martedì 30 aprile 2013

Quesito: chiarimenti 730.

Chi non deve fare il 730?

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Paga l’Irap il professionista con segretaria in "outsourcing".


La sentenza 8962 del 12 aprile ha chiarito che, in tema di Irap, il ricorso al lavoro di terzi per la fornitura di tutti i necessari servizi (dalla telefonia al segretariato) in forma rilevante e non occasionale, ma continuativa, integra il presupposto dell'esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata, previsto dall’articolo 2, comma 1, del Dlgs 446/1997, non rilevando che la struttura posta a sostegno e potenziamento dell'attività professionale del contribuente sia fornita da personale dipendente o da un terzo in base a un contratto di fornitura.

Il caso trae origine dall’istanza di rimborso Irap presentata da un professionista, che riteneva di essere sprovvisto del requisito della cosiddetta autonoma organizzazione essenziale ai fini dell’imposizione del tributo.
Avverso il silenzio rifiuto degli uffici finanziari, il contribuente ricorreva alla Commissione tributaria provinciale, territorialmente competente, che accoglieva parzialmente le richieste del commercialista, riconoscendo il rimborso di tre sole annualità, in quanto lo stesso professionista aveva presentato istanza di condono per i tre precedenti anni d’imposta.

Diametralmente opposta la sentenza della Ctr, chiamata a giudicare su impulso dell’Agenzia delle Entrate.
Nulla questio per le tre annualità per cui era stato chiesto il condono, i giudici di merito di secondo grado riconoscevano l’erogazione, da parte del professionista, di ingenti compensi a favore di terzi in diversi anni, come tra l’altro risultava dalle relative dichiarazioni dei redditi, circostanza che provava il carattere non occasionale delle prestazioni effettuate nei confronti del contribuente.
A sostegno della decisione veniva altresì evidenziato che il ricorrente era socio di minoranza e membro del consiglio di amministrazione della società che gli forniva le prestazioni di servizio di cui non aveva mai fornito la reale natura.

Il commercialista soccombente ricorreva per cassazione, adducendo nelle motivazioni che i giudici di merito non avevano tenuto conto dei documenti presentati comprovanti, invece, la mancanza dell’autonoma organizzazione dell’attività svolta, principio essenziale su cui si basa la pretesa impositiva.
Inoltre, nel ricorso veniva lamentata la mancata considerazione, sia in prime che in seconde cure, della documentazione fornita al fine di dimostrare che i compensi erogati alla società, di cui il contribuente era sia socio che membro del consiglio di amministrazione, erano da considerarsi come mero affitto del locale in cui egli svolgeva la professione e non anche il corrispettivo dei servizi organizzativi fornitigli dall’azienda.

La Corte di cassazione, con la sentenza in esame, ha dichiarato l’inammissibilità dell’appello, non accogliendo le due motivazioni in esso contenute.
In riferimento alla prima ragione del ricorso, il Collegio, preventivamente, ha giudicato essere la questione sollevata dalla difesa di solo merito, estranea, pertanto, alla corretta applicazione delle norme di diritto, sostanziale e processuale, di competenza, come noto, della Corte di cassazione.

Terminate le questioni procedurali, i giudici di legittimità hanno affrontato la seconda parte del ricorso riguardante la pretesa impositiva ai fini dell’Irap da parte degli uffici finanziari che contestavano al contribuente l’impiego di collaboratori per lo svolgimento dell’attività di commercialista e la fruizione dei locali della società di cui il professionista era sia amministratore sia membro del consiglio di amministrazione, circostanze che giustificano il presupposto della stabile organizzazione.

La copiosa giurisprudenza della Corte di cassazione in tema di Irap, nonché l’orientamento costituzionale della Consulta fornito con la sentenza 156/2001, hanno in più riprese fornito chiarimenti in merito al presupposto impositivo dell’Irap basato sull’esercizio abituale della professione, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall’impresa commerciale che deve, necessariamente, essere autonomamente organizzata.
Non solo, le precedenti pronunce delle Corte hanno altresì chiarito che il requisito dell’autonoma organizzazione va accertato dal giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità.

La sentenza 8962/2013 ribadisce, per l’applicazione dell’imposta regionale, il principio civil-tributaristico dell’inversione dell’onere della prova, secondo il quale spetta al contribuente provare che l’attività svolta non ricada nel campo d’applicazione dell’Irap che, come ricordano i giudici di legittimità, ricorre quando il professionista “a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo l'"id quod plerumque accidit", costituiscono nell'attualità il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui”.
A fortiori, la sentenza della Cassazione 10151/2010 aveva chiarito che “il ricorso al lavoro di terzi per la fornitura di tutti i necessari servizi (dalla telefonia al segretariato) in forma rilevante e non occasionale, ma continuativa, integra il presupposto dell'esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata, previsto dal D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, art. 2, comma 1” aggiungendo inoltre che non rileva “che la struttura posta a sostegno e potenziamento dell'attività professionale del contribuente sia fornita da personale dipendente o da un terzo in base ad un contratto di fornitura”.

Pertanto, alla luce di quanto su esposto, il solo impiego di lavoro altrui configura di per sé il requisito impositivo della stabile organizzazione.
Dunque, nel caso di specie, posto che il professionista aveva versato compensi con continuità e sistematicamente, per più annualità, in ragione dei servizi ricevuti dalla società di cui era amministratore e socio e non avendo provato ai giudici, di merito e di legittimità, la natura dei servizi ricevuti producendo nel ricorso opportuna documentazione, come lo statuto della società e le relative fatture dalle quali si poteva pacificamente evincere la natura della prestazione, si è visto legittimare la pretesa impositiva degli uffici finanziari che gli avevano negato il rimborso dell’Irap ed è stato condannato dalla Corte al pagamento delle spese di giudizio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Detrazione del mutuo per acquisto abitazione principale.


L'Agenzia delle Entrate ha rettificato la mia denuncia dei redditi 2010, azzerando l'importo degli interessi passivi sul mutuo per l'acquisto della prima casa, in quanto l'immobile non risulta essere abitazione principale. Perché il beneficio non mi è stato riconosciuto, se la legge concede diciotto mesi per stabilire la residenza nel comune ove è situato l'immobile?

L'articolo 15 del Tuir (Dpr 917/1986) prevede la detrazione del 19% degli interessi pagati in dipendenza di mutui stipulati per l'acquisto dell'abitazione principale. La norma dispone che, per usufruire del beneficio, l'immobile sia adibito ad abitazione principale entro un anno dall'acquisto, che deve avvenire nell'anno antecedente o successivo alla stipula del contratto di mutuo. Sono previste alcune ipotesi particolari: 1. nel caso di immobile locato, è necessario notificare al locatario l'atto di intimazione di licenza o di sfratto per finita locazione. Entro un anno dal rilascio, l'immobile deve essere adibito ad abitazione principale; 2. nel caso in cui l'immobile acquistato sia oggetto di lavori di ristrutturazione edilizia, la detrazione spetta a decorrere dalla data in cui lo stesso è adibito a dimora abituale, e comunque entro due anni dall'acquisto; 3. è prevista inoltre deroga espressa al requisito della dimora abituale nell'ipotesi di acquisto dell'unica abitazione di proprietà da parte del personale delle Forze armate o di Polizia. Il termine di diciotto mesi entro i quali occorre stabilire la residenza nel comune dove è ubicato l'immobile rientra, invece, tra i requisiti per avvalersi della tassazione agevolata per l'acquisto della prima casa.


Fonte: Agenzia Entrate

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Immobili delle imprese non censiti: come calcolare l’imponibile Imu.


Il ministero dell’Economia e delle Finanze fornisce anche quest’anno i moltiplicatori per determinare il valore degli immobili classificabili nel gruppo catastale “D”, non censiti, interamente posseduti dalle imprese e distintamente contabilizzati. L’importo ottenuto rappresenta la base imponibile per il calcolo dell’imposta municipale sugli immobili.
L’aggiornamento arriva con il decreto del 18 aprile 2013, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di venerdì 26.

Dunque, per determinare la base imponibile ai fini dell’Imu, così come è stato fatto l’anno scorso (e negli anni precedenti per l’Ici), va moltiplicato il valore indicato nelle scritture contabili, al lordo delle quote di ammortamento, per i coefficienti stabiliti annualmente dal Mef in base ai dati risultanti all’Istat sull’andamento dei costi di costruzione di un capannone.

Il meccanismo dei fabbricati a valore contabile può essere superato richiedendo l’attribuzione della rendita tramite la procedura Docfa, attraverso la quale il contribuente avanza una proposta di rendita, il cui valore può essere utilizzato come base imponibile per l’Imu, fino a quando l’Agenzia delle Entrate non attribuisce la rendita effettiva; quella proposta diviene definitiva se l’ufficio non la rettifica nei successivi dodici mesi.

Nella tabella, i coefficienti determinati dal ministero ai fini dell'Imu dovuta per il 2013.


per l'anno 2013 = 1,03 per l'anno 2012 = 1,05
per l'anno 2011 = 1,09 per l'anno 2010 = 1,11
per l'anno 2009 = 1,12 per l'anno 2008 = 1,16
per l'anno 2007 = 1,20 per l'anno 2006 = 1,23
per l'anno 2005 = 1,27 per l'anno 2004 = 1,34
per l'anno 2003 = 1,39 per l'anno 2002 = 1,44
per l'anno 2001 = 1,47 per l'anno 2000 = 1,52
per l'anno 1999 = 1,54 per l'anno 1998 = 1,57
per l'anno 1997 = 1,61 per l'anno 1996 = 1,66
per l'anno 1995 = 1,71 per l'anno 1994 = 1,76
per l'anno 1993 = 1,79 per l'anno 1992 = 1,81
per l'anno 1991 = 1,85 per l'anno 1990 = 1,94
per l'anno 1989 = 2,02 per l'anno 1988 = 2,11
per l'anno 1987 = 2,29 per l'anno 1986 = 2,46
per l'anno 1985 = 2,64 per l'anno 1984 = 2,81
per l'anno 1983 = 2,99 per l'anno 1982 e anni precedenti = 3,17


Fonte: Agenzia Entrate

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Extra-time per presentare il 730 al proprio sostituto d’imposta.


Più tempo a disposizione di lavoratori dipendenti e pensionati che provvedono all’adempimento dichiarativo relativo ai redditi del 2012 consegnando il modello 730/2013 al proprio sostituto d’imposta, datore di lavoro o ente previdenziale. La scadenza, già in calendario per il 30 aprile, passa al 16 maggio.

A stabilirlo un decreto del presidente del Consiglio dei ministri, firmato il 26 aprile e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di oggi. La decisione è stata adotatta a causa dei riatrdi verificatisi nella consegna dei modelli Cud 2013 e per assicurare il corretto svolgimento degli adempimenti connessi alla presentazione della dichiarazione dei redditi.

Di conseguenza, slitta anche il termine entro il quale i sostituti d’imposta devono consegnare agli assistiti la dichiarazione elaborata e il prospetto di liquidazione: non più il 31 maggio, ma il 14 giugno.

Resta invece fissato al 31 maggio 2013 l’appuntamento per coloro che intendono presentare il modello 730 tramite un Caf o un intermediario abilitato.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 29 aprile 2013

Quesito: affitto garage.

sono in affitto per un garage di 60 Euro mensili ma la proprietaria li vuole in nero. Ora vuole aumentare di 10 Euro mensili e le ho detto che se vuole di piu, si fa un contratto regolare. Mi ha risposto che si può fare dal suo commercialista con un testimone senza dichiararlo. Io vorrei essere tutelata in ogni caso. E' legale questa azione? Cosa devo fare?

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Quesito: immobile ereditato.

Dopo decesso di mia madre(ultimo genitore)ho ereditato il suo appartamento al 50%con mio fratello.Devo denunciarne la propietà gia su 730 del 2013 o posso rimandare tutto al prossimo anno?La successione porta la data di febbraio 2013.

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Quesito: socia lavoratrice cooperativa.

mia moglie è socia lavoratrice di società cooperativa (produzione artigianale alimentari) che le rilascia regolare CUD per lo stipendio (fisso) che mensilmente percepisce- Posso inserirla nel mio 730 (congiunto) o deve fare obbligatoriamente l'unico da sola.

