martedì 29 dicembre 2015

Enti non profit - Erogazioni liberali e benefici fiscali.

Le festività natalizie e di fine anno rappresentano una ottima occasione per sensibilizzare il pubblico ad effettuare donazioni nei confronti di enti no profit meritevoli di un contributo al finanziamento delle attività istituzionali.

Per erogazione liberale si intende la donazione di una somma di denaro (erogazione in denaro) o di beni (erogazione in natura), per cui si tratta di una cessione a titolo gratuito a cui non corrisponde alcuna controprestazione o vantaggio economico.

Le erogazioni liberali agli enti non profit beneficiano comunque di agevolazioni fiscali che, a seconda della natura dei soggetti interessati (eroganti e beneficiari), entro determinati limiti e nel rispetto di adempimenti formali, possono assumere la natura di detrazione di imposta o di onere deducibile dal reddito imponibile (dichiarato ai fini IRPEF o IRES).

In generale, la detrazione di imposta riduce l’imposta lorda dovuta dal contribuente di una percentuale applicata all'importo dell'erogazione, mentre l'onere deducibile riduce il reddito imponibile dell'ammontare pari a quello dell'erogazione.

Di conseguenza, in caso di onere deducibile dal reddito imponibile, il beneficio fiscale in capo al donante sarà pari all’aliquota marginale IRPEF raggiunta o all'aliquota IRES in vigore, mentre in caso di detrazione d’imposta il risparmio fiscale conseguibile sarà una detrazione dall’imposta lorda dovuta (entro i limiti dell'ammontare di quest'ultima), indipendentemente dalle aliquote che hanno determinato tale imposta.

Consideriamo l'ipotesi più frequente delle erogazioni in denaro o in natura effettuate da privati (persone fisiche non imprenditori) o da imprese (imprese individuali e società).

Con riferimento alle persone fisiche, non imprenditori, sull'ammontare complessivo delle erogazioni effettuate nei confronti di enti non profit per ciascun periodo di imposta, viene riconosciuta una detrazione di imposta (IRPEF) pari al 19% o al 26%, calcolata secondo le regole di cui agli artt. 15, co. 1, lett. h), h-bis), i), i-bis), i-ter), i-quater), i-octies) e 15, co. 1.1 del d.p.r. n. 917/1986 (T.U.I.R.).

Condizione essenziale al fine di usufruire della detrazione è che il versamento sia effettuato con modalità tracciabili (bonifico, assegno non trasferibile, bancomat o carta di credito) e che quindi sia possibile identificare in maniera inequivocabile il soggetto erogante, il soggetto beneficiario e la causale del versamento.

In alternativa alla detrazione di imposta e a seconda della natura del soggetto beneficiario, i privati possono dedurre (in modo totale o parziale), dal reddito complessivo dichiarato ai fini IRPEF, l'ammontare delle erogazioni liberali effettuate, ai sensi dell'art. 14, co. 1, l. n. 80 del 2005 o ai sensi dell'art. 10, lett. g), i), l-quater) d.p.r. 917/1986 (T.U.I.R.).

Le regole previste dalla l. 80/2005 e dal T.U.I.R. non sono tra loro cumulabili, come chiarito dalla Circolare Agenzia delle Entrate n. 39 del 19.08.2005; in sostanza, il contribuente deve scegliere, e ciò lo vincola per l'intero anno di riferimento, di quale delle due norme agevolative avvalersi.

Analogamente alle detrazioni di imposta, per usufruire del beneficio della deduzione dal reddito occorre che siano rispettate le modalità previste in ordine alla effettuazione e alla certificazione del versamento.

Le erogazioni effettuate dalle imprese (siano queste esercitate in forma individuale o collettiva), a differenza di quelle effettuate dai contribuenti persone fisiche (non imprenditori), non costituiscono mai un onere detraibile bensì un onere deducibile.

La deducibilità fiscale può essere totale o parziale in funzione della natura del soggetto destinatario delle liberalità e delle attività da questo svolte.

Le regole che disciplinano la deducibilità sono quelle di cui all'art. 14, co. 1, l. n. 80 del 2005 o all'art. 100, co. 2, lett. a), b), g), f), h), l), m), n), o), o-bis), d.p.r. 917/1986 (T.U.I.R.), anche queste non cumulabili tra loro.

Con riferimento alle imprese, ai sensi dell'art. 13, co. 2 e co. 3, d.lgs. 460/1997, non costituiscono ricavi e pertanto non sono assoggettati a tassazione (se sono rispettati determinati adempimenti espressamente indicati dalla norma):

- le cessioni, a titolo gratuito e a favore di ONLUS, di derrate alimentari e di prodotti farmaceutici esclusi dal circuito commerciale;

- le cessioni, sempre a titolo gratuito e a favore di ONLUS, di beni diversi dalle derrate alimentari e dai prodotti farmaceutici fino ad un ammontare di € 1.032,91, a condizione che si tratti di beni cui è diretta l'attività dell'impresa.

Ancora, sempre con riferimento alle imprese, ai sensi dell'art. 100, co. 2, lett. i), d.p.r. 917/1986 (TUIR):

- è possibile portare in deduzione dal reddito d’impresa fino al 5‰ delle spese sostenute per prestazione di lavoro dipendente con riferimento al costo del personale per servizi resi a favore delle ONLUS, limitatamente ai costi del personale assunto con contratto a tempo indeterminato.

Le norme vigenti prevedono, come ulteriori presupposti per la deducibilità delle erogazioni liberali, a carico del soggetto beneficiario delle erogazioni (il cui inadempimento si riflette, però, a carico del soggetto che eroga le liberalità):

- la tenuta di scritture contabili, complete e analitiche, rappresentative dei fatti di gestione;

- la redazione di un apposito documento rappresentativo della situazione patrimoniale, economica e finanziaria entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio.

Nel caso in cui tali condizioni non siano soddisfatte, il donante perde il beneficio della deduzione fiscale ed è passibile di sanzione amministrativa.

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Inesistenza soggettiva di operazioni: fatture inutilizzabili in dichiarazione.

La Cassazione ha ribadito – conformandosi alla recente pronuncia n. 42994 del 26 ottobre 2015 – che, stante l’indetraibilità dell’Iva, l’utilizzazione nella dichiarazione fiscale di fatture per operazioni solo soggettivamente inesistenti integra la fattispecie di reato (cioè la dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’articolo 2 Dlgs n. 74/2000) contestata in via cautelare e legittima, a condizioni esatte, il sequestro, anche per equivalente, finalizzato alla confisca del prezzo, del prodotto o del profitto del reato. La Corte ha infatti precisato che l’inesistenza soggettiva delle operazioni è condotta che può rientrare tra quelle considerate dalla norma incriminatrice, sul rilievo che la falsità ben può essere riferita anche all’indicazione dei soggetti con cui è intercorsa l’operazione, intendendosi per “soggetti diversi da quelli effettivi” – ai sensi dell’articolo 1, lettera a), del Dlgs n. 74/2000 – coloro che, pur avendo apparentemente emesso il documento, non hanno effettuato la prestazione, sono irreali, come nel caso di nomi di fantasia, o non hanno avuto alcun rapporto con il contribuente finale (ex multis, sezione 3, n. 27392/2012).

Sentenza n. 46857 del 26 novembre 2015 (udienza 6 ottobre 2015)
Cassazione penale, sezione III - Pres. Franco Amedeo - Est. Di Nicola Vito
Reati tributari – Dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’articolo 2 del Dlgs 74/2000 – Fatture per operazioni soggettivamente inesistenti – Sequestro per equivalente


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Finanziamento soci: la ritenuta sugli interessi.

Una Sas deve pagare interessi attivi maturati a favore dei propri soci per un finanziamento fruttifero effettuato a favore della società stessa. Quale ritenuta deve essere operata? A titolo di imposta o di acconto?

I proventi che un socio ritrae dai finanziamenti concessi a una società costituiscono redditi da capitale, in quanto sono inquadrabili nell’ambito di un contratto di mutuo ai sensi dell'articolo 1813 del codice civile (articolo 44 del Tuir). Sugli interessi esigibili dal 1° luglio 2014 si applica una ritenuta a titolo di acconto del 26%, anche se la maturazione è avvenuta in precedenza (Dl 66/2014). L’importo va dichiarato nel rigo RL2 del modello Unico PF ed è assoggettato alla tassazione progressiva, con scomputo della ritenuta subìta.



Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 22 dicembre 2015

Indennità di “missione” del medico, il via da casa fa scattare l’Irpef.

I rimborsi spese di accesso, corrisposti ai medici specialisti ambulatoriali, per svolgere l’incarico presso ambulatori ubicati in un comune diverso da quello di residenza, non sono assimilabili a quelli erogati dai datori di lavoro ai dipendenti in trasferta.
Quindi, afferma la risoluzione n. 106/E del 21 dicembre 2015, sono da assoggettare a tassazione.
Con tale documento, l’Agenzia delle Entrate è tornata a occuparsi della trasferta del lavoratore, ribadendo che, con tale istituto, è disciplinato, in ambito fiscale, lo spostamento del dipendente dalla propria sede di lavoro al luogo di missione/trasferta, cui è tenuto a recarsi su incarico e per esclusivo interesse del datore di lavoro. Pertanto, solo per tali ipotesi è possibile applicare il regime fiscale di favore previsto dall’articolo 51, comma 5, del Tuir, in ragione del quale non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente i rimborsi delle spese di viaggio e di trasporto corrisposti dal datore di lavoro al proprio dipendente, per ristorarlo dei costi sostenuti per recarsi al luogo di missione, ubicato al di fuori del territorio comunale in cui si trova la sede di lavoro.
Conseguentemente, non è da considerarsi trasferta lo spostamento del dipendente dalla propria residenza alla sede di lavoro che avviene al di fuori dell’orario lavorativo e, comunque, a partire da un luogo, qual è l’abitazione, scelto dal dipendente.

A ulteriore conforto di tale assunto, l’Agenzia ricorda che, per il tragitto casa-lavoro, il legislatore ha previsto, con la lettera d) del comma 2 del citato articolo 51, la non imponibilità delle prestazioni di servizi di trasporto collettivo, organizzate dal datore di lavoro e rivolto alla generalità o a categorie di dipendenti (ad esempio, servizio di navetta aziendale).
Pertanto, laddove il dipendente dovesse considerarsi in trasferta anche in riferimento a tale ultimo spostamento, la lettera d) citata sarebbe inutiliter data.
In ragione di tali considerazioni, sono da considerare imponibili i “rimborsi spese di accesso”, corrisposti ai medici specialisti ambulatoriali allorquando svolgano i loro compiti in un comune diverso da quello in cui risiedono. Per tali ipotesi, infatti, l’articolo 46 dell’Accordo collettivo nazionale del 29 luglio 2009 prevede, tra l’altro, che “1. Per incarichi svolti in Comune diverso da quello di residenza, purché entrambi siano compresi nello stesso àmbito zonale, viene corrisposto, per ogni accesso, un rimborso spese nella misura di L. 533 per chilometro a decorrere dal 1° gennaio 2000… 3. Il rimborso non compete nell’ipotesi che lo specialista abbia un recapito professionale nel Comune sede del presidio presso il quale svolge l'incarico …”.

L’occasione che ha portato l’Agenzia delle Entrate a confermare il proprio orientamento interpretativo, peraltro già espresso con la risoluzione 171/2000, è stata l’ordinanza della Corte di cassazione 6793/2015, che ha attribuito natura risarcitoria, con conseguente non imponibilità, ai rimborsi spese erogati ai medici ambulatoriali de quo per compensare il disagio economico sopportato per lo svolgimento della propria attività lavorativa in un comune diverso da quello di residenza.
Invero, la Cassazione, con la citata ordinanza, ha nuovamente messo in discussione uno dei principi cardine del reddito di lavoro dipendente, qual è il principio di onnicomprensività, che governa la determinazione di tale tipologia reddituale.
In applicazione di tale principio, infatti, tutte le somme e i valori che sono percepiti in ragione dello status di lavoratore dipendente costituiscono reddito imponibile per il percipiente. Ciò comporta che sono da ricondurre nell’alveo dei redditi di lavoro dipendente anche quegli emolumenti, in denaro o in natura, provenienti da un terzo soggetto estraneo al rapporto di lavoro, nonché quelli erogati sotto forma di erogazioni liberali.
La ratio sottesa al principio è da ricercarsi nella circostanza che tali “utilità” non avrebbero ragion d’essere, cioè non sarebbero state percepite se il soggetto non fosse lavoratore dipendente ovvero non fosse parte del rapporto di lavoro che ha dato input all’erogazione.

