mercoledì 24 febbraio 2016

Agevolazione prima casa: permuta box.

Ho intenzione di permutare con il mio vicino di casa i nostri box auto, con conguaglio a mio favore. Il mio l’ho acquistato da meno di cinque anni, con l’agevolazione prima casa. Perdo il beneficio con questa operazione?

Non opera la decadenza dal beneficio prima casa qualora, entro un anno dall'alienazione infraquinquennale di un immobile, si proceda ad acquistarne un altro da adibire a propria abitazione principale (comma 4 della nota II-bis, articolo 1 della tariffa, parte prima, allegata al Tur). L’ipotesi di vendita e di riacquisto di un bene diverso dalla casa da destinare ad abitazione principale non soddisfa, però, le condizioni poste dalla norma per la conferma dell'agevolazione prima casa (risoluzione 30/E del 2008). Pertanto, in caso di cessione di un box auto prima del decorso del quinquennio, è prevista la decadenza dell'agevolazione fruita. Sarà quindi dovuto il pagamento della differenza tra le imposte pagate in forza delle agevolazioni e quelle che sarebbero state dovute in loro assenza. Si dovrà, inoltre, corrispondere una sanzione pari al 30% su tale differenza, nonché gli interessi legali.



Fonte: Agenzia Entrate

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Fatture posticipate sanzionate.

La Corte di cassazione, con la sentenza n. 2605 del 10 febbraio 2016, ha chiarito che la tardiva fatturazione non può essere qualificata come mera violazione formale, perché tale comportamento arreca pregiudizio alle azioni di controllo da parte del Fisco.

Il fatto trae origine dalla notifica di due avvisi di accertamento, il secondo sostitutivo del primo, mediante i quali l’Agenzia delle Entrate aveva recuperato a tassazione l’extra premio corrisposto da una società alla propria controllata, perché considerato non inerente rispetto all’attività svolta; in più, era stata rilevata l’errata emissione (temporale) di fatture fiscali, per alcune operazioni imponibili, nei confronti della società controllante.

Avverso la pretesa impositiva del Fisco, la società aveva proposto ricorso adducendo, a propria difesa, che il ritardo dell’emissione delle fatture non aveva, di fatto, arrecato alcun danno all’Erario, non andando a incidere sui versamenti trimestrali, incorrendo, in sostanza, in un semplice errore formale, non sanzionabile ai sensi dell’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000.

La Ctr ha respinto il ricorso della contribuente e legittimato le prove documentali raccolte dagli uffici finanziari chiarendo che, in effetti, la funzione dell’elargizione del premio corrisposto dalla società controllante alla sua controllata fosse del tutto estranea alle politiche commerciali dell’impresa, anzi ha evinto che tale premio era a copertura di movimentazioni finanziarie tra le due società e che la controllata ricevente aveva il bilancio in perdita.

Contro la sentenza dei giudici di merito, la società ha presentato ricorso in Cassazione, basando la motivazione su due punti.
Secondo la tesi della contribuente, la Ctr non avrebbe correttamente valutato che il mero ritardo nella fatturazione non aveva affatto inciso sul versamento del tributo. L’azione tardiva dell’emissione del documento fiscale avrebbe dovuto essere qualificata come violazione meramente formale, proprio perché le imposte, anche se versate in ritardo rispetto alle scadenze fissate dalla legge, sono ugualmente affluite nel bilancio dello Stato. Dunque, l’unico danno evidenziabile si sarebbe dovuto quantificare nell’ammontare degli interessi dovuti al Fisco per il ritardato versamento.

Sul punto, la Corte di cassazione ha affermato che, nel caso di violazioni meramente formali, ai sensi dell’articolo 10 dello Statuto del contribuente, non trovano applicazione le sanzioni tributarie, se la condotta tenuta non comporta un pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo e, al contempo, non incide sulla determinazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento del tributo.
Nel caso in esame, invece, continua il Collegio di legittimità, “il ritardo nella fatturazione integra una violazione sostanziale e non formale dell'art. 21, quarto comma, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, in quanto arreca pregiudizio all'esercizio delle azioni di controllo, ed è, pertanto, punibile anche quando non determina omesso versamento dell'IVA” (cfr Cassazione n. 27211/2014).

Pertanto, secondo la suprema Corte, il ritardo nelle fatturazioni comporta la violazione di un obbligo direttamente e strettamente strumentale alla determinazione e alla riscossione dell’imposta ed è potenzialmente idoneo a ostacolare il controllo, incidendo sulla quantificazione della base imponibile, dell’imposta e sul versamento della stessa. Dunque, è evidente che il ritardo nell’emissione della fatturazione da parte della società controllante non può essere considerato come una mera violazione formale, anche se, come si evince dal caso concreto, di fatto non abbia comportato sottrazione di base imponibile.

Per quanto concerne la seconda motivazione del ricorso, riguardante la rilevata indeducibilità delle spese sostenute dalla società controllante al fine di elargire l’extra premio alla controllata, considerato dai giudici di merito come strumento distrattivo di somme conferite a una società in perdita, la ricorrente aveva evidenziato che le modalità di erogazione del premio erano state fissate in base a un regolare contratto sottoscritto precedentemente dalle parti e che a nulla rilevava che fosse privo di data certa.

La Corte ha rigettato anche questa parte del ricorso, per difetto di competenza che è demandata al giudice di merito. Infatti, “il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall'ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti” (cfr Cassazione, sezioni unite, n. 7931/2013).




Fonte: Agenzia Entrate

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Canoni di locazione: abrogato l'obbligo di tracciabilità del contante.

La legge di Stabilità per il 2016 ha cancellato una norma inutile: è stata infatti abrogata la disposizione che prevedeva l’obbligo di tracciabilità del denaro contante per il pagamento dei canoni di locazione delle unità immobiliari di tipo abitativo. La previsione era contenuta nel decreto Monti e, a parte le perplessità iniziali, si era rivelata sostanzialmente priva di qualsiasi effetto alla luce dei chiarimenti forniti dal Dipartimento del Tesoro con nota del 5 febbraio 2014.


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UNICO 2016, professionisti: come indicare le spese di vitto e alloggio.

Come devono essere indicate in UNICO 2016 le spese alberghiere e di somministrazione di alimenti e bevande usufruite dal professionista nello svolgimento del proprio incarico professionale? Se il servizio alberghiero e/o di ristorazione viene fatturato direttamente al committente, con indicazione in fattura del professionista che ne ha usufruito, allora la spesa non deve essere indicata al rigo RE2, colonna 2, di UNICO PF 2016; diversamente, la spesa fatturata direttamente al professionista e riaddebitata in fattura al committente va sommata agli altri compensi professionali incassati nel 2015 e l’importo complessivo va indicato nel rigo RE2 colonna 2 “Compensi derivanti dall’attività professionale e artistica”.

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Fondo SELFIEmployent: domande a partire dal 1° marzo.

Aprirà il 1° marzo 2016 lo sportello per il Fondo SELFIEmployment, il nuovo fondo rotativo nazionale promosso dal Ministero del lavoro, diretto a sostenere l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo promosse da giovani che hanno aderito al programma Garanzia Giovani e concluso il percorso di formazione specialistica e di affiancamento consulenziale finalizzato all’autoimprenditorialità. L’agevolazione consiste in un finanziamento senza interessi, non assistito da alcuna forma di garanzia reale e/o di firma, a sostegno di progetti che prevedono spese per almeno 5.000 euro, fino a un massimo di 50.000 euro. Le iniziative presentate potranno essere relative a tutti i settori della produzione di beni, fornitura di servizi e commercio, anche in forma di franchising.

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lunedì 22 febbraio 2016

Contributi Inps Gestione separata 2016.

L'Inps con Circolare del 29 gennaio 2016 n. 13 ha definito anche per quest'anno le aliquote contributive, il massimale e minimale di reddito per l'anno 2016 per gli iscritti alla Gestione separata.

L’art. 2, comma 57, della legge 28 giugno 2012, n. 92 ha disposto che per i collaboratori e figure assimilate, iscritti in via esclusiva alla Gestione Separata di cui all’art.2, comma 26, della legge n. 335/95, l’aliquota contributiva e di computo è elevata per l’anno 2016 al 31%.

L’art. 1, comma 203 della Legge  28 dicembre 2015 n. 208 ha confermato per i lavoratori autonomi, titolari di posizione fiscale ai fini dell'imposta sul valore aggiunto, iscritti alla gestione separata INPS e che non risultano iscritti ad altre gestioni di previdenza obbligatoria ne' pensionati, l'aliquota contributiva (di cui all'articolo 1, comma 79, della legge 24 dicembre 2007, n. 247, e successive modificazioni), al 27% anche per l'anno 2016.

