venerdì 28 novembre 2014

Redditi sotto la soglia di povertà: legittimo l’accertamento induttivo.

In mancanza di idonea documentazione probatoria, l’irragionevolezza economica del comportamento del contribuente/imprenditore che affermi, per più anni, di aver chiuso l’esercizio in perdita o di avere sostenuto costi sproporzionati ai ricavi, rappresenta un comportamento commerciale anomalo, contrastante con il principio di ragionevolezza, non essendo conforme a logica e esperienza impostare o proseguire l’attività secondo criteri antieconomici o poco vantaggiosi, se non addirittura dannosi.
In presenza di tali elementi, quindi, l’Amministrazione finanziaria è autorizzata a presumere che il contribuente abbia, in realtà, prodotto più redditi di quelli dichiarati e a recuperare, in via induttiva, le relative imposte, a nulla rilevando la circostanza che le scritture contabili siano state regolarmente tenute.
Così si è espressa la Cassazione nella sentenza n. 24313 del 14 novembre, che ha respinto il ricorso proposto da un contribuente avverso la sentenza di appello con cui la Commissione tributaria regionale di Napoli aveva confermato l’accertamento induttivo emesso dall’ufficio finanziario.

In particolare – a seguito di accesso dal quale erano emerse anomalie contabili/economiche – l’Amministrazione finanziaria recuperava a tassazione il maggior reddito rilevato per l’applicazione di una più alta percentuale di ricarico rispetto a quella desumibile dai dati dichiarati dal contribuente e risultante dalla contabilità.
Nel ricorso di legittimità, il contribuente lamenta la violazione dell’articolo 39, comma 1, lettera d), del Dpr 600/1973, atteso che la sentenza di appello non offre nessun riscontro circa l’inattendibilità delle scritture contabili, trascurando, di contro, che nessuna anomalia era stata rilevata dal controllo di cassa e che talune presunte discrasie (indice di rotazione del magazzino, indice di produttività per addetto, eccetera) non potevano giustificare, da sole, un accertamento basato unicamente su medie di settore, non costituenti presunzioni gravi, precise e concordanti di ricavi maggiori rispetto a quelli dichiarati, come richiesto dalla norma.

Per i giudici di piazza Cavour la doglianza è infondata.
Infatti, la circostanza che un imprenditore dichiari un reddito inferiore alla soglia Istat di povertà assoluta, è indice di “…una situazione commerciale anomala, di per sé sufficiente a giustificare da parte dell’erario una rettifica della dichiarazione fiscale, ai sensi dell’art. 39 cit,, a meno che il contribuente non dimostri concretamente l’effettiva sussistenza di un operare quasi in perdita (Cass. 21536/2007)”.
In questa ipotesi, continuano i giudici di legittimità, l’ufficio finanziario è legittimato a desumere, sulla base di sole presunzioni semplici, maggiori ricavi, con conseguente inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, atteso che, per giurisprudenza consolidata, ricorre l’ipotesi di contabilità inattendibile per comportamenti economicamente ingiustificati ogni volta che si rilevino esiti antieconomici, non ragionevoli e contrari ai canoni imprenditoriali (Cassazione, sentenze 23635/2008, 18875/2007, 26130/2007).

Inoltre, l’articolo 39 del Dpr 600/1973 non impedisce, in presenza di contabilità formalmente regolare, l’accertamento in rettifica, che presuppone appunto scritture regolarmente tenute e, tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, che possono essere costituite anche da studi di settore collegabili a gravi incongruenze tra i ricavi dichiarati (Cassazione, sentenza 26919/2006).

Sulla base di tali argomentazioni, la Cassazione conclude per la correttezza della sentenza impugnata, in considerazione del fatto che, nel caso di specie, gli elementi emersi in corso di verifica (rotazione del magazzino, produttività per addetto, percentuale di ricarico incoerente), unitamente all’irrisorietà assoluta dei redditi dichiarati e all’obiettività del costo del venduto (rilevato in contraddittorio dalla fatture d’acquisto), sono indici rivelatori di maggiore capacità contributiva rispetto a quella risultante dalla documentazione contabile e fiscale.

Osservazioni
La sentenza in commento si inquadra in quel filone giurisprudenziale relativo alla legittimità dell’accertamento analitico/induttivo – così come delineato dall’articolo 39, comma 1, lettera d), Dpr 600/1973 – con l’obiettivo di conciliare, da un lato, il superamento dello sbarramento all’induzione, costituito dalla corretta tenuta delle scritture contabili e dalla necessità di presunzioni gravi, precise e concordanti, e, dall’altro, la tutela del contribuente e dell’effettività della capacità contributiva.

In sostanza, secondo l’orientamento giurisprudenziale prevalente e consolidato, l’accertamento induttivo a fronte di regolare tenuta dei documenti contabili è legittimo, non solo, in presenza di altri convergenti elementi di giudizio (come nel caso della sentenza in commento), ma anche quando, dalla disamina complessiva della situazione reddituale del contribuente, traspaiano elementi che lasciano intendere l’antieconomicità, sic et sempliciter, del comportamento da esso tenuto (Cassazione, sentenze 12167/2014, 21185/2014).
In altri termini, il comportamento dell’imprenditore, reiterato nel tempo, giusta il quale si conseguono risultati economici negativi e una divaricazione costante fra oneri e ricavi, costituisce un contegno anomalo in regime di libero mercato, sufficiente a giustificare la determinazione induttiva del reddito imponibile (Cassazione, sentenza 26167/2011).

Pertanto, a fronte di scelte che appaiono ispirate a finalità antieconomiche o non sorrette da trasparenti motivazioni, l’erario ha titolo per operare una valutazione di congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni, anche se non ricorrono irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o vizi degli atti giuridici compiuti nell’esercizio d’impresa.
In tal caso, il contribuente non può opporsi invocando solamente la correttezza delle scritture contabili, ma è tenuto a contestare punto su punto la nuova ricostruzione della materia imponibile effettuata dall’ufficio (Cassazione, sentenza 1839/2014).




Fonte: Agenzia Entrate

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Cessione di azioni: tassazione della plusvalenza.

Una persona fisica, non imprenditore, ha venduto delle azioni il 30 giugno 2014. Sulla plusvalenza, la banca ha applicato l'aliquota del 26%. È corretto?

Si applica l’aliquota del 26% alle plusvalenze realizzate a partire dal 1° luglio 2014 in relazione ai redditi diversi di natura finanziaria (articolo 3, comma 6, Dl 66/2014). Tali plusvalenze (disciplinate dagli articoli 67 e 68 del Tuir) si intendono realizzate nel momento in cui si perfeziona la cessione a titolo oneroso delle partecipazioni, titoli e diritti e non nell’eventuale diverso momento in cui viene liquidato il corrispettivo della cessione (circolare ministeriale 165/1998). Pertanto, nel caso in cui, prima del 30 giugno 2014, il contribuente abbia percepito somme o valori a titolo di anticipazione su una cessione effettuata dal 1° luglio 2014, le relative plusvalenze non sono tassabili con l’aliquota del 20% vigente nel momento in cui sono state percepite le somme, ma con quella del 26% vigente nel momento in cui la cessione si è perfezionata. Se, invece, la cessione a titolo oneroso si è perfezionata antecedentemente al 1° luglio 2014, la plusvalenza va tassata con l’aliquota del 20%, anche se il corrispettivo è stato percepito in un momento successivo (circolare 19/E del 2014).



Fonte: Agenzia Entrate

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Inefficace il trust simulato per sottrarre imposte al Fisco.

Con riferimento al reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di cui all’articolo 11 del Dlgs 74/2000, nella novellata formulazione in esito alle modifiche introdotte con l’articolo 29 del Dl 78/2010, è prevista la punibilità con la reclusione da sei mesi a quattro anni, per chiunque:
- al fine di sottrarsi al pagamento delle imposte sui redditi, dell’Iva e relativi interessi e provvedimenti sanzionatori per un importo superiore 50mila, distrae fraudolentemente i propri beni in modo da rendere inefficace, in tutto o in parte, il procedimento di riscossione coattiva
- al fine di ottenere per sé o per gli altri un pagamento dei tributi minore di quanto dovuto, nell’ambito della procedura di transazione fiscale disciplinata dalla legge fallimentare come modificata dal Dlgs 169/2008, dal Dl 185/2008 e dal Dl 78/2010, presenta documentazione infedele in quanto riportante elementi passivi fittizi e/o elementi attivi inferiori al reale per un ammontare complessivo superiore a euro 50mila euro.
Per entrambe le fattispecie criminose, è altresì contemplata l’aggravante specifica del raddoppio del minimo della pena, aumentata della metà del massimo (da uno a sei anni), al superamento della soglia di valore di 200mila euro del credito erariale in relazione al quale sono state adottate le condotte finalizzate al mancato pagamento o dell’ammontare degli elementi passivi e/o attivi oggetto di infedele indicazione, nell’ipotesi contemplata dall’articolo 11, comma 2, Dlgs 74/2000.

Premesso che l’ipotesi delittuosa indagata, qualificata come reato di istantaneo e concreto pericolo, resta integrata a prescindere dal verificarsi dell’evento di danno erariale e si perfeziona al superamento della soglia di punibilità di 50mila euro quale condizione oggettiva di punibilità, le condotte di volontario depauperamento delle garanzie patrimoniali del contribuente, scientemente perpetrate a nocumento delle pretese erariali e dell’annessa procedura di riscossione coattiva, sussumibili in tale fattispecie rubricano ogni atto simulato di alienazione nonché atti fraudolenti dispositivi di beni, astrattamente idonei a realizzare la sottrazione. Idoneità da apprezzare con giudizi ex ante e non anche per l’effettiva verificazione di tale evento: non risulta necessaria, pertanto, l’attivazione o la pendenza di un’esecuzione coattiva dei tributi evasi, atteso che, nella previsione vigente, il riferimento a tale procedura attiene non già alla struttura del fatto ma al momento intenzionale, come deducibile dall’espunzione di ogni rinvio alle condizioni precedentemente previste dall’articolo 97, comma 6, del Dpr 602/1973 (l’avvenuta effettuazione di accessi, ispezioni, verifiche, la preventiva notificazione di inviti, richieste, atti di accertamento), attraverso le quali l’autore della condotta fraudolenta riusciva a rendere totalmente o parzialmente inefficace l’esecuzione esattoriale.

Assunto che l’intento perseguito dal legislatore eludesse la tipizzazione di uno specifico catalogo di casi integranti la fattispecie, all’insegna di una tutela prodromica delle pretese (anche potenziali) del Fisco, sulla scorta di tali premesse, ogni qual volta resti verificata la sussistenza del dolo specifico e la simulazione, qualsiasi atto, apparente o reale, idoneo a ledere il bene giuridico protetto – l’interesse dello Stato a mantenere integra la garanzia patrimoniale generica del contribuente di cui all’articolo 2740 cc – vale a dire scientemente e inequivocabilmente diretto a finalità di sottrazione di beni all’esecuzione per mancato pagamento di imposte e sanzioni (anche in via preventiva, come previsione concreta e consapevolezza di potenziale assoggettamento a esecuzione coattiva), è suscettibile di perfezionare il reato in rassegna.

Oltre all’intestazione fittizia di beni, nel corso degli anni la giurisprudenza ha chiarito che anche il ricorso fraudolento a istituti formalmente legali e normalmente utilizzati per fini leciti, quali il fondo patrimoniale o il trust, può integrare la fattispecie criminosa indagata, se strumentalizzati per fini di mera evasione fiscale.

Con riguardo ai trust, l’ipotesi più evidente è quella dei trust simulati o fittizi (sham trust), nel diritto anglosassone void and unforceable, in cui l’istituto, formalmente legale, viene strumentalizzato per fini di mera evasione fiscale, per effetto del fatto che il trustee prescelto costituisce una mera testa di legno del settlor/disponente, concretamente privo di qualsiasi autonomia gestionale.
La presunta e apparente tutela rappresentata dall’eventuale nomina di un protector, nella realtà può restare mitigata dalla previsione, nell’atto istitutivo, del potere di revoca del trustee in qualsiasi momento, in caso di mancata aderenza alle specifiche indicazioni del settlor, con nomina di un nuovo soggetto o subentro dello stesso nel suddetto incarico.

