venerdì 30 marzo 2012

Quesito: dichiarazione dei redditi al di fuori del nucleo familiare di origine.

Sono da poco entrata nel mondo del lavoro e nell'ultimo anno (2011) ho avuto finalmente qualche entrata.Faccio ancora parte del nucleo familiare della mia famiglia di origine e conservo ancora da loro la mia residenza, anche se vivo, ormai da qualche anno fuori casa, in affitto.
Ora vorrei capire come fare per dichiarare i miei redditi al di fuori del mio nucleo familiare di origine. Quello che vorrei evitare è di sommare il mio reddito a quello di mio padre, causando la variazione di indici isee, e non so bene cos'altro, visto che ho ancora due fratelli in età scolare che possono usufruire di agevolazioni e quant'altro. Se ho capito bene è necessario che io cambi residenza, o esiste qualche altra possibilità?
Nel caso di cambio di residenza sarebbe naturale spostarla nell'abitazione in cui vivo in affitto: in questo caso devo interpellare il padrone di casa?
In questo modo andrei a costituire un nuovo nucleo familiare?e che altre spese questo mi comporterebbe?
Insomma vorrei capire se la cosa è facilmente risolvibile e se i vantaggi che spererei di ottenere per la mia famiglia di origine sono reali oppure sarebbero maggiori gli svantaggi.
Infine mi domando: sono ancora in tempo per la dichiarazione dei redditi del 2011 oppure ormai è tardi?

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Quesito: Iva su forniture Elettricità e Gas per attività Casa di Riposo.

apprezzerei molto il vostro parere su una questione (per me) controversa:
ho l'onere di indicare dei contratti di fornitura Gas/Elettricità a soggetti per cui
l'IVA è un costo. (es. case di riposo)
Nel caso delle I.P.A.B. ho appurato che è possibile agevolare l'iva al 10%,
attraverso autodichiarazione del cliente.
Ma se a fare la medesima attività è un ente ecclesiastico (parrocchia) vale
lo stesso discorso?
Nemmeno gli stessi fornitori sono ferrati in materia,
motivo per cui noi facciamo questo servizio..

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Rendite finanziarie: i chiarimenti delle Entrate sulla tassazione al 20%.

L’Agenzia delle Entrate, con la Circolare n. 11/E del 28 marzo 2012, ha illustrato il nuovo trattamento fiscale delle rendite finanziarie, chiarendone l’ambito applicativo, le eccezioni e le decorrenze. Il nuovo sistema di tassazione prevede l’applicazione di una aliquota unica al 20% (anziché al 12,50% o al 27%) a interessi, dividendi su partecipazioni non qualificate, guadagni di capitale e altri rendimenti del “risparmio”, salvo qualche deroga. Tra i chiarimenti più importanti, quello inerente l’affrancamento, con le vecchie aliquote, dei valori detenuti al 31.12.2011, per evitare la tassazione più elevata a un successivo realizzo. La circolare precisa l’esclusione dall’affrancamento dei titoli di Stato ed equiparati e la compensazione tra i diversi rapporti detenuti presso lo stesso intermediario. Tali chiarimenti arrivano in ritardo, considerato che, per chi è in regime di risparmio amministrato, la scadenza per esercitare l’opzione è il 31 marzo 2012, che slitta al 2 aprile essendo il 31 sabato.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Rottami e metalli: vendita con reverse charge.

Con Risoluzione n. 28/E del 28 marzo 2012, l’Agenzia delle Entrate chiarisce alcuni dubbi sull’applicazione del reverse charge alle vendite effettuate in Italia da soggetti non residenti a partire dal 1° gennaio 2010. In particolare, il documento di prassi precisa che la vendita di rottami, cascami e avanzi di metalli, stoccati in depositi siti in Italia, se effettuata fra operatori stranieri, fa scattare l’obbligo dell’inversione contabile. L’acquirente dei beni, quindi, deve nominare un rappresentante fiscale o identificarsi direttamente in Italia per assolvere gli obblighi contabili Iva, anche se il cedente è identificato direttamente o ha rappresentante fiscale.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Spesometro 2011 entro il 30 aprile con la soglia dei € 3.000.

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze, in una risposta ad un question time di ieri 28 marzo sull’effettiva decorrenza dell’eliminazione della soglia di € 3.000 per lo spesometro prevista dal D.L. n. 16/2012, ha chiarito che tale novità decorre dalle operazioni effettuate dal 1° gennaio 2012, da comunicare quindi nel 2013. Di conseguenza, per il prossimo adempimento in scadenza il 30 aprile 2012 e relativo alle operazioni effettuate nel 2011, si applicano ancora le vecchie regole, cioè quelle che prevedevano la soglia di € 3.000 a partire dalla quale devono essere comunicate le operazioni Iva con obbligo di fatturazione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Decreto fiscale: IMU agricola con sconto.

In vista del passaggio del Decreto fiscale (D.L. n. 16/2012) all’esame del Senato previsto per il prossimo martedì 3 aprile, il Governo sta preparando il maxi-emendamento, dove potrebbe trovare spazio la riduzione dallo 0,2% allo 0,175% dell’aliquota IMU sui fabbricati rurali strumentali. Potrebbe essere prevista anche una riduzione dell’aliquota IMU per gli immobili siti in zone montane e collinari e una riduzione dell’IMU per le dimore storiche e per gli immobili dei Comuni.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Canone Rai imprese.

Vorrei chiarimenti sull’obbligo di versare il canone Rai da parte delle imprese.

Gli esercenti attività d’impresa che possiedono uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione di trasmissioni radio in esercizi pubblici, in locali aperti al pubblico o impiegati a scopo di lucro, diretto o indiretto (ad esempio, alberghi, bar, ristoranti, uffici), sono tenuti al pagamento del canone di abbonamento speciale. A tal proposito, nella dichiarazione dei redditi modello Unico 2012, relativo al periodo d’imposta 2011, andrà compilata la nuova apposita sezione “Canone Rai imprese”.
Inoltre, come chiarito dalla Rai con comunicato stampa del 21 febbraio 2012, il canone speciale è dovuto anche in caso di utilizzo di computer come televisore (digital signage), “fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiamo già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Reato tributario penale, raddoppiano in automatico i termini di accertamento.

In caso di reato penale tributario opera automaticamente il c.d. raddoppio del termine di decadenza per l’accertamento di cui all’art. 43, comma terzo, del DPR n. 600 del 1973. Nel caso di specie, si trattava del reato di cui all’art. 3 del D.Lgs. n. 74 del 2000 (Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici). In proposito, era stata sottratta a tassazione una plusvalenza derivante da cessione di terreni realizzata da una società di capitali ed imputabile ai fini fiscali alla società controllante di quest’ultima. Il comportamento fraudolento era stato realizzato con una serie di cessioni di partecipazioni societarie avvenute in tempi molto ristretti e prive di valide ragioni economiche, poste in essere al fine di sottrarre materia imponibile alla tassazione secondo le regole ordinarie.

Sentenza n. 21/3/12 del 6 febbraio 2012
Commissione tributaria provinciale Como, sezione III – Pres. Spera Damiano – Rel. Amore Giorgio
Accertamento – Plusvalenza da cessione di immobili – Società soggetta a controllo – Cessione della partecipazione – Assenza di valide ragioni economiche

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Tempistica costituzione in appello.

Il termine iniziale dal quale computare i trenta giorni previsti per la costituzione del ricorrente in appello è quello della ricezione dell’atto da parte del destinatario e non quello della spedizione da parte del ricorrente.
Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con l’ordinanza 4002 del 13 marzo 2012.

I fatti
A seguito di sentenza di primo grado con la quale era stato accolto il ricorso proposto da una società avverso il diniego di rimborso dell’Iva per l’anno 1995, l’Agenzia delle Entrate ha proposto appello alla Commissione tributaria regionale della Campania, che ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché depositato il 27 gennaio 2009, oltre i trenta giorni dalla spedizione dell’atto (avvenuta il 23 dicembre 2008), in violazione del disposto dell’articolo 22 del decreto legislativo 546/1992.

La sentenza è finita in Cassazione. In particolare, l’Agenzia, articolando il ricorso in due motivi, ha dedotto la violazione degli articoli 16 e 22 del Dlgs 546/1992, nonché l’omessa o insufficiente motivazione in ordine al fatto controverso (cioè, la presunta intempestività della costituzione, nel giudizio di secondo grado, dell’ufficio appellante).
La Corte, aderendo a un recente orientamento, ha affermato che “ai fini della costituzione in giudizio del ricorrente, il ricorso direttamente notificato con raccomandata a mezzo del servizio postale deve essere depositato nella segreteria della Commissione tributaria, a pena di inammissibilità, entro trenta giorni dalla ricezione da parte del destinatario e non dalla spedizione da parte del ricorrente (cfr. Cass. 12815/08, 9173/11)”.

Osservazioni
L’articolo 22 del Dlgs 546/1992 stabilisce che la costituzione in giudizio del ricorrente deve avvenire, a pena di decadenza, entro trenta giorni dalla notifica del ricorso. Non specifica, però, da quando decorra tale termine a seguito di notifica effettuata a mezzo del servizio postale. L’assenza di una specifica previsione, sia nel giudizio di primo grado sia in appello (per il rinvio dell’articolo 53, comma 2, all’articolo 22, Dlgs 546/1992), ha dato luogo a due diversi orientamenti in seno alla stessa Corte di cassazione.
E di tale contrasto di giurisprudenza è espressione l’indirizzo seguito dal relatore rispetto alle conclusioni (opposte) cui è pervenuto il Collegio nel caso sottoposto al suo esame.

Nella relazione, infatti, seguendo un orientamento meno recente, si è ritenuto che, per stabilire la tempestività o meno della costituzione in appello, si sarebbe dovuto avere riguardo alla data di spedizione del ricorso, e non a quella di ricezione dell’atto da parte del destinatario (28 dicembre 2008). Ciò in quanto la decorrenza del termine di trenta giorni per la costituzione in giudizio del ricorrente, è normativamente ancorata alla spedizione, e non alla ricezione del ricorso da parte del resistente. Tale conclusione sarebbe stata giustificata dagli articoli 16, comma 5 (“i termini che hanno inizio dalla notificazione o comunicazione decorrono dalla data in cui l'atto è ricevuto”), e 22, comma 1, (che prevede modalità di deposito che presuppongono solo la spedizione del ricorso, e non la sua ricezione, sottraendo, in tal modo, tale adempimento alla regola fissata dall’articolo 16) del Dlgs 546/1992 (Cassazione, 20262/2004, 14246/2007, 1025/2008 e 7374/2011).

Diversamente, la Corte, con altre pronunce, tra le quali quella in commento, ha ritenuto che il termine iniziale per il decorso dei trenta giorni deve coincidere con il giorno in cui il resistente ha ricevuto il ricorso (Cassazione, 12185/2008, 9173/2011 e 4002/2012).
Tale affermazione:
trova fondamento negli articoli 20, comma 2, e 16, comma 5, del decreto sul contenzioso tributario. I giudici di legittimità (Cassazione, 9173/2011), infatti, hanno osservato che l’articolo 20, comma 2 (“il ricorso s’intende proposto al momento della spedizione”) riproduce l’esordio dell’articolo 16, comma 5 (“qualunque notificazione a mezzo del servizio postale si considera fatta nella data di spedizione”), con la conseguenza che “i termini che hanno inizio dalla notificazione decorrono dalla data in cui l’atto è ricevuto” (articolo 16, comma 5)
non è ostacolata dalla lettera dell’articolo 22, con riferimento agli atti da depositare a cura del ricorrente. Tra questi, infatti, vi è la ricevuta di spedizione del ricorso per raccomandata a mezzo del servizio postale e non anche l’avviso di ricevimento, ben potendo il ricorrente costituirsi in giudizio anche prima e indipendentemente dal recapito dell’atto al destinatario
deriva dall’impossibilità di estendere in via analogica la regola eccezionale desumibile dall’articolo 16, comma 5 (secondo cui la notificazione a mezzo del servizio postale si considera effettuata al momento della spedizione, in quanto volta a evitare che eventuali disservizi postali possano determinare decadenze incolpevoli a carico del notificante), ai termini per i quali il perfezionamento della notificazione rappresenta il momento iniziale, poiché in tali casi la stessa notificazione si perfeziona con la conoscenza legale dell’atto da parte del destinatario (Cassazione, 12185/2008).

