giovedì 30 aprile 2015

Quesito: sede secondaria.

è possibile creare una seconda sede in Italia di una società estera, avendo però residenza all'estero, e domicilio in italia.
Mi può indicare i costi di apertura

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Quesito: detrazione IRPEF interessi passivi.

Vi scrivo perché non né sto venendo fuori dal labirinto della burocrazia italiana.
 Ho acquistato un'immobile allo stato grezzo, accatastato in F3 in corso di costruzione, contestualmente mi è stato erogato un mutuo usufruendo delle agevolazioni prima casa.

 Il mutuo ha coperto parte delle spese sostenute per l'acquisto mentre il rimante delle spese dovute all'acquisto e al completamento (una quota quasi pari a quella erogata per l'acquisto) le sostengo utilizzando capitali personali.

 Ora, la ditta che ha costruito l'immobile ha chiuso i lavori a dicembre 2014. Io andrò a riaprire i lavori per il completamento qui a maggio (tra i lavori sarà prevista anche una lieve variante), e il mutuo è stato stipulato a febbraio.

 Io vorrei capire in che termini posso detrarre gli interessi passivi sul mutuo che ho stipulato e che mi è stato erogato al momento dell'acquisto dell'immobile. Se posso detrarre, che vincoli ho e in che % riesco a detrarre gli interessi che pago ogni anno.

 Finora ho sentito diverse figure ma tutti mi hanno dato una versione diversa a riguardo.

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Diritto al rimborso Iva estinto senza un valido atto interruttivo.

La fattispecie affrontata dalla Corte di cassazione nella sentenza 25764/2014 ha a oggetto la contestazione, da parte dell’Amministrazione finanziaria, dell’intervenuta prescrizione del diritto di credito per l’eccedenza d’imposta vantato dalla società contribuente, relativamente alla dichiarazione Iva per l’anno 1990.
Nello specifico, la ricorrente aveva presentato istanza di rimborso del credito in data 5 marzo 1991, e, non vedendo soddisfatta la propria pretesa, solo nel 2004 sollecitava formalmente l’Amministrazione finanziaria a liquidare quanto di sua spettanza.
Nelle more, l’ufficio notificava un avviso di irrogazione sanzioni per violazioni Iva relative al medesimo periodo d’imposta 1990, avverso il quale veniva instaurato apposito giudizio tributario, definito con sentenza passata in giudicato nel 1995.

Tanto premesso, la Suprema corte è chiamata a pronunciarsi sulla valenza di un siffatto atto sanzionatorio ai fini dell’interruzione della prescrizione.
In via preliminare, la sentenza in epigrafe sottolinea l’idoneità dell’esposizione del credito d’imposta nella dichiarazione annuale Iva a costituire valido esercizio del diritto di rimborso, con la conseguenza che, come avvenuto nel caso di specie, il diritto di credito può dirsi cristallizzato in mancanza di rettifica della dichiarazione da parte dell’Amministrazione finanziaria nei termini di legge (ex multis: Cassazione 12 settembre 2012, n. 15229 e 8 giugno 2012, n. 9339).

Con riguardo all’atto di irrogazione delle sanzioni, contrariamente a quanto eccepito dalla società contribuente, i giudici di legittimità rilevano come un siffatto provvedimento non sia idoneo a impedire il decorso del termine di prescrizione ordinaria, non determinando di per sé la “sopravvenuta temporanea inesigibilità” del credito ai sensi dell’articolo 23 del Dlgs n. 472/1997.
Tale disposizione consente all’Amministrazione finanziaria di sospendere, in via cautelare, l’adempimento dell’obbligazione di rimborso, in presenza di altre esposizioni debitorie del medesimo contribuente, per le quali sarebbe possibile addivenire a una compensazione (in tal senso, Cassazione 11 novembre 2011, n. 23601).

A tal fine, l’ufficio dovrebbe emettere un apposito “provvedimento di sospensione” del rimborso dei crediti d’imposta, autonomamente impugnabile dinanzi al Giudice tributario.
Come osservato dalla Suprema Corte, un siffatto provvedimento non è mai stato notificato da parte dell’Amministrazione finanziaria; né potrebbe qualificarsi tale l’invito rivolto alla società contribuente, al fine di produrre documenti integrativi e prestare la garanzia fideiussoria di cui all’articolo 38-bis del Dpr n. 633/1972, vigente rationis temporis.
Sul punto, la Corte evidenzia come “la mancata prestazione della garanzia e la omessa consegna dei documenti richiesti, in quanto integranti condotta esclusivamente imputabile al creditore, configuravano un mero impedimento di fatto e non di diritto all’esercizio della pretesa di rimborso”; al contrario, “l’impossibilità di far valere il diritto, alla quale l’art.2935 cod. civ. attribuisce rilevanza di fatto impeditivo della decorrenza della prescrizione (…) è solo quella che deriva da cause generiche che ostacolino l’esercizio del diritto e non comprende anche gli impedimenti soggettivi o gli ostacoli di mero fatto”.

In aggiunta a tali considerazioni, i giudici di piazza Cavour escludono, altresì, che al caso di specie possa applicarsi analogicamente il disposto di cui all’articolo 38-bis, comma 3, del Dpr n. 633/1972, vigente rationis temporis, il quale prevedeva un’ipotesi di sospensione dell’esecuzione del rimborso in conseguenza della contestazione di illeciti penali per il medesimo periodo d’imposta.
Siffatta conclusione discende dalla stessa disciplina legale della prescrizione che, in quanto inerente all’ordine pubblico, è sottratta all’autonomia privata delle parti.
Inoltre, come giustamente osservato dalla Suprema corte, “le cause di sospensione della prescrizione (…) integrano disposizioni di carattere eccezionale, a norma dell’art.14 delle cosiddette preleggi, con la conseguenza che non sono suscettibili di applicazione oltre i casi e i tempi in esse considerati” (in senso analogo, Cassazione 4 giugno 2007, n. 12953).


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus ristrutturazione: vendita dell'immobile.

A marzo 2015 ho acquistato un appartamento oggetto di ristrutturazione edilizia. In mancanza di accordi con il venditore, chi ha diritto a detrarre? Qualora fossi io, da che rata?

In caso di vendita di un'unità immobiliare, sulla quale sono stati realizzati interventi agevolabili, prima che sia terminato il periodo di fruizione della detrazione, il diritto alle quote residue del beneficio fiscale è trasferito, salvo diverso accordo tra le parti da esplicitare nell’atto di compravendita, all’acquirente dell’immobile. Il numero delle rate e l’importo totale detraibile restano invariati, cambia solo il beneficiario che, fino al momento del rogito, sarà il vecchio proprietario, mentre, successivamente allo stesso, diventerà l’acquirente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Bollo sui documenti informatici, scomputabile l’acconto di gennaio.

L’acconto sull’imposta di bollo dei documenti informatici dovuta per il 2014, versato con il modello F23 cartaceo, può essere scomputato dal pagamento da effettuare in un’unica soluzione con l’F24 telematico entro il 30 aprile 2015, in applicazione della nuova disciplina prevista dal Dm 17 giugno 2014.
È, in sintesi, il contenuto della risoluzione n. 43/E del 28 aprile 2015, con cui l’Agenzia chiarisce le corrette modalità di assolvimento del tributo, dopo il superamento delle vecchie regole che prevedevano la comunicazione di riepilogo e il pagamento con modello F23 (decreto Mef del 23 gennaio 2004) e l’introduzione del pagamento a consuntivo con F24 telematico entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio (decreto Mef del 17 giugno 2014).

L’Agenzia ricorda, in primo luogo, le disposizioni introdotte dal Dm 17 giugno 2014.
Secondo l’attuale disciplina, l’imposta di bollo su fatture, atti e documenti informatici deve essere versata in un’unica soluzione, in modalità telematica, tramite il modello F24, entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio.
Le fatture elettroniche per le quali è obbligatorio l’assolvimento dell’imposta di bollo, inoltre, devono riportare specifica annotazione di assolvimento dell’imposta ai sensi del Dm 17 giugno 2014.
Analogamente a quanto prevedeva il primo decreto, l’imposta sui libri e sui registri, tenuti in modalità informatica, è dovuta ogni 2.500 registrazioni o frazioni di esse.
Il Dm 17 giugno 2014, infine, nel prevedere l’abrogazione del decreto 23 gennaio 2004, nulla ha disposto nei confronti dei contribuenti che, per l’anno 2014, avevano già versato l’acconto secondo le vecchie regole.

L’Agenzia delle Entrate accoglie la soluzione prospettata dal contribuente precisando che, in assenza di una disposizione transitoria, i contribuenti che alla data di entrata in vigore della nuova disciplina avevano già versato l’acconto a gennaio 2014 con il modello F23, possono scomputare tale importo dal pagamento dell’imposta totale, da effettuare in unica soluzione con F24 entro il 30 aprile 2015. Se l’acconto supera l’imposta totale dovuta, la differenza può essere chiesta a rimborso.

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Regime dei minimi dopo apprendistato.

Ho un contratto di apprendistato triennale, alla scadenza del quale il datore di lavoro non ha intenzione di assumermi. Aprirò partita Iva: posso accedere al regime dei "nuovi minimi"?

Il contratto di apprendistato è un contratto di lavoro caratterizzato da un contenuto formativo, rivolto ai giovani tra i 15 e i 29 anni. Il datore di lavoro, oltre a pagare la retribuzione all’apprendista per il lavoro svolto, deve garantire allo stesso la formazione necessaria per acquisire determinate competenze professionali (Dlgs 167/2011). Al termine del periodo di apprendistato, il datore di lavoro non ha l'obbligo di assumere a tempo indeterminato l'apprendista. La mancata continuazione del rapporto non dipende quindi dalla volontà del lavoratore che, pertanto, se inizia un'attività di lavoro autonomo, ha facoltà di scegliere il regime dei "nuovi minimi". Infatti, uno dei requisiti di accesso è che la nuova attività non costituisca in alcun modo una pura e semplice prosecuzione di quella svolta in precedenza come dipendente o autonomo. Non si realizza la continuità delle due attività quando il contribuente riesce a dimostrare di aver perso il lavoro per cause indipendenti dalla propria volontà (provvedimento del 22 dicembre 2011). A ogni modo, la verifica sulla prosecuzione dell'attività va effettuata caso per caso (circolare n. 17/E del 2012).



Fonte: Agenzia Entrate

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La delega di firma salva gli atti degli incaricati dirigenziali.

Nell’ordinamento tributario, la delega di firma trova fondamento normativo nell’articolo 42 del Dpr 600/1973, il quale prevede che “Gli accertamenti in rettifica e gli accertamenti d’ufficio sono portati a conoscenza dei contribuenti mediante la notificazione di avvisi sottoscritti dal capo dell’ufficio o da altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato” (comma 1) e che “L’accertamento è nullo se l’avviso non reca la sottoscrizione… di cui al presente articolo…” (comma 3), nonché nell’articolo 12, comma 4, del Dpr 602/1973, secondo cui “Il ruolo è sottoscritto, anche mediante firma elettronica, dal titolare dell’ufficio o da un suo delegato…”.
Tale istituto giuridico va tenuto distinto dalla delega di funzioni che è invece prevista dall’articolo 17, comma 1-bis, del Dlgs 165/2001, il quale stabilisce che “I dirigenti, per specifiche e comprovate ragioni di servizio, possono delegare per un periodo di tempo determinato, con atto scritto e motivato, alcune delle competenze comprese nelle funzioni di cui alle lettere b), d) ed e) del comma 1 a dipendenti che ricoprano le posizioni funzionali più elevate nell'ambito degli uffici ad essi affidati…”.

