venerdì 30 settembre 2011

Quesito: sostituzione caldaia.

Devo cambiare la caldaia del mio appartamento (camera stagna).
La caldaia la ho comperata da un conoscente grossista ed il lavoro lo faccio fare dal mio idraulico/installatore.
Vorrei richiedere la detrazione del 36% irpef.
Ora le domande:
la fattura della caldaia deve essere con l’IVA al 10%? Se si come deve giustificarla il grossista? E la stessa cosa per l’idraulico.
E’ possibile richiedere la detrazione con le due fatture separate? (acquisto caldaia+installazione?)

| More

Le dichiarazioni annuali scartate possono essere ripresentate fino al 5 ottobre 2011.

Scade oggi 30 settembre prossimo il termine per presentare le dichiarazioni dei redditi, dell’Iva e dell’Irap, relative all’anno 2010. La dichiarazione si considera “presentata” nel giorno in cui è ricevuta telematicamente dall’Agenzia delle Entrate, cioè quando è resa disponibile, tramite il servizio telematico utilizzato per l’invio (Internet o Entratel), l’apposita ricevuta dell’Agenzia delle Entrate che conferma l’avvenuta ricezione del file. Se una dichiarazione è trasmessa nei termini, ma è scartata dal servizio telematico, essa si considera comunque “tempestiva” se viene ritrasmessa entro i 5 giorni successivi dal ricevimento della comunicazione dell’Agenzia delle Entrate che ne motiva lo scarto. Ne deriva che, coloro che presentano la dichiarazione entro il 30 settembre 2011 e ricevono, lo stesso giorno, la comunicazione di scarto, possono ripresentare la dichiarazione entro il 5 ottobre 2011.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Le penali previste da un contratto sono deducibili secondo la Corte di Cassazione.

La Corte di Cassazione, con la Sentenza depositata il 27 settembre 2011, ha stabilito che le penali previste in un contratto e sostenute dall’impresa per ritardata consegna sono deducibili in quanto inerenti all’attività dell’azienda. Le penali assolvono, infatti, la funzione di rafforzare il vincolo contrattuale e di liquidare preventivamente la prestazione risarcitoria.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Iva al 21% non cambia il modello Iva TR.

I contribuenti che hanno chiuso il 3° trimestre 2011 a credito d’Iva e vogliano chiederne il rimborso o utilizzare in compensazione tale credito, dovranno utilizzare il modello Iva TR già in uso anche per indicare le operazioni effettuate dal 17 al 30 settembre, che scontano l’aliquota Iva al 21%. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 96/E del 28 settembre 2011, specificando inoltre le modalità per la compilazione della dichiarazione sia per le operazioni attive che per quelle passive.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Rimborso dell'Iva versata in eccedenza.

Desidero chiarimenti sulle modalità di esecuzione dei rimborsi dell’Iva versata in eccedenza.

Le condizioni per richiedere il rimborso dell’Iva versata in eccedenza sono previste dall’articolo 30 del Dpr 633/1972, novellato dall’articolo 1 del decreto legislativo 18/2010. Nei casi previsti dalla norma richiamata, i rimborsi sono eseguiti in conto fiscale, di cui all’articolo 78, commi da 27 a 38, della legge 413/1991 e agli articoli da 18 a 20 e 25 del Regolamento attuativo emanato con decreto 567/1993.

I rimborsi sono eseguiti:
con procedura semplificata, dal Concessionario della riscossione, entro 60 giorni dalla richiesta, per importi fino a 516.456,90 euro
con procedura ordinaria, dall’ufficio competente, entro tre mesi dalla scadenza della presentazione della dichiarazione, per gli importi che eccedono il limite di cui sopra ovvero nel caso di procedure concorsuali.
Nel caso di rimborso richiesto con procedura semplificata, nei 40 giorni successivi alla presentazione della richiesta (dal 1° febbraio 2011 possibile, a partire dai rimborsi annuali relativi all’anno d’imposta 2010, direttamente in sede di presentazione della dichiarazione annuale Iva, compilando il quadro VR), si apre una prima fase istruttoria, in cui l’Amministrazione finanziaria effettua una serie di controlli, volti a verificare la regolarità formale dell’istanza e la validità della garanzia prestata, a seguito dei quali può essere emesso provvedimento di sospensione o di diniego.
Nell’ambito di tale procedura, il Concessionario chiede al contribuente, se dovuta, la prestazione di una garanzia, ove questa non sia stata già prestata all’atto di presentazione della richiesta di rimborso. Se la garanzia non viene prestata entro i 40 giorni successivi dalla data di presentazione della richiesta di rimborso, la richiesta stessa non ha corso.
Nel caso di rimborso richiesto con procedura ordinaria, l’Amministrazione finanziaria, entro tre mesi dalla scadenza della presentazione della dichiarazione, effettua i controlli sulla regolarità formale dell’istanza prodotta. In questa fase, l’ufficio può richiedere al contribuente eventuale ulteriore documentazione, anche per verificare l’esistenza del credito e la spettanza del rimborso, ovvero l’esistenza di motivi di rigetto o di sospensione dell’istanza.
Nell’ambito di tale procedura, l’Amministrazione finanziaria, nella successiva fase di liquidazione, una volta accertata la spettanza del rimborso, richiede al contribuente la garanzia ai sensi dell’articolo 38-bis del Dpr 633/1972 e provvede alla liquidazione dell’importo spettante mediante disposizione di pagamento oppure mediante ordinativo di pagamento se il richiedente non ha un conto fiscale aperto.
In entrambi i casi, resta salvo il potere dell’Amministrazione finanziaria di verificare, anche successivamente, la sussistenza dei requisiti che legittimano la richiesta del rimborso.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Il ravvedimento resta “sprint” fino a venerdì 30 settembre.

Ravvedimento “sprint” in dirittura d’arrivo. Ancora due giorni a disposizione per avvalersene da parte di contribuenti che lo scorso 16 settembre non hanno rispettato la scadenza prevista per il versamento unitario di imposte e tributi.
È, infatti, il 30 settembre il termine ultimo per usufruire della sanzione ridotta pari allo 0,2% per ciascun giorno di ritardo, introdotta dall’articolo 23, comma 31, del Dl 98/2011, che ha esteso la possibilità a tutti i contribuenti.

Prima dell’introduzione di questa norma agevolativa esistevano due possibilità di ravvedimento: il cosiddetto ravvedimento “breve”, o mensile, che prevede l’applicazione della sanzione nella misura fissa del 3% e il ravvedimento “lungo”, o annuale, che può essere effettuato entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno in cui si è commessa la violazione e comporta il versamento del tributo maggiorato degli interessi legali e della sanzione ridotta al 3,75%.

In questo mese vengono chiamati in cassa nello stesso giorno, il 30 settembre appunto, sia i contribuenti che si avvalgono del ravvedimento “sprint” (per le violazioni relative ai versamenti in scadenza il 16 settembre scorso) che quelli che utilizzano il ravvedimento “lungo” (per le violazioni relative alle violazioni commesse nel 2010).

Ravvedimento “sprint”: come si applica
Il ravvedimento “sprint”, come ci ricorda la circolare 41/E del 5 agosto, è stato esteso a tutti i contribuenti al fine “di rendere il sistema sanzionatorio più graduale rafforzando l’aderenza della sanzione stessa alla gravità dell’inadempimento”; in precedenza, era prevista la possibilità di usufruire di questa riduzione solo per “i crediti assistiti integralmente da forme di garanzia reale o personale previste dalla legge o riconosciute dall’amministrazione finanziaria”.

Il “quantum” del ravvedimento varia dallo 0,2% per un giorno di ritardo fino al 2,80% per 14 giorni, dal quindicesimo giorno si passa al 3% che si applica fino al trentesimo giorno.

Un esempio pratico ci aiuta a calcolarne l’applicazione: facciamo l’ipotesi che il contribuente abbia “dimenticato” di versare l’Iva relativa al mese di agosto entro il 16 settembre per un importo di 1.000 euro e voglia provvedervi il 30 settembre.

Ecco i calcoli da effettuare:
0,2x14=2,80x100/1.000 = 28 sanzione da applicare
1,5x14x1.000/36.500 = 0,57 interessi da versare

A questo punto basta compilare il modello F24 nel seguente modo:
l’importo di 1.000 euro con il codice tributo “6008”, riguardante il versamento dell’Iva del mese di agosto
28 euro con il codice tributo “8904”, riguardante la sanzione Iva
0,57 euro con il codice tributo “1991”, per il versamento degli interessi calcolati al tasso annuo dell’1,5%.

Il contribuente si presenterà in cassa e, versando un importo di 1.028,57 euro, tornerà “a posto” con il Fisco.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Operazione 5 per mille 2009.

Enti del volontariato, più sei, della ricerca scientifica, più due e, ancora, alcune associazioni sportive dilettantistiche che avevano presentato ricorso dopo l’esclusione. Sono i nuovi ammessi nella “rosa” del 5 per mille 2009, i cui elenchi aggiornati al 31 luglio sono da oggi on line sul sito dell’Agenzia delle Entrate. Le new entry, naturalmente, hanno potuto fare il loro ingresso tra i beneficiari perché sono risultate in possesso dei requisiti.

Aumenta, dunque, il numero dei destinatari definitivi della quota dell’Irpef, relativa ai redditi 2008, devoluta dai contribuenti attraverso le dichiarazioni 2009.
Al momento della pubblicazione delle prime liste, avvenuta lo scorso 28 febbraio, il dato complessivo si era attestato a 40.922.
Un incremento importante se si considera la valenza sociale dell’attività svolta da questi “organismi”, siano essi di puro volontariato o semplicemente dedicati a favorire il benessere della comunità.

Otto sono gli elenchi definitivi. Due per il volontariato, per la ricerca scientifica e per quella sanitaria, per ognuno di questi enti è pubblicata sia la lista degli ammessi sia quella degli esclusi. In particolare, riguardo alle associazioni sportive dilettantistiche “scartate” è specificato anche il motivo che ha portato all’esclusione.
Per i Comuni e gli enti della ricerca sanitaria, invece, è on line un unico elenco dei soli ammessi.

Consultarli è semplice. Si può farlo con tre diversi criteri d’ordine:
alfabetico per nome
crescente per codice fiscale
decrescente per importo attribuito a ciascun beneficiario.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Iva sulla nautica da diporto.

Le unità da diporto nelle acque Ue
Le percentuali forfetarie Iva previste per il presunto utilizzo delle imbarcazioni da diporto nelle acque territoriali comunitarie (circolare 49/2002), si possono applicare sia ai corrispettivi di locazione (noleggio e simili) a breve termine, sia nel caso in cui la locazione (noleggio e simili) non sia a breve termine (articolo 7-quater lettera e), articolo 7-sexties lettera e), Dpr 633/1972). È il primo dei chiarimenti forniti dall'Agenzia delle Entrate con la circolare n. 43/E del 29 settembre.

Iva sul noleggio a breve termine
Sulla territorialità delle prestazioni di servizi ai fini Iva, l'Agenzia risponde, poi, a due quesiti sul noleggio a breve termine delle imbarcazioni. Con il primo viene chiesto se, nell'ipotesi in cui l'imbarcazione sia messa a disposizione nel territorio di uno Stato membro, le prestazioni scontino l'Iva: la circolare, al riguardo, precisa che l'operazione non è soggetta a Iva in Italia e, inoltre, non vi è obbligo di fatturazione, né l'operazione va indicata nel modello Intrastat.
Con secondo quesito si chiede se, nel caso in cui l'imbarcazione sia messa a disposizione al di fuori del territorio Ue, si può applicare, per il periodo di utilizzo entro le acque italiane, la percentuale forfetaria prevista dalla circolare ministeriale in tema di trasporti marittimi (n. 11/420390 del 7 marzo 1980), che ha fissato l'Iva nella misura del 5% del trasporto complessivo. L'Agenzia chiarisce che la predetta circolare si riferisce a operazioni diverse dalla locazione di mezzi di trasporto, oggetto del quesito. Per queste prestazioni di servizi, dunque, si deve escludere l'applicazione del forfait previsto in tema di trasporti internazionali.

