venerdì 20 novembre 2015

Finanziamenti a enti bilaterali.

Arrivano all’Inps, poi, sono deviati automaticamente verso l’Ente nazionale bilaterale per la Formazione: a innescare il meccanismo, che fa muovere i contributi spettanti all’Ente, è la causale “TG15”.
Istituita con la risoluzione n. 94/E del 19 novembre 2015, fa il suo ingresso nell’F24 in seguito alla stipula di due convenzioni, quella tra l’Istituto nazionale della previdenza sociale e l’Agenzia delle Entrate, nel lontano 2008 (più volte rinnovata), e quella tra lo stesso Inps e l’“EnbiForm”, il 10 novembre scorso, che regolano la riscossione dei contributi tramite modello di pagamento unificato.

Nell’F24 va indicata nella sezione “Inps”, nel campo “causale contributo”, in corrispondenza degli “importi a debito versati”. All’interno della stessa sezione, negli appositi campi, vanno riportati, inoltre, il codice della sede Inps competente, la matricola Inps dell’azienda o della filiale, il periodo di riferimento.


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Detrazione per lavori condominiali.

Se la fattura per lavori condominiali deve essere intestata al condominio e il bonifico deve essere fatto a nome del condominio, dove figurano i codici fiscali dei condomini ai quali spetta la detrazione?

Per gli interventi effettuati sulle parti comuni dell’edificio, la detrazione spetta al singolo condomino nel limite della quota a lui imputabile, a condizione che quest’ultima sia stata effettivamente versata al condominio entro i termini di presentazione della dichiarazione dei redditi. I documenti giustificativi delle spese relative alle parti comuni dovranno essere intestati al condominio. Il condomino potrà fruire della detrazione se in possesso della certificazione dell’amministratore del condominio in cui lo stesso attesta di aver adempiuto a tutti gli obblighi previsti ai fini della detrazione, di essere in possesso della documentazione originale e la somma di cui il contribuente può tenere conto ai fini della detrazione. È necessario, inoltre, che l’amministratore conservi tutta la documentazione originale, così come individuata dal provvedimento delle Entrate del 2 novembre 2011, per esibirla a richiesta degli uffici. In tali ipotesi, nella dichiarazione dei redditi i singoli condomini devono limitarsi a indicare il codice fiscale del condominio, senza riportare i dati catastali identificativi dell’immobile. Tali dati saranno indicati dall’amministratore nel quadro AC da allegare alla propria dichiarazione dei redditi ovvero, in caso di esenzione da tale obbligo o di utilizzo del modello 730, da presentare unitamente al frontespizio del modello Unico PF.



Fonte: Agenzia Entrate

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Registro: non c’è solidarietà nel litisconsorzio facoltativo.

In un procedimento instaurato tra una pluralità di soggetti, uniti in litisconsorzio facoltativo per tutelare un diritto loro spettante singolarmente, e un’amministrazione dello Stato, l’imposta di registrazione della sentenza grava pro-quota sul singolo in quanto va riferita distintamente a ciascun rapporto giuridico.
È quanto chiarito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 95/E del 19 novembre 2015, a seguito di un dubbio interpretativo sulla corretta applicazione della “prenotazione a debito” dell’imposta di registro in un procedimento concluso con la compensazione delle spese di giudizio.

Va premesso che la prenotazione a debito, applicata alle sentenze in cui un’amministrazione dello Stato è parte processuale, prevede l’annotazione a futura memoria delle spese di registrazione da parte dell’amministrazione, non avendo senso un’anticipazione in favore di se stessa.
Nel caso in esame, le parti istanti chiedono se sono tenute al pagamento dell’intera imposta dovuta per la registrazione della sentenza o solo della metà (o della quota di compensazione) e, inoltre, se devono rispondere solidalmente al pagamento dell’imposta o se ciascuno è responsabile per la propria parte.

L’Agenzia ricorda, in primo luogo, che nei procedimenti in cui è parte un’amministrazione statale si registrano a debito, ovvero senza contemporaneo pagamento dell’imposta, “le sentenze, i provvedimenti e gli atti che occorrono nei procedimenti contenziosi nei quali sono interessate le amministrazioni dello Stato” (articolo 59, comma 1, lettera a), del Tur). Inoltre, l’articolo 159 del Tur prevede che, in caso di compensazione delle spese di giudizio, “… se la registrazione è chiesta dall’amministrazione, l’imposta di registro della sentenza è prenotata a debito per la metà o per la quota di compensazione ed è pagata per il rimanente dall’altra parte…”.

Di conseguenza, si può senz’altro affermare che nei procedimenti in cui è parte un’amministrazione statale e che si concludono con la compensazione delle spese giudiziarie, l’imposta di registro è prenotata a debito per la metà o per la quota di compensazione, mentre il residuo dell’imposta va corrisposta dall’altra parte processuale. Questa conclusione, afferma l’Agenzia, trova applicazione anche al caso in esame, in cui è il cancelliere a chiedere la prenotazione a debito per la metà o per la quota di compensazione dell’imposta di registro.

Riguardo il secondo quesito, l’Agenzia rileva che ciascuna delle parti unite in litisconsorzio ha agito in difesa di un proprio rapporto giuridico, che va tenuto distinto da quello degli altri partecipanti anche se hanno proposto il ricorso congiuntamente e sono accomunate dalla stessa causa.
Il ragionamento dell’Agenzia è supportato da alcune pronunce della Corte suprema: “…in caso litisconsorzio facoltativo, pur nell’identità delle questioni, permane autonomia dei rispettivi titoli, dei rapporti giuridici e delle singole causae petendi con la conseguenza che le cause, per loro natura scindibili, restano distinte, con una propria individualità…” (Cassazione, sentenza 11149/2006). E ancora, nella pronuncia 4805/2011, la Cassazione ha ribadito che: “L’esigenza di tenere distinte, ai fini dell’applicazione dell’imposta di registro, le varie statuizioni della medesima sentenza – in quanto riferibili a distinti rapporti giuridici e quindi ad autonome cause riunite…”.

In conclusione, anche alla luce dei principi affermati dai giudici di legittimità, l’Agenzia ritiene che nell’ambito del litisconsorzio facoltativo ciascuna parte agisca per tutelare un diritto autonomo. Di conseguenza, per una corretta applicazione dell’imposta di registro della sentenza, ogni partecipante non risponderà solidalmente del pagamento dell’imposta dovuta per la registrazione della sentenza, ma sarà responsabile solo della quota riferibile alla propria posizione giuridica.




Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 17 novembre 2015

Modifica contratto di locazione.

Ho locato un appartamento a quattro inquilini. Dal prossimo mese dovrei estendere il contratto di locazione a un ulteriore soggetto, aumentando anche il canone. Come occorre procedere?

L'articolo 19 del Tur (Testo unico delle disposizioni concernenti l'imposta di registro - Dpr 131/1986) prescrive, in capo alle parti contraenti, l'obbligo di denunciare, entro venti giorni dal loro verificarsi, gli eventi successivi alla registrazione che danno luogo a ulteriore liquidazione di imposta. Tra tali eventi è annoverabile l'aumento contrattuale del canone di locazione, cui segue la liquidazione di una maggiore imposta di registro (risoluzione 60/2010).



Fonte: Agenzia Entrate

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Aliquota agevolata prima casa.

Ai fini della fruizione dell’agevolazione “prima casa”, l’immobile sito in un complesso residenziale con piscina a servizio esclusivo dell’abitazione, anche se quest’ultima è di superficie inferiore a 240 metri quadri, deve considerarsi “di lusso”; quindi, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a recuperare la differenza fra l’imposta calcolata in base all’aliquota applicabile in assenza di agevolazioni e quella risultante dall’applicazione dei benefici richiesti (aliquota agevolata) e provvisoriamente concessi in sede di rogito notarile.
Non si può, inoltre, sostenere che il cedente (impresa costruttrice) sia responsabile dell’Iva non riscossa, in quanto l’applicazione dell’aliquota inferiore da parte del venditore dell’immobile è derivata da una dichiarazione mendace dell’acquirente.
Questi i principi espressi dalla Corte di cassazione nell’ordinanza n. 21908 del 27 ottobre 2015.

La vicenda processuale
I contribuenti avevano chiesto, ritenendo l’immobile non di lusso, l’applicazione dell’Iva con aliquota del 4%, ai sensi del disposto del n. 21) della Tabella A, parte II, allegata al Dpr 633/1972, in luogo di quella ordinaria del 20% (ndr, oggi del 22%), usufruendo in tal modo dell’agevolazione “prima casa”.
L’Agenzia delle Entrate, ritenendo l’abitazione di lusso, data la presenza di una piscina, procedeva al recupero della maggiore Iva, in conseguenza della decadenza delle agevolazioni fiscali fruite indebitamente.

I giudici sia in primo che in secondo grado, con sentenze favorevoli al contribuente, verificato che l’immobile non raggiungeva la superficie di 240 mq, né la cubatura di 2000 mc, hanno dichiarato assenti, nel caso in esame, le caratteristiche delle abitazioni di lusso previste dal Dm 2 agosto 1969. In realtà, hanno considerato unicamente le dimensioni (89 mq) dell’immobile oggetto dell’acquisto agevolato e non anche la presenza della piscina a servizio esclusivo dello stesso.
Hanno aggiunto, altresì, che, nel caso di decadenza delle agevolazioni in relazione all’assenza dei presupposti di legge, il responsabile non era l’acquirente ma il cedente/venditore, che erroneamente ha fatturato l’operazione commerciale applicando un’aliquota inferiore.