Per i soggetti già pensionati o assicurati presso altre forme previdenziali obbligatorie, l’art. 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014) al comma 491 ha modificato quanto già disposto in base al combinato dell’art. 2, comma 57 della legge 28 giugno 2012, n. 92 e dell’art. 46 bis, comma 1, lett.g), del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla legge 7 agosto 2012, n. 134; conseguentemente, per le citate categorie, l’aliquota per il 2016, è stabilita al 24%.

Non è stato modificato quanto previsto in merito all’ulteriore aliquota contributiva, istituita dall’art. 59, comma 16 della legge n. 449/1997, per il finanziamento dell’onere derivante dall’astensione agli iscritti, che non risultino già assicurati ad altra forma previdenziale obbligatoria o pensionati, della tutela relativa alla maternità, agli assegni per il nucleo familiare, alla degenza ospedaliera, alla malattia ed al congedo parentale. Tale aliquota contributiva aggiuntiva è pari allo 0,72 per cento (vedi messaggio n. 27090/2007).

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Bed & breakfast: deducibilita dei costi.

Ho aperto presso la mia abitazione un bed & breakfast. L’attività è occasionale. Dai guadagni che sono tenuto a denunciare posso sottrarre le spese sostenute per la pubblicità e per il vitto?

I corrispettivi percepiti per prestazioni occasionali di servizi bed & breakfast rientrano nella categoria dei redditi diversi e, in particolare, dei redditi derivanti da attività commerciali non esercitate abitualmente (articolo 67, comma 1, lettera i, del Tuir). In sede di determinazione del reddito, potranno essere dedotte le spese specificamente inerenti alla produzione dei corrispettivi (articolo 71, comma 2, del Tuir). Il contribuente è tenuto a compilare e a conservare un apposito prospetto indicante l'ammontare lordo dei corrispettivi, delle spese inerenti e il reddito conseguito. L’attività deve essere esercitata in modo saltuario e senza organizzazione di mezzi, indice di un’attività professionale (risoluzione 155/E del 2000). In tale ultima ipotesi, il contribuente sarà infatti tenuto a richiedere la partita Iva e a predisporre le scritture contabili.



Fonte: Agenzia Entrate

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Imu e Tasi a base dimezzata sulla casa in uso a figli o genitori.

Ai quesiti pervenuti, il dipartimento delle Finanze risponde con la risoluzione 1/Df del 17 febbraio 2016 e chiarisce alcuni interrogativi in materia di applicazione dell’Imu e della Tasi in relazione alle agevolazioni introdotte dalla legge di stabilità 2016 (articolo 1, comma 10, legge 208/2015).
La nuova disciplina, ricordiamo, taglia del 50% la base imponibile Imu e Tasi degli immobili dati in uso gratuito ai parenti in linea retta entro il primo grado (genitori e figli, quindi), che li utilizzano come abitazione principale, ossia vi hanno la residenza anagrafica e la dimora abituale. Le condizioni sono che:
gli immobili non appartengano alle categoria considerate “di lusso” (A/1, A/8, e A/9)
il contratto di comodato sia registrato
il comodante possieda un solo immobile in Italia (ovvero, oltre a quello concesso in comodato, un altro nello stesso comune, adibito a propria abitazione principale)
il comodante risieda anagraficamente e dimori abitualmente nel comune dell’abitazione messa a disposizione del parente.
Dal generale al particolare, mentre i Comuni perdono l’equiparazione
Messe in chiaro le condizioni generali, tutte necessarie ai fini dello sconto fiscale, il Df scende nel dettaglio per evitare equivoci e conseguente perdita dell’agevolazione.
La prima puntualizzazione riguarda l’abitazione principale del comodante che, come l’appartamento dato in uso, non può essere una villa o un castello o essere accatastata come “signorile”.
Un altro punto messo in risalto dalla risoluzione è che la Stabilità 2016, introducendo il nuovo beneficio, ha di riflesso abolito, da quest’anno, la norma che dava facoltà alle amministrazioni locali di equiparare all’abitazione principale l’immobile concesso in comodato ai parenti “stretti”. Il Comune, in ogni caso, può sempre stabilire un’aliquota light, comunque non inferiore allo 0,46%, potendo modificare l’aliquota base, in aumento o in diminuzione, fino a 0,3 punti percentuali.

Munirsi del modello 69
Indispensabile per l’agevolazione, come abbiamo visto, è la registrazione del contratto di comodato.
Nulla di nuovo da segnalare nel caso di contratto scritto, modalità e tributi sono quelli ordinari: imposta di bollo, Registro in misura fissa (200 euro) e registrazione entro 20 giorni dalla data dell’atto.
A tal proposito, il Df ricorda che, poiché l’Imu è dovuta per anno solare in proporzione alla quota e ai mesi di possesso (è computato come intero il mese in cui il possesso si è protratto per più di 15 giorni), per usufruire dell’agevolazione sin dall’inizio dell’anno, occorre che il contratto sia stato stipulato entro lo scorso16 gennaio.

Per fruire della riduzione Imu, la registrazione del comodato è obbligatoria, a differenza di quanto avviene di norma, anche nell’ipotesi di contratto verbale. In tal caso, l’adempimento - specifica la risoluzione - può essere effettuato previa esclusiva presentazione del modello 69 (in duplice copia), nel quale deve essere indicata, come tipologia dell’atto, “Contratto verbale di comodato”.

Un occhio ai casi “speciali”
Il Dipartimento va a chiarire, poi, alcuni dubbi più specifici.
Uno di questi riguarda la regola secondo cui il contribuente debba possedere un solo immobile in Italia: la risoluzione spiega che si deve intendere un solo “immobile a uso abitativo”, restano fuori, quindi, ad esempio, terreni agricoli e negozi.

Prese in considerazioni, inoltre, le pertinenze delle unità date in comodato: anch’esse godono dello sconto del 50%, nei limiti previsti dalla legge (una per ciascuna delle categorie catastali C/2, C/6 e C/7), a prescindere dal fatto che il comodante possegga un’altra cantina, soffitta o garage.

E, ancora, il possesso di un fabbricato rurale a uso strumentale (è tale anche l’immobile destinato ad abitazione dei dipendenti esercenti attività agricole nell’azienda) non sbarra la strada all’agevolazione, in presenza, naturalmente, delle altre condizioni.

Continuando con i casi particolari, trattamento differenziato per i genitori che danno al figlio l’appartamento posseduto in comproprietà, nell’ipotesi in cui uno dei due possegga un’altra casa in un comune diverso: quest’ultimo (e solo lui) perde il beneficio.
Disparità anche nel caso in cui l’immobile sia concesso in comodato ai genitori del marito o della moglie: soltanto il figlio della coppia usufruisce, per la sua parte, dello sconto.

Riguardo alla Tasi, infine, ricordato che la Stabilità 2016 ha esentato dal tributo sia i possessori che gli occupanti per gli immobili destinati ad abitazione principale (il comodatario, quindi, non paga nulla), il proprietario dell’appartamento, in caso di comodato, dovrà versare la tassa, calcolata sulla base imponibile “dimezzata”, nella percentuale stabilita dall’amministrazione locale per il 2015. Nel caso in cui il municipio non abbia provveduto a tale determinazione, il comodante dovrà farsi carico del 90% dell’ammontare complessivo del tributo (articolo 1, comma 681, legge 147/2013).




Fonte: Agenzia Entrate

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Spese all’Anagrafe tributaria.

Approvate in via definitiva, con quattro distinti provvedimenti, le modalità di trasmissione all’Agenzia delle entrate dei dati relativi alle spese universitarie, alle spese funebri, ai rimborsi per spese sanitarie e ai contributi versati alle forme pensionistiche complementari, utili all’elaborazione della dichiarazione precompilata e allo svolgimento delle attività di controllo sulle dichiarazioni fiscali.
I provvedimenti, in sostanza, confermano quanto indicato nelle bozze pubblicate lo scorso dicembre.
Le comunicazioni devono essere effettuate annualmente entro il 28 febbraio, con riferimento ai dati relativi alle spese sostenute nel periodo d’imposta precedente.
Per i dati del 2015, la scadenza slitta al 29 febbraio 2016 (il 28 è domenica).