Sulla differenza fra i due istituti merita di essere menzionata la sentenza del Consiglio di Stato 1573 del 24 marzo 2015, ove si chiarisce che “non è configurabile un vizio di incompetenza qualora si sia in presenza non già di delega di funzioni, ma di mera delega di firma che, senza alterare l’ordine delle competenze, attribuisca al soggetto titolare dell’ufficio delegato… il potere di sottoscrivere atti che continuano ad essere, sostanzialmente, atti dell’autorità delegante e non di quella delegata” (in tal senso, cfr anche Tar Toscana, sentenza 3372/2002), ma anche la sentenza 6882/2000, con cui la Corte di cassazione ha chiarito “la differenza che passa tra la delega interorganica e la cosiddetta (mera) delega di firma, che si ha quando un organo, pur mantenendo la piena titolarità circa l'esercizio di un determinato potere, delega ad altro organo, ma anche a funzionario non titolare di organo, il compito di firmare gli atti di esercizio del potere stesso. In questi casi, l'atto firmato dal delegato, pur essendo certamente frutto dell'attività decisionale di quest'ultimo, resta formalmente imputato all'organo delegante, senza nessuna alterazione dell'ordine delle competenze (non è ammissibile, ad esempio, il ricorso gerarchico al delegante contro l’atto firmato dal delegato)” (in tal senso, vedi anche Cassazione, sentenza 6113/2005).

In altri termini, la delega di firma – che tiene inevitabilmente conto delle esigenze di organizzazione dei pubblici uffici – non comporta alcuno spostamento della competenza dal delegante al delegato, ma consente al delegato di sottoscrivere l’atto “per il delegante”, fermo restando che la paternità dell’atto sottoscritto rimane in capo a quest’ultimo.

L’istituto della delega di firma, inoltre, va tenuto distinto dagli atti di conferimento di incarichi dirigenziali, emanati sulla base della disposizione normativa dichiarata illegittima dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 37 del 17 marzo 2015.
Ciò in quanto il responsabile di un’articolazione interna non sottoscrive l’atto in virtù dell’incarico dirigenziale ricevuto, ma per effetto della delega di firma del direttore dell’ufficio. In sostanza, il potere di rappresentanza dell’ufficio spetta al suo direttore, mentre i responsabili delle articolazioni interne o gli altri dipendenti in servizio presso la struttura necessitano della delega di firma del direttore.
Pertanto, l’invalidità dell’incarico dirigenziale conferito a un funzionario non travolge la validità della delega di firma conferita al medesimo funzionario.

In ultimo, le eccezioni “di diritto” concernenti la legittimità della sottoscrizione vanno tenute distinte da quelle “di fatto” concernenti la validità della delega di firma e l’esibizione della stessa in giudizio.
Infatti, mentre per decidere in ordine a quest’ultima eccezione occorre valutare di volta in volta l’operato dell’ufficio, le eccezioni concernenti la legittimità della sottoscrizione sono già risolte a livello normativo dal citato articolo 42 del Dpr 600/1973, il quale attribuisce la legittimazione alla sottoscrizione al “capo dell’ufficio” o ad “altro impiegato della carriera direttiva da lui delegato” (attualmente il personale della “carriera direttiva” appartiene alla terza area funzionale).
Invero, la stessa Corte costituzionale, nella citata sentenza 37 del 2015, nonostante abbia ritenuto illegittimi gli incarichi dirigenziali conferiti a funzionari dell’Agenzia delle Entrate, ha ritenuto essenziali, ai fini della funzionalità della stessa Agenzia, “le regole organizzative interne dell’Agenzia delle entrate e la possibilità di ricorrere all’istituto della delega, anche a funzionari, per l’adozione di atti a competenza dirigenziale…”.




Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 15 aprile 2015

Scadenze Dichiarazioni 2015.

Il modello 730 precompilato consente da quest'anno di presentare il modello 730 direttamente all'Agenzia delle Entrate, senza l'ausilio di Caf, intermediari o sostituto d'imposta.

Il modello Unico PF è l'unico modello che il contribuente, in certi casi può presentare con modalità cartacea, anziché telematica, presso gli uffici postali. In particolare ciò è possibile nei seguenti casi:
contribuente che pur possedendo redditi che possono essere dichiarati con il mod. 730, non può presentare il mod. 730;
contribuente che pur potendo presentare il mod. 730, deve dichiarare alcuni redditi o comunicare dati utilizzando i relativi quadri del modello UNICO (RM, RT, RW, AC);
contribuente che deve presentare la dichiarazione per conto di contribuenti deceduti.
In tutti gli altri casi le dichiarazioni devono essere presentate telematicamente, direttamente o tramite intermediario abilitato.




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Come cambiano le collaborazioni a progetto dal 1 gennaio 2016.

A far data dal 1° gennaio 2016 i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa dovranno quindi trasformarsi in rapporti di lavoro subordinato ad eccezione per:
a) le collaborazioni per le quali gli accordi collettivi stipulati dalle confederazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive ed organizzative del relativo settore;
b) le collaborazioni prestate nell’esercizio di professioni intellettuali per le quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi professionali;
c) le attività prestate nell’esercizio della loro funzione dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e dai partecipanti a collegi e commissioni;
d) le prestazioni di lavoro rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I. come individuati e disciplinati dall’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289.
In attesa del riordino della disciplina del lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione, tale normativa non trova applicazione nei confronti delle pubbliche amministrazioni fino al 1° gennaio 2017.

Al fine di promuovere la stabilizzazione dell'occupazione mediante il ricorso a contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato nonché di garantire il corretto utilizzo dei contratti di lavoro autonomo, nel periodo compreso fra l’entrata in vigore del presente decreto e il 31 dicembre 2015, i datori di lavoro privati che procedano alla assunzione con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato di soggetti già parti di contratti di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto e di persone titolari di partita IVA, godono dell'estinzione delle violazioni previste dalle disposizioni in materia di obblighi contributivi, assicurativi e fiscali connessi alla eventuale erronea qualificazione del rapporto di lavoro pregresso, salve le violazioni già accertate prima dell’assunzione, a condizione che:
a) i lavoratori interessati alle assunzioni sottoscrivano, con riferimento a tutte le possibili pretese riguardanti la qualificazione del pregresso rapporto di lavoro, atti di conciliazione in una delle sedi di cui all’articolo 2113, comma 4, del codice civile, e all’articolo 76 del decreto legislativo n. 276 del 2003;
b) nei dodici mesi successivi alle assunzioni, i datori di lavoro non recedano dal rapporto di lavoro, salvo che per giusta causa ovvero per giustificato motivo soggettivo.

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Contratti di solidarietà stipulati successivamente al 14.6.1995. Riduzione contributiva ai sensi dell’art. 6, comma 4, della legge 28.11.1996, n. 608.

Premessa

L'art. 6, comma 4, del DL 1/10/1996 n. 510, convertito nella legge 28/11/1996, n. 608 (allegato n. 1) – prevede, come noto, una riduzione contributiva inerente ai contratti di solidarietà difensivi stipulati successivamente al 14/6/1995.

Si osserva che la misura e i criteri del beneficio sono stati recentemente rivisitati in conseguenza della modifica alla disciplina introdotta dal DL 34/2014[1].

L’impianto antecedente all’intervento legislativo sopra richiamato è stato più volte trattato dall’Istituto, da ultimo con la circolare n. 48 del 31 marzo 2009, nella quale, in particolare, sono state fornite istruzioni con riferimento allo sblocco dei benefici per tutti gli accordi di solidarietà, successivi al 31/12/2003, comunque stipulati entro il 31/12/2005.

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direzione Generale degli ammortizzatori sociali e degli incentivi all’occupazione - ha recentemente autorizzato il finanziamento degli sgravi contributivi per i contratti di solidarietà, stipulati successivamente al 31/12/2005 ed entro il 30/06/2008. Si ricorda, infatti, che la misura agevolativa di cui trattasi trova applicazione nei limiti delle disponibilità allo scopo preordinate nel Fondo per l'occupazione.

In merito all’applicazione della riduzione contributiva, si forniscono le seguenti istruzioni operative.


1. Ambito soggettivo di applicazione della riduzione contributiva.

Destinatarie dell’agevolazione contributiva sono le imprese che hanno stipulato contratti di solidarietà, dal 31.12.2005 al 30.06.2008, con intervento della Cassa Integrazione guadagni straordinaria disposto con apposito decreto ministeriale. Alla riduzione contributiva in oggetto saranno ammesse le aziende che abbiano stipulato contratti di solidarietà, accompagnati da Cigs,esclusivamente nel periodo dal 01.01.2006 al 30.06.2008 e i cui benefici contributivi, sotto il profilo della competenza, si collocano nell’ambito del predetto periodo.

La riduzione contributiva potrà essere riconosciuta anche in favore dell’impresa subentrante a seguito di operazioni societarie quali, ad esempio, fusioni, incorporazioni o scissioni.


2. Modalità di applicazione della riduzione contributiva.

Si richiamano preliminarmente le disposizioni ed i criteri dettati con le precedenti circolari[2] che, per comodità, di seguito si riassumono.

La riduzione è prevista per la durata del contratto con il limite massimo di 24 mesi e compete per ogni lavoratore interessato dall'abbattimento di orario in misura superiore al 20 per cento con erogazione dell'integrazione salariale straordinaria. La misura della riduzione della contribuzione previdenziale ed assistenziale è del 25 per cento ed è elevata al 35 per cento nel caso in cui l'accordo disponga una riduzione dell'orario superiore al 30 per cento. Conseguentemente, per ogni mese, i datori di lavoro hanno diritto alla riduzione del 25 per cento ovvero del 35 per cento sulla parte dei contributi a loro carico per ogni lavoratore che, in detto periodo, abbia avuto un orario ridotto rispettivamente più del 20 per cento ovvero del 30 per cento rispetto a quello contrattuale.

Eventuali erogazioni ultramensili, a carico del datore di lavoro, seguiranno la sorte contributiva legata all'orario di lavoro effettuato nel mese di corresponsione di dette competenze secondo previsione contrattuale.

Per le imprese operanti nella aree individuate per l'Italia dalla CEE ai sensi dell’obiettivo 1 del regolamento n. 1260/1999[3] le percentuali del beneficio sono elevate rispettivamente al 30 per cento e 40 per cento.


3. Esclusioni.

Restano estranei al beneficio i contratti di solidarietà stipulati dai datori di lavoro destinatari delle disposizioni di cui all'art. 5, commi 5, 7, 8 del DL 20/5/1993, n. 148, convertito nella legge 19/7/1993, n. 236, (CdS di tipo b), cui possono accedere le aziende che non rientrano nel campo di applicazione della Cigs.

La riduzione è alternativa a qualsiasi forma di beneficio contributivo previsto, a qualunque altro titolo, dall’ordinamento. Conseguentemente, non potranno fruire dello sgravio i lavoratori per i quali i datori di lavoro hanno già goduto di altre agevolazioni contributive (ad es. lavoratori assunti dalle liste di mobilità ex lege 223/91; disoccupati da oltre 24 mesi ex lege 407/90, ecc...).


4. Adempimenti delle Sedi e dei datori di lavoro.

La procedura per il conseguimento della riduzione contributiva deve essere attivata ad iniziativa dei datori di lavoro interessati.

La Sede competente - accertata sulla base della documentazione in proprio possesso, integrata da quella fornita dall'impresa, la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento della riduzione contributiva nel rispetto dei criteri di cui in premessa - provvederà ad attribuire alla posizione aziendale il previsto codice di autorizzazione "7K" avente il significato di "Azienda che ha stipulato contratti di solidarietà dal 31.12.2005 al 30.06.2008, accompagnati da Cigs, ammessa al conguaglio delle riduzioni contributive di cui all'art. 6, c. 4, della L. 28 novembre 1996, n. 608".

Il predetto codice sarà attribuito limitatamente al periodo di paga cui si riferiscono i flussi UniEmens con i quali viene operato il conguaglio. Detto periodo è comunque limitato alle denunce contributive aventi scadenza di pagamento il giorno 16 del terzo mese successivo a quello di emanazione della presente circolare[4].

Nel caso di imprese cessate ovvero laddove il periodo sopra indicato non risulti sufficiente a favorire le operazioni di conguaglio, il recupero sarà effettuato attraverso la procedura delle regolarizzazioni contributive.


5. UniEmens. Modalità di esposizione dei dati relativi alla riduzione contributiva.

Ai fini della compilazione del flusso UniEmens, le imprese interessate inseriranno nell’elemento , , il nuovo codice “L900” e le relative (che rappresentano l’importo delle riduzioni contributive spettanti).

