lunedì 29 giugno 2015

Quesito: uso promiscuo abitazione.

collaboro con uno studio di commercialisti , ho p.iva e sono consulente fiscale , una recente sentenza non permette l'uso promiscuo dell'abitazione se questa si trova  nella stessa città in cui si trova lo studio col quale si ha un rapporto di collaborazione, ritengo sia un pò limitante, almeno nei casi in cui lo studio non mette a disposizione uno spazio/postazione per il collaboratore. Volevo avere un vostro parere

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Quesito: dichiarazione redditi 2015.

Sono pensionato Inps con regolare CU. Ho svolto nel 2014 un aatività per un Ente pubblico non economico di procacciatore d'affari con rilascio di CU per €. 1.360 con ritenuta d'acconto al 23% sul 50% dell'importo. Come e se va dichiarato questo reddito ??? Ne nel 730 ne nell'unico trovo la corrispondenza del Codice "U" riportato nella tipologia di reddito del CU.


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Anziano ricoverato e Imu su seconda casa.

Mia madre, invalida, proprietaria di un terzo di un immobile “seconda casa”, è ricoverata in una residenza sanitaria assistenziale in via definitiva. È comunque tenuta al pagamento dell'Imu ?

Non è prevista alcuna agevolazione Imu sulla seconda casa per gli anziani (o i disabili) che trasferiscono la propria residenza in istituti di ricovero o sanitari a seguito di ricovero permanente. Nei loro confronti, invece, è previsto che il Comune può assimilare ad abitazione principale l'abitazione (e le relative pertinenze) posseduta a titolo di proprietà o di usufrutto, a condizione che la stessa non risulti locata.



Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva sprint.

A circa un mese dall’ufficiale conseguimento dell’idoneità a entrare nell’alveo dei contribuenti ammessi ai rimborsi Iva prioritari, gli esercenti cinematografici ricevono le istruzioni per richiederli o, nell’evenienza, compensarli con il modello Iva TR.
I “consigli” dell’Agenzia arrivano con la risoluzione 61/E del 24 giugno 2015.

In particolare, i neo autorizzati dovranno segnalare la loro nuova situazione indicando, nella casella 1 del rigo TD8, dedicata appunto ai “contribuenti ammessi all’erogazione prioritaria del rimborso”, il codice “7” che, a differenza degli specifici primi sei, è genericamente “riservato ad altri soggetti ammessi all’erogazione prioritaria del rimborso”.
Infatti, il presupposto normativo della concessione (articolo 38-bis, decimo comma, del Dpr 633/1972) demanda ad appositi decreti ministeriali l’individuazione, anche progressiva, in relazione all’attività esercitata e alle tipologie di operazioni effettuate, delle categorie di contribuenti per i quali i rimborsi Iva sono eseguiti in via prioritaria.

Il via libera, che riguarda tutti gli operatori titolari del codice “59.14.00” delle attività economiche Ateco 2007 (cioè attività di proiezione cinematografica) ed esplica la sua efficacia a partire dalle richieste relative al secondo trimestre dell’anno d’imposta 2015, è giunto con il decreto Mef del 27 aprile scorso, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 122 del 28 maggio.

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Cinque per mille: entro fine mese si invia la dichiarazione sostitutiva.

Scade il 30 giugno il tempo a disposizione dei rappresentanti legale degli enti del volontariato e delle associazioni sportive dilettantistiche, che hanno chiesto di accedere al beneficio, per concludere l’iter relativo alla ripartizione del 5‰ per il 2015. Entro quella data va presentata una dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, che attesta la persistenza dei requisiti necessari, inviando, a pena di decadenza, l’apposito modello, reperibile sul sito internet dell’Agenzia.

Come si presenta la dichiarazione
La dichiarazione sostitutiva va spedita, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, alla direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate nel cui ambito si trova il domicilio fiscale dell’ente di volontariato.
In alternativa, può essere inviata dagli interessati con la propria casella di posta elettronica certificata alla casella pec della stessa direzione regionale, riportando nell’oggetto “dichiarazione sostitutiva 5 per mille 2015” e allegando copia del modello di dichiarazione, ottenuta mediante scansione dell’originale compilato e sottoscritto dal rappresentante legale, nonché copia del documento di identità di quest’ultimo.
Per agevolare l’operazione, la procedura telematica mette a disposizione il modello parzialmente precompilato con le informazioni fornite dagli interessati all’atto dell’iscrizione. L’ente deve solo inserire i dati mancanti e allegare, a pena di decadenza, la fotocopia non autenticata di un documento di identità di chi firma la dichiarazione.

Analogamente, i legali rappresentanti delle associazioni sportive dilettantistiche, per partecipare al riparto del 5‰ per l’esercizio finanziario 2015, devono spedire – entro quello stesso termine – tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, all’ufficio del Coni, nel cui ambito territoriale si trova la sede legale dell’associazione, una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà che attesti la persistenza dei requisiti che danno diritto all’iscrizione.
Anche in questo caso, la procedura mette a disposizione il modello parzialmente precompilato con le informazioni fornite all’atto dell’iscrizione: l’interessato deve solo inserire i dati che mancano e allegare fotocopia non autenticata di un documento di identità di chi firma la dichiarazione.

Appello entro il 30 settembre
L’ultima, definitiva, chiamata è fissata per il 30 settembre 2015: entro quel termine, sia gli enti del volontariato che le associazioni sportive dilettantistiche potranno eventualmente regolarizzare la domanda/iscrizione con integrazioni documentali e versando una sanzione di 258 (“8115” è il codice tributo da indicare nel modello F24. I requisiti sostanziali per accedere al beneficio dovevano comunque essere posseduti alla data di scadenza per la presentazione della domanda di iscrizione.



Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus gasolio per autotrasporto.

Disponibile, sul sito dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, il software aggiornato di compilazione e stampa della dichiarazione relativa ai consumi di gasolio effettuati nel periodo aprile/giugno 2015, che gli autotrasportatori devono presentare, entro il 31 luglio, per non perdere il credito d’imposta loro riconosciuto.
A darne notizie una nota delle Dogane.

L’appuntamento, ricordiamo, è diventato trimestrale a seguito delle modifiche introdotte dal Dl 1/2012. Le nuove regole, infatti, non prevedono più una dichiarazione annuale entro il 30 giugno dell’anno successivo a quello di riferimento; la presentazione, ora, va effettuata entro la fine del mese che segue la scadenza di ciascun trimestre solare. Il rimborso, quindi, può essere richiesto trimestralmente. Tempi più lunghi, inoltre, per l’utilizzo in compensazione del bonus, fruibile, dopo la modifica normativa, fino al 31 dicembre dell’anno solare successivo a quello in cui è sorto. Le eventuali eccedenze non utilizzate in compensazione potranno essere chieste a rimborso entro i successivi sei mesi (articolo 4, comma 3, Dpr 277/2000).

Dichiarazione on line o con cd
La dichiarazione può essere presentata on line attraverso il servizio telematico Edi delle Dogane.
Per predisporre i file, basta collegarsi all’apposita pagina del sito dell’Agenzia e utilizzare il software o fare riferimento al “tracciato record”.
Chi preferisce non affidarsi alla rete, deve riprodurre il modulo di dichiarazione su un supporto informatico (cd-rom, dvd, pen drive) e consegnarlo, insieme al cartaceo, all’ufficio territorialmente competente.

Quanto e a chi
La nota dell’Agenzia delle Dogane precisa, inoltre, che il credito riconoscibile nel trimestre è pari a 214,18609 euro per mille litri di prodotto. L’importo è stato determinato in attuazione dell’articolo 61, comma 4, del Dl 1/2012, tenuto conto dei rimborsi riconosciuti in ragione dei precedenti aumenti dell’aliquota di accisa sul gasolio usato come carburante.
Confermate le categorie con diritto al bonus:
gli esercenti l’attività di autotrasporto merci con veicoli di massa massima complessiva pari o superiore a 7,5 tonnellate
gli enti pubblici e le imprese pubbliche locali esercenti l’attività di trasporto previste dal Dlgs 422/1997 e relative leggi regionali di attuazione
le imprese esercenti autoservizi interregionali di competenza statale (Dlgs 285/2005), le imprese esercenti autoservizi di competenza regionale e locale (Dlgs 422/1997), le imprese esercenti autoservizi regolari in ambito comunitario (Regolamento Ce 1073/2009 del Parlamento europeo e del Consiglio del 21 ottobre 2009)
gli enti pubblici e le imprese esercenti trasporti a fune in servizio pubblico per trasporto di persone.
Gli autotrasportatori indicati nel primo punto dell’elenco possono comprovare i consumi effettuati esclusivamente mediante fatture di acquisto; gli altri, esercenti attività di trasporto persone, possono giustificare i consumi dichiarati anche con la scheda carburante.

Il credito emerso può essere chiesto a rimborso o portato in compensazione. Quest’ultima opzione, ricorda la nota, non ha più i vincoli stabiliti dall’articolo 1, comma 53, della legge 244/2007; quindi, gli importi sono compensabili anche se l’ammontare complessivo annuo dei crediti d’imposta derivanti da agevolazioni concesse alle imprese, indicate nel quadro RU della dichiarazione dei redditi, supera il limite di 250mila euro.

La compensazione porta i suoi “frutti” nel modello F24, il codice tributo è “6740”.
Per l’accredito su un conto corrente in un altro Stato dell’Unione monetaria europea, occorre indicare i codici Bic e Iban.

I paletti della Stabilità 2015
L’ultima legge di stabilità, la 190/2014 (articolo 1, comma 233), ha escluso dall’agevolazione i veicoli più inquinanti, quelli classificati nelle categorie “Euro 0 o inferiore”. A tal proposito, nella dichiarazione trimestrale di richiesta del credito, l’operatore deve attestare che il gasolio per cui chiede il bonus non è stato impiegato per il rifornimento di veicoli appartenenti a tali categorie.
L’Agenzia precisa anche che sono classificabili come appartenenti alle categorie “Euro 0 o inferiore” i veicoli “la cui carta di circolazione non riporta alcun riferimento alla normativa comunitaria dell’Unione Europea”.

I tempi di riscossione del credito
Come anticipato, sono cambiati anche i tempi per utilizzare il credito in compensazione. L’agevolazione relativa al primo trimestre 2015, in base alle nuove regole, potrà essere utilizzata fino al 31 dicembre 2016. Dalla stessa data decorre il termine di sei mesi per la presentazione dell’istanza di rimborso delle eccedenze non utilizzate in compensazione (articolo 4, comma 3, Dpr 277/2000), che, pertanto, scadrà il 30 giugno 2017.




Fonte: Agenzia Entrate

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Installazione impianto di depurazione dell'acqua.

Ho sostenute delle spese per installare un apparecchio per la depurazione dell’acqua nell’ambito di lavori di manutenzione straordinaria. Posso beneficiare della detrazione Irpef?

Le spese sostenute per l’installazione di un impianto domestico per la depurazione dell’acqua, finalizzato all’abbattimento del calcare degli impianti idrici, possono fruire della detrazione Irpef prevista per gli interventi di recupero edilizio, qualora tale intervento comporti modificazioni strutturali integranti opere di manutenzione straordinaria dell’abitazione e/o degli impianti relativi (circolare n. 20/E del 13 maggio 2011).



Fonte: Agenzia Entrate

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Sostitutiva sulla rivalutazione: i codici tributo per versare.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 62/E, pubblicata oggi, ha istituito i codici tributo per pagare, tramite il modello F24 EP, l’imposta sostitutiva (o la prima rata della stessa) relativa alla rideterminazione dei valori d’acquisto delle partecipazioni non negoziate in mercati regolamentati e dei terreni edificabili e con destinazione agricola, posseduti non in regime d’impresa alla data del 1°gennaio 2015 (articolo 1, comma 626, della legge 190/2014).

