012, e 22601/2004).

Ciò in quanto “il difetto di assistenza tecnica nel processo tributario, a differenza di quanto avviene nel processo civile, non si traduce in un difetto di rappresentanza processuale, tanto che l’incarico al difensore, a norma dell’articolo 12, comma 3, può essere conferito anche in udienza, successivamente alla proposizione del ricorso” (cfr Cassazione 839/2014).
Del resto, “Il difetto di assistenza tecnica non dà luogo… a una nullità attinente alla costituzione del contraddittorio, non riguardando un presupposto processuale relativo alla parte” (cfr Cassazione 839/2014 e 3266/2012).

Si deve, pertanto, ritenere che la mancanza di assistenza tecnica del contribuente nelle controversie tributarie di valore superiore a 2.582,28 euro “determina il dovere, per il giudice adito, di impartire l’ordine di munirsi di detta assistenza…. In caso di omissione dell’ordine, si verifica certamente una nullità che si riflette sulla sentenza. Tuttavia la nullità non è assoluta… ma relativa, tanto che può essere eccepita, in sede di gravame, soltanto dalla parte di cui sia stato leso il diritto all’adeguata assistenza tecnica” (cfr Cassazione 839/2014, 6934/2013, 3266/2012, 5255/2008 e 3051/2008).

In altre parole, la nullità (relativa) della sentenza può essere fatta valere solo dal contribuente, mentre non può essere eccepita dalla parte pubblica né rilevata d’ufficio nel successivo grado di giudizio.

Inammissibilità del ricorso in appello per mancanza di assistenza tecnica
Nella diversa ipotesi in cui il contribuente, in un giudizio per cui è previsto l’obbligo di assistenza tecnica, proponga appello personalmente, la Cassazione ha chiarito che “l’obbligo del giudice tributario di fissare al contribuente, che ne sia privo, un termine per la nomina di un difensore… sussiste solo nell’ipotesi in cui la parte sia ‘ab initio’ sfornita di assistenza tecnica e non riguarda il giudizio di secondo grado”.

Dal tenore letterale dell’articolo 12, comma 5, del Dlgs 546/1992, che si riferisce alla “proposizione delle controversie, e non alla prosecuzione dei giudizi … consegue che, quando la parte si è munita di assistenza tecnica nel giudizio di primo grado a seguito di ottemperanza all’ordine del giudice e proponga appello personalmente l’impugnazione deve essere dichiarata inammissibile, non dovendo l’ordine essere reiterato, e l’appello va dichiarato immediatamente inammissibile attesa la riferibilità di quello impartito in prime cure all’intero giudizio” (cfr Cassazione 21139/2010, 20929/2013 e 8778/2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 19 giugno 2014

Corte Ue: no alla reintroduzione dell’imposta sui conferimenti.

La direttiva 69/335/CEE del Consiglio del 17 luglio 1969, concernente le imposte indirette sulla raccolta di capitali, modificata poi dalla direttiva 85/303/CEE del 10 giugno 1985, ed infine abrogata dalla direttiva 2008/7/CE del 12 febbraio 2008, aveva introdotto disposizioni atte ad armonizzare la tassazione indiretta della raccolta di capitali, con l’obiettivo principale di promuovere la libera circolazione dei capitali.

Le previsioni della direttiva comunitaria
La direttiva prevedeva, da un lato, l’introduzione di un’imposta unica sulla raccolta di capitali che doveva essere applicata una sola volta nel mercato comune e, dall’altro, la soppressione di tutte le altre imposte indirette che presentavano le stesse caratteristiche dell’imposta unica.
In particolare, l’imposta armonizzata sui conferimenti veniva applicata unicamente nello Stato in cui era situata la direzione effettiva della società e contestualmente venivano abolite le imposte di bollo sui titoli azionari ed obbligazionari nonché, salvo limitate eccezioni, altre imposte aventi le caratteristiche dell’imposta sui trasferimenti e dell’imposta di bollo.
Con le modifiche apportate dalla direttiva 85/303/CEE, viene lasciata agli Stati membri la facoltà di esentare o di assoggettare all’imposta, totalmente o parzialmente, le operazioni che rientrano nel relativo ambito di applicazione. Tale facoltà nasce dalla ponderazione di due diverse esigenze tra loro contrapposte: la necessità di soppressione dell’imposta in periodi di congiuntura economica al fine di promuovere il rilancio degli investimenti e le esigenze di gettito derivanti da tale imposta.

