martedì 30 settembre 2014

Quesito: prestazione occasionale.

mi chiedevo se c'era bisogno di mettere nella dichiarazione dei redditi la prestazione occasionale svolta a giugno di quest'anno per un ammontare pari a 3500€

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Conto alla rovescia dal versamento e non dalla pronuncia della Corte Ue.

La Corte richiama un principio consolidato espresso dalle SS.UU. (cfr. sent. n. 13676/14), in base al quale nel caso in cui un’imposta venga dichiarata incompatibile con il diritto comunitario da una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, il termine di decadenza previsto dalla normativa tributaria (per le imposte sui redditi, DPR n. 602 del 1973, art. 38) per l’esercizio del diritto al rimborso, attraverso la presentazione di apposita istanza, decorre dalla data del versamento dell’imposta e non da quella, successiva, in cui è intervenuta la pronuncia che ha sancito la contrarietà della stessa all’ordinamento comunitario.

Sentenza n. 19627 del 17 settembre 2014 (udienza 9 luglio 2014)
Cassazione civile, sezione VI – 5 – Pres. Cicala Mario – Est. Cosentino Antonello
Imposta dichiarata incompatibile con il diritto europeo – L’esercizio del diritto al rimborso decorre dalla data del versamento dell’imposta

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Tocca al contribuente dimostrare che l’Unico fu respinto per un errore.

L’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi e dell’Iva è stato disciplinato dal Dpr n. 322/1998, il cui articolo 3, al secondo comma, ne dispone la trasmissione all’Amministrazione finanziaria anche in via telematica, direttamente o tramite gli incaricati indicati al successivo terzo comma, i quali, ai sensi dell’ancora successivo sesto comma, debbono rilasciare al contribuente o al sostituto di imposta ricevuta di presentazione della dichiarazione nonché copia della dichiarazione contenente l’impegno a trasmettere in via telematica all’Amministrazione finanziaria i dati in essa contenuti.

A sua volta, il decimo comma dell’articolo 3 stabilisce che la prova della presentazione della dichiarazione è data dalla ricevuta della banca, dell’ufficio postale o di uno dei predetti soggetti, o dalla ricevuta di invio della raccomandata di cui al quinto comma ovvero dalla comunicazione dell’Amministrazione finanziaria attestante l’avvenuto ricevimento della dichiarazione presentata direttamente in via telematica, la quale ricevuta non viene inviata se la dichiarazione viene scartata dal servizio telematico per la presenza di “errori bloccanti”. In tale ipotesi, la circolare dell’Agenzia delle Entrate 23 aprile 2002, n. 35/E (a integrazione della precedente circolare del ministero delle Finanze n.195 del 1999), illustrò come la tempestività della dichiarazione si verifichi “qualora, dopo avere effettuato i dovuti controlli e la rimozione di eventuali errori, venga ritrasmessa entro i 5 giorni successivi dal ricevimento della comunicazione dell'Agenzia delle Entrate che ne motiva lo scarto”.

La pronuncia dei giudici di legittimità in commento (sentenza 21 maggio 2014, n. 11156) ritiene che la cennata ricevuta di spedizione in via telematica a opera dell’intermediario, non soltanto dimostra l’avvenuta consegna da parte del contribuente, ma è necessaria per verificare la tempestività di tale consegna “al fine di assicurare il controllo sul regolare adempimento degli obblighi di presentazione della dichiarazione, pur sempre sul contribuente gravanti”.
A tal proposito, la Corte di cassazione, nella sentenza 30 maggio 2012, n. 8630, aveva rilevato che l’assegnazione dei compiti svolti dall’intermediario autorizzato nei confronti del fisco non vale a escludere la natura privatistica del rapporto tra l’intermediatore e il contribuente, in quanto detti incaricati adempiono gli obblighi dei soggetti tenuti alla presentazione della dichiarazione, in nome e per conto di questi, “in seno ad un rapporto che, sebbene dotato di rilevanza esterna, rimane interno, confinato entro il perimetro dell'incarico conferito”.

La giurisprudenza penale della Suprema corte si è interessata al tema della modalità di presentazione della dichiarazione con la decisione 8 maggio 2012, n. 16958, statuendo che l’affidamento a un commercialista del mandato a trasmettere per via telematica la dichiarazione dei redditi alla competente Agenzia delle Entrate - ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del Dpr n. 322/1988, come modificato dal Dpr n. 435/2001 - non esonera il soggetto obbligato alla dichiarazione dei redditi a vigilare affinché tale mandato sia puntualmente adempiuto.

La questione oggetto dell’intervento della Corte regolatrice del diritto concerne la contraddittorietà della sentenza del giudice d’appello, il quale dopo avere accertato, in fatto, che la dichiarazione dei redditi risultava essere stata “scartata per data non conforme”, “successivamente, asserisce che la stessa dichiarazione dei redditi era risultata regolare in quanto priva di errori bloccanti, cosicché il contribuente non aveva avuto alcuna segnalazione di errori”.
Pertanto, la pronuncia in commento ritiene elemento fondamentale l’avvenuta comunicazione di scarto come già affermato – in tema di comunicazione dell’avvenuta ricezione della dichiarazione – dalla giurisprudenza della Corte regolatrice del diritto nella pronuncia 4 dicembre 2013, n. 27202, per la quale il contribuente, che si sia avvalso di un intermediario autorizzato per la presentazione della dichiarazione dei redditi, può provare di aver tempestivamente provveduto a detta presentazione unicamente producendo la ricevuta che, ai sensi del comma 6 dell’articolo 3, gli deve essere rilasciata dall’intermediario medesimo. In tale occasione, fu evidenziato che nessuna efficacia probatoria può, viceversa, essere attribuita, al possesso di una copia della dichiarazione contenente l’impegno alla trasmissione telematica della stessa, anche perché nell’appena successiva sentenza 11 dicembre 2013, n. 27712, si statuì che la procedura di presentazione della dichiarazione in via telematica, prevista dall’articolo 3 del Dpr 22 luglio 1998, n. 322, comporta che la dichiarazione e la sua presentazione costituiscano - diversamente dal sistema cartaceo (per il quale vi è una dichiarazione distinta dalla prova del suo invio o della sua presentazione all’ufficio) - un unico, complesso atto, che viene a esistenza giuridica soltanto con l’invio da parte del contribuente.

In buona sostanza, nella decisione della Corte di legittimità in commento viene ribadito quanto delineato nella citata sentenza 11 dicembre 2013, n. 27712, per la quale il contribuente non può addurre dati diversi desunti da una propria dichiarazione cartacea (salvo il caso di errore da lui compiuto nel formare e inviare la dichiarazione, eventualmente emendabile secondo le regole generali), attesa la irrilevanza di quest’ultima, poiché non costituente copia della dichiarazione presentata all’ufficio, in quanto l’elaborazione telematica attribuisce certezza (superabile solo con rigorosa prova contraria attinente al sistema informatico di trasmissione dei dati) della conformità del file (contenente la dichiarazione) giunto all’Amministrazione finanziaria a quello inviato dal contribuente.

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L'adesione ai "nuovi minimi" va comunicata.

Ho aperto la partita Iva nell'aprile 2013 per attività taxi; posso ancora fare domanda per rientrare nel regime dei "nuovi minimi"?

L’attività svolta dai tassisti, pur usufruendo di un regime fiscale speciale ai fini Iva, non rientra tra quelle cui è precluso l’ingresso al regime dei "nuovi minimi". Però, i contribuenti che iniziano un’attività d’impresa, arte o professione e che presumono di rispettare i requisiti previsti per l'applicazione del regime fiscale di vantaggio, hanno l'obbligo di darne comunicazione nella dichiarazione di inizio attività, barrando l'apposita casella presente nel quadro B del modello AA9. In caso contrario, la determinazione delle imposte sul reddito e dell'imposta sul valore aggiunto avverrà nei modi ordinari.


Fonte: Agenzia Entrate

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Tassa sui telefonini.

La Corte suprema, con la sentenza 19464 del 15 settembre, dopo il pronunciamento delle Sezioni unite (sentenza 9560/2014), è tornata sul tema delle concessioni governative per l’impiego di apparecchiature radiomobili, ribadendo la legittimità della tassa per ricorrenza del presupposto impositivo e il relativo obbligo di corresponsione da parte dei Comuni.
Difatti, nella ricordata sentenza si legge testualmente che “Alla stregua dell'interpretazione offerta dalle Sezioni Unite all'art. 318 del Codice postale (ora D.Lgs. n. 259 del 2003, art. 160)……… si deve concludere per l'applicabilità agli abbonamenti per il servizio di telefonia cellulare della tassa di concessione governativa come disciplinata dall'art. 21 della tariffa allegata al D.P.R. n. 641 del 1972; nonchè per l'applicabilità di tale tassa ai comuni”.

Sulla questione, peraltro, è intervenuto lo stesso Governo che, con il Dl 4/2014, ha inserito una norma retroattiva (articolo 2, comma 4), con la quale viene stabilito espressamente che “per stazioni radioelettriche si intendono anche le apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione”, ammettendo anche per i cellulari il pagamento della relativa tassa.

Il fatto
Un Comune presentava all’ufficio territorialmente competente istanza di rimborso di quanto versato in materia di tasse sulle concessioni governative.
Al silenzio-rifiuto dell’Amministrazione, seguiva giudizio in Ctp, dove la parte ricorrente eccepiva la non debenza della tassa per intervenuta abrogazione della normativa e per carenza del presupposto soggettivo.
I giudici di merito accoglievano il ricorso; stesso verdetto in appello.
In particolare, la Ctr Lombardia chiariva che “a seguito della liberalizzazione della fornitura di servizi di comunicazione elettronica recata dal D.Lgs. n. 259 del 2003 e della conseguente abolizione del relativo regime di concessione governativa, sarebbe venuto meno lo stesso presupposto impositivo della tassa in questione”.

L’ufficio ricorreva in Cassazione, lamentando la violazione dell’articolo 21 della tariffa allegata al Dpr 641/1972, considerato che il contratto di abbonamento rilasciato dal gestore telefonico sostituisce, a tutti gli effetti, la “licenza di stazione radio”, e i Comuni non sono esentati dal pagamento della relativa tassa.

La decisione
Smentita l’interpretazione della Ctr, secondo cui lo stesso presupposto impositivo del tributo sarebbe venuto meno dopo la liberalizzazione dei servizi di comunicazione introdotta dal decreto legislativo 259/2003, è ovvio il richiamo alla sentenza 9565/2014 delle Sezioni unite, con cui si è preso atto della norma di interpretazione autentica dettata dall’articolo 2, comma 4, Dl 4/2014 (“Per gli effetti della Tariffa annessa al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, art. 21, le disposizioni dell’art. 160 del Codice delle comunicazioni elettroniche di cui al D.Lgs. 10 agosto 2003, n. 259, richiamate dal predetto art. 21, si interpretano nel senso che per stazioni radioelettriche si intendono anche le apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre di comunicazione”).
Tale disposizione, si legge nella pronuncia in rassegna, è una norma di interpretazione autentica e, dunque, ha natura retroattiva, posto che la “normativa è intervenuta a fare chiarezza in un contrasto interpretativo che ha diviso la giurisprudenza in sede sia di merito sia di legittimità, tanto da arrivare al collegio esteso”.
Funzione, quest’ultima, riconosciuta come legittima dalla giurisprudenza costituzionale “anche quando la scelta imposta dalla legge rientri tra le possibili varianti di senso del testo originario, con ciò vincolando un significato ascrivibile alla norma anteriore” (cfr Corte costituzionale, decisione 209/2010).

La Corte suprema, inoltre, ricorda che l’abrogazione dell’articolo 318 del Dpr 156/1973, operata dall’articolo 218 del Dlgs 259/2003, recante il nuovo “Codice delle comunicazioni”, non ha comportato l’implicita soppressione dell’articolo 21 della tariffa allegata al Dpr 641/1972, ossia il venir meno del presupposto giuridico per l’applicazione della tassa sulle concessioni governative sui contratti di abbonamento di telefonia mobile.
Infatti, l’articolo 21 assoggetta alla tassa sulle concessioni governative, la “licenza o documento sostitutivo per l'impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione (articolo 318 del decreto del Presidente della Repubblica 29 marzo 1973, n. 156, e articolo 3 del decreto-legge 13 maggio 991, n. 151, convertito con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 202)”.
In materia di telefonia mobile, il presupposto oggettivo del tributo è rappresentato dal “documento sostitutivo” della licenza, ossia il contratto di abbonamento con gli operatori telefonici autorizzati (ex articolo 3, comma 2, del Dm 33/1990), per effetto del quale l’utente è legittimato all’utilizzo dell’apparecchiatura.

