martedì 29 dicembre 2015

Enti non profit - Erogazioni liberali e benefici fiscali.

Le festività natalizie e di fine anno rappresentano una ottima occasione per sensibilizzare il pubblico ad effettuare donazioni nei confronti di enti no profit meritevoli di un contributo al finanziamento delle attività istituzionali.

Per erogazione liberale si intende la donazione di una somma di denaro (erogazione in denaro) o di beni (erogazione in natura), per cui si tratta di una cessione a titolo gratuito a cui non corrisponde alcuna controprestazione o vantaggio economico.

Le erogazioni liberali agli enti non profit beneficiano comunque di agevolazioni fiscali che, a seconda della natura dei soggetti interessati (eroganti e beneficiari), entro determinati limiti e nel rispetto di adempimenti formali, possono assumere la natura di detrazione di imposta o di onere deducibile dal reddito imponibile (dichiarato ai fini IRPEF o IRES).

In generale, la detrazione di imposta riduce l’imposta lorda dovuta dal contribuente di una percentuale applicata all'importo dell'erogazione, mentre l'onere deducibile riduce il reddito imponibile dell'ammontare pari a quello dell'erogazione.

Di conseguenza, in caso di onere deducibile dal reddito imponibile, il beneficio fiscale in capo al donante sarà pari all’aliquota marginale IRPEF raggiunta o all'aliquota IRES in vigore, mentre in caso di detrazione d’imposta il risparmio fiscale conseguibile sarà una detrazione dall’imposta lorda dovuta (entro i limiti dell'ammontare di quest'ultima), indipendentemente dalle aliquote che hanno determinato tale imposta.

Consideriamo l'ipotesi più frequente delle erogazioni in denaro o in natura effettuate da privati (persone fisiche non imprenditori) o da imprese (imprese individuali e società).

Con riferimento alle persone fisiche, non imprenditori, sull'ammontare complessivo delle erogazioni effettuate nei confronti di enti non profit per ciascun periodo di imposta, viene riconosciuta una detrazione di imposta (IRPEF) pari al 19% o al 26%, calcolata secondo le regole di cui agli artt. 15, co. 1, lett. h), h-bis), i), i-bis), i-ter), i-quater), i-octies) e 15, co. 1.1 del d.p.r. n. 917/1986 (T.U.I.R.).

Condizione essenziale al fine di usufruire della detrazione è che il versamento sia effettuato con modalità tracciabili (bonifico, assegno non trasferibile, bancomat o carta di credito) e che quindi sia possibile identificare in maniera inequivocabile il soggetto erogante, il soggetto beneficiario e la causale del versamento.

In alternativa alla detrazione di imposta e a seconda della natura del soggetto beneficiario, i privati possono dedurre (in modo totale o parziale), dal reddito complessivo dichiarato ai fini IRPEF, l'ammontare delle erogazioni liberali effettuate, ai sensi dell'art. 14, co. 1, l. n. 80 del 2005 o ai sensi dell'art. 10, lett. g), i), l-quater) d.p.r. 917/1986 (T.U.I.R.).

Le regole previste dalla l. 80/2005 e dal T.U.I.R. non sono tra loro cumulabili, come chiarito dalla Circolare Agenzia delle Entrate n. 39 del 19.08.2005; in sostanza, il contribuente deve scegliere, e ciò lo vincola per l'intero anno di riferimento, di quale delle due norme agevolative avvalersi.

Analogamente alle detrazioni di imposta, per usufruire del beneficio della deduzione dal reddito occorre che siano rispettate le modalità previste in ordine alla effettuazione e alla certificazione del versamento.

Le erogazioni effettuate dalle imprese (siano queste esercitate in forma individuale o collettiva), a differenza di quelle effettuate dai contribuenti persone fisiche (non imprenditori), non costituiscono mai un onere detraibile bensì un onere deducibile.

La deducibilità fiscale può essere totale o parziale in funzione della natura del soggetto destinatario delle liberalità e delle attività da questo svolte.

Le regole che disciplinano la deducibilità sono quelle di cui all'art. 14, co. 1, l. n. 80 del 2005 o all'art. 100, co. 2, lett. a), b), g), f), h), l), m), n), o), o-bis), d.p.r. 917/1986 (T.U.I.R.), anche queste non cumulabili tra loro.

Con riferimento alle imprese, ai sensi dell'art. 13, co. 2 e co. 3, d.lgs. 460/1997, non costituiscono ricavi e pertanto non sono assoggettati a tassazione (se sono rispettati determinati adempimenti espressamente indicati dalla norma):

- le cessioni, a titolo gratuito e a favore di ONLUS, di derrate alimentari e di prodotti farmaceutici esclusi dal circuito commerciale;

- le cessioni, sempre a titolo gratuito e a favore di ONLUS, di beni diversi dalle derrate alimentari e dai prodotti farmaceutici fino ad un ammontare di € 1.032,91, a condizione che si tratti di beni cui è diretta l'attività dell'impresa.

Ancora, sempre con riferimento alle imprese, ai sensi dell'art. 100, co. 2, lett. i), d.p.r. 917/1986 (TUIR):

- è possibile portare in deduzione dal reddito d’impresa fino al 5‰ delle spese sostenute per prestazione di lavoro dipendente con riferimento al costo del personale per servizi resi a favore delle ONLUS, limitatamente ai costi del personale assunto con contratto a tempo indeterminato.

Le norme vigenti prevedono, come ulteriori presupposti per la deducibilità delle erogazioni liberali, a carico del soggetto beneficiario delle erogazioni (il cui inadempimento si riflette, però, a carico del soggetto che eroga le liberalità):

- la tenuta di scritture contabili, complete e analitiche, rappresentative dei fatti di gestione;

- la redazione di un apposito documento rappresentativo della situazione patrimoniale, economica e finanziaria entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio.

Nel caso in cui tali condizioni non siano soddisfatte, il donante perde il beneficio della deduzione fiscale ed è passibile di sanzione amministrativa.

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Inesistenza soggettiva di operazioni: fatture inutilizzabili in dichiarazione.

