giovedì 28 maggio 2015

Quesito: fringe benefit.

Sono un dipendente di un Consorzio nell'ambito di uno stabilimento petrolchimico multisocietario. Il consorzio è nato dalla partecipazione delle società presenti all'interno dello stabilimento petrolchimico (ENI).
Io ero un dipendente ENI, che ha partecipato al consorzio come azionista di maggioranza e, con la costituzione della società consortile, sono passato nel consorzio stesso.
Già prima dell'entrata nel consorzio, mi veniva riconosciuto un rimborso chilometrico per l'utilizzo dell'auto privata per mancanza di automezzi aziendali. Questo fino al 2012 (o 2013 al momento non ricordo di preciso) quando il consorzio è divenuto una "controllata" ENI e mi è stato tolto il rimborso chilometrico.
La mia domanda è: tale fringe benefits è un diritto acquisito e quindi tale retribuzione è da considerarsi intangibile?


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Bonus bebè 2015.

Il bonus è riconosciuto ai nuclei familiari per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, fino ai tre anni di vita del bambino o fino ai tre anni d'ingresso del figlio adottivo nel nucleo familiare. Per "ingresso nel nucleo famigliare" si intende la data nella quale la sentenza di adozione è divenuta definitiva. L'assegno spetta anche in caso di affidamento preadottivo del minore (L'affidamento preadottivo è quel periodo di convivenza antecedente alla pronuncia definitiva di adozione, in cui il bambino convive con la coppia aspirante alla sua adozione), disposto dal 1° gennaio 2015 al 31.12.2017. Se il figlio è stato adottato nel triennio 2015-2017 ma è entrato in famiglia a titolo di affidamento preadottivo in data antecedente al 1° gennaio 2015, l'assegno spetta comunque per un triennio, ma a decorrere dal 1° gennaio 2015.

L'agevolazione spetta a condizione che il nucleo famigliare del genitore richiedente, al momento di presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio, sia in possesso di un ISEE in corso di validità non superiore a 25.000 Euro.

Il bonus viene erogato su domanda del genitore, anche affidatario, in possesso anche dei seguenti requisiti:
cittadinanza italiana, o di uno Stato dell'Unione Europea o, in caso di cittadino extracomunitario, con permesso di soggiorno UE;
residenza in Italia;
convivenza con il figlio (figlio e genitore richiedente devono essere coabitanti ed avere dimora abituale nello stesso comune).
Se il genitore richiedente è un minore, o incapace di agire per altri motivi, la domanda può essere presentata da legale rappresentante in nome e per conto del genitore incapace. I requisiti, tuttavia, devono essere posseduti dal genitore minore o incapace.


Bonus bebè: a quanto ammonta

Il bonus è pari a:
960 Euro annui (80 Euro al mese) se il valore dell'ISEE non è superiore a 25.000 Euro annui;
1.920 Euro annui (160 Euro al mese) se il valore dell'ISEE non è superiore a 7.000 Euro annui;
spetta per ogni figlio nato o adottato o in affido preadottivo tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, a decorrere dal giorno di nascita o di ingresso del minore nel nucleo familiare fino al compimento del terzo anno d'età del bambino o fino al terzo anno di ingresso del minore nel nucleo familiare.

L'assegno è erogato per un massimo di 36 mensilità, a partire dal mese di nascita/ingresso in famiglia.

In via transitoria, per i figli adottati nel triennio 2015-2017, ma entrati in famiglia adottiva prima del 1° gennaio 2015 a titolo di affidamento preadottivo, il bonus è riconosciuto per tre anni a decorrere dal 1° gennaio 2015.


Bonus bebè: come inviare la domanda

Per poter fruire dell'agevolazione occorre presentare apposita domanda entro 90 giorni dalla data di nascita o dalla data di ingresso del minore nel nucleo famigliare (per affidamento preadottivo o adozione).

Se la domanda è presentata oltre il termine di 90 giorni, il bonus viene erogato dal mese di presentazione della domanda.

Ai fini del computo dei 90 giorni si fa riferimento all'art. 2963 del C.c., secondo cui il termine si computa secondo il calendario comune, non si conta il giorno iniziale e il termine avviene con lo spirare dell'ultimo istante del giorno feriale. Se il termine scade di giorno festivo, è prorogato al giorno seguente non festivo.

La domanda va presentata telematicamente all'INPS, mediante:
il portale dell'INPS, accessibile direttamente dal cittadino tramite PIN dispositivo seguendo il percorso:
Servizi per il cittadino -> autenticazione con PIN -> Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito -> assegno di natalità -> Bonus bebè
il Contact Center Integrato ai numeri:
803164 numero gratuito da rete fissa;
06164164 numero da rete mobile con tariffazione a carico dell'utenza chiamante;
patronati, attraverso i servizi offerti dagli stessi.
Il provvedimento di accoglimento o rigetto della domanda è consultabile dal sito web, accedendo al proprio profilo:
Servizi per il cittadino -> autenticazione con PIN -> Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito -> assegno di natalità -> Bonus bebè --> Consultazione domande -->Documenti correlati

L'INPS provvede al pagamento del bonus bebè

Il pagamento del bonus viene effettuato dall'INPS in rate mensili di 80 Euro (160 Euro per ISEE non superiore a 7.000 € annui), secondo le modalità indicate dal richiedente nella domanda.

Se la domanda è presentata entro i 90 giorni, il primo pagamento corrisponde alle mensilità maturate fino a quel momento.


Bonus bebè: cause di decadenza

Il pagamento del bonus viene interrotto a partire dal mese successivo all'effettiva conoscenza di uno dei seguenti eventi che determinano la decadenza:
Decesso del figlio
Revoca dell'adozione
Decadenza dell'esercizio della responsabilità genitoriale
Affidamento esclusivo del minore al genitore che non ha presentato la domanda
Affidamento del minore a terzi
L'interruzione avviene anche a seguito di perdita dei requisiti di legge o provvedimento negativo del giudice che determina il venir meno dell'affidamento preadottivo.

Il richiedente entro 30 giorni deve comunicare all'INPS il verificarsi di una causa di decadenza. E' importante che la comunicazione sia tempestiva per evitare il generarsi di un pagamento indebito e la successiva azione di recupero da parte dell'INPS.

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Il reverse charge nel settore energetico.

La legge di stabilità per l’anno 2015 ha ampliato le ipotesi di applicazione del meccanismo del reverse charge. In data 27 marzo, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la circolare n. 14/E che fornisce i primi chiarimenti interpretativi sulla nuova disciplina fiscale.
Nel precedente articolo “La nuova disciplina del reverse charge: i chiarimenti dell’Agenzia – Parte 1″ abbiamo illustrato i chiarimenti interpretativi offerti dall’Agenzia nelle ipotesi di reverse charge applicabile al settore edile e ai settori connessi.
Nel presente articolo, invece, saranno illustrati i principali chiarimenti forniti in tema di reverse charge applicabile al settore energetico e al settore del recupero pallets.
REVERSE CHARGE NEL SETTORE ENERGETICO
NORMATIVA DI RIFERIMENTO
La normativa di riferimento è il nuovo articolo 17, comma 6 del DPR 633/72, in particolare le lettere d-bis), d-ter) e d-quater).
La novella legislativa estende l’applicazione del meccanismo del reverse charge alle seguenti fattispecie:
– trasferimenti di quote di emissioni di gas a effetto serra;
– trasferimenti di altre unità utilizzate dai gestori;
– trasferimenti di certificati relativi al gas e all’energia elettrica;
– cessioni di gas e di energia elettrica a un soggetto passivo-rivenditore.
Per espressa previsione normativa, il meccanismo del reverse charge si applica alle operazioni sopra elencate per una durata non inferiore a due anni e non oltre la data del 31/12/2018.
TRASFERIMENTI DI QUOTE DI EMISSIONI DI GAS A EFFETTO SERRA
La norma è stata introdotta al fine di contrastare l’utilizzo diffuso delle frodi Iva nell’ambito del settore energetico.
Il principale ambito di applicazione della normativa riguarda i trasferimenti di quote di emissioni di gas a effetto serra, e in via subordinata anche i trasferimenti di altre unità utilizzate dai gestori per conformarsi alle direttive europee.
In proposito, si segnala che all’interno dell’Unione Europea esiste un sistema per lo scambio di quote di emissioni di gas a effetto serra al fine di promuovere la riduzione delle emissioni inquinanti. Tale sistema permette agli Stati membri di adempiere agli obblighi di riduzione delle emissioni attraverso un meccanismo di acquisto o di vendita di quote di emissione.
Si deve precisare che il generico riferimento alle “cessioni di gas” comporta l’esclusione dall’ambito applicativo della norma e, conseguentemente, dall’applicazione del reverse charge, delle cessioni aventi per oggetto il GPL (Gas di Petrolio Liquefatto), in quanto tale sostanza presenta caratteristiche più simili agli oli minerali che non ai gas vettoriati tramite sistemi o reti di gas naturale.
I CERTIFICATI DI EFFICIENZA ENERGETICA
Nell’ambito applicativo della norma vanno ricompresi i certificati che hanno finalità di incentivazione dell’efficienza energetica o della produzione di energia da fonti rinnovabili, quali ad esempio i certificati verdi, i titoli di efficienza energetica (c.d. certificati bianchi) e le garanzie di origine.
A) Certificati Verdi
I certificati verdi sono stati introdotti nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 per consentire ai produttori di energia elettrica di adempiere all’obbligo di immettere ogni anno in rete una determinata quota di energia elettrica “pulita”. Tali certificati rappresentano, infatti, la produzione di energia elettrica mediante fonti rinnovabili.
B) Titoli di efficienza energetica
I titoli di efficienza energetica (c.d. certificati bianchi), attestano il risparmio di gas ed energia elettrica conseguito attraverso sistemi di efficientamento della produzione.
C) Garanzia di origine
Le garanzie di origine hanno lo scopo di consentire ai fornitori di energia elettrica di provare ai clienti finali la quota o la quantità di energia derivante da fonti rinnovabili nel proprio mix energetico.
CESSIONI DI GAS ED ENERGIA ELETTRICA AL SOGGETTO PASSIVO-RIVENDITORE
Il meccanismo del reverse charge riguarda le cessioni di gas e di energia elettrica al “soggetto passivo-rivenditore”.
Per soggetto passivo-rivenditore deve intendersi “un soggetto passivo la cui principale attività in relazione all’acquisto di gas, di energia elettrica (…) è costituita dalla rivendita di detti beni ed il cui consumo personale di detti prodotti è trascurabile”.
Ai fini della individuazione, in capo al soggetto passivo-rivenditore, del requisito dell’acquisto e della rivendita, in via principale, di gas e di elettricità non è necessario avere riguardo al complesso delle attività svolte dal soggetto interessato, ma bisogna esaminare il comportamento del soggetto in relazione ai singoli acquisti di gas ed elettricità. Infatti, non viene meno la qualificazione di “rivenditore” la circostanza che una parte del prodotto acquistato possa essere destinato a sopperire agli immediati bisogni del soggetto stesso, nell’ambito ovviamente dell’esercizio della sua attività economica, a condizione che tale uso e consumo sia di trascurabile entità.
Alle cessioni di gas e di energia elettrica ad un soggetto che non sia qualificabile come “soggetto passivo-rivenditore”, secondo la definizione sopra riportata, l’IVA deve essere applicata con le modalità ordinarie.
È chiaro che restano escluse dall’ambito applicativo della disposizione in commento le cessioni di gas e di energia elettrica effettuate nei confronti di un consumatore finale.
REVERSE CHARGE ALLE CESSIONI DI PALLETS RECUPERATI AI CICLI DI UTILIZZO SUCCESSIVI AL PRIMO
A decorrere dal 1° gennaio 2015, il meccanismo del reverse charge si applica anche alle cessioni di bancali in legno (pallet) recuperati ai cicli di utilizzo successivi al primo.
La condizione necessaria ai fini dell’applicazione del reverse charge alle cessioni di bancali in legno, è che questi siano pallets recuperati per successivi utilizzi. Ciò significa che il meccanismo del reverse charge riguarda tutte le fasi successive alla prima immissione in commercio del pallet nuovo. Il reverse charge si applica, dunque, a tutte le fasi di rivendita successiva alla prima immissione nel mercato.

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L’appello alla buona fede non regge se l’evidenza dimostra il contrario.

In tema di fatturazione per operazione soggettivamente inesistente, risolventesi nella diretta acquisizione della prestazione da soggetto diverso da quello che ha emesso fattura e percepito l’IVA in rivalsa, la prova che la prestazione medesima non è stata effettivamente resa dal fatturante (in quanto sfornito di dotazione personale e strumentale adeguata alla sua esecuzione) costituisce, di per sé, idoneo elemento sintomatico dell’assenza di “buona fede” del contribuente, poiché l’immediatezza dei rapporti (cedente o prestatore - fatturante - cessionario o committente) induce ragionevolmente ad escluderne l’ignoranza incolpevole circa l’avvenuto versamento dell’IVA a soggetto non legittimato alla rivalsa, né assoggettato all’obbligo del pagamento dell’imposta. Ne consegue che, in tal caso, sarà il contribuente a dover provare di non essere a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene o della prestazione era, non il fatturante, ma altri, dovendosi altrimenti negare il diritto alla detrazione dell’IVA versata.

Ordinanza n. 9546 del 12 maggio 2015 (udienza 16 aprile 2015)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario - Est. Bognanni Salvatore
Fatture per operazioni soggettivamente inesistenti - La prova che la prestazione medesima non è stata effettivamente resa dal fatturante costituisce elemento sintomatico dell’assenza di “buona fede” - Il contribuente deve provare di non essere a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene o della prestazione era, non il fatturante, ma un altro soggetto –In mancanza è negato il diritto alla detrazione dell’IVA versata.

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Su tassazione di plusvalenze latenti, sì alla rateazione in dieci anni.

La società ricorrente è una società di diritto tedesco che opera nella forma societaria di società in accomandita semplice nella gestione dei diritti relativi ai propri brevetti, marchi e modelli. Nel maggio 2005, stipulava apposito contratto per il trasferimento dei propri diritti alla propria stabile organizzazione ubicata oltreconfine e nel territorio dei Paesi Bassi.

L’azione dell’Amministrazione fiscale
Da una verifica fiscale, l’amministrazione finanziaria evidenziava come il trasferimento dovesse avvenire facendo emergere qualsiasi plusvalenza latente collegata ai diritti medesimi, sulla base del valore di mercato rilevato al momento del trasferimento. In sede di verifica, appunto, l’amministrazione finanziaria affermava come le plusvalenze latenti in oggetto per motivi di equità fiscale dovevano essere inscritte in bilancio con voce di ammortamento ad utile lineare e spalmate su un periodo di dieci anni. Ecco che allora veniva emesso un avviso di accertamento relativo alla determinazione separata e unitaria della base imponibile per il periodo di imposta 2005. Base imponibile determinata partendo dall’utile realizzato e aggiungendo allo stesso l’ammortamento proporzionale della posta di bilancio promemoria che, sulla base delle suddette considerazioni, sarebbe pari ad un decimo del valore delle plusvalenze latenti al netto dell’incremento del deposito relativo alle imposte sulle professioni.

