venerdì 21 ottobre 2016

Voucher lavoro accessorio: comunicazioni PEC alle DTL?

Come noto il decreto fa riferimento ad un imminente decreto attuativo ministeriale che doveva fornire le indicazioni pratiche per la procedura, documento che ad oggi non è stato emanato. I datori di lavoro sono in grande difficoltà perché la norma  e le gravi  sanzioni correlate, è in vigore ma mancano  le indicazioni pratiche e le stesse sedi INPS , subissate di richieste di chiarimenti, non sanno rispondere.

Evidentemente le singole amministrazioni territoriali del lavoro stanno cercando di  ovviare alla inadempienza degli uffici centrali del Ministero.
Potrebbe essere quindi utile per i datori di lavoro e i loro consulenti controllare le pagine internet elencate all'indirizzo http://www.lavoro.gov.it/ministro-e-ministero/Il-ministero/Uffici-periferici-e-territoriali/Pagine/Uffici-periferici-e-territoriali.aspx, per verificare eventuali comunicazioni da parte delle direzioni territoriali della propria Regione o Provincia  oppure contattarle direttamente, per avere prima possibile le indicazioni necessarie ad adempiere all'obbligo relativo ai voucher lavoro ed evitare le pesanti sanzioni.

Inultile dire che sarebbe quanto mai "gradita" una sollecita presa in carico ufficiale del problema da parte del Ministero  che sembra addirittura ignaro di quello che fanno i suoi uffici periferici, dandone notizia nelle pagine interne del sito senza la necessaria evidenza.

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L’assenza di numero Iva non vincola l’esenzione fiscale.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 22, paragrafo 8 della sesta direttiva 77/388/CEE del Consiglio, del 147 maggio 1977, sull’imposta sul valore aggiunto nella versione risultante dall’articolo 28 nonies, nonché dall’articolo 22, paragrafo 8, e dell’articolo 28 quater, parte A, lettera a), primo comma e lettera d) della sesta direttiva. La domanda presentata fa riferimento ad una controversia tra un imprenditore tedesco, parte ricorrente, e l’Amministrazione fiscale tedesca in merito al mancato riconoscimento del diritto all’esenzione dall’Iva su un operazione di trasferimento di un veicolo destinato all’impresa dalla Germania alla Spagna.

Il procedimento precontenzioso
Nel 2006 un imprenditore individuale tedesco acquistava un veicolo da utilizzare nell’ambito della sua attività imprenditoriale. Con lettera di vettura, nel mese di ottobre dello stesso anno il veicolo veniva inviato in Spagna e veniva venduto ad una impresa con sede nel territorio ispanico. Nella dichiarazione Iva per l’anno 2006 lo stesso imprenditore dichiarava come esente la cessione intracomunitaria. Successivamente, l’amministrazione fiscale tedesca effettuando una verifica in loco eccepiva come nella cessione in parola non sarebbero state rispettate le condizioni per una cessione intracomunitaria e che la stessa dovesse essere sottoposta a imposta. Dalla suddetta verifica ne scaturiva un avviso di accertamento fiscale rettificativo dell’Iva dovuta per il 2007. Il giudice del tribunale tributario di Monaco di Baviera, constatando che il veicolo ceduto si trovava, al momento della cessione, nel territorio spagnolo provvedeva ad annullare l’avviso rettificativo d’imposta. Di seguito, però, all’annullamento l’Amministrazione fiscale rettificava il calcolo dell’Iva ritendo il trasferimento del veicolo un operazione da assoggettare a Iva per effetto della mancata comunicazione, ad opera del cedente, del numero di identificazione Iva attribuito dall’Amministrazione fiscale spagnola. Contro tale ultima decisione, l’imprenditore cedente, proponeva ricorso dinanzi al giudice del rinvio il quale asseriva come nel caso di specie non vi fossero gli estremi per la qualifica di cessione intracomunitaria per via della mancanza di un sufficiente nesso temporale e sostanziale fra l’invio del veicolo in Spagna e la sua vendita in tale Stato membro. Inoltre, il trasferimento comunitario effettuato nel corso del 2006 fosse soggetto ad Iva in applicazione dell’articolo 3, paragrafo 1 a), della normativa nazionale tedesca. Tuttavia, lo stesso giudice del rinvio si poneva il dubbio se il trasferimento debba o meno beneficiare dell’esenzione ai fini dell’imposta sul valore aggiunto e questo alla luce di recente giurisprudenza della Corte di giustizia europea dalla quale è stato statuito come l’esenzione dall’Iva, di una cessione intracomunitaria, può essere subordinata  alla comunicazione, ad opera del fornitore, del numero di comunicazione Iva. In considerazione, anche, che, in assenza di indizi seri di frode, il giudice del rinvio ritenendo che l’esenzione dall’Iva non possa essere negata qualora ricorrano i requisiti sostanziali di tale esenzione tra i quali non rientra la trasmissione del numero identificativo Iva. Alla luce di tale considerazione il giudice del rinvio sospendeva il procedimento e proponeva la questione pregiudiziale ai giudici europei.

La questione pregiudiziale
Il giudice del rinvio nella questione pregiudiziale chiede nella sostanza se alla luce dell’articolo 22, paragrafo 8, e dell’articolo 28 quater, parte A, lettera a), primo comma e lettera d) della sesta direttiva vadano interpretati nel senso che ostano al diniego dell’esenzione dall’Iva nel caso di trasferimento intracomunitario del bene a motivo della mancata comunicazione del numero identificativo Iva nello Stato di destinazione nella circostanza in cui non sussista alcun indizio serio di frode fiscale e che tutti gli altri requisiti, per il riconoscimento dell’esenzione, siano rispettati.