Per il versamento dell'imposta andranno, pertanto, adottati i seguenti codici tributo:
855E, per le partecipazioni non negoziate nei mercati regolamentati
856E, per i terreni edificabili o con destinazione agricola.
In sede di compilazione del modello F24EP andranno esposti nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”, indicando nel campo “riferimento B” l’anno di possesso dei beni per il quale si opera la rivalutazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Modello di polizza fideiussoria.

Approvato, con provvedimento del 26 giugno 2015, il modello per il rilascio della polizza fideiussoria o fideiussione bancaria ai fini del rimborso Iva e per i crediti vantati dall’Amministrazione finanziaria relativamente ad annualità precedenti, accertati o richiesti nel periodo di efficacia della garanzia.

Il modello si adegua alle nuove disposizioni sui rimborsi Iva introdotte dal “decreto semplificazioni” (articolo 13, Dlgs 175/2014) che hanno ridisegnato, fra l’altro, l’articolo 38-bis del Dpr 633/1972, cancellando l’obbligo generalizzato della garanzia per l’ottenimento dei rimborsi annuali e trimestrali, per una procedura di erogazione più spedita e semplificata.
Il modello sostituisce il precedente schema approvato con provvedimento del 10 giugno 2004.

Con lo stesso provvedimento, ritoccato, di conseguenza, anche il modello per la costituzione di deposito vincolato in titoli di Stato, con riferimento al computo degli interessi ai fini del calcolo dell’ammontare garantito. Le modifiche riguardano sia il rimborso richiesto in procedura semplificata che quello richiesto in procedura ordinaria. Nel primo caso sono eliminati, dall’ammontare da garantire ai fini del rimborso, gli interessi per il ritardo dell’erogazione. Nel secondo caso, invece, la modifica riguarda la riduzione del periodo presuntivo su cui calcolare gli interessi per il ritardo nell’esecuzione dei rimborsi, che passa da 120 a 60 giorni.

I modelli, disponibili sul sito delle Entrate, sono utilizzabili dal giorno successivo alla pubblicazione del provvedimento.

I vecchi modelli, approvati rispettivamente con i provvedimenti del 10 giugno 2004 e del 30 dicembre 2014, possono essere utilizzati fino al 31 dicembre 2015.




Fonte: Agenzia Entrate

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Detrazione mutuo: dimora abituale.

Ho acquistato nel 2014 la mia abitazione principale stipulando mutuo ipotecario. Ho stabilito la residenza entro un anno dall'acquisto. Posso detrarre gli interessi passivi pagati nel 2014?

La detrazione fiscale per gli interessi passivi sostenuti in relazione al pagamento del mutuo stipulato per l'acquisto dell'abitazione principale dà diritto a un beneficio d'imposta pari al 19% dell'onere sostenuto entro il limite massimo di 4mila euro annuali. Per avere diritto alla detrazione, fiscale è necessario, tra i vari requisiti, che l'immobile venga utilizzato come dimora abituale del contribuente o dei suoi familiari entro dodici mesi dall'acquisto. La detrazione decorre dalla data in cui l’immobile è adibito a dimora abituale (circolare 15/E del 2005).Tale circostanza può essere provata sulla base delle risultanza del registro anagrafico oppure, poiché la dimora abituale può non coincidere con la residenza, con una autocertificazione, redatta ai sensi del Dpr 445/2000.



Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 19 giugno 2015

Imposta sostitutiva regime forfetario: istituiti i codici tributo.

L'Agenzia delle Entrate con Risoluzione dell' 11 giugno 2015 n. 59/E ha istituito i codici tributo per il versamento, tramite il modello F24, dell’imposta sostitutiva sul regime forfetario (il regime fiscale forfetario per le persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti o professioni, in forma individuale che nell’anno precedente hanno maturato i requisiti previsti dal comma 54 della legge 23 dicembre 2014, n. 190).

Per consentire ai soggetti interessati il versamento delle suddette somme dovute, tramite il modello F24, si istituiscono i seguenti codici tributo:
“1790” denominato “Imposta sostitutiva sul regime forfetario - Acconto prima rata - art. 1, c. 64, legge n. 190/2014”;
“1791” denominato “Imposta sostitutiva sul regime forfetario - Acconto seconda rata o in unica soluzione - art. 1, c. 64, legge n. 190/2014”;
“1792” denominato “Imposta sostitutiva sul regime forfetario - Saldo – art. 1, c. 64, legge n. 190/2014”.

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Spese odontoiatriche sostenute all'estero.

Ho ricevuto la fattura per un impianto odontoiatrico realizzato in Bulgaria. È una spesa che posso detrarre? A quali condizioni?

Le spese sostenute per l'inserimento di un impianto dentale rientrano tra quelle sanitarie che, per la parte eccedente 129,11 euro, danno diritto alla detrazione Irpef del 19 per cento. Il beneficio fiscale spetta anche se le spese sono sostenute all'estero (sono esclusi i costi per il viaggio e il soggiorno), secondo le stesse regole previste per quelle sostenute in Italia. Quando la documentazione sanitaria è in lingua originale, va predisposta una traduzione in italiano, che può essere eseguita e sottoscritta dallo stesso contribuente, se si tratta di inglese, francese, tedesco o spagnolo; se la documentazione è redatta in un'altra lingua, serve la traduzione giurata.



Fonte: Agenzia Entrate

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Formalità immobiliari: nuovi codici per trascrivere, iscrivere, annotare.

L’ampliamento degli atti soggetti a pubblicità immobiliare ha fatto emergere l’esigenza di una revisione complessiva delle tabelle dove sono elencati, distinti per forma (trascrizione, iscrizione e annotazione) e per fattispecie.
L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 24/E del 17 giugno 2015, illustra le principali novità intervenute in materia e fornisce, in allegato, le nuove tabelle con i codici identificativi da utilizzare per le corrispondenti formalità: atti soggetti a trascrizione (allegato 1), atti in base ai quali sono richieste le iscrizioni (allegato 2), tipi di annotazione (allegato 3). Sostituiscono quelle contenute nella circolare ministeriale 128/T del 1995, con cui il dipartimento del Territorio del ministero delle Finanze aveva fornito le “Istruzioni per la compilazione dei modelli di nota approvati con Decreto Interministeriale 10 marzo 1995”.

I nuovi elenchi codificano sia fattispecie sopravvenute sia ipotesi già esistenti ma prive di un’apposita codificazione e, pertanto, finora gestite con codici generici. Inoltre, per facilitare l’ispezione dei registri immobiliari, riportano anche i codici già inclusi nelle tabelle originarie, anche quelli non più attuali o inibiti nell’utilizzo perché sostituiti.

Le codifiche di nuova introduzione potranno essere adottate per la redazione delle note su supporto informatico, predisposte utilizzando il programma “Unimod” o “Unimod semplificato”. Se invece si utilizza il programma “Nota”, non sarà possibile avvalersi delle new entry.
Per consentire gli adeguamenti tecnico-informatici delle procedure e dei software in uso, i nuovi codici potranno essere utilizzati a partire dal prossimo 30 ottobre.

Atti soggetti a trascrizione
Le nuove fattispecie soggette a trascrizione sono sostanzialmente riferibili a puntuali previsioni contenute in specifici atti normativi, spesso recanti modifiche al codice civile.
Fra queste, una riguarda il preliminare di compravendita. L’articolo 2645-bis del codice civile (introdotto dal Dl 669/1996) dispone che i contratti preliminari aventi a oggetto la conclusione di una compravendita o il trasferimento di un altro diritto reale (articolo 2643), anche se sottoposti a condizione o relativi a edifici da costruire o in corso di costruzione, devono essere trascritti se risultano da atto pubblico o da scrittura privata, con sottoscrizione autenticata o accertata giudizialmente. La circolare, pertanto, inserisce un apposito “codice atto” per il contratto preliminare di compravendita, che è l’ipotesi di gran lunga più frequente nella pratica, e prevede, inoltre, una ulteriore codifica per le altre casistiche possibili, diverse dalla compravendita. In questi casi, nella nota andrà specificato il negozio che le parti si sono obbligate a concludere (ad esempio, preliminare di permuta).

Di seguito, l’elenco delle varie fattispecie degli atti soggetti a iscrizione, di cui riportiamo alcuni esempi:
atti tra vivi (compravendita, regolamento di condominio, fusione di società)
atti per causa di morte (accettazione di eredità con beneficio di inventario, verbale di pubblicazione testamento)
atti amministrativi (concessione edilizia prevista da leggi speciali, espropriazione per pubblica utilità)
domande giudiziali (riscatto immobili, separazione giudiziale dei beni)
atti giudiziari (decreto di acquisto per usucapione speciale per piccola proprietà rurale, ordinanza che estingue diritti reali per prescrizione, sentenza di confisca beni)
atti esecutivi e cautelari (congelamento beni, pignoramento esattoriale, sequestro preventivo).
Atti per cui è richiesta l’iscrizione
I nuovi atti per cui è richiesta iscrizione ipotecaria derivano in maggioranza da modifiche normative apportate in ambito processuale, come quelle intervenute in tema di riscossione dei crediti tributari o contributivi (articolo 29 del Dl 78/2010). Sono stati, quindi, previsti specifici codici per le iscrizioni eseguite nell’ambito delle attività di riscossione dei crediti citati, raggruppati sotto la nuova voce “ipoteche della riscossione” (codici 420 – codice generico della nuova specie da utilizzare per eventuali ipotesi non espressamente codificate – e seguenti).
In tale ambito, la circolare ricorda, fra l’altro, che il legislatore ha introdotte rilevanti novità nel procedimento di riscossione delle somme dovute all’Agenzia delle Entrate in base agli atti di accertamento emessi dal 1° ottobre 2011, ai fini delle imposte sui redditi, dell’Irap e dell’Iva, relativi ai periodi d’imposta 2007 e successivi. Decorsi sessanta giorni dalla notifica, infatti, questi avvisi di accertamento, e relativi provvedimenti di irrogazione delle sanzioni, diventano esecutivi. E, senza preventiva notifica della cartella di pagamento, in base a detta esecutività dell’atto, l’agente riscossore procede all’espropriazione forzata con i poteri, le facoltà e le modalità previste dalle disposizioni che disciplinano la riscossione a mezzo ruolo. Pertanto, gli avvisi di accertamento esecutivi costituiscono titolo per iscrivere l’ipoteca di cui all’articolo 77 del Dpr 602/1973.

La tabella degli atti in base ai quali sono richieste le iscrizioni annovera varie fattispecie, di seguito elencate e di cui riportiamo alcuni esempi:
ipoteche volontarie (concessione a garanzia di mutuo, a garanzia di apertura di credito o a garanzia di cambiali)
ipoteche giudiziali (sentenza di divorzio)
ipoteche legali (compravendita)
ipoteche su concessioni amministrative e ipoteche della riscossione (avviso di accertamento esecutivo, avviso di addebito esecutivo, sentenza del giudice tributario)
iscrizione in separazione di beni
ipoteche in ripetizione
privilegio agrario convenzionale
privilegio speciale industriale
privilegio
privilegi in rinnovazione.
Tipi di annotazione
Per quanto concerne i tipi di annotazione, la circolare esamina le varie fattispecie, tra le quali è annoverata anche la surrogazione per volontà del debitore (istituto della “portabilità del mutuo”). In questo caso, l’annotamento può essere richiesto al conservatore senza formalità, allegando copia autentica dell’atto di surrogazione stipulato per atto pubblico o scrittura privata, seguendo specifiche modalità di presentazione per via telematica.

Già con la circolare 5/T del 28 luglio 2008, in tema di surrogazione in quota, era stato affrontato, sotto gli aspetti della pubblicità immobiliare, il peculiare profilo concernente l’ipotesi del subingresso di un nuovo creditore nella singola quota di credito di un finanziamento precedentemente frazionato. Con la precisazione che la “surrogazione in quota” si può configurare non solo con riferimento all’ipotesi di portabilità del mutuo, ma in relazione a tutte le fattispecie di surrogazione, quindi anche nel caso di surrogazione per volontà del creditore o di surrogazione legale.
Con la circolare odierna, pertanto, viene previsto uno specifico codice sia per la surrogazione ex articolo 120-quater del Dlgs 385/1993 sia per le ipotesi di surrogazione in quota di mutuo frazionato.

