lunedì 30 luglio 2007

Dividendi black list.

È possibile ottenere la disapplicazione della normativa CFC e di quella relativa alla tassazione integrale dei dividendi provenienti da un paese a fiscalità privilegiata, ai sensi dell'art. 167, comma 5, lettera b) D.P.R. n. 917/1986, anche nel caso di società black list svolgente attività di subholding pura. Nel caso di specie la società italiana controlla una holding a Hong Kong (paese rientrante nella black list) che, a sua volta, detiene la totalità delle partecipazioni di una società operativa localizzata in Cina.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 27/07/2007, n. 191/E)

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Apparecchi di gioco.

Con decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, sono definiti i dati relativi alla liquidazione del prelievo erariale unico per le annualità 2004 e 2005, dovuto sugli apparecchi di gioco, che i concessionari di rete devono comunicare all'Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato, nonché i relativi termini e modalità di trasmissione.
(Decreto AAMS 12/07/2007, G.U. 27/07/2007, n. 173)


AAMS definisce le modalità di controllo dei versamenti relativi alla liquidazione del prelievo erariale unico dovuto sugli apparecchi di gioco.
(Decreto AAMS 12/07/2007, G.U. 27/07/2007, n. 173)

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Eccedenze di imposta sulle riserve matematiche dei rami vita: modalità di recupero.

Fino a quando sussiste la possibilità di effettuare la compensazione, l'Agenzia delle Entrate esclude per una compagnia di assicurazioni (nel caso di specie con sede legale in Lussemburgo che opera in Italia in regime di libera prestazioni di servizi) il rimborso dell'eventuale eccedenza di imposta sulle riserve matematiche versate nel quinto anno precedente, rispetto all'ammontare complessivo delle imposte sostitutive di cui all'art. 26-ter, comma 3, D.P.R. n. 600/1973.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 27/07/2007, n. 193/E)

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Riduzione del cuneo fiscale: mancata conversione del D.L. n. 67/2007.

Non è stato convertito in legge nel termine di 60 giorni dalla sua pubblicazione (in G.U. 28 maggio 2007, n. 122) il D.L. 28 maggio 2007, n. 67, recante "Misure urgenti in materia fiscale".Si precisa che - in base all'art. 1, comma 2, del disegno di legge di conversione del D.L. n. 81/2007 (approvato dalla Camera dei Deputati il 25 luglio 2007 e attualmente all'esame del Senato), sono fatti salvi gli effetti prodotti e i rapporti giuridici sorti sulla base del citato D.L. n. 67/2007.(Comunicato Ministero giustizia 28/07/2007, G.U. 28/07/2007, n. 174)

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IVA all'importazione.

Relativamente all'immissione in libera pratica di beni non comunitari destinati ad essere introdotti in un deposito IVA, l'Agenzia delle Dogane delinea il regime sanzionatorio applicabile nell'ipotesi in cui a tale destinazione doganale non è seguita l'effettiva introduzione delle merci nel deposito IVA, con conseguente sottrazione dei beni al pagamento dell'IVA all'importazione, anche nell'ipotesi in cui siano stati materialmente posti in essere gli adempimenti previsti dall'art. 50-bis, comma 6, D.L. n. 331/1993, per attestare l'estrazione dei beni dal deposito stesso.
(Circolare Agenzia Dogane 27/07/2007, n. 23/D)

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Indennità di anzianità.

A parere delle Entrate, gli interessi maturati sui buoni postali fruttiferi fino alla cessazione del rapporto di lavoro eccedenti l'indennità di anzianità, spettante per regolamento ai dipendenti del CNR, non devono essere considerati nella determinazione del "reddito di riferimento", al pari degli interessi di mora, delle rivalutazioni monetarie, dei premi di prepensionamento e degli altri trattamenti aggiuntivi dell'indennità di fine rapporto, poiché il valore facciale dei B.P.F. attribuiti al dipendente al momento della sua collocazione a riposo corrisponde esattamente all'indennità di anzianità accantonata.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 27/07/2007, n. 194/E)

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LAVORO - Sommerso, solo due mesi per sanare.

Restano solo due mesi alle imprese per usufruire delle sanatorie previste dalla Legge Finanziaria 2007 (296/2006) finalizzate all'emersione di tutti quei lavoratori che "non risultano dalle scritture contabili o da altra documentazione obbligatoria" la cui scadenza è fissata al 30 settembre 2007. Per non perdere le ingenti agevolazioni offerte dai programmi di stabilizzazione di lavori occulti, i datori di lavoro dovranno darsi da fare dato che non rimane molto tempo a disposizione.

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Affitto d'azienda.

Il contratto d’affitto d’azienda è regolato dagli articoli 2561 e 2562 del Codice civile. Di fatto è un atto con cui un soggetto concede a un altro il diritto di utilizzare la propria azienda – o un ramo di essa – dietro corrispettivo di un canone.

In via preliminare, bisogna ricordare il concetto di azienda che l’articolo 2555 cc definisce come "il complesso di beni organizzato dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa".

L’affittuario deve gestire l’azienda senza modificarne la denominazione e deve conservare l’efficienza economica dei beni ricevuti.

Tale contratto, così concepito, deve essere obbligatoriamente provato per iscritto, tramite atto pubblico o scrittura privata autenticata, salva l’osservanza delle forme dovute dalla legge per il trasferimento dei singoli beni che compongono l’azienda (immobili, veicoli, eccetera), o per la particolare natura del contratto.

Da un punto di vista fiscale, il regime di tassazione dell’affitto d’azienda è piuttosto complesso e varia a seconda delle situazioni regolate da detto contratto. Ai fini delle imposte dirette, risulta necessario distinguere il caso in cui il locatore sia una società o un imprenditore individuale, che affitta un ramo d’azienda o una fra le più aziende possedute, e il caso in cui sia un imprenditore individuale che affitta l’unica azienda posseduta.

Nella prima fattispecie, infatti, il locatore mantiene la qualifica di imprenditore, nel secondo la perde.

Per la società o imprenditore individuale che affitta una fra più aziende, i canoni di affitto maturati nel singolo periodo di imposta concorrono alla formazione del reddito di impresa. Tali proventi, quindi, sono soggetti a tassazione anche ai fini Irap.

Per il titolare che affitta l’unica azienda e che, pertanto, perde la qualifica di imprenditore, detti proventi rientrano nella categoria dei redditi diversi. In questo caso, il reddito imponibile è dato dalla differenza tra i canoni incassati e le spese documentate – anche di manutenzione ordinaria e straordinaria – ove contrattualmente risultino a carico del proprietario.

La distinzione tra società o imprenditore individuale che affitta un ramo d’azienda o una fra più aziende possedute e l’imprenditore individuale che affitta l’unica azienda posseduta risulta necessaria anche per la tassazione del contratto di affitto d’azienda ai fini delle imposte indirette.

Nel primo caso, l’affitto d’azienda è soggetto a Iva con aliquota ordinaria del 20 per cento e a imposta di registro in misura fissa pari a 168 euro; nel secondo caso, invece, il contratto è escluso dall’applicazione dell’Iva, ma rimane soggetto a imposta di registro in misura proporzionale. In questa seconda situazione, se il contratto prevede canoni separati per la parte immobiliare e per tutti gli altri beni che compongono l’azienda, vanno applicate, rispettivamente, le aliquota del 2 e del 3 per cento. Se il contratto, invece, prevede un unico canone, sia per la componente immobiliare che mobiliare dell’azienda, l’aliquota applicabile è del 3 per cento. L’articolo 23, comma 1, Dpr n. 131/1986, infatti, prevede che "se una disposizione ha per oggetto più beni o diritti, per i quali sono previste aliquote diverse, si applica l’aliquota più elevata, salvo che per i singoli beni o diritti siano stati pattuiti corrispettivi distinti".

Un caso particolare è rappresentato dall’affitto di azienda con prevalenza di fabbricati. Il legislatore, di recente, con l’articolo 35, comma 10-quater, Dl n. 223/2006, ha introdotto una norma antielusiva volta a impedire che i contribuenti occultino sotto la veste formale di affitto d’azienda operazioni che sostanzialmente rappresentano locazioni di immobili. Detto articolo normativo recita testualmente che "le disposizioni di imposte in materia di imposte indirette previste per la locazione di fabbricati si applicano, se meno favorevoli, anche per l’affitto di aziende il cui valore complessivo sia costituito, per più del 50 per cento, dal valore normale di fabbricati, determinato ai sensi dell’articolo 14 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633".

In sostanza, il regime di tassazione previsto per le locazioni immobiliari viene esteso agli affitti di azienda, qualora risulti meno favorevole per il contribuente e si verifichino le seguenti due condizioni:

il valore normale dei fabbricati risulti superiore al 50 per cento del valore complessivo dell’azienda

le regole di applicazione delle imposte indirette per gli affitti d’azienda, unitariamente considerate, permettano di ottenere un risparmio di imposta rispetto a quanto dovuto per la locazione di fabbricati.

Con la circolare n. 12/E del 1 marzo 2007, l’Amministrazione finanziaria ha fornito chiarimenti in merito all’applicazione di tale norma antielusiva.

In particolare, per quanto concerne la prima condizione, è stato chiarito che il valore complessivo dell’azienda deve essere determinato non già in considerazione del valore contabile della stessa, ma del suo valore corrente. Tale necessità sorge per rendere omogeneo, e pertanto comparabile, il valore dell’azienda affittata con gli immobili che ne fanno parte e che vengono stimati al valore di mercato.

In merito alla seconda condizione, infine, l’agenzia delle Entrate ha concluso che la tassazione dell’affitto di azienda risulta sempre più vantaggiosa rispetto a quella riservata agli immobili, nella considerazione che nel complesso aziendale siano ricompresi i fabbricati strumentali.

Fonte: Filippo Gagliardi Agenzia Entrate.

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I costi per organizzare "giornate informative" rappresentano spese di pubblicità e propaganda.

Ribadendo i canoni interpretativi sedimentati nel corso della decennale attività, il Comitato consultivo per l’applicazione delle norme antielusive, con l’ultimo dei pareri resi in materia, definisce ancora una volta quale sia il contenuto di un corretto approccio interpretativo.