Le operazioni soggette a imposta
Per contemperare tali esigenze, quindi, la direttiva individua: le operazioni che potevano continuare ad essere soggette all’imposta (si tratta in particolare delle operazioni che alla data del 1° luglio 1984 avevano un’aliquota pari all’1%); le operazioni esentate dall’imposta (si tratta delle operazioni che alla data del 1° luglio 1984 erano oggetto di esenzioni o erano assoggettate a un’aliquota pari o inferiore allo 0,50% per motivi diversi da equità fiscale o ordine sociale); le operazioni che gli Stati membri possono esentare dall’imposta o assoggettare ad un’unica aliquota non superiore all’1% (si tratta delle operazioni diverse da quelle individuate ai punti precedenti).
Il termine fissato dalle disposizioni comunitarie per il recepimento negli ordinamenti nazionali della direttiva era il 1º gennaio 1986.Con la direttiva 2008/7/CE viene, infine, abrogata la direttiva 69/335/CEE, ma tale abrogazione è successiva ai fatti del procedimento principale.

Il diritto nazionale
L’articolo 145 della tariffa generale delle imposte di bollo portoghese (TabelaGeral do Imposto do Selo), nella versione in vigore alla data del 1° luglio 1984, prevedeva l’applicazione dell’imposta alle operazioni di rafforzamento o aumento di capitale delle società ad eccezione degli aumenti effettuati in denaro. Per le società di capitali, l’aliquota applicata era del 2%. Successivamente, con decreto del 1991, tali operazioni venivano esentate indipendentemente dalle modalità di conferimento. Con decreto del 2001, poi, veniva reintrodotta nuovamente l’imposta di bollo con un’aliquota dello 0,40%.

Procedimento principale e questione pregiudiziale
Il ricorrente era una società di capitali che effettuava tra il 2004 e il 2006, quattro operazioni di aumento di capitale mediante conversione di crediti detenuti dagli azionisti per prestazioni accessorie rese a favore della società. Su tali operazioni versava l’imposta di bollo e registro.
Successivamente presentava domanda di rimborso che veniva respinta dall’Amministrazione competente.
La società si rivolgeva quindi al Tribunale arbitrale in materia fiscale (Tribunal Arbitral Tributário) investendolo della controversia.
Il Tribunale, ritenendo di soddisfare tutte le condizioni previste all’articolo 267 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) che permettono il rinvio pregiudiziale alla Corte, decide di sospendere il procedimento e di sottoporre la seguente questione pregiudiziale: se le disposizioni comunitarie ostano ad una normativa nazionale che “assoggetta a imposta di bollo gli aumenti di capitale sociale di società di capitali realizzati mediante conversione, in capitale sociale, di crediti degli azionisti per prestazioni accessorie precedentemente effettuate a favore della società, anche se tali prestazioni accessorie sono state fatte in denaro, tenendo presente che, alla data del 1° luglio 1984, la normativa nazionale assoggettava detti aumenti di capitale, realizzati in tal modo, all’imposta di bollo del 2% e che alla stessa data esentava da imposta di bollo gli aumenti di capitale realizzati in denaro”.

Sulla competenza della Corte
La Corte, preliminarmente, esamina la ricevibilità della domanda da parte del Tribunal Arbitral Tributário al fine di stabilire se tale tribunale possa essere considerato un organo giurisdizionale di uno Stato membro.
Secondo costante giurisprudenza della Corte gli elementi che devono essere soddisfatti al fine di valutare la ricevibilità della domanda riguardano il fondamento legale dell’organo giurisdizionale, il suo carattere permanente, l’obbligatorietà della sua giurisdizione, la natura contraddittoria del procedimento, l’applicazione di norme giuridiche e l’indipendenza (i giudici comunitari in proposito ricordano la Sentenza Belov, C‑394/11).
Nel caso di specie, la Corte constata che i tribunali arbitrali in materia fiscale si pronunciano nell’ambito di un procedimento che si conclude con una decisione di natura giurisdizionale e ritiene che gli stessi soddisfino tutti gli elementi necessari per la ricevibilità.

Tali tribunali, infatti, traggono origine dalla legge (compaiono nell’elenco degli organi giurisdizionali nazionali e costituiscono un mezzo alternativo di risoluzione giurisdizionale delle controversie in materia fiscale), hanno carattere permanente (considerato ed interpretato in maniera sistemica e nella sua interezza), le loro decisioni sono vincolanti per le parti e, a differenza di un tribunale arbitrale in senso stretto, la loro competenza non è subordinata ad una espressa volontà delle parti ma la loro giurisdizione è obbligatoria per l’autorità fiscale e doganale, applicano norme di diritto ed è espressamente vietato il ricorso all’equità ed infine, ai suoi componenti è richiesta l’imparzialità e l’indipendenza (causa di impedimento all’esercizio dell’attività è l’esistenza, infatti, di legami familiari o professionali con una delle parti della controversia).
Da tutte queste considerazioni ne deriva che il Tribunal Arbitral Tributário soddisfa tutti gli elementi necessari per essere qualificato come organo giurisdizionale di uno Stato membro ai sensi dell’articolo 267 TFUE.

