mercoledì 31 ottobre 2012

Credito d'imposta per riacquisto prima casa.


Domanda
Un cliente dello studio con partita iva ha un credito di imposta per il riacquisto della prima casa. Non ha bisogno di compensare nel quadro RN della dichiarazione 2012 per l'anno 2011, perche è a zero. Può compensare con le addizionali, l'irap, l'iva sia in dichiarazione che con le trimestrali e con i contributi sia in dichiarazione che con i contributi fissi successivi, con il codice 6602?

Risposta
In base all'articolo 7, comma 2 della legge n. 448/1998 spetta un credito d'imposta per l'acquisto sia a titolo oneroso che gratuito per donazione di altra abitazione "prima casa" non di lusso entro un anno dall'alienazione della casa acquistata in precedenza.

Il credito d'imposta viene riconosciuto fino a concorrenza dell'imposta di registro o dell'IVA corrisposta per il precedente acquisto agevolato, nella misura massima dell'imposta di registro o dell'IVA dovuta in relazione al secondo acquisto.

Il credito d'imposta può essere utilizzato, in alternativa:

- in diminuzione dell'imposta di registro relativa al secondo acquisto (e non dell'IVA) o, in alternativa, per l'intero importo, in diminuzione dell'imposta di registro, ipotecaria e catastale dovute sugli atti presentati successivamente (non è possibile usarlo parzialmente - cfr. C.M. 1 marzo 2001, n. 19/E);

- in diminuzione dell'IRPEF dovuta in base alla dichiarazione dei redditi successiva alla data del nuovo acquisto. In tal caso, l'eccedenza di credito non utilizzata può servire per i versamenti successivi anche in compensazione orizzontale (C.M. 21 settembre 1999, n. 189/E);

- in compensazione (orizzontale) delle somme dovute ai sensi dell'art. 17, D.Lgs. n. 241/1997, cioè con il modello F24.

E' vietato, invece, l'utilizzo:

- in diminuzione di imposta di bollo e tassa ipotecaria;

- in diminuzione dell'IVA dovuta in relazione all'acquisto della nuova abitazione.

Inoltre, il credito d'imposta o l'eccedenza non utilizzata in compensazione non può essere rimborsato, mentre, in caso di decesso del titolare, è possibile trasferirlo agli eredi.

Il termine per l'utilizzo del credito è di 10 anni decorrenti dalla data in cui è sorto oppure, se compensato con IRPEF, entro il termine per la dichiarazione successiva (circolare 20 aprile 2005, n. 15/E).

In tale ultima ipotesi, ad esempio, relativamente alla dichiarazione Unico 2012 - redditi 2011, l'acquisto deve essere avvenuto nel periodo compreso tra il 1° gennaio 2010 e la data di presentazione della dichiarazione in questione.

In conclusione, venendo al quesito, non c'è alcuna preclusione, se non il rispetto del termine decadenziale di 10 anni, per l'utilizzo del credito d'imposta nel modello F24 (con il codice tributo 6602) per compensare, orizzontalmente, tutto ciò che si versa con esso (eccetto l'IRPEF dovuta in base ad Unico, per cui, come accennato ci sono regole specifiche).

Pertanto, è possibile compensare i debiti d'imposta Irap, Iva, addizionali oltre che i contributi previdenziali.


Fonte: IPSOA

| More

Restituzione di crediti fiscali senza interessi anatocistici.


In tema di rimborsi per crediti di natura fiscale, gli interessi anatocistici sulle somme dovute dall’erario a titolo di ritardato rimborso d’imposta non sono più spettanti a decorrere dal 4 luglio 206, data di entrata in vigore del Dl 223 che ne ha previsto l’abolizione, in virtù della portata innovativa e non interpretativa della norma. Resta salvo il diritto alla percezione degli interessi anatocistici per tutto il periodo anteriore, in ragione del principio generale dettato dall’articolo 1283 del codice civile.
Così ha stabilito la Corte di cassazione con la sentenza 17993 del 19 ottobre.

Il fatto
Il procedimento in oggetto ha origine da un’istanza di rimborso presentata da una società per crediti maturati in dipendenza di imposta Irpeg relativa all’esercizio 1989, unitamente agli interessi, anche anatocistici e alla rivalutazione monetaria.
Contro il silenzio rifiuto dell’Amministrazione finanziaria, il contribuente presentava ricorso dinanzi alla competente Commissione tributaria provinciale, che lo accoglieva in via parziale, riconoscendo altresì il diritto al rimborso degli interessi anatocistici, ma respingendo la domanda concernente la rivalutazione monetaria.

La pronuncia de qua veniva impugnata in via principale dalla società e in via incidentale dall’Agenzia delle Entrate.
La Commissione tributaria regionale disponeva il rigetto dell’appello incidentale dell’ufficio impositore, accogliendo solo parzialmente quello principale del contribuente.
In particolare, i giudici di secondo grado riconoscevano il diritto alla percezione degli interessi anatocistici in capo alla società contribuente ma, contestualmente, disponevano il difetto di giurisdizione in ordine alla domanda di rivalutazione monetaria.
Allo stesso tempo, i giudici d’appello affermavano l’infondatezza della doglianza proposta dall’Agenzia delle Entrate in merito al riconoscimento degli interessi anatocistici.

L’ufficio finanziario proponeva a sua volta ricorso dinanzi alla Corte di legittimità, contro cui resisteva la società con proprio ricorso incidentale, eccependo esclusivamente l’errore dei giudici di secondo grado in ordine all’asserito difetto di giurisdizione della domanda di rivalutazione monetaria del credito.
Con il motivo del ricorso principale, l’Agenzia delle Entrate deduceva violazione e falsa applicazione del dettato dell’articolo 1283 cc e dell’articolo 37, comma 50, del Dl 223/2006.
A parere dell’ufficio, la pronuncia dei giudici di secondo grado era errata in ordine alla presunta debenza degli interessi anatocistici sul credito spettante alla società, poiché la natura innovativa dell’articolo 37, comma 50, Dl 223/2006, disposizione che espressamente sancisce l’improduttività degli interessi anatocistici nell’ambito delle obbligazioni di rimborso di tributi, avrebbe dovuto indurre i giudici di merito a specificare che tali poste erano dovute non oltre la data di entrata in vigore della citata disposizione normativa, coincidente con il 4 luglio 2006.

La Suprema corte, ritenendo fondati i motivi di ricorso principale avanzati dall’Agenzia delle Entrate, disponeva il suo accoglimento e la cassazione con rinvio della sentenza di secondo grado impugnata.

La decisione
Come noto, l’anatocismo, fattispecie trattata in questa sede dalla Corte di legittimità, consiste in un metodo di calcolo degli interessi, per cui le somme maturate sono sommate al capitale in modo tale da contribuire a maturare altri interessi nei periodi successivi.
L’articolo 1283 codice civile stabilisce che “gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi”.

La disposizione, seppur di portata generale, oggi non trova applicazione in materia tributaria, ove sussistono disposizioni speciali che regolano gli effetti della mora debendi.
Infatti, il Dl 223/2006 ha esplicitamente stabilito che gli interessi anatocistici non maturano nelle ipotesi di rimborsi dovuti dall’Amministrazione finanziaria, senza eseguire alcuna distinzione in merito al tipo d’imposta.
Nel dettaglio, il comma 50 dell’articolo 37 del decreto prescrive che “gli interessi previsti per il rimborso di tributi non producono in nessun caso interessi ai sensi dell'art. 1283 del codice civile”.

Nel caso che ci occupa, l’adita Ctr si era pronunciata riconoscendo tout court il diritto al rimborso degli interessi anatocistici da parte del contribuente in merito al credito vantato nei confronti dell’Amministrazione finanziaria, in conseguenza della ritardata restituzione di imposte pagate in eccedenza.
Di contro, a parere dell’Agenzia delle Entrate, i giudici di merito non avevano adeguatamente tenuto conto della portata innovativa del Dl 223/2006, che ha escluso l’applicabilità dell’anatocismo in materia tributaria a decorrere della sua entrata in vigore.

La Suprema corte si è espressa proprio su questo punto, confermando il principio per cui “in tema di rimborsi per crediti fiscali, in considerazione della portata innovativa (e non interpretativa) dell’art. 37, co. 50 del D.L. 4 luglio 2006, n. 223 (convertito in legge 4 agosto 2006, n. 248), gli interessi anatocistici sulle somme dovute a titolo di ritardato rimborso d’imposta al contribuente non si calcolano a decorrere dal 4.7.2006, data di entrata in vigore della norma, mentre il principio dettato dall’art. 1283 cod.civ. continua ad avere pieno effetto per il periodo anteriore”.

Chiarito tale assunto, i giudici si sono espressi anche in merito alla ritualità della doglianza avanzata dall’ufficio ricorrente.
In proposito, i giudici hanno confermato, uniformandosi a una consolidata giurisprudenza, che lo ius superveniens, ossia le questioni legate alla successione della legge in pendenza di giudizio, trova applicazione anche nel giudizio di legittimità tutte le volte in cui “la questione sulla quale lo stesso incide deve ritenersi pendente tra le parti perché non coperta dal giudicato”.
In tal caso, infatti, ai fini dell’applicabilità dello ius superveniens nel giudizio di Cassazione, è sufficiente e necessaria “la novità di disciplina giuridica della medesima fattispecie che ha formato oggetto dell’accertamento compiuto dal Giudice del merito”.

In via residuale, i giudici hanno altresì confermato la tesi per cui le vertenze attinenti il pagamento a carico dell’erario degli interessi e dell’eventuale maggior danno da svalutazione monetaria ex articolo 1224, comma 2, del codice civile, è devoluta alla giurisdizione del giudice tributario.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Agevolazioni fiscali prima casa: le condizioni sono inderogabili.


Come previsto dall’articolo 1, Nota 2-Bis della Tariffa, Parte 1, allegata al DPR n. 131 del 1986, l’agevolazione fiscale prevista per l’acquisto della prima casa compete se l’immobile è ubicato nel comune in cui l’acquirente ha la propria residenza o ve la “stabilisce” entro diciotto mesi dalla data dell’acquisto, ovvero se l’immobile è ubicato nel comune in cui l’acquirente svolge la propria attività. Se il trasferimento dell’attività lavorativa dell’acquirente nel comune in cui è ubicato l’immobile si verifica in un momento successivo all’acquisto, viene meno il presupposto per il godimento dell’agevolazione. Ciò in quanto si tratta di norma di stretta interpretazione (cfr. Cass. sent. n. 6905 del 2011 e Cass. sent. n. 5570 del 2011).

Sentenza n. 17597 del 12 ottobre 2012 (udienza 12 luglio 2012)
Cassazione civile, sezione V - Pres. Merone Antonio - Est. Cappabianca Aurelio
Agevolazioni fiscali – Agevolazioni prima casa – Requisiti – Trasferimento della residenza nel luogo di ubicazione dell’immobile – Svolgimento dell’attività lavorativa

| More

Comunicazione telematica dei dati catastali.


La comunicazione dei dati catastali va effettuata solo all’atto della registrazione del contratto d’affitto?

All’atto della registrazione dei contratti di locazione e di affitto di beni immobili vanno comunicati anche i relativi dati catastali. La comunicazione va fatta una sola volta e può essere effettuata in forma cartacea o telematicamente. Il modello in forma cartacea si presenta all’ufficio dell’Agenzia delle Entrate presso il quale è stato registrato il contratto entro 20 giorni dal versamento dell’imposta di registro. Gli utenti dei Servizi telematici possono effettuare la comunicazione telematicamente utilizzando le applicazioni “Pagamenti registro web” o “Contratti di locazione per effettuare la proroga, la risoluzione o la cessione del contratto”. I contribuenti che posseggono almeno dieci immobili, invece, sono obbligati alla registrazione telematica dei contratti e a comunicare i dati catastali utilizzando i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

martedì 30 ottobre 2012

Contratti a termine: dal 25 novembre scatta l'obbligo di comunicazione

Dal prossimo 25 novembre i datori di lavoro dovranno comunicare al centro per l'impiego (Cpi) territorialmente competente rispetto alla sede di lavoro, lo sconfinamento della durata dei contratti a termine, nel periodo "cuscinetto", avvalendosi del sistema di comunicazioni obbligatorie oggi in uso, Unilav. Lo stabilisce il decreto ministeriale previsto dalla legge di Riforma del mercato del lavoro, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n.251/12. L'art.5 della norma che regola i contratti a tempo determinato (D.Lgs. n.368/01), prevede la possibilità che il rapporto a termine continui "di fatto" oltre la scadenza, senza che tra le parti sia intervenuta una proroga formale. Tale estensione può protrarsi per un periodo limitato, che la recente L. n.92/12 ha modificato in 30 giorni per i rapporti di durata inferiore a 6 mesi e in 50 giorni per gli altri. La dilatazione della prestazione di fatto a 50 giorni, per i contratti di durata più ampia, probabilmente ha indotto il Legislatore a introdurre un meccanismo di controllo.