Il parere in esame, prendendo abbrivio dal dettato normativo (articolo 108, comma 2, del Tuir) che non brilla per la latitanza del legislatore nella qualificazione delle categorie di spese, sopperisce alla levità espressiva con la puntuale evocazione delle pronunce del Comitato e dell’Agenzia, le quali, ispirandosi alla celeberrima sentenza della Corte di cassazione n. 7803 dell’8 giugno 2000, hanno colmato, con argomentazioni sillogistiche, la lacuna definitoria causa di possibili astuzie proditorie dal parte di elusori pervicaci.

L’articolo 108, comma 2, del Tuir dispone, infatti, che: "Le spese di pubblicità e di propaganda sono deducibili nell'esercizio in cui sono state sostenute o in quote costanti nell'esercizio stesso e nei quattro successivi. Le spese di rappresentanza sono ammesse in deduzione nella misura di un terzo del loro ammontare e sono deducibili per quote costanti nell'esercizio in cui sono state sostenute e nei quattro successivi. Si considerano spese di rappresentanza anche quelle sostenute per i beni distribuiti gratuitamente, anche se recano emblemi, denominazioni o altri riferimenti atti a distinguerli come prodotti dell'impresa, e i contributi erogati per l'organizzazione di convegni e simili. Le predette limitazioni non si applicano ove le spese di rappresentanza siano riferite a beni di cui al periodo precedente di valore unitario non eccedente euro 25,82".

Come icasticamente affermato nel parere, il diverso regime di deducibilità sottende un giudizio differenziato sull’intensità della relazione che corre, rispettivamente, tra le spese di pubblicità e rappresentanza, da un lato, e le attività o i beni da cui derivano ricavi o altri proventi che concorrono a formare il reddito d’impresa dall’altro.

La necessità di distinguere le due categorie, a fronte di una così rilevante differenza di trattamento, ha portato all’elaborazione di vari criteri distintivi che, col tempo, più che escludersi a vicenda, si sono sovrapposti. Una definizione puntuale dell’una e dell’altra fattispecie deve essere rinvenuta necessariamente dai pronunciamenti della giurisprudenza e della prassi, stante l’assenza di normative precise in materia.

L’Amministrazione finanziaria si è più volte espressa sul tema. Già nella risoluzione ministeriale n. 9/1992 aveva, infatti, precisato che per spese di rappresentanza si intendono quelle sostenute dall’impresa per offrire al pubblico un’immagine positiva di se stessa e della propria attività in termini di floridezza ed efficienza.

A questa caratteristica si aggiunge quella della loro gratuità, vale a dire della mancanza di un corrispettivo o di una specifica controprestazione da parte dei destinatari, cioè di un obbligo di “dare” o “facere” a carico degli stessi, se non quello generico di porre all’attenzione del pubblico la prestazione finanziaria dell’impresa erogante.

Le spese di pubblicità, viceversa, sono connesse a un rapporto sinallagmatico, in base al quale le parti interessate fissano le clausole contrattuali in relazione agli scopi che esse intendono raggiungere.

Nella risoluzione ministeriale n. 148/1998 è stato ribadito che mentre la pubblicità consente di portare a conoscenza "della generalità dei consumatori l’offerta del prodotto, stimolando la formazione e l’intensificazione della domanda", le spese di rappresentanza servono a offrire al pubblico un’immagine positiva dell’impresa e della sua attività in termini di organizzazione ed efficienza.

Ne consegue che, nonostante le spese di rappresentanza e quelle di pubblicità abbiano un legame più o meno stretto con la capacità dell’impresa di essere redditizia, nel caso delle spese di rappresentanza questo legame è indiretto e implicito; l’obiettivo realmente perseguito non è diffondere notizie sulle caratteristiche dei prodotti ma, più precisamente, diffondere un’immagine positiva dell’azienda, allo scopo di migliorare le condizioni competitive sul mercato di riferimento.

Caratterizzano le spese di rappresentanza il fatto che non sottendono la volontà di comunicare al pubblico le proprie strategie commerciali, ma l’obiettivo è dato dal migliorare le pubbliche relazioni, cercando di incrementare, anche se solo in maniera prospettica, i propri risultati reddituali.

La risoluzione ministeriale n. 316/2002 chiariva che le spese sostenute nell’ambito di una manifestazione fieristica (offerta gratuita di un servizio bus navetta, intrattenimenti serali con cene a buffet e spettacoli circensi) devono essere considerate spese di pubblicità in quanto "hanno chiari scopi promozionali dell’azienda e della sua immagine" e sono finalizzate "all’intrattenimento dei potenziali clienti dell’azienda ed a stabilire un significativo contatto con la comunità".

Repertoriando le diverse pronunce dell’Amministrazione finanziaria, si rileva, dunque, che le spese di rappresentanza sono sostenute al fine di promuovere o consolidare il prestigio della propria immagine, non sono direttamente correlate al conseguimento di ricavi e si caratterizzano per la gratuità ossia per la mancanza di corrispettivo, non sussistendo un rapporto sinallagmatico che giustifichi una specifica controprestazione a carico dei destinatari.

Tale definizione costituisce il principale parametro interpretativo, ma non esclusivo, della norma che va applicata tenendo comunque sempre presente qual è concretamente lo scopo del costo aziendale e prescindendo da una discriminazione fondata sul momento realizzativo.

In tale ottica appare ragionevole sostenere, accedendo alla più recente dottrina, che, se il costo è essenzialmente sostenuto per promuovere l’immagine dell’impresa, esso costituisce spesa di rappresentanza, perché l’inerenza che esso manifesta appare dimessa rispetto a un costo abbinato con criterio diretto al processo produttivo e che non può escludersi la piena deducibilità relativamente a spese sostenute in funzione di una specifica strategia commerciale e dirette a promuovere il prestigio dell’impresa solo in via secondaria e subordinata.

Tali considerazioni generali conducono alla conclusione che l’esame del caso specifico non può prescindere da una valutazione delle singole voci di costo relative alla campagna pubblicitaria descritta dalla società istante e, in particolare, dai diversi pareri deliberati dal Comitato consultivo per l’applicazione delle norme antielusive sull’argomento.

Da quanto si evince dalla richiesta presentata, l’istante esercita l’attività di commercio all’ingrosso e al dettaglio di materiali per idrica, climatizzazione e riscaldamento e dispone di una rete di clienti artigiani, i quali provvedono a installare presso i clienti finali i prodotti acquistati.

Al fine di consentire una corretta installazione dei prodotti commercializzati con la conseguente fidelizzazione sia del cliente artigiano che del cliente finale e mettere in atto moderne tecniche di vendita già in uso e ampiamente collaudate in altre regioni, l’istante intende organizzare giornate informative rivolte esclusivamente ai propri clienti installatori operanti in determinate aree della Sardegna. Tali giornate informative si svolgerebbero presso una sede, non ancora individuata, dotata di apposita sala attrezzata di sedie, banchi, lavagna luminosa, video proiettore e quant’altro necessario a seconda delle esigenze formative, quali computer, con accesso a internet, software specifici, attrezzature per simulazioni di installazione e funzionamento.

La società istante ritiene che i costi da sostenere per l’organizzazione delle giornate informative debbano essere qualificati quali spese di pubblicità e propaganda, in quanto sopportati al fine di non perdere quote di mercato, a causa della mancata conoscenza da parte dei clienti installatori degli aggiornamenti in materia di prodotti e tecniche di installazione e per incrementare i ricavi di vendita portando a conoscenza della clientela i possibili impieghi dei prodotti commercializzati e per fornire un servizio complementare alla semplice cessione del prodotto, attuando una moderna strategia commerciale.

In dettaglio, i costi per l’organizzazione delle “giornate informative” risultano essere sostenuti in funzione dell’aspettativa di incrementare i processi di vendita e caratterizzati dalla non “gratuità”. In particolare, la sinallagmaticità risiederebbe nell’obbligo dei destinatari della formazione di effettuare una corretta installazione dei prodotti e di fornire all’utilizzatore finale le opportune informazioni circa il funzionamento degli apparecchi.

La pronuncia del Comitato riprende le tesi elaborate in passato.

Con parere n. 13/1998, l’Organo consultivo aveva qualificato come spese di rappresentanza quelle sostenute per ospitare clienti al fine di mostrare nuove linee di prodotto e in occasione di trattative di vendita.

Con successivi pareri, il Consesso introdusse nuovi criteri di valutazione che permisero di uscire dalla sclerotizzazione interpretativa, fondata sui criteri della corrispettività ovvero sulla gratuità delle prestazioni e assunte a criterio quasi esclusivo della distinzione tra spese di pubblicità e spese di rappresentanza, per accogliere l’orientamento giurisprudenziale espresso nella citata sentenza della Cassazione n. 7803/2000, con la quale la Corte suprema ha ritenuto determinante l’esistenza di una relazione diretta tra i costi sostenuti nell’intento di determinare le vendite dipendente dal fatto che il servizio offerto era inserito in un contesto nel quale i beneficiari avevano posto in essere un comportamento sintomatico di un minimo interesse all’acquisto.

In quest’ottica, con parere n. 1/2001, il Comitato ha ritenuto che le spese di viaggio, vitto e alloggio dei clienti invitati a mostre e fiere per la presentazione, promozione e vendita di nuovi prodotti, non costituiscono né spese di rappresentanza né di pubblicità ma costi inerenti all’adozione di una particolare tecnica di vendita.

Diversamente, per un caso analogo (parere n. 4/2002), il Comitato ha qualificato tale tipologia di oneri (spese di vitto, alloggio, apprestamento di locali idonei a incontri collettivi in funzione dell’illustrazione degli specifici servizi resi) come spese di rappresentanza nella convinzione che, sebbene inerenti all’attività svolta, non integrino propriamente un sistema specifico di collocamento dei servizi, ma tendono unicamente ad accreditare, favorendo i contatti con soggetti qualificati, un’immagine positiva dell’impresa al fine di acquistare la fiducia dei clienti.

Dello stesso avviso i pareri n. 11/2003, n. 1/2004 e, in particolare, il n. 13/2004, con il quale sono state classificate come spese di rappresentanza quelle relative all’organizzazione di un meeting (con spese di viaggio, vitto e alloggio), con la partecipazione dei clienti abituali e finalizzato al lancio di una nuova linea produttiva, in quanto, pur non essendo "sottacibile la finalizzazione alla realizzazione di fatti economici generatori di ricavi, i vantaggi reddituali ipotizzabili nella fattispecie sono indiretti e solo eventuali, dal momento che il sostenimento delle spese relative è volto a rendere nota e a migliorare l'immagine positiva dell'impresa in sé, sia in termini di floridezza che di efficienza prescindendo da altre pianificazioni in funzione dei benefici economici successivi".