La tabella dei tipi di annotazione annovera varie fattispecie, di seguito elencate e di cui riportiamo alcuni esempi:
annotazioni alle trascrizioni (accollo di mutuo)
annotazioni alle iscrizioni (sequestro, cambiamento domicilio ipotecario, surrogazione)
annotazioni alle annotazioni (cancellazione, annullamento per erronea acquisizione).


Fonte: Agenzia Entrate

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Dati rilevanti studi di settore.

Approvate le specifiche tecniche da adottare per la trasmissione telematica dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore contenuti nei relativi modelli, che costituiscono parte integrante di Unico 2015, da utilizzare per il periodo d’imposta 2014.
A stabilirlo, il provvedimento 18 giugno 2015.

La trasmissione dei dati può essere effettuata direttamente dal contribuente interessato attraverso i canali telematici Entratel o Fisconline, messi a disposizione dall’Agenzia; in alternativa, l’invio può avvenire tramite intermediari autorizzati.

Con lo stesso documento sono stati approvati i controlli di coerenza tra le informazioni dichiarate nel modello degli studi di settore e quelle riportate in Unico 2015.

Corretti, infine, alcuni refusi presenti nelle istruzioni per la compilazione dei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti.


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Locazione immobile ereditato e bonus 50%.

Due anni fa ho ricevuto in eredità un appartamento oggetto di ristrutturazione e sto usufruendo delle rate residue del bonus fiscale. Se concedo in locazione l’immobile, perdo la detrazione?

L’erede può fruire del "bonus ristrutturazioni" qualora detenga materialmente e direttamente l’immobile, ossia ne abbia l'immediata disponibilità, potendone disporre liberamente e a proprio piacimento quando lo desideri, a prescindere dalla circostanza che lo abbia adibito ad abitazione principale (circolare n. 24/E del 2004). Tale condizione deve sussistere non solo nell’anno in cui l'eredità è accettata, ma anche in ciascun anno per il quale si vuole fruire delle residue rate di detrazione. Se l’erede che detiene direttamente l’immobile lo concede in comodato o in locazione, non potrà fruire delle rate di detrazione relative agli anni in cui l’immobile non è detenuto direttamente. Tuttavia, potrà ritornare a beneficiare delle eventuali rate residue di competenza degli anni successivi al termine del contratto di locazione o di comodato, qualora riprenda la detenzione materiale e diretta del bene (circolare 17/E del 2015).



Fonte: Agenzia Entrate

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Studi di settore, zero controlli con ravvedimento e dialogo.

Quando “nell’aria” c’è sentore di anomalia, l’Amministrazione finanziaria mette in guardia l’interessato, offrendogli la possibilità di rimediare con il beneficio di sanzioni ridotte.
Tale procedura, introdotta dall’ultima Stabilità (articolo 1, commi 634, 635 e 636, legge 190/2014) e già avviata per le incongruenze relative a plusvalenze e sopravvenienze attive per le quali si è scelta la tassazione in più quote (vedi articolo “Plusvalenze con quote (in)costanti: l’Agenzia sa, informa e previene”), con il provvedimento del 18 giugno 2015, entra in funzione anche per le anomalie riscontrate nell’ambito degli studi di settore.

In particolare, l’Agenzia ripone nel “cassetto fiscale” dell’interessato (a cui può accedere anche l’eventuale intermediario delegato):
l’invito a presentare i modelli degli studi, se il contribuente, pur obbligato, non vi ha provveduto
i modelli trasmessi
l’elenco delle anomalie emerse in fase di trasmissione della dichiarazione sulla base dei controlli telematici previsti tra i quadri contabili di Unico e i dati degli studi
le segnalazioni inviate dal contribuente o dal suo intermediario, tramite la specifica procedura, per comunicare eventuali giustificazioni in merito a situazioni di non congruità, non normalità e/o non coerenza o per fornire dettagli sulle cause di esclusione o di inapplicabilità
le comunicazioni di anomalie rilevate dall’Agenzia analizzando i dati dichiarati ai fini degli studi o le altre fonti informative disponibili
le risposte inviate dal contribuente relative a comunicazioni di anomalie nei dati dichiarati
le statistiche relative ai dati dichiarati ai fini degli studi di settore (queste sono pubblicate sul sito internet dell’Agenzia, consultabili liberamente e gratuitamente)
il prospetto su base pluriennale dell’andamento dei dati dichiarativi relativi agli studi applicati
il documento di sintesi dell’esito dell’applicazione degli studi sulla base dell’ultima versione di Gerico, comprensivo del posizionamento degli indicatori di coerenza e di normalità e dell’indicazione sull’accesso al regime premiale.
In caso di comunicazioni di anomalie, se non è stato delegato alcun intermediario, l’Agenzia avvisa dell’avvenuto aggiornamento del “cassetto” tramite gli indirizzi di posta elettronica certificata attivati dai contribuenti. A quelli abilitati ai servizi telematici recapita un avviso personalizzato nell’area autenticata e invia, ai riferimenti dagli stessi indicati, un messaggio di posta elettronica o un sms.
Le stesse informazioni sono messe a disposizione anche della Guardia di finanza.

I contribuenti interessati da comunicazioni di anomalie o da situazioni di non congruità, non normalità e/o non coerenza o, ancora, da cause di esclusione o inapplicabilità, possono fornire – anche tramite intermediario delegato – chiarimenti e precisazioni, utilizzando gli appositi software disponibili sul sito delle Entrate.
Inoltre, anche alla luce degli elementi e delle informazioni rese note dall’Agenzia, possono decidere di rimediare a eventuali errori e omissioni avvalendosi del rinnovato istituto del ravvedimento operoso, beneficiando della riduzione delle sanzioni, modulata in base alla tempestività della correzione (articolo 1, comma 637, legge 190/2014).




Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 17 giugno 2015

Imposta sostitutiva regime forfetario: istituiti i codici tributo.

L'Agenzia delle Entrate con Risoluzione dell' 11 giugno 2015 n. 59/E ha istituito i codici tributo per il versamento, tramite il modello F24, dell’imposta sostitutiva sul regime forfetario (il regime fiscale forfetario per le persone fisiche che esercitano attività d’impresa, arti o professioni, in forma individuale che nell’anno precedente hanno maturato i requisiti previsti dal comma 54 della legge 23 dicembre 2014, n. 190).

Per consentire ai soggetti interessati il versamento delle suddette somme dovute, tramite il modello F24, si istituiscono i seguenti codici tributo:
“1790” denominato “Imposta sostitutiva sul regime forfetario - Acconto prima rata - art. 1, c. 64, legge n. 190/2014”;
“1791” denominato “Imposta sostitutiva sul regime forfetario - Acconto seconda rata o in unica soluzione - art. 1, c. 64, legge n. 190/2014”;
“1792” denominato “Imposta sostitutiva sul regime forfetario - Saldo – art. 1, c. 64, legge n. 190/2014”.

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Alle forme societarie commerciali l'Irap si applica automaticamente.

Con la sentenza 10600 del 22 maggio 2015, la Corte di cassazione ha ribadito il principio in base al quale l'attività svolta dalle società commerciali costituisce in ogni caso presupposto d'imposta ai fini Irap, in applicazione di quanto espressamente previsto dall'articolo 2 del Dlgs 446/1997 (Istituzione e disciplina dell'imposta regionale sulle attività produttive).
Pertanto, la scelta di svolgere un'attività utilizzando uno dei modelli di società commerciale implica l'automatico assoggettamento a Irap, a nulla rilevando, in questo caso, il profilo dell'autonoma organizzazione.


Il fatto
Una Snc, operante nel campo dei servizi professionali e tecnici del settore edile, presentava all'Agenzia delle Entrate istanza di rimborso dell'Irap precedentemente pagata, asserendo la carenza del presupposto necessario ai fini dell'assoggettabilità al tributo in quanto la stessa, costituita tra professionisti, operava in assenza di autonoma organizzazione.
L'Agenzia delle Entrate rigettava l'istanza e la Snc procedeva all'impugnazione del diniego di rimborso.

Nel corso del contenzioso, tanto la Commissione tributaria provinciale quanto quella regionale condividevano il giudizio di assenza di svolgimento di attività autonomamente organizzata in capo alla contribuente che, pertanto, avrebbe indebitamente versato l'Irap, con conseguente diritto al rimborso.
In particolare, la Ctr, richiamando la portata delimitativa del perimetro soggettivo di imponibilità ai fini Irap, conseguente alla sentenza della Corte costituzionale 156/2001, ha ritenuto che "l'assenza di autonoma organizzazione era elemento da non intendersi in senso assoluto, bensì relativo, da escludere ove fosse riscontrato - come nel caso di specie - un corredo minimale di strumenti senza il quale l'attività professionale o autonoma non sarebbe concepibile, privo com'era di lavoratori dipendenti o collaboratori, con beni minimi".

Avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale, l'Agenzia proponeva ricorso per cassazione, fondato su un unico motivo, con il quale deduceva la violazione degli articoli 2 e 3 del Dlgs 446/1997.
L'Amministrazione finanziaria lamentava che il giudice di secondo grado aveva erroneamente trascurato che l'attività esercitata da società ed enti costituisce in ogni caso presupposto d'imposta ai fini dell'imposta, essendo dunque soggetti passivi del tributo anche le Snc.

La sentenza
La Cassazione ha ritenuto fondato il motivo di ricorso articolato dall'Agenzia delle Entrate, disattendendo la tesi dei giudici di merito.
La suprema Corte, invero, ha precisato che, in base a un principio focalizzato nella giurisprudenza di legittimità e avuto riguardo alla natura di requisito di secondo grado dell'autonoma organizzazione rispetto alla soggettività societaria del contribuente, l'attività esercitata sotto forma di società commerciali costituisce in ogni caso presupposto d'imposta ai fini dell'assoggettamento a Irap (articolo 2 del Dlgs 446/1997), "della cui legittimità non sembra possibile dubitare alla luce di Corte cost. 156/2001 che, com'è noto, ha ritenuto l'elemento organizzativo connaturato alla nozione stessa d'impresa" (Cassazione, pronunce 25741/2009 e 25315/2014).

I giudici, inoltre, hanno richiamato un'ulteriore giurisprudenza in base alla quale perfino l'esercizio in forma associata di una professione liberale rientra nell'ipotesi regolata dalla lettera c), comma 1, articolo 3, Dlgs 446/1997, e costituisce, in base alla seconda parte del comma 1 articolo 2 dello stesso decreto, presupposto dell'imposta, prescindendosi completamente dal requisito dell'autonoma organizzazione (Cassazione, pronunce 16784/2010 e 25313/2014).

Ciò posto, e stante il carattere normativo del requisito impositivo, è del tutto irrilevante, secondo la suprema Corte, la disamina istruttoria circa la sussistenza o meno di un'autonoma organizzazione separata rispetto all'apporto personale dei soci, trattandosi di un profilo attinente a un'indagine di merito incompatibile con la forma societaria prescelta dal contribuente (nel caso concreto Snc che, in quanto società commerciale, è inevitabilmente soggetto passivo Irap).

La Cassazione, quindi, ha accolto il ricorso dell'Agenzia delle Entrate, cassando la sentenza impugnata e rigettando l'originaria istanza di rimborso presentata dal contribuente.




Fonte: Agenzia Entrate

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Diverso regime di ammortamento non motivato.