L’Amministrazione finanziaria, con diversi documenti di prassi, ha più volte ribadito che, in generale, in tale ambito di imponibilità sono da ricomprendere anche le somme corrisposte dal datore di lavoro ai dipendenti a titolo di rimborso spese, salve le ipotesi previste in caso di trasferta/missione o trasferimento oppure quelle in cui il dipendente abbia sostenuto le spese in nome e per conto del datore di lavoro (ad esempio, per snellezza operativa, come l’acquisto di beni strumentali di piccolo valore, quali la carta della fotocopia o della stampante, le pile della calcolatrice, eccetera - circolare 326/1997) ovvero per esclusivo interesse del datore di lavoro (ad esempio, telelavoro - risoluzione 357/2007).
Le ragioni di tale orientamento interpretativo risiedono nella presenza, nel nostro ordinamento tributario, di una apposita detrazione d’imposta riconosciuta ai lavoratori dipendenti dall’articolo 13 del Tuir. Tale “sconto” sull’Irpef dovuta è volto, appunto, a ristorare il lavoratore di quelle spese che è tenuto a sostenere per svolgere la prestazione lavorativa (ad esempio, le spese per raggiungere il posto di lavoro nell’ipotesi in cui il datore di lavoro non fornisca un servizio di trasporto collettivo oppure le spese per un abbigliamento decoroso).

Con l’ordinanza in esame, invece, la Cassazione, discostandosi dalla consolidata linea interpretativa dell’Amministrazione finanziaria, hanno dichiarato la non imponibilità del “rimborso spese per accesso” riconosciuto dall’articolo 46 dell’Acn ai medici specialisti ambulatoriali convenzionati quando svolgono l’incarico in un Comune diverso da quello di residenza.
Le ragioni che hanno portato i giudici supremi a disconoscere il carattere reddituale di tali rimborsi spese sono da ricercarsi nella circostanza che, a loro avviso, “… non ogni somma corrisposta in dipendenza del rapporto di lavoro deve considerarsi di natura retributiva, e perciò assoggettabile, ai sensi tanto dell’art.48 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, che dell'art. 48 del vigente t.u.i.r. del 1986, a ritenuta IRPEF, salve le eccezioni dagli stessi articoli previste. Assumono infatti funzione risarcitoria, e non retribuiva, le somme corrisposte al dipendente in relazione all’attribuzione di incarichi che comportino spese superiori a quelle rientranti nella normalità della prestazione lavorativa, e quindi tali da rendere l’incarico in questione depauperativo rispetto alla posizione dei dipendenti che percepiscano pari retribuzione in relazione ad incombenze diverse, non potendosi ravvisare alcuna ragione ostativa all'applicazione del principio nella modalità del rimborso - di tipo forfettario anziché a pie’ di lista -, quando le prestazioni fuori sede siano state dal dipendente effettivamente rese..”.

Come detto, non è la prima volta che la giurisprudenza mette in discussione il principio di onnicomprensività. Si pensi alle considerazioni poste a base della non imponibilità del “premio salvezza” erogato ai giocatori di una squadra di calcio, nell’ipotesi in cui tale elargizione risponda a puro spirito di liberalità e non all’assolvimento di un obbligo contrattuale (Cassazione, 4722/2008); oppure quando ha attribuito, come nel caso in esame, funzione risarcitoria al rimborso spese corrisposto agli ispettori del ministero del Lavoro in occasione di ispezioni presso cooperative (sentenze 5081/1999, 9107/2002 e 21517/2006).

Invero, la non perfetta armonizzazione tra l’orientamento giurisprudenziale e la prassi amministrativa fiscale, a parere di chi scrive, è riscontrabile anche quando i giudici di piazza Cavour hanno stabilito (sentenze 239/2006, 18584/2008 e 1464/2012) che la restituzione delle somme al soggetto erogatore debba avvenire, da parte del lavoratore, al netto delle ritenute Irpef subìte, svuotando, di tal guisa, la portata dell’articolo 10, comma 1, lettera d-bis), del Tuir, che ricomprende tra gli oneri deducibili “le somme restituite al soggetto erogatore se assoggettate a tassazione in anni precedenti…”.
In relazione a tale ultima ipotesi, infatti, l’Amministrazione finanziaria, in più occasioni (circolare 326/1997, risoluzioni 110/2005 e 71/2008), ha avuto modo di precisare che la presenza di un tale onere è volta a risolvere il problema del rimborso delle imposte pagate su somme percepite e assoggettate a tassazione secondo il criterio di cassa e poi restituite al soggetto erogatore. Una restituzione al netto delle imposte, come sostenuto dai giudici di legittimità, svuoterebbe di significato la previsione legislativa da ultimo citata che, modificata dalla legge di stabilità per il 2014, attende l’emissione di un apposito decreto di attuazione, in corso di emanazione.

Invero, in ambito fiscale, le norme e i principi che disciplinano la determinazione del reddito imponibile, il più delle volte, risponde a logiche poco comprensibili al cittadino comune, che giustamente può chiedersi perché un reddito deve essere tassato anche se non è stato percepito (principio di competenza) oppure perché nell’importo del compenso debba essere incluso il rimborso spese (determinazione del reddito di lavoro autonomo) o perché il rimborso spese, anche se documentato, debba essere tassato (ad esempio, il rimborso del biglietto dell’autobus utilizzato per recarsi dalla propria residenza al luogo di lavoro).
La risposta a queste domande è da ricercarsi nell’ambito in cui opera il legislatore fiscale e, soprattutto, nella finalità da questi perseguita che, com’è intuibile, è quella di garantire gettito all’erario, anche sotto forma di anticipazione del quantum debeatur.

Ciò considerato, un consolidamento della giurisprudenza della Corte suprema in relazione alla natura del rimborso spese riconosciuto ai medici in esame non farebbe che amplificare la disparità di trattamento che, a parere di chi scrive, è presente nell’articolo 46 dell’Acn in esame.
Con tale disposizione, infatti, il legislatore civile parte dall’assunto che il medico specialista, che risieda in un comune diverso da quello in cui è ubicato il presidio di competenza, sopporti necessariamente un disagio maggiore, in termini di distanza da percorrere e, conseguentemente, di maggiori spese da sostenere, rispetto a un suo collega che invece risiede nel medesimo comune del presidio ove è tenuto a svolgere l’attività lavorativa. Se nei piccoli comuni questo ragionamento di principio può condividersi, non altrettanto è pacifico nei comuni più grandi o nelle città metropolitane, dove la distanza percorsa per il tragitto casa-lavoro non sempre è maggiore se il luogo di residenza è fuori comune.
In ragione di tali ultime considerazioni, quindi, a parità di tragitto percorso, i medici “non residenti”, oltre a ricevere una maggiore retribuzione, godranno anche di un regime fiscale più favorevole, considerato che, per raggiungere il luogo di lavoro dalla propria residenza, ai medici “residenti” sono escluse da imposizione le sole “prestazioni di servizi di trasporto collettivo” organizzate dal datore di lavoro per la generalità o categorie di dipendenti e non anche i rimborsi chilometrici.


Fonte: Agenzia Entrate

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Imposta di registro applicabile anche ai debiti ceduti con l’azienda.

Nel caso di cessione di ramo di azienda, o più in generale nel caso di compravendita, qualora si sia convenuto che parte del pagamento del prezzo avvenga mediante accollo, da parte dell’acquirente, dei debiti dell’alienante, tale accollo costituisce modalità di adempimento dell’obbligazione dell’acquirente di pagare il prezzo della compravendita e, quindi, concorre a formare, ai sensi degli articoli 21, 43 e 52 Dpr 131/1986, la base imponibile soggetta all’imposta di registro sull’atto di cessione.

Ordinanza n. 24081 del 25 novembre 2015 (udienza 8 luglio 2015)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario - Est. Cosentini Antonello
Imposta di registro – Cessione di azienda – Accollo debiti dell’alienante da parte dell’acquirente – Base imponibile della cessione


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Detrazione per acquisto box: il bonifico.

Nel caso di acquisto box, per beneficiare della detrazione Irpef del 50%, il pagamento va fatto con bonifico ordinario o con il bonifico previsto in materia di ristrutturazione?

La detrazione al 50% per l’acquisto di un box pertinenziale di nuova costruzione, sino all’importo di 96mila euro, opera sui costi attestati dal costruttore e non sul prezzo del box. Tra i requisiti indispensabili per beneficiarne, è previsto il pagamento tramite apposito bonifico bancario che riporti la causale del versamento, il codice fiscale del beneficiario della detrazione, il codice fiscale o la partita Iva del costruttore.



Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 21 dicembre 2015

Trattamento delle perdite in regime di Patent Box.

Con la Circolare n. 36 del 1° dicembre 2015 l’Agenzia delle Entrate illustra alcuni chiarimenti in merito alle modalità applicative del “Patent box”.
I chiarimenti più significativi contenuti nella circolare riguardano il trattamento delle perdite derivanti dall’applicazione dell’agevolazione.
Ricordiamo che il cosiddetto “Patent Box” prevede un regime opzionale di tassazione agevolata, per i redditi derivanti dall’utilizzo e/o dalla cessione  di  “opere dell’ingegno, da brevetti industriali, da marchi d’impresa funzionalmente equivalenti ai brevetti, nonché da processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili”.
L’opzione per il regime di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo o dalla concessione in uso dei  suddetti “intagibles”, consiste nell’ esclusione dall’imposizione dei relativi  redditi nella misura:
– del 30% nel 2015;
– del 40% nel 2016;
– del 50% a partire dal 2017.
Il regime di tassazione agevolata prevede altresì l’esclusione dalla formazione del reddito, delle plusvalenze derivanti dalla cessione  dei beni  immateriali indicati, a condizione che, entro la fine del secondo periodo di imposta successivo alla cessione, almeno il 90% del corrispettivo sia reinvestito nella  manutenzione e sviluppo di “altri” beni immateriali agevolabili.

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Legge Stabilità 2016: niente sanzioni per ritardi di invio dei dati per la precompilata.

Stop alle sanzioni per ritardi ed errori “lievi” nella trasmissione dati relativi agli oneri deducibili e detraibili per la precompilata, questa l’importante novità contenuta negli emendamenti al disegno di legge di Stabilità presentati dal Governo.
Al riguardo, l’emendamento governativo prevede espressamente che le nuove disposizioni si applichino a partire dall’anno d’imposta 2015.
Tali modifiche prevedono che “non si applicano le sanzioni” in caso di lieve ritardo o di errata trasmissione dei dati relativi al 2014 ovvero relativi al primo anno di applicazione della normativa, a condizione che l’errore non abbia determinato una indebita fruizione di detrazioni o deduzioni nella dichiarazione precompilata.
Si tratta, in particolare, delle sanzioni a carico dei soggetti obbligati con riferimento alle prestazioni sanitarie; quelle a carico degli altri soggetti obbligati, ovvero banche, fondi pensioni, imprese assicuratrici e enti previdenziali (art. 78, comma 26 della legge n. 413 del 1991); quelle a carico dei sostituti di imposta (art. 4, comma 6-quinquies, del D.P.R. n. 322 del 1998).
Ai fini della  precompilazione dei modelli 730, si ricorda infatti che il Dlgs. 175/2014 ha previsto l’obbligo per i sostituti d’imposta di trasmettere in via telematica all’Agenzia delle Entrate le certificazioni dei redditi corrisposti e delle ritenute operate, entro il 7 marzo dell’anno successivo a quello di riferimento, a partire dalle certificazioni relative al 2014.
Mentre, al fine di acquisire i dati relativi agli oneri deducibili e detraibili da inserire nella precompilata, sono stati inoltre disciplinati appositi obblighi di comunicazione telematica per quanto riguarda i seguenti oneri corrisposti nell’anno precedente:
– quote di interessi passivi e relativi oneri accessori per mutui in corso;
– premi di assicurazione sulla vita, causa morte e contro gli infortuni;
– contributi previdenziali ed assistenziali;
– spese sanitarie.