Fonte: Il Sole 24 Ore 30/10/2012

| More

I criteri direttivi per la razionalizzazione delle norme sul reddito di impresa.


Tra i principi e criteri direttivi dettati per una revisione della disciplina del reddito di impresa e della produzione netta ai fini IRAP, figura quello in materia di perdite su crediti. Il fine dichiarato sembra quello di voler attenuare, se non eliminare, le fonti di incertezza nell'applicazione della normativa sulla determinazione del reddito di impresa, con la introduzione di criteri chiari e coerenti con la disciplina di redazione del bilancio, in particolare per determinare il momento del realizzo delle perdite su crediti. Sotto questo profilo va peraltro segnalato un intervento normativo, operato dal D.L. n. 83/2012 (decreto crescita), che in qualche modo rischia di sovrapporsi all'esercizio della delega. Meno decifrabile sembra invece la delega in materia di ammortamenti e altri costi, stante l'estrema vaghezza dei criteri direttivi.
Il realizzo delle perdite su crediti e la problematica questione degli «elementi certi e precisi»

Non vi è dubbio che, allo stato, la disciplina fiscale in materia di deducibilità delle perdite su crediti, per le imprese commerciali e industriali, sia fonte di squilibri nonché foriera di rischi di contestazioni. È noto infatti che, se il codice civile impone agli amministratori di valutare i crediti sulla base del loro presumibile valore di realizzo (art. 2426, n. 8, c.c.), da effettuarsi «secondo prudenza » (come prevede uno dei principi generali di redazione del bilancio), la legge fiscale appare ispirata a logiche differenti: le norme sul reddito di impresa intendono evitare che politiche valutative troppo prudenziali circa gli effettivi rischi di inesigibilità dei crediti nascondano intenti di compressione degli imponibili.

Si noti che le norme fiscali, sul punto, non contrastano «evasioni d’imposta» in senso stretto, quanto differimenti dell’imposizione: la deduzione di una perdita da inesigibilità del credito, quand’anche anticipata rispetto al reale momento di emersione dell’incapacità del debitore di far fronte al pagamento, non darebbe luogo ad una definitiva sottrazione di imponibili, ma solo ad una loro più favorevole collocazione temporale. Ed anche laddove l’impresa creditrice svalutasse un credito di un debitore perfettamente in bonis, la deduzione operata verrebbe controbilanciata, al momento dell’incasso del credito per il suo originario valore nominale, da una plusvalenza tassata (anche i crediti, in quanto «beni relativi all’impresa», sono beni plusvalenti).


Fonte: IPSOA

| More

Deduzione dei costi per auto concesse in uso promiscuo.


Domanda
I limiti al costo fiscale previsti per i veicoli aziendali in genere valgono anche per le auto concesse in uso promiscuo ai dipendenti?

Risposta
Per le auto concesse in uso promiscuo ai dipendenti, l'art. 164 co. 1 lett. b-bis) del TUIR dispone che i relativi costi sono deducibili "nella misura del 90% per i veicoli dati in uso promiscuo ai dipendenti per la maggior parte del periodo d'imposta ".

Il limite di deducibilità verrà ridotto dal 90% al 70% a decorrere dal 2013 (soggetti "solari").

Nel caso di specie non si applicano i limiti al costo fiscale previsti per i veicoli aziendali in genere.

Esempio

Un'autovettura dal costo di 50.000 euro data in uso promiscuo al dipendente è deducibile anche per il costo che eccede i 18.075,99 euro. Analogo discorso per leasing e noleggio.

Per quanto riguarda le autovetture in uso promiscuo agli amministratori, risultano attuali le indicazioni della circ. Agenzia delle Entrate 26.1.2001 n. 5/E (§ 10), in base alla quale per tale ipotesi devono applicarsi le regole previste dalla lett. b). Occorre peraltro ricordare che, secondo la C.M. 48/E/1998 (§ 2.1.2.1), il compenso in natura relativo.


Fonte: IPSOA

| More

Debiti fiscali del defunto.


Gli eredi debbono rispondere dei debiti del familiare deceduto?

Al momento dell’accettazione dell’eredità si acquista la qualità di “erede”, sia in relazione ai crediti che ai debiti. Il soggetto chiamato ad accettare, pertanto, eredita i debiti tributari solo al momento in cui accetterà l’eredità, in modo espresso oppure in modo tacito per facta concludentia. Sulla questione, la Cassazione (ordinanza del 13 ottobre 2010, n. 21101) ha precisato che grava sull’amministrazione finanziaria creditrice del de cuius l’onere di provare l’accettazione dell’eredità da parte del chiamato, per potere esigere l’adempimento dell’obbligazione del dante causa.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Agevolazioni fiscali per i disabili.


Grafica intuitiva e accattivante abbinata a un linguaggio semplice e immediato. Sono queste le caratteristiche principali dei nuovi cartoon disponibili da oggi sul canale YouTube dell’Agenzia delle Entrate. Se in precedenza il mondo dei cartoni animati era stato utilizzato per riassumere la disciplina relativa al regime fiscale dei nuovi minimi, questa volta viene scelto per presentare a tutti i contribuenti le agevolazioni fiscali introdotte dalle recenti normative a vantaggio delle persone disabili e dei loro familiari.

Nel primo filmato, Paola, protagonista di fantasia doppiata da un funzionario dell’Agenzia, illustra i benefici previsti per l’acquisto di auto e motoveicoli. Si va dalla detrazione Irpef del 19%, all’applicazione dell’Iva al 4% invece che al 21%, fino all’esenzione dal bollo e dall’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà. Nel video, inoltre, sono evidenziati i diversi benefici collegati al tipo di disabilità e viene offerta una carrellata dei principali veicoli agevolabili, tra cui autovetture, autocaravan e motocarrozzette.

Nella seconda pillola, invece, Paola approfondisce il tema dello sconto Irpef del 19% a favore dei contribuenti disabili che acquistano veicoli, ricordandone le regole fondamentali (tetto di spesa, ripartizione del beneficio, detraibilità della manutenzione straordinaria). Il disabile o il familiare di cui lo stesso è a carico può usufruire dell’intera detrazione nell’anno in cui sostiene la spesa oppure suddividerla in quattro quote annuali di pari importo.

Anche la scelta dei contenuti dei nuovi cartoni animati si è basata sull’analisi delle parole chiave più ricercate su Google, andando così a rispondere alle esigenze concrete manifestate in Rete dagli utenti.
Tutti i cartoon, inoltre, così come gli altri contributi disponibili su “Entrate in video”, sono dotati di sottotitoli e prodotti in proprio, senza alcun costo, dall’Amministrazione finanziaria.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

lunedì 29 ottobre 2012

Responsabilità appalti: prima dell'attestato va verificato il versamento

La verifica degli adempimenti del subappaltatore e dell’appaltatore deve essere svolta in riferimento alle fatture e alle ritenute fiscali relative alle prestazioni effettuate verso il soggetto cliente. Questo significa che l’eventuale asseverazione e autocertificazione deve verificare, prima del pagamento del corrispettivo, il versamento dell’Iva relativa alle singole fatture emesse in riferimento all’appalto e delle ritenute fiscali sui redditi dei lavoratori dipendenti che hanno eseguito le prestazioni. È chiaro che se è questo l’obiettivo, dal punto di vista operativo l’impegno dell’asseveratore, ovvero di colui che redige per il subappaltatore o per l’appaltatore l’autocertificazione, è vincolato ai meccanismi e alle tempistiche imposte dalle regole fiscali che informano il sistema di gestione delle fatture Iva e dell’effettuazione delle ritenute di lavoro dipendente

Fonte: Il Sole 24 Ore 26/10/2012

| More

Quesito: apertura attività.


Sono già socio (di capitale) con mia moglie (d'opera)  di una SNC sul territorio ragusano per la gestione (di ns proprietà) di un BAR-PANINERIA-PIZZERIA.
Attività che attualmente abbiamo dato (con regolare contratto registrato) in gestione con contratto annuale, lasciando aperti o attivi: società, partita iva,
inquadramento INPS (di mia moglie).

Premesso ciò ora è mia intenzione (o ns in caso possa usare la società, atto costitutivo permettendo), di intraprendere un nuovo percorso lavorativo
attinente la vendita tramite distributori automatici riguardanti articoli alimentari (confezionati) e articoli no-food quali gadget, cd, articoli per adulti.

La domanda è la seguente: come viene inquadrata una società o una persona fisica per attuarsi in tale attività lavorativa?
                                             -dove pagare inps?
                                             - con l'iva com'è messo visto che i distributori non emettono scontrino?
                                             - a fine anno cosa va a dichiarare?
                                             - c'è qualche regime forfettario in merito?
                                         
Questi sono quelli che mi vengono sulle unghie ma se ci sono altri informazioni che potrebbero interessarmi Vi prego di chiarirmi in merito.

| More

Incentivi alle energie rinnovabili: le ultime novità.


Negli ultimi anni uno dei settori che ha continuato a crescere è stato quello delle energie rinnovabili, fortemente spinto dagli investimenti effettuati nella produzione di energia elettrica ricorrendo al fotovoltaico. Dai primi investimenti nel settore ad oggi, diversi interventi legislativi hanno ridisegnato sia le modalità di concessione che il livello d'incentivi concessi dallo Stato al settore. In funzione del nuovo contesto competitivo, condizionato fortemente dalle tecnologie utilizzate per la produzione di energia da fonti rinnovabili e al fine di allineare il sistema Italia a quello europeo, è attualmente in corso il restlyling dell'assetto degli incentivi economici previsti per il settore.
A partire dal 2005, anno nel quale è stato introdotto, il sistema incentivante dedicato alle energie rinnovabili ha subito vari cambiamenti sia per quanto attiene la modalità di concessione degli incentivi che all’ammontare degli incentivi stessi. Il sistema incentivante è incentrato sul Conto energia, il quale consiste nella concessione di una tariffa volta a remunerare l’energia prodotta da impianti fotovoltaici, eolici, ecc. Il valore della tariffa incentivante dipende dalla potenzia e tipologia dell’impianto.

Con l’introduzione del Conto energia, rispetto al precedente sistema incentivante, ante 2005, il cambiamento è epocale, visto che si passa da un sistema fondato sul contributo in conto capitale a uno incentrato sul contributo in conto esercizio legato all’energia effettivamente prodotta dagli impianti istallati.

Nella Tavola 1 è riportata la storia del Conto energia. L’evoluzione del Conto energia nel tempo è legata principalmente alla variazione degli scenari competitivi di riferimento, con l’evoluzione delle tecnologie utilizzate che hanno inciso sui costi di produzione dell’energia da fonti rinnovabili a vantaggio della redditività degli investimenti.

Tavola 1 - Storia del Conto energia

Conto energia Periodo di riferimento

Primo Conto energia           Impianti entrati in funzione nel periodo 2005-2007

Secondo Conto energia      Impianti entrati in funzione fino al 31/12/2010

Terzo Conto energia            Impianti entrati in funzione ne periodo 01/01/2011 e il 31/05/2011

Quarto Conto energia          Impianti entrati in funzione a partire dal 1/06/2011


Fonte: IPSOA

| More

Incentivi alle energie rinnovabili: le ultime novità.


Negli ultimi anni uno dei settori che ha continuato a crescere è stato quello delle energie rinnovabili, fortemente spinto dagli investimenti effettuati nella produzione di energia elettrica ricorrendo al fotovoltaico. Dai primi investimenti nel settore ad oggi, diversi interventi legislativi hanno ridisegnato sia le modalità di concessione che il livello d'incentivi concessi dallo Stato al settore. In funzione del nuovo contesto competitivo, condizionato fortemente dalle tecnologie utilizzate per la produzione di energia da fonti rinnovabili e al fine di allineare il sistema Italia a quello europeo, è attualmente in corso il restlyling dell'assetto degli incentivi economici previsti per il settore.
A partire dal 2005, anno nel quale è stato introdotto, il sistema incentivante dedicato alle energie rinnovabili ha subito vari cambiamenti sia per quanto attiene la modalità di concessione degli incentivi che all’ammontare degli incentivi stessi. Il sistema incentivante è incentrato sul Conto energia, il quale consiste nella concessione di una tariffa volta a remunerare l’energia prodotta da impianti fotovoltaici, eolici, ecc. Il valore della tariffa incentivante dipende dalla potenzia e tipologia dell’impianto.