Si ribadisce che le operazioni di conguaglio dovranno essere effettuate dai datori di lavoro con le denunce contributive aventi scadenza il giorno 16 del terzo mese successivo a quello di emanazione della presente circolare [5].


6. Controlli.

Al termine dei periodi in cui è possibile effettuare le operazioni di recupero, le Sedi interessate provvederanno a verificare la congruità delle somme conguagliate dalle imprese con quelle comunicate dal datore di lavoro nell’ambito dell’istanza.




Fonte: Circolare INPS n.70 del 07/04/2015

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Accesso al Sistema informativo ISEE da parte degli enti erogatori di prestazioni sociali agevolate.

1. PREMESSA

L’Indicatore della Situazione Economica  Equivalente (ISEE) è un criterio di valutazione per la concessione di prestazioni sociali agevolate costituite da prestazioni sociali non destinate alla generalità dei soggetti, ma limitate a coloro che sono in possesso di particolari requisiti di natura economica, ovvero prestazioni sociali non limitate al possesso di tali requisiti, ma comunque collegate nella misura o nel costo a determinate situazioni economiche (agevolazioni fiscali e tariffarie, benefici assistenziali etc.).

Il Sistema informativo dell’ISEE (SII), costituito  e gestito  dall’INPS sotto il profilo tecnico ed informatico, è una Banca dati che consente all’Ente  erogatore (di seguito Ente) delle prestazioni sociali agevolate come sopra definite, di verificare il possesso dei requisiti in capo al richiedente per il loro riconoscimento.

Prima dell’entrata in vigore del D.P.C.M. del 5 dicembre 2013, n. 159, che ha individuato nuove modalità di determinazione dell’ISEE (v. circolare INPS 18 dicembre 2014, n. 171 recante le prime indicazioni operative per l’applicazione della nuova normativa), la fruibilità telematica del SII da parte dell’Ente avveniva, ai sensi dell’ art. 58, comma 2 del Codice dell’amministrazione digitale, previa adesione ad una Convenzione quadro adottata con determinazione del Commissario Straordinario n. 119 del 18 luglio 2014.

Tale modalità è venuta meno per effetto del D.P.C.M. n. 159/2013, che, all’art. 12, comma 2, ha previsto che l’Istituto, al fine dell’applicazione delle disposizioni sulle misure di sicurezza previste dall’art. 31 del Codice in materia di protezione dei dati personali, sentiti il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’Agenzia delle Entrate e il Garante per la protezione dei dati personali, approvi con decreto direttoriale un disciplinare tecnico per la regolamentazione del trattamento dei dati e delle informazioni del sistema informativo dell’ISEE, delle modalità di accesso, di comunicazione e di consultazione di esso, mediante la definizione delle misure di sicurezza indispensabili per ridurre il rischio di distruzione o perdita anche accidentale dei dati relativi ai beneficiari delle prestazioni erogate, compreso l’ISEE e le informazioni analitiche contenute nelle DSU acquisite dall’Inps, di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta.

In considerazione del contenuto del disciplinare tecnico, approvato con decreto direttoriale n. 5 del 9 marzo 2015, con la presente circolare sono fornite le prime nuove istruzioni operative per l’accesso al SII.




2.  La tipologia di informazioni del SII accessibile dagli Enti erogatori.

L’Ente presso il quale sia stata presentata specifica domanda di prestazioni sociali agevolate, ai fini dell’accertamento dei requisiti necessari per il riconoscimento della stessa in capo al richiedente, sempreché questi o altro componente il suo nucleo familiare abbiano già presentato la DSU, può acquisire il valore ISEE e la composizione del nucleo familiare, nonché, ove necessario, le informazioni della DSU pertinenti e non eccedenti per le medesime finalità.

L’Ente può richiedere all'INPS anche le informazioni contenute nella DSU quando procede all'accertamento dei requisiti per il mantenimento dei trattamenti  assistenziali, previdenziali e indennitari,  incluse carte di debito, da esso erogati a qualunque titolo (art. 11, comma 10).

L’Ente può, altresì, richiedere le informazioni contenute nella DSU ai fini dei controlli sulle informazioni auto-dichiarate dal dichiarante. In questa ultima ipotesi, qualora accerti la non veridicità dei dati, provvede a dare comunicazione all’INPS di eventuali dichiarazioni mendaci (art. 11, commi 6 e 10).        

Si precisa che l'Ente è titolare del trattamento dei dati relativi ai richiedenti delle prestazioni da esso erogate, compresi l'ISEE e le informazioni analitiche contenute nella DSU acquisite dall'INPS.


3. Modalità e criteri di accesso

Gli Enti erogatori accedono ai dati di propria pertinenza, previa comunicazione al sistema ISEE della tipologia e del protocollo di una domanda di prestazione per il soggetto beneficiario che appartenga al nucleo ISEE interrogato.

Gli Enti erogatori possono accedere alle informazioni delle attestazioni e dichiarazioni ISEE, previa specifica richiesta:
in modalità web dal Portale INPS attraverso l’uso di credenziali individuali (PIN) assegnate dall’Istituto agli operatori dell’Ente;
in cooperazione applicativa, secondo le regole standard del sistema pubblico di connettività, attraverso una porta di dominio accreditata e secondo lo schema di mutua autenticazione previa valutazione da parte dell’Inps.

4.  Strutture competenti e figure di riferimento Inps

Da un punto di vista organizzativo, le Direzioni regionali competenti per territorio sono preposte agli adempimenti amministrativi e tecnico-informatici, relativi all’accesso al SII.

In particolare, il Direttore regionale è responsabile delle comunicazioni all’Ente, comprese quelle relative ad abusi, anomalie, utilizzi non conformi ai fini istituzionali da parte degli operatori autorizzati.

Gli operatori amministrativi della Direzione regionale curano l’istruttoria delle domande di accesso al SII.

Il Referente Tecnico INPS, individuato tra i funzionari informatici della Direzione Regionale,  cura, in sinergia con l'Amministratore locale dell’Ente  e  la DCSIT,  gli adempimenti previsti dalle misure di sicurezza di cui al disciplinare tecnico. Lo stesso, anche tramite gli operatori abilitati delle Strutture territoriali, procede al rilascio ed alla gestione delle utenze di accesso al sistema e verifica, almeno con frequenza annuale e, di concerto con l’Ente, la corretta attribuzione dei profili di autorizzazione e la correttezza degli accessi al SII. Inoltre, il medesimo Referente Tecnico, nel caso di richiesta di accesso in cooperazione applicativa, valuta in sinergia con la DCSIT, il possesso di appositi requisiti.

L’Ente, tramite il proprio legale rappresentante o suo delegato, deve trasmettere, mediante PEC, istanza di mantenimento dell’autorizzazione all’accesso al SII (Allegato A), oppure di primo accesso al medesimo SII (Allegato B).

L’Ente deve, altresì, provvedere alla nomina dell’Amministratore locale (Allegato C) nel caso di accesso sia in modalità web sia in cooperazione applicativa e, solo in questa ultima ipotesi, anche alla nomina del Referente Tecnico per la Cooperazione Applicativa.

L’Amministratore locale, in particolare, è preposto all’assolvimento dei seguenti compiti:
effettuare, con apposito modulo (Allegato D), la richiesta di assegnazione di credenziali di accesso per gli utenti dell’Ente e delle autorizzazioni all’uso del servizio concesso dall’INPS;
revocare le autorizzazioni al venir meno delle condizioni che ne hanno determinato la concessione;
adottare le procedure necessarie alla verifica sistematica ed alla revisione periodica delle abilitazioni e dei profili di accesso ai dati rilasciate attraverso un adeguato flusso informativo con l’unità interna responsabile del trattamento;
comunicare eventuali errori o inesattezze e/o manchevolezze riscontrate in ordine ai dati trasmessi o acceduti;
effettuare la verifica interna sull’adeguamento alle misure di sicurezza previste dal Codice in materia di protezione dei dati personali;
adottare le procedure necessarie a garantire la conservazione delle informazioni acquisite per il tempo strettamente necessario allo svolgimento delle attività per cui i dati sono stati acceduti e la loro distruzione quando le stesse non siano più necessarie;
monitorare il corretto utilizzo delle utenze da parte degli utenti dell’Ente autorizzati;
comunicare all’INPS eventuali abusi, anomalie e/o utilizzi non conformi ai fini istituzionali.

Il Referente Tecnico per la Cooperazione Applicativa è responsabile della tenuta del certificato digitale per l’autenticazione client (di seguito certificato digitale) e rappresenta il punto di contatto tecnico per l’attivazione dell’accesso in cooperazione applicativa.


5.  Il procedimento tecnico-amministrativo per l’accesso

5.1. Considerazioni generali


Il procedimento è differenziato a seconda che l’Ente sia già stato abilitato o meno all’accesso al SII.

Nel primo caso, il procedimento ha natura solo “tecnica”, atteso che l’Ente dovrà nominare l’Amministratore locale e l’eventuale Referente Tecnico per la Cooperazione Applicativa.

Nel secondo caso, il procedimento “tecnico” è preceduto da un procedimento  di tipo amministrativo, in cui si dovrà valutare la sussistenza dei presupposti normativi legittimanti l’accesso al SII.



5.2. Enti già abilitati all’accesso al SII

La Direzione regionale, tramite PEC, informa l’Ente che, ai fini del mantenimento dell’autorizzazione all’accesso, il legale rappresentante o suo delegato, deve inoltrare alla medesima Direzione, tramite PEC, apposito modulo (Allegato A), unitamente al modulo di nomina dell’Amministratore locale (Allegato C), entro il termine di quattro mesi dalla ricezione della comunicazione.

La Direzione regionale dovrà far presente che l’Amministratore locale, tra gli altri compiti, è tenuto ad effettuare una ricognizione dei profili già abilitati e chiedere la disabilitazione delle utenze per le quali siano venute meno le condizioni che ne hanno determinato la concessione (ad es: decesso dell’utente, cessazione dell’attività lavorativa, conferimento di mansioni diverse non legittimanti l’accesso al SII, etc.).

Le Direzioni regionali dovranno monitorare l’andamento delle richieste, sollecitando per tempo prima della scadenza gli Enti che non si sono ancora adeguati.

Al termine del periodo previsto, in caso di mancato riscontro ai solleciti, e quindi di mancato inoltro degli Allegati A e C, debitamente compilati e sottoscritti, la Direzione regionale provvederà alla disabilitazione delle utenze dell’Ente, previa notifica del relativo provvedimento.

Con successivo messaggio saranno impartite alle Sedi specifiche istruzioni in merito alla procedura per la registrazione dei nominativi degli Amministratori locali.

L’Ente, già abilitato all’accesso in modalità web nell’anno 2014, può richiedere l’accesso in cooperazione applicativa, compilando, in aggiunta ai precitati moduli (Allegati A-C), apposito modello di domanda specificamente previsto per la cooperazione applicativa (Allegato E), nel quale dovrà comunicare alcuni elementi che saranno oggetto di apposita valutazione da parte del Referente Tecnico INPS.

 

5.3. Enti da abilitare all’accesso al SII

Ai fini dell’accesso al SII, l’Ente non ancora abilitato deve inoltrare, tramite PEC, alla Direzione regionale competente per territorio una richiesta di accesso (Allegato B), nella quale, oltre ai dati generali dell’Ente, siano indicati la normativa di riferimento che legittima l’Ente all’acquisizione dei dati e le finalità istituzionali perseguite con i dati raccolti.

La Direzione regionale valuterà la sussistenza dei presupposti per l’accesso al SII (riferimenti normativi e finalità istituzionale)  e richiederà tempestivamente all’Ente le eventuali integrazioni necessarie qualora riscontri l’assenza dei dati richiesti ovvero gli stessi risultino insussistenti, contraddittori oppure incompleti.
A conclusione del procedimento amministrativo, la Direzione regionale adotta e successivamente comunica all’Ente, tramite PEC, apposito motivato provvedimento di rigetto o accoglimento dell’istanza. In caso di accoglimento dell’istanza verranno contestualmente comunicate all’Ente le due opzioni di  accesso al SII,  modalità web e cooperazione applicativa.