In caso di omessa, tardiva o errata trasmissione delle certificazioni uniche o dei dati relativi agli oneri deducibili o detraibili, per effetto delle modifiche apportate dal DLgs.158/2015, si applica una sanzione di 100 euro per ogni comunicazione:
– senza possibilità, in caso di violazioni plurime, di applicare il “cumulo giuridico” ex  12 del DLgs. 472/97;
– con un massimo però di 50.000 euro.
Se la comunicazione è correttamente trasmessa entro 60 giorni dalla scadenza, la sanzione è ridotta a un terzo, con un massimo di 20.000 euro.
Nei casi di errata comunicazione dei dati, la sanzione non si applica se la trasmissione dei dati corretti è effettuata:
– entro i 5 giorni successivi alla scadenza;
– ovvero, in caso di segnalazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, entro i 5 giorni successivi alla segnalazione stessa.


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venerdì 11 dicembre 2015

Fabbricato rurale da ristrutturare.

La Corte di cassazione, con sentenza n. 23555/2015, sostiene che “I contributi ottenuti per le opere di ristrutturazione del fabbricato rurale già esistente devono essere considerati, ai fini fiscali, come contributi “in conto capitale”, integranti “sopravvenienza attiva”, tassabile pro quota nell’esercizio in cui gli stessi sono incassati e nei successivi, non oltre il quarto”.

Evoluzione processuale della vicenda
La vicenda trae origine da un avviso di accertamento - notificato alla società ricorrente - emesso per maggiori Irpef e Irap dovute nell’anno d’imposta 2000, a seguito del recupero a tassazione di sopravvenienze attive.
La società aveva ricevuto contributi dall’Ispettorato provinciale dell’agricoltura per la realizzazione di un’azienda turistica.
Contro l’avviso di accertamento la contribuente ricorreva in giudizio dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, che accoglieva il ricorso, annullando l’atto impositivo.

L’Agenzia delle Entrate presentava ricorso, ottenendo una sentenza favorevole.
In particolare, la Ctr, nell’accogliere il gravame dell’ufficio, aveva sostenuto che, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di primo grado, “le spese di ristrutturazione di un immobile - già esistente -, da adibire ad azienda agricola, ed oggetto di contributi ottenuti quali spese per la costruzione ex novo di un fabbricato”, tenuto conto della modifica operata dalla legge 449/1997, articolo 21, comma 4, lettera b), a partire dal 1/01/1998, all’articolo 55, comma 3, lettera b), del Tuir, non possono considerarsi contributi "in conto impianti", dovendo questi essere erogati esclusivamente per l’acquisto di beni ammortizzabili, e devono pertanto ricomprendersi tra quelli "in conto capitale", con conseguente sopravvenienza attiva dell’impresa, tassabile pro quota”.
I giudici avevano respinto l’appello incidentale della contribuente in ordine alla presunta violazione dell’articolo 7 dello Statuto del contribuente, in quanto il processo verbale di contestazione richiamato nell’atto impositivo, ma non allegato, era comunque conosciuto dalla contribuente, essendole stato in precedenza notificato.

La società propone ricorso per cassazione, impugnando la sentenza di appello con la quale erano state accolte le doglianze dell’Amministrazione finanziaria.

Pronuncia della Cassazione
La ricorrente lamenta, con unico motivo, la violazione e falsa applicazione, ex articolo 360 cpc, n. 3, dell’articolo 55, comma 3, lettera b), del Dpr 917/1986, come modificato dall’articolo 21, comma 4, legge 449/1997, non avendo i giudici della Ctr ritenuto che “i finanziamenti ottenuti per la ristrutturazione di un fabbricato rurale e per l’acquisto di attrezzature ed arredi debbono essere considerati fiscalmente contributi "in conto impianti", in quanto strettamente correlati all’onere di effettuare uno specifico investimento in beni ammortizzabili”.
La Suprema corte ritiene la censura infondata.

Nel testo dell’articolo 55, comma 3, lettera b), si è specificato che i proventi in denaro conseguiti a titolo di contributi rappresentano sopravvenienze attive, con esclusione di quelli finalizzati all’acquisto di beni ammortizzabili (vale a dire, i contributi in conto impianti), indipendentemente dal tipo di finanziamento adottato.

La Cassazione definisce i contributi in conto impianti quali contributi finalizzati all’acquisizione di beni materiali o immateriali ammortizzabili ai sensi del Dpr 917/1986, articoli 102 e 103 (ex articoli 67 e 68), qualunque sia la modalità di erogazione degli stessi: attribuzione di somme in denaro, riconoscimenti di crediti di imposta o altro. Diversamente, i contributi in conto capitale sono somme erogate per aumentare i mezzi patrimoniali dei soggetti beneficiari, senza perciò che la loro concessione si correli all’onere dell’effettuazione di uno specifico investimento.

Conformemente a quanto già in precedenza affermato (anche con la sentenza numero 781/2011), i giudici di legittimità evidenziano che “la scienza economica ha individuato la ulteriore categoria dei contributi misti, cioè concessi al fine generico di potenziare l’apparato produttivo, che in genere vengono qualificati quali contributi in conto capitale, in quanto mancherebbe una specifica correlazione con l’acquisto di beni ammortizzabili”.
A parere della Cassazione, di fronte a “contributi concessi in relazione a piani di investimento complessi che comprendono sia spese di acquisizione di beni strumentali ammortizzabili, sia spese di diversa natura, sempreché non ci siano dei criteri oggettivi che consentano la ripartizione del contributo tra le varie voci, l’intero importo del contributo stesso dovrebbe essere assoggettato alla disciplina dei contributi in conto capitale”.

Il collegamento dei contributi ai costi (che rende operativo il criterio di competenza) emerge dalla circostanza che la norma suindicata prevede che il contributo in conto impianti debba essere necessariamente collegato “all’acquisto di beni ammortizzabili”.
Secondo la Cassazione, i contributi che non hanno tale caratteristica (ad esempio, perché relativi all’acquisto di beni non ammortizzabili o per interventi su beni già ammortizzati) sono considerati plusvalenze, tassabili col criterio di cassa, e ciò è conforme alla ratio economica che ne esclude il diretto collegamento con i costi.

Conclusioni
La Corte di cassazione, nel respingere il ricorso, afferma che la Ctr, rilevando che ”le opere di ristrutturazione, cui si riferivano i contributi in contestazione, erano dirette quantomeno a potenziare una struttura già esistente e non anche “all'acquisto ex novo” di beni ammortizzabili, ha correttamente ricompreso i contributi in oggetto tra quelli in conto capitale, integranti “sopravvenienza attiva”, tassabile pro quota nell’esercizio in cui gli stessi sono incassati e nei successivi, non oltre il quarto, con conseguente legittimità dell’accertamento per omessa dichiarazione di sopravvenienze attive”.




Fonte: Agenzia Entrate

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Ristrutturazioni e detrazioni: il collaudo.

Ai fini delle detrazioni fiscali per ristrutturazione edilizia, è necessario che la comunicazione di fine lavori abbia allegato il certificato di collaudo del direttore dei lavori?

Per beneficiare della detrazione d’imposta per interventi di recupero del patrimonio edilizio abitativo, non occorre essere in possesso del certificato di collaudo. Infatti, ai fini del bonus fiscale, è necessario conservare i documenti individuati dal provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 2 novembre 2011: abilitazioni amministrative richieste dalla legislazione edilizia; domanda di accatastamento per gli immobili non ancora censiti; ricevute di pagamento dell’Imu, se dovuta; delibera assembleare di approvazione dell’esecuzione dei lavori e tabella millesimale di ripartizione delle spese, per gli interventi riguardanti parti comuni di edifici residenziali; dichiarazione di consenso del possessore dell’immobile all’esecuzione dei lavori, per gli interventi effettuati dal detentore, se diverso dai familiari conviventi; comunicazione preventiva all'Asl indicante la data di inizio dei lavori, se richiesta; fatture e ricevute fiscali comprovanti le spese sostenute; ricevute dei bonifici di pagamento. Nella documentazione richiesta non è inclusa la dichiarazione di esecuzione dei lavori né, conseguentemente, il certificato di collaudo.



Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 2 dicembre 2015

Imprese che assumono detenuti arriva il codice tributo dedicato.

Le aziende che assumono per un periodo di tempo non inferiore a trenta giorni detenuti o internati, anche quelli ammessi al lavoro esterno ai sensi dell’articolo 21 della legge 354/1975, o quelli in regime di semilibertà, e le imprese che svolgono effettivamente attività formative nei loro confronti, sono destinatarie di un credito d’imposta da utilizzare in compensazione presentando il modello F24 esclusivamente attraverso i servizi telematici Entratel e Fisconline messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento.
Con la risoluzione n. 102/E del 30 novembre viene istituito il codice tributo “6858”, operativo dal 1° gennaio 2016,  e dalla stessa data viene soppresso il preesistente codice tributo “6741”.

Il nuovo codice nasce dalla attuazione delle disposizioni dettate dal decreto 148/2014 del ministero della Giustizia, di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze, che disciplina la misura agevolativa prevista dall’articolo 3 della legge 193/2000.
Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate  del 27 novembre 2015 ha definito i modi e i termini per la fruizione del bonus fiscale e ha stabilito l’istituzione del nuovo codice (vedi articolo “Termini di utilizzo del bonus fiscale per l’impresa che assume detenuti”).
Il codice tributo va riportato sul modello F24 nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati”, o, nel caso in cui il contribuente debba procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”. Nel campo “anno di riferimento” va riportato l’anno per il quale è concesso il credito.

Al via anche una nuova causale “EBC1” destinata alla riscossione dei contributi associativi e assistenziali per il finanziamento dell’ente bilaterale “Ebilcoop”. A istituirla la risoluzione n. 101/E odierna in seguito alla stipula della convenzione del 12 novembre 2015 tra l’Inps e l’Ebilcoop stessa.
Anche questa troverà la sua collocazione nel modello di pagamento  F24, nella sezione “Inps”, nel campo “causale contributo” in corrispondenza, esclusivamente, degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi campi, vanno riportati, inoltre, il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda e il periodo di riferimento.




Fonte: Agenzia Entrate

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Prima casa, i ritardi nei lavori non sono certo “imprevedibili”.

In tema di benefici fiscali cd. “prima casa”, la Cassazione ha ribadito il principio secondo cui la forza maggiore o il caso fortuito, idonei ad impedire la decadenza dell’acquirente che non abbia provveduto a trasferire la residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile entro il termine di diciotto mesi dall’acquisto, deve consistere in un evento inevitabile ed imprevedibile, non ravvisabile, pertanto, né in caso di mancata ultimazione di un appartamento in costruzione, né in caso di protrazione di lavori di straordinaria manutenzione di un immobile già edificato (cfr., Cass. n. 5015/15; Cass. 7067/14).

Sentenza n. 23227 del 13 novembre 2015 (udienza 7 ottobre 2015)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Merone Antonio – Est. Napolitano Lucio – Pm. Cuomo Luigi
Agevolazioni “prima casa” – Mancato trasferimento della residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile – Forza maggiore o caso fortuito - Configurabilità

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Prima casa: vendita di una porzione dell'immobile.

Ho venduto, prima del quinquennio, una parte dell'immobile acquistato con l'agevolazione prima casa. Sono decaduto dal beneficio?