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Quesito: mancata dichiarazione dei redditi al CAF.

sono un dipendente di una grossa azienda italiana; da oltre 20 anni mi avvalgo del CAF aziendale per la presentazione della dichiarazione dei redditi nella quale viene integrato il reddito da beni immobili a quello da lavoro dipendente (CUD). La dichiarazione 2012 per i redditi 2011 non è pervenuta al CAF per disguidi di invio e/o recapito per cui non è stata presentata. Dalla dichiarazione risulta un credito d'imposta e la prima detrazione per lavori di ristrutturazione edilizia al 36%. Cosa posso fare per sanare questa situazione ?

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Quesito: dichiarazione dei redditi lavoratore in Francia.

sto cercando di fare chiarezza sulla mia situazione, dato che fino ad ora ho ricevuto sempre risposte diverse . La mia situazione è questa: Fino a quasi fine luglio 2012 (se nn sbaglio fino al 20) ho lavorato e percepito uno stipendio in Italia. Da agosto mi sono trasferito in Francia con un contratto inglese (che in teoria è iniziato il 2 luglio). Quindi la mia domanda ora è come devo comportarmi per la dichiarazione dei redditi? Qualcuno mi ha detto di dichiarare 6 mesi in Francia e 6 in Italia. Il mio contatto commerciale per la ditta in cui lavoro ha detto tutto in Francia. Un amico che lavora al CAF mi ha detto tutto in Italia. Insomma mi hanno detto tutto e niente. Per completezza di informazioni io ho ancora la residenza in Italia (non sono iscritto all'AIRE) e ho un conto corrente in Italia, inoltre quest' anno non sono nel caso dei 183 giorni in Francia (da Agosto a Dicembre) ma attualmente sono ancora all'estero dato che il mio contratto è a tempo indeterminato. Devo far la dichiarazione sia in Francia che in Italia?

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Maggiorazione dell'aliquota IRES anche per le societa' in perdita sistematica.


L'Agenzia delle entrate continua a fornire i propri chiarimenti in merito alla nuova disciplina delle società di comodo. La circolare n. 3/E del 2013 ha affrontato le principali questioni interpretative che si erano poste in merito all'elevazione al 38% dell'aliquota IRES applicata da tali societa' in UNICO 2013. Sono state affrontate le problematiche riguardanti il calcolo della maggiorazione, anche in caso di opzione per il regime della trasparenza o per quello del consolidato fiscale.
L’Agenzia delle entrate ha fornito i propri chiarimenti in merito alla maggiorazione dell’aliquota IRES per le società di comodo nella circolare n. 3/E del 2013 (1), nella quale è stato confermato che la stessa riguarda soltanto le società di capitali (s.p.a., s.r.l. e s.a.p.a.) e le società ed enti non residenti con stabile organizzazione in Italia. Sono, invece, escluse le società di persone. Si ricorda che l’aliquota dell’IRES è stata elevata, per le società non operative, dal 27,5 al 38%, analogamente a quanto previsto, dallo stesso D.L. n. 138/2011, per i soggetti che operano nel settore petrolifero, del gas, dell’energia elettrica e di quelle alternative (per i quali l’addizionale è stata, appunto, aumentata dal 6,5 al 10,5%). Mentre, però, la maggiorazione della «Robin tax» è prevista per un solo triennio, quella in esame è stabilita a regime. Non è stato, invece, modificato il regime IVA e IRAP delle società di comodo.
La finalità perseguita appare quella di assoggettare ad imposizione gli utili societari con un’aliquota paragonabile a quelle dell’IRPEF applicate sugli scaglioni di reddito più elevati, in modo tale da equiparare la tassazione gravante sulla società a quella che avrebbe colpito i soci in caso di diretta intestazione dei beni fruttiferi in capo agli stessi . Ciò fa, però, sorgere un problema di coordinamento con la parziale tassazione dei dividendi in capo ai soci, giustificata proprio dal differenziale tra l’aliquota IRES e quelle IRPEF: l’aumento dell’aliquota IRES dovrebbe, pertanto, comportare la modifica della misura della detta tassazione dell’utile in capo ai soci, onde evitare una duplicazione impositiva.
In seguito alla riduzione dal 33 al 27,5% dell’aliquota IRES disposta dalla legge Finanziaria per il 2008, è stata, infatti, prevista la contestuale revisione del livello di tassazione dei dividendi e delle plusvalenze, sul presupposto dell’invarianza del prelievo complessivo che grava sulla società e sul socio. Il D.M. 2 aprile 2008 ha, di conseguenza, fissato al 49,72% la nuova misura di imponibilità degli utili e proventi equiparati prodotti dalla società o ente partecipato a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 (nonché delle plusvalenze derivanti dalla cessione delle partecipazioni).


Fonte: IPSOA

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La centrale unica di committenza si sostituisce al singolo comune.


Domanda
La centrale unica di committenza in vigore dal 01-04-2013 per i Comuni non superiori ai 5.000 abitanti, lascia inalterata la possibilità di ricorrere - per il singolo Comune - alle disposizioni di cui all'art. 125 del Codice dei Contratti in tema di lavori e forniture di beni e servizi in economia? Oppure, anche per i lavori, beni e servizi di importo inferiore ai 40.000 Euro è obbligatorio ricorrere alla centrale unica di committenza?

Risposta
L'art. 33, comma 3-bis, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163 stabilisce che "I Comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti ricadenti nel territorio di ciascuna Provincia affidano obbligatoriamente ad un'unica centrale di committenza l'acquisizione di lavori, servizi e forniture nell'ambito delle unioni dei comuni, di cui all'art. 32, D.Lgs. 18-08-2000, n. 267, ove esistenti, ovvero costituendo un apposito accordo consortile tra i comuni medesimi e avvalendosi dei competenti uffici. In alternativa, gli stessi Comuni possono effettuare i propri acquisti attraverso gli strumenti elettronici di acquisto gestiti da altre centrali di committenza di riferimento...".

E' evidente che la centrale di committenza o il consorzio si sostituiscono al singolo comune nell'espletamento di tutte le gare e, quindi, anche di quelle informali relative alle procedure in economia di cui all'art. 125, D.Lgs. 12-04-2006, n. 163. Infatti, non può ritenersi autorizzata una lettura limitativa della norma, là dove stabilisce che i comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti "affidano obbligatoriamente ad un'unica centrale di committenza l'acquisizione di lavori, servizi e forniture", utilizzando l'espressione più ampia.

Inoltre, l'accentramento nelle mani della centrale di committenza o di un consorzio consente - in generale - un risparmio di spesa e la possibilità di ottenere prezzi più convenienti per la P.A., trattando la centrale per una pluralità di enti.


Fonte: IPSOA

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Compensi all’amministratore unico: se “esosi”, è esclusa la deducibilità.


Con ordinanza n. 9036 del 15 aprile, la Corte di cassazione ha stabilito, in tema di reddito di impresa, che è indeducibile, in sede di bilancio societario, il compenso dell’amministratore unico quando è ritenuto sproporzionato e privo di ragioni economiche giustificative.

Vicenda processuale
La Commissione tributaria provinciale rigettava il ricorso proposto da una Srl avverso un avviso di accertamento Irpeg/Irap, con il quale l’ente impositore recuperava a tassazione parte del compenso corrisposto all’amministratore unico, trattandosi di costo sproporzionato.
Il giudizio veniva confermato in appello, ove la Commissione regionale disattendeva le ragioni della contribuente per non avere, quest’ultima, né dedotto né fornito prova dell’esistenza di valide ragioni economiche a giustificazione della deduzione del componente negativo di reddito.
Nel conseguente ricorso per cassazione la società assume, principalmente, violazione di legge (articoli 95 e 109 del Tuir), laddove la decisione impugnata ha riconosciuto all’Amministrazione finanziaria il potere di valutare la deducibilità del compenso corrisposto all’amministratore unico.

A questo riguardo si dà atto, a priori, che la questione prospettata non è pacifica nella giurisprudenza di legittimità, atteso che, secondo un primo indirizzo (cfr Cassazione 6599/2002, 21155/2005, 28595/2008 e 24957/2010), l’Amministrazione finanziaria non avrebbe il potere di valutare la congruità dei compensi corrisposti agli amministratori, in quanto non sarebbe possibile sindacare le scelte imprenditoriali. In senso contrario si è però rilevato (cfr Cassazione 13478/2001 e 21169/2008) che, nella determinazione del reddito imponibile, l’Amministrazione finanziaria può contestare la deduzione dei componenti negativi di reddito operata dal contribuente soltanto all’esito della dimostrazione del difetto di inerenza, certezza e congruità degli oneri medesimi; conseguentemente, laddove si intenda confutare la deducibilità dei compensi riconosciuti agli amministratori, grava sull’Erario evidenziare elementi, dati e circostanze atti a contestarne congruità e ragionevolezza.

La decisione
Decidendo la vertenza, la Corte di cassazione rigetta l’opposizione societaria e consolida l’orientamento secondo cui l’Amministrazione finanziaria può valutare la congruità dei costi e dei ricavi esposti nel bilancio e nelle dichiarazioni dei redditi, pur in assenza di irregolarità nella tenuta delle scritture contabili o di vizi negli atti giuridici compiuti nell’esercizio di impresa, con la possibilità di negare la deducibilità di un costo ritenuto insussistente o sproporzionato ai ricavi o all’oggetto dell’impresa, non essendo l’ufficio vincolato ai valori o ai corrispettivi indicati nelle delibere sociali o nei contratti (in tal senso, cfr Cassazione 9497/2008).
In altre parole, se i costi dell’azienda sono eccessivi rispetto ai ricavi, è naturale che scatti un verosimile sospetto di manovra finalizzata a ottenere vantaggi indebiti (cfr Cassazione 3243/2013).

Com’è noto, ai sensi del vigente articolo 95 del Tuir (già articolo 65), i compensi degli amministratori di società sono deducibili “nell’esercizio in cui sono corrisposti”, in applicazione quindi del criterio di cassa.
In particolare, gli emolumenti dei liquidatori e degli amministratori delle società di capitali e delle società di persone sono soggetti al seguente regime fiscale:
in capo alla società, sono deducibili nell’esercizio in cui sono pagati
in capo ai liquidatori e agli amministratori, sono tassabili nell’esercizio in cui sono incassati.

In secondo luogo, nell’ordinanza 9036/2013 viene ribadito che, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, incombe sul contribuente la prova dei presupposti e oneri deducibili concorrenti alla determinazione del reddito di impresa (articolo 109 Tuir), ivi compresa la loro inerenza e la loro diretta imputazione ad attività produttive dei ricavi.
Peraltro, l’onere della prova dell’inerenza, gravante sul contribuente, ha a oggetto anche la congruità dei medesimi (cfr Cassazione 4554/2012 e 26480/2010). Ciò per la considerazione che il difetto di congruità si risolve in un difetto di inerenza (cfr Cassazione 12813/2000).
La prova investe, quindi, certezza, competenza, inerenza, al fine di assicurare l’ortodossa imputazione del costo sostenuto in base alla normativa vigente (cfr Cassazione 5494/2013).

D’altro canto, è inopponibile all’Amministrazione finanziaria il risultato elusivo ottenuto dall’impresa nel “conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei a ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici” (cfr Cassazione 12622/2012 e 30055/2008).

La pronuncia, peraltro, è coerente anche con l’orientamento dell’Amministrazione finanziaria, laddove ha affermato che, in sede di attività di controllo, l’ente impositore può disconoscere totalmente o parzialmente la deducibilità dei componenti negativi di cui si tratta in tutte le ipotesi in cui i compensi appaiano insoliti, sproporzionati ovvero strumentali all’ottenimento di indebiti vantaggi (cfr risoluzione 113/E del 2012).


Fonte: Agenzia Entrate

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Spese sanitarie del genitore fiscalmente non a carico.


In relazione alle spese sostenute per la retta della casa di riposo per anziani, può la figlia detrarre la parte di spesa che non trova capienza Irpef nel reddito della madre, non a carico fiscalmente?

Le spese sanitarie e di assistenza specifica danno diritto alla detrazione del 19% calcolata sull'ammontare complessivo delle stesse, al netto della franchigia di 129,11 euro (articolo 15, comma 1, lettera c, del Tuir). Beneficiario della detrazione è il contribuente che le ha effettivamente sostenute nell'interesse proprio e/o delle persone fiscalmente a carico. Un genitore, per potere essere considerato a carico, oltre a percepire un reddito personale complessivo non superiore a 2.840,51 euro, deve convivere con il figlio oppure deve percepire dallo stesso assegni familiari non stabiliti giudizialmente.
Nello specifico, per quanto riguarda la detraibilità delle spese sostenute per il ricovero di un soggetto in un istituto di ricovero per anziani, si precisa che non è agevolabile la spesa complessivamente sostenuta: la detrazione non spetta per la retta di ricovero, ma solo per le spese mediche indicate separatamente nella documentazione rilasciata dall’istituto.
Per quanto riguarda poi la possibilità di detrarre la parte di spesa che non trova capienza nel reddito del familiare non a carico, questa è riconosciuta soltanto in riferimento alle spese sanitarie, nel limite annuo di 6.197,48 euro, sostenute nell’interesse di persone affette da patologie che danno diritto all’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria spese (articolo 15, comma 2, del Tuir).