Il ricorso dell’interessato
La società ricorrente, impugnava l’atto di verifica fiscale argomentando come la normativa tributaria richiamata  non sarebbe compatibile con il principio di libertà di stabilimento di cui all’articolo 49 TFUE. Pertanto, la riscossione scaglionata dell’imposta relativa alle plusvalenze latenti emerse in seguito alle operazioni di trasferimento degli attivi risulterebbe una misura sproporzionata rispetto alla riscossione al momento della realizzazione delle plusvalenze. Il giudice tributario, in seguito il giudice nazionale del rinvio, osserva come la normativa nazionale in materia di prelevamenti di attivi è contraria alla libertà di stabilimento e non può essere giustificata alla stregua del principio di territorialità fiscale tedesco che prevede la tassabilità, delle plusvalenze latenti prodotte, durante il periodo precedente il trasferimento degli attivi ad una stabile organizzazione ubicata in un altro Stato membro. Anche ammettendo come la determinazione dell’importo delle plusvalenze latenti, a decorrere dal momento di trasferimento degli attivi, sia una misura proporzionata, la riscossione dell’imposta prima dell’effettivo realizzo della plusvalenza non costituisce una misura proporzionata a prescindere dalla ripartizione in 5 o 10 anni. Da qui la decisione di sospendere il giudizio e  di sottoporre la questione pregiudiziale ai togati europei.

La questione pregiudiziale
Il giudice nazionale chiede ai giudici europei di risolvere il dubbio interpretativo sollevato sulla conformità o meno all’articolo 49 TFUE di una normativa nazionale come quella di cui al procedimento principale, che stabilisca, nel caso di operazioni di trasferimento delle attività di una società  ad una stabile organizzazione della stessa, nel caso di emersione di plusvalenze latenti, la possibilità di ripartire uniformemente l’utile relativo su cinque o dieci annualità. In altri termini, è conforme al diritto dell’Unione la tassazione delle plusvalenze in oggetto in dieci piuttosto che in cinque annualità?

Sulla questione pregiudiziale
L’articolo 49 TFUE, stabilisce l’eliminazione delle restrizioni alla libertà di stabilimento alla stregua della quale le società stabilite nel territorio dell’Unione possono esercitare la loro attività in altri Stati membri mediante una controllata, succursale o agenzia. Nella fattispecie della tassazione delle plusvalenze latenti, generatesi nell’ambito della giurisdizione fiscale di uno Stato membro, dal trasferimento di attivi ad altra stabile organizzazione ubicata nel territorio di altro Stato membro, ai sensi della normativa tributaria oggetto del procedimento principale le stesse verrebbero tassate nel periodo antecedente alla realizzazione mentre se le stesse plusvalenze venissero realizzate all’interno del territorio nazionale verrebbero tassate solamente al momento della loro effettiva realizzazione, profilando una disparità per il diverso trattamento finanziario. In contesti analoghi, però, i togati europei si sono già espressi nel senso di dichiarare compatibile con il diritto dell’Unione una normativa nazionale siffatta per permettere allo Stato impositore maggiori garanzie di riscossione dell’imposta.

Le conclusioni della Corte di giustizia
I giudici della terza sezione della Corte di giustizia europea si sono pronunciati nel senso che l’articolo 49 TFUE non osti ad una normativa fiscale nazionale, come quella di cui alla fattispecie principale, la quale preveda, nel caso di operazioni di trasferimento di attivi ad una stabile organizzazione situata nel territorio di un altro Stato membro, che la tassazione delle plusvalenze e la riscossione della relativa imposta sia rateizzata in 10 annualità.


Data della sentenza
21 maggio 2015
Numero della causa
Causa C-657/13

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Erogazioni liberali alle istituzioni religiose.

È deducibile un'erogazione liberale in contanti fatta all'Unione cristiana evangelica battista d'Italia?

Le persone fisiche possono dedurre dal loro reddito complessivo le erogazioni liberali in denaro, ciascuna fino all’importo di 1.032,91 euro, a favore di istituzioni religiose. Tra queste è compresa l’Unione cristiana evangelica battista d’Italia per fini di culto, istruzione e beneficenza che le sono propri e per i medesimi fini delle Chiese e degli enti aventi parte nell’Unione. Tali liberalità, ai fini della deduzione, vanno documentate tramite le ricevute di versamento in conto corrente postale, le quietanze liberatorie, le ricevute dei bonifici bancari o, per i pagamenti effettuati con carta di credito, l'estratto conto della società che gestisce la carta.


Fonte: Agenzia Entrate

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Plusvalenze con quote costanti. Ravvedimenti.

Rimediare prima è meglio che ricevere, inconsapevoli, un formale atto di liquidazione. Questa la logica per cui, l’Agenzia avvia un nuovo corso nelle procedure di controllo, mettendo il contribuente in condizione di spiegare le eventuali anomalie o di ravvedersi con il beneficio di sanzioni ridotte. In concreto, con il provvedimento 25 maggio 2015 spiega in che modo renderà disponibili, a imprese e Gdf, le possibili incongruenze riscontrate nelle dichiarazioni sulla “ripartizione” delle plusvalenze e/o delle sopravvenienze attive, in relazione alle quali i contribuenti hanno optato per la tassazione “spalmata” in quote costanti fino a un massimo di cinque esercizi, quello di realizzo e i quattro successivi.

Sulla base delle disposizioni dell’ultima Stabilità (articolo 1, commi 634, 635 e 636, legge 190/2014), dettate per “semplificare gli adempimenti, stimolare l’assolvimento degli obblighi tributari e favorire l’emersione spontanea delle basi imponibili”, l’Amministrazione finanziaria ha individuato, in prima battuta, queste specifiche tipologie di irregolarità, per instaurare un dialogo proficuo con i contribuenti interessati.
Gli stessi, una volta informati, potranno fornire all’Agenzia gli eventuali elementi in grado di giustificare le presunte anomalie oppure porvi rimedio, beneficiando della riduzione delle sanzioni, modulata in base alla tempestività della correzione. Cioè, ricorrendo al “nuovo” ravvedimento operoso (articolo 1, comma 637, legge 190/2014).

Il ravvedimento oggi
Come anticipato, la legge di stabilità per il 2015 ha profondamente modificato l’istituto: ora, infatti, è possibile accedervi anche quando la violazione è già stata constatata o sono iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento, delle quali gli interessati hanno avuto formale conoscenza. Abolito pure il precedente limite temporale, secondo cui ci si poteva avvalere del ravvedimento operoso, al massimo, fino al termine di presentazione della dichiarazione relativa all’anno di commissione della violazione. In aggiunta a quelle già esistenti, la legge 190/2014 ha previsto, tra l’altro, due ulteriori ipotesi, per le quali l’entità dello “sconto” sulla sanzione è graduato sui tempi della regolarizzazione:
il ravvedimento effettuato entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno successivo a quello nel corso del quale è stata commessa la violazione ovvero, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro due anni dall’omissione o dall’errore, prevede una sanzione ridotta a 1/7 del minimo
il ravvedimento oltre il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno successivo a quello nel corso del quale è stata commessa la violazione ovvero, quando non è prevista dichiarazione periodica, oltre due anni dall’omissione o dall’errore, comporta una sanzione ridotta a 1/6 del minimo.
Inoltre, è possibile avvalersi del ravvedimento per regolarizzare errori e omissioni, pur se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, anche al termine di attività di accesso, ispezione e verifica, quindi dopo aver ricevuto un processo verbale di constatazione; in questo caso, la sanzione è ridotta a 1/5 del minimo.
L’unico ostacolo al ravvedimento è rappresentato dalla formale notifica di un atto di liquidazione o di accertamento oppure dal ricevimento di una comunicazione di irregolarità, emessa a seguito dei controlli automatici (articoli 36-bis del Dpr 600/1973 e 54-bis del Dpr 633/1972) o del controllo formale delle dichiarazioni (articolo 36-ter del Dpr 600/1973).

Come, cosa e con chi comunicherà il Fisco
Tornando allo specifico contenuto del provvedimento attuativo, l’Agenzia, quando intercetta situazioni “anomale” in merito all’indicazione in dichiarazione delle quote costanti di plusvalenze e/o sopravvenienze attive, trasmette, all’indirizzo di posta elettronica certificata del contribuente (se non attivato oppure non registrato nell’Indice nazionale degli indirizzi Pec, il mezzo sarà la posta ordinaria), una comunicazione contenente:
numero identificativo della comunicazione
modello di dichiarazione presentata relativa all’anno di realizzazione della plusvalenza o sopravvenienza
protocollo identificativo e data di invio della suddetta dichiarazione
ammontare complessivo della plusvalenza o sopravvenienza attiva realizzata, per la quale si è optato per la rateazione in conformità a quanto previsto dagli articoli 86 e 88 del Tuir
numero di rate scelte e ammontare della quota costante
dati relativi alla dichiarazione per il periodo d’imposta 2011, nella quale la quota di competenza risulta parzialmente o totalmente omessa
ammontare della quota di competenza parzialmente o totalmente omessa.
La stessa comunicazione verrà messa, poi, a disposizione della Guardia di finanza.

Il flusso comunicativo, naturalmente, non è a senso unico; il contribuente, infatti, direttamente o tramite gli intermediari incaricati della trasmissione delle dichiarazioni, potrà chiedere delucidazioni o, soprattutto, se ne è in possesso, segnalare elementi, fatti e circostanze che giustificano e spiegano le presunte anomalie, sempre via e-mail, utilizzando gli indirizzi riportati nella comunicazione ricevuta.




Fonte: Agenzia Entrate

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Benefici fiscali sulle spese per il logopedista.

Posso detrarre le fatture rilasciate dalla dottoressa privata di logopedia, per prestazioni a bimbo autistico con legge 104, senza essere in possesso della prescrizione medica?

Le spese sostenute per le prestazioni sanitarie rese alla persona dalle figure professionali elencate nel decreto ministeriale 29 marzo 2001, tra cui rientra il logopedista, sono ammesse alla detrazione d’imposta (articolo 15, comma 1, lettera c, del Tuir) anche senza una specifica prescrizione medica, sempre che dal documento di certificazione del corrispettivo rilasciato dal professionista sanitario risultino la relativa figura professionale e la descrizione della prestazione sanitaria resa (paragrafo 2.2 della circolare 19/E del 2012). Per completezza di informazione, si ricorda che le spese di assistenza specifica (così come quelle mediche generiche) sostenute dai disabili sono deducibili dal reddito complessivo (articolo 10, comma 1, lettera b, del Tuir).



Fonte: Agenzia Entrate

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Unico Sc 2015: online i software per la compilazione e il controllo.

Dopo quelli dedicati alla dichiarazione Irap, arrivano anche i software per consentire alle società di capitali e agli enti commerciali di redigere la dichiarazione dei redditi per il periodo di imposta 2014 e di intercettare l’eventuale presenza di anomalie o incongruenze tra i dati contenuti nel modello e le indicazioni fornite dalle specifiche tecniche e dalla circolare dei controlli.

Per poter utilizzare i programmi, è necessario avere installato:
– Java Virtual Machine versione 1.7
– uno tra i più comuni sistemi operativi (Windows 8, Windows 7, Windows Vista e Windows XP oppure Linux o ancora Mac OS X 10.7.3 e superiori)
– un software per leggere e stampare i file prodotti in formato pdf.

Il software di compilazione è di facile utilizzo, basta selezionare il link: Modello Unico SC 2015 e l’applicazione parte, si connette al server web per verificare l’esistenza di una versione più recente del software ed eventualmente esegue l’aggiornamento. In questo modo, l’utente ha la garanzia di utilizzare sempre l’ultima versione del programma. Dopo il primo utilizzo, si potrà usare lo stesso link, oppure scegliere il percorso da Start/Tutti i programmi, a seconda del sistema operativo in uso.

Il software di controllo consente di rilevare, per mezzo di appositi messaggi di errore, le anomalie o incongruenze riscontrate tra i dati contenuti nel modello di dichiarazione e nei relativi allegati e le indicazioni fornite dalle specifiche tecniche e dalla circolare dei controlli.
Il programma è utilizzabile sia dagli utenti registrati ai servizi on line dell’Agenzia, che a quelli non registrati.
A tal fine, chi è registrato a Fisconline deve installare l’applicazione FileInternet; chi è registrato a Entratel deve invece utilizzare l’applicazione Entratel. Entrambi i prodotti sono prelevabili dal sito dei servizi telematici dell’Agenzia.
Il software per gli utenti non registrati offre le stesse possibilità di operazione direttamente dal web, con la certezza di usare la versione più aggiornata e non dover installare nulla sul proprio computer né aggiornare di volta in volta. Per eseguire il programma di controllo, basta selezionare il link Procedura di controllo relativa ai modelli 2015; dopo il primo utilizzo, si potrà usare lo stesso link oppure il collegamento sul desktop, a seconda del sistema operativo usato.

Da ricordare
Il modello Unico Sc deve essere presentato entro nove mesi dalla chiusura del periodo d’imposta. Pertanto, se la società o l’ente ha l’esercizio coincidente con l’anno solare, il termine scade il 30 settembre.


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Rivalutazione terreni.

Per la determinazione della plusvalenza, ai sensi dell’articolo 7 della legge 448/2001, il contribuente può assumere – in luogo del costo o valore di acquisto – il valore del terreno rideterminato sulla base di una perizia giurata di stima.
Per la suprema Corte, l’asseverazione di questa perizia, in data successiva al rogito, non comporta decadenza dell’agevolazione. Inoltre, nei casi in cui il contribuente, nell’atto di cessione di terreno, indichi un valore di “poco” inferiore (frutto di mero errore) a quello rivalutato – non facendo menzione dell’intervenuta rideterminazione – per il calcolo della plusvalenza ai fini delle imposte dirette, potrà fare comunque riferimento al valore rivalutato che costituisce il “valore minimo di riferimento”.
Potrà riferirsi, comunque, a questo “valore minimo di riferimento” anche nell’ipotesi in cui, pur avendo dichiarato in atto un corrispettivo sensibilmente inferiore a quello periziato, ha comunque fatto menzione dell’intervenuta rideterminazione del valore del terreno.
Questi i principali chiarimenti forniti dall’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 53/E del 27 maggio 2015.