La decisione della Cassazione
L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione, articolandolo in tre motivi: in primo luogo, ha dedotto violazione del Dpr 131/1986, in particolare della nota II-bis; con il secondo motivo, ha dedotto il difetto di motivazione della sentenza per non aver esaminato, la Ctr, tutti i profili connessi al carattere di lusso degli immobili richiamati nell’avviso di accertamento nel quale erano stati indicati una serie di requisiti che rendevano l’abitazione di lusso (nello specifico, ciascuna villa era dotata di piscina); con il terzo motivo, infine, ha eccepito l’erroneità della decisione nella parte in cui aveva affermato che il responsabile non era l’acquirente ma il cedente, dovendosi, al contrario, ricondurre all’acquirente del bene il recupero dell’Iva indebitamente calcolata nell’atto di compravendita.

I giudici di legittimità hanno accolto i motivi di ricorso e cassato la sentenza, con rinvio ad altra sezione della Ctr.
In primo luogo, hanno ribadito che la piscina è un elemento “in astratto idoneo a configurare il carattere di lusso dell’abitazione ai sensi del DM 2.8.1969 art. 4” e tale elemento è stato “totalmente pretermesso dalla CTR che si è unicamente incentrata, per escludere il carattere lussuoso dei beni, sulla superficie dell'immobile e sulla sua cubatura”.

Hanno altresì evidenziato che, in forza del comma 4 della nota II-bis dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur, in caso di dichiarazione mendace, l’ufficio dell’Agenzia presso cui sono stati registrati i relativi atti deve recuperare nei confronti degli acquirenti la differenza fra l’imposta calcolata in base all’aliquota ordinaria e quella risultante dall’applicazione dell’aliquota agevolata.
Quindi, i giudici della Ctr hanno errato nel ritenere responsabile il cedente. Infatti, secondo un consolidato orientamento di legittimità, nel caso in cui la cessione di una casa di abitazione di lusso venga assoggettata a Iva con aliquota del 4% in luogo di quella ordinaria, l’ufficio emette l’avviso di liquidazione della maggiore imposta dovuta direttamente nei confronti dell’acquirente dell’immobile medesimo, “in quanto l’applicazione dell’aliquota inferiore da parte del venditore dell’immobile è derivata da una dichiarazione mendace dell’acquirente, la quale istituisce - ai sensi dell’art. 1 della nota II-bis (…) un rapporto diretto tra l’acquirente stesso e l’Amministrazione Finanziaria”.

Osservazioni in merito all’applicazione dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur
La nota II-bis dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur, prevede l’applicazione dei benefici fiscali agli “atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case di abitazione non di lusso ed agli atti traslativi o costituivi della nuda proprietà, nell’usufrutto, dell’uso e dell’abitazione relativi alle stesse”.
Per i trasferimenti immobiliari soggetti a Iva, è il n. 21) della Tabella A, parte II, allegata al Dpr 633/1972, in presenza delle condizioni previste dalla citata nota II-bis, a prevedere l’applicazione di un’aliquota ridotta ai trasferimenti aventi a oggetto case di abitazione “non di lusso”.

Per quanto riguarda la definizione degli immobili di lusso, si ricorda che, fino al 31 dicembre 2013, occorreva fare riferimento alle caratteristiche individuate dal decreto del ministro dei Lavori pubblici 2 agosto 1969. Tuttavia, a seguito delle modifiche introdotte dall’articolo 10 del Dlgs 23/2011, l’agevolazione “prima casa” risulta applicabile ai trasferimenti di case di abitazione “ad eccezione di quelle di categoria catastale A1, A8, e A9”. Di conseguenza, con decorrenza dal 1° gennaio 2014, per l’individuazione dell’immobile agevolabile, occorre fare riferimento unicamente alla categoria catastale di appartenenza dell’immobile stesso.
Anche con riferimento all’Iva, il Dlgs 175/2014 (decreto “semplificazioni fiscali”) ha modificato i criteri per l’individuazione degli immobili per i quali è possibile fruire dell’agevolazione ‘‘prima casa”, allineando la disciplina Iva a quella già modificata per l’imposta di registro e stabilendo, pertanto, che le abitazioni sono ammesse all’agevolazione quando non rientrano nelle categorie catastale A/1 (abitazioni di tipo signorile), A/8 (abitazioni in ville) e A/9 (castelli e palazzi di eminenti pregi artistici e storici).

A ogni modo, per gli atti stipulati in costanza della precedente disciplina, occorre far riferimento al citato Dm 2 agosto 1969, che indica le caratteristiche che consentono di qualificare “di lusso” le abitazioni, e tra queste, relativamente al caso di specie, sono previste, all’articolo 4, “le abitazioni unifamiliari dotate di piscina di almeno 80 mq. di superficie o campi da tennis con sottofondo drenato di superficie non inferiore a 650 mq”.




Fonte: Agenzia Entrate

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Compensi agli amministratori: la deducibilità esige la delibera.

La deducibilità ai fini Ires dei compensi erogati agli amministratori è ammessa solo laddove tali emolumenti siano stati deliberati esplicitamente dai soci in assemblea, non essendo sufficiente la semplice approvazione del bilancio nel quale i compensi sono iscritti.
È questo l’interessante principio che si ricava dalla sentenza della Cassazione n. 21953 del 28 ottobre 2015, che conferma, sulla questione, l’orientamento della giurisprudenza favorevole alla posizione dell’Agenzia delle Entrate.

Il caso
Con avviso di accertamento, l’Agenzia delle Entrate recuperava a tassazione, ai fini Irpeg e Iva, i compensi versati ad alcuni amministratori da parte di una società di capitali, in quanto non determinati nello statuto né deliberati preventivamente dall'assemblea e, quindi, ritenuti privi dei requisiti di certezza e obiettiva determinabilità.
La Ctr della Toscana confermava la pronuncia di primo grado, che aveva annullato l’atto impositivo: secondo i giudici toscani, la legittimità del compenso erogato agli amministratori era stata garantita ex post dalla delibera assembleare di approvazione del bilancio di chiusura dell'esercizio.
Col successivo ricorso in Cassazione, l’Amministrazione finanziaria denunciava, tra l’altro, violazione dell’articolo 75 del Tuir (vigente ratione temporis, ora 109) nonché dell’articolo 2389 del codice civile: per l’Agenzia, la determinazione dei corrispettivi assunta soltanto con la delibera di approvazione del bilancio di chiusura dell’esercizio doveva ritenersi affetta da invalidità, con l’ulteriore effetto di indeducibilità del relativo costo per difetto dei requisiti di certezza e determinabilità.

La pronuncia della Cassazione
La Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso e, decidendo nel merito, ha rigettato il ricorso introduttivo della contribuente con condanna della stessa alla refusione delle spese di lite.
Secondo i giudici di legittimità, “La esigenza di una espressa previsione statutaria o di una specifica delibera assembleare avente ad oggetto la determinazione dei compensi degli amministratori, nel regime normativo antevigente la riforma del D.Lgs. n. 6 del 2003, è stata, infatti, ritenuta funzionale a garantire la piena trasparenza e la previa conoscenza di tutti i soci della relativa voce di spesa, in quanto elemento essenziale del rapporto fiduciario che presiede all'affidamento dell'incarico di amministrazione, esigenza che si ritiene soddisfatta soltanto attraverso la previsione di una specifica manifestazione volitiva dell'assemblea dei soci diretta alla assunzione dell'onere patrimoniale connesso al funzionamento dell'organo di direzione della società”.

La delibera adottata nel caso di specie doveva ritenersi affetta da nullità insanabile, per difformità assoluta rispetto allo schema legale del procedimento di formazione della volontà dell'ente collettivo (che, secondo la giurisprudenza di legittimità – ex multis, Cassazione 9901/2007 – non ammette equipollenti) “atteso che la entità del compenso viene – di fatto – ad essere (auto)determinata dagli stessi amministratori (dovendo esclusivamente ad essi imputarsi la redazione del bilancio)”.
Il procedimento di formazione della volontà assembleare, in materia di determinazione dei corrispettivi agli amministratori, potrebbe essere riconosciuto valido – nel caso in cui il compenso fosse stato liquidato in sede di delibera di approvazione del bilancio di chiusura dell'esercizio annuale – soltanto se un'assemblea totalitaria fosse stata chiamata a discutere, in tale occasione, anche su tale specifico argomento posto all'ordine del giorno.