Sulla questione pregiudiziale
Come sottolineano i giudici europei, rientra nelle operazioni intracomunitarie il bene trasferito a destinazione di un altro Stato membro per esigenze dell’impresa che effettua tale cessione, ad eccezione delle fattispecie specificatamente indicate nella norma di riferimento. Come rilevato dall’avvocato generale nelle sue conclusioni, affinché il trasferimento di cui alla causa principale sia esente occorre riscontrare la sussistenza delle condizioni sostanziali per il trasferimento comunitario. Pertanto, il fatto di trasferire un bene per esigenze dell’impresa  implica che il trasferimento sia effettuato per tale impresa (soggetto passivo) che agisce in quanto tale operando nell’ambito della sua attività imponibile. Inoltre, ai fini dell’esenzione Iva, occorre, come si legge nelle conclusioni dell’avvocato generale, che il siffatto trasferimento abbia i requisiti per qualificarsi quale trasferimento intracomunitario. Ma sebbene da costante giurisprudenza della Corte l’obbligo di comunicazione del numero identificativo Iva dell’acquirente del bene costituisca un requisito formale rispetto al diritto di esenzione dall’imposta, la stessa Corte ha affermato che non si può vincolare il riconoscimento del beneficio di esenzione alla mera comunicazione del suddetto numero identificativo.
                                     
La pronuncia
I giudici della quarta sezione della Corte di giustizia europea si sono pronunciati rispondendo alla questione pregiudiziale, di cui alla causa principale, nel senso che la normativa di riferimento in parola non consente che l’Amministrazione fiscale dello Stato membro di origine neghi l’esenzione dall’Iva di un trasferimento intracomunitario per il motivo che il soggetto passivo non abbia comunicato il numero di identificazione Iva dello Stato membro di destinazione, in mancanza di un indizio serio di sussistenza di frode fiscale, nel caso di trasferimento del bene ad altro Stato membro e nel rispetto degli altri requisiti per l’esenzione.


Data della sentenza
20 ottobre 2016
Numero della causa
C-24/2015
Nome delle parti

  • Josef Plöckl
contro
  • Finanzamt Schrobenhausen

Fonte: Agenzia Entrate

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Immobile all'estero: lavori indetraibili.

Sono detraibili le spese di ristrutturazione su un immobile detenuto all'estero da una persona fisica residente in Italia?

È possibile usufruire della detrazione di imposta - attualmente, al 50% - per i lavori di ristrutturazione edilizia effettuati sulle unità immobiliari residenziali e sugli edifici residenziali. L’immobile oggetto degli interventi agevolabili deve essere situato nel territorio dello Stato italiano; i lavori, invece, possono essere eseguiti anche da imprese non residenti nel territorio nazionale (circolare ministeriale 57/1998). Sono pertanto escluse dall’agevolazione tutte le abitazioni che non si trovano in Italia, anche se di proprietà di una persona fisica qui residente.
 
 
Fonte: Agenzia Entrate

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Soglia di punibilità: nel computo anche i biglietti omaggio ulteriori.

Per integrare la nuova fattispecie di reato prevista dall’articolo 4, Dlgs 74/2000 a seguito delle modifiche introdotte dal Dlgs 158/2015 e confermare la legittimità del relativo provvedimento di sequestro preventivo disposto per il reato contestato, la determinazione dell’imponibile sul quale calcolare l’Iva deve tenere conto del controvalore nominale dei biglietti di favore emessi in eccesso rispetto alla quota esente del 5% prevista dalla normativa di settore.
Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza n. 42744 del 10 ottobre 2016.

I fatti
Il tribunale ha rigettato la richiesta di dissequestro parziale presentata dal direttore generale di una Spa che gestisce un autodromo, organizzandovi le manifestazioni sportive che lì si svolgono.
Il sequestro preventivo sui beni dell’uomo era stato adottato a seguito della contestazione provvisoria elevata nei suoi confronti e avente a oggetto la violazione dell’articolo 4, Dlgs 74/2000, in quanto, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, al fine di evadere l’Iva, aveva indotto il legale rappresentante della società a indicare, nelle dichiarazioni di imposta relative agli anni 2010 e 2011, elementi attivi inferiori a quelli reali. In particolare, l’uomo aveva omesso di indicare, quali poste attive, il controvalore dei biglietti offerti in omaggio in misura superiore alla quota esente (e cioè al 5% della capienza dei singoli settori destinati al pubblico per la partecipazione agli eventi sportivi svoltisi nell’autodromo), sottraendo tali importi a Iva.

Il tribunale confermava il provvedimento di rigetto, mentre il direttore genarle proponeva ricorso per cassazione, deducendo:

  • sotto il profilo della carenza del fumus commissi delicti, che la propria condotta non riguardava l’indicazione, in sede di dichiarazione dei redditi, di elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo ex articolo 4, Dlgs 74/2000, ma solo elementi virtuali, poiché egli stesso si era limitato a non indicare un valore figurativo corrispondente all’ammontare dell’ipotetico prezzo, non percepito, dei biglietti offerti in omaggio oltre il limite di franchigia del 5% dei posti disponibili
  • sotto il profilo della violazione di legge, l’erroneità del criterio del controvalore dei biglietti, adottato per determinare le entrate figurative omesse, piuttosto di quello costituito dal valore delle spese sostenute dalla Spa per l’erogazione del servizio in favore degli spettatori non paganti (articolo 3, comma 3 e articolo 13, comma 2, lettera c), Dpr 633/1972). 
La Cassazione ha annullato l’ordinanza impugnata e ha rinviato la causa al tribunale di Monza, sottolineando l’incidenza sulla fattispecie esaminata della modifica apportata all’articolo 4 del Dlgs 74/2000 con il Dlgs 158/2015 e precisando che il giudice del rinvio, per ritenere integrata la fattispecie di reato, dovrà porre “… a base del proprio calcolo il controvalore nominale ‘normale’ dei biglietti di accesso agli impianti dell’Autodromo… offerti in omaggio per le manifestazioni sportive ivi organizzate, detratta la quota esente del 5% di essi, secondo la previsione di cui alla normativa di settore…”.