La recente sentenza del tribunale di Reggio Emilia del 21 ottobre scorso ha chiarito che, in un trust, l’assenza di una reale volontà di affidamento, circostanza desumibile dalla larghissima ingerenza e eccessiva attribuzione di poteri di intervento e gestione al disponente, a sua volta designato guardiano del trust e coincidente con il beneficiario, la compiacenza del trustee legato da vincoli parentali al disponente, la modificazione ad nutum dell’atto istitutivo di trust da parte del disponente (rispetto alle finalità originarie e alla rideterminazione dell’assetto dei beni in trust), la pretermissione degli interessi di alcuni beneficiari, sono tutti elementi indiziari di simulazione (sham), che confermano il mantenimento effettivo del controllo dei beni in capo al disponente, permettendo di concludere per il mancato rispetto della Convenzione dell’Aja e per la sua conseguente irriconoscibilità.

È utile ricordare come la Corte suprema, con sentenza 13276/2011, nell’esaminare i profili cautelari connessi alla repressione delle fattispecie incriminatrici relativi ai delitti (in quella sede) inerenti gli obblighi dichiarativi, qualificando come condizione ineludibile e presupposto coessenziale alla natura stessa dell’istituto l’affidamento a un soggetto terzo di determinati beni perché questi li amministri e li gestisca, in qualità di titolare dei diritti ceduti, e proceda alla successiva restituzione, alla scadenza del periodo di durata del trust, ai beneficiari indicati dal disponente, ha concluso che, laddove tale trasferimento configuri una perdita di controllo e disponibilità su quanto conferito soltanto apparente, il trust è nullo e non produce l’effetto segregativo auspicato.

La circostanza che l’istituto del trust si declini quale mero espediente giuridico, in frode ai diritti dei creditori, compreso lo Stato, finalizzato a impedire l’escussione degli stessi, con sostanziale conservazione e costante mantenimento, in capo al settlor/disponente (nel caso di specie coincidente con il trustee) della gestione, della disponibilità dei beni costituti in trust e, in sintesi, della signoria sul patrimonio, è fondatamente conclusiva rispetto al riconoscimento del disvalore giuridico insito nell’utilizzo del trust, legittimando altresì il provvedimento di sequestro preventivo, finalizzato alla successiva confisca per equivalente prevista dall’articolo 11 della legge 146/2006, incidente su beni segregati in trust e allo stesso conferiti in tempi non sospetti.

Si segnala la più recente pronuncia 46137 del 7 novembre 2014, con cui la Corte di cassazione ha confermato la legittimità di un sequestro conservativo disposto a carico dei beni di famiglia di un soggetto, indagato per bancarotta fraudolenta, che erano stati costituiti in un trust. I giudici di Cassazione, nel respingere il ricorso di parte che invocava l’illegittimità della misura cautelare applicata in quanto non preceduta dall’accertamento giudiziale della nullità dell’atto costitutivo del trust, hanno aderito alla statuizione impugnata, in considerazione della constatazione di numerosi elementi dai quali si poteva rilevare che l’operazione di istituzione del trust fosse stata posta in essere “con evidente finalità elusiva delle ragioni dei creditorie di terzi, comprese quelle erariali”. Nel caso in esame, inoltre, l’indagato, nonostante la costituzione del trust, “continuava ad amministrare i beni, conservandone la piena disponibilità”.

Giova altresì ricordare che, comunque, i beni conferiti in trust non possono essere escussi dai creditori personali del disponente, né dai creditori del fiduciario o del trustee, né dai creditori dei beneficiari, i quali potranno tutt’al più far valere le loro ragioni sul credito maturato in capo ai beneficiari loro debitori. I detti beni possono costituire oggetto di esecuzione solo per debiti contratti nell’ambito dell’attività diretta al perseguimento dello scopo meritevole di tutela.
Pertanto, ove ricorrano i presupposti di legge, i creditori del disponente potranno esperire l’azione revocatoria ordinaria ex articolo 2901 cc (entro il termine non breve di cinque anni) e l’azione revocatoria fallimentare (ex articolo 64 della legge fallimentare), nonché l’imprescrittibile azione di nullità dell’atto per mancanza di causa o per impossibilità della causa contrattuale.




Fonte: Agenzia Entrate

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L’8‰ dell’Irpef anche alle scuole.

L’8 per mille dell’Irpef gestita direttamente dallo Stato fa posto, ufficialmente, a una quinta categoria di beneficiari. La quota potrà, infatti, essere destinata anche a interventi di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico ed efficientamento energetico degli immobili di proprietà pubblica adibiti all'istruzione scolastica. A chiedere la modifica la legge di stabilità 2014 (articolo 1, comma 206, legge 147/2013). Le altre quattro finalità già ammesse alla distribuzione delle somme affidate dai cittadini allo Stato sono la fame nel mondo, le calamità naturali, l’assistenza ai rifugiati e la conservazione di beni culturali. La norma prevede che, salvo eccezioni, l’intero ammontare dell’8‰ venga suddiviso in cinque quote di pari importo.

Con il Dpr 172/2014 del 17 novembre, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri e in vigore da giovedì 11 dicembre, viene definita “concretamente” la nuova normativa; il decreto, infatti, integra e modifica il precedente Regolamento (Dpr 76/1998). Innanzitutto, è utile precisare che possono beneficiare del finanziamento le scuole di proprietà dello Stato, degli enti locali territoriali e del Fondo edifici di culto destinati all’istruzione.
Sono ammessi finanziamenti riguardanti lo stesso intervento, chiarisce il regolamento, soltanto per una delle finalità ammesse. Il dubbio potrebbe nascere dalla doppia chance offerta in caso di beni culturali presenti in una struttura scolastica. In pratica, ad esempio, nell’ipotesi di un portone di interesse storico “pericolante”, occorre scegliere se chiedere la quota riservata ai beni artistici o quella destinata alla ristrutturazione edilizia di istituto scolastico.

La nuova disciplina rivede, in parte, anche le linee guida in base alle quali distribuire le quote. Novità, inoltre, sull’entità delle somme assegnate nel caso in cui l’importo necessario all’intervento superi i 30mila euro. Cambiano anche i termini di utilizzo degli eventuali risparmi: mentre prima potevano essere conservati dai beneficiari per un anno dalla fine dei lavori, ora può essere richiesto il loro utilizzo entro un anno dalla chiusura del cantiere.
Predisposto, poi, per i nuovi arrivati, un modello su misura per la presentazione della domanda. Il modulo da utilizzare è quello dell’allegato “A-bis” al decreto, mentre per le altre tipologie di interventi rimane valido il modulo dell’allegato “A”.

Infine, per l’anno 2014, il Dpr 172 fa slittare al prossimo 15 dicembre la scadenza entro la quale gli istituti possono chiedere di partecipare alla distribuzione della quota dell’8‰ riservato all’edilizia scolastica. Le domande devono indicare il soggetto richiedente, l’intervento da realizzare, il costo totale, l’importo del contributo richiesto e il responsabile tecnico della gestione. Dal prossimo esercizio, l’istanza andrà inviata alla presidenza del Consiglio dei ministri entro il termine ordinario del 30 settembre.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 27 novembre 2014

Socio accomandante e regime dei nuovi minimi.

Un socio accomandante di Sas, che non abbia mai svolto attività né di lavoro né di gestione all'interno della società, può accedere al regime dei nuovi minimi, mantenendo la partecipazione?

Tra i requisiti per accedere al regime di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e i lavoratori in mobilità è previsto il mancato esercizio nel triennio precedente di un’attività artistica, professionale ovvero di impresa anche in forma associata o familiare (articolo 27, comma 2, lettera a), Dl 98/2011). Poiché il presupposto per l’esclusione è lo svolgimento effettivo di un’attività, nell’ipotesi di un socio accomandante che decida, successivamente, di intraprendere un’attività, sarà necessario riscontrare se nei tre anni precedenti lo stesso abbia svolto o meno un’attività di gestione all'interno della società, ovvero si sia limitato a conferire il solo capitale (circolare n. 17/2012). Tale preclusione opera invece a partire dal periodo di imposta in cui si inizia l’attività. Infatti, un contribuente che esercita un'attività individuale d'impresa o di lavoro autonomo e contemporaneamente, nello stesso periodo di imposta, partecipa a una società di persone o a un'associazione non può usufruire del regime dei minimi, anche se nel corso dell'anno dismette la partecipazione. Questo per evitare che redditi prodotti nello stesso periodo, dallo stesso soggetto e appartenenti alla stessa categoria (d'impresa o di lavoro autonomo), siano sottoposti a due differenti tassazioni: quella agevolata, per quanto riguarda l'esercizio individuale dell'attività d'impresa, e quella prevista dal Tuir per i redditi da partecipazione in società (risoluzione n. 146/2009).



Fonte: Agenzia Entrate

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Versamenti contributi tramite F24.

Per consentire il versamento, tramite modello F24, dei contributi associativi dovuti dagli iscritti ai Consigli provinciali dell’Ordine dei consulenti del lavoro che hanno aderito alla convenzione stipulata tra l’Agenzia delle Entrate e il Consiglio nazionale di quell’ordine professionale, con la risoluzione 103/E del 26 novembre sono state istituite le seguenti causali contributo:

- BR00 (Consiglio provinciale di Brindisi)
- CR00 (Consiglio provinciale di Cremona)
- GR00 (Consiglio provinciale di Grosseto)
- IS00 (Consiglio provinciale di Isernia).        

Le causali vanno esposte nella sezione “Altri enti previdenziali e assicurativi” del modello F24, in corrispondenza delle somme indicate nella colonna “importi a debito versati”.
Inoltre, devono essere indicati:
il codice “0005”, nel campo “codice ente”
la sigla della provincia di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro, nel campo “codice sede”
il codice di iscrizione all’Albo dei consulenti del lavoro, nel campo “codice posizione”
il periodo di competenza del contributo, nello spazio “periodo di riferimento: da mm/aaaa a mm/aaaa”.
Con la risoluzione 104/E, invece, l’Agenzia delle Entrate ha istituito la causale contributo “EBI”, per consentire i versamenti delle somme da destinare al finanziamento dell’Ente bilaterale Italia, come previsto dalla convenzione stipulata da quest’ultimo con l’Inps
La causale va esposta nel campo “causale contributo” della sezione “INPS”, in corrispondenza della colonna “importi a debito versati”.
Vanno inoltre riportati:
-il codice della sede Inps competente, nel campo “codice sede”
-la matricola Inps dell’azienda, nel campo “matricola INPS/codice INPS/filiale azienda”
-il mese e l’anno di competenza del contributo nella colonna “da mm/aaaa” del campo “periodo di riferimento” (la colonna “a mm/aaaa” non va riempita).



Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborso del contributo unificato.

In tema di richieste di rimborso del contributo unificato a seguito di sentenze sfavorevoli, avviene di frequente che all’esito di contenziosi definiti con sentenza passata in giudicato, l’Agenzia delle Entrate e il contribuente si trovino di nuovo a “litigare”.
Accade, infatti, che né il dispositivo della sentenza né la motivazione facciano riferimento alla necessità di restituire il contributo unificato alla parte vittoriosa, che, invece, al di là di quanto statuito nel provvedimento giurisdizionale, ne pretende la restituzione.

La questione interpretativa che ne scaturisce è quella dell’obbligatorietà o meno della liquidazione alla controparte, di un importo pari al contributo unificato sostenuto dalla stessa al momento dell’instaurazione del contraddittorio, in presenza di sentenze che statuiscono una liquidazione generica alle spese di lite con formula, ad esempio, “Euro 2.000,00 oltre ad Iva e Cpa” oppure “Euro 2.000,00 oltre ad accessori di legge”.