Per rafforzare ulteriormente il concetto, i giudici precisano che la determinazione del compenso/corrispettivo per lo svolgimento di incarichi di amministrazione nella società di capitali, nel caso in cui non sia prestabilita nell'atto costitutivo ovvero in apposita delibera dell'assemblea, “non può evidentemente essere compiuta unilateralmente dal creditore, ma richiede necessariamente – in base a norma imperativa – il consenso manifestato dalla società mediante una formale deliberazione dell'assemblea dei soci”.
Nel caso di specie, non era stata fornita la prova che, in sede di convocazione dell'assemblea dei soci, indetta per l'approvazione del bilancio esercizio, fosse stata specificamente inserita, tra gli oggetti posti all'ordine del giorno, anche la determinazione del compenso da liquidare agli amministratori o che tale questione fosse stata, comunque, espressamente discussa in un'assemblea che prevedeva la partecipazione totalitaria dei soci.
Ne deriva, secondo i giudici di legittimità, la mancanza dei requisiti di certezza e di oggettiva determinabilità dell'ammontare del costo, richiesti dall'articolo 75 del Tuir (vigente ratione termporis), “sia in considerazione della invalidità del titolo di spesa, sia in difetto di indicazione nell'atto costitutivo dei criteri di liquidazione, non essendo stato preventivamente stabilito l'importo dei compensi dalla delibera dell'assemblea dei soci”.

Ulteriori osservazioni
Ai fini Ires, l'articolo 95, comma 5, del Tuir, recita: “I compensi spettanti agli amministratori delle società ed enti di cui all'art. 73, comma 1, sono deducibili nell'esercizio in cui sono corrisposti”.
Le norme che regolano la deducibilità dei costi in questione non si rifanno, quindi, al generale principio di competenza, ma seguono il criterio di cassa.
Più precisamente, i compensi erogati dalla società ai propri amministratori sono deducibili nell'esercizio in cui avviene il pagamento, regola quest'ultima che garantisce, tra l'altro, la simmetria temporale tra deduzione in capo all’erogante e tassazione del percettore.

Tuttavia occorre rifarsi non solo alla normativa tributaria, ma anche a quella civilistica.
L'articolo 2389 del codice civile stabilisce che gli emolumenti devono necessariamente essere deliberati dall'assemblea dei soci, salvo che non siano già stabiliti all'interno dello statuto.
Il compenso deve essere, quindi, approvato sulla base di una discussione consapevole, così da garantire il diritto di informazione dei soci.

Sulla questione sono strettamente intrecciati gli aspetti civilistici e quelli più propriamente fiscali, soprattutto per la definizione dei requisiti per la deducibilità del costo.
Non a caso, la giurisprudenza della Corte suprema, confermata dalla pronuncia in commento, ha ripetutamente sostenuto che i compensi erogati agli amministratori di società di capitali sono deducibili, se non sono stabiliti nello statuto, soltanto se approvati dall’assemblea dei soci, come richiesto dall’articolo 2389, primo comma, del codice civile.
Sul punto è emblematica la sentenza 21933/2008, a sezioni unite, con cui la Cassazione ha ritenuto che “debba essere preferito l'orientamento che ritiene necessaria l'esplicita delibera assembleare di determinazione e che nega che tale delibera possa considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio”.

A essa ha fatto seguito, più di recente, la sentenza 17673/2013 secondo cui, qualora il compenso non sia stabilito nello statuto, è necessaria un’esplicita delibera assembleare, che non può considerarsi implicita in quella di approvazione del bilancio, attesa la natura imperativa e inderogabile della previsione normativa, discendente dall'essere la disciplina del funzionamento delle società dettata anche nell'interesse pubblico al regolare svolgimento dell'attività economica.
In particolare “l'approvazione del bilancio contenente la posta relativa ai compensi degli amministratori non è idonea a configurare la specifica delibera richiesta dall'art. 2389, salvo che un'assemblea convocata solo per l'approvazione del bilancio, essendo totalitaria, non abbia espressamente discusso e approvato la proposta di determinazione dei compensi degli amministratori” (Cassazione, sentenza 5349/2014).
L'assenza di specifica delibera assembleare determina quindi l’indeducibilità dei compensi erogati per difetto del requisito di certezza e obiettiva determinabilità del costo (Cassazione, sentenza 20265/2013).

In conclusione, alla luce del costante orientamento della giurisprudenza di legittimità, appare ormai chiaro che la deducibilità, ai fini Ires, dei compensi degli amministratori sia sottoposta alla condizione che gli stessi vengano debitamente e specificatamente deliberati dai soci: in altri termini, solo il rispetto della regola “civilistica” conferisce al costo quel carattere di certezza e obiettiva determinabilità cui l’articolo 75 (ora 109) del Tuir subordina la relativa deducibilità fiscale.




Fonte: Agenzia Entrate

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Codice fiscale numerico provvisorio.

Cos'è un codice fiscale numerico provvisorio? In quali casi viene attribuito? Può essere attribuito a un'associazione o a un comitato?

Il numero di codice fiscale provvisorio può essere attribuito al ricorrere di determinate circostanze (ad esempio, a stranieri extracomunitari nell'ambito delle procedure di regolarizzazione). Tale codice è costituito da una espressione numerica di undici cifre: le prime sette rappresentano il numero di matricola del soggetto, le cifre dall'ottava alla decima identificano l'ufficio che attribuisce il numero di codice fiscale provvisorio e l'undicesimo è il carattere numerico di controllo. Il codice fiscale numerico provvisorio viene rilasciato all’utente in caso di impossibilità ad attribuire quello definitivo; l'interessato sarà poi tenuto a chiedere il codice definitivo entro sei mesi dalla data di emissione di quello provvisorio.
L'attribuzione di un codice fiscale provvisorio è possibile anche nei confronti di soggetti diversi dalle persone fisiche; in tal caso, ha struttura uguale a quella del numero di codice fiscale definitivo (asticolo 10 del Dm 23 dicembre 1976).



Fonte: Agenzia Entrate

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Anagrafe nazionale: vantaggi per i cittadini e per tutta la PA.

A Montecitorio, si è tenuta una conferenza stampa presso la Commissione parlamentare di vigilanza sull’Anagrafe tributaria, presieduta da Giacomo Antonio Portas, cui hanno partecipato, oltre al direttore dell’Agenzia delle Entrate, Rossella Orlandi: il ministro dell’Interno, Angelino Alfano; il sottosegretario del ministero dell’Economia e delle Finanze, Pier Paolo Baretta; il direttore generale dell’Agenzia per l’Italia digitale, Antonio Samaritani, e il presidente e amministratore delegato di Sogei, Cristiano Cannarsa.
Tema dell’incontro, la nuova Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr), un database unico, più snello ed efficiente, destinato a sostituite le oltre 8mila banche dati attualmente esistenti.

L’intervento del direttore Orlandi si è concentrato sui vantaggi per il sistema dell’Anagrafe tributaria e per i cittadini, in particolar modo sui risparmi economici, sulla semplificazione e razionalizzazione delle banche dati e sulla maggiore certezza dei dati anagrafici.
Grazie all’archivio unico, una volta che tutti i comuni saranno entrati nel sistema, migliorerà la comunicazione degli eventi anagrafici: le informazioni, infatti, saranno complete, standardizzate e prive di duplicazioni. È il caso delle comunicazioni di nascita (per l’attribuzione del codice fiscale), di decesso (per l’immediata disattivazione di strumenti di identificazione in rete del cittadino, come la Tessera sanitaria-Carta nazionale dei servizi) e delle variazioni di residenza (per il recapito ai cittadini di rimborsi, comunicazioni e atti).

L’Anpr, inoltre, conterrà il domicilio digitale, ossia l’indirizzo di posta elettronica certificata che il cittadino potrà indicare come esclusivo mezzo di comunicazione con la PA e che garantirà non solo uno scambio di dati immediato, efficace e sicuro, ma anche una significativa riduzione dei costi per le spedizioni postali.
Grazie all’Anagrafe nazionale sarà anche possibile avere le informazioni relative alla famiglia anagrafica di ciascun cittadino raccolte in una unica base dati, completa e aggiornata. Ciò consentirà di: adottare le migliori politiche fiscali di sostegno al reddito familiare, ottimizzare le verifiche sulle capacità contributiva legata all’intero l’ambito familiare, verificare la spettanza di detrazioni e/o deduzioni per i familiari a carico, garantire il regolare pagamento di tributi legati alla composizione della famiglia, migliorare i controlli sul diritto all’esenzione dal pagamento del ticket.
L’Anpr, infine, consentirà di avere informazioni aggiornate sui cittadini iscritti all’Aire, utili sia per la corretta notifica di atti al domicilio estero sia per le attività di accertamento sulla residenza fiscale delle persone fisiche.

Il direttore, in conclusione del suo intervento, si è soffermato sullo stato dell’arte del progetto, evidenziando che l’Agenzia delle Entrate “ha già effettuato i necessari adeguamenti tecnici al proprio sistema informativo e sta completando la realizzazione di tutte le nuove procedure informatiche per il colloquio e l’interscambio delle informazioni con la nuova Anagrafe nazionale”. Una volta completata l’Anagrafe nazionale, Agenzia delle Entrate e ministero dell’Interno potranno realizzare “servizi integrati verso tutti gli enti e le amministrazioni, per un sistema unitario di verifica e di interrogazione di dati anagrafici e di codici fiscali, che possa fornire riscontro sia per i cittadini iscritti in Anpr sia per i cittadini che, pur in possesso di codice fiscale, non siano iscritti (stranieri non residenti). Questo potrà portare a una ottimizzazione degli scambi di dati e un abbattimento di costi nella fruizione dei servizi per tutta la pubblica amministrazione”.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 6 novembre 2015

Donazioni via internet.