La sentenza
I giudici di legittimità hanno dato atto che, negli anni 2010 e 2011, erano stati sottratti a Iva considerevoli importi, rispettivamente pari a 2.224.292,40 e a 2.046.372,95 euro. In relazione a tali somme, la Cassazione ha considerato che, per effetto delle modificazioni apportate all’articolo 4 del Dlgs 74/2000 dalla novella del 2015, la condotta di colui che nella dichiarazione dei redditi indichi ricavi inferiori a quelli reali è punibile solo a condizione che:
  • l’ammontare dell’imposta evasa sia superiore, per ogni anno e per ognuna delle singole imposte, a 150mila euro
  • il totale degli elementi attivi sottratti all’imposizione sia superiore, in relazione a ciascun anno di imposta, al 10% del totale degli elementi attivi reali o sia comunque superiore a 3 milioni di euro. 
Il precedente testo legislativo, invece, fissava la soglia di punibilità della condotta in 2 milioni di euro, realizzata la quale si poteva prescindere della incidenza percentuale dell’importo sottratto al calcolo della tassazione rispetto agli elementi positivi realizzati nel corso dell’anno d’imposta.
Nella fattispecie esaminata, il tribunale di Monza, di fronte al quale la questione era pervenuta in epoca anteriore all’entrata in vigore della novella del 2015, pur rilevando che l’ammontare del valore sottratto al calcolo dell’imposta evasa negli anni 2010-2011 era superiore alla precedente soglia di punibilità, nulla ha osservato in ordine alla incidenza percentuale di tale omessa dichiarazione rispetto all’intero valore imponibile.
A riguardo, la Cassazione ha rilevato la necessità di una tale indicazione proprio perché, nella fattispecie al suo vaglio, l’importo sottratto a tassazione era inferiore alla nuova soglia di punibilità.

Il tribunale, quindi, per confermare il sequestro preventivo in relazione alla ipotizzata violazione dell’articolo 4 del Dlgs 74/2000, avrebbe dovuto fornire elementi (anche solo indiziari, vista la fase cautelare del giudizio) tali da far ritenere che l’ammontare delle somme sottratte a tassazione, pur essendo inferiore a 3 milioni di euro, sia comunque superiore al 10% degli elementi attivi imponibili. Ma così non è stato. Il tribunale, infatti, non ha fornito alcun dato per consentire la verifica dell’integrazione di tale elemento del reato, quale fattore fondamentale ai fini della verifica della sussistenza del fumus commissi delicti.

In particolare, la Cassazione ha precisato che il giudice del rinvio, nel colmare tale lacuna, dovrà porre a base del proprio calcolo il controvalore nominale “normale” dei biglietti di accesso agli impianti dell’autodromo offerti in omaggio relativamente alle manifestazioni sportive ivi organizzate, detratta solo la quota esente del 5% degli stessi, come previsto dalla disciplina di settore.
Quest’ultima, essendo riferita a dati obiettivi (cioè il valore normale dei biglietti concessi in omaggio per ciascuno dei settori riservato al pubblico ordinariamente pagante), costituisce una forma di accertamento non di tipo discrezionale valutativo, ma di tipo reale. L’articolo 3, comma 5, Dpr 633/1972, infatti, prevede che non sono considerate prestazioni di servizi, suscettibili di costituire presupposto Iva, le prestazioni relative agli spettacoli e alle manifestazioni sportive rese ai possessori di titoli gratuiti limitatamente al contingente numerico di favore, stabilito nella misura del 5% della capienza massima di ogni settore dell’impianto sportivo nel quale si tiene la manifestazione.

Di conseguenza, oltre siffatta quota, la manifestazione sportiva tenuta nel territorio dello Stato va considerata quale prestazione di servizi, suscettibile di costituire, ex articolo 1, Dpr 633/1972, presupposto Iva.

A tale riguardo, la Corte ha chiarito che non ha alcun rilievo considerare che, per la natura gratuita dei titoli di accesso emessi, il loro importo non ha costituito un reddito né tantomeno un’entrata per il soggetto debitore di imposta. Ciò in quanto il legislatore, da una parte, ha inteso prevenire la facile elusione che potrebbe verificarsi quando, attraverso il rilascio di ingenti quantità di biglietti di favore, si potrebbe abbattere sensibilmente il valore imponibile; dall’altra, ha voluto così sottoporre a tassazione non l’entrata finanziaria conseguita (fenomeno, peraltro, caratteristico delle ipotesi di imposizione fiscale diretta), ma l’astratto valore della prestazione eseguita, a prescindere dal fatto che tale valore si sia o meno tramutato in una effettiva entrata finanziaria (non contraddicendo, peraltro, la natura di imposta indiretta dell’Iva).


Fonte: Agenzia Entrate

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31 ottobre: Rimborsi Iva infrannuali.

I contribuenti Iva, che da luglio a settembre 2016 hanno maturato un’eccedenza di imposta detraibile superiore a 2.582,28 euro e intendono chiedere, in tutto o in parte, il rimborso della somma o utilizzare la stessa in compensazione, devono presentare telematicamente, entro il prossimo 31 ottobre, l’ultima versione del modello TR, disponibile sul sito dell’Agenzia con le relative istruzioni.
L’attuale prototipo, infatti, si è uniformato, tra l’altro, ad alcune modifiche introdotte dalla Stabilità (articolo 1, comma 908, legge 208/2015), come l’innalzamento delle percentuali di compensazione per le cessioni di latte, bovini e suini (le nuove percentuali sono state aggiunte nella lista ad hoc presente nei righi da TA1 a TA13 di Iva Tr, dove si indicano “le operazioni imponibili, suddivise per aliquota o percentuale di compensazione applicata, per le quali nel trimestre cui si riferisce il modello, si è verificata l’esigibilità dell’imposta - comprese quelle ad esigibilità differita annotate in periodi precedenti)”.
La trasmissione del modello può essere effettuata dal diretto interessato o da un intermediario abilitato.