La non imponibilità apre alla locazione
Nell'esercizio di attività commerciali entra anche la "locazione" delle imbarcazioni di diporto, con la conseguente possibilità di fruire del regime di non imponibilità, previsto dall'articolo 8-bis del Dpr 633/1972. L'apertura, rispetto alle precedenti interpretazioni, che attraevano nel beneficio della non imponibilità le unità impiegate in attività di "noleggio" (lasciando, appunto, fuori la locazione), fa seguito alla rinnovata normativa di settore, con l'articolo 2 del Dlgs 171/2005 (Codice della nautica di diporto) che considera commerciali le attività in cui l'imbarcazione "a) è oggetto di locazione e noleggio, b) è utilizzata per l'insegnamento professionale della navigazione da diporto, c) è utilizzata da centri di immersione e di addestramento subacqueo come unità di appoggio per i praticanti immersioni subacquee a scopo sportivo o ricreativo".

Canoni a privati con Iva
Strettamente collegato al precedente chiarimento è quello relativo alla possibilità di estendere la non imponibilità, ex articolo 8-bis del decreto Iva, alle prestazioni di noleggio e locazione rese nei confronti di privati (non soggetti d'imposta). La risposta è stata perentoria: se una nave viene data in locazione a persone che l'utilizzano esclusivamente a fini di diporto e non a scopo di lucro, al di fuori di qualsiasi attività economica, la prestazione di locazione non soddisfa le condizioni esplicite di esenzione dall'Iva poste dall'articolo 15, punto 5, della sesta direttiva (Corte di giustizia, sentenza 18 ottobre 2007, causa C-97/06). Principio chiaro, in base al quale i canoni di noleggio e locazione, effettuati nei confronti di privati, scontano l'Iva ordinaria (se, ovviamente l'operazione può considerarsi territorialmente rilevante). Così come soggette all'imposta sono eventuali altre prestazioni che, seppur definibili "commerciali" dalla legge sulla nautica di diporto, sono rese in favore di privati.

Noleggio e locazione a soci. Occhio alla prevalenza
Può considerasi commerciale, con la conseguente applicazione del regime di non imponibilità, l'attività di noleggio effettuata dalla società proprietaria di unità da diporto, adibita a uso commerciale, nei confronti di propri soci ma comunque a canoni di mercato?
E' per rispondere a questa domanda che è arrivato da parte dell'Agenzia il chiarimento più approfondito e articolato. Procediamo per gradi.
Detto che c'è mancanza assoluta di attività economica ogni volta in cui la società sia messa su solo per acquistare senza Iva beni destinati esclusivamente a essere messi a disposizione dei soci persone fisiche o dei loro familiari (con lo stesso articolo 4, comma 5, del Dpr 633/1972 che, proprio in riferimento - fra l'altro - alle unità di diporto, specifica che non dà luogo ad attività commerciale la gestione delle stesse, da parte di società o enti, quando soci e partecipanti possono "godere" del bene, anche indirettamente, per fini personali o familiari, gratuitamente o verso un corrispettivo inferiore al valore normale), l'Agenzia piazza un altro vincolo: per l'applicabilità del regime di "non imponibilità" (il più volte citato articolo 8-bis) alle cessioni di imbarcazioni destinate all'esercizio di attività commerciali ed esteso, ricorrendone i presupposti, a quelle di motori e pezzi di ricambio, di beni destinati a dotazione di bordo e al vettovagliamento dell'imbarcazione, nonché a tutta una serie di prestazioni, non basta che l'attività possa considerarsi commerciale.

Più chiaramente, la società che effettua prestazioni di noleggio e locazione dell'imbarcazione sia nei confronti di terzi sia nei confronti di soci, familiari e/o affini (o di persone comunque in qualche modo riconducibili al "soggetto imprenditore"), a canoni di mercato, può acquisire la soggettività passiva Iva, ma non è detto possa anche beneficiare del regime di non imponibilità. A tal fine è necessario verificare, quantitativamente, che l'attività è resa prevalentemente nei confronti di soggetti diversi dai soci.
Ma come testare tale "prevalenza", che, peraltro - è precisato - va accertata per singola unità di diporto e non in relazione all'intero "parco barche"? La circolare dà, in prima battuta, come parametri i giorni di utilizzo dell'unità da diporto e l'ammontare dei corrispettivi fatturati, da monitorare in relazione al biennio precedente. (o in via presuntiva, per le nuove attività).

Qualora, comunque, sulla base di tali parametri quantitativi, l'attività verso terzi dovesse risultare non prevalente, potranno essere interpretati altri elementi, che, in una valutazione d'insieme, possono aprire alla non imponibilità. In tal senso, la verifica dovrà individuare se:
- l'unità da diporto è affidata ad un broker indipendente per il noleggio e/o la locazione nei confronti di soggetti terzi a prezzi di mercato
- l'attività di noleggio e/o locazione dell'unità da diporto è pubblicizzata su riviste specializzate (gratuite o a pagamento)
- è dimostrato l'effettivo svolgimento di attività di negoziazione con soggetti terzi, indipendentemente dall'effettiva stipulazione di contratti.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

giovedì 29 settembre 2011

Quesito: consulenza privata psicologa.

sono una psicologa abilitata e iscritta all'albo, fin ora ho lavorato
con scuole private con contratti a progetto o collaborazioni occasionali con
scuole statali, la settimana prossima ho fissato un colloquio per una
consulenza privata.. non ho partita iva nè sono iscritta all'enpap, come
comportarmi con la ricevuta?sicuramente non riceverò spesso di queste
richieste, devo fare una ricevuta di prestazione occasionale? o una parcella
medica?

| More

Quesito: indennità clientela agente.

UN MIO AGENTE PLURIMANDATARIO NATO NEL 1950 HA ACQUISITO LA PENSIONE INPS CON 40 ANNI DI VERSAMENTI MI HA INVIATO LA DISDETTA DEL CONTRATTO DI AGENZIA E MI HA RICHIESTO L'INDENNITA' DI CLIENTELA!!!
MI RISULTA CHE IN CASO DI RECESSO QUESTA SIA DOVUTA SOLO IN PRESENZA DI PENSIONE DI VECCHIAIA (INPS O ENASARCO) CHE PER L'AGENTE MATURERANNO FRA 4 ANNI ...E' DOVUTA O NO QUESTA INDENNITA' DI CLIENTELA????

| More

Fatturazione: merce venduta da una società italiana a una francese.

Domanda
Un soggetto Italiano vende a un Francese. La merce rimane in Italia presso lo stabilimento del Francese per la lavorazione per poi andare in Francia. Hip 1: Con Iva: io cedo in Italia e lo stabilimento e' in italia. Il Francese dovrebbe avere una stabile organizzazione; Hip 2: cessione Intra: se lo stabilimento e' un deposito iva diventa cessione intra quando poi la merce parte per la Francia.

Risposta
Il suo cliente deve:
1) emettere una fattura senza IVA nei confronti del francese, verso cui ha effettuato una cessione intracomunitaria;
2) emettere DDT per il trasporto e la consegna dei beni allo stabilimento del francese in Italia (causale è lavorazione per c/acquirente intra);
3) compilare l'elenco INTRA cessioni;
4) munirsi della prova dell'uscita dei beni dal territorio italiano, altrimenti deve integrare la fattura con IVA. Il francese deve avere una stabile organizzazione o una società di diritto italiano.


Fonte: IPSOA

| More

Accertamenti esecutivi, istituiti i codici tributo.

L’art. 29 del D.L. n. 78/2010 ha previsto che gli atti di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate ai fini delle imposte sui redditi, dell’Irap e dell’Iva e relativi ai periodi d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi, diventeranno esecutivi decorsi i 60 giorni dalla loro notifica, a partire dal 1° ottobre 2011. Al riguardo, con la Risoluzione n. 95/E del 27 settembre 2011, sono stati istituiti i codici tributo per consentire il versamento, mediante il modello F24, degli importi dovuti nella fase di contenzioso, per adempimenti diversi da quelli connessi agli istituti definitori. I codici tributo vanno esposti nella sezione “Erario” esclusivamente in corrispondenza degli “Importi a debito versati”. Dalla risoluzione si evince, inoltre, che l’ambito di applicazione della norma riguarda anche eventuali imposte sostitutive, nonché le ritenute alla fonte. L’Agenzia delle Entrate, infine, informa che, con successiva risoluzione, verranno individuati gli ulteriori codici tributo necessari per il versamento delle relative sanzioni.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Pagamenti della Pubblica Amministrazione: blocco più forte con la Circolare n. 27/Rgs del 23.09.2011.

Con la Circolare n. 27/Rgs del 23 settembre 2011, la Ragioneria generale dello Stato ha fornito ulteriori chiarimenti sulle modalità di attuazione dell’art. 48-bis del DPR n. 602/1973, recanti disposizioni in materia di pagamenti da parte della Pubblica Amministrazione ai privati. In particolare, viene chiarito che nel caso in cui il credito derivi da una sentenza o da un provvedimento esecutivo, l’Amministrazione debitrice dovrà sempre procedere al controllo preventivo con Equitalia e all’eventuale blocco del pagamento (se il creditore ha in sospeso con l’Erario il pagamento di cartelle esattoriale). In caso di contributi e finanziamenti alle imprese previsti da disposizioni di legge o co-finanziati dall’Unione Europea, il blocco dei pagamenti non scatta.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Condono 2002: secondo la Cassazione anche gli omessi versamenti Iva sono incompatibili con la UE.

Con la Sentenza n. 19681 depositata il 27.09.2011, la Corte di Cassazione ha stabilito l’incompatibilità con la direttiva comunitaria della sanatoria sugli omessi o ritardati versamenti Iva, prevista dalle norme sui condoni del 2002. Questo in quanto le misure con cui lo Stato membro rinuncia ad una corretta applicazione e riscossione dell’Iva devono ritenersi incompatibili con la disciplina comunitaria anche in relazione alle sanzioni per le violazioni che regolano gli obblighi di dichiarazione e versamento dell’Iva. Le sanzioni hanno infatti lo scopo di determinare il corretto adempimento di un obbligo nascente dal diritto comunitario.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Spese di pubblicità: l’ inerenza si misura in base all’attività dell’impresa.

La CTR Lombardia con sentenza 113/28/2011 ha chiarito che il principio dell’inerenza è di pari importanza rispetto al principio della gratuità nella distinzione delle spese pubblicitarie, solitamente considerate quelle per “iniziative direttamente rivolte all’incremento delle vendite”, rispetto a quelle di rappresentanza ovvero quelle “con finalità promozionali e di pubbliche relazioni” e va valutato in relazione al settore in cui l’azienda opera. Nel caso di una azienda del settore della moda, la CTR ha accolto il ricorso della società affermando che le spese per l'organizzazione di eventi mondani e fornitura gratuita di abiti ed accessori a personaggi famosi rientrano nell’ambito delle spese di pubblicità (deducibili quindi interamente nell’esercizio di sostenimento o in 5 anni ) e non di rappresentanza (deducibili solo entro un limite di ricavi correlati), in quanto l’attività di questo tipo di imprese si basa sulla comunicazione di un modello di stile che influenza direttamente gli acquisti del pubblico.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Rendite corrisposte dall’Inail e da enti non residenti.

Le rendite corrisposte dall’Inail sono imponibili come reddito percepito? E quelle corrisposte da enti esteri a titolo risarcitorio?

Le rendite Inail, ad esclusione delle indennità giornaliere per inabilità temporanea assoluta, non costituiscono reddito e, dunque, non rilevano ai fini impositivi. Analogamente, non rilevano le rendite aventi medesima natura corrisposte da soggetti non residenti. In particolare, nel caso in cui un contribuente si trovi a percepire una rendita da parte di un ente previdenziale estero a titolo risarcitorio per un danno subito (malattia professionale contratta nel corso dell’attività lavorativa o incidente sul lavoro), dovrà autocertificare la natura risarcitoria della somma percepita presentando apposita istanza all’Agenzia delle Entrate. L’autocertificazione presentata non necessita di essere riprodotta negli anni.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Su successione e azioni nominative, la prescrizione è uguale per tutti.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 63 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea ed è stata avanzata nell’ambito di una controversia proposta dagli eredi di due cittadini di nazionalità belga, marito e moglie, in merito ai diritti di successione dovuti su azioni nominative di un’impresa la cui sede della direzione effettiva non si trova in Belgio.