Per quanto riguarda le spese universitarie, le università statali e non devono trasmettere all’Anagrafe tributaria quelle sostenute nel 2015 per ciascuno studente, con indicazione dei soggetti che hanno sostenuto l’onere e l’anno accademico di riferimento. Le spese vanno comunicate al netto di eventuali rimborsi e contributi. I rimborsi erogati nell’anno d’imposta, ma riferiti a spese sostenute in anni precedenti, devono essere indicati separatamente.
Il provvedimento definisce anche le modalità con le quali gli studenti universitari possono comunicare la propria opposizione all’inserimento delle spese universitarie nella dichiarazione precompilata. Lo studente può esercitare tale diritto inviando, dal 2 al 28 febbraio, lo specifico modello, insieme alla copia di un documento di identità, all’indirizzo di posta elettronica opposizioneutilizzospeseuniversitarie@agenziaentrate.it oppure via fax, al numero 0650762273. Per i dati del 2015, l’opposizione può essere esercitata fino al 21 marzo.

Relativamente alle spese funebri, i soggetti che emettono le relative fatture devono comunicare quelle relative al 2015, specificando l’ammontare dei costi riferibili a ogni decesso, i dati del defunto e l’intestatario del documento fiscale.

Circa le spese sanitarie rimborsate, gli enti e le casse aventi esclusivamente fine assistenziale e i fondi integrativi del Servizio sanitario nazionale sono tenuti a inviare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi alle spese sanitarie rimborsate nel 2015 (incluse quelle sostenute negli anni precedenti) per effetto dei contributi versati (articolo 51, comma 2, lettera a, e articolo 10, comma 1, lettera e-ter, del Tuir), nonché i dati relativi ai contributi versati direttamente o tramite un soggetto diverso dal sostituto d’imposta. Non vanno invece comunicati i dati relativi alle spese sanitarie rimborsate per effetto di contributi non deducibili.

Infine, per quanto riguarda la previdenza complementare, le forme pensionistiche complementari, per le quali i contributi non sono versati per il tramite del sostituto d’imposta, devono inviare all’Anagrafe tributaria i dati relativi ai contributi a esse versati nel 2015.

Spese diverse, stesse modalità di invio
Per inviare i dati richiesti, i soggetti tenuti alla comunicazione possono avvalersi dei servizi Entratel o Fisconline o rivolgersi a un intermediario abilitato. La trasmissione telematica avviene tramite gli appositi software disponibili gratuitamente sul sito dell’Agenzia.

Tre le tipologie di invio: ordinario, sostitutivo o di annullamento.
La prima tipologia identifica la comunicazione con cui si trasmettono i dati richiesti. È possibile fare più invii ordinari per lo stesso periodo di riferimento; in questo caso, i dati inviati successivamente alla prima comunicazione si considerano in aggiunta a quelli trasmessi precedentemente.
Si definisce sostitutivo, invece, l’invio con il quale si esegue la completa sostituzione di una comunicazione, ordinaria o sostitutiva, precedentemente inviata e acquisita con esito positivo dal sistema.
Con il terzo tipo di invio, infine, si richiede l’annullamento di una comunicazione, ordinaria o sostitutiva, precedentemente trasmessa e acquisita con esito positivo. L’annullamento di una comunicazione sostitutiva determina la cancellazione di tutti i suoi dati, senza ripristinare quelli della sostituita.

Se il file viene scartato dal sistema, è possibile inviarne un altro, rispettando la scadenza oppure, se più favorevole, entro cinque giorni dalla segnalazione di errore da parte dell’Agenzia. Stessa tempistica in caso di invio di codici fiscali non validi; l’ulteriore invio ordinario dovrà riguardare i soli dati relativi ai codici fiscali segnalati.
In tutti gli altri casi, la correzione dei dati trasmessi entro la scadenza del 28 febbraio (quest’anno, 29 febbraio) va effettuata entro i cinque giorni successivi a quel termine.

La trasmissione si considera effettuata quando, completata la ricezione del file, il sistema genera la ricevuta. Questa è resa disponibile in via telematica nei cinque giorni successivi alla ricezione del file.



Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 16 febbraio 2016

Fitto dell'immobile posseduto all'estero.

Se acquisto un appartamento a Parigi e lo fitto, l’eventuale canone che mi verrà pagato dovrà essere denunciato in Italia o in Francia?

L'imposta sul reddito delle persone fisiche si applica sul reddito complessivo del soggetto formato, per i residenti, da tutti i redditi posseduti al netto degli oneri deducibili indicati nell'articolo 10 del Tuir e, per i non residenti, soltanto da quelli prodotti nel territorio dello Stato (articolo 3 del Tuir). Un contribuente residente in Italia, pertanto, per il principio della tassazione sulla base del reddito mondiale (world wide taxation) applicato ai residenti, è obbligato a dichiarare anche in Italia il reddito prodotto all'estero derivante dalla locazione. Dalle imposte dovute in Italia potranno essere scomputate quelle pagate a titolo definitivo all'estero (articolo 165 del Tuir).



Fonte: Agenzia Entrate

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Studi di settore e parametri.

Pronte le specifiche tecniche per la trasmissione telematica dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore e dei parametri, relativi al periodo d’imposta 2015, e dei controlli tra Unico 2016 e Gerico.

Il via libera arriva con provvedimento 15 febbraio 2016 dell’Agenzia delle Entrate (corredato da quattro specifici allegati), che segue quelli del 29 gennaio scorso con cui sono stati approvati i modelli per la comunicazione dei dati e le relative istruzioni.

Nel dettaglio, il provvedimento odierno licenzia:
nell’allegato 1, le specifiche tecniche per l’invio telematico dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore, che devono essere utilizzate sia dagli esercenti attività d’impresa o arti e professioni che provvedono in prima persona alla trasmissione sia dagli intermediari abilitati
nell’allegato 2, le specifiche tecniche per l’invio telematico dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione dei parametri da parte degli esercenti arti e professioni che provvedono direttamente alla trasmissione o degli intermediari abilitati
nell’allegato 3, le specifiche tecniche per l’invio telematico dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione dei parametri da parte degli esercenti attività d’impresa che provvedono direttamente alla trasmissione o degli intermediari abilitati
nell’allegato 4, i controlli tra Unico 2016 e i modelli degli studi di settore.
Eventuali correzioni alle specifiche tecniche e ai controlli di coerenza saranno pubblicate nell’apposita sezione del sito dell’Agenzia delle Entrate.

Infine, è stato corretto un refuso presente nelle istruzioni del modello per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione dei parametri per gli esercenti attività d’impresa.



Fonte: Agenzia Entrate

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Online le specifiche tecniche per 730, Unico, Irap e Cnm.

Pubblicati sul sito dell’Agenzia delle Entrate, sei diversi provvedimenti firmati dal direttore che danno il via libera alle specifiche tecniche, contenute nei rispettivi allegati, per l’invio telematico dei dati indicati nei modelli dichiarativi 730, Unico Sc, Unico Sp, Unico Enc, Irap e Consolidato nazionale e mondiale.

In particolare, quello relativo al 730/2016, il più corposo, contiene:
Ÿ-   nell’allegato “A”, i tracciati per la trasmissione telematica all’Amministrazione finanziaria – da parte dei sostituti d’imposta, dei Caf e dei professionisti e intermediari abilitati – dei dati contenuti nelle dichiarazioni dei redditi 2015, e quelli per l’invio – da parte di Caf e professionisti abilitati – dei modelli 730-4 e 730-4 integrativo, con i risultati contabili;
-   nell’allegato “B”, le istruzioni tecniche per la trasmissione telematica dei modelli 730-4 e 730-4 integrativo, da parte di Caf e professionisti abilitati che comunicano i dati all’Inps, in qualità di sostituto d’imposta, mediante supporti informatici;
-   nell’allegato “C”, le istruzioni per lo svolgimento degli adempimenti previsti per l’assistenza fiscale da parte di sostituti d’imposta, professionisti abilitati e Caf.

Un successivo provvedimento approverà le specifiche per la trasmissione dei dati relativi alle scelte dell’otto, del cinque e del due per mille dell’Irpef, da parte di Caf e professionisti abilitati che ricevono, in qualità di intermediari, le buste con la scheda dai sostituti d’imposta.


Fonte: Agenzia Entrate

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Regime forfetario: quando si applica l’imposta sostitutiva del 5%.