Quadro normativo
L’articolo 7 della legge 448 del 2001, nell’introdurre la possibilità di rideterminazione dei valori di acquisto dei terreni edificabili, ha espressamente previsto che “Agli effetti della determinazione delle plusvalenze e minusvalenze di cui all’articolo 81, comma 1, lettere a e b), del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 e successive modificazioni, per i terreni edificabili e con destinazione agricola posseduti alla data del 1° gennaio 2002, può essere assunto, in luogo del costo o valore di acquisto, il valore a tale data determinato sulla base di una perizia giurata di stima (…) a condizione che il predetto valore sia assoggettato ad una imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, secondo quanto disposto nei commi da 2 a 6”.
Ai sensi del comma 6, “La rideterminazione del valore di acquisto dei terreni edificabili e con destinazione agricola di cui ai commi da 1 a 5 costituisce valore normale minimo di riferimento ai fini delle imposte sui redditi, dell'imposta di registro e dell’imposta ipotecaria e catastale”.

In particolare, si ricorda che l’articolo 67 del TUIR (ex articolo 81), al primo comma, prevede che “sono redditi diversi… b). le plusvalenze realizzate a seguito di cessioni a titolo oneroso di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria secondo gli strumenti urbanistici vigenti al momento della cessione”.
Il successivo articolo 68 prevede che “Le plusvalenze di cui alle lettere a) e b) del comma 1 dell’articolo 67 sono costituite dalla differenza tra i corrispettivi percepiti nel periodo di imposta e il prezzo di acquisto o il costo di costruzione del bene ceduto, aumentato di ogni altro costo inerente al bene medesimo …. Il costo dei terreni suscettibili d’utilizzazione edificatoria di cui alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 67 è costituito dal prezzo di acquisto aumentato di ogni altro costo inerente, rivalutato in base alla variazione dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati nonché dell’imposta comunale sull’incremento di valore degli immobili”.

Prassi dell’Amministrazione e orientamento giurisprudenziale
Sull’argomento, in sede di prima interpretazione della disposizione contenuta nella legge 448/2001, l’Amministrazione finanziaria, con circolare 16/2005, ha precisato che “il valore rideterminato non può essere utilizzato prima della redazione e del giuramento della perizia in quanto nell’atto deve essere indicato il valore periziato del bene”. Tale posizione è stata successivamente ribadita con le circolari 47/2011 e 1/2013. Anche nella circolare 47/2011, infatti, l’Agenzia ha confermato che “è necessario che la redazione e il giuramento della perizia siano antecedenti alla cessione del bene, in quanto al fine della determinazione della plusvalenza il valore periziato deve essere indicato nell’atto di cessione dello stesso”.

Tuttavia, come si evidenzia nella risoluzione, più volte la Corte di cassazione si è pronunciata in senso difforme, affermando che il valore del terreno può essere determinato sulla base di una perizia giurata, anche se asseverata in data successiva alla stipulazione della compravendita.
Per tutte, si richiama l’ordinanza 26714/2013, con la quale la Suprema corte ha affermato che può essere assunto come valore iniziale, in luogo del costo o del valore di acquisto, quello determinato “sulla base di una perizia giurata anche se asseverata in data successiva alla stipulazione, attesa l’assenza di limitazioni poste dalla legge a tal proposito…”.
In senso conforme, come anticipato, si erano espresse anche la sentenza 30729/2011 e le ordinanze 22990/2012 e 11062/2013, nonché, da ultimo, l’ordinanza 10561/2014.
Naturalmente la perizia, ancorché non asseverata e giurata, deve essere redatta prima del rogito, stante l’obbligo di indicare in atto il relativo valore periziato.

Con la risoluzione in commento, l’Agenzia si è occupata anche dell’ulteriore problematica relativa all’indicazione nell’atto di cessione del terreno di un valore inferiore a quello risultante dalla perizia.
Sull’argomento, con la circolare 15/2002, è stato precisato che “Per i trasferimenti di terreni “… per i quali gli strumenti urbanistici prevedono la destinazione edificatoria”, l’ufficio provvede alla rettifica del valore dichiarato se ritiene che il valore venale dei terreni trasferiti sia superiore (Testo unico dell’imposta di registro articolo 51, comma 3). Ovviamente il valore accertato non può essere inferiore a quello rideterminato ai sensi del comma 1 dell’articolo 7 poiché questo, come detto, costituisce il valore normale minimo di riferimento. Qualora, invece, il venditore intenda discostarsi del valore attribuito al terreno dalla perizia - ad esempio perché il terreno ha subito un deprezzamento per cause naturali o per effetto dell’adozione di nuovi strumenti urbanistici - ai fini delle imposte di trasferimento valgono le regole sulla determinazione della base imponibile dettate dalle singole leggi d’imposta e per il calcolo della plusvalenza deve essere assunto, quale valore iniziale di riferimento, il costo o il valore di acquisto del terreno, secondo gli ordinari criteri indicati dall’articolo 82 del TUIR” (indirizzo espresso anche in successivi interventi dell’Amministrazione).

La prassi, quindi, attualmente prevede che il contribuente che indichi direttamente nell’atto un valore inferiore a quello di perizia si espone a una rettifica da parte del Fisco con riferimento alla determinazione della plusvalenza tassabile, non potendo far valere gli effetti della rideterminazione del valore.
A fronte di un valore dichiarato nell’atto di compravendita inferiore a quello periziato – a volte frutto di errore o di una dimenticanza – e in mancanza del richiamo in atto dell’avvenuta rideterminazione di valore, si procede, in sostanza, alla determinazione della plusvalenza secondo le regole ordinarie di calcolo ai sensi dell’articolo 68 del Tuir, fondate sulla differenza tra corrispettivo percepito e prezzo di acquisto.

Con la risoluzione 53/2015, tuttavia, l’Amministrazione riconosce che, se è pur vero che la ratio di tali istruzioni si ricollega a esigenze di speditezza e semplificazione dell’attività di controllo (sarebbe di ostacolo consentire al contribuente di dichiarare in atto un valore inferiore), è anche vero che detta esigenza viene meno nei casi in cui, pur non facendosi menzione in atto della intervenuta rideterminazione, lo scostamento del valore indicato nel medesimo atto rispetto a quello periziato, sia “poco significativo”.
Potrà farsi comunque riferimento al valore rivalutato anche nell’ipotesi in cui il contribuente, pur avendo dichiarato in atto un corrispettivo sensibilmente inferiore al valore periziato, abbia comunque fatto menzione in atto dell’intervenuta rideterminazione.




Fonte: Agenzia Entrate

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Gerico in versione definitiva.

Completato il kit per gli studi di settore. È da oggi, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, la versione definitiva di Gerico 2015, il software con cui è possibile conoscere i ricavi/compensi presunti.
Tramite il prodotto informatico, infatti, imprese e lavoratori autonomi interessati dagli studi possono calcolare la congruità dei loro ricavi o compensi ai fini dichiarativi.
Il software tiene conto della normalità economica, della coerenza economica e dell’effetto dei correttivi anticrisi. Dunque, stime riviste al ribasso, soprattutto quelle riguardanti determinati ambiti produttivi o specifiche aree territoriali.

Per accedere al programma, basta andare sul sito delle Entrate e seguire il percorso Home - Cosa devi fare - Dichiarare - Studi di settore e parametri - Studi di settore - Software - Gerico 2015.
Nella pagina si può anche consultare una guida operativa per l’utilizzo del software.

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lunedì 25 maggio 2015

Minimi: impiego collaboratori professionali.

Svolgo dal 2012 attività di consulente del lavoro con regime fiscale di contribuente minimo. Posso avvalermi di collaboratori professionali o rischio di perdere il regime sostitutivo di vantaggio?

È prevista la fuoriuscita del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità ("nuovi minimi") qualora non sussistano più i requisiti di accesso allo stesso, tra i quali il mancato sostenimento di spese per lavoro dipendente. Per continuare a usufruire del regime, è infatti necessario non avere effettuato nessun pagamento, nell’anno solare precedente, per lavoro dipendente o per collaboratori a progetto o per associati in partecipazione con apporto di solo lavoro oppure elargito utili di partecipazione agli associati (fanno eccezione le spese per prestazioni di natura occasionale).



Fonte: Agenzia Entrate

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Destinazione del mutuo ipotecario.

Per la mia prima casa (costata 200mila euro), ho pagato 150mila euro al compromesso e 50mila euro al rogito, contraendo in tale momento un mutuo per 100mila euro. Posso detrarre tutti gli interessi?

La detrazione sugli interessi passivi pagati per un contratto di mutuo viene riconosciuta a condizione che lo stesso sia stato stipulato per l’acquisto di un’unità immobiliare da destinare ad abitazione principale. Tale condizione può risultare dal contratto di acquisto dell’immobile, dallo stesso contratto di mutuo o da altra documentazione rilasciata dalla banca (paragrafo 4.2 della circolare 15/E del 2005). Qualora il contribuente non sia in grado di provare tale circostanza, può ricorrere alla dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà (articolo 47 del Dpr 445/2000), dichiarando che il mutuo è stato contratto per l’acquisto dell’abitazione principale, assumendosi la responsabilità penale e civile delle dichiarazioni rese (risoluzione 147/E del 2006).



Fonte: Agenzia Entrate

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Lettere d’intento cumulative online.

Da lunedì 25 maggio, il transito degli esportatori abituali alla frontiera diventa veramente light: niente più copia cartacea della dichiarazione d’intento e nemmeno della ricevuta di presentazione all’Agenzia delle Entrate. Agli interessati basterà comunicare telematicamente alle Dogane il numero della dichiarazione che, a quel punto, avrà efficacia per tutte le operazioni di export e di import effettuate nell’anno.
L’ulteriore semplificazione è stata sancita con la nota del 20 maggio dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dopo la messa a punto del “dialogo” tra le banche dati delle due agenzie fiscali.

Dopo un breve riepilogo delle disposizioni che hanno condotto alla concreta realizzazione dell’agevolazione “documentale” (articolo 20 del Dlgs 175/2014 e risoluzione 38/2015), le Dogane fanno sapere di aver eliminato ogni ostacolo alla possibilità di ammettere le dichiarazioni cumulative riguardanti operazioni di importazione e, quindi, di essere pronte ad accogliere in toto le novità in materia di presentazione delle lettere d’intento.
Novità così sintetizzabili: da quest’anno, l’esportatore abituale (e non più il suo fornitore) che intende effettuare operazioni usufruendo del regime di non imponibilità Iva deve, preventivamente, trasmettere all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione d’intento utilizzando l’apposito modello (vedi “Un modello da esportatori abituali: è quello per le lettere d’intento”) e, successivamente, consegnarla al proprio fornitore di beni (o prestatore di servizi), assieme alla ricevuta di presentazione rilasciata dall’Amministrazione finanziaria. Questa procedura riguarda sia le esportazioni sia le importazioni (vedi “Lettere d’intento: ne basta una per diverse operazioni di import”).

In sostanza, l’accesso alla banca dati delle dichiarazioni d’intento, gestita dall’Agenzia delle Entrate, ha consentito all’Amministrazione doganale di individuare e risolvere una serie di intoppi tecnici, dovuti essenzialmente agli errori effettuati nelle “lettere” dagli interessati, che impedivano il “dialogo” tra il database delle Entrate e quello “Aida” delle Dogane. Ora parlano la stessa lingua e l’agevolazione può andare a regime.

Aida è un sistema che, in fase di acquisizione della dichiarazione di importazione, controlla l’esistenza e la validità della lettera di intento, la capienza del plafond Iva (sulla base dell’importo inserito nella dichiarazione trasmessa all’Agenzia delle Entrate) e la corrispondenza tra i dati dell’importatore e quelli del dichiarante. In caso di incongruenze, naturalmente, il sistema rigetta l’operazione. Poi, una volta risolte le eventuali “incoerenze”, Aida comunica, in tempo reale, con il sistema informativo dell’Agenzia delle Entrate. Quando è tutto ok, il plafond disponibile viene automaticamente ridotto dell’importo effettivamente utilizzato, avvalendosi dello specifico “conto a scalare” imputato all’esportatore abituale.

La gestione “meccanica” del plafond fa della semplificazione una supersemplificazione. Il suo controllo non sarà più onere dell’operatore: il plafond verrà “speso” direttamente dal sistema Aida.




Fonte: Agenzia Entrate

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Studi di settore per l’anno 2014.

Appena apparso in Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale 15 maggio 2015 con i correttivi per la revisione congiunturale speciale per il periodo d’imposta 2014 (vedi “Studi 2014 al passo con i tempi: ecco i correttivi “attenti” alla crisi”), l’Agenzia delle Entrate ha messo in Rete la versione definitiva dei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore.
Ad approvarli il provvedimento 22 maggio 2015.

I 204 modelli, che costituiscono parte integrante della dichiarazione dei redditi da presentare con Unico 2015, sono disponibili sul sito delle Entrate, con le relative istruzioni, suddivisi per attività economiche:
51 per il settore delle manifatture
60 per il settore servizi
24 per le attività professionali
69 per il settore del commercio.
Indicazioni operative
I modelli devono essere compilati dai contribuenti ai quali si applicano gli studi di settore nonché da quelli che, anche se esclusi dalla loro applicazione, sono comunque tenuti alla presentazione, che nel periodo d’imposta 2014 hanno esercitato in via prevalente una delle attività economiche nel settore delle manifatture, dei servizi, delle attività professionali e del commercio per le quali risultano approvati gli studi stessi.
I contribuenti che hanno esercitato l’attività di cui al codice “90.03.09 - Altre creazioni artistiche e letterarie” sono tenuti alla compilazione del modello “VK28U”, finalizzata alla sola acquisizione di dati.

La trasmissione all’Amministrazione finanziaria deve avvenire esclusivamente per via telematica, unitamente alla dichiarazione dei redditi Unico 2015. L’invio può essere effettuato direttamente – attraverso il servizio telematico Entratel o Internet (Fisconline) – oppure tramite intermediari abilitati, secondo le specifiche tecniche che saranno specificate in un successivo provvedimento.
Gli incaricati della trasmissione telematica, dopo aver ultimato correttamente l’invio, devono comunicare al contribuente i dati relativi all’applicazione degli studi di settore, compresi quelli riguardanti il calcolo della congruità, della coerenza e della normalità economica, utilizzando i modelli o un prospetto con tutte le informazioni trasmesse, conformi per struttura e sequenza ai modelli approvati oggi.

Per il rilascio dell’asseverazione, i soggetti incaricati devono verificare che gli elementi contabili ed extracontabili indicati nei modelli di dichiarazione e rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore corrispondano a quelli risultanti dalle scritture contabili e da altra documentazione idonea.
Non è richiesta asseverazione in relazione:
ai dati che necessitano dell’esame dell’intera documentazione contabile o gran parte di essa
ai dati che implicano valutazioni di carattere imprenditoriale
ai dati relativi alle unità immobiliari utilizzate per l’esercizio dell’attività.




Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 22 maggio 2015

Minimi: impiego collaboratori professionali.

Svolgo dal 2012 attività di consulente del lavoro con regime fiscale di contribuente minimo. Posso avvalermi di collaboratori professionali o rischio di perdere il regime sostitutivo di vantaggio?

È prevista la fuoriuscita del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità ("nuovi minimi") qualora non sussistano più i requisiti di accesso allo stesso, tra i quali il mancato sostenimento di spese per lavoro dipendente. Per continuare a usufruire del regime, è infatti necessario non avere effettuato nessun pagamento, nell’anno solare precedente, per lavoro dipendente o per collaboratori a progetto o per associati in partecipazione con apporto di solo lavoro oppure elargito utili di partecipazione agli associati (fanno eccezione le spese per prestazioni di natura occasionale).



Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus mobili e successione.

Ho ereditato la casa dei miei genitori, oggetto di interventi recenti di recupero edilizio. Oltre alle rate residue del bonus ristrutturazioni, posso fruire anche di quelle del bonus mobili?

In caso di decesso del contribuente, la detrazione per l’acquisto di mobili, non utilizzata in tutto o in parte, non si trasferisce agli eredi per i rimanenti periodi di imposta. Il bonus mobili, seppure presupponga la fruizione della detrazione per le spese sostenute per interventi di recupero del patrimonio edilizio, è infatti una detrazione autonoma, personale, con proprie norme sul limite di spesa e sulla ripartizione in dieci rate della detrazione stessa, che non prevedono il trasferimento della detrazione (paragrafo 4.6 della circolare 17/E del 2015).



Fonte: Agenzia Entrate

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Deduzione dei costi.

In tema di reddito d’impresa, la Corte di cassazione, con la sentenza 9080 del 6 maggio 2015, ha stabilito che i requisiti di certezza (in ordine all’an) e di obiettiva determinabilità (in ordine al quantum) dei componenti di reddito debbono venire a realizzarsi entro la fine del periodo d’imposta. Di conseguenza, concorrono a formare il reddito dell’esercizio di competenza anche i componenti la cui conoscenza sia sopravvenuta per il contribuente dopo la chiusura dell’esercizio (ma entro il termine impiegato per la redazione del bilancio ed entro la scadenza per la presentazione della dichiarazione), purché i suddetti requisiti di certezza e di obiettiva (pertanto, documentabile) determinabilità siano maturati entro la fine dell’esercizio, in modo che non sia rimessa alla mera volontà delle parti la scelta dell’esercizio cui il componente è imputato.

I fatti rilevanti della causa
Con avviso di accertamento, l’ente impositore contestava a una società maggiori imposte dovute (Iva, Irpef e Irap), principalmente, per accantonamenti indeducibili.

Nel ricorso alla Commissione tributaria provinciale, la contribuente affermava di essersi limitata a rettificare nel bilancio (incrementando le rimanenze dei prodotti finiti) i ricavi di merci vendute con contratti di franchising o estimatori in relazione alle rese (nella parte eccedente il 10%) effettuate nei primi mesi dell’anno successivo e, quindi, con valore già noto al momento di chiusura del bilancio dell’anno accertato (1998).
L’Agenzia delle Entrate aveva, invece, controdedotto che l’importo in contestazione non poteva imputarsi all’esercizio 1998 sia per il principio di competenza sia perché la quantità delle rese al 31 dicembre dell’anno era sconosciuta alla società e i valori erano solo presunti e basati su comunicazioni verbali degli esercenti.
Il giudice accoglieva il ricorso.

L’esito veniva confermato in secondo grado, rilevando la Commissione regionale che la società, conoscendo il valore delle rese al 31 dicembre 1998, si era attenuta al principio di competenza economica, diminuendo i ricavi e aumentando le rimanenze dei prodotti finiti.

Nel ricorso per cassazione, l’ufficio contesta la sentenza per erronea determinazione in materia di costi ritenuti. La questione attiene ai limiti temporali entro i quali l’avvenuto conseguimento del carattere determinato dei componenti negativi possa ancora riferirsi, oltre che civilisticamente, anche fiscalmente all’esercizio in cui i corrispondenti componenti positivi di reddito sono stati conseguiti.

Le ragioni della decisione
La Corte suprema accoglie il ricorso dell’Amministrazione finanziaria, affermando il principio secondo cui le componenti reddituali che diventano certe e oggettivamente determinabili entro la chiusura dell’esercizio, pur se venute effettivamente a conoscenza dopo la chiusura dello stesso, concorrono alla formazione del reddito d’impresa del periodo.

Giova al riguardo ricordare che la giurisprudenza di legittimità ha più volte argomentato che, poiché l’imputazione di un determinato costo a un esercizio anziché a un altro ben può, in astratto, comportare 1’alterazione dei risultati della dichiarazione mediante i meccanismi di compensazione dei ricavi e dei costi nei singoli esercizi, deve ritenersi rigorosamente preclusa, in tema di reddito d’impresa, ai sensi dell’articolo 75 del Tuir, la deduzione di costi in esercizi diversi da quello di competenza e il contribuente non può essere lasciato arbitro della scelta del periodo in cui registrare le passività (Cassazione, pronunce 7912/2000, 16198/2001, 3809/2007, 6331/2008 e 3418/2010).

Il principio contenuto nell’articolo 75 (ora articolo 109) del Tuir impone che un componente positivo o negativo, di competenza civilistica di un dato periodo, può essere fiscalmente riconosciuto in detto esercizio soltanto in presenza di ulteriori requisiti dettati dalla norma fiscale e consistenti nella certezza dello stesso – vale a dire l’effettiva esistenza dell’elemento reddituale – e nell’oggettiva determinabilità con riguardo all’ammontare. Laddove questi requisiti non siano integrati, l’imponibilità o la deducibilità dello stesso sarà rimandata agli esercizi successivi (cfr da ultimo, Cassazione, pronunce 2854-14798/2012, 19671/2013 e 3484/2014).

In definitiva, nel caso di specie, di fronte a una specifica contestazione dell’appellante, il giudice del riesame non ha fornito alcuna indicazione sulle ragioni della ritenuta piena conoscenza delle rese medesime alla data della chiusura dell’esercizio 1998 e, quindi, ha omesso di esaminare circostanze che, ove valutate, avrebbero potuto comportare un diverso esito del giudizio in ordine a uno dei fatti principali della controversia.


Fonte: Agenzia Entrate

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Avviso d'accertamento legittimo se rinvia al pvc già notificato.

Con le sentenze 26471 e 26472 del 2014, la Corte di cassazione è tornata a occuparsi del tema inerente i requisiti necessari a ritenere integrato l'obbligo motivazionale in relazione ad avvisi d'accertamento motivati per relationem.
Nella fattispecie sub iudice, l'avviso d'accertamento, avente a oggetto delle operazioni di compravendita intracomunitaria di autovetture, era stato motivato mediante rinvio espresso al processo verbale di constatazione, in precedenza notificato al contribuente. Detto processo verbale, tuttavia, conteneva un chiaro riferimento a delle indagini esperite "dall'organo collaterale britannico" presso la ditta venditrice, le cui risultanze erano solo in parte richiamate nel processo verbale medesimo.

In tale stato di cose, la Corte di cassazione ha ribadito che l'avviso d'accertamento costituisce l'atto con il quale l'Amministrazione finanziaria esercita la propria pretesa tributaria nei confronti del contribuente e che il medesimo deve ritenersi correttamente motivato ogni qualvolta l'Amministrazione abbia posto il contribuente in condizione di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali e, quindi, di contestarne efficacemente l'an e il quantum debeatur.
Immediata conseguenza di siffatto principio è che, se l'avviso d'accertamento fa riferimento a un processo verbale di constatazione della Guardia di finanza, regolarmente notificato al contribuente, l'obbligo motivazionale deve ritenersi integrato, non essendo altresì necessario che a detto avviso vengano allegate anche le prove poste a fondamento del verificarsi di taluni fatti, né riportato il loro contenuto essenziale.

Con specifico riferimento ai fatti di causa, la Corte ha evidenziato che il contribuente aveva potuto apprendere il contenuto essenziale dei verbali degli atti ispettivi svolti all'estero sia dal processo verbale della Guardia di finanza (che li richiamava succintamente), sia dall'avviso d'accertamento medesimo; così da poter escludere il configurarsi di qualsivoglia vizio motivazionale nell'atto sub iudice.

Del resto, neppure la disciplina comunitaria prevede formalità specifiche di trasmissione e comunicazione ai soggetti interessati dei risultati delle indagini estere, né impone alcun obbligo specifico quanto al contenuto di detta comunicazione poiché, come affermato dalla medesima Corte europea, spetta solo agli ordinamenti nazionali fissare le relative norme (Corte di giustizia 22 ottobre 2013, causa c-276/12).
In tale pronuncia venne affermato, difatti, che il diritto dell’Unione, quale risulta in particolare dalla direttiva 77/799/Cee del Consiglio, del 19 dicembre 1977, relativa alla reciproca assistenza fra le autorità competenti degli Stati membri nel settore delle imposte dirette e delle imposte sui premi assicurativi, come modificata dalla direttiva 2006/98/Ce del Consiglio, del 20 novembre 2006, e dal diritto fondamentale al contraddittorio, deve essere interpretato nel senso che esso non conferisce al contribuente di uno Stato membro il diritto di essere informato della richiesta di assistenza inoltrata da tale Stato a un altro Stato membro al fine, in particolare, di verificare i dati forniti dallo stesso contribuente nell’ambito della sua dichiarazione dei redditi, né il diritto di partecipare alla formulazione della domanda indirizzata allo Stato membro richiesto né il diritto di partecipare alle audizioni di testimoni organizzate da quest’ultimo Stato.
Pertanto, è stato statuito che la direttiva 77/799, come modificata dalla direttiva 2006/98, non disciplina la questione delle condizioni alle quali il contribuente può contestare l’esattezza dell’informazione trasmessa dallo Stato membro richiesto e non impone alcun obbligo particolare quanto al contenuto di quest’ultima.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 19 maggio 2015

Credito gasolio per autotrazione.

Dopo le modifiche contenute nella risoluzione delle Entrate n. 39/E del 20 aprile scorso (vedi “Credito per autotrasportatori: cambiano le istruzioni per l’F24”), l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fornisce alcuni chiarimenti in merito all’utilizzo del codice tributo “9740”. Tra gli altri, cosa indicare in presenza di crediti riferiti ai consumi di gasolio dei trimestri 2014 (nota del 14 maggio 2015).

L’intervento dell’Agenzia delle Entrate è stato conseguente alla legge 27/2012, che ha introdotto la possibilità, per gli esercenti del settore del trasporto, di richiedere il rimborso dell’accisa sul gasolio utilizzato come carburante con periodicità trimestrale, disponendo un nuovo termine di presentazione della dichiarazione (da effettuare entro il mese successivo al trimestre solare di riferimento) e ha ampliato il limite temporale per l’utilizzo in compensazione del credito al 31 dicembre dell’anno solare successivo a quello in cui è sorto.

In merito alle nuove modalità indicate nella risoluzione 39/2015, le Dogane ribadiscono che nel campo “rateazione/regione/prov/mese-rif” del modello F24 va riportato il numero della rata con un formato a quattro caratteri, dove i primi due (01, 02, 03 o 04) rivelano il trimestre solare (rispettivamente, gennaio-marzo, aprile-giugno, luglio-settembre e ottobre-dicembre) e gli altri due identificano l’anno solare di riferimento dei consumi di gasolio, vale a dire, per quello in corso, 15. Scrivendo 0315, per esempio, si intende il trimestre luglio-settembre del 2015.
Nel campo intestato all’anno di riferimento, invece, va indicato l’anno di presentazione della dichiarazione, riferita al trimestre solare inserito nel campo 2, nel formato “AAAA”.

In risposta poi a un’associazione di categoria che, in relazione ai crediti riferiti ai consumi di gasolio del 2014 ancora non utilizzati in compensazione, ha segnalato la difficoltà di alcuni operatori a ricollegare i medesimi al trimestre solare di riferimento (non essendo i sistemi informatici in grado di ricomporre le suddette informazioni), la nota precisa che, in tal caso, nel campo “rateazione/regione/prov/mese-rif” possono essere inseriti i caratteri 0414 per tutti i trimestri del 2014; invece, nel campo intestato all’anno di riferimento, va comunque inserito quello di presentazione della dichiarazione (2014, per i primi tre trimestri dell’anno solare; 2015, per il quarto trimestre).


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Abitazione principale e familiari a carico.

Nella verifica del limite reddituale per essere considerati a carico, deve essere incluso anche il reddito dell'abitazione principale?

Le detrazioni di imposta per coniuge, figli e altri familiari spettano a condizione che le persone alle quali si riferiscano siano considerate fiscalmente a carico, ovvero siano in possesso di un reddito complessivo annuo non superiore al 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili. In tale limite deve essere compreso anche il reddito dell’unità immobiliare adibita ad abitazione principale e delle relative pertinenze (circolare 1/E del 2008).



Fonte: Agenzia Entrate

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Omesso versamento dell’Iva.

La Corte di cassazione, con sentenza 18501 del 5 maggio 2015, ha statuito che nel reato omissivo per mancato versamento dell’Iva, “non può essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte alla esigenza predetta”. Grava sul contribuente l’obbligo di accantonare l’Iva dovuta, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione tributaria.

Evoluzione processuale della vicenda
Il tribunale di Bari, con sentenza del 13 aprile 2012, aveva dichiarato il contribuente colpevole dei reati di cui all’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, contestandogli l’omesso versamento dell’Iva dovuta per i periodi di imposta 2005 e 2006.
L’imputato ricorreva in appello sostenendo che non sussisteva il dolo di evasione perché i corrispettivi fatturati non erano mai stati incassati.
Con sentenza del 15 novembre 2013, la Corte d’appello aveva confermato la sentenza impugnata, ritenendo infondati i rilievi difensivi.

L’imputato proponeva ricorso per cassazione, per i seguenti motivi:
la mancata considerazione delle pessime condizioni economiche in cui versava la società e la circostanza che in ogni caso l’imputato era stato ammesso a pagare (e stava pagando) ratealmente il dovuto, quali fatti che escludevano il dolo
l’omesso versamento era dovuto alla mancata riscossione dell’Iva da parte di clienti insolventi o falliti, circostanza questa che aveva aggravato la crisi di liquidità dell’impresa.
Pronuncia della Cassazione                                                            
Per quanto riguarda l’anno d’imposta 2005, rileva la sentenza 80/2014 della Corte costituzionale che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, nella parte in cui punisce l’omesso versamento dell’Iva per importi non superiori a 103.291,38 euro, privando il fatto di rilevanza penale.