Con parere n. 26/2004, il Comitato, esaminando un caso simile a quello oggetto del presente interpello, ha ritenuto di qualificare come spese di rappresentanza quelle afferenti trasporto, pernottamento, coffee-break, cena, in quanto sostenute a titolo gratuito e rispondenti a esigenze di affermazione dell’immagine dell’azienda, e come spese di pubblicità quelle adottate con finalità promozionali del prodotto (allestimento stand espositivo, campioni di prodotto, eccetera).

Tale orientamento è stato di fatto confermato anche nelle ultime pronunce del Comitato. In particolare, con parere n. 8/2005, è stata effettuata una distinzione tra quelle che possono essere considerate spese di pubblicità (quelle che pubblicizzano il nome della banca senza recare utilità a terzi) e quelle che possono essere considerate spese di rappresentanza (quelle che recano utilità a terzi).

In conformità con l’orientamento giurisprudenziale consolidato e nei limiti delle dichiarazioni e argomentazioni fornite dalla società istante, il Comitato afferma che le spese sostenute dalla società relativamente agli eventi informativi da organizzare a cura della stessa, essendo stata rappresentata la circostanza che saranno sostenute in funzione dell’aspettativa di incrementare i processi di vendita e, conseguentemente, i ricavi, sono da considerare spese di pubblicità e propaganda e, come tali, soggette alla relativa disciplina.

In particolare, l’Organo consultivo precisa che i costi relativi alle spese da sostenere per l’organizzazione delle “giornate informative” risultano essere sostenute in funzione dell’aspettativa di incrementare i processi di vendita e caratterizzate dalla non “gratuità”. La sinallagmaticità - si legge nel parere - consiste nell’obbligo dei destinatari della formazione di effettuare una corretta installazione dei prodotti e di fornire all’utilizzatore finale le opportune informazioni circa il funzionamento degli apparecchi.

Nel dettaglio, i costi sostenuti dalla società istante per la locazione dell’aula, l’onorario del docente, la preparazione delle dispense su carta o supporto informatico, vanno inquadrati nell’ambito delle spese per l’organizzazione delle “giornate informative” finalizzate alla presentazione dei prodotti e all’illustrazione del corretto utilizzo e montaggio degli stessi.

Tale attitudine fa sì che gli oneri possano, pertanto, essere qualificati come spese di pubblicità e propaganda ai sensi dell’articolo 108, comma 2, primo periodo, del Tuir, in quanto funzionali alla formazione degli installatori e all’incentivazione della domanda dei prodotti (e tautologicamente a incrementare i ricavi dell’impresa).

Alla stessa stregua, le spese di vitto (pranzo o buffet freddo), seppure non correlate direttamente alla finalità delle “giornate informative” che, come espressamente dichiarato nell’istanza, sono orientate esclusivamente alla presentazione e all’illustrazione dei prodotti, risultano essere, comunque, anch’esse riconducibili a spese sostenute all’interno di un "contenitore che certamente è uno strumento di promozione delle vendite". Pertanto, "le spese inerenti ad una manifestazione pubblicitaria, assumono la stessa qualificazione di questa" (vedi Cassazione, n. 7803/2000).

Il Comitato consultivo condivide, dunque, la soluzione interpretativa formulata dal contribuente interpellante per concludere che, in considerazione e nei limiti delle dichiarazioni e argomentazioni fornite dalla società istante, i costi afferenti al vitto, in quanto riconducibili alle spese di pubblicità e propaganda, sono deducibili ai sensi dell’articolo 108, comma 2, primo periodo, del Tuir in quanto "trattasi di spese sostenute a vantaggio esclusivo di clienti installatori dell’impresa interpellante coinvolti nella predetta azione di informazione e promozione dei prodotti aziendali, sempre che, queste ultime siano, in termini quantitativi, ragionevolmente congrui rispetto al totale dei costi che la X. S.r.l. sosterrà per l’organizzazione in toto dell’evento formativo".

Il parere favorevole lascia, tuttavia, "impregiudicato, in ogni caso, il riscontro materiale che gli uffici accertatori potranno più adeguatamente, ricorrendone le circostanze, verificare in concreto".


Fonte: Antonina Giordano Agenzia Entrate.

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sabato 28 luglio 2007

Quesito: Money Transfer.

Salve, mi chiamo Stefano e vorrei avere informazioni da professionisti come Lei per quanto riguarda il servizio di Money Transfer.
Io avrei intenzione non di aprire un punto tipo Western Union ma di creare una vera e propria società privata e mia per il trasferimento di denaro
che operi in Italia e all'estero (in Romania per esempio ho contatti).
Che normativa e che requisiti sono richiesti?


Ringraziando porgo i  miei saluti

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Autovetture: la deducibilità al 25% non ammette prova contraria.

Nell'esercizio di arti e professioni in forma individuale, l'art. 164, D.P.R. n. 917/1986 prevede la deduzione nella misura del 25% delle spese e degli altri componenti negativi relativi alle autovetture; l'Agenzia delle Entrate ritiene che tale norma, non avendo natura antielusiva, non possa essere disapplicata ai sensi dell'art. 37-bis, comma 8, D.P.R. n. 600/1973.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 27/07/2007, n. 190/E)

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Diritto di superficie. Solo se illimitato è da "scorporare".

In caso di acquisto, in proprietà o mediante contratto di locazione finanziaria, di un fabbricato strumentale con connesso diritto di superficie costituito a tempo determinato, la quota di ammortamento, o l'eventuale quota capitale del canone di leasing, risultano integralmente deducibili. L'agenzia delle Entrate conferma quanto già affermato con la risoluzione n. 157/E del 5 luglio 2007: la disciplina dello "scorporo" del costo dell'area da quello dell'immobile si applica solo quando il diritto di superficie ha durata illimitata.

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Acquisto di ausili informatici per non vedenti.

È applicabile l'aliquota Iva agevolata del 4 per cento - senza che sia necessario acquisire alcuna certificazione sanitaria - all'acquisto da parte di un istituto di formazione di ausili informatici che, per le loro specifiche caratteristiche tecniche, possono essere utilizzati unicamente ed esclusivamente da soggetti non vedenti. Così ha precisato l’Agenzia delle Entrate.
(risoluzione n. 175/e del 20 luglio 2007)

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Noleggio e installazione di ponteggi per conto terzi.

Alle prestazioni di una ditta che provvede al noleggio, con relativa installazione, di ponteggi, non trova applicazione il meccanismo dell'inversione contabile (reverse-charge), in quanto la posa in opera assume una funzione accessoria rispetto al noleggio delle impalcature. Il meccanismo è invece applicabile, in presenza dei requisiti richiesti, ai contratti relativi all'installazione di ponteggi per conto terzi. E’ quanto precisato dall’Agenzia delle Entrate.
(risoluzione n. 187/e del 26 luglio 2007 )

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Cessione di fabbricati adibiti a seconde case.

L'Agenzia delle Entrate istituisce i codici tributo per il versamento, mediante modello F24, dell'imposta regionale sulle plusvalenze derivanti dalla cessione a titolo oneroso dei fabbricati adibiti a seconde case di cui all'art. 2, legge n. 4/2006 della Regione Sardegna.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 26/07/2007, n. 188/E)

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Concessione scommesse, ribattezzato il codice tributo.

Cambia denominazione il codice tributo "5152", istituito - con risoluzione n. 149/2006 - per consentire il versamento tramite modello F24, con cadenza semestrale, del canone dovuto dai concessionari per l'affidamento dei giochi pubblici sportivi e su base ippica (articolo 28, commi 2 e 4, decreto legge n. 223/2006). Ferme restando le modalità di compilazione della delega di pagamento, la nuova dicitura è "Canone di concessione scommesse a quota fissa, giochi pubblici sportivi, giochi pubblici su base ippica".

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Reverse charge, decisivo il ruolo della posa in opera.

All'attività di noleggio di ponteggi con relativa installazione non si applica il meccanismo dell'inversione contabile; la posa in opera, in tale ipotesi, assume infatti una funzione accessoria rispetto al noleggio delle impalcature. Il reverse charge trova invece applicazione quando il soggetto appaltatore già possiede i ponteggi e richiede alla ditta esclusivamente l'installazione degli stessi.

Le conclusioni a cui giunge l'agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 187/E del 26 luglio 2007 ribadiscono i principi già espressi nella circolare n. 37/2006, con la quale l'Amministrazione finanziaria ha fornito chiarimenti in merito all'estensione del sistema dell'inversione contabile a talune prestazioni rese nel settore edile.

In quella sede, in particolare, è stato puntualizzato che il reverse charge va applicato anche alle prestazioni di servizi dipendenti da contratti d'opera (articolo 2222 del Codice civile), ma non alle forniture di beni con posa in opera. In quest'ultimo caso, infatti, la posa in opera ha valenza accessoria rispetto alla vendita del bene; l'operazione, pertanto, ai fini Iva, si configura come cessione di beni e non prestazione di servizi.

Il caso portato ora all'attenzione dei tecnici delle Entrate riguarda una ditta che, fondamentalmente, svolge due attività:

installazione di ponteggi per conto terzi (codice attività 45.34.0, rientrante nella sezione F della tabella Atecofin, alla quale occorre far riferimento per individuare le prestazioni assoggettabili al particolare sistema)

noleggio di ponteggi, con relativa installazione.

Se l'applicazione del reverse charge non appare in discussione per la prima attività, per l'altra la ditta che propone il quesito ritiene invece che non vada adottato.

L'agenzia, come detto, prendendo le mosse da quanto precisato nel precedente documento di prassi, conclude concordando con entrambe le soluzioni prospettate dall'interpellante:

per i contratti relativi all'installazione di ponteggi per conto terzi, se presenti tutti i requisiti prescritti, si applica il meccanismo del reverse charge

per i contratti che prevedono il noleggio delle impalcature, con la relativa installazione, considerata la mera funzione accessoria della posa in opera rispetto al noleggio, non si applica l'inversione contabile.

(Risoluzione n. 187/E del 26 luglio 2007)

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Invio telematico dei corrispettivi.

Parte l'invio telematico dei corrispettivi da parte dei soggetti minimi in franchigia (contribuenti che non superano un volume d'affari di 7.000 euro l'anno): il primo invio dei dati deve avvenire entro il 25 settembre, per i corrispettivi conseguiti dal 1° gennaio al 31 agosto 2007.
(Comunicato stampa Agenzia delle Entrate 24/07/2007)

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Agevolazioni subordinate all'esistenza di edifici da recuperare o risanare.