Nel caso sottoposto al suo vaglio, la Corte, probabilmente, ha preferito seguire l’orientamento fondato sulla “ricezione dell’atto” in quanto più rispondente alla necessità di interpretare in modo restrittivo le cause di inammissibilità del ricorso. Se, infatti, il termine per il deposito del ricorso fosse stato computato con riferimento, non alla data di ricezione del resistente, ma a quella di spedizione del ricorrente, il successivo deposito, in quanto tardivo (perché effettuato oltre i trenta giorni dalla notifica), avrebbe comportato la dichiarazione di inammissibilità del ricorso stesso.

Con una precisazione. Tale principio di salvezza del ricorso troverebbe applicazione in entrambi i gradi di giudizio: mentre di fronte alla Commissioni provinciali sarebbe salvo dalla dichiarazione di inammissibilità solo il ricorso del contribuente, per il secondo grado di giudizio, l’effetto non pregiudizievole verrebbe a prodursi anche per l’ufficio, se è parte appellante.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cassa integrazione straordinaria: determinazione della retribuzione.

Domanda
L'azienda da me assistita è stata autorizzata, con decreto dal ministero del lavoro, alla Cigs straordinaria, della durata di un anno, per crisi aziendale, per n. 9 dipendenti, che verranno sospesi a zero settimanali. Per alcune figure è prevista la rotazione per altre no. Chiedo di sapere come l¿azienda deve gestire la Cigs.

Risposta
Le questioni legate alla cassa integrazione straordinaria, proprio per le peculiarità intrinseche della fattispecie, risultano sempre molto delicate e, per tale motivo, si ritiene opportuno ricordare che la non conoscenza capillare degli aspetti procedurali, potrebbe legittimare indicazioni aprioristiche e non aderenti agli obiettivi prefissati dall'azienda ma, anche, alle intese perseguite ai tavoli di concertazione sindacale.

Fatte le dovute premesse e tralasciando ogni ulteriore indagine, e riflessione, giuridica e tecnica sulle scelte prospettate nel quesito, si evidenzia che la cassa integrazione in genere, alle condizione disciplinate dalla Legge, tende a sostenere i livelli retributivi dei lavoratori interessati da una sospensione o riduzione della prestazione lavorativa. Pertanto, l'integrazione salariale erogata dall'INPS, sostituisce la retribuzione persa dai suddetti lavoratori in occasione di una contrazione dell'orario di lavoro, pur sempre nel rispetto dei limiti massimi retributivi annualmente aggiornati in relazione alle variazioni derivanti dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo.

La determinazione delle integrazioni salariali, fissate nella misura dell'80 per cento della retribuzione globale, quindi, dipende dalla retribuzione che sarebbe spettata ai lavoratori interessati dalla procedura in commento, per le ore di prestazione non eseguita, tenendo conto dell'orario di ciascuna settimana compreso tra le zero ore e il limite dell'orario contrattuale che, tuttavia, non potrà mai eccedere le 40 ore settimanali (art. 2 Legge n. 164/1975 e art. 1 Legge n. 427/1980).


Fonte: IPSOA

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giovedì 29 marzo 2012

Quesito: credito IVA fra codici attività diverse.

io sono Imprenditore agricolo a titolo principale/professionale, facendo dei
lavori di ristrutturazione tempo fa della mia azienda ho accumulato un credito
IVA di 10000 euro. A breve darò in locazione la mia azienda e mi concentrerò
sulla libera professione di consulenza aziendale.
Ho una partita IVA nella quale ci sono vari codici attività...subito dopo aver
dato in affitto la mia azienda agricola (come fondo rustico e non come affitto
d'azienda) chiuderò il codice attività agricolo e mi rimarrà in piedi solo
quello relativo alla libera professione.
Cosa ne sarà del credito IVA? Potrebbe perdersi? Posso sfruttarlo per le
compensazioni relative alla mia professione?
Quale è la normativa di riferimento?

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Busta paga di marzo con il peso dell’aumento dell’addizionale comunale.

Per effetto del decreto salva Italia (D.L. n. 201/2011), era già scattato, in sede di conguaglio 2011, l’aumento dello 0,33% dell’addizionale regionale all’Irpef (passata dallo 0,9% all’1,23%), aumento che va ad aggiungersi agli eventuali ulteriori aumenti deliberati dalle singole Regioni (0,5%) e a quelli obbligatori per gli extra-deficit della sanità (0,30%). Ora, a questi aumenti, va ad aggiungersi anche l’aumento delle addizionali comunali all’Irpef per effetto dello sblocco deciso dal Governo Berlusconi l’estate scorsa. Gli effetti si faranno sentire a partire dalla busta paga relativa al mese di marzo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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La mediazione tributaria.

L’articolo 17-bis del Dlgs n. 546/1992, come evidenziato nei precedenti interventi pubblicati a commento della circolare n. 9/E del 19 marzo, dispone che il procedimento di mediazione è obbligatorio “…Per le controversie di valore non superiore a ventimila euro…”, contro atti emessi dall’Agenzia delle Entrate.

La rettifica in diminuzione di una perdita d’impresa, anche nei casi in cui non comporta alcun recupero d’imposta nell’anno in cui viene disconosciuta, assume in sé un valore rilevante ai fini della determinazione del valore della controversia. Si pensi, ad esempio, all’avviso di accertamento che rettifica in diminuzione la perdita dichiarata, riportabile negli anni successivi, senza però determinare una maggiore imposta da versare. In questo caso, solo apparentemente il valore della lite potrà risultare nullo, ma in realtà così non è.
E’ infatti opportuno considerare che la minor perdita accertata racchiude in sé un valore “latente” che riacquisterà la sua “visibilità” negli anni di effettiva “spesa”, e cioè nelle future dichiarazioni dei redditi allorquando, attraverso il riporto della perdita, si ridurrà l’imposta da versare. Questo valore “latente” è pari, secondo la circolare n. 9/2012, alla cosiddetta imposta “virtuale” (concetto tra l’altro già espresso nella circolare n. 291/1996, nella parte relativa al commento dell’articolo 12 del Dlgs n. 546/1992).

Una diversa interpretazione che si orientasse nel senso di considerare nullo il valore della maggiore imposta accertata in luogo del calcolo dell’imposta “virtuale”, andrebbe contro la stessa ratio dell’articolo 17-bis poiché farebbe rientrare, nell’ambito della mediazione, controversie che sviluppano, in termini quantitativi, un valore maggiore rispetto a quello apparente, ben superiore quindi al limite dei 20mila euro previsto dalla norma.

Valore della lite corrispondente alla sola imposta “virtuale”
Secondo la circolare n. 9/2012, nel caso esposto in premessa è necessario determinare l’imposta “virtuale” che si ottiene applicando, all’importo risultante dalla differenza tra la perdita dichiarata (utilizzata e/o riportabile) e quella accertata, le aliquote vigenti per il periodo d’imposta oggetto di accertamento.
A titolo esemplificativo, si consideri un avviso di accertamento che si limita a rettificare da 50mila a 10mila euro la perdita dichiarata nel 2008 da una società di capitali, senza determinare una maggiore imposta effettiva da versare. In questo caso, il valore della lite sarà determinato applicando l’aliquota Ires dell’anno d’imposta 2008 (pari al 27,5%) alla “base imponibile virtuale”, costituita dalla minor perdita accertata riportabile, pari a 40mila euro (50mila – 10mila).

Altri casi di determinazione del valore
Ai fini del calcolo del valore della lite, la circolare distingue altre ipotesi in cui l’imposta “virtuale” concorre, sommandosi, con quella effettivamente accertata ovvero ipotesi in cui rileva esclusivamente la maggiore imposta effettivamente accertata.

Valore della lite corrispondente alla somma dell’imposta “virtuale” con l’imposta accertata
Se a seguito della rettifica della perdita, l’avviso di accertamento reca anche un imponibile o, comunque, un’imposta dovuta, il valore è dato dall’importo risultante dalla somma dell’imposta “virtuale” (calcolata come detto in precedenza sulla differenza tra perdita dichiarata, utilizzata e/o riportabile e perdita accertata) e l’imposta “effettiva” commisurata al reddito accertato.
A tal proposito, si può fare l’esempio dell’avviso di accertamento con cui, oltre a recuperare la perdita dichiarata nel 2008 da una società di capitali, sono evidenziati un reddito imponibile e la relativa imposta a debito. In questo caso, all’imposta effettivamente accertata sul maggior reddito imponibile, è necessario sommare l’imposta “virtuale” calcolata sulla perdita recuperata, in base all’aliquota applicabile nell’anno d’imposta oggetto di rettifica. Specularmente, questo metodo di determinazione del valore, può essere applicato anche nei confronti della persona fisica destinataria di un avviso di accertamento che determina una maggiore imposta da pagare e riduce la perdita riportabile negli anni successivi. In quest’ultima ipotesi, l’imposta virtuale sarà determinata sulla eccedenza di perdita riportabile.

Valore della lite pari alla maggiore imposta accertata
Secondo la circolare n. 9/2012, infine, in caso di accertamento che rettifica in aumento l’imposta dovuta da persona fisica che aveva utilizzato una perdita d’impresa per ridurre altri redditi, il valore della lite è dato dalla sola maggiore imposta accertata.
Si consideri, ad esempio, la persona fisica che nel 2010, nonostante una perdita di 10mila euro che compensa “orizzontalmente” nella stessa dichiarazione con altri redditi di importo pari a 20mila euro, risulta comunque debitrice di un’imposta “effettiva” di 2.300 euro (calcolata applicando l’aliquota progressiva del 23% sull’imponibile di 10mila euro). Se in seguito viene emesso un avviso di accertamento che si limita a disconoscere l’intera perdita (- 10mila euro), l’imposta da pagare risulterà pari a 4.800 euro, calcolata su una base imponibile di 20mila euro (pari agli altri redditi compensabili) con applicazione dell’aliquota del 23% su 15mila euro e del 27 % sui restanti 5mila euro. In tale ipotesi, il valore della lite sarà dato dalla maggiore imposta accertata, pari a 2.500 euro, cioè la differenza tra l’imposta accertata (4.800 euro) e l’imposta dichiarata (2.300 euro).
Questa modalità di determinazione del valore viene applicata anche quando l’avviso di accertamento nei confronti della persona fisica abbia avuto l’effetto di disconoscere una eccedenza di perdita non riportabile negli anni successivi. Sulla predetta eccedenza non riportabile non va mai calcolata l’imposta virtuale.


Fonte: Agenzia Entrate

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In contenzioso, via la sanzione soltanto se l’ambiguità è certa.

In caso di grave incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della disciplina, il giudice tributario non ha il potere di annullare d’ufficio le sanzioni comminate dall’ente impositore: ai fini della disapplicazione, è necessario che il contribuente provi che le disposizioni siano effettivamente equivoche e che la presunta ambiguità normativa derivi da elementi positivi di confusione.
A tale conclusione è giunta la Corte di cassazione con la sentenza n. 4031 del 14 marzo 2012.

