lunedì 30 settembre 2013

Quesito: aquistato all'asta immobiliare appartamento.

Ho aquistato all'asta immobiliare l'appartamento che era stato sequestrato a mia figlia causa mancato pagamento del totale mutuo.Posso ora trascorsi dieci anni intestarlo a lei stessa senza incorrere in eventuali rischi di rissequestro?
Vorrei un riscontro in merito.

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Quesito: detrazioni 65%.

devo acquistare un climatiz-
zatore :devo fare dichirazione enea e altri passaggi o basta solo portare in dichiarazione  bonifico sia per acquisto che per installazione per ottenere 65%?

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Contributo regionale “prima casa”. Perso anche se la vendita è forzata.

Con sentenza del 10 settembre 2013, n. 20691, la Corte di cassazione ha stabilito che l’acquirente di un immobile perde il finanziamento ottenuto dalla Regione per non aver abitato nella casa per cinque anni, anche se l’alloggio in questione è stato espropriato. Quindi, il contributo va restituito.

Il fatto
La vicenda riguarda la declaratoria di decadenza da parte della Regione Friuli Venezia Giulia, ai sensi dell’articolo 39 della legge regionale n. 75/1982, vigente ratione temporis, dal finanziamento concesso a un contribuente a titolo di sovvenzione per l’acquisto della “prima casa”, a causa del mancato rispetto dell’obbligo, cui il beneficio era condizionato, di residenza per almeno un quinquennio nell’immobile, come previsto dall’articolo 24 della stessa legge (poi confermato dall’articolo 15 della successiva legge regionale n. 6/2003).

Per detta ragione, l’ente ottenne decreto ingiuntivo con il quale richiedeva al contribuente la restituzione della somma erogatagli, mentre veniva respinta dal Tribunale l’opposizione dell’intimato al provvedimento monitorio.
Stessa sorte toccò all’appello, nella cui decisione la Corte territoriale ha considerato irrilevante che l’appellante non avesse potuto rispettare l’obbligo di risiedere almeno cinque anni nell’alloggio acquistato a causa della sottoposizione del bene a pignoramento e del suo conseguente trasferimento a terzi in sede di vendita forzata. La circostanza non era infatti idonea a configurare causa di non imputabilità dell’inadempimento, posto che la vendita coattiva era stata determinata da un comportamento colpevole del beneficiario, per omesso pagamento dei crediti vantati dalla banca procedente.

La sentenza viene opposta con ricorso per cassazione, con il quale l’interessato lamenta, sostanzialmente, che il giudice del riesame abbia ricompreso la vendita forzata dell’immobile fra i casi sanzionati con la decadenza del beneficiario dal finanziamento ottenuto per il suo acquisto, atteso che ai sensi dell’articolo 39 della legge regionale n. 75/1982, al proprietario era fatto esclusivamente divieto di non trasferire la propria residenza, di non locare e di non vendere l’immobile per un periodo di cinque anni, mentre invece l’ultima condizione, che si riferisce a un’alienazione volontaria, non potrebbe essere equiparata a un fatto involontario quale l’esecuzione forzata del bene.

Motivi della decisione
Nel decidere la vertenza, la Corte suprema respinge il ricorso, confermando che l’acquirente dell’immobile perde il finanziamento ottenuto dalla Regione per non aver abitato nell’alloggio acquistato per cinque anni, anche se l’alloggio gli è stato espropriato. Vendita volontaria o vendita forzata, non importa: ciò che conta è che il bene, acquisito come prima casa – con le connesse agevolazioni – è stato ceduto e che l’ormai ex proprietario non ha rispettato il requisito fondamentale della residenza nell’immobile per almeno un quinquennio.

Per questo motivo, è corretta la scelta operata dalla Regione di revocare il “beneficio” originariamente concesso, chiedendo anche la restituzione della somma erogata.

A rendere ancora più chiara la situazione – sancisce il giudice di legittimità, seguendo la linea interpretativa già tracciata nei precedenti gradi di giudizio – interviene anche la considerazione che la decadenza dal beneficio è stata pronunciata sì per effetto della vendita forzata, ma originata dalla condotta dell’ex proprietario. Difatti, la vendita dell’immobile è avvenuta in sede di esecuzione forzata in quanto la banca ha pignorato il bene a seguito del mancato pagamento, da parte dell’ex proprietario, delle rate del mutuo che gli era stato concesso per l’acquisto della “prima casa”.
Nessun dubbio, quindi, sulla responsabilità dell’interessato, cui è sicuramente imputabile la circostanza venutasi a creare e che lo ha portato non solo a perdere l’appartamento, ma anche a dover restituire la somma concessagli dall’ente pubblico.

Infatti, secondo la Corte suprema, il ricorrente dimentica che la revoca del finanziamento è stata pronunciata in ragione del mancato rispetto dell’obbligo, posto a suo carico, di risiedere nell’immobile per almeno cinque anni, ovvero per un fatto “oggettivo”, verificatosi a causa della vendita forzata del bene. Ed è innegabile, da questo punto di vista, che l’interesse pubblico sotteso alla ratio legis è quello di agevolare il privato nell’accesso alla proprietà abitativa e non di favorire l’acquisto della prima casa indipendentemente dalle finalità per le quali viene posto in essere l’acquisto.
Dunque, se l’alloggio non è abitato dal beneficiario, viene meno la ragione del finanziamento e, una volta verificatasi tale situazione, si determina “automaticamente” la decadenza della concessione del contributo.
Il giudice di legittimità, pertanto, conclude affermando la piena equiparabilità, ai fini della perdita del beneficio, della vendita forzata alla vendita volontaria.


Fonte: Agenzia Entrate

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Il condono vale per le due parti: amnistiato anche il rimborso!

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte (cfr Cassazione 5037/2010, 17142/2008 e, specificamente per l’Irap, 3682/2007, 1967/2012 e 3841/2012), il condono tributario attribuisce al contribuente un diritto potestativo di scelta tra il procedimento amministrativo di accertamento ordinario, con conseguente pretesa all’eventuale rimborso del tributo indebitamente pagato ed il procedimento amministrativo di accertamento straordinario di condono. L’opzione del contribuente per il condono preclude ad entrambi i soggetti del rapporto il ricorso al procedimento di accertamento ordinario e, quindi, anche ogni pretesa al rimborso da parte del contribuente, compreso il rimborso dell’Irap. In ogni caso, è soggetto passivo Irap chi si avvalga, nell’esercizio dell’attività di lavoro autonomo (o d’impresa anche minore), di una struttura organizzata in un complesso di fattori che per numero, importanza e valore economico siano suscettibili di creare un valore aggiunto rispetto alla mera attività intellettuale (o manuale) supportata dagli strumenti indispensabili e di corredo al suo know-how. Può essere escluso il presupposto di imposta solo quando il risultato economico trovi ragione esclusivamente nell’auto-organizzazione del professionista (ovvero prestatore autonomo) o, comunque, quando l’organizzazione da questi predisposta abbia incidenza marginale e non richieda necessità di coordinamento (cfr Cassazione 30753/2011).
 
Sentenza n. 21326 del 18 settembre 2013 (udienza 26 giugno 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio – Est. Ferro Massimo
Irap – Lavoratori autonomi e piccoli imprenditori – Autonoma organizzazione – Elementi organizzativi ulteriori rispetto al lavoro del professionista

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Corte Ue: ok a sanzione immediata per mancato deposito dei bilanci.

Il caso oggetto di intervento da parte della Corte di giustizia dell’Unione europea ha come protagonista una Srl tedesca che svolge la propria attività in Austria, attraverso una succursale iscritta in uno specifico registro.
L'Amministrazione austriaca comminava alla descritta compagine societaria la sanzione di due ammende di 700 euro, per non aver depositato i bilanci relativi a due esercizi annuali.
La società ricorreva, affermando di non aver avuto alcun sollecito in tal senso e che, comunque, i conti erano depositati e accessibili per via telematica, da parte dei giudici, presso l'ente tedesco di riferimento. Provvedeva, nonostante ciò, a depositare la documentazione richiesta ma il giudice, dopo una prima decisione di inapplicabilità delle sanzioni, confermava successivamente le ammende, perchè il deposito dei conti era stato, in ogni caso, tardivo.

Le questioni pregiudiziali
Il giudice d'appello, investito poi della controversia, si interrogava sulla compatibilità del diritto dell'Unione con il sistema sanzionatorio austriaco, riformato nel 2011, che prevede la possibilità di infliggere senza indugio un'ammenda a una società, che omette di depositare i propri conti annuali presso il tribunale competente.
Poneva, quindi, alla Corte di giustizia la seguente questione pregiudiziale: se è compatibile con il diritto Ue il sistema austriaco nella misura in cui irroga immediatamente - senza possibilità per la società di presentare osservazioni e senza necessità di sollecito - una sanzione pecuniaria minima di € 700, aggravata in caso di ritardo, alla società che ometta di presentare e pubblicare il bilancio presso il tribunale competente.
In particolare, inferiva il giudice del rinvio, sembravano lesi, i principi di libertà di stabilimento, di effettività, del contraddittorio, del “ne bis in idem” nonché le disposizioni comunitarie relative alle sanzioni nella procedura di pubblicità.

La decisione della Corte
La Corte prospetta la compatibilità del diritto austriaco con il diritto dell'Unione.  Infatti, è proprio il diritto comunitario ad attribuire agli Stati il compito di irrogare sanzioni appropriate, per mancata pubblicità dei documenti contabili.
Tali sanzioni, prosegue la Corte, devono essere effettive, proporzionali, dissuasive ed adeguate alla gravità delle sanzioni che intendono reprimere. In ogni caso, qualora possibile, lo Stato deve prevedere, tra più misure appropriate, quella meno restrittiva.
Gli eurogiudici sottolineano, altresì, l'importanza della pubblicità dei conti annuali di una società, i quali devono fornire ai terzi un quadro fedele del patrimonio, della situazione finanziaria nonché dei risultati economici della società.
In questo senso, la sanzione di € 700, comunque impugnabile nel termine di quattordici giorni, pare alla Corte in linea con la media delle somme previste dagli Stati membri a carico delle società in caso di violazione dell'obbligo di pubblicità. Anche il termine di nove mesi dalla data di chiusura del bilancio, entro il quale deve essere posta in essere la pubblicità, sembra un periodo sufficientemente ampio per adempiere all' obbligo di pubblicazione.
La Corte prosegue osservando che il regime sanzionatorio austriaco non lede il principio di libertà di stabilimento, innanzitutto perchè si applica tanto alle società stabilite in Austria quanto alle società stabilite in altri Stati membri, che hanno creato una succursale in Austria e, poi, perchè se la società rispetta il suddetto obbligo non viene irrogata nessuna sanzione.
Passando alla compatibilità del sistema sanzionatorio in esame con il principio dell'effettività della tutela, i togati comunitari osservano come il termine di quattordici giorni sia sufficiente per predisporre un ricorso efficace, tenuto anche conto che la società ha tempo nove mesi dalla fine dell'esercizio per depositare i conti annuali.
Né il mancato sollecito rappresenta una compressione del diritto di difesa, atteso che la predisposizione di un ricorso motivato contro il provvedimento sanzionatorio rende lo stesso immediatamente inapplicabile ed avvia il processo ordinario.

La sentenza
Gli articoli 49 e 53 TFUE, i principi del contraddittorio e della difesa, nonché l'articolo 12 dell' Undicesima direttiva del Consiglio, del 21/12/1989, relativa alla pubblicità delle succursali create in un altro Stato membro, non ostano a una normativa nazionale che preveda la possibilità di irrogare immediatamente, alla “società madre”, un'ammenda nel caso di inutile decorso del termine  previsto per la pubblicità dei documenti contabili, senza previo sollecito e senza dare alla società la possibilità di esprimersi sull'inadempimento ad essa imputato.


Fonte:
Data della sentenza
26 settembre 2013
Numero della causa
Causa C-418/11
Nome delle parti
Texdata Software GmbH

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Compilazione degli studi di settore: il quadro T "congiuntura economica".

