venerdì 29 giugno 2012

Quesito: deposito su Conto Corrente di contanti avuti in eredità.


nel gennaio di quest'anno è deceduta mia madre, lasciandomi unico erede dei seguenti beni:

- Un immobile, che per me rappresenta una seconda casa sul quale ho già pagato l'IMU come seconda casa sfitta
- Una somma in contanti (rinvenuta nella cassaforte di casa) pari a 50,000 euro

Ho incaricato un notaio di redigere l'Atto di Successione, dove ho denunciato oltre all'immobile (sul quale pagherò il 2+1 % di tasse), anche il rinvenimento del contante.

Vista la franchigia di 1 milione di euro, mi trovo ben al di sotto di essa.

Ma la domanda è questa:

- Essendo inoccupato e visto che la somma potrebbe darmi un reddito da interessi (tassati alla fonte) che mi tornerebbe utile, posso versarla sul mio conto corrente (dove sono già presenti miei investimenti a mio nome e personali) e farla fruttare, prima della presentazione dell'Atto di Successione ?

In caso di accertamento potrei sempre dimostrare la provenienza della somma, che il notaio ha definito "normali risparmi di famiglia". Percui, in sintesi, posso già versare la somma e farla fruttare o è preferibile aver adempiuto alla presentazione dell'Atto di Successione ?

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L'esclusiva decennale nel contratto con il concessionario.


Domanda
Un contratto di concessione di vendita prevede un'esclusiva territoriale che deve durare per dieci anni e che riguarda America, Europa e Australia. I risultati sono deludenti nonostante le dimensioni del distributore. Il concessionario non sta ottenendo risultati positivi dal mercato, ma non trovando alcuna giusta causa per dare disdetta deve attendere altri quattro anni per raggiungere la scadenza di dieci anni?

Risposta
Il problema della lunga durata di un accordo di distribuzione è stato affrontato dalla normativa comunitaria dapprima con il regolamento 2790/99 sostituito sucessivamente con il regolamento 330 del 2010.

Il regolamento n. 2790 aveva espresso chiaramente all'art. 5 la contrarietà a una durata ultraquinquennale dei contratti di distribuzione con esclusiva territoriale, prevedendo che i contratti a tempo determinato o con una durata maggiore dovessero ridurre automaticamente la durata dell'esclusiva a cinque anni.

Il successivo regolamento 330 all'art. 5 conferma che " L'esenzione di cui all'articolo 2 non si applica alle seguenti obbligazioni contenute in accordi verticali:

a) un obbligo di non concorrenza, diretto o indiretto, la cui durata sia indeterminata o superiore a cinque anni;

b) un obbligo diretto o indiretto che imponga all'acquirente, una volta giunto a scadenza l'accordo, di non produrre, acquistare, vendere o rivendere determinati beni o servizi;

c) un obbligo diretto o indiretto che imponga ai membri di un sistema di distribuzione selettiva di non vendere marche di particolari fornitori concorrenti."

La previsione è stata posta a tutela del concessionario che potrà recedere in qualunque momento.

Il fatto che il contratto non contenga alcun riferimento a target da raggiungere per mantenere il contratto, l'esclusiva e l'attuale estensione territoriale non aiuta l'azienda fornitrice.

A parte la fragile eccepibilità del limite quinquennale per i contratti in esclusiva territoriale, il fornitore potrà, benchè debolmente, contestare anche l'inefficienza del distributore sul territorio affidatogli, dato che comunque il distributore dovrebbe documentare un proprio impegno nel territorio affidato. Tale impegno nasce dalla peculiarità del contratto di concessione, che comporta sempre un obbligo del concessionario di attivarsi per vendere i prodotti nel territorio affidatogli.


Fonte: IPSOA

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Iva al 21% per il parquet “flottante”.

L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 71/E del 25 giugno 2012, ha precisato che l’acquisto di un parquet di tipo “flottante”, che non necessita, cioè, di collanti per la posa, sconta l’Iva ordinaria (21%). La caratteristica di essere flottante, infatti, non lo rende comunque riconducibile alla categoria dei “beni finiti”, che beneficiano dell’Iva agevolata al 10%, ma a quella dei materiali di rivestimento.

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Iva al 4% per le cessioni di piattaforme elevatrici.

Con la Risoluzione n. 70/E del 25 giugno 2012, l’Agenzia ha chairito che le cessioni di piattaforme elevatrici possono beneficiare dell’Iva ridotta al 4%, a condizione che le stesse rispondano alle specifiche tecniche contenute nel decreto attuativo della legge n. 13/1989 sul superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati (Dm 14 giugno 1989, n. 236).

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Imposta sugli aeromobili privati: le regole attuative.


Con il provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate di ieri 28 giugno 2012, sono state dettate le istruzioni operative per applicare la nuova imposta sui voli dei passeggeri di aerotaxi, gli aeromobili privati immatricolati nel registro aeronautico nazionale tenuto dall’Enac e quelli esteri che “stazionano” in Italia per più di 45 giorni consecutivi, introdotta dal decreto Salva Italia (Dl 201/2011) come modificato con il decreto semplificazioni fiscali (Dl 16/2012). L’imposta deve essere pagata dal vettore entro la fine del mese successivo al viaggio, se l’aereo è immatricolato in Italia. Per i voli effettuati tra il 29 aprile ed il 30 giugno c’è tempo fino al 31 luglio.


Fonte: Agenzia Entrate

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Franchigia per il donatario disabile o parente del donante.


In caso di donazione a beneficio di un disabile a quanto ammonta la franchigia d’imposta? E se il beneficiario della donazione è un parente?

I beneficiari di una donazione (o di altro atto di liberalità o comunque a titolo gratuito) devono pagare l’imposta di donazione per i beni e i diritti ricevuti. L’imposta colpisce le attribuzioni ai singoli beneficiari e si applica solo al valore dei beni e dei relativi diritti eccedente la franchigia che spetta in base al rapporto di parentela intercorrente tra donante e beneficiario.
Se beneficiario è un soggetto portatore di handicap (riconosciuto grave ai sensi della legge n. 104/1992), l’imposta di donazione si applica solo alla parte della base imponibile che supera la franchigia di 1,5 milioni di euro.
Se beneficiario è il coniuge o un parente in linea retta del donante, l’imposta di donazione si applica, con aliquota del 4%, solo alla parte della base imponibile che supera la franchigia di 1 milione di euro.
Se beneficiario è il fratello o la sorella del donante, l’imposta di donazione si applica, con aliquota del 6%, solo alla parte della base imponibile che supera la franchigia di 100mila euro.
Per gli altri parenti fino al quarto grado, affini in linea retta, affini in linea collaterale fino al terzo grado, si applica il 6% senza alcuna franchigia.


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva, la qualifica d’imprenditore non basta se manca l’inerenza.


Con ordinanza 10554 del 25 giugno, la Corte di cassazione, nel respingere il ricorso di una società alla quale l’ufficio aveva contestato la detrazione Iva per l'acquisto di una barca, ha stabilito che non sussiste alcuna possibilità per le imprese di detrarre l’imposta relativa all’acquisto di imbarcazioni quando l’ente non ha mai svolto attività di vendita di natanti da diporto.

Il fatto
A seguito di omessa regolarizzazione dell’imposta relativa all’acquisto di un’imbarcazione in regime di sospensione d’imposta (ex articolo 8, comma 2, Dpr 633/1972) per mancanza dei relativi presupposti (non inerenza all’attività esercitata), l’ente impositore recuperava il tributo con accertamento, che veniva contestato dalla società destinataria davanti la competente Commissione tributaria provinciale.

L’esito negativo in primo grado sortiva lo stesso effetto in appello reiterando la Ctr il giudizio circa la non inerenza nel bene acquistato con l’esercizio di impresa, nei termini previsti dall’articolo 19 del Dpr 633/1972, in quanto la società non svolgeva operazioni connesse al settore nautico.

La contribuente ricorre per cassazione, insistendo per la spettanza del beneficio della non imponibilità.

L’esito del giudizio
La Corte di cassazione respinge l’opposizione, legittimando il recupero a tassazione dell’Iva per l’acquisto di una barca perché la società ricorrente non ha dimostrato di avere svolto attività da diporto.
In particolare, secondo il Collegio giudicante, l’inerenza dei beni all’esercizio di impresa non può essere desunta, in assenza di operazioni attive, dalla “sola” qualità di imprenditore individuale o societario dell’acquirente del bene, trattandosi di elemento puramente indiziario, rispetto a una caratteristica che postula l’esercizio effettivo dell’impresa e che, dunque, esige la temporaneità di detta assenza e il ricadere dell’acquisto medesimo in una fase preparatoria dell'impiego produttivo.

Infatti, al riguardo, costituisce principio consolidato (Cassazione, sentenze 2729/2007, 1421/2008 e 13197/2009) l’affermazione secondo cui l’articolo 19, primo comma, del Dpr 633/1972, consente al compratore di portare in detrazione l’Iva addebitatagli a titolo di rivalsa dal venditore solo quando si tratti di acquisto effettuato nell’esercizio d’impresa, richiedendo un quid pluris rispetto alla qualità di imprenditore dell’acquirente, cioè l’inerenza o strumentalità del bene comprato rispetto all’attività imprenditoriale; inoltre, la norma deroga ai comuni criteri in tema di onere della prova, lasciando la dimostrazione di detta inerenza o strumentalità a carico dell’interessato, senza che la sussistenza di detti requisiti possa presumersi in ragione della qualità di società commerciale dell’acquirente.

E’ stato inoltre aggiunto (Cassazione, sentenza 805/2011) che, ai fini del regime della detrazione dell’imposta assolta sugli acquisti (articolo 19 del Dpr 633/1972), le società che svolgono le attività commerciali ex articolo 2195 cc devono comunque dimostrare sia i requisiti soggettivi quanto quelli oggettivi legati all’inerenza delle operazioni afferenti l’impresa. Nell’assenza di movimenti attivi non opera una presunzione sulla base della natura societaria né può ammettersi detrazione dell’Iva qualora il soggetto abbia concluso esclusivamente operazioni esenti.

La nozione di “attività propria”, specie per le società, va assunta sotto un profilo prevalentemente qualitativo, intesa cioè come quella diretta a realizzare l’oggetto sociale e, quindi, a qualificare sotto l’aspetto oggettivo l’impresa esercitata, e sotto tale aspetto proiettata sul mercato e quindi nota ai terzi (circolare n. 71/1987).

Gravava pertanto sul contribuente (Cassazione, sentenza 7360/2011), nel caso di specie, l’onere di dimostrare la regolarità delle operazioni contestate, in quanto idoneo “a smentire gli elementi presuntivi raccolti dai verbalizzanti e posti a fondamento dell’impugnata sentenza”. Ma ciò non è avvenuto.
Peraltro, occorre ricordare che il principio secondo il quale il diritto alla detrazione dell’Iva sugli acquisti di beni e servizi (per il corrispondente principio vigente in materia di reddito di impresa, articolo 109, comma 5, Dpr 917/1986) è subordinato all’“inerenza” della spesa effettuata rispetto all’attività specifica dell’azienda – anche al di là delle precise norme contenute nel Dpr 633/1972 – è stato più volte ribadito anche dall’Amministrazione finanziaria (ex plurimis, risoluzioni 321/2008, 161/2008, 369194/1980 e 381044/1980), la quale ha fatto presente, tra l’altro che, per poter esercitare il diritto alla detrazione, il contribuente “non deve attendere l’effettiva utilizzazione dei beni e dei servizi nella propria attività (…) essendo a tal fine sufficiente che i beni e i servizi siano “afferenti”, cioè destinati a essere utilizzati in operazioni che danno (…) diritto a detrazione (…)” (circolare 328/1997).


Fonte: Agenzia Entrate

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Cinque per mille, entro il 2 luglio invio della dichiarazione sostitutiva.


Il prossimo 2 luglio scade il termine per trasmettere alla Dr delle Entrate dove ha sede l’ente del volontariato, tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà sottoscritta dal legale rappresentante. Al modello, disponibile sul sito dell’Agenzia, va allegata copia del documento di identità di chi firma.