Il fatto
La controversia concerne il ricorso presentato da una società contro l’avviso di accertamento, ai fini dell’Ici, emesso da un Comune avente a oggetto la maggior imposizione derivante dal diverso accatastamento di beni di proprietà della società ricorrente.
In particolare, la contribuente aveva accatastato gli “aero generatori” del proprio parco eolico come beni appartenenti alla categoria “E”: a parere dell’ente comunale, era più corretto che fossero inseriti nella categoria “D/1-Opificio”.

La Commissione tributaria di primo grado accoglieva il ricorso di parte, disponendo che le pale fossero accatastate come “E/3 – Costruzioni e Fabbricati per speciali esigenze pubbliche” con il contestuale annullamento delle sanzioni collegate.
Avverso la sentenza di prime cure il Comune proponeva ricorso, accolto in sede di appello: il giudice di secondo grado confermava la legittimità dell’avviso di accertamento impugnato sulla base della riconosciuta accatastabilità delle pale eoliche nella categoria “D/1 – Opificio”.

A seguito del ricorso della società soccombente, la vicenda approdava in Cassazione: in tale sede l’appello è stato definitivamente rigettato.

La decisione
Con un unico motivo, la ricorrente lamentava vizi motivazionali e di legge alla domanda di annullamento delle sanzioni per “obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria”.
A proprio dire, infatti, il giudice del merito aveva esaminato la controversia solo sotto il profilo dell’accatastabilità del parco eolico nella categoria “D/1”, trascurando così la domanda volta alla conferma della sentenza di prime cure almeno nella parte in cui i giudici avevano annullato le sanzioni irrogate con il contestato avviso di accertamento.

Il caso sottoposto al giudizio di legittimità si dirama su due temi interconnessi tra loro: da una parte l’esame del potere delle Commissioni tributarie di dichiarare l’inapplicabilità delle sanzioni tributarie in caso di obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione delle norme a cui la violazione si riferisce, dall’altra l’ammissibilità della censura relativa alla mancata pronuncia d’ufficio del giudice sulla questione precedente.

Sul primo punto, i giudici della Suprema corte ripercorrono il tessuto normativo posto alla base del potere delle Commissioni tributarie di rendere inapplicabili le sanzioni non penali previste dalle leggi tributarie.
Tale potere è conferito in primis dall’articolo 8 del Dlgs 546/1992, disposizione che collega l’inapplicabilità delle sanzioni alla giustificazione, adducibile dall’autore delle violazioni, circa le obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull'ambito di applicazione delle norme.
Il principio è ribadito, seppur con più generale portata, dal comma 2 dell’articolo 6 del Dlgs 472/1997, che disciplina le cause di non punibilità, e ripreso ulteriormente, anche se con riferimento alla fase dell’irrogazione sanzionatoria, dal comma 3 dell’articolo 10 dello Statuto del contribuente di cui al Dlgs 212/2000.
Il legislatore, pertanto, collega la non debenza delle sanzioni all’esistenza e alla prova di obiettive condizioni di incertezza, che deve ritenersi sussistente quando la norma, della cui portata e applicazione si tratti, “si articoli in una pluralità di prescrizioni il cui coordinamento appaia concettualmente difficoltoso per l’equivocità del loro contenuto, derivante da elementi positivi di confusione”.

Quanto alle invocate “obiettive condizioni d’incertezza”, la Corte di cassazione precisa che grava sul contribuente l’onere di addurre la ricorrenza e l’esistenza di tali elementi di confusione, di modo che “va escluso che il giudice tributario di merito debba decidere d’ufficio l’applicabilità dell’esimente, né, per conseguenza, che sia ammissibile una censura avente ad oggetto la mancata pronuncia d’ufficio sul punto” (Cassazione, sentenze 22890/2006 e 7502/2009).
Nel caso di specie, evidentemente, i giudici della Suprema corte non hanno rilevato nella normativa applicabile tale pluralità di prescrizioni, il cui coordinamento apparisse concettualmente difficoltoso perché di contenuto ambiguo scaturente “da elementi positivi di confusione”.

Nella pronuncia in commento i giudici di legittimità si sono espressi anche in tema di ammissibilità della censura relativa all’omessa pronuncia da parte del giudice di merito su alcuni dei motivi di appello.
Tale principio rientra in quello più ampio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato postulato dall’articolo 112 cpc, il quale recita testualmente che il “giudice deve pronunciare su tutta la domanda e non oltre i limiti di essa”.
I giudici, richiamando l’orientamento prevalente della medesima Corte, hanno sancito che l’omessa pronuncia da parte del collegio di secondo grado su domanda, eccezione o istanza ritualmente introdotta in giudizio dalla controparte è ammissibile solo attraverso “la specifica deduzione del relativo error in procedendo, ovverosia della violazione dell’art. 112 c.p.c. (…) la quale soltanto consente alla parte di chiedere e al giudice di legittimità – in tal caso anche giudice del fatto processuale – di effettuare l’esame, altrimenti precluso, degli atti del giudizio di merito e, così, anche dell’atto di appello”.

In altri termini, l’omessa pronuncia su uno o più motivi di appello non costituisce una violazione di norma sostanziale e del vizio di motivazione, bensì violazione di natura procedurale: invero, le censure di natura sostanziale non presupporrebbero l’inerzia del giudice quanto invece una sua pronuncia, non giuridicamente corretta o viziata nella motivazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Nell’incrocio fra norme Iva, precedenza al reverse charge.

La regola generale, che individua il debitore dell’imposta sul valore aggiunto nel cedente o prestatore, va derogata tutte le volte in cui disposizioni speciali obblighino al pagamento dell’Iva il cessionario o committente. Di conseguenza, la cessione di rottami, cascami e avanzi di metalli, stoccati in depositi ubicati in Italia, fra rappresentanti fiscali di operatori stranieri, fa scattare il meccanismo dell’inversione contabile, così come prevede, in generale e in senso oggettivo, l’articolo 74 del Dpr 633/1972. A nulla rilevando che il terzo comma dell’articolo 17 del decreto Iva escluda il reverse charge, quando le cessioni di beni o le prestazioni di servizi, territorialmente rilevanti in Italia, siano effettuate da un soggetto passivo non residente e privo di stabile organizzazione nel territorio dello Stato nei confronti di cessionari o committenti soggetti passivi che siano anch’essi stabiliti fuori del territorio dello Stato (risoluzione n. 28/E del 28 marzo).


Fonte: Agenzia Entrate

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La “prima casa” degli stranieri.

Allo straniero spettano le agevolazioni fiscali previste per l'acquisto della "prima casa"?

Lo straniero che acquista la “prima casa” paga l’imposta di registro al 3%, se compera da un soggetto privato, ovvero l’Iva al 4%, se compera da una impresa o società (salvo qualche ipotesi particolare), più le imposte ipotecaria e catastale in misura fissa (attualmente pari a 168 euro ciascuna). Lo straniero è dunque ammesso a godere delle agevolazioni “prima casa” se ne possiede i requisiti, che ovviamente sono gli stessi richiesti per gli Italiani.


Fonte: Agenzia Entrate

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Rendite finanziarie tutte al 20.

Il nuovo anno ha portato via le diverse aliquote di tassazione del rendimento del “risparmio”. Interessi, dividendi (su partecipazioni non qualificate), guadagni di capitale eccetera. Tutto al 20%, salvo qualche deroga. Misura intermedia fra le vecchie percentuali del 12,5 e 27 per cento.
A illustrare il rinnovato quadro impositivo delle rendite finanziarie - ambito applicativo, eccezioni e decorrenze - è intervenuta l’Agenzia delle Entrate, con la circolare n. 11/E del 28 marzo.

Documento che si sofferma anche sulle modalità di affrancamento delle plusvalenze latenti; la possibilità data ai risparmiatori - in vista del cambio di aliquota - di tassare al 12,5% gli eventuali guadagni al 31 dicembre scorso, anche se non ancora realizzati, in modo da ottenere il riconoscimento fiscale dei valori “rivalutati”, riducendo, così, la plusvalenza poi soggetta al prelievo del 20 per cento.
Una possibilità che, in sintesi, il contribuente in regime dichiarativo può “comunicare” direttamente nel modello Unico 2012 (quadro RT), versando poi l’importo dovuto, entro il termine per il saldo delle imposte sui redditi dovute in base alla dichiarazione. Per quanti, invece, siano in regime amministrato, l’opzione va esercitata entro il prossimo 31 marzo, mediante comunicazione scritta resa all’intermediario abilitato con cui è intrattenuto il rapporto, che poi applicherà e verserà l’imposta entro il 16 maggio 2012, dopo aver ricevuto i fondi.

Per quanto, infine, riguarda le eccezioni, la circolare ricorda che il cambio di aliquota non riguarda gli interessi e gli altri proventi derivanti da:
titoli pubblici italiani ed equiparati (titoli emessi dallo Stato e da Amministrazioni statali, Regioni, Province, Comuni, Unioni di comuni, Città metropolitane, Comunità montane, Consorzi tra enti locali territoriali e Regioni, buoni fruttiferi postali, titoli emessi da enti e da organismi internazionali costituiti in base ad accordi internazionali resi esecutivi in Italia), che restano al 12,5%
titoli obbligazionari emessi da Stati che consentono un adeguato scambio di informazioni (Dm 4 settembre 1996); tassazione al 12,5%
titoli di risparmio per l’economia meridionale (5%)
piani di risparmio a lungo termine
interessi infragruppo corrisposti a imprese europee consociate
utili percepiti da società e fondi pensione europei
risultato della gestione delle forme di previdenza complementare.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 28 marzo 2012

Quesito: non so cosa fare 730/UNICO?

La mia situazione è un po' complicata ossia nell'anno 2011 ho percepito redditi da lavoro dipendente(maestra di scuola elementare), nel 2012 non ho lavorato ma il 23marzo ho aperto partita iva come amministratrice di condomini ora c'è chi mi dice che non posso presentare il 730 per detrarre spese mediche e tasse universitarie e c'è chi mi dice si ma mettendo in evidenza la partita iva e quindi fare la dichiarazione come libero professionista.

Non ci capisco più nulla, qual'è la cosa migliore e più veloce da fare?(io vorrei detrarre tutto col 730 senza tener conto della partita iva che FORSE darà i suoi frutti l'anno 2013 quindi...)

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Quesito: limite utilizzo del contante.

Uno studio associato di dentisti concede ai clienti l'utilizzo di finanziarie
per il pagamento delle proprie fatture, il caso è il seguente: un soggetto deve
pagare € 6.500,00 di prestazioni scegliendo di effettuare il pagamento di €
6.000,00 tramite finanaziamento, la differenza di € 500,00 può essere pagata in
contanti come acconto?

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Quesito: cancellazione registro imprese.

Se una società in accomandita semplice chiede la cancellazione dal registro imprese e quindi di fatto si estingue, cosa può accadere al socio accomandatario nel caso in cui dei vecchi clienti della SAS dovessero fare delle azioni legali contro la sas stessa per fatti accaduti durante l’attività della SAS ? Il socio accomandatario potrebbe avere l’obbligo di rispondere personalmente anche dopo l’estinzione della SAS?

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Ravvedimento operoso e anni bisestili.

In caso di ravvedimento operoso per omesso versamento di un tributo come vanno calcolati gli interessi dovuti negli anni bisestili?