Sotto un primo profilo, va evidenziato che in tali circostanze la rimborsabilità va esclusa per l’impossibilità di ascrivere il contributo unificato alla categoria degli accessori di legge.
Attualmente, infatti, nell’ambito del processo civile e tributario, rappresentano oneri accessori dovuti per legge esclusivamente l’Iva, se dovuta, e il contributo alla Cassa di previdenza forense, in quanto prestazioni necessariamente collegate al pagamento degli onorari professionali (cfr Cassazione 1672/2003 e 2387/1998).
In pratica, trattandosi di un’obbligazione tributaria l’una, previdenziale l’altra, imposte dalla legge al professionista e che, tuttavia, vanno di fatto a ricadere sul cliente aggiungendosi all’onorario, ne viene riconosciuta l’accessorietà e, quindi, la complementarietà rispetto alle spese processuali, costituite dagli onorari del difensore.
Evidentemente tanto non può dirsi per il contributo unificato.

D’altro canto, la rimborsabilità del contributo unificato va esclusa anche alla luce di quanto previsto dal quadro normativo vigente.
Infatti, mentre per il processo amministrativo, il legislatore ha espressamente previsto che anche il contributo unificato soggiaccia al principio della soccombenza e vada rimborsato alla parte vittoriosa, tanto non è stato fatto per quello civile e tributario.
Precisamente, il comma 6-bis.1, dell’articolo 13, del Dpr 115/2002 (testo unico in materia di spese di giustizia) prevede che “L’onere relativo al pagamento dei suddetti contributi (contributo unificato per i ricorsi proposti davanti ai tribunali amministrativi regionali e al Consiglio di Stato, ndr) è dovuto in ogni caso dalla parte soccombente, anche nel caso di compensazione giudiziale delle spese e anche se essa non si è costituita in giudizio”.
È, dunque, normativamente previsto che, oltre alle spese di lite, venga rimborsato quanto versato a titolo di contributo unificato.

Analoga disposizione non risulta, viceversa, nel sistema processuale tributario e ordinario, e, dunque, si dovrebbe propendere per l’esclusione dell’ammissibilità di un’estensione di tale previsione al giudizio tributario.
Questa interpretazione, tuttavia, non può, attualmente, essere considerata pacifica.

Esaminando gli ulteriori orientamenti giurisprudenziali, emerge, come sia oramai acclarato, per i giudici amministrativi, che la restituzione del contributo venga a essere qualificata come vera e propria obbligazione dovuta ex lege, in virtù proprio della specifica disposizione citata, ritenendo irrilevante la circostanza che il suo rimborso non sia esplicitamente stabilito con la sentenza favorevole alla parte avversa, “essendo connesso esclusivamente al verificarsi della situazione di fatto rappresentata dall’accoglimento dello stesso”.
Tuttavia, si ritiene che le pronunce del Consiglio di Stato (cfr fra tutte, la 68/2014) non possano considerarsi calzanti ai casi di specie, in quanto, come anzidetto, relative allo specifico ambito dei procedimenti innanzi la giustizia amministrativa.
In tale contesto, manca, invece, un indirizzo da parte delle sezioni civili della suprema Corte.

Per la verità, recentemente, i giudici di legittimità, con ordinanza n. 21207/2013, sono intervenuti in un caso analogo, ma non identico.
Al riguardo, la Corte di cassazione – esaminando il motivo del ricorso attinente all’importo del contributo unificato, che il giudice di appello avrebbe liquidato, a detta del ricorrente, in misura inferiore – ha precisato che il contributo atti giudiziari costituisce una obbligazione ex lege sottratta alla potestà del giudice di liquidarne autonomamente l’ammontare (poiché quest’ultimo non può che corrispondere all’importo versato).
Ne discende, secondo i magistrati di piazza Cavour, che il giudice non è neppure tenuto alla relativa liquidazione, trattandosi di obbligo di rimborso che deriva dalla stessa condanna alle spese della parte soccombente.
In buona sostanza, in virtù del principio interpretativo della cosiddetta eadem ratio, la suprema Corte fa espresso rinvio alla disciplina applicabile ai giudizi amministrativi.

Tale statuizione, tuttavia, non appare sufficiente al fine di superare la questione e, di conseguenza, per far ritenere che la parte soccombente debba in automatico provvedere al rimborso delle somme dovute per il contributo unificato in assenza di specifica previsione nel dispositivo.
E invero, la pronuncia citata, benché inquadri il contributo unificato nel novero delle obbligazioni ex lege, comunque non stabilisce se, in caso di importi liquidati in sentenza in maniera omnicomprensiva, le somme per il contributo stesso debbano sempre e comunque considerarsi in aggiunta agli importi riportati in dispositivo.
La suprema Corte, nell’ordinanza de qua, difatti, si era trovata a pronunciarsi su un caso in cui la liquidazione giudiziale era addirittura inferiore al solo importo del contributo stesso e, dunque, stante la diversità delle fattispecie, la questione interpretativa non si può ritenere risolta.

Ciò è tanto vero che, recentissimamente, la Commissione tributaria provinciale di Pordenone ha negato la rimborsabilità del contributo partendo proprio dall’assunto secondo cui “la configurazione del contributo unificato come obbligazione ex lege che fa carico alla parte soccombente e che pertanto è estraneo al potere liquidatorio del giudice trovando per così dire automatica applicazione vale solo ed esclusivamente per il giudizio amministrativo in forza del comma 6 bis Dpr 115/2002. Trattasi di norma speciale che quindi non è suscettibile di estensione analogica al processo civile e tributario” (Ctp Pordenone, sentenza n. 235/02/14).




Fonte: Agenzia Entrate

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La società di persone è estinta, non è così per i debiti fiscali.

La Corte di cassazione, con sentenza del 14 novembre 2014, n. 24322, ha stabilito che, nel caso di una società di persone estinta, il socio è tenuto ad accollarsi i debiti derivanti da imposte non versate al fisco, anche se non ha ricevuto alcun avviso bonario personalmente. Il rapporto di sussidiarietà che collega la responsabilità dei soci di un'azienda di persone rispetto alla responsabilità della società non esclude la natura solidale della relativa obbligazione.

Il fatto
A seguito di cessazione dell’attività, il concessionario della riscossione aveva emesso, nell’aprile 2000, cartella di pagamento del debito d'imposta dichiarato ma non versato da una società in nome collettivo, relativo all'anno 1998, a carico di un ex socio della stessa.

A conferma della legittimità del recupero dei crediti erariali, la Commissione tributaria regionale convalidava il rigetto in primo grado del ricorso del contribuente nei confronti dell'Agenzia delle Entrate e del concessionario della riscossione motivando, in particolare, la legittimità della pretesa fiscale nei confronti del contribuente che, all'epoca, era socio “illimitatamente e solidalmente” responsabile; né l'estinzione della società aveva fatto venir meno tale responsabilità per le obbligazioni pregresse.
Aggiungeva il Collegio che, essendo l'appellante coobbligato per imposta evasa dalla Snc, non necessitava che la cartella fosse preceduta dalla preventiva notifica di atti d'accertamento né che l'invio del plico portasse una specifica relata di notifica. Inoltre, la cartella non richiedeva neppure un prodromico avviso bonario né una particolare motivazione oltre l'indicazione del tributo iscritto a ruolo, considerato che quest’ultimo era formato con procedura automatizzata, contenente tutti gli elementi atti alla difesa del contribuente (diciture “omesso o carente versamento”, “sanzione pecuniaria per omesso o carente versamento”, “interessi per omesso o carente versamento”, eccetera).

Il contribuente propone ricorso per cassazione eccependo, con una serie articolata di censure, insufficiente motivazione e violazione di legge per non essere tenuto a soddisfare la pretesa impositiva per effetto del suo recesso e della successiva estinzione della società.

La decisione
La Corte di cassazione rigetta il ricorso del contribuente e stabilisce che nel caso di estinzione della Snc, essendo il debito del socio verso il fisco il medesimo debito tributario consolidatosi nei confronti dell’impresa dichiarante, l'Amministrazione finanziaria non procede ad alcuna attività nuova di liquidazione d'imposta e, dunque, non ha alcun dovere di notificare al socio coobbligato alcun avviso, neppure bonario.

A tal fine, nell’espungere i motivi pregiudiziali del ricorso, la Corte suprema rileva che la sentenza impugnata abbia assolto con sufficienza gli obblighi motivazionali, considerato che alla questione sollevata il giudice regionale ha dato specifiche risposte affermando:
la responsabilità diretta dell'ex socio per i debiti fiscali maturati prima del suo recesso (come previsto dagli articoli 2291 e 2293 del codice civile e 36 del Dpr 602/1973)
l’irrilevanza sulla coobbligazione solidale del socio dell'intervenuta estinzione della compagine sociale, come stabilito da ampia giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione, sentenze 6734/2011 e 10584/2007).
Inoltre, è principio consolidato in materia quello secondo cui, a partire dal momento della cancellazione della Snc dal registro delle imprese (articolo 2312 cc), si verifica l'estinzione della società cancellata e ciò priva la società stessa della capacità giuridica e processuale (con la sola eccezione della fictio iuris contemplata dall'articolo 10 della legge fallimentare). Pertanto, i soci diventano successori dell’azienda e ogni pretesa deve essere indirizzata nei loro confronti (Cassazione, sentenze 6070/2013).

Infine, è sempre fermo nella giurisprudenza della Cassazione l’insegnamento secondo cui il rapporto di sussidiarietà che collega la responsabilità dei componenti della società di persone rispetto alla responsabilità della Snc non esclude la natura solidale della relativa obbligazione, con la conseguenza, sul piano processuale, dell'esclusione del litisconsorzio necessario e della relativa inscindibilità delle cause (Cassazione, sentenze 20891/2008 e 19985/2013).

Nel concreto, la Corte suprema afferma che nel caso di specie, la cartella di pagamento conteneva i presupposti impositivi essenziali per consentire al ricorrente di verificare la correttezza della pretesa (dati anagrafici della società, titolo della riscossione, qualità dell’intimato, ruolo, imposta e accessori), come in effetti è avvenuto con l’impugnazione dell’atto.

Il giudice di legittimità aggiunge altresì che non occorreva la previa emissione dell’avviso bonario, non trattandosi di una nuova liquidazione d’imposta a suo carico, ma di un debito consolidato del socio nei confronti dell’azienda dichiarante. Ciò in quanto, l’emissione della cartella nei confronti del socio, a seguito di quella nei confronti dell’impresa, si configura come “strumentale” alla formazione del titolo esecutivo e all’esercizio dell’azione forzata riguardo al coobbligato uscendo dal perimetro delle “incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione”.




Fonte: Agenzia Entrate

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Il differimento dell'IVA all´importazione.

Tra le misure di stimolo allo sviluppo e agli investimenti che alcuni paesi europei (Francia, Spagna, Olanda, Belgio in prima linea) introdurranno con decorrenza 2015, si nota un’importante ed interessante novità IVA: il differimento dell’IVA all’importazione.

Come previsto dalle norme europee, normalmente è dovuta IVA (mediante immissione in consumo) all’atto dell’importazione nel singolo Stato UE. Tale richiesta immediata crea non pochi problemi finanziari di liquidità a tutti gli importatori che si vedono costretti ad anticipare il tributo all’importazione a fronte di vendite ed incassi che normalmente avvengono dopo mesi dall’importazione. Il nuovo sistema di differimento dell’IVA, previsto con decorrenza 2015 da molti paesi cerca di ovviare a tale problema.

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mercoledì 26 novembre 2014

Quesito: nido in famiglia.

essendo interessata ad avviare un'attività di "nido in famiglia" nel comune di Torino e non avendo chiaro alcuni punti scrivo per chiedere un Vs supporto.
Nello specifico vorrei delucidazione sui seguenti punti:

-- per l'attività in oggetto occorre aprire partita IVA (o in quale forma occorre avviare l'attività);

- quali sono gli adempimenti fiscali e contributivi.


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Elusione delle misure antidumping.