Gli studi di settore si fondano sul concetto di normalità economica, che è per sua natura dinamico e suscettibile di modifiche nel tempo. La necessità di tenere sempre aggiornata la fotografia della realtà economica fatta dagli studi richiede una revisione costante dello strumento, alla ricerca di quella flessibilità che consenta di avere sempre una stima dei ricavi /compensi corretta.
La necessità di aggiornare lo strumento deriva anche dalla circostanza che le elaborazioni fatte per le evoluzioni degli studi hanno solitamente, come base di partenza, i dati relativi ai due periodi di imposta precedenti, e lo studio evoluto resta solitamente in vigore per un triennio successivo. A ciò occorre aggiungere che gli anni di crisi economica che caratterizzano il periodo attuale hanno avuto i loro effetti anche nel mondo degli studi di settore, in quanto i risultati degli stessi sono il frutto di elaborazioni di dati raccolti in anni in cui il ciclo economico non era influenzato dalla crisi o ne era influenzato in misura diversa rispetto al periodo d'imposta oggetto di analisi. Per tale motivo, in analogia a come operato per i periodi d'imposta precedenti, è stato necessario introdurre alcuni correttivi in grado di "riequilibrare" la stima dei risultati derivanti dall'applicazione degli studi di settore per il periodo di imposta 2012, in modo da tenere conto delle mutate condizioni economiche.

Al riguardo, con il decreto ministeriale 23 maggio 2013, è stata approvata, in base all'articolo 8 del decreto legge n. 185/2008, la revisione congiunturale speciale degli studi di settore attraverso l'introduzione di quattro tipologie di correttivi:
modifica del funzionamento dell'indicatore di normalità economica "durata delle scorte"
correttivi specifici per la crisi
correttivi congiunturali di settore
correttivi congiunturali individuali.
I correttivi risultano, in via generale, analoghi - per costruzione e funzionamento - a quelli introdotti per gli studi applicabili al periodo di imposta 2011, ma, a differenza del 2011, le informazioni utili ai fini dell'applicazione dei correttivi per il periodo di imposta 2012 sono state eliminate dal quadro X, nel quale erano contenute negli anni precedenti, e inserite in un nuovo specifico quadro T - "Congiuntura economica".

In particolare, nella maggioranza degli studi, viene chiesto di indicare alcune voci di costo relative ai periodi di imposta 2010 e 2011 necessarie per l'applicazione del correttivo "congiunturale individuale", e negli studi dove risulta applicato l'indicatore di normalità economica della durata delle scorte viene chiesto di indicare i "Ricavi dichiarati ai fini della congruità relativi al periodo di imposta 2011" per la rimodulazione del predetto indicatore.

La fruizione dei correttivi "congiunturali di settore", viceversa, avviene indipendentemente dalla compilazione del quadro T e a condizione che il contribuente risulti non congruo. Ovviamente, i contribuenti che dovessero risultare congrui e normali senza l'applicazione dei correttivi in argomento potranno non compilare i quadri relativi a tali informazioni, trattandosi di dati già in possesso dell'Amministrazione finanziaria e senza alcun impatto sulla stima dello studio di settore.

Problematiche particolari si potrebbero registrare nel caso in cui il contribuente:
abbia avuto il periodo d'imposta di riferimento per l'applicazione del correttivo di durata diversa a dodici mesi (ad esempio, perché ha iniziato l'attività nel corso di tale anno e l'attività rappresenta una mera prosecuzione di attività svolta da altri soggetti)
non abbia presentato il modello degli studi di settore per il periodo d'imposta di riferimento per l'applicazione del correttivo (ad esempio, perché ha iniziato l'attività nel corso di tale anno e l'attività, diversamente dal caso precedente, non rappresenta una mera prosecuzione di attività svolta da altri soggetti)
non abbia dichiarato redditi di impresa o di lavoro autonomo nel periodo d'imposta preso a riferimento per il calcolo del correttivo (ad esempio, perché ha iniziato nel 2012 l'attività di impresa che costituisce mera prosecuzione di attività svolta da altri soggetti).
Con riferimento all'ipotesi sub 1., ai fini della corretta applicazione dei correttivi crisi, si dovrà effettuare il ragguaglio dei ricavi/costi dichiarati in tale periodo rispetto all'anno, considerato convenzionalmente pari a 365 giorni.
Ad esempio, un contribuente inizia la sua attività ricevendo in donazione un'azienda che produce "Confezione di abbigliamento in pelle e similpelle" in data 1 dicembre 2010, contabilizzando "altri costi per servizi" per un valore pari a 62.000 euro e sostenendo dei "costi per l'acquisto di materie prime" pari a 31.000 euro. Ai fini della compilazione del quadro T , nel modello studi di settore relativo al periodo d'imposta 2012 sarà necessario ragguagliare i relativi valori dell'anno 2010 al periodo di un anno, per cui avremo che:
gli "altri costi per servizi" risulteranno pari a 730.000 euro, derivanti dalla seguente operazione (62.000/31)*365
i "costi per l'acquisto delle merci" saranno pari a 365.000 euro, derivanti dalla seguente operazione (31.000/31)*365

nche con riferimento all'ipotesi sub 2. sarà necessario indicare negli appositi righi, presenti nel quadro T dei modelli studi di settore, i ricavi/costi relativi al periodo d'imposta interessato, eventualmente ragguagliando i valori all'anno. Vi è, però, una particolarità in quanto, non avendo compilato il modello studi di settore per uno o entrambi i periodi d'imposta considerati perché, ad esempio, il contribuente è stato interessato dalla causa di esclusione dell'inizio dell'attività, nella compilazione del quadro T bisognerà fare attenzione a riportare i valori seguendo le regole previste dagli studi di settore e non secondo le regole previste per la compilazione di Unico.
Si pensi anche al caso di un soggetto esercente attività d'impresa, che nell'anno 2010 ha applicato per l'ultima volta il regime dei minimi, previsto dai commi da 96 a 117 dell'articolo 1 della legge 244/2007. Nel compilare il quadro T, questi dovrà fare attenzione a fornire i dati perché non dovrà tenere conto degli effetti derivanti dal principio di cassa correlato al regime di vantaggio dei minimi. A tal fine, ad esempio, il valore delle esistenze iniziali e delle rimanenze finali, da indicare nel quadro T, dovrà essere determinato in relazione alle merci che erano effettivamente giacenti nel magazzino, anche se i relativi costi, sulla base delle disposizioni previste dal regime dei "minimi", erano stati dedotti integralmente nel periodo di imposta di acquisto.
Si supponga ancora che il contribuente che ha applicato il regime dei minimi nel 2010 per l'ultima volta abbia anche acquistato e pagato nell'anno stesso una partita di merce per 30.000 euro, che è stata successivamente venduta nel periodo d'imposta 2011, e abbia dedotto fiscalmente il relativo costo d'acquisto nel 2010, secondo le regole previste dal citato regime di vantaggio (per una disamina sulle problematiche della compilazione del modello studi di settore da parte dei soggetti che hanno cessato il regime dei minimi, si rinvia all'articolo precedente). In questo caso, il quadro T andrà compilato senza tenere conto degli effetti derivanti dal principio di cassa correlato al regime di vantaggio dei minimi, per cui bisognerà rielaborare i dati come se si fosse applicato il principio di competenza anche per l'anno 2010. Di conseguenza, il costo delle merci dovrà essere riportato per il 2010, sia tra le merci acquistate sia tra le rimanenze finali, e, per il periodo d'imposta 2011, dovrà essere riportato tra le esistenze iniziali.

Tenuto conto della possibile difficoltà che i contribuenti ex minimi potrebbero avere nel rielaborare i dati relativi ai periodi di applicazione di tale regime agevolativo, la circolare n. 30/2013 ha precisato che i soggetti ex minimi possono non compilare il citato quadro T precludendosi, di conseguenza, la possibilità di accesso ai correttivi crisi che necessitano di queste informazioni. In tali casi, possono essere fornite indicazioni in merito al comportamento adottato utilizzando la sezione relativa alle annotazioni di Gerico 2013.

Infine, riprendendo l'ipotesi sub 3., qualora il contribuente non abbia dichiarato redditi di impresa/lavoro autonomo nei periodi d'imposta presi a riferimento per il calcolo del correttivo, non potrà fruire dei correttivi crisi che, per poter essere applicati, necessitano della compilazione del quadro T con le informazioni relative agli anni precedenti, fruendo, viceversa, delle riduzioni eventualmente operate dagli altri "correttivi crisi" previsti dalla Nota tecnica e metodologica, approvata con il decreto ministeriale del 23 maggio 2013. In tal caso, il contribuente potrà, comunque, rappresentare la specifica situazione nella sezione "Note aggiuntive", predisposta all'interno del software Gerico 2013.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 27 settembre 2013

Quesito: acquisto servizio dal Brasile.

 Sto comprando un sito web dal Brasile. Il costo di questo servizio è di 1000 euri. Posso scaricare questo costo? Come funziona riguardo l'Iva?

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I versamenti sul conto corrente rilevanti fino a prova contraria.

I) In tema di condono tributario, il DL n. 449 del 1996, art. 3, comma 2, lett. a), (non convertito, ma i cui effetti sono stati fatti salvi dalla legge n. 662 del 1996, art. 2), nel prevedere che la definizione agevolata ivi prevista non è ammessa se alla data del 15 novembre 1996 ricorrono le ipotesi indicate nel DL n. 564 del 1994, art. 2-bis comma 2, convertito dalla legge n. 656 del 1994 – vale a dire quando è configurabile l'obbligo di denunzia all'autorità giudiziaria per i reati di cui al DL n. 429 del 1982, art. da 1 a 4, ovvero quando per detti reati risulta essere stato presentato rapporto dalla guardia di finanza o risulta essere stata avviata l'azione penale – pone un impedimento di natura soggettiva alla possibilità di definizione senza alcuna distinzione fra l’ipotesi di reato monosoggettivo e quella di concorso di più persone nel medesimo reato, dovendosi pertanto escludere che l’amministrazione finanziaria, ai fini dell'ammissione al beneficio, abbia il potere di valutare autonomamente la maggiore o minore importanza del contributo causale fornito dal singolo concorrente (Cass. n. 11085-06).
II) In tema di accertamento delle imposte sui redditi, i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari vanno ritenuti rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, ai sensi del DPR n. 600 del 1973, art. 32, “se il titolare del conto non fornisca adeguata giustificazione a prescindere dalla prova preventiva che il contribuente eserciti una determinata attività e dalla natura lecita o illecita dell'attività stessa” (v. Cass. 10578-11).

Sentenza n. 21305 del 18 settembre 2013 (udienza 5 giugno 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Merone Antonio – Est. Terrusi Francesco
Accertamento – Dati desumibili dai conti bancari – Presunzione legale c.d. relativa – Applicabilità ai redditi di lavoro autonomo

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Tributi speciali: consulenza giuridica chiarisce il presupposto impositivo.

La ratio della disposizione, contenuta nella relazione ministeriale che accompagna il Dpr 648/1972, esplicita che i cosiddetti “tributi speciali” sono destinati “a compensare a particolari prestazioni a richiesta e nell’esclusivo interesse di altri Enti e di privati, rese dal personale” ovvero sono destinati alla copertura dei costi sostenuti.
Con la risoluzione n. 60/E del 26 settembre 2013, l’Agenzia delle Entrate rende pubblica la propria interpretazione del Dpr 648/1972.

I dubbi sull’applicazione dei tributi speciali sono stati sollevati da uffici finanziari sul territorio in merito alla registrazione di atti, presentati in originale o in copia autenticata e, in particolare, alla pubblicazione di testamenti e contratti di cottimo fiduciario.
Già in passato, l’archivio notarile aveva chiesto delucidazioni in seguito alla pubblicazione della circolare 26/E dell’1 giugno 2011, che prevedeva l’esenzione, da questa “speciale” imposizione, per la registrazione dei contratti di locazione, sia in presenza di opzione per la cedolare secca sia senza la richiesta di opzione.

Il parere espresso dalla direzione Normativa delle Entrate supera la risoluzione 219/E del 2009, nella parte in cui si afferma che l’emissione di un attestato di avvenuta registrazione (di cui all’articolo 36 della legge 340/2000) integra il presupposto per l’applicazione dei tributi speciali.

Con la risoluzione odierna, l’Amministrazione riesamina il configurarsi del presupposto impositivo dei tributi speciali, partendo proprio dalla ratio della norma, per concludere con una nuova interpretazione.
Infatti, come sottolineato anche dagli uffici interpellanti, le annotazioni di avvenuta registrazione apposte in calce o a margine dell’atto, non hanno appunto il presupposto per l’applicazione dei “tributi”.