Il decisum delle Sezioni unite (sentenza 9565/2014), evidenziano i giudici, ha altresì escluso per gli enti locali l’esenzione dalle tasse di concessione governativa.
Le norme che prevedono trattamenti agevolati in materia tributaria costituiscono una deroga alla regola generale e sono perciò di stretta interpretazione.
L’esonero dei Comuni dal pagamento della tassa non è previsto né dall’articolo 13-bis del Dpr 641/1972, che individua espressamente le esenzioni a carattere generale dal pagamento del tributo in questione, né dalla nota posta in calce all’articolo 21 della tariffa, che individua i casi specifici in cui la tassa sulle concessioni governative per l’impiego degli apparecchi di telefonia mobile non è dovuta.
Né, sottolinea la Corte, come già rilevato dalle Sezioni unite, è possibile ammettere la predetta esenzione in conseguenza di una equiparazione, ai fini tributari, dei Comuni allo Stato, in forza della generale esenzione dall’Ires di tutte le amministrazioni pubbliche disposta dall’articolo 74, comma 1, del Tuir. Lo stesso articolo 1, comma 2, del Dlgs 165/2001, non a caso, tiene ben distinti, “i Comuni dalle Amministrazioni dello Stato, pur attribuendo agli uni alle altre la natura di amministrazioni pubbliche (…)”.

Secondo i giudici, inoltre, anche la giurisprudenza della Corte di Lussemburgo appare solidamente orientata nel senso di escludere che la disciplina europea dei servizi di comunicazione elettronica contenga prescrizioni incompatibili con una norma interna che imponga un tributo a carico degli utenti dei servizi di telefonia cellulare. Una riprova di tale affermazione sarebbe rinvenibile nella sentenza 27 giugno 2013, in causa C-71/12, Vodafone Malta, nella quale si precisa che un tributo imposto agli operatori che forniscono servizi di telefonia mobile, corrispondente a una percentuale dei pagamenti che essi ricevono dagli utenti di detti servizi, non osta alla disciplina dettata dalla direttiva 2002/20/Ce “a condizione che il suo fatto generatore non sia collegato alla procedura di autorizzazione generale che consente di accedere al mercato dei servizi di comunicazioni elettroniche, ma sia collegato all’uso dei servizi di telefonia mobile forniti dagli operatori e che esso ricada in definitiva sull’utente di tali servizi, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare”.
Secondo la Corte, la tassa di concessione governativa di cui si discute è collegata all’uso dei servizi di telefonia mobile forniti dagli operatori e grava sugli utenti di tali servizi.

In definitiva, il titolo di abbonamento, che tiene luogo della licenza, richiamato anche dall’articolo 160 del Dlgs 259/2003, è, allo stato attuale, il presupposto della tassa di concessione governativa, mentre l’articolo 21 della tariffa, allegata al Dpr 641/1972, conserva perfettamente le proprie caratteristiche di fonte normativa della tassa sulle concessioni governative sul servizio di telefonia mobile.

Sotto il profilo soggettivo, invece, è da escludere l’esenzione per i Comuni, visto che le agevolazioni in materia fiscale necessitano di una norma ad hoc, che nel caso di specie manca proprio con riferimento agli enti locali.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 29 settembre 2014

Quesito: IVA.

Una persona vorrebbe darmi una mano per ricambiare degli aiuti(umani) che io gli ho dato.
Lui possiede una società con la quale ha diritto con una dichiarazione di intento ad acquistare o importare beni e servizi senza applicazione dell'imposta sul valore aggiunto.
Mi dice che potrebbe farmi acquistare in Italia un auto senza iva.Venendo con me in concessionario e facendo tutto il movimento nello stesso momento.Quindi io firmerei l'acquisto dell'auto e nello stesso momento lui userebbe questa possibilità che ha per togliere appunto l'iva.
Mi domando:ma io,essendo un privato,non avendo nemmeno partita iva,lo posso fare o incorrero' in qualche sanzione?
Mi sta prendendo in giro secondo voi?

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Valido l’accertamento sintetico senza convincente prova contraria.

La Commissione tributaria provinciale di Ravenna, con la sentenza n. 579/03/14 del 7 luglio, ha sancito la piena legittimità di un avviso di accertamento sintetico emesso dall’Agenzia delle Entrate, attribuendogli, inoltre, l’efficacia probatoria di presunzione legale relativa, non avendo il contribuente fornito una prova contraria convincente.
La Ctp ha ritenuto del tutto legittimo l’operato dell’Amministrazione finanziaria affermando, fra l’altro, che “…l’accertamento sintetico è legittimo, correttamente motivato, gli elementi indicativi della capacità reddituale sono certi ed incontestabili e la parte non ha dimostrato la provenienza nonché la rilevanza fiscale delle fonti finanziarie connesse alle spese sostenute e non ha integrato l’onere della prova posto a suo carico…”.

La vicenda processuale
I fatti oggetto della causa sono ben riassunti dal Collegio giudicante che, nella sentenza ha osservato, in primo luogo, che “in data 26/07/2011 l’Agenzia delle Entrate, Ufficio di Ravenna, notificava alla Signora S. S., il questionario n…, ai sensi dell’art. 32, comma 1, n.4 del D.P.R. n. 600/73, al fine di raccogliere informazioni in relazione alla propria capacità contributiva, quali abitazioni, autovetture e incrementi patrimoniali rilevanti per i periodi d’imposta 2006 e 2008 e a dimostrazione, mediante idonea documentazione, la disponibilità nel periodo oggetto del controllo, di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, derivanti da disinvestimenti patrimoniali, finanziamenti bancari nonché la percezione di indennizzi, somme derivanti da eredità, vincite o da atti di liberalità”.

In particolare, dall’accurata e approfondita attività istruttoria dell’Agenzia delle Entrate e dalle risposte fornite dalla parte privata al questionario, emergeva che la contribuente, nel 2007, era in possesso di un immobile, di una autovettura di grossa cilindrata, di un fabbricato a uso ristorante acquistato nel 2006 per il corrispettivo di 330mila euro e di un’azienda acquistata per 60mila euro.
La stessa contribuente, per effettuare tali investimenti, aveva stipulato un contratto di mutuo presso una banca per il valore di 450mila euro per il quale, nell’anno 2007, sosteneva il pagamento delle rate di ammortamento di 1.500 euro mensili.

I giudici tributari hanno sottolineato, quindi, che “per l’Ufficio tali indici di capacità contributiva apparivano non coerenti con il reddito imponibile dichiarato dalla contribuente e pertanto procede alla determinazione sintetica del reddito imponibile ed accerta, per l’anno 2007, ai sensi dell’art. 38, commi 4, 5 e 6, del D.P.R. n. 600/73, il reddito di € 38.291,00, a fronte di un reddito dichiarato di € 6.944,00, da recuperare a tassazione ai fini delle imposte dirette”.

L’avviso di accertamento, emesso dall’ufficio, veniva impugnato dalla parte privata davanti alla Commissione tributaria provinciale sulla base di una presunta illegittimità e infondatezza. Più in dettaglio, il ricorrente ne chiedeva l’annullamento, cercando di dimostrare “a mezzo di e/c allegato in atti che il maggior reddito accertato dall’Ufficio proveniva da: 1) donazione ricevuta di € 30.000,00, quale ripartizione del ricavato della vendita di un immobile da parte della madre, deceduta in data 10/09/2009; 2) bonifico mensile effettuato da parte del Sig. S. G. per contribuire al mantenimento del figlio; 3) smobilizzo di investimenti in titoli in data 19/02/2007, 13/07/2007 e 20/11/2007 e accreditati in C/C per diverse decine di migliaia di Euro”.

L’Agenzia delle Entrate, successivamente, si costituiva in giudizio con analitiche controdeduzioni, nelle quali rivendicava la fondatezza e la legittimità del proprio operato.
In primo luogo, l’ufficio rappresentava che la norma (vigente dizione dell’articolo 38) posta alla base della propria attività accertativa prevedeva la possibilità di “procedere all’accertamento nel caso in cui: il reddito accertabile determinato in base agli elementi indicatori di capacità contributiva si discosti da quello dichiarato per almeno un quarto il reddito dichiarato non risulti congruo rispetto agli elementi indicatori della capacità contributiva per due o più periodi di imposta…”.
In secondo luogo, l’Amministrazione finanziaria sosteneva che il contribuente “nel corso del procedimento per adesione, avrebbe dovuto produrre l’estratto conto integrale relativo all’anno di imposta oggetto del controllo, al fine di verificare che le somme confluite sul c/to titoli fossero rimaste nella sua disponibilità, così da poter essere utilizzate per il mantenimento dei beni in suo possesso; tali estratti conto, utili al fine del superamento della presunzione della capacità di spesa correlata alle spese di gestione sostenute dalla ricorrente, non sono mai stati prodotti”.

L’ufficio finanziario nelle proprie controdeduzioni affermava, inoltre, che, come ribadito ripetutamente dalla Corte di cassazione, il contribuente al quale è stato notificato un avviso di accertamento sintetico è sempre ammesso a fornire la prova contraria, precisando comunque che la stessa deve essere convincente.
In conclusione, l’Amministrazione chiedeva il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese giudiziali.

Accertamento sintetico: presunzione legale relativa
La Commissione tributaria, nella parte iniziale della motivazione, fornisce delle precisazioni sull’accertamento sintetico (ex articolo 38, comma 4 e seguenti, Dpr 600/1973, secondo la formulazione anteriore alla modifica apportata dall’articolo 22 del Dl 78/2010).

In primo luogo, il Collegio giudicante sottolinea che “il ricorso in esame deriva dall’impugnazione di un avviso di accertamento scaturente dall’attività di verifica posta in essere dall’Ufficio ai sensi dell’art. 38, comma quarto e seguenti del D.P.R. 600/73, meglio conosciuto come ‘redditometro’, ovverosia la possibilità dell’Amministrazione Finanziaria di poter determinare sinteticamente il reddito complessivo netto delle persone fisiche, sulla scorta di elementi e circostanze di fatto certi prescindendo dalla dichiarazione presentata. Attraverso Decreto del Ministero delle finanze vengono stabilite le modalità mediante cui può avvenire tale determinazione induttiva e ciò, qualora il reddito così ottenuto, si discosti di almeno un quarto (cosiddetta non congruità) per due o più periodi di imposta da quello dichiarato dal contribuente”. La Cassazione ha chiarito che lo scostamento può riguardare anche periodi di imposta non consecutivi (cfr Cassazione, sentenza 237/2009).

In secondo luogo, i giudici tributari si sono soffermati sull’efficacia probatoria da attribuire all’accertamento sintetico, nonché sul sistema delle garanzie riconosciute dall’ordinamento tributario ai destinatari dell’atto impositivo. Riguardo quest’ultimo aspetto, la Commissione precisa che la tutela di cui godono tali contribuenti è riconosciuta “mediante la previsione della possibilità di poter dimostrare – così come previsto dall’art. 38, comma 6, D.P.R. 600/73 – all’Amministrazione Finanziaria l’infondatezza delle presunzioni legali relative – ex art. 2728 c.c. – e dunque l’inesistenza, o minor esistenza, di quanto sinteticamente accertato, a fronte di prove giustificative concrete, a dimostrazione che il reddito può essere frutto di disinvestimenti patrimoniali o indennizzi non ‘entrati’ in dichiarazione (cfr Cassazione, sentenze nn. 3316/2009 e 16472/2008)”.

Riguardo all’efficacia probatoria da attribuirsi all’attività accertativa operata con metodo sintetico, quindi, il Collegio giudicante attribuisce a tale accertamento il valore di presunzione legale relativa.

