mercoledì 28 ottobre 2015

La donazione dell’area edificabile nasconde il realizzo di plusvalenza.

Costituisce ipotesi di abuso del diritto la sequenza di negozi giuridici rappresentata dalla donazione di un terreno edificabile, effettuata a favore di un familiare, e dalla successiva vendita del medesimo bene, in quanto preordinata unicamente a “rivalutare” il costo a suo tempo sostenuto dal donante, al fine di azzerare la relativa plusvalenza patrimoniale.
È quanto affermato dalla Corte di cassazione nella sentenza n. 20250 del 9 ottobre 2015, pronunciata con riguardo a una fattispecie risalente al periodo d’imposta 1999.

La vicenda processuale
Il contenzioso scaturisce dall’impugnazione dell’avviso di accertamento emesso nei confronti di un contribuente che aveva omesso la dichiarazione di una plusvalenza da cessione di un’area edificabile.
In particolare, l’ufficio aveva rilevato che, nella stessa data e dinanzi allo stesso notaio, con distinti atti:
la parte aveva donato la propria quota di 3/4 di detto terreno alla figlia, per un valore dichiarato pari a X
quest’ultima aveva, a sua volta, donato alla madre la quota di 1/4, al valore dichiarato di Y
entrambe avevano ceduto le rispettive quote di proprietà per un corrispettivo esattamente pari alla somma dei valori dichiarati negli atti di donazione (X+Y).
L’ufficio, anche in ragione della contestualità dei negozi giuridici posti in essere, oltre che dei rapporti familiari tra le parti, riteneva che siffatto comportamento concretizzasse la situazione di apparenza nel possesso dei redditi, ai sensi dell’articolo 37, comma 3, del Dpr 600/1973, con conseguente accertamento, in capo al contribuente, della plusvalenza patrimoniale non dichiarata e recupero delle maggiori imposte dovute.
La parte impugnava, dunque, l’atto impositivo, ottenendone l’annullamento dalla Ctp di Udine.

L’appello dell’ufficio avverso la pronuncia sfavorevole di prime cure veniva rigettato dalla Ctr di Trieste che, stante l’inapplicabilità al caso di specie dell’articolo 37-bis del Dpr 600/1973, rilevava l’insussistenza della plusvalenza in base al dettato dell’articolo 82 del Tuir (ora, articolo 68).
Il collegio, peraltro, avanzava il sospetto che l’intera operazione fosse finalizzata a occultare l’emersione di una plusvalenza tassabile, evidenziando – tuttavia – il difetto di prova da parte dell’Amministrazione finanziaria in ordine a tale supposta fattispecie elusiva.

Avverso detta pronuncia, l’ufficio proponeva ricorso per cassazione, affidato a tre motivi, cui resisteva il contribuente con controricorso.

La pronuncia della Cassazione
I giudici di legittimità ritengono fondati tutti i motivi di ricorso proposti dall’Agenzia, evidenziando, in particolare, come la Ctr abbia erroneamente fatto riferimento all’articolo 37-bis del Dpr 600/1973, quando invece l’atto impugnato era fondato esclusivamente sull’articolo 37, comma 3, dello stesso Dpr, e si sia limitata a constatare, sulla base di quanto formalmente risultante dagli atti negoziali in questione, l’insussistenza della plusvalenza patrimoniale, sicché ogni eventuale risparmio d’imposta attuato con l’intera operazione era da ritenersi lecito.

Così argomentando, tuttavia, la Ctr ha trascurato di considerare l’orientamento, già enunciato dalla Cassazione, secondo cui “in tema di accertamento rettificativo dei redditi, la disciplina antielusiva dell’interposizione, prevista dall’articolo 37, comma 3, del Dpr 600/1973, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale che costituisce il presupposto d’imposta; ne deriva che il fenomeno della simulazione relativa, nell’ambito del quale può ricomprendersi l’interposizione fittizia di persona, non esaurisce il campo di applicazione della norma, ben potendo lo scopo elusivo attuarsi anche mediante operazioni effettive e reali…”.

Ne consegue che, “nel caso di specie, a prescindere dall’effettività di tutte le operazioni facenti parte del complesso negoziale in questione (e, quindi, a prescindere dal transito delle somme frutto di cessione tra donante e donatario dall’effettivo possesso di reddito in capo al contribuente e, comunque, dalla prova della sussistenza di una interposizione fittizia di persona), non vi è dubbio (…) che negozi, legittimi di per sé, siano stati, ove esaminati nel loro complesso, utilizzati in modo improprio, ingiustificato e deviante, consentendo in tal modo al contribuente di eludere l’applicazione del regime fiscale relativo alla realizzata plusvalenza…”.

I giudici di legittimità, dunque, attribuendo rilevanza alla circostanza di fatto che tutti i negozi siano stati stipulati lo stesso giorno e dallo stesso notaio rogante, concludono nel senso che “appare evidente la strumentalità delle donazioni di quote, poste in essere reciprocamente in un contesto familiare e in assenza di altre comprensibili ragioni, al solo scopo di precostituire (…) dei valori da mettere a confronto con il prezzo di vendita, al fine di non far risultare alcuna plusvalenza tassabile…”.

Osservazioni
Si evidenzia che l’orientamento espresso nella pronuncia in commento appare consolidato, trovando riscontro in numerosi precedenti giurisprudenziali, tra i quali si segnalano, per la conformità delle fattispecie concrete, le sentenze 22716/2011, 25671/2013 e 21794/2014.
Nelle richiamate pronunce, la Corte ha ribadito, in materia di operazioni elusive, la possibilità di dichiarare inopponibili all’Amministrazione finanziaria – in applicazione del principio generale antielusivo desumibile dall’articolo 53 della Costituzione, ma anche dei principi comunitari – i benefici fiscali derivanti dalla combinazione di operazioni a ciò volte.

Si precisa, altresì, che l’attuale disposto dell’articolo 68, comma 1, secondo periodo, del Tuir, non consente più di ricorrere alla donazione al fine di “rivalutare” i beni suscettibili di generare plusvalenze all’atto della relativa alienazione: la norma, invero, prevede che, per la determinazione della plusvalenza, “si assume come prezzo di acquisto o costo di costruzione” non già il valore dichiarato nell’atto di liberalità, bensì il costo sostenuto a suo tempo dal donante.



Fonte: Agenzia Entrate

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Ristruttturazione: fusione di due appartamenti.

Ho acquistato da due proprietari diversi due appartamenti. Devo sottoporli a manutenzione straordinaria, per poi richiedere la fusione catastale. Qual è il limite di spesa complessivo detraibile?

Per individuare correttamente il limite di spesa su cui calcolare il "bonus ristrutturazioni", è necessario tener conto del numero iniziale di unità immobiliari sulle quali si eseguono i lavori (circolare 121/E del 1998). Fino al 31 dicembre 2015, la detrazione spetta nella misura maggiorata del 50% (anziché quella ordinaria del 36%), da calcolare su un limite massimo di spesa di 96mila euro per unità immobiliare, doppio rispetto a quello di 48mila euro previsto a regime dal Tuir (tuttavia, il disegno di legge di stabilità 2016, all'esame del Parlamento, dispone la proroga per un altro anno di tali condizioni più favorevoli).



Fonte: Agenzia Entrate

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Beni dati in uso a soci o familiari.

C’è tempo fino a venerdì 30 ottobre per comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati relativi ai beni dell’impresa utilizzati, nel corso del 2014, da soci o familiari dell’imprenditore e i finanziamenti erogati dai soci o familiari a favore dall’impresa nello stesso anno. L’obbligo sussiste pure se il bene è stato concesso in godimento in anni precedenti, ma è stato utilizzato anche nel corso del 2014.

Sono obbligati alla comunicazione imprenditori individuali, società di persone e di capitali, società cooperative, stabili organizzazioni di società non residenti, enti privati di tipo associativo limitatamente ai beni relativi alla sfera commerciale. Sono escluse dall’adempimento le “società semplici”. L’adempimento, in alternativa, può essere assolto dagli stessi soci o familiari dell’imprenditore.

Non devono essere comunicati i dati riguardanti i beni goduti: dagli amministratori; dal socio dipendente o lavoratore autonomo, che costituiscono fringe benefit; dall’imprenditore individuale; da società ed enti privati di tipo associativo che svolgono attività commerciale, residenti o non residenti, concessi in godimento a enti non commerciali soci, che utilizzano gli stessi beni per fini esclusivamente istituzionali.
Inoltre, non sono soggetti all’obbligo di dichiarazione anche gli alloggi delle società cooperative edilizie di abitazione a proprietà indivisa concessi ai propri soci e i beni a uso pubblico, per i quali è prevista l’integrale deducibilità dei relativi costi nonostante l’utilizzo privatistico riconosciuto per legge.
Niente comunicazione, inoltre, quando i beni concessi in godimento al socio o familiare dell’imprenditore, sono di valore non superiore a 3mila euro al netto dell’Iva e fanno parte della categoria “altro” (del tracciato record). Comunque, non devono essere inclusi nelle categorie autovetture e altri veicoli, unità di diporto, aeromobili e immobili.

La scadenza del 30 ottobre, come accennato, vale anche per la trasmissione dei dati (e i relativi importi) delle persone (soci o familiari dell'imprenditore) che nell’anno hanno elargito finanziamenti all’impresa o effettuato capitalizzazioni alla stessa. La comunicazione scatta solo se, nell’anno di riferimento, l’ammontare complessivo dei versamenti è pari o superiore a 3.600 euro. Il limite è riferito, distintamente, ai finanziamenti e alle capitalizzazioni annui. Esulano dall’adempimento, invece, le informazioni già in possesso dell’Amministrazione finanziaria (ad esempio, un finanziamento effettuato per atto pubblico o scrittura privata autenticata).

La comunicazione va effettuata entro 30 giorni dal termine di presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di riferimento, quindi nel termine del prossimo 30 ottobre. Va predisposta on line, tramite Entratel o Fisconline, utilizzando il modello disponibile sul sito internet dell’Agenzia. Se non si è abilitati ai servizi telematici delle Entrate è possibile rivolgersi agli intermediari. Sul sito, inoltre, è possibile consultare le risposte alle domande più frequenti sull’argomento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva da “semplificazione”

Con la riformulazione dell’articolo 38-bis del decreto Iva, a opera dell’articolo 13, del decreto semplificazioni (Dlgs 175/2014), l’ammontare dei rimborsi Iva eseguibili senza alcun adempimento è passato da 5mila a 15mila euro. Inoltre, per i rimborsi superiori a 15mila euro, non serve più la garanzia, ma basta il visto di conformità o una sottoscrizione alternativa, a meno che non si tratti di richieste particolarmente rischiose, avanzate, ad esempio, da contribuenti a inizio o a fine attività.
Detto ciò e ricordato che i primi chiarimenti sulla nuova normativa sono arrivati con un dettagliato documento di prassi (circolare 32/014), l’Agenzia delle Entrate interviene nuovamente sull’argomento per fare chiarezza su alcune situazioni particolari proposte dai propri uffici: lo fa con la circolare 35/E del 27 ottobre 2015.

Sui termini di presentazione della dichiarazione integrativa
Sia nel caso in cui è stato omesso o sbagliato il visto di conformità sia in quello dove il contribuente vuole cambiare la modalità di utilizzo del credito Iva, è possibile presentare una dichiarazione integrativa entro il termine di trasmissione della dichiarazione relativa al periodo di imposta successivo.
Per quanto riguarda, invece, i rimborsi ancora in standby, chiesti prima dell’entrata in vigore delle modifiche (13 dicembre 2014) e per i quali è scaduto anche il termine per la rettifica della dichiarazione, la conformità può essere garantita da un’autonoma attestazione dell’interessato. In tal modo, suggerisce la circolare, si può anche regolarizzare la mancata apposizione del visto di conformità alla dichiarazione relativa all’anno d’imposta 2013, i cui termini di rettifica sono scaduti il 30 settembre 2015.

Quando sopravvive la dichiarazione sostitutiva
In merito alla dichiarazione sostitutiva, una sorta di autocertificazione con la quale si dimostra la solidità della propria situazione patrimoniale e finanziaria, l’Agenzia chiarisce che, a differenza di quanto avveniva in precedenza per l’attestazione della “virtuosità”, oggi non è più possibile presentarla in un momento successivo all’istanza di rimborso, la stessa, infatti, ha un suo apposito riquadro nella dichiarazione Iva o nel modello Iva Tr. La dichiarazione sostitutiva, invece, torna a vivere solo qualora sia presentata una dichiarazione correttiva/integrativa.