A questo proposito, la disamina giuridica della norma inizia dal titolo II della tabella A (annessa al Dpr 648/1972, come sostituita dall’articolo 3 della legge 549/1995) che identifica i diritti come correlati alle attività svolte dal personale, già appartenente agli uffici – allora denominati – del Registro e dell’Iva, oggi personale delle Entrate.
E proprio il titolo II della tabella A lascia intendere che presupposto del tributo sia l’esercizio materiale di una attività resa dal personale dell’Amministrazione, svolta esclusivamente nell’interesse e su richiesta di terza persona o ente.

L’annotazione di avvenuta registrazione, secondo la consulenza fiscale, rientra nel processo operativo che completa la registrazione stessa di un atto, svolta autonomamente senza alcuna richiesta dell’interessato, né nel suo specifico interesse. Viene a mancare così il presupposto che determina l’applicazione dei tributi speciali.

Già la circolare n. 26/E del 2011, al punto 4.2, affermava che “il presupposto per l’applicazione dei tributi speciali non si realizza con riferimento alle annotazioni di avvenuta registrazione apposte dall’ufficio in calce o a margine dell’atto portato alla registrazione per carenza del presupposto impositivo” poiché rappresentano “una modalità di esecuzione della registrazione che si incardina nel procedimento di registrazione degli atti”.

Per analogia, lo stesso presupposto viene a mancare anche quando è previsto che l’ufficio debba rilasciare “una fotocopia da esso certificata conforme” nel caso in cui siano presentate alla registrazione scritture private in unico originale. Anche qui, evidentemente, mancano i requisiti dell’esclusivo interesse di un terzo e della sua richiesta.

Per quanto attiene, inoltre, alla registrazione di atti pubblici o scritture private autenticate, di cui sono depositari notai o pubblici ufficiali, ai quali è fatto esplicito divieto di spostare questo tipo di documenti dal luogo dove sono conservati o archiviati (articolo 36, legge 340/2000, fatti salvi i casi previsti dal comma 1), è ovviamente e giuridicamente impossibile produrre gli atti in originale, ai fini della registrazione presso gli uffici finanziari.
È sufficiente, pertanto, presentare una copia conforme certificata dal pubblico ufficiale che conserva l’originale sul quale egli stesso può procedere alle annotazioni sulla base di “idoneo documento scritto emesso dalla competente amministrazione”.

Questo “idoneo documento” non è specificato dalla norma, ma ha comunque una valenza dichiarativa, senza che corrisponda né a un interesse esclusivo e immediato della parte richiedente, né risulta collegato ad alcuna particolare prestazione fornita dal personale amministrativo, né tantomeno presuppone alcuna attività di ricognizione, ricerca, consultazione o estrazione da parte degli uffici. Corrisponde, invece, all’adempimento di un dovere giuridico da parte dell'Amministrazione, nell’espletamento di una delle fasi del procedimento di registrazione. Pertanto, come si desume pure dalla circolare n. 226/E del 2000, che afferma che l’idoneo documento scritto, sostituendo “gli adempimenti posti a carico della stessa dall’art. 16 comma 4 Tur”, costituisce attestato di registrazione e come tale non è procedimento autonomo e non costituisce presupposto all’applicato dei tributi speciali.


Fonte: Agenzia Entrate

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Spese di ippoterapia per familiare disabile.

Sono deducibili dal congiunto le spese per ippoterapia sostenute per un familiare incapiente, ma non a carico, invalido al 67%, quindi totalmente esente ticket?

Sono deducibili dal reddito le spese mediche e di assistenza specifica necessarie nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione, sostenute dai soggetti indicati nell’articolo 3 della legge 104/1992 (articolo 10, comma 1, lettera b, del Tuir). È ammessa la deducibilità anche delle spese sostenute per familiari (indicati dall’articolo 433 cc), anche se non fiscalmente a carico (articolo 10, comma 2, del Tuir). Qualora le prestazioni sanitarie siano effettuate da soggetti diversi dai medici possono essere ammesse in deduzione/detrazione a condizione che le stesse, oltre a essere collegate alla cura di una patologia, siano rese da personale abilitato dalle autorità competenti in materia sanitaria (circolare n. 17/E del 2006). In assenza di una specifica disciplina sanitaria che qualifichi l’attività di ippoterapia e i soggetti competenti ad esercitarle, le relative prestazioni sono ammesse alla deduzione solo qualora un medico ne attesti la necessità per la cura della patologia di cui è affetto il portatore di handicap, e le stesse siano eseguite in centri specializzati direttamente da personale medico o sanitario specializzato (ovvero sotto la loro direzione e responsabilità tecnica). Per usufruire dei benefici fiscali, sarà necessario presentare la prescrizione del medico e la fattura del centro specializzato (circolare 19/E del 2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Black list escluse dallo Spesometro.

Sono essenzialmente tre i problemi più evidenti con riferimento ai rapporti tra le operazioni da comunicare con lo spesometro e la comunicazione black list. 1) Tra le operazioni escluse dallo spesometro non figurano più le operazioni comprese nella comunicazione black list. In questo caso si può ritenere che l'esclusione operi visto che le comunicazioni utilizzano la stessa modulistica. 2) Poiché i regolamenti del 28.05 e 5.7.2010 sono stati abrogati, non è chiaro se le importazioni e le esportazioni da/verso black list debbano essere incluse o escluse dalla comunicazione. In questa ipotesi si ritiene che importazioni ed esportazioni debbano essere incluse nelle comunicazioni black list altrimenti, poiché sono escluse dallo spesometro, si perderebbe traccia di tali operazioni. 3) Non è chiaro se le operazioni escluse dalle black list perché di importo inferiore a 500 euro siano da comprendere nello spesometro. In linea di massima si ritiene che  l'esclusione delle operazioni di importo inferiore a 500 euro dalle black list vale anche ai fini dello spesometro.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Sistri ai nastri di partenza.

Il Sistri (sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti) è nato nel 2009 per permettere l'informatizzazione del ciclo di gestione dei rifiuti a livello nazionale e della produzione dei rifiuti speciali e dei rifiuti urbani della Regione Campania. Sono trascorsi più di tre anni dalla prima partenza prevista per il 31 luglio 2010, ma l'avvio è stato sempre prorogato per le innumerevoli problematiche del sistema, evidenziate dagli operatori e dalle associazioni di categoria. Nonostante tutto questo, per migliorare il sistema è stato fatto poco ma  un'ulteriore proroga al momento non è prevista. L'avvio delle procedure, unicamente  per gestori e trasportatori di rifiuti pericolosi, è fissato per il 1° ottobre. A fare le spese  del rodaggio  saranno questi  operatori, che per la soluzione dei problemi potranno contare solo un call center: 800 00 38 36 attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle 17.30 e il sabato dalle 8.30 alle 12.30.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Si applica la ritenuta al Tfr erogato all'erede non residente.

Con la risoluzione 61/E del 26/09/2013 l'Agenzia delle Entrate risponde ad un interpello sulla tassazione del Tfr percepito da eredi non residenti in Italia, maturato a seguito del lavoro del de cuiuis svolto in Italia. Con il documento di prassi l'Agenzia conferma la tassazione in Italia delle somme percepite, sia in virtù della normativa nazionale sia di quella convenzionale (nel caso specifico Italia-Regno Unito). Poiché il Tfr e l’indennità di preavviso sono qualificati, ai fini convenzionali, come redditi di lavoro dipendente, il sostituto d’imposta italiano è tenuto ad applicare la ritenuta alla fonte sulla quota di tali somme spettanti al coniuge del lavoratore non residente deceduto, in ragione dello svolgimento in Italia della prestazione di lavoro. In ogni caso all'atto della tassazione degli emolumenti nel Regno Unito, l'imposta italiana  dovuta ai sugli utili o redditi provenienti da fonti site in Italia è ammessa in deduzione dall’imposta del Regno Unito calcolata sugli stessi utili o redditi per i quali è stata calcolata l’imposta italiana.

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giovedì 26 settembre 2013

La nozione di donazione modale.

Cosa si intende per donazione modale ai fini della deducibilità dal reddito? Qual è il nesso con le spese sostenute per il mantenimento dei figli?

Il Tuir prevede la deducibilità dal reddito complessivo degli assegni periodici corrisposti in forza di donazione modale (articolo 10, lettera d, del Dpr 917/1986). Una donazione si definisce modale quando è gravata da un onere (un modus) che limita l'arricchimento del donatario, imponendogli l'esecuzione di una prestazione a vantaggio del donante o di soggetti terzi (articolo 793 cc). Il donatario è tenuto all'adempimento dell'onere entro i limiti del valore della cosa donata. Il modus non può infatti ridurre del tutto il vantaggio attribuito dalla donazione. Il Tuir prevede la deducibilità anche per le spese sostenute per gli assegni alimentari corrisposti alle persone indicate nell’articolo 433 cc, tra cui rientrano i figli. Si tratta però di una diversa ipotesi, non collegata alla nozione di donazione modale. È peraltro da porre in evidenza che il Testo unico fa riferimento, ai fini delle deducibilità, alle spese per alimenti (corrisposte per far fronte a difficoltà economiche inerenti il soddisfacimento dei bisogni di base) e non a quelle per il mantenimento (erogate, in seguito a separazione e/o divorzio, al fine di garantire a chi lo riceve un tenore di vita simile a quello avuto durante il matrimonio). Per queste ultime, infatti, spetta solo la detrazione d’imposta per i figli a carico (articolo 12 del Tuir).


Fonte: Agenzia Entrate

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Società di capitali lese da sisma 2012: più tempo per approvare i bilanci.

Le società di capitali che in base alla delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2013 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 29 del 4 febbraio 2013) possono posticipare i termini per l’approvazione del bilancio relativo all’esercizio 2012, versano il saldo e il primo acconto dell’Ires e dell’Irap entro il giorno 16 del mese successivo a quello di approvazione del bilancio ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%.
Il differimento dei termini riguarda anche i soci di società a responsabilità limitata non trasparenti, con riferimento al versamento dei contributi previdenziali, nonché i soci di società di capitali trasparenti, limitatamente alla quota dei versamenti (tributari e contributivi) afferente al reddito di  partecipazione nella società che posticipa l’approvazione del bilancio.

Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 59/E del 25 settembre 2013, emanata a seguito di numerose richieste di parere da parte di alcune associazioni di categoria volte a conoscere le “ricadute” fiscali della delibera del Consiglio dei Ministri del 31 gennaio 2013, con cui sono stati posticipati i termini per l'approvazione dei bilanci relativi all’esercizio 2012 delle società di capitali che hanno subito danni dal sisma del maggio 2012.

Il documento di prassi, prima di affrontare gli aspetti fiscali, ricorda che destinatari della delibera del 31 gennaio 2013 sono i soggetti tenuti all’approvazione del bilancio, cui si applicano gli articoli 2364, secondo comma, e 2478-bis del codice civile (in tema di convocazione dell'assemblea dei soci), vale a dire le società di capitali che, oltre ad avere sede legale o operativa e a svolgere attività in uno dei comuni interessati dal sisma, devono avere subito danni dal terremoto.
Con riferimento alle conseguenze fiscali della delibera, la risoluzione si concentra sui versamenti e sulla presentazione della dichiarazione dei redditi delle società interessate dalla posticipazione del termine per l’approvazione del bilancio.
In particolare, per i versamenti del saldo e degli acconti, l’Agenzia richiama l’articolo 17 del Dpr. n. 435/2001.
La disposizione prevede che i soggetti Ires devono effettuare i versamenti a titolo di saldo delle imposte derivanti dai modelli Unico e Irap entro il giorno 16 del sesto mese successivo a quello di chiusura del periodo d'imposta. La norma prescrive, inoltre, che se in base a disposizioni di legge il bilancio è approvato oltre il termine di quattro mesi dalla chiusura dell'esercizio, il saldo deve essere versato entro il giorno 16 del mese successivo a quello di approvazione del bilancio. Tuttavia, se il bilancio non è approvato entro il maggior termine stabilito in base alle disposizioni di legge, il versamento del saldo deve in ogni caso essere effettuato entro il giorno 16 del mese successivo a quello di scadenza del termine stesso.