L’origine della controversia
I genitori dei ricorrenti nella causa principale, infatti, decedevano contemporaneamente nel dicembre 2003 in Belgio. Tra il 2004 e il 2005 i ricorrenti versavano all’Amministrazione fiscale belga circa 20 milioni di euro, a titolo di anticipo sui diritti di successione. In seguito, sempre nel 2005, i ricorrenti presentavano, presso l’Amministrazione tributaria di Lovanio, una dichiarazione di successione per il padre e un’altra per la madre. La dichiarazione comprendeva in entrambi i casi, la metà indivisa di più di due milioni di azioni nominative della società Carrefour SA, la cui sede sociale, all’epoca dei fatti nella causa principale, si trovava a Levallois‑Perret in Francia. I ricorrenti nella causa principale hanno valutato il valore delle azioni nominative a 28,31 euro per ogni azione, ossia il loro valore quotato in Borsa, alla data del decesso dei genitori, con una diminuzione di circa il 35% rispetto a quelle che erano allora le quotazioni attuali delle azioni. Successivamente, l’Amministrazione fiscale di Lovanio inviava una comunicazione agli eredi con cui comunicava loro che l’Amministrazione centrale di Bruxelles aveva deciso che le azioni in questione dovevano essere valutate a 43,55 euro ciascuna.

Il ricorso al giudice nazionale
Gli eredi dei cittadini belgi decidevano allora di impugnare la determinazione del fisco, presentando ricorso dinanzi al tribunale competente e invocando, in via principale, la prescrizione dell’azione dell’Amministrazione tributaria belga per constatare la sottovalutazione delle azioni nominative e in subordine, il valore di queste ultime, come calcolato dalla stessa Amministrazione. In merito, il giudice belga ha innanzitutto rilevato che, dal combinato disposto degli artt. 111 e 137, primo comma, n. 2, del codice sui diritti di successione, emerge che la perizia delle azioni nominative contemplata da tale articolo 111 è possibile purché siano detenute in una società situata in Belgio. Le azioni sono considerate come collocate in tale Stato membro qualora la sede della direzione effettiva della società interessata sia ivi situata. Il termine di prescrizione per la valutazione delle azioni, in tal caso, è di due anni. Tuttavia, per azioni detenute in una società la cui direzione effettiva sia stabilita al di fuori del territorio belga, una tale perizia non è possibile e detto termine è di dieci anni.

Il rinvio alla Corte di Giustizia
Ritenendo, poi, che la soluzione della causa principale concerna questioni d’interpretazione del diritto dell’Unione, il giudice belga ha deciso di sospendere il giudizio per domandare essenzialmente alla Corte se l’articolo 137, primo comma, n. 2, del codice belga sulle successioni, in combinato disposto con l’art. 111, sia compatibile con gli artt. 26 49 63 e 65 del TFUE. E questo tenendo presente che il termine di prescrizione per i diritti di successione dovuti per le azioni nominative è di due anni, se la sede della direzione effettiva della società si trova in Belgio, mentre lo stesso termine è di dieci anni se la sede della direzione effettiva della società non si trova in Belgio.

La normativa comunitaria
Secondo l’articolo 1, n. 1, della direttiva del Consiglio del 24 giugno 1988, 88/361/CEE, gli Stati membri sopprimono le restrizioni ai movimenti di capitali effettuati tra le persone residenti negli Stati membri. Tra i movimenti di capitali di cui alla citata direttiva l’allegato I della stessa menziona, alla rubrica XI, intitolata «Movimenti di capitali a carattere personale», proprio le successioni e i legati. per ciò che riguarda invece la normativa belga in materia, l’articolo 1, n. 1, del codice nazionale sui diritti di successione, istituito con regio decreto 31 marzo 1936, n. 308, dispone che un diritto di successione sia calcolato in base al valore, previa deduzione dei debiti, dell’intero asse ereditario raccolto nella successione del defunto dai suoi eredi. Il successivo articolo 111 prevede che per accertare la sottovalutazione dell’insieme o di parte dei beni ereditati che si trovano nel territorio nazionale e vengono dichiarati per il loro valore di vendita, l’Amministrazione fiscale può chiedere una perizia per i beni in questione, mentre l’articolo 137, primo comma, n. 2, del codice prevede che la domanda di perizia per beni soggetti a siffatto controllo e dei diritti, interessi e penali, in caso di sottovalutazione dei beni, si prescriva dopo due anni mentre quella dei diritti, interessi e penali, in caso di sottovalutazione di beni non soggetti a perizia, dopo dieci anni. Detti termini decorrono dal giorno della presentazione della dichiarazione.

La posizione della Corte di Giustizia
Chiamata a pronunciarsi sulla questione, la Corte Ue ha innanzitutto rilevato come scopo della normativa nazionale in esame è fissare il termine entro cui si può procedere alla valutazione delle azioni nominative detenute in una società la cui sede della direzione effettiva sia stabilita al di fuori del territorio belga e trasferite tramite successione. In merito, dalla giurisprudenza comunitaria, si evince che le successioni, consistenti in una trasmissione a una o più persone del patrimonio lasciato da una persona deceduta, che ricadono nell’ambito di applicazione della rubrica XI dell’allegato I della direttiva 88/361, costituiscono movimenti di capitali (articolo 63 TFUE) ad eccezione dei casi in cui gli elementi che le costituiscono si trovino all’interno di un solo Stato. Ed una situazione, come quella di cui trattasi nella causa principale, in cui le azioni sono detenute da un residente belga in una società la cui sede della direzione effettiva si trova in Francia, non costituisce affatto una situazione puramente interna.
Sulla effettiva sussistenza di una restrizione alla libera circolazione dei capitali apportata dalla normativa belga va ricordato, ha continuato la corte, che le misure vietate dall’articolo 63, n. 1, TFUE, in quanto restrizioni ai movimenti di capitali, comprendono, in particolare, quelle che sono idonee a dissuadere i non residenti dal fare investimenti in uno Stato membro o dal mantenere siffatti investimenti.

La normativa belga sulle successioni
La disciplina sulle successioni prevede una differenziazione per quanto riguarda il termine di prescrizione per la valutazione di azioni nominative, ai fini dell’imposizione fiscale di una successione, in funzione dell’ubicazione della sede della direzione effettiva dell’impresa emittente. Infatti il termine di prescrizione per la valutazione delle azioni emesse da una società con sede della direzione effettiva in Belgio è biennale, mentre se le azioni sono detenute in una società con sede in un altro Stato membro, il termine di prescrizione è decennale. I giudici sovranazionali hanno rilevato come l’applicazione di un siffatto termine di prescrizione superiore agli eredi detentori di azioni in una società la cui sede della direzione effettiva sia stabilita in uno Stato membro diverso dal Regno del Belgio può avere come conseguenza di dissuadere i residenti belgi dall’investire o dal mantenere investimenti inattivi situati al di fuori di tale Stato membro, posto che i loro eredi si troveranno più a lungo nell’incertezza in ordine alla possibilità di essere oggetto di una rettifica fiscale. Una tale normativa nazionale configura dunque una chiara restrizione alla libera circolazione dei capitali, secondo quanto previsto dall’articolo 63, n. 1, Tfue.

Le ragioni alla base della normativa belga
Per quanto concerne le possibili giustificazioni volte a mantenere una siffatta normativa nazionale da una giurisprudenza costante della Corte emerge che esistono ragioni imperative di interesse generale idonee a giustificare una restrizione dell’esercizio delle libertà di circolazione garantite dal Trattato FUE. In particolare l’obiettivo di lotta alla frode e la necessità di garantire l’efficacia dei controlli fiscali, così come asserito dal governo belga a difesa della propria normativa.
Tuttavia, hanno precisato i magistrati lussemburghesi, una restrizione alla libera circolazione dei capitali può essere ammessa a tale titolo solo a condizione che essa sia idonea a garantire il conseguimento dell’obiettivo perseguito senza eccedere quanto necessario per raggiungerlo. Ebbene, hanno proseguito, anche ammettendo che la normativa nazionale belga e sia idonea a conseguire gli obiettivi relativi alla necessità di garantire l’efficacia dei controlli fiscali e di contrastare la frode fiscale, sicuramente eccede quanto necessario per la realizzazione dei medesimi obiettivi. L’applicazione di un termine decennale per valutare le azioni detenute in una società la cui sede di direzione effettiva si trovi in uno Stato membro diverso dal Regno del Belgio non risulta infatti giustificata, poiché l’applicazione generale di un siffatto termine non è affatto in funzione del lasso di tempo necessario per ricorrere utilmente a meccanismi di assistenza reciproca o ad ulteriori mezzi che consentono di indagare sul valore di tali azioni.

Le conclusioni della Corte
Per tutto quanto ora visto, la Corte ha reso la propria pronuncia pregiudiziale affermando “l’art. 63 del Tfue deve essere interpretato nel senso che osta alla normativa di uno Stato membro, come quella in esame nella causa principale, che, in materia di diritti di successione, preveda un termine di prescrizione decennale per la valutazione di azioni nominative di una società di cui il defunto era azionista e la cui sede della direzione effettiva è stabilita in un altro Stato membro, mentre questo stesso termine è biennale qualora la sede della direzione effettiva si trovi nel primo Stato membro”.


Corte di Giustizia UE - sentenza del 15.9.2011– procedimento C-132/10

| More

Errata iscrizione dell’ipoteca.

Una Spa proprietaria di alcune villette ubicate all’interno di un villaggio turistico, si è vista notificare due avvisi di accertamento con i quali gli uffici finanziari avevano provveduto a rettificare il minor reddito dichiarato, ai fini delle imposte relative ai redditi di persone giuridiche e dell’imposta locale sui redditi.
La società aveva considerato e dunque dichiarato come reddito fondiario ciò che in realtà era reddito d’impresa.
Contro i due avvisi di accertamento la contribuente ricorre in Commissione provinciale tributaria. La Ctp annulla i due provvedimenti, in quanto, secondo i giudici di merito, i redditi sono da considerare fondiari e non d’impresa.
L’ufficio propone appello in Commissione tributaria regionale che lo dichiara inammissibile. Essendo passata in giudicato la sentenza, l’Amministrazione finanziaria provvede a iscrivere a ruolo un terzo dell’imponibile, notificando le rispettive cartelle esattoriali.

Gli uffici finanziari, per attuare la sospensione della riscossione richiesta dalla società, visto l’ingente somma recuperata a tassazione, richiedono a garanzia del debito erariale l’iscrizione di ipoteca sui beni della società, con un considerevole costo per le casse della Spa.
La contribuente, vedendosi danneggiata dal comportamento del Fisco che le aveva fatto sostenere ingenti e ulteriori spese per l’accensione dell’ipoteca, si rivolge alla magistratura ordinaria per il soddisfacimento del danno subito.

In primo appello, la società si vede respingere il ricorso con sentenza che, poi, impugna nei termini previsti dalla legge dinanzi alla Corte d’appello. Quest’ultima riforma la sentenza di primo grado, condannando il ministero dell’Economia e delle Finanze al risarcimento del danno arrecato in aggiunta agli interessi legali.
Contro la decisione dei giudici di merito il ministero ricorre in Cassazione motivando la domanda su due punti:
difetto di giurisdizione del giudice ordinario
la Corte d’appello non aveva tenuto conto che l’iscrizione dell’ipoteca era da considerarsi come atto dovuto (articolo 15 del Dpr 602/1973).

Per quanto concerne il primo punto della motivazione, la Cassazione, con la sentenza in esame (19458 del 23 settembre), ribadisce quanto già disposto dalla precedente giurisprudenza della Corte suprema (sentenza 8958/2007), statuendo che la “giurisdizione sulla proposta azione di risarcimento del danno per comportamento illecito dell’amministrazione finanziaria appartiene al giudice ordinario”, rimettendo dunque la causa alla sezione semplice per la decisione.