Con l’introduzione del Conto energia, rispetto al precedente sistema incentivante, ante 2005, il cambiamento è epocale, visto che si passa da un sistema fondato sul contributo in conto capitale a uno incentrato sul contributo in conto esercizio legato all’energia effettivamente prodotta dagli impianti istallati.

Nella Tavola 1 è riportata la storia del Conto energia. L’evoluzione del Conto energia nel tempo è legata principalmente alla variazione degli scenari competitivi di riferimento, con l’evoluzione delle tecnologie utilizzate che hanno inciso sui costi di produzione dell’energia da fonti rinnovabili a vantaggio della redditività degli investimenti.

Tavola 1 - Storia del Conto energia

Conto energia Periodo di riferimento

Primo Conto energia           Impianti entrati in funzione nel periodo 2005-2007

Secondo Conto energia      Impianti entrati in funzione fino al 31/12/2010

Terzo Conto energia            Impianti entrati in funzione ne periodo 01/01/2011 e il 31/05/2011

Quarto Conto energia          Impianti entrati in funzione a partire dal 1/06/2011


Fonte: IPSOA

| More

Incentivi alle energie rinnovabili: le ultime novità.


Negli ultimi anni uno dei settori che ha continuato a crescere è stato quello delle energie rinnovabili, fortemente spinto dagli investimenti effettuati nella produzione di energia elettrica ricorrendo al fotovoltaico. Dai primi investimenti nel settore ad oggi, diversi interventi legislativi hanno ridisegnato sia le modalità di concessione che il livello d'incentivi concessi dallo Stato al settore. In funzione del nuovo contesto competitivo, condizionato fortemente dalle tecnologie utilizzate per la produzione di energia da fonti rinnovabili e al fine di allineare il sistema Italia a quello europeo, è attualmente in corso il restlyling dell'assetto degli incentivi economici previsti per il settore.
A partire dal 2005, anno nel quale è stato introdotto, il sistema incentivante dedicato alle energie rinnovabili ha subito vari cambiamenti sia per quanto attiene la modalità di concessione degli incentivi che all’ammontare degli incentivi stessi. Il sistema incentivante è incentrato sul Conto energia, il quale consiste nella concessione di una tariffa volta a remunerare l’energia prodotta da impianti fotovoltaici, eolici, ecc. Il valore della tariffa incentivante dipende dalla potenzia e tipologia dell’impianto.

Con l’introduzione del Conto energia, rispetto al precedente sistema incentivante, ante 2005, il cambiamento è epocale, visto che si passa da un sistema fondato sul contributo in conto capitale a uno incentrato sul contributo in conto esercizio legato all’energia effettivamente prodotta dagli impianti istallati.

Nella Tavola 1 è riportata la storia del Conto energia. L’evoluzione del Conto energia nel tempo è legata principalmente alla variazione degli scenari competitivi di riferimento, con l’evoluzione delle tecnologie utilizzate che hanno inciso sui costi di produzione dell’energia da fonti rinnovabili a vantaggio della redditività degli investimenti.

Tavola 1 - Storia del Conto energia

Conto energia Periodo di riferimento

Primo Conto energia           Impianti entrati in funzione nel periodo 2005-2007

Secondo Conto energia      Impianti entrati in funzione fino al 31/12/2010

Terzo Conto energia            Impianti entrati in funzione ne periodo 01/01/2011 e il 31/05/2011

Quarto Conto energia          Impianti entrati in funzione a partire dal 1/06/2011


Fonte: IPSOA

| More

Incentivi alle energie rinnovabili: le ultime novità.


Negli ultimi anni uno dei settori che ha continuato a crescere è stato quello delle energie rinnovabili, fortemente spinto dagli investimenti effettuati nella produzione di energia elettrica ricorrendo al fotovoltaico. Dai primi investimenti nel settore ad oggi, diversi interventi legislativi hanno ridisegnato sia le modalità di concessione che il livello d'incentivi concessi dallo Stato al settore. In funzione del nuovo contesto competitivo, condizionato fortemente dalle tecnologie utilizzate per la produzione di energia da fonti rinnovabili e al fine di allineare il sistema Italia a quello europeo, è attualmente in corso il restlyling dell'assetto degli incentivi economici previsti per il settore.
A partire dal 2005, anno nel quale è stato introdotto, il sistema incentivante dedicato alle energie rinnovabili ha subito vari cambiamenti sia per quanto attiene la modalità di concessione degli incentivi che all’ammontare degli incentivi stessi. Il sistema incentivante è incentrato sul Conto energia, il quale consiste nella concessione di una tariffa volta a remunerare l’energia prodotta da impianti fotovoltaici, eolici, ecc. Il valore della tariffa incentivante dipende dalla potenzia e tipologia dell’impianto.

Con l’introduzione del Conto energia, rispetto al precedente sistema incentivante, ante 2005, il cambiamento è epocale, visto che si passa da un sistema fondato sul contributo in conto capitale a uno incentrato sul contributo in conto esercizio legato all’energia effettivamente prodotta dagli impianti istallati.

Nella Tavola 1 è riportata la storia del Conto energia. L’evoluzione del Conto energia nel tempo è legata principalmente alla variazione degli scenari competitivi di riferimento, con l’evoluzione delle tecnologie utilizzate che hanno inciso sui costi di produzione dell’energia da fonti rinnovabili a vantaggio della redditività degli investimenti.

Tavola 1 - Storia del Conto energia

Conto energia Periodo di riferimento

Primo Conto energia           Impianti entrati in funzione nel periodo 2005-2007

Secondo Conto energia      Impianti entrati in funzione fino al 31/12/2010

Terzo Conto energia            Impianti entrati in funzione ne periodo 01/01/2011 e il 31/05/2011

Quarto Conto energia          Impianti entrati in funzione a partire dal 1/06/2011


Fonte: IPSOA

| More

Iscrizione alla gestione pensionistica dei commercianti.


Domanda
Si chiede di sapere se sussiste l'obbligo assicurativo nella gestione commercianti Inps del socio amministratore di s.r.l. che svolge attività di "affitto di case di proprietà della s.r.l. e riscossione mediante bonifico degli affitti". Si precisa che il socio in questione è anche socio accomandatario di s.a.s. (settore industria ediizia), a cui dedica preminentemente la sua attività amministrativa, senza ricevere alcun compenso (quindi non è iscritto alla gestione separata Inps) e per la quale è stato invece assicurato all'Inail per il rischio "ambientale".

Risposta
Per l'iscrizione alla gestione pensionistica dei commercianti vale il principio della "prevalenza" dell'attività commerciale che ne costituisce il presupposto. Nel caso prospettato, pertanto, il lettore può far valere l'impegno principale nella s.a.s., indipendentemente dal fatto che la natura industriale dell'attività di quest'ultima non comporti obblighi assicurativi. Se così non fosse, l'attività della s.r.l. sarebbe per definizione commerciale ai fini previdenziali e comporterebbe l'iscrizione alla gestione dei commercianti se l'attività lavorativa del socio fosse prevalente rispetto ad altre. L'iscrizione alla Gestione separata del lavoro autonomo prescinde, invece, dal criterio della prevalenza e sarebbe dovuta in caso di compenso erogato al socio amministratore. La gratuità dell'incarico deve, ovviamente, risultare dagli atti sociali.


Fonte: IPSOA

| More

Ricorso avverso il silenzio-rifiuto.


Sono titolare di reddito d’impresa. Avendo versato più del dovuto nel periodo d’imposta precedente, ho presentato istanza di rimborso. In caso di mancata risposta all'istanza di rimborso, entro quale termine posso ricorrere contro il silenzio?

Avverso l’eventuale silenzio rifiuto dell’Amministrazione è ammesso ricorso, ai sensi dell’articolo 19 del decreto legislativo n. 546 del 1992, nel termine di prescrizione ordinaria decennale. L’articolo 21, comma 2, dello stesso Dlgs n. 546/1992, dispone che il ricorso avverso il rifiuto tacito della restituzione di cui all’art. 19, comma 1, lettera g), può essere proposto dopo il novantesimo giorno dalla domanda di restituzione presentata entro i termini previsti dalla ciascuna legge d’imposta e fino a quando il diritto alla restituzione non è prescritto.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Corte Ue, l’imposizione non cambia anche fuori dei confini nazionali.


Il ricorso presentato dalla Commissione europea nasce dalla constatazione di un diverso trattamento fiscale di uno stesso tipo di reddito, quello da capitali e da beni mobili, a seconda che la persona giuridica percipiente eserciti l’attività attraverso una stabile organizzazione nel territorio del Belgio. La Commissione, per rilevare la discrepanza, aveva provveduto a inviare una lettera di diffida allo Stato belga e, non avendo ricevuto alcuna risposta dalle autorità fiscali decideva di inviare un parere motivato. La risposta a quest’ultimo, non soddisfacente, lasciava spazio alla presentazione di un ricorso ai giudici europei.

Il ricorso della Commissione europea
La richiesta della Commissione, alla Corte di giustizia europea, è quella di dichiarare la normativa nazionale sul trattamento tributario dei redditi da capitali e da beni mobili non conforme al diritto dell’Unione. La norma in questione è incompatibile con le disposizioni di cui agli articoli 49 TFUE, 54 TFUE e 63 TFUE. In altri termini, la richiesta della Commissione nasce dalla constatazione di un differente trattamento riservato alla tassazione dei redditi di capitali percepiti da soggetti non residenti rispetto a soggetti residenti.

Le valutazioni della Corte
Secondo i giudici europei la normativa nazionale incriminata è tale da influenzare le decisioni dei soggetti economici sull’esercizio dell’attività economica. Per questo motivo risulta essere in contrasto con il principio comunitario di libertà di stabilimento e di libera circolazione dei capitali. Nella fattispecie in esame, la normativa belga assoggetta a ritenuta alla fonte i dividendi e gli interessi distribuiti  da società stabilite nel territorio nazionale e in altro Stato. I redditi delle società residenti, però, sono esentati dall’imposta sul reddito delle società. Il meccanismo è tale da consentire un minor aggravio tributario per le società residenti, o con stabile organizzazione nel paese. Il trattamento tributario è meno favorevole per i redditi da capitali e da beni mobili prodotti da società non residenti. Al principio della libera circolazione dei capitali, sottolineano i togati europei, è vero che è possibile derogare ma allo stesso modo è anche vero che, trattandosi di un eccezione alla deroga, ciò deve avvenire in ambiti limitati. Ne consegue che una normativa, come quella belga, deve comunque essere ispirarsi a tale principio e non può discriminare i soggetti contribuenti in base al luogo di svolgimento dell’attività. Un diverso trattamento può essere giustificato soltanto da una effettiva diversità di situazione.

I rilievi nei riguardi del Fisco
L’intervento dell’Amministrazione belga, proseguono i giudici, non può essere giustificato neanche in un’ottica di contrasto alla doppia imposizione tra Stati. Questo in quanto la normativa nazionale di specie, facendo riferimento anche ai redditi di capitali percepiti da società estere, va ad incidere sul trattamento fiscale di società residenti in altri Stati membri. Per altri versi, invece, la scelta di uno Stato di tassare redditi provenienti da società stabilite in altri Stati non è facilmente conciliabile con il meccanismo della doppia imposizione in quanto, in tal caso, il livello di tassazione è in funzione delle modalità di tassazione stabilite da un altro Stato. Il diverso trattamento tributario riservato alle società non residenti viene giustificato dall’Amministrazione belga non tanto in considerazione del fatto che il reddito percepito da società estere non è qualificabile, alla stregua di quello prodotto da società nazionali, quanto esclusivamente per la diversa ubicazione territoriale della sede di esercizio dell’attività. Da come è strutturata la norma nazionale dibattuta, inoltre, si evince che la ritenuta alla fonte operata costituisce una tassazione a titolo definitivo, soltanto ed esclusivamente, per le società residenti all’estero.

Il verdetto finale
La questione pregiudiziale deve essere risolta, secondo i giudici europei, riconoscendo l’infondatezza delle ragioni che hanno portato l’Amministrazione belga ad applicare un diverso trattamento fiscale ai redditi da capitale, prodotti nel territorio nazionale, rispetto a quelli prodotti all’estero. Pertanto, l’assoggettamento a imposta di tali redditi non può essere diverso esclusivamente in funzione della mancanza di una stabile organizzazione nel territorio nazionale.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Raddoppio termini accertamento: basta la constatazione del reato.