Le agevolazioni di cui all'art. 5, legge n. 168/1982 (imposte di registro, catastali e ipotecarie in misura fissa) non si applicano alle cessioni di immobili ricadenti in un programma integrato di intervento - in specie della regione Campania - in assenza della finalità di recupero del patrimonio edilizio.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 24/07/2007, n. 181/E)

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Imposta sostitutiva sui proventi dei titoli obbligazionari.

L'Agenzia delle Entrate ha aggiornato la tabella T3 - Codici degli enti territoriali emittenti prestiti obbligazionari - per operare il riversamento dell'imposta sostitutiva sui proventi dei titoli obbligazionari emessi da enti territoriali ai sensi degli articoli 35 e 37 della legge n. 724/1994, anche alla Provincia di Forlì-Cesena e al Comune di Carrara.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 24/07/2007, n. 182/E)

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Applicazione dell'imposta al supplemento al diploma di laurea.

Dall'Agenzia delle Entrate arrivano indicazioni sull'applicazione dell'imposta di bollo alla documentazione integrativa al Diploma di Laurea denominata "Supplemento al Diploma".(Risoluzione Agenzia delle Entrate 25/07/2007, n. 185/E)

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Agenti di commercio: indetraibile l'acquisto dell'elicottero non strumentale.

Per agenti e rappresentanti di commercio è escluso il diritto alla detrazione dell'IVA relativa all'acquisto di un aeromobile che non formi oggetto dell'attività propria dell'impresa o non sia destinato a essere utilizzato esclusivamente come strumentale; come chiarito dall'Agenzia delle Entrate, infatti, la sentenza della Corte di Giustizia CE C-228/05 esplica efficacia con esclusivo riferimento alla normativa nazionale oggetto di controversia (autoveicoli aziendali) e non può valere anche per la diversa fattispecie di acquisto di aeromobili.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 23/07/2007, n. 177)

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Versamenti con F24. Attribuzione codici ente territoriale.

Aggiornamento per la "Tabella T3" da utilizzare per il riversamento dell'imposta sostitutiva sui proventi dei titoli obbligazionari emessi dagli enti territoriali. In particolare, vengono aggiunti i codici "00FC" per la Provincia di Forlì-Cesena e "B832" per il Comune di Carrara. Vanno inseriti nella "sezione erario" del modello F24, nel campo "rateazione/regione/provincia", in corrispondenza dell'indicazione del codice tributo 1241. I nuovi codici saranno attivi dal quinto giorno lavorativo successivo alla data della risoluzione.

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Aree pertinenziali: la destinazione effettiva prevale sul dato catastale.

In tema di ICI, affinché un fabbricato abbia natura pertinenziale ai sensi dell'art. 2, D.Lgs. n. 504/1992, è necessario che sia destinato effettivamente e concretamente al servizio od ornamento di un altro, senza che assuma rilievo la distinta iscrizione in catasto della pertinenza e del fabbricato, né il regime di edificabilità che lo strumento urbanistico eventualmente attribuisca all'area pertinenziale.
(Cassazione civile Sentenza, Sez. trib., 13/07/2007, n. 15739)

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Deducibilità dei costi black list.

Il tema della deducibilità dei costi da black list ha assunto particolare rilievo nel quadro delle attività di controllo eseguite dall’Amministrazione finanziaria a partire dall’anno 2006, nel corso del quale, l’Agenzia delle entrate ha effettuato una serie di verifiche inerenti le operazioni commerciali intrattenute da operatori nazionali con soggetti residenti in Stati o territori a regime fiscale privilegiato, individuati come tali dal decreto ministeriale 23/01/2002.

All’esito dell’attività istruttoria, compiuta anche con l’ausilio della Guardia di finanza, sono stati emessi una serie di avvisi di accertamento, con cui si è provveduto a contestare l’omessa annotazione separata in dichiarazione, da parte dei soggetti d’imposta, dei costi cosiddetti da black list.

Le riprese a tassazione sono state effettuate in aderenza a quanto disposto dall’articolo 110, comma 11, Dpr n. 917/86, il quale, nel testo vigente ratione temporis, subordinava la deducibilità del costo alla separata indicazione nella denuncia fiscale nonché alla prova che le imprese estere svolgessero prevalentemente un’attività commerciale effettiva ovvero che le operazioni rispondessero a un effettivo interesse economico e avessero avuto concreta esecuzione.

In assenza del primo requisito (separata indicazione in dichiarazione), l’Amministrazione finanziaria ha effettuato i recuperi a tassazione, prescindendo, naturalmente, da ogni indagine in merito alla sussistenza del secondo.

Stante la giuridica impossibilità di una definizione della vicenda in chiave deflativa, i destinatari delle riprese fiscali hanno contestato gli atti impositivi davanti agli organi di giustizia tributaria sulla base di tre, distinte, argomentazioni:

la scusabilità dell’errore, annoverabile – secondo i deducenti – tra le violazioni meramente formali (alcuni utilizzano il termine “mera dimenticanza”)

la validità delle dichiarazioni integrative/correttive, presentate successivamente alle contestazioni, attraverso le quali si è provveduto alla separata annotazione dei costi

la rispondenza ai requisiti “sostanziali” previsti dalla norma dei componenti negativi di reddito.

La presentazione della dichiarazione integrativa: conseguenze ai fini della deducibilità dei costi e primi orientamenti giurisprudenziali

Come detto in precedenza, alcuni destinatari delle riprese fiscali hanno presentato agli uffici finanziari le denunce integrative ai sensi dell’articolo 2, commi 8 e 8-bis, Dpr n. 322/98, in cui è stata eseguita l’annotazione separata dei costi, omessa nelle denunce originarie.

La questione relativa all’efficacia delle dichiarazioni integrative, ai fini dell’annotazione separata dei costi, è stata ampiamente affrontata in sede parlamentare e amministrativa.

Il 15 novembre 2005, il vicepresidente della commissione Finanze della Camera ha rivolto un’interrogazione parlamentare (n. 5-04959) al ministro dell’Economia e delle Finanze per conoscere la posizione del governo circa la possibilità di "sopperire a detta omissione, che non ha comportato alcun danno alle ragioni dell’erario, presentando una dichiarazione integrativa, ai sensi dell’art. 2, comma 8, del DPR 22 luglio 1998, n. 322, in cui indicare gli ammontari di tali componenti negativi dedotti e non evidenziati nella dichiarazione originaria, valida anche nei casi in cui l’Amministrazione finanziaria abbia già iniziato la sua attività di controllo".

La risposta è stata resa il 30 novembre 2005 dal sottosegretario all’Economia, il quale ha osservato: "La separata indicazione dei componenti negativi costituisce… condizione autonoma e necessaria, anche se non sufficiente, ai fini della deducibilità degli stessi, come peraltro già precisato nella risoluzione 46/E del 16 marzo 2004 dell'Agenzia delle entrate. Ciò premesso, si ritiene, in relazione al quesito posto, che nel caso in cui i costi non siano stati separatamente indicati in dichiarazione, al contribuente non è consentito correggere la dichiarazione, avvalendosi delle procedure previste dall'articolo 2, commi 8 e 8-bis del decreto del Presidente della Repubblica 22 luglio 1998, n. 322".

Nell’ambito della stessa risposta, il sottosegretario ribadiva, tuttavia, la necessità di coordinare la predetta conclusione con i principi generali del sistema tributario, e in particolare con quelli della emendabilità della dichiarazione tributaria e della tutela dell’affidamento e della buona fede del contribuente: "da tali principi discende, allora, la possibilità di rimediare errori od omissioni della dichiarazione anche nei casi… in cui i citati commi 8 e 8 bis non sono applicabili, a condizione, ovviamente, che le susseguenti iniziative, volte all'integrazione della dichiarazione, non contrastino con le finalità della norma violata. In particolare, tenuto conto della precipua funzione della norma di cui al citato articolo 110, comma 11, Tuir, chiaramente eccezionale e preordinata ad assicurare l'efficacia dell'azione di controllo, si ritiene che la possibilità di consentire l'integrazione della dichiarazione, con separata indicazione dei costi derivanti dalle operazioni con Paesi black list, sia ammessa a condizione che non siano iniziati accessi, ispezioni o verifiche o altre attività amministrative di accertamento di cui l'autore abbia avuto formale conoscenza".

La posizione del dicastero economico è stata ribadita dall’Agenzia delle entrate, la quale, con la risoluzione n. 12/E del 17 gennaio 2006, dopo aver negato l’emendabilità della dichiarazione secondo il disposto dell’articolo 2, commi 8 e 8-bis, del Dpr n. 322/98, giacché effetto della correzione non sarebbe quello di determinare un aumento né una diminuzione dell’imponibile, ha inteso dare sostanza al principio generale di tutela dell’affidamento e della buona fede del contribuente, codificato dall’articolo 10 della legge n. 212/2000, con il ritenere possibile la presentazione di una dichiarazione correttiva, la quale, attraverso la separata indicazione dei costi per operazioni con imprese residenti in tax haven, ponga rimedio alla precedente omissione.

Ciò a condizione, però, che non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento nei confronti del contribuente, delle quali questo abbia avuto formale conoscenza.

Pertanto, deve ritenersi che la previsione della condizione per cui il ravvedimento opera solo qualora non siano iniziati accessi, ispezioni e verifiche è da ritenersi pienamente coerente con il sistema normativo.

La risoluzione n. 12/2006 ammette, infatti, la rettificabilità della dichiarazione e la conseguente applicazione delle sanzioni ridotte, ma ciò solo qualora l’Amministrazione non abbia compiuto alcuna attività di accertamento.

Diversamente si perverrebbe alla conclusione, incomprensibile, di consentire l’applicazione di un regime sanzionatorio premiale anche laddove il contribuente addivenga a una modifica della propria dichiarazione in seguito all’intervento dell’Amministrazione finanziaria.

Sotto tale profilo, pertanto, la fattispecie si conforma a quanto dettato nell’ambito della disciplina del ravvedimento operoso, ex articolo 13 Dlgs n. 472/97, con riferimento al quale è esclusa l’applicazione nel caso di violazione già constatata o nel caso in cui siano iniziate ispezioni o verifiche o altre attività amministrative delle quali l’autore della violazione (o i soggetti per i quali ha agito) abbia avuto formale conoscenza.