Nel secondo motivo del ricorso, la Suprema corte evidenzia che è proprio l’allora vigente articolo 15 del Dpr 602/1973 (rubricato iscrizioni a ruolo in base ad accertamenti non definitivi) a imporre all’Amministrazione finanziaria un preciso obbligo di iscrizione a ruolo, dopo l’opportuna notifica, delle imposte corrispondenti agli imponibili accertati, ma non ancora definitivi, escludendo, dunque, la configurazione dell’ipotesi di colpa, perché non vi era alcun potere discrezionale dell’ufficio.
Diversamente, osserva il Collegio, “ogni volta che la controversia tra la PA. ed il privato non si sia risolta “stragiudizialmente" ed abbia comportato la instaurazione di un procedimento giudiziario conclusosi poi con la vittoria del contribuente, la colpa dell’amministrazione sia in re ipsa nel fatto che il giudice abbia dichiarato l’illegittimità dell’atto sul quale è fondata la richiesta di risarcimento ex art. 2043 c.c.”.

Dunque, alla luce di quanto su esposto, appare alquanto paradossale ravvisare la colpa nella richiesta della garanzia ipotecaria, fatta dal Fisco, per la sospensione della riscossione dell’imposta, considerando anche l’entità del debito erariale.
Il punto centrale della sentenza è ravvisabile nelle osservazioni effettuate dal Collegio sul fatto che “l’amministrazione finanziaria non può essere chiamata a rispondere del danno eventualmente causato al contribuente sulla base del solo dato oggettivo della illegittimità dell’azione amministrativa, essendo necessario che la stessa, nell’adottare l’atto illegittimo, abbia anche violato le regole di imparzialità, correttezza e buona amministrazione, che costituiscono il limite esterno della sua azione”.

In definitiva, la Corte di cassazione, con la sentenza 19458/2011, afferma che l’iscrizione a ruolo della somma dovuta, non rientrando nell’ambito dei poteri discrezionali della P.A., costituiva un atto dovuto e, considerando anche la non esiguità della somma dovuta al Fisco, gli uffici finanziari, con l’iscrizione dell’ipoteca, non hanno assolutamente violato i principi di legalità, di imparzialità o di buona amministrazione (cosiddetto principio di buon andamento della pubblica amministrazione).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Per l’omissione della fattura scatta la sospensione dall’Albo.

Il professionista che non rilascia il documento di certificazione dei corrispettivi ai propri clienti viene sospeso dall’Albo o Ordine. La sospensione può durare da tre giorni a un mese. E’ quanto prevede l’articolo 2 del Dl 138/2011, che interviene ad apportare correttivi, questa volta in materia di sanzioni accessorie per violazioni alle imposte sui redditi e sul valore aggiunto.
In tal modo, vengono estese alle libere professioni le misure di verifica e antievasione già in vigore per gli esercenti attività commerciali.

La nuova sanzione
In considerazione della eccezionalità della situazione economica internazionale, in particolare della crisi finanziaria di alcuni Paesi della zona euro (tra cui l’Italia) e tenuto conto delle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea, il Dl 138/2011 è intervenuto, tra l’altro, in materia di entrate, provvedendo all’inserimento dei commi 2-sexies e 2-septies, nell’articolo 12 del decreto che disciplina le sanzioni tributarie non penali (Dlgs 471/1997). La modifica è arrivata grazie alle disposizioni contenute nell’articolo 2, comma 5, della manovra di ferragosto (Dl 138/2001). In sostanza, la norma rinnovata prevede che, a decorrere dal 13 agosto 2011, qualora siano state contestate a carico di soggetti iscritti in Albi ovvero a Ordini professionali, nel corso di un quinquennio, quattro distinte violazioni dell’obbligo di emettere il documento certificativo dei corrispettivi compiute in giorni diversi, sia disposta dall’Amministrazione finanziaria “in ogni caso” la sanzione accessoria della sospensione dell’iscrizione all’Albo o all’Ordine per un periodo da tre giorni a un mese. In caso di recidiva, la sospensione è disposta per un periodo da quindici giorni a sei mesi.

Per rendere più efficace la disposizione, è previsto che il provvedimento di sospensione è immediatamente esecutivo, e ciò in deroga all’articolo 19, ultimo comma, del Dlgs 472/1997, secondo cui le sanzioni accessorie sono eseguite quando il provvedimento di irrogazione è divenuto definitivo.
Siccome il provvedimento è immediatamente esecutivo, gli atti di sospensione sono comunicati all’Ordine professionale ovvero al soggetto competente alla tenuta dell’Albo affinché ne sia data pubblicazione sul relativo sito internet.
L’irrogazione della sanzione e, quindi, la sospensione dell’attività, è demandata alla direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate competente per territorio, in relazione al domicilio fiscale del contribuente. In tal caso, gli atti inerenti la sanzione accessoria devono essere notificati all’Albo o all’Ordine, oltreché naturalmente all’interessato, nel termine di sei mesi dalla contestazione dell’ultima violazione. Questa incombenza è prevista a pena di decadenza.

Nel caso in cui tali violazioni siano commesse nell’esercizio in forma associata di attività professionale, la sanzione accessoria, di cui al nuovo comma 2-septies dell’articolo 12 del Dlgs 471/1997, è disposta nei confronti di tutti gli associati.

Alle nuove disposizioni sono interessati i lavoratori autonomi che, a differenza delle imprese, non rilasciano ricevuta o scontrino fiscale, ma emettono regolare fattura all’atto dell’effettuazione della prestazione.
Ciò vuol dire che, mentre per gli esercenti attività commerciali è più facile constatare con immediatezza la mancata emissione dello scontrino e/o della ricevuta fiscale (l’ipotesi usuale è quella del cliente che al controllo viene trovato senza il documento nelle vicinanze dell’esercizio in cui si svolge l’attività), per i professionisti la violazione può essere contestata solo in caso di verifica fiscale e, quindi, anche a distanza di qualche tempo da quando la violazione è stata commessa.

Osservazioni
Il legislatore, con la descritta sanzione contenuta nella manovra di ferragosto, ha di fatto esteso ai professionisti le misure finora applicate ai commercianti al minuto che omettono “reiteratamente” il rilascio degli scontrini fiscali; per loro, però, non sussistendo il requisito della licenza per l’esercizio dell’attività, bensì quello dell’iscrizione all’Albo o all’Ordine, è stata prevista la sospensione di quest’ultima.
La sospensione aveva, infatti, avuto origine nel contesto della normativa in materia di emissione di scontrini e ricevute fiscali. Solo in occasione della riforma delle sanzioni tributarie non penali del 1997, è stata inclusa, più che altro per ragioni di organicità, nel Dlgs 472/1997, ma sempre comunque riferita ai contribuenti obbligati all’emissione di scontrini e ricevute fiscali.

Trattandosi di un provvedimento così grave, che scatta a seguito della constatazione palese dell’omissione del documento fiscale, la sua decorrenza ha effetto ex nunc. Ciò in quanto, ai sensi dell’articolo 3 del Dlgs 472/1997, le norme sanzionatorie non possono avere effetto retroattivo, quindi la sanzione accessoria sarà applicabile solo ove le quattro violazioni siano tutte state commesse a partire dalla data di entrata in vigore del Dl 138, ossia dal 13 agosto 2011.

Occorre poi ricordare che l’Agenzia delle Entrate, con risoluzione 150/2007, in riferimento alla chiusura dei locali commerciali, ha chiarito che l’effetto di impedire l’irrogazione delle sanzioni accessorie a seguito dell’intervenuta definizione agevolata di cui all’articolo 16 del Dlgs 472/1997, ossia dell’atto di contestazione, non può operare per la sanzione in argomento, atteso che quest’ultima gode di una disciplina speciale rispetto alla norma generale. Negli stessi termini si è espressa la giurisprudenza di legittimità (cfr, Cassazione, sentenze 14669/2010 e 2439/2007).

Si ricorda, infine, che avverso il provvedimento di sospensione emesso ai sensi dell'articolo 12, comma 2-sexies, Dlgs 471/1997, è ammesso ricorso alla Commissione tributaria provinciale competente.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

mercoledì 28 settembre 2011

Email sicura? Sì, ma con la posta elettronica certificata.

Con la posta elettronica certificata più facile e più sicura la comunicazione tra il cittadino e l’Agenzia delle Entrate. Da oggi è possibile usare questo strumento anche per dialogare con la direzione provinciale di Genova, inviando e ricevendo messaggi di posta elettronica ed allegati con lo stesso valore legale di una raccomandata con avviso di ricevimento.

La casella di posta elettronica certificata (dp.genova@pce.agenziaentrate.it) si affianca a quella della direzione regionale della Liguria e delle altre direzioni provinciali, completando così il quadro delle comunicazioni via Pec in regione.
Attraverso la Pec i tempi e costi di esecuzione degli adempimenti amministrativi si riducono, assicurando maggiore efficienza al servizio pubblico offerto ai cittadini.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Accertamenti “non definitivi”.

A partire dal 1° ottobre diventano esecutivi gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate ai fini delle imposte sui redditi, dell’Irap e dell’Iva e relativi ai periodi d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007 e successivi.
E’ quanto previsto dall’articolo 29 del decreto legge 78/2010, che detta disposizioni in materia di “Concentrazione della riscossione nell'accertamento”.

In particolare, il comma 1, lettera a), dell’articolo 29 prevede che l’avviso di accertamento contenga anche l’intimazione ad adempiere “entro il termine di presentazione del ricorso, all'obbligo di pagamento degli importi negli stessi indicati, ovvero, in caso di tempestiva proposizione del ricorso ed a titolo provvisorio, degli importi stabiliti dall'articolo 15 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602”.

Al riguardo, con la risoluzione 95/E di oggi, 27 settembre, sono stati istituiti i codici tributo per consentire il versamento, mediante il modello F24, degli importi dovuti nella fase di contenzioso, per adempimenti diversi da quelli connessi agli istituti definitori.

I codici tributo in argomento devono essere esposti nella sezione “Erario” del modello di pagamento F24, esclusivamente in corrispondenza degli “Importi a debito versati”. I campi “codice ufficio”, “codice atto”, “codice tributo” e “Anno di riferimento” vanno compilati tenendo conto delle informazioni riportate nell’avviso di accertamento.

In particolare, per i codici 9934, 9935, 9942, 9943, 9940, 9941, collegati all’Irap e alle addizionali comunale e regionale, le indicazioni relative al campo “rateazione/regione/prov./mese di riferimento” si possono desumere da apposite tabelle disponibili sul sito Internet dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Fatturazione: merce venduta da una società italiana a una francese.

Domanda
Un soggetto Italiano vende a un Francese. La merce rimane in Italia presso lo stabilimento del Francese per la lavorazione per poi andare in Francia. Hip 1: Con Iva: io cedo in Italia e lo stabilimento e' in italia. Il Francese dovrebbe avere una stabile organizzazione; Hip 2: cessione Intra: se lo stabilimento e' un deposito iva diventa cessione intra quando poi la merce parte per la Francia.

Risposta
Il suo cliente deve:
1) emettere una fattura senza IVA nei confronti del francese, verso cui ha effettuato una cessione intracomunitaria;
2) emettere DDT per il trasporto e la consegna dei beni allo stabilimento del francese in Italia (causale è lavorazione per c/acquirente intra);
3) compilare l'elenco INTRA cessioni;
4) munirsi della prova dell'uscita dei beni dal territorio italiano, altrimenti deve integrare la fattura con IVA. Il francese deve avere una stabile organizzazione o una società di diritto italiano.


Fonte: IPSOA

| More

martedì 27 settembre 2011

La definizione delle liti fiscali pendenti è compatibile con il diritto comunitario.

Con la Sentenza n. 19333 del 22.09.2011, la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sulla compatibilità delle norme sui condoni Iva italiani con le disposizioni comunitarie e, in particolare, di quelle sulla definizione delle liti pendenti alla data dell’01.05.2011. La Corte Suprema stabilisce, infatti, che la definizione delle liti pendenti non comporta una rinuncia dell’amministrazione finanziaria all’accertamento dell’imposta, ma permette semplicemente la riduzione del contenzioso in atto, garantendo la riscossione di un credito tributario incerto, sulla base di un trattamento paritario tra contribuenti. Nessun problema si pone, quindi, per la definizione delle liti fino a 20.000 euro, anche se riguardanti l’Iva, disposta dalla Manovra Correttiva di luglio 2011. Pertanto, tale istituto deve ritenersi legittimo rispetto al diritto Ue.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

L’aumento dell’IRES non si applica se l’istanza di interpello viene accolta.