La legge di Stabilità 2016 ha apportato numerose modifiche al regime forfetario introdotto dalla legge n. 190/2014 in luogo del precedente regime dei minimi. Il “vecchio” regime dei minimi rimarrà in “piedi” fino al completo esaurimento degli effetti. Subito dopo l’approvazione della novità introdotta lo scorso anno, gli operatori hanno intuito immediatamente come l’ambito di applicazione del regime forfetario fosse ben più limitato rispetto al passato. Il legislatore è così intervenuto aumentando l’appeal della misura. Oltre all’incremento delle soglie di ricavi e di compensi per poter fruire del forfait, una delle novità più importanti riguarda la misura dell’imposta sostitutiva dell’IRPEF, delle addizionali (regionali e comunali) e dell’IRAP.

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lunedì 15 febbraio 2016

Quesito: certificazione unica per contribuente minimo.

sono contribuente minimo senza applicazione ritenuta di acconto(dal 2011). devo ricevere la certificazione unica dai miei clienti per il 2014?grazie

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Quesito: comunicazione ASL e sanatoria iscale

Situazione:SCIA chiusa 5 mesi fa ma lavori proseguiti ed ancora in corso quindi richiesta di CIL in sanatoria da ottemperare. La comunicazione inizio lavori all'ASL per le legge sulla sicurezza sui luoghi di lavoro non è stata fatta per la CIL. Domanda: la comunicazione all'ASL fatta per la SCIA suddetta potrebbe valere anche per la CIL successiva (stesso cantiere, stesse imprese, stessi committenti)? Grazie

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Sostituti d'imposta: come recuperare in F24 le somme corrisposte.

Per favorire la trasparenza e semplificare le operazioni poste in essere dai sostituti d'imposta, l'art. 15 del Decreto legislativo semplificazioni fiscali (D.Lgs. n. 175/2014) ha stabilito che, a decorrere dal 1° gennaio 2015, i sostituti d'imposta devono recuperare:
le somme rimborsate ai dipendenti sulla base dei prospetti di liquidazione dei modelli 730 esclusivamente mediante compensazione in F24 (non più attraverso operazioni di compensazione "interna" di ritenute);
gli eventuali versamenti di ritenute o di imposte sostitutive effettuati in misura superiore a quella dovuta scomputandoli in compensazione in F24 dai versamenti successivi.
A tal fine, l'Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 13/E del 10 febbraio 2015, ha istituito gli appositi codici tributo che i sostituti d'imposta dovranno utilizzare.
Di recente, con la Risoluzione n. 7/E del 28.01.2016, l'Agenzia delle Entrate ha affermato che, ai sostituti d’imposta che hanno versato le ritenute di competenza dei mesi da gennaio a marzo 2015 non adeguandosi alla nuova disciplina, cioè esclusivamente in compensazione con F24, e hanno omesso e/o presentato tardivamente il modello di pagamento a saldo zero, non si applicheranno sanzioni.

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Dichiarazione 730/2016 precompilata.

Il contribuente, accedendo alla propria area autenticata, può:
visualizzare e stampare la propria dichiarazione 730 precompilata;
accettarla o modificarla, anche integrandola, e trasmetterla all’Agenzia delle Entrate (a partire dal 1° maggio 2016);
consultare le comunicazioni, le ricevute e la dichiarazione presentata;
consultare l’elenco dei soggetti delegati ai quali è stata resa disponibile la dichiarazione 730 precompilata.
Il contribuente potrà, inoltre, ricevere eventuali comunicazioni relative alla propria dichiarazione 730 precompilata, inserendo un indirizzo di posta elettronica valido (e tenendolo aggiornato) nell’apposita sezione della propria area autenticata.
Resta, ovviamente, la possibilità di rivolgersi, per l'invio, al proprio sostituto d'imposta o ad un CAF o professionista abilitato.
Il contribuente che non dispone di un sostituto d'imposta tenuto all’effettuazione del conguaglio fiscale, ad esempio perché ha perso il lavoro nel 2016, tramite l'area autenticata potrà versare le somme eventualmente dovute mediante il modello F24 che verrà proposto già compilato dalle Entrate con i dati relativi al pagamento da eseguire e con la possibilità di addebito sul proprio conto corrente bancario o postale. Potrà, inoltre, indicare le coordinate del conto corrente bancario o postale sul quale ricevere l'accredito dell’eventuale rimborso che sarà erogato direttamente dall’Agenzia delle entrate.

Per ottenere la dichiarazione 730 precompilata, il contribuente potrà rivolgersi anche al proprio sostituto d'imposta, ad un CAF o ad un professionista abilitato, al quale dovrà conferire preventivamente apposita delega (cartacea o elettronica) per consentire l’accesso ai dati.
Per l’accesso ai documenti i sostituti d’imposta possono avvalersi anche degli intermediari abilitati alla presentazione telematica delle dichiarazioni dei redditi, designandoli responsabili del trattamento dei dati personali ed informando debitamente il contribuente di ciò.
I CAF ed i professionisti abilitati possono nominare i propri dipendenti come operatori incaricati ad effettuare l’accesso alle dichiarazioni 730 precompilate, mediante apposita funzionalità resa disponibile all’interno dell’area autenticata del sito dei servizi telematici dell’Agenzia delle entrate.
L’accesso, da parte di sostituti d’imposta, CAF e intermediari abilitati, al 730 precompilato dei contribuenti da loro assistiti avviene solo a seguito di esplicita richiesta all’Agenzia delle Entrate, che può avvenire in due modi:
come modalità ordinaria, inviando un file mediante i servizi telematici;
come modalità del tutto residuale, solo per gestire le richieste di assistenza fiscale non programmate, inviando una richiesta via web, utilizzando Entratel, del download immediato per singolo contribuente.
La richiesta tramite file si effettua trasmettendo, attraverso il servizio telematico Entratel, o Fisconline per i sostituti d'imposta con un numero massimo di 20 percipienti, un file, predisposto tramite apposito software dell'Agenzia delle Entrate, contenente l'elenco dei contribuenti per i quali si richiedono i documenti, con relativi dati anagrafici, codici fiscali, reddito complessivo dell'anno precedente e dati della delega.
Se i dati trasmessi non sono corretti, il sistema, entro 5 giorni dall'invio della richiesta, fornisce, nella sezione "Ricevute" dell'area autenticata, un file contenente l'elenco degli eventuali errori. In tal caso, non si procede alla consegna dei documenti richiesti e sarà necessario inviare un nuovo file con i dati corretti.
E' possibile annullare una richiesta non ancora elaborata mediante invio di un file contenente lo stesso protocollo telematico della richiesta che si intende annullare.
Se, invece, i dati sono corretti, i documenti sono consegnati, sempre nell'area autenticata:
entro 5 giorni dalla data della richiesta, per le richieste regolarmente pervenute a partire dal 15 aprile;
entro 5 giorni a partire dal 15 aprile, per le richieste regolarmente pervenute entro il 14 aprile.
La modalità (residuale) via web è consentita solo a CAF e professionisti abilitati (non anche i sostituti d'imposta) per gestire richieste di assistenza fiscale non programmate e permette di richiedere tramite Entratel il download immediato del modello 730 precompilato e delle relative informazioni per singolo contribuente. In questo caso, i documenti, richiesti via web, sono resi disponibili in tempo reale.


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Sanzioni al notaio che accetta di rogitare atti sfuggenti al Fisco.

È soggetto a sanzione il notaio che, consapevole delle finalità elusive del suo cliente, stipula atti (di costituzione di un fondo patrimoniale e di una rendita vitalizia, e di istituzione di un trust) idonei a integrare la “sottrazione” prevista dall’articolo 11 del Dlgs 74/2000.
La Cassazione, con la sentenza n. 1716 del 29 gennaio 2016, ha chiarito che anche strumenti negoziali leciti e che non presentano caratteri di invalidità possono realizzare l’intento fraudolento del soggetto agente.

I fatti
La Commissione amministrativa regionale di disciplina ha ritenuto sussistente la violazione dell’articolo 28 della legge 89/1913 (legge notarile), a carico di un notaio che aveva ricevuto, nello stesso giorno, atti relativi a beni di proprietà della stessa persona.
In particolare, si era prestato alla stipula del contratto costitutivo di fondo patrimoniale vietato dall’articolo 334 del codice penale, in quanto aveva per oggetto, tra gli altri, beni immobili sottoposti a sequestro preventivo penale. Aveva inoltre rogato i contratti di rendita vitalizia e di istituzione di un trust, ponendo in essere le finalità criminose sanzionate dall’articolo11 del Dlgs 74/2000, in quanto tali atti erano finalizzati a rendere meno efficace la riscossione coattiva delle imposte.
Il professionista, cioè, invece di rifiutarne la stipula, aveva comunque apposto il proprio sigillo, consapevole che il cliente aveva un debito con l’Erario, per imposte evase, di 42 milioni di euro.
Di conseguenza, la Commissione amministrativa ha accolto le contestazioni disciplinari del consiglio notarile.