Cessioni di azioni o quote infragruppo
Quando il rimborso è chiesto da una società parte di un gruppo, che nell’anno precedente la domanda ha ceduto azioni o quote per un ammontare superiore al 50% del capitale sociale, il requisito dell’affidabilità è perso e il rimborso è subordinato alla prestazione della garanzia, anche se l’operazione è avvenuta all’interno del gruppo.

Garanzia sì, garanzia no: come stabilirlo in caso di accertamento
L’esecuzione dei rimborsi di importo superiore a 15mila euro resta, in particolare, subordinata alla presentazione della garanzia nelle ipotesi elencate nel comma 4, lettera b) dell’articolo 38-bis, quando al contribuente sono stati notificati avvisi d’accertamento. Ebbene, nell’ambito del Registro, per determinare lo “scarto” tra dichiarato e accertato, è necessario calcolare la differenza tra l’imposta complessiva che risulta dovuta in base all’atto, considerata pari a zero in caso di omessa registrazione, e la maggiore imposta accertata. Nell’ipotesi, invece, di rettifiche relative a imposte sostitutive o a redditi a tassazione separata, lo stesso calcolo, va effettuato con riferimento alla specifica imposta accertata, tenuto conto dell’autonoma determinazione delle basi imponibili su cui sono calcolate le diverse imposte.
Se, però, la rettifica comporta l’attrazione a tassazione ordinaria del reddito originariamente sottoposto a imposta sostitutiva o a tassazione separata, la verifica deve puntare all’imposta complessivamente dovuta, calcolata sulla base imponibile rettificata e, pertanto, il confronto deve tener conto di quanto già dichiarato dal contribuente anche titolo di imposta sostituiva o di tassazione separata.

Soglia dei 15mila euro e strumenti deflativi del contenzioso
La ridefinizione dalla pretesa erariale a seguito di accertamento con adesione, conciliazione giudiziale o reclamo/mediazione, avvenuta anche dopo la richiesta di rimborso, comporta una nuova verifica del raggiungimento della soglia dei 15mila euro di rimborso oltre la quale, nei casi previsti dalla norma, occorre presentare garanzia (comma 4, lettera b). Gli istituti deflativi del contenzioso, infatti, rideterminano in modo definitivo il debito con il Fisco e i relativi avvisi di accertamento e verifiche vanno considerati (o meglio, non considerati), ai fini degli atti notificati nei due anni precedenti all’istanza di rimborso, come quelli annullati in autotutela o risolti con sentenza definitiva favorevole al contribuente. In pratica, per il calcolo, devono essere messi da parte gli importi inizialmente “pretesi” dall’Erario.
Sempre a proposito di tale soglia e dei procedimenti da considerare per il limite dei 15mila euro, la circolare chiarisce che il perfezionamento dell’atto di adesione ai rilievi dell’ufficio finanziario comunicati al contribuente tramite invito al contraddittorio o a quanto emerso dal Pvc (ovvero il pagamento della pretesa erariale), equivale alla notifica dell’avviso di accertamento anche se questa non è avvenuta. L’atto accerta in modo definitivo, infatti, di per sé, esattamente quanto dovuto dal contribuente.

Cauzioni in titoli di Stato, interessi fuori dalla garanzia
Rivista, rispetto alla circolare 32/2014, la valenza degli interessi per la ritardata erogazione dei crediti, nei casi in cui la garanzia sia in titoli di Stato. Sulla scia della motivazioni che hanno portato al nuovo 38-bis, l’Amministrazione finanziaria chiarisce che, come già precisato nel provvedimento dello scorso 26 giugno con il quale è stato approvato il modello per il rilascio della polizza fideiussoria o fideiussione bancaria, gli interessi per il ritardo nell’esecuzione dei rimborsi in procedura semplificata non confluiscono nella somma da garantire.

Che fine fa il rimborso trimestrale ante 2015?
Senza garanzia, i rimborsi Iva trimestrali antecedenti il 2015, richiesti con modello Tr sprovvisto di visto di conformità o sottoscrizione alternativa, a condizione che dette istanze siano indicate nelle relative dichiarazioni annuali (fino a quella riguardante l’anno d’imposta 2014) munite di visto di conformità o di sottoscrizione alternativa.
La nuova normativa richiede, però, un atto di notorietà che attesti la sussistenza dei requisiti patrimoniali e contributivi necessari per ricevere gli importi a credito senza cauzione.
Per i rimborsi trimestrali precedenti il 2014, l’autocertificazione può essere consegnata all’ufficio delle Entrate o all’agente della riscossione competente, allegando la fotocopia del documento di identità del soggetto legittimato a sottoscriverla, sempreché, naturalmente, non si tratti di un contribuente considerato a “rischio” a causa del suo stato patrimoniale o fiscale e, quindi, tagliato fuori dalla procedura semplificata. A proposito di rischio, la circolare precisa che, nel periodo transitorio, i requisiti e le condizioni previsti per la presentazione della dichiarazione sostitutiva, saranno verificate con riferimento alla situazione del contribuente alla data di presentazione della dichiarazione integrativa munita del visto di conformità. In caso di dichiarazione originaria già provvista di visto, i requisiti andranno accertati alla data di presentazione della sola dichiarazione sostitutiva di atto notorio.
I rimborsi trimestrali 20014 potranno, invece, essere incassati senza garanzia se la dichiarazione annuale è completa, e cioè con visto di conformità o sottoscrizione alternativa e con attestazione del possesso dei requisiti patrimoniali e contributivi.
Gli interessi eventualmente sospesi per mancanza di cauzione, riprendono, in caso di rimborsi trimestrali 2014, dalla presentazione della dichiarazione annuale "al completo", e dalla data di presentazione dell’autocertificazione per le richieste riguardanti i rimborsi ante 2014.

Ampliate le correzioni al quadro TD
Il contribuente ha la possibilità di presentare un successivo modello TR per correggere il quadro TD anche per motivi diversi dalla conversione del credito da rimborso a compensazione e viceversa. Oltre a queste due ipotesi, chiarite con risoluzione 99/2014, la circolare in esame, infatti, ritiene che possano essere corrette anche le indicazioni che riguardano il presupposto per ottenere il rimborso, i requisiti per l’esonero della garanzia e l’erogazione prioritaria. Riguardo la possibilità di ottenere i rimborsi di importo superiore a 15mila euro senza garanzia, la circolare chiarisce che il nuovo modello dovrà essere munito di visto di conformità o sottoscrizione alternativa da parte dell’organo di controllo e dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà contenente i requisiti patrimoniali e contributivi. Per quanto riguarda la questione del calcolo degli interessi, in caso di presentazione del modello TR oltre i termini, la circolare precisa che gli interessi decorrono dal giorno 20 del mese successivo alla data di presentazione della nuova istanza, nel rispetto del margine di tempo riconosciuto agli uffici per l’esecuzione dei rimborsi tempestivamente presentati.

Dichiarazione sostitutiva del rappresentante
Se l’istanza di rimborso è presentata dal rappresentante fiscale, la dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà che attesta la solidità patrimoniale, per accedere ai rimborsi over 15mila, può essere presentata dallo stesso rappresentante fiscale, se il titolare del credito è un cittadino Ue oppure appartenga a uno Stato che abbia stipulato con l’Italia una convenzione che preveda la produzione della dichiarazione sostitutiva. Negli altri casi, la solidità patrimoniale sarà attestata dalle autorità dello Stato estero tramite attestati tradotti in lingua italiana e autenticati dalle autorità consolari italiane.

Le garanzie valgono anche per il “gruppo”
Infine, la circolare precisa che tutti gli adempimenti per ottenere i rimborsi Iva, compresa la disciplina sulle garanzie (articolo 38-bis Dpr 633/1972), sono estesi alle procedure di liquidazione dell’Iva di gruppo. In particolare, l’Agenzia chiarisce che la franchigia del dieci per cento prevista dall’articolo 21 decreto Mef n. 567/1993 (“Non devono essere prestate specifiche garanzie per l'erogazione dei rimborsi, il cui ammontare risulti non superiore al dieci per cento dei complessivi versamenti eseguiti nei due anni precedenti la data della richiesta e registrati nel conto fiscale,…”) si applica anche alle eccedenze di credito compensate nell’ambito della liquidazione Iva di gruppo, negli stessi limiti previsti per i rimborsi semplificati, cioè, attualmente, fino a 700mila euro (articolo 34, comma 1, legge 388/2000). Se le società aderenti al gruppo applicano la franchigia per un importo superiore a 700mila euro, l’Ufficio procede al recupero della parte eccedente non garantita, a meno che il contribuente non provveda a un’integrazione tramite fideiussione bancaria.




Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 27 ottobre 2015

Accertamento da redditometro.

In tema di redditometro, è valido l’avviso di accertamento contenente soltanto gli indici di capacità contributiva, anche se non motivato. Inoltre, per sconfessare l’atto impositivo non è sufficiente dichiarare che le spese di gestione troppo alte sono sostenute prevalentemente dal coniuge con reddito maggiore. È necessario documentare il contributo economico, in questo caso, del marito, essendo insufficiente dimostrare solo uno stipendio maggiore.
È quanto stabilito dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 20649 del 14 ottobre 2015.

I fatti
La controversia scaturisce da un avviso di accertamento ai fini Irpef, emesso ai sensi dell’ex articolo 38, comma 4, del Dpr 600/1973, e dei decreti ministeriali 10/9/1992, 19/11/1992 e 21/9/1999, nei cui confronti la contribuente ha denunciato l’infondatezza della pretesa sul rilievo che l’ufficio non aveva considerato l’intero reddito dichiarato da tutti i componenti del nucleo familiare e, inoltre, che la motivazione dell’avviso era carente perché in essa non c’era traccia dei rilievi formulati in sede di contraddittorio endoprocedimentale.
Tali eccezioni, però, non hanno trovato ingresso nei primi due gradi di giudizio, ove i giudici di merito hanno affermato che la documentazione allegata dalla ricorrente, per screditare l’operato dell’ente impositore, non aveva soddisfatto l’onere probatorio posto a suo carico dall’articolo 38. L’ufficio, invece, aveva sufficientemente motivato l’accertamento sintetico, specificando gli indici di ricchezza e dimostrando la loro astratta idoneità a rappresentare una capacità contributiva non dichiarata.

Con ricorso per cassazione, la contribuente lamenta che la Commissione regionale – disattendendo la documentazione prodotta – non ha considerato l’intero reddito dichiarato da tutti i componenti del nucleo familiare, omettendo di valutare la vendita della precedente abitazione e la concessione di un mutuo di importo rilevante, nonché la capacità reddituale riferibile al coniuge.

La decisione
Ma, anche nel giudizio di legittimità, la controversia si è chiusa – questa volta definitivamente – a favore del fisco, in quanto la sentenza impugnata:
da un lato, ha affermato che l’accertamento era adeguatamente motivato
dall’altro, che la contribuente non aveva assolto all’onere di prova contraria sulla stessa gravante, considerata l’inidoneità della documentazione prodotta.
Infatti, la difesa e il ricorso contro un accertamento fiscale da redditometro si basa sulla dimostrazione che il tenore di vita è compatibile con il reddito dichiarato dal contribuente (Cassazione, 10350/2003). Il redditometro, perciò, presuppone che la disponibilità di certi beni (abitazioni, autovetture, eccetera) e/o la fruizione di determinati servizi (vacanze, iscrizioni a club, eccetera) generano delle spese per il loro acquisto e mantenimento, quantificabili mediamente su base statistica.

Nel caso in esame, nel confermare il giudizio d’appello, all’obiezione della difesa che contestava la carenza di motivazione dell’atto impositivo, la suprema Corte ha decretato l’inammissibilità del motivo per difetto di autosufficienza, poiché “non risultano riportate, neppure per sommi capi, né le contestazioni formulate dalla contribuente in sede di contraddittorio preventivo, né i passi dell’avviso di accertamento carenti di motivazione rispetto alle contestazioni suddette”.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha affermato che, in presenza di dati certi e incontestati, considerati indici di capacità contributiva, non è consentito pretendere una motivazione specifica dei criteri in concreto adottati per pervenire alle poste di reddito fissate in via sintetica nel redditometro, in quanto esse, proprio per fondarsi su parametri stabiliti in via generale, si sottraggono all’obbligo di motivazione, secondo il principio stabilito dall’articolo 3, legge 241/1990 (cfr Cassazione nn. 14691/2000, 8665/2002 e 9099/2002).