La possibilità di chiedere rimborsi Iva infrannuali non riguarda la totalità dei contribuenti soggetti all’imposta, ma quelli che si trovano nelle condizioni previste dall’articolo 30, terzo comma, lettere a), b), ed e), del Dpr 633/1972, e anche quelli di cui alle lettere c) e d), con qualche limitazione.
In sintesi, usufruiscono dell’opportunità gli operatori che:

  • effettuano esclusivamente o prevalentemente operazioni attive con aliquote inferiori a quelle dell’imposta relativa agli acquisti e alle importazioni
  • effettuano operazioni non imponibili (articoli 8, 8-bis e 9 del Dpr 633/1972) per un ammontare superiore al 25% del totale complessivo di tutte le operazioni compiute nel periodo
  • hanno acquistato e/o importato, nel trimestre, beni ammortizzabili per un ammontare superiore ai 2/3 del totale degli acquisti e delle importazioni imponibili
  • realizzano nel trimestre, nei confronti di soggetti Iva non stabiliti in Italia, operazioni attive per un importo superiore al 50% di tutte le operazioni effettuate, limitatamente a prestazioni:
    • di lavorazione relative a beni mobili materiali
    • di trasporto di beni e relative prestazioni di intermediazione
    • di servizi accessori ai trasporti di beni e relative prestazioni di intermediazione
    • di servizi relative a operazioni creditizie, finanziarie, assicurative rese a soggetti extra comunitari o riguardanti beni destinati a essere esportati fuori dalla Comunità europea
  • non sono residenti, non hanno una stabile organizzazione in Italia e non sono identificati direttamente o tramite un rappresentante residente nel territorio dello Stato.
Altro percorso stesso traguardo
In alternativa alla procedura di rimborso, il contribuente può recuperare l’eccedenza Iva maturata nel terzo trimestre 2016 utilizzandola in compensazione orizzontale con il modello F24, nel rispetto del limite annuale di 700mila euro, e indicando il codice tributo “6038”, che identifica il terzo e ultimo trimestre. Ultimo perché l’eventuale credito del quarto dovrà essere indicato nella dichiarazione annuale, da presentare a partire dal 1° febbraio e fino al 30 settembre 2017.

Chi sceglie la compensazione deve tener conto del fatto che, in base a quanto disposto dall’articolo 8, comma 18, Dl 16/2012, il superamento della soglia di 5mila euro (riferita al totale dei crediti trimestrali maturati nell’anno) comporta l’obbligo di utilizzare tali crediti soltanto a partire dal sedicesimo giorno del mese successivo a quello di presentazione della domanda, servendosi esclusivamente dei canali telematici dell’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline), e non anche di quelli home-banking o remote banking messi a disposizione da istituti finanziari e Poste italiane.
Sempre in tema di compensazione, attenzione: il contribuente che ha debiti di importo superiore a 1.500 euro relativi a ruoli definitivi, scaduti e non pagati, non può accedervi, a meno che prima non estingua il debito.

Rimborsi senza “certificato”
Con il rinnovato articolo 38-bis, completamente riscritto dal Dlgs 175/2014, le garanzie per i rimborsi Iva trimestrali possono essere bypassate, sopravvivendo solo in casi residuali. Infatti, la norma indicata ha innalzato a 15mila euro l’ammontare dei rimborsi effettuabili senza “pegno”; in più, oltre questa soglia, ha stabilito la possibilità di evitare la garanzia con un semplice visto di conformità (o una sottoscrizione dell’organo di controllo e una dichiarazione che attesti la sussistenza dei requisiti patrimoniali). In sostanza, a oggi, vanno garantiti esclusivamente i rimborsi over 15mila euro chiesti da contribuenti “poco affidabili” (la scarsa affidabilità è spiegata nella sezione 2 delle istruzioni alla compilazione del modello Iva Tr).

Una scorciatoia “riservata”
Tra gli operatori legittimati a chiedere la restituzione del credito Iva trimestrale ce ne sono alcuni che possono ottenerla in via prioritaria, entro tre mesi dalla richiesta. Sono i contribuenti che:
  • hanno effettuato nel trimestre prevalentemente prestazioni di subappalto in edilizia e hanno emesso fatture senza addebito di imposta (codice 1)
  • svolgono le attività individuate dal codice Atecofin 2004 37.10.1, cioè di recupero e preparazione per il riciclaggio di cascami e rottami metallici (codice 2)
  • esercitano le attività individuate dal codice Atecofin 2004 27.43.0, cioè producono piombo, zinco, stagno e semilavorati (codice 3)
  • svolgono le attività individuate dal codice Atecofin 2004 27.42.0, cioè producono alluminio e semilavorati (codice 4).
  • fabbricano aeromobili, veicoli spaziali e i connessi dispositivi, che si riconoscono nel codice Ateco 2007 30.30.9 (codice 5)
  • svolgono l’attività individuata dal codice Ateco 2007 59.14.00, vale a dire che esercitano l’attività di proiezione cinematografica (codice 7)
  • effettuano prestazioni di servizi di pulizia, demolizione, installazione impianti e completamento, relative a edifici (codice 8).