Ancor più, dopo la soppressione dell’istituto del ravvedimento operoso gratuito, che escludeva l’applicazione delle sanzioni in caso di rettifica entro tre mesi dall’omissione o dall’errore, nel caso di fattispecie che non incidevano sulla determinazione dell’imponibile, l’impostazione sopra descritta deve ritenersi l’unica idonea all’interpretazione dell’istituto, con conseguente impossibilità di sanare la posizione fiscale a seguito di correzione della dichiarazione operata successivamente alle operazioni di controllo da parte del Fisco.

Antitetica all’impostazione offerta dall’Amministrazione finanziaria risulta, però, l’interpretazione offerta sul punto dalle prime pronunce giurisprudenziali, che hanno avallato, sul piano giuridico, i comportamenti assunti dai contribuenti (cfr Ctp Treviso n. 77/2006 e n. 99/2006), ritenendo valide le dichiarazioni integrative sul presupposto del carattere formale dell’omissione, idonea, come tale, a essere sanata in qualsiasi momento.

Le conclusioni raggiunte dalla giurisprudenza veneta appaiono discutibili, a parere di chi scrive, oltre che sotto il profilo della mancata correlazione tra il comma 8 e il comma 8-bis dell’articolo 2 del Dpr 322/98, soprattutto per avere classificato come meramente formale la violazione in questione.

A tal fine, si tratta di capire se il requisito della separata indicazione dei costi sostenuti assume, ai fini della deducibilità degli stessi, natura di obbligo meramente formale, o non piuttosto quello di onere di natura sostanziale, per cui, in caso di omessa indicazione, i costi, seppure effettivamente sostenuti, sono soggetti al disconoscimento, seppure ai soli fini della loro deducibilità dal reddito del periodo di sostenimento.

Sul punto offre delucidazioni la risoluzione n. 46/E del 2004, la quale prevede espressamente che ai fini della deducibilità dei costi, in disapplicazione delle disposizioni stabilite dal Tuir, il contribuente deve fornire prova, mediante idonea documentazione, sia dell’effettivo vantaggio economico derivante dall’intrattenimento di rapporti commerciali con società estere, sia l’effettività e l’inerenza delle spese sostenute, restando salvo che In ogni caso il contribuente è tenuto ad indicare separatamente in dichiarazione i costi relativi alle operazioni in questioni, nonché a dimostrare in sede di accertamento che le stesse abbiano avuta concreta esecuzione nei termini prospettati.

Sembra pertanto che la norma vada interpretata nel senso che a nulla vale la prova relativa alle operazioni effettivamente sostenute, se le stesse non vengono poi indicate separatamente in dichiarazione, ovvero che l’indicazione separata costituisce obbligo autonomo, ai fini della deducibilità, in aggiunta e non a semplice conferma o attestazione delle operazioni intercorse con imprese fiscalmente domiciliate in paesi a regime privilegiato, principio agevolmente ricavabile già dal testo delle istruzioni alla compilazione del modello Unico 2004 per il 2003.

Le stesse istruzioni ai modelli di dichiarazione prevedono infatti che "Al fine del riconoscimento della deducibilità, il contribuente ha l’onere di indicare separatamente nella dichiarazione dei redditi l’importo dei componenti negativi di reddito portati in deduzione".

In ossequio al dettato normativo, non può dunque che attribuirsi, sul piano sanzionatorio, valenza “sostanziale” all’obbligo della separata annotazione, finalizzato a consentire all’Amministrazione finanziaria l’effettuazione “immediata” dei controlli e suscettibile di essere sanzionato con l’indeducibilità del costo nell’ipotesi di omessa separata indicazione in dichiarazione (cfr risposta sottosegretario Economia citato: "Una simile conclusione è supportata, nel caso in esame, anche dalla ratio della norma recata dal citato articolo 110, comma 11, che, nel prescrivere la separata indicazione in dichiarazione dei costi e nel subordinare espressamente la deducibilità degli stessi a questa condizione, intende predisporre le condizioni necessarie perché il monitoraggio delle operazioni intercorse con paesi a regime fiscale privilegiato possa effettuarsi costantemente e con la medesima efficacia").

L’intervento del legislatore tributario del 2007

Com’è noto, la questione dei costi da black list è stata oggetto, di recente, di una modifica legislativa, formulata anche al fine di eliminare le rilevanti conseguenze che erano derivate dagli accertamenti, emessi dagli uffici sulla base della semplice carenza dell’annotazione separata.

La legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Finanziaria per l’anno 2007), ha infatti modificato radicalmente la disciplina in esame.

Con l’articolo 1, comma 301, è stato inserito, dopo il primo periodo dell’articolo 110, comma 11, del Tuir, il seguente: Le spese e gli altri componenti negativi deducibili ai sensi del primo periodo sono separatamente indicati nella dichiarazione dei redditi.

E’ stato, nel contempo, soppresso l’ultimo periodo della predetta disposizione (la deduzione è comunque subordinata alla separata indicazione…).

Il successivo comma 302 ha invece aggiunto all’articolo 8 del Dlgs n. 471/97 il seguente periodo: 3 bis. Quando l’omissione o incompletezza riguarda l’indicazione delle spese e degli altri componenti negativi di cui all’art. 110, si applica una sanzione amministrativa pari al 10 per cento dell’importo complessivo delle spese e dei componenti negativi non indicati nella dichiarazione dei redditi, con un minimo di euro 500 ed un massimo di euro 50.000.

Da ultimo, con il comma 303, è stata introdotta una disposizione di carattere transitorio, che sancisce l’applicabilità delle modifiche di cui al comma 302 anche alle violazioni commesse prima della data di entrata in vigore della presenta legge, sempre che il contribuente fornisca la prova di cui all’articolo 110, co. 11, primo periodo (il soggetto nazionale ha l’onere di provare che le imprese fornitrici estere svolgano prevalentemente un’attività commerciale effettiva, ovvero che le operazioni poste in essere rispondano a un effettivo interesse economico e che le stesse hanno avuto concreta esecuzione).

L’intervenuta modifica della norma ha comportato, per l’interprete, alcune difficoltà operative, con particolare riferimento alle violazioni commesse in epoca precedente all’entrata in vigore della legge finanziaria.

Sul punto, è intervenuta la circolare n. 11/E/07, elaborata a seguito degli incontri con la stampa specializzata.

Con specifico riferimento alla questione in esame, l’Agenzia delle entrate, oltre a precisare che, a seguito della novella legislativa, la deducibilità delle spese non è più subordinata alla separata indicazione in dichiarazione, bensì soltanto al rispetto delle condizioni richieste dal primo periodo dell’articolo 110, comma 11, Tuir, ribadisce, quale unica conseguenza scaturente dall’inosservanza dell’adempimento, l’applicabilità delle sanzioni previste dal nuovo comma 3-bis dell’articolo 8 del Dlgs n. 471/97, introdotto dall’articolo 1, comma 302, della legge finanziaria 2007.

Limitatamente all’aspetto temporale e, quindi, per le violazioni commesse prima dell’entrata in vigore della modifica (1° gennaio 2007), il citato documento di prassi riconosce la possibilità di ottenere la deducibilità del costo a condizione che il contribuente fornisca la prova di cui all’articolo 110, comma 11, primo periodo, Tuir.

Quanto all’efficacia di una eventuale dichiarazione integrativa, l’Agenzia evidenzia la necessità di distinguere il momento temporale in cui essa è presentata, potendosi considerare validamente efficace nella sola ipotesi in cui il contribuente non abbia subito accessi, ispezioni o verifiche, egli potrà presentare dichiarazione integrativa ai sensi dell’art. 2, comma 8, del D.P.R. 22 luglio 1998, n. 322 (sempre che ricorrano le condizioni previste dalla norma), come già chiarito nella risoluzione 17 gennaio 2006, n. 12/E.

A parere di chi scrive, l’articolo 1, comma 303, della legge finanziaria per il 2007, nell’introdurre una disposizione a carattere transitorio, ha fatto esclusivo riferimento alla disciplina sanzionatoria di cui al precedente comma 302 e non, anche, al comma 301, che ha abolito la condizione della separata annotazione del costo ai fini della sua deducibilità.

Di conseguenza, seguendo l’interpretazione letterale della norma, l’applicabilità della nuova disposizione alle violazioni commesse prima del gennaio 2007 dovrebbe limitarsi alla sola sanzione, introdotta dal comma 302, mentre, l’indeducibilità del costo dovrebbe colpire tutte le ipotesi, precedenti alla modifica legislativa, in cui il contribuente abbia omesso l’annotazione separata.

In tal senso si è pronunciata la Commissione tributaria provinciale di Bologna, la quale, in una delle prime decisioni sul punto (sentenza n. 32/12/06, depositata il 5 marzo 2007), ha attribuito valenza letterale alla disposizione transitoria (comma 303 citato), negando così ogni efficacia retroattiva della norma sotto il profilo della violazione dell’obbligo “sostanziale” (mancata annotazione in dichiarazione) e annullando, tuttavia, l’avviso di accertamento sottoposto alla sua cognizione sul presupposto della validità della dichiarazione integrativa, presentata, nelle more, dal ricorrente.

Nonostante l’applicazione retroattiva della novella legislativa sia stata formulata soltanto con riferimento al trattamento sanzionatorio, l’interpretazione offerta dall’Agenzia delle entrate (Fermo restando che per beneficiare della deducibilità dei costi non indicati separatamente in dichiarazione occorre fornire la prova di cui al citato art. 110, comma 11, primo periodo, del Tuir) appare più coerente sotto il profilo dell’interpretazione logico-sistematica della norma.

L’intervento del legislatore del 2007 è stato dettato, com’è noto, dall’esigenza di porre rimedio alle situazioni createsi sotto il regime della precedente disciplina nonché di contemperare il fine di salvaguardare l’effettività dei controlli fiscali, garantito dalla permanenza dell’obbligo di separata annotazione, con la possibilità, offerta ai soggetti d’imposta, di provare, in ogni caso, la rispondenza del costo ai requisiti normativi.

In altre parole, il divieto di retroattività della legge troverebbe un limite, nell’ipotesi in esame, nella necessità di evitare evidenti disparità di trattamento tra i contribuenti, alcuni dei quali pesantemente penalizzati dalla mancata applicazione della nuova disciplina.