Ho intenzione di inserire sul mio blog un pulsante per consentire a chi lo desidera di effettuare donazioni tramite PayPal. Che obblighi avrei nei confronti del fisco?

PayPal è uno strumento usato nel commercio elettronico, che consente di inviare e ricevere pagamenti tramite Internet mediante l’utilizzo di un conto corrente virtuale, collegato a un conto reale o a una carta di credito. Il conto PayPal può essere usato anche per ricevere donazioni che, se di modico valore, non sono soggette all'imposta sulle successioni e donazioni (circolare 3/2008, paragrafo 2). La donazione deve essere facoltativa, senza un importo minimo fissato, e non deve costituire condizione necessaria per accedere ai contenuti del sito; in caso contrario, si trasformerebbe in pagamento e, in quanto tale, in fonte di reddito per il ricevente.



Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus prima casa: senza condono, termini di accertamento allungati.

La proroga di due anni dei termini di accertamento, prevista dalla L. 27 dicembre 2002, n. 289, art. 11, comma 1, in caso di mancata o inefficace presentazione della domanda di condono nei termini, si applica anche alle ipotesi di liquidazione delle imposte dovute in conseguenza al recupero fiscale per la violazione di norme in tema di agevolazioni tributarie, in quanto la L. n. 289 cit., art. 11, comma 1 bis, ne consente la condonabilità (Sez. 5, Sentenza n. 21280 del 18/09/2013). In riferimento alla medesima questione Sez. 5, sentenza n. 1248 del 22/01/2014 più recentemente ha affermato in ordine al termine di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, comma 1 bis, ed alla proroga biennale L. n. 289 del 2002, ex art. 11, comma 1, che: “La proroga di due anni, L. 27 dicembre 2002, n. 289, ex art. 11, comma 1, del termine, di cui al D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 76, comma 1 bis, per la rettifica e la liquidazione della maggiore imposta di registro, ipotecaria, catastale, sulle successioni e donazioni, nonché sull’incremento di valore degli immobili, non è preclusa dalle previsioni della L. 27 luglio 2000, n. 212 (c.d. Statuto del contribuente), atteso che queste ultime, pur costituendo criteri guida per il giudice nell’interpretazione ed applicazione delle norme tributarie, anche anteriori, non hanno rango superiore alla legge ordinaria, sicché ne è ammessa la modifica o la deroga, purché espressa e non ad opera di leggi speciali, non potendosi, conseguentemente, disporre la disapplicazione di una disciplina con esse in asserito contrasto”.

Sentenza n. 21582 del 23 ottobre 2015 (udienza 5 giugno 2015)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Merone Antonio – Est. Meloni Marina – Pm. Sorrentino Federico
Imposta di registro – Agevolazioni – Decadenza – Proroga termini accertamento – L 27 dicembre 2002, n. 289, art. 11

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Rivalutazione di beni omogenei.

La rivalutazione dei beni appartenenti a una categoria omogenea deve riguardare tutti i beni e non solo alcuni di essi, derivando dalla violazione di tale obbligo (e cioè dall’esclusione di alcuni beni dalla rivalutazione) il disconoscimento, ai fini fiscali, della rivalutazione per tutti gli altri beni della stessa categoria.
Lo ha chiarito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 21349 del 21 ottobre 2015.

I fatti
Con avviso di accertamento emesso per Irpeg e Irap 2001 nei confronti di una Spa, l’ufficio aveva ritenuto che la contribuente, omettendo la rivalutazione di alcuni macchinari, avesse violato gli articoli 10 e seguenti della legge 342/2000.
Di conseguenza, aveva proceduto al disconoscimento della rivalutazione di tutti i beni che risultavano appartenere alle stesse categorie di quelli non rivalutati e al conseguente recupero a tassazione dei maggiori ammortamenti.

L’avviso è stato ritenuto illegittimo dai giudici di primo grado e il successivo appello dell’ufficio è stato rigettato dalla Commissione regionale.
Quest’ultima ha ritenuto che la mancata rivalutazione dei cespiti da parte della società fosse suffragata da motivazioni legittime e sufficienti.

L’Agenzia ha proposto ricorso per cassazione, denunciando violazione degli articoli 10 e seguenti della legge 342/2000 e ritenendo che la Commissione di secondo grado aveva errato ad annullare l’avviso di accertamento che disconosceva la rivalutazione effettuata, all’interno di una medesima categoria di beni, solo con riferimento ad alcuni di essi e non a tutti quelli appartenenti a tale categoria.

La Corte ha ritenuto fondato il motivo di ricorso e, condividendo la tesi dell’Agenzia, ha precisato che “la rivalutazione dei beni appartenenti alla medesima ‘categoria omogenea’ deve riguardare tutti i beni di quella categoria, con il conseguente disconoscimento degli effetti fiscali della rivalutazione per tutti gli altri beni della stessa categoria in caso di violazione di tale obbligo” (cfr Cassazione, 21349/2015).

Osservazioni
Ai giudici di piazza Cavour è stato chiesto se, a mente degli articoli 10 e seguenti della legge 342/2000 (“collegato fiscale”), era consentita una rivalutazione solo di alcuni beni d’impresa tra quelli facenti parte di una medesima categoria omogenea ovvero se la rivalutazione doveva riguardare piuttosto tutti i beni appartenenti alla stessa categoria.

La Corte ha fornito una lettura sistematica delle disposizioni. In particolare:
ha precisato che l’articolo 10, legge 342/2000, per “i soggetti indicati nell’articolo 87, comma 1, lettere a) e b)” del Tuir, ha previsto la possibilità di rivalutare beni materiali e immateriali diversi da quelli alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività d’impresa, “anche in deroga all’articolo 2426 cc, e ad ogni altra disposizione di legge vigente in materia”
ha evidenziato le modalità di effettuazione della rivalutazione seguendo la lettera dell’articolo 11 (deve riguardare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea - comma 1; i valori rivalutati iscritti in bilancio e in inventario non possono superare i valori effettivamente attribuibili ai beni con riguardo alla loro consistenza, alla loro capacità produttiva, all’effettiva possibilità di economica utilizzazione nell’impresa, né i valori correnti e le quotazioni rilevate in mercati regolamentati italiani o esteri - comma 2; gli amministratori e il collegio sindacale devono indicare e motivare nelle loro relazioni i criteri seguiti e devono attestare che non vengono superati i valori di riferimento indicati nel comma 2 - comma 3
ha dato atto che, nella fattispecie esaminata, gli organi sociali non avevano indicato il metodo adottato, non avevano giustificato l’affermazione che il nuovo valore dei beni non superava il valore economico agli stessi attribuibile né, infine, avevano fornito spiegazioni relative al motivo dell’esclusione di alcuni beni dalla rivalutazione
ha ricordato che, in presenza dei maggiori valori dei beni iscritti in bilancio, è dovuta un’imposta sostitutiva di Irpef, Irpeg e Irap (articolo 12, comma 1)
ha affermato che il contenuto delle citate disposizioni è stato ribadito dall’articolo 4, comma 1, Dm 162/2001, con l’ulteriore precisazione che “i beni materiali ammortizzabili, diversi dai beni immobili e dai mobili iscritti in pubblici registri, devono essere raggruppati in categorie omogenee per anno di acquisizione e coefficiente di ammortamento” (comma 3).
In particolare, i giudici di piazza Cavour hanno osservato che la ratio della rivalutazione integrale dei beni secondo le categorie omogenee emergenti in bilancio deve essere rinvenuta prima di tutto nella volontà del legislatore di adeguare la rappresentazione contabile delle immobilizzazioni ai valori effettivi, in vista dell’introduzione dell’euro quale moneta unica europea. In mancanza, infatti, i beni aziendali delle società italiane sarebbero stati sottovalutati rispetto a quelli delle concorrenti europee, con ripercussioni negative sul risultato di esercizio e sulla competitività economica.

I giudici di legittimità hanno ritenuto che ulteriore finalità della legge, poi, è quella di garantire che non venga alterata la capacità di rappresentare fedelmente la reale situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa.
La scelta volontaria dell’imprenditore di rivalutare tutti i beni appartenenti alla stessa categoria omogenea, infatti, soddisfa la necessità di garantire la veridicità e la correttezza di tale situazione. Ma senza possibilità di giustificare la mancata rivalutazione del bene solo in sede di controllo fiscale e, tra l’altro, con mere dichiarazioni.
Non basta, infatti, affermare che il bene è obsoleto fisicamente ed economicamente, che viene tenuto in azienda “di riserva” solo per far fronte a eventuali emergenze e che è utilizzato saltuariamente nella produzione.

Deve osservarsi, tuttavia, che la Corte, pur aderendo alla posizione assunta dall’Agenzia nei documenti di prassi (cfr circolare 57/2001, paragrafo 1.6), nulla ha statuito espressamente con riferimento al profilo sanzionatorio. Probabilmente perché, oltre al disconoscimento degli effetti fiscali e al recupero a tassazione dei maggiori ammortamenti effettuati (o delle minori plusvalenze o maggiori minusvalenze dichiarate), l’applicazione delle ordinarie sanzioni previste per infedele dichiarazione costituisce ulteriore conseguenza di un’incompleta rivalutazione.