Sempre l’articolo 17 dispone che il versamento del saldo può essere effettuato, maggiorando l’importo dovuto dello 0,40%, entro trenta giorni dal 16 del sesto mese successivo alla chiusura del periodo d’imposta ovvero entro trenta giorni dal 16 del mese successivo alla data prevista dalla legge per l’approvazione del bilancio.
Con riguardo ai soggetti che posticipano l’approvazione del bilancio ai sensi della delibera del 31 gennaio 2013, la risoluzione precisa che il versamento del saldo dell’Ires e dell’Irap va fatto entro il giorno 16 del mese successivo a quello di approvazione del bilancio ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%.
Nell’ipotesi di bilancio approvato nel mese di settembre 2013, quindi, il versamento deve essere effettuato entro il 16 ottobre 2013 senza maggiorazione ovvero entro i trenta giorni successivi applicando la maggiorazione dello 0,40%.

Circa i versamenti degli acconti dell’imposta sui redditi e dell’Irap, la risoluzione ricorda che, sempre ai sensi dell’articolo 17 del Dpr. n. 435/2001, la prima rata deve essere versata entro il termine previsto per il saldo dovuto in base alla dichiarazione relativa all’anno d’imposta precedente, mentre la seconda rata deve essere versata “nel mese di novembre (ad eccezione di quella dovuta dai soggetti il cui periodo d'imposta non coincide con l'anno solare, che effettuano il versamento della seconda rata entro l'ultimo giorno dell'undicesimo mese dello stesso periodo d'imposta)”. Quindi, per i soggetti che possono posticipare i termini per l’approvazione del bilancio in base alla della delibera del 31 gennaio 2013, il versamento della prima rata Ires e Irap deve essere effettuata entro lo stesso termine previsto per il versamento del saldo.

Quanto alla seconda rata di acconto, nell’evidenziare l’assenza di una specifica disposizione al riguardo, la risoluzione precisa che i termini di effettuazione del versamento restano quelli ordinari  fissati dall’articolo 17 del Dpr n. 435/2001.

In assenza di una norma ad hoc non varia neanche il termine per la presentazione della dichiarazione in materia di imposte sui redditi e di Irap fissato, dall’articolo 2 del Dpr n. 322 del 1998, nell’ultimo giorno del nono mese successivo a quello di chiusura del periodo d'imposta. La risoluzione evidenzia, infatti, che detto termine non è collegato al momento di approvazione del bilancio, ma è sempre riferito al momento di chiusura del periodo d'imposta.

La risoluzione prosegue poi nell’esame dell’impatto fiscale derivante dalla possibilità di posticipare l’approvazione del bilancio sui soci delle società destinatarie della delibera.
In particolare, viene affrontata la situazione dei soci di società a responsabilità limitata non trasparenti, artigiane o commerciali, iscritti negli elenchi IVS.
L’Agenzia, applicando il medesimo principio espresso con la risoluzione n. 173/E del 16 luglio 2007 (che riguardava la proroga dei termini di versamento disposta per l'anno 2007 dal Dpcm 14 giugno 2007 nei riguardi dei soggetti interessati dagli studi di settore), ha chiarito che il differimento dei termini dei versamenti, come specificato per le società interessate dalla delibera del 31 gennaio 2013, si applica con riguardo al versamento dei contributi previdenziali, ma non anche per il versamento delle imposte, dovuti dai soci.
I soci di società non trasparenti sono tenuti, infatti, ai fini previdenziali, alla compilazione del quadro RR del modello Unico Pf per liquidare i contributi previdenziali e l'ammontare dei contributi dovuti è determinato su un reddito "figurativo" proporzionale alla loro quota di partecipazione nella società. Di conseguenza, gli stessi possono procedere alla corretta determinazione dei contributi solo successivamente all’approvazione del bilancio della società.
Parimenti, possono beneficiarie del differimento dei termini per il versamento delle imposte e dei contributi dovuti in base alla dichiarazione dei redditi i soci di società di capitali trasparenti i quali, in assenza di un bilancio approvato della società, non possono conoscere l’ammontare del reddito di propria spettanza, e i contribuenti che, pur essendo iscritti alle gestioni previdenziali per altra attività, sono soci delle società interessate dalla delibera del 31 gennaio 2013.
In merito, la risoluzione precisa che il differimento opera solo per la quota di versamenti afferente al reddito imputato per trasparenza dalla società che beneficia della posticipazione del termine per l’approvazione del bilancio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus mobili ed elettrodomestici: online una mini guida dell’Agenzia.

In poche pagine, il contribuente, che affronta lavori di ristrutturazione edilizia, può trovare risposta a numerose domande: quando e come si ottiene il bonus, per quali acquisti, l’ammontare della detrazione e il periodo di ripartizione della stessa, le modalità di effettuazione dei pagamenti e quali sono i documenti da conservare.

Da subito, la mini guida mette in chiaro il presupposto principale per richiedere l’agevolazione fiscale: la realizzazione, nel periodo compreso tra il 26 giugno 2012 e il 31 dicembre 2013, di un intervento di ristrutturazione edilizia sia che questo avvenga su singole unità immobiliari sia su parti comuni di edifici residenziali. Quindi, l’opuscolo elenca esattamente tutti le opere per le quali è ammesso il bonus.

Passando in rassegna le tipologie di mobili e di elettrodomestici agevolabili, l’opuscolo evidenzia come tali beni devono essere nuovi e destinati ad arredare l’immobile che si ristruttura. Richiama, poi, l’attenzione su altre due condizioni fondamentali:
le spese per l’acquisto dei beni devono essere sostenute tra il 6 giugno e il 31 dicembre 2013
la data di inizio dei lavori di ristrutturazione deve sempre precedere quella in cui si comprano i beni.
Pagamenti e documenti
Con riferimento alle modalità di pagamento, recentemente l’Agenzia delle Entrate ha indicato - circolare n. 29 del 18 settembre 2013 - quelli accettati:
i versamenti mediante bonifici bancari e postali, in cui va indicata la stessa causale attualmente utilizzata per i bonifici relativi ai lavori di ristrutturazione edilizia, oltre al codice fiscale di chi esegue il pagamento e la partita Iva del soggetto destinatario della somma
i pagamenti con carte di credito o carte di debito.
Non sono ammesse altre forme di pagamento (assegno bancario, contanti).
La guida chiude ricordando i documenti che occorre conservare ed esibire, su richiesta, all’ufficio che verificherà la sussistenza delle condizioni indispensabili per usufruire dell’incentivo fiscale. Si tratta, in particolare, delle ricevute dei bonifici, della documentazione di addebito sul conto corrente, delle ricevute di avvenuta transazione, quando si paga con carta di credito o di debito, delle fatture di acquisto dei beni, che devono riportare la natura, la qualità e la quantità dei beni e dei servizi acquisiti.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 24 settembre 2013

Quesito: finanziamento soci Srl.

n vista della conclusione di un contratto di partneship di una Srl con una grande impresa ambedue italiane, l'Srl per addivenire ad un accordo deve aumentare il proprio capitale sociale, l'srl essendo a stretta base societaria non dispone nell'immediato di disponibilità finanziarie dei soci (due) per l'aumento del capitale a pagamento. la soluzione di questo empasse è stata suggerita con questa operazione: la società vista la disponibilità di mezzi finanziari derivanti dalla riscossione delle fatture emesse nel primo semestre evrebbe la possibilità di effettuare un prestito infruttifero ai soci i quali così si troverebbero nella possibilità concreta di rimettere tali somme a titolo di aumento di capitale. è stata prevista la possibilità di prevedere anche un saggio di interesse legale. si chiede se tale comportamento sia da considerarsi elusivo ex art. 37bis dpr 600/73. a mio parere non comporta distrazione di reddito d'impresa in quanto i conti interessati sono del tutto finanziari anzi l'srl dovrebbe in caso di interesse attivo sul prestito dichiarare quelle somme nel c/e.

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730 "situazioni particolari".

È possibile utilizzare il modello "730 situazioni particolari", benché la contribuente, con regolare contratto, avrebbe potuto presentare il 730 ordinario al proprio datore di lavoro?

L’Agenzia delle Entrate, con provvedimento del 22 agosto 2013, ha indicato i termini e le modalità per presentare il “730 situazioni particolari”, come previsto dal Dl 69/2013. Tale facoltà è prevista per i soggetti titolari di redditi di lavoro dipendente e assimilati che vantano un credito di imposta e non hanno potuto utilizzare il modello 730 ordinario per i redditi 2012, non avendo un sostituto d’imposta che potesse effettuare il conguaglio. È questo il caso, ad esempio, dei contribuenti che, nell’attuale contesto di congiuntura economica, hanno cessato il rapporto di lavoro senza trovare un nuovo impiego (circolare 28/E del 2013). Al di fuori di tale ipotesi, una volta decorsi i termini per la presentazione del modello 730 ordinario, sarà quindi necessario presentare, entro il 30 settembre, il modello Unico Persone fisiche.


Fonte: Agenzia Entrate

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Senza condanna penale, l’innocenza fiscale non è automatica.

Nel processo tributario, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, “nessuna automatica autorità di cosa giudicata può attribuirsi alla sentenza penale irrevocabile, di condanna o di assoluzione, emessa in materia di reati fiscali, ancorché i fatti esaminati in sede penale siano gli stessi che fondano l’accertamento degli uffici finanziari, dal momento che nel processo tributario vigono i limiti in materia di prova posti dal Dlgs 546/1992, articolo 7, comma 4, e trovano ingresso, invece, anche presunzioni semplici, di per sé inidonee a supportare una pronuncia penale di condanna. Ne consegue che l’imputato assolto in sede penale, anche con formula piena, per non aver commesso il fatto o perché il fatto non sussiste, può essere ritenuto responsabile fiscalmente qualora l’atto impositivo risulti fondato su validi indizi, insufficienti per un giudizio di responsabilità penale, ma adeguati, fino a prova contraria, nel giudizio tributario” (ex multis, Cassazione 8129/2012).

Sentenza n. 20496 del 6 settembre 2013 (udienza 10 aprile 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Cappabianca Aurelio - Est. Greco Antonio
Processo tributario – Giudicato penale – Inefficacia nel processo tributario – Irrilevanza ai fini fiscali della sentenza di assoluzione penale – Diversità di valutazione probatoria dei fatti tra giudice penale e giudice tributario

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Valido l'accertamento "anticipato" se l'annualità sta per scadere.

La Corte di cassazione torna a esprimersi in merito alla portata applicativa del comma 7 dell'articolo 12 della legge 212/2000, a distanza di poco tempo dalla pronuncia delle sezioni unite (vedi articolo "L'urgenza fa salvo l'accertamento emesso prima dei sessanta giorni" del 7 agosto 2013). In particolare, con la sentenza n. 20769 dell'11 settembre, si è soffermata sul nesso tra urgenza e imminenza del decorso del termine di decadenza del potere di accertamento.

La questione
L'articolo 12, comma 7, legge 212/2000 ("Statuto del contribuente"), recita: "Nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L'avviso di accertamento non può essere emanata prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza".
L'interpretazione, in particolare, di tale ultimo inciso è stata oggetto di sentenze contrastanti.

Di recente le Sezioni unite, con la sentenza n. 18184 del 29 luglio 2013, avevano risolto il contrasto giurisprudenziale statuendo l'illegittimità, e non quindi la mera irregolarità, dell'avviso di accertamento emesso ante tempus, sottolineando che il termine previsto dall'articolo 12 dello Statuto del contribuente può essere derogato solo in caso di particolare e motivata urgenza.
Le stesse Sezioni unite avevano però rimesso all'interprete, senza fornire alcuna indicazione, il compito di delineare l'oggetto e i confini dei "casi di particolare e motivata urgenza", limitandosi sul punto a evidenziare che, in ogni caso, l'illegittimità del provvedimento non deriva dalla mancanza nella parte motiva delle ragioni che giustifichino l'urgenza, bensì dalla non configurabilità, in fatto, del requisito di urgenza.

Anche dopo tale pronuncia, quindi, era rimasto il dubbio, alimentato da una giurisprudenza di merito oscillante, se l'imminenza della scadenza del termine decadenziale potesse costituire un valido motivo di urgenza.
Nella pratica, infatti, un caso piuttosto frequente si verifica a fine anno quando l'ufficio si vede costretto a emettere l'avviso di accertamento, senza rispettare il termine dilatorio, per evitare lo spirare dei termini di decadenza, ex articolo 43, Dpr 600/1973, e articolo 57, Dpr 633/1972.