Il codice 6 riguarda, invece, i fornitori della Pubblica amministrazione coinvolti nel meccanismo della “scissione dei pagamenti”, ammessi ai rimborsi Iva prioritari anche se non in possesso dei presupposti “generici”, indispensabili per gli altri contribuenti Iva autorizzati, cioè:
  • esercizio dell’attività da almeno tre anni
  • eccedenza detraibile Iva chiesta a rimborso pari o superiore a 10mila euro, per i rimborsi annuali, e a 3mila euro per quelli trimestrali
  • ammontare del credito almeno pari al 10% dell’importo complessivo dell’imposta assolta sugli acquisti e sulle importazioni effettuati nell’anno o nel trimestre a cui si riferisce il rimborso.
Il perché va ricercato nel fatto che lo spostamento dell’obbligo del versamento dell’Iva dal fornitore alla Pubblica amministrazione verosimilmente determina, per il primo, una perdurante posizione creditoria.
I codici vanno indicati nel frontespizio del modello TR.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 19 ottobre 2016

Bonus amianto.

Al via il credito d'imposta per le imprese che effettuano interventi di bonifica dall'amianto su beni e strutture produttive ubicate nel territorio dello Stato, dal 1° gennaio 2016 al 31 dicembre 2016, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale n. 243 del 17 ottobre 2016 del Decreto interministeriale del 15.06.2016.

Sono ammissibili al credito d'imposta gli interventi di rimozione e smaltimento, anche previo trattamento in impianti autorizzati, dell'amianto presente in coperture e manufatti di beni e strutture produttive ubicati nel territorio nazionale effettuati nel rispetto della normativa ambientale e di sicurezza nei luoghi di lavoro. Sono ammesse, inoltre, le spese di consulenze professionali e perizie tecniche nei limiti del 10% delle spese complessive sostenute e comunque non oltre l'ammontare di 10.000,00 euro per ciascun progetto di bonifica unitariamente considerato.

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Assegnazione agevolata ai soci anche se la società è in liquidazione

Con la Risoluzione n. 93/E di ieri, l'Agenzia delle Entrate è tornata sul tema dell'assegnazione agevolata, affrontando l'ipotesi di successiva cessione a terzi del bene assegnato al socio. Com'è noto, la Legge di Stabilità 2016 ha introdotto un regime fiscale agevolato per consentire l’estromissione dalle imprese degli immobili diversi da quelli strumentali per destinazione, con assegnazione dei beni ai soci dietro pagamento di un'imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’Irap, pari all’8 per cento, ovvero al 10,5 per cento per le società non operative o in perdita sistematica.

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Interessi su mutuo e detrazione canone.

Sono titolare di un contratto di locazione di un immobile nello stesso comune in cui ho acquistato la mia prima casa. Oltre alla detrazione Irpef sugli interessi del mutuo, posso detrarre anche la quota per canone di affitto?

La detrazione degli interessi passivi pagati relativamente a un mutuo stipulato per l’acquisto della casa è ammessa a condizione che l’unità immobiliare, entro un anno, sia adibita ad abitazione principale e che l’acquisto sia avvenuto nell’anno antecedente o successivo alla data di stipula del mutuo (articolo 15, comma 1, lettera b, del Tuir). Il diritto al beneficio si perde, a partire dal periodo d'imposta successivo all'evento, se l’immobile non è più utilizzato come abitazione principale. Anche la detrazione a favore dei titolari di contratti di locazione di unità immobiliari spetta a condizione che le stesse siano adibite ad abitazione principale (articolo 16 del Tuir). Conseguentemente, le due agevolazioni sono alternative.
 
 
Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 17 ottobre 2016

Voucher da comunicare 60 minuti prima: ecco come fare.

Pubblicato, sulla Gazzetta Ufficiale n. 235 del 7 ottobre 2016, il decreto legislativo n. 185 del 24 settembre 2016, con il quale sono stati introdotti correttivi al Jobs act. Le modifiche introdotte entrano in vigore a partire dall’8 ottobre 2016.

La novità di più immediato interesse riguarda il lavoro accessorio al fine di garantire la piena tracciabilità dei voucher ed evitarne l’uso fraudolento.

Dall'8 ottobre gli imprenditori che utilizzano i voucher dovranno inviare, almeno 60 minuti prima dell’inizio di ciascuna prestazione, un SMS  o un messaggio di posta elettronica all’Ispettorato nazionale del lavoro contenente:
•         I dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore
•         Il luogo, il giorno e l’ora di inizio e di fine della prestazione

La comunicazione non può più riguardare un periodo ampio (fino a 30 giorni), ma deve essere adempiuta ogni volta che viene utilizzato il voucher, con la possibilità di doverla ripetere anche più volte nell’arco della giornata, se vengono svolte ore di lavoro frazionate.  

Fino a quando il Ministero non darà indicazioni al riguardo la strada più cauta  si ritiene possa essere quella di utilizzare le forme previste per il lavoro intermittente: inviare un SMS al numero 3399942256 oppure la mail  a intermittenti@pec.lavoro.gov.it.

Per chi non rispetta questo obbligo verrà applicata una sanzione amministrativa da euro 400 a euro 2.400 per ciascun lavoratore per cui è stata omessa la comunicazione.

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Valido il ruolo non sottoscritto: il “difetto” rileva solo in casa.