La Cassazione ha ribadito – conformandosi alla recente pronuncia n. 42994 del 26 ottobre 2015 – che, stante l’indetraibilità dell’Iva, l’utilizzazione nella dichiarazione fiscale di fatture per operazioni solo soggettivamente inesistenti integra la fattispecie di reato (cioè la dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’articolo 2 Dlgs n. 74/2000) contestata in via cautelare e legittima, a condizioni esatte, il sequestro, anche per equivalente, finalizzato alla confisca del prezzo, del prodotto o del profitto del reato. La Corte ha infatti precisato che l’inesistenza soggettiva delle operazioni è condotta che può rientrare tra quelle considerate dalla norma incriminatrice, sul rilievo che la falsità ben può essere riferita anche all’indicazione dei soggetti con cui è intercorsa l’operazione, intendendosi per “soggetti diversi da quelli effettivi” – ai sensi dell’articolo 1, lettera a), del Dlgs n. 74/2000 – coloro che, pur avendo apparentemente emesso il documento, non hanno effettuato la prestazione, sono irreali, come nel caso di nomi di fantasia, o non hanno avuto alcun rapporto con il contribuente finale (ex multis, sezione 3, n. 27392/2012).

Sentenza n. 46857 del 26 novembre 2015 (udienza 6 ottobre 2015)
Cassazione penale, sezione III - Pres. Franco Amedeo - Est. Di Nicola Vito
Reati tributari – Dichiarazione fraudolenta mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti di cui all’articolo 2 del Dlgs 74/2000 – Fatture per operazioni soggettivamente inesistenti – Sequestro per equivalente


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Finanziamento soci: la ritenuta sugli interessi.

Una Sas deve pagare interessi attivi maturati a favore dei propri soci per un finanziamento fruttifero effettuato a favore della società stessa. Quale ritenuta deve essere operata? A titolo di imposta o di acconto?

I proventi che un socio ritrae dai finanziamenti concessi a una società costituiscono redditi da capitale, in quanto sono inquadrabili nell’ambito di un contratto di mutuo ai sensi dell'articolo 1813 del codice civile (articolo 44 del Tuir). Sugli interessi esigibili dal 1° luglio 2014 si applica una ritenuta a titolo di acconto del 26%, anche se la maturazione è avvenuta in precedenza (Dl 66/2014). L’importo va dichiarato nel rigo RL2 del modello Unico PF ed è assoggettato alla tassazione progressiva, con scomputo della ritenuta subìta.



Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 22 dicembre 2015

Indennità di “missione” del medico, il via da casa fa scattare l’Irpef.

I rimborsi spese di accesso, corrisposti ai medici specialisti ambulatoriali, per svolgere l’incarico presso ambulatori ubicati in un comune diverso da quello di residenza, non sono assimilabili a quelli erogati dai datori di lavoro ai dipendenti in trasferta.
Quindi, afferma la risoluzione n. 106/E del 21 dicembre 2015, sono da assoggettare a tassazione.
Con tale documento, l’Agenzia delle Entrate è tornata a occuparsi della trasferta del lavoratore, ribadendo che, con tale istituto, è disciplinato, in ambito fiscale, lo spostamento del dipendente dalla propria sede di lavoro al luogo di missione/trasferta, cui è tenuto a recarsi su incarico e per esclusivo interesse del datore di lavoro. Pertanto, solo per tali ipotesi è possibile applicare il regime fiscale di favore previsto dall’articolo 51, comma 5, del Tuir, in ragione del quale non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente i rimborsi delle spese di viaggio e di trasporto corrisposti dal datore di lavoro al proprio dipendente, per ristorarlo dei costi sostenuti per recarsi al luogo di missione, ubicato al di fuori del territorio comunale in cui si trova la sede di lavoro.
Conseguentemente, non è da considerarsi trasferta lo spostamento del dipendente dalla propria residenza alla sede di lavoro che avviene al di fuori dell’orario lavorativo e, comunque, a partire da un luogo, qual è l’abitazione, scelto dal dipendente.

A ulteriore conforto di tale assunto, l’Agenzia ricorda che, per il tragitto casa-lavoro, il legislatore ha previsto, con la lettera d) del comma 2 del citato articolo 51, la non imponibilità delle prestazioni di servizi di trasporto collettivo, organizzate dal datore di lavoro e rivolto alla generalità o a categorie di dipendenti (ad esempio, servizio di navetta aziendale).
Pertanto, laddove il dipendente dovesse considerarsi in trasferta anche in riferimento a tale ultimo spostamento, la lettera d) citata sarebbe inutiliter data.
In ragione di tali considerazioni, sono da considerare imponibili i “rimborsi spese di accesso”, corrisposti ai medici specialisti ambulatoriali allorquando svolgano i loro compiti in un comune diverso da quello in cui risiedono. Per tali ipotesi, infatti, l’articolo 46 dell’Accordo collettivo nazionale del 29 luglio 2009 prevede, tra l’altro, che “1. Per incarichi svolti in Comune diverso da quello di residenza, purché entrambi siano compresi nello stesso àmbito zonale, viene corrisposto, per ogni accesso, un rimborso spese nella misura di L. 533 per chilometro a decorrere dal 1° gennaio 2000… 3. Il rimborso non compete nell’ipotesi che lo specialista abbia un recapito professionale nel Comune sede del presidio presso il quale svolge l'incarico …”.

L’occasione che ha portato l’Agenzia delle Entrate a confermare il proprio orientamento interpretativo, peraltro già espresso con la risoluzione 171/2000, è stata l’ordinanza della Corte di cassazione 6793/2015, che ha attribuito natura risarcitoria, con conseguente non imponibilità, ai rimborsi spese erogati ai medici ambulatoriali de quo per compensare il disagio economico sopportato per lo svolgimento della propria attività lavorativa in un comune diverso da quello di residenza.
Invero, la Cassazione, con la citata ordinanza, ha nuovamente messo in discussione uno dei principi cardine del reddito di lavoro dipendente, qual è il principio di onnicomprensività, che governa la determinazione di tale tipologia reddituale.
In applicazione di tale principio, infatti, tutte le somme e i valori che sono percepiti in ragione dello status di lavoratore dipendente costituiscono reddito imponibile per il percipiente. Ciò comporta che sono da ricondurre nell’alveo dei redditi di lavoro dipendente anche quegli emolumenti, in denaro o in natura, provenienti da un terzo soggetto estraneo al rapporto di lavoro, nonché quelli erogati sotto forma di erogazioni liberali.
La ratio sottesa al principio è da ricercarsi nella circostanza che tali “utilità” non avrebbero ragion d’essere, cioè non sarebbero state percepite se il soggetto non fosse lavoratore dipendente ovvero non fosse parte del rapporto di lavoro che ha dato input all’erogazione.