Privilegiando, infatti, l’interpretazione letterale della norma, si dovrebbe giungere alla conclusione che, per le violazioni commesse ante 2007 e in assenza di una dichiarazione integrativa (almeno secondo la convinzione delle prime pronunce giurisprudenziali), il contribuente non potrebbe essere ammesso a provare l’effettività del costo, stante il carattere insormontabile del requisito della separata annotazione.

L’esito del contenzioso dovrebbe, quindi, ritenersi scontato: indeducibilità del costo e applicazione del nuovo trattamento sanzionatorio.

Eventuali riflessi della modifica legislativa sui rapporti processuali pendenti

L’applicazione della novella legislativa alle violazioni commesse prima della sua entrata in vigore impone, tuttavia, alcune precisazioni di carattere “metodologico”.

Gli avvisi in questione sono stati emessi, infatti, sulla base della semplice mancanza di annotazione separata dei costi, prescindendo da ogni indagine in merito all’effettività degli stessi.

L’applicazione delle modifiche legislative ai procedimenti in corso richiederebbe, di conseguenza, una sorta di “riscrittura” della motivazione degli avvisi, che tenga conto della documentazione probatoria offerta dalle parti private.

L’ingresso dei “nuovi” documenti nell’ambito dei procedimenti pendenti potrebbe avvenire secondo una duplice modalità: tramite la presentazione agli uffici di un’istanza di autotutela dell’atto, corroborata dalla documentazione idonea a superare la prova contraria di cui all’articolo 110, comma 11, Tuir, oppure mediante il ricorso alla procedura di cui all’articolo 24, comma 2, Dlgs n. 546/92.

Nel primo caso e nell’eventualità che l’ufficio impositore dovesse riconoscere l’idoneità della documentazione prodotta, la parte pubblica formalizzerà la richiesta di estinzione (parziale) del giudizio per cessazione della materia del contendere, affidando alla commissione la decisione relativa alla sanzione applicabile nel senso sopra indicato.

Nella seconda ipotesi, sarà compito del giudice pronunciarsi in merito (anche) all’idoneità probatoria dei documenti prodotti ai sensi dell’articolo 24, comma 2, citato, nonché riguardo alla sanzione eventualmente applicabile, ferma restando, in entrambi i casi, la possibilità, per la commissione, di rimodulare la pretesa in base alle giustificazioni offerte in corso di causa e alle argomentazioni dell’ente impositore, in ossequio al principio giurisprudenziale che riconosce al giudizio tributario la qualifica di impugnazione - merito.

Quanto alla efficacia estintiva delle dichiarazioni integrative, presentate successivamente alla contestazione delle riprese fiscali, la convinzione espressa dalle prime pronunce giurisprudenziali, nel senso della validità delle denunce, si ritiene non condivisibile alla luce del dettato legislativo vigente (articolo 13 del Dlgs n. 472/97).

Chiamata a pronunciarsi in merito alla conformità ai precetti costituzionali dell’articolo 9, ultimo comma, Dpr n. 600/73, nella parte in cui subordinava la possibilità di correggere la dichiarazione fiscale all’assenza di accessi, ispezioni o verifiche, la Corte costituzionale (ordinanza 23/07/2002, n. 392) ha testualmente evidenziato come, in assenza di quei presupposti, la correzione cesserebbe di essere un rimedio accordato dal legislatore per ovviare ad un errore del contribuente, per trasformarsi in un mezzo elusivo delle sanzioni predisposte dal legislatore per l’inosservanza delle disposizioni relative alla compilazione della dichiarazione de redditi.

L’insegnamento del Giudice delle leggi rimane tutt’ora valido nonostante l’attuale formulazione della norma (articolo 2, comma 8, Dpr n. 322/98), che ha soppresso ogni richiamo alle attività di accesso, ispezione e/o verifica, contenuta nell’omologa disposizione del Dpr 600/73.

Nella disciplina generale delle sanzioni tributarie esiste, infatti, una disposizione normativa, l’articolo 13, primo comma, da cui poter evincere il principio, applicabile anche nel caso che ci occupa, secondo cui la modificabilità della dichiarazione è ammessa soltanto nell’ipotesi in cui non siano iniziati ispezioni, accessi o verifiche.

Aderire alla tesi fatta propria dalle prime pronunce giurisprudenziali significherebbe, oltre che vanificare sistematicamente ogni attività di controllo dell’Amministrazione finanziaria, ammettere implicitamente l’esistenza di un vuoto normativo.


Fonte: Margherita Di Paolo e Berardino Librandi Agenzia Entrate.

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Tenuta e conservazione delle scritture contabili.

L'unico soggetto responsabile della corretta tenuta e conservazione delle scritture contabili e di tutti i documenti fiscalmente rilevanti è il contribuente; ciò vale anche quando il processo di conservazione è stato affidato in outsourcing. La risoluzione n. 161/E del 2007 dell'Agenzia delle Entrate afferma che eventuali inadempienze del soggetto incaricato non potranno essere opposte all'Amministrazione finanziaria per giustificare irregolarità o errori nella tenuta e nella conservazione della contabilità.

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Disciplina fiscale sugli impianti fotovoltaici.

Il contributo per la produzione di energia mediante impianti fotovoltaici non è soggetto a Iva. Se l'impianto è utilizzato da persona fisica a fini esclusivamente privati, l'incentivo non ha alcuna rilevanza fiscale. Così pure l'eventuale energia prodotta in eccesso per la quale si decide l'immissione nella rete elettrica per un futuro utilizzo nei tre anni successivi (cosiddetto "scambio sul posto"); se invece il surplus di energia prodotta è venduta alla rete, i relativi proventi rappresentano redditi diversi.

Questi i principali chiarimenti forniti dalla circolare n. 46/E del 19 luglio 2007, con la quale l'Agenzia delle entrate ha dettagliatamente illustrato la disciplina fiscale degli incentivi per gli impianti fotovoltaici previsti dall'articolo 7 del Dlgs n. 387/2003 ("Disposizioni specifiche per il solare").

La norma, finalizzata - più che a favorire la realizzazione di impianti fotovoltaici - a incentivare la produzione di energia "alternativa", riconosce, per un periodo di venti anni a decorrere dalla data di entrata in esercizio dell'impianto, la corresponsione di un contributo ("tariffa incentivante"), che varia in base alla potenza e alla tipologia dell'impianto.

Per gli impianti fino a 20 kW, è possibile accedere al servizio di "scambio sul posto" (in questo caso, la tariffa incentivante spetta solo per l'energia prodotta e consumata dall'utente), che consente di immagazzinare l'energia prodotta e non consumata e di prelevarla dalla rete in caso di necessità nei successivi tre anni, o, in alternativa, cedere l'energia prodotta al gestore della rete elettrica (in questa seconda ipotesi, la tariffa spetta per tutta la produzione).

Realizzazione dell'impianto: disciplina Iva

Per l'acquisto o la realizzazione dell'impianto fotovoltaico si applica l'aliquota Iva del 10 per cento. La detrazione dell'imposta pagata è ammessa - secondo i principi generali dettati dall'articolo 19 del Dpr n. 633/1972  - in funzione dell'utilizzo dell'impianto nell'esercizio di impresa, arte o professione; pertanto, in caso di utilizzo promiscuo, non sarà detraibile l'Iva corrispondente alla quota imputabile a impieghi per fini privati o, comunque, estranei all'esercizio dell'attività.

Contributo: disciplina Iva

La tariffa incentivante è esclusa in ogni caso dal campo di applicazione dell'imposta sul valore aggiunto, anche quando l'impianto fotovoltaico è realizzato nell'esercizio di attività di impresa, arte o professione. Manca, infatti, per l'applicazione dell'Iva il presupposto oggettivo: le cifre erogate non rappresentano un corrispettivo per la fornitura dell'energia, ma una sorta di risarcimento per il titolare dell'impianto a fronte dei costi sostenuti per la sua costruzione e di quelli di esercizio.

Contributo: ritenuta d'acconto

Quando l'impianto è utilizzato nell'ambito di un'attività di impresa, la tariffa incentivante rappresenta un contributo in conto esercizio e non in conto impianti, poiché viene erogato per sostenere la produzione dell'energia e non per finanziare l'investimento. Di conseguenza, al momento dell'erogazione, deve essere operata una ritenuta a titolo di acconto delle imposte dirette nella misura del 4 per cento (articolo 28, secondo comma, Dpr n. 600/1973 ).

Persona fisica o ente non commerciale: utilizzo, al di fuori di attività, per soli fini privati

La tariffa incentivante percepita dalla persona fisica (o ente non commerciale) per l'utilizzo di impianti fotovoltaici a soli fini privati (usi domestici, di illuminazione, alimentazione di elettrodomestici, eccetera) rappresenta un contributo a fondo perduto non riconducibile ad alcuna delle categorie reddituali previste dal Tuir. Pertanto, non ha alcuna rilevanza ai fini delle imposte dirette.

Persona fisica o ente non commerciale: produzione, al di fuori di attività, di energia eccedente i consumi privati

In questo caso, bisogna distinguere l'ipotesi in cui l'impianto abbia potenza non superiore a 20 kW da quella in cui la potenza sia superiore a detto limite.

Impianti con potenza non superiore a 20 kW

Se si opta per lo "scambio sul posto", la tariffa incentivante è ininfluente ai fini fiscali.

Se invece si decide di vendere l'energia prodotta in più, la disciplina fiscale cambia a seconda che l'impianto sia o no posto al servizio dell'abitazione o della sede dell'ente non commerciale.

Impianto posto al servizio dell'abitazione o della sede dell'ente non commerciale

In questo caso, risultano fiscalmente rilevanti i soli proventi derivanti dalla vendita dell'energia prodotta in eccesso rispetto al proprio fabbisogno, che andranno qualificati come redditi diversi, ossia come redditi derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente. Il costo per l'acquisto o la realizzazione dell'impianto non potrà essere considerato inerente alla produzione del reddito, né sarà detraibile la relativa Iva pagata.

Impianti diversi

In questa ipotesi, diventano fiscalmente rilevanti anche le somme percepite a titolo di tariffa incentivante, concorrendo, come contributo in conto esercizio e in misura proporzionale alla quantità di energia ceduta, alla determinazione del reddito di impresa e della base imponibile Irap. Andrà anche applicata, sempre con riferimento alla parte relativa all'energia ceduta, la ritenuta d'acconto del 4 per cento.

Per quanto riguarda poi i ricavi derivanti dalla vendita dell'energia, essi andranno assoggettati all'Iva (con possibilità, laddove sussistano i requisiti, di ricorrere al regime della franchigia), all'Irap e alle imposte dirette. In tale fattispecie, però, l'impianto rappresenta bene strumentale all'attività ed è ammortizzabile con coefficiente del 9 per cento.