Anche la Suprema corte, con la sentenza n. 16832/2014, ha affermato che la disponibilità in capo al contribuente dei beni considerati dal “vecchio” redditometro “…costituisce, quindi, una presunzione di ‘capacità contributiva’ da qualificare ‘legale’ ai sensi dell’art. 2728 cod. civ., perché è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una capacità contributiva ” (vedi anche Cassazione, sentenze 14168/2012, 2726/2011, 27545/2011, 9549/2011, 16284/2007, 14367/2007 e 19252/2005).

Eccezioni di merito del ricorrente
I giudici tributari, poi, nella parte centrale della motivazione della sentenza, hanno analizzato le eccezioni di merito sollevate dal contribuente, ritenendole del tutto “infondate ed inconferenti rispetto alla questione controversa”.

Più in dettaglio, la Commissione ha osservato che:
“1) la donazione di € 30.000,00 che la Signora S. avrebbe ricevuto dal ricavato della vendita di un non meglio precisato immobile, da parte della madre, deceduta nel 2009, si ricava da un e/c (n.3) allegato al ricorso, relativo ad un c/c di cui non è dato conoscere il titolare e, comunque detta somma non risulta che corrisponda alla donazione, ed inoltre nel c/c nello stesso giorno risulta un bonifico in uscita, per l’importo di € 25.000,00; la stessa Corte di Cassazione con sentenza depositata il 20/06/2014, n. 14063 in un caso simile, afferma che: ‘…il contribuente che si oppone all’accertamento sintetico, giustificando la maggiore capacità contributiva con elargizioni ricevute da un genitore, è tenuto a provare in giudizio tale circostanza, servendosi di idonea documentazione…consentendo così al giudice di ritenere l’esistenza dell’atto di liberalità, quindi di annullare l’accertamento’. Nel nostro caso di specie, la parte non documenta la veridicità di quanto afferma.
2) La parte ricorrente si trova nel c/c dei bonifici mensili effettuati da parte del Sig. S. G. per contribuire al mantenimento del figlio S. G., pari ad € 234,76, per un totale di € 2.817,12 all’anno, trattasi di importi modesti destinati a soddisfare le esigenze quotidiane di un bambino di 13 anni.
3) Con riferimento allo smobilizzo di investimenti in titoli in data 19/02/2007, 13/07/2007 e 20/11/2007 e accreditati in c/c a titolo di rimborso fondi comuni per diverse decine di migliaia di Euro, osserva che detta documentazione è priva di efficacia probatoria, trattandosi di un semplice ‘collage’, da cui risultano leggibili solo le operazioni che la ricorrente ha interesse a rendere note, mentre tutte le altre operazioni sono state omesse. Anche in questo caso la parte non documenta la veridicità di quanto afferma”.

Il Collegio giudicante, dunque, sostiene la piena legittimità dell’operato dell’ufficio.

Nessuna prova contro il maggior reddito accertato
La commissione tributaria provinciale, infine, sottolinea che, nel caso in esame, il contribuente non ha fornito alcuna prova che possa contestare la determinazione sintetica del reddito.
Di conseguenza, l’operato dell’Amministrazione finanziaria deve considerarsi pienamente legittimo “poiché la Sig.ra S. non aveva dimostrato la rilevanza fiscale delle fonti finanziarie, atti a dimostrare documentalmente che il maggior reddito accertabile sinteticamente traesse origine da fonti finanziarie irrilevanti quali redditi esenti o assoggettati a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta oppure somme originate da disinvestimenti, connesse alle spese contestate, l’Ufficio provvedeva ad accertare in via sintetica il reddito imponibile per l’anno 2007, in quanto gli elementi rivelatori di capacità contributiva non apparivano compatibili con il reddito dichiarato ed il reddito accertabile ex art. 38, comma 4, D.P.R. n. 600/73 visto che si discostava di oltre un quarto da quello dichiarato per due periodi di imposta ( 2006 – 2008 ) realizzandosi così i presupposti per l’accertamento sintetico previsti dalla normativa”.

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Non c’è frode ma l’uso è improprio: solo l’elusione motiva il percorso.

I) In tema di accertamento delle imposte sui redditi, la disciplina antielusiva dell’interposizione, prevista dal DPR n. 600/1973, art. 37, comma 3, non presuppone necessariamente un comportamento fraudolento da parte del contribuente, essendo sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico, che consenta di eludere l’applicazione del regime fiscale che costituisce il presupposto d’imposta. Ne deriva che il fenomeno della simulazione relativa, nell’ambito della quale può ricomprendersi l’interposizione personale fittizia di persona, non esaurisce il campo di applicazione della norma, ben potendo attuarsi lo scopo elusivo anche mediante operazioni effettive e reali (cfr. Cass. n. 12788/2011).
II) La prova della natura elusiva delle operazioni poste in essere dal contribuente ben può scaturire da presunzioni, spettando, semmai, allo stesso contribuente fornire la prova della esistenza di ragioni economiche alternative o concorrenti con carattere non meramente marginale o teorico che giustifichino l’operazione stessa (così Cass. n. 8772/2008; Cass. n. 20816/2005).

Sentenza n. 19596 del 17 settembre 2014 (udienza 12 giugno 2014)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. CrucittI Roberta
D.P.R. n. 600/1973, art. 37, comma 3 – Elusione d’imposta – Non occorre l’intento fraudolento – È sufficiente un uso improprio, ingiustificato o deviante di un legittimo strumento giuridico
La prova della natura elusiva può scaturire da presunzioni – E’ onere del contribuente fornire la prova della esistenza di ragioni economiche che giustificano l’operazione stessa

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Agevolazione prima casa: requisiti soggettivi.

Posso usufruire delle agevolazioni prima casa per l'acquisito di un’unità immobiliare se, antecedentemente, in un diverso comune, ho acquistato un appartamento senza beneficiarne?

Per fruire delle agevolazioni prima casa, l’acquirente non deve essere titolare di diritti di proprietà, uso, usufrutto, abitazione, su altra casa di abitazione sita nel territorio dello stesso comune, né a titolo esclusivo né in comunione con il coniuge (nota II-bis, lettera b dell’articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Dpr 131/1986). L’acquirente, inoltre, non deve essere titolare, neppure per quote, su tutto il territorio nazionale, del diritto di proprietà, nuda proprietà, uso, usufrutto o abitazione, su altri immobili acquistati con la medesima agevolazione (lettera c).


Fonte: Agenzia Entrate

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Rimborsi Iva in ambito Ue: richieste entro il 30 settembre.

Ancora pochi giorni per le imprese e i professionisti che hanno sostenuto costi nella Comunità europea per recuperare l’Iva pagata ai fornitori esteri.
La domanda di rimborso annuale, secondo quanto previsto dalla direttiva 2008/9/Ce del 12 febbraio 2008, recepita con Dlgs 18/2010, deve essere infatti presentata entro il 30 settembre dell’anno solare successivo a quello per il quale si chiede la somma.
Presupposto per richiedere il rimborso dell’Iva assolta in un altro Stato membro è che il contribuente non abbia in tale Stato né la sede della propria attività economica né una stabile organizzazione e non vi abbia effettuato cessioni di beni o prestazioni di servizi territorialmente rilevanti. Fanno eccezione i servizi non imponibili di trasporto internazionale e i relativi servizi accessori, nonché le cessioni di beni e le prestazioni di servizi soggette a reverse charge.

Sono previste tre diverse modalità in base alla residenza del soggetto richiedente e allo Stato in cui l’imposta è stata assolta (Italia o altro Paese comunitario).

I contribuenti residenti in Italia presentano le istanze di rimborso dell’Iva relativa a beni e servizi acquistati in un altro Stato Ue esclusivamente attraverso i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline). La richiesta si considera presentata al momento della ricezione del file telematico, che viene attestata entro cinque giorni dall’invio tramite una comunicazione in cui è anche specificato il numero di protocollo assegnato. Se ci si accorge di aver commesso un errore nella richiesta inviata, è possibile presentarne una seconda, con le stesse modalità ed entro lo stesso termine di presentazione dell’istanza originaria. Le domande presentate sono gestite e controllate dal Centro operativo di Pescara che, entro quindici giorni dalla ricezione, le inoltra allo Stato membro competente a eseguire il rimborso. A partire da tale momento, le informazioni relative allo stato di lavorazione delle istanze dovranno essere richieste all’amministrazione fiscale straniera. L’esito della richiesta sarà comunicato entro quattro mesi dalla ricezione, prorogabili a otto qualora sia necessario acquisire ulteriore documentazione o informazioni aggiuntive.

I contribuenti non residenti in Italia, ma stabiliti in un Paese comunitario, devono invece presentare la richiesta di rimborso dell’imposta assolta su beni e servizi acquistati in Italia all’amministrazione finanziaria del proprio Stato, che provvederà a trasmetterla telematicamente a quella italiana. L’importo minimo del rimborso deve essere almeno pari a 50 euro. Anche in tale ipotesi, le operazioni di controllo e di gestione delle istanze, inviate telematicamente all’amministrazione fiscale italiana dagli Stati comunitari di stabilimento dei contribuenti, sono effettuate dal Centro operativo di Pescara. Sul sito dell’Unione europea sono reperibili ulteriori informazioni inerenti la disciplina dei rimborsi ai soggetti non residenti, nonché dei vademecum di taglio pratico, che illustrano le procedure adottate da ciascuno Stato comunitario.

Infine, i contribuenti non stabiliti nell’Unione europea, ma in Stati con cui esistono accordi di reciprocità (Israele, Svizzera e Norvegia), devono presentare la richiesta di rimborso dell’Iva relativa a beni e servizi acquistati in Italia, consegnando l’apposito modello Iva 79 direttamente al Centro operativo di Pescara (via Rio Sparto, 21 - 65129 Pescara) oppure trasmettendolo tramite servizio postale o corriere espresso.


Fonte: Agenzia Entrate

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Finanziamento per le imprese.

Allo scopo di incentivare la ripresa economica del Paese, con il Dl 83/2012 (“decreto Crescita”) sono state introdotte alcune norme agevolative nei confronti della piccole e medie imprese. In particolare, l’articolo 32 del provvedimento ha apportato sostanziali modifiche al regime civilistico e fiscale degli interessi degli strumenti finanziari emessi da società domestiche, introducendo la possibilità di dedurre per cassa le spese di emissione dei titoli obbligazionari.
L’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 29/E del 26 settembre, fornisce alcuni chiarimenti in merito alle modalità di deduzione delle spese di emissione di cambiali finanziarie, obbligazioni e titoli similari.

La nuova norma è stata introdotta per facilitare il ricorso da parte delle società di piccole e medie dimensioni al mercato dei capitali, offrendo anche alle imprese non abilitate la possibilità di emettere obbligazioni e di raccogliere capitale di credito alternativo a quello bancario o in sostituzione di precedenti debiti. L’intervento normativo ha permesso l’applicabilità del Dlgs 239/1996 agli interessi e altri proventi derivanti dalle cambiali finanziarie, obbligazioni e titoli similari emessi da società per azioni con azioni non negoziate, purché tali strumenti siano negoziati in mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione degli Stati membri dell’Unione Europea e degli Stati aderenti all’Accordo sullo spazio economico europeo.

Il successivo intervento normativo (articolo 21, comma 1, del Dl 91/2014) ha esteso il regime del Dlgs 239/1996 (applicato al posto della ritenuta alla fonte da parte dell’emittente) alle obbligazioni, cambiali finanziarie e titoli similari non quotati emessi da società con azioni non negoziate in mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione emesse, a condizione che siano detenuti esclusivamente presso investitori qualificati.

La norma, inoltre, ha modificato, in favore degli emittenti degli strumenti finanziari, il regime di deducibilità degli interessi passivi sostenuti, con applicazione delle sole regole dettate dall’articolo 96 del Tuir.
Nel caso in cui, invece, le cambiali finanziarie, le obbligazioni e i titoli similari non siano quotati, la predetta agevolazione si applica solo nell’ipotesi in cui i titoli siano detenuti da investitori qualificati, che non detengono, direttamente o indirettamente, anche per il tramite di società fiduciarie o per interposta persona, più del 2% del capitale o del patrimonio della società emittente, e il beneficiario effettivo dei proventi sia residente in Italia o in Stati e territori che consentono un adeguato scambio di informazioni.