A seguito della ricezione del provvedimento di accoglimento, l’Ente, se non vi ha già provveduto, dovrà compilare ed inoltrare alla Direzione regionale, tramite PEC, appositi moduli secondo le indicazioni riportate nei successivi paragrafi 5.4. e 5.5.


5.4. Richiesta di utenze per l’accesso al SII in modalità web

Per il rilascio di credenziali di accesso al SII in modalità web l’Ente deve inoltrare la seguente documentazione:

1. atto di nomina dell’Amministratore locale (Allegato C), nel quale dovrà essere indicato anche l’indirizzo IP pubblico dell’Ente di accesso alla rete internet.

2. richiesta di assegnazione di credenziali di accesso per gli utenti dell’Ente e delle autorizzazioni all’uso del servizio concesso dall’INPS (Allegato D). La richiesta dovrà essere sottoscritta dal funzionario da abilitare e dal soggetto che svolge le funzioni di Amministratore locale (legale rappresentante o altro soggetto appositamente nominato). Ad ogni richiesta dovrà essere allegata copia di un documento di riconoscimento del funzionario da abilitare.
Il Referente Tecnico INPS dovrà verificare la completezza e l’idoneità della documentazione (Allegati C-D) e provvedere, tramite gli operatori abilitati delle Strutture territoriali, all’assegnazione delle credenziali di accesso con le autorizzazioni richieste, nel rispetto dei limiti specificati nella griglia allegata (Allegato G).
Nel caso in cui l’utente da abilitare risulti già in possesso di un PIN, il Referente Tecnico Regionale procederà alla sola estensione del profilo autorizzativo.


5.5. Richiesta di accesso al SII in cooperazione applicativa

L’Ente che intenda accedere al sistema in cooperazione applicativa, deve inoltrare apposita richiesta, compilata in conformità allo specifico modulo (Allegato E), mediante la quale comunica gli elementi che saranno oggetto di apposita valutazione: numero potenziale di richiedenti la prestazione sociale agevolata, ambito territoriale dei richiedenti (comunale, provinciale, regionale, nazionale) e l’eventuale periodo di concentrazione degli accessi (es: l’Ente è vincolato ad erogare una prestazione sociale agevolata entro una data scadenza, previa istruttoria di un elevato numero di istanze).

Lo stesso Ente deve, altresì, indicare se è in possesso di un certificato di qualificazione della porta di dominio rilasciato da Agenzia per l’Italia Digitale. In caso contrario, il legale rappresentante o suo delegato deve sottoscrivere apposita richiesta di emissione del certificato digitale (Allegato F), allegando il Certificate Request, generato secondo le specifiche tecniche allegate al modulo.

L’Ente, inoltre, deve provvedere all’individuazione del soggetto con funzioni di Amministratore locale (Allegato C).

Il Referente Tecnico INPS valuta la sussistenza dei requisiti legittimanti l’accesso, in coordinamento con la DCSIT.


6.  Servizi di call center per gli operatori degli enti erogatori

Il numero verde 800864210, già utilizzato per la Convenzione Quadro per la fruibilità dei dati, gestito dal contact center multicanale, fornirà supporto alle Amministrazioni Pubbliche che necessitano di informazioni per la compilazione e l’inoltro della richiesta di accesso, secondo le modalità previste.

Si ricorda che il predetto numero, abilitato a ricevere chiamate soltanto da rete fissa, è presidiato da operatori opportunamente formati, dal lunedì al venerdì dalle ore 8 alle ore 20 e il sabato dalle ore 8 alle ore 14.

7.  Impatti sulla Convenzione Quadro fruibilità dati

In considerazione dell’avvio della nuova modalità di accesso al SII, il relativo servizio sarà eliminato dal catalogo servizi di cui alla Convenzione quadro fruibilità dati, sia per la modalità online (ISEE) sia per quella in cooperazione applicativa (WSISEE).


Fonte: Circolare INPS n. 73 del 10/04/2015

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Gestione separata INPS/INARCASSA – Iscrizione e obbligo contributivo.

Premessa


Nello svolgimento dell’attività di accertamento dell’Istituto, in particolare nella verifica incrociata con le dichiarazioni reddituali (c.d. operazione Poseidone), nel corso della quale sono stati iscritti d’ufficio anche professionisti appartenenti ad Albi professionali dotati di una propria Cassa previdenziale, sono emerse problematiche di applicazione - tra quanto disciplinato dai regolamenti delle Casse previdenziali stesse, di cui ai D. lgs. 509/94 e 103/96, e quanto previsto dalla normativa generale contenuta nella Legge 335/95 e nel relativo decreto attuativo D.M. 281/1996 - su cui ha avuto modo di pronunciarsi anche la Suprema Corte di Cassazione.

Con la presente circolare, di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, si forniscono, anche alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale, i criteri generali per la corretta individuazione dell’ente competente in materia di previdenza, per i liberi professionisti che svolgono attività professionale di ingegnere od architetto.


1 La normativa


1.a Normativa applicabile per l’iscrizione alla Gestione separata Inps

L’art. 2, comma 26, della Legge 335/95, prevede testualmente che i “soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, di cui al comma 1 dell'articolo 49 del testo unico delle imposte sui redditi”, sono tenuti all’iscrizione presso la Gestione separata INPS.

Il D.M. 281/1996, che disciplina le modalità e i termini per il versamento contributivo, all’art. 6 chiarisce che “non sono soggetti alla contribuzione di cui al presente decreto i redditi già assoggettati ad altro titolo a contribuzione previdenziale obbligatoria”, spiegando che i liberi professionisti sono tenuti al pagamento del contributo, alla Gestione separata, relativamente ai redditi professionali non assoggettati a contribuzione previdenziale obbligatoria presso l’Ente previdenziale di categoria.

Alla luce di tali disposizioni, rientrano nell’ambito di applicazione dell’art. 2, comma 26 cit. coloro che, pur svolgendo attività professionale, non sono tenuti al versamento del contributo soggettivo presso l’Ente previdenziale di categoria, per la contemporanea iscrizione ad altra forma di previdenza obbligatoria, contestuale allo svolgimento della professione, a causa della quale INARCASSA esclude l’obbligo di iscrizione e il conseguente versamento del contributo soggettivo, relativo all’attività professionale.

Il legislatore, all’art. 18, comma 12, del D.L. 98/2011, convertito nella legge n. 111/2011, con norma di interpretazione autentica, ha confermato quanto disciplinato nelle norme del 1995 e l’orientamento espresso da questo Istituto con circolare n. 99/2011 e messaggio n. 709/2012.

Pertanto, i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, le attività di lavoro autonomo di cui all’art. 53, co. 1 del TUIR, sono destinatari dell’obbligo contributivo alla Gestione separata INPS nel caso in cui svolgano attività il cui esercizio non è subordinato all’iscrizione ad apposito albo professionale, oppure allorquando il reddito prodotto non risulti assoggettato a contribuzione previdenziale obbligatoria presso l’Ente previdenziale di categoria secondo il rispettivo statuto o regolamento.


1.b Normativa applicabile per l’iscrizione alla Cassa nazionale di previdenza ed assistenza per gli Ingegneri ed Architetti liberi professionisti - INARCASSA

Per gli iscritti agli albi degli architetti ed ingegneri, la normativa che disciplina l’iscrizione ad INARCASSA è contenuta nell’art. 21, comma 5 della Legge n. 6/1981 e nell’art. 7 dello Statuto.

Secondo tali norme devono iscriversi ad INARCASSA gli ingegneri e gli architetti che esercitano la libera professione con carattere di continuità, essendo contestualmente: 1) iscritti all’Albo professionale; 2) titolari della partita I.V.A.; 3) non iscritti ad altra forma di previdenza obbligatoria, in dipendenza di un rapporto di lavoro subordinato o comunque altra attività esercitata.

Pertanto, i soggetti che producono redditi da lavoro autonomo, ai sensi dell’art. 53 comma 1 del TUIR, e, contemporaneamente, hanno un rapporto di lavoro subordinato non possono essere assoggettati alla contribuzione soggettiva obbligatoria presso INARCASSA.

A tal proposito si ricorda che la contribuzione dovuta ad INARCASSA è composta dal contributo soggettivo e  dal contributo integrativo, come disciplinati dagli articoli 4 e 5 del Regolamento generale di previdenza 2012, e dal contributo per la maternità, previsto dall’art. 6 del Regolamento generale di previdenza 2012 e disciplinato dal D. lgs. n. 151/2001.

Il contributo soggettivo, obbligatorio per i soggetti che rispettano il requisito previsto dall’art. 7 dello Statuto, è calcolato in misura percentuale sul reddito da lavoro autonomo determinato ai fini fiscali, mentre il contributo integrativo - obbligatorio per tutti i professionisti iscritti all’albo professionale e titolari di partita IVA individuale, nonché per le associazioni o società di professionisti e di ingegneria - è calcolato in misura percentuale (oggi 4 per cento) sul volume di affari professionale dichiarato ai fini IVA. Tale ultimo contributo non concorre alla formazione del reddito professionale ai fini fiscali. Il pagamento del solo contributo integrativo non comporta l’esclusione dal versamento alla Gestione separata Inps.

È, comunque, dovuto da tutti gli iscritti ad INARCASSA, anche se pensionati, il contributo soggettivo ed integrativo minimo di cui agli artt. 4 e 5 del Regolamento generale di previdenza 2012.


2 La giurisprudenza


La Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di specificare quale disciplina previdenziale debba ritenersi applicabile ai soggetti che esercitano attività libero professionale, definendo l’ambito applicativo e le ricadute sul corretto inquadramento contributivo del concetto di “esercizio della professione”.

Diverse sentenze della predetta Corte tra le quali la n. 14684 del 29 agosto 2012, e, successivamente, la n. 5827 del 8 marzo 2013 e la n. 9076 del 15 aprile 2013, hanno chiarito il regime previdenziale applicabile all’esercizio di attività professionali anche in settori diversi da quelli riservati ai professionisti per i quali sono previsti appositi Albi.

Invero, la Corte di Cassazione, al fine di stabilire se il reddito prodotto da un’attività professionale sia soggetto alla contribuzione dovuta alla Cassa professionale autonoma, ha puntualizzato che il concetto di “esercizio della professione” deve essere interpretato non in senso statico e rigoroso, ma nella piena considerazione della continua evoluzione delle specifiche competenze e delle cognizioni tecniche libero- professionali. Secondo la Suprema Corte, infatti, nel concetto di esercizio della professione deve essere compreso non solo l’espletamento di prestazioni tipicamente professionali, ma anche “l’esercizio di attività che, pur non professionalmente tipiche, presentino, tuttavia un “nesso” con l’attività professionale strettamente intesa, in quanto richiedono le stesse competenze tecniche di cui il professionista ordinariamente si avvale nell’esercizio dell’attività professionale e nel cui svolgimento, quindi, mette a frutto (anche) la specifica cultura che gli deriva dalla formazione tipo, logicamente propria della sua professione”.

Pertanto, secondo l'orientamento più recente della Corte di Cassazione, la oggettiva riconducibilità alla professione dell’attività in concreto svolta dal professionista, anche se non espressamente riservata, determina l’inclusione dei compensi derivanti da tale attività tra i redditi che concorrono a formare la base imponibile previdenziale, sulla quale calcolare il contributo soggettivo obbligatorio e quello integrativo dovuto all’Ente previdenziale di categoria.



3 Le attività professionali


La complessità del quadro normativo e giurisprudenziale sinora descritto ha determinato una particolare difficoltà, per alcune figure professionali, nell’individuazione dell’Ente previdenziale di riferimento.

Premesso quanto sopra, a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo, si riporta una tabella nella quale sono individuate le attività che sono attratte alla professione di ingegnere ed architetto, anche qualora svolte in virtù di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa, ovvero di un contratto a progetto.

La conformità dell’inquadramento previdenziale delle attività concretamente svolte allo schema presentato evidenzia la correttezza degli adempimenti contributivi conseguenti.