Con la sentenza 4 settembre 2014, causa n. C-21/13, la Corte di giustizia si è pronunciata in merito all’accertamento della sussistenza degli elementi costitutivi dell’elusione dei dazi antidumping, nel caso in cui le istituzioni dell’Unione europea riscontrino il rifiuto di collaborazione delle autorità e delle parti interessate.
La questione rivolta alla Corte verte, in particolare, sulla validità del regolamento (Ce) n. 499/2009, dell’11 giugno 2009, che estende il dazio antidumping definitivo, istituito dal regolamento (Ce) n. 1174/2005, del 18 giugno 2005, relativo alle importazioni di transpallet manuali e loro componenti essenziali originari della Repubblica popolare cinese, alle importazioni dello stesso prodotto spedito dalla Tailandia, indipendentemente dal fatto che sia dichiarato o no originario della Tailandia.
Al riguardo, è stato chiesto ai giudici comunitari se il regolamento contestato debba ritenersi invalido a causa del fatto che le istituzioni comunitarie non avrebbero adeguatamente dimostrato la sussistenza di un’elusione del dazio antidumping – ai sensi dell’articolo 13, paragrafo 1, del regolamento (Ce) n. 384/96, del 22 dicembre 1995, relativo alla difesa contro le importazioni oggetto di dumping da parte di paesi non membri della Comunità europea – non avendo comprovato, in assenza di cooperazione da parte degli esportatori tailandesi, da una parte, la modificazione della struttura degli scambi tra i paesi terzi e l’Unione e, dall’altra, l’esistenza di pratiche, processi o lavorazioni, per i quali non esiste una sufficiente motivazione o giustificazione economica oltre all’istituzione del dazio antidumping.

Con riferimento all’elusione delle misure antidumping, occorre preliminarmente ricordare che l’articolo 13, paragrafo 1, del regolamento n. 384/96 sopracitato dispone che essa consiste in “una modificazione della configurazione degli scambi tra i paesi terzi e la Comunità … che derivi da pratiche, processi o lavorazioni per i quali non vi sia una sufficiente motivazione o giustificazione economica oltre all’istituzione del dazio, in presenza di elementi che attestano che sussiste un pregiudizio oppure che gli effetti riparatori del dazio in termini di prezzi e/o di quantitativi di prodotti simili risultano indeboliti …”.
Secondo il paragrafo 3 del medesimo articolo 13, spetta alla Commissione avviare un’inchiesta sulla base di elementi di prova che lascino apparire a prima vista pratiche di elusione; se i fatti accertati nel corso di tale inchiesta consentono di concludere che l’elusione sussiste, la Commissione propone al Consiglio l’estensione delle misure antidumping.

Va detto, peraltro, che nessuna disposizione del regolamento n. 384/96 conferisce alla Commissione, nell’ambito di un’inchiesta sull’esistenza di un’elusione, il potere di obbligare i produttori o gli esportatori destinatari di una denuncia a partecipare all’inchiesta o a produrre informazioni: in sostanza, quindi, la cooperazione delle parti interessate a fornire alla Commissione le informazioni necessarie ha natura volontaria. È questo il motivo per cui il legislatore comunitario, da un lato, ha previsto (cfr articolo 18, paragrafo 1, regolamento n. 384/96) che, “qualora una parte interessata rifiuti l’accesso alle informazioni necessarie oppure non le comunichi … oppure ostacoli gravemente l’inchiesta, possono essere elaborate conclusioni provvisorie o definitive, affermative o negative, in base ai dati disponibili” e, dall’altro, ha precisato (articolo 18, paragrafo 6, dello stesso regolamento) che, qualora una parte interessata non collabori o collabori solo parzialmente, impedendo in tal modo l’accesso a informazioni rilevanti, l’esito dell’inchiesta può essere per essa meno favorevole che nell’ipotesi della collaborazione.

Al riguardo, la Corte di giustizia ha osservato che dalle richiamate disposizioni dell’articolo 18 del regolamento n. 384/96 risulta che il legislatore comunitario non ha inteso stabilire una presunzione legale che consenta di dedurre direttamente dal difetto di cooperazione delle parti interessate o coinvolte l’esistenza di un’elusione e che, quindi, dispensi le istituzioni dell’Unione da qualsiasi esigenza di prova; tuttavia, tenuto conto della possibilità di trarre conclusioni, anche definitive, sulla base dei dati disponibili e di trattare la parte che non coopera o che coopera solo parzialmente in modo meno favorevole che se avesse cooperato, risulta altrettanto evidente che le istituzioni dell’Unione sono autorizzate a basarsi su un insieme di indizi concordanti che consentano di concludere per l’esistenza di un’elusione ai sensi dell’articolo 13, paragrafo 1, del regolamento di base. Qualsiasi altra soluzione rischierebbe di compromettere, infatti, l’efficacia delle misure di difesa commerciale dell’Unione europea tutte le volte che le istituzioni comunitarie devono confrontarsi con il rifiuto di cooperazione nell’ambito di un’inchiesta diretta ad accertare un’elusione.

Nel caso di specie, la Corte rileva che la Commissione aveva informato le autorità cinesi e tailandesi, i produttori-esportatori e gli importatori comunitari interessati, nonché l’industria comunitaria, dell’avvio dell’inchiesta sull’elusione; inoltre, a detti produttori-esportatori e importatori comunitari erano stati inviati dei questionari, mediante i quali questi ultimi hanno avuto la possibilità di far conoscere il loro punto di vista e di essere sentiti dalla Commissione. A causa del rifiuto di collaborare di detti interessati, volume e valore delle esportazioni tailandesi e cinesi dei transpallet manuali verso l’Unione sono stati determinati dal Consiglio in base alle sole informazioni disponibili, in questo caso rappresentate dai dati statistici rilevati dagli Stati membri e raccolti dalla Commissione, nonché dai dati forniti da Eurostat.

Sul punto, la Corte ha concluso che il Consiglio ha sufficientemente dimostrato una modificazione della configurazione degli scambi tra la Cina, la Tailandia e l’Unione, dal momento che – da un lato – la definizione di “elusione” di cui all’articolo 13, paragrafo 1, del regolamento n. 384/96 è formulata in termini assai generali, che lasciano un ampio margine discrezionale alle istituzioni dell’Unione, mentre – dall’altro – non viene fornita alcuna precisazione in merito alla natura e alle modalità della “modificazione della configurazione degli scambi tra i paesi terzi e la Comunità”.

Inoltre, la Corte ha aggiunto che, nella fattispecie, le istituzioni comunitarie si sono correttamente basate su un insieme di indizi concordanti: esse hanno, cioè, constatato che la modificazione della configurazione degli scambi tra la Tailandia e l’Unione è iniziata subito dopo l’istituzione del dazio antidumping sulle importazioni provenienti dalla Cina; tale coincidenza nel tempo costituisce un indizio importante che consente di stabilire un nesso logico e ragionevole tra il considerevole aumento delle importazioni provenienti dalla Tailandia e l’istituzione del dazio antidumping.

Secondo i giudici comunitari, proprio nel contesto di una situazione caratterizzata dal rifiuto totale di cooperazione da parte delle imprese e delle autorità nazionali interessate nel corso dell’inchiesta sull’elusione, le istituzioni dell’Unione erano quindi legittimate a basarsi su indizi nel concludere per l’esistenza di pratiche, processi o lavorazioni in Tailandia diretti esclusivamente a eludere il dazio antidumping che colpiva le importazioni originarie della Cina: in tali condizioni, infatti, spettava alle parti interessate fornire la prova di un motivo plausibile a giustificazione di dette attività, al di là di quello di sottrarsi al dazio antidumping suddetto.

In conclusione, la Corte ha confermato la validità del regolamento n. 499/2009 contestato, ritenendo che il Consiglio non ha commesso alcun errore manifesto nella valutazione dei fatti considerati alla base dell’accertamento dell’elusione delle misure antidumping, ai sensi dell’articolo 13 del regolamento n. 384/96.



Fonte: Assonime

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Università on line e detraibilità Irpef.

Dallo scorso anno sto frequentando un corso di laurea presso un’università telematica. Posso detrarre le spese di iscrizione?

Per università telematica si intende un istituto di istruzione superiore di livello universitario, abilitato a rilasciare titoli accademici di valore legale, con modalità a distanza basata sulle nuove tecnologie telematiche (articolo 26 della legge 289/2002 e Dm 17/4/2003). Le tasse e i contributi universitari per l'iscrizione a tali enti, non statali, legalmente riconosciuti, sono detraibili dall'Irpef per un importo pari al 19% . La spesa è detraibile in misura non superiore a quella stabilita per tasse e contributi versati per prestazioni analoghe rese da istituti statali (articolo 15, comma 1, lettera e), del Tuir).



Fonte: Agenzia Entrate

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Ristorante con lavoratori in nero.

In tema di accertamento tributario, la presenza di lavoratori “in nero” in azienda fa ritenere complessivamente inattendibili le scritture contabili e consente la ricostruzione del reddito d’impresa con il metodo induttivo.
È quanto si desume dall’ordinanza n. 24250 della Corte di cassazione del 13 novembre.

La vicenda processuale
La controversia prende origine da un avviso di accertamento notificato a una società di ristorazione. Tale avviso era stato prontamente impugnato dai soci, che avevano ottenuto dalla Ctp la riduzione del 20% dell’accertato.
Il successivo giudizio d’appello conferma la sentenza di primo grado.
In Cassazione, i giudici hanno reso definitiva la sentenza di secondo grado, ritenendola, contrariamente agli assunti dei ricorrenti, ben motivata e dunque incensurabile in sede di legittimità.

La pronuncia della Cassazione
Secondo la Corte, i giudici di merito hanno adeguatamente esplicitato l’iter logico giuridico seguito per giungere ad affermare la legittimità del metodo di accertamento adoperato, pur con le riduzioni imposte dai giudici di primo grado.
In particolare, la decisione impugnata ha rilevato come l’accertata utilizzazione di tre lavoratori dipendenti, non risultanti dai libri obbligatori, è circostanza “idonea a far ritenere complessivamente inattendibile la documentazione fiscale e a integrare la presunzione di maggiori ricavi non dichiarati e come il giudice di prime cure, nel rettificare il reddito accertato dall’Ufficio, aveva tenuto conto dei costi dovuti all’autoconsumo”.
Ne è derivato il rigetto del ricorso proposto dai contribuenti.

Osservazioni
In deroga alle modalità accertative ordinarie, l’Amministrazione finanziaria è legittimata a rideterminare il maggior reddito d’impresa o di lavoro autonomo, nei confronti dei soggetti obbligati alla tenuta delle scritture contabili, con il metodo induttivo (per le imposte sui redditi, articolo 39, comma 1, lettera d), Dpr 600/1973; per l’Iva, articolo 54, comma 2, Dpr 633/1972).

Nelle ipotesi di contabilità inattendibile ovvero qualora le irregolarità constatate siano tali da far perdere alle scritture contabili il carattere privilegiato che a esse è altrimenti riconosciuto, all’ufficio è attribuita la facoltà di desumere “l’esistenza di attività non dichiarate o l’inesistenza di passività dichiarate … sulla base di presunzioni semplici, purché queste siano gravi, precise e concordanti”.
Le norme sopra richiamate, considerato quanto ribadito in varie occasioni dalla giurisprudenza di legittimità, consentono all’ufficio accertatore, anche in presenza di “scritture contabili regolarmente tenute dal punto di vista formale (…), ma affette, in virtù di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti, da incompletezze, inesattezze ed infedeltà” (Cassazione 9884/2002), di procedere legittimamente all’accertamento analitico-induttivo della base imponibile del reddito d’impresa, utilizzando gli stessi dati forniti dal contribuente ovvero dimostrando anche per presunzioni, purché dotate dei requisiti di gravità, precisione e concordanza (articolo 2729 codice civile), l’inesattezza o l’incompletezza di una o più poste delle scritture.

Ciò considerato, nel caso di specie, l’utilizzazione di tre lavoratori dipendenti in nero, per i giudici di legittimità, costituisce un fatto dedotto in accertamento certo, neppure contrastato in atti, che si pone secondo l’id quod plerumque accidit come idoneo a fare ritenere nel complesso la contabilità inattendibile e a integrare la presunzione di maggiori ricavi non dichiarati.