Tale decisione è stata impugnata dal notaio e la Corte d’appello, riducendo la sanzione pecuniaria irrogata:
ha confermato la sussistenza della violazione dell’articolo 11 del Dlgs 74/2000 (che punisce chiunque aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti su beni, propri o altrui, idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la riscossione coattiva di imposte non pagate), a prescindere da una preesistente attività di verifica, accertamento o iscrizione a ruolo
ha, invece, ritenuto che la violazione dell’articolo 334 cp non sussisteva poiché il vincolo giuridico apposto al bene con il sequestro non impediva l’attuazione della misura disposta dall’autorità giudiziaria e, comunque, rendeva inopponibile a terzi la successiva trascrizione della costituzione del fondo patrimoniale.
Di diverso avviso il procuratore generale presso la Corte d’appello, secondo il quale restava applicabile l’articolo 334 cp anche nel caso del “vincolo” di indisponibilità dell’immobile sequestrato poiché la “sottrazione” era di certo configurabile in presenza di una condotta idonea a ledere l’interesse pubblico tutelato (di conservazione del vincolo).

La Cassazione ha ritenuto, con la sentenza in esame, pienamente fondato il ricorso e ha affermato che “l’attività professionale del notaio è stata svolta nella sua piena consapevolezza dell’evidente finalità elusiva perseguita dal cliente, integrante, quest’ultima, quanto meno reato tentato…”.

Osservazioni
Dopo aver evidenziato che la funzione notarile non può essere snaturata consentendo al professionista di svolgere la propria attività nei confronti dei privati in vista della realizzazione di loro attività elusive di norme inderogabili, la Cassazione ha preso in esame l’elemento materiale del reato negli articoli 334 cp e 11 del Dlgs 74/2000.

Al di là della valutazione di profili di responsabilità penale, non oggetto di contestazione nella fattispecie esaminata, la Corte suprema ha valutato il comportamento del notaio, tenendo conto “dell’attuale evoluzione dell’etica sociale verso un ordinamento economico/finanziario” caratterizzato sia dal limitare le fattispecie di elusione delle norme imperative al fine di proteggere i beni comuni tutelati sia dalla crescente responsabilizzazione della funzione, specifica e delicata, dei professionisti che, per la loro qualificazione, sono chiamati a intervenire nelle transazioni commerciali, tutelando non solo gli interessi delle parti contraenti ma anche quelli della collettività dei cittadini.

Alla luce di tale evoluzione, la Corte ha letto e interpretato gli articoli 27 e 28 della legge notarile, definendo i confini dell’attività del professionista tra l’obbligo di rogare gli atti richiesti dal cliente e l’obbligo di rifiutarli. In particolare, il Collegio di legittimità ha chiarito che l’obbligo di rogare l’atto, previa adeguata informativa sul suo contenuto e sui suoi effetti, non può risultare tanto ampio da imporre al notaio di prestare la propria assistenza per realizzare evidenti strumenti elusivi di norme imperative, sanzionati in sede penale, ma non necessariamente integranti la nullità sotto il profilo civilistico.
Al riguardo, i giudici di legittimità hanno dato atto che il notaio aveva violato le norme poste dal legislatore con la specifica ed evidente finalità di garantire, allo Stato, la soddisfazione della pretesa fiscale e, alla collettività, l’efficacia dell’azione di recupero del dovuto.

La Corte ha poi chiarito che il “fatto sottrazione” non era diversamente inteso ai fini della sussistenza dell’elemento materiale del reato ex articolo 334 cp e, ai fini della configurazione della fattispecie delittuosa, ex articolo 11, Dlgs 74/2000.
Deve osservarsi, infatti, che il reato di sottrazione di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale (ex articolo 334 cp) mira a punire qualunque condotta rivolta a rendere anche solo più difficoltosa la procedura di recupero coattivo; il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (ex articolo11, Dlgs 74/2000) è integrato in presenza di una condotta idonea a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva da parte dello Stato.

Nella fattispecie al suo esame, quindi, la Cassazione ha concluso che, per la violazione del richiamato articolo 11, la costituzione del fondo patrimoniale era idonea a integrare la “sottrazione” prevista dalla norma (Cassazione, pronuncia 21013/2012) e che anche l’istituzione del trust, nonostante la formale liceità dello strumento utilizzato, poteva realizzare l’intento frodatorio avuto di mira dal contribuente (Cassazione, decisione 15449/2015).

I giudici hanno, poi, cassato l’ordinanza della Corte d’appello per il capo relativo alla violazione dell’articolo 28 della legge notarile, sotto il profilo dell’articolo 334 cp, enunciando il principio secondo il quale l’atto dispositivo sui beni immobili sequestrati è nullo di per sé, poiché è idoneo a eludere il vincolo o a rendere più difficoltoso il conseguimento delle sue finalità (Cassazione sezioni unite, sentenza 43428/10). Non è necessario, cioè, che la nullità sia conseguente a una previsione testuale dell’articolo 334 cp per gli atti compiuti in contrasto con la stessa norma, proprio perché tale “nullità” discende dalla violazione di norme imperative (Cassazione, sentenze 4657/2010 e 7665/1998).


Fonte: Agenzia Entrate

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La fiscalità del trust.

Il trust è un istituto giuridico di origine anglosassone, che è stato formalmente riconosciuto dall’ordinamento italiano per effetto della ratifica ed esecuzione, avvenuta con la legge 364/1989, della Convenzione sulla legge applicabile ai trusts e sul loro riconoscimento, adottata a L’Aja il 1° luglio 1985.
A oggi, tuttavia, ancora manca una specifica normativa interna, che disciplini l’istituto sotto il profilo civilistico. A tal proposito, lo scorso 19 marzo 2015 è stato presentato un disegno di legge (ddl S. 1826) che prevede l’introduzione nel codice civile della disciplina del contratto di fiducia, che dovrebbe rappresentare l’equivalente italiano del trust. Il disegno di legge è stato assegnato alla 2ª Commissione permanente (Giustizia) in sede referente il 16 giugno 2015, ma il relativo esame non ha avuto ancora inizio; pertanto, il riferimento normativo in materia di trust resta ancora la Convenzione de L’Aja, il cui scopo precipuo è proprio quello di armonizzare le regole del diritto internazionale privato in materia di trust, consentendone il riconoscimento negli ordinamenti di civil law privi di una disciplina interna.

Ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione, “per trust si intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il costituente – con atto tra vivi o mortis causa – qualora dei beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nell’interesse di un beneficiario o di un fine specifico”.
In altri termini, mediante il trust un soggetto (settlor) trasferisce la proprietà di tutti i propri beni (o di una parte di essi) a un altro soggetto (trustee), affinché quest’ultimo li amministri nell’interesse di un terzo (beneficiary) ovvero in vista del perseguimento di uno specifico fine.
Il beneficiario, pur non essendo formalmente proprietario dei beni oggetto del trust, gode dei vantaggi e delle utilità derivanti dalla loro gestione, disponendo altresì di rimedi a carattere reale e obbligatorio per tutelare i suoi interessi nel caso in cui il trustee non rispetti gli impegni assunti (breach of trust). Il settlor può altresì nominare un guardiano (protector), con il compito di vigilare sull’operato del trustee nell’interesse del beneficiario (o dei beneficiari) o per garantire l’effettiva realizzazione dello scopo del trust.
Il trust, quindi, si sostanzia in un negozio giuridico fondato sul rapporto di fiducia/affidamento tra disponente (settlor) e gestore (trustee): non a caso il termine anglosassone trust significa, appunto, fiducia.

Il medesimo articolo 2 della Convenzione stabilisce che il trust presenta le seguenti caratteristiche essenziali:
i beni del trust costituiscono una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del trustee (effetto segregativo)
i beni del trust sono intestati a nome del trustee
il trustee è investito del potere e onerato dell’obbligo, di cui deve rendere conto, di amministrare, gestire o disporre dei beni secondo i termini del trust e le norme particolari impostegli dalla legge.

Secondo la dottrina maggioritaria, la Convenzione, limitandosi a indicare i requisiti minimi affinché si possa affermare di essere in presenza di un trust, delinea un modello di trust “amorfo”, vale a dire uno schema negoziale adattabile tanto agli ordinamenti di common law quanto a quelli di civil law. In seguito alla ratifica, l’Italia ha quindi riconosciuto legittimo il modello di trust tracciato dall’articolo 2 della Convenzione.