Per entrambe le forme assicurative suddette vale la “regola dell’esclusività”, nel senso che per la stessa attività l’iscrizione all’INARCASSA esclude l’iscrizione alla Gestione separata INPS e viceversa (si veda in tal senso già l’interpello del Ministero del lavoro e delle politiche sociali n. 35 del 15 ottobre 2010).

Si conferma, infine, quanto indicato nel messaggio n. 010172 del 6 maggio 2009, con particolare riguardo all’ipotesi in cui, nel medesimo anno solare, l’ingegnere o l’architetto eserciti, in via non esclusiva, la libera professione e sia quindi assoggettato per la corrispondente parte dell’anno ad altra forma di previdenza obbligatoria. In tal caso, infatti, l’imponibile contributivo, derivante dallo svolgimento dell’attività professionale, dovrà essere frazionato in rapporto al periodo di iscrizione alle diverse gestioni. Ne consegue che la contribuzione dovuta alla Gestione separata INPS ed all’INARCASSA dovrà essere commisurata ai mesi di effettiva iscrizione ai relativi Enti.


Fonte: Circolare INPS n.72 del 10/04/2015

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Unico 2015: scende in campo la versione riveduta e corretta.

Il ripristino per l’anno in corso del regime dei “nuovi minimi” e la comunicazione dell’elenco dei partiti politici ammessi al beneficio del due per mille dell’Irpef sono le principali motivazioni alla base del provvedimento del 13 aprile 2015, con cui sono state approvate modifiche al modello Unico 2015 Pf e alle relative istruzioni, il cui via libera era arrivato con provvedimento del 30 gennaio scorso.

In particolare, ricordiamo che la legge n. 11/2015, di conversione del Dl 192/2014 (“decreto “milleproroghe”), ha reintrodotto, per l’anno d’imposta 2015, la possibilità di avvalersi del regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità (articolo 27, commi 1 e 2, del decreto legge 98/2011 - “nuovi minimi”). Tale regime, assieme a quelli per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo (articolo 13 della legge 388/2000 - “forfettino”) e al contabile agevolato per gli “ex minimi” (articolo 27, comma 3, Dl 98/2011), era stato abolito dall’ultima legge di stabilità, di fatto sostituito dal nuovo regime forfetario per imprese e autonomi “di dimensioni ridotte” introdotto a partire da quest’anno. Era però previsto che i contribuenti già “nuovi minimi” nel 2014 avrebbero potuto proseguire con quel regime fino al compimento del quinquennio di attività o, se successivo, fino al raggiungimento del trentacinquesimo anno di età. Successivamente, in fase di conversione in legge del “milleproroghe”, è stata data la possibilità di operare la scelta per il regime dei “nuovi minimi” anche nel corso del 2015.
Per recepire tale modifica normativa, è stato necessario apportare alcune correzioni/integrazioni al terzo fascicolo di Unico Persone fisiche.

Allo stesso modo, è arrivato dopo l’approvazione del modello di fine gennaio l’elenco dei partiti politici ammessi al beneficio della destinazione volontaria del due per mille dell’Irpef. A comunicarlo all’Agenzia delle entrate, come previsto dalla legge, la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici.


Partito politico Codice
Centro Democratico A10
Die Freiheitlichen B11
Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale C12
Lega Nord per l’Indipendenza della Padania D13
Movimento Associativo Italiani all’Estero – MAIE E14
Movimento Politico Forza Italia F15
Movimento Stella Alpina G16
Nuovo Centrodestra H17
PATT - Partito Autonomista Trentino Tirolese K18
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea L19
Partito Democratico M20
Partito Liberale Italiano N21
Partito Socialista Italiano R22
Popolari per l’Italia S23
Scelta Civica T24
Sinistra Ecologia Libertà U25
SVP - Südtiroler Volkspartei W26
Union Valdôtaine Y27
Unione per il Trentino Z28
 
Con l’occasione, sono stati anche corretti alcuni errori materiali rilevati dopo la pubblicazione del modello di dichiarazione sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

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Credito Irpef e avviso bonario.

Dal prossimo Unico 2015 scaturirà un credito Irpef: da quando posso iniziare a utilizzarlo? Posso compensarlo con un avviso bonario relativo al 2013?

I crediti che risultano dal modello Unico possono essere usati per compensare debiti dal giorno successivo a quello di chiusura del periodo di imposta per cui deve essere presentata la dichiarazione da cui tali crediti risultano. In via di principio, pertanto, tali crediti possono essere utilizzati in compensazione a partire dal mese di gennaio, a condizione che il contribuente sia in grado di effettuare i conteggi relativi e il credito utilizzato per effettuare la compensazione sia quello effettivamente spettante sulla base della dichiarazione presentata successivamente. Gli importi a credito che il contribuente sceglie di utilizzare in compensazione non devono essere necessariamente utilizzati in via prioritaria per compensare i debiti risultanti dalla dichiarazione, ma possono essere utilizzati per compensare altri debiti. Il contribuente, in altri termini, può utilizzare gli importi a credito anche per il pagamento di un avviso bonario.



Fonte: Agenzia Entrate

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Lettere d’intento: ne basta una per diverse operazioni di import.

L’iter inaugurato dal “decreto semplificazioni” (articolo 20, Dlgs 175/2014) relativo alla nuova modalità di presentazione delle lettere d’intento, con le quali gli esportatori abituali manifestano la volontà di effettuare operazioni senza applicazione dell’Iva, vale sia per le esportazioni sia per le importazioni. Per queste ultime, come per le prime, infatti, non è più necessario presentare in dogana una lettera per ogni singola operazione, ma sono sufficienti la dichiarazione “cumulativa” trasmessa on line all’Agenzia delle Entrate e la ricevuta telematica rilasciata dalla stessa Agenzia che attesta l’avvenuta presentazione, tramite l’apposito modello.

A spiegarlo è l’Amministrazione finanziaria, con la risoluzione n. 38/E del 13 aprile 2015.
In sostanza, l’Agenzia chiarisce che l’entrata in vigore delle nuove disposizioni in materia, con le quali il legislatore ha invertito - dai fornitori ai loro clienti esportatori abituali - la titolarità dell’obbligo di comunicare al Fisco i dati relativi alle lettere d’intento, e il fatto che l’accesso alla banca dati delle Entrate è consentito anche all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli fanno venir meno la necessità di controllare, volta per volta, ogni operazione. Anzi, l’attuale procedura permette controlli ancora più efficaci.

Tanto premesso, va da sé che quanto previsto per gli acquisti di beni e servizi da fornitori/prestatori nazionali può tranquillamente riguardare anche le operazioni doganali di importazione. Naturalmente, le stesse non devono superare l’ammontare del plafond annuale.

In conclusione, è sorpassato l’orientamento assunto dall’Amministrazione nel 1985, con la risoluzione n. 355235, riportato nelle istruzioni del nuovo modello per la dichiarazione d’intento. Quindi, per quanto riguarda le importazioni, “l’operatore potrà compilare alternativamente il campo 1 ovvero il campo 2 del modello di dichiarazione d’intento, inserendo, in quest’ultimo caso, l’importo corrispondente all’ammontare della quota parte del proprio plafond Iva che presume di utilizzare all’importazione nell’anno solare”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Split payment: ancora dettagli per avviare al meglio il sistema.

Con la circolare n. 15/E del 13 aprile 2015, l’Agenzia delle Entrate fornisce nuovi chiarimenti sul meccanismo della scissione dei pagamenti (o split payment), di cui all’articolo 17-ter del Dpr 633/1972. Meccanismo che si applica per le fatture emesse dai fornitori delle pubbliche amministrazioni dal 1° gennaio scorso, per le quali, ai fini dell’individuazione del momento di esigibilità, occorre riferirsi al momento del pagamento dei corrispettivi da parte della Pa, salvo opzione di quest’ultima per l’esigibilità anticipata al momento di ricezione della fattura.

Dal lato soggettivo
Con la circolare n. 1/2015, attraverso la quale erano stati forniti i primi chiarimenti sulla platea delle Pa destinatarie dello split payment, fornendone un’elencazione esemplificativa, era già stato precisato che, per individuare i destinatari della nuova norma, occorre fare riferimento a quelli dell’articolo 6, quinto comma, Dpr 633/1972, ma con un’interpretazione basata su valutazioni sostanziali di ordine più generale che tengano conto delle diverse finalità (antievasione la prima, agevolativa l’altra).
Il nuovo documento di prassi spiega, ulteriormente, che nell’ambito soggettivo di applicazione della norma devono essere compresi, oltre agli enti espressamente elencati nell’articolo 17-ter, anche i soggetti pubblici che, in quanto qualificabili come loro immediata e diretta espressione, siano sostanzialmente immedesimabili nei predetti enti.

Il meccanismo dello split payment non si applica, invece, agli enti pubblici autonomi rispetto alla struttura statale che perseguono fini propri, ancorché di interesse generale, e quindi non riconducibili in alcuna delle tipologie soggettive citate dalla norma.
Riguardo alla possibilità di avvalersi dell’ausilio dell’indice delle Pa, con la circolare n.1/E, come già ricordato, è stata effettuata un’elencazione esemplificativa delle categorie di enti riconducibili nell’ambito applicativo della norma. Ora, con il nuovo documento, viene specificato che per gli enti appartenenti alle restanti categorie Ipa (indice delle pubbliche amministrazioni), non menzionate nella precedente circolare, la valutazione sull’applicabilità del meccanismo dovrà essere effettuata sulla base dei chiarimenti dati e, per i fornitori, sarà sufficiente attenersi alle indicazioni fornite dalla Pa in merito alla propria qualificazione.

Dal lato oggettivo
Il sistema della scissione dei pagamenti si applica a tutti gli acquisti effettuati dalle Pa, sia nell’ambito non commerciale in veste istituzionale sia nell’esercizio di attività d’impresa, purché documentati mediante fattura emessa dai fornitori, ai sensi dell’articolo 21 del Dpr 633/1972, o per i quali trovano applicazione le modalità di fatturazione e i termini di registrazione speciali di cui all’articolo 73 dello stesso Dpr.

Il documento di prassi precisa che non rientrano nell’ambito di applicazione dello split payment:
le forniture per le quali l’ente pubblico è debitore d’imposta (si tratta delle fattispecie riconducibili nell’ambito applicativo del reverse charge). In proposito, si precisa che, in caso di acquisti promiscui, lo split payment è applicabile alla quota parte del bene o servizio acquistato da destinare alla sfera istituzionale
le operazioni rese alla Pa (ad esempio, servizi di riscossione delle entrate e altri proventi) in relazione alle quali, il fornitore ha già nella propria disponibilità il corrispettivo che gli spetta e – in forza di una disciplina speciale contenuta in una norma primaria o secondaria – trattiene lo stesso riversando alla Pa committente un importo netto
le prestazioni di servizi rese alle Pa i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito ovvero a ritenuta a titolo di acconto (articolo 25 del Dpr 600/1973)
le operazioni (ad esempio, piccole spese dell’ente pubblico) certificate dal fornitore mediante rilascio della ricevuta o dello scontrino fiscale (ovvero non fiscale per i soggetti che si avvalgono della trasmissione telematica dei corrispettivi) o mediante fattura semplificata (articolo 21-bis del Dpr 633/1972)
le operazioni assoggettate, ai fini Iva, a regimi speciali.
Adempimenti
Per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nell’ambito dello split payment, i fornitori dovranno emettere fattura con l’annotazione “scissione dei pagamenti” o “split payment” (articolo 2 del Dm 23 gennaio 2015). I fornitori non devono computare nella liquidazione di periodo l’Iva a debito indicata in fattura, sebbene bisognerà indicare, nel registro “Iva vendite”, le operazioni effettuate e la relativa Iva non incassata dalla Pa.
La fattura emessa dal fornitore e ricevuta dalla Pa, che agisce in qualità di soggetto passivo, è annotata da quest’ultima nel registro di cui agli articoli 23 o 24 del Dpr 633/1972 nonché nel registro degli acquisti di cui all’articolo 25 del Dpr 633/1972, ai fini dell’esercizio del diritto alla detrazione della relativa imposta.
Per quanto riguarda gli acquisti effettuati dalla Pa nell’ambito delle proprie attività istituzionali non commerciali, quest’ultima dovrà effettuare solo il versamento dell’imposta dovuta, secondo le modalità di cui all’articolo 4 del Dm e utilizzando i codici tributo istituiti con la risoluzione 15/2015.