Impianti con potenza superiore a 20 kW

Per gli impianti di potenza superiore a 20 kW, non essendo possibile optare per il servizio di "scambio sul posto", l'energia esuberante potrà essere solo venduta alla rete locale, con conseguente realizzazione di un'attività di tipo commerciale. La disciplina fiscale risulta quindi identica a quella descritta nel punto precedente per gli "impianti diversi".

Persona fisica o giuridica nell'ambito di attività commerciale

Se la produzione di energia tramite impianto fotovoltaico costituisce l'oggetto principale dell'attività commerciale svolta o l'energia prodotta viene utilizzata prioritariamente nell'ambito della diversa attività commerciale esercitata, la tariffa incentivante rappresenta sempre un contributo in conto esercizio fiscalmente rilevante. Anche in questo caso, si renderà applicabile, in relazione sia alla tariffa incentivante che ai ricavi derivanti dalla vendita dell'energia, la disciplina esaminata per gli "impianti diversi".

Professionista o associazione professionale

Se l'acquisto o la realizzazione dell'impianto fotovoltaico è realizzato da un lavoratore autonomo o da un'associazione professionale e l'energia prodotta è utilizzata esclusivamente per le esigenze dell'attività o anche in modo promiscuo (per consumi personali o familiari), la tariffa incentivante è esclusa dal campo di applicazione dell'Iva e non concorre alla determinazione del reddito imponibile. L'impianto costituisce, comunque, bene strumentale dell'attività di lavoro autonomo e l'Iva pagata per l'acquisto o la realizzazione dell'impianto è detraibile ai sensi dell'articolo 19 del Dpr n. 633/1972 , tenendo conto dell'utilizzo promiscuo del bene.

Se l'impianto produce energia in eccesso, la vendita costituisce in ogni caso attività commerciale. Andranno, pertanto, tenute due contabilità separate, una per l'attività di lavoro autonomo e una per quella di impresa. La tariffa incentivante, in proporzione alla quantità di energia ceduta, costituisce contributo in conto esercizio, concorre alla determinazione del reddito d'impresa e della base imponibile Irap e va assoggettata alla ritenuta del 4 per cento. I ricavi derivanti dalla vendita dell'energia sono rilevanti ai fini Ires, Irap e Iva; l'impianto costituisce bene strumentale ad entrambe le attività e gli ammortamenti del costo vanno ripartiti, ad esempio facendo riferimento alla proporzione tra energia ceduta ed energia complessivamente prodotta (naturalmente, se l'impianto è utilizzato anche per fini personali o familiari, la deduzione del costo da ripartire tra le due attività non può essere superiore al 50 per cento). Anche l'Iva pagata all'atto dell'acquisto o realizzazione del bene è detraibile in relazione ad entrambe le attività esercitate, a condizione che le stesse siano gestite, come detto, con contabilità separate.

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IVA - Sui pagamenti anticipati gestione mirata.

L'entrata in vigore del reverse charge al 1° ottobre prossimo per le cessioni di fabbricati strumentali con opzione Iva pone una serie di problemi operativi. Il primo è legato alla gestione dei pagamenti anticipati che verranno effettuati fino al 30 settembre e relativi a successive vendite di fabbricati strumentali assoggettate dalla disciplina dell'inversione contabile. Un altro aspetto che merita di essere considerato riguarda le cessioni di fabbricati strumentali dove l'opzione consentita dall'articolo 10 comma 1 numero 8-ter del DPR 633/72 viene effettuata per garantire comunque il regime di imponibilità della cessione.

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martedì 24 luglio 2007

Quesito: Splafonamento IVA.

NEL CASO DI SPLAFONAMENTO IVA(PER EMISSIONE D.I. OLTRE IL LIMITE) ACCERTATO DALL'UFFICIO LO STESSO RITIENE CHE IL CONTRIBUENTE OLTRE LA SANZIONE DAL 100 AL 200% DELL'IMPOSTA DEBBA VERSARE ANCHE L'IMPOSTA SENZA POTERLA DETRARRE DALL'IVA DA VERSARE_(SI TRATTEREBBE DI UNA DUPLICAZIONE D'IMPOSTA)

 
SI CHIEDE SE QUESTO E' CORRETTO O SE DEBBA ESSERE VERSATA LA SOLA SANZIONE VISTO CHE IL CONTRIBUENTE NON  HA DETRATTO ALCUNA IMPOSTA.
 
GRAZIE
 

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Studi di settore: pubblicate le specifiche tecniche per la trasmissione telematica dei dati rilevanti

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il provvedimento con cui l’Agenzia delle Entrate approva le specifiche tecniche da adottare per la trasmissione telematica dei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti per l'applicazione degli studi di settore e dei modelli M ed N per la comunicazione dei dati riguardanti i contribuenti tenuti agli obblighi dell'annotazione separata, da utilizzare per il periodo d'imposta 2006 e che costituiscono parte integrante della dichiarazione dei redditi da presentare con il modello UNICO 2007.

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Comunicazioni minusvalenze e differenze negative

In G.U. il provvedimento che rimodula i termini


L'Agenzia delle Entrate modifica - rimodulando i termini per la presentazione della comunicazione dei dati e delle notizie relative alle minusvalenze e alle differenze negative indicate all'art. 109, comma 3-bis, D.P.R. n. 917/1986 - il provvedimento 29 marzo 2007, pubblicato in G.U. 13 aprile 2007, n. 86.Con tali modifiche (resesi necessarie per uniformare le scadenze precedentemente determinate con quelle per le quali è intervenuto il differimento dei termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi dell'IRAP, dell'IVA e dei redditi modello 730/2007, come previsto dal D.P.C.M. 31 maggio 2007) vengono individuati nuovi termini per la presentazione della comunicazione:

  • nei casi «a regime» , di cui al punto 2 del provvedimento 29 marzo 2007;
  • nei casi di avvenuta presentazione della dichiarazione dei redditi prima della pubblicazione in G.U. del provvedimento stesso;
  • per le ipotesi relative alle minusvalenze e alle differenze negative realizzate antecedentemente al 1° gennaio 2006, nei periodi d'imposta a partire da quello in cui si applicano le disposizioni del D.Lgs. n. 344/2003.


In particolare, il provvedimento dispone che la comunicazione deve essere effettuata:

  • entro 45 giorni dalla data di scadenza del termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d'imposta nel corso del quale le minusvalenze e le differenze negative sono state realizzate;
  • entro il 15 novembre 2007, nel caso in cui il termine per l'effettuazione della comunicazione stessa, come previsto al punto precedente, sia antecedente alla stessa data.

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domenica 22 luglio 2007

Indennità di mobilità: nuovo modulo.

Per la concessione dell’indennità di mobilità, è stato elaborato un modulo specifico per la dichiarazione del datore di lavoro. Il nuovo modulo DS22 Mobilità, che si affianca al precedente modello DS22 (che rimane comunque in uso per l’indennità di disoccupazione ordinaria e per i trattamenti speciali per l’edilizia), è disponibile in allegato al messaggio 18312 del 12 luglio, insieme alle istruzioni per la compilazione.

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mercoledì 18 luglio 2007

Congedo di maternità ante partum.

L'INPS fornisce nuove istruzioni circa il criterio di computo del periodo di congedo di maternità ante partum di cui all'art. 16, D.Lgs. 151/2001 (già art. 4, comma 1, lettera a, legge n. 1204/1971).
(Messaggio INPS 12/07/2007, n. 18311)

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Indennità di mobilità.

Ai fini della liquidazione dell'indennità di mobilità, l'INPS rende disponibile lo specifico modello di dichiarazione del datore di lavoro, con le relative istruzioni, denominato DS22 Mobilità, che sostituisce - a decorrere dal 12 luglio 2007 - il precedente modello DS22.
(Messaggio INPS 12/07/2007, n. 18312)

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Artigiani, commercianti e liberi professionisti: quota eccedente il minimale.

Il versamento dei contributi previdenziali afferenti la quota di reddito eccedente il minimale, dovuti dagli iscritti alle Gestione degli artigiani e degli esercenti attività commerciali nonché dai liberi professionisti iscritti alla Gestione separata a titolo di saldo 2006 e di primo acconto 2007, può essere eseguito entro il 18 luglio 2007 con la maggiorazione dello 0,40%, a titolo di interessi.(Messaggio INPS 13/07/2007, n. 18393)

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Rapporti di lavoro dei cittadini stranieri: il protocollo d'intesa INPS-Interno.

In data 18 giugno 2007 è stato siglato l'accordo per lo scambio e l'incrocio dei dati sui rapporti di lavoro dei cittadini stranieri stipulato tra l'INPS e il Ministero dell'Interno. Il protocollo - allegato alla circolare prot. 3275/2007 del Ministero dell'Interno - è finalizzato a migliorare lo scambio e l'incrocio dei dati che riguardano cittadini stranieri in possesso di un permesso di soggiorno per lavoro o che comunque consenta di svolgere attività lavorativa in Italia.
(Circolare Ministero Interno 12/07/2007, n. prot. 3275)

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Blackout: rimborsi a carico delle imprese di distribuzione e trasmissione.

Il provvedimento dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, in corso di pubblicazione in G.U., disciplina le modalità di rimborso a favore dei clienti finali (famiglie e imprese) in caso di blackout di durata superiore agli standard fissati dalla delibera stessa, in ipotesi di interruzione del servizio con preavviso o senza.
(Delibera Autorità per l'energia elettrica e il gas 12/07/2007, n. 172, in corso di pubblicazione G.U.)

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Il Treaty shopping.

E’ di questi giorni la notizia che la procura della Repubblica di Pescara sta conducendo un’indagine a tappeto su presunti fenomeni di treaty shopping e dividend washing posti in essere da big internazionali della finanza.

Tutto nasce dalla stipulazione dell’Italia con la Francia e con la Gran Bretagna di due convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni che, a differenza di tutte le altre stipulate, prevedevano la possibilità del rimborso del credito d’imposta sui dividendi, qualora i soggetti percettori fossero stati residenti in Francia e Gran Bretagna.

Il giochetto posto in essere era semplice: prima dello stacco della cedola dei dividendi, le partecipazioni erano trasferite da parte di soggetti esteri che non fossero né francesi né inglesi a istituti bancari residenti nei predetti due Stati, i quali incassavano i dividendi e retrocedevano le partecipazioni agli originari proprietari.