Stessa scadenza per le associazioni sportive che hanno presentato domanda di iscrizione al 5 per mille 2012: il loro destinatario, però, è l’Ufficio territoriale del Coni dove ha sede l’associazione.

I ritardatari potranno rimediare provvedendo all’adempimento entro il 30 settembre e pagando una sanzione di 258euro: nell’F24 andrà indicato il codice tributo 8115.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 28 giugno 2012

Quesito: fattura a ditta italiana.

un mio amico ha una ditta di import export slovacca per fare una fattura ad una ditta italiana cosa deve fare? Che requisiti deve avere?

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Penale per adempimento difforme.


Domanda
Vorrei conoscere il corretto trattamento fiscale da riservare ad una penale prevista contrattualmente per adempimento difforme da parte di un'impresa costruttrice di un campo fotovoltaico. Il dubbio è relativo all'imponibilità o meno all'Ires trattandosi di srl (impresa committente che ha subìto il danno).

Risposta
Innanzitutto occorre premettere che secondo quanto disposto dall'articolo 6, comma 2, del TUIR i proventi percepiti in sostituzione di redditi, anche a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita degli stessi, costituiscono redditi della stessa categoria reddituale di quelli sostituiti o perduti.

Pertanto, le indennità corrisposte ad una società a responsabilità limitata, sussistendo le predette condizioni, assumono la qualifica di redditi d'impresa.

Tanto premesso occorre, quindi, verificare quale sia la species nella quale dette indennità sono collocabili, dal momento che le stesse assumono ai fini IRES natura differente a seconda che siano relative a danni subiti su beni facenti parte del patrimonio dell'impresa da quelle relative ad altri danni.

Infatti, secondo quanto previsto dall'articolo 85, comma 1, lettera f) del TUIR lettera f) si qualificano come ricavi, le indennità relative al risarcimento di danni di beni che generano ricavi.

Ai sensi dell'articolo 86, comma 1, lettera b) del TUIR si qualificano quali plusvalenze quelle relative a beni che fanno parte del patrimonio ed infine secondo quanto dettato dall'articolo 88, comma 3 sono considerate sopravvenienze attive le indennità conseguite a titolo di risarcimento di danni diversi dai precedenti.

Venendo al caso di specie, pertanto, sembra possibile sostenere che: (i) laddove dalla costruzione e conseguente utilizzazione del campo fotovoltaico dovessero generarsi ricavi, l'indennità corrisposta per adempimento difforme dello stesso rispetto alle pattuizioni contrattuali assumerebbe la natura di ricavi, (ii) di contro, la stessa rilevarebbe quale sopravvenienza attiva.


Fonte: IPSOA

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Imu: omessa presentazione della dichiarazione e omesso pagamento dell’acconto.


Vorrei sapere quali sono le sanzioni per l’omessa presentazione della dichiarazione e l’omesso pagamento dell’acconto Imu.

Per l’omessa presentazione della dichiarazione Imu, si applica la sanzione dal 100 al 200% del tributo dovuto, con un minimo di 51 euro. Se la dichiarazione è infedele, si applica la sanzione amministrativa dal 50 al 100% della maggiore imposta dovuta.
Per l’omesso pagamento dell’Imu alle scadenze previste, in acconto e a saldo, è prevista una sanzione amministrativa pari al 30% dell’importo non versato. Se il pagamento viene effettuato avvalendosi del ravvedimento operoso entro 14 giorni dalla scadenza, la sanzione è pari allo 0,2% per ogni giorno di ritardo, più i dietimi di interesse calcolati sul tasso di interesse legale annuo (attualmente pari al 2,5%). Dal quindicesimo al trentesimo giorno di ritardo, quindi entro il 18 luglio per la rata di acconto oppure entro il 16 gennaio 2013 per la rata di saldo, la sanzione ammonta al 3% dell’imposta più gli interessi. Infine, per il “ravvedimento lungo” entro un anno, ossia entro il 18 giugno 2013, è prevista la sanzione del 3,75%, più gli interessi legali.


Fonte: Agenzia Entrate

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Se non è occasionale, non convince il prestito fatto solo per “amicizia”.


La Commissione tributaria provinciale di Firenze, con la sentenza 93/1/12 del 12 giugno, ha respinto il ricorso di un contribuente avverso un avviso di accertamento per più di 500mila euro, tra imposte e sanzioni, con condanna dello stesso anche al pagamento delle spese di giudizio.

A seguito di una segnalazione trasmessa dalla Polizia municipale del Comune di Firenze, dalla quale emergeva la propensione all’occultamento di elementi reddituali legati allo svolgimento di attività di affittacamere, l’Agenzia delle Entrate riteneva opportuno approfondire la posizione fiscale del contribuente attraverso lo strumento delle indagini finanziarie.
Alle circostanze evidenziate nella segnalazione si aggiungevano del resto anche ulteriori elementi, desunti in Anagrafe tributaria, che facevano ulteriormente dubitare della veridicità di quanto indicato dal contribuente nel corso degli anni in sede di dichiarazione.

In particolare, nonostante il contribuente risultasse fin dagli anni ’80 titolare di un’attività di affittacamere in pieno centro storico a Firenze, verosimilmente remunerativa, tenuto conto del numero dei turisti che affollano la città durante tutto l’anno, i relativi redditi di impresa dichiarati erano sempre risultati nell’ordine di poche migliaia di euro annui, quando non addirittura in perdita.
Allo stesso tempo, a fronte di un reddito complessivo in media modesto, che in alcuni periodi di imposta era risultato pressoché nullo a causa delle perdite fatte registrare dall’attività di affittacamere, il contribuente risultava aver stipulato, tra il 2004 e il 2008, numerose operazioni, sia di compravendita immobiliare che finanziarie.

L’ufficio acquisiva allora il dettaglio delle movimentazioni dei singoli conti e, ai sensi dell’articolo 32, comma 1, Dpr 600/1973, invitava il contribuente a fornire chiarimenti in merito ai dati e alle informazioni bancarie ottenute.
A seguito del contraddittorio, in presenza di operazioni non ritenute debitamente giustificate, l’ufficio notificava dunque al contribuente apposito avviso di accertamento, con il quale recuperava elementi attivi ai fini Irpef e Irap pari a 527.341 euro e una maggiore Iva per 31.096 euro.

L’avviso veniva impugnato davanti alla Commissione tributaria provinciale di Firenze.
Per quel che qui interessa, in relazione a numerose movimentazioni bancarie, il contribuente dichiarava dunque, in sede di contraddittorio, di aver erogato prestiti in danaro ad alcuni suoi conoscenti e/o ai loro amici e di averne avuto restituzione senza il pagamento di alcun interesse.

Riguardo alle modalità delle erogazioni, lo stesso sosteneva che avvenivano prevalentemente attraverso lo sconto di cambiali e, talvolta, con l’anticipo di somme a fronte della consegna di assegni post datati da parte del beneficiario del prestito.
Nel caso dello sconto di cambiali, ricevuta la richiesta di un prestito, il contribuente in primo luogo provvedeva a far sottoscrivere al richiedente una cambiale a suo favore, poi si recava in un istituto di credito dove intratteneva un conto e disponeva di un apposito castelletto salvo buon fine e si faceva scontare la cambiale; successivamente, consegnava l’importo ottenuto al richiedente la somma, con l’avvertenza che gliela restituisse prima della scadenza della cambiale.
Nell’ipotesi in cui la restituzione non avvenisse nei termini previsti, il ricorrente provvedeva a regolarizzare la posizione con la propria banca, facendo contestualmente emettere al debitore una nuova cambiale, con una nuova scadenza, da scontare, ancora una volta, presso lo stesso istituto di credito.
A tale proposito, il contribuente precisava comunque che gli oneri finanziari e gli interessi passivi delle varie operazioni erano sempre a suo carico, dato lo spirito di liberalità e di favore con cui aveva sempre condotto tutte le operazioni.

Per un numero consistente di movimenti non forniva comunque alcuna giustificazione, mentre per altre i motivi addotti non risultavano accompagnati da un sufficiente riscontro documentale.
In ordine alle uscite dai predetti conti, queste venivano ricondotte genericamente a prelievi per finanziare spese personali o lo sconto di cambiali a terzi (prestiti di denaro).
Per sua stessa ammissione, quindi, il contribuente prestava denaro, in modo non occasionale, a una generalità di persone, accomunate dalla difficoltà di ottenere un finanziamento presso i canali ufficiali, senza essere iscritto negli appositi elenchi tenuti dal ministero del Tesoro.

Tali circostanze, che potrebbero peraltro anche configurare una violazione dell’articolo 132 del decreto legislativo 385/93 per esercizio abusivo dell’attività finanziaria, da un punto di vista meramente fiscale rilevavano in particolare sotto il profilo della prova contraria che il contribuente era in grado di fornire in ordine al fatto che le movimentazioni in entrata di sconto effetti non avessero rilevanza ai fini del reddito.
La prova contraria consisteva peraltro, principalmente, in dichiarazioni dei beneficiari dei prestiti con autentica della sottoscrizione.

Il recupero dell’ufficio, alla luce di quanto sopra evidenziato, risultava dunque del tutto corretto.
Come, infatti, anche recentemente ribadito dalla Corte suprema, con la sentenza 3263/2012, “compete al contribuente dimostrare di aver tenuto conto nella dichiarazione della rilevanza fiscale dei movimenti rinvenuti nei rapporti intrattenuti con istituti di credito ovvero allegare la fattispecie di esonero da imposizione delle operazioni economiche di cui trattasi, né l'acquisizione dei dati è subordinata alla verificazione dello svolgimento di attività d'impresa”.Tutti i dati emersi dalle indagini bancarie potevano dunque anche essere considerati attinenti all’attività di impresa, sia per quanto riguarda le imposte dirette che l’Iva.

Ancora, nella stessa sentenza, con affermazioni che si attagliano perfettamente al caso in esame, il giudice sottolinea che a nulla rileva “il carattere “astratto” dei titoli di credito utilizzati per le movimentazioni bancarie contestate, laddove su tale astrattezza il contribuente aveva l'onere di fare luce, dando conto del rapporto causale che di ciascuno di essi era alla base. Neppure il richiamo alla mancanza di prova dello svolgimento di attività di impresa coglie nel segno, ove si consideri che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, ai fini dell'accertamento delle imposte sui redditi, "i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti bancari vanno ritenuti rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, ai sensi del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 32, se il titolare del conto non fornisca adeguata giustificazione, a prescindere dalla prova preventiva che il contribuente eserciti una determinata attività e dalla natura lecita o illecita dell'attività stessa" (Cass. n. 10578 e n. 19692 del 2011) … E' perciò appena il caso di ricordare che, analogamente, in tema di IVA, secondo un consolidato indirizzo, "l'utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito, ai sensi del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 51, comma 2, n. 2, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d'impresa: infatti, se non viene contestata la legittimità dell'acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l'esistenza di un'eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l'onere di dimostrare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti …”.

Le suddette conclusioni e argomentazioni, con la sentenza sopra citata, sono state quindi condivise dalla Commissione tributaria provinciale di Firenze, la quale, dopo aver affermato che “l’onere dell’Amministrazione di provare la pretesa fiscale è soddisfatto per volontà di legge attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti bancari … Sostiene la parte che molti versamenti e prelevamenti riguardavano un’attività personale e non remunerativa di prestiti amicali. A tal fine ha prodotto le dichiarazioni di ben tredici soggetti le cui sottoscrizioni sono state autenticate”, sottolinea però che “nel processo tributario tali documenti fanno fede solo della data, dell’esistenza e della provenienza delle dichiarazioni in essi scritte, non certo dell’attendibilità delle dichiarazioni medesime, da ritenersi soggette, allo stesso modo di qualsiasi altra scrittura privata, al vaglio del giudicante che deve tenere conto di ogni elemento da cui possa desumersi la maggiore o minore veridicità delle stesse”.