Quindi, l’Amministrazione finanziaria resta dispensata da qualunque ulteriore prova rispetto ai fatti indicativi di capacità contributiva, individuati dal redditometro stesso e posti a base della pretesa tributaria, gravando sul contribuente l’onere di dimostrare che il reddito presunto sulla base del redditometro non esiste o esiste in misura inferiore (cfr Cassazione nn. 10603/2002, 327/2006 e 12158/2014).
Ne consegue che, non essendo configurabile la denunciata illegittimità dei decreti ministeriali 10/9/1992, 19/11/1992 e 21/9/1999, risulta correttamente motivato l’avviso di accertamento che si limita a richiamare i parametri applicati, poiché la loro efficacia presuntiva è di tipo relativo (cfr Corte costituzionale 297/2004) e consente al contribuente di dimostrare che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta (articolo 38, comma 6, Dpr 600/1973 – cfr Cassazione 5794/2001).

Quanto – infine - alla posizione dell’intero nucleo familiare della contribuente, la sezione tributaria ha considerato immune da vizi il ragionamento del giudice d’appello che ha ritenuto non provato, in mancanza di idonea documentazione, che il coniuge avesse sostenuto spese di gestione in misura maggiore (60/70%) rispetto alla percentuale considerata dall’ufficio (50%).




Fonte: Agenzia Entrate

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Bitcoin, la moneta virtuale.

Il servizio di compravendita di bitcoin, svolto da un cittadino svedese in forma d’impresa, non configura una prestazione di servizi e, quindi, non sconta l’Iva. È la conclusione della Corte di giustizia nella causa C-264-2014, adita dal Fisco svedese. Secondo il parere dei giudici Ue, le operazioni di cambio della valuta virtuale non scontano l’imposta in quanto la moneta elettronica è un ordinario mezzo di pagamento con pieno valore liberatorio.

I fatti in causa
Un cittadino svedese intendeva svolgere, in forma d'impresa, operazioni di cambio della valuta virtuale bitcoin in moneta tradizionale e viceversa; a tal proposito, richiedeva un parere preliminare alla Commissione tributaria locale al fine di conoscere se fosse dovuta o meno l’Iva su tale tipologia di operazioni. La Commissione riteneva sussistente l’esenzione Iva, considerando il bitcoin un ordinario mezzo di pagamento con pieno valore liberatorio, nonostante lo stesso manchi della materialità propria delle banconote e delle monete.

Il contenzioso nazionale
Il Fisco svedese si mostrava, però, di diverso avviso, stabilendo che il servizio di compravendita di bitcoin non ricadesse nell’esenzione Iva bensì configurasse una normale prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso, come tale soggetta all'imposta. Sulla scorta di tale differente valutazione, il Fisco ricorreva alla Corte suprema, la quale - a sua volta - decideva di sospendere il procedimento e di formulare alla Corte di giustizia i seguenti quesiti.

Le questioni pregiudiziali
1) Se l’articolo 2, paragrafo 1, della direttiva Iva debba essere interpretato nel senso che le operazioni indicate come cambio di valuta virtuale contro valuta tradizionale e viceversa, effettuato dietro un corrispettivo che il fornitore della prestazione integra all’atto della determinazione dei tassi di cambio, costituiscano prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso;
2) In caso di risposta affermativa alla prima questione, se l’articolo 135, paragrafo 1, della direttiva Iva debba essere interpretato nel senso che le operazioni di cambio sopra descritte siano esenti da imposizione.

La decisione
La Corte premette che la valuta virtuale bitcoin non può essere qualificata come “bene materiale”, dato che non ha altre finalità se non quelle di un qualsiasi altro mezzo legale di pagamento; di conseguenza, il suo scambio non configura una cessione di beni bensì una prestazione di servizi.

In merito al primo quesito, relativo al riconoscimento del carattere oneroso di tale tipologia di prestazioni, risulta indifferente - secondo i giudici - il fatto che detta retribuzione non consista nel versamento di una provvigione o nel pagamento di spese specifiche, bensì nella dazione di una somma corrispondente al margine differenziale tra il prezzo di acquisto delle valute a opera della società e quello di vendita ai clienti.
Tale prestazione è esente Iva solo se sussiste un nesso diretto tra il servizio prestato e il corrispettivo ricevuto dall'amministrato, ossia solamente quando tra il prestatore e il destinatario intercorra un rapporto giuridico sinallagmatico e il compenso ricevuto dal prestatore costituisca il controvalore effettivo del servizio offerto.

Quanto al secondo quesito, le operazioni finanziarie esenti Iva non devono essere necessariamente effettuate tramite banche o istituti finanziari ma vengono definite, per pacifica giurisprudenza, essenzialmente in funzione della natura delle prestazioni di servizi in concreto rese (ad esempio, depositi fondi, conti correnti, pagamenti, giroconti, crediti, assegni ecc.), le quali postulano generalmente un trasferimento di denaro.
Considerato però che l’articolo 135 della direttiva Iva prevede diverse ipotesi di esenzione per le operazioni finanziarie, i giudici valutano sotto quale caso specifico sussumere il fenomeno dello scambio della moneta virtuale bitcoin. Di certo, non sotto la previsione di cui alla lettera d) di detto articolo, in quanto il bitcoin, essendo un mezzo di pagamento contrattuale, non può essere assimilato né ad un conto corrente, né ad un deposito fondi, ovvero a un pagamento o versamento.

Quanto alla lettera e) della stessa norma, essa prevede l’esenzione per le operazioni relative a “divise, banconote e monete con valore liberatorio” ossia a valute tradizionali: dal tenore letterale della norma, tuttavia, non è chiaro se tale disposizione possa essere estesa a valute non tradizionali; l’interpretazione teleologica, secondo la Corte, deporrebbe in tal senso, visto che la finalità ultima dell'esenzione è evitare le difficoltà connesse alla determinazione della base imponibile e dell'importo dell'Iva detraibile che sorgono nel contesto dell'imposizione delle operazioni finanziarie.
A parere dei giudici, la voluntas legis è quella di agevolare la circolazione dei capitali e promuovere le operazioni finanziarie, essendo indifferente la natura reale o virtuale del mezzo di pagamento in concreto scelto, che può essere tanto la moneta classica quanto il bitcoin, al cui scambio pure si deve riconoscere l'esenzione Iva.

La successiva lettera f) dell’articolo 135, infine, si riferisce espressamente alle operazioni riguardanti azioni, quote, obbligazioni societarie che conferiscono la qualità di socio, cui il bitcoin non è certamente assimilabile per natura e funzione.

Conclusioni
1) L’articolo 2, paragrafo 1, lettera c), della direttiva Iva va interpretato nel senso che costituiscono prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso, ai sensi di tale disposizione, operazioni, come quelle oggetto del procedimento principale, che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale «bitcoin» e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra, da una parte, il prezzo al quale l’operatore interessato acquista le valute e, dall’altra, il prezzo al quale le vende ai suoi clienti.
2) L’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), della direttiva Iva va interpretato nel senso che prestazioni di servizi, come quelle oggetto del procedimento principale, che consistono nel cambio di valuta tradizionale contro unità della valuta virtuale «bitcoin» e viceversa, effettuate a fronte del pagamento di una somma corrispondente al margine costituito dalla differenza tra, da una parte, il prezzo al quale l’operatore interessato acquista le valute e, dall’altra, il prezzo al quale le vende ai suoi clienti, costituiscono operazioni esenti dall’imposta sul valore aggiunto ai sensi di tale disposizione.
L’articolo 135, paragrafo 1, lettere d) e f), della direttiva Iva va interpretato nel senso che siffatte prestazioni di servizi non ricadono nella sfera di applicazione di tali disposizioni.


Fonte:
Data della sentenza
22 ottobre 2015

Numero della causa
C-264/2014


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Veicoli disabili: iva ordinaria per le Onlus.

Un meccanico deve applicare l'Iva agevolata su una prestazione di sola manodopera relativa alla modifica di un mezzo di trasporto per ammalati e disabili di una associazione Onlus?

Sono esclusi dall'applicazione dell’Iva agevolata gli autoveicoli che, pur se adattati al trasporto di disabili, sono intestati a società, a enti o a persone diverse dagli invalidi nonché dai familiari che hanno fiscalmente a carico gli invalidi non muniti di patente speciale (circolare 197/E del 1998). Solo nei confronti di questi ultimi, e non delle Onlus, pertanto, si applica l’Iva ridotta al 4% in relazione alle prestazioni rese dalle officine per l'adattamento del veicolo e sulle cessioni di parti staccate comunque utilizzate per l'adattamento stesso (circolare 46/E del 2001). Per completezza di analisi, si evidenzia che usufruiscono della stessa agevolazione anche le prestazioni rese dalle officine per riparare gli adattamenti dei veicoli, sempre se effettuate nei confronti delle persone disabili o dei familiari che le hanno fiscalmente a carico (circolare n. 17/E del 2015).



Fonte: Agenzia Entrate

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Civis F24, il servizio per modificare online il modello.

Novità in arrivo sul fronte dei servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate. Grazie al nuovo servizio Civis F24, disponibile da oggi per gli utenti abilitati a Fisconline e a Entratel, sarà infatti possibile correggere direttamente on line gli errori che vengono generalmente commessi nella compilazione del modello F24. Non solo: chi lo vorrà potrà anche richiedere un feedback in modo da sapere, in modo gratuito, se la modifica è andata o meno a buon fine.

I passaggi da seguire, per chiedere la modifica del modello di pagamento nel modo corretto, sono illustrati in un’apposita guida al servizio pubblicata sul sito dell’Agenzia, mentre sul canale youtube del Fisco, Entrate in video, è postato un breve video tutorial di accompagnamento.

Auto correzione degli F24 a portata di click
Da oggi, quindi, i contribuenti che si accorgono di aver commesso un errore durante il pagamento delle imposte con il modello di versamento F24, potranno modificarlo direttamente online, inviando una semplice richiesta telematica.

La domanda di modifica può essere presentata a condizione che la delega:
risulti già acquisita nella banca dati dell’Anagrafe Tributaria
riguardi tributi gestiti dall’Agenzia
sia stata presentata negli ultimi tre anni solari antecedenti l’anno della richiesta
presenti almeno un tributo non abbinato
Una volta entrati nel canale Civis F24 tramite l’accesso ai servizi telematici, i cittadini possono ricercare il versamento da variare, inserire le modifiche e inviare la richiesta. Gli utenti potranno poi, a scelta, chiedere gratuitamente l’invio dell’avviso di conclusione della pratica tramite sms o e-mail e consultare online l’esito della richiesta di modifica.

Chi può sfruttare la chance del nuovo servizio
Per accedere a Civis F24 è sufficiente essere abilitati ai servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Fisconline o Entratel) e selezionare l’apposito link “Richiesta modifica F24”. Dopo una fase di sperimentazione avviata in Lombardia e Piemonte, adesso il nuovo servizio Civis F24 consentirà alla totalità degli utenti nazionali di richiedere le modifiche on line e ricevere (sempre tramite il canale telematico) l'esito della richiesta.

Civis 2.0, le ultime funzionalità attive
Civis F24 è l’ultima innovazione che ha interessato il canale digitale dedicato all’assistenza sulle comunicazioni di irregolarità, sugli avvisi telematici e le cartelle di pagamento, sul controllo formale delle dichiarazioni, ma non è l’unica. Da pochi mesi, infatti, con una semplice e veloce interrogazione via web, i contribuenti che ricevono una comunicazione a seguito di controllo formale della dichiarazione dei redditi possono verificare lo stato di avanzamento delle attività relative al controllo e scorrere il riepilogo degli invii documentali effettuati utilizzando il canale telematico. La funzionalità “Interrogazione stato di lavorazione” può essere utilizzata solo a partire dalle comunicazioni relative all’anno d’imposta 2012.


Fonte: Agenzia Entrate


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lunedì 26 ottobre 2015

Per posta si vota con l’autentica, ma senza pagare il bollo.

Ai fini del bollo, l’articolo 1, comma 1, della tariffa, parte prima, allegata al Dpr 642/1972, ne prevede l’applicazione, per gli “Atti rogati, ricevuti o autenticati da notai o da altri pubblici ufficiali e certificati, estratti di qualunque atto o documento e copie dichiarate conformi all’originale rilasciati dagli stessi”, mentre l’articolo 1, della tabella annessa allo stesso Dpr 642/1972, esenta in modo assoluto gli “… atti e documenti riguardanti la formazione delle liste elettorali, atti e documenti relativi all’esercizio dei diritti elettorali ed alla loro tutela sia in sede amministrativa che giurisdizionale”.
È quanto chiarisce la risoluzione 91/E pubblicata dall’Agenzia delle Entrate.