Con specifico riguardo poi alla metodologia utilizzata dall’Amministrazione finanziaria per la ricostruzione presuntiva dei ricavi, il decisum è in linea con quanto in più occasioni ribadito dalla Suprema corte in tema di accertamento induttivo dei redditi d’impresa proprio in riferimento al settore della ristorazione, per cui “una volta calcolata la quantità normale di materie prime necessarie per la preparazione dei pasti, è ragionevole presumere che ne sia stato servito un numero pari al complesso dei generi alimentari acquistati, diviso per le quantità di essi occorrenti per ciascun pasto” (Cassazione sentenza n. 25001 del 2006).
Ne è derivata, anche sotto tale profilo, la legittimità dell’avviso di accertamento sub iudice, in cui la ricostruzione induttiva dei ricavi è stata correlata alla quantità e qualità delle materie prime utilizzate.



Fonte. Agenzia Entrate

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Fatturazione elettronica in Europa.

Si è svolto presso la sala “Di Cocco” dell’Agenzia delle Entrate, l’incontro semestrale del Forum italiano sulla fatturazione elettronica a cui hanno partecipato numerosi stakeholders pubblici e privati.
I lavori sono stati aperti dal direttore centrale Accertamento, Aldo Polito, che, ribadendo l’importanza del passaggio della fatturazione dalla carta al digitale, ha evidenziato come il maggior grado di efficienza dei processi amministrativi collegati potrà essere raggiunto solo a patto che tale passaggio avvenga in modo completo, attraverso un flusso di dati strutturato ed elaborabile automaticamente.

Il Forum italiano, formalmente nato il 13 dicembre 2011 con decreto del dipartimento delle Finanze, è un “consesso aperto” delle parti pubbliche e private interessate alla fatturazione elettronica e, più in generale, alla digitalizzazione e dematerializzazione dell’intero processo di fatturazione, dalla nota d’ordine fino al pagamento.
Il Forum lavora in stretta sinergia e collaborazione con il Multi-Stakeholder Forum on e-invoicing, istituito a Bruxelles dalla Commissione Ue nel 2010 con la finalità di coordinare i Paesi membri nello sviluppo e nella diffusione della fatturazione elettronica.
Nei suoi primi 3 anni di attività, il Forum ha ottenuto alcuni importanti risultati predisponendo proposte recepite quasi integralmente dal legislatore e dalle istituzioni nazionali e Ue.

Nell’ambito delle norme e dei documenti di prassi, le proposte più rilevanti hanno riguardato la modifica degli articoli 21 e 39 del Dpr 633/1972, per il recepimento delle disposizioni della direttiva 2010/45/Ue in tema di fattura elettronica, e la sostituzione del Dm 23 gennaio 2004, ormai obsoleto e contenente previsioni complesse per la dematerializzazione e conservazione dei documenti fiscalmente rilevanti (proposta sfociata nell’emanazione del Dm 17 giugno 2014).
In relazione alle iniziative di carattere tecnico, particolare rilievo assume, invece, la Raccomandazione “sull’uso di un modello semantico di dati per supportare l’interoperabilità della fatturazione elettronica in Ue” che la Commissione europea ha posto alla base della direttiva 2014/55/Ue.

Constatata la bontà del metodo di lavoro, la Commissione ha deciso di prorogare per altri 3 anni i lavori del Multi-Stakeholder Forum sulla fatturazione elettronica e affiancare a quest’ultimo l’Expert Group on e-Procurement, ponendosi come obiettivo quello della dematerializzazione del public procurement.
Il Forum italiano, pertanto, è ora chiamato ad ampliare il proprio ambito di lavoro fornendo supporto alla Commissione anche in ambito di e-Procurement.

L’incontro di oggi – al quale hanno preso parte, tra gli altri, rappresentanti di Consip, Banca d’Italia, Abi, Confindustria, Rete Imprese Italia, Assosoftware, Politecnico di Milano, Consorzio Cbi, Unioncamere, Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Agid e Mef – ha sviluppato il confronto e il dibattito anche:
sulle possibili modalità di attuazione dell’articolo 9, comma 1 lettera d), della legge di delega fiscale, in materia di fatturazione elettronica e trasmissione telematica dei corrispettivi
sulla predisposizione di una proposta di documento di prassi interpretativo del Dm del 17 giugno 2014, relativo anche alla conservazione dei documenti fiscalmente rilevanti
sull’analisi e la definizione di un modello semantico dei dati “core” della fattura, valido per tutte le pubbliche amministrazioni europee, da presentare al Comitato europeo di Normazione, incaricato a livello europeo dell’elaborazione di uno standard unico.
Come emerso nel corso dell’incontro, l’Italia con l’introduzione dell’obbligo della fattura elettronica verso la PA, sta rappresentando un esempio virtuoso per gli altri Stati membri.
Il Sistema di interscambio che l’Agenzia delle Entrate ha sviluppato e gestisce con la collaborazione tecnica di Sogei, infatti, ha già ricevuto e veicolato oltre 1 milione di fatture elettroniche, senza evidenziare problemi tecnici di rilievo, con una percentuale di fatture scartate (pari al 15% circa, nel mese di novembre ancora in corso) dovuta prevalentemente a errori formali nella predisposizione dei documenti, dimostrando che inviare e gestire una fattura elettronica non è un processo complesso anche se necessita sicuramente di un adattamento iniziale da parte degli operatori e della PA.

Anche dal punto di vista dell’e-procurement “end to end” il nostro Paese è sicuramente all’avanguardia, in virtù dell’esperienza acquisita con il “programma di razionalizzazione degli acquisti” e con le iniziative di alcune Regioni.
Il Forum costituirà la sede privilegiata per sviluppare un confronto continuo tra esperti che, sulla base di esperienze concrete, elaborino proposte di modifiche e interventi volti ad accelerare il processo di effettuazione in modalità telematica degli appalti pubblici.

Pertanto, il passaggio dalla fattura cartacea a quella elettronica è ormai, di fatto, un percorso irreversibile, a vantaggio di tutti.
Ma, affinché questo processo di cambiamento venga vissuto con positività ed esplichi il massimo dei suoi benefici, occorrerà che tutte le parti coinvolte, pur operando legittimamente a tutela dei propri interessi, tengano sempre presente che esiste un obiettivo comune, che è quello della crescita del Paese e, in tale ottica, contribuiscano al confronto, tanto sugli aspetti tecnici quanto su quelli giuridici, per definire soluzioni condivise.

È questo lo spirito che anima il Forum, nato proprio per trovare le migliori soluzioni per diffondere la fatturazione elettronica e la dematerializzazione, prestando particolare attenzione alle esigenze delle piccole e medie imprese.
La condivisione con tutti i portatori di interesse coinvolti fa sì che le proposte formulate dal Forum siano concrete e operative, in grado di agevolare l’azione dell’Amministrazione e del legislatore nazionale, nonché di far mantenere all’Italia un ruolo importante nei lavori che si stanno portando avanti in sede comunitaria.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 25 novembre 2014

Detraibilità dei corsi di formazione.

Ho frequentato un corso di formazione presso l'università di Siena, durato un anno circa. Posso detrarre i costi sostenuti come spese di istruzione?

L'articolo 15 del Tuir, alla lettera e) del comma 1, riconosce il diritto a detrarre dall'Irpef il 19% delle spese di istruzione. Vi rientrano quelle per la frequenza di corsi di istruzione secondaria e universitaria e di corsi universitari di specializzazione presso università statali riconosciuti in base all’ordinamento universitario (circolare ministeriale 7/1993), corsi di perfezionamento (circolare ministeriale 122/1999), master che per durata e struttura dell'insegnamento siano assimilabili a corsi universitari o di specializzazione, sempre che siano gestiti da istituti universitari, pubblici o privati (circolare ministeriale 101/2000), nonché per dottorati di ricerca (risoluzione 11/2010). Se il corso frequentato non è riconducibile ad alcuna delle ipotesi menzionate, la relativa spesa non è detraibile.



Fonte: Agenzia Entrate

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Cambio di ragione sociale: niente sconto sul reddito d’impresa.

Il contribuente non può usufruire di un’agevolazione fiscale che, sebbene formalmente spettante per legge, è frutto di una operazione elusiva perché concepita al solo scopo di fruire di una riduzione d’imposta diversamente non spettante.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza n. 24027 dell’11 novembre 2014.

Il fatto
Con avviso di accertamento, ai fini delle imposte dirette, l’Agenzia delle Entrate ha disconosciuto le agevolazioni previste dall’articolo 4 della legge 383/2001, di cui il contribuente aveva usufruito per il periodo d’imposta 2008.
Avverso l’atto impositivo veniva proposto ricorso, accolto in primo grado, ma poi respinto in appello. In questa sede, contrariamente a quanto ritenuto dalla Ctp, i giudici hanno confermato la legittimità dell’atto e la conseguente non debenza dell’esenzione fiscale, perché ottenuta attraverso un’operazione elusiva, i cui effetti sono inopponibili all’Amministrazione finanziaria ai sensi dell’articolo 37-bis del Dpr 600/1973.

Contro la sentenza della Ctr il contribuente ha interposto ricorso per cassazione, lamentando l’erronea applicazione dell’articolo 37-bis.
A giudizio del ricorrente, infatti, la norma antielusiva sarebbe stata applicata a un caso in cui manca l’indebito vantaggio fiscale perché, essendo l’agevolazione fiscale prevista ex lege, il beneficio non può essere qualificato come “indebito”.

La Corte suprema ha ritenuto infondato il motivo di doglianza addotto dal contribuente e lo ha respinto con condanna di spese.

Il diritto
Nel caso in esame, la società contribuente aveva usufruito delle agevolazioni previste dall’articolo 4 della legge 383/2001 (“Tremonti-bis”), consistente nell’esclusione dal reddito d’impresa del 50% della differenza fra l’ammontare complessivo degli investimenti in beni strumentali effettuati nel 2001 e la media aritmetica degli investimenti effettuati nei cinque periodi d’imposta precedenti.

Dall’esame degli atti processuali è emerso che il contribuente, al precipuo fine di ottenere l’incentivo in esame, ha posto in essere la seguente operazione:
acquisto, nel corso del 2012, dell’intero capitale sociale di una società in nome collettivo
trasformazione dell’ente in una società in nome collettivo e conseguente modifica della ragione sociale
modifica dell’oggetto sociale della società da “produzione, stiratura e rifinizione di capi di biancheria” ad “attività di costruzione, acquisto, vendita, locazione e gestione di immobili”.
A parere dei giudici di legittimità, che sul punto confermano la posizione dell’Agenzia delle Entrate, gli effetti fiscali dell’operazione sono inopponibili all’Amministrazione finanziaria ai sensi dell’articolo 37-bis del Dpr 600/1973 perché gli atti, di per sé privi di valide ragioni economiche, sono stati diretti a ottenere un indebito abbattimento d’imposta.
A nulla valgono le motivazioni del contribuente secondo cui, in merito all’erronea applicazione della norma anti-elusiva al caso di specie, non può parlarsi di “indebito vantaggio fiscale”, essendo l’agevolazione espressamente prevista dall'articolo 4 della legge 383 del 2001.
I giudici di legittimità, infatti, hanno deciso per l’infondatezza di tale motivo doglianza sulla base del principio secondo cui “la formale spettanza di un risparmio di imposta è un presupposto ineliminabile dell'abuso del diritto e non ne rappresenta, come invece sostenuto nel motivo di ricorso, un limite”.

Pertanto, le disposizioni di cui all’articolo 37-bis sono correttamente applicate anche nel caso in cui un’esenzione fiscale, sebbene formalmente spettante al contribuente, sia frutto di un’operazione che è stata concepita “allo scopo di fruire delle agevolazioni, diversamente non spettanti”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Mancato rinnovo dei benefici inerenti la cosiddetta piccola mobilità.