Il principio di diritto
La Corte di cassazione, con la sentenza 20769 dell'11 settembre, è perentoria nell'affermare che l'imminenza della scadenza del termine di decadenza è di per sé motivo di urgenza.
La controversia, infatti, per quanto qui di interesse, era volta a stabilire la legittimità di un avviso di accertamento notificato in data 27 dicembre, senza rispettare il termine dilatorio di cui allo Statuto del contribuente.

L'Amministrazione motivava l'emissione dell'accertamento anticipato con l'esigenza di evitare la decadenza del potere di accertamento.
Per il contribuente, invece, il semplice fatto che al 31 dicembre sarebbe spirato il termine utile per la notifica dell'avviso di accertamento non poteva integrare un caso "di particolare e motivata urgenza" tale da consentire di giustificare il mancato rispetto del termine di sessanta giorni previsto dall'articolo 12 dello Statuto.

Investita della questione, la Cassazione ha sentenziato che l'esigenza di evitare la decadenza del potere di accertamento "ben può giustificare la notifica dell'avviso di accertamento prima del decorso del predetto termine di cui all'articolo 12, comma 7, legge 212/2000", in quanto "si iscrive all'esigenza di carattere pubblicistico, connessa all'efficiente esercizio della potestà amministrativa nel fondamentale settore delle entrate tributarie (articolo 97 della Costituzione)".

Va segnalato che, a tali conclusioni, la Cassazione era già giunta in un obiter dictum della sentenza n. 11944 del 13 luglio 2012, con la quale, in relazione a una analoga controversia scaturente da un avviso di accertamento emesso a fine anno senza il rispetto del termine dilatorio, aveva affermato "l'esigenza di provvedere senza ritardo risulta in re ipsa dal fatto che era in scadenza, come dedotto dalla contro ricorrente, il termine di decadenza di cui al Dpr 633 del 1972, articolo 57".


Fonte: Agenzia Entrate

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Compilazione degli studi di settore: esercizio di più attività economiche.

L'avvicinarsi del termine ultimo per la presentazione della dichiarazione dei redditi comporta per i contribuenti la necessità di prestare la massima attenzione anche alla corretta compilazione dei modelli studi di settore. Gli errori fatti nella compilazione di tali modelli possono infatti "costare caro", sia per le sanzioni previste, sia perché, per accedere al regime premiale previsto dai commi da 9 a 13 dell'articolo 10 del decreto legge 201/2011, è necessario che il contribuente abbia regolarmente assolto agli obblighi di comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore.
Obiettivo del presente articolo (e dei due che seguiranno), è quello di fornire attraverso degli esempi, la corretta modalità di compilazione del modello studi di settore, anche alla luce della recente circolare n. 30/E del 19 settembre, in quelle fattispecie che maggiormente possono creare delle criticità a chi è tenuto a tale obbligo dichiarativo.
In questo primo intervento si approfondirà la corretta individuazione del modello studi di settore nel caso di svolgimento di più attività economiche contraddistinte da diversi codice attività Ateco.

L'individuazione dell'attività prevalente
Come noto, gli studi di settore si applicano agli esercenti attività di impresa o di lavoro autonomo che svolgono, come "attività prevalente", un'attività per la quale risulta approvato uno studio di settore, e che non presentano una causa di esclusione o di inapplicabilità agli stessi. Per "attività prevalente" si intende l'attività dalla quale è derivato, nel corso del periodo d'imposta, il maggiore ammontare di ricavi o di compensi.
La prima operazione da effettuare nel caso di svolgimento di più attività economiche sarà, dunque, quella di determinare l'attività prevalente svolta dal contribuente, per poi verificare se per la stessa sia stato approvato un apposito studio di settore ovvero sia prevista l'applicazione dei parametri, o se, di converso, non siano previsti né l'uno né gli altri.

Va da subito precisato che l'individuazione dell'attività prevalente deve essere effettuata con riferimento a una stessa categoria reddituale.
Pertanto, se si svolgono diverse attività, alcune delle quali in forma di impresa e altre in forma di lavoro autonomo, bisognerà identificare l'attività prevalente relativa al complesso delle attività svolte in forma di impresa e l'attività prevalente relativa al complesso delle attività svolte in forma di lavoro autonomo, indicando separatamente quelle che producono una categoria di reddito, e quelle che producono l'altra.

Un primo esempio potrà chiarire la fattispecie.
Un contribuente esercita le seguenti quattro attività, dalle quali consegue i seguenti valori di ricavi /compensi:
1 Ricavi derivanti dall'attività di "Commercio al dettaglio di calzature e accessori"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VM05U) € 900.000
  (pari al 45% dei ricavi complessivi)
2 Ricavi derivanti dall'attività di "Servizi di vigilanza"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dei parametri) € 600.000
  (pari al 30% dei ricavi complessivi )
3 Ricavi derivanti dalla "Confezione di abbigliamento in pelle e similpelle"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VD26U) € 500.000
  (pari al 25% dei ricavi complessivi)
4 Compensi derivanti dall' "Attività tecniche svolte da geometri"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore WK03U) € 200.000
  (pari al 100% dei compensi complessivi)
Innanzitutto, occorre separare le attività svolte in forma d'impresa da quelle svolte in forma di lavoro autonomo. Il contribuente compilerà due distinti studi di settore: per le attività d'impresa, l'attività prevalente sarà rappresentata dall'attività di "commercio al dettaglio di calzature" e quindi sarà compilato lo studio di settore VM05U con l'indicazione dei dati (contabili ed extracontabili) riferiti alle tre attività d'impresa esercitata (quindi anche delle attività secondarie che sarebbero soggette ai parametri), mentre per l'attività di lavoro autonomo si compilerà, ovviamente, lo studio WK03U.

La compilazione del prospetto multiattività
Individuato lo studio di settore da applicare, sarà poi necessario verificare, per le sole attività d'impresa, se i ricavi derivanti dalle attività non prevalenti superino, o meno, il 30% dei ricavi complessivamente conseguiti.
Il superamento di detto limite comporta l'inutilizzabilità in sede di accertamento delle risultanze dello studio di settore, con la conseguenza che i relativi risultati saranno utilizzati ai fini della selezione delle posizioni da sottoporre a controllo con le ordinarie metodologie (articolo 2, comma 1, del decreto ministeriale 11 febbraio 2008).
Qualora l'importo complessivo dei ricavi dichiarati relativi alle attività non prevalenti superi il 30% dell'ammontare totale dei ricavi dichiarati, sarà anche necessario compilare il prospetto multiattività presente nel frontespizio del modello degli studi di settore.

Nel caso in cui, invece, il contribuente svolga diverse attività, alcune delle quali sono ricomprese nello stesso studio di settore, sarà necessario, al fine di individuare l'attività prevalente, procedere alla somma del valore dei ricavi attribuibili alle stesse, e considerarle in via unitaria anche nella compilazione del prospetto multiattività.
Ad esempio, se un contribuente esercita le seguenti tre attività, con i risultati indicati di seguito:
1 Ricavi derivanti dall'attività di " Commercio al dettaglio di calzature e accessori"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VM05U)
€ 600.000
  (pari al 30% dei ricavi complessivi)
2
  Ricavi derivanti dall'attività di "Commercio al dettaglio di cappelli, ombrelli, guanti e cravatte"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VM05U) € 600.000
  (pari al 30% dei ricavi complessivi)
3 Ricavi derivanti dalla "Confezione di abbigliamento in pelle e similpelle"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VD26U) € 800.000
  (pari al 40% dei ricavi complessivi),
pur essendo l'attività di "Confezione di abbigliamento in pelle e similpelle" quella che singolarmente sarebbe l'attività prevalente, per individuare lo studio di settore da compilare, si dovrà sommare il valore dei ricavi riferibili alle attività che rientrano nello stesso studio di settore e, quindi, si dovrà compilare il modello dei dati rilevanti per l'applicazione dello studio di settore VM05U, con l'indicazione dei dati (contabili ed extracontabili) riferiti all'intera attività d'impresa esercitata.

La regola della compilazione dello studio di settore relativo all'attività prevalente si applica anche nel caso in cui tale attività sia cessata nel corso dell'anno. La circolare n. 30/2013 ha infatti precisato che, nel caso in cui il contribuente eserciti più attività che non rientrano in uno stesso studio di settore, se nel corso del periodo d'imposta viene cessata l'attività dalla quale si è conseguito il maggior ammontare dei ricavi, andrà comunque presentato lo studio relativo a questa attività principale, anche se cessata. Ovviamente, in questa fattispecie, è previsto l'obbligo della presentazione del modello studi di settore, ma il contribuente si troverà in un periodo di "non normale svolgimento dell'attività" e, di conseguenza, sarà escluso dall'applicabilità degli studi.

Va sottolineato che, per alcuni studi di settore, lo svolgimento di attività complementari viene già considerato nel meccanismo di costruzione e stima dello studio stesso, per cui i relativi decreti di approvazione degli studi ne hanno previsto l'applicabilità, e quindi la possibilità di effettuare accertamenti ai sensi dell'articolo 10 della legge 146/1998, anche nel caso in cui si esercitano tali attività complementari, e anche se da queste si consegue un volume di ricavi superiori al 30 per cento.
Ad esempio, per i soggetti che applicano lo studio VG36U (Ristorazione), il relativo decreto di approvazione del 28 dicembre 2011 ha previsto che lo studio si applica anche ai contribuenti che svolgono, unitamente alle attività oggetto dello studio, alcune attività complementari (si tratta dell'attività di "Gelaterie e pasticcerie", "Gelaterie e pasticcerie ambulanti" ,"Bar e altri esercizi simili senza cucina"), a patto che i ricavi delle attività oggetto dello studio siano prevalenti rispetto a quelli derivanti dall'insieme delle attività complementari sopra richiamate.

La compilazione del prospetto multi attività in caso di conseguimento di aggi e ricavi fissi
Casistica particolare è anche quella che si verifica quando dall'esercizio d'impresa si conseguono aggi o ricavi fissi. Sono considerate attività di vendita di generi soggetti ad aggio o a ricavo fisso quelle riguardanti: la rivendita di carburante; la rivendita, in base a contratti estimatori, di giornali, di libri e di periodici; la vendita di valori bollati e postali, generi di monopolio, marche assicurative e valori similari, biglietti delle lotterie, gratta e vinci, schede e ricariche telefoniche, schede e ricariche prepagate per la visione di programmi pay per view, abbonamenti, biglietti e tessere per i mezzi pubblici, viacard, tessere e biglietti per parcheggi, eccetera.
Per tali beni, ai fini della compilazione del prospetto multiattività, andrà considerato il valore degli aggi percepiti e dei ricavi fissi conseguiti al netto del prezzo corrisposto al fornitore dei beni.

Per gli studi di settore che si riferiscono ad attività caratterizzate principalmente dalla vendita di beni ad aggio, vale a dire lo studio di settore UM80U (Vendita al dettaglio di carburanti per autotrazione), lo studio VM13U (Commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici) e lo studio UM85U (Commercio al dettaglio di prodotti del tabacco), gli aggi e i ricavi fissi sono considerati "Ricavi", in quanto direttamente afferenti alla attività principale svolta, e non andranno riportati nel rigo 5 del prospetto multiattività destinato a contenere tali informazioni.

Per alcuni studi di settore (VG36U - Ristorazione, VG37U - Bar e gelaterie, VG54U - Sale giochi e gestione di apparecchi che consentono vincite in denaro), i relativi decreti di approvazione ne prevedono l'applicazione anche se i ricavi provenienti dalla cessione di alcuni beni soggetti ad aggio o ricavo fisso risultano prevalenti. Si deve trattare dei ricavi derivanti dalla cessione di beni ad aggio o ricavi fissi che non sono oggetto di specifici studi di settore (vale a dire degli studi di settore sopra riportati VM13U, UM80U, UM85U).

Supponiamo ad esempio, che un soggetto esercita la seguenti tre attività conseguendo:
1 Ricavi derivanti dall'attività di "Ristorazione con somministrazione "
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VG36U) € 310.000
2 Ricavi derivanti dall'attività di "Sale giochi e biliardi"
  (per tale attività è prevista l'applicazione dello studio di settore VM05U) € 340.000
3 Aggi derivanti dall'attività di ricevitoria
  (lotto, superenalotto, etc.) € 350.000
In questo caso, si applicherà lo studio VG54U, nonostante gli aggi derivanti dall'attività di ricevitoria (pari a 350.000 euro) siano prevalenti rispetto all'ammontare complessivo dei ricavi delle tre attività (1 milione di euro), sulla base di quanto stabilito dal decreto di approvazione dello studio VG54U, che ne prevede l'applicazione anche se i ricavi relativi alla cessione di alcuni beni soggetti ad aggio o ricavo fisso risultano prevalenti.