Si decade dall’agevolazione prima casa qualora si trasferisca per atto a titolo oneroso o gratuito l’immobile acquistato con i benefici prima del decorso del termine di cinque anni, a meno che non si proceda, entro un anno dall’alienazione, all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale (nota II-bis all’articolo 1 della Tariffa, parte prima, allegata al Dpr 131/1986). Qualora venga ceduta, prima del compimento dei cinque anni dall’acquisto, una porzione dell’abitazione acquistata con i benefici prima casa, la decadenza è limitata alla quota parte riferita alla porzione ceduta. Ciò anche se l'immobile che resta di proprietà del venditore sia comunque idoneo a soddisfare le necessità abitative della sua famiglia (risoluzione 31/E del 2006). La perdita del beneficio comporterà, pertanto, il pagamento pro quota delle imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché la sanzione del 30% delle maggiori imposte dovute.



Fonte: Agenzia Entrate

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Conguagli da 730: contribuente deceduto.

Mio padre è deceduto questa estate. Aveva già presentato il modello 730. Non è stato possibile ritrovare copia della dichiarazione. Come dobbiamo regolarci per gli eventuali conguagli, a debito o a credito?

Qualora si verifichi il decesso del contribuente dopo che lo stesso ha presentato il modello 730 cessa l’obbligo del sostituto di imposta di effettuare le operazioni di conguaglio, sia a credito che a debito, delle somme risultanti dalla dichiarazione (articolo 20, comma 2, Dm 164/1999). Se il decesso è avvenuto prima dell’effettuazione e della conclusione dei conguagli a debito, gli eredi riceveranno dal sostituto una comunicazione con l’ammontare delle somme o delle rate non ancora trattenute, che dovranno essere versate da questi ultimi nei termini previsti dall’articolo 65 del Dpr 600/1973. Se, invece, dalla dichiarazione presentata scaturisce un credito, il sostituto comunica agli eredi i relativi importi che possono essere, alternativamente, chiesti a rimborso dagli eredi (con istanza da presentare ai sensi dell’articolo 38 del Dpr 602/1973) oppure utilizzati a scomputo nella successiva dichiarazione dei redditi che gli stessi devono o comunque possono presentare per conto del contribuente deceduto.



Fonte: Agenzia Entrate

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Patent box: modalità di accesso e prime indicazioni per le imprese.

La piena applicazione del patent box presuppone la sottoscrizione di un accordo preventivo tra Agenzia delle Entrate e impresa sui metodi di calcolo per la determinazione del contributo e del reddito agevolabile. Nel provvedimento del 1° dicembre 2015, le modalità di accesso alla procedura; nella circolare 36/E dello stesso giorno, alcuni chiarimenti sugli effetti derivanti dall’esercizio dell’opzione, sul trattamento delle perdite, sulla disciplina delle operazioni straordinarie e sulla procedura di ruling.

In forza di tale regime, introdotto dalla legge 190/2014 (Stabilità 2015), tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, inclusi quelli non residenti con stabile organizzazione nel territorio dello Stato (a condizione che siano residenti in Paesi con i quali è in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio è effettivo), possono godere della parziale detassazione dei proventi derivanti dallo sfruttamento dei beni immateriali, sul modello di altri Stati europei e in coerenza con standard internazionali condivisi.
Nello specifico, sono agevolabili i redditi derivanti dall’utilizzo di software protetto da copyright, brevetti industriali, marchi di impresa, disegni e modelli giuridicamente tutelabili, informazioni aziendali ed esperienze tecnico industriali, comprese quelle commerciali o scientifiche proteggibili come informazioni segrete giuridicamente tutelabili.

Il patent box non può prescindere, quindi, da un accordo preventivo tra Amministrazione finanziaria e società sulle regole da seguire per la quantificazione del contributo economico e del reddito agevolabile. Nel provvedimento del 1° dicembre, sono state stabilite le modalità di accesso alla procedura che apre la strada al regime di favore opzionale introdotto con lo scopo di incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo.

Prima tappa, l’istanza
Il punto di partenza è l’invio, da parte dell’impresa interessata, dell’istanza di accesso alla procedura, indirizzata all’ufficio Accordi preventivi e controversie internazionali dell’Agenzia delle Entrate, redatta in carta libera, inoltrata a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento oppure consegnata direttamente all’ufficio. La società deve conservare copia della domanda su supporto elettronico.

La richiesta deve contenere:
i dati identificativi dell’impresa (sede legale, codice fiscale e/o partita Iva, eccetera) e l’eventuale domiciliatario nazionale presso il quale si chiede di ricevere le relative comunicazioni
l’indirizzo della stabile organizzazione o dell’eventuale domiciliatario, per le imprese non residenti e le generalità e l’indirizzo del rappresentante per i rapporti tributari in Italia
i termini dell’accordo preventivo che possono riguardare, secondo i casi, le modalità di calcolo del contributo economico, delle perdite, del reddito agevolabile o delle plusvalenze derivanti dall’utilizzo del bene o ai fini della sua produzione
la tipologia del prodotto per il quale si chiede l’agevolazione e l’eventuale vincolo di complementarietà tra più beni
il tipo di attività di ricerca e sviluppo svolta
la firma della persona che rappresenta la società (legale rappresentante o altro soggetto).
Sono di tre tipi gli accordi preventivi previsti e riguardano modalità e criteri di calcolo:
del contributo economico o delle perdite derivanti dall’utilizzo dei beni immateriali per la cui produzione si chiede l’agevolazione
del reddito prodotto dall’impiego dei beni immateriali (in ipotesi diverse da quelle contemplate dal punto precedente) a seguito di operazioni con società che, direttamente o indirettamente, controllano la ditta, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa. In questo caso, l’accordo è raggiunto tramite contraddittorio
delle plusvalenze realizzate nell’ambito di operazioni con società che, direttamente o indirettamente, controllano l’azienda, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che la controlla.
A prescindere dal ruling, l’istanza, oltre alle informazioni sopra elencate, deve essere provvista della documentazione idonea a indicare, analiticamente e nel dettaglio, i beni immateriali dal cui utilizzo (anche nel caso in cui ci siano vincoli di complementarietà tra più beni) deriva la quota di reddito agevolabile, la descrizione particolareggiata della ricerca svolta e il suo collegamento allo sviluppo, mantenimento e accrescimento dei beni, i termini specifici dei metodi di calcolo concordati e il perché di tale scelta.
Altri dati da indicare, se le ipotesi di accordo lo richiedono, le informazioni relative a eventuali controllate e controllanti e i canoni di concessione del bene.
Il provvedimento specifica, inoltre, che i metodi di calcolo sono determinati sulla base degli standard internazionali rilevanti elaborati dall’Ocse, con particolare riferimento alle linee guida in materia di prezzi di trasferimento.
L’istanza può essere integrata con documentazione o altre informazioni entro 120 giorni dalla sua presentazione con raccomandata Ar o direttamente presso l’ufficio.

La domanda carente è rifiutata entro 30 giorni, salvo che non possa essere perfezionata aprendo un’attività istruttoria, ipotesi che prevede la sospensione del termine fino al suo completamento. Questi sono i tempi ordinari, fanno eccezione, però, le istanze presentate fino al 30 giugno 2016, che potranno essere scartate entro 180 giorni.

La domanda è ok, l’ufficio invita al contraddittorio
Terminata l’istruttoria che dà il primo ok alla richiesta, iniziano i contatti tra Agenzia e istante, contatti che possono avvenire in ufficio, ma anche, come si legge nel provvedimento, direttamente presso le sedi di svolgimento dell’attività dell’azienda.
L’Agenzia delle Entrate, in sintesi, può prendere iniziative ad ampio raggio, compresa l’attivazione di strumenti di cooperazione internazionale tra amministrazioni fiscali, in modo da raccogliere tutte le informazioni necessarie per verificare la presenza delle condizioni richieste dal regime. La fase istruttoria si conclude con la firma dell’accordo che definisce i metodi di calcolo sopra descritti.
L’intesa resta in vigore per il periodo di imposta di presentazione dell’istanza e per i quattro successivi.

L’accordo può saltare, cambiare e rinnovarsi
L’impresa deve rendersi disponibile a esibire ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate la documentazione idonea a verificare che i termini dell’intesa siano stati rispettati e che nulla è mutato dalla presentazione dell’istanza di accesso al procedimento di ruling.
Nel caso di rilievi, l’impresa ha trenta 30 giorni di tempo dalla comunicazione di violazione dell’accordo per difendere il proprio operato, altrimenti il rapporto è ritenuto concluso (anche solo parzialmente). Se invece la “risposta” non è del tutto soddisfacente, possono essere stabilite nuove regole.
Al verificarsi di mutamenti rispetto alla situazione originaria, la società stessa può chiedere all’ufficio di revisionare il documento.

L’impresa che vuole rinnovare l’accordo preventivo deve farne richiesta almeno 90 giorni prima della sua scadenza, con istanza da presentare tramite raccomandata Ar o direttamente all’ufficio. L’Agenzia delle Entrate, a sua volta, entro 15 giorni dalla scadenza, sempre attraverso raccomandata con avviso di ricevimento, accetta o rigetta la richiesta, in quest’ultima eventualità, con provvedimento motivato.

Questi, invece, i principali chiarimenti forniti con la circolare.

Modalità ed effetti derivanti dall’esercizio dell’opzione
Il modello con cui esercitare l’opzione per i primi due periodi di imposta, approvato con provvedimento dell’Agenzia dello scorso 10 novembre, è semplificato (contiene prevalentemente informazioni di natura anagrafica), per consentire alle imprese di effettuare la scelta anche se, al momento, non sono ancora in grado di valutare se ricorrono le condizioni previste dalla norma per accedere al beneficio o se ne abbiano convenienza.
Gli elementi utili alla quantificazione del beneficio, per l’anno d’imposta 2015, potranno, pertanto, essere individuati dalle imprese anche successivamente all’esercizio dell’opzione.
Sul punto, il documento di prassi precisa che il contribuente non avrà comunque conseguenze qualora, in un momento successivo, non dovesse poi risultare possibile o conveniente accedere all’agevolazione.

Perdite da patent box
Lo sfruttamento economico dei beni immateriali può comportare, anche solo temporaneamente, che i costi eccedano i ricavi, generando in tal modo una perdita anziché un reddito.
Pertanto, qualora, una volta esercitata l’opzione per l’anno d’imposta 2015, l’impresa in regime di patent box verifichi che lo sfruttamento economico del bene immateriale genera una perdita, gli effetti positivi dell’opzione saranno rinviati agli esercizi in cui lo stesso bene sarà produttivo di reddito.
Tali perdite, generate in vigenza del regime, dovranno essere recuperate, attraverso un meccanismo di recapture, nel momento in cui il bene immateriale comincerà a produrre redditi.

Operazioni straordinarie
In caso di operazioni di fusione, scissione e conferimento di azienda, un soggetto avente causa subentra al dante causa nell’esercizio dell’opzione, sia con riguardo al computo degli anni di durata della medesima sia in relazione all’eredità dei costi rilevanti agli effetti del calcolo del rapporto.
Attraverso tali operazione si può ottenere, in pratica, un nuovo soggetto titolare dei beni immateriali agevolabili, il quale potrebbe concedere gli stessi in uso ad altre società, realizzando uno sfruttamento economico indiretto.
Conseguentemente, diventa facoltativa la procedura di ruling; obbligatoria, invece, per i soggetti che sfruttano direttamente i beni immateriali.
Al riguardo, nel presupposto che la società avente causa svolga una attività sostanziale in tema di ricerca e sviluppo, tale operazione non deve essere ritenuta abusiva, fermo restando il potere dell’Amministrazione finanziaria di sindacare, con i canoni dell’antieconomicità, la congruità dei corrispettivi pattuiti in sede di concessione in uso del diritto all’utilizzo dei beni immateriali tra società appartenenti allo stesso gruppo.




Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 20 novembre 2015

Finanziamenti a enti bilaterali.

Arrivano all’Inps, poi, sono deviati automaticamente verso l’Ente nazionale bilaterale per la Formazione: a innescare il meccanismo, che fa muovere i contributi spettanti all’Ente, è la causale “TG15”.
Istituita con la risoluzione n. 94/E del 19 novembre 2015, fa il suo ingresso nell’F24 in seguito alla stipula di due convenzioni, quella tra l’Istituto nazionale della previdenza sociale e l’Agenzia delle Entrate, nel lontano 2008 (più volte rinnovata), e quella tra lo stesso Inps e l’“EnbiForm”, il 10 novembre scorso, che regolano la riscossione dei contributi tramite modello di pagamento unificato.

Nell’F24 va indicata nella sezione “Inps”, nel campo “causale contributo”, in corrispondenza degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi campi, vanno riportati, inoltre, il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda o della filiale, il periodo di riferimento.


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Detrazione per lavori condominiali.

Se la fattura per lavori condominiali deve essere intestata al condominio e il bonifico deve essere fatto a nome del condominio, dove figurano i codici fiscali dei condomini ai quali spetta la detrazione?

Per gli interventi effettuati sulle parti comuni dell’edificio, la detrazione spetta al singolo condomino nel limite della quota a lui imputabile, a condizione che quest’ultima sia stata effettivamente versata al condominio entro i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi. I documenti giustificativi delle spese relative alle parti comuni dovranno essere intestati al condominio. Il condomino potrà fruire della detrazione se in possesso della certificazione dell’amministratore del condominio in cui lo stesso attesta di aver adempiuto a tutti gli obblighi previsti ai fini della detrazione, di essere in possesso della documentazione originale e la somma di cui il contribuente può tenere conto ai fini della detrazione. È necessario, inoltre, che l’amministratore conservi tutta la documentazione originale, così come individuata dal provvedimento delle Entrate del 2 novembre 2011, per esibirla a richiesta degli uffici. In tali ipotesi, nella dichiarazione dei redditi i singoli condomini devono limitarsi a indicare il codice fiscale del condominio, senza riportare i dati catastali identificativi dell’immobile. Tali dati saranno indicati dall’amministratore nel quadro AC da allegare alla propria dichiarazione dei redditi ovvero, in caso di esenzione da tale obbligo o di utilizzo del modello 730, da presentare unitamente al frontespizio del modello Unico PF.



Fonte: Agenzia Entrate

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Registro: non c’è solidarietà nel litisconsorzio facoltativo.

In un procedimento instaurato tra una pluralità di soggetti, uniti in litisconsorzio facoltativo per tutelare un diritto loro spettante singolarmente, e un’amministrazione dello Stato, l’imposta di registrazione della sentenza grava pro-quota sul singolo in quanto va riferita distintamente a ciascun rapporto giuridico.
È quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 95/E del 19 novembre 2015, a seguito di un dubbio interpretativo sulla corretta applicazione della “prenotazione a debito” dell’imposta di registro in un procedimento concluso con la compensazione delle spese di giudizio.

Va premesso che la prenotazione a debito, applicata alle sentenze in cui un’amministrazione dello Stato è parte processuale, prevede l’annotazione a futura memoria delle spese di registrazione da parte dell’amministrazione, non avendo senso un’anticipazione in favore di se stessa.
Nel caso in esame, le parti istanti chiedono se sono tenute al pagamento dell’intera imposta dovuta per la registrazione della sentenza o solo della metà (o della quota di compensazione) e, inoltre, se devono rispondere solidalmente al pagamento dell’imposta o se ciascuno è responsabile per la propria parte.

L’Agenzia ricorda, in primo luogo, che nei procedimenti in cui è parte un’amministrazione statale si registrano a debito, ovvero senza contemporaneo pagamento dell’imposta, “le sentenze, i provvedimenti e gli atti che occorrono nei procedimenti contenziosi nei quali sono interessate le amministrazioni dello Stato” (articolo 59, comma 1, lettera a), del Tur). Inoltre, l’articolo 159 del Tur prevede che, in caso di compensazione delle spese di giudizio, “… se la registrazione è chiesta dall’amministrazione, l’imposta di registro della sentenza è prenotata a debito per la metà o per la quota di compensazione ed è pagata per il rimanente dall’altra parte…”.

Di conseguenza, si può senz’altro affermare che nei procedimenti in cui è parte un’amministrazione statale e che si concludono con la compensazione delle spese giudiziarie, l’imposta di registro è prenotata a debito per la metà o per la quota di compensazione, mentre il residuo dell’imposta va corrisposta dall’altra parte processuale. Questa conclusione, afferma l’Agenzia, trova applicazione anche al caso in esame, in cui è il cancelliere a chiedere la prenotazione a debito per la metà o per la quota di compensazione dell’imposta di registro.

Riguardo il secondo quesito, l’Agenzia rileva che ciascuna delle parti unite in litisconsorzio ha agito in difesa di un proprio rapporto giuridico, che va tenuto distinto da quello degli altri partecipanti anche se hanno proposto il ricorso congiuntamente e sono accomunate dalla stessa causa.
Il ragionamento dell’Agenzia è supportato da alcune pronunce della Corte suprema: “…in caso litisconsorzio facoltativo, pur nell’identità delle questioni, permane autonomia dei rispettivi titoli, dei rapporti giuridici e delle singole causae petendi con la conseguenza che le cause, per loro natura scindibili, restano distinte, con una propria individualità…” (Cassazione, sentenza 11149/2006). E ancora, nella pronuncia 4805/2011, la Cassazione ha ribadito che: “L’esigenza di tenere distinte, ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, le varie statuizioni della medesima sentenza – in quanto riferibili a distinti rapporti giuridici e quindi ad autonome cause riunite…”.

In conclusione, anche alla luce dei principi affermati dai giudici di legittimità, l’Agenzia ritiene che nell’ambito del litisconsorzio facoltativo ciascuna parte agisca per tutelare un diritto autonomo. Di conseguenza, per una corretta applicazione dell’imposta di registro della sentenza, ogni partecipante non risponderà solidalmente del pagamento dell’imposta dovuta per la registrazione della sentenza, ma sarà responsabile solo della quota riferibile alla propria posizione giuridica.




Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 17 novembre 2015

Modifica contratto di locazione.

Ho locato un appartamento a quattro inquilini. Dal prossimo mese dovrei estendere il contratto di locazione a un ulteriore soggetto, aumentando anche il canone. Come occorre procedere?

L'articolo 19 del Tur (Testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro - Dpr 131/1986) prescrive, in capo alle parti contraenti, l'obbligo di denunciare, entro venti giorni dal loro verificarsi, gli eventi successivi alla registrazione che danno luogo a ulteriore liquidazione di imposta. Tra tali eventi è annoverabile l'aumento contrattuale del canone di locazione, cui segue la liquidazione di una maggiore imposta di registro (risoluzione 60/2010).



Fonte: Agenzia Entrate

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Aliquota agevolata prima casa.

Ai fini della fruizione dell’agevolazione “prima casa”, l’immobile sito in un complesso residenziale con piscina a servizio esclusivo dell’abitazione, anche se quest’ultima è di superficie inferiore a 240 metri quadri, deve considerarsi “di lusso”; quindi, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a recuperare la differenza fra l’imposta calcolata in base all’aliquota applicabile in assenza di agevolazioni e quella risultante dall’applicazione dei benefici richiesti (aliquota agevolata) e provvisoriamente concessi in sede di rogito notarile.
Non si può, inoltre, sostenere che il cedente (impresa costruttrice) sia responsabile dell’Iva non riscossa, in quanto l’applicazione dell’aliquota inferiore da parte del venditore dell’immobile è derivata da una dichiarazione mendace dell’acquirente.
Questi i principi espressi dalla Corte di cassazione nell’ordinanza n. 21908 del 27 ottobre 2015.

La vicenda processuale
I contribuenti avevano chiesto, ritenendo l’immobile non di lusso, l’applicazione dell’Iva con aliquota del 4%, ai sensi del disposto del n. 21) della Tabella A, parte II, allegata al Dpr 633/1972, in luogo di quella ordinaria del 20% (ndr, oggi del 22%), usufruendo in tal modo dell’agevolazione “prima casa”.
L’Agenzia delle Entrate, ritenendo l’abitazione di lusso, data la presenza di una piscina, procedeva al recupero della maggiore Iva, in conseguenza della decadenza delle agevolazioni fiscali fruite indebitamente.

I giudici sia in primo che in secondo grado, con sentenze favorevoli al contribuente, verificato che l’immobile non raggiungeva la superficie di 240 mq, né la cubatura di 2000 mc, hanno dichiarato assenti, nel caso in esame, le caratteristiche delle abitazioni di lusso previste dal Dm 2 agosto 1969. In realtà, hanno considerato unicamente le dimensioni (89 mq) dell’immobile oggetto dell’acquisto agevolato e non anche la presenza della piscina a servizio esclusivo dello stesso.
Hanno aggiunto, altresì, che, nel caso di decadenza delle agevolazioni in relazione all’assenza dei presupposti di legge, il responsabile non era l’acquirente ma il cedente/venditore, che erroneamente ha fatturato l’operazione commerciale applicando un’aliquota inferiore.

La decisione della Cassazione
L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione, articolandolo in tre motivi: in primo luogo, ha dedotto violazione del Dpr 131/1986, in particolare della nota II-bis; con il secondo motivo, ha dedotto il difetto di motivazione della sentenza per non aver esaminato, la Ctr, tutti i profili connessi al carattere di lusso degli immobili richiamati nell’avviso di accertamento nel quale erano stati indicati una serie di requisiti che rendevano l’abitazione di lusso (nello specifico, ciascuna villa era dotata di piscina); con il terzo motivo, infine, ha eccepito l’erroneità della decisione nella parte in cui aveva affermato che il responsabile non era l’acquirente ma il cedente, dovendosi, al contrario, ricondurre all’acquirente del bene il recupero dell’Iva indebitamente calcolata nell’atto di compravendita.

I giudici di legittimità hanno accolto i motivi di ricorso e cassato la sentenza, con rinvio ad altra sezione della Ctr.
In primo luogo, hanno ribadito che la piscina è un elemento “in astratto idoneo a configurare il carattere di lusso dell’abitazione ai sensi del DM 2.8.1969 art. 4” e tale elemento è stato “totalmente pretermesso dalla CTR che si è unicamente incentrata, per escludere il carattere lussuoso dei beni, sulla superficie dell'immobile e sulla sua cubatura”.

Hanno altresì evidenziato che, in forza del comma 4 della nota II-bis dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur, in caso di dichiarazione mendace, l’ufficio dell’Agenzia presso cui sono stati registrati i relativi atti deve recuperare nei confronti degli acquirenti la differenza fra l’imposta calcolata in base all’aliquota ordinaria e quella risultante dall’applicazione dell’aliquota agevolata.
Quindi, i giudici della Ctr hanno errato nel ritenere responsabile il cedente. Infatti, secondo un consolidato orientamento di legittimità, nel caso in cui la cessione di una casa di abitazione di lusso venga assoggettata a Iva con aliquota del 4% in luogo di quella ordinaria, l’ufficio emette l’avviso di liquidazione della maggiore imposta dovuta direttamente nei confronti dell’acquirente dell’immobile medesimo, “in quanto l’applicazione dell’aliquota inferiore da parte del venditore dell’immobile è derivata da una dichiarazione mendace dell’acquirente, la quale istituisce - ai sensi dell’art. 1 della nota II-bis (…) un rapporto diretto tra l’acquirente stesso e l’Amministrazione Finanziaria”.

Osservazioni in merito all’applicazione dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur
La nota II-bis dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur, prevede l’applicazione dei benefici fiscali agli “atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione non di lusso ed agli atti traslativi o costituivi della nuda proprietà, nell’usufrutto, dell’uso e dell’abitazione relativi alle stesse”.
Per i trasferimenti immobiliari soggetti a Iva, è il n. 21) della Tabella A, parte II, allegata al Dpr 633/1972, in presenza delle condizioni previste dalla citata nota II-bis, a prevedere l’applicazione di un’aliquota ridotta ai trasferimenti aventi a oggetto case di abitazione “non di lusso”.