Con la sentenza 451/2015 la Corte di cassazione conferma il proprio orientamento in ordine all’applicazione dell’abuso del diritto, rinviando alla nota sentenza delle sezioni unite 30055/2008 e alla decisione della Corte di giustizia europea 13 febbraio 2014, n.18/13, peraltro emessa in materia di Iva, ossia in un ambito definito con direttive ove è sempre stato previsto per gli Stati membri la possibilità di inserire clausole antielusione.
La decisione della Suprema corte, invece, non rinvia al proprio precedente 22016/2014, secondo cui, qualora la variazione delle quote di ammortamento non sia stata giustificata nella nota integrativa al bilancio, quest’ultimo è da considerare nullo (rectius, annullabile) ai fini civilistici e la deficienza ne giustifica il disconoscimento anche ai fini fiscali, ancorché la relativa disciplina ammetta l’ammortamento nel limite dei coefficienti tabellari di formazione ministeriale.

I giudici di legittimità, invece, citano un altro precedente espresso nella successiva sentenza 25758/2014, la quale, in tema di leasing back (e sempre in forza del principio dell’indisponibilità pel contribuente dei criteri di deducibilità degli ammortamenti), aveva statuito che “l’eventuale utilizzazione abusiva di un differente regime di ammortamento, volta ad anticipare indebitamente la deducibilità del componente negativo di reddito, inciderebbe sul principio costituzionale di capacità contributiva”.

A conferma di tale orientamento, la decisione in commento indica pure la sentenza 25972/2014, per la quale nella valutazione, a fini fiscali, dei processi di riordino aziendale realizzati mediante contratti di sale and lease back, integra gli estremi della condotta abusiva – e non l’illiceità della causa ovvero l’illiceità del motivo – quella costruzione che, tenuto conto sia della volontà delle parti implicate, sia del contesto fattuale e giuridico, ponga quale elemento essenziale dell’operazione economica lo scopo di ottenere vantaggi fiscali, con l’effetto che il divieto di comportamenti abusivi non vale ove quelle operazioni possano spiegarsi altrimenti che con il mero conseguimento di risparmi d’imposta e manchi il presupposto dell’esistenza di un alternativo strumento giuridico che sia comunque idoneo e funzionale al raggiungimento dell’obiettivo economico perseguito.
In tale decisione, il Supremo collegio aveva rilevato che neppure il più favorevole ammortamento dei canoni di locazione finanziaria rispetto alla deduzione delle quote di ammortamento derivanti dall’acquisizione/costruzione immobiliare gravata da mutuo, legittima la qualificazione dell’operazione quale volta a ottenere un illegittimo risparmio d’imposta, se non venga dimostrato dall’ufficio finanziario l’inesistenza di valide ragioni economiche (come quelle di liquidità monetaria, di ripartizione del rischio e di garanzia patrimoniale) in base alla rigorosa prova comparativa del vantaggio fiscale globalmente considerato tra acquirente utilizzatore e società di locazione finanziaria.

La decisione della Corte di legittimità in nota non affronta la questione interpretativa offerta dall’articolo 1, comma 34, della legge 244/2007, il quale ha stabilito che gli ammortamenti effettuati a partire dal 2008 (ossia dal momento dell’abrogazione della facoltà di dedurre ammortamenti anticipati) possono essere disconosciuti “se non coerenti con i comportamenti contabili sistematicamente adottati nei precedenti esercizi, salva la possibilità per l’impresa di dimostrare la giustificazione economica di detti componenti in base a corretti principi contabili”.
A ogni modo, la decisione della Cassazione in commento ha risolto la controversia evidenziando come, nonostante fosse stato attivato sin dall’origine il contraddittorio procedimentale sulla natura elusiva di tale modalità di ammortamento, la società contribuente non avesse mai non solo provato, ma nemmeno allegato - anche in corso di causa - qualsivoglia “ragione extrafiscale” tantomeno “non marginale” (ritenuta necessaria dalle pronunce della Cassazione 8772/2008, 10257/2008 e 25972/2014) dell’improvviso raddoppio dei coefficienti di ammortamento, che potesse valere a inquadrare il contestato vantaggio fiscale “indebito” come legittimo risparmio di imposta.

Peraltro, il Supremo collegio, nella sentenza 528/2007, aveva affermato che l’avvenuta abrogazione ex articolo 5 del Dpr 695/1996 dell’obbligo di registrazione nell’apposito registro dei beni ammortizzabili, previsto dall’articolo 75, comma 6, del Tuir (ante 2004) che riconosceva la deducibilità delle relative quote di ammortamento, sempreché fossero state annotate in altre scritture contabili, aveva natura retroattiva.

In merito all’abuso del diritto nei riguardi delle deduzione delle quote di ammortamento, la Corte regolatrice del diritto era già intervenuta più volte con la decisione 8481/2009 ove, dopo aver ritenuto che il gruppo di società dev’essere individuato quale unico imprenditore, rinviene l’effetto che il contratto di locazione finanziaria di beni ammortizzabili stipulati tra due società del medesimo gruppo realizza un abuso di diritto tributario.
Nella successiva decisione di legittimità 17190/2009, si era statuito come l’atto di autonomia privata, con il quale i soggetti del leasing regolino il loro rapporto, adattandolo alle loro sopravvenute esigenze attraverso una riduzione della sua durata, produca un effetto – la riduzione della durata del contratto a un periodo inferiore agli otto anni (ossia al termine previsto dalla norma tributaria) – che, a prescindere dagli altri profili della sua natura giuridica, è di per sé sufficiente per escludere la deducibilità di tutti i canoni di leasing. Il Supremo collegio giustifica tale affermazione dalla constatazione che, se non fosse così, sarebbe sufficiente, per poter dedurre dall’imponibile i canoni di un leasing di durata inferiore agli otto anni, stipulare dapprima un contratto di tale natura per una durata superiore agli otto anni e, poi, prima che sia decorso l’intero periodo previsto per la sua efficacia, adottare un qualsiasi atto negoziale che ne decurti la durata inizialmente prevista, eludendo così il divieto della legge fiscale.




Fonte: Agenzia Entrate

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Credito di imposta prima casa.

Nel 2006, al momento del riacquisto della nostra abitazione principale entro un anno dalla vendita della precedente, il notaio non ha indicato il credito d'imposta. È possibile recuperarlo e in che modo?

Per fruire del credito d’imposta, occorre manifestare tale volontà con un’apposita dichiarazione nell’atto di acquisto del nuovo immobile, specificando se si intende utilizzare lo stesso in detrazione dall’imposta di registro dovuta per lo stesso atto (articolo 7, commi 1 e 2, della legge 448/1998). Se la dichiarazione è stata omessa, è possibile rimediare con un successivo atto integrativo, a condizione che il contribuente sia in possesso della documentazione comprovante l’effettiva sussistenza dei requisiti. In alternativa, il credito può essere utilizzato in diminuzione dell’Irpef dovuta in base alla prima dichiarazione successiva al nuovo acquisto. In tale ipotesi, il diritto, che in relazione alle altre modalità di fruizione si prescrive nel termine ordinario di dieci anni, può essere esercitato, a pena di prescrizione, solo ed esclusivamente in sede di presentazione della prima dichiarazione successiva alla data dell'acquisto che genera il bonus (circolare 19/2001, paragrafo 1.6). È possibile, infine, utilizzarlo per compensare altri tributi e contributi dovuti, tramite il modello F24. In ogni caso, per espressa disposizione normativa, il credito di imposta non dà luogo a rimborsi.



Fonte: Agenzia Entrate

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Un contratto di sponsorizzazione deve accrescere il volume d’affari.

Ai fini della deducibilità delle spese relative a un contratto di sponsorizzazione, il contribuente ha l’onere di dimostrare la congruità dei costi in rapporto all’attività caratteristica e al volume d’affari legato all’attività di sponsor e l’inerenza delle spese in termini di concreto vantaggio che la società avrebbe ritratto in termini di allargamento della clientela e di incremento dei ricavi.
E inoltre, le spese di sponsorizzazione devono ritenersi spese di rappresentanza, e non di pubblicità, se la società non dimostra, altresì, che i costi sostenuti hanno il fine diretto di incrementare le vendite e la clientela e non di accrescerne genericamente il prestigio.
Questo il contenuto della sentenza n. 10914 emessa dalla Corte di cassazione il 27 maggio 2015.

Il fatto
Sulla scorta delle risultanze di una verifica fiscale, l’Agenzia delle Entrate ha notificato a una società produttrice di manufatti in vetroresina, diretti ai mercati internazionali, un avviso di accertamento ai fini delle imposte dirette e dell’Iva, avente a oggetto la ripresa a tassazione di costi afferenti alla sponsorizzazione di eventi locali di natura fieristica e sportiva.
A parere dell’ufficio accertatore, le spese sostenute dalla società non erano qualificabili come spese di pubblicità (integralmente deducibili dal reddito imponibile) bensì come spese di rappresentanza, deducibili nei limiti di un terzo del loro ammontare, ai sensi dell’articolo 74, comma 2, del Tuir vigente ratione temporis.

Il ricorso della società ha trovato accoglimento sia in sede del primo sia in sede del secondo grado di merito.
A parere dei giudici della Ctr, l’operato della società era legittimo, in quanto il concetto di spesa di pubblicità comprende anche i costi che, pur non essendo sostenuti al fine diretto di incrementare le vendite, sono in grado di “far acquisire all’impresa nuova clientela o di ampliare il fatturato nei confronti della clientela già esistente”.

Il ricorso proposto dall’Agenzia delle Entrate, affidato a quattro motivi di doglianza, è stato accolto dai giudici della suprema Corte, che hanno cassato la decisione impugnata, rinviando la causa a sezione diversa della competente Commissione tributaria regionale.

La decisione
In tema di deducibilità delle spese di pubblicità e di rappresentanza, il comma 2 dell’articolo 74 del Tuir (nella versione vigente all’epoca dei fatti, oggi articolo 108) prevedeva, per le prime, la deducibilità integrale dal reddito imponibile nell’esercizio di sostenimento o in quote costanti in cinque esercizi.
Diversamente, le spese di rappresentanza erano ammesse in deduzione “nella misura di un terzo del loro ammontare” nell’esercizio di sostenimento o in quote costanti in cinque esercizi.

Attualmente, il trattamento delle spese di rappresentanza è disciplinato dal comma 2 dell’articolo 108 del Tuir, che ne condiziona la deducibilità nel periodo d’imposta di sostenimento “se rispondenti ai requisiti di inerenza e congruità stabiliti con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, anche in funzione della natura e della destinazione delle stesse, del volume dei ricavi dell’attività caratteristica dell’impresa e dell’attività internazionale dell’impresa”.
Nel caso di specie, la questione dirimente attiene la corretta qualificazione dei costi in esame, da inquadrare come spese di pubblicità o spese di rappresentanza.

L’Agenzia delle Entrate ha contestato l’affermazione del giudice di merito in due punti.
Nel primo, in cui la commissione ha affermato che il concetto di pubblicità comprende tutti quei costi che, anche in prospettiva, appaiono in grado di comportare un incremento del volume d’affari aziendale; nel secondo, in cui è stato dichiarato che tali costi non sono sindacabili dall’Amministrazione finanziaria in sede di controllo, perché attengono la sfera delle scelte compiute liberamente dall’imprenditore.

I giudici della suprema Corte hanno ritenuto fondati i motivi di doglianza addotti dall’Agenzia delle Entrate, riprendendo un concetto oramai consolidato nella giurisprudenza di legittimità, per cui “il criterio discretivo tra spese di rappresentanza e di pubblicità va individuato nella diversità, anche strategica, degli obiettivi, atteso che costituiscono spese di rappresentanza i costi sostenuti per accrescere il prestigio e l’immagine della società e per potenziarne le possibilità di sviluppo, senza dar luogo ad una aspettativa di incremento delle vendite, mentre sono spese di pubblicità o propaganda quelle erogate per la realizzazione di iniziative tendenti, prevalentemente anche se non esclusivamente, alla pubblicizzazione di prodotti, marchi e servizi, o comunque al fine diretto di incrementare le vendite (16812/14; 15318/14; 15183/14)”.