Fonte: Agenzia Entrate

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Quali i beni che non rilevano nel calcolo del vecchio redditometro?


Domanda
Qual è la norma per cui nel calcolo del vecchio redditometro si escludono i fabbricati ad uso abitativo concessi in comodato a soggetti diversi dai familiari a carico e i beni utilizzati esclusivamente nell'esercizio della professione?

Risposta
Nel vecchio redditometro non rilevavano i seguenti beni indice:

- fabbricati ad uso abitativo non a disposizione (perché locati a terzi o concessi in comodato a soggetti diversi dai familiari a carico);

- beni o servizi se relativi esclusivamente all'esercizio dell'attività d'impresa, arte o professione;

- collaboratori familiari addetti esclusivamente all'assistenza di infermi ed invalidi;

- assicurazioni per responsabilità civili, incendio e furto di veicoli;

- assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni e le malattie;

- imbarcazioni a vela di stazza lorda non superiore a tre tonnellate e di lunghezza non superiore a sei metri nonché le imbarcazioni con propulsione a motore di potenza non superiore a 25 HP.

Per rintracciare le fonti normative (e di prassi) relative a tali esclusioni si deve, innanzitutto, richiamare il D.M. 10 settembre 1992 che ha determinato, in un primo momento, gli indici e coefficienti presuntivi di reddito o di maggior reddito in relazione agli elementi indicativi di capacità contributiva (successivamente tali indici sono stati periodicamente aggiornati con ulteriori provvedimenti).

L'art. 2, del D.M. prevede testualmente: "I beni e servizi di cui al comma 1 dell'art. 1 si considerano nella disponibilità della persona fisica che a qualsiasi titolo o anche di fatto utilizza o fa utilizzare i beni o riceve o fa ricevere i servizi ovvero sopporta in tutto o in parte i relativi costi.

La disposizione contenuta nel comma 1 non si applica per i beni e servizi di cui all'art. 2, secondo comma, numeri 1), 4) e 5), del D.P.R. n. 600/1973, come sostituito dall'art. 1, comma 1, della legge 30 dicembre 1991, n. 413 , se relativi esclusivamente ad attività di impresa o all'esercizio di arti o professioni e tale circostanza risulti da idonea documentazione".

L'art. 2, comma 2 D.P.R. n. 600/1973 ai numeri richiamati prevedeva

1) aeromobili da turismo, navi e imbarcazioni da diporto, autoveicoli, altri mezzi di trasporto a motore oltre i 250 centrimetri cubi e roulottes; cavalli da equitazione o da corsa;

4) riserve di caccia o di pesca;

5) assicurazioni di ogni tipo, limitatamente alla indicazione degli istituti o imprese di assicurazione e ai dati identificativi delle polizze, escluse le assicurazioni relative alla responsabilità civile per la circolazione di veicoli a motore e quelle sulla vita, contro gli infortuni e le malattie;

Inoltre, il successivo art. 3, comma 2 del suddetto D.M. prevede che "Ciascuno di detti importi è proporzionalmente ridotto se il contribuente dimostra che il bene o servizio è nella disponibilità anche di altri soggetti diversi da quelli indicati nell'ultimo periodo del primo comma dell'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 , ovvero che per detto bene o servizio sopporta solo in parte le spese, o che lo stesso è utilizzato nell'esercizio di impresa, arti o professioni e tale circostanza risulti da idonea documentazione".

L'ultimo periodo del primo comma dell'articolo 2 D.P.R. n. 600/1973, vigente ratione temporis, faceva riferimento ai familiari a carico.

Infine, nella circolare 10/06/1993 n. 7/1106, il Ministero, a proposito della compilazione del prospetto dati ai fini del redditometro ha avuto modo di precisare che "per le residenze sono previste due eccezioni e cioè, non vanno indicati gli immobili di cui si è intestatari se sono concessi in affitto o in uso gratuito per l' intero periodo di imposta".


Fonte: IPSOA

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Accordi tra amministrazioni e contratti pubblici.


La Corte di giustizia definisce in modo restrittivo le condizioni di legittimita` dei partenariati pubblico-pubblico, conseguentemente ampliando l¿area dei contratti tra pubbliche amministrazioni e ridimensionando quella degli accordi.
La fattispecie
La ASL Lecce affidava direttamente all’Universita` del Salento, quindi senza esperimento di gara pubblica, un contratto di consulenza relativo all’attivita` di studio e di valutazione della vulnerabilita` sismica delle strutture ospedaliere della Provincia di Lecce. Il disciplinare individuava la prestazione da eseguire e si prevedeva che l’attivita` sarebbe stata svolta in stretta collaborazione tra il gruppo di lavoro individuato dalla ASL Lecce e quello dell’Universita`, eventualmente con l’aiuto di personale esterno altamente qualificato; la responsabilita` scientifica sarebbe ricaduta su due soggetti designati, rispettivamente, dalla parte committente e dal Dipartimento universitario incaricato; tutti i risultati derivanti dall’attivita` sperimentale sarebbero appartenuti alla ASL Lecce con l’impegno, tuttavia, nel caso di pubblicazione dei risultati in ambito tecnico- scientifico, di citare espressamente il Dipartimento.
Per l’intera prestazione di servizio la ASL Lecce doveva versare in quattro rate all’Universita` la somma di EUR 200.000 al netto dell’IVA. L’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Lecce e altri soggetti impugnavano l’affidamento avanti al TAR Puglia, il quale lo dichiarava illegittimo per omesso ricorso alle procedure di evidenza pubblica.
In appello il Consiglio di Stato, dubitando dell’interpretazione di alcuni precedenti della Corte di giustizia sulla disciplina dei partenariati pubblico- pubblico, investiva la Corte stessa di una questione pregiudiziale intesa ad accertare «Se la direttiva 2004/18/CE ed in particolare l’articolo 1, paragrafo 2, lettere a) e d), l’articolo 2, l’articolo 28 e l’allegato II, categorie 8 e 12, ostino ad una disciplina nazionale che consente la stipulazione di accordi in forma scritta tra due amministrazioni aggiudicatrici per lo studio e la valutazione della vulnerabilita` sismica di strutture ospedaliere da eseguirsi alla luce delle normative nazionali in materia di sicurezza delle strutture ed in particolare degli edifici strategici, verso un corrispettivo non superiore ai costi sostenuti per l’esecuzione della prestazione, ove l’amministrazione esecutrice possa rivestire la qualita` di operatore economico».


Fonte: IPSOA

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Stesso bene, doppia vendita. Classico schema fraudolento.


È imputabile del reato di dichiarazione fraudolenta l’imprenditore che vende fittiziamente beni “lavati”, ossia prima ceduti a società “cartiere”, meramente interposte, senza addebito dell’Iva e poi rivenduti agli effettivi clienti a prezzi inferiori al valore di mercato.
Questa la decisione della Corte di cassazione con la sentenza n. 16764 del 12 aprile.

La decisione
La controversia trae origine dalla sentenza di condanna pronunciata dalla Corte d’appello nei confronti del rappresentante legale pro tempore di una società esercente attività di commercio di prodotti di telefonia mobile, colpevole del reato di dichiarazione fraudolenta mediante utilizzo di fatture per operazioni inesistenti.
Contro la decisione, il condannato aveva proposto ricorso in Cassazione, deducendo il difetto di congrua motivazione in merito alla sussistenza della responsabilità penale per il reato contestato.
La Corte di cassazione ha dichiarato infondato il ricorso dell’imputato, condannandolo alla pena minima prevista dalla legge.

Nella breve sentenza in commento, i giudici della Suprema corte hanno esaminato il caso di una società di capitali, esercente attività di commercio di prodotti di telefonia mobile che, sulla base delle risultanze processuali, risultava aver indicato nelle dichiarazioni annuali, ai fini Iva e delle imposte dirette, elementi passivi fittizi avvalendosi di fatture per operazioni inesistenti, reato previsto all’articolo 2 del Dlgs 74/2000.
Attraverso l’esame analitico ed esaustivo delle risultanze processuali, i giudici di legittimità avevano constatato l’esistenza di operazioni fraudolente, consistenti in una prima vendita fittizia di telefoni, cosiddetti “lavati”, e poi nel successivo riacquisto dei beni, nello stesso giorno della vendita, da parte della medesima società.

Esaminando nello specifico le operazioni, la prima vendita era oggettivamente inesistente ed era effettuata a favore di società cartiere, ossia soggetti non operativi, appositamente creati, senza addebito dell’Iva in fattura.
A loro volta, le cartiere cedevano il bene a società terze, che i giudici definiscono “società capofila”, di fatto i clienti effettivi, a prezzi concorrenziali ben al di sotto del valore reale di mercato.
In altre parole, i beni erano ceduti dalla società - il cui rappresentante è stato condannato - attraverso l’interposizione di società cartiere, senza addebito dell’imposta, e poi da esse di nuovo venduti, questa volta con l’applicazione dell’Iva.

Nell’ambito di questo schema, le società cartiere, in quanto soggetti interposti al solo fine di realizzare l’evasione, non versavano l’imposta all’erario: ciò consentiva ai clienti effettivi non solo di poter usufruire di prezzi al di sotto del valore di mercato, giustificati dal mancato versamento dell’imposta, ma anche di disporre di beni “lavati”, ossia la cui relativa Iva risultava pulita dall’eventuale reato di evasione.
Lo schema fraudolento si concretava, infine, con il riacquisto da parte della prima società dei medesimi beni, nello stesso giorno della vendita: ed è con l’utilizzo delle relative fatture, secondo i giudici di merito e di legittimità, il momento di consumazione del reato di dichiarazione fraudolenta, realizzatosi mediante l’utilizzo di fatture per operazioni oggettivamente inesistenti.
Il concatenarsi di tali operazioni, considerate fittizie, aveva così consentito, alla società imputabile del reato, di usufruire di costi deducibili e della detraibilità dell’Iva relativa, senza che l’imposta fosse mai stata applicata e quindi versata nelle casse dello Stato.


Fonte: Agenzia Entrate

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730 o Unico: quale utilizzare?


Mia figlia maggiorenne e convivente con me, ha ricevuto due Cud relativi ai redditi del 2012, percependo in totale una somma di circa 3.300 euro. Per poter detrarre le spese sanitarie sostenute nell'anno, quale modello di dichiarazione dei redditi deve utilizzare?

I lavoratori dipendenti e i pensionati possono presentare la dichiarazione con il modello 730, usufruendo dell'assistenza del datore di lavoro o dell'ente che eroga la pensione. E' consentito loro, in alternativa, di rivolgersi a un Centro di assistenza fiscale o a professionisti abilitati. I contribuenti che hanno tale facoltà sono quelli che, nel periodo compreso tra giugno e luglio, hanno un sostituto d'imposta che possa liquidare l'eventuale credito o debito risultante dalla dichiarazione. In caso contrario, sono tenuti a utilizzare il modello Unico Persone fisiche, da presentare esclusivamente in via telematica. La trasmissione può essere effettuata direttamente, attraverso i servizi telematici dell'Agenzia (Entratel o Fisconline), tramite intermediari abilitati o gli uffici dell'Agenzia delle Entrate, che forniscono assistenza anche per la compilazione. In questa ipotesi, il versamento delle imposte eventualmente dovute andrà effettuato con il modello di versamento F24, mentre, qualora dalla dichiarazione scaturisca un credito, lo stesso potrà essere chiesto a rimborso o utilizzato per compensare altri tributi.
Si ricorda che, per i contribuenti che si trovano nelle situazioni meno complesse, è stata predisposta una versione semplificata del modello Unico Persone fisiche: Unico Mini, di più agevole compilazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Società sportive dilettantistiche: regime agevolativo “in chiaro”.