Nel caso in cui invece gli aggi, pari a 350.000 euro fossero derivati dall'attività di "commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici", si sarebbe dovuto procedere alla compilazione dello studio VM13U, essendo tale attività quella prevalente.

Si segnala da ultimo che, come indicato nelle "Istruzioni Parte Generale" dei modelli degli studi di settore, il prospetto delle "Imprese multiattività" può essere compilato anche nel caso in cui i ricavi derivanti dalle attività non prevalenti non superino il 30% dei ricavi complessivi. La compilazione di tale prospetto, infatti, comporta effetti in merito al posizionamento di alcuni indicatori di coerenza economica approvati con il decreto ministeriale 21 marzo 2013, finalizzati a contrastare possibili situazioni di non corretta indicazione dei dati nei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell'applicazione degli studi di settore.

Supponiamo, ad esempio, che un contribuente oltre a svolgere l'attività di "commercio al dettaglio di calzature" (studio VM05U) dal quale consegue il 90% dei ricavi, eserciti anche l'attività di "commercio al dettaglio di giornali, riviste e periodici" (studio VM13U) conseguendo aggi e ricavi fissi pari al 10% dei ricavi complessivi. In questo caso, il contribuente potrebbe essere non coerente all'indicatore relativo alla "presenza anomala di costi o ricavi relativi a prodotti soggetti ad aggio o ricavo fisso", ove non compilasse il prospetto multiattività. Tale compilazione permetterà di segnalare all'Agenzia la legittima presenza di ricavi ad aggio, anche per il contribuente che esercita in via prevalente l'attività di commercio al dettaglio di calzature.




Fonte: Agenzia Entrate

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L'anticipazione del trattamento di fine rapporto.

In caso di erogazione di anticipazione del Tfr per l'acquisto dell'abitazione principale, l'importo erogato va indicato in dichiarazione dei redditi?

L’anticipazione del trattamento di fine rapporto è assoggettata, dal sostituto d'imposta, a tassazione separata e non deve essere riportata nella dichiarazione dei redditi (articolo 1, comma 3, Dpr 600/1973). Successivamente, al momento della corresponsione finale del trattamento di fine rapporto, l’Amministrazione finanziaria provvederà a riliquidare l'imposta in base all'aliquota media di tassazione dei cinque anni precedenti a quello in cui è maturato il diritto alla percezione, iscrivendo a ruolo le maggiori imposte dovute ovvero rimborsando quelle spettanti (articolo 19, comma 1, del Tuir).


Fonte: Agenzia Entrate

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Irreperibilità relativa o assoluta: distinte le procedure di notifica.

La Corte regolatrice del diritto, con la pronuncia n. 16696/2013, ben evidenzia la differenza tra l’irreperibilità assoluta e quella invece soltanto relativa del destinatario della notificazione di un avviso di accertamento per verificare la legittimità dell’attività del messo notificatore in merito all’espletamento della procedura prevista dall’articolo 60 del Dpr n. 600/1973, la cui lettera f) prevede che le disposizioni contenute negli articoli 142, 143, 146, 150 e 151 del codice di procedura civile non si applicano.
Nessun dubbio, pertanto, che risultano estensibili le altre norme dettate dal codice di rito civile previste per la notificazione degli atti processuali anche a quelli amministrativi (qual è un atto tributario), anche perché la precedente lettera e) dispone che “quando nel Comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l'avviso del deposito prescritto dall'art.140 del codice di procedura civile, in busta chiusa e sigillata, si affigge nell'albo del Comune e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell'ottavo giorno successivo a quello di affissione”.

La circostanza di fatto rilevante per la cennata norma tributaria – espressamente derogatoria di quella processuale civilistica – è che oggettivamente non vi sia alcun luogo conosciuto nell’ambito di quel comune (“irreperibilità assoluta”) in base all’ordinaria attività che il messo notificatore deve effettuare, mentre se il novello luogo di domicilio è conoscibile (“irreperibilità relativa”), occorre anche l’invio al nuovo indirizzo della comunicazione (mediante raccomandata con avviso di ricevimento) del deposito dell’atto presso l’albo comunale ai sensi del citato articolo 140 cpc.

La giurisprudenza dei giudici di legittimità è appunto nel senso che soltanto nell'ipotesi in cui nel comune dove la notifica deve essere effettuata non si rinvenga l'effettiva abitazione, l'ufficio o la sede del contribuente, la stessa può essere eseguita nei modi previsti dalla lettera e) dell'articolo 60 del Dpr 600/1973 e, in caso contrario, la notificazione deve essere invece effettuata nel rispetto delle forme prescritte dall'articolo 140 cpc, come si evince sin dalla decisione della Suprema corte 26 maggio 1997, n. 4654.
Il Supremo collegio, nella sentenza 4 maggio 2009, n. 10177, aveva affermato che la notificazione dell'avviso di accertamento deve essere effettuata secondo il rito previsto dall'articolo 140 cpc, quando siano conosciuti la residenza e l'indirizzo del destinatario, ma non si sia potuto eseguire la consegna perché questi (o altro possibile consegnatario) non è stato rinvenuto in detto indirizzo, da dove tuttavia non risulta trasferito. Pertanto, è stato ritenuto che la notifica deve essere effettuata mediante deposito dell’atto alla casa comunale, affissione dell’avviso di detto deposito alla porta dell’abitazione o dell’azienda e invio della relativa raccomandata con ricevuta di ritorno, applicandosi la disciplina di cui all’articolo 60, lettera e), del Dpr 600/1973 – sostitutivo, per il procedimento tributario, dell'articolo 143 cpc – invece applicabile soltanto quando il messo notificatore non reperisca il contribuente risultato trasferito in luogo sconosciuto.

La pronuncia della Corte di cassazione in commento si segnala laddove tiene conto della sentenza della Corte costituzionale 12 gennaio 2010, n. 3, per la quale è costituzionalmente illegittimo, per violazione del diritto di difesa, l’articolo 140 cpc, in tema di notifica col rito degli irreperibili, nella parte in cui prevede che la notifica si perfeziona, per il destinatario, con la spedizione della raccomandata informativa, anziché con il ricevimento della stessa o, comunque, decorsi dieci giorni dalla relativa spedizione. La specifica previsione della lettera e) dell’articolo 60 della decorrenza dei termini di notifica decorsi otto giorni dal deposito presso la Casa comunale dovrebbe essere ritenuta non interessata dalla suddetta pronuncia della Consulta, in quanto risulta salva l’esigenza della conoscibilità dell’atto notificato “postulata dal generale principio di garantire l'effettività del contraddittorio e del diritto di difesa e, quindi, rilevante agli effetti della validità della notificazione”.

E proprio tale esigenza è posta alla base della decisione in rassegna laddove pretende che il messo notificatore, prima di procedere alla notifica, debba effettuare, nel comune del domicilio fiscale del contribuente, le ricerche dirette a verificare la sussistenza dei presupposti per operare la scelta, tra le due citate possibili opzioni, del procedimento notificatorio dipendente dalla ricerca del nuovo domicilio nell’ambito dello stesso comune del precedente domicilio.
L’effetto di tale differente situazione di fatto è il contenuto dell’attestazione del messo notificatore delle ricerche funzionali ad accertare che il mancato rinvenimento del destinatario dell'atto sia dipeso da irreperibilità relativa, se il trasferimento si sia verificato nell'ambito dello stesso comune, oppure da irreperibilità assoluta, rinvenibile quando nel comune già sede del domicilio fiscale, il contribuente non risulti avere né abitazione né ufficio o azienda.
La Corte di legittimità rimarca che tale attività di ricerca deve risultare dalla relativa relata di notifica e, comunque, emergere, inequivocabilmente, dagli atti prodotti dal messo notificatore, così come prescritto dall'articolo 148, cpc, comma 2, ove viene ben statuito che l'ufficiale giudiziario, nel certificare l'eseguita notificazione mediante relazione da lui datata e sottoscritta, apposta in calce all'originale e alla copia dell'atto, deve indicare la persona alla quale è consegnata la copia e le sue qualità, nonché il luogo della consegna, “oppure le ricerche, anche anagrafiche, fatte dall'ufficiale giudiziario, i motivi della mancata consegna e le notizie raccolte sulla reperibilità del destinatario”.
In buona sostanza, l’apodittica affermazione dei giudici di merito dell’invalidità della notifica dell'avviso di accertamento “per non essere stata prodotta la cartolina attestante il ricevimento” risulta giuridicamente decisiva soltanto se si tratta di irreperibilità assoluta e non anche di quella relativa, differenza emergente dalla relata di notifica del messo che fa fede fino a querela di falso.

Si rammenta, come segnalato anche dalla sentenza in nota, che la Corte costituzionale, nella sentenza 22 novembre 2012, n. 258, ha sancito l’illegittimità costituzionale dell’articolo 26 del Dpr 602/1973, terzo comma (corrispondente al vigente quarto comma), nella parte in cui dispone(va) che, nei casi previsti dall’articolo 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si esegue con le modalità stabilite dall’articolo 60 del Dpr 600/1973, ossia mediante soltanto affissione all’albo comunale, invece di prevedere che quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi sia abitazione, ufficio o azienda del contribuente, la notificazione della cartella di pagamento si esegue con le modalità stabilite dall’articolo 60, primo comma, alinea e, lettera e), del Dpr 600/1973.
Pertanto, i giudici delle leggi hanno statuito che nei casi di irreperibilità “relativa” (cioè nei casi di cui all’articolo 140 cpc in cui il domicilio è noto, ma il soggetto è momentaneamente irreperibile), sarà applicabile, con riguardo alla notificazione delle cartelle di pagamento, il disposto dell’ultimo comma dello stesso articolo 26 del Dpr 602/1973, il quale – rinviando all’articolo 60 del decreto 600/1973 – rende applicabile, in base all’interpretazione data a tale normativa dal diritto vivente, l’articolo 140 cpc, ossia mediante invio di raccomandata A/R.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cartella a casa del de cuius quando gli eredi tacciono.

L’onere gravante sugli eredi del contribuente di far conoscere le proprie generalità e il proprio domicilio fiscale, al fine della notificazione degli atti tributari riguardanti il de cuius, va assolto mediante comunicazione presentata direttamente all’ufficio o trasmessa con lettera raccomandata con avviso di ricevimento.
Questa, in breve, la regola ribadita dalla Cassazione con la sentenza n. 17430/2013 che, nel rigettare la tesi contraria sostenuta da un contribuente, ha escluso che la comunicazione in questione possa essere sostituita da altre fonti di conoscenza indirette.

La vicenda di merito e il ricorso per cassazione
Un contribuente proponeva ricorso avverso la cartella di pagamento con la quale, ai sensi dell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973, era stata riliquidata la dichiarazione dei redditi “Unico 2000”, relativa all’anno 1999, presentata dal coniuge deceduto nell’agosto 2001.
Tra le eccezioni del ricorso, l’interessato, per quanto d’interesse in questa sede, lamentava la nullità della notificazione dell’atto della riscossione in quanto avvenuta a nome del defunto malgrado l’ufficio fosse a conoscenza sia del decesso che delle generalità degli eredi.

L’adita Commissione tributaria provinciale respingeva il ricorso, con decisione confermata dalla sentenza n. 185/4/2006 del 2 novembre 2006 della Commissione tributaria regionale della Lombardia, che rigettava l’appello proposto dall’interessato.
In particolare, quanto all’asserito vizio della notifica, il Collegio d’appello osservava che non era stata fornita la prova dell’effettuazione della comunicazione di cui all’articolo 65 del Dpr 600/1973 e che, pertanto, la procedura di notificazione seguita doveva ritenersi regolare.