Oltre a ciò, i giudici hanno fissato un ulteriore importante principio, in ragione del quale le spese – intese genericamente come “di sponsorizzazione” – costituiscono spese di rappresentanza, deducibili parzialmente, ai sensi del vecchio articolo 74 del Tuir (oggi superato nella sostanza dall’articolo 108), “ove il contribuente non provi che all’attività sponsorizzata sia riconducibile una diretta aspettativa di ritorno commerciale (27482/14; 14252/14; 3433/12)”.

La sentenza in commento contiene anche una precisazione in tema di onere della prova, che parte dal presupposto, oramai consolidato, che l’onere della prova – in caso di costi e oneri dedotti dal reddito imponibile – incombe sul contribuente che ne ha tenuto conto nella propria dichiarazione.
Nello specifico, la Cassazione ha precisato che la deducibilità delle spese relative a un contratto di sponsorizzazione è condizionata alla dimostrazione, posta a carico del contribuente, “del requisito dell’inerenza, consistente non solo nella giustificazione della congruità dei costi, rispetto ai ricavi o all’oggetto sociale, ma soprattutto nell’allegazione delle potenziali utilità per la propria attività commerciale o dei futuri vantaggi conseguibili attraverso la pubblicità svolta dall’impresa in favore del terzo (24065/11)”.

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate aveva contestato l’integrale deduzione dei costi di sponsorizzazione, perché l’impresa non aveva fornito la prova dell’inerenza delle iniziative finanziate, di carattere prettamente locale, a fronte dell’attività commerciale rivolta prevalentemente ai mercati internazionali.
Avallando la posizione dell’Amministrazione finanziaria, i giudici di legittimità hanno sancito che la società non ha ottemperato all’onere di dimostrare, non solo la congruità dei costi in rapporto all’attività caratteristica e al volume d’affari, ma anche la loro idoneità ad ampliare le prospettive di crescita, in termini di allargamento della clientela e di incremento di ricavi, nell’ambito territoriale che aveva beneficiato dell’attività di sponsorizzazione.



Fonte: Agenzia Entrate

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Contribuenti minimi e modello Intra.

Sono un contribuente "minimo", iscritto al Vies. Ho effettuato una prestazione di servizi verso una società spagnola. Devo inviare il modello Intra?

Se un operatore "minimo" italiano effettua prestazioni di servizi nei confronti di un soggetto passivo di imposta di un altro Stato membro dell’Unione europea, non effettua un’operazione intracomunitaria ma un’operazione interna, senza diritto di rivalsa, per la quale l'Iva non viene evidenziata in fattura. L’operatore, pertanto, non è tenuto a compilare l’elenco riepilogativo delle prestazioni di servizi rese (circolare 36/E del 2010).



Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborso Iva.

Il rimborso dell’eccedenza dell’Iva detraibile costituisce uno degli elementi fondamentali a garanzia dell’applicazione del principio della neutralità fiscale, relativo all’Iva.
In tema di rimborsi Iva, l’articolo 183 della direttiva n. 2006/112/Ce dispone che qualora, per un periodo d’imposta, l’importo delle detrazioni superi quello dell’Iva dovuta, gli Stati membri possono far riportare l’eccedenza al periodo successivo o procedere al rimborso secondo modalità da essi stabilite.
Secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia, le modalità nazionali di rimborso dell’eccedenza di Iva che uno Stato membro stabilisce devono consentire al soggetto passivo di recuperare, in condizioni adeguate, la totalità del credito risultante da detta eccedenza di Iva. Ciò significa che, in linea di principio, il rimborso Iva deve essere effettuato, entro un termine ragionevole, mediante pagamento di somme liquide di denaro o in modo equivalente, senza far correre alcun rischio finanziario al soggetto passivo (cfr Corte di giustizia: 28 luglio 2011; 21 gennaio 2010, causa C‑472/08, Alstom Power Hydro causa C-274/10, Commissione Europea contro Repubblica di Ungheria; 25 ottobre 2001, Causa C-78/00, Commissione/Repubblica italiana; 12 maggio 2011, Causa C-107/10, Enel Maritsa Iztok).

Nell’ordinamento nazionale, l’importo a credito che risulta a fine anno può essere chiesto a rimborso al sussistere di determinati presupposti soggettivi e oggettivi disciplinati dall’articolo 30 del Dpr 633/1972. Il successivo articolo 38-bis fissa le regole di esecuzione dei rimborsi. Gli articoli 38-bis1 e 38-bis2 dettano le regole, rispettivamente per il rimborso dell’Iva pagata da soggetti passivi italiani in altri Stati membri dell’Ue e per il rimborso dell’Iva italiana a soggetti passivi d’imposta stabiliti in altri paesi dell’Ue. La disciplina del rimborso a soggetti passivi stabiliti fuori dell’Ue è contenuta, infine, nell’articolo 38-ter del Dpr 633/1972.

Presupposti del rimborso
Sotto il profilo della legittimazione soggettiva, il rimborso può essere chiesto dal contribuente, soggetto passivo Iva. In proposito, secondo la giurisprudenza nazionale (Cassazione, sentenza 208/2001) ed europea (Corte di giustizia Cee, sentenza 10 aprile 2008, causa C-309/06), qualora il fornitore di beni o servizi addebiti erroneamente l’Iva a un privato, quest’ultimo non è legittimato a chiedere il rimborso dell’imposta direttamente all’Erario o ad attivare una procedura avanti le commissioni tributarie per avere restituita dallo Stato l’Iva che ritiene non dovuta.

Con riguardo all’ipotesi di cessazione dell’attività d’impresa, che si concretizza, ai fini civilistici e fiscali, nell’esaurimento della fase di liquidazione della società, la richiesta di rimborso relativa all’eccedenza d’imposta, risultata alla cessazione dell’attività, il contribuente ha diritto al rimborso dell’Iva da tale momento e non da quello di presentazione della dichiarazione di cessazione dell’attività d’impresa (Cassazione, ordinanza 8851/2015; ordinanza 8733/2015; 9794/2010; 25318/2010; 13920/2011; 27948/2009; 14070/2012; 7684, 7685 e 23580/2012; 5851/2012).

Nei casi di fallimento, solo la dichiarazione del curatore per il periodo prefallimentare, a differenza della dichiarazione annuale, accerta formalmente la cessazione di attività e chiude l’intero rapporto tributario antecedente. Conseguentemente, tale dichiarazione del curatore è ritenuta equiparabile alla cessazione dell’attività, facendo sorgere il diritto della curatela fallimentare al rimborso dei versamenti che risultino effettuati in eccedenza, ai sensi dell’articolo 30 del Dpr 633/1972 (Cassazione 8642/2009; 19072/2003).
Il comma 2 dell’articolo 74-bis del Dpr 633/1972 - introdotto con il Dpr 687/1974 - nello stabilire che per le operazioni effettuate successivamente all’apertura del fallimento gli adempimenti previsti dalla legge Iva devono essere eseguiti dal curatore lascia intendere che si sia voluta conservare, agli effetti Iva, la qualifica di imprenditore anche alla gestione fallimentare dell’impresa. Conseguentemente al fallito tornato in bonis spetta il rimborso del credito Iva determinatosi in capo alla impresa durante il fallimento, a nulla rilevando che in tale periodo l’impresa non abbia effettuato operazioni attive - come richiede l’articolo 30, ultimo comma, del Dpr 633/1972 - in quanto tale norma non può che riferirsi alle sole imprese in piena attività. Il socio di una società di persone una volta tornato in bonis è, quindi, pienamente legittimato a impugnare dinanzi alle Commissioni tributarie il rifiuto dell’ufficio Iva a rimborsare un credito alla società (Cassazione, 13091/1992).

La richiesta di rimborso dell’eccedenza di credito Iva presentata da una società in fase di liquidazione, ai sensi dell’articolo 30, secondo comma, del Dpr 633/1972, può rendersi legittimamente esperibile solo in relazione all’anno d’imposta in cui sono effettivamente terminate le operazioni di liquidazione, e non nell’anno di mera messa in liquidazione della società (Cassazione, 10227/2003). In tale fattispecie, la Corte di cassazione ha anche riconosciuto che il credito di una società posta in liquidazione, relativo al rimborso dell’imposta richiesto, a norma del Dpr 633/1972, articolo 30, all’atto della dichiarazione Iva dell’ultimo anno di attività, non è condizionato all’esposizione del credito stesso nel bilancio finale della società (nella specie assente, per essere stato quel credito ceduto), in quanto l’efficacia probatoria dei libri sociali, derivante dalla normativa pubblicistica, attiene ai rapporti di debito e credito inerenti all’esercizio dell’impresa, mentre la contabilità Iva, pur non avendo alcuna efficacia probatoria in tali rapporti, documenta comunque il debito fiscale, rendendone possibile il controllo da parte dell’amministrazione finanziaria (Cassazione, ordinanza 13345/2012; sentenza 3530/2006).

Nei casi di conferimento di un’azienda individuale in una società, sia essa di persona o di capitali, comporta la successione dei contratti regolata dall’articolo 2559 del codice civile. Conseguentemente, il credito Iva (che può essere ceduto ai sensi dell’articolo 5, comma 4-ter, del Dl 70/1988), già vantato dall’imprenditore individuale, non può essere chiesto a rimborso dal soggetto conferente, ma soltanto dalla società conferitaria (Cassazione, 6578/2008).

In caso di fusione per incorporazione, una fattispecie in cui determinate operazioni compiute da una società successivamente incorporata, e dalle quali è derivato un credito d’imposta, siano state evidenziate nella dichiarazione annuale erroneamente presentata da tale società per la frazione d’anno “ante” fusione, e non nella dichiarazione annuale cumulativa (correttamente) presentata dalla società incorporante “post” fusione, costituisce violazione di carattere meramente formale, in quanto di per sé non comportante pregiudizio patrimoniale a danno dell’Erario, quindi sanabile dalla stessa incorporante a norma dell’articolo 19-bis del Dl 41/1995. Conseguentemente, deve ritenersi legittima la richiesta di rimborso di tale credito presentata dall’incorporante nella cennata dichiarazione annuale cumulativa, qualora dalle scritture contabili tenute dall’incorporata il credito medesimo risulti effettivamente spettante (Cassazione, 22774/2006).

Sotto il profilo oggettivo, secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, il diritto alla detrazione - e quindi, ove consentito ex lege, al rimborso - dell’imposta assolta sugli acquisti, ai sensi dell’articolo 19 dello stesso Dpr 633, spetta anche qualora la società non abbia ancora compiuto operazioni attive imponibili per temporanee difficoltà finanziarie o per fluttuazioni di mercato (Cassazione, 5739/2005; 15224/2004; 27046/2005).
La soluzione della giurisprudenza nazionale appare coerente ai principi sanciti dalla giurisprudenza della Corte di giustizia secondo cui chi ha l’intenzione, confermata da elementi obiettivi, di iniziare in modo autonomo un’attività economica ed effettua, a tal fine, le prime spese di investimento, deve essere considerato come soggetto passivo che ha il diritto di detrarre immediatamente l’Iva dovuta o pagata sulle spese sostenute in vista delle operazioni che intende effettuare e che danno diritto alla detrazione, senza dovere aspettare l’inizio dell’esercizio effettivo della sua impresa (Corte di giustizia, cause riunite da C-110/98 a C-147/98, Gabalfrisa e a.). Salvo nei casi di situazioni fraudolente o abusive, la qualità di soggetto passivo Iva non può essere revocata con effetto retroattivo a tale società, qualora, in considerazione dei risultati di tale studio, si sia deciso di non passare alla fase operativa e di metterla in liquidazione, di modo che l’attività economica prevista non ha dato luogo a operazioni imponibili (Corte di giustizia, sentenza 29 febbraio 1996, C-110/94, Inzo).
Il diritto a detrazione rimane acquisito qualora, a causa di circostanze estranee alla sua volontà, il soggetto passivo non abbia mai fatto uso dei suddetti beni e servizi per realizzare operazioni imponibili (cfr Corte di giustizia, 15 gennaio 1998, C-37/95, Soc. Ghent Coal Terminal NV).