Per quanto riguarda la definizione degli immobili di lusso, si ricorda che, fino al 31 dicembre 2013, occorreva fare riferimento alle caratteristiche individuate dal decreto del ministro dei Lavori pubblici 2 agosto 1969. Tuttavia, a seguito delle modifiche introdotte dall’articolo 10 del Dlgs 23/2011, l’agevolazione “prima casa” risulta applicabile ai trasferimenti di case di abitazione “ad eccezione di quelle di categoria catastale A1, A8, e A9”. Di conseguenza, con decorrenza dal 1° gennaio 2014, per l’individuazione dell’immobile agevolabile, occorre fare riferimento unicamente alla categoria catastale di appartenenza dell’immobile stesso.
Anche con riferimento all’Iva, il Dlgs 175/2014 (decreto “semplificazioni fiscali”) ha modificato i criteri per l’individuazione degli immobili per i quali è possibile fruire dell’agevolazione ‘‘prima casa”, allineando la disciplina Iva a quella già modificata per l’imposta di registro e stabilendo, pertanto, che le abitazioni sono ammesse all’agevolazione quando non rientrano nelle categorie catastale A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville) e A/9 (castelli e palazzi di eminenti pregi artistici e storici).

A ogni modo, per gli atti stipulati in costanza della precedente disciplina, occorre far riferimento al citato Dm 2 agosto 1969, che indica le caratteristiche che consentono di qualificare “di lusso” le abitazioni, e tra queste, relativamente al caso di specie, sono previste, all’articolo 4, “le abitazioni unifamiliari dotate di piscina di almeno 80 mq. di superficie o campi da tennis con sottofondo drenato di superficie non inferiore a 650 mq”.




Fonte: Agenzia Entrate

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Compensi agli amministratori: la deducibilità esige la delibera.

La deducibilità ai fini Ires dei compensi erogati agli amministratori è ammessa solo laddove tali emolumenti siano stati deliberati esplicitamente dai soci in assemblea, non essendo sufficiente la semplice approvazione del bilancio nel quale i compensi sono iscritti.
È questo l’interessante principio che si ricava dalla sentenza della Cassazione n. 21953 del 28 ottobre 2015, che conferma, sulla questione, l’orientamento della giurisprudenza favorevole alla posizione dell’Agenzia delle Entrate.

Il caso
Con avviso di accertamento, l’Agenzia delle Entrate recuperava a tassazione, ai fini Irpeg e Iva, i compensi versati ad alcuni amministratori da parte di una società di capitali, in quanto non determinati nello statuto né deliberati preventivamente dall'assemblea e, quindi, ritenuti privi dei requisiti di certezza e obiettiva determinabilità.
La Ctr della Toscana confermava la pronuncia di primo grado, che aveva annullato l’atto impositivo: secondo i giudici toscani, la legittimità del compenso erogato agli amministratori era stata garantita ex post dalla delibera assembleare di approvazione del bilancio di chiusura dell'esercizio.
Col successivo ricorso in Cassazione, l’Amministrazione finanziaria denunciava, tra l’altro, violazione dell’articolo 75 del Tuir (vigente ratione temporis, ora 109) nonché dell’articolo 2389 del codice civile: per l’Agenzia, la determinazione dei corrispettivi assunta soltanto con la delibera di approvazione del bilancio di chiusura dell’esercizio doveva ritenersi affetta da invalidità, con l’ulteriore effetto di indeducibilità del relativo costo per difetto dei requisiti di certezza e determinabilità.

La pronuncia della Cassazione
La Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso e, decidendo nel merito, ha rigettato il ricorso introduttivo della contribuente con condanna della stessa alla refusione delle spese di lite.
Secondo i giudici di legittimità, “La esigenza di una espressa previsione statutaria o di una specifica delibera assembleare avente ad oggetto la determinazione dei compensi degli amministratori, nel regime normativo antevigente la riforma del D.Lgs. n. 6 del 2003, è stata, infatti, ritenuta funzionale a garantire la piena trasparenza e la previa conoscenza di tutti i soci della relativa voce di spesa, in quanto elemento essenziale del rapporto fiduciario che presiede all'affidamento dell'incarico di amministrazione, esigenza che si ritiene soddisfatta soltanto attraverso la previsione di una specifica manifestazione volitiva dell'assemblea dei soci diretta alla assunzione dell'onere patrimoniale connesso al funzionamento dell'organo di direzione della società”.

La delibera adottata nel caso di specie doveva ritenersi affetta da nullità insanabile, per difformità assoluta rispetto allo schema legale del procedimento di formazione della volontà dell'ente collettivo (che, secondo la giurisprudenza di legittimità – ex multis, Cassazione 9901/2007 – non ammette equipollenti) “atteso che la entità del compenso viene – di fatto – ad essere (auto)determinata dagli stessi amministratori (dovendo esclusivamente ad essi imputarsi la redazione del bilancio)”.
Il procedimento di formazione della volontà assembleare, in materia di determinazione dei corrispettivi agli amministratori, potrebbe essere riconosciuto valido – nel caso in cui il compenso fosse stato liquidato in sede di delibera di approvazione del bilancio di chiusura dell'esercizio annuale – soltanto se un'assemblea totalitaria fosse stata chiamata a discutere, in tale occasione, anche su tale specifico argomento posto all'ordine del giorno.

Per rafforzare ulteriormente il concetto, i giudici precisano che la determinazione del compenso/corrispettivo per lo svolgimento di incarichi di amministrazione nella società di capitali, nel caso in cui non sia prestabilita nell'atto costitutivo ovvero in apposita delibera dell'assemblea, “non può evidentemente essere compiuta unilateralmente dal creditore, ma richiede necessariamente – in base a norma imperativa – il consenso manifestato dalla società mediante una formale deliberazione dell'assemblea dei soci”.
Nel caso di specie, non era stata fornita la prova che, in sede di convocazione dell'assemblea dei soci, indetta per l'approvazione del bilancio esercizio, fosse stata specificamente inserita, tra gli oggetti posti all'ordine del giorno, anche la determinazione del compenso da liquidare agli amministratori o che tale questione fosse stata, comunque, espressamente discussa in un'assemblea che prevedeva la partecipazione totalitaria dei soci.
Ne deriva, secondo i giudici di legittimità, la mancanza dei requisiti di certezza e di oggettiva determinabilità dell'ammontare del costo, richiesti dall'articolo 75 del Tuir (vigente ratione termporis), “sia in considerazione della invalidità del titolo di spesa, sia in difetto di indicazione nell'atto costitutivo dei criteri di liquidazione, non essendo stato preventivamente stabilito l'importo dei compensi dalla delibera dell'assemblea dei soci”.

Ulteriori osservazioni
Ai fini Ires, l'articolo 95, comma 5, del Tuir, recita: “I compensi spettanti agli amministratori delle società ed enti di cui all'art. 73, comma 1, sono deducibili nell'esercizio in cui sono corrisposti”.
Le norme che regolano la deducibilità dei costi in questione non si rifanno, quindi, al generale principio di competenza, ma seguono il criterio di cassa.
Più precisamente, i compensi erogati dalla società ai propri amministratori sono deducibili nell'esercizio in cui avviene il pagamento, regola quest'ultima che garantisce, tra l'altro, la simmetria temporale tra deduzione in capo all’erogante e tassazione del percettore.

Tuttavia occorre rifarsi non solo alla normativa tributaria, ma anche a quella civilistica.
L'articolo 2389 del codice civile stabilisce che gli emolumenti devono necessariamente essere deliberati dall'assemblea dei soci, salvo che non siano già stabiliti all'interno dello statuto.
Il compenso deve essere, quindi, approvato sulla base di una discussione consapevole, così da garantire il diritto di informazione dei soci.

Sulla questione sono strettamente intrecciati gli aspetti civilistici e quelli più propriamente fiscali, soprattutto per la definizione dei requisiti per la deducibilità del costo.
Non a caso, la giurisprudenza della Corte suprema, confermata dalla pronuncia in commento, ha ripetutamente sostenuto che i compensi erogati agli amministratori di società di capitali sono deducibili, se non sono stabiliti nello statuto, soltanto se approvati dall’assemblea dei soci, come richiesto dall’articolo 2389, primo comma, del codice civile.
Sul punto è emblematica la sentenza 21933/2008, a sezioni unite, con cui la Cassazione ha ritenuto che “debba essere preferito l'orientamento che ritiene necessaria l'esplicita delibera assembleare di determinazione e che nega che tale delibera possa considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio”.

A essa ha fatto seguito, più di recente, la sentenza 17673/2013 secondo cui, qualora il compenso non sia stabilito nello statuto, è necessaria un’esplicita delibera assembleare, che non può considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio, attesa la natura imperativa e inderogabile della previsione normativa, discendente dall'essere la disciplina del funzionamento delle società dettata anche nell'interesse pubblico al regolare svolgimento dell'attività economica.
In particolare “l'approvazione del bilancio contenente la posta relativa ai compensi degli amministratori non è idonea a configurare la specifica delibera richiesta dall'art. 2389, salvo che un'assemblea convocata solo per l'approvazione del bilancio, essendo totalitaria, non abbia espressamente discusso e approvato la proposta di determinazione dei compensi degli amministratori” (Cassazione, sentenza 5349/2014).
L'assenza di specifica delibera assembleare determina quindi l’indeducibilità dei compensi erogati per difetto del requisito di certezza e obiettiva determinabilità del costo (Cassazione, sentenza 20265/2013).

In conclusione, alla luce del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, appare ormai chiaro che la deducibilità, ai fini Ires, dei compensi degli amministratori sia sottoposta alla condizione che gli stessi vengano debitamente e specificatamente deliberati dai soci: in altri termini, solo il rispetto della regola “civilistica” conferisce al costo quel carattere di certezza e obiettiva determinabilità cui l’articolo 75 (ora 109) del Tuir subordina la relativa deducibilità fiscale.




Fonte: Agenzia Entrate

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Codice fiscale numerico provvisorio.

Cos'è un codice fiscale numerico provvisorio? In quali casi viene attribuito? Può essere attribuito a un'associazione o a un comitato?

Il numero di codice fiscale provvisorio può essere attribuito al ricorrere di determinate circostanze (ad esempio, a stranieri extracomunitari nell'ambito delle procedure di regolarizzazione). Tale codice è costituito da una espressione numerica di undici cifre: le prime sette rappresentano il numero di matricola del soggetto, le cifre dall'ottava alla decima identificano l'ufficio che attribuisce il numero di codice fiscale provvisorio e l'undicesimo è il carattere numerico di controllo. Il codice fiscale numerico provvisorio viene rilasciato all’utente in caso di impossibilità ad attribuire quello definitivo; l'interessato sarà poi tenuto a chiedere il codice definitivo entro sei mesi dalla data di emissione di quello provvisorio.
L'attribuzione di un codice fiscale provvisorio è possibile anche nei confronti di soggetti diversi dalle persone fisiche; in tal caso, ha struttura uguale a quella del numero di codice fiscale definitivo (asticolo 10 del Dm 23 dicembre 1976).



Fonte: Agenzia Entrate

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Anagrafe nazionale: vantaggi per i cittadini e per tutta la PA.

A Montecitorio, si è tenuta una conferenza stampa presso la Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria, presieduta da Giacomo Antonio Portas, cui hanno partecipato, oltre al direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi: il ministro dell’Interno, Angelino Alfano; il sottosegretario del ministero dell’Economia e delle Finanze, Pier Paolo Baretta; il direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale, Antonio Samaritani, e il presidente e amministratore delegato di Sogei, Cristiano Cannarsa.
Tema dell’incontro, la nuova Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), un database unico, più snello ed efficiente, destinato a sostituite le oltre 8mila banche dati attualmente esistenti.