In conclusione, evidenziano i giudici, “questa Commissione esclude di poter prestare fede all’asserita gratuità dei prestiti. Da un lato si devono considerare i modestissimi introiti denunciati dal contribuente nelle dichiarazioni dei redditi non solo nell’anno in esame, ma anche in quello precedente e nei successivi. In sostanza non si comprende come un soggetto che riesce a mala pena a provvedere alle più elementari esigenze personali sia poi in condizione di fare numerosi prestiti “amicali” per somme molto rilevanti. Inoltre, lo stesso numero delle persone che hanno ricevuto i prestiti deve portare a concludere che prestare denaro costituisca per il … un’attività commerciale”.L’accertamento veniva dunque confermato nella sua piena legittimità.


Fonte: Agenzia Entrate

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Iva, è la stessa dichiarazione a inchiodare l’imprenditore.


La dichiarazione Iva presentata, a fronte di omesso versamento, è sufficiente a far condannare l’imprenditore che non ha pagato l’imposta risultante dalla liquidazione annuale. Né rileva, a tal fine, la denuncia di furto della contabilità. Sono le conclusioni a cui è giunta la Cassazione con la sentenza 24987 del 21 giugno.

Vicenda processuale
Il fatto narrato dalla sentenza n. 24987/2012 concerne la condanna in prima istanza alla reclusione del liquidatore di una società a responsabilità limitata per non avere versato l’imposta sul valore aggiunto risultante dalla liquidazione annuale, ai sensi dell’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, nonostante avesse presentato la dichiarazione. L’imputato aveva chiesto l’assoluzione per questo reato in quanto era stato prosciolto da altro tribunale per il reato di bancarotta fraudolenta di cui all’articolo 223 della legge fallimentare (regio decreto 267/1942), essendo stato accertato il furto della contabilità aziendale. Tale circostanza non aveva però avuto alcun effetto esimente sul reato contestato, tanto che la condanna venne poi confermata dalla Corte di appello, che ha ritenuto non ricorressero gli estremi per la revisione (ex articolo 630, comma 1, lettera a), codice procedura penale) della sentenza impugnata.

L’intimato ricorre per cassazione per contrasto dei due pronunciati penali (di assoluzione per bancarotta fraudolenta e di condanna per omesso versamento Iva), sostenendo che il giudice del riesame non avrebbe preso in considerazione il furto dei documenti contabili della società, circostanza che doveva escludere la colpevolezza per l’omesso versamento dell’Iva annuale perché senza il furto di quei documenti non sarebbe esistito il relativo reato perché l’imposta dovuta sarebbe stata versata nei termini.

La decisione
Ma la circostanza del furto della contabilità su cui ha fatto leva l’imputato non ha convinto la Cassazione, che ha confermato la condanna inflitta.
Infatti, secondo il Collegio giudicante, l’ordinanza impugnata non può ritenersi affetta da alcun vizio rilevabile in sede di legittimità, atteso che il concetto di inconciliabilità fra sentenze irrevocabili non deve essere inteso, in genere, in termini di contraddittorietà logica tra le valutazioni effettuate nelle due decisioni, ma con riferimento a un’oggettiva incompatibilità tra i fatti su cui si fondano le diverse sentenze (Cassazione 8135/2001 e 40819/2005), che non è ravvisabile nel caso di specie.
In tema di revisione, ciò che è emendabile è l’errore di fatto e non la valutazione del fatto, sicché non è ammissibile l’istanza di revisione che fa perno sulla circostanza che lo stesso quadro probatorio sia stato diversamente apprezzato per assolvere un imputato e condannare un concorrente nello stesso reato in due diversi procedimenti (Cassazione 4225/2009). Del resto, gli elementi in base ai quali si chiede la revisione devono essere, a pena di inammissibilità, tali da dimostrare, se accertati, che il condannato deve esser prosciolto, ma non possono consistere nel mero rilievo di un contrasto di principio tra due sentenze, che abbiano a fondamento gli stessi fatti (Cassazione 8462/1997).

Inoltre, la Suprema corte condivide anche il confermato operato del tribunale, che a proposito del reato di cui all’articolo 10-ter del Dlgs 74/2000, ha osservato che la dichiarazione Iva prodotta dall’imputato, nella veste di liquidatore dell’impresa, costituisce “una confessione stragiudiziale nella parte in cui espone fatti e circostanze a sé sfavorevoli, della cui attendibilità non v'è ragione di dubitare, attesa la norma di esperienza che insegna come nessuno abbia ragione di esporre fatti a sé sfavorevoli” (Cassazione 7294/2012). Sicché, qualora il contribuente indichi come dovute, a titolo di Iva, determinate somme, non vi è ragione, in mancanza di concreti elementi di segno contrario, di ritenere la stessa dichiarazione inaffidabile, atteso che da essa discende una corrispondente obbligazione tributaria (l’omesso versamento dell’Iva era stato, infatti, accertato dall’ente impositore in forza della dichiarazione presentata dallo stesso imputato).
Ne deriva quindi che il furto della documentazione contabile non può avere alcuna influenza, né determinare alcuna inconciliabilità con i fatti accertati nei gradi di merito.

Peraltro, occorre considerare che, come la sottrazione della documentazione contabile non aveva impedito all’imputato di presentare la dichiarazione Iva, lo stesso liquidatore avrebbe potuto sulla scorta dei dati in suo possesso (anche in supporto elettronico) adempiere all’obbligo di versamento (articolo 30 del Dpr 633//1972), atteso che, ai sensi dell’articolo 8, comma 2, Dpr 322/1998, nella dichiarazione sono indicati i dati necessari per la determinazione dell’ammontare delle operazioni e dell'imposta e per l'effettuazione dei controlli, nonché gli altri elementi richiesti nel modello di dichiarazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Bonus ristrutturazioni al 50%.


Grosso input alle ristrutturazioni edilizie. Sale dal 36 al 50% la detrazione delle spese sostenute fino a tutto giugno 2013 per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio. Stessa percentuale per le opere di riqualificazione energetica degli edifici realizzate nel primo semestre del prossimo anno. Torna l’imponibilità Iva sugli immobili abitativi ceduti o locati dalle imprese di costruzione. Credito d’imposta per chi assume personale altamente qualificato.
Sono le principali novità fiscali contenute nel Dl n. 83/2012 (“Misure urgenti per la crescita del Paese”), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 147 del 26 giugno.

Più sconti fiscali dalle ristrutturazioni edilizie
L’articolo 11 del decreto innalza la percentuale di detrazione per gli interventi di recupero del patrimonio edilizio. A partire dalla data di entrata in vigore del decreto (26 giugno 2012) e fino al 30 giugno 2013, il “bonus ristrutturazioni” sale dal 36 al 50%, da calcolare su una spesa massima di 96mila euro per immobile, importo doppio rispetto all’ordinario limite  di 48mila euro.
Per le spese di riqualificazione energetica degli edifici già esistenti, invece, fino al 31 dicembre di quest’anno resta ancora valida la percentuale di detrazione del 55%. Nel primo semestre del 2013, dal 1° gennaio al 30 giugno, questi interventi – che secondo quanto stabilito dal Dl n. 201/2011 sarebbero dovuti confluire nella disciplina delle ristrutturazioni edilizie (articolo 16-bis del Tuir), con detrazione quindi del 36% – saranno anch’essi ”premiati” al 50%, fermi restando gli importi massimi di detrazione attualmente in vigore, diversi a seconda del tipo di intervento.

Le imprese edili “svicolano” dal pro-rata
Importanti modifiche per le imprese di costruzione e ristrutturazione edilizia, che potranno scegliere se optare per l’Iva in caso di cessioni e locazioni di fabbricati abitativi costruiti o ristrutturati anche da oltre cinque anni e rimasti invenduti o non affittati. La conseguenza più rilevante dovuta alla modifica è l’abolizione dei paletti imposti dal pro-rata.
Processo inverso per gli immobili strumentali per natura. In particolare, sono soppresse due ipotesi che prevedevano l’imponibilità ai fini Iva: cessioni e locazioni realizzate da soggetti passivi nei confronti di privati ovvero di acquirenti e inquilini che possono detrarre non più del 25% dell’imposta. Tuttavia, anche in questi casi, è sempre possibile esercitare l’opzione per il regime di imponibilità.
A stabilirlo l’articolo 9 del decreto, intervenuto sull’articolo 10 del Dpr 633/1972, numeri 8, 8-bis e 8-ter.
Nel pacchetto della nuova disciplina, arriva anche l’applicazione del reverse charge per tutte le cessioni di immobili, quindi sia di tipo abitativo sia strumentale, nel caso in cui le due parti siano soggetti passivi ai fini dell’imposta sul valore aggiunto.

Credito d’imposta per assunzioni qualificate
Istituito un credito d’imposta a favore di tutte le imprese - a prescindere dalla forma giuridica, dalle dimensioni, dal settore economico in cui operano e dal regime contabile adottato - che assumono a tempo indeterminato personale altamente qualificato, in possesso di un dottorato di ricerca universitario o di una laurea magistrale in discipline tecniche o scientifiche e impiegato in attività di ricerca e sviluppo (articolo 24 del decreto).
L’agevolazione ammonta al 35%, con un limite massimo di 200mila euro annui per impresa, del costo aziendale sostenuto per tali assunzioni.
Il credito, utilizzabile esclusivamente in compensazione, va indicato nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta in cui è maturato e in quelle delle annualità in cui è utilizzato.
Il diritto al contributo decade se il numero dei dipendenti è inferiore o pari a quello indicato nel bilancio precedente all’applicazione del beneficio, se il posto di lavoro non è conservato per almeno un triennio (due anni nel caso di piccole e medie imprese) oppure quando vengono accertate definitivamente violazioni in ambito fiscale e contributivo per le quali sono state irrogate sanzioni per almeno 5mila euro, violazioni alla normativa sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori o, ancora, quando il datore di lavoro è condannato, con provvedimento definitivo, per condotta antisindacale.
Per fruire del bonus, le imprese devono presentare istanza al ministero dello Sviluppo economico – chiamato ad adottare le disposizioni applicative entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto – che assegnerà il contributo nei limiti di spesa stabiliti (25 milioni di euro per il 2012, 50 milioni a partire dal 2013).


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 27 giugno 2012

Quesito: ISEE dipendenti Vaticano.


avrei bisogno di chiarimenti riguardo la dichiarazione ISEE per i dipendenti Vaticano:
c'è chi dichiara  soltanto il reddito dei fabbricati e non quello lavorativo;
c'è chi toglie 8000 euro dal reddito annuale;
a me hanno fatto una dichiarazione ISEE calcolando lo stipendio base x 12 mesi.
Qual'è la regola esatta?

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Quesito: assegni familiari.

NEL MODULO PER ASSEGNI DEVO SEGNARE REDDITI DI ABITAZIONE  PRINCIPALE PERCHE? E SE SI DOVE SONO INDICATI?

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Fusione per incorporazione.


Domanda
La società x viene fusa per incorporazione nella società. La fusione è neutrale poichè i soci delle due società sono i medesimi e con le medesime quote di partecipazione. Non c'è differenza da concambio e nessun aumento di capitale sociale. Contabilmente come va considerato il patrimonio netto della società x nella società y? Le riserve si sommano alle riserve di pari natura ma il capitale sociale di x come va considerato?

Risposta
Dalla lettura del quesito sembra evincersi la seguente situazione: le partecipazioni/quote delle non meglio specificate società X e Y risultano detenute dai soci A e B nelle medesime percentuali di partecipazione ( 50% e 50%, 70% e 30%, ecc...) e complessivamente per l'intero capitale sociale di entrambe le società. Nessuna delle due società, pertanto, risulta detenere partecipazioni nell'altra società.

Stante tale situazione si rileva che la fusione per incorporazione delle società in esame, che nel caso in questione si ipotizzeranno essere entrambe società di capitali, porterà a una mera sommatoria delle corrispondenti poste di bilancio senza, quindi, effettuare alcun cambiamento di destinazione/classificazione. Fanno eccezione le sole poste di debito/credito reciproche, che andranno annullate.