Regolarizzazione e note di variazione
Il documento di prassi ribadisce, poi, come già precisato dalla circolare 6/2015, che nel caso in cui la Pa, in veste di soggetto passivo, riceva una fattura irregolare, fermo restando il versamento dell’imposta addebitata in fattura secondo le regole proprie della scissione dei pagamenti, la stessa Pa dovrà fare ricorso alla procedura di regolarizzazione (articolo 6, comma 8, Dlgs 471/97) e, quindi, l’imposta “regolarizzata” andrà corrisposta con le modalità previste da tale procedura.

Riguardo alla gestione delle note di variazione di cui all’articolo 26, del Dpr 633/1972, viene precisato che, per le variazioni in aumento effettuate nel 2015, è sempre applicabile il meccanismo della scissione dei pagamenti. Quando, invece, la nota di variazione è in diminuzione, se la stessa si riferisce a una fattura originaria emessa in sede di “scissione dei pagamenti”, il fornitore non avrà diritto a portare in detrazione l’imposta corrispondente alla variazione, ma dovrà limitarsi a procedere solo ad apposita annotazione in rettifica nel registro di cui all’articolo 23, senza che si determini, quindi, alcun effetto nella relativa liquidazione Iva.

In considerazione della circostanza che le Pa e i fornitori, dall’1 gennaio 2015, hanno implementato i propri sistemi di fatturazione e contabilità alla disciplina della scissione dei pagamenti, la circolare ammette che anche per le note di variazione in diminuzione ricevute dopo il 1° gennaio 2015, che si riferiscono a una fattura originaria emessa dal fornitore prima di tale data, il fornitore potrà applicare la disciplina della scissione dei pagamenti.

Sanzioni
Viste le obiettive condizioni di incertezza, sempre che l’imposta sia stata assolta, anche se in modo irregolare, nessuna “penalità” è prevista per le violazioni commesse anteriormente alla data di pubblicazione della circolare odierna. Ciò, anche nelle ipotesi in cui il fornitore si sia attenuto alle indicazioni fornite dalla pubblica amministrazione in merito alla riconducibilità della medesima nell’ambito soggettivo di applicazione della scissione dei pagamenti.
A regime, tuttavia, l’omesso o ritardato adempimento del versamento all’erario (per conto del fornitore) da parte delle Pa è sanzionato ai sensi dell’articolo 13 del Dlgs 471/1997 e le somme che l’ente pubblico avrebbe dovuto versare saranno riscosse mediante atto di recupero (articolo 1, comma 421, della legge 311/2004).

Rimborsi
Per arginare gli effetti finanziari negativi per i fornitori della Pa che, a seguito dell’applicazione del meccanismo in argomento, non incasseranno l’Iva dovuta sulle operazioni rese agli enti pubblici, torna “utile” la disciplina dei rimborsi (articolo 30, comma 2, lettera a), del Dpr 633/1972) che, nell’individuare i contribuenti autorizzati a chiedere in tutto o in parte il rimborso dell’eccedenza Iva detraibile (se di importo superiore a 2.582,28 euro), include l’ipotesi in cui questi esercitino esclusivamente o prevalentemente attività che comportano l’effettuazione di operazioni soggette a imposta con aliquote inferiori a quelle relative agli acquisti e alle importazioni, computando, a tal fine, anche le operazioni effettuate a norma dell’articolo 17, commi 5, 6 e 7, “nonché”, nella nuova formulazione, “a norma dell’articolo 17-ter”.
In proposito, l’Agenzia chiarisce che la realizzazione di operazioni soggette al regime dello split payment, quindi, non costituisce un presupposto autonomo ai fini della richiesta di rimborso, ma tali operazioni saranno considerate, insieme alle altre relative al periodo di riferimento, nel calcolo della sussistenza del presupposto “aliquota media”. In tali casi, il rimborso è eseguito in via prioritaria limitatamente al credito rimborsabile relativo alle operazioni soggette alla scissione dei pagamenti. La priorità nell’esecuzione è garantita dall’attribuzione, nei data base dell’Agenzia, di un numero progressivo, nell’ambito della rispettiva graduatoria (trimestrali o annuali), tale da assicurare la precedenza dei suddetti rimborsi rispetto a quelli non prioritari.
Infine, se il contribuente che effettua operazioni soggette al regime della scissione dei pagamenti non ha i requisiti per chiedere il rimborso con il presupposto “aliquota media”, può comunque ottenerlo sulla base degli altri presupposti previsti dall’articolo 30 del Dpr 633/1972, ove sussistenti. In questo caso, però, il rimborso non sarà ammesso all’esecuzione prioritaria.




Fonte: Agenzia Entrate

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Ravvedimento operoso e remissione in bonis.

In caso di mancata presentazione della comunicazione per la cedolare secca posso utilizzare il ravvedimento operoso invece che la remissione in bonis?

L’istituto della remissione in bonis è circoscritto alle fattispecie in cui la fruizione di benefici di natura fiscale e l’accesso a regimi fiscali opzionali sono subordinati, pena la decadenza, all’obbligo di trasmettere una comunicazione preventiva o di assolvere altro adempimento di carattere formale (circolare 47/E del 2012). Il ravvedimento operoso è invece è lo strumento con il quale il contribuente può rimediare, spontaneamente ed entro termini ben precisi, alle violazioni tributarie commesse a seguito di omissioni o errori. Con riferimento ai contratti di locazione, il ravvedimento consente di regolarizzare l’omessa o la tardiva registrazione del contratto di locazione, il tardivo pagamento dell’imposta di registro relativa alle annualità successive alla prima e il tardivo pagamento dell’imposta di registro dovuta a seguito di proroga, risoluzione o cessione del contratto.



Fonte: Agenzia Entrate

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Cessione e sentenza: atti distinti e distinte modalità di tassazione.

Non sussiste alternatività con l’Iva e si applica l’imposta di registro in misura proporzionale a una sentenza costitutiva, con la quale è stata trasferita la proprietà di un immobile, promesso in vendita con un preliminare rimasto inadempiuto, anche se il cedente è un contribuente Iva e sussistono le condizioni per assoggettare la cessione (avvenuta entro cinque anni dall’ultimazione dei lavori) a imposta sul valore aggiunto.
Lo ha chiarito la Cassazione, con la sentenza n. 5978 del 25 marzo 2015.

I fatti
In forza di sentenza costitutiva (ex articolo 2932 cc), con la quale il tribunale di Messina dava atto dell’integrale pagamento del prezzo pattuito dal signor X, venivano a prodursi gli effetti del contratto non concluso per inadempimento del venditore.
Il contribuente, quindi, acquistata una porzione di edificio in costruzione dal promittente alienante, esercente ditta individuale d’impresa costruttrice, registrava la sentenza e, successivamente, impugnava l’avviso di liquidazione con il quale l’ufficio gli aveva chiesto le imposte di registro, ipotecaria e catastale in misura proporzionale.
Non contestava, il ricorrente, che l’unità acquistata per la somma complessiva di 55.519 euro (già 107.500 lire) era stata realizzata dall’impresa artigiana venditrice, secondo quanto previsto dal preliminare di compravendita a suo tempo sottoscritto tra le parti, che prevedeva, tra l’altro, a carico dell’acquirente “ogni e qualsiasi onere, spese e tasse, comprese Iva”, relative e consequenziali alla promessa di vendita.
A suo parere, l’atto era illegittimo in quanto non teneva conto del fatto che la compravendita era attratta al regime Iva, trattandosi di cessione del fabbricato da parte dell’impresa costruttrice.

I giudici di merito hanno respinto il ricorso e confermato la sentenza di primo grado.
In particolare, i giudici di appello hanno ritenuto che, in assenza di prova dell’avvenuta emissione della fattura, l’acquirente doveva essere assoggettato all’imposta proporzionale di registro, non potendosi prendere in considerazione i diversi effetti per il venditore imprenditore.

Non dandosi per vinto, il signor X ha impugnato la sentenza di secondo grado in Cassazione, lamentando violazione degli articoli 2, 4, 6 e 21 del Dpr 633/1972, dell’articolo 40 del Dpr 131/1986, dell’articolo 10, comma 2 del Dlgs 347/1990 e nota all’articolo 1, tariffa allegata. Secondo il ricorrente, aveva errato il giudice regionale, poiché, in violazione del principio di alternatività tra Iva e imposta di registro e, dunque, in violazione del principio del divieto di doppia imposizione, aveva ritenuto che l’acquirente dovesse essere assoggettato a imposta proporzionale di registro, non avendo la cedente impresa costruttrice emesso la fattura di vendita.

La Corte, ritenendo il motivo infondato, lo ha rigettato e ha affermato che “l’imposta proporzionale di registro è stata richiesta su sentenza di natura costitutiva, avente effetto traslativo del diritto reale di proprietà sul bene promesso in vendita con il preliminare rimasto inadempiuto…” (Cassazione, 5978/2015).

Osservazioni
Se una delle parti del preliminare di compravendita immobiliare è inadempiente e l’altra, avendo adempiuto ovvero offrendosi di farlo, può chiedere al giudice di pronunciare una sentenza che produca gli effetti del contratto non concluso.
La sentenza emessa (ex articolo 2932 cc) produce gli stessi effetti del contratto definitivo, trasferendo la proprietà del bene alla parte adempiente del preliminare e rientra nella previsione dell’articolo 8, lettera a), tariffa, parte I, allegata al Dpr 131/1986: si applica, quindi, l’imposta di registro (proporzionale) stabilita per il corrispondente atto, non potendo rientrare la fattispecie sottoposta al vaglio della Corte in alcuna delle ipotesi che legittimano la sottoposizione dell’atto giudiziario a tassazione in misura fissa. Ma non basta.

I giudici di legittimità hanno precisato che l’imposta di registro in misura fissa è esclusa anche se il cedente è un soggetto Iva.
Diversamente da come prospettato dal contribuente, nonostante la cessione immobiliare sia soggetta a Iva, non trova applicazione il principio di alternatività tra Iva e imposta di registro, quale desumibile dall’articolo 40, del Dpr 131/1986 (l’imposta di registro è dovuta in misura fissa “per gli atti relativi a cessioni di beni e prestazioni di servizi soggetti all’imposta sul valore aggiunto”).

Il citato principio di alternatività è operativo solo se lo stesso atto è soggetto contemporaneamente alle due imposte. Ciò che non si è verificato nella fattispecie esaminata, nella quale gli atti imponibili sono due e cioè la cessione immobiliare e la registrazione della sentenza.
Al riguardo, infatti, la Cassazione ha sottolineato che a essere assoggettata a Iva era la cessione del bene in sé e il promittente acquirente aveva già interamente corrisposto il prezzo, comprensivo del relativo tributo, pur non essendo seguita fatturazione da parte del costruttore venditore.

Oggetto della tassazione con l’imposta proporzionale di registro (e le conseguenti imposte ipotecaria e catastale) era, invece, la sentenza del tribunale, in forza della quale si era verificato l’effetto traslativo della proprietà del cespite che avrebbe dovuto conseguire all’atto definitivo di compravendita non concluso per inadempimento del venditore (Cassazione, 23038/2014 e 17586/2012).

In conclusione, i giudici di piazza Cavour hanno ritenuto che, pur essendo conforme a diritto il dispositivo della pronuncia impugnata, la motivazione doveva essere corretta (ex articolo 384 cpc), in quanto aveva giustificato il rigetto dell’appello proposto dal contribuente sulla base di una circostanza (mancata prova dell’avvenuta emissione della fattura da parte dell’imprenditore che aveva già incassato il prezzo di vendita, comprensivo d’Iva, per la porzione d’immobile promessa in vendita) reputata irrilevante dal ricorrente.




Fonte: Agenzia Entrate

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Exit taxation.