Sulla questione pregiudiziale
La questione pregiudiziale è tesa a verificare se le disposizioni comunitarie ostino ad una normativa di uno Stato membro che reintroduce l’imposta di bollo su operazioni di aumento del capitale sociale di una società di capitali, che alla data del 1° luglio 1984 erano assoggettate a tale imposta, ma che successivamente ne sono state esentate.
La Corte, nel rilevare che le operazioni oggetto della controversia rientrano nell’ambito di applicazione dell’imposta sui conferimenti, chiarisce, innanzitutto, che la direttiva prevede l’obbligo “chiaro e incondizionato” degli Stati di esentare dall’imposta tutte le operazioni rientranti nell’ambito di applicazione della medesima direttiva che, alla data del 1° luglio 1984, fossero esentate o assoggettate ad imposta ad un’aliquota pari o inferiore allo 0,50%.
L’obbligo è riferibile alla Repubblica portoghese a partire dalla data di adesione di detto Stato all’Unione europea ovvero dal 1° gennaio 1986. A tale data la Repubblica poteva decidere, quindi, di continuare ad assoggettare all’imposta sui conferimenti le operazioni come quelle di cui al procedimento principale o meno.
Per quanto attiene alla possibilità per lo Stato membro di reintrodurre nel corso del 2001 l’imposta precedentemente abrogata, la Corte rileva che le disposizioni comunitarie non prevedono la specifica ipotesi di reintroduzione e quindi al fine di rispondere alla questione occorre esaminare le finalità delle disposizioni stesse.
La Corte sottolinea quindi che obiettivo della direttiva 85/303/CEE è sostanzialmente quello di limitare o eliminare l’imposta sui conferimenti ed è solo per evitare eventuali difficoltà di bilancio agli Stati membri che viene lasciata agli stessi la possibilità di mantenerla per le operazioni che presentavano un’aliquota superiore allo 0,50%. Tale possibilità di mantenimento però costituisce solo un’eccezione e non può essere intesa come autorizzazione alla reintroduzione dell’imposta stessa.


Fonte: Agenzia Entrate

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L’assenza di firma del funzionario non è rilevante se l’ufficio è certo.

 In tema di riscossione delle imposte sul reddito, la Corte richiama il suo precedente orientamento in base al quale “la mancanza della sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l’invalidità dell’atto, la cui esistenza, non dipende tanto dall’apposizione del sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che, al di là di questi elementi formali, esso sia inequivocabilmente riferibile all’organo amministrativo titolare del potere di emetterlo” (13375/2009; v. in senso conforme, tra le altre, Cass. 13461/2012; 4283/2010; 4757/2009).

Sentenza n. 12475 del 4 giugno 2014 (udienza 12 marzo 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Cappabianca Aurelio - Est. Cigna Mario
Riscossione delle imposte – Cartella di pagamento – Mancata sottoscrizione del funzionario competente – Aspetto formale che non comporta l’invalidità dell’atto

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Contribuenti minimi e ritenuta del 4%.

Piccolo imprenditore che ha aderito al regime dei nuovi minimi. Per le prestazioni effettuate ai fini di ristrutturazione edilizia, la banca è tenuta comunque a operare la ritenuta del 4%?

Banche e Poste italiane sono tenute, in qualità di sostituti d’imposta, a operare una ritenuta a titolo di acconto, pari al 4%, all’atto dell’accredito dei pagamenti relativi ai bonifici disposti dai contribuenti per beneficiare della detrazione d’imposta per lavori di ristrutturazione edilizia e/o di risparmio energetico (articolo 25, comma 1, Dl 78/2010). Quando però il destinatario del bonifico è un contribuente che rientra nel regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità, non deve essere operata alcuna ritenuta d’acconto. A tal fine, è necessario rilasciare un’apposita dichiarazione alla banca o all’ufficio postale presso il quale il contribuente è correntista (punto 5.2 del provvedimento delle Entrate n. 185820, del 22 dicembre 2011, e risoluzione n. 47/2013).


Fonte. Agenzia Entrate

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Domiciliari al commercialista ideatore ed esecutore della frode.