Per agevolare ulteriormente il finanziamento delle imprese, l’articolo 32, comma 13, del Dl 83/2012 prevede che “le spese di emissione delle cambiali finanziarie, delle obbligazioni e dei titoli similari … sono deducibili nell’esercizio in cui sono sostenute indipendentemente dal criterio di imputazione al bilancio”, permettendo quindi agli interessati di dedurre tali spese in via anticipata (secondo il principio di cassa) rispetto all’imputazione a conto economico.
Tale norma trova applicazione in favore non solo delle piccole e medie imprese che emettono strumenti obbligazionari, ma anche nei confronti dei “grandi emittenti (banche e società con azioni negoziate), a condizione che si tratti di titoli emessi dopo l’entrata in vigore del “decreto Crescita”.

Il documento di prassi, infine, specifica come la disposizione rappresenti una opportunità e non un obbligo, permanendo la possibilità di adottare il criterio generale di deducibilità per competenza delle spese di emissione, attraverso la ripartizione contabile effettuata in più esercizi e per tutta la durata dell’operazione di finanziamento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Nella nuova certificazione unica anche i redditi degli autonomi.

La Certificazione unica (Cu) 2015 fa il suo debutto in Rete. È disponibile da oggi, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, la bozza del modello con cui i sostituti d’imposta attesteranno i redditi corrisposti nel periodo d’imposta 2014.
Il nuovo schema manda “in pensione” sia la certificazione relativa ai redditi di lavoro dipendente e assimilati (Cud) sia quella relativa ad altri redditi (lavoro autonomo, provvigioni e “diversi”) finora rilasciata in carta libera da parte dei datori di lavoro, facendo confluire in un unico documento tutti i redditi corrisposti nell’anno precedente.

Conferme…
Per quanto riguarda il lavoro dipendente, nella Certificazione unica sono confermate alcune agevolazioni già presenti negli ultimi anni.
Tra queste, l’incentivo destinato a giovani talenti che rientrano in Italia dopo aver maturato una esperienza lavorativa all’estero: la riduzione della base imponibile Irpef, dell’80% per le donne e del 70% per gli uomini, a chi – avendo i necessari requisiti – ne ha fatto richiesta, entro tre mesi dall’assunzione, al datore di lavoro.
Riconfermata anche l’agevolazione prevista, a favore dei lavoratori del settore privato, per le somme erogate a titolo di incremento della produttività; consiste nell’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle relative addizionali regionale e comunale nella misura del 10 per cento.

…e new entry
Nel modello trovano spazio anche sezioni e campi nuovi, destinati alle più recenti modifiche normative.
Una novità rilevante è presente già nel frontespizio della certificazione. Infatti, oltre ai dati del sostituto d’imposta e quelli del percettore, andranno indicati, in uno specifico prospetto, il coniuge, i figli e gli altri familiari a carico del dipendente o pensionato per i quali sono state riconosciute le detrazioni per carichi di famiglia.
Una sezione ad hoc è destinata alla gestione del bonus Irpef di 80 euro mensili, riconosciuto in busta paga dal datore di lavoro ai dipendenti con reddito complessivo compreso tra 8mila e 24mila euro (l’agevolazione spetta, in misura decrescente, anche per i redditi fino a 26mila euro).
Nuovi campi, infine, sono destinati al contributo di solidarietà sui trattamenti pensionistici erogati da enti gestori di forme di previdenza obbligatorie e sui vitalizi previsti per coloro che hanno ricoperto funzioni pubbliche elettive erogati dagli organi costituzionali, dalle Regioni e dalle province autonome di Trento e Bolzano.


Fonte: Agenzia Entrate

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Presentazione telematica delle domande di rate maturate e non riscosse a favore di eredi di pensionati deceduti.

A seguito dell’entrata in vigore del decreto D.L. n. 201 del 6 dicembre 2011,  convertito nella Legge n. 214 del 22.12.2011, che ha disposto la soppressione di INPDAP ed ENPALS e l’attribuzione delle relative funzioni all’INPS, il Presidente dell’Istituto, con determinazione n. 95 del 30 maggio 2012,  ha esteso alla Gestione  Dipendenti Pubblici e alla Gestione ex Enpals il programma di telematizzazione dei servizi.

Con il presente messaggio sono estesi, anche per la presentazione delle domande di rate maturate e non riscosse a favore di eredi di pensionati deceduti - Fondo Lavoratori dello Spettacolo e Fondo Sportivi Professionisti - i medesimi canali e le medesime modalità di inoltro in via telematica previsti per la gestione privata.

La presentazione delle istanze di rate maturate e non riscosse a favore di eredi di pensionati deceduti, quindi, sarà effettuata, in via esclusiva, con le modalità di seguito indicate, a decorrere dal 6 ottobre 2014.

In particolare, a partire da tale data, la presentazione delle domande di rate maturate e non riscosse dovrà essere effettuata attraverso uno dei seguenti canali, secondo le modalità già previste per le altre istanze di prestazioni previdenziali inoltrate in via telematica e già illustrate con la circolare n. 156 dell’8 novembre 2013, alla quale si rimanda:

-        WEB – servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN
         attraverso il portale dell’Istituto;
-        Intermediari dell’Istituto attraverso i consueti servizi telematici online.

Sul portale del Patronato e del cittadino sarà segnalata la disponibilità del nuovo servizio.

Alle domande in oggetto dovranno essere allegate eventuali deleghe alla riscossione presentate dagli eredi a favore di altri soggetti.
Dovrà, inoltre, essere allegata la copia del testamento, nel caso sia stata dichiarata tale circostanza.

La procedura è stata, di conseguenza, predisposta per l’acquisizione di documentazione in formato digitale.

Le domande di ratei maturati e non riscossi trasmesse in via telematica saranno disponibili nella procedura WEBDOM con le stesse modalità previste per la generalità delle domande di pensione.


Fonte: Messaggio INPS n.7170 del 22/09/2014

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venerdì 26 settembre 2014

Le ultime dal mercato immobiliare.

È stata pubblicata oggi la Nota trimestrale dell’Omi dell’Agenzia delle Entrate che riporta i dati relativi alle transazioni registrate nel mercato immobiliare italiano nel corso del secondo trimestre di quest’anno. Un periodo nel quale è tornata la flessione degli scambi dopo la leggera ripresa del primo trimestre, dovuta più che altro al nuovo regime delle imposte di registro, catastale e ipotecaria, che aveva spinto molti a rinviare a inizio 2014 il perfezionamento degli acquisti di immobili decisi nel 2013.
Se si guarda al dato complessivo, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, il mercato immobiliare ha visto un calo del 3,6%, dovuto a una flessione che ha interessato tutti i settori, tranne quello produttivo (+10,3%).
Da evidenziare che il lieve calo del mercato residenziale (-1%) è legato al risultato negativo dei comuni non capoluogo (-2,4%), che ha annullato il dato positivo di quelli capoluogo (+1,8%).

Mercato residenziale
L’analisi dei dati relativi al mercato residenziale, in particolar modo delle otto città che hanno più di 350mila abitanti, mette in evidenza un aumento del 3,8%.
Tra le città che hanno fatto registrare un dato positivo spiccano: Firenze (+12,6%), Bologna (+10,8%) e Genova (+10,3%), mentre arrivano segnali negativi da Torino (-5,5%) e Napoli (-6,3%).
Inoltre, si segnala che il capoluogo piemontese è l’unica, tra le grandi città, a passare da un valore positivo (+10,8%) registrato nel primo trimestre a quello negativo del secondo trimestre.
Cambiamento opposto invece per Palermo che passa dal -1% dei primi tre mesi dell’anno al +7% del periodo aprile-giugno.
È andata peggio nei comuni delle province, dove c’è stato un leggero calo (-1,2%), dovuto alle flessioni di Bologna (-6,7%), Milano (-2,9%) e Genova (-4,8%). Questi cali sono stati mitigati in parte dai dati positivi osservati a Firenze (+9,7%), Napoli (+2%) e Roma (+0,9%).

Settore commerciale
Anche il settore commerciale riprende il ciclo negativo avviato negli ultimi mesi del 2011. Registrato, nel secondo trimestre 2014, un calo del 5,1% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno; la flessione riguarda tutte le aree territoriali, con il Sud che segna il decremento maggiore (-9%).

Settore terziario
Scende anche il settore terziario (-6,9%), che comprende le unità immobiliari censite in catasto come uffici e istituti di credito. Anche in questo caso, la flessione coinvolge tutte le aree geografiche, seppure con qualche differenza: a perdere maggiormente è il Centro (-22,3%), mentre Sud e Nord hanno limitato le perdite, fermandosi a -4,3% e -2,2%.

Settore produttivo
L’unico settore che ha visto un segno positivo è quello produttivo (capannoni e industrie), che ha fatto segnare un aumento del 10,3%. A incidere sul risultato soprattutto il Nord (+16,2%) e il Centro (+9,1%), che annullano il calo registrato nel Mezzogiorno (-8,5%).

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Se l’errore salta all’occhio, non servono altre spiegazioni.

In riferimento al ruolo emesso a seguito di controllo formale della dichiarazione, effettuato dall’Ufficio ai sensi del DPR n. 600/1973, art. 36-bis, allorché l’amministrazione finanziaria riscontri nella dichiarazione dei redditi un mero errore materiale o di calcolo emergente ictu oculi, e provveda di conseguenza a notificare al contribuente una cartella di pagamento in esito alla procedura di controllo automatizzato, ai sensi del cit. art. 36-bis, comma 2, lett. a), essa non è tenuta ad alcuna particolare motivazione di tale provvedimento, onere necessario soltanto quando la contestazione dell’Erario si fondi su interpretazioni giuridiche o elaborazioni della documentazione allegata dal contribuente.

Sentenza n. 19080 del 10 settembre 2014 (udienza del 15 luglio 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Virgilio Biagio - Est. Ferro Massimo
D.P.R. n. 600/1973, articolo 36-bis comma 2, lettera a) – Mero errore materiale o di calcolo emergente ictu oculi – La cartella di pagamento non necessita di una motivazione

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Spesa per addetti all'assistenza personale.

Mia suocera ha la necessità di assumere una badante, pagandola inizialmente lei, poi aiutata dai figli. E' possibile detrarre la spesa e, se sì, come va ripartita?

Le spese sostenute per gli addetti all’assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana sono detraibili nella misura del 19% (articolo 15, comma 1, lettera i-septies, del Tuir). La detrazione spetta anche se le spese sono state sostenute per le persone indicate all’articolo 12 del Tuir (tra cui rientrano i genitori), indipendentemente dalla circostanza che siano fiscalmente a carico. La detrazione non spetta se il reddito del contribuente è superiore a 40mila euro. L’importo massimo di spesa agevolabile è pari a 2.100 euro e deve essere considerato con riferimento al singolo contribuente, a prescindere dal numero dei soggetti cui si riferisce l’assistenza; qualora siano invece più contribuenti a sostenere le spese per assistenza con riferimento a uno stesso familiare, tale importo dovrà invece essere suddiviso tra i soggetti aventi diritto.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 25 settembre 2014

Quesito: una partita iva e due attività.

ho una partita iva agricola con il regime dei minimi a 7000.
Vorrei sapere se con questa p.iva posso mettermi a commercializzare piccola oggettistica e accessori di abbigliamento.

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Il Mef "rimanda" a novembre la dichiarazione "Imu Tasi Enc".

Posticipato di due mesi il termine a disposizione degli enti non commerciali per presentare la dichiarazione Imu/Tasi relativa agli anni 2012 e 2013, annualità che, in realtà, interessano soltanto l'Imu. La scadenza slitta dal 30 settembre (articolo 5, comma 2, del decreto 26 giugno 2014) al prossimo 30 novembre.
Il rinvio è previsto dal decreto ministeriale di ieri, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale e disponibile sul sito del dipartimento delle Finanze.
La proroga riguarda esclusivamente le dichiarazioni relative ai periodi 2012 e 2013, mentre il termine ordinario per la trasmissione del modello "Imu Tasi Enc" resta fermo al 30 giugno dell'anno successivo a quello in cui si è entrati in possesso del fabbricato o sono intervenute variazioni rilevanti per i due tributi. In assenza di modifiche, la dichiarazione non va ripresentata nelle annualità successive.