La disciplina del “raddoppio dei termini di decadenza per l’accertamento in presenza di una notizia di reato tributario” ha, sin dalla sua introduzione, generato una serie di dubbi e incertezze interpretative.
Con sentenza 247 del 25 luglio 2011, la Consulta si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale della relativa disciplina, enunciando, nel contempo, una serie di principi sulla corretta interpretazione della stessa. Di tali principi, tuttavia, la giurisprudenza di merito fa, talvolta, un’applicazione che desta alcune perplessità. È il caso, ad esempio, della sentenza 74/01/12 del 19 giugno 2012, della Commissione tributaria provinciale di Lecco.

La disciplina del raddoppio dei termini di decadenza per l’accertamento
Al fine di inquadrare la problematica, sembra utile premettere alcuni cenni in ordine alla normativa in argomento.
La disciplina del raddoppio dei termini di decadenza per l’accertamento, in presenza di una notizia di reato tributario, è stata introdotta dall’articolo 37, commi 24, 25 e 26, del decreto legge 223/2006.
In particolare, il comma 24 ha integrato l’articolo 43 del Dpr 600/1973, tramite l’inserimento del terzo comma, in base al quale “In caso di violazione che comporta obbligo di denuncia ai sensi dell'articolo 331 del codice di procedura penale per uno dei reati previsti dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74, i termini di cui ai commi precedenti sono raddoppiati relativamente al periodo di imposta in cui è stata commessa la violazione”.
Medesima previsione è stata introdotta dal comma 25, per l’accertamento in materia di Iva, con l’inserimento del comma terzo nell’articolo 57 del Dpr 633/1972.

In virtù delle citate norme, gli ordinari termini di decadenza per l’accertamento sono raddoppiati qualora il pubblico ufficiale, nell’esercizio delle sue funzioni, constati una violazione per la quale sussiste l’obbligo di denuncia ai sensi dell’articolo 331 c.p.p., per uno dei reati previsti dal decreto legislativo 74/2000.
Per quanto concerne, invece, la decorrenza delle predette modifiche normative, l’articolo 37, comma 26, del Dl 223/2006, ha stabilito che il raddoppio dei termini trova applicazione a decorrere dal periodo di imposta per il quale, alla data di entrata in vigore dello stesso Dl 223 (il 4 luglio 2006), sono ancora pendenti i termini ordinari per l’accertamento.

La sentenza della Ctp di Lecco
Nel caso sottoposto all’attenzione della Commissione tributaria provinciale di Lecco, alla società ricorrente erano state contestate, in relazione all’anno d’imposta 2004, operazioni soggettivamente inesistenti, integranti, dunque, una fattispecie di reato tributario ai sensi del Dlgs 74/2000.
Sulla base di tale rilievo, l’Agenzia delle Entrate, nel 2011, aveva notificato alla società un avviso di accertamento ai fini Ires, Iva e Irap.
Con ricorso alla Ctp di Lecco, la società aveva chiesto l’annullamento dell’avviso di accertamento, eccependo, in via preliminare, la decadenza dell’Amministrazione finanziaria dal potere accertativo.

Ad avviso della ricorrente, infatti, nel caso concreto non si sarebbero verificati i presupposti richiesti dagli articoli 43, comma 3, del Dpr 600/1973, e 57, comma 3, del Dpr 633/1972, per l’applicazione del raddoppio dei termini per l’accertamento.
Pertanto, dovendo trovare applicazione il termine ordinario – di cui agli articoli 43, comma 1, del Dpr 600/1973, e 57, comma 1, del Dpr 633/1972 – la decadenza si sarebbe verificata il 31 dicembre 2009; due anni prima, dunque, della notifica dell’atto impugnato.

Con la sentenza 74/01/12 del 19 giugno 2012, la Ctp di Lecco ha accolto l’eccezione di parte – dichiarando la decadenza dell’Amministrazione finanziaria dal potere accertativo e, conseguentemente, la nullità dell’avviso di accertamento impugnato – perché “non è stata fornita alcuna prova in ordine alla denuncia di reato presentata; circostanza questa che impedisce all’adito Giudice di verificare la sussistenza dei presupposti indicati dall’art. 43, co. 3, DPR n. 600/1973 e, quindi, il legittimo ricorso al raddoppio dei termini per l’accertamento”.

Nel motivare la propria decisione, la Ctp ha affermato di aver applicato i principi espressi dalla Consulta con la sentenza 247/2011.
In particolare, osserva il giudice di merito, secondo l’interpretazione della Corte costituzionale, “a presidio del corretto uso del raddoppio dei termini”, la normativa prevede “l’obbligo della denuncia penale “senza ritardo” ex art. 331 c.p.p., sanzionato penalmente ai sensi dell’art. 361 c.p.” e “il dovere del Giudice tributario di vagliare autonomamente (o su richiesta del contribuente) la presenza dell’obbligo di denuncia (non dell’esistenza del reato) con il potere di disconoscere l’applicabilità del termine raddoppiato ricorrendone i presupposti”.

La sentenza della Corte costituzionale e la notizia di reato
Le affermazioni contenute nella pronuncia della Ctp di Lecco esaminata suscitano alcune perplessità.
Infatti, in tema di rapporto esistente tra il raddoppio dei termini e la denuncia all’autorità giudiziaria, con la sentenza 247/2011, la Corte costituzionale ha precisato che “il raddoppio dei termini consegue dal mero riscontro di fatti comportanti l’obbligo di denuncia penale, indipendentemente dall’effettiva presentazione della denuncia o dall’inizio dell’azione penale”.

In altri termini, per la Consulta, unica condizione affinché operi la normativa sul raddoppio dei termini è la constatazione dell’esistenza di una violazione per la quale sussiste l’obbligo di denuncia di reato tributario ai sensi dell’articolo 331 c.p.p., indipendentemente dalla circostanza che tale obbligo sia stato, o meno, adempiuto.

Inoltre, la stessa Corte ha chiarito che l’obbligo di denuncia “sorge anche ove sussistano cause di non punibilità impeditive della prosecuzione delle indagini penali ed il cui accertamento resti riservato all’autorità giudiziaria penale” e che “la lettera della legge impedisce di interpretare le disposizioni denunciate nel senso che il raddoppio dei termini presuppone necessariamente un accertamento penale definitivo circa la sussistenza del reato”.
Peraltro, subordinare il raddoppio dei termini a un accertamento penale definitivo circa la sussistenza del reato, “contrasterebbe anche con il vigente regime del cosiddetto «doppio binario» tra giudizio penale e procedimento e processo tributari, evidenziato dall'art. 20 del d.lgs. n. 74 del 2000”.

Dalle affermazioni della Corte costituzionale consegue che non assumono rilievo, ai fini dell’operatività del raddoppio dei termini:
l’effettiva presentazione della denuncia di reato tributario al Pubblico ministero
l’esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico ministero, ai sensi dell’articolo 405 c.p.p., mediante la formulazione dell’imputazione
la successiva emanazione di una sentenza penale di condanna o di assoluzione da parte dell’Autorità giudiziaria.

Alla luce dei principi esaminati, si comprende che “il dovere del Giudice tributario di vagliare autonomamente (o su richiesta del contribuente) la presenza dell’obbligo di denuncia” – richiamato dalla Ctp di Lecco – consiste in una valutazione ora per allora (cosiddetta “prognosi postuma”) in ordine alla sola sussistenza dell’obbligo di denuncia (ex articolo 331 c.p.p.) e non in merito all’effettiva presentazione della stessa.

Quindi, proprio per impedire che la normativa sul raddoppio fosse utilizzata in maniera distorta (ad esempio, inoltrando notizie di reato palesemente infondate al solo fine di beneficiare del più ampio termine decadenziale), la Corte costituzionale ha rimesso al giudice di merito il compito di verificare l’obiettiva sussistenza degli elementi richiesti dall’articolo 331 c.p.p. per l’insorgere dell’obbligo di denuncia penale in capo al pubblico ufficiale.

Al riguardo, con la sentenza 247/2011 è stato evidenziato che tale obbligo sussiste quando il pubblico ufficiale “sia in grado di individuare con sicurezza gli elementi del reato da denunciare (escluse le cause di estinzione e di non punibilità, che possono essere valutate solo dall’autorità giudiziaria), non essendo sufficiente il generico sospetto di una eventuale attività illecita ”.
È necessario, pertanto, che il pubblico ufficiale sia in grado di identificare gli elementi costitutivi del reato e, conseguentemente, di delineare una notizia di reato sufficientemente circostanziata.

Sul punto, la Consulta ha inoltre chiarito che il pubblico ufficiale “non può liberamente valutare se e quando presentare la denuncia ma deve presentarla prontamente, pena la commissione del reato previsto e punito dall’art. 361 cod. pen. per il caso di omissione o ritardo nella denuncia”. In altri termini, il ritardo o l’omissione della denuncia assumono rilevanza sotto il profilo della responsabilità penale del pubblico ufficiale, e non, invece, sotto quello dell’operatività del raddoppio.

Alla luce di quanto esposto, non appaiono condivisibili quelle pronunce dei giudici di merito nelle quali è richiesta, per l’applicabilità del più ampio termine decadenziale, la verifica di elementi ulteriori rispetto all’unico presupposto dell’obbligo di denuncia in presenza di una notizia di reato tributario.

Pertanto, non resta che attendere una pronuncia della Corte di cassazione che possa ulteriormente chiarire come la normativa sul raddoppio dei termini per l’accertamento debba essere correttamente applicata secondo i criteri già indicati dalla Corte costituzionale.
In ogni caso, sulla normativa vigente non può ritenersi che sortisca alcun effetto la disposizione inserita nel disegno di legge delega al Governo “recante disposizioni per un sistema fiscale più equo, trasparente ed orientato alla crescita”, attualmente all’esame del Senato, che introduce limiti più rigorosi all’applicabilità del termine per l’accertamento raddoppiato.
Semmai, la previsione di cui al disegno di legge delega conferma che la vigente disciplina sul raddoppio dei termini per l’accertamento va intesa sempre e soltanto nel senso chiaramente indicato dalla Consulta nella sentenza 247/2011.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

venerdì 26 ottobre 2012

Assunzione disabili al via: partono gli incentivi nelle Regioni a statuto speciale

Assunzione disabili al via.
E’ stato registrato alla Corte dei Conti il decreto del Ministero del lavoro che stanzia risorse per gli incentivi all’assunzione di categorie protette.
Assunzione disabili: trovate le risorse
Ammontano a circa 3 milioni di euro le risorse per gli incentivi all’assunzione di disabili, ma, è bene precisarlo, ne possono beneficiare soltanto le regioni a statuto straordinario, perché quelle a statuto ordinario le hanno devolute al finanziamento degli interventi di edilizia sanitaria (in base al dl n. 16/2012).
Assunzione disabili: il Fondo
Tali risorse andranno ad alimentare il Fondo per il diritto al lavoro dei disabili e relative all’esercizio finanziario 2012 che finanzia gli incentivi all’assunzione di soggetti disabili mediante convenzioni.
Assunzione disabili: come fruire degli incentivi
A fruire degli incentivi sono tutti i datori di lavoro privati, soggetti o meno all’obbligo d’assunzione di disabili; le cooperative sociali e relativi consorzi, nonché le organizzazioni di volontariato. Per fruire dei benefici, in tal caso gli interessati devono stipulare una convenzione con il competente servizio per l’impiego Il beneficio per l’assunzione di soggetti rientranti nelle categorie protette consiste nella riduzione degli oneri contributivi, per la sola quota a carico dei datori di lavoro, in caso di assunzione di soggetti disabili ed è previsto in due distinte tipologie: la fiscalizzazione totale per massimo otto anni, per ogni lavoratore disabile assunto che abbia una riduzione della capacità lavorativa superiore al 79%, nonchè fiscalizzazione a metà invece per la durata massima di cinque anni, per ogni lavoratore disabile che abbia una riduzione della capacità lavorativa compresa tra il 67 e il 79%.

Fonte: Investireoggi.it 26/10/2012

| More

Soppressione del posto non effettiva: licenziamento illegittimo.