Secondo il costante insegnamento di questa Corte, il difetto di sottoscrizione del ruolo da parte del capo dell’ufficio non incide in alcun modo sulla validità dell’iscrizione a ruolo del tributo, poiché si tratta di atto interno e privo di autonomo rilievo esterno, trasfuso nella cartella da notificare al contribuente (cfr. Cass. 26053/15, 6199/15, 6610/13); del resto, anche la mancata sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l’invalidità dell’atto “quando non è in dubbio la riferibilità di questo all’Autorità da cui promana, giacché l’autografia della sottoscrizione è elemento essenziale dell’atto amministrativo nei soli casi in cui sia prevista dalla legge” (cfr. ex multis, Cass. 4555/15 e 25773/14)

Ordinanza n. 19761 del 3 ottobre 2016 (udienza 26 maggio 2016)
Cassazione civile, sezione VI – 5 – Pres. Cirillo Ettore – Est. Vella Paola
Difetto di sottoscrizione del ruolo da parte del capo dell’ufficio – Legittimità del ruolo in quanto atto interno e privo di autonomo rilievo esterno – Anche la mancata sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non inficia la validità dell’atto


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus ristrutturazione: convivenza e comodato.

Vivo con i miei genitori. Per usufruire del bonus ristrutturazione su un altro appartamento che mi daranno in comodato d’uso, è necessario registrare il contratto o è sufficiente la convivenza?

Il familiare convivente del possessore o detentore dell'immobile sul quale vengono effettuati i lavori può beneficiare della detrazione per lavori di ristrutturazione (circolare 121/1998, paragrafo 2.1); a tal fine, l'intervento deve riguardare una delle abitazioni nelle quali si esplica il rapporto di convivenza, che deve sussistere già dal momento in cui iniziano i lavori (circolare 50/2002, paragrafo 5.1). Se invece si usufruisce del bonus in qualità di comodatario, l’atto che attribuisce il titolo (contratto di comodato) va registrato e occorre una dichiarazione del proprietario di consenso all’esecuzione dei lavori; gli estremi di registrazione del contratto andranno poi riportati nella dichiarazione dei redditi.
 
 
Fonte: Agenzia Entrate

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Esonero dalla dichiarazione di successione.

Mia madre è deceduta lo scorso luglio. È vero che, in assenza di beni immobili, con un patrimonio inferiore a 100mila euro, non sono tenuto a presentare la dichiarazione di successione?

Non c'è obbligo di dichiarazione, se l'eredità è devoluta al coniuge e ai parenti in linea retta del defunto e l'attivo ereditario ha un valore non superiore a 100mila euro e non comprende beni immobili o diritti reali immobiliari; tali condizioni possono venire a mancare per effetto di sopravvenienze ereditarie (Dlgs 175/2014). Per completezza di analisi, si precisa che la dichiarazione di successione va presentata ordinariamente entro 12 mesi dalla data di apertura della successione (articolo 31, DLgs 346/1990); qualora si dovessero verificare sopravvenienze ereditarie che portano al superamento della soglia di esonero, il conteggio del termine di presentazione della dichiarazione decorre da quel momento.
 
 
Fonte: Agenzia Entrate

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Legittimo l’accertamento sintetico senza prova sull’uso dell’eredità.

Con ordinanza n. 19257 del 28 settembre 2016, la Corte di cassazione ha reso definitivo il giudizio della Commissione tributaria regionale relativo a un accertamento sintetico (redditometro) emesso ai sensi dell’articolo 38, comma 4, Dpr 600/1973, a carico di una contribuente che aveva ricevuto in eredità una grossa somma di denaro.
Il giudice del riesame ha confermato la ripresa fiscale perché la contribuente non ha fornito la prova di aver mantenuto la disponibilità di quanto ricevuto in eredità oppure di averla impiegata per fare fronte alle normali spese di gestione familiare. Di contro, come rivelato “dalle registrazioni bancarie”, il denaro ereditato era invece stato utilizzato “per altri scopi”, quali donazioni ai figli e accrediti su conti correnti altrui.
Nel ricorso per cassazione, la contribuente denuncia violazione della norma implicata, laddove la sentenza impugnata ha ritenuto necessaria la prova dell’effettivo e puntuale utilizzo delle somme ricevute in eredità.

Premessa
Occorre ricordare in premessa che, ai sensi dell’articolo 38, Dpr 600/1973, tanto nella formulazione vigente quanto in quella antecedente alle modifiche recate dall’articolo 22 del Dl 78/2010, l’ufficio può determinare sinteticamente il reddito del contribuente sulla base degli incrementi patrimoniali (ovvero “sulla base delle spese di qualsiasi genere”, come recita l’attuale formulazione del comma 4).
Il previgente comma 6 dello stesso articolo 38 consentiva, poi, al contribuente di dimostrare che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta. Il comma aggiungeva, altresì, che “l’entità di tali redditi e la durata del loro possesso devono risultare da idonea documentazione”.
La seconda parte del nuovo articolo 38, comma 4, invece, fa salva la prova del contribuente che il finanziamento relativo alle spese è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile.

L’Agenzia delle Entrate, in relazione tanto al vecchio strumento sintetico quanto a quello nuovo, ha stabilito che il contribuente, ai fini della prova contraria, deve fornire la dimostrazione dell’utilizzo del reddito “ulteriore” rispetto a quello dichiarato proprio e specificamente per il sostenimento delle spese contestate (circolare 24/2013). In sostanza, per l’Amministrazione finanziaria, il contribuente può assolvere al suo onere probatorio soltanto dimostrando che, ad esempio, il denaro necessario per l’acquisto di un immobile deriva esattamente da quello incassato per la precedente vendita di un immobile di proprietà.

La decisione
La suprema Corte respinge il ricorso, atteso che la contribuente che vuole difendersi dal redditometro e giustificare al Fisco determinati acquisti deve fornire la prova non solo della disponibilità, ma anche della durata del possesso di redditi esenti (per esempio, eredità). Non basta infatti dimostrare di aver tenuto un certo tenore di vita grazie al patrimonio ereditato, se poi dalle movimentazioni bancarie risulta che tale patrimonio è stato donato ai figli.
La norma prevede qualcosa in più della prova della mera disponibilità di ulteriori redditi, richiedendo espressamente una prova documentale su circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto (cfr Cassazione nn. 25104/2014 e 14855/2015).