Con riguardo al rimborso dell’Iva indebitamente fatturata dal cedente e da questi versata all’Erario, secondo l’orientamento maggioritario della giurisprudenza della Corte di cassazione, il soggetto legittimato a richiedere all’Amministrazione finanziaria il rimborso della maggiore imposta versata deve essere individuato nel cedente del bene o nel prestatore del servizio, e non nel cessionario e/o committente che ha versato al primo tale imposta a titolo di rivalsa (Cassazione, 3817/2009; 28177/2008; 272/2001; 8783/2001). Conseguentemente, il committente dei servizi che abbia corrisposto l’Iva al prestatore non è legittimato a chiederne la ripetizione all’Amministrazione finanziaria (Cassazione, 19682/2004).
In senso contrario, parte della giurisprudenza di Cassazione ha ritenuto che i committenti e gli acquirenti che operano nell’esercizio di una professione o di un’impresa, acquistando beni e servizi strumentali ai fini di tale esercizio, sono ammessi ad adire la giurisdizione tributaria - in virtù del principio di effettività delle norme di diritto dell’Unione europea la cui applicazione ed efficacia devono essere assicurate nell’ordinamento interno - in merito a ogni controversia tributaria (Cassazione, 208/2008; 20752/2008).

Modalità di richiesta del rimborso
Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, deve ritenersi non legittima la richiesta di rimborso dell’imposta evidenziata a credito in una dichiarazione annuale non sottoscritta, la cui nullità non è stata sanata dal contribuente nel termine di trenta giorni dal ricevimento dell’invito dell’ufficio Iva competente alla successiva sottoscrizione della medesima dichiarazione (Cassazione, 22018/2006; 19742/2010; 10605 e 10606 del 2011).

Qualora il contribuente, nella dichiarazione annuale, abbia avanzato richiesta di rimborso dell’eccedenza detraibile, ai sensi dell’articolo 30 del Dpr 633/1972, la successiva detrazione in sede di liquidazione, anteriormente alla revoca della richiesta di rimborso, della medesima somma già oggetto di detta richiesta, è illegittima e configura un omesso versamento di somme dovute all’erario (Cassazione, 4246/2007; 22872/2006; 4743/2010).

La mancata attivazione della speciale procedura di variazione dell’imposta e dell’imponibile ivi prevista fa venir meno solo il diritto a recuperare il credito mediante detrazione, ma non preclude la possibilità di ottenere il rimborso della maggiore imposta, indebitamente versata, poiché il ricorso a tale procedura rappresenta una modalità di recupero dell’indebito rimessa alla libera scelta del contribuente, che potrebbe pertanto optare, del tutto legittimamente, per l’azione generale di rimborso prevista dal Dlgs 546/1992, articolo 21 (Cassazione, 5427/2000; 2274 e 3306 del 2004; 4416 e 5094 del 2005; 9437/2006; 6193/2007; 3380/2010; 7330/2012).

Nel caso in cui il cedente, non essendosi avvalso della procedura di cui all’articolo 26 del Dpr 633/1972 al fine di “recuperare” l’Iva erroneamente da lui versata, ricorra all’azione generale di rimborso disciplinata dall’articolo 21 del Dlgs 546/1992, l’Amministrazione finanziaria non potrà opporgli la circostanza che egli si sia, a sua volta, rivalso dell’imposta sul cessionario. Conseguentemente non rileva la possibilità che il cedente finisca con il conseguire un arricchimento definitivo e senza titolo, dovuto al successivo inadempimento del suo obbligo di restituzione, al cessionario, dell’importo indebitamente conseguito in rivalsa, posto che una tale evenienza rappresenta un dato del tutto ipotetico postulante una futura e illecita condotta del cedente (Cassazione, 8786/2009).

Con riguardo alla spettanza del rimborso nell’ipotesi di mancata presentazione del modello VR, la Suprema corte ha affermato che, ai sensi dell’articolo 38-bis del Dpr 633 del 1972, nel caso di dichiarazione annuale con indicazione di un credito d’imposta in favore del contribuente, la mancata presentazione del modello per la richiesta di rimborso (modello VR) non comporta la perdita del diritto sostanziale al rimborso stesso, applicandosi per esso il termine ordinario di prescrizione decennale stabilito dall’articolo 2946 cc (Cassazione, 20039/2011; 4161/2009).
Secondo quest’ultimo orientamento giurisprudenziale, la domanda di rimborso dell’Iva o di restituzione del credito d’imposta maturato dal contribuente deve ritenersi già presentata con la compilazione, nella dichiarazione annuale, del quadro relativo al credito stesso. La presentazione del modello di rimborso costituisce esclusivamente presupposto per l’esigibilità del e, quindi, adempimento necessario solo per dare inizio al procedimento di esecuzione di esso.
Ne consegue che, una volta manifestata in dichiarazione la volontà di recuperare il credito d’imposta, il diritto al rimborso, pure in difetto dell’apposita, ulteriore domanda, non può considerarsi assoggettato al termine biennale di decadenza previsto dal Dlgs 546/1992, articolo 21, comma 2, ma solo a quello di prescrizione ordinario decennale ex articolo 2946 cc, come nella specie (Cassazione, 9970/2015; 11389/2015; cfr anche Cassazione, 20678/2014; 15229/2012; 17396/2012).

In altri termini, alla proposizione formale di apposita istanza di rimborso o alla equipollente dichiarazione del credito Iva nel relativo quadro della dichiarazione annuale, si applica il termine biennale di decadenza di cui all’articolo 21 del Dlgs 546/1992. Tuttavia, laddove la decadenza sia stata evitata con l’avvenuta presentazione dell’istanza nel biennio, anche mediante inserimento del credito in dichiarazione, e una volta che sulla richiesta sia maturato il silenzio rifiuto o vi sia stato un formale atto di diniego, non potrà che essere applicato l’ordinario termine decennale di prescrizione di cui all’articolo 2946 cc, decorso il quale il diritto al rimborso si estinguerà definitivamente (cfr Cassazione, 9970/2015; 16477/2004; 20039/2011; 7684/2012; 8813/2013; 20678/2014).

Tra le questioni interpretative connesse alla tematica dei rimborsi Iva, una delle più complesse, è stata quella relativa al riconoscimento del diritto al rimborso in caso di omessa presentazione della dichiarazione annuale Iva.
Secondo la Corte di cassazione, la mancata esposizione della maggiore detrazione nella dichiarazione annuale esclude il diritto di detrarre l’eccedenza nell’anno successivo, ai sensi del Dpr 633/1972, articolo 30, comma 2, oltre a quello di chiederne il rimborso; ma ciò non implica affatto che il contribuente, dopo aver versato (per ragioni cautelative o di altro genere) somme obbiettivamente non dovute, perda il diritto di chiedere la ripetizione dell’indebito, entro i termini e salve le preclusioni di legge.
In tal senso, secondo la Corte di cassazione, la mancata esposizione del credito Iva nella dichiarazione annuale non comporta la decadenza dal diritto di far valere tale credito, purché lo stesso emerga dalle scritture contabili (Cassazione, 17067/2006 e 22774/2006, nella cui motivazione si richiama Corte di giustizia, sentenza 11 luglio 2002, C-62 Liberexim BV).

Questa conclusione è conforme sia a principi generali, di rango costituzionale (capacità contributiva e di buona amministrazione) o propri del sistema tributario, per cui la dichiarazione non assume valore confessorio e non costituisce fonte dell’obbligazione tributaria (Cassazione, 4755/2008, 1708/2007, 8362/2002), mentre i rapporti tra Amministrazione finanziaria e contribuente debbono essere improntati a collaborazione e buona fede, sia a principi del diritto dell’Unione europea.
Secondo tale orientamento della Corte di cassazione, la dichiarazione del contribuente non costituisce la fonte dell’obbligo tributario né produce effetti assimilabili a quelli di una confessione (la dichiarazione, precisamente, rappresenta unicamente un momento essenziale del procedimento di accertamento e riscossione dell’imposta): quella fonte, infatti, per l’imposta sul valore aggiunto, ai sensi del Dpr 633/1972, articolo 1, è data unicamente dal coinvolgimento del contribuente in una delle operazioni imponibili (Cassazione, 10808/2012).
Risulta, quindi, superato l’orientamento secondo cui, ai sensi dell’articolo 37 del Dpr 633/1972, vigente ratione temporis (1993), poiché la dichiarazione annuale del tributo deve considerarsi come l’unico strumento per riconoscere qualunque effetto favorevole per il contribuente, la presentazione tardiva della medesima (equivalendo all’omissione) preclude il riconoscimento del credito d’imposta in essa indicato, pur se effettivamente esistente (Cassazione, 28050/2009).

Differente fattispecie è quella in cui il credito Iva è indicato nella dichiarazione relativa all’anno di maturazione, ma non è riportato nella dichiarazione annuale immediatamente successiva (per dimenticanza o per omissione della stessa).
In proposito, secondo la Corte di cassazione, ove il contribuente fruisca di un credito di imposta per un determinato anno e lo esponga nella dichiarazione annuale, se omette di riportarlo nella dichiarazione relativa all’anno successivo, non perde il diritto al rimborso (Cassazione, 523/2002).


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 12 giugno 2015

Surroga mutuo cointestato.

Ho contratto con mio marito un mutuo per l’acquisto della prima casa. L’ho estinto e ho contratto, da sola, un altro mutuo. In che misura posso continuare a detrarre gli interessi?

È possibile detrarre il 19% degli interessi passivi e dei relativi oneri accessori corrisposti in dipendenza di mutui, garantiti da ipoteca, contratti per l'acquisto dell'unità immobiliare da adibire ad abitazione principale entro un anno dall'acquisto stesso, per un importo non superiore a 4.000 euro (articolo 15, comma 1, lettera b, del Tuir). Tale beneficio spetta anche qualora si estingua il contratto originario per stipularne uno nuovo di importo non superiore alla residua quota di capitale da rimborsare, maggiorata delle spese e degli oneri correlati. Qualora un contribuente assuma l'onere dell'intero mutuo residuo, comprensivo anche della quota del coniuge, realizzando una situazione simile all'accollo del vecchio mutuo con successiva estinzione dello stesso e accensione del nuovo mutuo, potrà beneficiare dello sconto di imposta per l'intero ammontare degli interessi passivi corrisposti in dipendenza del nuovo contratto, nel rispetto, naturalmente, di tutti gli altri limiti e condizioni di legge (risoluzione 57/2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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730 precompilato: sì alle correzioni.

Una procedura sperimentale richiede necessariamente degli “aggiustamenti”. È per questo che il provvedimento 9 giugno 2015 del direttore dell’Agenzia delle Entrate consente ai contribuenti che hanno già inviato via web il loro 730 precompilato, accettato o modificato, di rettificare eventuali errori, trasmettendo direttamente dal proprio pc un nuovo modello che sostituisce e annulla la precedente dichiarazione. Si evita così la necessità di rivolgersi a un Caf o a un professionista abilitato per presentare un 730 integrativo o di produrre un modello Unico correttivo o integrativo.

In pratica, la precompilata trasmessa attraverso l’apposita funzionalità web predisposta dall’Amministrazione finanziaria può essere riaperta, modificata e sostituita mediante la stessa procedura e le stesse modalità utilizzate per l’invio del precedente modello, accedendo all’area autenticata con le credenziali rilasciate dall’Agenzia delle Entrate o con il pin dispositivo dell’Inps.