Ai fini della legittimita' del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, intimato per la soppressione del posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, e' necessario, ai fini dell'effettivita' della soppressione stessa, che il datore di lavoro non abbia effettuato per un congruo periodo di tempo successivo al recesso alcuna nuova assunzione per lo svolgimento di mansioni inerenti la posizione lavorativa soppressa. Cassazione, sez. lav., 14 maggio 2012, n. 7474
Ai fini della legittimita` del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, intimato per la soppressione del posto di lavoro cui era addetto il lavoratore, e` necessario, ai fini dell’effettivita` della soppressione stessa, che il datore di lavoro non abbia effettuato per un congruo periodo di tempo successivo al recesso alcuna nuova assunzione per lo svolgimento di mansioni inerenti la posizione lavorativa soppressa.

Con la sentenza del 14 maggio 2012, n. 7474 la Corte di Cassazione torna ad occuparsi della dibattuta nozione di «giustificato motivo oggettivo», indicando alcuni principi - in realta` non nuovi, ma degni di approfondimento - quale la facolta` del datore di lavoro di sopprimere un posto per motivi organizzativi aziendali, che tuttavia non puo` scadere in mera arbitrarieta` o malafede, qualora la soppressione e` soltanto fittizia e pertanto contraria al rispetto dei principi di correttezza e buona fede.

La Corte di Appello, parzialmente riformando la sentenza di primo grado, accoglieva la domanda di una lavoratrice avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento oggettivo intimatole dalla societa` datrice di lavoro con tutte le conseguenze giuridiche ed economiche di cui alla tutela reale.


Fonte: IPSOA

| More

Natura dell'ipoteca fiscale ai fini della revocatoria fallimentare.


Domanda
L'ipoteca fiscale è suscettibile di revoca in sede fallimentare?

Risposta
La natura dell'ipoteca fiscale (disciplinata dall'art. 77 d.P.R. n. 602/73) ai fini della revocatoria fallimentare è oggetto di contrasto nella giurisprudenza di merito.

Da un lato vi è chi la assimila essenzialmente all'ipoteca legale, e dunque esclude la sua revocabilità ex art. 67, primo comma n. 4, l. fall. che fa riferimento alle sole ipoteche giudiziali o volontarie (in tal senso v. recentemente Trib. Udine 30 settembre 2011). Secondo tale orientamento l'ipoteca fiscale avrebbe le caratteristiche delle ipoteche legali, derivando in modo diretto dalla legge, e in ogni caso non sarebbe parificabile a quella giudiziale potendosi iscrivere anche per crediti tributari non definitivamente accertati.

Dall'altro lato, vi sono pronunce che depongono a favore della sua revocabilità equiparando la medesima all'ipoteca giudiziale in virtù del fatto che l'ipoteca fiscale mancherebbe del tratto distintivo dell'ipoteca legale, costituito dall'automaticità dell'iscrizione e dipendendo la stessa dalla determinazione discrezionale dell'Amministrazione (in questo senso v. Trib. Milano 2 febbraio 2012).

Di recente sembra aver risolto il contrasto la Suprema Corte, che si è pronunciata con sentenza 1 marzo 2012, n. 3232 (seguita in termini adesivi dalle successive Cass. 5 marzo 2012, n. 3397 e n. 3398), la quale ha concluso per la non revocabilità dell'ipoteca fiscale assumendone la sua natura autonoma, senza aderire all'uno o all'altro degli orientamenti sopra indicati. Secondo la Cassazione il carattere non automatico dell'iscrizione ne esclude la possibilità di equipararla all'ipoteca legale, ma essa non è neppure parificabile a quella giudiziale poiché derivante da atto amministrativo e non da provvedimento giudiziale. A causa della sua natura autonoma va quindi esclusa la revocabilità ex art. 67, primo comma, n. 4, l. fall., che fa appunto riferimento alle sole ipoteche giudiziali o volontarie.

La revocabilità ex art. 67, secondo comma, l. fall. viene invece pacificamente esclusa in considerazione della derivazione negoziale della prelazione presa in considerazione da tale norma (in pratica l'ipoteca sarebbe revocabile solo ove venga impugnato il negozio da cui deriva) e nel caso di ipoteca fiscale difetterebbe in sè un negozio revocabile.


Fonte: IPSOA

| More

Servizi di ristorazione e di catering ai viaggiatori comunitari.


A quale regime Iva è assoggettata la fornitura di ristorazione e catering da parte delle compagnie di trasporto ai viaggiatori in ambito Ue?

Le prestazioni di ristorazione e di catering sono contemplate nelle lettere c) e d) dell’articolo 7-quater del Dpr n. 633/1972. Il decreto Iva, tuttavia, non contiene - al pari delle direttive comunitarie - una definizione dei servizi di ristorazione e di catering. L’articolo 6, comma 1, del Regolamento di esecuzione (Ue) n. 282/2011 del Consiglio del 15 marzo 2011 recante “Disposizioni di applicazione della direttiva 2006/112/Ce relativa al sistema comune di imposta sul valore aggiunto” prevede che i servizi di ristorazione e di catering consistono nella fornitura di cibi o bevande preparati o non preparati o di entrambi, destinati al consumo umano, accompagnata da servizi di supporto sufficienti a permetterne il consumo immediato. La fornitura di cibi o bevande o di entrambi costituisce solo una componente dell’insieme in cui i servizi prevalgono. Nel caso della ristorazione tali servizi sono prestati nei locali del prestatore, mentre nel caso del catering i servizi sono prestati in locali diversi da quelli del prestatore.
Quanto alla distinzione tra le due tipologie di servizi, quelli di ristorazione sono prestati nei locali del prestatore, mentre quelli di catering sono prestati in locali diversi da quelli del prestatore (cfr sentenza della Corte di giustizia C-497/09 e C-499/09 del 10 marzo 2011).
Il comma 2 dell’articolo 6 sottolinea altresì che, in assenza di servizi di supporto (quali, ad esempio, la fornitura di stoviglie e di mobilio e la messa a disposizione di personale incaricato del servizio), l’operazione non è considerata servizio di ristorazione o catering. La fornitura di cibi o bevande si configura, pertanto, non come prestazione di servizi, ma come cessione di beni, risultando applicabili i relativi criteri di individuazione del presupposto territoriale, non modificati dalla direttiva 2008/8/Ce e dal Dlgs n. 18/2010. Anche la fornitura - da parte di una società di catering - di pasti già pronti, consegnati a bordo di navi, treni o aerei, costituisce una cessione di beni effettuata nei confronti della compagnia di navigazione o di trasporto ferroviario.
Relativamente al luogo di effettuazione, i servizi di ristorazione e di catering – diversi da quelli eseguiti a bordo di una nave, di un aereo o di un treno nel corso della parte di un trasporto di passeggeri effettuata nella Comunità – si considerano effettuati in Italia se ivi materialmente eseguiti e non si considerano effettuati in Italia se materialmente eseguiti in altro Stato (comunitario o non comunitario). Nel caso in cui siano eseguiti a bordo di una nave, di un aereo o di un treno nel corso della parte di un trasporto di passeggeri effettuata nella Comunità, si considerano effettuati in Italia se il trasporto ha inizio in Italia, non effettuati in Italia se il trasporto ha inizio in altro Stato comunitario (cfr circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 37/2011).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

L’esame della documentazione non obbliga al contraddittorio.


La Suprema corte, nella sentenza n. 14026/2012, ha ritenuto che le norme tributarie distinguono in modo netto il procedimento di accertamento in senso stretto dall’attività che si esaurisce nel mero controllo della documentazione pervenuta agli uffici finanziari, essendo solo nel primo caso previste specifiche garanzie di difesa del contribuente. Conseguentemente tale esigenza non si pone in relazione all’attività di controllo dei dati acquisiti attraverso inviti e richieste di trasmissione agli uffici finanziari di dati, documenti e informazioni, ai sensi dell’articolo 32, comma 1, nn.3 e 8-ter), del Dpr n. 600/1973 e dell’articolo 51, comma 2, nn. 3 e 7-bis), del Dpr n. 633/1972, previsti in tema di controlli bancari.

Articolata sentenza della Corte di cassazione in tema di necessità del contraddittorio tra i contribuenti sottoposti a controllo bancario e gli uffici finanziari procedenti, necessità esclusa in base a varie argomentazioni, le quali trovano tutte la loro cartina di tornasole nell’esclusione di alcun vincolo costituzionale o comunitario per il legislatore nazionale.
Infatti, viene immediatamente evidenziato come la legge generale n. 241 del 1990 sul procedimento amministrativo, all’articolo 9 rubricato “Intervento nel procedimento” che regola l’intervento facoltativo di qualunque soggetto “cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento”, risulta inapplicabile per l’espressa deroga disposta per i procedimenti tributari dal successivo articolo 13, comma 2, in quanto esclude l’applicazione alla materia tributaria con riferimento specifico alle disposizioni previste dall’articolo 7 all’articolo 10 della legge n. 241/1990.
Peraltro, la pronuncia in commento precisa che sussisterebbe, comunque, una “non integrale assimilabilità del predetto tipo di intervento del privato al pieno esercizio del diritto al contraddittorio (tenuto conto dei limitati concessi dall’art.10 della medesima L. n. 241 del 1990, al destinatario dell'atto ed agli interventori necessari o facoltativi”, con l’effetto che si impone di verificare quale sia l’ambito riservato dalle norme tributarie all’attuazione del principio del contraddittorio al procedimento accertativo tributario.

La panoramica della legislazione in materia offerta dai giudici di legittimità con la pronuncia in rassegna risulta esaustiva perché le norme tributarie distinguono in modo netto il procedimento di accertamento in senso stretto (che comporta accessi, ispezioni e verifiche fiscali “nei locali destinati all'esercizio di attività commerciali, industriali, agricole, artistiche o professionali” e i cui risultati sono compendiati in un processo verbale delle operazioni compiute) dall’attività che potrebbe esaurirsi in un mero controllo della documentazione pervenuta agli uffici finanziari.
Soltanto nella prima ipotesi, come noto, sono previste specifiche garanzie di difesa del contribuente (diritto a essere informato delle ragioni della verifica; facoltà di farsi assistere da professionista abilitato alla difesa avanti i Giudici tributari; formulazione di osservazioni e rilievi in corso di verifica; comunicazione di osservazioni e richieste successivamente al rilascio del verbale di chiusura delle operazioni) e, per la sentenza in nota, “giustificate dalla complessità delle indagini e dal carattere particolarmente pervasivo dei poteri di indagine che vengono di fatto ad interferire con lo stesso svolgimento dell'attività economica del contribuente”.

Tale esigenza non si pone, invece, sempre per la decisione in commento, in relazione all’attività di controllo dei dati acquisiti attraverso inviti e richieste di trasmissione agli uffici finanziari di dati, documenti e informazioni, effettuate ai sensi dell’articolo 32, comma 1, n. 3 – n. 8-ter), del Dpr n. 600/1973, e dell’articolo 51, comma 2, nn. 3 – 7-bis), del Dpr n. 633/1972, in quanto il legislatore ha reputato prevalenti le esigenze di funzionalità degli uffici ed efficienza dell’azione amministrativa rispetto all’anticipata partecipazione del privato già nella fase istruttoria della ricerca, in quanto i dati e le informazioni dovranno essere poi sottoposti a controllo ai fini dell’esercizio - peraltro solo eventuale - della potestà di accertamento (con l’eccezione delle ipotesi in cui è lo stesso ufficio finanziario a chiedere la comparizione personale, o a mezzo di rappresentante, del contribuente - ex articolo 32, comma 1, n. 2, del Dpr n. 600/1973, ed ex articolo 51, comma 2, n. 2, del Dpr n. 633/1972 - per esibire documenti in suo possesso, fornire chiarimenti e giustificazioni, eccetera).

La verifica della compatibilità costituzionale di tale preclusione alla partecipazione del contribuente all’attività di controllo viene effettuata dalla pronuncia in commento rammentando come la Corte costituzionale, nell’ordinanza n. 119/2003 aveva dichiarato la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 33 del Dpr n. 600/1973, e dell’articolo 63 del Dpr n. 633/1972, relativamente alla lesione del diritto di difesa tutelato dall’articolo 24 della Costituzione, in quanto tali norme “prevedendo soltanto che l’amministrazione finanziaria possa ricevere acquisiti nel corso di indagini penali, per porli a base della propria attività di accertamento, non limitano la possibilità per il contribuente di contestare i risultati di quegli atti di indagine dinanzi al giudice tributario”.
Pertanto, alcuna restrizione al diritto di difesa viene enucleata dalla Corte regolatrice del diritto nella decisione in rassegna poiché alcuna limitazione è imposta all’effettività del contraddittorio nella successiva fase amministrativa (ossia, dell’accertamento con adesione) ovvero in quella giudiziaria, rilevando come il contribuente ha tempestiva notizia dalla stessa banca con la quale intrattiene i rapporti finanziari.