L’interpello
La richiesta, circa lo specifico trattamento fiscale, ai fini dell’imposta di bollo, dell’autentica di firma apposta sulla busta contenente la scheda di votazione – trasmessa a mezzo raccomandata – è stata rivolta all’Agenzia, dal Consiglio nazionale dei geologi, in seguito alle sopravvenute esigenze di rinnovare i Consigli territoriali degli ordini dei geologi. Elezioni per le quali è prevista anche l’espressione del voto per corrispondenza.

La dichiarazione di voto è per sua natura segreta, personale e non delegabile ed è esercitata sempre previo accertamento dell’identità del votante da parte dei componenti il seggio elettorale.
Quando, però, il diritto di voto è esercitato mediante lettera raccomandata, questa attività di riconoscimento e identificazione del votante non può essere omessa e, dunque, per l’autenticazione deve essere posta in essere un’attività equipollente a quella svolta, per regola generale, dai componenti il seggio elettorale.
Questo è quanto ha chiarito il ministero di Giustizia con riferimento alle votazioni effettuate per le elezioni degli ordini professionali.

Da qui discende l’obbligatorietà dell’autenticazione della firma nella votazione inviata per raccomandata, da effettuarsi tramite i soggetti legittimati a farlo, che sono quelli previsti dall’articolo 14 della legge 53/1990.
Si tratta dei notai, dei giudici di pace, dei cancellieri e dei collaboratori delle cancellerie delle Corti di appello, dei tribunali e delle preture, dei segretari delle procure della Repubblica, dei presidenti delle province, dei sindaci, degli assessori comunali e provinciali, dei presidenti dei consigli comunali e provinciali, dei presidenti e dei vice presidenti dei consigli circoscrizionali, dei segretari comunali e provinciali e dei funzionari incaricati dal sindaco e dal presidente della provincia.

Secondo il Consiglio, l’autenticazione della firma, da effettuare secondo il dettato dell’articolo 14 della legge 53/1990, non dovrebbe essere sottoposta al pagamento dell’imposta di bollo in quanto l’articolo 1, della tabella annessa al Dpr 642/1972, esenta in modo assoluto da detta imposta gli “… atti e documenti relativi all’esercizio dei diritti elettorali ed alla loro tutela sia in sede amministrativa che giurisdizionale”.

L’Agenzia risponde
L’Agenzia delle Entrate nulla ha da eccepire in merito a quanto prospettato dall’interpellante, condividendone le conclusioni.

Nella risoluzione 91/E di oggi, relativamente al trattamento tributario da riservare, ai fini dell’imposta di bollo, all’autentica di firma, osserva che, mentre l’articolo 1, comma 1, della tariffa, parte prima, allegata al Dpr 642/1972, prevede l’applicazione dell’imposta di bollo (16 euro per ogni foglio) per gli “Atti rogati, ricevuti o autenticati da notai o da altri pubblici ufficiali e certificati, estratti di qualunque atto o documento e copie dichiarate conformi all’originale rilasciati dagli stessi”, l’articolo 1, della tabella annessa allo stesso Dpr 642/1972 (Atti, documenti e registri esenti dall’imposta di bollo in modo assoluto) – in deroga al suddetto principio – esenta, in modo assoluto, dall’imposta di bollo gli “… atti e documenti riguardanti la formazione delle liste elettorali, atti e documenti relativi all’esercizio dei diritti elettorali ed alla loro tutela sia in sede amministrativa che giurisdizionale”.

Secondo il parere delle Entrate, l’esenzione comprende anche le autentiche di firma effettuate ai sensi dell’articolo 14, legge 53/1990, in quanto tale disposizione volge a garantire gli adempimenti connessi con lo svolgimento del procedimento elettorale.



Fonte: Agenzia Entrate

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Operazione vera e fattura perfetta: la detrazione Iva non si può negare.

La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione della direttiva 77/388/Cee ed è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone una società all’amministrazione finanziaria polacca, in merito al diniego opposto da quest’ultima di riconoscere il diritto alla detrazione Iva assolta a monte dalla società, in relazione a operazioni da considerare sospette.
La compagine (di seguito società A), in particolare, ha effettuato vari acquisti di carburante diesel, utilizzato nell’ambito della sua attività economica. Le fatture relative a tali acquisti sono state emesse da altra società B. La società A ha, comunque proceduto alla detrazione dell’Iva pagata per gli acquisti in argomento.
In seguito a un controllo fiscale, l’amministrazione tributaria polacca le ha negato il diritto alla detrazione dell’Iva, sulla base della motivazione che le fatture erano state emesse da un soggetto inesistente.
Il caso è giunto alla valutazione della competente autorità giurisdizionale, che ha sottoposto al vaglio pregiudiziale della Corte Ue alcune questioni, con le quali intende conoscere se le disposizioni della sesta direttiva debbano essere interpretate nel senso che esse ostano a una normativa nazionale, che nega a un soggetto passivo il diritto di detrarre l’Iva dovuta o assolta per beni che gli sono stati ceduti, in base al fatto che le fatture sono stata emesse da un soggetto considerato inesistente e che è impossibile identificare il vero fornitore dei beni.

Le valutazioni della Corte
Per quanto riguarda le condizioni sostanziali richieste per avere diritto alla detrazione (articolo 17, paragrafo 2, lettera a), della sesta direttiva) per poter beneficiarne, occorre, da un lato, che l’interessato sia un soggetto passivo ai sensi di tale direttiva e, dall’altro, che i beni o i servizi invocati a base di tale diritto siano utilizzati a valle dal soggetto passivo ai fini delle proprie operazioni Iva e che, a monte, detti beni siano ceduti o che tali servizi siano forniti da un altro operatore passivo.

In relazione alle condizioni formali richieste per il diritto alla detrazione, l’articolo 18, paragrafo 1, lettera a) della sesta direttiva dispone che il soggetto passivo deve essere in possesso di una fattura redatta secondo l’articolo 22, paragrafo 3, della stessa direttiva. In particolare, il medesimo articolo, alla lettera b), recita che la fattura deve indicare, in maniera distinta, il numero di identificazione ai fini dell’Iva con il quale il soggetto passivo ha effettuato la cessione, il nome e l’indirizzo completo di quest’ultimo, nonché la quantità e la natura dei beni ceduti.
Da quanto risulta dal giudizio pendente dinanzi al giudice del rinvio, la società A, che ha intenzione di esercitare il diritto alla detrazione in qualità di soggetto passivo, ha effettivamente ricevuto e pagato il carburante indicato nelle fatture emesse dalla società B e ha utilizzato tale bene a valle per le sue operazioni gravate da imposta. L’inesistenza della società B, sostiene il giudice del rinvio, sarebbe avvalorata dal fatto che tale compagine non era registrata ai fini dell’Iva, non effettuava dichiarazione fiscale, non pagava imposte e non disponeva di autorizzazione per la vendita di combustibili liquidi. Inoltre, lo stato fatiscente dell’immobile, indicato come sede sociale, renderebbe impossibile qualsiasi attività economica. L’esistenza di un’attività economica della società B, però, non sembra esclusa in considerazione delle circostanze relative alle cessioni di carburante, a nulla influendo le condizioni dello stabile indicato come sede societaria.
In particolare, quando l’attività consiste nella cessione di beni effettuata nell’ambito di varie vendite successive, il primo acquirente e rivenditore può limitarsi a dare ordine al primo venditore di trasportare i beni in questione direttamente al secondo acquirente, senza che disponga egli stesso dei mezzi di stoccaggio e di trasporto indispensabili per effettuare la cessione dei beni in questione.

È pur vero che l’articolo 22, paragrafo 1, lettera a), della direttiva dispone che ogni soggetto passivo deve dichiarare l’inizio, il cambiamento e la cessazione della propria attività in qualità di operatore Iva. Tuttavia, malgrado l’importanza che tale dichiarazione riveste, quest’ultima non può costituire una condizione supplementare richiesta ai fini del riconoscimento dello status di soggetto passivo ai sensi dell’articolo 4 della medesima direttiva.
La Corte ha già, altresì, precisato che l’eventuale inadempimento, da parte del fornitore dei beni, dell’obbligo di dichiarare l’inizio della sua attività imponibile non può rimettere in discussione il diritto a detrazione del destinatario dei beni ceduti per quanto riguarda la relativa Iva pagata. Pertanto, il destinatario beneficia del diritto alla detrazione anche quando il fornitore di beni sia un soggetto passivo che non è registrato ai fini dell’Iva, qualora le fatture relative ai beni ceduti presentino tutte le informazioni richieste dall’articolo 22, paragrafo 3, lettera b), della sesta direttiva, in particolare quelle necessarie per l’identificazione della persona che le ha emesse e della natura di tali beni.

La Corte è giunta alla conclusione che l’amministrazione tributaria non può negare il diritto a detrazione in base al rilievo che l’emittente della fattura non dispone più della licenza di imprenditore individuale e che, quindi, egli non è più legittimato a utilizzare il proprio numero di identificazione fiscale, qualora tale fattura presenti tutte le informazioni previste dal richiamato articolo 22, paragrafo 3, lettera b).
Nel caso concreto, emerge che le fatture relative alle operazioni in esame indicavano, nel rispetto di detta ultima disposizione, la natura dei beni ceduti e l’importo dell’Iva dovuta, nonché il nome della società B, il suo numero d’identificazione fiscale e l’indirizzo della sua sede sociale. Pertanto, non sussistono le circostanze idonee a giustificare l’assenza della qualità di soggetto passivo della società B né, pertanto, di negare alla società A il diritto alla detrazione.
Inoltre, per quanto riguarda le cessioni di carburante, risultavano parimenti soddisfatte le altre condizioni sostanziali del diritto alla detrazione.
Poiché la nozione di “cessione di beni” (articolo 5, paragrafo 1 della sesta direttiva) non si riferisce al trasferimento di proprietà nelle forme previste dal diritto nazionale vigente, bensì a qualsiasi operazione di trasferimento di un bene materiale effettuata da una parte che autorizza l’altra a disporre, di fatto, di tale bene come se ne fosse il proprietario, l’eventuale assenza del potere della società B di disporre giuridicamente dei beni in questione non può escludere una cessione di tali beni ai sensi di detta disposizione, una volta che i beni sono stati effettivamente rimessi alla società A che li ha impiegati per le sue operazioni Iva.

Conclusioni
Tutto ciò premesso, la Corte Ue ha deciso che le disposizioni della sesta direttiva devono essere interpretate nel senso che esse ostano a una normativa nazionale, che nega a un contribuente Iva il diritto di detrarre l’imposta dovuta o assolta per beni che gli sono stati ceduti, in base al fatto che la fattura è stata emessa da un soggetto considerato, secondo i criteri previsti da tale normativa, un inesistente e che è impossibile identificare il vero fornitore dei beni, tranne nel caso in cui si dimostri, alla luce di elementi oggettivi e senza esigere dall’interessato verifiche che non gli incombono, che tale soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che detta cessione si iscriveva in un’evasione dell’Iva, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.


Data della sentenza
22 ottobre 2015
Numero della causa
C‑277/14


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Eliminazione barriere architettoniche: le agevolazioni.

Vorrei fare installare un elevatore per consentire a mia moglie, disabile e a mio carico, di accedere al nostro appartamento. Di quali agevolazioni posso usufruire?

Le spese sostenute per l’eliminazione delle barriere architettoniche possono fruire della detrazione Irpef accordata ai lavori di ristrutturazione edilizia, attualmente pari al 50 per cento. Vi rientrano, ad esempio, le spese per l’installazione di ascensori, montacarichi, elevatori esterni all’abitazione e quelle per la realizzazione di strumenti che, attraverso la comunicazione, la robotica e ogni altro mezzo tecnologico, favoriscono la mobilità interna ed esterna delle persone portatrici di handicap grave (articolo 3, comma 3, legge 104/1992). Inoltre, la parte di spesa eccedente la quota agevolata con il "bonus ristrutturazioni" è detraibile nella misura del 19% come spesa sanitaria. Per le prestazioni di servizi relative all’appalto di questi lavori, è applicabile l’aliquota Iva agevolata del 4% (circolare 7/E del 2001).



Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 21 ottobre 2015

Fatture false: operazione inesistente.

Il reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti di cui all’art. 2 DLGS n. 74 del 2000 sussiste sia nell’ipotesi di inesistenza oggettiva dell’operazione (quando la stessa non sia mai stata posta in essere nella realtà), sia in quella di inesistenza relativa (quando l’operazione vi è stata, ma per quantitativi inferiori a quelli indicati in fattura), sia, infine, nel caso di sovrafatturazione “qualitativa” (quando la fattura attesti un importo, per beni o servizi, maggiorato rispetto a quello effettivamente corrisposto), in quanto oggetto della repressione penale è ogni tipo di divergenza tra la realtà commerciale e la sua espressione documentale (Cass. 28352/13; 45056/10).

Sentenza n. 40110 del 6 ottobre 2015 (udienza 4 giugno 2015)
Cassazione Penale, sezione III – Pres. Mannino Saverio F. – Est. Scarcella Alessio – Pm. Angelillis Ciro
Reati tributari – Fatture per operazioni inesistenti – Sovrafatturazione


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Vendita cialde caffè: quale aliquota Iva.

Un commerciante di cialde caffè (capsule o similari) che aliquota Iva deve applicare per la vendita a privati per consumo familiare? E se il consumatore finale fosse una ditta che richiede la fattura?

A partire dal 1° gennaio 2014 tutte le somministrazioni di alimenti e bevande effettuate tramite distributori automatici sono soggette all’Iva agevolata al 10%, a prescindere dal luogo in cui è collocato l’apparecchio (punto 121, parte III, tabella A allegata al Dpr 633/1972). L’aliquota ridotta è applicabile solo nel caso in cui l'acquirente della capsula o della cialda è l'effettivo utilizzatore della stessa e, quindi, il consumatore finale. Nell’ipotesi in cui, invece, il bene sia oggetto di passaggi intermedi, in relazione alle cessioni effettuate nei confronti di soggetti diversi dal consumatore finale va applicata l'aliquota propria del prodotto ceduto (nel caso delle cialde, il 22%). La cessione di capsule o cialde nei confronti di soggetti diversi dai consumatori finali, infatti, non può essere giuridicamente qualificata come somministrazione di alimenti e bevande, in quanto il servizio di somministrazione della bevanda si concretizza solo nella fase in cui il procedimento meccanico, realizzato attraverso il distributore automatico, determina la trasformazione della cialda o della capsula in una bevanda (risoluzione 124/E del 2000).



Fonte: Agenzia Entrate

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Attuazione della riforma fiscale: il nuovo contenzioso tributario.

Nell’ambito della delega per la riforma del contenzioso tributario, di cui all’articolo 10, comma 1, della legge 23/2014, sono previsti interventi riguardanti, tra l’altro, il massimo ampliamento dell’utilizzazione della posta elettronica certificata (Pec).
A tal fine, l’articolo 9, comma 1, lettere g), h) e i), del Dlgs 156/2015, attuativo della delega:
- ha modificato gli articoli 16 e 17 del Dlgs 546/1992, che disciplinano le comunicazioni e le notificazioni degli atti del processo
- ha introdotto nel medesimo Dlgs 546/1992 l’articolo 16-bis concernente le comunicazioni e notificazioni per via telematica.

Comunicazioni e notificazioni (articolo 16)
L’articolo 16 del Dlgs 546/1992 viene modificato attraverso l’equiparazione agli enti impositori sia dell’agente della riscossione sia dei soggetti iscritti all’albo per l’accertamento e la riscossione delle entrate degli enti locali(1), nonché attraverso l’eliminazione della denominazione “ufficio del Ministero delle finanze”(2) .
Il suddetto intervento comporta, quindi, che “agli enti impositori, agli agenti della riscossione ed ai soggetti iscritti nell’albo di cui all’articolo 53 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n. 446” si applicheranno le stesse modalità di comunicazione e notificazione degli atti processuali.
In particolare, la forma di comunicazione, da parte della segreteria della commissione tributaria, consistente nella trasmissione di elenco in duplice esemplare(3) e già prevista con riferimento all’“ufficio del Ministero delle finanze ed all’ente locale”, viene estesa all’agente della riscossione e ai concessionari iscritti all’albo di cui all’articolo 53 del Dlgs 446/1997(4).
Viene parimenti estesa all’agente e ai concessionari della riscossione la possibilità di avvalersi, per le notifiche, del messo comunale o del messo autorizzato dall’amministrazione finanziaria, che nel vigente testo dell’articolo 16, comma 4, del Dlgs 546/1992 è riservata all’“ufficio del Ministero delle finanze” e all’“ente locale”.
Viene, infine, abrogato il comma 1-bis dell’articolo 16, in quanto le relative disposizioni sulle comunicazioni mediante Pec sono trasfuse all’interno del nuovo articolo 16-bis.

Comunicazione e notificazioni per via telematica (articolo 16-bis)
Nel nuovo articolo 16-bis:
al comma 1, è trasfuso in modo organico il contenuto dell’abrogato comma 1-bis del vigente articolo 16, sulle comunicazioni mediante l’utilizzo della Pec
al comma 2, è trasfuso il contenuto dell’abrogato comma 3-bis del vigente articolo 17, sulla mancata indicazione dell’indirizzo di Pec e sulla mancata consegna del messaggio di Pec per cause imputabili al destinatario
al comma 3, è prevista la possibilità di effettuare in via telematica le notificazioni tra le parti e il deposito presso la competente commissione tributaria
al comma 4, è stabilito che l’indicazione dell’indirizzo di Pec, valevole per le comunicazioni e le notificazioni, equivale alla comunicazione del domicilio eletto.
Più nel dettaglio, il comma 1 dell’articolo 16-bis ricalca il dettato del comma 1-bis del vigente articolo 16, per il quale le comunicazioni nel processo tributario sono effettuate anche mediante l’utilizzo della Pec, ai sensi del codice dell’amministrazione digitale (Dlgs 82/2005), mentre tra le pubbliche amministrazioni esse possono essere effettuate mediante scambio di documenti informatici nell’ambito del sistema pubblico di connettività (ai sensi dell’articolo 76 del codice dell’amministrazione digitale).
Il medesimo comma 1 dell’articolo 16-bis chiarisce che l’indirizzo di Pec del difensore o delle parti è indicato nel ricorso o nel primo atto difensivo e precisa che nei procedimenti nei quali la parte sta in giudizio personalmente, e il relativo indirizzo Pec non risulta dai pubblici elenchi, il ricorrente può indicare l’indirizzo di posta al quale intende ricevere le comunicazioni.

Il comma 2 dell’articolo 16-bis ripropone, senza alcuna variante, le disposizioni già previste dal vigente articolo 17, comma 3-bis, secondo cui, in caso di mancata indicazione dell’indirizzo Pec ovvero di mancata consegna del messaggio Pec per cause imputabili al destinatario, le comunicazioni sono eseguite esclusivamente mediante deposito nella segreteria della commissione tributaria.

Hanno, invece, portata innovativa i commi 3 e 4, i quali ampliano l’uso della Pec per le comunicazioni e le notificazioni nel processo tributario, in attuazione del citato principio previsto dalla legge delega.
Il comma 3 dispone che le notificazioni tra le parti e il deposito presso la commissione tributaria possano avvenire per via telematica, tenendo conto di quanto stabilito nel regolamento sul processo tributario telematico, di cui al decreto del ministro dell’Economia e delle finanze 163/2013(5).
Le modalità di attuazione, le regole tecniche e l’ambito di operatività delle notificazioni a mezzo Pec e dei depositi telematici presso le commissioni tributarie sono stabiliti dai decreti del ministro dell’Economia e delle finanze, adottati ai sensi dell’articolo 3 del predetto regolamento.
Il successivo comma 4 stabilisce, come detto, che l’indicazione dell’indirizzo Pec per le comunicazioni e le notificazioni ha, a tutti gli effetti, valore di elezione di domicilio.

Luogo delle comunicazioni e notificazioni (articolo 17)
L’articolo 17 rimane inalterato nel contenuto dei primi tre commi ed è abrogato limitatamente al comma 3-bis, che di fatto, come sopra indicato, è trasfuso nel nuovo articolo 16–bis.
Per tali motivi, rimane invariata la disciplina per quanto attiene a:
luogo delle comunicazioni e notificazioni, che sono fatte a mani proprie, nel domicilio eletto o, in mancanza, nella residenza o nella sede dichiarata dalla parte all’atto della costituzione in giudizio
effetti della variazione del domicilio eletto, della residenza o della sede, che si producono dal decimo giorno successivo a quello in cui la variazione stessa sia stata notificata alla segreteria della commissione tributaria e alle parti costituite
conservazione, nei successivi gradi del processo, degli effetti dell’indicazione della residenza o della sede e dell’elezione di domicilio
comunicazioni e notificazioni presso la segreteria della commissione tributaria, in caso di mancata elezione di domicilio o di mancata dichiarazione di residenza o sede, nonché in caso di loro assoluta incertezza.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 20 ottobre 2015

Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81. Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con le prestazioni di sostegno al reddito.

1.           Premessa.

Il Decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, entrato in vigore il 25 giugno 2015, agli articoli 48-50, ridefinisce il campo di applicazione e la disciplina del lavoro accessorio, prevedendo all’articolo 55, comma 1, lett. d), tra l’altro, l’abrogazione della previgente normativa di cui agli articoli 70 -73 del Decreto legislativo n. 276 del 2003.
Di seguito si descrive, in maniera sintetica, l’istituto del lavoro accessorio.
L’articolo 48 del decreto legislativo n. 81 del 2015 stabilisce che, per  prestazioni di lavoro accessorio, si intendono attività lavorative che non danno luogo, con riferimento alla totalità dei committenti, a compensi superiori a 7.000 euro nel corso di un anno civile, annualmente rivalutati sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.
L’articolo in esame conferma che, fermo restando il limite complessivo dei 7.000 euro, per anno civile, nei confronti di committenti imprenditori o professionisti, le attività lavorative rese col sistema dei buoni lavoro possono essere svolte a favore di ciascun singolo committente per compensi non superiori a 2.000 euro, anche essi rivalutati annualmente.
Per lo svolgimento di lavoro accessorio i committenti acquistano, esclusivamente attraverso modalità' telematica, uno o più carnet di buoni orari, numerati progressivamente e datati.

Il valore nominale dei buoni orari è fissato con decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. Nelle more dell’emanazione del decreto, il valore nominale del buono orario è fissato in 10 euro; nel solo settore agricolo il valore è pari all'importo della retribuzione oraria delle prestazioni di natura subordinata, individuata dal contratto collettivo stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più' rappresentative sul piano nazionale.


2.           Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con le prestazioni a sostegno del reddito

L’articolo 48 del decreto legislativo n. 81 del 2015, al secondo comma, prevede che prestazioni di lavoro accessorio possano essere rese, “in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, nel limite complessivo di 3.000 euro di compenso per anno civile, anche essi rivalutati, da percettori di prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito. L’INPS provvede a sottrarre dalla contribuzione figurativa relativa alle prestazioni integrative del salario o di sostegno al reddito gli accrediti contributivi derivanti dalle prestazioni di lavoro accessorio.”
Dalla relazione illustrativa al decreto legislativo n. 81 citato emerge come l’intento del legislatore sia stato quello di rendere strutturale la misura sperimentale (prevista per gli anni precedenti), che ha consentito ai percettori di ammortizzatori sociali di rendere prestazioni di lavoro accessorio in tutti i settori produttivi, compresi gli enti locali, nel limite complessivo di 3.000 euro di corrispettivo per anno civile.
Pertanto la nuova disciplina, che fa riferimento a redditi percepiti nel corso dell’intero anno civile (dal 1 gennaio al 31 dicembre), deve essere interpretata, nell’ottica costituzionalmente orientata di tutela del lavoratore, come applicabile anche alle fattispecie in esame sorte già nel periodo del 2015 precedente la sua entrata in vigore.
Tanto anche al fine di garantire un’equiparazione tra lavoratori percettori di prestazioni a sostegno del reddito che abbiano percepito redditi tramite voucher tra il 1 gennaio 2015 e il 24 giugno 2015 e quelli che abbiano percepito tali redditi fino al 31 dicembre 2014 e a partire dal 25 giugno 2015 (data di entrata in vigore del decreto legislativo n. 81 del 2015).
Si precisa che con successivo messaggio saranno specificate le modalità operative relative alla contribuzione figurativa.