Per l’anno 2006, invece, la Corte, confortata dalla sentenza a sezioni unite n. 37424/2103, ha stabilito che:
il reato in esame è punibile a titolo di dolo generico e consiste nella coscienza e volontà di non versare all’erario le ritenute effettuate nel periodo considerato, non essendo richiesto che il comportamento illecito sia dettato dallo scopo specifico di evadere le imposte
la prova del dolo è insita in genere nella presentazione della dichiarazione annuale
il debito verso il fisco relativo ai versamenti Iva è normalmente collegato al compimento delle operazioni imponibili. “Ogni qualvolta il soggetto d’imposta effettua tali operazioni riscuote già l’IVA dovuta e deve, quindi, tenerla accantonata per l’Erario, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all'obbligazione tributaria”.
Non può, quindi, essere invocata, per escludere la colpevolezza, la crisi di liquidità del soggetto attivo al momento della scadenza del termine lungo, ove non si dimostri che la stessa non dipenda dalla scelta di non far debitamente fronte alla esigenza predetta.

Per quanto concerne il tema della “crisi di liquidità” d’impresa, quale fattore in grado di escludere la colpevolezza, la Corte ha ulteriormente precisato che “è necessario che siano provati la non imputabilità al contribuente della crisi economica dell’azienda, e la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata” (vedi anche Cassazione 5905/2014, 15416/2014, 5467/2013).
Nel caso di specie, le allegazioni sono del tutto generiche e non riescono a supportare le eccezioni di sussistenza della forza maggiore.
A giudizio della Suprema corte, “per la sussistenza del reato in questione non è richiesto il fine di evasione, tantomeno l’intima adesione del soggetto alla volontà di violare il precetto”. Il dolo del reato in questione è integrato dalla sola condotta omissiva posta in essere, nella consapevolezza della sua illiceità.

Con la sentenza in commento, la Corte ha confermato la posizione più volte espressa (sentenze 4529/2007, 18402//2013, 24410/2011, 9041/1997, 643/1984, 7779/1984) tesa a “escludere che le difficoltà economiche in cui versa il soggetto agente possano integrare la forza maggiore penalmente rilevante, in considerazione del fatto che la forza maggiore postula la individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto ed imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, sì da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento”.
Costituisce corollario di queste affermazioni il fatto che nei reati omissivi integra la causa di forza maggiore l’assoluta impossibilità, non la semplice difficoltà, di porre in essere il comportamento omesso (Cassazione, 10116/1990).

I giudici hanno concluso ritenendo inconsistente la tesi del ricorrente volta a giustificare la condotta dell’imputato con le sue pessime condizioni economiche e con il mancato pagamento delle fatture da parte dei clienti.




Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 12 maggio 2015

Iva in edilizia e reverse charge nel settore immobiliare.

Il termine reverse charge o “inversione contabile” fa riferimento ad una modalità di assolvimento dell’IVA derogante le usuali regole che designano il cedente o prestatore quale soggetto debitore dell’imposta.

In caso quindi di inversione contabile è l’acquirente o committente a dover assolvere l’IVA e non il cedente o prestatore come prevedono i principi generali dell’IVA, il sistema del reverse charge ha come norma di riferimento l’art. 17 del d.P.R. 633/1972.

Come si può osservare, il comma 1 dell’articolo in commento identifica chi, per norma generale, è il debitore dell’imposta, ovvero il fornitore. I commi successivi introducono appunto il meccanismo del c.d. reverse charge, trattate dal comma 5 e successivi per le operazioni interne di cui si parla.

Il meccanismo di assolvimento dell’IVA in commento comporta alcuni obblighi sia per il soggetto che emette la fattura sia per il soggetto che la riceve:

SOGGETTO CHE EMETTE LA FATTURA
Ha l’obbligo di indicare in fattura la dicitura “reverse charge” o “inversione contabile” (*).
Annota la fattura nel registro delle vendite entro i termini ordinari.
(*) Si precisa che l’indicazione nella fattura della norma che prevede l’applicazione del reverse charge è diventata facoltativa a partire dal 1° gennaio 2013.
SOGGETTO CHE RICEVE LA FATTURA
Assolve l’IVA attraverso l’integrazione della fattura con indicazione dell’IVA e la dicitura “Autofatturazione”.
Annota la fattura nel registro delle vendite con riferimento al mese di ricevimento.
Annota la fattura nel registro degli acquisti entro i termini ordinari.
In particolare questo meccanismo di assolvimento del’IVA si presenta nel settore immobiliare sia nelle operazioni di subappalto per lavori edili sia nelle cessioni di immobili strumentali.
Nuove ipotesi di reverse charge dal 2015

La Legge di stabilità 2015 (Legge n. 190 del 2014) ha apportato delle novità all’art. 17, comma 6 del d.P.R. 633/1972, introducendo nuove ipotesi di applicazione del meccanismo del reverse charge sostanzialmente in tre settori di attività: il settore edile, il settore energetico ed il settore della grande distribuzione.

Vediamo in dettaglio le operazioni di cui si tratta:
Prestazioni di servizi di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative a edifici
Trasferimenti di quote di emissioni di gas a effetto serra (articolo 3 della direttiva 2003/87/CE)
Trasferimenti di altre unità che possono essere utilizzate dai gestori per conformarsi alla direttiva 2003/87/CE e di
certificati relativi al gas e all’energia elettrica
Cessioni di gas e di energia elettrica a un soggetto passivo rivenditore
Cessioni di beni effettuate nei confronti di ipermercati, supermercati e discount alimentari
Cessioni di bancali in legno (pallet) recuperati ai cicli di utilizzo successivi al primo
Il nuovo meccanismo impositivo è già applicabile alle operazioni effettuate a partire dal 1° gennaio 2015, facendo eccezione alle operazioni previste al punto 5 della tabella sopra riportata, ovvero, le cessioni di beni effettuate nei confronti di ipermercati, supermercati e discount alimentari. Infatti, per tali operazioni, si attende una specifica autorizzazione del Consiglio Europeo.

Tale autorizzazione deve arrivare poiché né l’art. 199 né l’art. 199-bis della direttiva 2006/112/CE, che contengono le casistiche alle quali gli Stati membri possono decidere di applicare il meccanismo del reverse charge, contiene le operazioni in oggetto. Di conseguenza, in mancanza di un’espressa facoltà prevista dagli articoli citati, tale previsione rimane subordinata al rilascio dell’autorizzazione da parte del Consiglio europeo.

Vediamo in dettaglio le operazioni che riguardano il settore dell’edilizia.

La nuova lettera a-ter) dell’art. 17, comma 6 del d.P.R. 633 del 1972 prevede l’assolvimento dell’IVA mediante reverse charge per le “prestazioni di servizi di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici”:

Art. 17, comma 6, d.P.R. 633 del 1972 (in vigore fino dal 1° gennaio 2015)

6. Le disposizioni di cui al quinto comma si applicano anche:
a) alle prestazioni di servizi, diversi da quelli di cui alla lettera a-ter), compresa la manodopera, rese nel settore edile da soggetti subappaltatori nei confronti delle imprese che svolgono l’attività di costruzione o ristrutturazione di immobili ovvero nei confronti dell’appaltatore principale o di un altro subappaltatore. La disposizione non si applica alle prestazioni di servizi rese nei confronti di un contraente generale a cui venga affidata dal committente la totalità dei lavori;
a-bis) alle cessioni di fabbricati o di porzioni di fabbricato di cui ai numeri 8-bis) e 8-ter) del primo comma dell’articolo 10 per le quali nel relativo atto il cedente abbia espressamente manifestato l’opzione per l’imposizione;
a-ter) alle prestazioni di servizi di pulizia, di demolizione, di installazione di impianti e di completamento relative ad edifici.

La circolare 14/E del 2015 è intervenuta per fornire i chiarimenti ministeriali tanto attesi riguardo alla novella introdotta dalla Legge di stabilità. Innanzitutto, la circolare dispone che:
“come si evince dal dettato della novella normativa in commento, l’applicazione del meccanismo dell’inversione contabile riguarda, quindi, attività relative al comparto edile (prestazioni di demolizione, installazione di impianti e completamento di edifici) già interessate dal reverse charge alle condizioni di cui alla previgente lettera a) dell’articolo 17, comma 6, del d.P.R.
n. 633 del 1972, e, al contempo, interessa nuovi settori collegati non rientranti nel comparto edile propriamente inteso, come i servizi di pulizia relativi ad edifici”.

Inoltre, osserva che il contenuto della nuova lettera a-ter) risulta complementare rispetto alla previsione di cui alla lettera a) del comma 6 dell’art. 17 del d.P.R. 633 del 1972 ma al medesimo tempo se ne differenzia sotto tanti aspetti. Infatti, differenti risultano, secondo la circolare, i presupposti e l’ambito applicativo della novella normativa rispetto a quelli di cui alla lettera a) del comma in commento.

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Interessi di mora ridotti sulle cartelle di pagamento pagate in ritardo.

A decorrere dal 15 maggio 2015, gli interessi di mora per ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo passano dal 5,14% al 4,88% in ragione annuale, fissato con Provvedimento dell'Agenzia delle Entrate del 30 aprile 2015.   L’articolo 30 del DPR 602/1973 prevede che, decorsi 60 giorni dalla notifica della cartella di pagamento, sulle somme iscritte a ruolo, escluse le sanzioni pecuniarie tributarie e gli interessi, si applicano, a partire dalla data della notifica della cartella e fino alla data del pagamento, gli interessi di mora al tasso determinato annualmente con decreto del Ministero delle finanze con riguardo alla media dei tassi bancari attivi.   In attuazione della richiamata disposizione, con provvedimento del 10 aprile 2014, la misura del tasso di interesse da applicare nelle ipotesi di ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo è stata fissata al 5,14 per cento in ragione annuale.   Considerato che, come detto, l’art. 30 prevede una determinazione annuale del tasso di interesse in questione, è stata interessata la Banca d’Italia che, con nota del 25 febbraio 2015, ha stimato al 4,88% la media dei tassi bancari attivi con riferimento al periodo 1.1.2014-31.12.2014.   Il Provvedimento in questione fissa, dunque, con effetto dal 15 maggio 2015, al 4,88 per cento in ragione annuale, la misura del tasso di interesse da applicare nelle ipotesi di ritardato pagamento delle somme iscritte a ruolo, di cui all’articolo 30 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602.

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La disciplina delle triangolazioni Iva intra ed extra Ue.

La triangolazione, come detto nella sintesi, è un operazione nella quale concorrono tre soggetti ben distinti e legati fra loro da particolari rapporti giuridici.
La triangolazione è infatti inquadrabile giuridicamente nell’art. 1478 del Codice Civile – Vendita di cosa altrui.

L’art. 1478 c.c. dispone che:
”Se al momento del contratto la cosa venduta non era di proprietà del venditore, questi è obbligato a procurarne l’acquisto al compratore. Il compratore diventa proprietario nel momento in cui il venditore acquista la proprietà dal titolare di essa”.

All’interno dell’istituto della vendita di bene altrui si distingue tra vendita espressamente dichiarata di bene altrui e vendita non espressamente dichiarata di bene altrui.
In caso di vendita di bene altrui dichiarata, il venditore:
dichiara, in modo chiaro ed esplicito all’acquirente che il bene non è di sua proprietà, ma è di proprietà di un terzo e, contemporaneamente,
si obbliga ad acquisire la proprietà del bene dal proprietario reale per poi trasferire la proprietà del bene all’acquirente.
Nel caso di vendita di cosa altrui non dichiarata il venditore non esplicita la situazione in base alla quale il bene non è nella propria sfera giuridica.
Trasferendo tali aspetti giuridici all’ambito IVA si individuano nella normativa dell’Imposta sul Valore Aggiunto le seguenti operazioni:

Le operazioni triangolari possono essere di due tipi:
Extracomunitarie, nelle quali sono coinvolti soggetti non residenti nell’UE, oltre all’operatore italiano;
Intracomunitarie, nelle quali sono coinvolti soggetti residenti nell’UE, oltre ovviamente all’operatore italiano.
Le triangolazioni extracomunitarie

Le operazioni triangolari di cui al presente lavoro vengono trattate dall’art. 8, comma 1, d.P.R. 633/1972, al fine di comprendere meglio la loro natura, descriviamo prima brevemente tutte le operazioni contenute nell’art. 8 citato.

Art. 8, comma 1, d.P.R. 633/1972
Costituiscono cessioni all’esportazione non imponibili:
le cessioni, anche tramite commissionari, eseguite mediante trasporto o spedizione di beni fuori del territorio della Comunità economica europea a cura o a nome dei cedenti o dei commissionari, anche per incarico dei propri cessionari o commissionari di questi. I beni possono essere sottoposti per conto del cessionario, ad opera del cedente stesso o di terzi, a lavorazione, trasformazione, montaggio, assiemaggio o adattamento ad altri beni. L’esportazione deve risultare da documento doganale, o da vidimazione apposta dall’ufficio doganale su un esemplare della fattura ovvero su un esemplare della bolla di accompagnamento emessa a norma dell’art. 2 del decreto del Presidente della Repubblica 6 ottobre 1978, n. 627, o, se questa non è prescritta, sul documento di cui all’articolo 21, quarto comma, secondo periodo. Nel caso in cui avvenga tramite servizio postale l’esportazione deve risultare nei modi stabiliti con decreto del Ministro delle finanze, di concerto con il Ministro delle poste e delle telecomunicazioni;
le cessioni con trasporto o spedizione fuori del territorio della Comunità economica europea entro novanta giorni dalla consegna, a cura del cessionario non residente o per suo conto, ad eccezione dei beni destinati a dotazione o provvista di bordo di imbarcazioni o navi da diporto, di aeromobili da turismo o di qualsiasi altro mezzo di trasporto ad uso privato e dei beni da trasportarsi nei bagagli personali fuori del territorio della Comunità economica europea; l’esportazione deve risultare da vidimazione apposta dall’ufficio doganale o dall’ufficio postale su un esemplare della fattura;
le cessioni, anche tramite commissionari, di beni diversi dai fabbricati e dalle aree edificabili, e le prestazioni di servizi rese a soggetti che, avendo effettuato cessioni all’esportazione od operazioni intracomunitarie, si avvalgono della facoltà di acquistare, anche tramite commissionari, o importare beni e servizi senza pagamento dell’imposta.
Come visto, l’art. 8, co.1, d.P.R. 633/1972 qualifica le cessioni all’esportazioni come non imponibili e ne illustra immediatamente al comma 1 le caratteristiche e le casistiche principali.

Da una prima analisi emerge che le cessioni all’esportazione riguardano:
essenzialmente beni ceduti (non servizi, trattati eventualmente per analogia nell’art. 9, d.P.R. 633/1972, oppure dagli artt. Da 7-ter a 7-septies d.P.R. 633/1972);
operazioni dove sono coinvolti, oltre all’operatore italiano, anche uno o più soggetti non residenti nel Territorio italiano.