A seguito della perfetta coincidenza della quota di partecipazione detenute dai due soci in entrambe le società, non vi sarà necessita di provvedere all'individuazione di alcun rapporto di concambio, come espressamente disposto in tal senso anche dal Documento contabile OIC n. 4, né di procedere alla redazione della relazione degli esperti sul rapporto di concambio che risulta essere, appunto, inesistente.

In considerazione che, come si desume dal quesito, la delibera di fusione non abbia previsto l'incremento del capitale sociale della società incorporante, il capitale sociale della società incorporata andrà riportato in una posta contabile che non muti la sua caratteristica di apporto di capitale e pertanto, in un'apposita riserva avente, ai fini fiscali, natura di riserva di capitali.


Fonte: IPSOA

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Pratiche di adozione internazionale.


L’ente autorizzato allo svolgimento delle pratiche di adozione internazionale è tenuto a certificare anche le spese sostenute direttamente dai genitori adottivi e quelle sostenute presso soggetti diversi dall’ente?

L’ente autorizzato deve certificare non solo le spese sostenute direttamente dall’ente stesso per la procedura di adozione e rimborsate dagli aspiranti genitori adottivi, ma anche quelle sostenute direttamente da costoro o presso soggetti diversi dall’ente autorizzato. Al fine di porre l’ente autorizzato nella condizione di certificare tutte le spese connesse alla procedura, gli aspiranti all’adozione dovranno consegnare all’ente stesso, oltre alla documentazione delle spese autonomamente sostenute, anche un’apposita autocertificazione, resa ai sensi dell’articolo 46 del Dpr n. 445/2000, oppure una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, con cui attestino che le spese, per le quali chiedono la deduzione dal reddito complessivo ai sensi dell’articolo 10, comma 1, lettera l-bis del Tuir, e che non sono state sostenute direttamente dall’ente autorizzato sono “riferibili esclusivamente alla procedura di adozione di cui al Capo I del Titolo III della legge n. 184/1983” (cfr risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 77/2004).


Fonte: Agenzia Entrate

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Costi da reato: indeducibili anche in caso di prescrizione.


La recente sentenza n. 40/12/12, emessa dalla Commissione tributaria regionale di Bologna, depositata l'11 giugno, costituisce una delle prime applicazioni concrete della normativa vigente in materia di indeducibilità di costi da reato, come modificata dal decreto "semplificazioni fiscali" (Dl 16/2012).
La decisione dei giudici di secondo grado, di accoglimento dell'appello dell'Amministrazione finanziaria, facendo puntuale applicazione della recente novella legislativa intervenuta in materia di costi illeciti, ha affermato il principio di diritto secondo cui l'indeducibilità dei costi da reato resta ferma anche nella ipotesi in cui interviene l'estinzione del reato per prescrizione.

La fattispecie concreta
La vicenda processuale affrontata dalla Ctr di Bologna trae origine da un'attività di indagine della Guardia di finanza di Ravenna, espletata nei confronti di un calzaturificio, che aveva portato al sequestro di uno stock di tomaie di provenienza estera, successivamente utilizzate per la produzione di calzature anti-infortunistica sulle quali era stata apposta la dicitura "made in Italy", in violazione dell'articolo 517 del codice penale, per il quale, nella formulazione vigente ratione temporis, "Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in circolazione opere dell'ingegno o prodotti industriali, con nomi, marchi o segni distintivi nazionali o esteri, atti a indurre in inganno il compratore sull'origine, provenienza o qualità dell'opera o del prodotto, è punito, se il fatto non è preveduto come reato da altra disposizione di legge, con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire due milioni".

Sulla base di tale attività istruttoria, l'Agenzia delle Entrate emetteva un avviso di accertamento, contestando ai fini fiscali, l'infedeltà delle dichiarazioni Ires, Irap e Iva, in ragione dell'indebita deduzione di costi i quali, ex articolo 14, comma 4-bis della legge 537/1993 (nella versione previgente), dovevano considerarsi riconducibili ad attività delittuosa.
Contro l'atto impositivo, la società proponeva ricorso dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Ravenna, chiedendo l'annullamento dell'avviso di accertamento per illegittimità dello stesso.

L'adita Commissione accoglieva il ricorso della società, ritenendo che, nel caso in esame, non fossero ravvisabili gli estremi del reato di cui all'articolo 517 codice penale, come integrato dall'articolo 43 della legge n. 350/2003, accogliendo la tesi della ricorrente, secondo cui la lavorazione sostanziale era posta in essere in Italia.

Contro la sentenza di primo grado, l'ufficio proponeva appello, ritenendo configurabile, nel caso concreto, la lesione della normativa in materia di "made in Italy", in quanto le calzature prodotte dalla società, con specifica funzione anti-infortunistica, giungevano in Italia già predisposte per l'attacco alla suola, con la sola apposizione, sul territorio nazionale, delle pre-suole in acciaio e di quella in gomma.

Le motivazioni della pronuncia
L'accoglimento dell'appello proposto dall'Amministrazione finanziaria si fonda sostanzialmente su due ordini di ragioni:
in primo luogo, la Commissione regionale ha correttamente ritenuto rilevante, ai fini della risoluzione della controversia, "l'individuazione, con riferimento a merci alla cui produzione abbiano concorso, come nel caso in specie, aziende situate in nazioni diverse, della localizzazione dell'ultima trasformazione sostanziale". L'iter logico-giuridico sviluppato dai giudici tributari si incentra sul principio generale secondo cui "per individuare il paese d'origine, al cui accertamento è connessa la possibilità di apporre l'etichetta 'made in italy' sul prodotto, l'allegato 11 del Regolamento CEE 2/02/1993 n. 2494/93 Cee, esclude proprio le calzature incomplete formate da tomaie fissate alla suole primarie". Applicando tale principio alla fattispecie concreta, l'organo giudicante ha, pertanto, ritenuto che "una calzatura la cui produzione abbia l'impiego di tomaia di origine estera, giunta in territorio italiano già predisposta per l'attacco alla suola e per la quale la finitura completa in Italia si limiti all'apposizione delle pre -suole in acciaio e in gomma, non può essere considerata di origine italiana, per cui l'apposizione del marchio "made in Italy" sulla calzatura stessa può integrare il reato di cui all'art. 517 c.p.". Ciò per la ragione fondamentale secondo cui il "made in Italy" è considerato segno distintivo dei valori della tradizione, della cultura del design e della qualità del prodotto in generale, che conferisce un valore aggiunto al prodotto stesso.
Tuttavia, la pronuncia in commento manifesta tutta la sua attualità nella parte in cui "salva" l'indeducibilità dei costi da reato, applicando l'articolo 14, comma 4-bis, della legge 537/1993 (recentemente modificata dalla legge 44/2012). La novella legislativa, infatti, ha previsto che "non sono ammessi in deduzione i costi e le spese dei beni o delle prestazioni di servizio direttamente utilizzati per il compimento di atti o attività qualificabili come delitto non colposo per il quale il pubblico ministero abbia esercitato l'azione penale o, comunque, qualora il giudice abbia emesso il decreto che dispone il giudizio ai sensi dell'articolo 424 del codice di procedura penale ovvero sentenza di non luogo a procedere ai sensi dell'articolo 425 dello stesso codice fondata sulla sussistenza della causa di estinzione del reato prevista dall'articolo 157 del codice penale". Il riferimento all'articolo 157 codice penale, ossia alla prescrizione del reato (inizialmente non previsto nell'articolo 8 del Dl 16/2012), è stato inserito in sede di conversione, probabilmente nell'intento di evitare che sentenze penali di non luogo a procedere fondate su motivi estranei al merito possano riverberare i propri effetti favorevoli anche sul piano fiscale.
Nel caso in commento, invero, la Commissione regionale ha ritenuto dirimente, ai fini della risoluzione della controversia, il passaggio in giudicato della pronuncia penale di estinzione del reato a seguito di prescrizione emessa nei confronti del rappresentante legale del calzaturificio, unitamente alla citata modifica legislativa.
In conclusione, la pretesa erariale, già riconosciuta condivisibile dai giudici in virtù degli elementi attinenti al merito, trova ulteriore conforto nell'applicazione della recente modifica normativa in materia di trattamento fiscale dei costi da reato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Compensi non dichiarati e versamenti ingiustificati legittimano l'induttivo.


I versamenti ingiustificati e i contratti di locazione con compenso non dichiarato legittimano l'accertamento induttivo, vale a dire quella tipologia di accertamento utilizzata dall'Agenzia delle Entrate per ricostruire la base imponibile ai fini delle imposte sui redditi e dell'Iva, prescindendo dalle scritture contabili del contribuente, perché mancanti o inattendibili.
A chiarirlo è la Corte di cassazione con l'ordinanza 10101 del 19 giugno.

I fatti
Un mediatore immobiliare ha impugnato un avviso di accertamento relativo all'anno 1998, per Iva, Irpef e Irap, basato su un processo verbale di constatazione redatto dalla Guardia di finanza.
In primo grado, la Commissione tributaria provinciale ha confermato la legittimità dell'atto impositivo emesso dall'Agenzia, con sentenza che è stata successivamente confermata in grado d'appello.

Avverso tale pronuncia il contribuente ha proposto ricorso per cassazione, al fine di denunciare l'insufficiente motivazione della decisione, nonché la violazione e la falsa applicazione dell'articolo 32, comma 1, n. 2, del Dpr 600/1973, e dell'articolo 51, comma 2, n. 2, del Dpr 633/1972. In particolare, in sede di legittimità, il contribuente si è difeso asserendo di aver fornito giustificazioni non generiche riguardo alle movimentazioni bancarie svolte, le quali sarebbero risultate relative a operazioni non fiscalmente rilevanti.

Con l'ordinanza in esame, la Corte di cassazione ha rigettato l'impugnazione proposta, concludendo per la validità dell'accertamento induttivo effettuato dall'Agenzia.

La motivazione della Corte
Con l'ordinanza 10101/2012, la Corte di cassazione ha innanzitutto rilevato che, dalla lettura della sentenza di secondo grado, si evincono chiaramente gli accertamenti effettuati dalla Commissione tributaria regionale, fondati in particolare sulle risultanze, appositamente richiamate, del processo verbale di constatazione della Guardia di finanza.
In particolare, dall'esame della sentenza emerge che il contribuente svolgeva abituale attività di mediatore immobiliare e che presso la sua abitazione era stata rinvenuta documentazione extracontabile, consistente in appunti, ricevute e contratti di locazione.
Inoltre, risulta che il contribuente aveva effettuato alcuni versamenti in contanti sul proprio conto corrente bancario, in relazione ai quali non era riuscito però a fornire adeguate giustificazioni, e che lo stesso aveva poi presentato istanza di accertamento con adesione, senza tuttavia fornire la documentazione appositamente richiesta dall'ufficio.

Tali argomentazioni risultano, a parere della Corte, di per sé sufficienti a supportare, nonché a legittimare, la sentenza di secondo grado, con la conseguenza che la motivazione censurata deve ritenersi "pienamente conforme all'insegnamento di questa Corte quanto alla rilevanza probatoria delle verifiche delle movimentazioni bancarie… v. per tutte Cass. 10036/2011".
In proposito, si evidenzia che, secondo il richiamato orientamento giurisprudenziale formatosi in materia di accertamento induttivo, "In tema di accertamento delle imposte sui redditi, in virtù della presunzione di cui al d.P.R. 29 settembre 1973 n. 600, art. 32 - che, data la fonte legale, non necessita dei requisiti di gravità, precisione e concordanza richiesti dall'art. 2729 c.c., per le presunzioni semplici -, sia i prelevamenti che i versamenti operati su conti correnti bancari vanno imputati a ricavi conseguiti dal contribuente nella propria attività d'impresa, se questo non dimostra di averne tenuto conto nella determinazione della base imponibile oppure che sono estranei alla produzione del reddito".