In conclusione, nella fattispecie al suo vaglio, la Cassazione non ha ritenuto necessari ulteriori accertamenti di fatto. Ha deciso la causa nel merito, rigettando il ricorso introduttivo della contribuente, e ha compensato le spese dell’intero giudizio per la novità della questione.




Fonte: Agenzia Entrate

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Disabili: installazione condizionatore.

Un climatizzatore, acquistato da un contribuente affetto da sclerosi multipla, rientra tra i sussidi tecnici e informatici per cui si può beneficiare dell’Iva al 4%?

È prevista l’aliquota Iva agevolata al 4% per l’acquisto di sussidi tecnici e informatici volti a favorire l’autonomia e l’autosufficienza delle persone con disabilità (articolo 2, comma 9, del Dl 669/1996). Tra questi non rientrano i condizionatori d’aria, poiché gli stessi, anche se potenzialmente idonei ad assicurare un più elevato benessere psicofisico, non hanno la finalità - necessaria per la fruizione dell’agevolazione - di recupero funzionale della persona con disabilità. Pertanto, all'acquisto di un climatizzatore da parte di una persona affetta da sclerosi multipla non può essere applicata l’aliquota Iva del 4% (risoluzione 57/E del 2005).



Fonte: Agenzia Entrate

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Due nuove causali per finanziare le casse dei consulenti del lavoro.

L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 93/E del 4 novembre 2015, ha istituito le causali contributo “LO00” e “BZ00”, per consentire ai professionisti iscritti al Consiglio provinciale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, rispettivamente, di Lodi e di Bolzano, di versare, tramite modello F24, i contributi dovuti alle rispettive organizzazioni.

La risoluzione fa seguito alla convenzione del 17 febbraio 2011, siglata tra l’Agenzia delle Entrate e il Consiglio nazionale degli Ordini dei consulenti del lavoro, per disciplinare il servizio di riscossione delle quote associative attraverso la delega di pagamento unificato F24.

Le causali devono essere esposte nella sezione “Altri enti previdenziali e assicurativi”, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”.
Vanno poi riportati:
nel campo “codice ente”, il valore “0005”
nel campo “codice sede”, la sigla della provincia di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro (vedi “Tabella T2 - sigla delle province italiane” sul sito delle Entrate)
nel campo “codice posizione”, il codice di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro
nello spazio “periodo di riferimento: da mm/aaaa a mm/aaaa”, il periodo di competenza del contributo versato.

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Attività sportiva dilettantistica: la fiscalità delle associazioni.

Il regime fiscale naturale delle associazioni sportive dilettantistiche è quello degli enti non commerciali. Tuttavia, il legislatore tributario ha previsto la possibilità di optare per un regime agevolato, disciplinato dalla legge 398/1991 (“Disposizioni tributarie relative alle associazioni sportive dilettantistiche”).
Inizialmente previsto per le sole associazioni sportive dilettantistiche, il regime è stato poi esteso a tutte le associazioni senza scopo di lucro, alle pro-loco, alle associazioni bandistiche e cori amatoriali, filodrammatiche, di musica e danza popolare, legalmente costituite senza fini di lucro.

Condizioni di accesso al regime: requisito soggettivo e requisito oggettivo
L’adesione al regime è del tutto volontaria, avviene su opzione. Per poter legittimamente esercitare la scelta, è richiesta la contestuale sussistenza di due requisiti, uno soggettivo e uno oggettivo.
Sotto il profilo soggettivo, possono aderire al regime le associazioni sportive dilettantistiche che:
non hanno scopo di lucro
sono affiliate alle federazioni sportive nazionali o agli enti nazionali di promozione sportiva
svolgono attività sportiva dilettantistica (riconosciuta dal Coni), compresa l’eventuale attività didattica.
Dal punto di vista oggettivo, possono esercitare l’opzione le associazioni che, nel corso del periodo d’imposta precedente, hanno conseguito dall’esercizio di attività commerciali proventi per un importo non superiore a 250mila euro, limite che va determinato secondo le seguenti regole:
occorre prendere in considerazione esclusivamente i proventi derivanti dallo svolgimento di attività commerciali (ricavi e sopravvenienze attive, rispettivamente ex articoli 85 e 88 del Tuir)
i proventi commerciali devono essere individuati in base al criterio di cassa, ma vanno considerati i ricavi fatturati anche se non ancora riscossi
si computano anche le somme percepite in virtù di contratti di sponsorizzazione, in quanto proventi derivanti dallo svolgimento di attività commerciali (cfr risoluzione 57/E del 2010).
Non concorrono, invece, alla determinazione del limite dei 250mila euro:
le plusvalenze patrimoniali di cui all’articolo 86 del Tuir
i premi percepiti per la preparazione, la formazione tecnica e l’addestramento degli atleti (tali somme non concorrono alla formazione del reddito e devono essere reinvestite per il perseguimento di fini sportivi).
Qualora nel corso del periodo d’imposta il limite di 250mila euro dovesse essere superato, il regime agevolato cessa automaticamente di avere efficacia e, dal mese successivo a quello in cui è venuto meno il requisito oggettivo, l’associazione è tenuta ad applicare il regime ordinario. In tal caso, quindi, sia ai fini Iva sia ai fini Ires, si dovranno considerare due periodi di imposta, assoggettati a due diversi regimi tributari (cfr risoluzione 123/E del 2006). Contestualmente cessano anche le agevolazioni contabili, con conseguente obbligo di tenuta delle scritture previste in regime ordinario.
Le associazioni di nuova costituzione, con periodo d’imposta coincidente con l’anno solare, devono rapportare il limite dei 250mila euro al periodo intercorrente fra la data di costituzione e il termine dell’esercizio, computandolo a giorni (cfr risoluzione 63/E del 2006).

Modalità di esercizio dell’opzione
L’opzione per il regime agevolato si esercita mediante:
apposita comunicazione all’ufficio Siae territorialmente competente in base al domicilio fiscale dell’associazione, prima dell’inizio dell’anno solare nel quale si intende fruire del regime
comunicazione al competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate mediante la prima dichiarazione annuale Iva (compilazione quadro VO) da presentare successivamente alla scelta operata. In caso di esonero dalla dichiarazione Iva, il quadro VO va comunque presentato, allegandolo al modello Unico.
L’opzione è vincolante per cinque anni. Successivamente si rinnova di anno in anno fino all’eventuale revoca.

Determinazione del reddito imponibile Ires
Le associazioni sportive dilettantistiche che adottano il regime agevolato determinano il reddito imponibile ai fini Ires applicando all’ammontare dei proventi derivanti dall’esercizio di attività commerciali un coefficiente di redditività pari al 3%, aggiungendo le eventuali plusvalenze patrimoniali.
Il reddito imponibile così determinato è sottoposto a tassazione secondo l’ordinaria aliquota Ires.
Non concorrono a determinare il reddito imponibile Ires i proventi conseguiti nello svolgimento di attività commerciali connesse agli scopi istituzionali e quelli derivanti da raccolte pubbliche di fondi, se percepiti per un numero di eventi complessivamente non superiore a due per anno e per un importo non superiore a 51.645,69 euro.
Per attività commerciali connesse agli scopi istituzionali si intendono le attività strutturalmente funzionali alle manifestazioni sportive e rese in concomitanza con le medesime, quali, ad esempio, vendita di materiali sportivi e di gadget pubblicitari, sponsorizzazioni correlate all’evento specifico, cene sociali, lotterie.

Determinazione della base imponibile Iva
L’opzione per il regime agevolato ex legge 398/1991 comporta per le associazioni sportive dilettantistiche delle agevolazioni anche ai fini Iva.
Innanzitutto, si ricorda che i proventi derivanti dall’attività istituzionale non sono imponibili.

Nell’ambito delle operazioni rilevanti ai fini Iva bisogna distinguere tra:
le operazioni non direttamente connesse agli scopi istituzionali (ad esempio, cessione di beni durante le manifestazioni sportive), in relazione alle quali si applica il regime ordinario (Iva dovuta = Iva incassata sulle operazioni attive meno Iva pagata sulle operazioni passive)
le operazioni direttamente connesse agli scopi istituzionali (ad esempio, vendita di biglietti per le manifestazioni sportive), cui si applicano, per effetto dell’adesione al regime agevolato, le disposizioni previste in materia di attività di intrattenimento dall’articolo 74, comma 6, Dpr 633/1972. Tale ultima disposizione prevede che l’Iva da versare sia determinata sottraendo all’Iva incassata sulle operazioni attive una detrazione forfetaria pari a:
1/2 dell’Iva sulle operazioni imponibili effettuate (incluse le attività di sponsorizzazione)
1/3 dell’Iva su cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e di trasmissione radiofonica.
Inoltre, le associazioni sportive dilettantistiche con un volume di affari annuo non superiore a 25.822,84 euro hanno la possibilità di optare per il regime forfetario di determinazione dell’Iva previsto per le attività spettacolistiche, disciplinato dall’articolo 74 quater, comma 5, Dpr 633/1972.
In base a questo particolare regime, la base imponibile è determinata nella misura del 50% dell’ammontare complessivo dei corrispettivi riscossi, con totale indetraibilità dell’Iva assolta sugli acquisti.