2.1       Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con l’indennità di mobilità

In relazione all’indennità di mobilità, si precisa quanto segue.
Dal 1 gennaio 2015 l’indennità di mobilità è interamente cumulabile con i compensi derivanti dallo svolgimento di lavoro accessorio nel limite complessivo di euro 3.000 per anno civile, rivalutati annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati. Per i compensi che superano detto limite, fino a 7.000 euro per anno civile (limite massimo annuale rivalutabile di reddito percepibile nell’ambito del c.d. lavoro accessorio), il reddito derivante dallo svolgimento del lavoro accessorio sarà compatibile e cumulabile con l’indennità di mobilità nei limiti previsti dall’articolo 9, comma 9, della legge n. 223 del 1991 (cfr. circolare Inps n. 229 del 1996).
Il beneficiario dell’indennità di mobilità è tenuto a comunicare all’INPS, entro cinque giorni dall’inizio dell’attività di lavoro accessorio o, se questa era preesistente, dalla data di presentazione della domanda di indennità di mobilità, il reddito presunto derivante dalla predetta attività nell’anno solare, a far data dall’inizio della prestazione di lavoro accessorio.

2.2       Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con la NASPI.

In riferimento al regime di compatibilità del lavoro accessorio con la NASpI si rinvia a quanto già precisato con la Circolare INPS n. 142 del 29.7.2015, al punto 9.1.

2.3       Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con la disoccupazione agricola.

Anche per i trattamenti di disoccupazione agricola l’articolo 48, comma 2, del decreto legislativo n. 81 del 2015 conferma la compatibilità con lo svolgimento di attività di lavoro occasionale accessorio. Il diritto di cumulo dell’indennità in argomento con il reddito derivante dal lavoro accessorio svolto nell’anno di riferimento della prestazione è possibile nel limite complessivo annuale di 3.000 euro netti di compenso, rivalutati sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.
Per quanto riguarda l’applicazione della norma in argomento, si ritiene utile rammentare, in considerazione del fatto che l’indennità di disoccupazione agricola viene richiesta ed erogata nell’anno successivo a quello in cui si è verificato lo stato di disoccupazione, che la cumulabilità con tale prestazione deve essere valutata con riferimento all’eventuale attività di lavoro accessorio svolta nell’anno di competenza della prestazione.

2.4       Compatibilità e cumulabilità del lavoro accessorio con la Cassa Integrazione Guadagni.

Anche le integrazioni salariali sono interamente cumulabili con i compensi derivanti dallo svolgimento di lavoro accessorio nel limite complessivo di euro 3.000 per anno civile, rivalutabile annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e degli impiegati.
Per i compensi che superano detto limite, fino a 7.000 euro per anno civile (limite massimo annuale rivalutabile di reddito percepibile nell’ambito del c.d. lavoro accessorio), si applicherà quanto previsto dall’articolo 8, commi 2 e 3, del decreto legislativo n. 148/2015 che ripropone le abrogate disposizioni (v. articolo 46, comma. 1 lettera L, decreto legislativo n. 148/2015) di cui ai commi 4 e 5 dell’articolo  8 della legge n. 160/88. Quindi, le remunerazioni da lavoro accessorio che superino il limite dei 3.000 euro non sono integralmente cumulabili: ad esse dovrà essere applicata la disciplina ordinaria sulla compatibilità ed eventuale cumulabilità parziale della retribuzione (cfr. circolare Inps n. 130 del 2010). Conseguentemente, per il solo caso di emolumenti da lavoro accessorio che rientrino nel limite dei 3.000 euro annui, l’interessato non sarà obbligato a presentare all’INPS la comunicazione preventiva di cui all’art. 8, comma 3, decreto legislativo n. 148/2015. Viceversa, la suddetta comunicazione preventiva andrà resa prima che il compenso determini il superamento del predetto limite dei 3.000 euro, anche se derivante da più contratti di lavoro accessorio stipulati nel corso dell’anno, pena la decadenza dalle integrazioni salariali (a tal riguardo restano in vigore i chiarimenti forniti con le circolari nn. 75/2007 e 57/2014).


Fonte: Circolare INPS n.170 del 13/10/2015

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Gestione Artigiani e Commercianti – Imposizione contributiva, terza emissione in corso anno d’imposta 2015.

Facendo seguito alla Circolare n° 26 del 4.2.2015 avente ad oggetto “La contribuzione dovuta per l’anno 2015 dagli Artigiani e dagli Esercenti attività commerciali”, si comunica che è stata ultimata l’elaborazione dell’imposizione contributiva per tutti i soggetti iscritti alla gestione nel corso dell’anno 2015 e non già interessati da imposizione contributiva.

A seguito della predetta attività sono stati predisposti i modelli “F24” necessari per il versamento della contribuzione dovuta secondo le disposizioni di cui alla citata Circolare n°26/2015.

Detti modelli F24 sono disponibili, in versione precompilata, nel Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti alla sezione Posizione assicurativa –
Dati del modello F24 dove è possibile consultare anche il prospetto di sintesi degli importi dovuti con le relative scadenze e causali di pagamento.

Inoltre, nel rispetto di quanto comunicato con Circolare n° 24 del 8.2.2013, che precisa che “l’Istituto, a partire dall’anno 2013, non invierà più le comunicazioni contenenti i dati e gli importi utili per il pagamento della contribuzione dovuta…”, le comunicazioni di cui trattasi saranno disponibili, sempre nel Cassetto, anche alla sezione Comunicazione bidirezionale – Modelli F24, con la riproduzione della stessa lettera che prima del 2013 veniva spedita a mezzo posta.

E’ previsto, inoltre, l’invio di email di alert ai titolari di posizione assicurativa, ovvero loro intermediari delegati, per i quali si è in possesso di recapito email.

L’accesso ai Servizi del Cassetto Previdenziale per Artigiani e Commercianti avviene, come di consueto, tramite PIN del soggetto titolare di posizione contributiva, ovvero di un suo intermediario in possesso di delega in corso di validità.




Fonte: Messaggio INPS n.6297 del 12/10/2015

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Prima casa: mancato trasferimento.

Ho acquistato, in un comune diverso da quello in cui risiedo, un immobile con i benefici "prima casa", poi dichiarato inagibile per un’infiltrazione. Non ho trasferito la residenza nei 18 mesi: ho perso il diritto all’agevolazione?

In caso di acquisto di un immobile, per potere fruire delle agevolazioni "prima casa", è necessario che lo stesso sia ubicato nel territorio del comune in cui l’acquirente ha o stabilisce entro diciotto mesi dall’acquisto la propria residenza o, se diverso, di quello in cui l'acquirente svolge la propria attività. Il mancato stabilimento nel termine di legge della residenza nel comune ove è ubicato l’immobile non comporta decadenza dall’agevolazione, qualora tale circostanza sia dipesa da un evento imprevisto e inevitabile, verificatosi in un momento successivo all'acquisto dell’immobile, tale da concretizzare una causa di forza maggiore (risoluzione 140/E del 2008).



Fonte: Agenzia Entrate

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Consulenze tecniche d’ufficio.

In assenza di abitualità, i compensi, erogati da una Pa ai dipendenti pubblici che rendono consulenze tecniche d’ufficio, non costituiscono oggetto di fatturazione elettronica
È questa, in estrema sintesi, la conclusione cui è giunta l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 88/E del 19 ottobre 2015.

Il caso
Un medico geriatra alle dipendenze di una Azienda sanitaria locale svolge l’attività di consulente tecnico d’ufficio (Ctu) nel corso di una causa giudiziaria.
L’ente pubblico sul quale grava l’onere di erogare il relativo compenso (nella specie, l’Inps) pone il dubbio se lo stesso debba essere assoggettato a Iva e, nell’eventualità, stanti gli obblighi sorti nel nostro ordinamento a seguito del Dm 55/2013, se vada documentato a mezzo di fattura elettronica.
A ciò aggiunge la richiesta di chiarimenti sul tipo di reddito (da lavoro dipendente o autonomo) generato da tale compenso.

Le risposte dell’Agenzia
Il caso in esame è l’occasione per richiamare quelli che l’Agenzia delle Entrate, anche in ragione di precedenti chiarimenti forniti (ad esempio, allo stesso Inps, in merito ai medici che eseguono le visite domiciliari di controllo dei lavoratori assenti per malattia, di cui al messaggio n. 7842 del 20 ottobre 2014, consultabile sul sito istituzionale dell’ente di previdenza), considera principi ormai acquisiti quando si parla di fatturazione elettronica.
In particolare:
il fatto che la relativa disciplina – secondo le modifiche recate al Dpr 633/1972 dalla legge 228/2012 – non ha creato una categoria sostanziale nuova o diversa dalla fattura “ordinaria”. Dunque, seppure nel limite della compatibilità con gli elementi che caratterizzano lo strumento elettronico, continuano a trovare applicazione tutti i chiarimenti già in precedenza emanati in riferimento generale alla fatturazione, nonché le deroghe previste da specifiche disposizioni normative di settore
quanto detto al punto precedente vale anche nei rapporti con la Pa, dove la fatturazione elettronica è l’unica modalità ammessa (cfr Dm 55/2013 e Dl 66/2014). L’Amministrazione finanziaria osserva, infatti, che le norme emanate, pur avendo previsto una modalità obbligatoria di fatturazione, non hanno introdotto nuove ipotesi di operazioni soggette a obbligo di fatturazione ex articolo 21, Dpr 633/1972, né abrogato le disposizioni previgenti che già consentivano forme alternative di documentazione delle operazioni imponibili (quali il Dm 31 ottobre 1974 in riferimento ai medici oggetto del richiamato messaggio Inps).

Pertanto, per stabilire se è necessario o meno ricorrere alla fatturazione elettronica quando si ha a che fare con una Pa, bisognerà verificare se l’operazione è rilevante ai fini Iva e, in caso affermativo, considerare la natura del committente/cessionario: se si tratta di una pubblica amministrazione (vedi circolare n. 1/Df del 2015), si dovrà procedere alla fatturazione elettronica, a meno che la legge non preveda espressamente forme alternative di documentazione.

Tanto premesso, l’Agenzia delle Entrate, in primo luogo, rammenta quanto chiarito in passato con la risoluzione 42/2007, ossia che per i medici, dipendenti in rapporto esclusivo, autorizzati a espletare consulenze medico-legali a titolo personale al di fuori dell’attività intramuraria, occorre distinguere l’ipotesi in cui le prestazioni sono rese all’autorità giudiziaria nell’ambito di un procedimento penale da quella in cui sono espletate nel quadro di un giudizio civile o effettuate per finalità assicurative, amministrative e simili.

Nella prima ipotesi (giudizio penale), l’attività di consulenza prestata costituisce esercizio di pubblica funzione e, in base all’articolo 50, comma 1, lettera f), del Tuir, non è di per sé idonea a configurare il presupposto soggettivo ai fini Iva, potendo essere ricondotta all’esercizio di attività professionali o all’esercizio d’impresa solo se posta in essere da un soggetto che svolge altre attività di lavoro autonomo o d’impresa. Eventualità nella quale l’attività di consulenza tecnica d’ufficio, assumendo rilievo ai fini Iva, sarebbe da assoggettare a imposta e da documentare con fattura elettronica.
Non solo. I redditi derivanti, normalmente da assimilarsi a quelli di lavoro dipendente, perderebbero tale qualificazione e sarebbero attratti nella categoria reddituale propria del soggetto esercente la pubblica funzione, dovendosi dunque qualificare di lavoro autonomo o di impresa.

Quanto alla seconda ipotesi (giudizio civile), l’Agenzia delle Entrate osserva che, se la consulenza è svolta con carattere di abitualità, il relativo reddito dovrà essere assoggettato al regime del reddito di lavoro autonomo (articolo 53 del Tuir).
Ne consegue l’applicabilità della disciplina prevista per i redditi di natura professionale (articolo 54 del Tuir), che obbliga non solo il possesso della partita Iva, ma anche alla fatturazione elettronica quando chi eroga i compensi è una Pa.
Mancando l’abitualità, da valutarsi in concreto caso per caso (ad esempio, l’iscrizione volontaria in apposito albo professionale può costituirne indizio - cfr Cassazione 2297/1987), e dunque qualora l’attività di consulenza sia prestata in maniera occasionale, i relativi onorari saranno qualificati come redditi diversi (articolo 67, comma 1, lettera l), del Tuir).
In quest’ultima ipotesi, considerato l’esercizio non abituale, le operazioni saranno escluse dal campo di applicazione dell’Iva per carenza del presupposto soggettivo previsto dall’articolo 5 del Dpr 633/1972.
Pertanto, il medico dipendente, in rapporto esclusivo, dell’Azienda sanitaria, allorché effettui solo in via occasionale prestazioni medico-legali – ma lo stesso deve dirsi per qualunque altro dipendente che esegua consulenze tecniche d’ufficio – non è obbligato ad aprire la partita Iva né a emettere fattura elettronica.