Questi ultimi erano sostanzialmente gli effettivi beneficiari dei flussi reddituali (beneficial owner), i quali, a seguito dell’operazione di dividend washing, assumevano la veste giuridica di plusvalenze su partecipazioni; i dividendi erano, infatti, formalmente incassati dagli istituti bancari che provvedevano successivamente a richiedere la restituzione del credito d’imposta sugli stessi.

L’entrata in vigore dal 1° gennaio del 2004 dell’Ires ha posto termine al problema, essendo stato abrogato il meccanismo del credito d’imposta sui dividendi.

Tuttavia, la descritta vicenda offre lo spunto per sviluppare alcune considerazioni su fenomeni simili di treaty shopping, ma, per così dire, “meno visibili”, in quanto non impongono alcun obbligo di presentazione di richiesta di rimborso di crediti d’imposta.

Ci si riferisce al gettito derivante dalle ritenute alla fonte per flussi reddituali in uscita dal territorio dello Stato italiano (dividendi, interessi, royalties in prima linea).

Senza dilungarci nei particolari, a seguito dell’entrata in vigore delle direttive comunitarie n. 90/435/Cee (come modificata dalla direttiva n. 2003/123/Ce) e n. 2003/49/Ce, rispettivamente in materia di dividendi “madre-figlia” e di interessi e royalties infragruppo, il rischio che siano perpetrati fenomeni di treaty shopping concettualmente simili a quello sopra esposto è alto.

Infatti, le predette direttive, così come attuate in Italia rispettivamente dagli articoli 27-bis e 26-quater del Dpr n. 600 del 1973, prevedono che nessuna ritenuta a titolo d’imposta sia dovuta in Italia quale Stato della fonte dei redditi.

Viceversa, in mancanza dei presupposti di applicabilità delle predette direttive, tornerebbero applicabili le disposizioni previste dalle varie convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni stipulate dall’Italia con gli Stati di residenza dei soggetti esteri percettori dei flussi reddituali, ovvero le disposizioni interne previste dal Tuir in assenza di convenzioni.

E’ evidente, allora, la convenienza, per tutti coloro che non abbiano i requisiti per beneficiare dell’agevolazione prevista dalle due citate direttive, di “canalizzare” i flussi reddituali su soggetti all’uopo costituiti e aventi i predetti requisiti.

Tanto per fare un banale esempio, qualora un investitore americano voglia effettuare un investimento in Italia, dal quale ritrarre dividendi, al fine di evitare l’applicazione della ritenuta alla fonte prevista dalla convenzione Italia-Usa, troverà convenienza a costituire una società in Olanda, la quale controlli la società residente in Italia che distribuisce i dividendi.

In tal modo, dall’Italia fuoriesce un dividendo cui si applicherebbe la direttiva madre-figlia in quanto destinato all’Olanda, da cui fuoriuscirebbe il dividendo verso gli Stati Uniti esentato da alcuna ritenuta alla fonte per la politica di attrazione di capitali da sempre seguita dall’Olanda.

Ciò posto, la rilevante differenza sul piano operativo tra l’appena menzionato fenomeno di treaty shopping e quelli balzati agli onori della cronaca, è che il primo non lascerebbe traccia alcuna, non imponendo alcuna richiesta di rimborso di imposte preventivamente versate all’Erario italiano.

Infatti, con la canalizzazione ad hoc dei predetti flussi reddituali attraverso Stati membri dell’Unione europea si evita in nuce l’applicazione di qualsivoglia ritenuta alla fonte in Italia.

Insomma, il danno all’Erario è ugualmente rilevante, solo che, mentre nel caso di Pescara "prima si doveva pagare e poi si poteva chiedere il rimborso", in caso di dividendi, interessi e royalties formalmente ricadenti nell’ambito di applicazione delle due menzionate direttive comunitarie, "si evita di pagare e così non si ha nessun problema di rimborso".


Fonte: Michele Andriola Agenzia Entrate.

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Proroga termini di versamento per gli studi di settore.

Il differimento dei termini di effettuazione dei versamenti - disposto dal D.P.C.M. 14 giugno 2007 nei confronti dei contribuenti che esercitano attività economiche per le quali sono stati elaborati gli studi di settore - può aver luogo anche con riferimento ai contributi previdenziali dovuti dai soci di S.r.l. (non "trasparenti"), artigiane o commerciali, iscritti negli elenchi IVS che - ai fini previdenziali - sono tenuti alla compilazione del quadro RR del modello UNICO-PF per liquidare i contributi previdenziali calcolati sulla base di un reddito (figurativo) proporzionale alla loro quota di partecipazione nella società.
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 16/07/2007, n. 173/E)

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Come ottenere un prestito con la pensione.

L’8 febbraio 2007 è stato pubblicato il Regolamento di attuazione dell’articolo 13-bis del decreto-legge 14 marzo n. 80 che disciplina i prestiti ai pensionati estinguibili con cessione fino ad un quinto della pensione. L’Inps ha così stabilito modalità e regole che tutelino al massimo i pensionati. Come funziona Il pensionato chiede il prestito alla Banca o all’Intermediario Finanziario e l’Inps gli paga le rate trattenendole dalla pensione. Le rate possono essere pagate cedendo fino ad un quinto della pensione. La durata del contratto di prestito non può superare i dieci anni. Il prestito si può chiedere con tutte le pensioni eccetto: >le pensioni e assegni sociali; >le invalidità civili; >assegno mensile per l’assistenza ai pensionati per inabilità; >gli assegni di sostegno al reddito; >le pensioni del personale bancario; >assegni al nucleo familiare. L’Inps versa l’importo della rata alla Banca o Intermediario Finanziario, con cui il pensionato ha stipulato il contratto, solo dopo aver verificato alcune condizioni a tutela del pensionato. Cosa fare prima di chiedere il prestito Per verificare la possibilità di chiedere un prestito il pensionato deve richiedere alla sede Inps, che ha in carico la sua pensione, la Comunicazione di cedibilità, che indica l’importo massimo della rata del prestito pagabile con la pensione. La Comunicazione di cedibilità è indispensabile perché l’Inps possa versare alla Banca o all’Intermediario Finanziario le rate relative al prestito, trattenendo l’importo dalla pensione. La stessa comunicazione va esibita alla Banca o alla Finanziaria per stipulare il contratto di prestito. Come si calcola la rata “a misura di pensione” Il pensionato può cedere fino ad un quinto della propria pensione. L’importo cedibile è calcolato, al netto delle tasse e in modo da non intaccare l’importo della pensione minima (436,14 euro nel 2007). Per questo motivo i trattamenti pensionistici integrati al minimo non possono essere oggetto di cessione. Esempi di calcolo della quota cedibile Caso 1 pensione lorda 476,30- ritenute fiscali 0.00 pensione netta = 476,30 - pensione min. 436,14 quota cedibile* = 40,16 *con salvaguardia della pensione minima, inferiore in questo caso all’importo del quinto = 95,26 euro Caso 2 pensione lorda 1.200,00- ritenute fiscali 300.00 pensione netta = 900,00 - 1/5 del netto 180,00 quota cedibile* = 180,00 *con salvaguardia della pensione minima (436,14 euro) Nel caso si sia titolari di più pensioni, il calcolo si effettua sull’importo totale delle pensioni percepite. Come Inps tutela i pensionati Quando la Banca o la Finanziaria notifica all’Inps il contratto di prestito del pensionato per ottenere il pagamento delle rate, l’Inps controlla che: >la Banca o la Finanziaria abbiano i requisiti richiesti dalla legge per questo tipo di operazione; >il tasso effettivo globale (TEG) applicato al prestito sia inferiore al “tasso soglia” anti-usura (calcolato aumentando del 50% il tasso effettivo globale medio relativo ai prestiti con cessione del quinto della pensione nel trimestre di riferimento). Ad esempio, per i prestiti fino a 5000 euro richiesti nel I trimestre 2007: il tasso medio è 10,93(aumentato del 50%=5,46) =16,39 che è il tasso limite al di sotto del quale devono mantenersi i tassi di interesse applicati da Banche e Intermediari Finanziari. >la rata prevista sia inferiore o pari ad un quinto dell’importo della pensione; >nel contratto siano indicate tutte le spese (istruttoria, estinzione anticipata, premio assicurativo per premorienza, tasso di interesse e TEG complessivo). Per contenere il livello dei tassi di interesse applicati, l’Inps sta proponendo alle Banche e agli Intermediari Finanziari di sottoscrivere una Convenzione, con la quale si impegnano a rispettare i tassi più favorevoli indicati dall’Istituto. Per esempio, nella Convenzione per i prestiti al di sotto dei 5000 euro, il tasso non potrà superare l’8,45%. Per quelli al di sopra dei 5000 euro, il tasso non potrà superare il 7,55%. L’elenco delle Banche e degli Intermediari Finanziari convenzionati sarà messo a disposizione dei pensionati in tutte le sedi Inps. L’Inps ha stipulato inoltre un accordo con l’Inpdap per coprire le spese di assicurazione a garanzia dei creditori con un apposito fondo rischi.

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sabato 14 luglio 2007

Marca da bollo addio: da settembre diventa telematica

Le marche da bollo tradizionali vanno in soffitta. Dal 1 settembre 2007, a seguito della dichiarazione di fuori corso, non avranno più alcun valore in quanto saranno sostituite definitivamente dai contrassegni emessi in via telematica. E' quanto rende noto un comunicato dell'Agenzia delle Entrate.E' stato infatti pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale con il quale sono stati dichiarati fuori corso, a decorrere dal prossimo 1 settembre, tutti i valori bollati in lire, in lire-euro ed in euro, ad eccezione dei foglietti e delle marche per cambiali.«L'Agenzia delle Entrate invita pertanto coloro che fossero ancora in possesso di tali valori ad utilizzarli entro il 31 agosto 2007, integrandoli eventualmente con le nuove marche emesse in via telematica, allo scopo di raggiungere l'importo dovuto», recita la nota.Il contrassegno telematico, già in uso dal giugno 2005, sostituirà quindi dal 1 settembre in maniera stabile e definitiva la tradizionale marca cartacea. «Questa decisione si inserisce nel progetto più ampio, perseguito dall'Amministrazione finanziaria, di una progressiva informatizzazione dei propri servizi, allo scopo di migliorare e semplificare i rapporti con i contribuenti», termina il comunicato.

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