L’Amministrazione finanziaria, con diversi documenti di prassi, ha più volte ribadito che, in generale, in tale ambito di imponibilità sono da ricomprendere anche le somme corrisposte dal datore di lavoro ai dipendenti a titolo di rimborso spese, salve le ipotesi previste in caso di trasferta/missione o trasferimento oppure quelle in cui il dipendente abbia sostenuto le spese in nome e per conto del datore di lavoro (ad esempio, per snellezza operativa, come l’acquisto di beni strumentali di piccolo valore, quali la carta della fotocopia o della stampante, le pile della calcolatrice, eccetera - circolare 326/1997) ovvero per esclusivo interesse del datore di lavoro (ad esempio, telelavoro - risoluzione 357/2007).
Le ragioni di tale orientamento interpretativo risiedono nella presenza, nel nostro ordinamento tributario, di una apposita detrazione d’imposta riconosciuta ai lavoratori dipendenti dall’articolo 13 del Tuir. Tale “sconto” sull’Irpef dovuta è volto, appunto, a ristorare il lavoratore di quelle spese che è tenuto a sostenere per svolgere la prestazione lavorativa (ad esempio, le spese per raggiungere il posto di lavoro nell’ipotesi in cui il datore di lavoro non fornisca un servizio di trasporto collettivo oppure le spese per un abbigliamento decoroso).

Con l’ordinanza in esame, invece, la Cassazione, discostandosi dalla consolidata linea interpretativa dell’Amministrazione finanziaria, hanno dichiarato la non imponibilità del “rimborso spese per accesso” riconosciuto dall’articolo 46 dell’Acn ai medici specialisti ambulatoriali convenzionati quando svolgono l’incarico in un Comune diverso da quello di residenza.
Le ragioni che hanno portato i giudici supremi a disconoscere il carattere reddituale di tali rimborsi spese sono da ricercarsi nella circostanza che, a loro avviso, “… non ogni somma corrisposta in dipendenza del rapporto di lavoro deve considerarsi di natura retributiva, e perciò assoggettabile, ai sensi tanto dell’art.48 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, che dell'art. 48 del vigente t.u.i.r. del 1986, a ritenuta IRPEF, salve le eccezioni dagli stessi articoli previste. Assumono infatti funzione risarcitoria, e non retribuiva, le somme corrisposte al dipendente in relazione all’attribuzione di incarichi che comportino spese superiori a quelle rientranti nella normalità della prestazione lavorativa, e quindi tali da rendere l’incarico in questione depauperativo rispetto alla posizione dei dipendenti che percepiscano pari retribuzione in relazione ad incombenze diverse, non potendosi ravvisare alcuna ragione ostativa all'applicazione del principio nella modalità del rimborso - di tipo forfettario anziché a pie’ di lista -, quando le prestazioni fuori sede siano state dal dipendente effettivamente rese..”.

Come detto, non è la prima volta che la giurisprudenza mette in discussione il principio di onnicomprensività. Si pensi alle considerazioni poste a base della non imponibilità del “premio salvezza” erogato ai giocatori di una squadra di calcio, nell’ipotesi in cui tale elargizione risponda a puro spirito di liberalità e non all’assolvimento di un obbligo contrattuale (Cassazione, 4722/2008); oppure quando ha attribuito, come nel caso in esame, funzione risarcitoria al rimborso spese corrisposto agli ispettori del ministero del Lavoro in occasione di ispezioni presso cooperative (sentenze 5081/1999, 9107/2002 e 21517/2006).

Invero, la non perfetta armonizzazione tra l’orientamento giurisprudenziale e la prassi amministrativa fiscale, a parere di chi scrive, è riscontrabile anche quando i giudici di piazza Cavour hanno stabilito (sentenze 239/2006, 18584/2008 e 1464/2012) che la restituzione delle somme al soggetto erogatore debba avvenire, da parte del lavoratore, al netto delle ritenute Irpef subìte, svuotando, di tal guisa, la portata dell’articolo 10, comma 1, lettera d-bis), del Tuir, che ricomprende tra gli oneri deducibili “le somme restituite al soggetto erogatore se assoggettate a tassazione in anni precedenti…”.
In relazione a tale ultima ipotesi, infatti, l’Amministrazione finanziaria, in più occasioni (circolare 326/1997, risoluzioni 110/2005 e 71/2008), ha avuto modo di precisare che la presenza di un tale onere è volta a risolvere il problema del rimborso delle imposte pagate su somme percepite e assoggettate a tassazione secondo il criterio di cassa e poi restituite al soggetto erogatore. Una restituzione al netto delle imposte, come sostenuto dai giudici di legittimità, svuoterebbe di significato la previsione legislativa da ultimo citata che, modificata dalla legge di stabilità per il 2014, attende l’emissione di un apposito decreto di attuazione, in corso di emanazione.

Invero, in ambito fiscale, le norme e i principi che disciplinano la determinazione del reddito imponibile, il più delle volte, risponde a logiche poco comprensibili al cittadino comune, che giustamente può chiedersi perché un reddito deve essere tassato anche se non è stato percepito (principio di competenza) oppure perché nell’importo del compenso debba essere incluso il rimborso spese (determinazione del reddito di lavoro autonomo) o perché il rimborso spese, anche se documentato, debba essere tassato (ad esempio, il rimborso del biglietto dell’autobus utilizzato per recarsi dalla propria residenza al luogo di lavoro).
La risposta a queste domande è da ricercarsi nell’ambito in cui opera il legislatore fiscale e, soprattutto, nella finalità da questi perseguita che, com’è intuibile, è quella di garantire gettito all’erario, anche sotto forma di anticipazione del quantum debeatur.