Le associazioni sportive dilettantistiche versano l’Iva dovuta con cadenza trimestrale, entro il giorno 16 del secondo mese successivo al trimestre di riferimento, utilizzando il modello F24 (senza la maggiorazione dell’1% a titolo di interessi).

Semplificazioni contabili e dichiarative
L’opzione per il regime agevolato della legge 398/1991 comporta altresì la possibilità di beneficiare di importanti e significative semplificazioni contabili. In tal caso, infatti, le associazioni sportive dilettantistiche sono esonerate:
dalla tenuta delle scritture contabili
dall’emissione delle fatture e degli scontrini e/o ricevute fiscali
dalla presentazione della dichiarazione Iva.
Le associazioni sportive dilettantistiche in regime di legge 398/1991 sono comunque tenute a:
conservare e numerare progressivamente le fatture di acquisto e le fatture eventualmente emesse
conservare copia della documentazione relativa a incassi e pagamenti
annotare, anche con unica registrazione entro il giorno 15 del mese successivo, l’ammontare dei corrispettivi e di qualsiasi provento conseguiti nell’esercizio di attività commerciali, con riferimento al mese precedente, su un apposito prospetto riepilogativo, opportunamente integrato e conforme al modello approvato con Dm 11 febbraio 1997 (come chiarito dalla circolare 9/E del 2013, la mancata tenuta del prospetto riepilogativo non comporta di per sé il venir meno dei benefici previsti dal regime agevolato purché, però, in sede di accertamento, l’associazione sia in grado di fornire i riscontri contabili, quali fatture, ricevute, scontrini fiscali ovvero altra documentazione utile ai fini della corretta determinazione del reddito e dell’Iva. Pertanto, qualora l’associazione non sia in grado di produrre alcuna documentazione idonea a provare la sussistenza dei requisiti sostanziali per l’applicazione delle disposizioni di cui alla legge 398/1991, la stessa decadrà dal regime di favore. In ogni caso, però, la mancata tenuta del predetto prospetto riepilogativo comporta l’applicazione della sanzione amministrativa prevista in materia di violazioni degli obblighi relativi alla contabilità, da 1.032 a 7.746 euro)
nel prospetto riepilogativo di cui al punto precedente devono essere altresì annotati i proventi che non concorrono a formare reddito imponibile fino a 51.645,69 euro, le plusvalenze patrimoniali e le operazioni intracomunitarie
redigere annualmente il rendiconto economico e finanziario
fatturare le prestazioni di sponsorizzazione, le cessioni o concessioni di diritti di ripresa televisiva e trasmissione radiofonica e le prestazioni pubblicitarie
procedere alla liquidazione e al versamento dell’Iva entro il termine di liquidazione trimestrale
redigere, entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, un apposito rendiconto (entrate e spese) per le raccolte pubbliche di fondi, al quale va allegata una relazione illustrativa
presentare il modello Unico Enc e, nei casi in cui siano dovuti, il modello 770 e quello Irap
tenere il libro soci e il libro delle assemblee.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 4 novembre 2015

Interessi su prefinanziamento.

È possibile portare in detrazione gli interessi pagati per un prefinanziamento acceso prima della stipula di un mutuo per l’acquisto dell'abitazione principale?

Gli interessi passivi sono detraibili soltanto se sostenuti in dipendenza di mutui garantiti da ipoteca su immobili. Non danno invece diritto a detrazione gli interessi pagati a fronte di un prefinanziamento acceso nelle more della stipula del mutuo ipotecario per l’acquisto della casa di abitazione, in quanto si tratta di un’operazione finanziaria diversa da quella di mutuo, anche se a essa collegata. E' irrilevante se le due operazioni sono effettuate presso lo stesso istituto di credito o presso due diverse banche (circolare 50/E del 2002).


Fonte: Agenzia Entrate

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La libera prestazione di servizi va tenuta stretta in cassaforte.

A seguito di numerose denunce, la Commissione europea diffidava il Belgio in quanto riteneva sussistente una disparità di trattamento lesiva della libera circolazione dei capitali, tutelata a livello comunitario.  In particolare, si rilevava che le società di investimento con sede legale in Belgio godevano dell’esclusione della ritenuta alla fonte sugli interessi derivanti dai titoli da esse amministrati e gestiti nonché dai titoli depositati o accreditati su conti correnti accesi presso istituti bancari belgi; di tale esclusione non beneficiavano, invece, le società straniere svolgenti le medesime attività finanziarie, le quali erano gravate da imposta sul reddito di capitale del 21% sotto forma di ritenuta alla fonte.
La descritta disparità di trattamento avrebbe avuto l’effetto di favorire gli investimenti effettuati dalle società belghe, incoraggiando, peraltro, un folto numero di mutuatari a richiedere finanziamenti da società nazionali.

La fase precontenziosa
A fronte della diffida della Commissione, il Belgio rendeva i chiarimenti richiesti e proponeva l’adozione di misure maggiormente rispettose della disciplina comunitaria, così confermando implicitamente i rilievi mossi dall’organo di controllo europeo. Tuttavia, dopo l’emanazione di un parere ad hoc, la Commissione registrava il mancato rispetto degli impegni presi e, per tale ragione, proponeva ricorso alla Corte di giustizia.

Le censure della Commissione e le risposte della Corte Ue
La prima censura, relativa alla presunta violazione dell’articolo 63 Trattato sul funzionamento dell'Unione europea viene superata a piè pari dalla Corte, sulla scorta dell’applicazione del principio dell’onere della prova, in quanto la Commissione sostanzialmente non era riuscita a dimostrare la disparità di trattamento cui sarebbero soggette le imprese d’investimento straniere in determinati casi; in particolare, si tratterebbe di casi limite, come redditi da obbligazioni, buoni di cassa e titoli assimilati o redditi da depositi in contanti.
La rarità di verificazione di tali ipotesi non consentirebbe - continuano gli eurogiudici - di valutare l’incidenza della ritenuta discriminazione fiscale.
La seconda censura, invece, coglie nel segno e i giudici ritengono che il Belgio abbia effettivamente violato gli articoli da 56 a 63 Tfue sulla libera circolazione dei capitali.

Aspetti della libera circolazione di capitali
Sotto tale ultimo profilo, la Corte rileva che effettivamente prevedere l’esenzione dalla ritenuta alla fonte per i soli titoli, certificati di deposito, obbligazioni e simili che generano interessi negoziati esclusivamente presso società belghe comporta un aumento della pressione fiscale sugli investimenti condotti da società di investimento e banche stabilite in altri Paesi UE.
Tale circostanza è idonea a incentivare gli investimenti nazionali a scapito di quelli esteri, e, a fronte di situazioni oggettivamente comparabili, si creano distorsioni nella concorrenza non giustificate da motivi di interesse generale.
L’articolo 56 Tfue richiede, infatti, l’abolizione di tutte le restrizioni alla libera prestazioni di servizi imposta dal fatto che  il prestatore è stabilito in uno Stato membro diverso da quello in cui il servizio e prestato; il medesimo articolo riconosce il diritto  alla libera concorrenza non solo a tutela del prestatore ma anche del destinatario del servizio.

Osservazioni conclusive
Come sancito dal trattato Tfue e confermato dalla costante giurisprudenza della Corte di giustizia, la libertà di stabilimento e la libera prestazione dei servizi assicurano la mobilità delle imprese e dei professionisti all’interno dell’Unione europea.
Ai sensi dell'articolo 54 del Tfue, i professionisti e i lavoratori autonomi nonché  le società che operano legalmente in uno Stato membro possono, dunque, esercitare un'attività economica in un altro Stato membro su base stabile e continuativa (libertà di stabilimento, ex articolo 49 Tfue) oppure offrire e fornire i loro servizi in altri Stati membri su base temporanea pur restando nel loro paese d'origine (libera prestazione dei servizi, ex articolo 56 Tfue).
Ciò presuppone non soltanto l'abolizione di ogni discriminazione basata sulla nazionalità ma anche, al fine di poter realmente usufruire di tale libertà, l'adozione di misure volte a facilitarne l'esercizio, compresa l'armonizzazione delle norme nazionali di accesso o il loro riconoscimento reciproco.
In tal senso è ormai orientata la Corte di giustizia e la sentenza oggi in commento non è che l’ultima tappa di un lungo e tortuoso percorso.


Data della sentenza
29 ottobre 2015

Numero della causa
C-589/2014

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Il verbale della Gdf non contestato legittima il maggiore imponibile.

L’Amministrazione finanziaria, nell’attività di contrasto e accertamento dell’evasione fiscale, può avvalersi, senza effettuare ulteriori riscontri, dei dati contenuti nel verbale della Guardia di finanza che non siano stati contestati dal contribuente.
Sono perciò utilizzabili nell’accertamento tutte le dichiarazione del contribuente o del suo legale rappresentante, le quali costituiscono prova – non già indiziaria, ma diretta – del maggior imponibile eventualmente accertato.
Sono questi i principi che si desumono dalla sentenza n. 20979 del 16 ottobre 2015, con cui la Cassazione, ribadendo i propri precedenti giurisprudenziali (cfr sentenza 5628/1990 e 1286/2004), ha attribuito valore di confessione stragiudiziale all’accettazione da parte del contribuente, in contraddittorio con i verbalizzanti, di una data percentuale di ricarico.