Fonte: Agenzia Entrate

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La liquidazione ordinaria.

Conclusa l’attività produttiva, con la messa in liquidazione dell’impresa, cessa il normale periodo di imposta e ne inizia un altro, soggetto a regole specifiche, che termina a sua volta con la chiusura della procedura di liquidazione.

La liquidazione
Dal punto di vista fiscale, la data di inizio della liquidazione viene identificata in quella in cui ne viene data comunicazione all’Agenzia delle Entrate.
Tale fase, nella quale avviene la sostituzione dell’organo amministrativo da parte dei liquidatori, si concretizza nella liquidazione dell’attivo, nell’estinzione del passivo e nella ripartizione dell’eventuale residuo attivo fra i soci.
Durante il procedimento non viene più esercitata l’attività propria dell’impresa, ma solo le attività finalizzate a trasformare in denaro gli elementi patrimoniali attivi.
L’apertura della procedura di liquidazione comporta l’obbligo di determinazione del reddito di impresa per il periodo compreso tra l’inizio dell’esercizio e l’inizio della liquidazione.
È pertanto necessario separare il reddito imputabile alla fase di liquidazione da quello che è attribuibile alla fase di gestione ordinaria dell’impresa.

Per la determinazione dei redditi relativi al periodo di liquidazione, occorre distinguere a seconda della natura del soggetto coinvolto.
Il reddito d’impresa relativo al periodo compreso tra l’inizio dell’esercizio e l’inizio della liquidazione è determinato, per i soggetti a contabilità ordinaria, in base ad apposito conto economico, da redigersi in conformità alle risultanze del conto della gestione presentato dagli amministratori ai liquidatori, in riferimento al periodo compreso tra la data di riferimento dell’ultimo bilancio d’esercizio e quella in cui i liquidatori entrano in funzione.
I soggetti a contabilità semplificata seguiranno, invece, le regole previste per le imprese minori (articolo 66 del Tuir).
Nel caso di imprese individuali, il reddito relativo alla frazione di esercizio, pur dovendo essere oggetto di un’apposita dichiarazione da parte del liquidatore, confluisce a ogni effetto nel reddito complessivo del periodo di imposta nel corso del quale ha avuto inizio la liquidazione.

Il reddito di impresa prodotto durante la liquidazione viene, invece, determinato sulla base del bilancio finale di liquidazione, che deve essere redatto da tutte le imprese.
In via generale, la determinazione del reddito di impresa durante il periodo di liquidazione è effettuata in via provvisoria o definitiva, a seconda della durata della stessa. Tale reddito si considera unitario, in quanto il lasso di tempo impegnato dalla procedura liquidativa rappresenta un unico periodo di imposta.

Possono verificarsi tre distinte fattispecie, in base alla durata della procedura:
se la liquidazione si chiude nel corso dello stesso periodo in cui si è aperta, il reddito imputabile a tale fase si determina in via definitiva e in base alle regole ordinarie
se la liquidazione si protrae per un numero di esercizi, compreso quello iniziale, non superiore a tre, nel caso di imprese individuali o di società di persone, ovvero a cinque, nel caso di società di capitali, il reddito degli esercizi intermedi è determinato in via provvisoria in base al rispettivo bilancio, salvo conguaglio in base al bilancio finale. In tal ipotesi, mentre per le società di persone tali redditi sono assegnati ai soci per trasparenza, per le società di capitali i redditi intermedi eventualmente distribuiti ai soci rappresentano dividendi
se, infine, la durata della liquidazione supera il limite dei tre o cinque esercizi, i redditi (o le perdite) tornano all’interno della disciplina ordinaria. I redditi determinati in via provvisoria si considerano pertanto definitivi, anche se gli stessi sono stati tassati separatamente. In tal caso, infatti, il periodo della liquidazione non è più considerato unitario. Si decade pertanto dalla tassazione separata e si deve procedere alla riliquidazione dell’imposta secondo il criterio ordinario, anche per i redditi già tassati separatamente.
Per le società di capitali e le ditte individuali, è comunque disposta la tassazione separata per i redditi conseguiti durante la fase di liquidazione di imprese possedute da più di cinque anni e per i redditi assegnati ai soci in dipendenza di liquidazione, se il periodo di tempo intercorso fra la costituzione della società e l’inizio della liquidazione è superiore a cinque anni (articoli 17 e 21 del Tuir).

La tassazione dell’eventuale residuo attivo varia in relazione al socio percettore.
Infatti, se questi è una persona fisica non imprenditore, rappresenta un utile di capitale, determinato come differenza fra le somme o il valore normale dei beni percepiti e quello di sottoscrizione, considerando anche le eccedenze derivanti dalle riserve di capitale.
Se, invece, è una persona fisica imprenditore e una società, le plusvalenze derivanti dal realizzo di partecipazioni e le somme percepite a titolo di distribuzione di riserve di utili sono esenti nella misura del 50,28% del loro ammontare.

Revoca dello stato di liquidazione
La liquidazione della società di capitali può essere revocata in ogni momento, previa eliminazione della causa di scioglimento, con deliberazione dell’assemblea presa con le maggioranze richieste per le modificazioni dell’atto costitutivo o dello statuto, purché venga meno o sia eliminata la causa di scioglimento (articolo 2487-ter cc).
Tale circostanza non potrà ovviamente ricorrere nell’ipotesi in cui sia già iniziata la distribuzione dell’attivo.
A questa consegue il ripristino dell’ordinaria attività di gestione dell’impresa, con la rinuncia dei soci alla ripartizione del patrimonio sociale.

La revoca della liquidazione, al pari delle modifiche statutarie, va iscritta nel registro delle imprese (articolo 2436 cc) e ha effetto solo dopo 60 giorni dalla stessa, salvo che vi sia il consenso dei creditori ovvero che quest’ultimi siano stati integralmente soddisfatti dei crediti vantati.
In caso di opposizione da parte dei creditori, il tribunale può stabilire che la revoca abbia comunque luogo, qualora venga ritenuto infondato il pregiudizio subito dagli stessi o qualora la società presti idonea garanzia.
La revoca della liquidazione volontaria, quale atto diretto a evitare che si verifichino gli effetti della stessa, comporta il ripristino dell’ordinaria attività di gestione dell’impresa. Conseguentemente, verranno meno, ab origine, tutti gli effetti determinati dalla liquidazione (paragrafo 1 della circolare 4/E del 2002).

A seguito della revoca della liquidazione, non sussiste più l’obbligo di presentare il bilancio finale di liquidazione.
In tal caso, i redditi determinati provvisoriamente nei periodi intermedi si considerano definitivi.
Perciò, laddove vi siano stati, a seguito di opzione in dichiarazione, redditi tassati separatamente nel corso del periodo di liquidazione, sarà necessario provvedere alla rideterminazione della base imponibile e, quindi, alla rettifica delle dichiarazioni dei redditi presentate nei periodi intermedi.




Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 19 ottobre 2015

Se manca l’avviso di ricevimento non c’è notifica né impugnazione.

Laddove la notificazione del ricorso sia eseguita a mezzo del servizio postale, ex articolo 149 cpc, la mancata allegazione dell’avviso di ricevimento del piego raccomandato determina l’inammissibilità dell’impugnazione quando la controparte non sia costituita e l’interessato non sia in grado di fornire la prova della corretta instaurazione del contraddittorio.
Questo il principio ribadito dalla Cassazione con la sentenza 19014 del 24 settembre 2015, che lascia peraltro salva la possibilità di rimessione in termini per il deposito dell’avviso quando risulti la tempestiva richiesta all’amministrazione postale di un duplicato dell’avviso stesso.

La vicenda processuale
Una società impugnava dinanzi alla Commissione tributaria provinciale una cartella di pagamento relativa a imposte dovute per il 2003.
Avverso la sfavorevole pronuncia di primo grado, l’interessata proponeva appello che veniva rigettato dalla Commissione tributaria regionale del Lazio.
Costituendosi in sede di legittimità, la parte privata depositava il ricorso asseritamente notificato all’Agenzia delle Entrate e a Equitalia Sud che, peraltro, non dispiegavano difese.

Per quanto d’interesse, il Collegio di nomofilachia, in sede di verifica della corretta instaurazione del contraddittorio, dichiarava l’inammissibilità dell’impugnazione proposta nei confronti dell’Agenzia perché, si legge nella pronuncia, l’avviso di ricevimento non risulta prodotto in atti, “sicché deve dedursene che il rapporto processuale non è stato instaurato”.

I passaggi salienti della sentenza della Corte
La declaratoria di inammissibilità, spiega la Corte, discende dalla circostanza che, quando la notifica del ricorso è eseguita a mezzo del servizio postale, la correttezza dell’iter di notificazione deve essere verificata attraverso il riscontro dell’avviso di ricevimento della raccomandata contenente l’atto di gravame.
La produzione dell’avviso di ricevimento, precisa la Cassazione, è infatti richiesta dalla legge “esclusivamente in funzione della prova dell’avvenuto perfezionamento del procedimento notificatorio (si veda, in senso conforme, l’articolo 4 della legge 890/1982, nda) e, dunque, della corretta instaurazione del contraddittorio”.

In particolare, nel giudizio di legittimità, l’avviso in questione può essere prodotto fino all’udienza di discussione di cui all’articolo 379 cpc, prima però che abbia inizio la relazione ivi prevista ovvero fino all’udienza in camera di consiglio di cui al successivo articolo 380-bis.
La mancata produzione dell’A/R, laddove la controparte non sia costituita, precisa la sentenza in commento, rende il ricorso inammissibile perché non può essere concesso un ulteriore termine per il deposito né è ammissibile il rinnovo della notificazione ai sensi dell’articolo 291 del codice di procedura civile.
L’unica possibilità per evitare la declaratoria di inammissibilità, chiosa la pronuncia, è la richiesta di rimessione in termini per il deposito dell’avviso di ricevimento, ma soltanto quando si offra “la prova documentale di essersi tempestivamente attivati nel richiedere all’amministrazione postale un duplicato dell’avviso stesso”, secondo quanto previsto dalla disciplina di settore.

Osservazioni
La corretta notificazione alla controparte di un ricorso giurisdizionale costituisce un momento essenziale della dinamica processuale, perché è finalizzata a garantire all’intimato l’esercizio del diritto di difesa sancito dall’articolo 24, secondo comma, della Costituzione.
Quando la notifica viene eseguita personalmente dall’ufficiale giudiziario o da altro agente notificatore, la relativa attività viene documentata nella “relazione” di notifica che, secondo quanto previsto dall’articolo 148 cpc, indica la persona alla quale è consegnata la copia dell’atto e le sue qualità, il luogo della consegna oppure le ricerche svolte dal notificatore con i motivi della mancata consegna e le notizie raccolte sulla reperibilità del destinatario.

Nei casi in cui per la notificazione ci si avvalga dello strumento postale e, quindi, l’atto venga trasmesso al destinatario a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento, è quest’ultimo il documento che, compilato dall’agente postale nella fase di recapito, contiene tutte le indicazioni in ordine al tempo, al luogo della notifica, al soggetto cui l’atto è stato consegnato e alle sue qualità personali.

È diritto vivente, valorizzato anche dalla Corte costituzionale nella sentenza 3/2010, il principio per cui, in tutte le fattispecie di notificazione a mezzo raccomandata A/R, quest’ultimo assume un rilievo essenziale ai fini della verifica della correttezza del procedimento notificatorio, quale attestazione sia dell’avvenuta consegna della raccomandata sia, in alternativa, del compimento della “compiuta giacenza” (al riguardo si rinvia a quanto disposto dagli articoli 7 e 8 della legge 890/1982).
Per questo motivo, la legge prevede che, quando non si disponga materialmente del documento in parola (ad esempio, per mancata restituzione da parte dell’ufficio postale, per successiva perdita o deterioramento da parte dell’interessato, eccetera), è possibile richiedere un duplicato all’amministrazione postale, ai sensi dell’articolo 6 della legge 890/1982 (per quanto riguarda gli avvisi di ricevimento delle raccomandate “per atti giudiziari”).