Ciò considerato, un consolidamento della giurisprudenza della Corte suprema in relazione alla natura del rimborso spese riconosciuto ai medici in esame non farebbe che amplificare la disparità di trattamento che, a parere di chi scrive, è presente nell’articolo 46 dell’Acn in esame.
Con tale disposizione, infatti, il legislatore civile parte dall’assunto che il medico specialista, che risieda in un comune diverso da quello in cui è ubicato il presidio di competenza, sopporti necessariamente un disagio maggiore, in termini di distanza da percorrere e, conseguentemente, di maggiori spese da sostenere, rispetto a un suo collega che invece risiede nel medesimo comune del presidio ove è tenuto a svolgere l’attività lavorativa. Se nei piccoli comuni questo ragionamento di principio può condividersi, non altrettanto è pacifico nei comuni più grandi o nelle città metropolitane, dove la distanza percorsa per il tragitto casa-lavoro non sempre è maggiore se il luogo di residenza è fuori comune.
In ragione di tali ultime considerazioni, quindi, a parità di tragitto percorso, i medici “non residenti”, oltre a ricevere una maggiore retribuzione, godranno anche di un regime fiscale più favorevole, considerato che, per raggiungere il luogo di lavoro dalla propria residenza, ai medici “residenti” sono escluse da imposizione le sole “prestazioni di servizi di trasporto collettivo” organizzate dal datore di lavoro per la generalità o categorie di dipendenti e non anche i rimborsi chilometrici.


Fonte: Agenzia Entrate

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Imposta di registro applicabile anche ai debiti ceduti con l’azienda.

Nel caso di cessione di ramo di azienda, o più in generale nel caso di compravendita, qualora si sia convenuto che parte del pagamento del prezzo avvenga mediante accollo, da parte dell’acquirente, dei debiti dell’alienante, tale accollo costituisce modalità di adempimento dell’obbligazione dell’acquirente di pagare il prezzo della compravendita e, quindi, concorre a formare, ai sensi degli articoli 21, 43 e 52 Dpr 131/1986, la base imponibile soggetta all’imposta di registro sull’atto di cessione.

Ordinanza n. 24081 del 25 novembre 2015 (udienza 8 luglio 2015)
Cassazione civile, sezione VI - 5 - Pres. Cicala Mario - Est. Cosentini Antonello
Imposta di registro – Cessione di azienda – Accollo debiti dell’alienante da parte dell’acquirente – Base imponibile della cessione


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Detrazione per acquisto box: il bonifico.

Nel caso di acquisto box, per beneficiare della detrazione Irpef del 50%, il pagamento va fatto con bonifico ordinario o con il bonifico previsto in materia di ristrutturazione?

La detrazione al 50% per l’acquisto di un box pertinenziale di nuova costruzione, sino all’importo di 96mila euro, opera sui costi attestati dal costruttore e non sul prezzo del box. Tra i requisiti indispensabili per beneficiarne, è previsto il pagamento tramite apposito bonifico bancario che riporti la causale del versamento, il codice fiscale del beneficiario della detrazione, il codice fiscale o la partita Iva del costruttore.



Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 21 dicembre 2015

Trattamento delle perdite in regime di Patent Box.

Con la Circolare n. 36 del 1° dicembre 2015 l’Agenzia delle Entrate illustra alcuni chiarimenti in merito alle modalità applicative del “Patent box”.
I chiarimenti più significativi contenuti nella circolare riguardano il trattamento delle perdite derivanti dall’applicazione dell’agevolazione.
Ricordiamo che il cosiddetto “Patent Box” prevede un regime opzionale di tassazione agevolata, per i redditi derivanti dall’utilizzo e/o dalla cessione  di  “opere dell’ingegno, da brevetti industriali, da marchi d’impresa funzionalmente equivalenti ai brevetti, nonché da processi, formule e informazioni relativi ad esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili”.
L’opzione per il regime di tassazione agevolata dei redditi derivanti dall’utilizzo o dalla concessione in uso dei  suddetti “intagibles”, consiste nell’ esclusione dall’imposizione dei relativi  redditi nella misura:
– del 30% nel 2015;
– del 40% nel 2016;
– del 50% a partire dal 2017.
Il regime di tassazione agevolata prevede altresì l’esclusione dalla formazione del reddito, delle plusvalenze derivanti dalla cessione  dei beni  immateriali indicati, a condizione che, entro la fine del secondo periodo di imposta successivo alla cessione, almeno il 90% del corrispettivo sia reinvestito nella  manutenzione e sviluppo di “altri” beni immateriali agevolabili.

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Legge Stabilità 2016: niente sanzioni per ritardi di invio dei dati per la precompilata.

Stop alle sanzioni per ritardi ed errori “lievi” nella trasmissione dati relativi agli oneri deducibili e detraibili per la precompilata, questa l’importante novità contenuta negli emendamenti al disegno di legge di Stabilità presentati dal Governo.
Al riguardo, l’emendamento governativo prevede espressamente che le nuove disposizioni si applichino a partire dall’anno d’imposta 2015.
Tali modifiche prevedono che “non si applicano le sanzioni” in caso di lieve ritardo o di errata trasmissione dei dati relativi al 2014 ovvero relativi al primo anno di applicazione della normativa, a condizione che l’errore non abbia determinato una indebita fruizione di detrazioni o deduzioni nella dichiarazione precompilata.
Si tratta, in particolare, delle sanzioni a carico dei soggetti obbligati con riferimento alle prestazioni sanitarie; quelle a carico degli altri soggetti obbligati, ovvero banche, fondi pensioni, imprese assicuratrici e enti previdenziali (art. 78, comma 26 della legge n. 413 del 1991); quelle a carico dei sostituti di imposta (art. 4, comma 6-quinquies, del D.P.R. n. 322 del 1998).
Ai fini della  precompilazione dei modelli 730, si ricorda infatti che il Dlgs. 175/2014 ha previsto l’obbligo per i sostituti d’imposta di trasmettere in via telematica all’Agenzia delle Entrate le certificazioni dei redditi corrisposti e delle ritenute operate, entro il 7 marzo dell’anno successivo a quello di riferimento, a partire dalle certificazioni relative al 2014.
Mentre, al fine di acquisire i dati relativi agli oneri deducibili e detraibili da inserire nella precompilata, sono stati inoltre disciplinati appositi obblighi di comunicazione telematica per quanto riguarda i seguenti oneri corrisposti nell’anno precedente:
– quote di interessi passivi e relativi oneri accessori per mutui in corso;
– premi di assicurazione sulla vita, causa morte e contro gli infortuni;
– contributi previdenziali ed assistenziali;
– spese sanitarie.