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Premi assicurativi, le regole di detrazione in Unico 2015.

Le spese sostenute per i premi di assicurazione sono detraibili in sede di dichiarazione dei redditi nella misura del 19% - art. 15, comma 1, lett. f), TUIR.
Ai fini della detraibilità è importante distinguere a seconda che si tratti di:
premi relativi a contratti di assicurazione stipulati/rinnovati fino al 31.12.2000. Tali premi fruiscono della detrazione IRPEF del 19% a condizione che il contratto di assicurazione:
abbia durata non inferiore a 5 anni dalla data di stipula;
non consenta la concessione di prestiti per il periodo di durata minima.
             Per i contratti stipulati o rinnovati entro il 31.12.2000 sono detraibili anche:
             - i premi delle assicurazioni contro gli infortuni relative al conducente auto;
             - i premi pagati all’estero o a compagnie estere.
premi relativi a contratti di assicurazione stipulati/rinnovati a decorrere dal 1° gennaio 2001. In tal caso è possibile fruire della detrazione solo se l’assicurazione ha per oggetto:
il rischio di morte;
il rischio di invalidità permanente non inferiore al 5%, da qualsiasi causa derivante;
il rischio di non autosufficienza nel compimento degli atti di vita quotidiana.
             E' necessario inoltre che il contratto di assicurazione:
             - preveda la copertura del rischio per l’intera vita dell’assicurato;
             - non ammetta la facoltà di recesso da parte dell’assicurazione.

Premi assicurativi: regole di detrazione in Unico 2015

Dal 2014 sono stati introdotti due diversi limiti di detraibilità:
530 Euro per i premi relativi a assicurazioni:
aventi ad oggetto rischio morte o invalidità permanente non inferiore al 5% (dal 2001);
vita e contro infortuni stipulati o rinnovati entro il 31.12.2000;
1.291,14 Euro al netto dei premi corrisposti per le assicurazioni rischio morte o invalidità permanente di cui sopra, per le assicurazioni contro il rischio di non autosufficienza nel compimento degli atti di vita quotidiana.
In presenza di premi che coprono sia il rischio morte e invalidità (limite di 530 Euro) sia il rischio di non autosufficienza (limite di 1.291,14 Euro), l'importo massimo su cui calcolare la detrazione non può superare 1.291,14 Euro.

A seguito di queste novità, in vigore dal 2014, nel modello Unico PF 2015 sono stati introdotti due nuovi codici, "36" e "37", sostitutivi del precedente codice "12", da indicare nei righi generici compresi tra RP8-RP14.
Il nuovo codice 36 riguarda i premi versati nel 2014 relativi a:
assicurazioni rischio morte o invalidità permanente non inferiore al 5% (per contratti stipulati dal 2001);
vita e contro infortuni stipulati o rinnovati entro il 31.12.2000;
nel limite di 530 Euro.

Il nuovo codice 37 riguarda i premi versati nel 2014 relativi ad assicurazioni contro il rischio di non autosufficienza nel compimento degli atti di vita quotidiana, nel limite di 1.291,14 Euro al netto dei premi corrisposti per le assicurazioni rischio morte o invalidità permanente.

Premi assicurativi, alcune regole da ricordare

Ai fini della detraibilità conta la data di pagamento del premio (quindi 2014 per Unico 2015), a prescindere dalla scadenza.
Il contribuente può detrarre il premio non solo se egli è contraente e assicurato, ma anche se:
il contribuente è il contraente dell'assicurazione e l'assicurato è un suo familiare fiscalmente a carico;
il contraente e l'assicurato è un suo familiare fiscalmente a carico
E' necessario inoltre conservare:
la ricevuta di pagamento del premio;
il contratto di assicurazione o il prospetto rilasciato dall'assicurazione attestante i dati del contraente e assicurato, il tipo e la decorrenza del contratto, gli importi fiscalmente rilevanti.

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Accesso alle planimetrie catastali.

Gli Enti locali possono avvalersi delle planimetrie degli immobili ubicati nel territorio comunale, accedendo direttamente alle banche dati gestite dall’Amministrazione finanziaria.
Questa nuova funzionalità è utilizzabile tramite la piattaforma Sister, il servizio telematico dell’Agenzia delle Entrate che consente di consultare la banca dati catastale e di pubblicità immobiliare e di effettuare ricerche catastali e ispezioni ipotecarie. Non sarà, quindi, necessario sottoscrivere una nuova abilitazione da parte dei Comuni.

Agenzia delle Entrate e Comuni, una collaborazione vincente
Si rafforza la collaborazione tra l’Agenzia delle Entrate e i Comuni.
Già da tempo l’Agenzia mette a disposizione dei Comuni – per le attività di accertamento previste dall’articolo 14 del Dl 201/2011 – i dati relativi alle superfici delle unità immobiliari, scorporando, per gli immobili residenziali, le superfici di balconi, terrazzi e aree scoperte pertinenziali e accessorie.
Grazie a questa nuova funzione, i Comuni convenzionati avranno a disposizione anche le planimetrie, senza richiedere nuove abilitazioni ma, semplicemente, individuando i dipendenti ai quali attribuire un nuovo profilo autorizzativo.
La procedura è, infatti, disponibile come funzione aggiuntiva di Sister, la piattaforma tecnologica accessibile tramite un’apposita convenzione con l’Agenzia, già in uso presso i Comuni abilitati.

Tutte le informazioni sulle modalità tecniche per l’accesso e la fruizione possono essere consultate sul sito dell’Agenzia delle Entrate seguendo questo percorso: Home > Cosa devi fare > Consultare dati catastali e ipotecari > Consultazione banche dati > Sister (Istituzioni).

Inoltre, presso gli sportelli catastali decentrati dei Comuni, è attivo, su richiesta del singolo proprietario, il servizio di rilascio gratuito delle visure catastali e delle relative planimetrie.

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Detraibilità delle prestazioni di massofisioterapia.

Le prestazioni libero-professionali di un massofisioterapista con formazione triennale sono detraibili anche in assenza di prescrizione medica?

Le spese sostenute per le prestazioni rese dal fisioterapista, al pari delle altre figure professionali sanitarie elencate nel Dm 29 marzo 2001, sono ammesse alla detrazione d’imposta di cui all’articolo 15, comma 1, lettera c), del Tuir, anche senza una specifica prescrizione medica (circolare 19/2012). Il diploma di massofisioterapista con formazione triennale, conseguito entro il 17 marzo 1999, è equipollente al titolo universitario abilitante all’esercizio della professione sanitaria di fisioterapista, ai fini dell’esercizio professionale e della formazione post-base (risoluzione 96/2012). Pertanto, le spese per prestazioni rese da massofisioterapisti in possesso del suddetto diploma sono detraibili dall’Irpef anche senza una specifica prescrizione medica. Nella ricevuta, il massofisioterapista dovrà attestare il possesso del titolo conseguito entro quella data e, ovviamente, descrivere la prestazione effettuata (circolare 17/2015).


Fonte: Agenzia Entrate

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Contributi al settore “formazione”: i criteri per l’applicabilità dell’Iva.

I contributi destinati dalla pubblica amministrazione a un servizio di interesse generale, come l’attività di istruzione e formazione, non sono rilevanti ai fini Iva. Se l’erogazione avviene invece nell’ambito di un contratto pubblico, con uno scambio di reciproche prestazioni, le somme assumono la qualifica di corrispettivo e scontano l’imposta.
È uno dei punti trattati dalla circolare n. 20/E dell'11 maggio 2015, con cui l’Agenzia fornisce precisazioni sul corretto trattamento fiscale da applicare alle somme di denaro erogate dalla pubblica amministrazione a favore del settore scolastico e della formazione professionale.

Natura delle somme: contributi o corrispettivi
La circolare ricorda in primo luogo la norma che prevede, per la concessione di sovvenzioni, contributi o sussidi da parte della Pa, l’adozione di un avviso pubblico che stabilisca, tra l’altro, le modalità e i requisiti per ottenere le somme (articolo 12, legge 241/1990).
Sulla base di un’interpretazione analogica, l’Agenzia evidenzia che anche le sovvenzioni destinate all’attività di istruzione e formazione, erogate sulla base dell’articolo 12 della legge 241/1990, conferiscono alla somma la natura di contributo pubblico, non rilevante quindi ai fini Iva.
In questo caso, infatti, il rapporto tra l’Amministrazione erogante ed ente destinatario del finanziamento pubblico non è contraddistinto da alcuna controprestazione, ma si esaurisce nella semplice elargizione di una somma di denaro da destinare a un progetto meritevole di attenzione sociale.
I contributi, in definitiva, sono fuori dal campo di applicazione dell’Iva se manca una controprestazione consistente in un obbligo di dare, fare o non fare a carico del beneficiario, tale da generare un rapporto obbligatorio a prestazioni corrispettive.

Se, invece, l’erogazione avviene nell’ambito di un contratto pubblico, con uno scambio di prestazioni fra le parti, le somme assumono la qualifica di corrispettivo e scontano l’imposta. In questo caso, gli importi elargiti dalla pubblica amministrazione sono una vera e propria controprestazione del servizio affidato all’impresa aggiudicataria. Dunque, se si realizza una fattispecie negoziale, il finanziamento è rilevante ai fini Iva.

Criteri residuali
La natura delle erogazioni, se non è definita dalle norme, potrà essere individuata, caso per caso, attraverso l’applicazione di alcuni criteri suppletivi (vedi anche circolare n. 34/2015). In linea di massima, se sussiste un vantaggio diretto per l’Amministrazione (ad esempio la Pa acquisisce la proprietà di un bene o si avvale dei risultati derivanti dalla prestazione ricevuta), si configura necessariamente uno schema contrattuale, con conseguente applicazione dell’Iva.
Si può affermare l’esistenza di un rapporto negoziale anche nel caso in cui la convenzione che regola i rapporti tra le parti preveda clausole risolutive espresse o risarcimento del danno per inadempimento.

Detrazione d’imposta degli enti di formazione
La circolare fornisce dei chiarimenti anche in merito al diritto alla detrazione dell’Iva assolta dai beneficiari dei contributi pubblici. In linea generale, è ammessa la detrazione dell’imposta relativa agli acquisti di beni e servizi solo se il contribuente utilizza i medesimi acquisti per effettuare operazioni imponibili o a esse assimilate (articolo 19, Dpr 633/1972).
Nel caso di contributi a fondo perduto, il diritto a detrazione non è pregiudicato dalla natura contributiva delle somme né per il soggetto erogante né per il beneficiario. I destinatari del contributo possono detrarre l’Iva pagata all’atto dell’acquisto di beni e servizi nella misura in cui utilizzano i beni e servizi per eseguire a loro volta operazioni soggette a Iva.

Di conseguenza, nel caso in esame, se l’ente di formazione che ha percepito dei contributi, utilizza i beni e servizi esclusivamente per realizzare operazioni soggette a Iva, può fruire della detrazione d’imposta; se invece utilizza beni e servizi per realizzare operazioni fuori campo Iva, non gli compete alcuna detrazione.
Nel caso in cui l’ente realizzi sia operazioni imponili e operazioni esenti sia operazioni escluse dal campo di applicazione dell’imposta, dall’ammontare complessivo dell’Iva assolta occorre prima scomputare la quota parte indetraibile, imputabile ad operazioni fuori campo Iva, e poi applicare il pro rata (cioè la percentuale di detrazione prevista dall’articolo 19-bis del Dpr 633/1972) alla quota residua.


Fonte: Agenzia Entrate

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Agevolazione prima casa salva anche se il riacquisto è gratuito.

In caso di cessione infraquinquennale dell’immobile acquistato con i benefici prima casa, il riacquisto a titolo gratuito di altro immobile – entro un anno dall’alienazione – è idoneo a evitare la decadenza dall’agevolazione.
Questo il principale chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 49/E dell'11 maggio 2015, che ha recepito l’indirizzo consolidato della Corte di cassazione.

In tema di agevolazione “prima casa”, la nota II-bis all’articolo 1 della Tariffa parte I, allegata al Dpr 131/1986, prevede che “in caso di … trasferimento per atto a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i benefici di cui al presente articolo prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto, sono dovute le imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché una sovrattassa pari al 30 per cento delle stesse imposte”.
La stessa norma prevede, tuttavia, che la decadenza dall’agevolazione non avviene qualora “…il contribuente, entro un anno dall’alienazione dell’immobile acquistato con i benefici di cui al presente articolo, proceda all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale”.
In altri termini, il trasferimento dell’immobile, acquistato usufruendo dell’agevolazione in argomento, prima del decorso di cinque anni dalla data dell’atto comporta la decadenza dal regime di favore fruito. La perdita del beneficio può essere impedita dal riacquisto, entro un anno dall’alienazione, di un altro immobile da adibire ad abitazione principale.

Sulla questione, la Corte di cassazione, con sentenza 16077/2013, ha chiarito che “… il punto n. 4 Nota II bis Parte Prima della Tariffa allegata al d.p.r. n. 131 del 1986…espressamente riconosce l’agevolazione sia ai trasferimenti onerosi e sia a quelli gratuiti. Laddove, il medesimo punto n. 4..., in fondo, quando stabilisce che pel mantenimento dell’agevolazione debba procedersi all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale’ non dice diversamente, giacché, come noto, ‘acquisto’ è sia quello oneroso che quello gratuito” (cfr anche Cassazione. sentenza 5689/2014).
Detto orientamento è stato ribadito, inoltre, con l’ordinanza 17151/2014, dove i giudici hanno evidenziato come più volte la stessa Corte di cassazione ha chiarito che “l’acquisto rilevante ai fini dell’ultima parte del quarto comma della nota II bis all’articolo 1 della Parte Prima della Tariffa allegata al T. U. Registro può anche essere a titolo gratuito (sent. n. 16077/13) (…)”.
Quindi, per i giudici di legittimità, il riacquisto a titolo gratuito di altro immobile – entro un anno dall’alienazione – è idoneo a evitare la decadenza dal beneficio.

Di segno opposto era la posizione dell’Agenzia che, in precedenti documenti di prassi (circolare 6/2001, risoluzione 125/2008 e circolare 18/2013), aveva chiarito che la decadenza dal beneficio poteva essere impedita solo con l’acquisto “a titolo oneroso” di altra casa di abitazione.