Il provvedimento 10 luglio 2014 dell’Agenzia delle Entrate ha delineato in maniera dettagliata il quadro relativo al regime delle garanzie eventualmente richieste al contribuente che opta per la sospensione o rateazione dell’exit tax, prevedendo che l’Amministrazione finanziaria, con atto motivato e sulla base delle informazioni disponibili, e qualora sussista un grave e concreto pericolo per la riscossione, può subordinare l’efficacia dell’opzione per la sospensione o rateizzazione alla prestazione di idonea garanzia.
A tal fine, l’ufficio è tenuto a considerare, da un lato, la natura e l’entità degli eventuali carichi pendenti e, dall’altro, la solvibilità, sia attuale sia prospettica, del contribuente, anche alla luce di indici di natura patrimoniale, economica e finanziaria e tenendo altresì conto, se disponibili, delle categorie di rating attribuite dalle apposite agenzie.
Nelle ipotesi in cui l’ufficio ritenga necessario il rilascio della garanzia, quest’ultima è determinata in modo tale che il suo ammontare, sommato al patrimonio netto come risultante dall’ultimo bilancio, sia pari all’imposta dovuta.

Quanto alle concrete modalità di rilascio, il provvedimento stabilisce che la garanzia può essere prestata mediante:

concessione, in favore dell’Agenzia delle Entrate, da parte del contribuente o di un terzo datore, di ipoteca di primo grado su immobili di esclusiva proprietà del concedente, localizzati nel territorio dello Stato. Il valore deve risultare da perizia giurata di stima, a spese del contribuente
concessione, in favore dell’Agenzia delle Entrate, da parte del contribuente o di un terzo datore, di ipoteca di primo grado o di altro diritto di prelazione su beni o diritti di esclusiva proprietà del concedente, la cui validità, efficacia e opponibilità a terzi sia attestata da un notaio o figura equivalente riconosciuta dallo Stato estero. Il valore di mercato dei beni e diritti, inoltre, deve essere attestato da perizia giurata di stima, certificata da una società di revisione indipendente
rilascio, a favore dell’Agenzia delle Entrate, di fidejussione bancaria o di polizza assicurativa.

Qualora il contribuente abbia optato per la sospensione, la garanzia, se dovuta, deve essere prestata per un periodo non inferiore a tre anni e deve essere rinnovata, per ulteriori tre anni, nel caso in cui al termine del periodo di validità risultino ancora importi dovuti. La documentazione comprovante il rinnovo della garanzia va presentata all’ufficio territorialmente competente, direttamente dal soggetto non residente o dal garante, almeno sei mesi prima della scadenza.
Se, invece, il contribuente ha optato per la rateizzazione, la garanzia è dovuta per un periodo pari a quello di rateazione, incrementato di un anno. L’ufficio, inoltre, autorizza il rilascio totale o parziale della garanzia in relazione all’imposta versata, previo controllo dei pagamenti eseguiti.

In caso di fusione o scissione, per effetto della quale i beni oggetto dell’opzione risultino trasferiti a un soggetto residente in uno Stato appartenente all’Unione europea o aderente all’accordo sullo Spazio economico europeo, entro 30 giorni dalla data di efficacia dell’operazione, la società risultante dalla fusione o incorporante ovvero la società beneficiaria presenta all’ufficio delle Entrate territorialmente competente una dichiarazione del garante, attestante la persistente validità della garanzia ovvero presta nuova garanzia.

Infine, la garanzia non è dovuta quando il contribuente, in ciascuno dei tre esercizi antecedenti al trasferimento della residenza, non ha conseguito perdite risultanti dai rispettivi bilanci e presenta un patrimonio netto risultante dall’ultimo bilancio almeno pari al 120% dell’importo dell’imposta sospesa o rateizzata.

Le ipotesi di decadenza dal regime opzionale
Il decreto ministeriale 2 luglio 2014 e il provvedimento 10 luglio 2014 dell’Agenzia delle Entrate hanno ampliato il novero delle ipotesi di cessazione del regime opzionale di sospensione/rateazione dell’exit tax rispetto a quanto in precedenza previsto dal Dm 2 agosto 2013.
In base al comma 8 dell’articolo 1 del decreto, costituiscono motivi di decadenza e, pertanto, comportano il pagamento dell’imposta residua entro il termine previsto per il successivo versamento:

la fusione, la scissione o il conferimento che comportino il trasferimento dei beni plusvalenti oggetto dell’opzione ad altro soggetto residente in uno Stato non appartenente all’Unione europea o non aderente all’accordo sullo Spazio economico europeo
l’apertura di una procedura di insolvenza, di liquidazione o di estinzione del soggetto beneficiario dei regimi opzionali
il trasferimento della sede in uno Stato non appartenente all’Unione europea o non aderente all’accordo Sullo spazio economico europeo
la cessione delle quote da parte dei soci delle società di cui all’articolo 5 del Tuir (società di persone e società assimilate).

Ulteriori ipotesi di decadenza sono previste dal provvedimento del 10 luglio 2014, secondo il quale il contribuente decade dal beneficio nei seguenti casi:

mancata presentazione della garanzia o mancato rinnovo della stessa
venir meno della garanzia in assenza dell’autorizzazione dell’ufficio dell’Agenzia delle Entrate territorialmente competente o comunque delle condizioni previste in materia di garanzie
mancata presentazione della dichiarazione dei redditi da parte dei soggetti che hanno optato per la sospensione e che, pertanto, sono sottoposti a monitoraggio fiscale
mancato assolvimento dell’obbligo di tenuta e conservazione della documentazione a corredo della comunicazione di esercizio dell’opzione
mancata risposta ad eventuali questionari inviati dall’Agenzia delle Entrate
mancata comunicazione della variazione dell’indirizzo della sede legale estera entro il termine di 30 giorni dalla variazione
mancato pagamento di una rata o di una quota degli importi dovuti, fatte salve le ipotesi di ravvedimento previste dall’ordinamento.

In caso di decadenza, l’importo sospeso o rateizzato ancora dovuto, maggiorato degli eventuali interessi, è iscritto a ruolo.

Exit tax e società trasparenti
Il provvedimento del 10 luglio 2014 ha espressamente previsto le modalità attraverso le quali i contribuenti soggetti al regime fiscale della tassazione per trasparenza possono beneficiare del regime opzionale in materia di exit tax.
In particolare, per le società di persone e assimilate (articolo 5 del Tuir), la comunicazione prevista dal punto 1 del provvedimento deve essere presentata da ciascun socio presso l’ufficio competente in base al domicilio fiscale della società, che deve confermarla nella propria dichiarazione dei redditi in cui confluisce la plusvalenza oggetto dell’opzione.
Inoltre, ciascun socio è tenuto agli obblighi di versamento e di prestazione delle eventuali garanzie, mentre l’obbligo di monitoraggio è assolto dalla società trasferita, limitatamente all’indicazione dell’ammontare della plusvalenza ancora sospesa nonché dell’importo della plusvalenza per la quale si sono verificati gli eventi realizzativi. In tal caso, i soci indicano nella propria dichiarazione dei redditi l’importo della plusvalenza realizzata di loro spettanza.

Per le società degli articoli 115 e 116 del Tuir (società di capitali e Srl a ristretta base proprietaria), che hanno esercitato l’opzione per la trasparenza fiscale, invece, la comunicazione deve essere presentata dalla medesima società, su cui gravano altresì gli obblighi dichiarativi, di monitoraggio, di pagamento e di prestazione di eventuali garanzie.


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Bollo assolto in modo virtuale.

Tutto sull’applicazione dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale, a partire dai chiarimenti riguardanti la ripartizione delle competenze nella sua gestione, proseguendo attraverso l’analisi del procedimento di autorizzazione, le modalità di liquidazione del tributo, per giungere a esaminare i criteri per lo scomputo dell’acconto e per la determinazione e l’irrogazione delle sanzioni.
Un vero e proprio vademecum sul tributo, quello approntato dall’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 16/E del 14 aprile 2015, che ricorda, innanzitutto, i diversi interventi adottati per ridurre l’accesso dei contribuenti presso gli uffici e, nello stesso tempo, rendere uniforme il comportamento degli uffici nel processo di liquidazione dell’imposta e automatizzarne la lavorazione: l’approvazione, con provvedimento 14 novembre 2014 del modello di dichiarazione dell’imposta di bollo assolta in modo virtuale (da quest’anno va presentato soltanto con modalità telematiche); l’attivazione di procedure automatizzate per la trasmissione della dichiarazione da parte dei contribuenti e per la liquidazione dell’imposta da parte degli uffici; l’estensione della modalità di versamento tramite F24, attuata con provvedimento 3 febbraio 2015 e l’istituzione dei relativi codici tributo (risoluzione n. 12/2015).

La richiesta
Il contribuente interessato all’assolvimento dell’imposta di bollo in modo virtuale deve presentare all’ufficio competente apposita domanda, corredata da una dichiarazione nella quale indica il numero presunto degli atti e documenti che potranno essere emessi e ricevuti durante l’anno.
L’ufficio concede l’autorizzazione a tempo indeterminato e, sulla base dei dati esposti nella richiesta, procede alla liquidazione iniziale dell’imposta (dalla data della domanda al 31 dicembre dello stesso anno), ripartita in tante rate uguali quanti sono i bimestri compresi nel periodo.
Negli anni successivi, entro il 31 gennaio, il contribuente presenta all’ufficio una dichiarazione con il numero degli atti e documenti emessi nell’anno precedente, distinti per voce di tariffa, gli altri elementi utili liquidare l’imposta e gli assegni bancari estinti nel periodo.
L’ufficio, dopo i dovuti riscontri, dà corso alla liquidazione definitiva dell’imposta dovuta per l’anno precedente (imputando la differenza a debito o a credito alla rata in scadenza a febbraio), che viene assunta come base per la liquidazione provvisoria per l’anno in corso.
Se nel corso dell’anno, a liquidazione provvisoria già effettuata, intervengono modifiche della disciplina o della misura dell’imposta, l’ufficio riliquida provvisoriamente le restanti rate: il contribuente è tenuto a pagare la maggiore imposta riguardante la prima rata “riliquidata” insieme all’imposta relativa alla rata successiva. Se invece le modifiche determinano un’imposta minore, l’ufficio provvederà alla riliquidazione, su istanza del contribuente, entro trenta giorni dalla richiesta.
Inoltre, entro il 16 aprile di ogni anno, alcuni soggetti (Poste, banche e altri enti e società finanziari, e le imprese di assicurazione) devono versare a titolo di acconto il 95% dell’imposta provvisoriamente liquidata, scomputabile – per esigenze di liquidità – dai versamenti dovuti a partire dal successivo mese di febbraio.
La disciplina in esame non si applica ai documenti informatici, relativamente ai quali l’imposta di bollo va invece versata telematicamente tramite F24 in un’unica soluzione, entro 120 giorni dalla chiusura dell’esercizio.

Le strutture competenti
In generale, il rilascio delle autorizzazioni e la liquidazione del tributo sono di competenza delle direzioni provinciali dell’Agenzia delle Entrate, mentre, per uffici ed enti statali e per le Camere di commercio, le direzioni regionali rilasciano le autorizzazioni e le Dp liquidano l’imposta.
Il domicilio fiscale del contribuente
A determinare la competenza territoriale, cioè quale sia la direzione provinciale tenuta a rilasciare l’autorizzazione e a liquidare il tributo, è il domicilio fiscale del contribuente. In caso di variazione del domicilio fiscale, si applica la regola generale secondo cui il cambio ha effetto dal sessantesimo giorno successivo a quello in cui si è verificato.
Per le imprese estere non residenti, si fa riferimento al domicilio in Italia del rappresentante fiscale.

L’autorizzazione
La domanda per l’autorizzazione deve essere: prodotta in bollo; corredata dalla dichiarazione con il numero presuntivo di atti emessi/ricevuti nell’anno solare; sottoscritta dal contribuente, se persona fisica, ovvero dal rappresentante legale della società/ente o dal rappresentante fiscale dell’impresa estera non residente; consegnata all’ufficio competente o trasmessa con raccomandata a/r.
L’ufficio, prima di concedere l’autorizzazione, verifica la sussistenza dei requisiti di affidabilità e di adeguata capacità economica del richiedente ad assolvere il tributo, l’entità del tributo e la quantità degli atti da assoggettare a tassazione, in modo da valutare l’utilità per il contribuente all’utilizzo del bollo virtuale e le adeguate garanzie per l’Amministrazione.
In caso di revoca o diniego (totale o parziale) dell’autorizzazione, l’ufficio notificherà apposito atto (impugnabile davanti al giudice tributario) all’interessato. Quest’ultimo, a sua volta, può comunicare la rinuncia all’autorizzazione, presentando contestualmente la dichiarazione degli atti e documenti emessi tra l’1 gennaio e il giorno in cui ha effetto la rinuncia.