La caratteristica certamente più significativa del modello di trust convenzionale è rappresentata dalla “segregazione patrimoniale”, per effetto della quale i beni in trust formano un patrimonio separato rispetto al patrimonio residuo del settlor, del trustee e del beneficiario: pertanto, i loro eventuali creditori personali non potranno mai aggredire i beni in trust.
Questi ultimi, infatti, risultano essere “blindati”, in quanto sottoposti a un duplice vincolo: di destinazione (essendo finalizzati al raggiungimento dello scopo indicato dal settlor nell’atto istitutivo) e, appunto, di separazione patrimoniale.
È bene precisare, inoltre, che esclusivo proprietario dei beni in trust è il trustee, che, tuttavia, subisce una compressione dell’esercizio del suo diritto in quanto egli è tenuto ad amministrare i beni in modo tale da garantire il raggiungimento dello scopo indicato nell’atto istitutivo. In altri termini, mentre la titolarità del diritto di proprietà del trustee è piena, l’esercizio di tale diritto è invece limitato e funzionalizzato.

Tali caratteristiche hanno indotto parte della dottrina e della giurisprudenza a dubitare della conciliabilità del trust con l’ordinamento giuridico italiano sotto il profilo, in particolare, della disciplina del diritto di proprietà (articolo 832 e seguenti del codice civile), della tipicità dei diritti reali, della responsabilità patrimoniale (articolo 2740 cc) e della tassatività degli atti trascrivibili.
Tuttavia, nonostante l’iniziale diffidenza verso un istituto del tutto estraneo alla tradizione giuridica italiana e in attesa di un intervento disciplinatorio del legislatore, la questione della compatibilità del trust con il nostro ordinamento è stata risolta positivamente dalla dottrina e dalla giurisprudenza maggioritarie. Ciò non solo con riferimento ai trust esteri istituiti secondo il modello convenzionale e in grado di produrre effetti giuridici nell’ordinamento interno proprio in virtù della ratifica della Convenzione, ma anche e soprattutto con riguardo al trust “interno” o “domestico”, vale a dire un trust istituito in Italia, in cui gli elementi essenziali (beni, settlor, trustee, beneficiario) sono in prevalenza residenti o esistenti in Italia.

Ad ogni modo, vista la perdurante mancanza nell’ordinamento italiano di una disciplina autonoma dell’istituto, il settlor, nello scegliere, ai sensi dell’articolo 6 della Convenzione, la legge applicabile al trust, deve necessariamente fare riferimento a una normativa estera, anche nelle ipotesi in cui tutte le parti siano italiane e il trust possa quindi definirsi interno. In questa ipotesi, quindi, l’unico elemento di estraneità è rappresentato dalla legge applicabile.

In presenza di un trust estero, in cui gli elementi di estraneità riguardino i soggetti coinvolti e i beni in trust, lo Stato italiano, in base all’articolo 11 della Convenzione, procede al riconoscimento e il trust sarà regolato sulla base della Convenzione e delle norme di diritto internazionale privato. Il riconoscimento, in linea di principio, non è però obbligatorio, dato che l’articolo 13, a salvaguardia della sovranità degli Stati, conferisce allo Stato il potere di rifiutarlo qualora gli elementi costitutivi del trust, all’infuori della legge regolatrice richiamata, rinviano a un diverso ordinamento che non conosca l’istituto.

Il trust, quindi, si è progressivamente affermato anche in Italia quale strumento flessibile e versatile sotto il profilo operativo, capace di soddisfare la richiesta di strumenti giuridici nuovi in grado di rispondere efficacemente alle esigenze emergenti dal mutato contesto economico-finanziario, ma anche familiare e sociale, nonché aziendale, non in grado di essere soddisfatte mediante i tradizionali modelli giuridici.
Il trust è suscettibile, infatti, di molteplici applicazioni pratiche, ponendosi in particolare come utile strumento di pianificazione patrimoniale, successoria e tributaria.

La pratica conosce molteplici tipologie di trust. A titolo esemplificativo, possiamo ricordare le seguenti:
trust autodichiarato, in cui è lo stesso disponente a essere designato quale trustee (in tal caso, il vincolo di destinazione sui beni si forma all’interno dello stesso patrimonio del disponente)
expressed trust, costituito mediante specifico atto istitutivo e destinato ad avere efficacia quando il disponente è in vita
trust testamentario o mortis causa, istituito mediante disposizione testamentaria e destinato ad avere efficacia dopo la morte del disponente
trust revocabile, con il quale il disponente si riserva la facoltà di revocare l’attribuzione dei diritti ceduti al trustee
trust di famiglia, utilizzato per disciplinare rapporti di convivenza e regolare anticipatamente alcuni casi di successione e, soprattutto, di separazione e divorzi ovvero per proteggere il patrimonio familiare, impedendo il frazionamento della proprietà
trust immobiliare, utilizzato allo scopo di creare un patrimonio di immobili separato dal resto dei beni
trust commerciale, istituito per disporre la segregazione patrimoniale di asset aziendali per il perseguimento di finalità inerenti l’attività d’impresa
trust liquidatorio, istituito allo scopo di segregare una massa di beni destinati al soddisfacimento di creditori
trust di scopo, funzionale al perseguimento di un determinato fine (ad esempio, trust di garanzia)
fixed trust, in cui il disponente individua i beneficiari con l’atto istitutivo e predetermina la ripartizione tra gli stessi del patrimonio e del reddito del trust
trust discrezionale, in cui il disponente si riserva la facoltà di nominare in un momento successivo i beneficiari ovvero rimette al trustee o a un protector (guardiano) l’individuazione degli stessi, delle loro rispettive posizioni, delle modalità e dei tempi di attribuzione dei benefici.

Attesa la sempre crescente rilevanza del trust nell’ordinamento italiano, non sorprende che particolare importanza abbia assunto nel corso del tempo anche la relativa disciplina fiscale.
A tal proposito, si ricordi che la Convenzione nulla dispone sul trattamento tributario dei trust; pertanto, l’individuazione del relativo regime impositivo è lasciata alla autonomia dei singoli Stati.
In Italia, il legislatore fiscale ha espressamente dettato disposizioni in materia di trust per la prima volta con l’articolo 1, commi da 74 a 76, della legge 296/2006 (Finanziaria 2007): nel prosieguo del lavoro, quindi, si passeranno in rassegna i profili tributari del trust, tanto ai fini delle imposte dirette quanto ai fini delle imposte indirette.


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus ristrutturazioni e successione.

Mio padre, che fruiva del bonus ristruttutazioni, è deceduto nel 2015. La detrazione va nella sua dichiarazione, che presento come erede, o nella mia?

Nel caso di decesso di un contribuente avente diritto alla detrazione Irpef di cui all'articolo 1 della legge 449/97, la fruizione del beneficio si trasmette, per le quote ancora non detratte, esclusivamente all'erede che conserva la materiale e diretta detenzione del bene (articolo 16-bis, comma 8, del Tuir). Ai fini della detrazione del 36% (ovvero del 50%, per le spese sostenute dal 26 giugno 2012 al 31 dicembre 2016), rileva il criterio del possesso dell’immobile al 31 dicembre del periodo d'imposta interessato dalla successione. Non è, infatti, prevista una ripartizione della detrazione pro-quota; conseguentemente, l'erede ne usufruirà per intero. Naturalmente, qualora la detenzione dell'immobile venga esercitata congiuntamente da più eredi, la detrazione sarà ripartita tra gli stessi in parti uguali.



Fonte: Agenzia Entrate

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Spese sanitarie nella precompilata.

Quasi un mese di tempo, cioè fino al 9 marzo, per chiedere che le spese sanitarie sostenute nel 2015 non siano incluse nel proprio 730 precompilato, disponibile dal prossimo 15 aprile. Nella successiva fase di modifica o integrazione del modello, sarà comunque possibile inserire le spese per cui è stata esercitata l’opposizione all’invio, purché sussistano i requisiti per la detraibilità previsti dalla legge.
Da mercoledì scorso, infatti, per esprimere il proprio diniego è possibile accedere all’area autenticata del sito www.sistemats.it, tramite Tessera sanitaria e Carta nazionale dei servizi (Ts-Cns) o utilizzando le credenziali Fisconline rilasciate dall’Agenzia delle Entrate. A questo punto, sarà sufficiente visualizzare l’elenco delle proprie spese sanitarie e degli eventuali rimborsi avvenuti nel 2015 e scegliere direttamente quali cancellare per bloccarne la trasmissione all’Agenzia delle Entrate. Possono esprimere la propria opposizione alla trasmissione dei dati tutti i cittadini che abbiano compiuto almeno 16 anni di età (in caso contrario, può farlo il tutore o rappresentante legale), anche se fiscalmente a carico. In quest’ultima ipotesi, le spese per cui è stato negato l’utilizzo non compariranno nella dichiarazioni di chi ha a carico la persona.