In attesa che si definisca l’iter avviato dalla risoluzione parlamentare del 31/7/2014, che impegna il Governo a reperire le fonti di finanziamento per gli incentivi connessi alla mancata proroga delle disposizioni concernenti l’iscrizione nelle liste di mobilità (articolo 4, comma 1, del decreto legge 20 maggio 1993, n. 148, convertito, con modificazioni, dalla legge 19 luglio 1993, n. 236 e successive modifiche ed integrazioni), si dispone che le Sedi mantengano sospese le iniziative volte al recupero dei benefici fruiti dai datori di lavoro relativamente ai lavoratori assunti dalle liste della cosiddetta "piccola mobilità", limitatamente alle assunzioni, proroghe e/o trasformazioni effettuate entro il 31/12/2012 (per maggiori dettagli vedi le indicazioni contenute nel circolare n. 150/2013 e nel messaggio n. 18639 del 18/11/2013).

A parziale modifica del messaggio n. 7119/2014, la nuova data di spedizione delle note di rettifica, recanti gli addebiti contributivi corrispondenti, è fissata per la seconda metà di gennaio 2015; a decorrere da questo periodo l’Istituto riavvierà le operazioni di recupero dei benefici, nell’ipotesi in cui non siano nel frattempo intervenuti provvedimenti che ne consentano il riconoscimento in favore dei datori di lavoro interessati.


Fonte: Messaggio INPS n.8889 del 19/11/2014

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Nuove disposizioni in materia di salvaguardia pensionistica.

Premessa

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 246 del 22 ottobre 2014 è stata pubblicata la legge 10 ottobre 2014, n. 147, entrata in vigore il 6 novembre 2014 che, agli articoli 1, 2 e 3, e 4 reca ulteriori disposizioni in materia di salvaguardia pensionistica (allegato n. 1).

In particolare l’articolo 1 apporta delle modifiche all’articolo 22, comma 1, del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, e all’articolo 11, comma 2, del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 102, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 ottobre 2013, n. 124.

L’articolo 2 prevede l’applicazione ad ulteriori categorie di lavoratori dei requisiti di accesso e del regime delle decorrenze vigenti prima dell’entrata in vigore del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.

L’articolo 3 reca l’interpretazione autentica dell’articolo 1, comma 194, lettera e), della legge 27 dicembre 2013, n. 147.

L’articolo 4 prevede la copertura finanziaria delle nuove disposizioni recate dalla legge in argomento.


1.           ARTICOLO 1: modifiche all’articolo 22, comma 1, della legge 7 agosto 2012, n. 135 (cd. seconda salvaguardia), e all’articolo 11, comma 2, della legge 28 ottobre 2013, n. 124 (cd. quarta salvaguardia)

1.1       Modifiche all’articolo 22, comma 1, della legge n. 135 del 2012 (cd. seconda salvaguardia)

In considerazione del limitato utilizzo della salvaguardia di cui all’articolo 22, comma 1, del decreto legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135 (c.d. seconda salvaguardia), l’art. 1, lettera a) della legge n. 147 del 2014 prevede una modifica del citato art. 22, comma 1, mediante la riduzione del contingente numerico dei lavoratori,a cui continuano ad applicarsi  le  disposizioni  in  materia  di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti prima della data di entrata in vigore del decreto legge n.  201  del  2011 ancorché  maturino  i  requisiti  per  l'accesso  al  pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011, da 55.000 soggetti a 35.000 soggetti.

In particolare, la predetta modifica interessa la categoria dei lavoratori collocati in mobilità di cui all’art. 22, comma 1, lettera a) che, a seguito della modifica apportata dall’art. 1, lettera b) della legge in esame, è così ridefinita:

”Ai lavoratori per i quali le imprese abbiano stipulato in sede governativa entro  il 31 dicembre 2011 accordi finalizzati alla gestione delle eccedenze occupazionali con utilizzo di ammortizzatori sociali ancorché siano percettori, entro i quindici giorni successivi alla data di entrata in vigore della presente disposizione, del trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria ai sensi dell’articolo 1 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, e il cui rapporto di lavoro cessi entro il 30 dicembre 2016 per il collocamento in mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, ovvero siano cessati dall’attività lavorativa entro il 31 dicembre 2014 e collocati in mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni, i cui nominativi siano stati comunicati entro il 31 dicembre 2014 al Ministero del lavoro e delle politiche sociali secondo le modalità di cui al decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 8 ottobre 2012, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 17 del 21 gennaio 2013, i quali in ogni caso maturino i requisiti per il  pensionamento  entro  il  periodo  di  fruizione dell'indennità di mobilità di cui all'articolo  7, commi  1  e  2, della legge 23 luglio  1991,  n.  223  ovvero,  ove  prevista, della mobilità lunga ai sensi dell'articolo 7, commi 6 e 7, della predetta legge n. 223 del 1991. Ai lavoratori di  cui  alla  presente  lettera continua ad applicarsi la disciplina in materia di indennità  di mobilità in vigore alla data del 31 dicembre 2011, con particolare riguardo al regime della durata”.

L’articolo 1, comma 3, della legge in esame prevede, per effetto di quanto disposto dal comma 1, lettera a), del medesimo articolo, che è operata una corrispondente diminuzione nel contingente numerico da 40.000 unità a 20.000 unità della categoria dei lavoratori collocati in mobilità di cui all’art. 22, comma 1, lettera a), della legge n. 135 del 2012.

L’articolo 1, comma 2, della legge n. 147 del 2014 prevede altresì una corrispondente riduzione delle risorse stanziate all’articolo 1, comma 235, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, e successive modificazioni.

Ciò posto, a decorrere dall’entrata in vigore della legge n. 147 del 2014 (il 6 novembre 2014), continuano ad accedere alla cd. seconda salvaguardia di cui alla legge n. 135 del 2012 i soggetti che si trovano nelle condizioni indicate all’art. 1, lettera b) della legge n. 147 del 2014.

Quanto alle modalità di accesso alla salvaguardia da parte dei lavoratori in argomento, continua a trovare applicazione la procedura di cui all’art. 3 del decreto interministeriale dell’8 ottobre 2012, attuativo della cd. seconda salvaguardia di cui alla legge n. 135 del 2012 (v. messaggio n. 4678 del 2013, punto 2.1).

Il riferimento ai lavoratori percettori di trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria, deve intendersi nel senso che la percezione del trattamento di cigs è condizione per l’accesso alla salvaguardia; in particolare, il trattamento di cigs deve sussistere al momento dell’entrata in vigore della legge n. 147 del 2014 (il 6 novembre 2014) ovvero iniziare entro 15 giorni dalla predetta data (entro il 21 novembre 2014). Tale trattamento dovrà essere goduto senza soluzione di continuità fino alla data di licenziamento che non può essere successiva al 30 dicembre 2016.

In relazione a quanto sopra ai menzionati lavoratori licenziati dal 31 dicembre 2014 al 30 dicembre 2016 non si applicherà l’art. 2, comma 46, della legge 28 giugno 2012 n. 92 - come modificato dall’art 46 bis, comma 1, lettera e) del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83 convertito dalla legge 7 agosto 2012, n. 134, che introduce un regime transitorio, prevedendo per i lavoratori collocati in mobilità a decorrere dal 1° gennaio 2015 e fino al 31 dicembre del 2016 una graduale riduzione della durata dell’indennità di mobilità ordinaria (vedi circolare n. 2 del 2013). In tal caso i lavoratori avranno la durata della prestazione calcolata ai sensi dell’articolo 7, commi da 1 a 4, della legge n. 223 del 1991; al riguardo si fa riserva di un successivo messaggio da parte della DC Prestazioni a sostegno del reddito.

Lavoratori di cui all’art. 22, comma 1, lettera a), della legge n. 135 del 2012, come modificato dall’art. 1, lettera b) della legge n. 147 del 2014.
Criteri di ammissione alla salvaguardia

N. 20.000 lavoratori per i quali le imprese abbiano stipulato in sede governativa entro il 31 dicembre 2011 accordi finalizzati alla gestione delle eccedenze occupazionali con utilizzo di ammortizzatori sociali.


- Siano già percettori al 6 novembre 2014, ovvero, entro i quindici giorni successivi a detta data (21 novembre 2014), del trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria ai sensi dell’articolo 1 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni e il cui rapporto di lavoro cessi – senza soluzione di continuità con il predetto trattamento di cigs -  entro il 30 dicembre 2016 per il collocamento in mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni. I predetti lavoratori dovranno essere presenti negli elenchi inviati all’Inps dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai sensi del decreto del 8 ottobre 2012 del predetto Ministero.
ovvero
- siano cessati dall’attività lavorativa entro il 31 dicembre 2014 e collocati in mobilità ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 23 luglio 1991, n. 223, e successive modificazioni e i cui nominativi siano stati comunicati entro il 31 dicembre 2014 al Ministero del lavoro e delle politiche sociali secondo le modalità di cui al decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 8 ottobre 2012.
-Perfezionamento dei requisiti pensionistici entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità ai sensi dell’art. 7, commi 1 e 2, della legge n. 223 del 1991, ovvero, ove prevista, della mobilità lunga, ai sensi dell’art. 7, commi 6 e 7, della legge n. 223 del 1991.

1.2 Modifiche all’articolo 11, comma 2, della legge n. 124 del 2013 (cd. quarta salvaguardia)

Con riferimento alla categoria dei soggetti cessati in base a risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro, l’articolo 1, comma 4, della legge n. 147 del 2014modifica l’art. 11 del decreto legge 31 agosto 2013, n. 102, convertito con modificazioni dalla legge 28 ottobre 2013, n. 124, riducendo sia il contingente numerico dei beneficiari da 6.500 unità a 2.500 unità che le corrispondenti risorse finanziarie dall’anno 2014 all’anno 2019.

Ciò posto, restano invariate le condizioni e le modalità di accesso alla salvaguardia in parola già illustrate nel messaggio n. 522 del 2014 con riferimento a tale categoria di lavoratori.

Lavoratori di cui all’articoli 11 del D.L. 102 del 2013, convertito con modificazioni dalla legge n. 124 del 2013, come modificato dall’art. 1, comma 4 della legge n. 147 del 2014.
Criteri di ammissione alla salvaguardia

n. 2.500 lavoratori cessati in base a risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro intervenuta tra il 1° gennaio 2009 ed il 31 dicembre 2011.

Anche se abbiano svolto dopo la cessazione qualsiasi attività, non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato, a condizione che sia stato conseguito per tale attività, un reddito annuo lordo non superiore a € 7.500,00.

Decorrenza della pensione entro il 6.1.2015.


2.               ARTICOLO 2: nuove disposizioni di salvaguardia

L’art. 2 della legge n. 147 del 2014, ferme restando le precedenti disposizioni di salvaguardia pensionistica, reca nuove misure di salvaguardia in favore di ulteriori categorie di lavoratori cui applicare le disposizioni in materia di requisiti di accesso e di regime delle decorrenze vigenti prima del 6 dicembre 2011, data di entrata in vigore del decreto legge n. 201 del 2011, ancorché maturino i requisiti per l’accesso al pensionamento successivamente al 31 dicembre 2011.

Ai sensi dell’articolo 2, comma 6, della legge in esame, i benefici della salvaguardia in parola sono riconosciuti nel limite di 32.100 soggetti e nel limite massimo di 43 milioni di euro per l’anno 2014, 218 milioni di euro per l’anno 2015, 378 milioni di euro per l’anno 2016, 355 milioni di euro per l’anno 2017, 303 milioni di euro per l’anno 2018, 203 milioni di euro per l’anno 2019, 128 milioni di euro per l’anno 2020, 49 milioni di euro per l’anno 2021 e 4 milioni di euro per l’anno 2022.

Ciò premesso, con il presente messaggio si forniscono le prime istruzioni operative per l’applicazione delle disposizioni in oggetto.