Per porre rimedio ai dati incompleti o errati e sostituire integralmente il modello, c’è tempo da oggi e fino al 29 giugno.
Tempi più ristretti per coloro che hanno presentato il 730 precompilato e, in mancanza di un sostituto d’imposta tenuto a effettuare il conguaglio, hanno trasmesso entro il 16 giugno l’F24 per il pagamento delle somme a debito. In tal caso, la dichiarazione corretta andrà inviata non più tardi del 21 giugno.

Attenzione, l’opportunità non è ripetibile. Il 730 precompilato può essere sostituito via web una sola volta. Ulteriori eventuali modifiche potranno essere apportate esclusivamente seguendo le modalità ordinarie, ossia rivolgendosi a un Caf o a un professionista abilitato per la trasmissione di un 730 integrativo (entro il 25 ottobre) ovvero presentando un modello Unico 2015 correttivo (entro il 30 settembre) o integrativo (nei termini previsti per la presentazione di Unico relativo all’anno successivo).




Fonte: Agenzia Entrate

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Nomi a dominio.

Per chi non li conoscesse, i "TLD" sono i domini di primo livello, che seguono il nome a dominio (definito dominio di secondo livello) dopo il punto in un qualsiasi indirizzo URL. In generale:


  • l’estensione .IT viene definita "country code TLD" (o "ccTLD");
  • le estensioni .COM o .NET vengono definite "generic TLD" (o "gTLD");
  • le nuove estensioni .art., .chat, .shop, .shoes ecc. vengono indicate, come già detto, "nTLD".

L’ICANN ha in programma di rilasciare oltre 700 nTLD nel corso dei prossimi anni. Al momento, le statistiche parlano di oltre 400 nuove nTLD, già rese disponibili, e di oltre 3 milioni di domini già attivati con questa tipologia di estensione.
L’obiettivo delle nTLD è quello di aprire nuovi spazi online e traghettarci verso un nuovo modo di concepire la Rete, non più organizzato in base ad un ordine territoriale o geografico (come hanno fatto finora le estensioni .it, .de, .fr, ecc.), bensì per area o categoria di riferimento. Le nTLD consentiranno alle imprese di beneficiare di nuove opportunità di sviluppo online, ma incrementeranno anche i rischi derivanti soprattutto dalle registrazioni illecite effettuate dai cosiddetti cyber squatter. Si tratta di:


  • soggetti che registrano a fini di profitto TLD uguali, simili o anche solo confondibili con i nomi a dominio o i marchi "celebri"; oppure di
  • soggetti che si accaparrano preventivamente i TLD al fine di tentare di venderli ai soggetti titolari di marchi o denominazioni sociali identiche o anche solo simili ad un prezzo totalmente fuori mercato.


E’ assolutamente consigliabile registrare il proprio marchio (corrispondente al marchio della propria impresa oppure alla propria denominazione sociale) con una delle nuove estensioni essenzialmente per:


  • ragioni di marketing, perché in tal modo è possibile diversificare le aree di attività di un medesimo business. Se si è titolari, ad esempio, di un’attività alberghiera, oltre ad attivare il nTLD ".hotel" dedicato agli ospiti, nel caso in cui vengano organizzati corsi per manager da adibire alle varie attività dell’hotel potrebbe essere opportuno attivare il dominio con estensione ".academy" dedicato agli iscritti a tali corsi oppure a quanti vogliono avere informazioni in merito;
  • proteggere il proprio marchio, perché in tal modo si evita che il marchio o la denominazione sociale, che rappresentano il business e il nome di un’impresa, finiscano nelle mani di terzi malintenzionati. Così facendo si protegge la propria reputazione online, si controlla la propria presenza sul Web e si migliora la competitività del marchio evitando danni d’immagine o sviamento di clientela;
  • questioni di rank, perché gli nTLD specificano meglio l’ambito di attività di un’impresa e conseguentemente migliorano il posizionamento del sito nelle result pages sui motori di ricerca (questo è un aspetto dichiarato apertamente da Google, a patto che i contenuti delle pagine Web attestate sul dominio siano direttamente correlabili dal punto di vista della "Search Engine Optimization" alla nTLD prescelta).
Inoltre, la legge italiana (in particolare il "Codice della Proprietà Industriale") equipara praticamente il domain name e il marchio anche sul piano della loro tutela o enforcement. Di qui è di tutta evidenza quale importanza assuma un domain name e perché vi sia l’esigenza di "coordinare" il proprio marchio (a maggior ragione se questo è registrato come marchio d’impresa) con uno o più TLD o nTLD per evitare, ad esempio, che cyber squatters senza scrupoli possano appropriarsene indebitamente. Alla luce di quanto sopra, oggi è assolutamente opportuno verificare lo stato del proprio portafoglio di nomi a dominio, ripensando le strategie di protezione su Internet visti gli strumenti di tutela a disposizione.

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Spese veterinarie per cane non proprio.

Posso detrarre le spese veterinarie sostenute nel 2014 per la cura del cane del mio compagno. In caso positivo, di che documentazione ho bisogno?

Sono detraibili dall’Irpef le spese veterinarie sostenute per la cura di animali legalmente detenuti a scopo di compagnia o per pratica sportiva fino a un massimo di 387,34 euro per anno di imposta, limitatamente alla parte che eccede 129,11 euro (articolo 15, comma 1, lettera c-bis, del Tuir). La detrazione spetta al soggetto che ha sostenuto la spesa, anche se non proprietario dell’animale (circolare 55/2001, paragrafo 1.4.2). A tal fine, è necessario essere in possesso della fattura emessa dal professionista e degli scontrini relativi all’acquisto dei medicinali prescritti.



Fonte: Agenzia Entrate

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Modello sbagliato, invio per posta: dichiarazione da giudicare omessa.

È nulla la dichiarazione presentata su un modello non conforme a quello approvato ovvero trasmesso al Fisco con una modalità diversa da quella prevista per la categoria di appartenenza del contribuente.
Lo ha affermato la Cassazione, con la sentenza n. 9973 del 15 maggio 2015.

I fatti
L’ufficio, ritenendo omessa la presentazione della dichiarazione per l’anno d’imposta 2000, ha accertato induttivamente ricavi di gestione di una Srl, recuperando Irpeg, Irap e Iva, oltre a interessi e sanzioni.
La società ha impugnato l’atto contestando, tra l’altro, la rigidità prevista per la presentazione dei modelli di dichiarazione dei redditi, ed è risultata soccombente in entrambi i gradi di merito.
In particolare, la Commissione tributaria regionale, facendo proprie le argomentazioni esposte dall’ufficio, ha ritenuto, che la dichiarazione presentata dalla contribuente doveva intendersi omessa essendo stata redatta sul modello Unico 2000 relativo ai redditi da dichiarare per l’anno 1999 (e non su Unico 2001), spedita per posta (e non inviata telematicamente o tramite intermediario), firmata da soggetto diverso dal legale rappresentante della società.

La contribuente ha proposto ricorso per cassazione, lamentando tra l’altro:
difetto di motivazione del capo della sentenza nel quale il giudice di appello aveva ritenuto che la presentazione della dichiarazione su modello relativo all’anno precedente avesse conseguenze di ordine sostanziale, perché non sarebbero stati recepiti i cambiamenti (non meglio specificati) della normativa tributaria
violazione di norme di diritto sostanziali, poiché non poteva considerarsi omessa la dichiarazione fiscale solo perché la società aveva utilizzato modalità di presentazione diverse da quelle ammesse dal legislatore
violazione dell’articolo 1, comma 4, del Dpr 322/1998, in quanto non si poteva asserire che era irrimediabilmente nulla la dichiarazione fiscale perché firmata da persona diversa dal legale rappresentante della società contribuente, senza considerare che la sottoscrizione avrebbe potuto essere regolarizzata successivamente a seguito dell’invito previsto dalla legge, ma omesso dal Fisco, ovvero in sede processuale.
La Corte ha ritenuto infondati tali motivi e ha affermato, nell’ordinanza in esame, che “Il D.P.R. n. 322 del 1998, art. 1, comma 1 primo periodo stabilisce che le dichiarazioni sono redatte, a pena di nullità, su modelli conformi a quelli approvati”.

La sentenza
Prima di tutto, i giudici di piazza Cavour ritengono inammissibile il motivo concernente il difetto di motivazione, poiché la società ha denunciato una questione giuridica che non è compresa nel “fatto controverso e decisivo per il giudizio” previsto dall’articolo 360, n. 5, cpc, non trattandosi di un preciso accadimento o di una precisa circostanza in senso storico–naturalistico (Cassazione, pronuncia 21152/2014).

Poi, ricordano che sono stabiliti dal legislatore sia i modelli da utilizzare sia le modalità previste per la presentazione.
È noto, infatti, che il nome del modello è accompagnato dall’anno in cui viene presentata la dichiarazione, successivo al periodo d’imposta oggetto di dichiarazione. La società, per dichiarare i redditi dell’anno 2000, avrebbe quindi dovuto predisporre i dati avvalendosi del modello Unico 2001. Inoltre, l’articolo 3 del Dpr 322/1998, stabilisce le modalità di presentazione delle dichiarazioni annuali e, in particolare, dispone per le Srl l’invio telematico, direttamente o tramite intermediari abilitati, utilizzando i modelli di dichiarazione resi disponibili, in formato elettronico dall’Agenzia delle Entrate, entro il 15 febbraio dell’anno successivo a quello d’imposta di riferimento (articolo 2, comma 3-bis, del Dpr 322/1998).

Per i contribuenti tenuti a utilizzare il servizio telematico, quindi, l’obbligo di presentazione della dichiarazione deve ritenersi assolto solo a seguito della sua corretta e tempestiva ricezione da parte dell’Agenzia delle Entrate (articolo 3, comma 10, del Dpr 322/1998) e può essere provato mediante la comunicazione (in formato elettronico) rilasciata dall’Amministrazione finanziaria e attestante l’avvenuto ricevimento (Cassazione, pronuncia 7558/2015).

Nella fattispecie esaminata dalla Corte, la società contribuente, tenuta alla trasmissione telematica di Unico 2001, disponibile dal 15 febbraio 2001, ha inviato il 12 febbraio 2001 il modello dell’anno precedente e lo ha trasmesso, in forma cartacea, con l’ausilio di Poste italiane Spa, in violazione del richiamato articolo 3.
Al riguardo, i giudici di piazza Cavour hanno statuito che le disposizioni dettate dalla norma citata individuano, in modo tassativo, e a pena di nullità, le modalità di presentazione della dichiarazione. Tali regole sono vincolanti per il contribuente, con la conseguenza che non produce effetti la dichiarazione da lui presentata secondo procedure diverse da quelle prescritte per la propria categoria soggettiva di appartenenza.

La Cassazione, infine, è intervenuta anche sugli aspetti sanzionatori della questione e ha chiarito che non poteva essere applicata la sanzione ridotta prevista dall’articolo 8 del Dlgs 471/1997 perché tale sanzione è sì prevista dalla norma per la dichiarazione resa secondo modalità diversa da quella prescritta, ma a condizione che l’imponibile indicato non risulti di ammontare inferiore a quello accertato e fuori dei casi (di sanzioni per omessa e infedele dichiarazione) previsti dagli articoli 1, 2 e 5, sempre cioè nell’eventualità che le violazioni non incidano sul contenuto essenziale della dichiarazione.

Si tratta, affermano i giudici, “… di scelta legislativa di minor rigore che non mette in discussione la nullità della dichiarazione comminata espressamente nel D.P.R. n. 322 del 1998, art. 1, comma 1…”.
Essendo nulla, infatti, la dichiarazione presentata in maniera non diligente non può produrre effetti e deve ritenersi omessa, legittimando quindi l’ufficio ad accertare induttivamente la posizione fiscale del contribuente (articoli 37 e 55, comma 1, del Dpr 633/1972, e 39, comma 2, del Dpr 600/1973).

La Corte, infine, ha affermato che le pregiudiziali ragioni di nullità della dichiarazione rendono assorbite le contestazioni sulla mancata sottoscrizione della dichiarazione da parte del legale rappresentante.