Dagli incontri tra Amministrazione finanziaria e rappresentanti del settore sportivo dilettantistico, la circolare n. 9/E del 24 aprile, con la quale l’Agenzia delle Entrate scioglie i dubbi interpretativi sugli adempimenti contabili e formali necessari per accedere alle agevolazioni fiscali previste dalla legge 398/1991, come la determinazione forfetaria del reddito imponibile e dell’Iva e semplificazioni in materia di adempimenti contabili e certificazione dei corrispettivi (ad esempio, l’esonero ai fini dell’imposta sul valore aggiunto dagli obblighi di registrazione e dichiarazione).
Possono optare per tale regime le associazioni e le società sportive dilettantistiche che, nel periodo d’imposta precedente, hanno conseguito proventi derivanti da attività commerciale non superiori a 250mila euro.
Adempimenti semplificati da non dimenticare
Gli enti sportivi dilettantistici che hanno esercitato l’opzione hanno l’obbligo, tra l’altro, di “annotare, anche con un’unica registrazione, entro il giorno 15 del mese successivo, l’ammontare dei corrispettivi e di qualsiasi provento conseguiti nell’esercizio di attività commerciali, con riferimento al mese precedente, nel modello di cui al decreto del Ministro delle finanze 11 febbraio 1997, opportunamente integrato”.
Nel caso in cui, per errore o per dimenticanza, non venga compilato il modello, l’ente non decade dal regime agevolativo riconosciuto (purché vengano rispettati i requisiti sostanziali previsti), a condizione che sia in grado di fornire all’Amministrazione finanziaria la documentazione contabile da cui dedurre la corretta determinazione del reddito e dell’Iva.
Resta inteso che la mancata tenuta del modello previsto dal Dm 11 febbraio 1997 comporta l’applicazione della sanzione amministrativa per violazione degli obblighi relativi alla contabilità (da 1.032 a 7.746 euro).
Per il mancato rispetto degli ulteriori adempimenti (ad esempio, la conservazione e numerazione progressiva delle fatture di acquisto o il versamento trimestrale dell’Iva), si applicano le specifiche disposizioni previste dal Dlgs n. 471/1997 e non la decadenza dal regime di favore, sempre che gli inadempimenti non precludano all’amministrazione il riscontro documentale per accertare la presenza dei requisiti necessari per la fruizione del regime stesso.

Senza rendiconto il beneficio rimane, ma arriva la sanzione
Sempre per le medesime organizzazioni, l’articolo 25, comma 2, della legge 133/1999 prevede che nel computo del reddito imponibile non rientrino i proventi derivanti da un massimo di due eventi annui – realizzati nello svolgimento di attività commerciali connesse agli scopi istituzionali o tramite una raccolta pubblica di fondi – per un importo non superiore a 51.645,69 euro.
Gli enti interessati, entro quattro mesi dalla chiusura dell’esercizio, devono però redigere “…. un apposito rendiconto, tenuto e conservato ai sensi dell’articolo 22 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600…”, nel quale vanno annotate le entrate e le spese relative a ciascuna manifestazione.
Anche in questo caso, se il rendiconto non è stilato, l’associazione non decade dai benefici, purché i dati che in esso andavano inseriti siano ricostruibili attraverso la contabilità generale dell’ente. Rimane, comunque, obbligatoria la redazione e conservazione, per ciascun evento, della relazione illustrativa prevista dagli articoli 20 e 22 del Dpr 600/1973.
In sostanza, ciò che interessa all’Amministrazione è che, in sede di controllo, sia comunque possibile fornire una documentazione idonea ad attestare la realizzazione dei proventi esclusi dal reddito imponibile.
Anche per questo tipo di inadempimento sono applicabili le sanzioni stabilite per le violazioni degli obblighi relativi alla tenuta dei documenti contabili.
I proventi per i quali non è stato redatto il rendiconto e in relazione ai quali l’associazione sportiva non è in grado di produrre alcun documento attestante l’operazione vanno tassati con applicazione del coefficiente di redditività pari al 3% e concorrono alla determinazione dell’importo di 250mila euro, il cui superamento comporta la decadenza dai benefici fiscali previsti dalla legge n. 398/1991 e l’applicazione del regime tributario ordinario.

Ok a e-mail e sms per convocare le assemblee
Requisiti fondamentali per il riconoscimento del regime agevolativo riservato alle associazioni sportive dilettantistiche sono il rispetto dei principi di democraticità e l’assenza di scopo di lucro, come stabiliti dalla legge 289/2002. La normativa prevede precise modalità di convocazione e verbalizzazione delle assemblee al fine di “misurare” la reale natura associativa e il grado di democraticità dell’ente.
Fermo restando che la valutazione deve esser fatta caso per caso e considerando la globalità dell’attività, la circostanza che, talvolta, le convocazioni assembleari siano effettuate “informalmente” (tramite sms o e-mail), o non siano inseriti tutti i nominativi nel libro dei soci, o che, ancora, non sia redatto un elenco completo dei nomi dei partecipanti all’assemblea, non costituisce, di per sé, una ragione di decadenza dai benefici per mancanza del requisito di democraticità.
Infatti, la clausola di democraticità, obbligatoria negli statuti degli enti sportivi dilettantistici per usufruire del trattamento di favore, s’intende violata quando sistematicamente l’associazione assume un comportamento tale da renderla, in concreto, inapplicabile e quando, cioè, per esempio, le informazioni e le comunicazioni avvengono in modo non idoneo a informare gli associati, nel caso di quote associative differenti per gli stessi tipi di servizi, in presenza di privilegi non giustificabili.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 24 aprile 2013

Quesito: giorni possesso immobile.

i gg di possesso di un immobile partono dalla data dell' atto notarile o dalla data di iscrizione al registro?

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Quesito: importazioni dalla Spagna.

cosa è il vat e dove si richiede

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Quali i beni che non rilevano nel calcolo del vecchio redditometro?


Domanda
Qual è la norma per cui nel calcolo del vecchio redditometro si escludono i fabbricati ad uso abitativo concessi in comodato a soggetti diversi dai familiari a carico e i beni utilizzati esclusivamente nell'esercizio della professione?

Risposta
Nel vecchio redditometro non rilevavano i seguenti beni indice:

- fabbricati ad uso abitativo non a disposizione (perché locati a terzi o concessi in comodato a soggetti diversi dai familiari a carico);

- beni o servizi se relativi esclusivamente all'esercizio dell'attività d'impresa, arte o professione;

- collaboratori familiari addetti esclusivamente all'assistenza di infermi ed invalidi;

- assicurazioni per responsabilità civili, incendio e furto di veicoli;

- assicurazioni sulla vita e contro gli infortuni e le malattie;

- imbarcazioni a vela di stazza lorda non superiore a tre tonnellate e di lunghezza non superiore a sei metri nonché le imbarcazioni con propulsione a motore di potenza non superiore a 25 HP.

Per rintracciare le fonti normative (e di prassi) relative a tali esclusioni si deve, innanzitutto, richiamare il D.M. 10 settembre 1992 che ha determinato, in un primo momento, gli indici e coefficienti presuntivi di reddito o di maggior reddito in relazione agli elementi indicativi di capacità contributiva (successivamente tali indici sono stati periodicamente aggiornati con ulteriori provvedimenti).

L'art. 2, del D.M. prevede testualmente: "I beni e servizi di cui al comma 1 dell'art. 1 si considerano nella disponibilità della persona fisica che a qualsiasi titolo o anche di fatto utilizza o fa utilizzare i beni o riceve o fa ricevere i servizi ovvero sopporta in tutto o in parte i relativi costi.

La disposizione contenuta nel comma 1 non si applica per i beni e servizi di cui all'art. 2, secondo comma, numeri 1), 4) e 5), del D.P.R. n. 600/1973, come sostituito dall'art. 1, comma 1, della legge 30 dicembre 1991, n. 413 , se relativi esclusivamente ad attività di impresa o all'esercizio di arti o professioni e tale circostanza risulti da idonea documentazione".

L'art. 2, comma 2 D.P.R. n. 600/1973 ai numeri richiamati prevedeva

1) aeromobili da turismo, navi e imbarcazioni da diporto, autoveicoli, altri mezzi di trasporto a motore oltre i 250 centrimetri cubi e roulottes; cavalli da equitazione o da corsa;

4) riserve di caccia o di pesca;

5) assicurazioni di ogni tipo, limitatamente alla indicazione degli istituti o imprese di assicurazione e ai dati identificativi delle polizze, escluse le assicurazioni relative alla responsabilità civile per la circolazione di veicoli a motore e quelle sulla vita, contro gli infortuni e le malattie;

Inoltre, il successivo art. 3, comma 2 del suddetto D.M. prevede che "Ciascuno di detti importi è proporzionalmente ridotto se il contribuente dimostra che il bene o servizio è nella disponibilità anche di altri soggetti diversi da quelli indicati nell'ultimo periodo del primo comma dell'articolo 2 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600 , ovvero che per detto bene o servizio sopporta solo in parte le spese, o che lo stesso è utilizzato nell'esercizio di impresa, arti o professioni e tale circostanza risulti da idonea documentazione".

L'ultimo periodo del primo comma dell'articolo 2 D.P.R. n. 600/1973, vigente ratione temporis, faceva riferimento ai familiari a carico.

Infine, nella circolare 10/06/1993 n. 7/1106, il Ministero, a proposito della compilazione del prospetto dati ai fini del redditometro ha avuto modo di precisare che "per le residenze sono previste due eccezioni e cioè, non vanno indicati gli immobili di cui si è intestatari se sono concessi in affitto o in uso gratuito per l' intero periodo di imposta".


Fonte: IPSOA

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Maggiorazione dell'aliquota IRES anche per le societa' in perdita sistematica.


L'Agenzia delle entrate continua a fornire i propri chiarimenti in merito alla nuova disciplina delle società di comodo. La circolare n. 3/E del 2013 ha affrontato le principali questioni interpretative che si erano poste in merito all'elevazione al 38% dell'aliquota IRES applicata da tali societa' in UNICO 2013. Sono state affrontate le problematiche riguardanti il calcolo della maggiorazione, anche in caso di opzione per il regime della trasparenza o per quello del consolidato fiscale.
L’Agenzia delle entrate ha fornito i propri chiarimenti in merito alla maggiorazione dell’aliquota IRES per le società di comodo nella circolare n. 3/E del 2013 (1), nella quale è stato confermato che la stessa riguarda soltanto le società di capitali (s.p.a., s.r.l. e s.a.p.a.) e le società ed enti non residenti con stabile organizzazione in Italia. Sono, invece, escluse le società di persone. Si ricorda che l’aliquota dell’IRES è stata elevata, per le società non operative, dal 27,5 al 38%, analogamente a quanto previsto, dallo stesso D.L. n. 138/2011, per i soggetti che operano nel settore petrolifero, del gas, dell’energia elettrica e di quelle alternative (per i quali l’addizionale è stata, appunto, aumentata dal 6,5 al 10,5%). Mentre, però, la maggiorazione della «Robin tax» è prevista per un solo triennio, quella in esame è stabilita a regime. Non è stato, invece, modificato il regime IVA e IRAP delle società di comodo.
La finalità perseguita appare quella di assoggettare ad imposizione gli utili societari con un’aliquota paragonabile a quelle dell’IRPEF applicate sugli scaglioni di reddito più elevati, in modo tale da equiparare la tassazione gravante sulla società a quella che avrebbe colpito i soci in caso di diretta intestazione dei beni fruttiferi in capo agli stessi . Ciò fa, però, sorgere un problema di coordinamento con la parziale tassazione dei dividendi in capo ai soci, giustificata proprio dal differenziale tra l’aliquota IRES e quelle IRPEF: l’aumento dell’aliquota IRES dovrebbe, pertanto, comportare la modifica della misura della detta tassazione dell’utile in capo ai soci, onde evitare una duplicazione impositiva.
In seguito alla riduzione dal 33 al 27,5% dell’aliquota IRES disposta dalla legge Finanziaria per il 2008, è stata, infatti, prevista la contestuale revisione del livello di tassazione dei dividendi e delle plusvalenze, sul presupposto dell’invarianza del prelievo complessivo che grava sulla società e sul socio. Il D.M. 2 aprile 2008 ha, di conseguenza, fissato al 49,72% la nuova misura di imponibilità degli utili e proventi equiparati prodotti dalla società o ente partecipato a partire dall’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2007 (nonché delle plusvalenze derivanti dalla cessione delle partecipazioni).


Fonte: IPSOA

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Il pvc della Guardia di finanza idoneo a motivare l’accertamento.