L’intervento del direttore Orlandi si è concentrato sui vantaggi per il sistema dell’Anagrafe tributaria e per i cittadini, in particolar modo sui risparmi economici, sulla semplificazione e razionalizzazione delle banche dati e sulla maggiore certezza dei dati anagrafici.
Grazie all’archivio unico, una volta che tutti i comuni saranno entrati nel sistema, migliorerà la comunicazione degli eventi anagrafici: le informazioni, infatti, saranno complete, standardizzate e prive di duplicazioni. È il caso delle comunicazioni di nascita (per l’attribuzione del codice fiscale), di decesso (per l’immediata disattivazione di strumenti di identificazione in rete del cittadino, come la Tessera sanitaria-Carta nazionale dei servizi) e delle variazioni di residenza (per il recapito ai cittadini di rimborsi, comunicazioni e atti).

L’Anpr, inoltre, conterrà il domicilio digitale, ossia l’indirizzo di posta elettronica certificata che il cittadino potrà indicare come esclusivo mezzo di comunicazione con la PA e che garantirà non solo uno scambio di dati immediato, efficace e sicuro, ma anche una significativa riduzione dei costi per le spedizioni postali.
Grazie all’Anagrafe nazionale sarà anche possibile avere le informazioni relative alla famiglia anagrafica di ciascun cittadino raccolte in una unica base dati, completa e aggiornata. Ciò consentirà di: adottare le migliori politiche fiscali di sostegno al reddito familiare, ottimizzare le verifiche sulle capacità contributiva legata all’intero l’ambito familiare, verificare la spettanza di detrazioni e/o deduzioni per i familiari a carico, garantire il regolare pagamento di tributi legati alla composizione della famiglia, migliorare i controlli sul diritto all’esenzione dal pagamento del ticket.
L’Anpr, infine, consentirà di avere informazioni aggiornate sui cittadini iscritti all’Aire, utili sia per la corretta notifica di atti al domicilio estero sia per le attività di accertamento sulla residenza fiscale delle persone fisiche.

Il direttore, in conclusione del suo intervento, si è soffermato sullo stato dell’arte del progetto, evidenziando che l’Agenzia delle Entrate “ha già effettuato i necessari adeguamenti tecnici al proprio sistema informativo e sta completando la realizzazione di tutte le nuove procedure informatiche per il colloquio e l’interscambio delle informazioni con la nuova Anagrafe nazionale”. Una volta completata l’Anagrafe nazionale, Agenzia delle Entrate e ministero dell’Interno potranno realizzare “servizi integrati verso tutti gli enti e le amministrazioni, per un sistema unitario di verifica e di interrogazione di dati anagrafici e di codici fiscali, che possa fornire riscontro sia per i cittadini iscritti in Anpr sia per i cittadini che, pur in possesso di codice fiscale, non siano iscritti (stranieri non residenti). Questo potrà portare a una ottimizzazione degli scambi di dati e un abbattimento di costi nella fruizione dei servizi per tutta la pubblica amministrazione”.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 6 novembre 2015

Donazioni via internet.

Ho intenzione di inserire sul mio blog un pulsante per consentire a chi lo desidera di effettuare donazioni tramite PayPal. Che obblighi avrei nei confronti del fisco?

PayPal è uno strumento usato nel commercio elettronico, che consente di inviare e ricevere pagamenti tramite Internet mediante l’utilizzo di un conto corrente virtuale, collegato a un conto reale o a una carta di credito. Il conto PayPal può essere usato anche per ricevere donazioni che, se di modico valore, non sono soggette all'imposta sulle successioni e donazioni (circolare 3/2008, paragrafo 2). La donazione deve essere facoltativa, senza un importo minimo fissato, e non deve costituire condizione necessaria per accedere ai contenuti del sito; in caso contrario, si trasformerebbe in pagamento e, in quanto tale, in fonte di reddito per il ricevente.



Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus prima casa: senza condono, termini di accertamento allungati.

La proroga di due anni dei termini di accertamento, prevista dalla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 11, comma 1, in caso di mancata o inefficace presentazione della domanda di condono nei termini, si applica anche alle ipotesi di liquidazione delle imposte dovute in conseguenza al recupero fiscale per la violazione di norme in tema di agevolazioni tributarie, in quanto la L. n. 289 cit., art. 11, comma 1 bis, ne consente la condonabilità (Sez. 5, Sentenza n. 21280 del 18/09/2013). In riferimento alla medesima questione Sez. 5, sentenza n. 1248 del 22/01/2014 più recentemente ha affermato in ordine al termine di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, comma 1 bis, ed alla proroga biennale L. n. 289 del 2002, ex art. 11, comma 1, che: “La proroga di due anni, L. 27 dicembre 2002, n. 289, ex art. 11, comma 1, del termine, di cui al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 76, comma 1 bis, per la rettifica e la liquidazione della maggiore imposta di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni, nonché sull’incremento di valore degli immobili, non è preclusa dalle previsioni della L. 27 luglio 2000, n. 212 (c.d. Statuto del contribuente), atteso che queste ultime, pur costituendo criteri guida per il giudice nell’interpretazione ed applicazione delle norme tributarie, anche anteriori, non hanno rango superiore alla legge ordinaria, sicché ne è ammessa la modifica o la deroga, purché espressa e non ad opera di leggi speciali, non potendosi, conseguentemente, disporre la disapplicazione di una disciplina con esse in asserito contrasto”.

Sentenza n. 21582 del 23 ottobre 2015 (udienza 5 giugno 2015)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Merone Antonio – Est. Meloni Marina – Pm. Sorrentino Federico
Imposta di registro – Agevolazioni – Decadenza – Proroga termini accertamento – L 27 dicembre 2002, n. 289, art. 11

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Rivalutazione di beni omogenei.

La rivalutazione dei beni appartenenti a una categoria omogenea deve riguardare tutti i beni e non solo alcuni di essi, derivando dalla violazione di tale obbligo (e cioè dall’esclusione di alcuni beni dalla rivalutazione) il disconoscimento, ai fini fiscali, della rivalutazione per tutti gli altri beni della stessa categoria.
Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 21349 del 21 ottobre 2015.

I fatti
Con avviso di accertamento emesso per Irpeg e Irap 2001 nei confronti di una Spa, l’ufficio aveva ritenuto che la contribuente, omettendo la rivalutazione di alcuni macchinari, avesse violato gli articoli 10 e seguenti della legge 342/2000.
Di conseguenza, aveva proceduto al disconoscimento della rivalutazione di tutti i beni che risultavano appartenere alle stesse categorie di quelli non rivalutati e al conseguente recupero a tassazione dei maggiori ammortamenti.

L’avviso è stato ritenuto illegittimo dai giudici di primo grado e il successivo appello dell’ufficio è stato rigettato dalla Commissione regionale.
Quest’ultima ha ritenuto che la mancata rivalutazione dei cespiti da parte della società fosse suffragata da motivazioni legittime e sufficienti.

L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione, denunciando violazione degli articoli 10 e seguenti della legge 342/2000 e ritenendo che la Commissione di secondo grado aveva errato ad annullare l’avviso di accertamento che disconosceva la rivalutazione effettuata, all’interno di una medesima categoria di beni, solo con riferimento ad alcuni di essi e non a tutti quelli appartenenti a tale categoria.

La Corte ha ritenuto fondato il motivo di ricorso e, condividendo la tesi dell’Agenzia, ha precisato che “la rivalutazione dei beni appartenenti alla medesima ‘categoria omogenea’ deve riguardare tutti i beni di quella categoria, con il conseguente disconoscimento degli effetti fiscali della rivalutazione per tutti gli altri beni della stessa categoria in caso di violazione di tale obbligo” (cfr Cassazione, 21349/2015).

Osservazioni
Ai giudici di piazza Cavour è stato chiesto se, a mente degli articoli 10 e seguenti della legge 342/2000 (“collegato fiscale”), era consentita una rivalutazione solo di alcuni beni d’impresa tra quelli facenti parte di una medesima categoria omogenea ovvero se la rivalutazione doveva riguardare piuttosto tutti i beni appartenenti alla stessa categoria.

La Corte ha fornito una lettura sistematica delle disposizioni. In particolare:
ha precisato che l’articolo 10, legge 342/2000, per “i soggetti indicati nell’articolo 87, comma 1, lettere a) e b)” del Tuir, ha previsto la possibilità di rivalutare beni materiali e immateriali diversi da quelli alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività d’impresa, “anche in deroga all’articolo 2426 cc, e ad ogni altra disposizione di legge vigente in materia”
ha evidenziato le modalità di effettuazione della rivalutazione seguendo la lettera dell’articolo 11 (deve riguardare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea - comma 1; i valori rivalutati iscritti in bilancio e in inventario non possono superare i valori effettivamente attribuibili ai beni con riguardo alla loro consistenza, alla loro capacità produttiva, all’effettiva possibilità di economica utilizzazione nell’impresa, né i valori correnti e le quotazioni rilevate in mercati regolamentati italiani o esteri - comma 2; gli amministratori e il collegio sindacale devono indicare e motivare nelle loro relazioni i criteri seguiti e devono attestare che non vengono superati i valori di riferimento indicati nel comma 2 - comma 3
ha dato atto che, nella fattispecie esaminata, gli organi sociali non avevano indicato il metodo adottato, non avevano giustificato l’affermazione che il nuovo valore dei beni non superava il valore economico agli stessi attribuibile né, infine, avevano fornito spiegazioni relative al motivo dell’esclusione di alcuni beni dalla rivalutazione
ha ricordato che, in presenza dei maggiori valori dei beni iscritti in bilancio, è dovuta un’imposta sostitutiva di Irpef, Irpeg e Irap (articolo 12, comma 1)
ha affermato che il contenuto delle citate disposizioni è stato ribadito dall’articolo 4, comma 1, Dm 162/2001, con l’ulteriore precisazione che “i beni materiali ammortizzabili, diversi dai beni immobili e dai mobili iscritti in pubblici registri, devono essere raggruppati in categorie omogenee per anno di acquisizione e coefficiente di ammortamento” (comma 3).
In particolare, i giudici di piazza Cavour hanno osservato che la ratio della rivalutazione integrale dei beni secondo le categorie omogenee emergenti in bilancio deve essere rinvenuta prima di tutto nella volontà del legislatore di adeguare la rappresentazione contabile delle immobilizzazioni ai valori effettivi, in vista dell’introduzione dell’euro quale moneta unica europea. In mancanza, infatti, i beni aziendali delle società italiane sarebbero stati sottovalutati rispetto a quelli delle concorrenti europee, con ripercussioni negative sul risultato di esercizio e sulla competitività economica.

I giudici di legittimità hanno ritenuto che ulteriore finalità della legge, poi, è quella di garantire che non venga alterata la capacità di rappresentare fedelmente la reale situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa.
La scelta volontaria dell’imprenditore di rivalutare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea, infatti, soddisfa la necessità di garantire la veridicità e la correttezza di tale situazione. Ma senza possibilità di giustificare la mancata rivalutazione del bene solo in sede di controllo fiscale e, tra l’altro, con mere dichiarazioni.
Non basta, infatti, affermare che il bene è obsoleto fisicamente ed economicamente, che viene tenuto in azienda “di riserva” solo per far fronte a eventuali emergenze e che è utilizzato saltuariamente nella produzione.

Deve osservarsi, tuttavia, che la Corte, pur aderendo alla posizione assunta dall’Agenzia nei documenti di prassi (cfr circolare 57/2001, paragrafo 1.6), nulla ha statuito espressamente con riferimento al profilo sanzionatorio. Probabilmente perché, oltre al disconoscimento degli effetti fiscali e al recupero a tassazione dei maggiori ammortamenti effettuati (o delle minori plusvalenze o maggiori minusvalenze dichiarate), l’applicazione delle ordinarie sanzioni previste per infedele dichiarazione costituisce ulteriore conseguenza di un’incompleta rivalutazione.