Inoltre, con particolare riferimento all'ipotesi in cui l'accertamento effettuato dall'ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, "è onere del contribuente, a carico del quale si determina una inversione dell'onere della prova, dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non siano riferibili ad operazioni imponibili, mentre l'onere probatorio dell'amministrazione è soddisfatto, per legge, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti".
In tal senso, oltre alla citata sentenza 10036/2011, vedi Cassazione 4589/2009, 7766/2008, 25365/2007, 9573/2007, 1739/2007, 14675/2006, 7329/2003 e 4601/2002.

Conclusioni
Con l'ordinanza 10101/2012, la Suprema corte ha ritenuto legittimo l'accertamento induttivo, disposto dall'Agenzia delle Entrate nei confronti del mediatore immobiliare, in quanto fondato su versamenti ingiustificati presenti nel conto corrente del contribuente, nonché sul reperimento di contratti di locazione, con riferimento ai quali non era stato dichiarato alcun reddito.
La Cassazione ha ulteriormente ribadito l'orientamento secondo il quale, nei casi in cui l'accertamento tributario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, spetta al contribuente, tenuto conto dell'inversione dell'onere della prova, dimostrare che gli elementi desumibili dalle movimentazioni bancarie non siano riferibili a operazioni imponibili, mentre per l'Amministrazione finanziaria è sufficiente allegare i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti.
Ne deriva che, a giudizio della Cassazione, con riferimento all'attività di mediazione immobiliare, il riscontro sul conto corrente di versamenti non giustificati e il reperimento di contratti di locazione non conosciuti dal Fisco risultano indici di un reddito imponibile non dichiarato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Contratti di leasing e noleggio.


Nuovo termine per la comunicazione dei dati dei contratti di leasing e noleggio stipulati da società e operatori commerciali. A seguito della necessità, manifestata dalle aziende, di avere più tempo per gli adeguamenti tecnici dei software, l’invio è prorogato al 29 ottobre 2012.
A stabilirlo, un provvedimento del direttore dell’Agenzia del 26 giugno.

La comunicazione dei dati era stata prevista dal provvedimento del direttore dell’Agenzia del 5 agosto 2011. In base a tale provvedimento, banche e intermediari finanziari che esercitano attività di leasing finanziario e/o operativo e gli operatori commerciali che svolgono attività di locazione e/o di noleggio sono tenuti a inviare all’Anagrafe tributaria i dati dei clienti con cui hanno stipulato contratti aventi a oggetto autovetture, autocaravan e altri veicoli, unità da diporto e commerciali, aeromobili, immobili, beni mobiliari, eccetera.

Per la trasmissione telematica, sono stati resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate appositi software di controllo.
Lo stesso provvedimento, poi, ha stabilito che, una volta entrato a regime l’adempimento, la trasmissione dei dati dovesse essere eseguita entro il 30 giugno di ogni anno. Dunque, per i contratti del 2011 il termine era il 30 giugno 2012 (per quelli riguardanti gli anni 2009 e 2010, invece, era stata prevista una scadenza unica al 31 dicembre 2011, poi slittata al 31 gennaio 2012).

Con il provvedimento di oggi, in considerazione del fatto che le associazioni di categoria hanno chiesto più tempo per poter raccogliere le informazioni e i dati da trasmettere, il termine per l’invio della comunicazione fissato per il 30 giugno è prorogato al 29 ottobre 2012.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 26 giugno 2012

Quesito: IVA acquisto edificio uso commerciale.

Dovrei acquistare un edificio ad uso commerciale il venditore lo aveva acquistato nel 1966 non ha subito ristrutturazioni se non operazioni ordinarie di mantenimento devo ugualmente pagarvi l'iva al 21% o una tassa di registro in totale pari al 11%. Non sono una società

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Il diritto a detrazione può essere negato ma sempre a certe condizioni.


Le due controversie, trattate congiuntamente, riguardano il rifiuto dell’Amministrazione fiscale ungherese di riconoscere il diritto a detrazione Iva assolta a monte su operazioni considerate sospette. L’articolo 178 della direttiva n. 2006/112, stabilisce che per esercitare il diritto a detrazione, relativa alla cessione di beni e alle prestazioni di servizi, il soggetto passivo deve essere in possesso di una fattura redatta in conformità a quanto previsto dagli articoli da 220 a 236 e degli articoli 238, 239 e 240.
L’articolo 273 prevede poi che gli Stati membri possono stabilire, nel rispetto della parità di trattamento delle operazioni interne e delle operazioni effettuate tra Stati membri da soggetti passivi, altri obblighi ritenuti necessari per assicurare l’esatta riscossione dell’Iva ed evitare  il rischio di evasioni. A condizione, però, che gli obblighi non diano luogo, negli scambi tra Stati membri, a formalità connesse con il passaggio di una frontiera.

L'oggetto delle controversie
Nella prima fattispecie (causa C-80/11) una società ungherese stipulava con un’altra società un contratto relativo alla fornitura di tronchi di acacia non lavorati; la seconda società emetteva, a nome della prima, sedici fatture per la cessione di diverse quantità di tronchi, menzionando tutte le fatture nella propria dichiarazione fiscale ed affermando che le cessioni erano state effettuate  corrispondendo l’Iva a seguito della cessione. Anche la prima società includeva tali fatture nella sua dichiarazione fiscale esercitando il diritto a detrazione. Le quantità di tronchi acquistate venivano rivendute dalla società acquirente ad altre imprese.

La posizione del Fisco magiaro
Ciò posto, l’Amministrazione fiscale ungherese, ravvisando la presenza di irregolarità nell’operazione, dichiarava l’esistenza di un debito fiscale a carico della società acquirente con pagamento di relative sanzioni e interessi, ritenendo  insussistente il diritto della società alla detrazione in base alle fatture, che non potevano, secondo gli esiti del controllo effettuato, essere considerate rispondenti.
Nella seconda fattispecie, l’Amministrazione fiscale ungherese ravvisava irregolarità in relazione a una operazione riguardante un contratto di appalto che prevedeva lavori di costruzione, anche ricorrendo all’apporto di subappaltatori. Al riguardo, l’ente impositore ungherese dichiarava che le fatture emesse dall’ultimo subappaltatore non potevano provare l’esistenza dell’operazione economica indicata.
Pertanto, benchè non fosse confutabile la circostanza che i lavori fossero stati effettivamente eseguiti, non  era possibile accertare compiutamente quale imprenditore avesse realizzato i lavori e pertanto le fatture non avrebbero rappresentato una reale operazione economica e sarebbero quindi state fittizie.
L’amministrazione fiscale rifiutava il diritto alla detrazione che risultava dalle operazioni controverse, dichiarando l’esistenza di un debito fiscale a carico del primo appaltatore a titolo di Iva  e provvedeva ad applicare sanzioni e interessi di mora.
Le questioni pregiudiziali sollevate    
Ciò premesso, le autorità giurisdizionali adite per impugnare le decisioni adottate dall’Amministrazione fiscale ungherese, hanno deciso di sospendere il procedimento e sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
se un soggetto passivo che soddisfi tutte le condizioni sostanziali per la detrazione dell’Iva, possa essere privato del suo diritto alla detrazione da una normativa o prassi nazionale che vieta la detrazione dell’Iva pagata in occasione dell’acquisto di beni. E questo nel caso in cui l’unica prova idonea a dimostrare che la cessione dei beni è stata realizzata è la fattura, ma il soggetto passivo non dispone di documenti provenienti dall’emittente della fattura idonei a dimostrare che quest’ultimo disponeva di tali beni;
se lo Stato membro può imporre, per garantire l’esatta riscossione dell’imposta ed evitare le evasioni, che il destinatario della fattura disponga di altri documenti idonei a provare che l’emittente della fattura disponeva dei beni e che questi ultimi sono stati forniti o trasportati a favore del destinatario della fattura;
se le disposizioni della direttiva consentono all’Amministrazione fiscale di privare il soggetto passivo del diritto alla detrazione, qualora l’emittente della fattura non sia in grado di dimostrare di aver fatto ricorso ad altri subappaltatori in modo conforme al diritto;
se, sia consentito all'Amministrazione fiscale, laddove  non contesti l’effettiva esecuzione dell’operazione economica indicata nella fattura e quest’ultima sia formalmente conforme al diritto, escludere il recupero dell’Iva in quanto i subappaltatori di cui l’emittente della fattura si è avvalso non sono identificabili o l’emissione di fatture da parte dei subappaltatori non è conforme alla disciplina vigente.
Le valutazioni della Corte di giustizia  
La Corte rileva che il diritto dei soggetti passivi di detrarre, dall’Iva di cui sono debitori, la parte dovuta o versata a monte per i beni acquistati e per i servizi prestati è un principio fondamentale dell’imposta. Tuttavia, compete pur sempre alle autorità e ai giudici nazionali, negare il beneficio del diritto alla detrazione, ove sia dimostrato, in base ad elementi oggettivi, che il diritto viene invocato in modo fraudolento o abusivo.
Nei casi in esame, le operazioni invocate a fondamento del diritto alla detrazione sono state effettuate e le fatture contengono le informazioni richieste dalla direttiva 2006/112, per cui sussistono le condizioni di forma e sostanza richieste per far valere l’esercizio del diritto alla  detrazione. In base a consolidata giurisprudenza comunitaria, per negare il diritto alla detrazione, occorre dimostrare, sulla base di elementi oggettivi, che il soggetto passivo, a cui sono stati forniti beni e servizi posti a fondamento del diritto alla detrazione, sapeva o avrebbe dovuto sapere che tale operazione si inseriva in una evasione commessa dal fornitore o da altro operatore a monte. Difatti, un soggetto che avrebbe dovuto sapere che con il proprio acquisto partecipava a una operazione che si iscriveva nell’ambito di una evasione Iva, deve ritenersi partecipante a tale evasione. E questo a prescindere dalla circostanza che egli tragga beneficio dalla rivendita di beni o dall’utilizzo dei servizi nell’ambito delle operazioni soggette ad imposta da lui effettuate  a valle.
Non si può invece sanzionare, negando il diritto alla detrazione, il soggetto passivo che non avrebbe potuto sapere che l’operazione interessata si iscriveva in una evasione commessa dal fornitore, o che un’altra operazione nell’ambito della catena della fornitura, era viziata dall’evasione dell’Iva.

I compiti dell'Amministrazione fiscale
La Corte precisa poi che spetta all’Amministrazione fiscale competente dimostrare adeguatamente gli elementi oggettivi in base ai quali è possibile concludere che il soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere che l’operazione invocata a sostegno del diritto alla detrazione si iscriveva in una evasione commessa dal fornitore o da altro operatore intervenuta a monte nella catena di fornitura. L’Amministrazione fiscale, per assicurarsi che non sussistano irregolarità o evasioni a livello degli operatori a monte, non può esigere, che il soggetto passivo, a cui spetta esercitare il diritto alla detrazione dell’Iva, verifichi che:
l’emittente della fattura correlata ai beni e ai servizi in nome dei quali viene richiesto l’esercizio di tale diritto abbia la qualità di soggetto passivo;
disponga dei beni di cui si tratta, e sia in grado di fornirli;
abbia soddisfatto i propri obblighi di dichiarazione e pagamento dell’Iva o che tale soggetto passivo disponga di documenti a tale riguardo.
Spetta infatti, in linea di principio, alle autorità fiscali, effettuare i controlli necessari presso i soggetti passivi al fine di rilevare irregolarità e evasioni in materia di Iva nonché infliggere sanzioni al soggetto passivo che ha commesso irregolarità o evasioni.