In caso di omessa, tardiva o errata trasmissione delle certificazioni uniche o dei dati relativi agli oneri deducibili o detraibili, per effetto delle modifiche apportate dal DLgs.158/2015, si applica una sanzione di 100 euro per ogni comunicazione:
– senza possibilità, in caso di violazioni plurime, di applicare il “cumulo giuridico” ex  12 del DLgs. 472/97;
– con un massimo però di 50.000 euro.
Se la comunicazione è correttamente trasmessa entro 60 giorni dalla scadenza, la sanzione è ridotta a un terzo, con un massimo di 20.000 euro.
Nei casi di errata comunicazione dei dati, la sanzione non si applica se la trasmissione dei dati corretti è effettuata:
– entro i 5 giorni successivi alla scadenza;
– ovvero, in caso di segnalazione da parte dell’Agenzia delle Entrate, entro i 5 giorni successivi alla segnalazione stessa.


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venerdì 11 dicembre 2015

Fabbricato rurale da ristrutturare.

La Corte di cassazione, con sentenza n. 23555/2015, sostiene che “I contributi ottenuti per le opere di ristrutturazione del fabbricato rurale già esistente devono essere considerati, ai fini fiscali, come contributi “in conto capitale”, integranti “sopravvenienza attiva”, tassabile pro quota nell’esercizio in cui gli stessi sono incassati e nei successivi, non oltre il quarto”.

Evoluzione processuale della vicenda
La vicenda trae origine da un avviso di accertamento - notificato alla società ricorrente - emesso per maggiori Irpef e Irap dovute nell’anno d’imposta 2000, a seguito del recupero a tassazione di sopravvenienze attive.
La società aveva ricevuto contributi dall’Ispettorato provinciale dell’agricoltura per la realizzazione di un’azienda turistica.
Contro l’avviso di accertamento la contribuente ricorreva in giudizio dinanzi alla Commissione tributaria provinciale, che accoglieva il ricorso, annullando l’atto impositivo.

L’Agenzia delle Entrate presentava ricorso, ottenendo una sentenza favorevole.
In particolare, la Ctr, nell’accogliere il gravame dell’ufficio, aveva sostenuto che, contrariamente a quanto ritenuto dai giudici di primo grado, “le spese di ristrutturazione di un immobile - già esistente -, da adibire ad azienda agricola, ed oggetto di contributi ottenuti quali spese per la costruzione ex novo di un fabbricato”, tenuto conto della modifica operata dalla legge 449/1997, articolo 21, comma 4, lettera b), a partire dal 1/01/1998, all’articolo 55, comma 3, lettera b), del Tuir, non possono considerarsi contributi "in conto impianti", dovendo questi essere erogati esclusivamente per l’acquisto di beni ammortizzabili, e devono pertanto ricomprendersi tra quelli "in conto capitale", con conseguente sopravvenienza attiva dell’impresa, tassabile pro quota”.
I giudici avevano respinto l’appello incidentale della contribuente in ordine alla presunta violazione dell’articolo 7 dello Statuto del contribuente, in quanto il processo verbale di contestazione richiamato nell’atto impositivo, ma non allegato, era comunque conosciuto dalla contribuente, essendole stato in precedenza notificato.

La società propone ricorso per cassazione, impugnando la sentenza di appello con la quale erano state accolte le doglianze dell’Amministrazione finanziaria.

Pronuncia della Cassazione
La ricorrente lamenta, con unico motivo, la violazione e falsa applicazione, ex articolo 360 cpc, n. 3, dell’articolo 55, comma 3, lettera b), del Dpr 917/1986, come modificato dall’articolo 21, comma 4, legge 449/1997, non avendo i giudici della Ctr ritenuto che “i finanziamenti ottenuti per la ristrutturazione di un fabbricato rurale e per l’acquisto di attrezzature ed arredi debbono essere considerati fiscalmente contributi "in conto impianti", in quanto strettamente correlati all’onere di effettuare uno specifico investimento in beni ammortizzabili”.
La Suprema corte ritiene la censura infondata.

Nel testo dell’articolo 55, comma 3, lettera b), si è specificato che i proventi in denaro conseguiti a titolo di contributi rappresentano sopravvenienze attive, con esclusione di quelli finalizzati all’acquisto di beni ammortizzabili (vale a dire, i contributi in conto impianti), indipendentemente dal tipo di finanziamento adottato.

La Cassazione definisce i contributi in conto impianti quali contributi finalizzati all’acquisizione di beni materiali o immateriali ammortizzabili ai sensi del Dpr 917/1986, articoli 102 e 103 (ex articoli 67 e 68), qualunque sia la modalità di erogazione degli stessi: attribuzione di somme in denaro, riconoscimenti di crediti di imposta o altro. Diversamente, i contributi in conto capitale sono somme erogate per aumentare i mezzi patrimoniali dei soggetti beneficiari, senza perciò che la loro concessione si correli all’onere dell’effettuazione di uno specifico investimento.

Conformemente a quanto già in precedenza affermato (anche con la sentenza numero 781/2011), i giudici di legittimità evidenziano che “la scienza economica ha individuato la ulteriore categoria dei contributi misti, cioè concessi al fine generico di potenziare l’apparato produttivo, che in genere vengono qualificati quali contributi in conto capitale, in quanto mancherebbe una specifica correlazione con l’acquisto di beni ammortizzabili”.
A parere della Cassazione, di fronte a “contributi concessi in relazione a piani di investimento complessi che comprendono sia spese di acquisizione di beni strumentali ammortizzabili, sia spese di diversa natura, sempreché non ci siano dei criteri oggettivi che consentano la ripartizione del contributo tra le varie voci, l’intero importo del contributo stesso dovrebbe essere assoggettato alla disciplina dei contributi in conto capitale”.