Questa Corte ha ripetutamente affermato che anteriormente alle modifiche operate prima dall’art. 7 della legge n. 212 del 2000 e poi, per le imposte sui redditi, dall’art. 1 del D.Lgs. n. 32 del 2001 (i quali hanno introdotto l'obbligo di allegazione dell'atto richiamato, o, comunque, di riproduzione del suo contenuto nell'atto notificato), il requisito motivazionale dell'avviso di accertamento poteva essere assolto per relationem, cioè mediante il rinvio ad altri atti conosciuti o conoscibili da parte del contribuente, ed in particolare al verbale redatto dalla Guardia di finanza. In caso d'impugnazione, quindi, il giudice di merito deve accertare, se detto verbale sia stato posto nella sfera di conoscenza del contribuente, tenendo presente che tale presupposto deve considerarsi in re ipsa quando il riferimento attiene a verbali di ispezione o verifica redatti alla presenza del contribuente, o a lui comunicati o notificati nei modi di legge (Cass. n. 15842 del 2006 e n. 2462 del 2007; Cass. n. 2907 del 2010 e n. 7766 del 2008). Quanto all’onere della prova nell'accertamento delle imposte sui redditi, la Corte ha chiarito come spetti all'amministrazione finanziaria dimostrare l'esistenza dei fatti costitutivi della maggiore pretesa tributaria azionata, fornendo quindi la prova di elementi e circostanze a suo avviso rivelatori dell'esistenza di un maggiore imponibile, mentre grava sul contribuente l'onere della prova circa l'esistenza dei fatti che danno luogo ad oneri e/o a costi deducibili, ed in ordine al requisito dell'inerenza degli stessi all'attività professionale o d'impresa svolta.

Sentenza n. 8293 del 4 aprile 2013 (udienza 18 dicembre 2012)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Adamo Mario – Est. Greco Antonio
Accertamento – Ripartizione dell’onere della prova – Prova dell’inesistenza di costi ed elementi negativi – Presunzioni gravi, precise e concordanti – Inversione

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Familiari a carico: locazioni e limite di reddito.


Nel limite di 2.840,51 euro per avere diritto alla detrazione per il coniuge a carico, va incluso anche il reddito da locazione a libero mercato tassato ordinariamente?

L’articolo 12 del Testo unico delle imposte sui redditi (Dpr 917/1986) dispone che i familiari, per essere considerati a carico, non devono avere un reddito personale complessivo superiore a 2.840,51 euro, al lordo degli oneri deducibili. I canoni derivanti da contratto di locazione sono ricompresi, per espressa previsione di legge (articolo 6 del Tuir), nel calcolo del reddito complessivo (redditi fondiari). E’ pertanto pacifico come il reddito da locazione a libero mercato, tassato ordinariamente, rilevi ai fini del limite di 2.840,51 euro fissato dalla norma per essere considerati familiari fiscalmente a carico.
Il legislatore, peraltro, ai fini dell’importo limite da non superare per usufruire della detrazione in oggetto, fa rientrare anche i canoni di locazione tassati con la cedolare secca (articolo 3, comma 7 del Dlgs 23/2011).


Fonte: Agenzia Entrate

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Le fiamme distruggono le merci: l’ammortamento non è possibile.


La perdita per le merci distrutte da un incendio non può essere capitalizzata, riportandola da un anno all’altro attraverso il procedimento di ammortamento. Non trattandosi di beni materiali strumentali all’esercizio dell’impresa, né di beni immateriali, per il loro costo non può trovare applicazione l’ammortamento previsto dall’articolo 67 del Tuir ante riforma, né quello previsto dal successivo articolo 68.
Lo ha chiarito la Cassazione con la sentenza n. 8604 del 9 aprile.

I fatti
Con avviso di accertamento ai fini dell’Irpeg e dell’Ilor per il 1996, notificato a una società a responsabilità limitata, l’Agenzia delle Entrate rilevava che, nel bilancio chiuso al 31 dicembre 1996, era stata inserita, a titolo di ammortamento di beni immateriali, la quota di 1/10 delle merci andate distrutte in un incendio nel novembre 1995, non indicate nel bilancio del 1995, e quindi non sottoposte a tassazione. Con un unico motivo di ricorso, la direzione regionale della Campania ha impugnato in Cassazione la sentenza della Commissione tributaria regionale che, rigettando l’appello dell’ufficio, ha confermato l’annullamento dell’avviso di accertamento a carico della Srl.

In particolare, denunciando violazione degli articoli 66 e 68 del Tuir (ex articolo 360, n. 3, cpc) nonché contraddittoria motivazione in ordine a un punto fondamentale della controversia (ex articolo 360, n. 5, cpc), l’Amministrazione censurava la decisione di secondo grado per aver escluso il recupero a tassazione dell’ammortamento, nella misura di 1/10, di “beni immateriali” costituiti dal valore della perdita subita per effetto dell’incendio, comprendente le rimanenze non tassate dell’anno precedente. La società, cioè, aveva rilevato il valore della perdita tra i beni immateriali e, a partire dell’esercizio successivo, aveva dedotto le relative quote di ammortamento ex articolo 68 del Tuir (ora articolo 103).

La Corte ha ritenuto fondato il ricorso “in quanto le quote di ammortamento dei beni dell’impresa regolato dall’articolo 67 del Tuir sono riferite non ai beni merce ma al ‘costo dei beni materiali strumentali per l’esercizio dell’impresa’, e ‘sono deducibili a partire dall’esercizio di entrata in funzione del bene’ stesso”, precisando che neppure “trova applicazione… l’ammortamento dei beni immateriali regolato dall’articolo 68 del Tuir, che ha ad oggetto beni di tutt’altra natura, rispetto a quelli in questione…” (Cassazione, sentenza n. 8604/2013).

Osservazioni
I giudici di legittimità hanno esaminato l’avviso di accertamento con il quale l’Agenzia contestava il “comportamento contabile” tenuto dalla Srl a seguito della distruzione di merce causata da un incendio.
Tre i punti rilevanti della pronuncia.
La Corte afferma che, in caso di incendio, le rimanenze di magazzino distrutte non possono essere capitalizzate quali beni immateriali e, quindi, non possono essere sottoposte a procedimento di ammortamento, con la conseguente deduzione delle relative quote. A tale riguardo, i giudici di piazza Cavour precisano che la deducibilità delle quote di ammortamento riguarda i beni previsti dall’articolo 66 del Tuir (applicabile ratione temporis, ora articolo 101). Tale norma, che regolamenta il regime di minusvalenze, sopravvenienze passive e perdite collegate ai beni patrimoniali dell’impresa, nulla dispone circa la deducibilità per i beni merce (beni produttivi di ricavi), prendendo in considerazione, invece, solo il costo dei beni patrimoniali e strumentali per l’esercizio dell’impresa rispetto al quale le quote di ammortamento (ex articolo 102, già articolo 67 del Tuir) sono deducibili a partire dall'esercizio di entrata in funzione del bene stesso.
Le merci distrutte non sono beni materiali strumentali, né sono beni immateriali. Secondo i giudici di piazza Cavour, per i beni merce non può trovare applicazione la disciplina prevista per l’ammortamento dei beni immateriali (ex articolo 103, già 68 del Tuir). Tale ammortamento ha ad oggetto alcune categorie di beni, quali i diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno, dei brevetti industriali, dei processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite in campo industriale, commerciale e scientifico, i diritti di concessione o il valore di avviamento iscritto nell'attivo del bilancio e non certo merci, anche se perente.
L’incendio non brucia gli obblighi di rilevazione contabile ma ha una sfocata rilevanza fiscale. La Corte chiarisce che i beni merce, pur costituendo oggetto di contabilizzazione ai fini civilistici, emergono sul piano fiscale solo in sede di valutazione delle rimanenze di magazzino, analogamente a quanto si verificherebbe per gli sfridi di lavorazione. A fine esercizio, cioè, la minore quantità di merci deve essere misurata in termini di quantità inventariate e, quindi, nella fattispecie sottoposta a esame della Corte, con la diminuzione di valore delle rimanenze finali. Valore che assume rilevanza sul piano fiscale solo in via indiretta e mediata in sede di valutazione delle rimanenze finali per il principio di derivazione del reddito di impresa dalle scritture contabili ex articoli 83 e 92 del Tuir.
Oltre che contrastare con le norme fiscali, deve osservarsi che la società ha adottato un trattamento fiscale non conforme sia alle regole per la redazione del bilancio d'esercizio sia alle regole per la determinazione del reddito d’impresa (il principio di valutazione al minore tra costo storico e valore di mercato - ex articolo 2426, comma 1, n. 9, del codice civile - comporta che le rimanenze siano direttamente corrette dalle rettifiche di valore loro relative).

La Commissione tributaria regionale, nel riesaminare la fattispecie, dovrà tenere conto dei principi di legittimità enunciati e anche del chiaro contenuto del documento Oic n. 13, secondo il quale:
le perdite anomale derivanti da danni, deterioramenti e altre cause devono essere rilevate, per il postulato della prudenza, come componenti negativi di reddito nell'esercizio in cui si possono prevedere o sono state subite, senza possibilità di differimento negli esercizi successivi
l’esistenza di uno (o il contemporaneo verificarsi dei predetti eventi) deve essere determinata per ogni voce di magazzino e considerata per stimare il futuro realizzo.


Fonte: Agenzia Entrate

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Equitalia: niente pignoramenti sui c/c di dipendenti e pensionati.


Stop ai pignoramenti, in prima battuta, presso istituti di credito e Poste, sui conti correnti di pensionati e lavoratori dipendenti. L’indicazione, operativa da subito, è contenuta in una nota di Equitalia ed è rivolta agli amministratori delegati e ai direttori generali delle società partecipate.
Prima di arrivare in banca, andrà attivato il pignoramento presso il datore di lavoro o l’ente pensionistico, assicurandosi che lo stipendio o la pensione, al netto di quanto trattenuto, sia almeno pari a 5mila euro mensili.

E’ un’iniziativa interna della società di riscossione per tutelare i cittadini economicamente più deboli, presa per superare le problematiche emerse a seguito dell’evoluzione normativa in materia, in particolare della disposizione che ha reso obbligatorio l’accredito degli stipendi e delle pensioni superiori ai mille euro. Tale norma, contenuta nel decreto legge n. 201/2011, di fatto avrebbe potuto comportare l’immediata integrale “aggressione” delle somme presenti sui conti correnti, senza dover tener conto della gradualità prevista dal Dl n. 16/2012 (un decimo per importi fino a 2.500 euro, un settimo per importi superiori a 2.500 e fino a 5mila euro, un quinto per importi oltre i 5mila euro).

La decisione autonoma di Equitalia, dunque, mira a tutelare le fasce più deboli dei cittadini in attesa che vengano adottati interventi normativi che stabiliscano nuove regole.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 23 aprile 2013

Quesito: vendita occasionale.


ho creato una ventina di quadri e vorrei fare una mostra nell'ufficio di proprieta di mia moglie per venderli.

Volevo sapere se posso farlo, se devo chiedere permessi particolari al comune, se devo emettere fattura, se posso vendere direttamente durante la mostra e come registrare i soldi, se devo consegnare una ricevuta all'acquirente e se vado incontro a qualche sanzione.

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Quesito: detrazioni per spese recupero patrimonio edilizio.

Avrei un quesito circa le detrazioni al 36%. Abbiamo eseguito dei lavori condominiali sull’impianto di riscaldamento del nostro immobile ed ho ricevuto l’attestazione dell’amministratore per portare in detrazione le spese sul 730/2013. Ho un dubbio: siccome faccio la dichiarazione congiunta con mia moglie e siamo comproprietari al 50% dell’immobile, volevo sapere se le spese sostenute le devo riportare divise al 50% tra noi oppure le devo riportare intere (l’attestazione è stata intestata a tutti e due)?

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Quesito: intrastat.

siamo un'impresa italiana che abitualmente non operiamo con l'estero, eccezzionalmente abbiamo venduto ad azienda francese delle attrezzature mese corrente ad oggi da ritirare presso ns magazzino , trasporto a cura dell'acquirente quindi franco ns magazzino. DOMANDA:  quali sono i ns obblighi contabili, fiscali dichiarazioni da fare ect..

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Casa di un solo coniuge e mutuo cointestato.


Abitazione principale di proprietà del coniuge a carico, con mutuo cointestato a entrambi i coniugi. Il coniuge non a carico può detrarre il 50% degli interessi passivi del coniuge a carico?