Dallo studio medico direttamente in dichiarazione
Da quest’anno, il Sistema tessera sanitaria acquisisce direttamente dagli operatori sanitari (aziende sanitarie locali, ospedali, medici, farmacie eccetera) tutti gli importi di fatture, ricevute e scontrini fiscali emessi per spese sanitarie e relativi rimborsi nel periodo d’imposta precedente (in questo caso, il 2015).
Come spiegato nel provvedimento del 31 luglio 2015, i dati vengono successivamente trasmessi all’Agenzia delle Entrate perché possano essere inseriti automaticamente nella dichiarazione dei redditi precompilata del soggetto che ha sostenuto il costo. In questo flusso telematico di informazioni, che conduce le spese sanitarie dall’istituto medico, dalla farmacia o da qualsiasi altro ente in cui vengono effettuate direttamente all’interno della dichiarazione dei redditi, è previsto che il contribuente possa esprimere il dissenso al trattamento dei propri dati, manifestando la sua opposizione all’invio delle informazioni o di parte di esse dal Sistema tessera sanitaria all’Agenzia delle Entrate. I dati così bloccati non compariranno nel 730 precompilato, ma potranno ugualmente essere inseriti dal contribuente in sede di modifica del modello, prima dell’invio definitivo della dichiarazione dei redditi.

Un periodo extra per bloccare le proprie spese sanitarie
Il termine del 9 marzo per esprimere l’opposizione all’invio dei dati sulle spese sanitarie vale esclusivamente per quest’anno. Considerato che il 2016 è il primo anno di avvio del sistema di trasmissione delle spese sanitarie, con il recente provvedimento del 26 gennaio 2016, l’Agenzia, d’intesa con il ministero dell’Economia e delle Finanze, ha concesso una proroga di nove giorni (dall’iniziale 31 gennaio al 9 febbraio scorso) ai soggetti tenuti alla trasmissione dei dati al Sistema tessera sanitaria per comunicare tutte le spese e i rimborsi del 2015. Conseguentemente, al fine di garantire ai cittadini lo stesso tempo per esprimere l’opposizione all’invio dei propri dati fissato a regime (dal 1° febbraio al 28 febbraio), il termine di quest’anno è stato spostato al 9 marzo. Dall’anno prossimo, invece, si partirà con lo scadenziario normale.
In più, per le spese sostenute dal 2016 (che, quindi, entreranno nella dichiarazione 2017), si può manifestare la propria opposizione direttamente a chi eroga il servizio sanitario.

La riservatezza dei dati sulla salute
L’opposizione all’invio delle proprie spese sanitarie e dei relativi rimborsi erogati rappresenta una delle diverse misure previste, in accordo con il Garante per la protezione dei dati personali, per tutelare la riservatezza di informazioni estremamente delicate come quelle sulla salute della persona.
Per lo stesso motivo, è stato anche stabilito che i dati per cui non sarà espressa l’opposizione saranno trasmessi dal Sistema tessera sanitaria solamente in forma aggregata. Ciò significa che, per ciascun soggetto, l’Agenzia delle Entrate visualizzerà solamente i totali di spesa e di rimborso divisi in generiche tipologie. Le cifre totali saranno anche le uniche informazioni visibili per gli intermediari incaricati dal contribuente alla successiva compilazione e all’invio del 730 precompilato (Caf, professionisti o sostituti d’imposta). Il soggetto interessato è, quindi, l’unico ad avere la possibilità di visualizzare ogni singola voce delle sue spese e dei suoi rimborsi, collegandosi online al Sistema tessera sanitaria fino al 9 marzo per bloccarne eventualmente l’invio. A partire dal 15 aprile, inoltre, il contribuente può verificare le informazioni di dettaglio relative alle spese sanitarie e ai rimborsi nell’area autenticata sul sito dell’Agenzia delle Entrate.




Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 5 febbraio 2016

L’indennità di fine mandato si tassa anche in caso di rinuncia.

La rinuncia all’indennità di fine mandato da parte dei soci-amministratori, nel presupposto della maturazione e del conseguimento giuridico del credito stesso, obbliga comunque la società erogatrice, nella sua qualità di sostituto di imposta, ad assoggettare tale indennità al relativo regime fiscale in capo al socio creditore. Se così non fosse, infatti, si consentirebbe alla società di beneficiare di accantonamenti fiscalmente dedotti nel corso dei singoli periodi di imposta che non scontano alcuna imposizione fiscale, sebbene producano l’effetto ultimo di incrementare il costo della partecipazione e, quindi, di generare reddito, che finirebbe per rimanere esente da imposizione.
In questi termini si è espressa la Cassazione nell’ordinanza n. 1335 depositata il 26 gennaio 2016, con la quale, accogliendo il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ha confermato un suo precedente assunto (sentenza n. 26842/2014).

La questione origina dal ricorso in Cassazione presentato dall’Amministrazione finanziaria avverso una sentenza di appello che, nel confermare la pronuncia di primo grado, aveva ritenuto illegittimo l’atto di accertamento finalizzato al recupero della ritenuta Irpef, anni 2002 e 2004, sull’indennità di fine mandato corrisposta a due soci-amministratori che, tuttavia, vi avevano rinunciato.
Secondo il giudice del gravame, infatti, in mancanza dell’effettivo pagamento dell’indennità, la ritenuta non poteva essere effettuata, essendo, la rinuncia, assimilabile a versamenti del socio a fondo perduto o in conto capitale.

Nel ricorso in Cassazione, l’Agenzia lamenta l’erroneità della sentenza impugnata, laddove non ha tenuto in considerazione che la rinuncia all’indennità presuppone comunque “l’incasso giuridico” della stessa da parte dall’avente diritto; quindi, la fattispecie non è assimilabile alla rinuncia dei soci ai versamenti effettuati a fondo perduto o in conto capitale a favore della società.
Pertanto, considerato che l’indennità in esame viene corrisposta ai soci-amministratori alla scadenza del mandato, così come previsto nell’atto costitutivo della società o in una specifica delibera assembleare, e che, in relazione a essa, la società deduce per ogni esercizio la quota di ammortamento di competenza, alla cessazione del mandato la società erogatrice deve applicare all’indennità corrisposta la ritenuta a titolo di acconto del 20%, con conseguente assoggettamento a tassazione separata ai fini Irpef in capo ai percipienti la somma.

Per la Corte suprema, il ricorso è fondato in quanto, sebbene l’articolo 88, comma 4, del Tuir non consideri sopravvenienze attive i versamenti in denaro o in natura fatti a fondo perduto o in conto capitale alle società, la stessa norma deve essere letta in combinato disposto con gli articoli 94, comma 6, e 101, comma 7.
Il primo dispone che l’ammontare dei versamenti fatti a fondo perduto o in conto capitale alla società dai propri soci o della rinuncia ai crediti nei confronti della società dagli stessi soci nei limiti del valore fiscale del credito oggetto di rinuncia, si aggiunge al costo dei titoli e delle quote in proporzione alla quantità delle singole voci della corrispondente categoria.
Il secondo, invece, prevede l’indeducibilità dei versamenti in denaro o in natura fatti a fondo perduto o in conto capitale alle società dai propri soci e la rinuncia degli stessi soci ai crediti.

In altri termini, per i giudici di legittimità, la rinuncia al credito da parte di un socio è espressione della volontà di patrimonializzare la società e, pertanto, non può essere equiparata alla remissione di un debito da parte di un soggetto estraneo alla compagine sociale (risoluzioni n. 152/2002 e n. 41/2001). Pertanto, tale rinuncia presuppone il conseguimento del credito, il cui importo, anche se non materialmente incassato, viene comunque “utilizzato”, sia pure con atto di disposizione avente natura di rinuncia (circolare n. 73/1994, paragrafo 3.20).

Ne deriva che, in caso di compensi di lavoro autonomo spettanti al socio, la rinuncia operata dal socio medesimo presuppone logicamente la maturazione e il conseguimento del credito vantato, con inevitabile assoggettamento al conseguente regime fiscale, in capo al socio creditore; in caso contrario, si ammetterebbe la deduzione fiscale degli accantonamenti (ex articolo 105 del Tuir), nel corso dei singoli periodi di imposta, senza assoggettarli a tassazione, nonostante determinino l’incremento del costo della partecipazione e la generazione di un reddito.