La sentenza della Corte
Le conclusioni a cui pervengono gli eurogiudici nella sentenza sono le seguenti:
le disposizioni della direttiva 2006/112 non consentono a una prassi nazionale di negare a un soggetto passivo il diritto di detrarre, dall’importo dell’Iva dovuta, l’importo dell’imposta dovuta o versata per i servizi che gli sono stati forniti. E questo adducendo la motivazione che chi ha emesso la fattura correlata a detti servizi, o uno dei subfornitori, ha commesso irregolarità. E questo senza che  l'Amministrazione fiscale dimostri, sulla base di elementi oggettivi, che il soggetto passivo interessato sapeva o avrebbe dovuto sapere che l’operazione invocata a fondamento del diritto alla detrazione si inscriveva in una evasione, intervenuta a monte nella catena di prestazioni, e commessa dal soggetto emittente o da altro operatore;
le stesse disposizioni non consentono a una prassi nazionale di negare il diritto a detrazione al soggetto passivo che non si è assicurato di verificare che l’emittente della fattura, correlata ai beni per i quali si chiede il diritto a detrazione, è soggetto passivo, dispone dei beni ed è in grado di fornirli, ha soddisfatto i propri obblighi di dichiarazione e di pagamento dell’Iva. Inoltre non vale addurre la motivazione per cui il soggetto passivo non dispone, oltre che di tale fattura, di altri documenti idonei a dimostrare la sussistenza delle circostanze menzionate. E questo sebbene ricorrano le condizioni di forma e sostanza previste dalla direttiva 2006/112 per l’esercizio del diritto alla detrazione e il soggetto passivo non disponga di indizi che giustificano il sospetto dell’esistenza di irregolarità o evasioni nella sfera del soggetto emittente.


Fonte: Agenzia Entrate

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Moltiplicatore catastale ai fini dell'imposta di registro.


Vorrei sapere se da quest’anno il valore catastale di un immobile ai fini dell’imposta di registro va calcolato in base a nuovi moltiplicatori catastali.

Il valore catastale di un immobile rileva per il calcolo della base imponibile su cui applicare determinate imposte. Non coincide con il valore di mercato e si ottiene moltiplicando la rendita catastale rivalutata per un apposito moltiplicatore (c.d. moltiplicatore catastale) stabilito per legge. Con il decreto legge n. 201/2011 (“salva Italia”), i moltiplicatori catastali sono stati modificati ai fini del calcolo dell’Imu. Viceversa, ai fini dell’imposta di registro, dell’imposta ipotecaria e di quella catastale, i moltiplicatori catastali sono rimasti uguali.


Fonte: Agenzia Entrate

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Parquet ad aliquota Iva ordinaria anche se non necessita di collanti.


Sconta l’aliquota Iva ordinaria e non quella agevolata l’acquisto di un parquet di tipo “flottante”, che non necessita, cioè, di collanti per la posa in quanto tale caratteristica non lo rende comunque riconducibile alla categoria dei “beni finiti”, che beneficiano dell’Iva al 10%, ma a quella dei materiali di rivestimento.
L’intervento, riconducibile all’ipotesi di “pavimento verso l’esterno”, può invece fruire della detrazione del 55% per risparmio energetico, purché sussistano i requisiti di “trasmittanza termica” previsti dall’allegato B al decreto del ministro per lo Sviluppo economico 11 marzo 2008.
Le precisazioni arrivano con la risoluzione n.71/E del 25 giugno.

L’Agenzia delle Entrate, nel documento di prassi, chiarisce che i “beni finiti”, che beneficiano dell’Iva agevolata al 10 %, sono quelli che successivamente all’utilizzo nell’intervento di recupero, non perdono la loro individualità (ad esempio, gli ascensori, gli infissi, i sanitari). Il parquet in esame, invece, anche se può essere montato senza l’uso di collanti, una volta smontato, non è un bene dotato di una propria autonomia e funzionalità.
Di conseguenza, la cessione di un pavimento con le caratteristiche descritte, deve scontare l’Iva ordinaria.

Altro punto chiave della risoluzione è se, nell’ambito di un intervento di ristrutturazione edilizia, il rifacimento della pavimentazione possa fruire o meno della detrazione del 55% per risparmio energetico. Al riguardo, l’Agenzia ricorda che il beneficio fiscale, in caso di “strutture opache orizzontali (coperture e pavimenti)... spetta a condizione che siano rispettati i requisiti di trasmittanza termica”, deve, cioè, trattarsi di “pavimenti verso locali non riscaldati o verso l’esterno”.
Il parquet in esame, precisa l’Agenzia, è riconducibile alle ipotesi di pavimento verso l’esterno e, di conseguenza, può beneficiare della detrazione del 55 per cento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cessione piattaforme elevatrici. Si condizionato all’Iva al 4%.


Le cessioni di piattaforme elevatrici possono beneficiare dell’Iva ridotta del 4%, a condizione che gli impianti di sollevamento, ancorché realizzati nel rispetto della normativa per il superamento delle barriere architettoniche (legge 13/1989), rispondano alle specifiche tecniche contenute nel relativo decreto attuativo (Dm 14 giugno 1989, n. 236).
Il chiarimento è contenuto nella risoluzione n. 70/E del 25 giugno.

L’intervento dell’Agenzia delle Entrate origina da un’istanza d’interpello, concernente l’individuazione dell’aliquota Iva applicabile alle cessioni di piattaforme elevatrici, realizzate ai sensi della legge n. 13/1989, recante “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”.
In particolare, il documento di prassi precisa la portata applicativa della disposizione contenuta nel punto 31 della Tabella A, parte seconda, allegata al Dpr 633/1972, che stabilisce l’aliquota ridotta del 4% per “servoscala e altri mezzi simili atti al superamento di barriere architettoniche per soggetti con ridotte o impedite capacità motorie”.

Si tratta, nella specie, di un’agevolazione che:
fa esclusivo riferimento a beni le cui specificità tecniche sono, in concreto, idonee a garantire la mobilità dei soggetti portatori di handicap
ha carattere oggettivo, in quanto guarda alla natura dei beni ceduti piuttosto che allo status di invalidità del soggetto acquirente.

In tale ottica, il legislatore ha inteso agevolare ogni stadio e fase di commercializzazione dei prodotti in questione, anche nell’ipotesi in cui destinatario dell’acquisto sia una scuola, un condominio o un ente in genere.

In relazione alla fattispecie esaminata, l’Agenzia ha quindi affermato che il riferimento alla legge 13/1989 non costituisce condizione sufficiente a stabilire se le piattaforme cedute possano scontare l’Iva al 4 per cento.
Ciò, in quanto l’articolo 2 del Dm n. 236/1989, di attuazione della legge 13/1989, definisce le barriere architettoniche in termini di “ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque…” e, in particolare, per “coloro che, per qualsiasi causa, hanno una capacità motoria ridotta o impedita in forma permanente e temporanea” … nonché “…per non vedenti, ipovedenti e sordi”.

L’ampia formulazione della norma, che fa riferimento a chiunque incontri un ostacolo alla mobilità a prescindere da uno stato oggettivo di disabilità, impedisce, di fatto, di applicare sic et simpliciter l’aliquota Iva del 4%, prevista dal punto 31 della Tabella A, parte seconda, allegata al Dpr 633/1972, per i mezzi di sollevamento dedicati al superamento delle barriere architettoniche di soggetti portatori di disabilità.

Nella risoluzione viene, inoltre, evidenziato che l’aliquota ridotta si rende senz’altro applicabile ai servoscala e alle piattaforme elevatrici disciplinati dall’articolo 4.1.13 del citato decreto ministeriale che, a sua volta, rinvia al successivo articolo 8.1.13 relativamente alle specifiche tecniche degli impianti in questione, quali dimensioni, portata, velocità, sicurezze dei comandi, eccetera.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 25 giugno 2012

Quesito: richiesta assegni familiari e determinazione ticket sanitario.


sono un lavoratore a tempo indeterminato e prendo circa sui 24000 Euri lordi annui, ma che per 8 mesi all'anno per 2 volte a settimana insegna nuoto. Oltre al mio reddito
da lavoratore dipendente nel 2011 ho percepito anche 1155€. Questo reddito da quando faccio la dichiarazione dei redditi non mi è mai stato conteggiato perchè deriva da compensi sportivi inferiori a €7500,00 ed ha già una ritenuta alla fonte. Ma nel modulo della richiesta degli assegni familiari(ho un figlio piccolo) c'è anche da indicare i redditi esenti da imposta o soggetti di ritenuta alla fonte a titolo di imposta o imposta sostitutiva da indicare solo se superano complessivamente 1032,91 Euro e non so il mio caso rientra in questa casistica.Visto che vorrei fare le cose correttamente Li devo indicare? Se li devo indicare devo anche sommarci i 200€ di interessi annui che ho percepito sul mio libretto dalla banca?
Visto che nella determinazione delle fasce del ticket siamo in prima fascia per circa 100€(lavora anche mia moglie ed insieme arriviamo a 36000 Euro lordi ca) è chiaro che se dovessi aggiungere anche questo reddito sportivo andrei in seconda fascia lo devo sommare?

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Quesito: prestazione occasionale.

ho un problema da risolvere e i tempi sono un po’ stretti… Mi spiego: Ho letto la vostra dichiarazione nel blog sul lavoro occasionale e mi pare di aver capito quasi tutto. Il problema è che chi mi ha commissionato il lavoro occasionale insiste nel dirmi che, una volta trattenuto il 20% non devo pagare null’altro e solo “dichiararlo” nel 730 e che non farà cumulo; di contro il CAAF dice esattamente l’opposto è mi è arrivata una bastonata dritta nei denti. Chi ha ragione? La prestazione è stata fatta per 5.625 € lordi ed ho percepito un netto pari a 4.500 €.

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Rimborso Iva: termine di richiesta è "tranchant" per i non residenti.


L'articolo 7, paragrafo 1, primo comma, della direttiva 77/1072/CEE è relativo alle modalità per il rimborso dell'imposta sul valore aggiunto a soggetti passivi non residenti. La domanda di pronuncia pregiudiziale verte proprio sulla interpretazione di tale articolo. Nello specifico il giudice del rinvio chiede se il termine di sei mesi, per la presentazione della istanza di rimborso Iva dai soggetti non residenti, debba essere inteso come un termine di decadenza. La controversia, infatti, sorge nell'ambito di una richiesta di rimborso per l'Iva versata in eccedenza nello Stato italiano da una società con sede nei Paesi Bassi.

Fatti e procedimento principale
L'Amministrazione tributaria italiana non ha concesso il rimborso dell'Iva, versata dalla società controparte, sulla base di fatture emesse nell'anno 1999. Motivazione del diniego è stata la tardiva presentazione della istanza di rimborso rispetto alla data di riferimento del 30 giugno. La Commissione tributaria provinciale di Roma accoglieva il ricorso della società basandosi sulla considerazione che il termine di sei mesi è un termine meramente indicativo. Di conseguenza l'Amministrazione tributaria adiva in appello la Commissione tributaria del Lazio che, a sua volta, avallava la decisione della Commissione tributaria provinciale. È così che l'Amministrazione decideva di ricorrere ai giudici della Corte suprema di cassazione nel fermo convincimento che il termine controverso fosse un termine di decadenza e non semplicemente indicativo. In considerazione dei fatti di cui alla causa principale, e riconoscendo la necessità di risolvere il dubbio interpretativo sul significato da attribuire al termine controverso, la Corte suprema sospendeva il procedimento per rivolgersi ai giudici della Corte di giustizia europea.

La questione pregiudiziale
Il termine di sei mesi, dell'anno successivo a quello del versamento della eccedenza di Iva, per la presentazione della istanza di rimborso dei soggetti non residenti, di cui all'articolo 7, paragrafo 1, primo comma, ultimo periodo, ottava direttiva Iva, deve intendersi a carattere perentorio? Pertanto, tale termine, se non rispettato, fa decadere dal diritto di presentazione della istanza di rimborso?