La parte privata proponeva ricorso per cassazione, affidato a un solo motivo, cui resisteva con controricorso l’Agenzia delle Entrate.
Con l’unica doglianza l’istante, premesso che la cartella di pagamento risultava intestata e notificata a persona defunta, ne deduceva la nullità asserendo che l’Amministrazione finanziaria era a conoscenza dell’avvenuto decesso e del nominativo degli eredi. La dichiarazione di successione, sottolineava inoltre il ricorrente, era stata presentata all’ufficio del Registro e, pertanto, a suo parere, la notificazione avrebbe dovuto essere effettuata personalmente agli eredi ovvero collettivamente all’ultimo domicilio del defunto.
In sostanza, la pronuncia della Commissione regionale veniva censurata nella parte in cui, in relazione alle modalità di notificazione dell’atto tributario, aveva ritenuto mancante la prova della conoscenza da parte dell’Agenzia sia dell’avvenuto decesso dell’interessato che delle generalità dei suoi eredi.

La pronuncia della Corte suprema
Il Collegio di piazza Cavour ha concluso per l’infondatezza del ricorso, condannando altresì il ricorrente alla refusione in favore dell’Agenzia delle Entrate delle spese del grado di legittimità.
In particolare, la Corte ha preso le mosse dalla disposizione del secondo comma dell’articolo 65 del Dpr 600/1973, il quale prevede che gli eredi del contribuente “devono comunicare all’ufficio… del domicilio fiscale del dante causa le proprie generalità e il proprio domicilio fiscale”.
Poiché, in base alla citata norma, detta comunicazione “può essere presentata direttamente all’ufficio o trasmessa mediante lettera raccomandata con avviso di ricevimento”, ne deriva, secondo quanto si legge nella sentenza in commento, che “deve escludersi che la stessa possa essere sostituita da altre fonti di conoscenza indirette”.

Sul punto, ricorda la pronuncia, si è infatti ritenuto che, in caso di decesso del contribuente, “la notificazione della cartella esattoriale a lui intestata è legittimamente effettuata presso l’ultimo domicilio del defunto ed è efficace nei confronti degli eredi, ove questi ultimi non abbiano tempestivamente provveduto alla comunicazione prescritta (dall’articolo 65 citato)… non assumendo alcun rilievo le indicazioni contenute nella dichiarazione dei redditi, le quali non possono validamente sostituire la predetta comunicazione…”.

Osservazioni
L’articolo 65 del Dpr 600/1973, dopo aver previsto che gli eredi “rispondono in solido delle obbligazioni tributarie il cui presupposto si è verificato anteriormente alla morte del dante causa”, stabilisce a carico degli eredi stessi l’onere di comunicare – mediante presentazione diretta o tramite raccomandata con avviso di ricevimento (precisando che, in questo secondo caso, la comunicazione si intende fatta nel giorno di spedizione) – all’ufficio dell’ultimo domicilio fiscale del de cuius le proprie generalità e il proprio domicilio fiscale.
Detta comunicazione assume rilievo ai fini dell’individuazione del luogo in cui può essere eseguita la notificazione degli atti tributari intestati al defunto che, infatti, in base al quarto comma dell’articolo 65, può essere effettuata “agli eredi impersonalmente e collettivamente nell’ultimo domicilio dello stesso ed è efficace nei confronti degli eredi che, almeno trenta giorni prima, non abbiano effettuato la comunicazione di cui al secondo comma”.

In sostanza, solo laddove vi sia stata la comunicazione in parola e siano decorsi almeno trenta giorni dalla stessa, è consentito agli eredi contestare, sotto il profilo dell’erronea individuazione del luogo di esecuzione, la notifica eseguita nell’ultimo domicilio del defunto invece che presso il loro domicilio personale.
Secondo la giurisprudenza, confermata dalla sentenza in commento, la comunicazione de qua deve peraltro rispettare le formalità prescritte dalla norma, non potendo riconoscersi medesima valenza a fonti di conoscenza “indiretta” – quale, per citare un altro esempio, le indicazioni contenute nella dichiarazione dei redditi (Cassazione, sentenza n. 15417/2008) – che, quindi, non sono ritenute equivalenti alla specifica comunicazione prevista dalla disciplina.


Fonte: Agenzia Entrate

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Notai, definiti i nuovi parametri per gli onorari.

Sulla Gazzetta ufficiale di ieri 23 settembre 2013, è stato pubblicato il decreto del Ministero della Giustizia n. 106 del 2 agosto 2013 con gli importi da utilizzare per la liquidazione da parte dell'autorità giudiziaria degli onorari dovuti alle professioni vigilate dal Ministero della Giustizia, ovvero notai, assistenti sociali e attuari. Le modifiche alle tabelle degli atti notarili prevedono scaglioni di onorari in relazione al valore dell'atto. Il provvedimento disattende, in larga parte, le indicazioni del Consiglio di Stato. Resta, invece, ancora da emanare il decreto per gli avvocati.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Ex minimi, accorgimenti per la compilazione degli studi di settore.

I contribuenti che sono fuoriusciti dal regime dei minimi, assorbito, a partire dal periodo d'imposta 2012, dal regime fiscale di vantaggio per l'imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità, e che esercitino, come attività prevalente, un'attività economica per la quale è prevista l'applicazione degli studi di settore, devono prestare attenzione nel compilare il relativo modello. Il regime dei "minimi" prevede, infatti, che i ricavi, i compensi e le spese sostenute, che hanno già concorso a formare il reddito durante il periodo in cui si era "minimi", non assumono rilevanza nella determinazione del reddito dei periodi di imposta successivi sottoposti al regime ordinario, anche se di competenza di tali periodi. Al contrario, quei componenti che, pur di competenza del periodo soggetto al regime dei "minimi", non hanno concorso a formare il reddito imponibile del periodo stesso, assumono rilevanza nei periodi di imposta successivi nel corso dei quali si verificano i presupposti.

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Ivafe, dal 2014 non si applicherà a oro e valute estere.

La legge europea bis 2013, all'art. 7, prevede alcune modifiche alla disciplina dell'Ivafe, l'imposta sulle attività finanziarie detenute all'estero. Per l'anno d'imposta 2013, l'aliquota prevista per l'Ivafe è pari all'1,5 per mille del valore delle attività finanziarie detenute all'estero e coincide, così, con quella dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie detenute in Italia. La principale differenza tra le due imposte riguarda invece il presupposto oggetto, che nel caso dell'Ivafe è più ampio. Con le novità apportate dalla Legge europea bis 2013, a partire dal 1° gennaio 2014, l'Ivafe non colpirà più i metalli preziosi allo stato grezzo o monetato e le valute estere ed il presupposto oggettivo di applicazione dell'Ivafe coinciderà con quello dell'imposta di bollo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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730/2013 senza sostituto, termine del 30 settembre non perentorio.

I CAF ed i professionisti abilitati che riceveranno il modello 730/2013 "Situazioni particolari" da parte dei lavoratori dipendenti privi di sostituto d'imposta ma con esito contabile della dichiarazione a credito, non applicheranno con rigore la scadenza del 30 settembre nell'accettare la documentazione dei contribuenti. S'impegnano, comunque, a rispettare la scadenza del 25 ottobre per la presentazione telematica delle dichiarazioni elaborate all'Agenzia delle Entrate. Sarà, quindi, un rinvio informale.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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venerdì 20 settembre 2013

Srls, il modello standard di statuto deve intendersi già corretto.

Con una nota diffusa ieri 18 settembre, il Consiglio nazionale del Notariato ha affermato che la società a responsabilità semplificata (Srls) può essere costituita anche senza che venga modificato, con un nuovo decreto, il modello standard di atto costitutivo individuato dal D.M. n.138/2012 per recepire le novità apportate dal D.L. n. 76/2013. Il modello di cui al D.M. n.138/2012 "deve intendersi immediatamente modificato nelle clausole incompatibili con il D.L. n. 76/2013, le quali dovranno pertanto essere omesse". Il D.L. n. 76/2013 ha introdotto le seguenti novità: i soci delle Srls possono essere solo persone fisiche, ma di qualsiasi età (non più under 35); gli amministratori delle Srls possono anche non essere soci (prima gli amministratori dovevano essere anche soci); le clausole dell'atto costitutivo standard sono "inderogabili".


Fonte: Consiglio Nazionale del Notariato

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Iva, non ci sono risorse per scongiurare l'aumento.

Risolta la questione IMU, almeno in parte, si accende il dibattito all'interno del Governo sulla possibilità dell'aumento dell'IVA ordinaria dal 21% al 22% a partire dal 1° ottobre. Il Governo non ha ancora preso una posizione ufficiale in merito, ma ha fatto sapere che non ci sono le risorse sufficienti per coprire sia il mancato aumento dell'IVA sia la cancellazione della seconda rata dell'IMU di dicembre per abitazione principale, terreni agricoli, alloggi popolari e immobili invenduti dei costruttori. Ad ogni modo, si lavora anche ad una rimodulazione del paniere Iva da far scattare con la Legge di Stabilità 2014 dal prossimo 1° gennaio.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Bonus mobili, detrazione risparmio energetico e ristrutturazione: i chiarimenti.

L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 29/E pubblicata ieri 18 settembre 2013, ha fornito chiarimenti sulla norma del D.L. n. 63/2013 che ha sancito la proroga, fino al 31.12.2013, delle detrazioni d’imposta previste per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici e per quelli di ristrutturazione edilizia, le cui aliquote sono state innalzate rispettivamente dal 55 al 65% e dal 36 al 50% a partire dalle spese sostenute dal 6 giugno 2013. La Circolare ha fornito precisazioni anche sul bonus arredi del 50% per le spese di acquisto di mobili ed elettrodomestici sostenute dal 6 giugno al 31 dicembre 2013 purché collegate alla detrazione per ristrutturazioni edilizie con spese sostenute dal 26 giugno 2012. In particolare, nell’ottica di semplificare la fruizione del bonus arredi, la circolare ha chiarito che il pagamento può essere effettuato non solo con bonifico bancario o postale, ma anche mediante carta di credito o di debito. L’importo agevolabile è pari a 10.000 euro per unità immobiliare.


Fonte: Agenzia Entrate

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Tobin tax, firmato il nuovo decreto.

È stato pubblicato sul sito del dipartimento delle Finanze, il decreto del ministro dell’Economia del 16 settembre 2013, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, che riforma l’imposta sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin tax. Infatti, essendosi chiusa il 30 agosto la raccolta di osservazioni degli operatori, alcuni suggerimenti, considerati validi, sono stati recepiti nel decreto 16 settembre 2013. tale decreto modifica, così, il precedente decreto Mef del 21 febbraio 2013. Nel provvedimento sono stati inseriti anche i chiarimenti già forniti con le Faq pubblicate sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze durante l’estate, in modo da dare certezza al contribuente.

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Assegno di mantenimento per i figli.

Il Tribunale ha omologato la separazione con mia moglie, consensuale, imponendomi di corrispondere una somma mensile a titolo di assegno di mantenimento per i figli. Posso portarmi la stessa in deduzione dal reddito?

Il Testo unico delle imposte sui redditi esclude espressamente la deducibilità degli assegni periodici corrisposti al coniuge ma destinati al mantenimento dei figli (articolo 10, comma 1, lettera c, Dpr 917/1986). Sono invece deducibili gli assegni alimentari periodici corrisposti in forza di testamento o di donazione modale e alle persone indicate nell'articolo 433 del codice civile (tra cui rientrano anche i figli legittimi o legittimati o naturali o adottivi), nella misura in cui risultino da provvedimenti dell'autorità giudiziaria (articolo 10, comma 1, lettera d, del Dpr 917/1986). È invece sempre deducibile dal reddito quanto corrisposto periodicamente al coniuge, in conseguenza di separazione o divorzio, sempre nei limiti in cui un provvedimento giudiziario abbia statuito in merito (articolo 156 cc, applicabile anche ai casi di separazione consensuale). Qualora però gli assegni siano destinati, oltre al coniuge, anche al mantenimento dei figli, ma non sia specificato in che misura, sarà ammessa la deducibilità limitatamente al 50% (articolo 3 del Dpr 42/1988).


Fonte: Agenzia Entrate

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Non c’è violazione di domicilio quando l’attività si svolge in casa.

Per accedere ai locali del contribuente adibiti promiscuamente ad attività commerciale o professionale e ad abitazione, la Guardia di finanza necessita di un’autorizzazione della competente procura della Repubblica, non motivata però con l’individuazione e l’enunciazione di gravi indizi che inducono a ritenere violate le norme tributarie (articolo 52, comma 1 e 2, Dpr 633/1972).
Lo ha affermato la Cassazione con la sentenza n. 20551 del 6 settembre.