Il collegamento dei contributi ai costi (che rende operativo il criterio di competenza) emerge dalla circostanza che la norma suindicata prevede che il contributo in conto impianti debba essere necessariamente collegato “all’acquisto di beni ammortizzabili”.
Secondo la Cassazione, i contributi che non hanno tale caratteristica (ad esempio, perché relativi all’acquisto di beni non ammortizzabili o per interventi su beni già ammortizzati) sono considerati plusvalenze, tassabili col criterio di cassa, e ciò è conforme alla ratio economica che ne esclude il diretto collegamento con i costi.

Conclusioni
La Corte di cassazione, nel respingere il ricorso, afferma che la Ctr, rilevando che ”le opere di ristrutturazione, cui si riferivano i contributi in contestazione, erano dirette quantomeno a potenziare una struttura già esistente e non anche “all'acquisto ex novo” di beni ammortizzabili, ha correttamente ricompreso i contributi in oggetto tra quelli in conto capitale, integranti “sopravvenienza attiva”, tassabile pro quota nell’esercizio in cui gli stessi sono incassati e nei successivi, non oltre il quarto, con conseguente legittimità dell’accertamento per omessa dichiarazione di sopravvenienze attive”.




Fonte: Agenzia Entrate

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Ristrutturazioni e detrazioni: il collaudo.

Ai fini delle detrazioni fiscali per ristrutturazione edilizia, è necessario che la comunicazione di fine lavori abbia allegato il certificato di collaudo del direttore dei lavori?

Per beneficiare della detrazione d’imposta per interventi di recupero del patrimonio edilizio abitativo, non occorre essere in possesso del certificato di collaudo. Infatti, ai fini del bonus fiscale, è necessario conservare i documenti individuati dal provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 2 novembre 2011: abilitazioni amministrative richieste dalla legislazione edilizia; domanda di accatastamento per gli immobili non ancora censiti; ricevute di pagamento dell’Imu, se dovuta; delibera assembleare di approvazione dell’esecuzione dei lavori e tabella millesimale di ripartizione delle spese, per gli interventi riguardanti parti comuni di edifici residenziali; dichiarazione di consenso del possessore dell’immobile all’esecuzione dei lavori, per gli interventi effettuati dal detentore, se diverso dai familiari conviventi; comunicazione preventiva all'Asl indicante la data di inizio dei lavori, se richiesta; fatture e ricevute fiscali comprovanti le spese sostenute; ricevute dei bonifici di pagamento. Nella documentazione richiesta non è inclusa la dichiarazione di esecuzione dei lavori né, conseguentemente, il certificato di collaudo.



Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 2 dicembre 2015

Imprese che assumono detenuti arriva il codice tributo dedicato.

Le aziende che assumono per un periodo di tempo non inferiore a trenta giorni detenuti o internati, anche quelli ammessi al lavoro esterno ai sensi dell’articolo 21 della legge 354/1975, o quelli in regime di semilibertà, e le imprese che svolgono effettivamente attività formative nei loro confronti, sono destinatarie di un credito d’imposta da utilizzare in compensazione presentando il modello F24 esclusivamente attraverso i servizi telematici Entratel e Fisconline messi a disposizione dall’Agenzia delle Entrate, pena il rifiuto dell’operazione di versamento.
Con la risoluzione n. 102/E del 30 novembre viene istituito il codice tributo “6858”, operativo dal 1° gennaio 2016,  e dalla stessa data viene soppresso il preesistente codice tributo “6741”.

Il nuovo codice nasce dalla attuazione delle disposizioni dettate dal decreto 148/2014 del ministero della Giustizia, di concerto con il ministero dell’Economia e delle Finanze, che disciplina la misura agevolativa prevista dall’articolo 3 della legge 193/2000.
Il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate  del 27 novembre 2015 ha definito i modi e i termini per la fruizione del bonus fiscale e ha stabilito l’istituzione del nuovo codice (vedi articolo “Termini di utilizzo del bonus fiscale per l’impresa che assume detenuti”).
Il codice tributo va riportato sul modello F24 nella sezione “Erario” in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a credito compensati”, o, nel caso in cui il contribuente debba procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna “importi a debito versati”. Nel campo “anno di riferimento” va riportato l’anno per il quale è concesso il credito.

Al via anche una nuova causale “EBC1” destinata alla riscossione dei contributi associativi e assistenziali per il finanziamento dell’ente bilaterale “Ebilcoop”. A istituirla la risoluzione n. 101/E odierna in seguito alla stipula della convenzione del 12 novembre 2015 tra l’Inps e l’Ebilcoop stessa.
Anche questa troverà la sua collocazione nel modello di pagamento  F24, nella sezione “Inps”, nel campo “causale contributo” in corrispondenza, esclusivamente, degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi campi, vanno riportati, inoltre, il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda e il periodo di riferimento.




Fonte: Agenzia Entrate

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Prima casa, i ritardi nei lavori non sono certo “imprevedibili”.

In tema di benefici fiscali cd. “prima casa”, la Cassazione ha ribadito il principio secondo cui la forza maggiore o il caso fortuito, idonei ad impedire la decadenza dell’acquirente che non abbia provveduto a trasferire la residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile entro il termine di diciotto mesi dall’acquisto, deve consistere in un evento inevitabile ed imprevedibile, non ravvisabile, pertanto, né in caso di mancata ultimazione di un appartamento in costruzione, né in caso di protrazione di lavori di straordinaria manutenzione di un immobile già edificato (cfr., Cass. n. 5015/15; Cass. 7067/14).

Sentenza n. 23227 del 13 novembre 2015 (udienza 7 ottobre 2015)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Merone Antonio – Est. Napolitano Lucio – Pm. Cuomo Luigi
Agevolazioni “prima casa” – Mancato trasferimento della residenza nel Comune di ubicazione dell’immobile – Forza maggiore o caso fortuito - Configurabilità

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Prima casa: vendita di una porzione dell'immobile.

Ho venduto, prima del quinquennio, una parte dell'immobile acquistato con l'agevolazione prima casa. Sono decaduto dal beneficio?