Anche negli anni bisestili, gli interessi dovuti in caso di ravvedimento operoso per omesso versamento di un tributo vanno calcolati indicando al numeratore del rapporto 365, cioè il numero di giorni che compone l’anno civile. Infatti, l’articolo 1187 del codice civile, relativo al computo del termine nell’adempimento delle obbligazioni, dispone che “il termine fissato per l’adempimento delle obbligazioni è computato secondo le disposizioni dell’articolo 2963”. Ai sensi del richiamato articolo 2963, comma 4, del codice civile, “La prescrizione a mesi si verifica nel mese di scadenza e nel giorno di questo corrispondente al giorno del mese iniziale. Se nel mese di scadenza manca tale giorno, il termine si compie con l’ultimo giorno dello stesso mese”. Ciò significa che, se il periodo viene espresso in anni, mesi o giorni, esso è compiuto allo scadere dell’anno, del mese, del giorno senza tener conto se il mese sia di 28 o 31 giorni o se l’anno sia bisestile (in tal senso si è più volte espressa la Suprema corte, sentenze n. 8850/2003, n. 3773/2001, n. 200/2001, n. 9068/2000).
Ai fini del calcolo degli interessi moratori dovuti per ritardo nel versamento del tributo o della differenza, si applica la formula dell’interesse semplice al capitale (pari all’importo del tributo), per i giorni del calendario civile che decorrono dalla scadenza del termine previsto per l’adempimento al giorno in cui si effettua il versamento, secondo la seguente formula: I = C x R x N/365, dove C è il capitale (nel caso di specie, l’imposta da versare), R è il saggio d’interesse legale, N è il numero di giorni di ritardo e 365 è il numero di giorni di cui è composto l’anno civile. Come si è detto in premessa, è necessario che al denominatore sia sempre indicato il numero di giorni che compone l’anno civile (365), anche quando l’anno nel corso del quale gli interessi sono maturati sia composto di 366 giorni (anno bisestile). Diversamente, si creerebbe un diverso trattamento a seconda che il contribuente si ravveda o meno nel corso di un anno bisestile, in quanto, in tale ultimo caso, a parità di giorni di ritardo, l’ammontare degli interessi moratori dovuti risulterebbe inferiore (cfr risoluzione n. 296/2008).


Fonte: Agenzia Entrate

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Corte Ue, sul diritto a detrazione l'immediatezza d'uso non conta.

Secondo l'articolo 168, lettera a) della direttiva 2006/112/CE del 28 novembre 2006, "nella misura in cui i beni e i servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni soggette ad imposta, il soggetto passivo ha il diritto, nello Stato membro in cui effettua tali operazioni, di detrarre dall'importo dell'imposta di cui è debitore, gli importi seguenti "l'Iva dovuta o assolta in tale Stato membro per i beni che gli sono o gli saranno ceduti e per i servizi che gli sono o saranno resi da un altro soggetto passivo".

L'oggetto della controversia
La domanda è stata presentata nell'ambito di una controversia pendente tra una società che gestisce un hotel in una stazione balneare e l'Amministrazione finanziaria bulgara in ordine a un avviso di accertamento in rettifica con cui è stato negato alla società il diritto alla detrazione dell'imposta versata per l'acquisto di un appartamento. L' immobile è destinato a uso abitativo e la società non ha provveduto a modificare la destinazione dell'immobile. Ciò ha indotto l'Amministrazione finanziaria a ritenere che tale immobile non fosse utilizzato per l'esercizio dell'attività di impresa e pertanto non potesse beneficiare del diritto alla detrazione dell'imposta assolta per il suo acquisto.

Le questioni pregiudiziali
L'autorità giurisdizionale adita ha sospeso il procedimento sottoponendo alla Corte di Giustizia le seguenti questioni pregiudiziali:
se l'articolo 168, lettera a) della direttiva debba essere interpretato nel senso che dopo che il soggetto passivo ha esercitato il proprio diritto di scelta e ha inserito un immobilenel patrimonio dell'impresa, che rappresenta un bene di investimento, si deve presumere che sia utilizzato ai fini delle operazioni imponibili effettuate dal soggetto passivo;
se l'articolo 168, lettera a) della direttiva debba essere interpretato nel senso che il diritto alla detrazione in occasione dell'acquisto di un immobile destinato al patrocinio dell'impresa di un soggetto passivo sorge immediatamente nel periodo fiscale in cui l'imposta è divenuta esigibile, e ciò a prescindere dalla circostanza che l'immobile non possa essere utilizzato a causa della mancanza del certificato di agibilità previsto per legge;
se sia compatibile con la direttiva e con la giurisprudenza una interpretazione di prassi secondo cui il diritto alla detrazione fatto valere da soggetti passivi Iva per beni di investimento da essi acquistati può essere negato sulla base del fatto che tali beni sono utilizzati dai titolari delle società per fini privati senza che a tale uso venga applicata l'Iva.
Le valutazioni della Corte
La Corte esamina congiuntamente le questioni, pervenendo alle seguenti conclusioni. Nel caso di una operazione consistente nell'acquisto di un bene di investimento destinato in parte all'uso privato e in parte all'uso professionale, il soggetto passivo può decidere di destinare integralmente il bene al patrimonio dell'impresa. In via generale, l'Iva dovuta a monte sull'acquisto di tale bene è integralmente detraibile. Ciò premesso, qualora un bene di investimento destinato all'impresa abbia consentito una detrazione integrale o parziale dell'Iva versata a monte, il suo impiego per le esigenze private del soggetto passivo o del suo personale o per finalità estranee all'impresa è equiparato ad un prestazione di servizi a titolo oneroso ai sensi dell'articolo 26 della direttiva Iva.
Se la detrazione dell'Iva dovuta a monte fosse negata al soggetto passivo per i successivi utilizzi professionali imponibili, nonostante l'iniziale intento di destinare integralmente il bene di investimento alla sua impresa, in vista di operazioni future, il soggetto passivo non risulterebbe interamente esonerato dall'imposta inerente al bene utilizzato ai fini della propria attività economica e la tassazione delle sue attività professionali provocherebbe una doppia imposizione che risulterebbe in contrasto con il principio della neutralità fiscale che caratterizza il sistema comune dell'Iva.

Spese d'investimento e attività economiche
In ossequio al predetto principio, si richiede che le spese d'investimento effettuate ai fini e in vista di un'impresa siano considerate come attività economiche che conferiscono l'immediato diritto alla detrazione dell'Iva dovuta a monte. Pertanto, un privato che acquisti beni ai fini di una attività economica (articolo 9 della direttiva Iva), agisce in qualità di soggetto passivo, anche laddove i beni non siano immediatamente impiegati per detta attività economica.
Tuttavia, nelle ipotesi fraudolente o abusive in cui il soggetto passivo abbia finto di voler svolgere un'attività economica specifica, cercando in realtà di fare entrare nel suo patrimonio privato beni che possono essere oggetto di una detrazione, l'Amministrazione finanziaria può chiedere, con effetto retroattivo, il rimborso delle somme detratte, posto che tali detrazioni sono state concesse sulla base di false dichiarazioni.

Le conclusioni
Secondo gli eurogiudici l'articolo 168, lettera a) della direttiva deve essere interpretato nel senso che un soggetto passivo che, agendo in quanto tale, abbia acquistato un bene di investimento e lo abbia destinato al patrimonio dell'impresa, ha il diritto di detrarre l'Iva che grava sull'acquisto di tale bene nel corso del periodo fiscale durante il quale l'imposta è divenuta esigibile, indipendentemente dal fatto che detto bene non sia immediatamente utilizzato a fini professionali. Spetterà al giudice nazionale stabilire se il soggetto passivo abbia acquistato il bene di investimento ai fini della sua attività economica e quindi valutare se del caso l'esistenza di una pratica fraudolenta.


Fonte: Agenzia Entrate

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Fallimenti, fisco ammesso al passivo anche senza l’iscrizione a ruolo.

Con la pronuncia 4126 del 15 marzo, le sezioni unite della Cassazione hanno affermato due interessanti e convincenti principi di diritto, con riferimento alla procedura di riscossione coattiva dei crediti di natura fiscale nell’ambito delle procedure concorsuali.
Col primo, si precisa che la legittimazione dell’agente della riscossione a far valere il credito tributario nell’ambito della procedura fallimentare – ai sensi dell’articolo 87 del Dpr 602/1973, in base al quale è autorizzato a presentare istanza di fallimento e, successivamente, a chiedere l’ammissione al passivo per conto dell’Amministrazione finanziaria – non esclude la legittimazione di quest’ultima, che mantiene la titolarità del credito azionato.
In secondo luogo, la domanda di ammissione al passivo di un fallimento – avente a oggetto un credito tributario – non presuppone, necessariamente, ai fini del buon esito della stessa, la precedente iscrizione a ruolo del credito azionato, la notifica della cartella di pagamento e l’allegazione all’istanza di documentazione comprovante l’avvenuto espletamento delle dette incombenze, potendo, la stessa domanda, essere basata anche su titolo di diverso tenore.

I fatti di causa
L’Amministrazione finanziaria propone istanza di ammissione al passivo del fallimento di una società, allegando, a sostegno della richiesta, copia dei fogli di prenotazione, quali titoli definitivi dei crediti vantati. Il curatore fallimentare, invece, eccepisce l’assenza di titoli giustificativi del credito idoneo a sostenere la richiesta, non potendosi considerare tali i fogli di prenotazione.
Il Tribunale adito rigetta la domanda, come pure la Corte territoriale di appello, secondo cui i titoli vantati dall’Erario – ossia, i fogli prenotati a ruolo e le sentenze tributarie che avevano rigettato i relativi ricorsi – non potevano essere interpretati come prova dell’esistenza di credito, essendo l’esito positivo della richiesta di ammissione al passivo subordinato alla formazione del ruolo e alla notifica della cartella di pagamento, atti questi che rappresentano il titolo della pretesa tributaria, nella fattispecie assenti.

Il caso viene rimesso alle sezioni unite della Corte suprema, stante la rilevante questione di stabilire, per un verso, se l’istanza di ammissione al passivo debba essere o meno preceduta dall’iscrizione a ruolo dei crediti erariali azionati e dalla notifica della cartella di pagamento e, per un altro, se sia ammissibile un’azione esecutiva intrapresa senza l’intervento dell’agente della riscossione, a ciò deputato per legge.

Nel ricorso l’Amministrazione ritiene erronea la sentenza di appello, laddove non ha considerato che, in caso di fallimento del debitore, il Fisco – ai fini del riconoscimento di un proprio credito – è tenuto a insinuarsi al passivo con un titolo idoneo, che ben può essere correttamente individuato in un accertamento confermato in secondo grado. Inoltre, la domanda di ammissione al passivo non richiede la preventiva emissione del ruolo, che viene emesso solo dopo tale ammissione.

Per i giudici di piazza Cavour, le ragioni dell’Amministrazione finanziaria sono fondate.

Sulla legittimità dell’Agenzia all’ammissione al passivo
In merito alla legittimità dell’Erario di far valere, nell’ambito della procedura fallimentare, il credito di cui assume essere titolare, la Corte afferma che – dal combinato disposto della normativa che disciplina le procedure concorsuali (Rd 267/1942, di seguito legge fallimentare) e quelle della riscossione coattiva a mezzo ruolo (Dpr 602/1973) che, nel conferire all’agente della riscossione la legittimazione per la proposizione della domanda di ammissione al passivo di un credito dell’Amministrazione finanziaria, assume una valenza esclusivamente processuale – “…il potere rappresentativo dell’Amministrazione Finanziaria allo stesso riconosciuto non vale ad escludere la titolarità del credito da parte di quest’ultima e, per l’effetto, il diritto di farlo valere nell’ambito della procedura fallimentare, come d’altro canto specificamente già affermato da questa Corte in precedente decisione (C. 10/24963)”.