I fatti
A seguito di processo verbale di constatazione della Guardia di Finanza, l’ufficio di Catania emetteva un avviso di accertamento per l’anno 1998, con il quale contestava al contribuente l’omessa dichiarazione di maggiori ricavi e l’indebita contabilizzazione di costi, e liquidava maggiori imposte (Irpef, addizionale regionale, Irap e contributo al Ssn), oltre alle relative sanzioni.

Il signor X impugnava l’avviso e la Commissione tributaria provinciale adita accoglieva il ricorso per difetto di motivazione dell’atto impositivo a carattere meramente indiziario degli elementi posti a base dell’accertamento.

Diversa la sorte in appello. Il Collegio della sezione staccata di Catania accoglieva il gravame dell’Agenzia delle Entrate, in quanto rilevava che, sotto il profilo motivazionale, l’avviso di accertamento fosse basato su un pvc (processo verbale di constatazione) sottoscritto anche dal contribuente e nel quale erano compiutamente evidenziati tutti i rilievi contestati, e, nel merito della pretesa impositiva, che non sussisteva contraddizione tra l’affermazione dell’ufficio, circa il mancato rinvenimento di diversi contratti di vendita di veicoli, e i dati risultanti dallo stesso processo verbale (dalla cui lettura, infatti, emergeva che erano state rinvenute copie di contratti, consistenti in fogli prestampati con i dati identificativi della ditta verificata e in dettaglio: marca, tipo e targa della vettura oggetto della transazione, dati del cliente e importi corrisposti).

Il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, lamentando, tra l’altro, (ex articolo 360 del codice di procedura civile, n. 4) violazione e falsa applicazione dell’articolo 33, Dpr 600/1973 e dell’articolo 52, Dpr 633/1972, in quanto, nel corso della verifica fiscale, si era proceduto a un accesso presso la sua abitazione, sulla base di un’autorizzazione della Procura della Repubblica di Catania “assolutamente priva della indicazione dei gravi indizi di violazioni”, prescritta appunto dall’articolo 52.
Di conseguenza, a parere del contribuente, gli elementi posti a base dell’accertamento non potevano essere utilizzati.

La Corte, rigettando il ricorso, ha affermato che “… l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica, prescritta dall’articolo 52 citato, commi 1 e 2, ai fini dell’accesso in locali adibiti anche ad abitazione del contribuente o a locali diversi (cioè adibiti esclusivamente ad abitazione), è subordinata alla presenza di gravi indizi di violazioni soltanto in quest’ultimo caso, e non anche quando si tratti di locali ad uso promiscuo…”.

Osservazioni
La Cassazione prima fornisce un’interpretazione delle disposizioni contenute nell’articolo 33, Dpr 600/1973, e nell’articolo 52, Dpr 633/1972, poi, rinviando anche ad altri precedenti, chiarisce l’accezione di “uso promiscuo”, evidenziando che, in punto di fatto, nella fattispecie sottoposta al suo esame, il contribuente non ha neppure precisato il sito specifico (parlando genericamente di accesso “nell’abitazione”) dove era stata eventualmente trovata e acquisita la documentazione rilevante.

In ossequio ai principi costituzionali (ex articolo 14 della Costituzione, il domicilio è inviolabile, nel senso sia di divieto di eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale, sia di eseguire accertamenti e ispezioni a fini fiscali, pur se regolati da leggi speciali), l’articolo 52 del Dpr 633/1972 (applicabile anche ai fini dell’accertamento delle imposte sui redditi dal richiamo operato dall’articolo 33, comma 1, Dpr 600/1973), stabilisce che:
per l’accesso ai locali adibiti “anche ad abitazione” del contribuente da parte dei funzionari dell’Amministrazione finanziaria (o dei militari della Guardia di finanza), è sufficiente l’autorizzazione del procuratore della Repubblica (comma 1)
per l’accesso, invece, “in locali diversi” da quelli indicati nel primo comma (quindi, per l’accesso in locali destinati esclusivamente ad abitazione), l’autorizzazione del procuratore della Repubblica può essere richiesta e rilasciata “soltanto in caso di gravi indizi di violazioni delle norme” fiscali (cfr Cassazione 9611/2008) e “allo scopo di reperire libri, registri, documenti, scritture ed altre prove delle violazioni” (comma 2).

La semplice autorizzazione del procuratore della Repubblica è stata prevista dal legislatore come opportuno filtro preventivo all’azione accertativa in entrambe le fattispecie, perché le stesse coinvolgono il “domicilio inviolabile” del contribuente. Ma non senza differente intensità.
Infatti, per l’accesso in locali a uso esclusivamente abitativo, la norma richiede non solo l’autorizzazione, ma anche la sussistenza di specifiche finalità e particolari presupposti giustificativi dell’ingresso domiciliare (cfr Cassazione 19690/2004).

Se, quindi, l’autorizzazione prevista per i locali a uso promiscuo, in assenza di presupposti fissati ex lege è un mero adempimento procedimentale, per l’opportunità che l’accesso trovi l’avallo dell’autorità giudiziaria, diversamente, la sussistenza di gravi indizi di violazione tributaria, oltre a essere un requisito direttamente fissato dalla legge, rappresenta un quid pluris rispetto all’autorizzazione, conferendole la portata di provvedimento valutativo della ricorrenza, nella concreta vicenda, di specifici presupposti giustificativi dell’ingresso nell’abitazione (cfr Cassazione 16424/2002).

Escluso quindi che, nella fattispecie sottoposta al vaglio della Corte, vi sia stato accesso all’abitazione del contribuente, non avendo questi neppure indicato il luogo nel quale era stata reperita la documentazione, i giudici di piazza Cavour hanno ribadito l’orientamento consolidato di legittimità, secondo il quale si è in presenza di locali a uso promiscuo quando “… la relativa destinazione … sussiste … non soltanto nell’ipotesi in cui i medesimi ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma ogni qual volta l’agevole possibilità di comunicazione interna consenta il trasferimento dei documenti propri dell’attività commerciale nei locali abitativi …” (cfr Cassazione 2444/2007 e 10664/1998: con possibilità di avere i documenti “… sotto mano per ogni evenienza, e nel contempo però detenerli in stanze abitualmente destinate al sonno, o ai pasti”).
Legittimo allora l’accesso e salvo il conseguente avviso di accertamento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Studi settore: il Fisco risponde attento agli effetti della crisi.

Nella circolare n. 30/E di oggi, sono contenute, diverse novità: la possibilità concessa agli ex “minimi’di non compilare il nuovo quadro “T-congiuntura economica” segnalando tale comportamento nel campo annotazioni di Gerico e usufruire, così, dei correttivi “crisi”; nessun modello per chi esercita attività “ostacolate” dal sisma 2012 e che risulta essere “in un periodo di non normale svolgimento”; modello sì – applicazione no, per i contribuenti che, avendo cessato l’attività prevalente, quella da cui hanno ricavato di più nel corso del 2012, si trovano in una situazione assimilabile al “periodo di non normale svolgimento dell’attività”.
In quest’ultimo caso, gli interessati dovranno presentare il modello relativo allo studio di settore riguardante l’attività maggiormente “remunerativa” nel periodo d’imposta considerato, prescindendo dalla circostanza che sia quella cessata, e poi, nelle “note aggiuntive” di Gerico, potranno specificare il perché della loro esclusione dall’applicazione degli studi di settore.

Ex minimi
Per avvalersi dei correttivi anticrisi, approvati con Dm 23 maggio 2013, gli esercenti attività d’impresa devono compilare il quadro “T-congiuntura economica”, del modello di comunicazione dei dati rilevanti ai fini degli studi di settore: e questo dovrebbero fare anche gli ex minimi, cioè, ad esempio, coloro che, nel periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2011, sono fuoriusciti dal regime agevolato.
Ma, tra il dire e il fare……, infatti, questi contribuenti, nei periodi d’imposta precedenti, hanno usufruito di obblighi contabili così ridotti che, a oggi, non consentono di risalire ai dati fondamentali per il calcolo dei “correttivi crisi”; quindi, non possono compilare il richiamato quadro T e, in tal modo, si precludono la possibilità di accesso ai correttivi che necessitano di tali informazioni.
Tanto premesso, l’Agenzia condivide la soluzione proposta al quesito rivoltole: i contribuenti in argomento possono ovviare a tale limitazione fornendo le indicazioni in merito al comportamento adottato attraverso la sezione relativa alle annotazioni di Gerico 2013.

“Periodi di non normale svolgimento dell’attività”
Tra i quesiti posti ai tecnici del Fisco ce ne sono due che puntano a chiarire se determinate situazioni possono rientrare nelle cause di esclusione, sia dalla presentazione sia dall’applicazione degli studi di settore, come ad esempio, in seguito al sisma 2012, i danni ai locali destinati all’attività d’impresa o di lavoro autonomo che li rendono inidonei all’uso, oppure, i danni rilevanti alle scorte di magazzino che causano la sospensione prolungata della produzione. Ebbene sì, per l’Agenzia è possibile ritenere che i contribuenti interessati abbiano “vissuto” un periodo di non normale svolgimento dell’attività e siano, di conseguenza, non accertabili sulla base delle risultanze degli studi di settore ed esonerati, per l’annualità di imposta 2012, in quanto residenti in uno dei comuni interessati dal sisma, dalla presentazione del relativo modello.
Un’altra ipotesi prospettata è quella di chi, nel corso dell’anno d’imposta 2012, ha cessato l’attività prevalente, continuando a esercitarne un’altra secondaria meno remunerativa non rientrante nel medesimo studio di settore e, quindi, ritiene di essere escluso dall’applicazione degli studi, in quanto in un “non normale periodo di svolgimento dell’attività”. Tale ipotesi conduce ad affermare l’esclusione dall’applicazione degli studi di settore. In questo caso, però, la circolare ricorda che l’articolo 1, comma 19, della legge 296/2006 ha previsto la compilazione del modello anche per i soggetti esclusi dall’applicazione degli stessi in conseguenza di un periodo di non normale svolgimento dell’attività, pertanto, i contribuenti in tali condizioni, dovranno presentare comunque il modello relativo allo specifico studio di settore per l’attività che ha portato i maggiori ricavi/compensi durante il periodo d’imposta considerato, specificando poi, nelle “note aggiuntive” di Gerico, la circostanza che ha consentito di ricondurre la situazione dell’impresa a una causa di esclusione dall’applicazione degli studi.

Credito d’imposta per il gasolio per autotrazione
Nella circolare n. 23/E, del 15 luglio scorso, è stato precisato che, a seguito della modifica normativa intervenuta nel 2012 in relazione al credito d’imposta per il gasolio per autotrazione, il valore da prendere in considerazione ai fini della compilazione del rigo X04 dello studio di settore degli autotrasportatori (VG68U) è quello riportato nella colonna 1, del rigo RU23 di Unico 2013 (ammontare del credito concesso nell’anno 2012 per consumi di gasolio effettuati dall’impresa nel 2011) e non, invece, l’importo del rigo RU23 colonna 2 (ammontare del credito concesso nell’anno 2012 per consumi di gasolio effettuati nei primi tre trimestri del 2012).
I contribuenti che, prima del chiarimento di prassi, si erano adeguati al risultato di Gerico, compilando erroneamente il rigo X04, hanno chiesto all’Agenzia se fosse consentito alle imprese di “ravvedersi” senza sanzioni e maggiorazioni, entro il termine di presentazione della dichiarazione relativa al periodo d’imposta 2012 (30 settembre 2013), versando le somme eventualmente dovute in più per effetto della precisazione contenuta nella circolare n. 23/E.
Secondo l’Amministrazione, i contribuenti che, per correggere l’eventuale errore nella compilazione del rigo X04, si sono adeguati al nuovo risultato dello studio di settore potevano non applicare maggiorazioni sulle somme eventualmente dovute in più per effetto del ricalcolo, se il relativo versamento è avvenuto entro i termini lunghi previsti dall’articolo 17, comma 2, del Dpr 435/2001, vale a dire entro il 20 agosto 2013.

La circolare n. 30/E, in sostanza, fornisce uno spaccato delle principali problematiche segnalate dai contribuenti, con risposte che tengono conto, quando ci vuole, degli effetti della crisi economica.


Fonte: Agenzia Entrate

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