La risoluzione odierna, dunque, prende atto dei principi affermati più volte dalla Corte di cassazione, ma ribadisce, tuttavia, la necessità – ai fini del mantenimento dell’agevolazione – che il nuovo immobile sia adibito a dimora abituale del contribuente. Questo in conformità ai chiarimenti forniti con le risoluzioni nn. 44/2004 e 30/2008.
Su tale punto, la posizione dell’Amministrazione finanziaria è confortata anche dalla giurisprudenza di legittimità. Con sentenza 7338/2015, infatti la Corte di cassazione ha affermato che “le agevolazioni fiscali previste dall'art.1, comma 4, nota II bis della Tariffa, parte prima, allegata al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131 sono subordinate al raggiungimento dello scopo per cui vengono concesse e, dunque, applicabili laddove gli acquisti delle unità immobiliari siano seguiti dall'effettiva realizzazione dell'intento di abitarvi da parte dell'acquirente”. In senso conforme anche la successiva ordinanza 8847/2005.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 11 maggio 2015

Assegno a sostegno della natalità.

Premessa

Nell’ambito degli interventi normativi volti a sostenere i redditi delle famiglie, l’articolo 1 della legge di stabilità per il 2015, legge 23 dicembre 2014, n. 190, ai commi dal 125 al 129, ha previsto, per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2017, un assegno annuo di importo pari a 960 euro, da corrispondere mensilmente fino al terzo anno di vita del bambino, oppure fino al terzo anno dall’ingresso in famiglia del figlio adottato.

L’assegno è previsto per i figli di cittadini italiani o comunitari oppure per i figli di cittadini di Stati extracomunitari con permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (di cui al riformato articolo 9 del Testo Unico sull’immigrazione, di cui al Decreto Legislativo n.286/1998 e successive modificazioni), residenti in Italia, a condizione che il nucleo familiare di appartenenza del genitore richiedente sia in una situazione economica corrispondente ad un valore dell’ISEE non superiore ai 25.000 euro annui. Per i nuclei familiari in possesso di un ISEE non superiore a 7.000 euro annui, l’importo annuale dell’assegno è raddoppiato.

L’assegno è corrisposto direttamente dall’INPS, su domanda. In base alla Legge di stabilità per il 2015 sopra citata, l’Istituto provvede alle attività di ricezione e gestione delle domande di assegno ed anche al monitoraggio mensile dei relativi oneri, ai sensi del comma 127 del citato articolo 1 della legge di stabilità, per consentire ai Ministeri vigilanti di poter rideterminare la misura dell’assegno stesso qualora si verifichino o siano in procinto di verificarsi scostamenti rispetto alla previsioni di spesa indicate al comma 128 del medesimo articolo.

Il comma 126 demanda ad un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri la definizione delle disposizioni attuative dell’assegno in oggetto. Con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 27 febbraio 2015 (di seguito D.P.C.M.) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 83 del 10 aprile 2015 sono state emanate le necessarie disposizioni per l’attuazione del beneficio in oggetto.

1.    Ambito di applicazione

L’assegno è riconosciuto, a beneficio dei nuclei familiari, per ogni figlio nato o  adottato tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017 fino ai tre anni di vita del bambino oppure fino ai tre anni dall’ingresso del figlio adottivo nel nucleo familiare a seguito dell’adozione.

Su indicazione del Ministero vigilante “l’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione” di cui al comma 125 dell’art. 1 della legge di stabilità 190/2014 va inteso come “ingresso del minore adottando nel nucleo familiare adottante su  ordinanza del Tribunale per i minorenni che dispone l’affidamento preadottivo di cui dell’art. 22 co. 6 della legge 184/1983”. Tale interpretazione risulta maggiormente rispondente alle finalità della norma che è quella di dare sostegno alle famiglie da quando il minore entra in famiglia (evento questo che può precedere anche di molto la sentenza definitiva di adozione).

Il beneficio quindi è riconosciuto per i figli adottati tra il 1° gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2017. A tale fine occorre fare riferimento alla data nella quale la sentenza di adozione è divenuta definitiva.

L’assegno spetta altresì in caso di affidamento preadottivo del minore disposto dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2017, ai sensi dell’art. 22 citato.

In via transitoria, nel caso in cui il figlio sia stato adottato nel triennio 2015-2017, ma sia entrato in famiglia a titolo di affidamento preadottivo in data antecedente al 1° gennaio 2015, l’assegno spetta per un triennio a decorrere dal 1° gennaio 2015.

Il beneficio spetta a condizione che il nucleo familiare del genitore richiedente, al momento di presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio, sia in possesso di un ISEE in corso di validità non superiore a 25.000 euro.

Per espressa previsione del DPCM citato, qualora il figlio nato o adottato nel triennio 2015-2017 sia collocato temporaneamente presso un‘altra famiglia ai sensi dell’art. 2 della legge 184 del 1983, l’assegno è corrisposto all’affidatario, su apposita domanda e limitatamente al periodo di durata dell’affidamento.


2.    Indicatore ISEE

Ai fini del beneficio in oggetto, il valore dell’ISEE è calcolato in riferimento al nucleo familiare del genitore richiedente ai sensi del D.P.C.M. 5 dicembre 2013, n. 159 “Regolamento concernente la revisione delle modalità di determinazione ed i campi di applicazione dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE)”. Si precisa al riguardo che il nucleo familiare è definito dall’articolo 3 del Decreto stesso.

Invece, qualora il minore sia affidato temporaneamente ad una famiglia, il requisito dell’ISEE è calcolato con riferimento al nucleo familiare del quale fa parte il minore affidato. Si rammenta che i minori in affidamento temporaneo sono considerati nuclei familiari a sé stanti fatta salva la facoltà del genitore affidatario di considerarli parte del proprio nucleo.

Per poter richiedere l’assegno di cui alla presente circolare è necessario preliminarmente presentare una Dichiarazione Sostitutiva Unica  (di seguito D.S.U.) secondo le nuove regole introdotte dal citato D.P.C.M. n. 159/2013. E’ necessario altresì che nel nucleo familiare indicato nella predetta D.S.U. sia presente il figlio nato, adottato, o in affido preadottivo. Pertanto, per la domanda di assegno di cui alla presente circolare  non possono essere utilizzate le D.S.U. presentate nel 2014.
Si precisa, comunque, che, in base alla vigente normativa dell’ISEE sopra citata, il termine di validità di ogni D.S.U. scade il 15 gennaio dell’anno successivo a quello della sua presentazione. Pertanto, decorso tale termine, non si può utilizzare la D.S.U. scaduta ma occorre presentarne un’altra. Ne consegue che, in caso di mancata presentazione di una nuova D.S.U., il beneficio viene sospeso fino alla presentazione della nuova D.S.U.


Esempio 1: nascita o ingresso in famiglia del figlio ad ottobre 2015 – domanda di assegno con D.S.U. presentata a novembre 2015 e valida fino al 15 gennaio 2016 – presentazione della nuova D.S.U. dal 15 al 31 gennaio 2016: il pagamento mensile dell’assegno, qualora il requisito dell’ISEE si mantenga entro la soglia di 25.000 euro, prosegue a febbraio 2016 senza soluzione di continuità.

Esempio 2: nascita o ingresso in famiglia del figlio ad ottobre 2015 – domanda di assegno con D.S.U. presentata a novembre 2015 e valida fino al 15 gennaio 2016 – presentazione della nuova DSU il 20 marzo 2016: il pagamento mensile dell’assegno  è sospeso per i mesi di febbraio e marzo 2016. Ad aprile 2016, se il requisito dell’ISEE si è mantenuto entro la soglia di 25.000 euro, riprende il pagamento dell’assegno con accredito anche delle mensilità sospese (febbraio e marzo 2016).


3.    Requisiti del soggetto richiedente

La domanda di assegno può essere presentata dal genitore, anche affidatario, che sia in possesso dei seguenti requisiti:

cittadinanza italiana, oppure di uno Stato dell’Unione Europea oppure, in caso di cittadino di Stato extracomunitario, permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (di cui all'articolo 9 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, e successive modificazioni - Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero). Ai fini del presente beneficio ai cittadini italiani sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria (art. 27 del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251);
residenza in Italia;
convivenza con il figlio: il figlio ed il genitore richiedente, devono essere coabitanti ed avere dimora abituale nello stesso comune (art. 4 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223);
ISEE del nucleo familiare di appartenenza del richiedente, oppure del minore nei casi in cui lo stesso faccia nucleo a sé, non superiore ai 25.000 euro all’anno.

Tutti i requisiti devono essere posseduti al momento di presentazione della domanda.

Se il genitore avente diritto è minorenne o incapace di agire per altri motivi, la domanda può essere presentata dal legale rappresentante in nome e per conto del genitore incapace (art. 4, comma 5, del D.P.C.M.). I predetti requisiti devono essere comunque posseduti dal genitore minorenne o incapace.

Nel caso in cui il figlio venga affidato temporaneamente a terzi, la domanda di assegno può essere presentata dall’affidatario (art. 5, comma 6, del D.P.C.M. in esame). Si precisa che l’assegno è concesso in relazione ad affidamenti temporanei disposti presso una famiglia oppure una persona singola a beneficio del nucleo familiare presso cui il minore è collocato temporaneamente.


4.    Misura e decorrenza dell’assegno

La misura dell’assegno dipende dal valore dell’ISEE calcolato con riferimento al nucleo familiare indicato al precedente paragrafo 2.

In particolare, l’importo annuo dell’assegno è pari a:

960 euro (80 euro al mese per 12 mesi), nel caso in cui il valore dell’ISEE non sia superiore a 25.000 euro annui;
1.920 euro (160 euro al mese per 12 mesi), nel caso in cui il valore dell’ISEE non sia superiore a 7.000 euro annui.

L’assegno è riconosciuto per ogni figlio nato o adottato o in affido preadottivo disposto con ordinanza ex art. 22 della legge 184/1983 tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, a decorrere dal giorno di nascita o di ingresso nel nucleo familiare del minore a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo e spetta, persistendo i requisiti di legge, fino al compimento del terzo anno di età del bambino oppure fino al terzo anno di ingresso del minore nel nucleo familiare a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo.

L’assegno è erogato per massimo 36 mensilità che si computano a partire dal  mese di nascita/ingresso in famiglia.



Esempio 1: bambino nato il 31 gennaio 2016 (compimento dei tre anni di vita il 31 gennaio 2019) – i 36 mesi si computano dal mese di nascita, quindi vanno da gennaio 2016 a dicembre 2018 – se la domanda è presentata nei termini (cioè entro 90 giorni dalla nascita),  l’assegno è corrisposto per tutti i 36 mesi.


Esempio 2: bambino nato il 31 gennaio 2016 (compimento dei tre anni di vita il 31 gennaio 2019) – i 36 mesi si computano dal mese di nascita, quindi vanno da gennaio 2016 a dicembre 2018 –  se la domanda è presentata oltre i termini di legge (cioè oltre 90 giorni dalla nascita, es. 20 luglio 2016), l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda ed è quindi corrisposto da luglio 2016 a dicembre 2018 (per 30 mensilità). Quindi, nell’esempio, la tardività della domanda ha comportato la perdita del beneficio per 6 mensilità (da gennaio 2016 a giugno 2016).


In  via transitoria, per i figli adottati nel triennio 2015-2017, ma entrati nella famiglia adottiva prima del 1° gennaio 2015 a titolo di affidamento preadottivo, l’assegno è riconosciuto per un periodo di tre anni a decorrere dal 1° gennaio 2015.

Qualora il minore venga affidato temporaneamente a terzi, l’assegno decorre dalla data del provvedimento di affidamento disposto dal giudice oppure dal provvedimento del servizio sociale reso esecutivo dal giudice tutelare (cfr. art. 4 della richiamata legge 184/1983).

In ogni caso, se la domanda è presentata oltre i termini di 90 giorni di cui all’art. 4 del D.P.C.M. (successivo paragrafo 5), l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda.

5.    Termini di presentazione della domanda

Il genitore avente i requisiti di legge presenta la domanda di assegno, una sola volta, per ciascun figlio nato o adottato o in affido preadottivo nel triennio 2015-2017.

Si ribadisce che, benché la domanda sia di regola unica per ciascun figlio, il richiedente è tenuto a presentare ogni anno la Dichiarazione Sostituiva Unica, come già indicato al paragrafo 2 della presente circolare.

Il D.P.C.M. individua i casi in cui può essere presentata più di una  domanda di assegno per lo stesso minore (art. 5 D.P.C.M.). Si specificano di seguito i soggetti legittimati a presentare la domanda di assegno, le ipotesi di eventuale presentazione di una nuova domanda riferita allo stesso minore ed i relativi termini. Rimane fermo che nei seguenti casi l’assegno sarà erogato al nuovo richiedente nei limiti del periodo residuo.

1)          Nel caso di figlio nato o adottato o in affido preadottivo, la domanda può essere presentata da uno dei genitori entro 90 giorni dalla nascita oppure dalla data di ingresso del minore nel nucleo familiare a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo. Come già anticipato, in tale caso l’assegno spetta a decorrere dal mese di nascita o di ingresso in famiglia del figlio adottato a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo.

2)          Qualora l’assegno sia stato già concesso ad uno dei genitori e, successivamente, il figlio venga affidato in via esclusiva all’altro genitore, o adottato solo dall’altro genitore, il primo decade dal diritto all’assegno, e quindi il genitore affidatario o adottivo può presentare una nuova domanda entro i 90 giorni dall’emanazione del provvedimento giudiziario di affido o di adozione. In tale caso, l’assegno spetta al genitore affidatario dal mese successivo a quello di emanazione del citato provvedimento.

3)          Nel caso di provvedimento di decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale del genitore che ha ottenuto il beneficio, l’altro genitore può presentare una nuova domanda entro il termine di 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice. In tale caso, l’assegno spetta a tale genitore a decorrere dal mese successivo a quello di emanazione del provvedimento giudiziario.

4)          Qualora il minore venga affidato temporaneamente ad una famiglia o persona singola, la domanda può essere presentata dall’affidatario entro il termine di 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice o del provvedimento dei servizi sociali reso esecutivo dal giudice tutelare (ai sensi dell’art. 4 della legge 184/1983 cit.). In tale caso l’assegno spetta a decorrere dal mese di emanazione del provvedimento di affido del Tribunale oppure del provvedimento di affido emanato dai servizi sociali (reso esecutivo dal giudice).

5)          In caso di rinuncia al beneficio a favore dell’altro genitore, quest’ultimo può presentare una nuova domanda di assegno entro 90 giorni dalla rinuncia espressa. L’erogazione dell’assegno, verificati i requisiti di legge in capo al nuovo richiedente, riprenderà secondo la durata complessivamente già concessa e nelle modalità indicate nella nuova domanda.

6)          In caso di decesso del genitore richiedente, l’erogazione dell’assegno prosegue a favore dell’altro genitore convivente col figlio. A tale fine quest’ultimo, fornirà all’Istituto gli elementi informativi necessari per la prosecuzione dell’assegno secondo le modalità prescelte, entro 90 giorni dalla data del decesso.