Tra l’altro, va aggiunto che la stessa norma prevede che la prova documentale non è “particolarmente onerosa”, potendo essere fornita, ad esempio, con l’esibizione dei conti correnti bancari del contribuente, utili a dimostrare la durata del possesso dei redditi (Cassazione, 8995/2014).
In tal senso va inteso lo specifico riferimento alla prova – risultante da idonea documentazione – dell’entità di tali ulteriori redditi e della durata del loro possesso, prova che ha la finalità di ancorare a fatti oggettivi (di tipo quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi, per consentire la riferibilità della maggiore capacità contributiva accertata con metodo sintetico in capo al contribuente proprio a tali ulteriori redditi (cfr Cassazione nn. 1332/2016 e 17504/2016).

In sintesi, la mancata prova della durata stabile e non temporanea del possesso di redditi esenti conferma la presunzione del Fisco in ordine alla maggiore capacità contributiva non dichiarata.
Nel caso in esame, la Commissione regionale ha fatto buon governo dei principi su richiamati, non ritenendo assolto l’onere probatorio gravante sul contribuente, muovendosi “lungo tale solco interpretativo laddove, peraltro, con accertamento in fatto rimasto incontrastato, il giudice di appello ha affermato che, per contro, come risultato, il denaro ricevuto in eredità era stato utilizzato per altri scopi, quali donazioni ai figli e accrediti su altri conti correnti, come emerso dalle registrazioni delle movimentazioni bancarie”.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 7 ottobre 2016

Quesito: procacciatore affari.

Io sono un procacciatore d' affari con partita iva registrata al agenzia delle entrate e non in camera di commercio, ho il codice per vendita articoli per la casa, se volessi lavorare per un negozio con ritenuta d' acconto come funziona? dovrei fare io la fattura al negozio per farmi pagare? e soprattutto che tasse ci sono da versare oltre l' iva e chi le versa? io lavorerei 33 ore la settimana, quale e' lo stipendio che potrei chiedere?
lordo e netto? un negozio come commesso. grazie mille scusatemi le troppe domande.


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Assolvimento dell’imposta di bollo con modalità virtuale per gli atti e provvedimenti dei procedimenti arbitrali trasmessi con modalità telematiche.

Quesito
La Camera di Commercio di XXX intende procedere alla
dematerializzazione e digitalizzazione della documentazione cartacea presentata
e trattata dai propri uffici, incentivando le procedure telematiche per tutti i
procedimenti trattati, in applicazione delle norme del codice
dell’Amministrazione digitale, di cui al D.lgs. 7 marzo 2005, n. 82.
Al riguardo, l’ente istante rappresenta che tra i procedimenti trattati, sono
comprese le procedure arbitrali, competenza che è stata attribuita alla Camera di
commercio dall’articolo 2, comma 2, lettera g), della legge 29 dicembre 1993, n.
580.
L’interpellante aggiunge, inoltre, con riferimento alle procedure arbitrali,
che gli atti e i provvedimenti in argomento sono soggetti all’imposta di bollo ai
sensi dell’articolo 20 della tariffa allegata al DPR 26 ottobre 1972, n. 642.
In proposito, l’istante evidenzia di procedere già alla riscossione con
Direzione Centrale Normativa
modalità virtuale, in virtù di apposite autorizzazioni, dell’imposta di bollo dovuta
su altre tipologie di atti trattate dai propri uffici.
L’ente interpellante chiede, quindi, di conoscere se le proprie
autorizzazioni all’assolvimento dell’imposta di bollo con modalità virtuale di cui
all’articolo 15 del citata DPR n. 642 del 1972, possano essere utilizzate anche per
l’imposta di bollo dovuta per gli atti e provvedimenti dei procedimenti arbitrali
che riceve dai soggetti interessati per via telematica.
Soluzione interpretativa prospettata dal contribuente
La camera di commercio interpellante ritiene che sia legittimata ad
utilizzare la propria autorizzazione al pagamento dell’imposta di bollo in modo
virtuale di cui all’articolo 15 del DPR n. 642 del 1972 anche per gli atti e
provvedimenti dei procedimenti arbitrali che vengono trasmessi dai soggetti
interessati con modalità telematiche, in applicazione delle norme del codice
dell’Amministrazione digitale di cui al D.lgs. 7 marzo 2005, n. 82.
Parere dell’Agenzia delle Entrate
La legge 29 dicembre 1993, n. 580 ( recante il Riordino delle camere di
commercio, artigianato e agricoltura), all’articolo 2, comma 2, stabilisce che “Le
camere di commercio, singolarmente o in forma associata, svolgono in
particolare le funzioni e i compiti relativi a:
(…)
g) costituzione di commissioni arbitrali e conciliative per la risoluzione
delle controversie tra imprese e tra imprese e consumatori e utenti;…”.
Relativamente al trattamento tributario, ai fini dell’imposta di bollo, degli
atti e procedimenti arbitrali oggetto del quesito, si osserva che ai sensi
dell’articolo 20, comma 1, della tariffa allegata al DPR 26 ottobre 1972, n. 642, è
dovuta l’imposta di bollo, fin dall’origine, nella misura di euro 16,00, per ogni
foglio, per gli “Atti e provvedimenti dei procedimenti giurisdizionali civili e
amministrativi; atti e provvedimenti dei procedimenti arbitrali …”.
In considerazione della riportata previsione normativa, si conferma,
dunque, il parere espresso dal contribuente, secondo cui gli atti e provvedimenti
dei procedimenti arbitrali scontano l’imposta di bollo, fina dall’origine, nella
misura di euro 16,00 per ogni foglio.
Per quanto attiene all’assolvimento dell’imposta di bollo, si rammenta che
l’articolo 3 del citato DPR n. 642 del 1972, come modificato dall’articolo 1 della
legge 27 dicembre 2006 n. 296, stabilisce che “L’imposta di bollo si corrisponde
secondo le indicazioni della Tariffa allegata:
a) mediante pagamento dell’imposta ad intermediario convenzionato con
l’Agenzia delle Entrate, il quale rilascia, con modalità telematiche,
apposito contrassegno;
b) in modo virtuale, mediante pagamento dell’imposta all’ufficio
dell’Agenzia dell’entrate o ad altri uffici autorizzati o mediante
versamento in conto corrente postale.
La disciplina del pagamento dell’imposta in modo virtuale è recata
dall’articolo 15 del DPR n. 642 del 1972, secondo cui “Per determinate
categorie di atti e documenti, (…) l’intendente di finanza può, su richiesta degli
interessati, consentire che il pagamento dell’imposta anziché in modo ordinario
o straordinario avvenga in modo virtuale (…). Ai fini dell’autorizzazione (…)
l’interessato deve presentare apposita domanda corredata da una dichiarazione
(…) contenente l’indicazione del numero presuntivo degli atti e documenti che
potranno essere emessi e ricevuti durante l’anno”.
Fatta tale premessa, considerato che l’imposta di bollo sugli atti e
provvedimenti è dovuta fin dall’origine, si ritiene che l’obbligazione tributaria
debba essere assolta dal soggetto che forma i predetti documenti e, quindi, li
consegna o spedisce.