Per le società di comodo o in perdita fiscale da tre anni, la modifica in fase di conversione del decreto 138/2011 prevede che restino valide le cause di non applicazione della norma per “situazioni oggettive” oppure se viene accolta l’istanza di interpello. Inoltre la norma non si applica sulle società semplici e per quelle non residenti prive di stabile organizzazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Dichiarazione IVA : Assonime riepiloga le novità.

Con la circolare 24 del 23 Settembre scorso, Assonime fornisce chiarimenti sulle novità relative alla dichiarazione IVA annuale sui dati del periodo 2010, il cui termine per l’invio telematico scade venerdì 30 settembre. Da ricordare in particolare il nuovo quadro VR per il rimborso delle eccedenze di credito e la possibilità di separare la dichiarazione IVA annuale da quella sulle imposte sui redditi, la soppressione dei righi VA1 e VE 30 , l’introduzione dei nuovi righi VE39 e VF 34 .


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Omessa comunicazione all'AE di dichiarazione d'intento: è ammissibile il ravvedimento operoso?

Domanda
Un nostro cliente ha ricevuto dal suo cliente regolare dichiarazione di intento. Ha venduto merce emettendo fatture a marzo, maggio e luglio in esenzione art. 8 c. 2. La dichiarazione doveva essere comunicata telematicamente all'Agenzia delle Entrate entro il 16 aprile cosa che non è stata fatta, dobbiamo quindi effettuare il ravvedimento per l'omessa comunicazione. Cio' che non è chiaro è se la sanzione deve essere applicata sul totale dell'iva calcolata sull'imponibile di tutte le fatture emesse in esenzione iva art. 8 comma 2 oppure solamente sull'imponibile della prima fattura emessa datata marzo?

RispostaFederico GavioliLa misura della sanzione è pari al 12,50% dell'iva in questione? La sanzione va versata il giorno del ritardato invio della dichiarazione d'intento o possiamo procedere all'invio della dichiarazione d'intento e successivamente versare la sanzione entro i termini dell'invio della dichiarazione iva? Risposta L'omessa o errata comunicazione delle dichiarazioni di intento può essere oggetto di ravvedimento operoso. Se l'errore viene scoperto prima della scadenza del termine di presentazione della comunicazione si può rettificare o integrare la comunicazione, mediante l'invio di una nuova comunicazione, completa in tutte le sue parti, barrando la casella "correttiva nei termini". Se invece i termini sono scaduti il cedente/prestatore, sempre che non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche, di cui abbia avuto formale conoscenza, può ricorrere all'istituto del ravvedimento, effettuando i seguenti adempimenti: - invio della comunicazione precedentemente omessa ovvero la comunicazione corretta; - pagamento della sanzione ridotta ad 1/10 del minimo. La sanzione è ridotta, sempreché la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l'autore o i soggetti solidalmente obbligati, abbiano avuto formale conoscenza: a) ad un decimo del minimo nei casi di mancato pagamento del tributo o di un acconto, se esso viene eseguito nel termine di trenta giorni dalla data della sua commissione; b) ad un ottavo del minimo, se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all'anno nel corso del quale è stata commessa la violazione ovvero, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro un anno dall'omissione o dall'errore; c) ad un decimo del minimo di quella prevista per l'omissione della presentazione della dichiarazione, se questa viene presentata con ritardo non superiore a novanta giorni ovvero a un decimo del minimo di quella prevista per l'omessa presentazione della dichiarazione periodica prescritta in materia di imposta sul valore aggiunto, se questa viene presentata con ritardo non superiore a trenta giorni. Il pagamento della sanzione ridotta deve essere eseguito contestualmente alla regolarizzazione del pagamento del tributo o della differenza, quando dovuti, nonché al pagamento degli interessi moratori calcolati al tasso legale con maturazione giorno per giorno. La circolare numero 41/E del 26 settembre 2005 dell'Agenzia delle Entrate, prevede, nel caso specifico, il pagamento della sanzione da euro 258,00 ad euro 2.065,00; l'importo della sanzione da ravvedimento operoso da versare, secondo quanto stabilito dall'articolo dall'art. 1, comma 20, lett. a), legge 13 dicembre 2010, n. 220, viene ridotto ad un decimo del minimo. Il termine per poter accedere all'istituto del ravvedimento operoso è fissato in un 1 anno dal momento in cui è stata commessa la violazione.


Fonte: IPSOA

| More

Telecamere in un condominio.

Il singolo condomino non può autonomamente installare un impianto di videosorveglianza che riprenda parti comuni dell'edificio, neppure a scopo di tutela della sua sicurezza, messa in pericolo da atti vandalici e/o tentativi di effrazione, così ha deciso il Tribunale di Varese con la sentenza n. 1273 del 16 giugno 2011, ritenendo che perché possa installarsi legittimamente detto impianto è necessario il consenso espresso di tutti i condomini
A seguito di alcuni tentativi di effrazione e di atti vandalici subiti, un condomino, di propria iniziativa, aveva fatto installare un impianto di videosorveglianza con tre telecamere: la prima montata sul pianerottolo del primo piano che inquadrava parzialmente la porta di ingresso di altri condomini, la seconda che puntava sul portone di accesso al fabbricato e sul garage e l’ultima che riprendeva una vecchia serra. A tale iniziativa reagivano gli altri condomini, sottoponendo al Tribunale di Varese la descritta situazione e chiedendo di dichiararne l’illegittimità con conseguente rimozione dell’impianto stesso, in via cautelare, sul presupposto che il sistema era destinato a riprendere immagini degli spazi comuni con conseguente violazione della privacy e della riservatezza dei condomini.

La questione giuridica affrontata concerne, in sostanza, la liceità del comportamento di un singolo condomino che, senza previa delibera assembleare, installi, al fine di tutelare la propria personale sicurezza, un impianto di videosorveglianza che riprenda anche aree condominiali comuni, con conseguente sacrificio del diritto alla riservatezza degli altri condomini e di terzi tutelato direttamente dall’art. 2 Cost..

E’ ormai orientamento consolidato che il siffatto comportamento, anche se assunto contro la volontà degli altri comproprietari, non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata di cui all’art. 615 bis c.p. in quanto la tutela penale del domicilio è limitata a ciò che avviene in luoghi di provata dimora, non visibili ad estranei.

Ciò soprattutto se gli altri condomini siano a conoscenza dell'esistenza delle telecamere e possano visionarne in ogni momento le riprese: “l’esposizione alla vista di terzi di un'area che costituisce pertinenza domiciliare e che non è destinata a manifestazioni di vita privata esclusive è incompatibile con una tutela penale della riservatezza, anche ove risultasse che manifestazioni di vita privata in quell'area siano state in concreto, inaspettatamente, realizzate” (Cass. pen. 21 ottobre – 26 novembre 2008, n. 44156, Cass. pen.

30.10.2008, n. 40577, Cass. SS. UU. pen. 28 marzo 2006 n. 26795, Corte costituzionale n. 149/2008).

Non così pacifica è, invece, la valutazione della liceità del descritto comportamento dal punto di vista civile.

La materia sottoposta al vaglio del Tribunale si presenta alquanto spinosa e controversa. Di certo vi è che, nonostante i solleciti provenienti da più parti, manca una disciplina normativa che attui la riserva di legge prevista dall’art. 14 Cost..

In attesa che venga colmata questa lacuna, il Garante per la Privacy è intervenuto più volte per stabilire alcuni punti fermi.

In primo luogo vi è da precisare che l'installazione di tali impianti, se effettuata nei pressi di immobili privati e all'interno di condominii e loro pertinenze, non è soggetta al Codice in materia di dati personali (D. Lgs. 196/2003) quando i dati non sono comunicati sistematicamente o diffusi. Nonostante ciò, richiede comunque l'adozione di cautele a tutela dei terzi (art. 5, comma 3, del Codice).

In particolare le riprese devono essere limitate esclusivamente agli spazi di propria esclusiva pertinenza (ad esempio quelli antistanti l'accesso alla propria abitazione) escludendo ogni forma di ripresa, anche senza registrazione di immagini, relative ad aree comuni (cortili, pianerottoli, scale, garage comuni) o antistanti l'abitazione di altri condomini.

Quando invece la ripresa delle aree condominiali è effettuata da più condomini o dal condominio trova applicazione il citato Codice.

L'installazione di questi impianti è ammissibile esclusivamente per assicurare la sicurezza di persone e la tutela di beni da concrete situazioni di pericolo, di regola costituite da illeciti già verificatisi, oppure nel caso di attività che comportano, ad esempio, la custodia di denaro, valori o altri beni (recupero crediti, commercio di preziosi o di monete aventi valore numismatico).

Poiché, ad ogni modo, comporta l'introduzione di una limitazione e comunque di un condizionamento per i cittadini, deve essere rifiutato ogni uso superfluo nonchè ogni utilizzazione eccessiva rispetto allo scopo da raggiungere. Scopo che deve essere determinato, esplicito e legittimo e, soprattutto, di pertinenza del titolare dell’impianto.

Per questo motivo possono essere attivati soltanto quando altre misure (ad esempio: controlli da parte di addetti, sistemi di allarme, misure di protezione degli ingressi, abilitazioni agli ingressi) siano insufficienti o inattuabili e, per questo motivo, anche l'installazione meramente dimostrativa o artefatta di telecamere non funzionanti o per finzione, anche se non comporta trattamento di dati personali, può essere legittimamente oggetto di contestazione.

Sulla scorta di tale quadro si è formata una giurisprudenza di merito, non essendovi ancora sul punto pronunce della Suprema Corte, compattamente orientata nel senso che non esiste un potere spettante a ciascun condomino di installare impianti di videosorveglianza, soprattutto se orientati su parti condominiali, in quanto ciò comporta una evidente compressione e lesione del diritto all’altrui riservatezza, non giustificata da un interesse altrettanto forte e ampio, considerando che l’esigenza di tutela possa far capo ad uno solo dei condomini, mentre il diritto alla riservatezza riguarda tutti gli altri (in tal senso Trib. Nola, sez. II civ., ord. 3 febbraio 2009, Trib. Milano, 6 aprile 1992).

Condividendo tali assunti, la sentenza in esame, tenuto conto che, nel caso concreto, le telecamere erano state “puntate” non soltanto sulla proprietà esclusiva del condomino installatore ma anche su aree comuni e ritenendo che “il condomino non abbia alcun potere di installare, per sua sola decisione, delle telecamere in ambito condominiale idonee a riprendere spazi comuni o addirittura spazi esclusivi degli altri condomini”, ha qualificato illecito tale comportamento con il conseguente ordine di eliminare le telecamere posizionate.

Ma il Tribunale di Varese si spinge oltre statuendo che neppure l’assemblea condominiale può deliberare l’installazione dell’impianto di videosorveglianza, in quanto lo scopo della tutela dell'incolumità delle persone e delle cose dei condomini, non essendo finalizzata a servire i beni comuni e concretandosi in una lesione di un diritto fondamentale della persona tutelato direttamente dall’art. 2 Cost., esula dalle attribuzioni dell'assemblea stessa (conforme Tribunale di Salerno ordinanza del 14 dicembre 2010).

Ed infatti “i singoli condomini non possono giammai sopportare, senza il loro consenso, una ingerenza nella loro riservatezza seppur per il fine di sicurezza di chi video-riprende. Né l’assemblea può sottoporre un condomino ad una rinuncia a spazi di riservatezza solo perché abitante del comune immobile, non avendo il condominio alcuna potestà limitativa dei diritti inviolabili della persona.

Peraltro, nell’ottica del cd. balancing costituzionale, la videoripresa di sorveglianza può ben essere sostituita da altri sistemi di protezione e tutela che non compromettono i diritti degli altri condomini, offrendo quindi un baricentro in cui i contrapposti interessi possono convivere”.

Pertanto, il sistema di videosorveglianza può essere installato soltanto nel caso in cui la decisione sia deliberata all’unanimità dai condomini, perfezionandosi in questo caso un comune consenso idoneo a fondare effetti tipici di un negozio dispositivo dei diritti coinvolti e, quindi, con il consenso espresso, libero e documentabile per iscritto come prescritto dall’art. 23 del Codice in materia di protezione dei dati personali.

| More

Criteri temporali per il calcolo della detrazione del sussidio per lo studio.

Qual è il periodo di tempo da assumere ai fini del calcolo della detrazione dal reddito prevista per le somme percepite a titolo di sussidio per fini di studio?