Si decade dall’agevolazione prima casa qualora si trasferisca per atto a titolo oneroso o gratuito l’immobile acquistato con i benefici prima del decorso del termine di cinque anni, a meno che non si proceda, entro un anno dall’alienazione, all’acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale (nota II-bis all’articolo 1 della Tariffa, parte prima, allegata al Dpr 131/1986). Qualora venga ceduta, prima del compimento dei cinque anni dall’acquisto, una porzione dell’abitazione acquistata con i benefici prima casa, la decadenza è limitata alla quota parte riferita alla porzione ceduta. Ciò anche se l'immobile che resta di proprietà del venditore sia comunque idoneo a soddisfare le necessità abitative della sua famiglia (risoluzione 31/E del 2006). La perdita del beneficio comporterà, pertanto, il pagamento pro quota delle imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché la sanzione del 30% delle maggiori imposte dovute.



Fonte: Agenzia Entrate

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Conguagli da 730: contribuente deceduto.

Mio padre è deceduto questa estate. Aveva già presentato il modello 730. Non è stato possibile ritrovare copia della dichiarazione. Come dobbiamo regolarci per gli eventuali conguagli, a debito o a credito?

Qualora si verifichi il decesso del contribuente dopo che lo stesso ha presentato il modello 730 cessa l’obbligo del sostituto di imposta di effettuare le operazioni di conguaglio, sia a credito che a debito, delle somme risultanti dalla dichiarazione (articolo 20, comma 2, Dm 164/1999). Se il decesso è avvenuto prima dell’effettuazione e della conclusione dei conguagli a debito, gli eredi riceveranno dal sostituto una comunicazione con l’ammontare delle somme o delle rate non ancora trattenute, che dovranno essere versate da questi ultimi nei termini previsti dall’articolo 65 del Dpr 600/1973. Se, invece, dalla dichiarazione presentata scaturisce un credito, il sostituto comunica agli eredi i relativi importi che possono essere, alternativamente, chiesti a rimborso dagli eredi (con istanza da presentare ai sensi dell’articolo 38 del Dpr 602/1973) oppure utilizzati a scomputo nella successiva dichiarazione dei redditi che gli stessi devono o comunque possono presentare per conto del contribuente deceduto.



Fonte: Agenzia Entrate

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Patent box: modalità di accesso e prime indicazioni per le imprese.

La piena applicazione del patent box presuppone la sottoscrizione di un accordo preventivo tra Agenzia delle Entrate e impresa sui metodi di calcolo per la determinazione del contributo e del reddito agevolabile. Nel provvedimento del 1° dicembre 2015, le modalità di accesso alla procedura; nella circolare 36/E dello stesso giorno, alcuni chiarimenti sugli effetti derivanti dall’esercizio dell’opzione, sul trattamento delle perdite, sulla disciplina delle operazioni straordinarie e sulla procedura di ruling.

In forza di tale regime, introdotto dalla legge 190/2014 (Stabilità 2015), tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, inclusi quelli non residenti con stabile organizzazione nel territorio dello Stato (a condizione che siano residenti in Paesi con i quali è in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione e con i quali lo scambio è effettivo), possono godere della parziale detassazione dei proventi derivanti dallo sfruttamento dei beni immateriali, sul modello di altri Stati europei e in coerenza con standard internazionali condivisi.
Nello specifico, sono agevolabili i redditi derivanti dall’utilizzo di software protetto da copyright, brevetti industriali, marchi di impresa, disegni e modelli giuridicamente tutelabili, informazioni aziendali ed esperienze tecnico industriali, comprese quelle commerciali o scientifiche proteggibili come informazioni segrete giuridicamente tutelabili.

Il patent box non può prescindere, quindi, da un accordo preventivo tra Amministrazione finanziaria e società sulle regole da seguire per la quantificazione del contributo economico e del reddito agevolabile. Nel provvedimento del 1° dicembre, sono state stabilite le modalità di accesso alla procedura che apre la strada al regime di favore opzionale introdotto con lo scopo di incentivare gli investimenti in attività di ricerca e sviluppo.

Prima tappa, l’istanza
Il punto di partenza è l’invio, da parte dell’impresa interessata, dell’istanza di accesso alla procedura, indirizzata all’ufficio Accordi preventivi e controversie internazionali dell’Agenzia delle Entrate, redatta in carta libera, inoltrata a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento oppure consegnata direttamente all’ufficio. La società deve conservare copia della domanda su supporto elettronico.

La richiesta deve contenere:
i dati identificativi dell’impresa (sede legale, codice fiscale e/o partita Iva, eccetera) e l’eventuale domiciliatario nazionale presso il quale si chiede di ricevere le relative comunicazioni
l’indirizzo della stabile organizzazione o dell’eventuale domiciliatario, per le imprese non residenti e le generalità e l’indirizzo del rappresentante per i rapporti tributari in Italia
i termini dell’accordo preventivo che possono riguardare, secondo i casi, le modalità di calcolo del contributo economico, delle perdite, del reddito agevolabile o delle plusvalenze derivanti dall’utilizzo del bene o ai fini della sua produzione
la tipologia del prodotto per il quale si chiede l’agevolazione e l’eventuale vincolo di complementarietà tra più beni
il tipo di attività di ricerca e sviluppo svolta
la firma della persona che rappresenta la società (legale rappresentante o altro soggetto).
Sono di tre tipi gli accordi preventivi previsti e riguardano modalità e criteri di calcolo:
del contributo economico o delle perdite derivanti dall’utilizzo dei beni immateriali per la cui produzione si chiede l’agevolazione
del reddito prodotto dall’impiego dei beni immateriali (in ipotesi diverse da quelle contemplate dal punto precedente) a seguito di operazioni con società che, direttamente o indirettamente, controllano la ditta, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che controlla l’impresa. In questo caso, l’accordo è raggiunto tramite contraddittorio
delle plusvalenze realizzate nell’ambito di operazioni con società che, direttamente o indirettamente, controllano l’azienda, ne sono controllate o sono controllate dalla stessa società che la controlla.
A prescindere dal ruling, l’istanza, oltre alle informazioni sopra elencate, deve essere provvista della documentazione idonea a indicare, analiticamente e nel dettaglio, i beni immateriali dal cui utilizzo (anche nel caso in cui ci siano vincoli di complementarietà tra più beni) deriva la quota di reddito agevolabile, la descrizione particolareggiata della ricerca svolta e il suo collegamento allo sviluppo, mantenimento e accrescimento dei beni, i termini specifici dei metodi di calcolo concordati e il perché di tale scelta.
Altri dati da indicare, se le ipotesi di accordo lo richiedono, le informazioni relative a eventuali controllate e controllanti e i canoni di concessione del bene.
Il provvedimento specifica, inoltre, che i metodi di calcolo sono determinati sulla base degli standard internazionali rilevanti elaborati dall’Ocse, con particolare riferimento alle linee guida in materia di prezzi di trasferimento.
L’istanza può essere integrata con documentazione o altre informazioni entro 120 giorni dalla sua presentazione con raccomandata Ar o direttamente presso l’ufficio.