Riguardo al profilo comunitario, viene citata la sentenza della Corte di giustizia 18 dicembre 2008, n. C-349/07, secondo la quale deve ritenersi, in linea di principio, conforme alle prescrizioni del diritto comunitario, al fine di procedere al recupero a posteriori di dazi doganali all’importazione, un termine da otto a quindici giorni concesso all’importatore sospettato di aver commesso un’infrazione doganale affinché questi presenti le proprie osservazioni.
A tal proposito, la pronuncia in commento ritiene sufficiente la fruibilità del procedimento di accertamento con adesione, mentre il giudice comunitario aveva affermato che spetta al giudice nazionale adito stabilire se, alla luce delle circostanze particolari della causa, il termine concretamente concesso a detto importatore gli abbia consentito di essere utilmente ascoltato dalle autorità doganali.
Peraltro, l’Alta Corte europea aveva ritenuto che il giudice nazionale deve inoltre verificare se, in considerazione del periodo intercorso tra il momento in cui l’amministrazione interessata ha ricevuto le osservazioni dell’importatore e la data in cui ha adottato la sua decisione, sia possibile o meno ritenere che essa abbia tenuto adeguatamente conto delle osservazioni che le sono state trasmesse.

La sentenza che si annota, in tal modo, conferma la propria precedente giurisprudenza espressasi nelle sentenze nn. 2437 e 2438 del 2007 (confermate dalla successive decisioni nn. 5509, 7171 e 10964 del 2007, nn. 863, 9912 e 11122 del 2008, n. 4017/2010, n. 16874/2009).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

La casa nel fondo familiare non salva il reo dalla confisca.


Con la sentenza 40364 del 15 ottobre, la Cassazione penale ha stabilito che la misura del sequestro preventivo finalizzato alla confisca può riguardare anche beni rientranti in un fondo patrimoniale, in quanto comunque appartenenti al “reo”; i vincoli previsti dall’articolo 169 del codice civile, infatti, attengono solamente alla disponibilità degli stessi e, in ogni caso, non riguardano i profili relativi alla responsabilità penale.

La vicenda processuale
Con ordinanza del 27 febbraio, il Tribunale di Monza confermava il decreto di sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente, emesso dal Gip dello stesso Tribunale il 26 gennaio e avente come oggetto i beni di proprietà del contribuente indagato, insieme ad altri, per associazione per delinquere ed evasione fiscale.
In particolare, con la richiesta di riesame, la difesa lamentava la nullità del sequestro con riferimento al vincolo imposto sulla quota del 50% di un immobile, in quanto parte di un fondo patrimoniale costituito dall’indagato e dalla moglie nell’esclusivo interesse del figlio minore.

Il Tribunale, nel rigettare la richiesta, obiettava che, dall’atto di costituzione del fondo in questione, non risultava affatto che il bene fosse destinato a esclusivo beneficio del minore, non essendo prevista la preventiva autorizzazione del giudice per gli atti di disposizione dei coniugi: era stata utilizzata, infatti, la deroga prevista dall’articolo 169 cc, in tema di amministrazione congiunta nonché di autorizzazione giudiziale, che fa salva una diversa previsione dell’atto costitutivo.

Avverso l’ordinanza de qua, l’indagato proponeva ricorso per cassazione denunciando la violazione degli articoli 322-ter, comma l del cp, 321, comma 2 del cpp, 169 e 171 commi 2 e 3 del cc, dell’articolo 3 della convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, e dell’articolo 31, ultimo comma, della Costituzione.
Il ricorrente deduceva che il sequestro era da considerare illegittimo nella parte in cui colpiva l’immobile del fondo di garanzia patrimoniale, costituito secondo le regole dell’articolo 167 del cc, perché, essendo vincolato, non era nella disponibilità dell’indagato. In base all’articolo 169 del codice civile, infatti, richiamato nell’atto costitutivo, uno dei due coniugi non può alienare, ipotecare, dare in pegno e comunque vincolare il bene, senza l’assenso dell’altro o, comunque, in mancanza del consenso di entrambi.

La mancata disponibilità del bene rendeva irrilevante, inoltre, sempre secondo l’accusato, la circostanza valorizzata dal Tribunale, per cui il fondo non era stato costituito nell’interesse esclusivo del minore. Anche su questo punto il ricorrente obiettava che il fondo era stato istituito per far fronte ai bisogni della famiglia e, quindi, anche del minore. I giudici del riesame, sosteneva l’indagato, facendo riferimento solo all’articolo 169 del codice civile, non avevano tenuto conto che l’atto costitutivo richiama espressamente l’articolo 171 del codice civile che, ai commi 2 e 3, protegge proprio l’interesse del minore.

La pronuncia della Cassazione
La Suprema corte rigetta il ricorso, uniformandosi alla consolidata giurisprudenza formatasi sul punto, secondo la quale “i beni costituenti il fondo patrimoniale rimangono nella disponibilità del proprietario o dei rispettivi proprietari, ma hanno solo un vincolo di destinazione. Da ciò consegue che i beni immobili conferiti dal ricorrente non possono che appartenere a lui e pertanto resta soddisfatto il criterio dell'appartenenza della cosa al reo, che ne giustifica la confisca e il preventivo sequestro”.

Non sussiste, poi, alcuna incompatibilità tra il sequestro preventivo in questione e i regimi di particolare favore assicurati dalle leggi civili ad alcuni beni per la loro particolare natura o destinazione. Le norme civilistiche, che definiscono la natura di alcuni cespiti patrimoniali (per esempio, l’articolo 169 cc), ovvero disciplinano l’esecuzione coattiva civile (per esempio gli articoli 543 e 545 cpc) riguardano esclusivamente la delimitazione della garanzia patrimoniale a fronte della responsabilità civile e non riguardano la disciplina della responsabilità penale, nel cui esclusivo ambito ricade invece il sequestro preventivo.
Quest’ultimo poi, per struttura e finalità, presenta notevoli differenze con le fattispecie civilistiche, sia cautelari che espropriative. Infatti “non presuppone alcuna responsabilità civile ed è anzi indipendente dall'effettiva causazione di un danno quantificatile; non prelude ad alcuna espropriazione, ma semmai ad un provvedimento sanzionatorio, quale è la confisca, che prescinde dal danno e considera solo l'esistenza di un particolare rapporto di strumentalità o di derivazione tra la cosa e il reato”. Tali differenze rendono improponibile qualsiasi analogia.

La sentenza in esame si conforma, quindi, ai precedenti giurisprudenziali (Cassazione, sentenze 6290/2010 e 29940/2007) per cui il sequestro preventivo può avere a oggetto il fondo patrimoniale coniugale, poiché i vincoli di disponibilità previsti dall’articolo 169 del codice civile non riguardano la disciplina della responsabilità penale. La legittimità del sequestro finalizzato alla confisca non è esclusa nemmeno dal fatto che si tratti di confisca “per equivalente” poiché “l'assenza di nesso pertinenziale tra il reato commesso e i beni confiscabili "per equivalente" non altera la natura sanzionatoria della confisca, che colpisce il reo in quanto la giustificazione dell'intervento penale, con il simultaneo travolgimento dei vincoli civilistici, risiede unicamente nell'appartenenza del bene sequestrato al patrimonio del reo”.

Per la Cassazione non vi è neppure lesione dei diritti del minore in quanto, come osservato già nel grado precedente, dall’atto costitutivo non emerge la destinazione del fondo a esclusivo interesse del figlio prevedendosi la possibilità di effettuare, usufruendo della deroga consentita dall’articolo 169 del cc, atti di disposizione in forma sì congiunta, ma senza bisogno dell’autorizzazione giudiziale.

Ulteriori osservazioni
Come risulta dall’articolo 167 del codice civile, l’istituto del fondo patrimoniale consiste nel vincolo posto su determinati beni (mobili iscritti in pubblici registri, immobili e titoli di credito) finalizzato alla soddisfazione degli interessi familiari; in sostanza, viene creato un patrimonio separato (con limitazione della responsabilità patrimoniale generica prevista dall’articolo 2740 del cc) garantito dal contenimento dei poteri dispositivi in capo ai costituenti.
Il vincolo dei beni ha l’obiettivo di destinare gli stessi all’esclusivo soddisfacimento degli scopi familiari (di mantenimento, assistenza e contribuzione ai bisogni della famiglia) e giustifica il divieto di esecuzione sui beni destinati al fondo (e sui relativi frutti) che rispondono soltanto per le obbligazioni assunte nell’interesse della famiglia.

E’ irrilevante, a tal proposito, il momento della nascita dell’obbligazione, visto che il divieto in parola opera non solo per i crediti sorti successivamente alla costituzione del fondo, ma anche per i crediti antecedenti, salva la possibilità per il creditore, ricorrendone i presupposti, di agire in revocatoria ordinaria: a tal fine, la costituzione del fondo si considera atto a titolo gratuito (Cassazione, sentenze 3251/1996 e 4933/2005).
I beni inseriti potranno, quindi, essere oggetto di esecuzione sia laddove il debito tributario possa essere comunque ricondotto a interessi familiari (in tal caso il divieto non sarebbe opponibile all’Amministrazione) sia, comunque, a prescindere dalla finalità dell’obbligazione contratta, con la revocatoria ordinaria (ex articolo 2901 cc).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Conciliazione obbligatoria bocciata dalla Consulta.


La Corte Costituzionale ha diffuso ieri una nota in cui dichiara l’illegittimità costituzionale per eccesso di delega legislativa della disciplina sulla conciliazione obbligatoria delle controversie civili e commerciali introdotta dal decreto 28 del 4 marzo 2010 . Dall’anno scorso la riforma ha interessato le liti per diritti reali, successioni locazioni responsabilità dei medici e diffamazione a mezzo stampa mentre dal 20 marzo 2012 si era estesa alle liti condominiali e al risarcimento danni auto. La conciliazione resta quindi solo una facoltà del cittadino, non un obbligo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

Contratti prodotti agroalimentari: le sanzioni arrivano a 500mila euro.


La normativa entrata in vigore sulla cessione di prodotti alimentari ed agricoli (art. 62 Decreto Liberalizzazioni convertito in Legge 27/2012) introduce sanzioni molto rigide per le inadempienze . In caso di mancanza del contratto scritto sono infatti previste multe da 516 a 20.000 euro ma i contratti già in essere potranno essere regolarizzati entro il 31 dicembre di quest'anno.  Ne sono esonerate solo le cessioni a cooperative, quelle istantanee (con consegna e pagamento contestuali) e quelle dirette ai consumatori finali. Per i ritardi nel pagamento delle fatture rispetto ai termini previsti (30-60 gg) la sanzione amministrativa va da 500 a 500mila euro. Tali sanzioni, impartite dal Garante per la concorrenza, saranno commisurate al fatturato dell'azienda e alla ricorrenza e gravità delle inadempienze.


Fonte: Il Sole 24 Ore

| More

La programmazione della liquidazione del concordato preventivo da parte del debitore e la natura delle vendite concordatarie.


L'Autore affronta il tema dell'autonomia negoziale nella fase della liquidazione dei beni nel concordato preventivo, pervenendo alla conclusione che non vi sono piu` modelli prestabiliti e che pertanto sia la scelta del liquidatore sia la programmazione della liquidazione possono essere affidate all'iniziativa del debitore, ma con alcune cautele.
1. La flessibilita` della proposta di concordato preventivo In molte occasioni si e` avuto modo di precisare che secondo un sentire diffuso uno dei valori maggiormente qualificanti del nuovo concordato preventivo e` rappresentato dall’estrema flessibilita` del contenuto della proposta che si regge, a sua volta, sull’assoluta atipicita` del piano.

Rispetto al passato regime quello della flessibilita` e` uno dei valori dominanti del nuovo concordato preventivo, visto che il debitore puo` organizzarlo nel modo che reputa piu` appetibile per i creditori e al contempo meno pregiudizievole per se´.

E cosı`, se nella proposta il debitore subisce alcuni vincoli - quelli da graduazione, quelli da rispetto della causa di prelazione e quelli di pari trattamento in caso di concordati senza classi ovvero all’interno di ciascuna classe -, quanto al confezionamento del piano e dunque del programma di attivita` che dovrebbero risultare funzionali all’adempimento, l’imprenditore ha, davvero, un ampio carnet di strumenti. Assumere che un valore fondante del nuovo concordato e` la flessibilita` della proposta significa innanzi tutto predicarne la detipizzazione  non piu` astretta fra garanzia e cessio bonorum.