Le somme da chiunque corrisposte a titolo di sussidio per fini di studio costituiscono redditi assimilati a quelli di lavoro dipendente, a norma dell’articolo 50, comma 1, lettera c), del Tuir. Tali redditi usufruiscono delle detrazioni di imposta ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Tuir. Dette detrazioni dall’imposta lorda sono stabilite in un importo pari a 1.840 euro se il reddito complessivo non supera 8mila euro e devono essere commisurate al periodo di lavoro dell’anno. In ogni caso, la detrazione effettivamente spettante non può essere inferiore a 690 euro e, per i rapporti di lavoro a tempo determinato, a 1.380 euro.
Le detrazioni spettano con riferimento ai giorni compresi nel periodo assunto ai fini dell’erogazione del sussidio, anche se relativo ad anni precedenti rispetto a quello di effettiva erogazione.
Pertanto, se il sussidio è erogato per il rendimento scolastico, le detrazioni spettano per l’intero anno; se invece è stato corrisposto in relazione alla frequenza di un particolare corso, le detrazioni spettano per il periodo di durata del corso stesso.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Comunicazioni da società di leasing.

L’Agenzia delle Entrate fornisce alcuni chiarimenti in merito alla comunicazione dei dati relativi ai contratti di leasing, che gli operatori economici del settore devono trasmettere all’Anagrafe tributaria, come previsto dal provvedimento direttoriale del 5 agosto scorso.

Chiamati all’adempimento sono le banche e gli intermediari finanziari che esercitano attività di leasing finanziario e/o operativo e gli operatori commerciali che svolgono attività di locazione e/o di noleggio.
Oggetto della comunicazione sono i contratti di leasing finanziario, di leasing operativo, di locazione e di noleggio, stipulati nei confronti sia delle persone fisiche che delle persone giuridiche, aventi ad oggetto autovetture, autocaravan e altri veicoli, unità da diporto e commerciali, aeromobili, immobili, beni mobiliari, eccetera.

I soggetti tenuti alla comunicazione dei dati relativi ai contratti di leasing sono esonerati dalla comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini Iva (“spesometro”).

La trasmissione della comunicazione deve avvenire, a regime, entro il 30 giugno di ogni anno con riferimento ai contratti in essere nell’anno precedente (per esempio, entro il 30 giugno 2012 per i contratti del 2011).
Scadenza unica, al 31 dicembre 2011, per le comunicazioni riguardanti gli anni 2009 e 2010, cui sono tenute: le società di leasing che non sono state destinatarie del questionario ai sensi dell’articolo 32 del Dpr 600/1973; le società di leasing che - seppur destinatarie - non hanno ancora risposto al questionario; le società di capitali, non iscritte nell’elenco generale o in sue sezioni del Testo unico bancario, per i contratti di locazione e di noleggio in essere negli anni 2009 e 2010.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

lunedì 26 settembre 2011

Quesito: oneri deducibili.

un lavoratore dipendente si trova impiegato con
contratto a tempo indeterminato e per un periodo di un mese non lavora in
quanto sottoposto a part-time verticale .Questo mese non essendo sottoposto
a remunerazione rimane scoperto ai fini contributivi.
Tuttavia il dipendente può fare i versamenti volontari all'INPS a proprio
carico per coprire il mese .
Quindi ,ecco il quesito : i v.v. versati dal lavoratore dipendente possono
essere deducibili sulla denuncia dei redditi dello stesso?

| More

Quesito: paga oraria strumentista.

Sono una strumentista libera professionista ( con propria partita IVA) di sala operatoria con un esperienza professionale polispecialistica di circa 15 anni. Dovrei effettuare un colloquio di lavoro lunedì prox e chiedevo quale richiesta economica oraria posso chiedere considerando il mercato di strutture private in Milano.

| More

Quesito: tasse acquisto box non pertinenziale.

Sto valutando la possibilità di acquistare un box non pertinenziale (ne ho già uno) nello stesso stabile dove abito, ma vorrei conoscere anche il totale delle spese accessorie a cui vado incontro.

Quali costi ho in aggiunta al costo di acquisto del BOX (previsto in circa 20.000,00 Euro) e come vanno calcolati ??

Abito nella provincia di Milano e lo stabile è stato fatto nel 1996.

Questo è quello che ho capito.

- notaio (circa 1.500,00 Euro)
- 7% imposta di registro (calcolata come ??)
- 1% imposta catastale (calcolata come ??)
- 2% imposta ipotecaria (calcolata come ??)

| More

Quesito: apertura di un bar.

vorrei aprire un bar all'interno di una sala giochi di un mio amico dove il titolare di essa è una s.r.l.,
farei prendere a lui la licenza di somministrazione tramite la procure del mio rec, successivamente dovrebbe cedere la licenza di bar
a me stesso per avere due attività distinte all'interno dello stesso locale , mi domandavo se questo fosse possibile

| More

Accertamento valido se la verifica fiscale dura più di 30 giorni: Corte di Cassazione.

L’articolo 12, comma 5 dello Statuto del Contribuente (L. n. 212/2000) impone dei tempi stretti e certi per le verifiche fiscali presso la sede del contribuente, individuati in 30 giorni lavorativi, che in particolari circostanze possono essere prorogati di ulteriori 30 giorni. Sul dato temporale si è discusso sin dall’entrata in vigore della L. 212/2000. Negli anni, infatti, non sono mancate pronunce di merito che ritenevano nullo l’accertamento conseguente a verifica fiscale durata più dei previsti 30 giorni. Con la Sentenza depositata il 22 settembre 2011, la Corte di Cassazione, in contrasto con le precedenti pronunce, stabilisce che alla verifica che dura più di 30 giorni non consegue la nullità dell’accertamento, in quanto lo Statuto del Contribuente non ricollega a tale violazione né l’inutilizzabilità delle prove raccolte, né la nullità degli accertamenti compiuti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Acquisto da parte di due contribuenti e mutuo cointestato: possono detrarre entrambi gli interessi passivi?

Due contribuenti decidono di acquistare un'abitazione. Il primo acquista il diritto di abitazione e il secondo la proprietà. Il primo trasferisce la residenza il secondo no. Entrambi non sono proprietari di altra abitazione. In sede di stipula di atto pubblico entrambi i contribuenti possono beneficiare delle agevolazioni sulla prima casa pagando l'iva al 4%? Il prezzo dell'abitazione viene pagato in parte in contanti ed in parte con la stipula di un mutuo cointestato. Possono detrarre entrambi gli interessi passivi sul mutuo (o solo chi ha il diritto di abitazione può detrarre gli interessi per la proria quota)? E se il contribuente che acquista solo la proprietà e non il diritto di abitazione trasferisce la residenza nell'immobile può detrarre la propria quota di interessi passivi sul mutuo?

In merito alla risposta ai quesiti sollevati va fatta una netta distinzione tra:
- agevolazioni prima casa;
- detrazione interessi su mutui.
Riguardo al primo aspetto, va ricordato che uno dei requisiti richiesti per l'applicazione dell'agevolazione prima casa è che l'acquisto debba derivare da atti traslativi della proprietà o traslativi/costitutivi di diritti reali.
Occorre, dunque, chiarire se tra questi vi rientra anche l'acquisto del diritto di abitazione previsto dall'art. 1022 c.c. in base al quale chi ha il diritto di abitazione di una casa può abitarla limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia.
A dire il vero, nella nota II-bis) all'articolo 1, comma 1, quinto periodo, della tariffa, parte prima, allegata al T.U. dell'imposta di registro, approvato con D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, che si occupa di definire le condizioni per usufruire delle agevolazioni prima casa, vengono individuati espressamente i diritti ammessi al beneficio, comprendendo anche quello di abitazione.
Tra l'altro, la stessa Agenzia delle entrate, con la risoluzione 25/02/2005 n. 29/E, che comunque si occupava del caso del diritto di abitazione spettante al coniuge superstite ex art. 540 c.c., ha ammesso che l'acquisizione in sé del diritto di abitazione può beneficiare dell'agevolazione prima casa a condizione che in capo al beneficiario ovvero, in caso di pluralità di beneficiari, in capo ad almeno uno di essi, sussistano i requisiti e le condizioni previste in materia di acquisto della prima abitazione.
Pertanto, pur non essendoci una pronuncia sul caso esposto nel quesito, in linea generale, si potrebbe affermare che è possibile usufruire dell'agevolazione prima casa sia per chi acquisisce la proprietà che per chi ne acquisisce il diritto di abitazione, sempre che sussistano per entrambi i soggetti tutte le altre condizioni previste dalla norma tra cui, si segnala, non c'è quella del trasferimento della residenza nell'immobile acquistato, ma, piuttosto, di avere (o trasferire entro 18 mesi) la residenza nel comune in cui è ubicata l'abitazione acquistata.
Passando all'altro quesito e cioè se sia possibile, per entrambi i soggetti, detrarre gli interessi sul mutuo cointestato, va, innanzitutto, ricordato che la detrazione è ammessa per i mutui stipulati per l'acquisto dell'abitazione principale.
A tal fine, per abitazione principale si intende quella nella quale il contribuente o i suoi familiari dimorano abitualmente.
Pertanto, essendo necessario che il contribuente, oltre ad essere intestatario del mutuo dimori abitualmente nell'abitazione, la detrazione spetterebbe solo a chi rispetta tale requisito.
Però, va precisato che, con la circolare 3 maggio 1996, n. 108 è stato affermato che in caso di acquisto di un diritto reale di godimento (nello specifico, si trattava dell'usufrutto) la detrazione non spetta (in tal caso, quindi, spettava solo al nudo proprietario).
Traslando questa pronuncia al caso in oggetto, poiché il diritto di abitazione altro non è che un diritto reale di godimento seppur "minore" rispetto all'usufrutto, si dovrebbe concludere che il soggetto che acquista il solo diritto di abitazione non è titolato a detrarre gli interessi passivi (il condizionale, però, è d'obbligo in quanto non c'è una pronuncia ufficiale in tal senso).


Fonte: IPSOA

| More

Per il patrocinio gratuito la Corte restringe l’accesso.

Con la sentenza 34399 del 21 settembre, la Corte di cassazione ha stabilito che sussiste responsabilità penale per il cittadino che attesti falsamente con dichiarazione sostitutiva di notorietà di avere un reddito tale da giustificare il gratuito patrocinio. La Corte precisa che l'illecito, in tal caso, sarebbe stato ravvisabile anche se il privato ne avesse avuto realmente diritto.

Il fatto
L'oggetto della controversia riguarda la responsabilità penale di una signora che aveva prodotto dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà ex articolo 46 del Dpr 445/2000 (contenente disposizioni in materia di documentazione amministrativa), attestando di trovarsi nelle condizioni reddituali per essere ammessa al patrocinio a spese dello Stato, mentre veniva accertato che al momento della domanda, le affermazioni certificate non erano veritiere, visto che i familiari sono risultati percettori di reddito che, complessivamente, superava la soglia di ammissione. Sicché la richiedente veniva imputata del reato di cui all'articolo 483 codice penale (falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico) e condannata dal Tribunale alla reclusione ivi prevista.

Anche l'impugnazione della sentenza di primo grado veniva però rigettata dalla Corte d'appello, previa riqualificazione del fatto come reato previsto dall'articolo 95 del Testo unico delle disposizioni in materia di spese di giustizia (Dpr 115/2002), il quale dispone che sono punite con la reclusione la falsità o le omissioni nella dichiarazione sostitutiva di certificazione (la condanna importa la revoca, con efficacia retroattiva, e il recupero a carico del responsabile delle somme corrisposte dallo Stato).
L'imputata ricorreva, quindi, in Cassazione per violazione di legge, ritenendo che, diversamente da quanto affermato in sede di appello, nella specie non poteva configurarsi il reato ascrittole, in quanto il reddito realmente percepito avrebbe comunque consentito l'ammissione al gratuito patrocinio.