La questione affrontata nella pronuncia in commento riguarda il trattamento da riservare, ai fini delle imposte sui redditi, alla rinuncia effettuata dagli amministratori alle indennità di fine mandato, il cui accantonamento è stato dedotto nel corso degli anni.
Nel merito, la Cassazione afferma che, mentre qualsiasi rinuncia dei soci ai crediti vantati nei confronti della società partecipata, quale che sia la natura dei crediti medesimi e la fonte che li ha generati, non costituisce sopravvenienza attiva per la società stessa, la rinuncia dei soci-amministratori alle indennità di che trattasi, invece, è soggetta a ritenuta di acconto, da parte della società erogatrice, e genera comunque reddito in capo al socio beneficiario.




Fonte: Agenzia Entrate

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Detrazione spese conservatorio.

Mia figlia ha intenzione, una volta terminato il liceo, di iscriversi al conservatorio. Potrò detrarre i relativi costi come spese universitarie?

Sono detraibili, quali spese di istruzione universitaria, anche le spese per l'iscrizione ai conservatori di musica, se l'iscrizione è relativa a corsi istituiti ai sensi del Dpr 212/2005, che equipara i conservatori alle università. La detrazione spetta anche se l’onere è sostenuto nell’interesse dei familiari fiscalmente a carico (paragrafo 5.3 della circolare 20/E del 2011). Per completezza, si sottolinea che sono equiparati ai conservatori di musica solamente gli istituti musicali parificati e sono, pertanto, da escludere le spese per l’iscrizione agli istituti musicali privati.



Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 3 febbraio 2016

Acquisto pc da parte di un disabile: agevolazioni.

Dovrei acquistare un notebook con l'agevolazione del 4% (sono disabile al 100%). Oltre a usufruire dell'Iva agevolata, posso scaricare la spesa dal 730?

Le spese sostenute per l'acquisto di sussidi tecnici e informatici (fax, modem, computer, sussidio telematico, telefoni a viva voce, schermi a tocco, tastiera espansa), volti a facilitare l'autosufficienza e l'integrazione dei portatori di handicap di cui all'articolo 3 della legge n. 104/1992, sono detraibili nella misura del 19%. Ai fini della detrazione, occorre, oltre al documento di spesa, la certificazione del medico curante che attesti che quel sussidio è volto a facilitare l'autosufficienza e l'integrazione del soggetto disabile.



Fonte: Agenzia Entrate

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Novità nel modello Iva 2016.

Nella sezione del sito dell'Agenzia dedicata ai modelli dichiarativi, sono in rete le istruzioni "rivisitate" della dichiarazione Iva 2016 e le relative, attualizzate, specifiche tecniche.
In particolare, nell'appendice delle istruzioni, al paragrafo "soggetti colpiti da eventi eccezionali", trovano posto, con il codice "5", le imprese di autotrasporto e le piccole imprese creditrici dell'Ilva.
La modifica, ovviamente, si ripercuote sulle specifiche tecniche per la trasmissione telematica del modello.

Il numero identificativo dovrà essere evidenziato nel rigo VA10 della dichiarazione Iva 2016, quello riservato ai contribuenti vittime di eventi eccezionali, dalle imprese che vantano crediti nei confronti dell'Ilva Spa per prestazioni effettuate a favore della società prima del deposito della domanda di accertamento dello stato di insolvenza, circostanza a seguito della quale si sono visti sospendere i termini di versamento delle imposte in scadenza tra il 6 marzo e il 15 settembre 2015.



Fonte: Agenzia Entrate

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La nuova disciplina sugli interpelli.

Le novità normative in materia di interpello tributario introdotte dal Dlgs 156/2015, in vigore dal 1° gennaio 2016, trovano applicazione anche per l’Agenzia delle Dogane.
La circolare n. 2/D del 29 gennaio 2016, che fa seguito a un precedente documento di prassi (circolare n. 21/D/2015) e alla determinazione direttoriale n. 10539/2016, fornisce dettagliate istruzioni per la concreta applicazione dell’istituto da parte delle Dogane.

Per i tributi amministrati dall’Agenzia delle Dogane, dunque, a esclusione delle risorse proprie, è possibile presentare l’istanza di interpello, nelle diverse tipologie previste dal Dlgs 156/2015, ovvero interpello ordinario, probatorio, antiabuso e interpello disapplicativo.
L’amministrazione interpellata sarà tenuta, come prescritto dalla legge, a fornire risposta entro 90 giorni nel caso di interpello ordinario, entro 120 giorni nell’ipotesi di interpello probatorio, antiabuso e disapplicativo. Termine decorrente, in ogni caso, dalla data di ricezione dell’istanza.

Come per gli interpelli gestiti dall’Agenzia delle Entrate, la risposta all’istanza vincola ogni organo dell’amministrazione con esclusivo riferimento alla questione oggetto dell’istanza e limitatamente al richiedente, con conseguente nullità di qualsiasi atto, anche a contenuto impositivo o sanzionatorio emesso in difformità dalla risposta.
Il comportamento silente dell’Amministrazione, ossia la mancata risposta nel termine normativamente prescritto, viene qualificato come condivisione (silenzio-assenso), con l’effetto, che limitatamente alla questione oggetto di interpello, sono nulli eventuali atti amministrativi – anche a contenuto impositivo o sanzionatorio – emanati in difformità dalla soluzione prospettata dal contribuente.

Nella prospettiva del contribuente-istante, confermato il requisito della preventività dell’istanza, per cui essa deve essere presentata prima della scadenza dei termini per la presentazione della dichiarazione o per l’assolvimento di altri obblighi tributari aventi a oggetto o, comunque, connessi alla fattispecie cui si riferisce l’istanza medesima.
Quanto al contenuto, il linea con il Dlgs 156/2015, essa deve contenere i dati idonei a identificare:
l’istante
la tipologia di interpello alla quale si intende accedere
la circostanziata e specifica descrizione della fattispecie
le specifiche disposizioni di cui si richiede l’interpretazione, l’applicazione o la disapplicazione
l’esposizione, in maniera chiara e univoca, della soluzione proposta
l’indicazione dei recapiti dell’istante e la sua sottoscrizione o del suo rappresentante legale.
All’istanza deve essere allegata copia della documentazione non in possesso dell’amministrazione procedente o di altre amministrazioni pubbliche indicate dall’istante, rilevante ai fini della risposta. Qualora non sia possibile fornire risposta sulla base dei documenti allegati dal richiedente, gli uffici competenti devono chiedere, una sola volta, l’integrazione della documentazione prodotta.

La mancanza degli elementi essenziali dell’istanza, quali i dati identificativi dell’istante o la descrizione circostanziata e specifica della fattispecie, comporta l’inammissibilità dell’istanza. Inammissibilità che, altresì, si configura nelle altre ipotesi contemplate nel decreto legislativo, ovvero qualora si configuri: la mancanza del requisito di preventività; il difetto delle obiettive condizioni di incertezza (ipotesi riguardante il solo interpello ordinario); la circostanza che, oggetto dell’istanza, sia una questione sulla quale il contribuente ha già ottenuto un parere o siano state già avviate attività di controllo; la mancata regolarizzazione dell’istanza prodotta nel termine di trenta giorni.

Per espressa disposizione normativa, richiamata dalla circolare in esame, nell’ottica di coordinamento con l’attività di accertamento e contenzioso, le risposte alle istanze di interpello non sono impugnabili, salvo quelle relative all’interpello disapplicativo, avverso le quali può essere proposto ricorso unitamente all’atto impositivo. Sul punto, le Dogane richiamano quanto precisato dalla relazione illustrativa al Dlgs 156/2015, per cui “l’impugnazione differita, essendo configurata dal legislatore come facoltà e non obbligo del contribuente, non comporta alcuna preclusione in ordine alla contestazione in giudizio delle argomentazioni contenute nella risposta all’interpello (tendenzialmente confluite nell’atto impositivo) anche in assenza di una espressa impugnazione del parere in sede di ricorso avverso l’atto”.

In conclusione, oltre a prevedere forme di monitoraggio dell’istituto, la circolare 2/D/2016 raccomanda alle strutture territoriali di adottare ogni misura opportuna al fine di fornire esito esplicito e tempestivo alle istanze di interpello pervenute, evitando il perfezionarsi del silenzio-assenso, per garantire una corretta attuazione delle novità normative in tema di interpello tributario.



Fonte: Agenzia Entrate

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