In sostanza, l’articolo 6 della legge fallimentare – secondo cui il fallimento è dichiarato su ricorso del debitore, di uno o più creditori o su richiesta del pubblico ministero – non stabilisce alcuna esclusione per particolari categorie di creditori. Ne consegue che ogni creditore e, quindi, anche l’Amministrazione finanziaria, in quanto titolare di un credito d’imposta, può presentare istanza di fallimento verso un proprio debitore, in quanto l’articolo 87 del Dpr 602/1973 non costituisce nessuna deroga né riveste carattere di specialità rispetto al richiamato articolo 6, ma ne rappresenta, invece, piena e rispettosa applicazione, limitandosi a determinare il soggetto legittimato a far valere l’istanza per conto dell’Amministrazione (Cassazione, sentenza 23338/2010).

Sulla “non necessità” della preventiva iscrizione a ruolo
Una volta chiarito che l’Amministrazione finanziaria conserva una propria autonoma legittimazione per far valere, con la domanda di ammissione al passivo del fallimento, il credito vantato, la Corte affronta il problema di stabilire se, a tal fine, siano o meno necessarie la preventiva iscrizione a ruolo dei crediti azionati e la conseguente notifica della cartella di pagamento al curatore del fallimento.

Al riguardo, la Corte d’appello ha affermato l’indispensabilità di tale incombenza sulla base di argomentazioni fondate sul dato normativo e su precedenti giurisprudenziali di questa Corte.
In effetti, prosegue la Corte suprema, per quanto concerne quest’ultimo aspetto, è stata più volte evidenziata la necessità, ai fini dell’ammissione del credito al passivo del fallimento, del duplice requisito della preventiva iscrizione a ruolo del credito tributario e della successiva notifica della cartella al curatore (Cassazione, sentenze 14579/2010, 12777/2006, 23001/2004).
Tuttavia, tale giurisprudenza “…non appare di significativo rilievo in questa sede, atteso che si tratta di decisioni emesse in fattispecie del tutto diverse, vale a dire in casi in cui l’istanza di ammissione era stata presentata dal concessionario, anziché dall’Amministrazione Finanziaria”.

In altri termini, le ipotesi in cui il credito erariale viene azionato dall’agente della riscossione, rappresentano fattispecie che presuppongono, fisiologicamente, la preventiva formazione del ruolo e la conseguente allegazione all’istanza di ammissione al passivo.

Più convincente, invece, sembrerebbe risultare, a un immediato e sommario esame, il primo profilo sopra richiamato, attinente al contenuto della disciplina legislativa vigente.
Infatti, nel Dpr 602/1973 viene disposto: che le imposte sui redditi sono riscosse mediante ritenuta diretta, versamenti diretti del contribuente al concessionario, iscrizione nei ruoli, vale a dire secondo un modulo procedimentale tipizzato (articolo 1); che, per la riscossione delle imposte non pagate, l’esattore procede all’esecuzione forzata in virtù del ruolo, che costituisce titolo per l’ammissione con riserva nelle procedure concorsuali (articolo 45); che il concessionario è legittimato a presentare istanza di fallimento e quindi, successivamente, a chiedere l’ammissione al passivo (articolo 87); che, nel caso di contestazione sulle somme iscritte a ruolo, il credito è ammesso con riserva, da sciogliere una volta decorso il termine per adire il giudice competente ovvero all’esito dell’instaurato giudizio (articolo 88).
È plausibile che tale articolato normativo “…possa aver indotto il giudice del merito a formarsi il convincimento che il credito dell’Amministrazione sorga direttamente con la formazione del ruolo, e che questo quindi costituisca il presupposto necessario per la relativa ammissione”.

Tuttavia, affermano i giudici di legittimità, tale assunto non può essere condiviso in quanto, “…sia sul versante giurisprudenziale che su quello normativo, sono apprezzabili riscontri che depongono in senso diametralmente opposto, vale a dire nel senso della non indispensabilità del ruolo…”; quanto al primo punto, fanno fede “…le diverse sentenze di questa Corte con le quali è stato affermato che la dichiarazione IVA, se non seguita da atto di rettifica dell’Amministrazione ovvero da correzioni successive, vale come accertamento dell’obbligazione tributaria e, nel caso di riscontrato inadempimento, costituisce titolo per la riscossione dell’imposta (C. 09/5165, C. 07/16120, C. 06/2994, C. 04/13027)…”.
Quanto al secondo aspetto “…l’art. 19 D.M. Ministero delle Finanze del 28.12.1989,…prevedeva, al fine della riscossione delle somme dovute da soggetti sottoposti a procedura concorsuale, la formazione del ruolo dopo la definitiva ammissione al passivo delle suddette somme, così implicitamente denunciando la convinzione, da parte dello stesso Ministero creditore delle somme da riscuotere, della non necessità del ruolo”.

Ciò nonostante, da una lettura approfondita della normativa che legittima, a seguito del mancato pagamento del ruolo, l’esattore a procedere esecutivamente avvalendosi proprio del ruolo come titolo esecutivo – ovvero, nell’ipotesi di pendenza di procedura concorsuale, per ottenere l’ammissione al passivo del credito insoddisfatto – non si evince, “…come dato necessario ed ineludibile, la conseguenza che l’istanza di ammissione al passivo per un credito erariale debba essere sorretta dal ruolo preventivamente formato. Al contrario la disposizione in questione si limita a legittimare l’esattore, ove verificata l’intervenuta apertura di procedura concorsuale in danno del debitore, a procedere esecutivamente anche a fronte della nuova procedura in corso…ovvero ad avvalersi del titolo esecutivo rappresentato dal ruolo, ai fini dell’ammissione al passivo del credito”.

Da tali considerazioni, concludono i giudici di piazza Cavour, si deve ritenere che la corretta interpretazione della normativa vigente esclude che possa essere affermata la necessità dell’allegazione del ruolo, a sostegno della domanda di riconoscimento del credito erariale direttamente formulata dall’Amministrazione creditrice.
Seppur non necessario, tuttavia, il ruolo rafforza la posizione del creditore che, ove ritenga preferibile depositare istanza di ammissione al passivo senza la preventiva formazione dello stesso, assume il rischio dell’iniziativa adottata e, nel caso di contestazione da parte del debitore, subisce le conseguenze della sua inerzia.

Tale interpretazione, infine, è in sintonia con la disciplina dettata con riferimento alla domanda di ammissione al passivo (articolo 93 della legge fallimentare), per la quale è richiesta la semplice esposizione dei fatti e degli elementi di diritto che costituiscono la ragione della domanda e non anche la necessaria allegazione di un titolo.


Fonte: Agenzia Entrate

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Equitalia: rate più facili e veloci. Le nuove misure pro contribuenti.

Sono più di un milione e mezzo le rateizzazioni concesse da Equitalia dal 2008, per un importo vicino ai 20 miliardi di euro. Una modalità di pagamento particolarmente apprezzata dai contribuenti, come mostrano anche i dati per regione: le richieste accolte sfiorano superano quota 195mila in Campania, Lombardia e Lazio. Quasi 3mila nella piccola Valle D’Aosta, per oltre 21 milioni di euro.

Accedere alla rateizzazione delle cartelle è oggi più facile grazie a una serie di interventi normativi e regolamentari che consentono a cittadini e imprese di mettersi in regola con il fisco in modo più agevole. Il decreto “Salva Italia” (Dl n. 201/2011), ad esempio, ha prorogato i termini per beneficiare della rateizzazione. Il decreto sulle semplificazioni tributarie (Dl n. 16/2012) ha introdotto una serie di importanti novità, tra cui la possibilità di chiedere un piano di ammortamento a rate variabili e crescenti, anziché costanti. Inoltre, con la direttiva dell’1 marzo 2012, Equitalia ha portato da 5 a 20mila euro la soglia per ottenere la rateizzazione con una semplice richiesta motivata che attesti la propria situazione di temporanea difficoltà economica.

Rateizzazione-bis fino a sei anni
Il “Salva Italia” ha prorogato i termini per beneficiare della rateizzazione: dimostrando un peggioramento della propria situazione economica, il contribuente può richiedere la proroga della rateizzazione già concessa, per un periodo ulteriore e fino a settantadue mesi (sei anni), a patto che non sia intervenuta decadenza. Inoltre, con la proroga della rateizzazione, è possibile chiedere rate di importo variabile e crescente per ciascun anno. Si risponde così all’esigenza di agevolare il contribuente nella fase di difficoltà economica, con la previsione che in futuro la sua condizione migliorerà.

Fino a 20mila euro la rata si fa sprint
Con la direttiva n. 7 dell’1 marzo 2012, Equitalia ha portato da 5 a 20mila euro la soglia per ottenere la rateizzazione con una semplice richiesta motivata che attesti la situazione di temporanea difficoltà economica. Quindi, per dimostrare la propria situazione economico-finanziaria non occorrono più documenti; questi restano necessari solo se il debito supera la nuova soglia.
La direttiva si rivolge anche alle aziende, con importanti novità. L’indice “alfa”, cioè il parametro prima utilizzato per ottenere il rateizzo, servirà ora solo per determinare il numero massimo di rate che possono essere concesse. Si amplia così di fatto la platea delle aziende che possono beneficiare del pagamento dilazionato dei tributi non pagati.

Rateizzazione fa rima con semplificazione
Anche il Dl n. 16/2012 ha introdotto una serie di importanti novità:
piano di ammortamento con partenza “leggera” - Fin dalla prima richiesta di dilazione è possibile chiedere un piano di ammortamento a rate variabili e crescenti anziché a rate costanti. Pertanto, le prime rate saranno più leggere e cresceranno nella prospettiva di un miglioramento della situazione economica del contribuente
niente ipoteca in caso di pagamento a rate - Equitalia non iscrive ipoteca nei confronti di un contribuente che ha chiesto e ottenuto di pagare il debito a rate
in “gara” anche con la rateizzazione - Il contribuente che ha ottenuto la rateizzazione non è più considerato inadempiente e può partecipare alle gare d’appalto
più difficile decadere dalla rateizzazione - Si decade dalla rateizzazione solo se non sono pagate due rate consecutive. Prima era prevista la decadenza con il mancato pagamento della prima rata o, successivamente, di due rate, anche non consecutive.


Fonte: Agenzia Entrate

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Agevolazioni autotrasportatori.

Anche quest’anno si rinnovano le agevolazioni previste nel 2011. Le imprese di trasporto possono recuperare, tramite compensazione con F24, fino a 300 euro per veicolo, dai contributi sui premi di assicurazione per la responsabilità civile, versati al Servizio sanitario nazionale per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore adibiti a trasporto merci di massa complessiva a pieno carico non inferiore a 11,5 tonnellate.

Per la compensazione in F24 si utilizza il codice tributo “6793”.

Stessi importi anche per la deducibilità forfetaria prevista per i trasporti personali dell’imprenditore, pari a 56,00 o 92,00 euro, a seconda che avvengano all’interno della Regione o nelle Regioni di confine, oppure al di fuori di tale ambito.

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Dichiarazione di successione.

La dichiarazione di successione deve essere presentata da ciascuno degli eredi separatamente? La domanda può essere spedita per posta? La possibilità di correggere eventuali errori o omissioni entro quale termine va esercitata?