La vicenda processuale
L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, avverso una sentenza della Ctr della Campania che, in accoglimento dell’appello del contribuente, aveva annullato un avviso di accertamento volto al recupero di maggiori imposte dirette, con correlata imposizione sul valore aggiunto (le rettifiche delle singole componenti reddituali erano state operate, con applicazione di una diversa percentuale di ricarico).
Secondo i giudici di appello, infatti, erano inutilizzabili, sic et sempliciter, le considerazioni sviluppate dalla Guardia di finanza nel processo verbale di constatazione, poiché l’applicazione della diversa percentuale di ricarico, posta a fondamento delle pretese erariali, era stata desunta dai verbalizzanti da un documento extra contabile (un tabulato riportante la situazione delle merci destinate alla rivendita e giacenti in azienda dedotta dai dati contabilizzati) non allegato al processo verbale, né agli atti di causa.

La pronuncia della Cassazione
La Cassazione, nell’accogliere il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ha dato continuità ai principi di diritto enunciati nelle pronunce 20009/2009, 28316/2005, 9320/2003 e 7964/1999.
Nella sentenza in commento, la Corte ha ribadito il principio logico-giuridico che l’accettazione da parte del contribuente, in contraddittorio con i verbalizzanti, di una data percentuale di ricarico può essere apprezzata come confessione stragiudiziale risultante dal processo verbale sottoscritto che, quindi, è sufficiente a legittimare l’accertamento dell’ufficio.

In particolare, nel caso di specie, dalle parti salienti del processo verbale di constatazione trascritte nel ricorso, risultava con sufficiente chiarezza che il volume d’affari della società contribuente fosse stato determinato considerando la percentuale di ricarico concordata in contraddittorio con l’amministratore unico della società.
Il concordamento, dunque, emergeva dal processo verbale della Guardia di finanza, sottoscritto senza riserve dell’amministratore unico della società e costituente atto fidefacente sino a querela di falso, riguardo alla effettività delle operazioni dei verbalizzanti e di quanto accaduto e/o dichiarato alla loro presenza.
L’argomentazione utilizzata dalla Cassazione per legittimare l’accertamento è stata, dunque, quella secondo cui ogni dichiarazione del legale rappresentante può costituire prova non già indiziaria, bensì diretta, del maggior imponibile accertato nei confronti della società e dunque non bisognevole, in quanto tale, di ulteriori riscontri.

In ordine a quest’ultimo aspetto va precisato che, secondo la consolidata giurisprudenza citata, sono utilizzabili le dichiarazioni del legale rappresentante rilasciate in sede di verifica, non essendo violato in tali casi il divieto di prova testimoniale contenuto nell’articolo 7 del Dlgs 546/1992, a causa dell’immedesimazione organica che lega il rappresentante legale alla società rappresentata: tale elemento, infatti, esclude che il primo possa essere qualificato testimone in riferimento ad attività poste in essere dalla seconda.
Pertanto, dichiarata la legittimità dell’utilizzazione di tali dichiarazioni, la giurisprudenza di legittimità ha specificato nelle pronunce indicate, come le stesse siano qualificabili come confessione stragiudiziale, quindi come prova diretta che non necessita di altri riscontri sul fatto su cui verte, a differenza di quanto avviene invece per gli elementi indiziari.
In altri termini, le dichiarazioni sfavorevoli del legale rappresentante della società farebbero piena prova contro la società stessa, per il combinato disposto degli articoli 2733 e 2735 del codice civile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Invio telematico dichiarazione dei redditi. Gli errori bloccanti vanno rimossi e il modello ritrasmesso in 5 giorni.

La Corte di cassazione, nella sentenza 10599/2015, torna a occuparsi della procedura di invio telematico delle dichiarazioni dei redditi e, in particolare, dell’individuazione del momento in cui l’invio può considerarsi perfezionato, degli oneri correlati a detto invio e degli effetti prodotti dalle diverse fasi della procedura telematica.

Nella specie, la dichiarazione presentata dal contribuente e corredata della relativa attestazione di “avvenuta ricezione del file” rilasciata dal sistema di invio telematico è stata considerata omessa dall’ufficio perché scartata dal sistema successivamente all’invio e non debitamente ritrasmessa dal contribuente, previa rimozione della causa dello scarto.

Per stabilire se - come sostenuto dal contribuente - la prima fase telematica di invio della dichiarazione attestata dal messaggio di “avvenuta ricezione del file” sia sufficiente per considerare la dichiarazione inviata, la Corte di legittimità ha preso le mosse dalla normativa di riferimento. A questi effetti, è stato richiamato, da un canto, l’articolo 3, comma 11, del Dpr n. 322/1998 - che demanda al direttore dell’Agenzia delle Entrate l’emanazione di un provvedimento che regoli l’invio delle dichiarazioni - e, dall’altro, il Dm 31 luglio 1998 che, all’articolo 9, comma 1, stabilisce che “Le dichiarazioni inviate dai soggetti di cui alle lettere da a) a f) dell'art.2, si considerano presentate al momento in cui è completa la ricezione, da parte dell'Amministrazione finanziaria, del file che le contiene, salvo i casi previsti al comma 10. Le dichiarazioni per le quali è stata rilasciata ricevuta si considerano valide a tutti gli effetti di legge”.

La Corte ha poi precisato come, per un verso, lo stesso articolo 9 preveda, ai successivi commi 3 e 4, che l'Amministrazione finanziaria attesti l'avvenuta ricezione dei file di dichiarazioni oltre che delle dichiarazioni stesse mediante apposite ricevute - con esclusione delle tre ipotesi indicate al successivo comma 10, in cui è previsto che le ricevute non siano prodotte allorchè il file sia "scartato" per alcuni difetti di congruenza (ad es. rispetto a errori sui codici, specifiche tecniche) - e per altro verso, al comma 11, sancisca che “Tutte le dichiarazioni contenute nel file scartato per uno dei motivi di cui al comma precedente, vengono respinte. Tale circostanza viene comunicata tramite il servizio telematico all'utente che ha effettuato la trasmissione del file. L'utente è tenuto, in tale ipotesi, a ripetere la trasmissione, dopo aver rimosso la causa che ha provocato lo scarto”.
Dall’esame combinato di tali previsioni e, in particolare, dal contenuto dell’ultima richiamata disposizione (comma 11 dell’articolo 9 del Dm), il Collegio giudicante ha ritenuto che, a fronte del mero adempimento dell’invio - cui corrisponde una generica ricevuta di acquisizione generata dal sistema informativo - l’iter di acquisizione della dichiarazione non può ritenersi validamente concluso, essendo necessaria una effettiva e definitiva acquisizione del file, che risulta esclusa in ipotesi di “scarto” successivo all’invio.

Così statuendo, la Corte di legittimità ha ribadito il principio interpretativo già espresso sul punto in una propria recentissima pronuncia, la n. 675 del 16 gennaio 2015, a proposito della “insufficienza” del mero invio della dichiarazione e della necessità che la stessa sia regolarmente acquisita dal sistema e non “scartata”.
Tale convincimento della Corte di legittimità si è andato consolidando anche alla luce della prassi dell’Amministrazione sul punto. Con circolare n. 35/E del 2002, l’Agenzia delle Entrate ha, infatti, fornito chiarimenti in merito al “Servizio di assistenza e informazione ai contribuenti per la presentazione delle dichiarazioni relative al periodo d'imposta 2001”, specificando - a integrazione di altra pregressa circolare ministeriale n. 195/1999 – che, con riferimento alla trasmissione della dichiarazione in via telematica e alla segnalazione di errori che determinano il blocco della trasmissione (“errori bloccanti”), “il servizio telematico restituisce dopo breve tempo, per ogni dichiarazione trasmessa, la ricevuta dell'avvenuta presentazione della dichiarazione e l'esito del primo controllo formale operato su di essa. Ciò comporta che gli uffici devono adottare idonee misure organizzative che permettano di restituire al contribuente la predetta attestazione di avvenuta presentazione della dichiarazione, al più tardi entro il giorno successivo a quello di consegna della stessa dichiarazione agli uffici medesimi”.
Se, quindi, una dichiarazione è trasmessa nei termini, ma viene scartata dal servizio telematico, essa potrà essere comunque “tempestiva”, qualora, dopo avere effettuato i dovuti controlli e la rimozione di eventuali errori, venga ritrasmessa entro i cinque giorni successivi dal ricevimento della comunicazione dell'Agenzia delle Entrate che ne motiva lo scarto.
Oltre a ciò, l’Amministrazione finanziaria ha chiarito che, con riguardo alla comunicazione di errori o di anomalie nelle dichiarazioni positivamente trasmesse, invece, “tutti i contribuenti che presenteranno la dichiarazione in via telematica riceveranno, tramite intermediario, un preavviso telematico, nel caso in cui dalla liquidazione della dichiarazione dovesse emergere un'anomalia, un errore o un omesso versamento”. Ciò, affinché il professionista abilitato possa provvedere, entro i sessanta giorni dal “preavviso telematico”, ove ritenga insussistente l'anomalia o l'errore, a fornire spiegazioni, così evitando l'invio della comunicazione di irregolarità al cliente.