In conclusione, nella fattispecie al suo vaglio, la Cassazione non ha ritenuto necessari ulteriori accertamenti di fatto. Ha deciso la causa nel merito, rigettando il ricorso introduttivo della contribuente, e ha compensato le spese dell’intero giudizio per la novità della questione.




Fonte: Agenzia Entrate

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Disabili: installazione condizionatore.

Un climatizzatore, acquistato da un contribuente affetto da sclerosi multipla, rientra tra i sussidi tecnici e informatici per cui si può beneficiare dell’Iva al 4%?

È prevista l’aliquota Iva agevolata al 4% per l’acquisto di sussidi tecnici e informatici volti a favorire l’autonomia e l’autosufficienza delle persone con disabilità (articolo 2, comma 9, del Dl 669/1996). Tra questi non rientrano i condizionatori d’aria, poiché gli stessi, anche se potenzialmente idonei ad assicurare un più elevato benessere psicofisico, non hanno la finalità - necessaria per la fruizione dell’agevolazione - di recupero funzionale della persona con disabilità. Pertanto, all'acquisto di un climatizzatore da parte di una persona affetta da sclerosi multipla non può essere applicata l’aliquota Iva del 4% (risoluzione 57/E del 2005).



Fonte: Agenzia Entrate

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Due nuove causali per finanziare le casse dei consulenti del lavoro.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 93/E del 4 novembre 2015, ha istituito le causali contributo “LO00” e “BZ00”, per consentire ai professionisti iscritti al Consiglio provinciale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, rispettivamente, di Lodi e di Bolzano, di versare, tramite modello F24, i contributi dovuti alle rispettive organizzazioni.

La risoluzione fa seguito alla convenzione del 17 febbraio 2011, siglata tra l’Agenzia delle Entrate e il Consiglio nazionale degli Ordini dei consulenti del lavoro, per disciplinare il servizio di riscossione delle quote associative attraverso la delega di pagamento unificato F24.

Le causali devono essere esposte nella sezione “Altri enti previdenziali e assicurativi”, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”.
Vanno poi riportati:
nel campo “codice ente”, il valore “0005”
nel campo “codice sede”, la sigla della provincia di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro (vedi “Tabella T2 - sigla delle province italiane” sul sito delle Entrate)
nel campo “codice posizione”, il codice di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro
nello spazio “periodo di riferimento: da mm/aaaa a mm/aaaa”, il periodo di competenza del contributo versato.

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Attività sportiva dilettantistica: la fiscalità delle associazioni.

Il regime fiscale naturale delle associazioni sportive dilettantistiche è quello degli enti non commerciali. Tuttavia, il legislatore tributario ha previsto la possibilità di optare per un regime agevolato, disciplinato dalla legge 398/1991 (“Disposizioni tributarie relative alle associazioni sportive dilettantistiche”).
Inizialmente previsto per le sole associazioni sportive dilettantistiche, il regime è stato poi esteso a tutte le associazioni senza scopo di lucro, alle pro-loco, alle associazioni bandistiche e cori amatoriali, filodrammatiche, di musica e danza popolare, legalmente costituite senza fini di lucro.

Condizioni di accesso al regime: requisito soggettivo e requisito oggettivo
L’adesione al regime è del tutto volontaria, avviene su opzione. Per poter legittimamente esercitare la scelta, è richiesta la contestuale sussistenza di due requisiti, uno soggettivo e uno oggettivo.
Sotto il profilo soggettivo, possono aderire al regime le associazioni sportive dilettantistiche che:
non hanno scopo di lucro
sono affiliate alle federazioni sportive nazionali o agli enti nazionali di promozione sportiva
svolgono attività sportiva dilettantistica (riconosciuta dal Coni), compresa l’eventuale attività didattica.
Dal punto di vista oggettivo, possono esercitare l’opzione le associazioni che, nel corso del periodo d’imposta precedente, hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a 250mila euro, limite che va determinato secondo le seguenti regole:
occorre prendere in considerazione esclusivamente i proventi derivanti dallo svolgimento di attività commerciali (ricavi e sopravvenienze attive, rispettivamente ex articoli 85 e 88 del Tuir)
i proventi commerciali devono essere individuati in base al criterio di cassa, ma vanno considerati i ricavi fatturati anche se non ancora riscossi
si computano anche le somme percepite in virtù di contratti di sponsorizzazione, in quanto proventi derivanti dallo svolgimento di attività commerciali (cfr risoluzione 57/E del 2010).
Non concorrono, invece, alla determinazione del limite dei 250mila euro:
le plusvalenze patrimoniali di cui all’articolo 86 del Tuir
i premi percepiti per la preparazione, la formazione tecnica e l’addestramento degli atleti (tali somme non concorrono alla formazione del reddito e devono essere reinvestite per il perseguimento di fini sportivi).
Qualora nel corso del periodo d’imposta il limite di 250mila euro dovesse essere superato, il regime agevolato cessa automaticamente di avere efficacia e, dal mese successivo a quello in cui è venuto meno il requisito oggettivo, l’associazione è tenuta ad applicare il regime ordinario. In tal caso, quindi, sia ai fini Iva sia ai fini Ires, si dovranno considerare due periodi di imposta, assoggettati a due diversi regimi tributari (cfr risoluzione 123/E del 2006). Contestualmente cessano anche le agevolazioni contabili, con conseguente obbligo di tenuta delle scritture previste in regime ordinario.
Le associazioni di nuova costituzione, con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, devono rapportare il limite dei 250mila euro al periodo intercorrente fra la data di costituzione e il termine dell’esercizio, computandolo a giorni (cfr risoluzione 63/E del 2006).

Modalità di esercizio dell’opzione
L’opzione per il regime agevolato si esercita mediante:
apposita comunicazione all’ufficio Siae territorialmente competente in base al domicilio fiscale dell’associazione, prima dell’inizio dell’anno solare nel quale si intende fruire del regime
comunicazione al competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate mediante la prima dichiarazione annuale Iva (compilazione quadro VO) da presentare successivamente alla scelta operata. In caso di esonero dalla dichiarazione Iva, il quadro VO va comunque presentato, allegandolo al modello Unico.
L’opzione è vincolante per cinque anni. Successivamente si rinnova di anno in anno fino all’eventuale revoca.

Determinazione del reddito imponibile Ires
Le associazioni sportive dilettantistiche che adottano il regime agevolato determinano il reddito imponibile ai fini Ires applicando all’ammontare dei proventi derivanti dall’esercizio di attività commerciali un coefficiente di redditività pari al 3%, aggiungendo le eventuali plusvalenze patrimoniali.
Il reddito imponibile così determinato è sottoposto a tassazione secondo l’ordinaria aliquota Ires.
Non concorrono a determinare il reddito imponibile Ires i proventi conseguiti nello svolgimento di attività commerciali connesse agli scopi istituzionali e quelli derivanti da raccolte pubbliche di fondi, se percepiti per un numero di eventi complessivamente non superiore a due per anno e per un importo non superiore a 51.645,69 euro.
Per attività commerciali connesse agli scopi istituzionali si intendono le attività strutturalmente funzionali alle manifestazioni sportive e rese in concomitanza con le medesime, quali, ad esempio, vendita di materiali sportivi e di gadget pubblicitari, sponsorizzazioni correlate all’evento specifico, cene sociali, lotterie.

Determinazione della base imponibile Iva
L’opzione per il regime agevolato ex legge 398/1991 comporta per le associazioni sportive dilettantistiche delle agevolazioni anche ai fini Iva.
Innanzitutto, si ricorda che i proventi derivanti dall’attività istituzionale non sono imponibili.

Nell’ambito delle operazioni rilevanti ai fini Iva bisogna distinguere tra:
le operazioni non direttamente connesse agli scopi istituzionali (ad esempio, cessione di beni durante le manifestazioni sportive), in relazione alle quali si applica il regime ordinario (Iva dovuta = Iva incassata sulle operazioni attive meno Iva pagata sulle operazioni passive)
le operazioni direttamente connesse agli scopi istituzionali (ad esempio, vendita di biglietti per le manifestazioni sportive), cui si applicano, per effetto dell’adesione al regime agevolato, le disposizioni previste in materia di attività di intrattenimento dall’articolo 74, comma 6, Dpr 633/1972. Tale ultima disposizione prevede che l’Iva da versare sia determinata sottraendo all’Iva incassata sulle operazioni attive una detrazione forfetaria pari a:
1/2 dell’Iva sulle operazioni imponibili effettuate (incluse le attività di sponsorizzazione)
1/3 dell’Iva su cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e di trasmissione radiofonica.
Inoltre, le associazioni sportive dilettantistiche con un volume di affari annuo non superiore a 25.822,84 euro hanno la possibilità di optare per il regime forfetario di determinazione dell’Iva previsto per le attività spettacolistiche, disciplinato dall’articolo 74 quater, comma 5, Dpr 633/1972.
In base a questo particolare regime, la base imponibile è determinata nella misura del 50% dell’ammontare complessivo dei corrispettivi riscossi, con totale indetraibilità dell’Iva assolta sugli acquisti.

Le associazioni sportive dilettantistiche versano l’Iva dovuta con cadenza trimestrale, entro il giorno 16 del secondo mese successivo al trimestre di riferimento, utilizzando il modello F24 (senza la maggiorazione dell’1% a titolo di interessi).

Semplificazioni contabili e dichiarative
L’opzione per il regime agevolato della legge 398/1991 comporta altresì la possibilità di beneficiare di importanti e significative semplificazioni contabili. In tal caso, infatti, le associazioni sportive dilettantistiche sono esonerate:
dalla tenuta delle scritture contabili
dall’emissione delle fatture e degli scontrini e/o ricevute fiscali
dalla presentazione della dichiarazione Iva.
Le associazioni sportive dilettantistiche in regime di legge 398/1991 sono comunque tenute a:
conservare e numerare progressivamente le fatture di acquisto e le fatture eventualmente emesse
conservare copia della documentazione relativa a incassi e pagamenti
annotare, anche con unica registrazione entro il giorno 15 del mese successivo, l’ammontare dei corrispettivi e di qualsiasi provento conseguiti nell’esercizio di attività commerciali, con riferimento al mese precedente, su un apposito prospetto riepilogativo, opportunamente integrato e conforme al modello approvato con Dm 11 febbraio 1997 (come chiarito dalla circolare 9/E del 2013, la mancata tenuta del prospetto riepilogativo non comporta di per sé il venir meno dei benefici previsti dal regime agevolato purché, però, in sede di accertamento, l’associazione sia in grado di fornire i riscontri contabili, quali fatture, ricevute, scontrini fiscali ovvero altra documentazione utile ai fini della corretta determinazione del reddito e dell’Iva. Pertanto, qualora l’associazione non sia in grado di produrre alcuna documentazione idonea a provare la sussistenza dei requisiti sostanziali per l’applicazione delle disposizioni di cui alla legge 398/1991, la stessa decadrà dal regime di favore. In ogni caso, però, la mancata tenuta del predetto prospetto riepilogativo comporta l’applicazione della sanzione amministrativa prevista in materia di violazioni degli obblighi relativi alla contabilità, da 1.032 a 7.746 euro)
nel prospetto riepilogativo di cui al punto precedente devono essere altresì annotati i proventi che non concorrono a formare reddito imponibile fino a 51.645,69 euro, le plusvalenze patrimoniali e le operazioni intracomunitarie
redigere annualmente il rendiconto economico e finanziario
fatturare le prestazioni di sponsorizzazione, le cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e trasmissione radiofonica e le prestazioni pubblicitarie
procedere alla liquidazione e al versamento dell’Iva entro il termine di liquidazione trimestrale
redigere, entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, un apposito rendiconto (entrate e spese) per le raccolte pubbliche di fondi, al quale va allegata una relazione illustrativa
presentare il modello Unico Enc e, nei casi in cui siano dovuti, il modello 770 e quello Irap
tenere il libro soci e il libro delle assemblee.


Fonte: Agenzia Entrate

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