Premesso che ai fini della determinazione dei limiti di reddito si tiene conto anche dei redditi che per legge sono esenti dall'Irpef o che sono soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d'imposta, ovvero a imposta sostitutiva (cfr Cassazione 22299/2008), occorre ricordare al riguardo che in base all'articolo 76 del Dpr 115/2002, può essere ammesso al patrocinio chi è titolare di un reddito imponibile, risultante dall'ultima dichiarazione, non superiore a euro 10.628,16 (fino al 2008 il limite ammontava a euro 9.296,22).
Se l'interessato convive con il coniuge o con altri familiari, il reddito è costituito dalla somma dei redditi conseguiti nel medesimo periodo da ogni componente della famiglia, compreso il richiedente.

Si aggiunge inoltre che il valore probatorio dell'istanza viene vagliato dal giudice procedente, il quale ammette l'interessato al patrocinio gratuito se, alla stregua della dichiarazione sostitutiva, ricorrono le condizioni di reddito cui l'ammissione al beneficio è subordinata. L'istanza viene respinta se vi sono fondati motivi per ritenere che l'interessato non versa nelle condizioni dichiarate, tenuto conto delle risultanze, tra l'altro, del tenore di vita, delle condizioni personali e familiari, e delle attività economiche eventualmente svolte.

La decisione
Nulla da eccepire, sostiene la Cassazione, sull'operato della Corte territoriale, la quale ha ampiamente indicato in motivazione le ragioni per le quali era pervenuta a una decisione di conferma della sentenza di primo grado.
Inutile, quindi, la difesa della contribuente che aveva sostenuto di non essere personalmente titolare di alcun reddito, perché la Corte di legittimità, rispolverando un principio già affermato dalle sezioni unite penali (sentenza 6591/2009) ha confermato che in tema di reato previsto dall'articolo 95 del Dpr 115/2002, il reato di pericolo delle false indicazioni o delle omissioni anche parziali dei dati di fatto riportati nella dichiarazione sostitutiva di certificazione o in ogni altra dichiarazione prevista per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato, si ravvisa se non rispondono al vero o sono omessi in tutto o in parte dati di fatto nella dichiarazione sostitutiva, ed in qualsiasi dovuta comunicazione contestuale o consecutiva, che implichino un provvedimento del magistrato, secondo parametri dettati dalla legge, indipendentemente dalla effettiva sussistenza delle condizioni previste per l'ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
Ne deriva, quindi, secondo la riconfermata sentenza 6591/2009, che ha così risolto un sussistente contrasto di giurisprudenza, che risponde penalmente chi ha dichiarato falsamente reddito zero anche quando tale reddito è così basso da non superare la soglia richiesta per l'ammissione al beneficio.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Obbligo della presentazione della comunicazione EAS per le associazioni pro-loco.

E’ corretto che un’associazione pro-loco costituita lo scorso mese di febbraio non abbia proceduto all’invio del modello Eas all’Agenzia delle Entrate?

L’onere della presentazione, entro il 31 marzo di quest’anno, del modello di comunicazione Eas gravava su tutti gli enti di tipo associativo beneficiari della detassazione delle quote associative ovvero dei contributi o dei corrispettivi di cui agli articoli 148 del Tuir e 4 del Dpr 633/72. Fermo restando il potere di controllo dell’Agenzia delle Entrate sulla sussistenza dei requisiti qualificanti previsti dalla normativa tributaria, tra gli enti esonerati sono state ricomprese le associazioni pro-loco.
Il disposto del comma 3-bis dell’articolo 30 del Dl 185/2008 esonera, infatti, dalla trasmissione dei dati e delle notizie rilevanti ai fini fiscali le associazioni pro-loco che abbiano esercitato l’opzione per il regime agevolativo recato dalla legge 398/1991 avendo, nel periodo di imposta precedente, esercitato attività commerciali produttive di proventi di ammontare non superiore a 250mila euro.
L’onere della comunicazione all’Agenzia delle Entrate dei dati e delle notizie rilevanti ai fini fiscali gravava sulle associazioni pro-loco che, nel periodo di imposta precedente, avessero conseguito proventi superiori a 250mila euro nonché sulle associazioni pro-loco che, pur avendo realizzato proventi di ammontare inferiore a tale importo, non avessero optato per il regime agevolativo recato dalla legge 398/1991.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Presentazione Unico 2011.

Ancora una settimana per trasmettere on line la dichiarazione Unico 2011. È venerdì 30 settembre, infatti, il termine canonico per archiviare regolarmente il più importante adempimento fiscal-telematico dell’anno.

Obbligati e per “scelta”
In linea generale, tutti i contribuenti tenuti a dichiarare i redditi tramite il modello Unico sono obbligati alla presentazione “esclusivamente” telematica. Esistono però casi in cui la via cartacea è ancora consentita, tra i quali, ad esempio, la dichiarazione presentata dall’erede per conto del de cuius o quella dei lavoratori dipendenti che, pur possedendo redditi “da 730”, non possono utilizzare quel modello perché rimasti senza sostituto d’imposta. Comunque, anche queste categorie di contribuenti possono optare per la presentazione in rete.

Le strade virtuali … per intero o a metà
Unico 2011 transita su Entratel e Fisconline, i due canali telematici messi a disposizione dei contribuenti che vogliono presentare direttamente la dichiarazione. In particolare, l’accesso al primo riguarda coloro che sono obbligati a presentare la dichiarazione dei sostituti d’imposta per un numero di soggetti superiore a venti. Il secondo è un servizio ad appannaggio dei contribuenti tenuti a presentare il modello 770 in relazione a un numero di soggetti non superiore a venti ovvero di chi non è affatto obbligato a presentare la dichiarazione dei sostituti d’imposta.

L’ambiente web può essere anche raggiunto “fisicamente”, consegnando il modello Unico 2011 a un qualsiasi ufficio delle Entrate, che si occuperà dell’invio telematico, o rivolgendosi a intermediari abilitati (professionisti, associazioni di categoria, Caf e altri soggetti autorizzati). Soluzioni che si pongono nel mezzo, utili soprattutto a chi non dispone ancora delle chiavi di accesso a Entratel e Fisconline, rilasciate dall’Agenzia delle Entrate a domanda del contribuente interessato. Una procedura che, per formalizzarsi, necessita di alcuni giorni, troppi per l’imminente scadenza.

Fuori tempo massimo
Se il termine del 30 settembre “salta” e Unico 2011 viene presentato con un ritardo non superiore a novanta giorni, la scarsa puntualità può essere regolarizzata mediante il versamento spontaneo, entro lo stesso termine, di una sanzione pari a 25 euro.

Un termine anche per rimediare
Il 30 settembre è pure la data da evidenziare nell’agenda di chi intende “ravvedersi” per sanare le violazioni commesse nel 2010 e non ancora rilevate dall’Amministrazione finanziaria in sede di controllo (articoli 36-bis e 36-ter del Dpr 600/1973). Si tratta di versamenti omessi o carenti ed errori che incidono sulla determinazione degli imponibili e delle imposte. In particolare, i pagamenti omessi o effettuati in misura insufficiente possono essere regolarizzati versando, oltre all’imposta e ai relativi interessi legali, la sanzione ridotta del 3% anziché quella piena del 30 per cento. Sale al 10% (un decimo del 100%), invece, la sanzione stabilita per chi intende correggere errori rilevabili in sede di accertamento come, ad esempio, la mancata indicazione di un reddito. In entrambi i casi, oltre a provvedere, entro venerdì 30 settembre, al versamento di quanto dovuto, il contribuente dovrà presentare una dichiarazione integrativa.

Vale sempre il principio che non è possibile usufruire del ravvedimento se la violazione è stata già constatata dall’Amministrazione finanziaria, se sono iniziati accessi, ispezioni e verifiche – limitatamente ai periodi e ai tributi oggetto del controllo – o hanno già preso il via, con comunicazione formale, altre attività amministrative di accertamento (ad esempio, invio di questionari, notifica di inviti a comparire, eccetera).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Rimborso credito Iva solo con modello VR entro 2 anni.

Con la Sentenza n. 18920 del 16 settembre 2011, la Corte di Cassazione stabilisce che la richiesta di rimborso del credito Iva va effettuata esclusivamente tramite modello VR, entro il termine biennale di cui all'art. 21, D.lgs. n. 546/92. Peraltro, nella fattispecie in esame, l’omissione del modello VR ha comportato l’impossibilità di qualificare la pretesa del contribuente quale richiesta di rimborso. Inoltre, la Corte chiarisce che in caso di cessazione dell’attività, il contribuente ha 10 anni di tempo per chiedere il rimborso dell’Iva se ha presentato il modello VR.

| More

venerdì 23 settembre 2011

Quesito: contribuente minimo e libero professionista.

Possiedo partita iva con regime dei minimi, come Dietista naturalmente. Essendo anche Personal Trainer (con diploma ottenuto da enti riconosciuti, ma non con laurea in scienze motorie né fisioterapia) mi occupo anche di elaborare programmi motori di prevenzione, tonificazione, postura, eccetera.

La domanda è: le prestazioni dietistiche vengono fatturate esenti da iva, solo con aggiunta INPS; le prestazioni di elaborazione di programmi motori, come devono essere fatturate? Con IVA? E a quanto ammonta la percentuale dell'IVA?

| More

Fabbricati rurali, il 30 settembre 2011 scade il termine per la domanda di variazione catastale.

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 220 del 21 settembre 2011 il Decreto dell’Economia del 14 settembre 2011 che stabilisce che entro il 30 settembre 2011 è possibile presentare all’Agenzia del Territorio la domanda di variazione della categoria catastale per l’attribuzione della categoria A/6 alle abitazioni rurali o della categoria D/10 per i fabbricati rurali strumentali. L’articolo 7, comma 2-bis del D.L. n. 70/2011 (c.d. “Decreto Sviluppo 2011”) prevede, infatti, l’attribuzione della categoria A/6 e D/10 per gli immobili per i quali sussistono i requisiti di ruralità previsti dall’articolo 9 del D.L. n. 557/93.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Partita Iva inattiva chiusa con 129 euro.

Con la Risoluzione n. 93/E del 21 settembre 2011 l'Agenzia delle Entrate fornisce ulteriori chiarimenti in merito alla chiusura delle partite Iva inattive. In particolare, viene precisato che la chiusura della partita Iva deve essere effettuata sulla base dei dati ricavati dal modello di pagamento F24 e che, per semplificare gli adempimenti ed evitare di richiedere informazioni già in possesso dell’Amministrazione, non sono posti a carico del contribuente ulteriori adempimenti. Quindi, basta pagare la sanzione minima di 129 euro con il modello F24, entro il 4 ottobre 2011, senza dover presentare all’Agenzia né la copia del versamento né la dichiarazione di cessazione attività, per chiudere una partita Iva inattiva.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Certificati di malattia e trasmissione telematica all'Inps - Ulteriori modalità di invio.

Con Circolare del 9 settembre 2011 n. 117, l'Inps ha fornito ulteriori chiarimenti in merito alle modalità di invio certificati di malattia ai datori di lavoro privati tramite i propri intermediari.

Si ricorda che la trasmissione telematica all’Inps delle certificazioni di malattia dei lavoratori dei settori privato e pubblico da parte dei medici è divenuta operativa a seguito, rispettivamente, del Decreto Interministeriale (Ministero della Salute e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali) del 26.02.2010 e della circolare n. 1 del 19.03.2010 del Dipartimento della Funzione pubblica e Dipartimento della digitalizzazione della pubblica amministrazione e dell’innovazione tecnologica.

Dal 14 settembre 2011, scatta quindi, anche per il settore privato, l'invio esclusivamente telematico dei certificati di malattia già previste per i dipendenti pubblici; il datore di lavoro non potrà quindi più richiedere al proprio lavoratore l'invio della copia cartacea dell'attestazione di malattia ma dovrà prendere visione delle attestazioni di malattia dei propri dipendenti avvalendosi dei servizi resi disponibili dall'INPS (è comunque riconosciuta, per il datore di lavoro del settore privato, la possibilità di richiedere ai propri dipendenti di comunicare il numero di protocollo identificativo del certificato inviato online dal medico).

L'Inps, inoltre, con Circolare n. 118 del 12 settembre 2011, comunica che dal 1° ottobre 2011 verrà attivata, per i datori di lavoro, la modalità di presentazione telematica della richiesta delle visite mediche di controllo dello stato di salute dei propri dipendenti in malattia.

| More

Tirocini formativi e le Novità introdotte dalla Manovra d'estate 2011.