2.1       Tipologie di lavoratori e criteri di ammissione alla salvaguardia.

Preliminarmente, si elencano le tipologie di lavoratori di cui all’articolo 2, comma 1, della legge n. 147 del 2014 ed i relativi criteri di ammissione alla salvaguardia:

Lavoratori di cui all’articolo 2, comma 1, della legge n. 147 del 2014
Criteri di ammissione alla salvaguardia
a)n.5.500 lavoratori collocati in mobilità ordinaria a seguito di accordi governativi o non governativi, stipulati entro il 31 dicembre 2011, cessati dal rapporto di lavoro entro il 30 settembre 2012

- Perfezionamento, entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all’articolo 7, commi 1 e 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero, anche mediante il versamento di contributi volontari, entro dodici mesi dalla fine dello stesso periodo, dei requisiti vigenti prima della data di entrata in vigore del D.L. n. 201 del 2011. Il versamento volontario, anche in deroga alle disposizioni dell’articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184, può riguardare anche periodi eccedenti i sei mesi precedenti la domanda di autorizzazione stessa. Tale versamento può comunque essere effettuato solo con riferimento ai dodici mesi successivi al termine di fruizione dell’indennità di mobilità.
- Autorizzazione ai versamenti volontari sussistente alla data di entrata in vigore della legge n. 147 del 2014 o presentazione della domanda di prosecuzione volontaria entro il 5 gennaio 2015.
b) n. 12.000 lavoratori autorizzati alla prosecuzione  volontaria  della contribuzione di cui all’articolo 1, comma 194, lettere a) e f), della legge 27 dicembre 2013, n. 147:

- Lavoratori autorizzati alla  prosecuzione  volontaria  della contribuzione (art. 1, c. 194, lettera a) della legge n. 147 del 2013).

 -Lavoratori autorizzati alla  prosecuzione volontaria della contribuzione anteriormente al 4  dicembre 2011 (art. 1, c. 194, lettera f) della legge n. 147 del 2013).
 

Autorizzazione antecedente alla data del 4.12.2011.

Almeno un contributo volontario accreditato o accreditabile alla data del 6.12.2011.

Anche se hanno svolto, successivamente alla data del 4 dicembre 2011, qualsiasi attività, non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.


Anche se al 6 dicembre 2011 non hanno un contributo volontario  accreditato o accreditabile alla predetta data.

A condizione che abbiano almeno  un contributo accreditato derivante da  effettiva attività lavorativa nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2007 e il 30 novembre  2013.

A condizione che alla data del 30 novembre 2013 non svolgano attività  lavorativa riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.

c) n. 8.800 lavoratori cessati di cui all’articolo 1, comma 194, lettere b), c) e d), della legge 27 dicembre 2013, n. 147:


- Lavoratori il cui rapporto di lavoro si è risolto entro il 30 giugno 2012 (art. 1, c. 194, lettera b), della legge n. 147 del 2013):

in ragione di accordi individuali  sottoscritti  anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice  di procedura civile;
in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati entro il 31 dicembre 2011 dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale.



-Lavoratori il cui rapporto di lavoro si è risolto dopo il 30 giugno 2012 ed entro il 31 dicembre 2012 (art. 1, c. 194, lettera c), della legge n. 147 del 2013):

in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile;

in applicazione di accordi collettivi di  incentivo all'esodo stipulati entro il 31 dicembre 2011 dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale.

 -Lavoratori il cui rapporto di lavoro  sia cessato per risoluzione unilaterale, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011 (art. 1, c. 194, lettera d), della legge n. 147 del 2013).


Anche se hanno svolto, dopo il 30  giugno  2012, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;

Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.
 

Anche se hanno svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.


Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.

Anche se hanno svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.


Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.
d) N. 1.800 lavoratori che, nel corso dell'anno 2011, risultano essere in congedo ai sensi dell'articolo 42, comma 5, del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, e successive modificazioni, o aver fruito di permessi ai sensi dell'articolo 33, comma 3, della legge 5  febbraio 1992, n. 104, e successive modificazioni.

Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.

e) N. 4.000 lavoratori con contratto di lavoro a tempo determinato cessati dal lavoro tra il 1 gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011.
 Mancato svolgimento, dopo la cessazione, di attività riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato;

 Decorrenza della pensione entro il 6.1.2016.



2.2 Particolarità relative alle singole categorie di lavoratori salvaguardati (articolo 2, comma 1, della legge n. 147 del 2014).



2.2.1 Lavoratori collocati in mobilità (art. 2, comma 1, lettera a)

Il contingente numerico per questa tipologia di lavoratori è stato fissato in 5.500 unità.

Potenziali destinatari della salvaguardia sono i lavoratori collocati in mobilità ordinaria a seguito di accordi governativi o non governativi, stipulati entro il 31 dicembre 2011, cessati dal rapporto di lavoro entro il 30 settembre 2012 e che perfezionano, entro il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all’articolo 7, commi 1 e 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, ovvero - anche mediante il versamento di contributi volontari - entro dodici mesi dalla fine dello stesso periodo, i requisiti vigenti prima della data di entrata in vigore del citato decreto-legge n. 201 del 2011.

Si evidenzia che il periodo di fruizione dell’indennità di mobilità ordinaria, entro il quale riscontrare la maturazione dei requisiti per il pensionamento, deve essere verificato alla data del 6 novembre 2014, data di entrata in vigore della legge n. 147 del 2014. Pertanto, eventuali periodi di sospensione della percezione dell’indennità di mobilità, successivi al 6 novembre 2014, non possono essere considerati rilevanti ai fini del prolungamento del periodo di fruizione entro il quale devono essere maturati i requisiti per il pensionamento.

Il predetto versamento volontario, anche in deroga alle disposizioni dell’articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184, può riguardare anche periodi eccedenti i sei mesi precedenti la domanda di autorizzazione stessa. Tale versamento può comunque essere effettuato solo con riferimento ai dodici mesi successivi al termine di fruizione dell’indennità di mobilità.

L’art. 2, comma 2, della legge n. 147 del 2014, precisa che per i lavoratori in argomento, che siano già stati autorizzati ai versamenti volontari in data antecedente all’entrata in vigore della stessa legge e per i quali siano decorsi i termini di pagamento, sono riaperti a domanda i termini dei versamenti relativi ai dodici mesi successivi alla fine del periodo di fruizione dell’indennità di mobilità, come specificato nel medesimo articolo al comma 1.

La norma riguarda, in via esclusiva, i lavoratori già autorizzati ai versamenti volontari alla data di entrata in vigore della legge n. 147 del 2014 o che presentano la domanda di prosecuzione volontaria entro il 5 gennaio 2015, data di scadenza del termine per la presentazione delle istanze di accesso al beneficio della salvaguardia di cui alla legge 147 del 2014 e che perfezionino anche mediante il versamento della contribuzione volontaria, i requisiti vigenti prima della data di entrata in vigore del decreto-legge n. 201 del 2011 entro dodici mesi dalla fine del periodo di fruizione dell’indennità di mobilità di cui all’articolo 7, commi 1 e 1, della legge 23 luglio 1991, n. 223.

Ai sopra citati lavoratori è limitata l’applicazione della deroga stabilita dall’articolo due, comma 1, lettera a), della legge n. 147 del 2014 alle disposizioni previste dalla art. 6, comma 1, del d.lgs. 30 aprile 1997, n. 184.

Si precisa che, all’atto dell’istruttoria o del riesame delle domande di autorizzazione ai versamenti volontari, è necessario, prima di consentire il versamento anche per periodi superiori ai sei mesi antecedenti la domanda di autorizzazione, che sia verificata la possibilità, in capo all’assicurato, di raggiungere il diritto a pensione secondo le regole indicate.

2.2.2 Lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione (art. 2, comma 1, lettera b)

Il contingente numerico per questa tipologia di lavoratori è stato fissato in 12.000 unità.

Potenziali destinatari della salvaguardia sono i lavoratori autorizzati alla prosecuzione volontaria della contribuzione di cui all’articolo 1, comma 194, lettere a) e f), della legge 27 dicembre 2013, n. 147, di seguito indicati:

1)   Articolo 1, comma 194, lettera a), legge n. 147 del 2013

Lavoratori autorizzati alla  prosecuzione  volontaria  della contribuzione anteriormente al 4 dicembre 2011 i  quali  possano  far valere almeno un contributo volontario  accreditato  o  accreditabile alla data del 6 dicembre 2011, anche se hanno svolto, successivamente alla data del 4 dicembre 2011, qualsiasi attività, non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

2)   Articolo 1, comma 194, lettera f), legge n. 147 del 2013

Lavoratori autorizzati alla  prosecuzione  volontaria  della contribuzione anteriormente  al  4  dicembre  2011,  ancorché  al  6 dicembre 2011 non abbiano  un  contributo  volontario  accreditato  o accreditabile alla predetta data, a condizione che abbiano almeno  un contributo accreditato derivante da  effettiva  attività  lavorativa nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2007 e il 30 novembre  2013  e che alla data del 30 novembre 2013 non svolgano attività  lavorativa riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Come disposto dall’art. 2, comma 1, lettera b), della legge n. 147 del 2014, i lavoratori di cui alle predette lettere a) e f) possono accedere al beneficio a condizione che perfezionino i requisiti anagrafici e contributivi utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico, secondo la disciplina vigente alla data di entrata in vigore del decreto legge n. 201 del 2011, entro il quarantottesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legge n. 201, vale a dire entro il 6 gennaio 2016.

Al riguardo si rammenta che lalegge n. 147 del 2013 prevede, quale condizione per l’accesso al beneficio della c.d. quinta salvaguardia per le categorie di lavoratori di cui al presente punto, la decorrenza del trattamento pensionistico entro 6 gennaio 2015.

2.2.3 Lavoratori cessati in ragione di accordi individuali o collettivi di incentivo all’esodo e per risoluzione unilaterale del rapporto di lavoro (art. 2, comma 1, lett. c)

Il contingente numerico per questa tipologia di lavoratori è stato fissato in 8.800 unità.

Potenziali destinatari della salvaguardia sono i lavoratori cessati in virtù di accordi o per risoluzione unilaterale di cui all’articolo 1, comma 194, lettere b), c) e d), della legge 27 dicembre 2013, n. 147, di seguito indicati.

1)   Articolo 1, comma 194, lettera b), legge n. 147 del 2013

Lavoratori il cui rapporto di lavoro si è risolto entro il 30 giugno 2012 in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile, ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto, dopo il 30 giugno 2012, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

2) Articolo 1, comma 194, lettera c), legge n. 147 del 2013

Lavoratori il cui rapporto di lavoro si è risolto dopo il 30 giugno 2012 ed entro il 31 dicembre 2012 in ragione di accordi individuali sottoscritti anche ai sensi degli articoli 410, 411 e 412-ter del codice di procedura civile, ovvero in applicazione di accordi collettivi di incentivo all'esodo stipulati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative a livello nazionale entro il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto, dopo la cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.


3) Articolo 1, comma 194, lettera d), legge n. 147 del 2013

Lavoratori  il  cui  rapporto di lavoro sia cessato per risoluzione unilaterale, nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011, anche se hanno svolto,  successivamente alla data di cessazione, qualsiasi attività non riconducibile a  rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Come disposto dall’art. 2, comma 1, lettera c), della legge n. 147 del 2014, i lavoratori di cui alle predette lettere b), c) e d) possono accedere al beneficio a condizione che  perfezionino i requisiti anagrafici e contributivi utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico, secondo la disciplina vigente alla data di entrata in vigore del decreto legge n. 201 del 2011, entro il quarantottesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legge n. 201, vale a dire entro il 6 gennaio 2016.

Al riguardo si rammenta che lalegge n. 147 del 2013 prevede, quale condizione per l’accesso al beneficio della c.d. quinta salvaguardia per le categorie di lavoratori di cui al presente punto, la decorrenza del trattamento pensionistico entro 6 gennaio 2015.


2.2.4 Lavoratori in congedo o fruitori di permessi (art. 2, comma 1, lett. d)

Il contingente numerico per questa tipologia di lavoratori è stato fissato in 1.800 unità.

Potenziali destinatari della salvaguardia sono i lavoratori di cui all’articolo 24, comma 14, lettera e-ter), del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, vale a dire i lavoratori che, nel  corso  dell'anno  2011,  risultano essere in congedo ai sensi dell'articolo 42, comma 5, del testo unico di cui al decreto legislativo 26 marzo 2001,  n.  151,  e  successive modificazioni, o aver fruito di permessi ai sensi  dell'articolo  33, comma  3,  della  legge  5  febbraio  1992,  n.  104,  e   successive modificazioni.