La detrazione degli interessi passivi pagati in dipendenza di mutuo ipotecario contratto per l’acquisto dell’unità immobiliare da adibire ad abitazione principale, in caso di mutuo intestato ad entrambi i coniugi, spetta a ciascuno di essi unicamente per la propria quota di interessi; se uno dei coniugi è fiscalmente a carico dell’altro, il beneficio spetta a quest’ultimo per entrambe le quote. In ogni caso, per fruire della detrazione è necessario essere non solo intestatario del mutuo, ma anche titolare della proprietà dell’immobile.


Fonte: Agenzia Entrate

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730/2013, compilare in Rete si può.


È on line 730/2013. L'applicazione consente di compilare la dichiarazione dei redditi utilizzata da pensionati e lavoratori dipendenti, di salvarne una copia e stamparla su modello conforme a quello approvato con provvedimento del direttore e pubblicato sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate.
Il 730, una volta firmato, dovrà essere consegnato al proprio sostituto d'imposta entro il 30 aprile ovvero a un Caf o a un intermediario abilitato entro il 31 maggio, per la successiva trasmissione all’Agenzia delle Entrate.

I coniugi possono optare per la forma congiunta di compilazione, operando la scelta nella fase iniziale della procedura.

Il programma è usufruibile direttamente dal web. Ciò consente di evitare complesse procedure di installazione e garantisce l’utilizzo di un’applicazione sempre aggiornata.

Per quanto riguarda i sistemi operativi, questi quelli idonei:
Windows 7, Windows Vista e Windows XP
Linux (garantito sulle distribuzioni Ubuntu, Fedora e Red-hat 9)
Mac OS X 10.5 e superiori.
È richiesto, inoltre, un software per leggere e stampare i file in formato pdf.

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Pagamento effettuato in ritardo: quale l'onere a carico del contribuente?


Domanda
Per una serie di motivi legati anche ad una difficile situazione di liquidità la nostra società non è riuscita a versare entro il termine del 18 marzo 2013 il saldo dell'IVA a debito per il 2012. E' possibile quantificare il costo comprensivo di interessi del versamento dell'IVA (il cui importo è di circa 10.000 euro) che sarà fatto contestualmente al pagamento delle imposte a giugno o a luglio 2013?

Risposta
Il 18 marzo 2013 è scaduto il termine per l'effettuazione del versamento del conguaglio dell'imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale per il periodo d’imposta 2012.

Il versamento può essere effettuato in forma rateizzata e con applicazione degli interessi con scadenza entro il giorno 16 di ciascun mese e comunque non oltre il mese di novembre 2013.

Per i soggetti che presentano la dichiarazione IVA nell’ambito del Modello UNICO, il versamento può essere effettuato entro il termine previsto per il pagamento delle somme dovute in base a tale dichiarazione, maggiorando le somme da versare degli interessi nella misura dello 0,40 per cento per ogni mese o frazione di mese successivo alla predetta data del 16 marzo.

In sostanza il contribuente ha, nel caso di IVA a debito da versare relativa al saldo 2012, le seguenti possibilità:

1) versare il saldo entro il termine già trascorso del 18 marzo 2013;

2) rateizzare l’intero debito: tale possibilità è consentita sia ai contribuenti che presentano la dichiarazione IVA in via autonoma, sia ai contribuenti che presentano i conti IVA con l’UNICO 2013;

3) versare il saldo IVA insieme ai pagamenti che scaturiscono da UNICO 2013.

Nel caso in esame l’importo di 10.000 non versato il 18 marzo deve essere maggiorato dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese successiva a tale data.

Se il versamento è effettuato il 17 giugno 2013, sui 10.000 euro occorre applicare l’aumento di 1,2% che sarà pari a euro 10.120 (10.000 + 120).

Tale debito può essere pagato a rate con il versamento di Unico 2013 o in unica soluzione insieme agli altri versamenti.

Nell’ipotesi che si volesse pagare a luglio 2013 occorre applicare una ulteriore maggiorazione dello 0,40%; per cui avremo 10.120 * 0,40% = 10.160,48 euro.


Fonte: IPSOA

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Doppia parziarieta' nella Riforma del condominio.


I commi 1 e 2 dell' art. 63, disp. att. cod. civ., introdotti dalla Riforma del condominio, contemplano un' azione surrogatoria, di carattere derivativo e secondario, attribuita al terzo creditore nei confronti del condomino moroso, nonché un distinto obbligo sussidiario di garanzia del condomino solvente in proporzione alla quota del moroso.
L’art. 1129, comma 9, cod. civ., introdotto dalla legge 11 dicembre 2012, n. 220, contenente “Modifiche alla disciplina del condominio negli edifici”, obbliga l’amministratore ad «agire per la riscossione forzosa delle somme dovute dagli obbligati entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale sia compreso il credito esigibile, a meno che non sia stato espressamente dispensato dall’assemblea». Questa nuova disposizione duplica, sotto il profilo dell’obbligo dell’amministratore, quanto il già esistente art. 1130, n. 3) cod. civ. continua a prescrivere sotto il diverso profilo delle attribuzioni dell’amministratore, stabilendo che questi deve «riscuotere i contributied erogare le spese occorrenti per la manutenzioneordinaria delle parti comuni dell’edificio e per l’esercizio dei servizi comuni».
L’amministratore, per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall’assemblea, può agire ai sensi dell’art. 63, comma 1, disp. att. cod. civ., mediante domanda di decreto ingiuntivo, immediatamente esecutivo, senza bisogno di autorizzazione assembleare; deve, peraltro, comunicare ai creditori insoddisfatti, che gliene facciano richiesta, i dati dei condomini morosi. Viene, ancora, esemplificata quale situazione di grave irregolarità, ai sensi dell’art. 1129, comma 12, n. 6) cod. civ., legittimante la revoca giudiziale dell’amministratore, «l’aver omesso di curare diligentemente l’azione e laconseguente esecuzione coattiva».
È stato precisato dalla Riforma come non occorra alcuna specifica autorizzazione rilasciata dall’assemblea all’amministratore per permettere all’amministratore di chiedere il decreto ingiuntivo contro il condomino moroso, poiché la fonte di tale potere è l’approvazione assembleare del riparto. Non è dato comprendere la coerenza sistematica dell’indicazione di questo termine semestrale assegnato all’amministratore, decorrente dalla chiusura dell’esercizio di maturazione del credito, giacché il riferimento al semestre appare più consono allo statuto delle società di capitali. Per contro, la gestione condominiale viene piuttosto tutta rapportata alla competenza annuale, visto che l’amministratore è tenuto anno per anno a predisporre il bilancio preventivo ed a far approvare dall’assemblea (convocataentro centottanta) il bilancio consuntivo, astrattamente, anno per anno, alla scadenza del periodocorrispondente alla durata in carica, egli dovrebbe immediatamente rispondere della riscossione dei contributi dovuti dai partecipanti morosi.


Fonte: IPSOA

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lunedì 22 aprile 2013

Quesito: quadro RB.

Nel 730 devo dichiarare un fabbricato RC 510,00 prima casa e un fabbricato RC 480,00  a disposizione ,visto la nuova normativa il secondo fabbricato fa reddito ai fini irpef ??

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Quesito: royalty.


 in pratica ho aperto un negozio in  franchising e su ogni fattura emessa dal franchising mi viene calcolato il royalty del 3% sulla futura vendita ed inoltre mi viene calcolata l'IVA sul royalty, volevo chiedervi se per legge l'iva deve essere calcolata anche sul royalty. Esempio:
Io acquisto un prodotto che costa € 10,00, lo vendo € 25,00 la fattura emessa  dal franchising  sarà di 10,00+ 0,75 (3%) + IVA. E' corretto oppure l'iva sul royalty va calcolato sull'imponibile?

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Quesito: compensi arretrati pensionato ex dipendentpub. am.

Docente in pensione dall'Agosto 2011, ho ricevuto nel 2012 un compenso relativo ad attività svolte nel 2008. Nella dichiarazione rilasciata dalla scuola è riportata la cifra lorda e la trattenuta IRPEF effettuata. La mia domanda è la seguente: devo riportare nella dichiarazione dei redditi i compensi? Se la risposta è SI, in quale quadro, sezione e rigo della dichiarazione dei redditi devono essere riportati?

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Quesito: info dichiarazione dei redditi.

sono un operaio metalmeccanico,e avendo un pò di terreni sono anche imprenditore agricolo(non professionale in quanto non iscritto all'inps)in esenzione iva.La mia domanda è questa:devo presentare il mod.730 o mod. unico?

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Quesito: calcolo giorni possesso fabbircati 730.

Il giorno 20/febbraio 2012 ho preso la residenza presso l'abitazione di mia proprietà fino a quel momento "a disposizione". Dovrò quindi indicare il fabbricato su 2 righi ma ho un dubbio sui giorni di possesso. Nel primo rigo "abitazione a disposizione" devo considerare anche il 16 febbraio compreso oppure no?

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Quesito: attività all'estero, fisco, AIRE.


Sarei intenzionato a trasferirmi all'estero per avviare la mia attività commerciale nel Regno Unito (aprendo una LTD). Da quello che so, anche aprendo una LTD sarei di fatto costretto a continuare a pagare le tasse in Italia in quanto la mia residenza fiscale resterebbe lì.
Iscrivendomi all'AIRE cambierebbe qualcosa? Se in Italia non avessi immobili, auto, o altro in Italia, avessi un'attività mia all'estero e vivessi stabilmente fuori dall'Italia sarei ancora soggetto alla tassazione italiana?

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Quesito: contributi per dipendente iscritto AIRE.

brevemente per dirvi che sono lavoratore dipendente a tempo indeterminato impiegato in una ditta che opera e lavora all'estero , sono dislocato in Indonesia dove possiedo regolare permesso di soggiorno ,sono felicemente sposato con  una cittadina indonesiana , non posseggo altro reddito se non quello elargito dall' azienda   per cui lavoro in Italia , non sono  iscritto all' Aire ma sto valutando seriamente la cosa , vorrei solo sapere per cortesia se una volta passato Aire la mia retribuzione in busta paga ne risultera' influenzata , infatti miei colleghi di lavoro che hanno effettuatato questo passaggio mi confermano che la ditta ne riceverebbe benificio dal momento che sarebbe tenuta a versare meno  contributi previdenziali , chiaro il mio svantaggio che ne deriverebbe per il calcolo futuro della pensione ,non a livello di retribuzione che dovrebbe rimanere inalterata .

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Quesito: infortuni conducente 730.

dove va inserito nel modello 730/2013 il premio infortuni del conducente.

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Irap per il professionista abituale, se è lui responsabile dell’attività.


In tema di Irap, l'esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di attività di lavoro autonomo diversa dall'impresa commerciale costituisce, secondo l'interpretazione costituzionalmente orientata fornita dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 156 del 2001, presupposto dell'imposta soltanto qualora si tratti di attività autonomamente organizzata. Il requisito dell'autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente che eserciti attività di lavoro autonomo: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti le quantità che, secondo l'”id quod plerumque accidit”, costituiscono il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività anche in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui. Costituisce onere del contribuente che chieda il rimborso dell'imposta asseritamente non dovuta dare la prova dell'assenza delle predette condizioni. Alla stregua  di  tali consolidali principi l'impiego non occasionale di lavoro altrui deve ritenersi di per sè integrativo del requisito dell'autonoma organizzazione.

Sentenza n. 8961 del 12 aprile 2013 (udienza 21 febbraio 2013)
Cassazione civile, sezione V – Pres. MeroneAntonio – Est. Chindemi Giulia
Irap – Lavoro autonomo – Requisito della autonoma organizzazione – Impiego non occasionale di lavoro altrui – Soggezione al tributo

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Rilevanza Irpef del reddito fondiario degli immobili non locati.


Mio marito nel 2012 è stato a mio carico, avendo percepito una pensione di invalidità, esente da Irpef. Dal 2013, ha ereditato il 50% di un immobile, che è libero. Per la dichiarazione dei redditi 2013 potrò continuare a considerarlo coniuge a carico?