In ogni caso, qualora la domanda sia presentata oltre i predetti termini di 90 giorni, l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda.


5.1 Periodo transitorio (eventi 1° gennaio – 27 aprile 2015)

In via transitoria, considerato che il beneficio è in vigore dal 1° gennaio 2015, per le nascite/adozioni/affidamenti preadottivi avvenuti tra il 1° gennaio 2015 e la data di entrata in vigore del D.P.C.M. (27 aprile 2015), i termini di 90 giorni per la presentazione della domanda decorrono da tale data. Pertanto, per gli eventi predetti (nascite/adozioni/ affidamenti preadottivi avvenuti tra il 1° gennaio 2015 ed il 27 aprile 2015) il termine di 90 giorni, utile per presentare tempestivamente la domanda di assegno, coincide con il 27 luglio 2015. Resta fermo che, per tali eventi, le domande di assegno possono essere presentate tardivamente, ossia oltre il 27 luglio 2015; in tale caso l’assegno spetta a decorrere dalla data di presentazione della domanda.

Ai fini del computo del termine di 90 giorni si riporta quanto previsto dall’art. 2963 del Cod. Civ.: il termine si computa secondo il calendario comune; non si computa il giorno iniziale ed il termine si perfeziona con lo spirare dell'ultimo istante del giorno finale. Se il termine scade in giorno festivo, è prorogato di diritto al giorno seguente non festivo.


6.    Pagamento dell’assegno

L’INPS corrisponde il beneficio per singole rate mensili, pari ad 80 euro o 160 euro a seconda del valore dell’ISEE, secondo le modalità indicate dal richiedente nella domanda.

Il pagamento mensile dell’assegno è effettuato dall’Istituto direttamente al richiedente. Se la domanda è stata presentata nei termini di legge (entro i 90 giorni, secondo le indicazioni contenute ai precedenti paragrafi 5 e 5.1), il primo pagamento comprende l’importo delle mensilità sino a quel momento maturate.




Esempio 1: bambino nato il 31 agosto 2015 – domanda presentata ad ottobre 2015 – il primo pagamento – che, nell’esempio, è effettuato a novembre 2015 - comprende le rate di agosto, settembre ed ottobre 2015.

Esempio 2: bambino nato il 1° ottobre 2016 (compimento dei tre anni di vita il 1° ottobre 2019) - ISEE inferiore a 7.000 euro - assegno annuo pari ad euro 1.920 (quota mensile pari ad 160 euro) – domanda presentata nei termini - l’assegno, in presenza dei requisiti di legge, e con ISEE costante, è pagato per tre mensilità nel 2016 (da ottobre a dicembre 2016),  per 12 mensilità nel 2017, per 12 mensilità nel 2018, per 9 mensilità nel 2019 (da gennaio a settembre 2019).

L’erogazione del beneficio, cessa – oltre che per il raggiungimento dei tre anni previsti dalla legge (terzo anno di vita del bambino oppure terzo anno dall’ingresso in famiglia del minore a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo) - al verificarsi di una delle cause di decadenza indicate all’art. 5 del D.P.C.M. e specificate al successivo paragrafo 7 nonché per la perdita di uno dei requisiti previsti dalla legge. Tuttavia, al verificarsi di tali cause, la domanda di assegno può essere presentata, eventualmente, da un altro soggetto legittimato nei termini indicati al precedente paragrafo 5. In tale caso, il pagamento è effettuato a tale nuovo richiedente. L’assegno termina anche nel caso di raggiungimento della maggiore età del figlio adottato.

7.    Cause di decadenza

L’INPS interrompe l’erogazione dell’assegno a partire dal mese successivo all’effettiva conoscenza di uno dei seguenti eventi che determinano decadenza:
decesso del figlio;
revoca dell’adozione;
decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale;
affidamento esclusivo del minore al genitore che non ha presentato la domanda;
affidamento del minore a terzi.

L’erogazione dell’assegno è altresì interrotta in caso di perdita di uno dei requisiti di legge (indicati al precedente paragrafo 3) o di provvedimento negativo del giudice che determina il venir meno dell’affidamento preadottivo ai sensi dell’art. 25 co. 7, legge 184/1983 citato.

Il soggetto richiedente è tenuto a comunicare all’INPS nell’immediato, e comunque entro 30 giorni, il verificarsi di una delle cause di decadenza sopra riportate. Considerato che i flussi di pagamento sono automatizzati, è opportuno che tale comunicazione avvenga prima possibile al fine di evitare il generarsi di un pagamento indebito con conseguente azione di recupero da parte dell’Istituto.

Il verificarsi delle cause di decadenza relative al richiedente non impedisce la presentazione della domanda di assegno da parte di un soggetto diverso, qualora per quest’ultimo sussistano i presupposti di legge per accedere al beneficio. I termini di presentazione della nuova domanda e di decorrenza dell’assegno sono quelli indicati al precedente paragrafo 5.


8.    Istruzioni per la compilazione della domanda telematica

La domanda per il riconoscimento dell’assegno deve essere presentata all’INPS esclusivamente in via telematica mediante una delle seguenti modalità:
WEB - Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN dispositivo attraverso il portale dell’Istituto (www.inps.it - Servizi on line);
Contact Center Integrato - numero verde 803.164 (numero gratuito da rete fissa) o numero 06 164.164 (numero da rete mobile con tariffazione a carico dell’utenza chiamante);
Patronati, attraverso i servizi offerti dagli stessi.

Il servizio d'invio delle domande è disponibile attraverso il seguente percorso: -> Servizi per il cittadino -> Autenticazione con PIN -> Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito -> Assegno di natalità – Bonus bebè.

Per agevolare la compilazione della domanda on line, nella sezione moduli del sito www.inps.it sarà disponibile un modulo facsimile che ripropone le maschere del servizio on line.

Si precisa che, il soggetto richiedente autocertifica nella domanda i requisiti che danno titolo alla concessione dell’assegno,  salvo che non sia tenuto a comprovare i requisiti sulla base di specifica documentazione (articolo 4, comma 4 del D.P.C.M.).

In particolare, i cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno UE sopra indicato oppure in possesso del permesso di soggiorno per asilo politico autocertificano il possesso di tali titoli inserendone gli estremi nella domanda telematica. Le verifiche dei titoli di soggiorno sono effettuate dall’INPS mediante accesso alle banche dati rese disponibili dal Ministero degli Interni e da altre Amministrazioni. All’esito di tali verifiche, la sede INPS territorialmente competente potrà richiedere l’esibizione del titolo di soggiorno qualora ciò si renda necessario per esigenze istruttorie.

Riguardo ai provvedimenti giudiziari (quali, ad esempio, ordinanza di affidamento preadottivo, provvedimento giudiziario di affidamento esclusivo o di affidamento temporaneo) si richiamano le istruzioni contenute nella circolare INPS n.47/2012, par. 2. In particolare, è necessario che il richiedente, ove non abbia allegato il provvedimento alla domanda, abbreviando in tal maniera i tempi di definizione del procedimento amministrativo, indichi il Tribunale che lo ha emanato e gli elementi che ne consentano il reperimento (la sezione del tribunale, la data di deposito in cancelleria ed il relativo numero).

Il provvedimento di accoglimento o di rigetto della domanda è consultabile sul sito web istituzionale, mediante accesso al proprio profilo dello sportello virtuale attraverso il seguente percorso: -> Servizi per il cittadino -> Autenticazione con PIN -> Invio domande di prestazioni a sostegno del reddito -> Assegno di natalità – Bonus bebè -> Consultazione domande -> Documenti correlati.

La pre-informativa è trasmessa dall’INPS ai recapiti che il soggetto ha comunicato precedentemente all’Istituto al momento di presentazione della domanda.

9.    Gestione delle domande

Le domande presentate ed acquisite nei sistemi gestionali INPS vengono sottoposte ad istruttoria automatizzata centralizzata.

In presenza di  tutti i requisiti previsti dalla normativa e richiamati nella presente circolare tali domande vengono liquidate in automatico e viene avviato il processo di pagamento centralizzato secondo le modalità indicate in domanda dal richiedente.

In presenza di un valore ISEE superiore alla soglia (25.000,00 euro annui) prevista dalla normativa in argomento, la domanda e’ rigettata in automatico.

Nel caso in cui  é necessario un approfondimento dell’ istruttoria ed una integrazione di documentazione le domande vengono messe a disposizione della Struttura territorialmente competente per la loro definizione.

Pertanto le Strutture territoriali dell’INPS avranno  a disposizione una procedura in ambiente Intranet per la gestione di tutte le domande pervenute sia di quelle definite a seguito dell’istruttoria automatizzata, sia  di quelle messe a disposizione delle Strutture  per il completamento dell’ istruttoria e le integrazioni di documentazione predette.

Attraverso tale procedura gli operatori INPS delle Strutture  territoriali possono visualizzare tutti i dati della domanda e  conoscerne lo stato di avanzamento. Le domande possono essere ricercate attraverso una seri di parametri (cognome, CF, numero di domanda) e possono essere selezionate mediante dei filtri (domande accolte, domande respinte, domande da istruire) impostabili per ogni singola Struttura. In questo modo ogni Struttura  ha la visibilità completa di tutte le domande, sia di quelle di propria competenza sia di tutte le altre distribuite sul territorio nazionale.

Con successivo messaggio saranno fornite ulteriori istruzioni operative.

10. Copertura finanziaria, monitoraggio e rendicontazione

Ai sensi dell’articolo 1, comma 128 della legge 23 dicembre 2014, n. 190, l’onere derivante dai commi da 125 a 129 è valutato in:

202 milioni di euro per l’anno 2015;
607 milioni di euro per l’anno 2016;
1.012 milioni di euro per l’anno 2017;
1.012 milioni di euro per l’anno 2018;
607 milioni di euro per l’anno 2019;
202 milioni di euro per l’anno 2020.

L’articolo 6, comma 1 del D.P.C.M., stabilisce che l’INPS provvede al monitoraggio dell’onere derivante dalle disposizione del D.P.C.M., inviando, entro il 10 di ciascun mese, la rendicontazione con riferimento alla mensilità precedente delle domande accolte e dei relativi oneri al Ministero del lavoro e delle politiche sociali e al Ministero dell’economia e delle finanze, secondo le indicazioni fornite dai medesimi Ministeri.

Inoltre, qualora l’onere sostenuto dall’INPS per tre mensilità consecutive sia superiore alle previsioni di spesa annuali sopra riportate, rapportate al periodo d’anno trascorso, l’INPS sospende l’acquisizione di nuove domande nelle more dell’adozione del decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali e con il Ministro della salute, di cui all’articolo 1, comma 127, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, con cui si provvede a rideterminare l’importo annuo dell’assegno e i valori dell’ISEE.

L’eventuale entrata in vigore del decreto di rideterminazione dell’importo annuo dell’assegno e dei valori dell’ISEE non pregiudica gli assegni già concessi dall’INPS.

11.     Aspetti fiscali

L’articolo 2, comma 1 del D.P.C.M., prevede lo specifico richiamo all’articolo 1, comma 125 della Legge 23 dicembre 2014, n. 190, e quindi stabilisce che l’assegno non concorre alla formazione del reddito complessivo di cui all’articolo 8 del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917.

12.    Istruzioni contabili

L’onere derivante dall’erogazione dell’assegno di natalità ai soggetti beneficiari (c.d. bonus bebè), in applicazione dell’art. 1, commi da 125 a 129, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è posto a carico del bilancio dello Stato e, pertanto, andrà rilevato nell’ambito della Gestione degli interventi assistenziali e di sostegno alle gestioni previdenziali – evidenza contabile GAT (Gestione degli oneri per trattamenti di famiglia).

Per le imputazioni contabili connesse, si istituiscono, nell’ambito della citata gestione contabile, i seguenti nuovi conti, che rilevano, rispettivamente, l’onere per la prestazione in parola ai beneficiari e il relativo debito:

GAT30114 – Assegno di natalità corrisposto ai sensi dell’art. 1, commi da 125 a 129, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c.d. bonus bebè);

GAT10114 – Debiti per l’assegno di natalità corrisposto ai sensi dell’art. 1, commi da 125 a 129, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c.d. bonus bebè).

La procedura informatica che consente la liquidazione di tale assegno ai beneficiari, con la struttura in uso per i pagamenti accentrati delle prestazioni temporanee, effettuerà sulla contabilità di Sede la seguente scrittura contabile (tipo operazione “PN”):

GAT30114     a      GAT10114
                         
Predisposto il lotto, sulla contabilità di Direzione generale verrà preacquisito il corrispondente ordinativo di pagamento al conto d’interferenza in uso GPA55170, per consentire, successivamente, sulla contabilità di Sede, la chiusura del debito imputato al nuovo conto GAT10114, in contropartita del medesimo conto d’interferenza (tipo operazione “NP”).

Eventuali riaccrediti di somme, per pagamenti non andati a buon fine, andranno rilevati, sulla contabilità di Direzione generale, al conto d’interferenza esistente GPA55180, da parte delle procedura automatizzata che gestisce i riaccrediti da Banca d’Italia.

La chiusura del conto d’interferenza, sulla Sede interessata, avverrà in contropartita del conto in uso GPA10031, assistito da partitario contabile, con l’indicazione del nuovo codice bilancio:

“3133” – Somme non riscosse dai beneficiari – Assegno di natalità ex art. 1, commi 125-129, legge n. 190/2014 (c.d. bonus bebè) – GAT.

Per gli eventuali recuperi dell’assegno in questione, viene istituito il nuovo conto:

GAT24114 – Entrate varie – recuperi e reintroiti dell’assegno di natalità corrisposto ai sensi dell’art. 1, commi da 125 a 129, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (c.d. bonus bebè).

Al citato conto di recupero, viene abbinato, nell’ambito della procedura “recupero crediti per prestazioni”, il codice bilancio di nuova istituzione:

“1131” – Recupero dell’assegno di natalità ex art. 1, commi 125-129, legge n. 190/2014 ((c.d. bonus bebè) – GAT.

Eventuali partite creditorie, risultati al termine dell’esercizio, andranno imputate al conto in uso GAT00030, sulla base della ripartizione del saldo del conto GPA00032, eseguita dalla citata procedura “recupero crediti per prestazioni”, a tal fine, opportunamente aggiornata.

Il codice bilancio “1131” andrà utilizzato per evidenziare, altresì, nell’ambito del partitario del conto GPA00069, eventuali crediti per prestazioni, divenuti inesigibili.

I rapporti finanziari con lo Stato, ai fini del rimborso degli oneri derivanti dalla corresponsione della prestazione in oggetto, sono definiti direttamente dalla Direzione generale.

Si riportano nell’allegato n. 3 le variazioni al piano dei conti.


Fonte: Circolare INPS n.93 del 08/05/2015

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