Sulla questione pregiudiziale
Assodato che la questione principale è stabilire se il termine dei sei mesi sia o meno un termine di decadenza, i togati europei nell'esaminare, nel merito, la questione propendono da subito per l'attribuzione del carattere di decadenza del termine. Non vale a sminuire tale presa di posizione il dubbio che le varie versione linguistiche della norma possono suscitare. Infatti, nel caso di discrepanze dovute a differenze linguistiche, le disposizioni dell'Unione debbono trovare una interpretazione uniforme. Interpretazione, le cui linee guida devono basarsi sulla funzione economica e sulla finalità della normativa a cui la disposizione appartiene. In tale contesto la l'ottava direttiva, di cui l'articolo 7 fa parte, è stata legiferata proprio con lo scopo di dirimere le divergenze fra le disposizioni in vigore nei singoli Stati membri, nell'ambito di un più lungimirante obiettivo che è quello della armonizzazione del sistema comune di imposta sul valore aggiunto. Per altro verso, ricordano i giudici della Corte, l'assenza di una puntuale limitazione temporale alla presentazione di un istanza di rimborso, come quella in materia di Iva, rischia di minare alla base il principio della certezza del diritto. Ed ancora, attribuire una interpretazione di carattere ordinatorio del termine dei sei mesi, rimetterebbe il singolo agire alla stregua dei termini in materia di prescrizione estintiva stabiliti dal diritto nazionale di ciascun Stato membro. Termini per i quali non esiste un meccanismo comunitario di armonizzazione, in assenza del quale si paventa il proliferare di divergenze fra  le disposizioni dei diversi Paesi dell'Unione europea. L'assenza di un limite temporale, si deve aggiungere, è assolutamente incompatibile con quanto si evince dalla passata giurisprudenza della Corte. Se ciò non bastasse a chiarire il carattere di termine di decadenza si può aggiungere come al riguardo i singoli Stati membri hanno adottato, con apposita disposizione, una proroga del suddetto termine. Tale proroga costituisce la riprova che anche per i Paesi membri si tratta di un termine di decadenza e non meramente indicativo.

La pronuncia della Corte
A conclusione della disamina svolta, i giudici della quinta sezione della Corte europea di giustizia, considerano come di decadenza il termine stabilito dall'articolo 7, primo comma, della direttiva 79/1072/CEE. Ne consegue che i soggetti passivi non residenti devono scrupolosamente attenersi al termine di sei mesi, dalla fine dell'anno solare di riferimento, per presentare l'istanza di rimborso dell'Iva versata in eccedenza.


Fonte: Agenzia Entrate

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Canone Rai su pc, tablet e smartphone.


Il possesso di computer, tablet e smartphone è soggetto al pagamento del canone Rai?

Il canone ordinario deve essere pagato solo per il possesso di un televisore e non per il mero possesso di un personal computer collegato alla rete, né per tablet e smartphone. È dovuto il canone speciale da parte di imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori, fermo restando che il canone speciale non deve essere corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dati da scritture non obbligatorie, legittimo l’accertamento induttivo.


La contabilità gestionale della grande distribuzione commerciale non rende operativa la presunzione legale di cessione, ma può ben essere oggetto di valutazione ai fini dell’accertamento delle imposte per l’Amministrazione finanziaria.
Questo quanto stabilito dalla Corte di cassazione nella sentenza 9628 dello scorso 13 giugno, che esplora il tema della rettifica delle dichiarazioni sulla base di presunzioni semplici, dotate dei requisiti di cui all'articolo 2729 cc, e fondate sui dati emergenti dalla documentazione, pur se non obbligatoria, tenuta dal contribuente e rinvenuta dai verificatori o spontaneamente esibita.

La vicenda
L’Agenzia delle Entrate emette un avviso di accertamento per l’anno di imposta 2003, con il quale riprende a tassazione maggiori ricavi/componenti positivi, ai fini Irpeg, Irap e Iva, di una società operante nel settore della grande distribuzione commerciale al dettaglio, a seguito di risultanze di prospetti inventariali di fine esercizio riguardanti la contabilità di magazzino, dai quali emerge una differenza negativa, parte in termini strettamente inventariali e parte come scarti e rotture.

Dopo gli esiti non soddisfacenti dei giudizi di merito, la contribuente adisce la Cassazione e propone cinque censure, tre delle quali meritano di essere qui segnalate e di seguito approfondite:
violazione dell’articolo 4 del Dpr 441/1997, poiché il giudice d'appello avrebbe ritenuto che i prospetti contabili redatti dalla società su base puramente volontaria (in quanto non obbligatori ai sensi della norma citata) fossero idonei a fondare le presunzioni legali di cessione previste dal menzionato Dpr, nonostante la mancanza delle fonti di innesco tassativamente previste dalla norma
violazione dell'articolo 2697 cc poiché, secondo la contribuente, una volta esclusa l'applicabilità nella fattispecie del Dpr 441/1997, sarebbe l'ufficio a dover provare l'esistenza di componenti positive non dichiarate
violazione del Dpr 600/1973, articolo 39, comma 1, lettera d), e articolo 2729 cc, poiché il giudice di merito avrebbe attribuito i caratteri di gravità, precisione e concordanza alle presunzioni semplici sulle quali si fondava l'avviso di accertamento, basate esclusivamente su contabilità gestionale non obbligatoria, con la quale la società rilevava l'esistenza di differenze inventariali imputandole a fenomeni diversi dalla cessione di beni.

Il giudizio di legittimità
La Corte di cassazione, nonostante concluda per ritenere la disciplina sulle presunzioni legali di cessione non applicabile al caso di specie, coglie l’occasione per ricordarne alcuni punti fermi. Il Dpr 441/1997 (regolamento recante norme per il riordino della disciplina delle presunzioni di cessione e di acquisto), avente efficacia sostitutiva della disciplina dettata dal Dpr 600/1973, articolo 53, trova applicazione, in virtù del principio di unitarietà dell'ordinamento, anche in materia di imposte dirette, così come già affermato in ben noti precedenti (Cassazione, sentenze 15087/2000, 16483/2006, 15312/2008).
Di particolare rilievo sono gli articoli 1 e 4: il primo stabilisce, da un lato, che i beni acquistati, importati o prodotti che non si trovano nei luoghi in cui il contribuente svolge le proprie operazioni, né in quelli dei suoi rappresentanti, si presumono ceduti e, dall’altro, la tipologia e la modalità della prova contraria a carico del contribuente idonea a vincere la presunzione di cessione; il secondo regola gli effetti di tali presunzioni.
Premesso ciò, la Corte chiarisce che “ai fini dell'operatività della presunzione legale (relativa) di cessione, occorre che la differenza quantitativa, in negativo, tra beni esistenti nei luoghi sopra indicati e quelli acquistati, importati o prodotti risulti o a seguito della verifica fisica dei beni giacenti, oppure dal confronto - "differenza inventariale" - tra la consistenza delle rimanenze registrate e le risultanze delle scritture ausiliarie di magazzino di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 14, comma 1, lett. d), o di altra documentazione obbligatoria”.

Nella fattispecie in esame, tuttavia, essendo la contribuente un’azienda della grande distribuzione non obbligata alla tenuta delle scritture ausiliarie di magazzino per i depositi dei singoli punti vendita, che non fungono da "magazzini interni centralizzati", il confronto tra la consistenza delle rimanenze registrate e le risultanze di tali scritture non appare possibile. La Corte richiama a tal proposito la circolare dell'Agenzia delle Entrate n. 31/2006, chiarificatoria sul punto. Nel documento di prassi, l’Agenzia invita i verificatori a effettuare analisi complessive della posizione economica, patrimoniale e gestionale delle aziende controllate e a non limitarsi alla ripresa a tassazione sic et simpliciter degli importi corrispondenti al valore delle predette differenze. Secondo l’Agenzia occorre, infatti, esaminare il processo di formazione delle differenze e la loro natura fisiologica o patologica in relazione all'attività in concreto svolta dall'impresa e alle informazioni e agli elementi forniti dal contribuente. Proprio con riferimento a questi ultimi, la stessa Agenzia ha cura di rilevare come “…Ciò non significa, ovviamente, che detta contabilità (non obbligatoria) non possa essere oggetto di ispezione ai fini fiscali e che sulle sue rilevazioni possa essere basato un accertamento, sia ai fini dell'I.V.A. che delle imposte dirette, allorquando i verificatori riescano a desumere - avvalendosi anche di ulteriori riscontri documentali (si citano, a titolo esemplificativo, le risultanze dei controlli incrociati e/o di questionari) e/o presunzioni (si pensi, ad esempio, all'eventualità in cui, all'atto dell'accesso, vengano rilevati esuberi di cassa rispetto alle risultanze delle scritture contabili obbligatorie) - l'esistenza di componenti positivi di reddito non dichiarati...”.

Si tratta semplicemente di applicare le regole generali in tema di accertamento delle imposte. Ed è proprio questa la chiave di volta che risolve la questione in commento.
L’emissione dell’avviso di accertamento, così come riconosciuto dalla Cassazione, non fa difatti perno sulla presunzione legale di cessione richiamata dalla contribuente, ma segue le norme che consentono la rettifica delle dichiarazioni sulla base di presunzioni semplici dotate dei requisiti di cui all’articolo 2729 cc (articolo 39 del Dpr 600/1973 e articolo 54 del Dpr 633/1972). Ed è chiaro che ci troviamo di fronte a due piani che operano separatamente. Pertanto, non può assumersi che l’inoperatività delle presunzioni legali di cessione possa attecchire, come pretenderebbe la contribuente, anche le generali norme di accertamento delle imposte.

La Cassazione rammenta, infatti, il proprio orientamento in base al quale “…ha costantemente ammesso la rilevanza, a detti fini, di documentazione, pur se non obbligatoria, tenuta dal contribuente e rinvenuta dai verificatori o spontaneamente esibita (cfr. Cass. nn. 6949 del 2006, 7184 del 2009)…”.
Di conseguenza, i prospetti inventariali, volontariamente redatti dalla contribuente e reperiti dall’Amministrazione finanziaria, ben potevano essere oggetto di valutazione, sia ai fini dell'emissione dell'avviso di accertamento, sia ai fini della successiva decisione del giudice.

Da ultimo e a ulteriore conferma, la Corte richiama una pronuncia in tema di rettifica della dichiarazione Iva, per differenze delle merci giacenti rispetto a quelle contabilizzate, nella quale è stato stabilito che la mancanza di un inventario "fisico" delle merci giacenti - necessario per rendere operante la presunzione di cessione delle merci non rinvenute, di cui al Dpr 633/1972, comma 1, non osta, alla stregua dell'articolo 54 del citato decreto, a che l'ufficio possa avvalersi di altre scritture, diverse da quelle obbligatorie dalle quali siano desumibili omissioni, falsità o inesattezze della denuncia (Cassazione 479/1991).


Fonte: Agenzia Entrate

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Reddito d’impresa: lo stretto nesso tra “finalità” e tasse sui ricavi.


Al primo comma dell’articolo 85 del Tuir, sono elencate le tipologie di corrispettivi, indennità e contributi che vengono considerate ricavi. Nel secondo il comma dello stesso articolo, poi, è scritto che “si comprende inoltre tra i ricavi il valore normale dei beni di cui al comma 1 assegnati ai soci o destinati a finalità estranee all'esercizio dell'impresa”.
Cosa si intende, però, per destinazione a finalità estranee all’esercizio dell’impresa?
Cosa succede, per esempio, quando l’esiguità del prezzo di vendita è dovuta a particolari finalità dell’operazione legate, ad esempio, a interessi di assetto societario e non connessi all’attività tipica dell’impresa?

Il caso più frequente è, infatti, quello del trasferimento dei beni, dettato non dalla volontà di realizzare il massimo prezzo consentito dal mercato, bensì dalla necessità di estromettere i beni immobili da una società per farli confluire in un’altra, prima di cedere parte delle quote della prima società a terzi, nuovi soci.
La scelta del prezzo fuori mercato è del resto, in tali casi, possibile grazie al fatto che la cessione degli immobili non avviene, di solito, nei confronti di un terzo “estraneo”, ma di altro soggetto societario riconducibile alla stessa compagine.
Come conseguenza, si assiste quindi a un trasferimento di beni tra società riferibili a identici proprietari, che non hanno alcun interesse a determinare il prezzo di vendita in base all’andamento del mercato, tanto meno in un caso in cui tale trasferimento non avviene per finalità di impresa.
E’ chiaro, infatti, in queste ipotesi, che la vendita ha il solo obiettivo di estromettere i beni immobili dal patrimonio aziendale, e quindi finalità estranee all’esercizio dell’impresa, in quanto nemmeno rivolta al “mercato”.