Come disposto dall’art. 2, comma 1, lettera d) della legge n. 147 del 2014, i lavoratori in parola possono accedere al beneficio a condizione che perfezionino i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico, secondo la disciplina vigente alla data di entrata in vigore del decreto legge n. 201 del 2011, entro il quarantottesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del medesimo decreto legge n. 201, vale a dire entro il 6 gennaio 2016.

Al riguardo si rammenta che la lettera e-ter), del comma 14, dell’art. 24, della legge n. 214 del 2011, introdotta dall’art. 11 bis del decreto legge 31 agosto 2013, n. 102, convertito con modificazioni dalla legge 28 ottobre 2013, n. 124  prevede, quale condizione per l’accesso al beneficio della salvaguardia di cui alla legge n. 214 del 2011 per la categoria di lavoratori di cui al presente punto, la decorrenza del trattamento pensionistico entro il 6 gennaio 2015.

Con riferimento alle modalità e termini di presentazione delle istanze di accesso al beneficio della salvaguardia in argomento, si fa rinvio a quanto illustrato al punto 2.3 del presente messaggio.

Al riguardo si precisa che, coloro che hanno già presentato istanza di accesso al beneficio previsto per 2.500 lavoratori di cui all’art. 11 bis della legge n. 124 del 2013 (c.d. quarta salvaguardia), in possesso di un provvedimento di accoglimento della competente DTL e rimasti esclusi dal contingente numerico, non devono presentare una nuova istanza per accedere ai benefici della salvaguardia in parola. L’Istituto, infatti, provvederà ad individuare d’ufficio i soggetti aventi diritto a rientrare nel nuovo contingente di n. 1800 unità previsto dalla salvaguardia di cui alla legge n. 147 del 2014 sulla base del criterio ordinatorio illustrato al punto 2.4 del presente messaggio.

Si precisa altresì che, i soggetti che per un qualsiasi motivo non abbiano presentato entro il termine del 26 febbraio 2014 istanza di accesso al beneficio della salvaguardia di cui al citato art. 11 bis, hanno facoltà di presentare entro il previsto termine del 5 gennaio 2015 istanza per accedere alla salvaguardia in esame.

2.2.5 Lavoratori con contratto di lavoro a tempo determinato cessati dal lavoro (art. 2, comma 1, lett. e)

Il contingente numerico per questa tipologia di lavoratori è stato fissato in 4.000 unità.

Potenziali destinatari della salvaguardia sono i lavoratori con contratto di lavoro a tempo determinato cessati dal lavoro tra il 1° gennaio 2007 e il 31 dicembre 2011, non rioccupati a tempo indeterminato, i quali perfezionano i requisiti utili a comportare la decorrenza del trattamento pensionistico, secondo la disciplina vigente prima della data di entrata in vigore del citato decreto legge n. 201 del 2011, entro il quarantottesimo mese successivo alla data di entrata in vigore del medesimo decreto-legge, vale a dire entro il 6 gennaio 2016.

2.3       Modalità e termine di presentazione delle istanze

L’articolo 2, comma 4, della legge n. 147 del 2014 ha previsto che, i lavoratori interessati alla salvaguardia in argomento devono presentare istanza di accesso al beneficio entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della medesima legge (il 06.11.14), vale a dire entro il 5 gennaio 2015.

Il citato art. 2, comma 4 dispone altresì  che, ai fini della presentazione delle istanze, si applicano per ciascuna categoria di lavoratori salvaguardati le specifiche procedure previste nei precedenti provvedimenti in materia di salvaguardia, da ultimo stabilite con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali 14 febbraio 2014, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 89 del 16 aprile 2014.

Ciò posto, in applicazione di quanto previsto nei precedenti provvedimenti in materia di salvaguardia per le categorie di lavoratori succitate, si precisa quanto segue.

a)  Soggetti che devono presentare istanza all’Inps.

I lavoratori di cui all’art. 2, comma 1, lettere a) e b) (soggetti in mobilità e prosecutori volontari), iscritti alle gestioni private, pubbliche e dei lavoratori di sport e spettacolo, devono presentare istanza di accesso al beneficio previsto dalla salvaguardia in parola all’INPS entro il 5 gennaio 2015.

Al riguardo, si precisa che la presentazione delle istanze potrà avvenire on line sul sito www.inps.it, sia da parte dei patronati che dei cittadini.

Con successivo messaggio di prossima pubblicazione verranno fornite specifiche istruzioni relative ai prodotti informatici appositamente istituiti.

Avverso il provvedimento di diniego di accesso al beneficio in argomento, gli interessati potranno presentare istanza di riesame, presso la Sede competente, entro 30 gg. dalla data di ricevimento del predetto provvedimento.

b)  Soggetti che devono presentare istanza alle Direzioni territoriali del lavoro.

I lavoratori di cui all’art. 2, comma 1, lettere c), d) ed e) (soggetti cessati per accordi e risoluzione unilaterale, in congedo o fruitori di permessi, con contratto a tempo determinato) devono presentare istanza di accesso al beneficio previsto dalla salvaguardia in parola alle Direzioni territoriali del lavoro competenti per territorio entro il 5 gennaio 2015, secondo le modalità definite dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con circolare n. 27 del 7 novembre 2014 (Allegato n. 2).

Con riferimento alla presentazione delle istanze da parte della categoria di lavoratori di cui all’art. 2, comma 1, lettera d) (in congedo o fruitori di permessi) si richiama quanto già illustrato al punto 2.2.4 del presente messaggio.

2.4 Criterio ordinatorio e monitoraggio

Con riferimento al criterio ordinatorio, l’articolo 2 comma 4, della legge n. 147 del 2014 prevede che l'INPS provvede al monitoraggio delle domande di pensionamento inoltrate dai lavoratori di cui al medesimo articolo, sulla base della data di cessazione del rapporto di lavoro.

Per la sola categoria di cui all’art. 2, comma 1, lettera d) (soggetti in congedo o fruitori di permessi) continua a trovare applicazione il criterio adottato in occasione delle precedenti salvaguardie della prossimità al raggiungimento dei requisiti per il perfezionamento del diritto al primo trattamento pensionistico utile di vecchiaia o anzianità (v. messaggio n. 13343 del 2012, punto 2.6.1 e messaggio n. 522 del 2013, punto 1.2.2).

Qualora dal monitoraggio risulti il raggiungimento del limite numerico delle domande di pensione, connesso ai limiti finanziari, di cui ai commi 1 e 6 del citato art. 2, l’INPS non prende in esame ulteriori domande di pensionamento finalizzate ad usufruire del beneficio in argomento.

Si precisa, infine, che l’inoltro ai soggetti beneficiari della salvaguardia di cui alla legge n. 147 del 2014 delle lettere attestanti il diritto ad accedere a pensione in salvaguardia non avverrà prima del 5 gennaio 2015, termine di scadenza previsto per la presentazione delle istanze.

2.5 Decorrenza dei trattamenti pensionistici

L’articolo 2, comma 3, della legge n. 147 del 2014 dispone che i trattamenti pensionistici da liquidare in favore dei soggetti beneficiari della salvaguardia in argomento non possono avere decorrenza anteriore all’entrata in vigore della stessa legge, vale a dire non anteriore al 6 novembre 2014.

2.6 Rinvio a precedenti istruzioni fornite con messaggio

Con riferimento alle istruzioni relative a:
-      Commissioni competenti istituite presso le DTL;
-      Punto di consulenza Sportello Amico;
-      Sinergie,
si rinvia a quanto precisato da ultimo con messaggio n. 4373 del 2 maggio 2014, per quanto compatibili.

2.7 Domande di pensione presentate in anticipo rispetto alla conclusione delle attività di monitoraggio

Come più volte precisato, da ultimo con messaggio n. 4373 del 2 maggio 2014,
relativamente alla gestione delle domande di pensione già presentate o che dovessero essere presentate prima della definizione delle attività di monitoraggio delle disposizioni di cui al presente messaggio, le Sedi non devono adottare provvedimenti di reiezione, ma tenere le domande in apposita evidenza al fine di provvedere alla liquidazione del trattamento pensionistico in base alle stesse nel caso in cui, in presenza di tutti i requisiti di legge, il soggetto risulti beneficiario delle disposizioni di salvaguardia in parola.

2.8 Attività propedeutiche alla verifica del diritto a cura delle Sedi territoriali competenti

Per quanto riguarda i comportamenti da adottare qualora pervengano da parte dei soggetti interessati richieste di accesso alla salvaguardia o richieste di appuntamento presso lo Sportello Amico, le Sedi avranno cura di svolgere tutte le attività propedeutiche (es. sistemazione conto assicurativo, ecc.) alla verifica della sussistenza dei requisiti e delle condizioni per il riconoscimento del diritto ai benefici della salvaguardia in argomento.

Quanto sopra dovrà essere effettuato in attesa dell’acquisizione delle istanze di accesso al beneficio da parte dell’Inps per le categorie dei soggetti collocati in mobilità e dei prosecutori volontari.

Analoghi adempimenti, in attesa dell’acquisizione dei provvedimenti di accoglimento da parte delle DTL, dovranno essere effettuati nei confronti dei soggetti cessati per accordi e risoluzione unilaterale, in congedo o fruitori di permessi, con contratto a tempo determinato.

3. ARTICOLO 3: Interpretazione autentica dell’articolo 1, comma 194, lettera e), della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (lavoratori in mobilità e autorizzati al versamento dei contributi volontari)

L’articolo 3, della legge in esame reca l’interpretazione autentica dell’articolo 1, comma 194, lettera e), della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (c.d. quinta salvaguardia), relativo alla categoria dei lavoratori collocati in mobilità ordinaria alla data del 4 dicembre 2011 e autorizzati alla prosecuzione  volontaria della contribuzione successivamente alla predetta data che, entro sei mesi dalla fine del periodo di fruizione dell'indennità di mobilità di cui all'articolo 7, commi 1 e 2, della legge 23 luglio 1991, n. 223, perfezionano, mediante il versamento di contributi  volontari, i requisiti vigenti alla data di entrata in vigore del più volte citato decreto legge n. 201 del 2011. Il versamento volontario in parola, anche in deroga alle disposizioni di cui all'articolo 6, comma 1, del decreto legislativo n. 184 del 1997, può riguardare anche periodi eccedenti i sei mesi precedenti la domanda di autorizzazione stessa.

In particolare, il citato articolo 3, al comma 1, prevede che: “L’articolo 1, comma 194, lettera e), della legge 27 dicembre 2013, n. 147, si interpreta nel senso che il versamento volontario, anche in deroga alle disposizioni dell’articolo 6, comma 1, del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 184, può essere effettuato solo con riferimento ai sei mesi successivi al termine di fruizione dell’indennità relativa alla mobilità in cui l’assicurato era collocato alla data del 4 dicembre 2011”.

Il predetto articolo 3, al comma 2 dispone che, per i lavoratori di cui al comma 1 del medesimo articolo, che siano già stati autorizzati ai versamenti volontari in data antecedente all’entrata in vigore della legge 27 dicembre 2013, n. 147, e per i quali siano decorsi i termini di pagamento, sono riaperti a domanda i termini per i versamenti relativi ai sei mesi successivi alla fine del periodo di fruizione dell’indennità relativa alla mobilità in cui l’assicurato era collocato alla data del 4 dicembre 2011.

Restano confermate, per quanto compatibili, le istruzioni fornite al punto 3.5 del messaggio n. 4373 del 2014, relativo alla categoria di lavoratori in argomento.

4. Caselle di posta elettronica
I quesiti di carattere normativo e/o tecnico attinenti l’applicazione delle disposizioni in oggetto devono essere inoltrati, esclusivamente per il tramite delle strutture regionali, alla casella di posta elettronica, priva di rilevanza esterna, salvaguardia32100@inps.it.


Fonte: Messaggio INPS n.8881 del 19/11/2014


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