Alla luce di tutto quanto sopra rappresentato e considerato, i Giudici supremi hanno concluso ribadendo il principio per cui, in caso di invio telematico, la dichiarazione “scartata” dal sistema telematico centrale dell'Amministrazione finanziaria, se non ritrasmessa nei termini dal contribuente onerato, deve equipararsi alla dichiarazione mai presentata.

A proposito dell’invio della dichiarazione dei redditi e degli effetti correlati alla stessa in caso di invio non telematico, bensì a mezzo raccomandata, si invita a esaminare Cassazione, n. 991/2015. La Corte suprema ha ivi statuito che, poiché l’articolo 12 (abrogato dal Dpr n. 322/1998) richiedeva la semplice spedizione della dichiarazione dei redditi mediante raccomandata e ricollegava l'avvenuta presentazione della dichiarazione alla ricevuta postale di spedizione e non alla ricezione del relativo plico, non essendo richiesto l'inoltro con avviso di ricevimento, spettasse alla parte pubblica dimostrare il mancato recapito, per causa addebitabile al mittente, attraverso opportune ricerche anche postali, non risultando sufficiente il dato della semplice assenza della dichiarazione nella banca-dati dell'Anagrafe tributaria.



Fonte: Agenzia Entrate

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Il reddito ricostruito non risana l’assenza delle scritture contabili.

In tema di distruzione o occultamento delle scritture contabili, è irrilevante, ai fini della configurabilità del reato, la possibilità di ricostruzione in via presuntiva del reddito di impresa. Non è necessario, infatti, che si verifichi in concreto una impossibilità assoluta di ricostruire il volume d’affari o dei redditi, essendo sufficiente anche una impossibilità relativa che sussiste anche se a tale ricostruzione si possa pervenire aliunde (cfr. ex multis Cass. pen. sez. 3, 11.5.1989 n. 7065). Secondo la giurisprudenza della Corte di cassazione, proprio perché la norma intende assicurare la trasparenza fiscale del contribuente, è irrilevante che delle operazioni non documentate venga effettuata la ricostruzione ab externo, attraverso riscontri incrociati, presso i soggetti economici cui si riferiscono quelle operazioni (cfr. Cass. pen. sez. 3 n. 3057/2008).

Sentenza n. 41830 del 19 ottobre 2015 (udienza 17 settembre 2015)
Cassazione penale, sezione III – Pres. Franco Amedeo – Est. Amoresano Silvio – Pm. Mazzotta Gabriele
Occultamento o distruzione di documenti contabili – D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 10 – Configurabilità del reato in caso di ricostruzione del reddito


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Ufficio di proprietà e benefici prima casa.

Sono proprietario, nel mio comune, di un immobile accatastato come ufficio (A/10), in realtà adibito ad abitazione. Se acquisto un appartamento, posso usufruire delle agevolazioni prima casa?

Un contribuente, già titolare di un immobile classificato in catasto nella categoria A/10 (ufficio) ma utilizzato come abitazione, può comunque godere dei benefici prima casa qualora acquisti un appartamento; non rileva, infatti, l'utilizzazione di fatto diversa dalla classificazione catastale. Analogamente, in senso opposto, l'agevolazione non spetta se l'acquirente è titolare, nel comune dove acquista, di un altro immobile classificato o classificabile come abitazione, indipendentemente dall'utilizzazione di fatto (circolare 19/E del 2001, paragrafo 2.2.5).



Fonte: Agenzia Entrate

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Inammissibili i motivi di invalidità contestati solo in seconda battuta.

L’eccezione di invalidità dell’atto impositivo sottoscritto dal funzionario incaricato non può essere fatta valere per la prima volta in Cassazione. Trattandosi di “eccezione in senso stesso”, essa non è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo e può essere fatta valere soltanto dal contribuente in sede di ricorso introduttivo.
È quanto ribadito dalla Corte suprema con l’ordinanza 21307 del 20 ottobre 2015.

La vicenda processuale
La vicenda trae origine dall’impugnazione dinanzi al giudice tributario di un avviso di accertamento sintetico emesso per il periodo d’imposta 2004 ai fini delle imposte dirette, con il quale veniva rideterminato in aumento il reddito dichiarato, alla luce degli indici sintomatici di maggiore capacità contributiva quali il possesso di molteplici auto e di plurime abitazioni principali e secondarie.
Il giudice di primo grado accoglieva il ricorso, annullando la ripresa impositiva.

Di contrario avviso la Ctr, che accoglieva l’appello dell’Amministrazione finanziaria ritenendo che il contribuente non avesse assolto l’onere probatorio imposto dall’articolo 38 del Dpr 600/1973.

Ricorreva in Cassazione il contribuente, facendo valere la violazione e falsa applicazione del richiamato articolo 38 nonché il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione.
Depositava, altresì, memoria illustrativa facendo valere, per la prima volta in sede di giudizio di legittimità, l’eccezione di invalidità dell’atto impositivo in quanto sottoscritto dal funzionario incaricato.

Accogliendo nel merito i motivi di ricorso, la Corte suprema ha cassato la sentenza di secondo grado con rinvio alla Ctr in diversa composizione per un nuovo giudizio.
I giudici di Cassazione, invero, hanno dichiarato inammissibili i motivi nuovi formulati dal contribuente con la memoria illustrativa depositata in corso di causa.

La pronuncia della Cassazione
In particolare, la Corte suprema ha ritenuto che “i nuovi motivi a sostegno dell’assunto di invalidità dell’atto amministrativo impugnato (certamente innovativi rispetto al contenuto del ricorso per cassazione e dello stesso ricorso introduttivo di primo grado, alla luce di quanto nella predetta memoria si assume) e cioè la contestazione del potere di firma in capo al soggetto firmatario dell’atto per cui è lite … siccome incaricato di funzioni dirigenziali e non dirigente a seguito di concorso pubblico” sono inammissibili.

Osservazioni
Con la decisione in esame, i giudici hanno ribadito quanto già affermato dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenze 25508/2013, 20984/2015 e 18448/2015), per cui i vizi di invalidità dell’atto impugnato, tra cui rientrerebbe il difetto di sottoscrizione dell’atto firmato dal funzionario incaricato per effetto della sentenza della Corte costituzionale 37/2015, costituiscono “eccezioni in senso stretto” e, in quanto tali, non rilevabili d’ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo; devono essere fatti valere soltanto dal contribuente in sede di ricorso introduttivo del primo grado di giudizio, da proporre entro il termine di sessanta giorni dalla notifica dell’atto impugnato.

La ratio del decisum risiede nell’esigenza di garantire la certezza delle situazioni giuridiche “tanto più cogente nella materia delle entrate tributarie” e della previsione di un termine di decadenza per l’impugnazione degli atti tributari.
Come precisato dalla Corte suprema, altresì, l’oggetto del giudizio tributario è circoscritto ai motivi di ricorso fatti valere dal contribuente e può essere modificato esclusivamente con la presentazione di motivi aggiunti “nel solo caso di deposito di documenti non conosciuti ad opera delle altre parti o per ordine della commissione”.

Considerato, pertanto, che l’ordinamento tributario costituisce un sottosistema del diritto amministrativo, con il quale è in rapporto di “species ad genus”, potendo, quindi, trovare applicazione le norme generali sugli atti del procedimento amministrativo soltanto nei limiti in cui non siano derogate o non risultino incompatibili con le norme speciali di diritto tributario, che disciplinano gli atti del procedimento impositivo, ostando alla generale estensione del regime normativo di diritto amministrativo, la scelta operata dal legislatore, nella sua piena discrezionalità politica, di ricomprendere nella categoria unitaria della “nullità tributaria” indifferentemente tutti i vizi ritenuti tali da inficiare la validità dell'atto tributario, riconducendoli, indipendentemente dalla peculiare natura di ciascuno, nello schema della invalidità-annullabilità, detti vizi devono essere tempestivamente fatti valere dal contribuente mediante impugnazione da proporsi, con ricorso, entro il termine di decadenza previsto dall’articolo 21 del Dlgs 546/1992, in difetto del quale, il provvedimento tributario – pure se affetto da vizio “nullità” – si consolida, divenendo definitivo e legittimando l'Amministrazione finanziaria alla riscossione coattiva della imposta.

Nel caso di specie, la Corte suprema ha aggiunto che “quand’anche si trattasse, invero, di argomenti deducibili, indipendentemente dalle preclusioni che regolano il rito tributario (artt. 18 e 24; 57 del D.Lgs. n. 546/1992), essi sarebbero stati comunque introdotti in violazione dei principi che regolano il rito in Cassazione, non potendo in nessun caso la Corte apprezzare le circostanze di fatto che costituiscono il presupposto sostanziale degli assunti del contribuente, il cui onere di allegazione e prova in ordine a detti fatti appare comunque manifesto e imprescindibile”.


Fonte: Agenzia Entrate

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