Fonte: IPSOA

| More

Obbligo di solidarietà della stazione appaltante.


Domanda
La stazione appaltante ha l'obbligo di solidarietà con l'appaltatore per quanto riguarda le inadempienze contributive?

Risposta
Il recente D.P.R. 05-10-2010, n. 207 all'art. 4 ha prescritto che, in caso di ottenimento da parte del Responsabile del procedimento del Documento Unico di Regolarità Contributiva che segnali un'inadempienza contributiva relativa ad uno o più soggetti impiegati nell'esecuzione del contratto, il medesimo trattenga dal certificato il pagamento dell'importo corrispondente all'inadempienza.


Fonte: IPSOA

| More

giovedì 25 ottobre 2012

Tra due contratti in sostituzione maternità non è necessaria l'interruzione di 60 o 90 giorni

Il Ministero del Lavoro, con un parere dd. 04/10/2012, ha chiarito che tra due contratti a termine stipulati con lo stesso soggetto in sostituzione di due dipendenti assenti per maternità, non devono essere rispettati i termini minimi previsti dall'articolo 5, comma 3 del D.Lgs n. 368/2001, così come modificato dalla Legge n. 92/2012, cioè 60 giorni nel caso di primo contratto inferiore a 6 mesi ovvero 90 giorni se superiore tale durata. Nel dettaglio, il Ministero ritiene che la disciplina specifica prevista dal TU sulla maternità (art. 4, D.Lgs n. 151/2001) che legittima il contratto in sostituzione maternità, prevalga sulle disposizioni, peraltro successive, previste dal D.Lgs n. 368/2001. Pertanto, dovendosi interrompere il rapporto con il sostituto al rientro effettivo del sostituito, il datore di lavoro può riassumere il medesimo lavoratore in sostituzione di un altro dipendente assente per maternità senza dover rispettare i termini di successione di cui all'art. 5, comma 3 del D.Lgs n. 368/2001.

Fonte: Seac 25/10/2012

| More

mercoledì 24 ottobre 2012

Licenziamento in base alla Riforma Fornero: prime applicazioni

Riforma dei licenziamenti ko. Bastano le scuse del lavoratore per rendere «insussistente il fatto contestato» che sta all'origine di un licenziamento disciplinare. Insussistenza che consente al giudice di applicare la sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro, in luogo di un indennizzo economico. A stabilirlo è la sentenza del Tribunale di Bologna del 15 ottobre sul procedimento n.2631/12, una delle prime pronunce dopo la L. n.92/12 (la Riforma Fornero). In base al ragionamento del giudice, il «fatto contestato» fa necessariamente riferimento al c.d. «fatto giuridico» che non può prescindere dall'elemento soggettivo, psicologico, cioè di volontà dell'azione del lavoratore, mancando il quale diventa inevitabilmente «insussistente».

 Fonte: Italia Oggi 24/10/2012

| More

Quesito: acquisto stufa a San Marino.


abito nel circondario di Rimini e sarei interessato all'acquisto di una stufa a legna a San Marino;
se la stufa ha un rendimento superiore al 70% e pago con bonifico bancario
quali problemi potrei avere con l'IVA ed il recupero del 50%

| More

Responsabilita' amministrativa degli enti collettivi e reati ambientali.


Il tema della responsabilita' amministrativa degli enti collettivi per alcune tipologie di reato e' stato sempre oggetto di ampio dibattito ed assume particolare rilievo nella materia ambientale, avuto riguardo ai soggetti che svolgono attivita' imprenditoriali il cui esercizio puo' determinare il verificarsi di fenomeni di inquinamento.
Come e` noto, la responsabilita` da reato degli enti collettivi e` stata considerata dal legislatore nazionale nella legge 29 settembre 2000, n. 300, con la quale, ratificando alcuni atti internazionali elaborati in base al Trattato dell’Unione europea, e` stato anche delegato il governo a disciplinare la responsabilita` amministrativa delle persone giuridiche e degli enti privi di personalita` giuridica, come disposto dall’art. 11, il quale contemplava, tra l’altro, al comma 1, lettera d), ipotesi di responsabilita` in relazione alla commissione dei reati in materia di tutela dell’ambiente e del territorio, punibili con pena detentiva non inferiore nel massimo ad un anno anche se alternativa alla pena pecuniaria, previsti da determinate disposizioni specificamente indicate.

Provvedendo nel termine previsto di otto mesi, e` stato emanato, come e` noto, il D.Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, utilizzando solo parzialmente la delega, senza prendere cosı` in considerazione le ipotesi di responsabilita` per i reati in materia di tutela dell’ambiente e del territorio e per quelli di cui agli artt. 589 e 590 cod.pen. commessi in violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro ovvero di tutela dell’igiene e della salute sul lavoro menzionati dalla lettera c) del medesimo articolo (2).

La singolare scelta, non e` stata casuale ma, come da piu` parti osservato, fortemente condizionata dalle prevedibili pressioni del mondo dell’impresa (3). Particolarmente significativa risulta, a questo proposito, la lettura della Relazione ministeriale, laddove si specifica che la decisione di limitare l’attuazione della delega ai soli reati che formavano oggetto delle Convenzioni ratificate con la legge-delega era giustificata da due contrastanti ordini del giorno votati da Camera e Senato sull’ampiezza del catalogo dei reati a cui legare la responsabilita` amministrativa degli enti e, dopo aver dato atto del rilievo assunto, nella c.d. criminalita` d’impresa, di alcune tipologie di reati, si conclude ritenendo opportuno favorire n progressivo radicamento di una cultura aziendale della legalita` (4).


Fonte: IPSOA

| More

Soggiorno all’estero con l'automobile.


Andrò in Danimarca per un soggiorno portando con me la mia automobile. Devo versare le tasse automobilistiche in Italia o in Danimarca?

In caso di soggiorno all’estero valgono regole diverse in relazione al periodo di permanenza. Se il soggiorno in un altro paese dell'UE è di durata inferiore a sei mesi, non bisogna immatricolare l'automobile né pagare le relative tasse nel Paese ospitante, poiché il veicolo resterà immatricolato nel Paese di residenza precedente. Se il soggiorno è di durata superiore ai sei mesi, è necessario immatricolare entro sei mesi l’automobile nel Paese ospitante e pagare le tasse locali. L'immatricolazione dell'automobile può avvenire, infatti, soltanto nel Paese in cui si vive abitualmente o in cui si risiede in modo permanente. Se il soggiorno all’estero è per motivi di studio non si è tenuti, tuttavia, a immatricolare l’automobile e a pagare le tasse locali.
Per avere maggiori informazioni, è consigliabile la Færdselsstyrelsen Denmark's Road Safety and Transport Agency (Adelgade 13 Postboks 9039 DK - 1304 København K (Tel.: +45 33 92 91 00 - E-mail: fstyr[at]fstyr.dk Website).


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Avviso di accertamento “anticipato”. Valido pur senza motivare l’urgenza.


L’esonero dall’osservanza del termine previsto dall’articolo 12, comma 7, della legge n. 212/2000 (“Statuto dei diritti del contribuente”) opera in concorrenza del requisito dell’urgenza nell’emissione dell’avviso, anche se di tale ragione non si fa menzione nella motivazione dell’avviso stesso. Conseguentemente la sussistenza del predetto requisito può essere dimostrata dall’ufficio finanziario e, viceversa, essere contestata, unitamente alle ragioni di merito, tanto in via amministrativa, col ricorso in autotutela, quanto in via giudiziaria, entro il termine ordinario previsto dalla legge nel corso del giudizio.
Questo l’insegnamento della Corte di cassazione nella pronuncia n.11944/2012.

La sentenza si pone in contrasto non soltanto con la giurisprudenza della stessa Corte regolatrice del diritto, ma anche con l’interpretazione sancita dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 244 del 2009 riguardo all’esistenza o meno dell’obbligo di motivazione della notifica dell’avviso di accertamento anteriormente ai sessanta giorni dalla notifica del processo verbale di constatazione.
L’articolo 12, comma 7, dello Statuto del contribuente, difatti, prevede che “Nel rispetto del principio di cooperazione tra amministrazione e contribuente, dopo il rilascio della copia del processo verbale di chiusura delle operazioni da parte degli organi di controllo, il contribuente può comunicare entro sessanta giorni osservazioni e richieste che sono valutate dagli uffici impositori. L'avviso di accertamento non può essere emanato prima della scadenza del predetto termine, salvo casi di particolare e motivata urgenza”.

La sentenza della Cassazione in commento forse si è limitata a tenere conto soltanto del principio di diritto esposto dalla Consulta laddove ha ritenuto nella decisione citata che, essendo tale disposizione volta a disciplinare il procedimento di accertamento tributario, non presenta natura processuale e, dunque, risulta estranea alla regolamentazione costituzionale in tema di tutela del diritto alla difesa (articolo 24 della Costituzione) e di attuazione del giusto processo (articolo 111).

L’Alta Corte italiana ha pure rilevato – invero – che il giudice remittente deve individuare un’interpretazione della citata norma “costituzionalmente orientata”, evidenziando che la mancata indicazione del motivo di “particolare” urgenza che avrebbe determinato la notifica (rectius, anche l’emanazione per la sentenza in nota) dell’avviso di accertamento prima dei sessanta giorni decorrenti dalla consegna del pvc comporta nullità dell’avviso stesso.
Infatti, la Corte costituzionale evidenziò come l’obbligo di motivazione è dettato non soltanto dal citato articolo 12, comma 7, ma “è espressione del generale obbligo di motivazione degli atti amministrativi” dettato in via generale dall’articolo 3 della legge n. 241/1990 sul procedimento amministrativo e, più in particolare, degli obblighi previsti in capo all’Amministrazione finanziaria di cui all’articolo 7, comma 1, dello Statuto dei diritti del contribuente.
Il giudice delle leggi aggiunse pure che la necessaria valutazione giudiziale dell’assenza di motivazione sulla particolare urgenza che – in ipotesi di assenza di tale requisito – impone la sanzione dell’invalidità dell’atto, sancita in via generale dall’articolo 21-septies della citata legge sul procedimento amministrativo, è presente pure in tema di accertamento delle imposte sui redditi e dell’Iva, negli articoli 42, commi 2 e 3 del Dpr n. 600/1973, e 56, comma 5, del Dpr n. 633/1972, in quanto anch’esse statuiscono che l’atto amministrativo (nel caso di specie l'avviso di accertamento) deve essere motivato, a pena di nullità, in relazione ai presupposti di fatto ed alle ragioni giuridiche che lo hanno determinato.

La decisione in rassegna non richiama la propria giurisprudenza che si è già espressa con le sentenze n. 22320/2010 (conforme alla coeva pronuncia n. 22321, e alle successive nn. 6088, 10381 e 19334 del 2011) in senso inverso a quanto deciso con la decisione in commento. Infatti, venne ben rilevato dalla precedente giurisprudenza come l’invalidità dell’atto – prevista, ripetesi in via generale dall’articolo 21-septies, citato, e dagli articoli 42, commi 2 e 3, del Dpr 600/1973, e 56, comma 5, del Dpr 633/1972 – si verifica soltanto se l’avviso non rechi motivazione sull’eventuale urgenza che ne ha determinato l’adozione.
In tale occasione, il Supremo Collegio aveva cassato con rinvio la sentenza della Commissione tributaria regionale che aveva annullato un avviso di accertamento emesso prima dello spirare del termine di sessanta giorni, per non avere verificato se, nella motivazione dello stesso atto, fosse contenuto un riferimento specifico alle ragioni di urgenza che giustificassero la deroga al suddetto termine.
In ultima analisi non possiamo che ribadire quanto affermato in calce alla nota alla pronuncia della Consulta, ossia che la notifica dell’avviso di accertamento anteriormente al trascorrere dei sessanta giorni dalla consegna del relativo pvc non è di per sé nulla, ma può determinare la nullità dell’avviso stesso per carenza di motivazione sulla necessità dell’urgenza della notifica.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Giochi on line: presentato oggi il piano d'azione della Commissione.