La regola ribadita dalla pronuncia in commento (confermata anche nella successiva sentenza 19623/2015) è dunque un invito ai soggetti del processo a farsi parte attiva, nei tempi precisati dalla giurisprudenza oramai costante della Corte suprema, per rimediare a eventuali lacune documentali ed evitare l’inammissibilità dell’impugnazione proposta.




Fonte: Agenzia Entrate

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Imu: contribuenti residenti all'estero.

Ai fini Imu, per equiparare all'abitazione principale l'unità immobiliare posseduta da cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato, è necessario possederne una sola?

A partire dall'anno 2015 è considerata direttamente adibita ad abitazione principale una e una sola unità immobiliare posseduta, a titolo di proprietà o di usufrutto, dai cittadini italiani non residenti nel territorio dello Stato e iscritti all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, già pensionati nei rispettivi Paesi di residenza, a condizione che la stessa non risulti locata o data in comodato d'uso (articolo 13, comma 2, del Dl 201/2011). Pertanto, gli immobili in questione (e le relative pertinenze) non sono soggetti all'Imu, a meno che non siano classificati nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9, nel qual caso continuano ad applicarsi l’aliquota ridotta e la detrazione dall’imposta lorda. L’agevolazione è riconosciuta ai soli soggetti pensionati nei rispettivi Paesi di residenza e non anche ai pensionati italiani e ai lavoratori all’estero. Per le unità immobiliari possedute da cittadini italiani residenti all’estero per le quali non risultino soddisfatte le condizioni che legittimano l'esclusione dall'Imu, il Comune può stabilire, nell’esercizio della propria autonomia regolamentare, un’aliquota agevolata, purché non inferiore allo 0,46% (risoluzione 6/DF del 2015).



Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 15 ottobre 2015

Le prospettive future del Catasto.

Catasto italiano: potenzialità e prospettive future. È il tema del convegno che si è svolto oggi a Bologna presso il Saie, il salone dell’edilizia italiana, all’interno di Village 24, l’area del Gruppo 24 Ore rivolta ai professionisti tecnici.
L’evento ha rappresentato un’occasione di incontro tra Agenzia delle Entrate e professionisti del settore che collaborano con l’Amministrazione finanziaria per la corretta gestione e implementazione delle banche dati del Catasto. L’obiettivo comune è, infatti, quello di realizzare un sistema capace di soddisfare a pieno le istanze sempre più elaborate e complesse degli utenti, tra cui le pubbliche amministrazioni, gli enti, i professionisti, le imprese e i cittadini.

Al convegno hanno partecipato: Gabriella Alemanno, vicedirettore dell’Agenzia delle Entrate; Antonio Benvenuti, vicepresidente del Consiglio nazionale dei Geometri e Geometri laureati; Franco Maggio, direttore centrale Catasto, Cartografia e Pubblicità immobiliare dell’Agenzia; Gianni Massa, vicepresidente del Consiglio nazionale degli Ingegneri; Maurizio Savoncelli, presidente del Consiglio nazionale dei Geometri e Geometri laureati.
A moderare gli interventi, Cristiano Dell’Oste, giornalista del Sole 24 Ore, esperto sul tema.

Il Catasto si evolve: il Sistema integrato del Territorio
Nel corso dell’incontro, l’Agenzia delle Entrate ha presentato le novità a cui sta lavorando per rendere più efficiente il sistema catastale italiano. In particolare, sono state illustrate le funzionalità del Sit, il “Sistema integrato del Territorio”, che rappresenta un’evoluzione dell’attuale sistema catastale e cartografico e che consentirà la predisposizione di un complesso database, utile alla gestione integrata delle informazioni relative al patrimonio immobiliare italiano. L’obiettivo è, infatti, quello di creare un sistema aperto e integrato per la condivisione e lo scambio di informazioni con gli enti che gestiscono il territorio e la fiscalità immobiliare.

Tramite il Sit sarà possibile analizzare le informazioni territoriali in modo più efficiente, grazie alla sovrapposizione di diversi strati informativi: si potranno “attivare” o “disattivare” vari livelli, come quello della cartografia catastale, dei dati censuari, planimetrici, dell’Osservatorio del mercato immobiliare, delle ortofoto digitali ad alta risoluzione e dei grafi stradali, evidenziando le informazioni di interesse.
Con un semplice click, ad esempio, sarà possibile selezionare le unità immobiliari censite in una specifica categoria catastale, applicare delle restrizioni, evidenziando quelle con un determinato numero di vani o quelle con una rendita di un certo valore, oppure fare dei confronti, grazie alle informazioni della sezione Docfa, tra i classamenti proposti e i classamenti prevalenti in una determinata zona.
Inoltre, potrà essere realizzata un’integrazione spaziale ancora più ricca, facendo confluire nel sistema informazioni provenienti da fonti esterne all’Agenzia (sezioni di censimento Istat, zone del piano regolatore, strade dei database topografici, mappa degli eventi sismici, vincoli e così via).

I servizi del Sit supporteranno i tecnici delle Entrate sia nelle attività di controllo a tavolino sia in sopralluogo, anche attraverso dispositivi mobile e altri servizi disponibili sul mercato; in futuro, si potranno prevedere forme di utilizzo delle funzionalità del sistema anche per gli operatori esterni (tecnici comunali, tecnici degli ordini e collegi professionali, eccetera) che collaborano con l’Agenzia stessa.


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Cessata attività non comunicata.

Una ditta individuale, che dal 2010 non svolge più alcuna attività, non ha chiuso la partita Iva. A cosa va incontro? È possibile sanare tale situazione?

Attualmente, non è possibile sanare la mancata chiusura di una partita Iva inattiva. La normativa vigente prevede la cessazione d’ufficio della partita Iva (articolo 35 del Dpr 633/1972): l'Agenzia delle Entrate, individuati i soggetti che - pur essendovi obbligati - non hanno presentato la dichiarazione di cessazione di attività, comunica agli stessi che provvederà alla cessazione d'ufficio della partita Iva; gli interessati hanno trenta giorni di tempo per fornire eventuali elementi non considerati o valutati erroneamente. Se i chiarimenti non vengono accolti, la somma dovuta a titolo di sanzione (da 516 a 2.065 euro) è iscritta nei ruoli a titolo definitivo, a meno che il contribuente non provveda a pagare la somma dovuta entro trenta giorni dal ricevimento della comunicazione (codice tributo 8120); in tal caso, la sanzione è ridotta a un terzo del minimo (172 euro).



Fonte: Agenzia Entrate

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La liquidazione ordinaria.

La liquidazione ordinaria (o volontaria) è quella fase della vita dell’impresa in cui, una volta cessata l’attività produttiva, si provvede a convertire i beni dell’impresa in denaro, a estinguere i suoi debiti e, più in generale, a definire i rapporti pendenti, con la devoluzione del residuo alla sfera personale dell’imprenditore o, nel caso di una società, ai soci.

Dal punto di vista fiscale, ai fini delle imposte sui redditi, la liquidazione volontaria è disciplinata dall'articolo 182 del Tuir.
Si distingue dalla liquidazione forzata (o concorsuale), disposta dall’autorità giudiziaria, in quanto è frutto di una libera scelta del soggetto economico. Trova inoltre la sua disciplina nel codice civile, a differenza della seconda che è regolata da legislazioni speciali.

Il procedimento di liquidazione volontaria non mira a tutelare la par condicio creditorum, bensì, unicamente, a definire i rapporti in corso, provvedendo a soddisfare i creditori chirografari e privilegiati che si presentano a esigere i loro crediti.
L’eventuale residuo attivo, dopo la liquidazione, libero dai vincoli dell’impresa, rientrerà, infatti, come detto, nel patrimonio privato dell’imprenditore oppure, in caso di impresa collettiva, sarà ripartito tra i soci.

Fiscalmente, possono essere sottoposte a liquidazione volontaria le imprese individuali, le società in nome collettivo, le società in accomandita semplice e le società soggette all’imposta sul reddito delle società.
Mentre, però, per le società di capitali il procedimento di liquidazione è sempre obbligatorio (anche in assenza di attività o di passività da liquidare), per la società di persone e assimilate e per le imprese individuali è facoltativo (articolo 2275 cc).
Tale strada, infatti, sarà seguita da queste ultime solo qualora il contratto sociale non preveda il modo di liquidare il patrimonio sociale e i soci non siano d’accordo nel determinarlo.
La messa in stato di liquidazione diventa però obbligatoria anche per le società di persone, se le stesse intendono avvalersi della tassazione separata dei redditi (articolo 17 del Tuir).
Nell’ipotesi in cui si adotti il procedimento previsto dal codice civile, l’iter della liquidazione si conclude con la redazione e l’approvazione da parte dei soci del bilancio finale di liquidazione (articolo 2492 cc).

Lo scioglimento
La liquidazione volontaria è composta da tre fasi: lo scioglimento, la liquidazione e l’estinzione.
Le cause di scioglimento sono diverse a seconda dei soggetti coinvolti nella procedura.
Le società in nome collettivo possono sciogliersi, in particolare, per decorso del termine, per avere conseguito l’oggetto sociale o per la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo, per volontà unanime dei soci, per mancanza della pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi questa non è ricostituita, per altre cause previste dal contratto sociale, per provvedimento dell’autorità nei casi stabiliti dalla legge o perché è dichiarato il fallimento (articolo 2308 cc).
Per le società in accomandita semplice, può verificarsi lo scioglimento, oltre che per le stesse cause previste per le Snc, anche per la mancanza di accomandatari o di accomandanti, qualora il socio non venga sostituito nel termine di sei mesi (articolo 2323 cc).
Le società di capitali, infine, si sciolgono per decorso del termine, per conseguimento dell’oggetto sociale o per sopravvenuta impossibilità di conseguirlo (a meno che l’assemblea non deliberi alcune modifiche statutarie), per impossibilità di funzionamento o continuata inattività dell’assemblea, per riduzione del capitale al di sotto del minimo legale, per impossibilità di rimborsare il socio/i receduto/i, per deliberazione dell’assemblea, per altre cause previste dall’atto costitutivo o dallo statuto o per dichiarazione di fallimento (articolo 2484 cc).

La data di inizio della procedura di liquidazione è diversa a seconda della natura del soggetto coinvolto.
Per le imprese individuali, la data è quella indicata nella dichiarazione di variazione dati, da presentare all’ufficio competente. In caso di omessa comunicazione, non si applica, invece, la procedura e, conseguentemente, il reddito è determinato con i modi ordinari.
Per le società di persone, assimilate e associazioni, decorre invece dalla deliberazione dei soci o associati.
Per le società di capitale, infine, occorre fare riferimento, in generale, alla data di iscrizione al registro delle imprese della dichiarazione degli amministratori oppure dell’eventuale delibera dell’assemblea dei soci.

Gli amministratori che non provvedono a depositare al registro delle imprese la dichiarazione che accerta la causa di scioglimento della società rispondono personalmente e solidalmente per i danni causati alla società, ai soci, ai creditori sociali e ai terzi.
Fino al passaggio delle consegne ai liquidatori, gli amministratori conservano il potere di gestire la società, ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio e, in caso di violazione, rispondono personalmente e solidalmente dei danni causati ai soci, ai creditori sociali e ai terzi.
È, infatti, espressamente previsto che eventuali atti e omissioni da loro posti in essere che arrechino danni alla società, ai soci, ai creditori o ai terzi, comportano la responsabilità personale e solidale degli stessi (articolo 2486 del cc).

In caso di mancata nomina del liquidatore, per mancato raggiungimento della maggioranza, nelle società di capitali, gli amministratori e i sindaci hanno il dovere di richiedere la stessa al tribunale, che accerta con decreto (da iscriversi al registro delle imprese) il verificarsi della causa di scioglimento.
Le società di fatto aventi per oggetto l’esercizio di attività commerciali sono equiparate alle società in nome collettivo o alle società semplici, a seconda che abbiano o meno per oggetto l’esercizio di attività commerciali (risoluzione ministeriale 9/2773 del 1983).
I liquidatori devono, quindi, prendere in consegna i beni e i documenti sociali e redigere, insieme con gli amministratori, l’inventario dal quale risulti lo stato attivo e passivo del patrimonio sociale.
Qualora l’ultimo amministratore unico e il liquidatore coincidano, non è invece necessario redigere l’inventario.




Fonte: Agenzia Entrate

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