Appare allora evidente come debbano essere applicate le disposizioni sopra citate, previste dall’articolo 85 del Tuir, in base al quale “si comprende tra i ricavi il valore normale dei beni destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa”.
Laddove il valore normale a cui fa riferimento la norma è quello disciplinato dall’articolo 9, comma 3, Tuir, da intendersi come “il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione, nel tempo e nel luogo in cui i beni o servizi sono stati acquisiti o prestati, e, in mancanza, nel tempo e nel luogo più prossimi …”.

A smentire le eccezioni, che di solito si rinvengono nei ricorsi contro tali tipi di accertamento, è opportuno ricordare come:
non è vero che le scelte imprenditoriali non siano sindacabili da parte dell’Amministrazione
l’estraneità alle finalità dell’impresa non si realizza solo in caso di cessioni gratuite, ma anche in caso di negozio misto, vendita e donazione, con corrispettivo assolutamente fuori mercato
non è vero che all’ufficio sia precluso un sindacato sull’entità del prezzo fissato nella compravendita, dato che è appunto la norma applicata che, laddove venga dimostrata l’estraneità alle finalità imprenditoriali, consente la deroga al criterio del prezzo con prevalenza del criterio del valore di mercato
non è vero che tale preclusione di sindacato sull’entità del prezzo sia tanto più forte nel caso di imprese appartenenti allo stesso gruppo sociale, dato che è proprio in questi casi che il prezzo può essere deliberatamente fuori mercato (come, per esempio, anche la logica del transfer pricing dimostra).

Ma la questione merita ulteriore approfondimento.
Il prezzo di cessione nei casi in esame è senz’altro un prezzo fuori mercato e avviene senz’altro nell’ambito di una destinazione del bene aziendale a finalità estranee all'impresa, identificabile, come detto, con la figura giuridica del negozio misto della vendita cum donatione.
Se la cessione, del resto, avvenisse a titolo meramente gratuito, sarebbe semplicemente differente l’importo della maggiore imposta, quantificato rispetto a zero e non, ma la finalità estranea (e quindi il presupposto per l’accertamento) sarebbe sempre la medesima.

L’ufficio con tali tipi di accertamenti, quindi, non sindaca la legittimità dell'atto di compravendita come strumento elusivo, ma ne afferma soltanto l’estraneità alle finalità imprenditoriali e applica, pertanto, il diverso metodo (legalmente determinato) di quantificazione dei ricavi.
Essendo, inoltre, in questi casi, il corrispettivo convenuto in atti ritenuto reale (presupposto questo per la stessa ripresa a tassazione, dato che, laddove non venisse considerato reale, la contestazione sarebbe ben diversa), si viene a configurare una transazione antieconomica, che trova giustificazione e presupposto proprio nel fatto che il bene resta nella disponibilità dei medesimi soci, laddove, come detto, lo scopo “tipico” di queste operazioni è appunto quello di estromettere gli immobili dalla società prima della cessione a terzi delle quote societarie.

L’operazione, quindi, è sostanzialmente assimilabile a un’assegnazione di beni al socio. Sul punto, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che non vi è in realtà una compravendita, ma un trasferimento di beni o servizi dall’attività imprenditoriale al consumo personale e non si ha in concreto alcuna cessione (Cassazione, sentenza 12322/2006).
Vero è che il valore di un bene è il risultato del punto di incontro tra domanda e offerta in un mercato libero.
Vero è che le parti, nell’ambito della loro libera attività imprenditoriale, possono pattuire un prezzo diverso da quello di mercato.
Ben può essere, quindi, che il risultato di una effettiva trattativa commerciale sia la definizione di un prezzo diverso da quello che il mercato avrebbe altrimenti stabilito.
Ma, nei casi in esame, mancano proprio queste caratteristiche:
non vi è effettiva trattativa commerciale tra le parti, che sostanzialmente coincidono
non vi è trattativa nell’ambito di un’attività imprenditoriale
e non c’è trattativa nell’ambito di un’attività imprenditoriale perché lo scopo non è la compravendita dell’immobile, nell’ambito di tale attività imprenditoriale, ma la sua estromissione dal complesso societario per ragioni estranee all’attività tipica dell’impresa.
In particolare, ai fini fiscali, è la legge a stabilire che, sussistenti tali presupposti (finalità estranee all’attività imprenditoriale), i ricavi vadano commisurati non sulla base del prezzo, ma sulla base del valore di mercato.

Nell’ambito del reddito d’impresa, peraltro, le ipotesi in cui il valore normale deve essere utilizzato come base imponibile sono soltanto quelle che non vedono coinvolte operazioni con economie terze, o che riguardano comunque ipotesi di autoconsumo (come appunto la destinazione di beni o servizi a finalità estranee all’esercizio d’impresa).
Secondo quanto, infatti, stabilito anche dalla Corte di giustizia, con la sentenza dell’8 maggio 2003, procedimento C-269/00, nel concetto di “destinazione … ad altre finalità estranee all’impresa o all’esercizio dell’arte o della professione” rientra anche l’utilizzo dell’immobile aziendale per fini privati (quali senz’altro, come nel caso in esame, quelli legati agli equilibri dei nuovi assetti societari), con fuoriuscita del bene dalla sfera del complesso aziendale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Deposito di materiali e rifiuti radioattivi.


Domanda
E' legittimo un provvedimento regionale che vieti il deposito di materiali e rifiuti radioattivi sulla base della prevenzione di elevati rischi connessi alla sismicità ed al dissesto idrogeologico del territorio?

Risposta
No, secondo la Corte Costituzionale un provvedimento di tal genere sarebbe qualificabile come disposizione inerente alla materia della "tutela dell'ambiente e dell'ecosistema", quindi rientrante nell'esclusiva competenza statale.

Dunque, nessuna Regione, trovandosi di fronte a regole statali e comunitarie, può sottrarsi autonomamente alle conseguenze di solidarietà economica che derivano da esse.

L'asserita tutela contro i problemi legati alla sismicità ed al dissesto idrogeologico del territorio non basta a far discendere una competenza legislativa regionale che può essere fatta rientrare nelle categorie della protezione civile, della salute pubblica o del governo del territorio, dato che rileva la natura dell'oggetto ed il significato delle disposizioni e non la qualificazione data dalla Regione.

Ne consegue che la Regione non dispone di poteri in campo ambientale in presenza della competenza statale di cui all'art. 117, comma 2, lettera s), Cost.


Fonte: IPSOA

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venerdì 22 giugno 2012

Quesito: dichiarazione dei redditi derivanti da un eredità di una 26enne a carico della madre.


vi scrivo in merito alla dichiarazione dei redditi in quanto ho una situazione molto particolare e CAF e Commercialista di fiducia mi hanno dato risposte vaghe per cui ancora non so cosa devo fare. La mia situazione è la seguente:

vivo a Roma e nel 2011 ho compiuto 25 anni di età, mi sono laureata e non percepivo reddito in quanto non lavoravo. Mia madre, dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia, ha già fatto il 730 dichiarandomi a suo carico (sono figlia di genitori divorziati, a carico 100% di mamma) e quindi scaricando le mie spese universitarie e mediche.
Succede però che nel Settembre 2011 muore mia nonna (madre di mio padre), lasciando in eredità a me e due miei cugini la sua casa di proprietà in provincia di Caserta, la cui rendita catastale da visura risalente a marzo 2012 è di € 309,00. La successione viene ufficializzata solo nel Marzo 2012, ma a quanto so è retroattiva quindi io risulterei proprietaria della casa lasciatami in eredità a partire dal Settembre 2011, mi sbaglio?
A questo punto, ai fini della dichiarazione dei redditi relativamente all'anno 2011 la casa oggetto dell'eredità (di cui sono proprietaria per 1/3 e che risulta come seconda casa in quanto io sono residente a Roma con mia madre) come va dichiarata?

- Nel 730 di mia madre in cui io risulto a carico, tramite un'integrazione della proprietà (esclusivamente mia) non precedentemente dichiarata?
- In un 740 (o Unico) che devo fare io aggiuntivo al 730 di mia madre in cui dichiaro solo la casa, mentre spese mediche e universitarie rimangono nel 730 già fatto da mia madre e in cui risulto a suo carico?
- Correggendo il 730 di mia madre e non figurando più a suo carico ma facendo un 740 (o Unico) in cui inserire spese mediche e universitarie del 2011 più la casa oggetto dell'eredità?

Come posso fare?

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Quesito: aiuto omessa dichiarazione.


Nell'anno 2011 viene notificato da parte dell'agenzia delle entrate un
accertamento per mancata presentazione della dichiarazione dell'anno
2006 che il commercialista, a nostra insaputa, aveva omesso di
presentare.
Comunichiamo tempestivamente la cosa al commercialista e lui prende
immediatamente in carico la faccenda per una risoluzione immediata,
facendoci credere, di lì a poco, che aveva raggiunto un accordo con
l'agenzia delle entrate con un rateizzo dell'importo dovuto. Iniziamo
a pagare gli importi rateizzati.
Dopo qualche mese, arriva una nuova comunicazione da parte
dell'agenzia delle entrate nella quale si richiedeva la sospensione
delle rate perché emerge che la richiesta di rateizzo non era stata
concessa. Il commercialista viene messo al corrente anche di questa
comunicazione e ci rassicura di tenere tutto sotto controllo. Il 28
dicembre 2011 ci giunge la cartella esattoriale. Il commercialista ci
rassicura che avrebbe presentato degli sgravi. Dopo dovuti controlli,
ci siamo accorti che si trattava di certificati falsi.
Dopo aver denunciato il commercialista, ci siamo rivolti all'agenzia
delle entrate che, pur riconoscendo la truffa, non possiede strumenti
della legislazione perché non conosce precedenti in merito e,
dichiarando tutta la disponibilità a risolvere il caso, ci ha chiesto
di fornire elementi riguardanti cause precedenti similari che possano
essere utilizzati anche nel caso specifico per riaprire i termini
dell'accertamento e ricalcolare il nostro debito.

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Quesito: contratto di lavoro part-time.


informazioni in merito ad un possibile contratto part time nell'ambito del commercio in modo da poter garantire diritti del dipendente e che sia competitivo dal punto di vista dei costi per quanto riguarda il datore di lavoro.
Il candidato é donna, detiene diploma ed ha un età di 23 anni

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Il Decreto sviluppo incassa l’ok definitivo.


E’ stato approvato venerdì 15 giugno dal Consiglio dei Ministri il Decreto Sviluppo. Sono state confermate le novità sui bonus per l’edilizia con un tetto unico al 50% sia per le ristrutturazioni edilizie che per la riqualificazione energetica. Per le ristrutturazioni è stato anche innalzato il tetto massimo di spesa agevolabile a € 96.000 anziché € 48.000. Queste due novità valgono fino al 30.06.2013. Ritorna l’Iva sulle cessioni e locazioni da parte delle imprese edili di nuove costruzioni, consentendo ai costruttori di accedere a compensazioni fiscali. Salta, invece, l’esenzione triennale IMU per gli immobili invenduti. L’entrata in vigore del Sistri è sospesa fino alla fine del 2013. E’ prevista, inoltre, l’estensione della “Srl semplificata” anche a coloro che hanno più di 35 anni.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Beni in uso ai soci: i chiarimenti delle Entrate.


L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato la Circolare n. 24/E del 15 giugno 2012, con la quale ha fornito chiarimenti sui beni concessi in godimento ai soci o familiari dell’imprenditore. In particolare, è stato precisato che, nel caso in cui non sia stato determinato correttamente l’acconto seguendo le nuove regole (reddito diverso per l’utilizzatore e indeducibilità dei costi per l’impresa concedente il bene), l’eventuale omesso o non sufficiente versamento d’imposta potrà essere sanato in sede di secondo acconto a novembre, senza sanzioni e applicando gli interessi del 4% annuo. La regola del maggior reddito diverso in capo all’utilizzatore scatta anche quando il bene è concesso in godimento solo per una frazione dell’anno.



Fonte: Il Sole 24 Ore

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