La liquidazione
L’ufficio, sulla base della dichiarazione a consuntivo presentata dal contribuente entro il 31 gennaio, effettua la liquidazione definitiva per il precedente anno solare e quella provvisoria per l’anno in corso, facendole confluire in unico atto che costituisce avviso di liquidazione dell’imposta dovuta, impugnabile davanti alla Commissione tributaria.
Il pagamento dell’imposta risultante dalla liquidazione definitiva va effettuato nei venti giorni successivi alla notifica dell’avviso di liquidazione; se invece risulta un credito, il contribuente può presentare istanza di rimborso (articolo 37 del Dpr 642/1972).

I versamenti
Dal 20 febbraio scorso, i versamenti per l’imposta di bollo virtuale (compresi l’acconto ed eventuali interessi e sanzioni) vanno effettuati tramite modello F24, indicando i codici tributo istituiti con la risoluzione n. 12/2015. Fino al 31 marzo è stato possibile utilizzare anche il modello F23.
Relativamente all’acconto, lo stesso può essere scomputato da tutti i versamenti dovuti a partire dal mese di febbraio (circolare n. 49/2005); se non è possibile farlo interamente nel corso dell’anno, il credito vantato può essere scalato anche dall’acconto per l’anno successivo (circolare n. 46/2011).
Dalla prossima dichiarazione annuale, il contribuente potrà segnalare la scelta sulla modalità di scomputo dell’acconto: l’ufficio liquiderà le rate bimestrali e l’acconto sulla base di tale indicazione.

Le sanzioni
La circolare, infine, dopo un breve excursus normativo, dà indicazioni sulle sanzioni applicabili e sulle modalità di irrogazione in caso di mancato o ritardato versamento di una o più rate o dell’acconto e di omessa o infedele dichiarazione di conguaglio.
Con la riforma del sistema sanzionatorio, è stata prevista, per la mancata corresponsione (in tutto o in parte) dell’imposta di bollo dovuta sin dall’origine, una sanzione amministrativa dal 100 al 500% dell’imposta o della maggiore imposta dovuta (articolo 5 del Dlgs 473/1997). Sanzione, invece, del 30% per gli omessi o ritardati versamenti dell’imposta risultante dalla dichiarazione, nonché “in ogni ipotesi di mancato pagamento di un tributo o di una sua frazione nel termine previsto” (articolo 13 del Dlgs 471/1997).
Occorre, quindi, distinguere i diversi ambiti applicativi delle norme e delle sanzioni irrogabili.

L’imposta di bollo è dovuta sin dall’origine per gli atti e i documenti indicati nella parte I della Tariffa allegata al Dpr 642/1972.
Nel caso di contrassegno telematico, l’assolvimento del bollo avviene con il preventivo acquisto e l’apposizione dello stesso sul documento; in questo caso, le violazioni riguardanti l’omesso o insufficiente versamento dell’imposta sono sanzionate nella misura dal 100 al 500% dell’imposta o della maggiore imposta.
Nel caso, invece, di imposta di bollo assolta in modo virtuale, sul documento non viene applicato il contrassegno, ma è apposta la dicitura relativa alla modalità virtuale di assolvimento dell’imposta e gli estremi della relativa autorizzazione. Il tributo è liquidato dall’ufficio in base alla dichiarazione del contribuente e va versato in rate bimestrali e in acconto: di conseguenza, le eventuali violazioni riguardanti i versamenti bimestrali e d’acconto sono sanzionabili nella misura del 30%, ridotta ad un quindicesimo per ogni giorno di ritardo fino al quindicesimo.

Per l’omessa o infedele dichiarazione di conguaglio, da presentare entro il 31 gennaio o insieme alla rinuncia, la sanzione è stabilita nella misura dal 100 al 200% dell’imposta dovuta.
L’omessa presentazione della dichiarazione di conguaglio può essere regolarizzata tramite ravvedimento operoso, se presentata con ritardo non superiore a novanta giorni dalla scadenza; la sanzione, in tal caso, è ridotta a un decimo del minimo.
Ravvedimento possibile anche per le violazioni relative ai versamenti bimestrali e all’acconto: i termini sono quelli relativi a ciascuna rata, comunicati dall’ufficio con l’atto di liquidazione, e quelli relativi all’acconto.

Indicazioni, infine, sulle modalità di irrogazione delle sanzioni. Essendo già stato comunicato al contribuente l’ammontare dell’imposta liquidata (con relativa ripartizione in rate) mediante la notifica dell’avviso di liquidazione, non è necessario notificare un apposito atto: l’irrogazione sarà immediata, con iscrizione diretta a ruolo del tributo, delle sanzioni e degli interessi, così come indicato nelle avvertenze dell’avviso di liquidazione.




Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 10 aprile 2015

Assegno per il nucleo familiare e assegno di maternità concessi dai Comuni. Rivalutazione per l'anno 2015.

Il Dipartimento delle politiche per la famiglia con il Comunicato pubblicato sulla G.U. n. 70 del 25.3.2015, ha reso noto che l’incremento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, calcolato con le esclusioni di cui alla legge 5 febbraio 1992, n. 81, da applicarsi, per l’anno 2015, alle prestazioni di cui all’articolo 65, comma 4, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 e all’articolo 74 del D. Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, è risultato  pari all’0,2 per cento.

Con la presente circolare si comunicano gli importi delle prestazioni in argomento.


ASSEGNO PER IL NUCLEO FAMILIARE

L'assegno per il nucleo familiare da corrispondere agli aventi diritto per l'anno 2015 è pari, nella misura intera, a Euro 141,30.
Per le domande relative al medesimo anno, il valore dell'indicatore della situazione economica equivalente è pari a Euro 8.555,99.

Ovviamente, per l'assegno per il nucleo familiare da erogare per il 2014, per i procedimenti in corso, continuano ad applicarsi i valori previsti per il medesimo anno 2014.



ASSEGNO DI MATERNITA'

A seguito del suddetto incremento ISTAT, l’importo dell’assegno mensile di maternità, spettante nella misura intera, per le nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenuti dal 1.1.2015 al 31.12.2015 è pari a Euro 338,89 per cinque mensilità e quindi a complessivi    Euro 1.694,45.
Il valore dell’indicatore della situazione economica equivalente da tenere presente per le nascite, gli affidamenti preadottivi e le adozioni senza affidamento avvenuti dal 1.1.2015 al 31.12.2015, è pari a Euro 16.954,95.
         

Fonte: Circolare INPS n.64 del 30/03/2015

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Obbligo dell’unicità della posizione contributiva aziendale. Scadenza dei termini fissati per l’ultimazione degli adempimenti.

Con il messaggio 9675 del 15 dicembre 2014 è stato prorogato al 31 marzo 2015 il termine per completare le attività preordinate a favorire, nel quadro dei criteri fissati con le circolari n. 172/2010 e n. 80/2014, il perfezionamento delle operazioni di unificazione della posizione contributiva aziendale dei datori di lavoro che operano attraverso l’utilizzo di più matricole. Sul piano operativo, gli adempimenti di competenza dell’Istituto che, anche a causa dell’insorgenza di attività caratterizzate da maggiori profili di urgenza, non risultassero ancora ultimati alla predetta data saranno effettuati nel corso dei mesi successivi.

In questa prospettiva, si ricorda che continueranno a poter operare con distinte posizioni aziendali i datori di lavoro che rientrano in una delle fattispecie previste al par. 3 della circolare n. 172/2010 e che, in questa sede, vengono richiamate:
datori di lavoro che, in relazione alla diversa tipologia di personale, sono tenuti al versamento della contribuzione secondo obblighi e misure diversi. Si ricorda che rientrano in questa fattispecie le posizioni contributive dedicate alla gestione degli adempimenti informativi afferenti a particolari categorie di lavoratori, fra le quali le posizioni per il versamento della contribuzione correlata per i lavoratori in esodo legge 92/2012 (C.A. “6E”), per il versamento per lavoratori regolarizzati a seguito di emersione, per i dirigenti dipendenti da aziende del terziario che hanno mantenuto l’iscrizione all’ex INPDAI (C.A. “9U”), per i lavoratori che svolgono prestazioni lavorative in Paesi non convenzionati o convenzionati limitatamente a talune forme assicurative con l’Italia.
Sempre con riferimento all’articolazione degli obblighi contributivi, appare opportuno ricordare come, anche in considerazione dello sviluppo dell’assetto dei sistemi di codifica che supportano la gestione dei flussi informativi previdenziali, l’obbligo di utilizzo di un’unica matricola aziendale si estende anche alle situazioni in cui, ancorché una parte dei lavoratori presenti obblighi contributivi diversi rispetto a quelli prevalenti, detta differenziazione risulti rilevabile attraverso l’opportuna valorizzazione degli elementi individuali del flusso UniEmens. Come è noto, detta valorizzazione, ricorrendone le condizioni, va opportunamente combinata con la caratterizzazione strutturale della matricola aziendale, con particolare riguardo all’utilizzo dei codici di autorizzazione caratterizzati da un valenza selettiva, ossia la cui efficacia è subordinata alla ricorrenza, nella denuncia individuale, di specifiche codifiche;
datori di lavoro che svolgono attività caratterizzate da autonomia organizzativa e gestionale con diverse finalità economiche. Nel merito, si ricorda che, come già precisato (circ. n. 207/1995), “il carattere autonomo delle diverse attività dipende, generalmente, dall’autonomia di organizzazione, di funzionamento e di gestione, nonché dalla diversa finalità e dal diverso tipo di rischio”. A titolo di riferimento, rientrano nella predetta fattispecie le strutture territoriali degli enti, sovente a natura religiosa, che esercitano attività di istruzione, di assistenza di natura sanitaria o sociale, di beneficienza, ecc., il cui assetto risulti fondato sui citati criteri di autonomia organizzativa e gestionale. In tali casi, detti enti, anche in presenza di medesimo inquadramento previdenziale, possono svolgere gli adempimenti informativi avvalendosi di più matricole, ognuna delle quali riferita alla specifica struttura territoriale;
imprese armatoriali, per la distinta esposizione del personale, a seconda che ricorra o meno l’applicazione della legge n. 413/1984;
imprese appaltatrici di servizi vari, operanti a bordo delle navi da crociera;
agenzie di somministrazione di lavoro, per la distinta esposizione dei lavoratori somministrati e di quelli che presiedono al funzionamento dell’impresa.

Si fa, infine, presente che le attività finalizzate a favorire l’unificazione della posizione contributiva possono comportare, soprattutto nelle aziende di grandi dimensioni, interventi di adeguamento dei sistemi informativi aziendali e dell’organizzazione interna di impatto particolarmente significativo. Dette condizioni possono verificarsi:
a seguito di operazioni di fusione o di acquisizione di complessi aziendali, nell’ambito delle quali i sistemi informativi dei soggetti coinvolti presentino caratteristiche strutturali che rendono estremamente onerosa l’integrazione delle procedure che supportano la gestione delle paghe e dei contributi previdenziali;
per effetto dell’adozione di assetti organizzativi e dei sistemi informativi preordinati a favorire l’accesso e il trattamento delle informazioni inerenti talune categorie di dipendenti (es. dirigenti) esclusivamente ad unità organizzative ovvero di personale specificamente individuati.

Ricorrendo dette condizioni, fermo l’obbligo dei datori di lavoro interessati di ricercare soluzioni organizzative ed operative volte a favorire l’unificazione della posizione contributiva aziendale, la sussistenza di più matricole riferite al medesimo datore di lavoro risulta ammissibile sino a nuove disposizioni dell’Istituto.



Fonte: Circolare INPS n.65 del 02/04/2015

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