La dichiarazione di successione deve essere presentata entro dodici mesi dalla data di apertura della successione (decesso del defunto) da i chiamati all’eredità, i legatari, gli amministratori dell’eredità e i curatori delle eredità giacenti, gli esecutori testamentari, gli immessi nel possesso temporaneo dei beni, in caso di assenza o morte presunta. Nel caso siano tenuti alla presentazione più soggetti, è sufficiente che adempia anche uno solo.
La dichiarazione di successione può essere presentata direttamente all’ufficio delle Entrate (che rilascia ricevuta) nella cui circoscrizione era residente il defunto al momento del decesso ovvero spedita per raccomandata.
Fino alla scadenza del termine (dei 12 mesi), la dichiarazione presentata può essere modificata mediante la presentazione di dichiarazioni sostitutive.
Anche successivamente è possibile rettificare (con dichiarazione rettificativa) eventuali errori commessi nella dichiarazione originaria. La dichiarazione rettificativa dei valori dichiarati deve essere presentata entro il termine previsto per l’accertamento dell’obbligazione tributaria, e cioè prima della notifica dell’avviso di rettifica e liquidazione della maggiore imposta ovvero prima del decorso del termine ultimo previsto dall’articolo 27, comma 3, del Dlgs n. 346/1990 (Testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni), per la notifica del medesimo (due anni dal pagamento dell’imposta principale).


Fonte: Agenzia Entrate

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Pagamenti cash sopra i mille euro.

Commercianti al dettaglio e agenzie di viaggio e turismo hanno tempo fino al 10 aprile per comunicare all’Agenzia delle Entrate l’adesione alla disciplina di deroga al limite di utilizzo del contante, giustificando a posteriori le operazioni over 1.000 euro effettuate dal 2 marzo. Colmato così il gap tra l’entrata in vigore della norma e l’approvazione del relativo modello di comunicazione.

La deroga alle norme sulla limitazione all’uso del contante, prevista dal decreto sulle semplificazioni tributarie (Dl 16/2012), consente ai soggetti che svolgono attività di commercio al dettaglio o di agenzia di viaggi e turismo di accettare pagamenti in contanti, per la vendita di beni e servizi, anche oltre la soglia dei 1.000 euro, a condizione che inviino un’apposita comunicazione preventiva di adesione alla disciplina, secondo le modalità e i termini stabiliti con provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, emanato il 23 marzo, in anticipo rispetto al termine dei 30 giorni concesso dalla norma.

Il via libera a fruire di questa opportunità anche prima dell’approvazione del modello era stato dato con il comunicato stampa del 13 marzo. Il provvedimento precisa ora che, per le operazioni effettuate dal 2 marzo al 10 aprile 2012, la comunicazione potrà essere trasmessa ex post entro quest’ultima data, a condizione che siano stati rispettati gli altri adempimenti prescritti.

Deroga: a quali condizioni
La deroga alle norme sulla limitazione dell’uso del contante è riconosciuta se l’acquisto è effettuato da persona fisica, che non è cittadino italiano né di uno dei paesi dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo (Liechtenstein, Islanda, e Norvegia) e non è residente in Italia.
L’operatore, all’atto dell’acquisto, deve acquisire fotocopia del passaporto del cliente e un’autocertificazione di quest’ultimo che attesta di non possedere la cittadinanza italiana né di uno dei paesi della Ue o del See e di non risiedere in Italia.
Inoltre, entro il primo giorno feriale successivo a quello dell’operazione, è tenuto a versare il denaro su un proprio conto corrente e a consegnare all’operatore finanziario copia fotostatica del documento di riconoscimento del cliente e la copia della fattura (o della ricevuta o dello scontrino fiscale) emessa.

Le indicazioni del provvedimento attuativo
Con provvedimento del 23 marzo, l’Agenzia ha approvato il modello per comunicare l’adesione alla disciplina di deroga e le relative istruzioni, chiarendo che, per le operazioni effettuate dal 2 marzo (data di entrata in vigore del decreto che ha introdotto la deroga) al 10 aprile 2012, la comunicazione dovrà essere inviata entro il 10 aprile.
Se la prima operazione effettuata in questo periodo transitorio è antecedente alla comunicazione, in quest’ultima dovrà essere indicata, invece che la data di sottoscrizione, la data di effettuazione di tale prima operazione.
In linea generale, invece, la presentazione del modello deve essere preventiva rispetto al compimento della prima operazione che beneficia del regime di deroga. La comunicazione va effettuata telematicamente, dai contribuenti abilitati o tramite i soggetti incaricati, utilizzando il prodotto informatico disponibile gratuitamente su sito dell’Agenzia delle Entrate.


Fonte: Agenzia Entrate

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Omologa del concordato preventivo, imposta di registro in misura fissa.

Il decreto di omologa del concordato preventivo emesso da un tribunale fallimentare deve essere assoggettato a imposta di registro in misura fissa.
Con risoluzione n. 27/E del 26 marzo, l’Agenzia delle Entrate rivede la posizione adottata con un precedente documento di prassi (risoluzione n. 28/2008), nel quale si era affermato che il concordato preventivo è una procedura concorsuale dalla natura complessa, al termine della quale viene emanato un decreto di omologa avente effetto costitutivo, non potendo l’omologazione estrinsecarsi in un mero momento di controllo. Il decreto di omologa, precisava la risoluzione n. 28/2008, dà luogo a una nuova situazione oggettiva di natura patrimoniale, che comporta l’applicazione dell’imposta di registro nella misura proporzionale del 3% (articolo 8 della Tariffa, parte prima, allegata al Tur).

Tuttavia, la giurisprudenza della Corte di cassazione (cfr sentenze 10352/2007 e 19141/2010) è pervenuta a differenti conclusioni.
In relazione all’ipotesi relativa a una sentenza di omologa del concordato preventivo con garanzia, ha precisato che “… mentre, infatti, l’originaria formulazione della seconda parte della lettera c) che ricomprendeva gli atti “portanti condanna al pagamento di somme, valori ed altre prestazioni o alla consegna di beni di qualsiasi natura” trova ora il suo omologo nella lettera b) relativa agli atti “recanti condanna al pagamento di somme o valori, ed altre prestazioni o alla consegna di beni di qualsiasi natura” è invece scomparsa qualsiasi previsione di carattere residuale (…) rinvenibile nella previsione relativa agli atti “aventi per oggetto beni e diritti diversi da quelli indicati alle lettere a) e b)” in cui (…) la giurisprudenza aveva ricompreso la sentenza di omologa del concordato con garanzia”. Pertanto, “esclusa (…) la possibilità di inquadramento in una delle ipotesi da a) ad f) non resta che rivalutare il criterio nominalistico e quindi ritenere che la sentenza di omologazione del concordato preventivo rientri nella dizione di cui alla lettera g) che per l’appunto, comprende genericamente gli atti “di omologazione”, così come la giurisprudenza di questa Corte ha già ritenuto quanto al concordato preventivo con cessione dei beni”.

La Corte ha dunque valorizzato un’interpretazione di carattere nominalistico dell’articolo 8 della Tariffa, allegata al Tur, affermando la riconducibilità del decreto di omologa del concordato preventivo con garanzia alla previsione recata dalla lettera g) dell’articolo 8, che dispone l’applicazione dell’imposta di registro nella misura fissa di 168 euro per gli atti di omologazione.
Inoltre, precisa la risoluzione, il decreto di omologa del concordato preventivo con cessione di beni non produce effetti traslativi.
Detta circostanza avvalora il riconoscimento della tassazione in misura fissa del decreto di omologa del concordato preventivo con cessione di beni.
Difatti, la mancanza dell’effetto traslativo, che sarebbe giustificativo dell’imposizione proporzionale, conduce alla conclusione, coerente con l’orientamento giurisprudenziale prevalente (cfr Cassazione 2957/1998 e 10352/2007), dell’assoggettamento sia dei decreti di omologazione dei concordati con garanzia, sia di quelli aventi a oggetto i concordati con cessione dei beni, a imposta di registro in misura fissa, posto che gli stessi sono annoverabili tra gli atti di cui alla lettera g) dell’articolo 8 della Tariffa, parte prima, allegata al Tur, relativa agli “atti di omologazione”.

L’effetto traslativo non ha luogo in quanto, dopo l’omologazione e durante la fase di liquidazione, fino al momento dell’alienazione (unitaria o frazionata), i beni del debitore concordatario rimangono di sua proprietà, benché assoggettati a un vincolo di destinazione al quale non possono essere sottratti.

Da ultimo, la risoluzione, non estende le conclusioni tratte con riferimento al concordato preventivo con cessione di beni e con garanzia, al concordato con cessione di beni al terzo assuntore.
In detta ipotesi, infatti, l’atto giudiziario di omologa assume natura traslativa.

Si ritiene pertanto che il decreto di omologa di un concordato con cessione di beni all’assuntore, quale atto traslativo della proprietà dei beni, deve essere ricondotto all’ambito applicativo della disposizione recata dall’articolo 8, lettera a), della Tariffa, parte prima, allegata al Tur, che prevede l’applicazione dell’imposta di registro con le stesse aliquote previste per i corrispondenti atti, per i provvedimenti giudiziari “recanti trasferimento o costituzione di diritti reali su beni immobili o su unità da diporto ovvero su altri beni e diritti”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Immissione in libera pratica in altro Paese Ue: va posta in essere la procedura acquisti intracomunitari?

Domanda
Una società Italiana acquista da una società Svizzera merci provenienti dalla Svizzera. Sull'intestazione della fattura è presente, oltre all'anagrafica del soggetto cedente, anche l'anagrafica di un rappresentante fiscale di quest'ultimo residente in Franci). Il rappresentante fa riferimento alla procedura di sdoganamento a domicilio. Si chiede se la procedura sia da ritenersi corretta.

Risposta
E' ragionevole supporre che il fornitore svizzero si sia avvalso della procedura prevista dalla direttiva del 25 giugno 2009 n.2009/69/CE. Essa prevede che i beni di provenienza extra Ue, possano essere dichiarati per l'immissione in libera pratica in un Paese Ue, con pagamento dell'eventuale dazio ma senza pagamento dell'Iva (in tale Paese), a condizione che il soggetto che pone in essere tale operazione fornisca alla Dogana le seguenti tre informazioni: - il numero di identificazione Iva che gli è stato attribuito nello Stato membro di importazione oppure quello attribuito (in tale Stato membro) al suo rappresentante fiscale debitore d'imposta; - il numero di identificazione Iva dell'acquirente cui i beni sono ceduti, attribuito in un altro Stato membro o il numero di identificazione Iva che gli è stato attribuito nello Stato membro di arrivo della spedizione o del trasporto quando i beni sono soggetti a un trasferimento a se stesso; - la prova che i beni importati sono destinati ad essere spediti o trasportati dallo Stato membro di importazione verso un altro Stato membro. Tale possibilità operativa è espressamente prevista dalla normativa francese (articolo 291 CGI), il quale afferma che: "III Sont également exonérées de la taxe sur la valeur ajoutée : 4° Les importations de biens expédiés ou transportés en un lieu situé sur le territoire d'un autre Etat membre de la Communauté européenne et qui font l'objet par l'importateur d'une livraison exonérée en vertu du I de l'article 262 ter.". L'articolo 262 ter CGI riguarda le cessioni intracomunitarie e afferma che: "I. - Sont exonérés de la taxe sur la valeur ajoutée : 1° Les livraisons de biens expédiés ou transportés sur le territoire d'un autre Etat membre de la Communauté européenne à destination d'un autre assujetti ou d'une personne morale non assujettie.". Alla luce di quanto sopra esposto, così stando le cose, l'impresa italiana pone in essere un acquisto intracomunitario nei confronti della posizione Iva francese del fornitore svizzero. Essa deve, conseguentemente, svolgere la procedura acquisti intracomunitari di beni (numerare e integrare la fattura estera con Iva, annotare la stessa sul registro fatture emesse e sul registro acquisti, presentare il modello Intra 1 bis) e deve presentare la comunicazione Black List (se l'importo dell'operazione supera i 500 euro).


Fonte: IPSOA

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lunedì 26 marzo 2012

Documento Unico Valutazione Rischi da Interferenze: quando redigerlo.

Domanda
Non avendo previsto la redazione del DUVRI in sede di appalto, nel momento in cui dovessero evidenziarsi variazioni tali da comportare rischi da interferenza, occorre redigerlo?