Il modello, specificatamente predisposto per le esigenze degli Enc, è disponibile sul sito del dipartimento delle Finanze, così come lo sono le specifiche tecniche utilizzabili per la sua trasmissione. La presentazione, infatti, deve avvenire esclusivamente in via telematica.

Ricordiamo che i fabbricati utilizzati dagli enti non commerciali sono esenti dai due tributi se interamente destinati ad attività senza scopo di lucro; in caso di uso misto, l'esenzione riguarda soltanto le aree non "commerciali" e, se non è possibile procedere con una suddivisione netta, la tassazione avviene proporzionalmente all'utilizzo no profit, in base alle informazioni e a specifici elementi riguardanti l'attività svolta, forniti direttamente dagli enti nella dichiarazione, ad esempio il numero delle persone impiegate (vedi "Un modello Imu/Tasi a misura degli enti non commerciali" e "On line le specifiche tecniche per il modello Imu Tasi Enc").


Fonte: Agenzia Entrate

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Il penale attinge dal tributario per le prove di colpevolezza.

La terza sezione penale della Corte di cassazione ha stabilito, con la sentenza 37749 del 15 settembre 2014, che l’accertamento induttivo realizzato dall’Agenzia delle Entrate può essere utilizzato dal giudice penale ai fini della condanna per il reato di dichiarazione infedele.
Il ragionamento di carattere indiziario è del tutto compatibile con i criteri che presiedono alla valutazione delle prove da parte del giudice, che può prendere in considerazione le risultanze dell’accertamento basato sulle presunzioni tributarie per determinare la somma non dichiarata.


Il fatto
La vicenda concerne la condanna in primo grado di due contribuenti, rei di avere indicato nella dichiarazione annuale dei redditi elementi attivi inferiori a quelli effettivi ed elementi passivi fittizi con superamento della soglia di punibilità, come previsto per il reato di “dichiarazione infedele” dall’articolo 4 del Dlgs 74/2000.
All’esito confermativo dell’appello seguiva ricorso per cassazione, con il quale i ricorrenti lamentano, principalmente, difetto di motivazione della sentenza impugnata in ordine all’affermazione della loro responsabilità, deducendo che la Corte territoriale ha recepito gli esiti dell’accertamento induttivo operato dall’ente impositore senza procedere a valutazione autonoma dei fatti, mentre le risultanze fiscali, basate su presunzioni tributarie (ossia prive di gravità, precisione e concordanza di cui all’articolo 2729 cc), possono tutt’al più rilevare come indizi da valutarsi criticamente.
In altri termini, secondo i ricorrenti, il giudice dell’appello non avrebbe proceduto ad accertare concretamente se il meccanismo negoziale utilizzato dalle due società, formalmente ricondotto a un contratto di know how, ma nella sostanza consistente in un affitto di azienda, avesse dato luogo a una effettiva evasione di imposta rilevante ai fini penali, evasione che in concreto, secondo la difesa, non sussisterebbe.

Motivi della decisione
Davanti al giudice di legittimità, tuttavia, non è passato il tentativo degli imputati di valorizzare l’affitto d’azienda “travestito” da contratto di cessione know-how. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato dalla Corte suprema.
In particolare, la prospettiva dei contribuenti, con la quale hanno lamentato che il giudice di merito sarebbe giunto all’individuazione degli effettivi elementi attivi nonché all’accertamento della fittizietà degli elementi passivi per il tramite di presunzioni tributarie, acriticamente recepite nel processo penale, non ha trovato riscontro nell’esame della sentenza impugnata.
Anzi, il ragionamento di carattere indiziario dal quale si è giunti all’accertamento dei ricavi, si legge nella sentenza, è “del tutto compatibile con i criteri che presiedono alla valutazione delle prove” nel procedimento penale. Ne consegue che resta esclusa la possibilità di sindacare le scelte compiute dal giudice in ordine alla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, a meno che le stesse non siano il frutto di affermazioni apodittiche o illogiche (cfr Cassazione penale, sentenza 40542/2007).

In questa materia, peraltro, la sentenza di colpevolezza, che superi ogni ragionevole dubbio, ben può essere sostenuta da un compendio probatorio di natura indiziaria, intendendosi per tale un complesso di prove esclusivamente indirette, purché queste possano essere significative al pari della prova rappresentativa, non essendo qualificativo dell’indizio né la fonte né l’oggetto della prova, ma il suo contenuto e il suo grado di persuasività (Cassazione penale, sentenza 25834/2013).

Infatti, il giudice del riesame ha provveduto a raffrontare l’importo fatturato dalla società con la mancata contabilizzazione dei ricavi, maggiorando il primo del 30% a titolo di ricarico, per individuare la somma non dichiarata (è noto, infatti, che nel bilancio societario vengono inseriti costi fittizi per “alleggerire” l’utile aziendale e occultare così i ricavi al fisco).

Peraltro, il percorso argomentativo della Corte d’appello è conforme alle acquisizioni del procedimento penale, ove si è osservato che il giudice può anche ricorrere all’accertamento induttivo dell’imponibile quando la contabilità imposta dalla legge sia stata tenuta irregolarmente (Cassazione, sentenza 5786/2007) e che l’accertamento induttivo compiuto dagli uffici finanziari può rappresentare un valido elemento di indagine per stabilire se vi sia stata evasione e se questa abbia raggiunto le soglie di punibilità previste dalla legge, a condizione che il giudice non si limiti a constatarne l’esistenza e non faccia apodittico richiamo agli elementi in essi evidenziati, ma proceda a specifica autonoma valutazione degli elementi nello stesso descritti, comparandoli con quelli eventualmente acquisiti aliunde (Cassazione, sentenze 1904/1999, 24811/2011, 48813/2012, 37335/2014): ciò che è puntualmente avvenuto nel caso di specie.


Fonte. Agenzia Entrate

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Detrazioni fiscali: lavori pluriennali.

Nel 2013 ho ristrutturato il mio appartamento, effettuando anche lavori per la riqualificazione energetica; le spese proseguiranno nel 2014. Cosa devo comunicare all’Agenzia?

I contribuenti che intendono usufruire della detrazione per lavori di ristrutturazione edilizia non devono inviare alcuna comunicazione all’Agenzia in caso di prosecuzione dei lavori. Però, se gli interventi consistono nella prosecuzione di lavori iniziati in anni precedenti, per determinare il limite massimo delle spese detraibili si deve tener conto di quanto già speso in quegli anni (articolo 16-bis, comma 4, del Tuir).
Chi invece effettua interventi di riqualificazione energetica, qualora i lavori proseguano oltre il periodo d’imposta nel quale sono iniziati, è tenuto a inviare un apposito modello all’Agenzia delle Entrate per comunicare le spese sostenute nei periodi d’imposta precedenti; se gli interventi proseguono per più anni, il modello deve essere presentato per ciascun periodo di imposta (articolo 29, comma 6, Dl 185/2008). A tal proposito, si segnala che l'articolo 12 del decreto legislativo sulle "semplificazioni fiscali", che ha ricevuto il via libera dal Consiglio dei ministri del 19 settembre, prevede l'abrogazione di questo adempimento.


Fonte. Agenzia Entrate

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mercoledì 24 settembre 2014

Quesito: diritto reale di abitazione e IMU.

Posseggo un appartamento a Roma in cui abita e risiede mio figlio. Cosa devo fare per evitare di pagare l'IMU come "seconda casa"? Si tenga presente che le condizioni per una DONAZIONE non sono ancora mature. Posso creare un "diritto reale di abitazione a favore di mio figlio? devo servirmi di un notaio? Predetto diritto costituisce premessa per la compagna (non è la moglie) ad abitare l'appartamento nel caso di screzi tra i due o di incidente a mio figlio?

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Tasi e comodato d'uso gratuito.

In caso di immobile di proprietà del padre, dato in uso gratuito al figlio che lo utilizza come abitazione principale, chi deve pagare la Tasi?

La Tassa sui servizi indivisibili, istituita dalla legge di stabilità 2014, riguarda i servizi comunali rivolti alla collettività, come ad esempio la manutenzione stradale o l’illuminazione pubblica (articolo 1, comma 669 e seguenti della legge 147/2013). Presupposto impositivo della Tasi è il possesso o la detenzione a qualsiasi titolo di fabbricati, compresa l’abitazione principale, e di aree edificabili. Per i contratti di durata superiore a sei mesi nell’arco dell’anno solare, va ripartita tra proprietario e occupante (inquilino o comodatario), senza vincolo di solidarietà. L'occupante è tenuto a versare la Tasi nella misura, compresa fra il 10 e il 30% dell'ammontare complessivo, stabilita con regolamento comunale; in assenza di decisione sulle quote di ripartizione, deve pagare il 10% dell’imposta.


Fonte: Agenzia Entrate

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Manca il vincolo di destinazione di spesa? Contributi soggetti a Irap.

Nella sentenza n. 11147/2014, la Corte di cassazione torna a occuparsi della questione relativa ai termini e alle condizioni per l’esclusione o meno dalla base imponibile Irap dei contributi erogati a norma di legge. In particolare, nella specie, si tratta di contributi Fus (Fondo unico spettacolo) erogati a una fondazione lirica-sinfonica.

Il Collegio giudicante, nell’esplicitare le ragioni del proprio convincimento, parte dalla evoluzione della normativa sul punto. E a questi effetti evidenzia come, a norma dell’articolo 11, comma 3, del Dlgs n. 446/1997 (nella formulazione risultante a seguito delle modifiche introdotte dall’articolo 1, comma 1, lettera h), del Dlgs n. 506/1999), tutti i contributi erogati a norma di legge, compresi quelli esclusi dalla base imponibile ai fini delle imposte dirette (giusta l’articolo 3, comma 1, del Dl n. 833/1986), debbono essere inclusi – come ha chiarito in via definitiva il legislatore con la norma interpretativa di cui all’articolo 5, comma 3, della legge n. 289/2002 – nel calcolo della determinazione della base imponibile Irap, salvo che si tratti di contributi per i quali l’esclusione dalla base imponibile Irap non sia prevista dalle relative leggi istitutive ovvero da altre disposizioni di carattere speciale o rispetto ai quali la legge regionale istitutiva abbia previsto espressamente la specifica correlazione a determinati componenti negativi non ammessi in deduzione ai fini Irap (sul punto, cfr Cassazione 14 ottobre 2009, n. 21749, e 1 marzo 2007, n. 4838).

Dopo aver quindi ribadito che tale previsione è applicabile anche alle annualità precedenti il 1999 (coincidente con l’entrata in vigore del Dlgs n. 506/1999 che ha modificato il comma 3 dell’articolo 11 nei cennati termini), quindi anche all’annualità in contestazione (1998), la Corte di legittimità ribadisce il principio di diritto da questa già affermato, secondo il quale “in tema di imposta regionale sulle attività produttive (IRAP), il D.Lgs. n.446 del 1997, art.11, comma 3, nel prevedere che i contributi erogati a norma di legge non concorrano alla determinazione della base imponibile nel caso in cui essi siano correlati a componenti negativi non ammessi in deduzione, esclude l'imponibilità soltanto in presenza di una specifica previsione, nella legge istitutiva, della correlazione tra il contributo ed un componente negativo indeducibile” (cfr Cassazione 28 maggio 2010, n. 13160, e 15 giugno 2010, n. 14415).

Sulla base di tali presupposti, la Suprema corte passa a esaminare la questione sub iudice concernente, come detto, l’imponibilità o meno dei contributi erogati dal Fus a una fondazione lirica-sinfonica. E nel dare atto che, in seguito alla emanazione del Regolamento di attuazione del Dlgs 29 giugno 1996, n. 367, articolo 24, comma 1, la quota del Fondo unico per lo spettacolo destinata alle spese per il personale (determinata “in considerazione dei costi degli organici funzionali, con esclusivo riferimento a quelli derivanti dal contratto collettivo nazionale di lavoro” - cfr Dm ministro Beni culturali del 10 giugno 1999, n. 239, articolo 1, comma 1, lettera c) è stata fissata nella misura del 20% (articolo 2, comma 1, lettera c), chiarisce che solo detta quota del contributo, in quanto assoggettata a vincolo di destinazione, è esclusa dalla base imponibile Irap.
La parte eccedente la cennata percentuale è, invece, imponibile ai fini Irap, non esistendo l’indispensabile correlazione stabilita dalla legge tra quota del contributo e sua destinazione a costi non deducibili sostenuti dalla fondazione.