In tema di reati tributari risponde del delitto di dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture per operazioni inesistenti (articolo 2 del Dlgs 74/2000) il commercialista che, in qualità di consulente e di materiale esecutore della redazione dei bilanci e della trasmissione telematica della dichiarazione, si sia reso colpevole di aver ideato e messo in atto, assieme ad altri soggetti (cosiddetti intranei ovvero imprenditori, amministratori di società, eccetera) un complesso progetto criminoso coinvolgente un numero consistente di società.
Sono questi i principi che si desumono dalla sentenza della Cassazione n. 23522 del 5 giugno 2014.

Il caso
La Cassazione, nel rigettare il ricorso di un commercialista, ne ha confermato gli arresti domiciliari, visto il suo coinvolgimento quale ideatore e materiale esecutore, assieme ad altri soggetti, di una complessa frode fiscale che aveva visto come protagoniste alcune società operanti nel settore dell’edilizia. Nel ricorso in Cassazione, il professionista aveva denunciato l’illegittimità della misura cautelare degli arresti domiciliari per mancanza del presupposto dei gravi indizi di colpevolezza: la sua condotta – sosteneva il commercialista – era da considerarsi di natura esclusivamente professionale, con prestazioni regolarmente fatturate.

Il Collegio supremo, prima di affrontare il merito della censura, ricorda in via preliminare i limiti del sindacato di legittimità qualora, in sede di ricorso per cassazione, in materia di misure cautelari, si lamenti l’insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. Il controllo esperibile dai giudici è meramente “esterno” ovvero diretto a verificare se nel grado di merito sia stato dato adeguato conto delle ragioni che hanno indotto ad affermare la gravità del quadro indiziario a carico dell'indagato, censurando la eventuale manifesta illogicità della motivazione del provvedimento (cfr Cassazione, sentenze 11194/2012 e 26992/2013).

Ebbene, nel caso di specie, il Tribunale del riesame ha dato atto, nella propria motivazione, di un esaustivo quadro indiziario (caratterizzato da dichiarazioni da parte di coimputati, intercettazioni telefoniche e altre circostanza di fatto) dal quale si evinceva, secondo un giudizio di qualificata probabilità (sufficiente in sede di valutazione delle esigenze cautelari) che “quella svolta dall'odierno ricorrente non fosse soltanto un'attività di tipo professionale, quale commercialista, ma quella di un vero e proprio concorrente del reato”. Addirittura, da alcune intercettazioni telefoniche risultava che l’indagato, andando ben oltre il “consiglio tecnico” – vale a dire la prestazione di suggerimenti in ordine alle modalità di commissione del reato – si occupasse in prima persona di porre in atto il meccanismo fraudolento godendo della piena fiducia degli amministratori delle società coinvolte: emblematica una conversazione con una segretaria alla quale aveva impartito vere e proprie direttive con riguardo all’attività di emissione di fatture per operazioni inesistenti.

Logico è stato, quindi, il giudizio di “provvisoria” colpevolezza, in ordine alla fattispecie di dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture per operazioni inesistenti (articolo 2 del Dlgs 74/2000), nei confronti dell’indagato quale consulente e materiale esecutore della trasmissione telematica delle dichiarazioni fiscali.

L’ordinanza impugnata è stata considerata immune da censure anche per ciò che concerne la valutazione dell’esigenza cautelare prevista dall’articolo 274, lettera c), del codice di procedura penale in presenza di concreto pericolo di reiterazione dei reati: tale pericolo può essere desunto sia dalle specifiche modalità e circostanze del fatto sia dalla personalità dell'imputato, valutata sulla base dei precedenti penali o dei comportamenti concreti.
Secondo giurisprudenza consolidata (cfr ex plurimis Cassazione, sentenza 35476/2007), le concrete modalità del reato possono rilevare sotto il profilo oggettivo della gravità dello stesso e ai fini della valutazione della capacità a delinquere dell’indagato.
In altri termini, le peculiarità del fatto possono essere prese in considerazione anche per il giudizio sulla pericolosità dell'inquisito ove la condotta tenuta in occasione di un reato rappresenti un elemento specifico assai significativo per valutare la personalità dell'agente.
Da tale punto di vista, i giudici di merito hanno ben evidenziato come “l'avere preso parte alla contestata associazione per delinquere, l'avere pianificato e realizzato un complesso progetto criminoso coinvolgente un numero consistente di società e di persone, l'avere perpetuato l'attività illecita per lungo tempo (dal 2006 al 2011) e l'avere lucrato ingenti capitali destinati all'Erario sono elementi che denotano la tendenza dell'odierno ricorrente e dei coindagati a compiere imprese delittuose con modalità strutturate e sofisticate, a commettere reati per finalità di indebito profitto, nonché ad avvalersi, nei propri intenti illeciti, del contributo fiduciario di altri soggetti parimenti intranei ad ambienti dediti a condotte di frode dell'azione fiscale”.
In questo quadro la pericolosità dell’indagato è stata parametrata alla sue particolari competenze professionali, grazie alle quali lo stesso si era ritagliato il ruolo di coordinatore e di regista della complessa manovra fraudolenta, attraverso la tenuta delle scritture contabili delle società coinvolte.