Con la Circolare numero 24 del 12 settembre 2011 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali fornisce chiarimenti in merito all’articolo 11 del Decreto Legge n. 138 del 13 agosto 2011, dedicato ai livelli essenziali di tutela in materia di tirocini formativi e finalizzato ad offrire maggiore certezza al quadro legale di riferimento per la regolamentazione dei tirocini - di esclusiva competenza regionale come indicato dalla sentenza n. 50 del 2005 della Corte Costituzionale - così da ricondurli alla loro funzione di formazione e orientamento dei giovani.

Si precisa che la norma non è retroattiva: le disposizioni introdotte dal decreto legge non riguardano i tirocini avviati o approvati prima del 13 agosto, che proseguiranno seguendo la normativa precedente e fino alla loro scadenza.
Inoltre viene chiarito che per prevenire gli abusi e un utilizzo distorto di questo strumento formativo, il personale ispettivo responsabile verificherà l’effettiva tipologia del tirocinio e la sua legittimità alla luce della normativa.

Le nuove regole non verranno applicate ai tirocini avviati o formalmente approvati prima del 13 agosto 2011.

| More

Iva agevolata al 4% per i dispositivi medici ai diabetici.

È corretto che le farmacie convenzionate emettano, nei confronti delle aziende sanitarie locali, fatture con Iva agevolata al 4% in relazione ai dispositivi medici forniti gratuitamente ai clienti affetti da diabete con menomazione funzionale permanente, attestata dal Registro nazionale dei diabetici, e muniti di regolare prescrizione dei medici di base.
L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 90/E del 15.09.2011, chiarisce che il rilascio di strisce autoreagenti, apparecchi automatici e lancette, iniettori a penna e siringhe per insulina come strumenti il cui utilizzo è inequivocabilmente legato al controllo della patologia non richiede ulteriore documentazione per vedere applicata l’aliquota IVA minima.

| More

Elenco Clienti e Fornitori – Proroga dei termini di comunicazione per il periodo d’imposta 2010.

Slitta al 31 dicembre 2011 l’obbligo di comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto di importo non inferiore a euro tremila (solo per il periodo d’imposta 2010 l’importo è elevato a 25.000) il c.d. nuovo Elenco clienti fornitori.
Il termine originariamente previsto per il 31 ottobre 2011 è stato prorogato al 31 dicembre 2011 con Provvedimento dell'Agenzia delle Entrate del 16/09/2011.
Il presente provvedimento modifica il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 22 dicembre 2010.

Al fine di semplificare al massimo gli obblighi di comunicazione da parte dei contribuenti e di migliorare, anche sulla base delle indicazioni fornite dalle associazioni di categoria, la qualità delle informazioni trasmesse, le specifiche tecniche, come modificate con provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate del 21 giugno 2011, sono state sostituite da quelle allegate al presente provvedimento.

Per consentire i necessari adeguamenti di tipo tecnologico, viene altresì modificato il termine ultimo di presentazione della comunicazione telematica di cui all’art. 21 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, riferita al periodo d’imposta 2010. Tale modifica ha determinato una proroga di detto termine dal 31 ottobre 2011 al 31 dicembre 2011.

Pertanto, i soggetti titolari di partiva Iva devono presentare la comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto di importo non inferiore a euro venticinquemila entro il 31 dicembre 2011.

Si ricorda che solo per il periodo d’imposta 2010 per consentire un’attuazione graduale della disciplina, l’importo di 3.000 euro è elevato ad euro 25.000 e sono escluse dall’obbligo di comunicazione in fase di prima applicazione, le operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto per le quali non ricorre l’obbligo di emissione della fattura, effettuate fino al 30 aprile 2011.

| More

Rifiuti. Importatore di imballaggi pieni e omessa dichiarazione periodica: quali sono le sanzioni irrogabili?

Domanda
Conai: in caso di accertamento da parte del Conai per mancata dichiarazione relativa all'importazione di imballaggi pieni, quanti e quali anni possono ancora essere accertati? Qual'è la sanzione per ciascun anno che può essere irrogata? C'è la possibilità di utilizzare il cumulo giuridico?

Risposta
Il presente quesito afferisce alla disciplina degli imballaggi e dei relativi rifiuti che attualmente è contenuta nei dieci articoli (217-226) che compongono il Titolo II del d.lgs. n. 152/06.
Secondo quanto disposto dall'art. 221 del d.lgs. n. 152/06:
- i produttori e gli utilizzatori sono responsabili della corretta ed efficace gestione ambientale degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio generati dal consumo dei propri prodotti;
- i produttori e gli utilizzatori adempiono all'obbligo del ritiro dei rifiuti di imballaggi e a tal fine partecipano al Consorzio Nazionale Imballaggi (CONAI).
Per quanto qui ci interessa, la categoria a cui dobbiamo fare riferimento è, pertanto, quella degli utilizzatori nella quale rientrano "i commercianti, i distributori, gli addetti al riempimento, gli utenti di imballaggi e gli importatori di imballaggi pieni" [art. 218, comma 1, lettera s), d.lgs. n. 152/06].
Come ribadito anche nel sito del CONAI (http://www.conai.org/), in linea di massima, qualunque tipo di importazione di merci comporta anche l'"importazione di imballaggi pieni", dato che questi ultimi altro non sono che le merci imballate (cioè confezionate in imballaggi primari, secondari e terziari). Quando l'importatore acquista delle merci all'estero allo stesso tempo acquista anche gli imballaggi che le contengono e, di conseguenza, immette tali imballaggi nel territorio nazionale. Sotto tale profilo, questo importatore può essere assimilato a un produttore, poiché "genera" dei materiali destinati a trasformarsi in rifiuti di imballaggio (e ad essere raccolti e riciclati a spese del sistema nazionale).
Più in dettaglio, la definizione di "importatori di imballaggi pieni" comprende due casi diversi:
- l'importatore che acquista merci imballate per uso diretto, trasformando immediatamente gli imballaggi in rifiuti;
- l'importatore che acquista merci imballate per rivenderle, e che quindi non fa uso diretto degli imballaggi, ma li immette al consumo insieme alle merci.
In entrambi i casi, dall'attività di importazione di imballaggi pieni discendono i seguenti obblighi, per singolo materiale, su tutti gli imballaggi che, a seguito delle importazioni, vengono immessi al consumo:
- dichiarazione periodica,
- versamento del Contributo Ambientale CONAI (CAC).
In particolare, per quanto riguarda la dichiarazione periodica, gli importatori devono dichiarare gli imballaggi trattati adoperando il modulo 6.2 che può essere inviato a CONAI con periodicità diverse, a seconda della propria classe di dichiarazione.
CONAI ha predisposto delle procedure di controllo (cfr. art. 11, Regolamento CONAI) sulla corretta applicazione del CAC: se dai controlli emergono delle violazioni, scattano le sanzioni.
In generale, con riferimento all'adesione al CONAI, l'art. 261, comma 1, d.lgs. n. 152/06 prevede che "[...] i produttori e gli utilizzatori che non adempiano [...] sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria pari a sei volte le somme dovute a CONAI, fatto comunque salvo l'obbligo di corrispondere i Contributi pregressi". In questo caso al CONAI dovrà comunque essere corrisposta la quota di adesione e versati gli eventuali Contributi pregressi.
Invero, le principali tipologie di infrazione che costituiscono gravi violazioni sono state individuate dall'art. 13, comma 2 del Regolamento CONAI (disponibile sul sito del CONAI nel testo aggiornato alle modifiche approvate dall'assemblea del 19 aprile 2011):
- omessa applicazione del Contributo Ambientale;
- omessa o insufficiente indicazione del Contributo Ambientale, tale da impedire, nell'ambito dei controlli di cui all'art. 11, l'accertamento della effettiva applicazione;
- omessa o ritardata presentazione della dichiarazione del Contributo Ambientale, di cui all'art. 4, comma 11, oltre 30 giorni dal termine di scadenza;
- infedele dichiarazione del Contributo Ambientale, di cui all'art. 4, comma 11;
- omesso o ritardato versamento del Contributo Ambientale CONAI prelevato ai sensi dell'art. 14, comma 1, lett. c), dello Statuto;
- utilizzo fraudolento delle procedure di esenzione di cui all'art. 4, comma 10.
Pertanto, venendo più da vicino all'oggetto del quesito, si precisa che, per quanto riguarda gli accertamenti effettuati dall'Ufficio controlli del CONAI per mancata dichiarazione relativa all'importazione di imballaggi pieni, gli anni che vengono accertati sono 10 (quindi, nel nostro caso si può "tornare indietro" sino al 2001).
La sanzione pecuniaria prevista è pari al:
- 50% delle somme dovute, nel caso di prima infrazione;
- 150% delle somme dovute, nel caso di ulteriori infrazioni.
Più precisamente, ciò risulta disposto dall'art. 13 comma 3 del Regolamento CONAI (cfr. anche la Guida CONAI 2011), che di seguito si riporta:
"Il Consiglio d'amministrazione - fermo quanto previsto dal comma 1 - dispone, per una o più delle infrazioni previste nel comma 2, l'applicazione di una sanzione pecuniaria pari al:
- 50% delle somme dovute, nel caso di prima infrazione. Qualora la sanzione sia inferiore a Euro 500 non si procede alla irrogazione della stessa, salvo diversa espressa determinazione del Consiglio d'amministrazione;
- 150% delle somme dovute, nel caso di ulteriori infrazioni.
L'applicazione di tale sanzione comporta altresì, in relazione alla relativa violazione individuata al comma 2 lett. f), la perdita del diritto all'utilizzo della procedura semplificata per un periodo di tre anni."
Non si ritiene applicabile alla fattispecie descritta l'istituto del cumulo giuridico (laddove, piuttosto, si reputa trattarsi di violazioni poste in essere in momenti diversi e pertanto non riconducibili ad un'unica condotta), ma si segnala la previsione dell'istituto dell'autodenuncia, al quale si può ricorrere, però, solo prima dell'avvio dei controlli e dell'eventuale accertamento della violazione degli obblighi.
Ai sensi dell'art. 13, comma 8 del Regolamento CONAI, il Consorziato che desideri regolarizzare la propria posizione rispetto ad infrazioni commesse nell'applicazione della normativa CONAI, può avvalersi di una procedura cosiddetta di "autodenuncia", a patto che informi spontaneamente CONAI della propria posizione prima dell'avvio dei controlli di cui all'art. 11 del Regolamento. Infatti, ferma restando l'applicazione degli interessi di mora dovuti (ex art. 12, Regolamento CONAI), nessuna sanzione si applica nei confronti di coloro che, prima dell'avvio dei controlli di cui all'art. 11 del Regolamento, autodenuncino l'infrazione commessa, liquidando (calcolando) e dichiarando il Contributo Ambientale dovuto con le modalità di rito, entro 30 giorni dalla presentazione, mediante raccomandata con ricevuta di ritorno, della stessa autodenuncia.
In ogni caso, si consiglia di mettersi al più presto in contatto con gli uffici del CONAI.


Fonte: IPSOA

| More

Utilizzo dell’auto privata nell’attività d’impresa.

Sono titolare di una ditta individuale e vorrei acquistare un’automobile da utilizzare come bene privato. Tale destinazione esclude che il veicolo possa essere utilizzato nell’attività imprenditoriale?

L’acquisto di un’autovettura per fini privati non deve necessariamente comportare che venga utilizzato quale bene strumentale all’esercizio dell’impresa. Qualora intenda considerarla ai fini delle imposte sui redditi quale bene strumentale (si tratta di una facoltà), l’imprenditore deve manifestare tale volontà iscrivendo il costo dell’autoveicolo tra le attività relative all’impresa nell’inventario, tenuto a norma dell’articolo 2217 del codice civile (cfr articolo 65 del Tuir).
Il conferimento di beni personali nella sfera imprenditoriale comporta che le relative quote di ammortamento vengano calcolate a decorrere dall’esercizio in corso alla data dell’iscrizione e che i beni iscritti in pubblici registri siano valutati singolarmente in base al costo, assumendo come tale il valore definitivamente accertato ai fini delle imposte di registro o di successione o, in mancanza, il prezzo indicato nell’atto di acquisto, maggiorati degli oneri accessori di diretta imputazione (articolo 4 del Dpr 689/1974).


Fonte: Agenzia Entrate

| More