In ragione di tali considerazioni, poiché nella specie la fondazione aveva invocato a fondamento della propria istanza di rimborso Irap l’esclusione della sola quota del 20% dei contributi pubblici ricevuti, i Giudici di legittimità hanno ritenuto tale richiesta legittima e fondata e l’hanno accolta non essendo necessari ulteriori accertamenti in punto di fatto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sanzioni penale e tributaria.

Con sentenza 18885 dell’8 settembre, la Corte di cassazione ha statuito che “pare assai più conferente ancorare l'assimilabilità di una sanzione amministrativa a una sanzione penale solo in presenza di un riferimento normativo e non esclusivamente in base al requisito dell'afflittività della sanzione”.

Evoluzione processuale della vicenda
La Corte d’appello di Lecce, dopo aver concesso al contribuente un termine (ex articolo 291 cpc) per rinnovare la notificazione del ricorso (notificato erroneamente al ministero della Giustizia, invece che a quello dell’Economia e delle Finanze, unico legittimato passivo), aveva riconosciuto, in favore del ricorrente, l’equo indennizzo di 20mila euro per la durata irragionevole di un giudizio tributario, iniziato nel 1985 e conclusosi in Commissione tributaria centrale nel 2009.

Con sentenza 20348/2012, la Corte suprema, accogliendo il ricorso proposto dal ministero dell’Economia e delle Finanze, cassava senza rinvio il provvedimento della Corte d’appello, sulla circostanza che il ricorso notificato era inammissibile.
Contro tale sentenza il contribuente proponeva ricorso per revocazione, ai sensi degli articoli 391-bis e 395, n. 4, del codice di procedura civile, e il ministero dell’Economia e delle Finanze resisteva in giudizio, contestando tra l’altro, al decreto della Corte d’appello di Lecce, la violazione e falsa applicazione dell’articolo 3, legge 80/2001, e dell’articolo 6, paragrafo 1, Cedu (Convenzione europea dei diritti dell’uomo), e il vizio di motivazione. Il ministero, infatti, confutava l’accertamento compiuto dalla Corte d’appello circa “la natura del giudizio tributario presupposto, assimilato ad un giudizio penale in quanto riguardante, fra l’altro, l’applicazione di sanzioni tributarie ai sensi dell’art. 39-bis D.P.R. n. 636/72”.

Pronuncia della Cassazione
Al fine di pronunciarsi sulla revocazione, i giudici di legittimità, verificato l’errore di fatto (sostanziale o processuale) esposto, ne valutano la decisività, operando “un ragionamento di tipo controfattuale che, sostituita mentalmente l’affermazione errata con quella esatta, provi la resistenza della decisione stessa”; a seguito di tale attività, la sentenza impugnata risulta priva della sua base logico-giuridica, comportando la necessità di procedere alla fase rescissoria attraverso un rinnovato esame del merito della controversia (cfr Cassazione, sentenza 6881/2014).
La Corte di cassazione, pertanto, accoglie i motivi di revocazione, affermando che la “notificazione del ricorso al Ministero della Giustizia, invece che al Ministero dell’Economia e delle Finanze, non muta l’identificazione della parte. Tale identificazione, essendo una componente dell’editto actionis, si perfeziona con l’atto propositivo della domanda, che nei procedimenti che si introducono con ricorso si attua con il deposito di quest’ultimo”.

La Corte suprema, inoltre, procedendo alla fase rescissoria del procedimento di revocazione, accoglie il ricorso e cassa il decreto impugnato con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce.

“In tema di equa riparazione, per durata irragionevole del processo, ai fini dell’assimilazione della sanzione tributaria alla sanzione penale, che ascrive il giudizio tributario alla “materia penale” ed attiva la tutela ex art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89”, afferma l’adita Corte, “non è sufficiente il carattere afflittivo della sanzione, occorrendo un preciso riferimento normativo, alla luce di quanto affermato dalla Corte di giustizia dell'Unione europea nella decisione 26 febbraio 2013, “Àklagaren c. Hans ÀkerbergFransson”, in armonia col principio costituzionale di stretta legalità delle sanzioni penali (Cass. n. 510/14)”.
Si legge nella motivazione della sentenza della Corte di giustizia che, “Ai fini della valutazione della natura penale delle sanzioni tributarie, sono rilevanti tre criteri:
il primo consiste nella qualificazione giuridica dell’illecito nel diritto nazionale;
il secondo nella natura dell'illecito;
il terzo nella natura nonché nel grado di severità della sanzione in cui l’interessato rischia di incorrere”.
A giudizio della Cassazione, “sebbene la pronunzia riferita ampli il novero degli elementi alla stregua dei quali il giudice nazionale è chiamato a decidere se le sanzioni tributarie assumano o no natura penale, (introducendo dei riferimenti alla qualificazione giuridica dell'illecito e alla natura dello stesso, che sono immediatamente applicabili nell’ordinamento italiano), posto che il nostro sistema costituzionale è retto dal principio di stretta legalità nell’individuazione degli illeciti e delle sanzioni penali, pare assai più conferente ancorare l’assimilabilità di una sanzione amministrativa (o tributaria) ad una sanzione penale solo in presenza di un riferimento normativo e non esclusivamente in base al requisito della afflittività della sanzione”.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 23 settembre 2014

Con il passaggio in giudicato dieci gli anni per la cartella.

La Suprema Corte ha affermato che qualora la pretesa erariale si fondi su di una sentenza passata in giudicato, la relativa cartella esattoriale, avendo ad oggetto un credito definitivamente accertato a seguito di contenzioso e come tale avente titolo nella sentenza, va emessa entro il termine decennale di prescrizione previsto dal DPR n. 131/1986, art. 78, non trovando applicazione, nell’ipotesi, né il termine triennale di decadenza di cui all’art. 76 del medesimo DPR, che concerne, invece, l’esercizio del potere di imposizione, né il termine annuale di decadenza sancito dal DPR n. 602/1973, art. 17, lett. c), (rilevante pro-tempore), che attiene alle somme dovute in base agli accertamenti dell’ufficio divenuti definitivi per mancata impugnazione dell’atto impositivo che li contiene.

Sentenza n. 19077 del 10 settembre 2014 (udienza 15 luglio 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Virgilio Biagio - Est. Ferro Massimo
Pretesa erariale fondata su sentenza passata in giudicato – La cartella di pagamento va emessa entro il termine decennale di prescrizione

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Rinuncia agevolazione prima casa.

Ho acquistato un appartamento con le agevolazioni prima casa. Lo rivenderò prima dei cinque anni, senza acquistarne un altro. Posso rinunciare ai benefici senza incorrere in sanzioni?

Si decade dall’agevolazione prima casa in caso di trasferimento per atto a titolo oneroso o gratuito degli immobili acquistati con i benefici prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto, a meno che il contribuente, entro un anno dall’alienazione, proceda all’acquisto di un altro immobile da adibire a propria abitazione principale (nota II-bis all’articolo 1 della Tariffa, parte prima, allegata al Dpr n. 131/1986). La perdita del beneficio comporta il pagamento delle imposte di registro, ipotecaria e catastale nella misura ordinaria, nonché una sanzione pari al 30% delle stesse imposte. Laddove sia ancora pendente il termine dei dodici mesi per l’acquisto dell’ulteriore immobile, il soggetto che si trovi nelle condizioni di non potere ovvero di non volere rispettare l’impegno assunto, anche per motivi personali, può comunicare il proprio intendimento all’Amministrazione finanziaria, con una apposita istanza, richiedendo la riliquidazione dell’imposta originariamente assolta. In questo caso, il contribuente sarà tenuto al versamento della differenza tra l’imposta pagata e quella dovuta, oltre al pagamento degli interessi. Non troverà applicazione la sanzione pari al 30%, poiché entro il predetto termine non può essere imputato al contribuente il mancato acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale (risoluzione 112/E del 2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Se c’è l’intermediario, no a esenzione dazio antidumping.

La pronuncia pregiudiziale è stata resa nell’ambito di una controversia che ha visto protagonisti un importatore di nitrato di ammonio originario della Russia e l’Amministrazione doganale del suo Stato membro di stabilimento, relativamente ai dazi antidumping e all’Iva sulle importazioni di nitrato di ammonio proveniente dalla Russia, che sono stati chiesti a detta società in esito a un controllo a posteriori.
Nella fattispecie in esame, tra l’ottobre 2009 e il gennaio 2010, una società stabilita in Estonia, avvalendosi di una società estone intermediaria, acquistava alcune tonnellate di concime a base di nitrato di ammonio da un’altra società, avente sede in Russia. Venivano stipulati diversi contratti di compravendita tra i tre soggetti, in base ai quali l’acquirente estone si impegnava a completare le formalità doganali relative alle merci e a versare l’Iva. Nei mesi di gennaio e febbraio 2010, in merito a tali importazioni, due agenzie doganali presentavano cinque dichiarazioni e indicavano la società importatrice/acquirente come destinatario delle merci importate.

La posizione delle autorità doganali
Nel mese di aprile 2010, dette agenzie doganali presentavano presso l’autorità tributaria e doganale dell’Est istanza di annullamento delle suddette dichiarazioni, sulla base del rilievo che esse indicavano la società acquirente estone come destinatario delle merci invece della società intermediaria. In seguito a tale istanza, l’autorità tributaria effettuava un controllo a posteriori sulle cinque dichiarazioni doganali, al fine di determinare se il valore doganale delle merci importate, il calcolo e il pagamento dei dazi all’importazione fossero esatti.
Sulla base dei controlli effettuati, venivano emessi due avvisi di accertamento che imponevano alla società estone acquirente il versamento dei dazi doganali e dell’Iva sulle merci importate, in quanto le condizioni dell’esenzione dei dazi antidumping previste dall’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008, non erano state rispettate. (l’acquirente non era il primo cliente indipendente nell’Unione europea).

Il ricorso della società
La società proponeva ricorso di annullamento avverso tali avvisi di accertamento dinanzi al Tribunale amministrativo, deducendo che il fatto di essersi avvalsa dell’intermediazione di una società per le importazioni in oggetto, non aveva alcuna rilevanza dal punto di vista fiscale. Il ricorso veniva respinto dal Tribunale amministrativo, che a supporto del diniego, affermava che la società debitrice non poteva beneficiare dell’esenzione poiché non aveva acquistato la merce importata direttamente dal produttore. Contro tale decisione, nel maggio 2011, veniva proposto appello dinanzi alla Corte d’appello, con la richiesta di accoglimento del ricorso e di domanda alla Corte di pronuncia in via pregiudiziale sull’interpretazione dell’art.3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008.

Il contesto normativo
Il diritto dell’Unione ai fini della risoluzione della controversia oggetto del procedimento principale rileva il regolamento CE n. 661/2008 che impone dazi antidumping definitivi, di diverso importo, sul nitrato di ammonio e su altri prodotti contenenti nitrato di ammonio provenienti dalla Russia. In particolare l’articolo 3, di detto regolamento, prevede l’esenzione dai dazi antidumping subordinandola però alla sussistenza di determinate condizioni elencate ai paragrafi 1 e 2.
La controversia principale solleva questioni concernenti l’interpretazione e la validità delle disposizioni del regolamento CEE n. 2913/92 del Consiglio, con il quale è stato istituito un codice doganale comunitario, in particolare dell’art. 66, che disciplina le condizioni per invalidare una dichiarazione in dogana su richiesta di un dichiarante e dell’art. 220, paragrafo 2, che definisce le condizioni dell’esenzione dalla contabilizzazione a posteriore dei dazi all’importazione in caso di errore dell’autorità doganale.
Rilevanza assume anche l’art. 251 del regolamento CEE n.2454/93 della Commissione che fissa talune disposizioni d’applicazione del regolamento n. 2913/92, come modificato dal regolamento CE n.312/2009 della Commissione, che definisce, in deroga all’art. 66, paragrafo 2, del codice doganale, le condizioni per invalidare una dichiarazione in dogana dopo che sia stato concesso lo svincolo delle merci.