Ulteriori osservazioni
In linea di principio, la maggior parte dei reati societari, fallimentari e tributari sono di tipo proprio; essi possono, cioè, essere commessi unicamente dal soggetto intraneus, che riveste una posizione qualificata (imprenditori, amministratori, direttori generali, sindaci).
In taluni casi, tuttavia, chi si trova a svolgere funzioni di gestione o consulenza previste dalle leggi societarie, fallimentari o tributarie, a presidio dell’ordinario svolgimento dell’attività economica o a tutela dell’interesse patrimoniale dello Stato alla riscossione dei tributi, può ledere tali interessi in presenza o meno di una valida investitura formale, quale soggetto extraneus. È il caso dei consulenti e dei professionisti (commercialisti, consulenti contabili, avvocati, eccetera), dai cui suggerimenti e supporto tecnico fornito agli imprenditori agli amministratori o ai contribuenti, può scaturire la realizzazione di illeciti.
Al di là dei casi di responsabilità diretta, che ricorrono quando il professionista abbia esercitato direttamente i poteri gestori, il più delle volte si realizza una responsabilità di tipo concorsuale ai sensi dell’articolo 110 del codice penale. L’apporto dei singoli concorrenti può essere di carattere materiale oppure morale; quest’ultimo può manifestarsi nelle diverse forme della determinazione, istigazione o rafforzamento del proposito criminoso altrui. Affinché ricorra la compartecipazione, è necessario inoltre che il soggetto abbia fornito un contributo causale alla verificazione del fatto criminoso.

Ci si è chiesti, in dottrina, se per aversi concorso sia sufficiente un semplice consiglio o se sia necessario dare specifiche istruzioni sulle modalità per porre in essere il reato tributario. La giurisprudenza più recente (a partire da Cassazione 9916/2010) è arrivata alla conclusione secondo cui il professionista può essere chiamato a rispondere penalmente in concorso soltanto se è riconoscibile un suo comportamento concreto nella realizzazione dell’illecito. La concretezza della condotta ricorre, ad esempio, se il commercialista ha provveduto personalmente a mantenere una contabilità incompleta o infedele, ha emesso fatture su operazioni inesistenti per conto del cliente o ha concorso con lui a macchinare gli artifici per supportare una dichiarazione fraudolenta.

Coerenti con tale impostazione, anche le sentenze 16963/2014 e 47210/2013 della Corte di legittimità. Con la prima, è stata riconosciuta la responsabilità di un commercialista nel reato di bancarotta: da alcune annotazioni su documenti intestati alle società clienti ritrovati presso il suo studio si è desunta la sua responsabilità quale ispiratore e regista delle condotte distrattive compiute dall’imprenditore per sottrarre beni alla garanzia patrimoniale del ceto creditorio. L’altra pronuncia ha accolto il ricorso della Procura che richiedeva la misura cautelare degli arresti domiciliari per un commercialista concorrente nel reato di emissione di fatture per operazioni inesistenti (articolo 8 del Dlgs 74/2000). Da un’intercettazione telefonica era emerso, infatti, che, per l’emissione del documento fiscale, occorreva necessariamente coinvolgere la professionalità del commercialista, tanto più che la fattura era stata regolarmente annotata nelle scritture contabili delle due società coinvolte nel reato ed era logico ritenere che la registrazione fosse stata curata dal medesimo professionista: censurata, quindi, la sentenza di merito che aveva ritenuto, con motivazione apodittica, che il commercialista non sapesse della falsità della fattura nonostante i gravi indizi di colpevolezza raccolti dalla Procura (sul punto si veda anche Cassazione, sentenza 39873/2013, secondo cui la sussistenza dell’elemento soggettivo del dolo nel reato di “dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, ex articolo 2 del Dlgs 74/2000, risulta razionalmente dedotta, in caso di accertata presenza di una “cartiera”, dal fatto che il commercialista abbia redatto i bilanci e le dichiarazioni fiscali della società utilizzatrice).


Fonte: Agenzia Entrate

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