La domanda carente è rifiutata entro 30 giorni, salvo che non possa essere perfezionata aprendo un’attività istruttoria, ipotesi che prevede la sospensione del termine fino al suo completamento. Questi sono i tempi ordinari, fanno eccezione, però, le istanze presentate fino al 30 giugno 2016, che potranno essere scartate entro 180 giorni.

La domanda è ok, l’ufficio invita al contraddittorio
Terminata l’istruttoria che dà il primo ok alla richiesta, iniziano i contatti tra Agenzia e istante, contatti che possono avvenire in ufficio, ma anche, come si legge nel provvedimento, direttamente presso le sedi di svolgimento dell’attività dell’azienda.
L’Agenzia delle Entrate, in sintesi, può prendere iniziative ad ampio raggio, compresa l’attivazione di strumenti di cooperazione internazionale tra amministrazioni fiscali, in modo da raccogliere tutte le informazioni necessarie per verificare la presenza delle condizioni richieste dal regime. La fase istruttoria si conclude con la firma dell’accordo che definisce i metodi di calcolo sopra descritti.
L’intesa resta in vigore per il periodo di imposta di presentazione dell’istanza e per i quattro successivi.

L’accordo può saltare, cambiare e rinnovarsi
L’impresa deve rendersi disponibile a esibire ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate la documentazione idonea a verificare che i termini dell’intesa siano stati rispettati e che nulla è mutato dalla presentazione dell’istanza di accesso al procedimento di ruling.
Nel caso di rilievi, l’impresa ha trenta 30 giorni di tempo dalla comunicazione di violazione dell’accordo per difendere il proprio operato, altrimenti il rapporto è ritenuto concluso (anche solo parzialmente). Se invece la “risposta” non è del tutto soddisfacente, possono essere stabilite nuove regole.
Al verificarsi di mutamenti rispetto alla situazione originaria, la società stessa può chiedere all’ufficio di revisionare il documento.

L’impresa che vuole rinnovare l’accordo preventivo deve farne richiesta almeno 90 giorni prima della sua scadenza, con istanza da presentare tramite raccomandata Ar o direttamente all’ufficio. L’Agenzia delle Entrate, a sua volta, entro 15 giorni dalla scadenza, sempre attraverso raccomandata con avviso di ricevimento, accetta o rigetta la richiesta, in quest’ultima eventualità, con provvedimento motivato.

Questi, invece, i principali chiarimenti forniti con la circolare.

Modalità ed effetti derivanti dall’esercizio dell’opzione
Il modello con cui esercitare l’opzione per i primi due periodi di imposta, approvato con provvedimento dell’Agenzia dello scorso 10 novembre, è semplificato (contiene prevalentemente informazioni di natura anagrafica), per consentire alle imprese di effettuare la scelta anche se, al momento, non sono ancora in grado di valutare se ricorrono le condizioni previste dalla norma per accedere al beneficio o se ne abbiano convenienza.
Gli elementi utili alla quantificazione del beneficio, per l’anno d’imposta 2015, potranno, pertanto, essere individuati dalle imprese anche successivamente all’esercizio dell’opzione.
Sul punto, il documento di prassi precisa che il contribuente non avrà comunque conseguenze qualora, in un momento successivo, non dovesse poi risultare possibile o conveniente accedere all’agevolazione.

Perdite da patent box
Lo sfruttamento economico dei beni immateriali può comportare, anche solo temporaneamente, che i costi eccedano i ricavi, generando in tal modo una perdita anziché un reddito.
Pertanto, qualora, una volta esercitata l’opzione per l’anno d’imposta 2015, l’impresa in regime di patent box verifichi che lo sfruttamento economico del bene immateriale genera una perdita, gli effetti positivi dell’opzione saranno rinviati agli esercizi in cui lo stesso bene sarà produttivo di reddito.
Tali perdite, generate in vigenza del regime, dovranno essere recuperate, attraverso un meccanismo di recapture, nel momento in cui il bene immateriale comincerà a produrre redditi.

Operazioni straordinarie
In caso di operazioni di fusione, scissione e conferimento di azienda, un soggetto avente causa subentra al dante causa nell’esercizio dell’opzione, sia con riguardo al computo degli anni di durata della medesima sia in relazione all’eredità dei costi rilevanti agli effetti del calcolo del rapporto.
Attraverso tali operazione si può ottenere, in pratica, un nuovo soggetto titolare dei beni immateriali agevolabili, il quale potrebbe concedere gli stessi in uso ad altre società, realizzando uno sfruttamento economico indiretto.
Conseguentemente, diventa facoltativa la procedura di ruling; obbligatoria, invece, per i soggetti che sfruttano direttamente i beni immateriali.
Al riguardo, nel presupposto che la società avente causa svolga una attività sostanziale in tema di ricerca e sviluppo, tale operazione non deve essere ritenuta abusiva, fermo restando il potere dell’Amministrazione finanziaria di sindacare, con i canoni dell’antieconomicità, la congruità dei corrispettivi pattuiti in sede di concessione in uso del diritto all’utilizzo dei beni immateriali tra società appartenenti allo stesso gruppo.




Fonte: Agenzia Entrate

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