Risposta
La redazione del DUVRI, il Documento Unico Valutazione Rischi da Interferenze, è un obbligo di legge introdotto dal D.Lgs. 9 4 2008, n. 81, che è successivamente stato modificato dal D.Lgs. 3 8 2009, n. 106; esso è un vero e proprio obbligo per le aziende che intendano affidare mansioni e parti del lavoro a ditte esterne, in appalto. Il reale obiettivo di tale Documento è far prestare maggiore attenzione ai responsabili dei lavori nell'osservazione e nella valutazione di tutti quei rischi potenziali o reali che possono essere riscontrati sul luogo di lavoro. Il DUVRI si può considerare, dunque, una valutazione dei "rischi di interferenza" tra materiali e strumentazioni, il cui contatto potrebbe rivelarsi deleterio e pericoloso, da scrivere, mostrare, e tener sempre presente. Il Documento deve essere allegato al contratto di appalto o di opera e va adeguato in funzione dell'evoluzione dei lavori, servizi e forniture; deve essere quindi tenuto conto di ogni cambiamento o mutamento della situazione di rischio, essendo evidente la necessità di aggiornare (nel caso in esame di stendere ex novo) costantemente il DUVRI, a seconda della reale situazione di fatto. Si ricorda che sono esentati dalla stesura del modello DUVRI i servizi di natura intellettuale, le forniture di materiali o attrezzature di durata inferiore o uguale ai due giorni o meno, che non siano però in ambienti a rischio.


Fonte: IPSOA

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Mediazione fiscale: ambito applicativo.

La tipologia delle liti per le quali è obbligatorio attivare la preventiva procedura di mediazione è indicata dall’articolo 17-bis, comma 1, del D. Lgs. n. 546/1992, che individua le “controversie di valore non superiore a ventimila euro, relative ad atti emessi dall'Agenzia delle entrate”. Secondo l’interpretazione fornita con la circolare n. 9/E del 19.03.2012, la disposizione va letta in combinato disposto con il successivo comma 6, che estende al procedimento di mediazione la disciplina sugli atti impugnabili del processo tributario recata dall’articolo 19 del D. Lgs. n. 546/1992. Sono tre, pertanto, i criteri che devono coesistere per l’individuazione delle controversie assoggettate alla nuova procedura: la tipologia dell’atto impugnato, la parte resistente nell’eventuale giudizio, il valore della lite.

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5 per mille anche per i beni culturali.

Si aprono oggi le iscrizioni online, tramite Entratel e Fisconline, per gli enti e associazioni interessati al 5 per mille. La Circolare n. 10/E pubblicata ieri sera ha definito le date per gli adempimenti della campagna dichiarativa 2012 (redditi 2011), i requisiti di ammissione al beneficio, le liste e le modalità di riparto delle somme messe a disposizione dallo Stato. Due le principali novità indicate nella circolare: l’inclusione tra i destinatari del 5 per mille anche degli esercenti attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; la possibilità, dall’esercizio 2012, di partecipare al riparto del 5 per mille anche per quegli enti che non hanno assolto in tutto o in parte entro i termini di scadenza agli adempimenti richiesti per l’ammissione al contributo ma che hanno comunque i requisiti sostanziali, a condizione che effettuino la regolarizzazione presentando domanda di iscrizione ed effettuando le successive integrazioni documentali entro il prossimo 30 settembre (art. 2, D.L. n. 16/2012).


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Prestazioni rese da associazioni sportive dilettantistiche.

Le prestazioni di massaggi e saune ai soci di un'associazione sportiva dilettantistica possono essere considerate attività non commerciali e, quindi, non imponibili?

Le prestazioni rese nei confronti degli associati dagli enti associativi - quali le associazioni sportive dilettantistiche - sono considerate non commerciali e, quindi, non imponibili se effettuate "in diretta attuazione degli scopi istituzionali" (articolo 148, comma 3, del Tuir). Con la circolare ministeriale n. 124/1998, è stato chiarito che, ai fini della non imponibilità, l'attività svolta in diretta attuazione degli scopi istituzionali è quella che costituisce il "naturale completamento degli scopi specifici e particolari che caratterizzano ciascun ente associativo" (cfr anche risoluzione n. 38/2010).
Le prestazioni relative a massaggi e saune non rientrano, quindi, nell'ambito applicativo dell'articolo 148, comma 3, del Tuir, in quanto non si pongono direttamente come naturale completamento dell'attività sportiva, potendo le stesse essere rese anche separatamente e indipendentemente dall'esercizio dell'attività sportiva.


Fonte: Agenzia Entrate

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La musica negli alberghi è soggetta al diritto d'autore.

Una società rappresentante di diritti dei produttori di fonogrammi sulle registrazioni proponeva ricorso contro il governo irlandese per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti alla violazione di talune disposizioni comunitarie. In particolare, la ricorrente rivendica il mancato versamento di un'equa remunerazione per l'utilizzo, nelle strutture alberghiere, di fonogrammi sotto sua licenza nell'ambito dell'attività alberghiera stessa. In particolare si contesta la paventata esenzione, richiamata dai gestori alberghieri, che violerebbe la normativa europea nell'ambito dei diritti connessi alla tutela del diritto d'autore. Norme che prevedono, il diritto dei produttori di fonogrammi e quello a percepire un'equa remunerazione per l'utilizzo dei fonogrammi. La Corte, nel procedimento principale, precisava come i fonogrammi in questione sono solamente quelli trasmessi all'interno delle camere di albergo. Pertanto, per il giudice del rinvio, l'equa remunerazione si applica esclusivamente alla circostanza suddetta. Ecco che allora, alla luce delle suesposte considerazioni, il giudice del rinvio ha ritenuto di dover richiedere l'intervento dei giudici della Corte di giustizia europea al fine di risolvere le questioni controverse in ragione della corretta interpretazione della nozione di "comunicazione al pubblico".

Le questioni pregiudiziali
Il dubbio interpretativo richiede la soluzione di una questione pregiudiziale multipla. In primo luogo occorre stabilire se un gestore alberghiero di cui alla causa principale possa qualificarsi come utente che effettua un atto di comunicazione al pubblico. In secondo luogo, se il gestore sia tenuto al versamento di un'equa remunerazione, oltre quella dovuta dall'emittente radiofonica. In terzo luogo se la qualificazione di utente che procede a un atto di comunicazione al pubblico sussista anche per il fatto della messa a disposizione di apparecchi televisivi o radio. Infine, occorre chiarire se, considerando che l'articolo 10, paragrafo 1, lettera a), direttiva 2006/11, prevede il versamento di un'equa remunerazione, sia possibile per gli Stati membri prevedere la possibilità di esenzione da tale onere.

Le argomentazioni degli eurogiudici
Fermo restando che il soggetto che utilizza un fonogramma per una radiodiffusione o per una comunicazione al pubblico costituisce un utente secondo la direttiva 2006/115 resta da chiarire se tale soggetto, nel contesto di cui alla vicenda principale, sia riconoscibile autore di una comunicazione al pubblico. Occorre premettere che, per qualificare come comunicazione al pubblico una generica azione di comunicazione, è necessaria una valutazione individualizzata e basata su una molteplice serie di parametri o criteri di riferimento. Pertanto, nella fattispecie di cui alla vicenda principale, il fatto che il gestore sia artefice della fruizione dell'opera diffusa, che tale fruizione sia volta a un numero indeterminato di persone, che per tale servizio sia dovuto il versamento di un'equa remunerazione, che si profila il carattere lucrativo del servizio si deve concludere asserendo la sussistenza dei caratteri propri di comunicazione al pubblico. Inoltre, secondo la normativa comunitaria, il gestore che fornisce il servizio di radiodiffusione che per quello di comunicazione al pubblico è tenuto al versamento di un'equa remunerazione. L'utilizzazione privata di un'opera protetta in una comunicazione al pubblico costituisce una contraddizione in termini. Alla stregua dell'articolo 8, paragrafo 2, direttiva 2006/115, una eccezione basata su una utilizzazione privata di una comunicazione al pubblico (articolo 10, paragrafo 1, lettera a) non trova fondamento e, pertanto, gli Stati membri non possono concedere alcuna esenzione dal versamento dell'equa remunerazione.

La pronuncia della Corte
Come conseguenza delle motivazioni esposte dai giudici comunitari la pronuncia ha stabilito, quanto alla prima questione, che un gestore alberghiero va qualificato come utente e che effettua, pertanto, una comunicazione al pubblico soggetta al versamento del diritto d'autore. In base a quanto contenuto nell'articolo 8, direttiva 2006/115/CE, il gestore è tenuto a un'equa remunerazione al pari dell'emittente radiofonica, nonché sulla riproduzione dei fonogrammi. Infine, l'articolo 10, paragrafo 1, lettera a), deve essere interpretato nel senso da non consentire ai singoli Stati membri di esentare il gestore di un albergo, che effettua un atto di comunicazione al pubblico, dal versamento di un'equa remunerazione.


Fonte: sentenza Corte Ue del 16.03.2012 procedimento C-162/10


Fonte: Agenzia Entrate

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Nessun beneficio sulle ipocatastali anche se la donazione è fra parenti.

Il trasferimento di immobili eseguito con un atto di liberalità sconta, comunque, le imposte ipotecarie e catastali. Ciò in quanto l'esenzione prevista sulle successioni e donazioni, non si estende anche ai due tributi.
Questa è stata, sostanzialmente, la motivazione con cui la Corte di cassazione, con la sentenza 4026 del 14 marzo, ha rigettato il ricorso presentato da un contribuente in ordine al silenzio rifiuto opposto dall'Agenzia delle Entrate alla domanda del contribuente con cui veniva chiesto il rimborso delle imposte proporzionali ipotecarie e catastali.

La vicenda nasce, appunto, dal silenzio rifiuto dell'Amministrazione finanziaria in ordine a una richiesta di rimborso formulata dal contribuente e relativa alle imposte ipocatastali versate in data 12 aprile 2006, in occasione della registrazione dell'atto di donazione di beni immobili in favore della moglie e dei figli.

Dopo i due gradi di giudizio di merito che lo vedevano soccombente, il contribuente proponeva ricorso per cassazione eccependo violazione e falsa applicazione degli articoli 13 e 14 della legge 383/2001, nonché dell'articolo 2 del Dlgs 347/1990 - Testo unico delle disposizioni sulle imposte ipotecaria e catastale.

Poiché alla data di registrazione dell'atto di donazione e del relativo versamento delle imposte era ancora in vigore la norma che disponeva la soppressione dell'imposta sulle successioni e donazioni, salvo che per i trasferimenti tra estranei per la quota eccedente 350 milioni di lire (articolo 13, legge 383/2001), il contribuente riteneva che, conseguentemente, sulla base di quanto disposto dagli articoli 2 e 10 del Dlgs 347/1990, non fossero dovute nemmeno le imposte ipocatastali.

L'articolo 2 in questione, relativo all'imposta ipotecaria, prevede che l'imposta proporzionale dovuta sulle trascrizioni è commisurata alla base imponibile determinata ai fini dell'imposta di registro o di quella sulle successioni e donazioni, specificando poi, al comma 2, che "Se l'atto o la successione è esente dall'imposta di registro o dall'imposta sulle successioni e donazioni o vi è soggetto in misura fissa, la base imponibile è determinata secondo le disposizioni relative a tali imposte". L'articolo 10, invece, con riferimento all'imposta catastale, nella parte riguardante l'oggetto e la misura dell'imposta, effettua un rimando allo stesso articolo 2 stabilendo, al comma 1, che "Le volture catastali sono soggette all'imposta del 10 per mille sul valore dei beni immobili o dei diritti reali immobiliari determinato a norma dell'art. 2 (…)". In tal modo, quest'ultima disposizione fa rinvio, per l'imposta catastale, alle stesse determinazioni fissate, dal citato articolo 2, per quella di trascrizione.