Definire in modo preciso e puntuale la regolamentazione dei giochi d'azzardo e promuovere la cooperazione tra Stati membri, sviluppare nell'Unione europea un settore dei giochi d'azzardo on line più sicuro e allontanare i consumatori dai siti non regolamentati, prevenire le frodi fiscali e il riciclaggio di danaro sporco. Sono i principali obiettivi indicati dalla Commissione europea e che intende raggiungere con il piano d'azione per i giochi on line presentato oggi nell'ambito di una comunicazione ufficiale dell'esecutivo. Tra le novità indicate, evidenzia una nota di Bruxelles, la nomina di un gruppo esperti entro dicembre per facilitare gli scambi di esperienze sulla regolamentazione tra Stati membri.

Sul piano normativo la Commissione punta a introdurre tre regolamenti. Il primo sulla protezione comune dei consumatori; il secondo sulla pubblicità responsabile dei giochi d'azzardo; il terzo sulla prevenzione e la lotta contro le scommesse relative a partite truccate. Tra le altre misure indicate dall'esecutivo vi sono poi l'ampliamento del campo di applicazione della direttiva antiriciclaggio; la promozione della cooperazione internazionale per prevenire il fenomeno delle partite truccate. A partire da oggi è previsto poi un "giro" di consultazioni tra gli Stati membri nei confronti dei quali sono stati avviati procedimenti di infrazione dal 2008 per ottenere un aggiornamento completo e preciso sugli ultimi sviluppi delle normative nazionali in materia. La comunicazione di oggi fa seguito alla consultazione sul Libro Verde organizzata nel 2011.


Fonte: Agenzia Entrate

| More

Corte Ue, per la scissione d’impresa ok al beneficio ma a una condizione.


La domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra una società e l’Amministrazione fiscale slovena, per il rigetto di una domanda volta a ottenere la concessione di un vantaggio fiscale in occasione di una scissione di impresa. La società ha adottato un progetto di scissione che prevede il trasferimento di una parte della sua impresa a una nuova società. Tali modifiche sono state registrate nel registro delle società commerciali; successivamente la società ha presentato una domanda di concessione del beneficio di vantaggi fiscali in occasione della scissione.


La posizione del Fisco sloveno
L’Amministrazione fiscale slovena ha constatato che la trasformazione della società si era realizzata all’atto della registrazione delle modifiche statutarie nel registro delle società commerciali. Il Fisco ha pertanto respinto la domanda della società, per il fatto che non era stata presentata nel termine previsto dalla legge relativa all’imposta sul reddito delle società, vale a dire almeno 30 giorni prima della realizzazione della trasformazione.
La società ha, quindi, presentato ricorso dinanzi alla competente autorità giurisdizionale slovena, lamentando la contrarietà della sanzione per l’inosservanza del termine di 30 giorni, alla direttiva 90/434.
Inoltre, il rispetto di tale termine non dipenderebbe integralmente dalla società assoggettata all’imposta, dato che proprio la data di iscrizione della modifica statutaria nel registro delle società commerciali da parte del giudice competente determina quella di scadenza di tale termine.

La questione pregiudiziale
Ciò premesso, il giudice a quo ha deciso di sollevare la questione pregiudiziale dinanzi alla Corte Ue, chiedendo di conoscere se l’articolo 11 della direttiva 90/434 debba essere interpretato nel senso che osta a una normativa nazionale, che assoggetta la concessione dei vantaggi fiscali applicabile a una operazione di scissione, alla condizione che la domanda relativa a tale operazione sia presentata entro un termine determinato. In particolare tenendo presente che il termine di partenza non sia noto al soggetto passivo dell’imposta e alla scadenza del quale l’interessato perde i diritti ai vantaggi fiscali senza che sia verificato se lo stesso soddisfi o meno i presupposti che giustificano la concessione.

Le valutazioni della Corte
Considerato che la direttiva 90/434 non contiene alcuna disposizione relativa alle modalità procedurali che gli Stati membri sono tenuti a rispettare in vista della concessione dei vantaggi fiscali previsti, spetta all’ordinamento interno di ciascuno Stato membro stabilire le modalità procedurali dei ricorsi volti a garantire la tutela dei diritti riconosciuti ai singoli dalle norme comunitarie. A condizione che tali modalità non rendano in pratica impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico comunitario (principio di effettività).
Quanto ai diritti conferiti dalla direttiva, occorre menzionare che il regime tributario istituito da  tale direttiva, che comprende diversi vantaggi fiscali, si applica a tutte le operazioni di fusione, scissione, a prescindere dai motivi, siano essi finanziari, economici o fiscali, sottesi.
Soltanto in via eccezionale gli Stati membri possono rifiutarsi  di applicare, o revocare, in forza dell’articolo 11 della direttiva, i benefici fiscali, nei casi in cui l’operazione di ristrutturazione contemplata abbia tra gli obiettivi principali, la frode o l’evasione fiscale.

L’analisi del caso specifico
In base a quanto previsto dalla disciplina contenuta nella legge sulle imposte sui redditi delle società, il soggetto passivo d’imposta deve presentare la sua domanda per fruire dei vantaggi fiscali previsti dalla direttiva, a pena di decadenza, almeno 30 giorni prima dell’operazione di ristrutturazione. Occorre quindi verificare se il termine di 30 giorni risponde alle esigenze del principio di effettività, sia per quanto concerne la sua durata sia per il suo punto di partenza.
Al riguardo, in via generale, la Corte ritiene che una normativa nazionale che conceda la fruizione dei vantaggi fiscali previsti dalla direttiva 90/434, esclusivamente alla condizione che la domanda sia presentata almeno 30 giorni prima dell’operazione di ristrutturazione, non rende praticamente impossibile o eccessivamente difficile l’esercizio dei diritti che al soggetto passivo derivano dal diritto comunitario.
Tuttavia, se un termine, come quello in esame, non costituisce violazione del principio di effettività, non si può tuttavia escludere che, in particolari circostanze, le modalità di attuazione possano comportare una violazione di tale principio.
Infatti, per quanto attiene il punto di partenza del termine di 30 giorni previsto dalla normativa  slovena, è calcolato a ritroso, a partire dal giorno in cui è effettuata l’operazione di ristrutturazione, fermo restando che la data in cui quest’ultima si considera avvenuta è quella della iscrizione dell’operazione nel registro delle società commerciali. Pertanto, il periodo durante il quale decorre il termine di 30 giorni non dipende dal soggetto passivo di imposta, dato che quest’ultimo non è in grado di conoscere con esattezza né il punto di partenza né il punto finale del termine, vale a dire il giorno di iscrizione dell’operazione di ristrutturazione nel registro delle società commerciali.

Le conclusioni      
L’articolo 11 della direttiva  90/434, secondo la Corte di giustizia, deve essere interpretato nel senso che è compatibile con il diritto comunitario la normativa nazionale che assoggetta la concessione dei vantaggi fiscali, applicabili a una operazione di scissione, alla condizione che la domanda relativa all’operazione sia presentata entro un certo termine. Tuttavia, il giudice del rinvio può verificare se le modalità di attuazione del termine, e in particolar modo la determinazione del punto di partenza, siano sufficientemente precise, chiare e prevedibili per consentire, ai soggetti passivi di imposta, di conoscere i propri diritti e accertarsi che siano in grado di fruire dei vantaggi fiscali previsti dalle direttiva.  

                                                                                                                      

Fonte: Corte di Giustizia Causa C-603/10

| More

Omesso versamento Iva: è reato se va oltre il termine dell’acconto.


Intervenendo sulla novella dell’articolo 35, comma 7, del Dl 223/2006, che ha introdotto il reato di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto, la Corte di cassazione ha chiarito, con la sentenza 39449 dell’8 ottobre, che la nuova disposizione sanzionatoria trova applicazione per tutti gli illeciti consumati entro il 27 dicembre 2006, riguardanti l’Iva relativa all’anno 2005, senza che con ciò si configuri alcuna violazione del divieto di retroattività (ex articolo 25, Costituzione).

Il fatto
La vicenda processuale concerne una contribuente, rappresentante legale di una Srl, che non versava, nei termini previsti per il pagamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo, l’Iva dovuta in base alla dichiarazione annuale. Condannata dal tribunale competente alla pena della reclusione perché colpevole del reato di omesso versamento Iva (articolo 10-ter del Dlgs 74/2000), si vedeva confermare la sentenza in appello.

Avverso la pronuncia della seconda Corte, l’imputata ha proposto ricorso per cassazione deducendo violazione, appunto, dell’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, considerato che l’omesso versamento dell’imposta si sarebbe verificato nel corso dell’anno 2005, protraendosi fino al 16 gennaio/16 marzo dell’anno successivo (si tratterebbe dell’ultima scadenza mensile o trimestrale di versamento dell’acconto Iva afferente al periodo di imposta 2005), ovvero fino al 16 giugno 2006 (termine ultimo per il versamento delle imposte a conguaglio dovute per l’anno precedente).
Ne discenderebbe che, al momento dell’entrata in vigore della nuova fattispecie incriminatrice (4 luglio 2006), l’omesso versamento Iva si era già realizzato, perché relativo all’anno di imposta 2005. Perciò, per effetto del principio del favor rei (articoli 2, codice penale, e 25, Costituzione), l’omissione in questione non avrebbe potuto rilevare sul piano penale, ma tutt’al più su quello dell’illecito amministrativo.

A questo riguardo, si ricorda che l’articolo 10-ter, introdotto nel sistema penaltributario con effetto dal 4 luglio 2006, punisce colui che non versa l’Iva dovuta in base alla dichiarazione annuale entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo, per un ammontare superiore a 50mila euro per ciascun periodo d’imposta. Inoltre, ai sensi dell’articolo 6, comma 2, legge 405/1990, i soggetti obbligati agli adempimenti di liquidazione e versamento periodico, entro il 27 dicembre di ciascun anno, devono versare a titolo di acconto un importo pari all’88% dell’Iva relativa all’ultimo periodo (trimestre o mese, a seconda che trattasi di contribuenti con liquidazioni trimestrali o mensili) dell’anno precedente.

La decisione
Nel risolvere la vertenza, la Corte suprema conferma i precedenti esiti decisori, osservando che i giudici di merito hanno correttamente rilevato che il comportamento omissivo dell’imputata, realizzato successivamente all’entrata in vigore della norma incriminatrice contestata, ha integrato gli estremi di un fatto penalmente rilevante. Ciò in quanto, pur non avendo rispettato la scadenza dei termini di adempimento previsti dalla normativa tributaria, la società avrebbe potuto assolvere all’obbligo di versamento Iva entro il 27 dicembre 2006.
Infatti, con il reato di cui all’articolo 10-ter, il legislatore ha inteso perseguire il comportamento del soggetto che non versa l’Iva esposta a debito in sede di dichiarazione annuale, per la cui consumazione del reato non è sufficiente un qualsiasi ritardo nel pagamento rispetto alle scadenze previste, ma occorre che l’omissione si protragga fino al 27 dicembre dell’anno successivo al periodo d’imposta di riferimento.

Orbene, dal fatto che la disposizione in esame è entrata in vigore il 4 luglio del 2006 e che il delitto si perfeziona nel termine del 27 dicembre di ciascun anno per l’Iva relativa alla dichiarazione dell’anno precedente, discende che la nuova disposizione sanzionatoria troverà applicazione per tutti i reati di omesso versamento consumati entro il 27 dicembre del 2006 riguardanti l’Iva del 2005 (cfr Cassazione, pronuncia 38619/2010).

Quindi, al momento in cui la nuova disposizione è entrata in vigore, non risultava ancora scaduto il termine fissato per l’ultimo appuntamento con il versamento dell’Iva relativa al 2005. Proprio per questo non si configura il favor rei invocato dal legale rappresentante della Srl, sostiene la sezione penale, essendo esclusa ogni violazione del divieto di retroattività sfavorevole (articoli 2, codice penale, e 25, Costituzione – cfr Corte costituzionale, ordinanza 25/2012): l’imprenditore ben avrebbe potuto adempiere all’azione doverosa, cioè versare l’Iva in acconto, dal momento che quando la nuova previsione di reato è entrata in vigore non risultava ancora scaduto il termine costituito in capo al contribuente per provvedere all’incombente.

All’evidenza, poi, la difesa dell’indagata sembra confondere tra termini delle liquidazioni periodiche e termini dell’acconto Iva: le prime (adempimenti da eseguire entro il giorno 16 di ciascun mese o trimestre) sono previste dall’articolo 1, comma 1, del Dpr 100/1998; i secondi (da espletare entro il 27 dicembre dell’anno successivo), dall’articolo 6, comma 2, della legge 405/1990.


Fonte: Agenzia Entrate

| More