Le tre questioni pregiudiziali
Il giudice del rinvio, alla luce di quanto sopra, ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte diverse questioni pregiudiziali.
In primis, viene chiesto alla Corte se l’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008 debba essere interpretato nel senso che l’importatore ed il primo cliente indipendente nell’Unione devono essere sempre la stessa persona.
La seconda questione viene sollevata in merito all’interpretazione dell’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008, in combinato disposto con la decisione 2008/577. Precisamente, il giudice si chiede se lo stesso debba essere interpretato nel senso che l’esenzione dal dazio antidumping vale solo per il primo cliente indipendente nell’Unione che non abbia ancora rivenduto la merce prima di averla dichiarata.
Con la terza questione, il giudice del rinvio si chiede, innanzitutto, a norma dell’articolo 66 del codice doganale e dell’articolo 251 del regolamento di attuazione, se le autorità doganali nazionali possano invalidare, su richiesta, una dichiarazione in dogana, dopo che sia stato concesso lo svincolo delle merci, se tale domanda si fondi su un errore sull’indicazione del destinatario delle merci, ovvero se in assenza di tale errore, si sarebbe dovuta applicare l’esenzione doganale prevista dall’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008. Inoltre, si chiede se l’articolo 220, paragrafo 2, lettera b) del codice doganale, in circostanze simili a quelle oggetto del procedimento principale, vada interpretato nel senso che osti a che dette autorità procedano alla contabilizzazione a posteriori di tale dazio.
Infine, con la quarta questione, subordinata alla risposta fornita alla terza, il giudice del rinvio si chiede se l’articolo 66 del codice doganale in combinato disposto con l’articolo 251 del regolamento di attuazione sia conforme all’articolo 20 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione e agli articoli 28, paragrafo 1 e 31 TFUE. In particolare, si chiede se sia conforme al principio di uguaglianza, sancito dall’art. 20 della Carta, l’impossibilità di invalidare, su richiesta, una dichiarazione in dogana errata e la conseguente impossibilità di beneficiare dell’esenzione del dazio antidumping prevista dall’articolo 3 del regolamento n.661/2008.

La decisione sulle prime due questioni pregiudiziali
Per quanto riguarda la prima e la seconda questione pregiudiziale sottoposte alla Corte, la stessa nella sua decisione ha affermato che l’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 661/2008, deve essere interpretato nel senso che una società stabilita in uno Stato membro non può essere considerata come il primo cliente indipendente nell’Unione europea, e non può beneficiare dell’esenzione dal dazio antidumping, qualora acquisti la merce di origine russa sottoposta a dazio con l’intermediazione di un’altra società parimenti stabilita in uno Stato membro.
Nello specifico la Corte chiarisce che, ai sensi  dell’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008, le importazioni accettate dalla Commissione possono essere esonerate dal dazio antidumping quando sono rispettate tre condizioni cumulative previste dallo stesso articolo 3. In primo luogo, le merci importate devono essere prodotte, spedite e fatturate direttamente dalle società esportatrici al primo acquirente indipendente nell’Unione. In secondo luogo, le importazioni che possono godere del beneficio di tale esenzione devono essere corredate di una fattura conforme, vale a dire una fattura commerciale contenente almeno le informazioni e la dichiarazione di cui all’allegato del regolamento n. 661/2008. In terzo luogo, le merci dichiarate e presentate alle autorità doganali devono corrispondere esattamente alla descrizione riportata nella fattura conforme e in tal modo soddisfare i requisiti di cui al punto precedente. Dunque è palese che, nella fattispecie oggetto del procedimento principale, la società acquirente ha importato le merci avvalendosi dell’intermediazione della società estone, che le fatture siano state emesse a nome di quest’ultima, anche se la prima era ricompresa nelle dichiarazioni doganali quale destinatario di tutte le merci vendute. In tale contesto, non può ritenersi che il primo requisito previsto dall’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 661/2008 sia soddisfatto, sicché l’esenzione dal dazio antidumping istituita da tale regolamento non trova applicazione.

La terza questione pregiudiziale
Con riferimento alla terza questione sollevata dal giudice del rinvio, la Corte ha stabilito che gli articoli 66 e 220, paragrafo 2, lettera b, del codice doganale devono essere interpretati nel senso che non ostano a che un’autorità doganale proceda a contabilizzare a posteriori un dazio antidumping quando, come nella fattispecie di cui al procedimento principale, siano state presentate domande di invalidazione delle dichiarazioni doganali in base al rilievo che l’indicazione del destinatario ivi indicato è erroneo e detta autorità abbia accettato tali dichiarazioni o abbia svolto un controllo successivamente alla ricezione di dette domande. La Corte, rileva che l’articolo 66 del codice doganale prevede che il dichiarante in dogana possa ottenere, da parte delle autorità doganali competenti, l’annullamento della dichiarazione in dogana predisposta dal medesimo ed accettata da dette autorità, a condizione che egli fornisca la prova che la merce sia stata dichiarata erroneamente per il regime doganale indicato in tale dichiarazione. Tuttavia lo stesso articolo prevede che la dichiarazione, a svincolo delle merci ottenuto, possa essere invalidata solo nei casi limitati ed elencati dall’art. 251 del regolamento n. 2454/93. L’articolo 220, paragrafo 2, lettera b, di detto codice, precisa che non si procede alla contabilizzazione a posteriori dei dazi risultanti da un’obbligazione doganale quando l’importo dei dazi legalmente dovuto non è stato contabilizzato per un errore dell’autorità doganale stessa, che non poteva ragionevolmente essere scoperto dal debitore che, da parte sua, ha agito in buona fede. Nel caso in esame, la società acquirente non ha sostenuto, né fatto valere che la merce sia stata erroneamente dichiarata per il corrispondente regime doganale. Inoltre, nessun elemento degli atti di causa sottoposti alla Corte consente di concludere che l’indicazione, da parte delle agenzie doganali, della società acquirente quale destinataria nelle loro dichiarazioni doganali o l’accettazione o l’attuazione di un controllo di tali dichiarazioni successivamente alla presentazione di una domanda di invalidazione di queste ultime costituisca un errore da parte dell’autorità doganale.
Infine, per quanto riguarda la quarta questione, subordinata alla terza, la Corte ha chiarito che le disposizioni del codice doganale e del regolamento non consentono di invalidare, su domanda, una dichiarazione doganale erronea concedendo in tal modo il beneficio dell’esenzione dal dazio antidumping al destinatario, che invece avrebbe potuto avvalersene se tale errore non si fosse verificato. Tanto premesso, la Corte ha concluso che l’articolo 66 del codice doganale e l’articolo 251 del regolamento n. 2454/93 sono conformi al diritto fondamentale dell’uguaglianza di fronte alla legge sancito dall’articolo 20 della Carta.


Data della sentenza
17 settembre 2014
Numero della causa
Causa C-3/13

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Fatture per operazioni inesistenti.

Ricade sul contribuente l'onere di dimostrare l'esistenza delle operazioni ritenute soggettivamente inesistenti dall'ufficio e quindi la fonte legittima della detrazione Iva. Non è sufficiente allegare la regolarità della contabilità e dei pagamenti effettuati, nonché l'effettiva ricezione della merce.
È quanto stabilito dalla Corte di cassazione, nella sentenza n. 18767 del 5 settembre.

La vicenda processuale
Una società impugnava un avviso di accertamento relativo al periodo d'imposta 2002, volto al recupero a tassazione dell'Iva indebitamente detratta a fronte di operazioni, ritenute - prima dai verificatori, poi dagli accertatori - soggettivamente inesistenti.
L'ufficio, però, sia in fase istruttoria che in fase contenziosa, aveva fornito elementi oggettivi di prova, da cui si evinceva la totale mancanza della merce presso le società importatrici, oltre all'assoluta assenza di strutture organizzative idonee alle forniture dei beni. Lo stesso amministratore della società contribuente aveva ammesso di essere a conoscenza del comportamento scorretto delle società importatrici.
La pretesa impositiva veniva confermata dalla Ctp che rigettava il ricorso.

La Ctr accoglieva l'appello della contribuente, ritenendo che l'Amministrazione finanziaria non avesse provato la partecipazione della società cessionaria all'attività fraudolenta posta in essere dalle cedenti cartiere.

L'Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione, lamentando la violazione o falsa applicazione degli articoli 21 e 54 del Dpr 633/1972, nonché degli articoli 2697 e 2729 cc e dell'articolo 17 della sesta direttiva 77/388/Ce.
A parere dell'Amministrazione ricorrente, a fronte degli elementi probatori prodotti, avrebbe errato la Ctr nel non ritenere che costituisse onere della contribuente comprovare la legittimità e correttezza delle operazioni in contestazione. Il giudice di seconde cure, infatti, constatata la mancanza di detti elementi di prova di segno contrario, avrebbe dovuto escludere il diritto della contribuente alla detrazione, in relazione alle operazioni contestate dall'ufficio.
Inoltre, i giudici di appello avrebbero errato nel considerare illegittimo il ricorso, da parte dell'ufficio, a elementi presuntivi. Ad avviso della Ctr, infatti, la rettifica della dichiarazione Iva senza previa ispezione della contabilità sarebbe consentita, ai sensi del terzo comma dell'articolo 54 del Dpr 633/1972, solo se "l'esistenza di operazioni imponibili o l'inesattezza delle indicazioni che hanno dato luogo a detrazioni risulti in modo certo e diretto e non in via presuntiva".

La pronuncia della Cassazione
I giudici di legittimità, nel richiamare i principi di diritto che regolano la ripartizione dell'onere della prova in materia di operazioni soggettivamente inesistenti, hanno rilevato che, nel caso in esame, la società contribuente "aveva acquistato, nell'anno 2002, merce da società "cartiere", poichè prive - secondo quanto risulta dal pvc - di competenza gestionale e di conoscenze tecniche nel settore informatico, nonchè di adeguate strutture organizzative, e che vendevano a prezzi inferiori a quelli di acquisto. Ebbene, non può revocarsi in dubbio che tali elementi, atteso il rapporto diretto tra la contribuente e le "cartiere", induce a ritenere … che l'acquisto fosse stato effettuato direttamente dalla contribuente presso ditte operanti in ambito comunitario, e che le predette "cartiere" si siano fittiziamente interposte nelle transazioni commerciali al solo fine di consentire alla contribuente un'indebita detrazione di imposta. Tanto più che la CTR ha, altresì, accertato che dagli atti di causa era emerso che la stessa società acquirente era a conoscenza del comportamento scorretto delle società importatrici".

A fronte di tali elementi di indubbia rilevanza sul piano indiziario e presuntivo, offerti in giudizio dall'Amministrazione finanziaria, i supremi giudici non hanno attribuito alcuna importanza, agli elementi allegati dalla società nel controricorso, volti ad attestare la regolarità della contabilità, dei pagamenti effettuati, oltre all'effettiva ricezione della merce.
Ne è derivato l'accoglimento del ricorso proposto dall'Agenzia, con conseguente cassazione della sentenza impugnata.

Osservazioni
Con la sentenza in esame, la Suprema corte è nuovamente intervenuta in materia di ripartizione dell'onere della prova tra Fisco e contribuente nelle controversie relative all'indetraibilità dell'Iva afferente operazioni inesistenti.
In base al consolidato orientamento di legittimità, in caso di fatture inesistenti o legate a situazioni fraudolente ai danni dell'erario, l'Amministrazione è tenuta a provare che l'operazione commerciale oggetto della fattura non è stata posta in essere o non lo è stata tra i soggetti che figurano nella fattura o che tale documento sottende un'operazione fraudolenta cui il cessionario sia partecipe. Tale prova, senza alcun dubbio, può essere fornita anche mediante presunzioni, considerato quanto previsto dal comma 2 dell'articolo 54 del Dpr Iva (cfr Cassazione, sentenze 21953/2007, 9108/2012 e 23078/2012).