Al fine di individuare in maniera definita i soggetti che procedono alla
formazione dei documenti in argomento, la scrivente ha ritenuto opportuno
formulare apposita istanza di documentazione integrativa all’ente istante.
In esito a tale richiesta, la camera di commercio di XXX, ha chiarito che
l’attività svolta dalla camera di commercio nell’ambito delle procedure arbitrali,
si risolve in un’attività di mera ricezione documentale e di svolgimento di
servizio di segreteria.
A titolo esemplificativo, la camera di commercio riceve la domanda di
arbitrato e provvede al suo invio alla controparte invitata, cura i successivi
scambi di memorie prodotte dalle parti secondo le indicazioni dell’organo
arbitrale, offre assistenza per la gestione delle udienze, si occupa dell’invio alle
parti del lodo finale emesso dall’organo arbitrale.
La camera di commercio, dunque, non procede alla formazione dei
documenti in argomento in quanto gli stessi sono formati dai soggetti che
partecipano alla procedura arbitrale mentre la camera di commercio svolge in
relazione a detta procedura un’attività assimilabile a quella di segreteria.
Da quanto sopra esposto, si ritiene che l’assolvimento dell’imposta di
bollo dovuta sugli atti e documenti del procedimento arbitrale, oggetto del
presente interpello, gravi sulle parti (imprese e/o privati) che procedono alla
formazione di detti documenti e li presentano in via telematica alla camera di
commercio; pertanto, per i documenti in argomento l’imposta di bollo non potrà
essere assolta dalla camera di commercio utilizzando l’autorizzazione al
pagamento in modo virtuale della quale risulta già in possesso.
L’imposta di bollo dovrà, invece, essere assolta dai contribuenti mediante
contrassegno, procedendo al versamento ad un intermediario convenzionato
ovvero con la modalità virtuale, ai sensi del predetto articolo 3 del DPR n. 642
del 1972.
Il contribuente che intende assolvere l’imposta di bollo mediante
contrassegno, potrà comprovare l’assolvimento dell’imposta indicando nel
documento inviato il codice numerico composto da 14 cifre rilevabili dal
contrassegno telematico rilasciato dall’intermediario.
In tal caso, sarà cura dell’utente conservare il contrassegno utilizzato entro
il termine di decadenza triennale previsto per l’accertamento da parte
dell’Amministrazione finanziaria ( articolo 37 del DPR n 642 del 1972).


Fonte: Agenzia Entrate

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INPS: calano i collaboratori, soprattutto giovani.

L’INPS, con comunicato 6 ottobre 2016, rende noto che è disponibile nel portale dell’Istituto l’aggiornamento dell’Osservatorio statistico sui lavoratori parasubordinati con i dati provvisori dell’anno 2015. L’Osservatorio si compone di due sezioni: contribuenti professionisti, contribuenti collaboratori.
I dati rilevati nel 2015 confermano la tendenza alla diminuzione del numero degli iscritti alla Gestione separata registrata negli ultimi anni. Coloro che hanno versato almeno un contributo nel corso dell’anno sono stati infatti 1.428.283, il 6,2% in meno del 2104 (quando erano 1.523.490). Il calo si registra in particolare fra i collaboratori, in diminuzione del 7,9%. I professionisti, invece, sono in lieve aumento (0,1%) confermando la tendenza degli ultimi anni. Questo risultato è ottenuto in particolare per merito delle donne, aumentate del 2,1% (gli uomini sono diminuiti dell’1,2%).
Anche la media annua del numero dei contribuenti fa registrare un calo del 7,2% (834.218 nel 2105, contro 898.696 nel 2014). La diminuzione rilevata riguarda soprattutto i collaboratori più giovani, al di sotto dei 29 anni (-16,9%), mentre fra i professionisti è proprio questa fascia di età che fa registrare il maggior aumento (+0,5%).
Il calo dei collaboratori si manifesta in tutte le aree geografiche, maggiore al centro (-9,6%), minore al sud (-6,6%), mentre l’aumento dei professionisti si registra solo al nord (+1,1%). Centro e mezzogiorno segnano infatti una diminuzione (rispettivamente -0,7% e -1,7%).

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