L’imposta municipale propria (Imu), introdotta a titolo sperimentale a partire dal 2012, sostituisce sia l’imposta comunale sugli immobili (Ici), sia, per la componente immobiliare, l’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) e le relative addizionali regionale e comunale dovute in riferimento ai redditi fondiari concernenti i beni non locati. L’effetto di sostituzione si concretizza, nell’ambito del Tuir, mediante l’esclusione, dalla base imponibile dell’Irpef, del reddito fondiario prodotto dagli immobili non locati soggetti a Imu. Questo, pertanto, non concorrendo alla formazione del reddito complessivo, non rileva ai fini della verifica del limite reddituale, oltrepassato il quale non si può più essere considerati fiscalmente a carico di un altro soggetto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Agevolazioni “prima casa”: prevale sempre il dato anagrafico.


I benefici fiscali per l'acquisto della prima casa spettano unicamente a chi possa dimostrare, in base ai dati anagrafici, di risiedere o lavorare nel comune dove ha acquistato l'immobile, senza che, a tal fine, possano rilevare la residenza di fatto o altre situazioni contrastanti con le risultanze degli atti dello stato civile.
Questo il principio di diritto ribadito dalla sezione tributaria della Corte di cassazione, con la sentenza n. 8415, depositata in data 5 aprile.

I fatti in causa
La controversia prende le mosse da un avviso di liquidazione dell'imposta e irrogazione delle sanzioni, con cui l'ufficio revocava al contribuente le agevolazioni "prima casa", per mancato trasferimento della residenza entro il termine di 18 mesi dalla dichiarazione resa in atto, nel comune ove è sito l'immobile.

A seguito del ricorso del contribuente e di un primo grado di giudizio a esso favorevole, la vertenza giungeva alla Commissione tributaria regionale dell'Emilia Romagna, che confermava le istanze della parte privata, ritenendo sussistente un caso di forza maggiore, poiché non erano stati completati i lavori di ristrutturazione che avevano interessato l'immobile comprato.

Ricorreva per cassazione l'Agenzia delle Entrate, affidando il ricorso a due motivi di diritto: il primo, teso a contestare la ritenuta rilevanza del mancato completamento dei lavori nei termini previsti, come causa ostativa della decadenza dalle agevolazioni fiscali; il secondo, volto a opporre il difetto di motivazione della pronuncia dei giudici della Ctr.

La decisione della Cassazione
La Corte suprema rileva come i giudici emiliani avessero probabilmente confuso la circostanza del mancato utilizzo dell'immobile acquistato come abitazione principale - rispetto alla quale potrebbe astrattamente operare un impedimento derivante da forza maggiore - con la situazione riguardante il mancato trasferimento della residenza nel comune ove è situato l'immobile, dichiarato dall'acquirente "prima casa" e per il quale ha fruito delle relative agevolazioni. In quest'ultimo caso, infatti, "nessuna forza ostativa può riconoscersi al dedotto mancato completamento dei lavori in questione".

Infatti, l'orientamento costante del Collegio è quello secondo cui spetta il beneficio fiscale per l'acquisto della prima casa solo a colui che sia in grado di dimostrare, "secondo i dati anagrafici, di risiedere o lavorare nel comune ove ha acquistato l'immobile", senza che eventuali situazioni di fatto, contrastanti con gli atti dello stato civile, possano rilevare in concreto.
Da qui, l'accoglimento del primo motivo di ricorso, l'assorbimento del secondo e la decisione nel merito della controversia a favore della non spettanza delle agevolazioni fiscali.

Osservazioni conclusive
Ai sensi della lettera a), comma II bis, nota all'articolo 1, parte prima della tariffa, allegata al Dpr 131/1986, perché l'acquirente possa fruire dell'agevolazione in parola, è indispensabile, fra l'altro, "che l'immobile sia ubicato nel territorio del comune in cui l'acquirente ha o stabilisca entro diciotto mesi dall'acquisto la propria residenza".
Tale requisito di legge si aggiunge agli altri due, previsti dalla normativa di riferimento, ossia, in sintesi, che chi compra non deve aver dichiarato già "prima casa" sul territorio nazionale, né deve possedere - a titolo di proprietà o di altro diritto reale - altro immobile nel territorio del comune ove si trovi il bene immobile.

Dall'analisi della pronuncia in commento, è possibile inferire il generale principio - ormai consolidato (cfr anche Cassazione 1530/2012, 1173/2008 e 10151/2002) - secondo cui il dato anagrafico prevale su quello fattuale, ove quest'ultimo sia eventualmente difforme dal primo.
Quindi, il contribuente non può invocare una "causa di forza maggiore", quale il mancato completamento dei lavori di ristrutturazione, per esimersi dal rispettare la dichiarazione espressa al rogito: infatti, tale evenienza non limita il potere da parte dell'acquirente di trasferire la propria residenza nel comune dove è ubicato l'immobile acquisito godendo dei benefici prima casa.

Questo principio è dettato in chiara funzione antielusiva e retto dalla stretta interpretazione letterale che informa le fattispecie agevolative: ciò per la considerazione che un beneficio fiscale deve essere ancorato a un dato certo, che asseveri la situazione di fatto enunciata in atto.
Ove si prescindesse da questo dato oggettivo, avrebbero ingresso nel nostro sistema ipotesi incerte di spettanza dell'agevolazione, dietro alle quali si aprirebbe, inevitabilmente, la "falla" della disparità di trattamento, deprecabile in un sistema fiscale e in uno stato di diritto realmente moderni.


Fonte: Agenzia Entrate

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Tassa in violazione del diritto Ue.


La fattispecie e la questione pregiudiziale
La domanda di pronuncia pregiudiziale in questione verte sull’interpretazione del diritto comunitario in relazione a un regime nazionale che limiti gli interessi concessi in occasione della restituzione di una tassa riscossa in violazione del diritto comunitario, esclusivamente a quelli decorrenti dal giorno successivo alla data di domanda di restituzione della tassa.

Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia che oppone una contribuente rumena all’amministrazione finanziaria rumena, in merito al versamento degli interessi in occasione della restituzione di una tassa riscossa in violazione del diritto comunitario.
Tale contribuente ha acquistato un’autovettura immatricolata in Germania; al fine di immatricolarla in Romania, essa ha versato la tassa sull’inquinamento prevista dall’apposita disciplina fiscale rumena. Successivamente, la contribuente ha instaurato un contenzioso dinanzi alla competente autorità giurisdizionale per di ottenere la restituzione dell’importo versato a titolo di tassa sull’inquinamento oltre al pagamento degli interessi legali a far data dal suo versamento. Detta richiesta veniva respinta sulla base del fatto che le somme dovute a titolo di interessi, secondo quanto previsto dalla disciplina interna, sono concesse soltanto a decorrere dal giorno successivo alla data della domanda di restituzione.
Il giudice adito, rilevando una presunta difformità tra regola di diritto interno e principi di equivalenza, effettività e  proporzionalità della tassazione, sollevava dinanzi alla Corte Ue la seguente questione pregiudiziale:
se si possa ritenere che il diritto comunitario debba essere interpretato nel senso che osta a un regime nazionale che limita gli interessi concessi in occasione della restituzione di una tassa riscossa in violazione del diritto comunitario, a quelli decorrenti dal giorno successivo alla data della domanda di restituzione di tale tassa.  

Le valutazioni della Corte  
La Corte ha già precisato che il diritto comunitario osta a una tassa che ha l’effetto di dissuadere l’importazione e l’immissione in circolazione in Romania di autoveicoli acquistati in altri Stati membri. Il diritto di ottenere il rimborso delle imposte riscosse da uno Stato membro in violazione del diritto comunitario rappresenta una conseguenza dei diritti attribuiti ai singoli dalle disposizioni comunitarie che vietano tali imposte; ne consegue che lo Stato membro è tenuto, in linea di principio, a rimborsare i tributi riscossi in violazione del diritto comunitario.
Laddove uno Stato membro abbia prelevato tributi in violazione della normativa comunitaria, i contribuenti hanno diritto al rimborso non solo del tributo indebitamente riscosso, ma anche degli importi pagati allo Stato o da esso trattenuti in rapporto diretto con il tributo.
Il rimborso comprende anche le perdite derivanti dalla indisponibilità di somme di denaro a seguito della esigibilità anticipata del tributo e pertanto delle somme dovute a titolo di interessi.
La Corte rileva che spetta all’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro stabilire i requisiti in presenza dei quali gli interessi devono essere corrisposti, con particolare riferimento alla aliquota degli interessi stessi e le loro modalità di calcolo. Tali requisiti devono rispettare i principi di equivalenza ed effettività, e non devono essere concepiti in modo da rendere eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario.
Con particolare riferimento al principio di effettività, lo stesso impone che nel caso di una tassa riscossa da uno Stato membro in violazione del diritto comunitario le regole nazionali che riguardano il calcolo degli interessi eventualmente dovuti non finiscano per privare il contribuente di un rimborso adeguato al danno che consegue alla perdita dovuta all’indebito versamento della tassa.
Nel caso di specie, un regime che limiti gli interessi a quelli che decorrono dal giorno successivo alla data della domanda di restituzione dell’imposta indebitamente riscossa, non corrisponde a tale criterio.
Difatti, detta perdita dipende dalla durata della indisponibilità della somma indebitamente versata in violazione del diritto comunitario e si verifica nel periodo che intercorre tra la data di indebito pagamento della tassa e la data di restituzione della stessa.

Conclusioni
Tutto ciò premesso, la Corte perviene alla conclusione che il diritto comunitario deve essere interpretato nel senso che esso è contrario a un regime nazionale che limita gli interessi concessi in occasione della restituzione di una tassa riscossa in violazione del diritto comunitario a quelli che decorrono dal giorno successivo alla data della domanda di restituzione di tale tassa.

Fonte: causa C565/11

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Attività e immobili all’estero: i codici tributo cambiano nome.


La partenza ritardata di un anno dell’Ivie e dell’Ivafe, (imposte sugli immobili situati all’estero e sulle attività finanziarie detenute fuori territorio italiano), prevista dalla legge di stabilità ha fatto sì che le somme già versate per l’anno 2011 siano considerate acconto delle stesse imposte dovute per il 2012 (vedi articolo “Via libera alla legge di stabilità. Dalla Camera arriva l’ultimo sì”).

Pertanto si è provveduto, con la risoluzione 27/E del 19 aprile 2013, a ridenominare i codici tributo già istituiti, “4041”, “4042”, “4043” e all’istituzione dei nuovi necessari per il versamento degli acconti.
“4041” denominato “Imposta sul valore degli immobili situati all'estero, a qualsiasi uso destinati dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 13, DL. n. 201/2011, conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. - SALDO”
“4042” denominato “Imposta sul valore degli immobili situati all'estero, a qualsiasi uso destinati dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 13, DL. n. 201/2011 conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. - Società fiduciarie – SALDO”
“4043” denominato “Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all'estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 18, DL. n. 201/2011 conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. – SALDO”.
Inoltre, per consentire il versamento, mediante il modello F24, dell’Ivie e dell’Ivafe dovute a titolo di acconto, la stessa risoluzione 27/E istituisce i seguenti codici tributo:
“4044” denominato “Imposta sul valore degli immobili situati all'estero, a qualsiasi uso destinati dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 13, DL. n. 201/2011, conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. – ACCONTO PRIMA RATA”
“4045” denominato “Imposta sul valore degli immobili situati all'estero, a qualsiasi uso destinati dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 13, DL. n. 201/2011, conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. - ACCONTO SECONDA RATA O ACCONTO IN UNICA SOLUZIONE”
“4046” denominato “Imposta sul valore degli immobili situati all'estero, a qualsiasi uso destinati dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 13, DL. n. 201/2011 conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. - Società fiduciarie – ACCONTO”
“4047” denominato “Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all'estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 18, DL. n. 201/2011 conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. – ACCONTO PRIMA RATA”
“4048” denominato “Imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all'estero dalle persone fisiche residenti nel territorio dello Stato - art. 19, c. 18, DL. n. 201/2011 conv., con modif., dalla L. n. 214/2011, e succ. modif. – ACCONTO SECONDA RATA O ACCONTO IN UNICA SOLUZIONE”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Sospensione mutui prima casa, di nuovo possibile dal 27 aprile.