In detta prospettiva, considerato quanto statuito dai giudici di legittimità, "la prova fornita dall'Amministrazione, che la prestazione non è stata effettivamente resa dal fatturante, perchè sfornito della, sia pur minima, dotazione personale e strumentale adeguata alla sua esecuzione, costituisce di per sè, per la sua pregnanza dimostrativa, idoneo elemento sintomatico dell'assenza di "buona fede" del contribuente. L'immediatezza dei rapporti (cedente o prestatore - fatturante - cessionario o committente) induce, invero, ragionevolmente ad escludere in via presuntiva - a fronte di una conclamata inidoneità allo svolgimento dell'attività economica - l'ignoranza incolpevole del cessionario o committente circa l'avvenuto versamento dell'IVA a soggetto non legittimato alla rivalsa, nè assoggettato all'obbligo del pagamento dell'imposta. In tal caso, sarà - di conseguenza - il contribuente a dover provare, in applicazione di principi ordinari sull'onere della prova vigenti nel nostro ordinamento (art. 2697 c.c.), di non essere a conoscenza del fatto che il fornitore effettivo del bene o della prestazione era, non il fatturante, ma altri, dovendosi altrimenti negare il diritto alla detrazione dell'IVA versata".

Nel caso di specie, pertanto, avendo l'Amministrazione contestato al contribuente l'indebita detrazione di fatture afferenti operazioni soggettivamente inesistenti e avendo fornito attendibili riscontri indiziari sull'inesistenza delle operazioni fatturate, sarebbe spettato al contribuente dimostrare la fonte legittima della detrazione, altrimenti non operabile. Il cessionario, invero, considerato l'orientamento di legittimità sul punto, "ha l'onere di dimostrare almeno, anche in via alternativa, di non essersi trovato nella situazione giuridica oggettiva di conoscibilità delle operazioni pregresse intercorse tra il cedente ed il fatturante in ordine al bene ceduto, oppure, nonostante il possesso della capacità cognitiva adeguata all'attività professionale svolta in occasione dell'operazione contestata, di non essere stato in grado di abbandonare lo stato di ignoranza sul carattere fraudolento delle operazioni degli altri soggetti coinvolti nell'evasione" (Cassazione, sentenze 8132/2011 e 23074/2012).

In tal senso, i giudici della Cassazione, confermando precedenti in materia, hanno specificato che il contribuente non può limitarsi a sostenere che la merce sia stata consegnata e la fattura, Iva compresa, sia stata effettivamente pagata, trattandosi di circostanze pienamente compatibili con il modello di frode fiscale, posto in essere mediante un'operazione soggettivamente inesistente. Così come non può ritenersi sufficiente la dimostrazione della regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, trattandosi, evidentemente, di dati e circostanze facilmente falsificabili dal contribuente.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 22 settembre 2014

Agevolazioni alle cooperative.

In tema di agevolazioni fiscali previste per le società cooperative, le somme destinate a riserve indivisibili sono escluse dal reddito imponibile a condizione che sia esclusa in maniera effettiva la possibilità di distribuirle ai soci sotto qualsiasi forma, sia durante la vita dell'ente che all'atto del suo scioglimento.
È quanto ha ribadito la Cassazione con la sentenza n. 18735 del 5 settembre, secondo cui non è sufficiente la mera conformità (formale) dello Statuto alle prescrizioni legislative.

Il quadro normativo
Le società cooperative sono assoggettate alle regole previste per le società di capitali. Sono, infatti, ai sensi dell'articolo 73 del Tuir, soggetti passivi dell'imposta sul reddito delle società (Ires).
Tuttavia, in virtù della funzione sociale svolta, il legislatore tributario ha previsto diverse disposizioni speciali per la determinazione del reddito imponibile.

La riforma del diritto societario ha introdotto nel nostro ordinamento una distinzione tra cooperative a mutualità prevalente (articolo 2512 cc) e cooperative diverse, concetto ricavabile per esclusione rispetto alle prime.
In merito ai benefici tributari, l'articolo 223-duodecies delle disposizioni di attuazione del codice civile statuisce che le agevolazioni fiscali "previste da leggi speciali" si applicano soltanto alle cooperative a mutualità prevalente.

L'intervento legislativo, che modifica la determinazione del reddito imponibile delle cooperative, deve tuttavia essere coordinato con le disposizioni già in vigore.
Tra queste, va ricordato l’articolo 12 della legge 904/1977, secondo cui non concorrono a formare il reddito imponibile delle società cooperative e dei loro consorzi le somme destinate alle riserve indivisibili, a condizione che sia esclusa la possibilità di distribuirle tra i soci sotto qualsiasi forma, sia durante la vita dell'ente che all'atto del suo scioglimento.
Pertanto, nell'ipotesi in cui tutto o parte dell'utile sia destinato a riserva indivisibile, tale quota accantonata non concorre alla formazione del reddito imponibile, mentre vi partecipano le altre variazioni fiscali.

La vicenda processuale e la decisione della Cassazione
L’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione avverso una sentenza della Commissione tributaria centrale che, in riforma di una pronuncia della Ctr Abruzzo, aveva riconosciuto il diritto di una banca di credito cooperativo a godere delle agevolazioni fiscali previste per le società cooperative, annullando di conseguenza l’avviso di accertamento.
L’ufficio aveva ritenuto insussistenti i presupposti delle agevolazioni in quanto, sulla base delle clausole statutarie, non era certa e integrale l’indivisibilità delle riserve cui era destinato l’utile prodotto.

Secondo i giudici della Ctc, l’articolo 37 dello Statuto prevedeva espressamente che la somma disponibile (dopo la distribuzione degli utili ai soci) venisse devoluta a scopi di pubblica utilità. Tanto bastava per garantire la conformità dello Statuto alle prescrizioni dell'articolo 26 del Dlgs 1577/1947, secondo cui “Agli effetti tributari si presume la sussistenza dei requisiti mutualistici quando negli statuti delle cooperative siano contenute le seguenti clausole…c) devoluzione, in caso di scioglimento della società, dell'intero patrimonio sociale dedotto soltanto il capitale versato e i dividendi eventualmente maturati a scopi di pubblica utilità conformi allo spirito mutualistico”.

Con il proprio ricorso, l’Agenzia delle Entrate denunciava, ai sensi dell’articolo 360, n. 3), cpc, la violazione dell'articolo 12 della legge 904/1977.
La Cassazione, nell’accogliere il ricorso, ricorda un chiaro orientamento della giurisprudenza di legittimità (cfr sentenze 8140/2011, 17110/2007 e 12319/2006), secondo cui “non è sufficiente che la cooperativa possieda tutti i requisiti necessari per entrare nel sistema agevolativo” (come il formale inserimento nello Statuto della clausole previste dal predetto articolo 26), “ma per la applicazione di questo ulteriore specifico beneficio (di cui al predetto articolo 14) occorre appurare se, indipendentemente dall'ammontare dell'utile dei diversi esercizi, figurino o meno nello statuto della società vincoli di destinazione degli utili prodotti, tali da rendere impossibile la loro distribuzione ai soci, sia durante la vita dell'ente che all'atto del suo scioglimento, in guisa che, per poter derogare a tali vincoli, si renda necessaria una modifica dello statuto (con deliberazione di assemblea straordinaria e secondo le procedure previste per le modifiche statutarie)”.

Nel caso di specie, era evidente che tale vincolo non sussistesse, in quanto le previsioni statutarie prevedevano la mera possibilità, per voto dell'assemblea dei soci, di erogazione degli utili residuati a seguito della distribuzione ai soci, a fini di beneficenza e mutualità.


Fonte: Agenzia Entrate

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Quando il Fisco nega un rimborso: in aula “recita” solo il ricorrente.

La Corte richiama il precedente indirizzo in base al quale ove la controversia tributaria abbia ad oggetto l’impugnazione del rigetto dell’istanza di rimborso di un tributo avanzata dal contribuente, quest’ultimo riveste la qualità di attore in senso non solo formale - come nei giudizi di impugnazione di un atto impositivo - ma anche sostanziale, con la duplice conseguenza che grava su di lui l’onere di allegare e provare i fatti ai quali la legge ricollega il trattamento impositivo rivendicato nella domanda e che le argomentazioni con le quali l’Ufficio nega la sussistenza di detti fatti, o la qualificazione ad essi attribuita dal contribuente, costituiscono mere difese, come tali non soggette ad alcuna preclusione processuale, salvo la formazione del giudicato interno o - dove in concreto ne ricorrono i presupposti - l’applicazione del principio di non contestazione (Cass.  29613/2011).

Sentenza n. 19069 del 10 settembre 2014 (udienza del 27 giugno 2014)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Di Iasi Camilla - Est. Ferro Massimo
Impugnazione del rigetto dell’istanza di rimborso – Il contribuente riveste la qualità di attore in senso formale e sostanziale – Grava sul contribuente l’onere di allegare e provare i fatti ai quali la legge ricollega il trattamento impositivo

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Tassazione utili prodotti in Inghilterra.

Sono residente in Italia, ricevo da una società inglese somme a titolo di distribuzione utili. In Inghilterra non effettuano alcuna trattenuta. Vanno tassate in Italia?

In tema di tassazione dei redditi prodotti all'estero, il nostro ordinamento prevede il principio della worldwide taxation in base al quale, in capo al soggetto fiscalmente residente nel territorio dello Stato, sono imponibili tutti i redditi posseduti, anche se prodotti all'estero. In senso contrario, qualora il soggetto sia fiscalmente residente all'estero, sono imponibili in Italia solo i redditi qui prodotti (articolo 23 del Tuir). In base all'articolo 10 della convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Gran Bretagna, i dividendi pagati da una società residente nel Regno Unito a un soggetto residente in Italia sono imponibili nel nostro Stato.


Fonte: Agenzia Entrate

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“@e.bollo”, un servizio interattivo per marche targate “Italia digitale”.

Al via il progetto per il pagamento on line, con carte di credito, debito o prepagate, dell’imposta di bollo dovuta sulle istanze trasmesse in via telematica alla Pubblica amministrazione e sui relativi atti.
Il là arriva dal provvedimento 19 settembre 2014 del direttore dell’Agenzia delle Entrate, d’intesa con il dipartimento della Funzione pubblica.

Il progetto, che fornisce un ulteriore impulso alla digitalizzazione dei procedimenti amministrativi e si inserisce a pieno titolo nell’ambito della dematerializzazione e della semplificazione degli adempimenti, nasce dal comma 596 dell’unico articolo dell’ultima legge di stabilità, la 147/2013, contenente le prime indicazioni per le amministrazioni deputate a curarlo.

Questo lo start, ed ecco il percorso che delinea i primi step propedeutici alla realizzazione.
Nel provvedimento troviamo, oltre a un dettagliato elenco di definizioni che dovranno diventare familiari agli attori coinvolti nel meccanismo, anch’essi descritti, le modalità di assolvimento dell’imposta on line a seconda dello scenario.
Il bollo digitale, infatti, potrà essere assolto collegandosi direttamente al sito dell’Amministrazione interessata, autenticandosi se richiesto, oppure a quello dell’intermediario. C’è, poi, il caso in cui sia dovuto il pagamento del bollo su un atto o provvedimento prodotto dalla Pubblica amministrazione a seguito di una istanza del cittadino. Gli schemi sono più o meno gli stessi, ma ciò che risalta è il ruolo attribuito ai “prestatori di servizi di pagamento”, gli intermediari di cui all’articolo 114-sexies, Tub, cioè banche e Poste. Saranno loro i “possessori” degli Iubd (identificativi univoci bollo digitale) che serviranno per la formazione delle marche digitali.

Il servizio, battezzato “@e.bollo”, per crescere e diventare operativo avrà bisogno di alcuni mesi necessari al perfezionamento delle procedure informatiche, da parte sia delle Pubbliche amministrazioni sia degli intermediari incaricati alla riscossione dell’imposta, che avverrà in base alle linee guida elaborate dall’Agenzia delle Entrate e dall’Agenzia per l’Italia digitale.
In prima battuta, sarà attivato sui siti internet delle PA che offrono servizi interattivi di colloquio con gli utenti per la richiesta e il rilascio dei documenti elettronici: per facilitare gli adempimenti delle amministrazioni, sui siti delle Entrate e dell’Agenzia per l’Italia digitale sarà reso disponibile un software, con le relative specifiche tecniche, che le amministrazioni potranno collegare al proprio sistema di protocollazione. Attraverso la funzionalità del programma potranno verificare la contestuale presenza del documento e della marca da bollo digitale, la correttezza formale di quest’ultima, e controllare che l’imposta sia stata assolta nella misura dovuta.
In una seconda fase, il servizio verrà esteso alle richieste e ai relativi atti scambiati, tra cittadini e PA, tramite posta elettronica.

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