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Il nuovo regime forfetario chiama tre nuovi codici tributo per l’F24.

Pronti i codici tributo che “piccoli” imprenditori, professionisti e artisti dovranno indicare nell’F24 per versare acconti e saldo dell’imposta forfetaria del 15%, sostitutiva delle imposte sui redditi, delle addizionali regionale e comunale e dell’Irap, relativa al nuovo regime agevolativo messo in campo dalla legge di stabilità 2015 (articolo 1, commi da 54 a 89, legge 190/2014).
Possono optare per il nuovo sistema, dal 2015, le persone fisiche che svolgono attività d’impresa, arti e professioni, in forma individuale, con ricavi o compensi che non superano determinati importi. Tra i vantaggi previsti dal regime, la semplificazione delle modalità di calcolo dell’imponibile, determinato applicando all’ammontare dei ricavi o compensi il coefficiente di redditività diversificato in base al codice Ateco identificativo dell’attività svolta (allegato 4 della legge di stabilità 2015). All’imponibile così determinato, va applicata l’imposta sostitutiva del 15 per cento.

Il nuovo regime chiama nuovi codici tributo, che arrivano con la risoluzione 59/E dell’11 giugno 2015:
“1790” (acconto prima rata)
“1791” (acconto seconda rata o in unica soluzione)
“1792” (saldo).
Il loro posto è nella sezione “Erario”, in corrispondenza delle somme riportate tra gli “importi a debito versati” (il solo “1792” è utilizzabile anche per gli “importi a credito compensati”); l’“anno di riferimento”, è il periodo d’imposta cui si riferisce l’imposta da versare.
In caso di pagamento rateale, nel campo “rateazione/regione/prov./mese rif.” va evidenziato il numero della rata (due cifre per indicare la rata in pagamento, altre due per il numero complessivo delle rate); se si sceglie il pagamento in un’unica soluzione, va scritto “0101”.


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martedì 9 giugno 2015

Istanza di voluntary disclosure.

Approvate e disponibili on line, sul sito delle Entrate, le specifiche tecniche per la trasmissione telematica dei dati relativi al modello per la richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria e per la protocollazione della documentazione inviata a corredo.
A dare l’ok definitivo, il provvedimento del 3 giugno 2015.

La voluntary disclosure, ricordiamo, è lo strumento attraverso il quale coloro che detengono illecitamente patrimoni all’estero possono regolarizzare la propria posizione, denunciando spontaneamente all’Amministrazione finanziaria la violazione degli obblighi di monitoraggio fiscale (legge 186/2014). Possono avvalersene anche i contribuenti non destinatari degli obblighi dichiarativi di monitoraggio fiscale, ovvero che vi abbiano adempiuto correttamente, per regolarizzare le violazioni degli obblighi dichiarativi commesse in materia di imposte sui redditi e relative addizionali, imposte sostitutive, Irap e Iva, nonché le violazioni relative alla dichiarazione dei sostituti d'imposta.
La procedura può essere attivata fino al 30 settembre 2015 ed è ammessa per le violazioni commesse fino al 30 settembre 2014.

La trasmissione dei dati all’Agenzia delle Entrate può essere effettuata direttamente, attraverso i servizi telematici Entratel o Fisconline, oppure avvalendosi di intermediari abilitati, compresi gli avvocati e gli iscritti nel registro dei revisori contabili.

Il provvedimento, oltre ad approvare le specifiche tecniche per l’invio dei dati relativi all’istanza, approva anche quelle per protocollare la documentazione inviata nell’ambito della procedura di voluntary disclosure, relative al file segnatura.xml. Questo, generato automaticamente nel momento in cui è completato l’invio dei dati dell’istanza, deve essere allegato al messaggio di posta elettronica per la trasmissione della relazione di accompagnamento e della documentazione inerente la richiesta di accesso alla procedura di collaborazione volontaria.


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Detraibilità delle cure termali.

Ho sostenuto con mia moglie delle spese per cure termali in un paese del nord Italia. Sono detraibili come spese sanitarie?

La spesa per cure termali è detraibile nella misura del 19 per cento. A tal fine, è necessario essere in possesso, oltre che della fattura rilasciata dallo stabilimento termale, anche della prescrizione medica. Non possono invece usufruire dello sconto di imposta le spese che rappresentano un costo accessorio, come quelle di viaggio, di albergo e di soggiorno (risoluzione 207/E del 9 aprile 1976).



Fonte: Agenzia Entrate

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Partite Iva tra minimi e forfetario, arriva il nuovo modello AA9/12.

Approvato, con provvedimento del 3 giugno 2015, il modello “AA9/12”, con relative istruzioni e specifiche tecniche per la trasmissione dei dati, che le persone fisiche devono utilizzare per la dichiarazione di inizio o cessazione attività e per comunicare la variazione di dati.
Rinnovato nella struttura e nel contenuto, il nuovo modello si adegua alle disposizioni che hanno prorogato a tutto il 2015 il regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità (“nuovi minimi”). Infatti, mentre la legge di stabilità per il 2015 (articolo 1, comma 54, legge 190/2014) ha introdotto, a decorrere dall’anno d’imposta 2015, il nuovo regime fiscale forfetario, abrogando quello dei “nuovi minimi”, il successivo “decreto milleproroghe” (articolo 10, comma 12-undicies, Dl 192/2014) ha “resuscitato” il preesistente regime fiscale di vantaggio anche per l’anno d’imposta 2015.

Il modello “AA9/12” sarà utilizzabile a partire dal 4 giugno 2015.
I contribuenti che non hanno necessità di optare per i regimi fiscali agevolati potranno avvalersi dell’attuale “AA9/11” fino al prossimo 30 settembre.

Il provvedimento di oggi approva anche:
le specifiche tecniche (allegati B e C) cui dovranno attenersi coloro che presentano il modello “AA9/12” in via telematica all’Agenzia delle entrate, direttamente o tramite intermediari abilitati
le nuove istruzioni per la compilazione del modello “AA7/10”, che deve essere utilizzato dai soggetti diversi dalle persone fisiche per la domanda di attribuzione del codice fiscale e per le dichiarazioni di inizio attività, variazione dati o cessazione attività ai fini Iva
le specifiche tecniche (allegato D) per la dichiarazione di cessazione d’attività comunicata con modello “AA7/10”. Per l’inizio attività e la variazione di dati restano valide le specifiche tecniche approvate con provvedimento del 29 dicembre 2009 (allegato B).




Fonte: Agenzia Entrate

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Polizza vita: la tassazione Irpef.

Il capitale liquidato e riscosso nel 2014 (per scadenza ventennale) relativo a una polizza vita deve essere dichiarato o è esente? Come vanno considerate le ritenute operate?

I contratti di assicurazione sulla vita contro il rischio di morte possono prevedere l’erogazione della prestazione esclusivamente in caso di morte dell'assicurato ovvero sia in caso di morte che in caso di permanenza in vita dell’assicurato alla scadenza del contratto stesso o di riscatto prima della scadenza (contratti di tipo misto). Se l’evento a fronte del quale viene erogata la prestazione è la morte, la prestazione non costituisce base imponibile (articolo 34 del Dpr 601/1973, e articolo 6, comma 2, del Tuir). Nel caso, invece di erogazione della prestazione a seguito della permanenza in vita dell’assicurato o di riscatto, le somme percepite si configurano quali redditi di capitale (articolo 44, comma 1, lettera g-quater, del Tuir) per la parte corrispondente alla differenza tra l'ammontare percepito e quello dei premi pagati (articolo 45, comma 4, Tuir). La tassazione avviene a mezzo dell’imposta sostitutiva (dal 1° luglio 2014, nella misura del 26%), che viene applicata dall’impresa di assicurazione (articolo 26-ter del Dpr 600/1973).



Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione ai fini Tasi.

Non c’è bisogno di uno specifico modello di dichiarazione per la tassa sui servizi indivisibili (Tasi), è sufficiente quello previsto per l’imposta municipale propria (Imu).
A ribadirlo, nella circolare n. 2/Df del 3 giugno 2015, il dipartimento delle Finanze, secondo il quale “tale determinazione risulta fondata sulla circostanza che le informazioni necessarie al Comune per il controllo e l’accertamento dell’obbligazione tributaria, sia per quanto riguarda l’IMU sia per ciò che concerne la TASI, sono sostanzialmente identiche; per cui, in un’ottica di semplificazione degli adempimenti dei contribuenti e anche in vista della preannunciata riforma della tassazione immobiliare locale, non sussiste la necessità di emanare un nuovo modello di dichiarazione”.

La circolare, che pone un freno al moltiplicarsi di modelli “fai da te” predisposti da alcune Amministrazioni comunali, chiarisce che, anche nel caso in cui il contribuente sia un soggetto diverso dal titolare del diritto reale sull’immobile e quindi non abbia presentato dichiarazioni Imu, non è necessario un modello ad hoc, perché si può utilizzare la parte di quello Imu dedicata alle “Annotazioni” per precisare il titolo che dà diritto alla detenzione dell’immobile (ad esempio, locatario).

Il documento, inoltre, ricorda che, poiché a partire dal 1° luglio 2010 nel registrare i contratti di locazione bisogna comunicare anche i relativi dati catastali all’Agenzia delle Entrate, i casi in cui i Comuni non sono a conoscenza dei dati necessari per il calcolo della Tasi sono residuali, anche perché il Comune può adottare tutti gli strumenti di integrazione delle informazioni anche con riferimento ad altri tributi (in particolare, il prelievo sui rifiuti).




Fonte: Agenzia Entrate

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Costi non dedotti.

Correggere gli errori fiscali si può, sia nell’ipotesi di maggiore sia di minore imposta. Ciò vale anche per gli sbagli nella contabilizzazione di un costo e/o di un ricavo nel corretto esercizio di competenza. In particolare, il contribuente può imputare fiscalmente il componente reddituale nel corretto periodo di competenza e di sterilizzarlo nel momento in cui è imputato in bilancio dopo la correzione contabile.
Come e fino a quando sia concesso rimediare, è stato chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 31/2013 (vedi articolo “Nessun errore è irrimediabile! Anche il Fisco consente di riparare”), dove l’Amministrazione, pur constatando che sia i principi nazionali sia gli Ias/Ifrs permettono di correggere la mancata imputazione di costi e/o ricavi indicandoli nel conto economico o nello stato patrimoniale (per gli Ias/Ifrs adopter) dell’anno di rilevazione della svista, chiarisce i diversi paletti temporali posti dal Fisco, precisando, tra l’altro, che la possibilità per il contribuente di rappresentare l’esistenza di elementi di costo non dedotti in precedenti annualità, è limitata ai soli periodi d’imposta ancora suscettibili di attività accertativa al momento di scadenza dei termini di presentazione della dichiarazione.

Ora, con la risoluzione n. 57/E dell’8 giugno 2015, va oltre, puntualizzando che, a tali fini, è irrilevante l’eventuale presenza di fatti che comportano l’obbligo di denuncia penale, circostanza che fa scattare il raddoppio dei termini per l’accertamento. Quest’intervallo di tempo più ampio è previsto esclusivamente a vantaggio del Fisco, che ha così la possibilità di utilizzare l’esito delle indagini giudiziarie. Concetto già espresso dalla sentenza 247/2011 della Corte costituzionale, secondo la quale la ratio del raddoppio dei termini è “…dotare l’amministrazione finanziaria di un maggior lasso di tempo per acquistare e valutare dati utili a contrastare illeciti tributari”

Una ratio che non può essere trasferita, per analogia, all’occasione data al contribuente di emendare la propria dichiarazione oltre i termini ordinari (31 dicembre del quarto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione), anche se prorogati a causa “dell’astratta configurabilità di un reato”. Non avrebbe alcun senso, infatti, concedere al contribuente “un maggior lasso di tempo per acquisire e valutare dati utili a contrastare illeciti tributari”.



Fonte: Agenzia Entrate

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