Con comunicato stampa di ieri 18 aprile 2013, il Ministero dell'Economia e delle Finanze ha informato che dal prossimo 27 aprile prossimo torna operativo il Fondo di Solidarietà per i mutui prima casa del MEF che consente la sospensione, fino a 18 mesi, del pagamento dell’intera rata del mutuo per l’acquisto dell’abitazione principale. Il provvedimento, D.L. n. 37/2013, è già stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 aprile scorso. Il Fondo ripagherà alla banca il tasso di interesse applicato al mutuo con esclusione della componente di “spread”. La sospensione è concessa per i mutui di importo erogato non superiore a € 250.000, in ammortamento da almeno un anno, il cui titolare abbia un indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) non superiore a 30.000 euro e, nei 3 anni antecedenti alla richiesta di ammissione al beneficio, abbia perso il lavoro ovvero sia morto o gli sia stata riconosciuto un handicap grave o un'invalidità civile non inferiore all'80%. La richiesta di sospensione potrà essere presentata dal 27 aprile direttamente presso la banca o l’intermediario finanziario che ha erogato il mutuo, compilando la nuova modulistica che sarà resa disponibile sul sito del MEF (www.mef.gov.it) e della CONSAP (www.consap.it), società del MEF gestore del Fondo.


Fonte: MEF

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Credito d'imposta ricerca e sviluppo in UNICO 2012.

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 26/E del 18 aprile 2013, ha fornito chiarimenti in merito all'utilizzo del credito d'imposta per attività di ricerca e sviluppo (art. 1, commi 280-283, della Legge n. 296/2006), fornendo istruzioni operative per la compilazione della dichiarazione dei redditi nel caso di soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare e per attività avviate prima del 29.11.2008. In particolare, viene precisato che i soggetti con periodo d’imposta non coincidente con l’anno solare, che hanno maturato tale credito fiscale e che hanno inviato correttamente il formulario (modello Frs) al Centro operativo di Pescara, ma non hanno ricevuto da parte dell’Agenzia delle Entrate il nulla-osta alla fruizione del credito maturato per esaurimento delle risorse disponibili, possono utilizzare il beneficio in compensazione nel modello F24, nel limite del 47,53% dell’ammontare del credito tributario corrispondente agli investimenti effettivamente realizzati nei periodi di imposta per i quali era stato presentato il formulario. La somma così determinata dovrà essere indicata nel modello Unico 2012.

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Malattia insorta durante la procedura di licenziamento per g.m.o.


La Riforma lavoro ha introdotto una nuova procedura per tutti i casi in cui il datore di lavoro avente i requisiti dimensionali previsti dall'art. 18, Stat. lav., intende procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Si tratta, in sostanza, di una procedura finalizzata, da una parte, a provocare un accordo tra le parti in ordine alla risoluzione del rapporto di lavoro e dall'altra, a ridurre il contenzioso giudiziario.
L’art. 1, comma 40, della legge n. 92/2012 (cd. Riforma lavoro), modificando l’art. 7 della legge n. 604/1966, ha introdotto una nuova procedura per tutti i casi in cui il datore di lavoro avente i requisiti dimensionali previsti dall’art. 18, Stat. lav., intende procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo di cui all’art. 3 della legge n. 604/1966.
Com’e` noto, ai sensi di tale norma, il licenziamento per g.m.o. e` determinato «da ragioni inerenti all’attivita` produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa».
Secondo la prevalente giurisprudenza, rientrano in tale nozione, tra gli altri, i licenziamenti intimati per inidoneita` fisica, per chiusura del cantiere con riferimento a lavoratori impiegati nel settore dell’edilizia, in ragione di misure detentive inflitte al lavoratore o per provvedimenti di natura amministrativa che incidono sul rapporto (come il ritiro del porto d’armi ad una guardia particolare giurata).
Secondo la circolare n. 3/2013 del Ministero del lavoro, invece, non costituirebbe licenziamento per g.m.o. quello intimato per superamento del periodo di comporto.
Al riguardo, tuttavia, la giurisprudenza e` divisa e si riscontrano molti precedenti secondo cui tale ipotesi deve invece ritenersi ricompresa nel g.m.o. (cfr. ex multis, Cass. n. 23920/2010).
Pertanto, tenuto anche conto del fatto che le circolari ministeriali, pur costituendo una fonte autorevole, nonsono affatto vincolanti per i giudici, potrebbe essere consigliabile per il datore di lavoro tentare di esperire la procedura in esame anche prima dell’intimazione del licenziamento per superamento del periodo di comporto al fine di evitare il rischio di incorrere nelle sanzioni previste, in caso di violazione della procedura in questione, dal comma 6 del nuovo art. 18, Stat. lav.


Fonte: IPSOA

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Pagamento effettuato in ritardo: quale l'onere a carico del contribuente?


Domanda
Per una serie di motivi legati anche ad una difficile situazione di liquidità la nostra società non è riuscita a versare entro il termine del 18 marzo 2013 il saldo dell'IVA a debito per il 2012. E' possibile quantificare il costo comprensivo di interessi del versamento dell'IVA (il cui importo è di circa 10.000 euro) che sarà fatto contestualmente al pagamento delle imposte a giugno o a luglio 2013?

Risposta
Il 18 marzo 2013 è scaduto il termine per l'effettuazione del versamento del conguaglio dell'imposta sul valore aggiunto dovuta in base alla dichiarazione annuale per il periodo d’imposta 2012.

Il versamento può essere effettuato in forma rateizzata e con applicazione degli interessi con scadenza entro il giorno 16 di ciascun mese e comunque non oltre il mese di novembre 2013.

Per i soggetti che presentano la dichiarazione IVA nell’ambito del Modello UNICO, il versamento può essere effettuato entro il termine previsto per il pagamento delle somme dovute in base a tale dichiarazione, maggiorando le somme da versare degli interessi nella misura dello 0,40 per cento per ogni mese o frazione di mese successivo alla predetta data del 16 marzo.

In sostanza il contribuente ha, nel caso di IVA a debito da versare relativa al saldo 2012, le seguenti possibilità:

1) versare il saldo entro il termine già trascorso del 18 marzo 2013;

2) rateizzare l’intero debito: tale possibilità è consentita sia ai contribuenti che presentano la dichiarazione IVA in via autonoma, sia ai contribuenti che presentano i conti IVA con l’UNICO 2013;

3) versare il saldo IVA insieme ai pagamenti che scaturiscono da UNICO 2013.

Nel caso in esame l’importo di 10.000 non versato il 18 marzo deve essere maggiorato dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese successiva a tale data.

Se il versamento è effettuato il 17 giugno 2013, sui 10.000 euro occorre applicare l’aumento di 1,2% che sarà pari a euro 10.120 (10.000 + 120).

Tale debito può essere pagato a rate con il versamento di Unico 2013 o in unica soluzione insieme agli altri versamenti.

Nell’ipotesi che si volesse pagare a luglio 2013 occorre applicare una ulteriore maggiorazione dello 0,40%; per cui avremo 10.120 * 0,40% = 10.160,48 euro.

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giovedì 18 aprile 2013

Quesito: dichiarazione dei redditi.

persona di nazionalita inglese ma residente in italia titolare di due pensioni erogate e tassate dall'inghilterra, ha l'obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi in Italia dove vive .

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Quesito: compilazione cambiale.

ho ripetuto la data di scadenza anche nella parte sottostante dove va indicato il creditore, indicandolo a fianco. chiedo se la cambiale è regolare.

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Conti bancari: presunzione di redditi anche per i lavoratori dipendenti.


È legittimo l’accertamento fondato sulle risultanze delle indagine bancarie condotte dall’Amministrazione finanziaria nei confronti del contribuente che non sia lavoratore autonomo, a prescindere, quindi, dal tipo di attività svolta.
È questo il principio di diritto enunciato dalla Cassazione nella sentenza n. 8047 del 3 aprile.
I giudici di legittimità estendono anche ai lavoratori dipendenti la presunzione legale d’imponibilità prevista dagli articoli 32 del Dpr 600/1973 e 51 del Dpr 633/1972 e posta a fondamento degli accertamenti bancari.

Sulla questione la Cassazione si era già espressa con la sentenza 19692/2011. In quella circostanza, i giudici di legittimità chiarivano, in linea con quanto statuito di recente, che “gli artt. 32 e 38 Dpr 600/1973 hanno portata generale e pertanto riguardano la rettifica delle dichiarazione dei redditi di qualsiasi contribuente, quale che sia la natura dell’attività dagli stessi svolta e dalla quale quei redditi provengono” (cfr Cassazione 1401/2011).

Accertamento bancario: inversione dell’onere della prova
In tema di accertamento delle imposte dirette, l’articolo 32, comma 1, n. 2), del Dpr 600/1973, introduce una presunzione legale relativa a carico del contribuente che sia titolare di conti correnti bancari. Norma del tutto omologa, ai fini Iva, è prevista dall’articolo 51, primo comma, n. 2), del Dpr 633/1972.
Ciò significa “che la stessa legge ritiene certo fino a prova contraria, che deve essere fornita dal contribuente, che tutti i movimenti di un conto corrente intestato al contribuente sono al medesimo imputabili” (si vedano, tra le più recenti, le seguenti sentenze della Corte di cassazione: 20858/2007, 16720/2007, 13819/2007, 6743/2007, 19330/2006 e 14675/2006).

Il contribuente sottoposto a indagine fiscale deve rendere prova contraria, ossia dimostrare che le movimentazioni bancarie risultanti dal suo conto e non contabilizzate non generano reddito.
Il valore probatorio degli elementi raccolti (versamenti su conti non giustificati), pertanto, esonera l’ufficio dal dimostrare i requisiti di gravità, precisione e concordanza previsti dall’articolo 2729 del codice civile, con riferimento alle presunzioni semplici, la cui idoneità probatoria è rimessa alla valutazione del giudice.
Le presunzioni legali relative previste dall’articolo 2728 del codice civile (presunzioni bancarie, redditometro), invece, dispensano l’Amministrazione dalla prova che però è trasferita in senso negativo a carico del contribuente.

Iter giuridico
Il contenzioso in esame origina da un avviso di rettifica Iva emesso dall’ufficio sulla base di elementi presuntivi, nello specifico versamenti non giustificati sul conte del contribuente.
I giudici di legittimità, pur respingendo il ricorso dell’Amministrazione, chiariscono che “L'art. 51 comma 2, nn. 2) e 7), del Dpr. 26 ottobre 1972 n. 633 accorda all'ufficio, in tema di Iva, il potere di richiedere agli istituti di credito notizie dei movimenti sui conti bancari intrattenuti dal contribuente e di presumere la loro inerenza ad operazioni imponibili, ove non si deduca e dimostri che i movimenti medesimi siano stati conteggiati nella dichiarazione annuale o siano ricollegabili ad atti non soggetti a tassazione”.

Nel passaggio successivo, i giudici osservano che la presunzione d’imponibilità “ha portata generale e riguarda le dichiarazioni dei redditi di qualsiasi contribuente, a prescindere dall'attività svolta”.
In definitiva, grava sul contribuente l’onere di provare la non imponibilità delle somme versate perché già contabilizzate o esenti da imposta, circostanza quest’ultima ampiamente provata dal ricorrente.
Il Collegio di legittimità, inoltre, nel respingere il ricorso incidentale della parte, ribadisce che “rientra nel potere dell'Amministrazione finanziaria, nell'ambito della previsione di legge, di scegliere il metodo di accertamento da utilizzare nel caso concreto e, pertanto, parte contribuente, in assenza di peculiarità pregiudizievoli, non ha titolo a dolersi della scelta operata (cfr Cassazione 8333/2012).

Osservazioni
In definitiva, le rettifiche conseguenti a indagini finanziarie hanno portata generale, potendo operare nei confronti di qualsiasi contribuente, sebbene l’articolo 32, comma 1, n. 2), nella formulazione applicabile ratione temporis, parlasse di soli “ricavi” e non di “compensi”. (la Finanziaria 2005 ha modificato l’articolo 32 aggiungendovi espressamente il termine “compensi”).
L’utilizzo dell’accezione “ricavi” non impedisce all’ufficio di presumere, per qualsiasi contribuente, che i versamenti effettuati su conti privi di giustificazione costituiscano reddito.
La giurisprudenza ha aggirato il dato testuale facendo riferimento a un presunto uso non tecnico del termine ricavo (cfr Cassazione 4601/2002).

La stessa norma, per come formulata, pone un limite alle sole rettifiche fondate su prelevamenti non contabilizzati.
Una spesa non giustificata, infatti, fa presumere la produzione di reddito per gli imprenditori e i lavoratori non dipendenti, dal momento che solo quest’ultimi sono nella condizione di poter attuare attività di investimento, quali presupposti per il conseguimento di ulteriori redditi.
Di contro i versamenti non giustificati possono, ragionevolmente, indurre l’ufficio al recupero delle somme non dichiarate anche se si tratta di lavoratori dipendenti.


Fonte: Agenzia Entrate

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