La Cassazione ha ritenuto infondate le censure così sollevate dal contribuente, rigettando il ricorso, sulla scorta di un orientamento consolidato in materia di estensione delle agevolazioni tributarie. In sostanza, per i giudici della Suprema corte, l'esenzione dall'imposta (nel caso di specie quella sulle successioni e donazioni), non si estende anche alle imposte ipotecaria e catastale, essendo diversi il fondamento dei tributi in questione e le ragioni dell'esenzione.

Infatti, sebbene l'articolo 2 (e 10, per il rimando a questo effettuato) del Dlgs 347/1990 individui la base imponibile dell'imposta ipotecaria e catastale mediante rinvio alla disciplina dell'imposta di registro o dell'imposta sulle successioni e donazioni, l'articolo 2, comma 2, sopra richiamato, mostra di voler assoggettare comunque a tassazione il trasferimento (inter vivos o mortis causa) dei beni, facendo alternativo ricorso, in ipotesi di esenzione da una delle imposte parametro (o di sua determinazione in misura fissa), al valore virtuale che i beni vengono ad assumere nell'ambito dell'imposta parametro, indipendentemente dall'esenzione o dalla sua determinazione in maniera fissa (Cassazione, sentenze 8977/2007, 26910/2006 e 10482/2003).

In pratica, secondo il Collegio, il fondamento dell'esenzione dell'imposta parametro (sulle successioni e donazioni) non si comunica all'imposta parametrata (di trascrizione o catastale) essendo chiaramente diverso il fondamento tributario, così come le stesse ragioni delle esenzioni.


Fonte: Agenzia Entrate

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Presupposti e modalità operative della mediazione tributaria.

L’articolo 17-bis del Dlgs n 546/1992 ha introdotto in Italia il reclamo e la mediazione che il contribuente deve utilizzare in via preliminare prima di presentare ricorso al giudice tributario, a pena di inammissibilità del ricorso stesso.

Anche in diversi paesi europei, contribuente e fisco (soprattutto francesi, spagnoli e tedeschi) sono parti di una fase amministrativa pre-contenziosa, obbligatoria prima di adire l’autorità giudiziaria. Durante tale fase, le parti, manifestando in modo completo e definitivo le proprie posizioni, sono impegnate a porre in essere ogni determinazione idonea a evitare gli oneri e l’alea dell’eventuale giudizio. Si tratta di procedimenti che non precedono l’intervento risolutivo di soggetti estranei al rapporto di imposta in contestazione e che sono accomunati dalle finalità sia di consentire occasioni dinamiche e non formali di dialogo tra fisco e contribuente sia di utilizzare lo strumento del riesame amministrativo per deflazionare il numero di processi tributari e demandare così alla valutazione del giudice solo le questioni effettivamente rilevanti.

In Francia, ad esempio, prima di proporre domanda giurisdizionale, il contribuente che intende contestare l’atto di liquidazione o qualsiasi altro atto dell’Amministrazione finanziaria deve proporre reclamo amministrativo presso lo stesso ufficio che ha emanato l’atto, potendo chiedere, nello stesso atto, anche la sospensione della riscossione. Nei sei mesi successivi alla presentazione dell’istanza di riesame del contribuente, l’Amministrazione francese può:
dare immediato riscontro della ricezione del reclamo e rispondere entro 30 giorni, salvo che la complessità della fattispecie non consenta di rispettare tale termine (in tale ipotesi, l’amministrazione dà notizia al contribuente dello stato della pratica). Il contribuente, se insoddisfatto della risposta ricevuta, può chiedere che il caso sia posto all’attenzione del “capo ufficio” (chef de brigade o responsable du centre), obbligato (pena un vizio di legittimità del procedimento) a convocare lo stesso contribuente per sentirlo di persona e tentare la conciliazione (che, nella maggioranza dei casi, vien raggiunta; diversamente, se il tentativo non va a buon fine, contro la decisione del “capo ufficio”, il contribuente può rivolgersi al superiore gerarchico o “interlocutor departemental”). Sia in sede locale, sia in sede regionale (dipartimentale), sussistono margini per una “negoziazione” del quantum dovuto limitata all’ammontare delle sanzioni (quantificabili discrezionalmente dall’Amministrazione, tra minimo e massimo previsto dalla legge). Diversamente dai limiti oggettivi previsti per il nuovo istituto italiano (valore della controversia e tipologia di atti reclamabili), in Francia i limiti sono relativi soprattutto al tipo di imposta in quanto nessuna “negoziazione” è possibile in relazione all’Iva, alle imposte sulle successioni e nei casi di frode fiscale (in questi ultimi, caratterizzati dall’intento evasivo del contribuente, l’amministrazione è obbligata a deferire la questione ai giudici, competenti in via esclusiva a dichiarare la sussistenza dell’intento “fraudolento”)
non rispondere, e in tal caso l’istanza si intende rigettata (silenzio rifiuto), con la conseguente possibilità per il contribuente di presentare ricorso al Csi (Comitato dipartimentale delle imposte dirette e delle tasse sulla cifra di affari, organo imparziale competente a pronunciarsi solo su questioni di fatto) oppure ricorso giurisdizionale
scegliere di sottoporre direttamente il caso all’autorità giudiziaria, nei casi in cui l’Amministrazione ritiene che la propria decisione non porrebbe termine alla controversia (ad esempio, quando presso l’organo giurisdizionale pende già una controversia concernente il medesimo contribuente e la medesima contestazione, relativa a un anno d’imposta diverso, ovvero quando, per l’elevato valore della controversia e il probabile esito sfavorevole al contribuente, si ritiene che questi possa adire comunque il giudice). In tali casi, l’istanza del contribuente assume valenza di atto introduttivo del procedimento giurisdizionale.

Salvo che per iniziativa dell’ufficio, il contribuente può proporre ricorso al giudice decorsi 60 giorni dalla comunicazione della decisione di rigetto ovvero dal silenzio-rifiuto.
La fase amministrativa condiziona irrimediabilmente la successiva fase giurisdizionale in quanto il contribuente non potrà modificare in giudizio il petitum e la causa petendi indicati nel reclamo, proprio come si verificherà per le controversie italiane. Durante la “fase amministrativa” italiana, infatti, contribuente e ufficio manifestano e documentano in maniera completa e definitiva le proprie posizioni.

Anche in Spagna, per prevenire possibili controversie con i contribuenti innanzi agli organi giurisdizionali, il contribuente può proporre istanza di riesame al funzionario che ha emesso l’atto, utilizzando sia una “procedura speciale” (nei casi tassativamente indicati dal legislatore), sia una “richiesta generale di riesame” negli altri casi (nei quali l’ufficio che ha emesso l’atto pronuncia una risoluzione ovvero lascia formare il silenzio rifiuto). La predetta istanza può contenere anche la richiesta di sospensione della riscossione.
Se la procedura di riesame si conclude con esito negativo, il contribuente non può ancora proporre ricorso giurisdizionale, ma deve presentare un ulteriore ricorso alle Corti economico – amministrative (organi indipendenti anche se nominati dal ministro delle Finanze, e specializzati nella materia tributaria).

Infine, in Germania è previsto un procedimento di impugnazione pre-contenziosa sia per vizi di merito che di legittimità dell’atto. Tale fase (Beschwerde), simile al nostro sistema dell’autotutela ma più ampia, proprio perché prevede anche valutazioni di merito, può essere instaurata davanti alla stessa autorità che ha emanato l’atto, entro determinati termini, trascorsi i quali l’atto comunque consolida la propria efficacia. Entro un mese dalla ricezione dell’atto, il contribuente propone il suo “ricorso” all’ufficio amministrativo gerarchicamente sovraordinato a quello che ha emanato l’atto, il quale potrà sia annullare il provvedimento viziato, sia sostituirlo con un nuovo atto immune dai vizi emendati. Si tratta di un rimedio per il quale non è richiesta alcuna difesa tecnica e che di norma non sospende di norma l’esecutività dell’atto amministrativo.

Alla volontà europea di adottare strumenti deflativi del contenzioso, in modo da concentrare le energie processuali di giudici e parti solo sulle controversie di maggiore rilevanza e valore, si è uniformato anche il legislatore italiano che, introducendo gli istituti del reclamo e della mediazione, consentirà a Fisco e contribuenti un confronto dialettico, finalizzato al rapido raggiungimento di soluzioni condivise (legittime, trasparenti e dinamiche).


Fonte: Agenzia Entrate

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Riforma del lavoro oggi in CdM: stretta sulle “false” partite Iva.

Sarà discussa in Consiglio dei Ministri la riforma del lavoro. Tra le misure previste, vi è la disincentivazione all’utilizzo improprio di partite Iva e di contratti di associazione in partecipazione per mascherare, in realtà, rapporti di lavoro subordinato. I contratti di associazione in partecipazione si potranno fare solo per i familiari di primo grado. Per le partite Iva, poi, se la collaborazione ha una durata superiore a 6 mesi nell’arco di un anno e per l’attività svolta in tal modo si ricava almeno il 75% dei corrispettivi (anche se fatturati a più soggetti della stessa società) e si utilizza una postazione di lavoro fissa presso il committente, scatterà la presunzione di lavoro subordinato, salvo prova contraria a carico del committente.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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L’evasione Irap non è reato penale.

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 11147 della Terza sezione penale, depositata ieri 22 marzo 2012, ha affermato il principio secondo il quale non costituisce reato penale l’evasione dell’Irap, almeno sulla base dell’art. 2, D. Lgs. n. 274/2000. La legge, infatti non attribuisce rilevanza penale all’eventuale evasione dell’imposta regionale sulle attività produttive, “non trattandosi di un’imposta in senso tecnico”.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Modifica del saggio di interesse legale, precisazioni.

La variazione al 2,50% del saggio di interesse legale dal 1° gennaio 2012, introdotta dal Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 12 dicembre 2011, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 291 del 15 dicembre 2011, si applica ai contributi con scadenza di pagamento a partire dal 1° gennaio 2012. Per le esposizioni debitorie pendenti alla predetta data, tenuto conto delle variazioni della misura degli interessi legali intervenute nel tempo, il calcolo degli interessi dovuti sarà effettuato secondo i tassi vigenti alle rispettive decorrenza. Tale provvedimento produce effetti anche con riferimento alle somme poste in pagamento dall’Inps a decorrere dal 1° gennaio 2012, per cui la misura dell’interesse del 2,50% si applica alle prestazioni pensionistiche in pagamento dalla stessa data.
Circolare n. 44 del 23 marzo 2012.


Fonte: INPS

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Artigiani e commercianti, presentazione telematica istanze.

Scade il 31 marzo 2012 il periodo transitorio durante il quale è stato possibile trasmettere, sia online sia con le precedenti modalità, le istanze riguardanti la gestione dei lavoratori autonomi artigiani e commercianti relative a compensazione contributiva ed autoconguaglio, variazione della data di inizio attività (per i soggetti non iscritti in CCIAA), riduzione contributiva e rimborso contributi. Pertanto, dal 1° aprile 2012, le istanze citate dovranno essere obbligatoriamente presentate con le modalità telematiche.

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Presentazione telematica trattamento rimpatrio dei lavoratori extraUE.

È stata attivata la modalità di presentazione telematica delle domande di trattamento per il rimpatrio dei lavoratori provenienti da paesi extracomunitari. Dopo un periodo transitorio che cesserà il 30 aprile 2012, durante il quale saranno garantite le consuete modalità di presentazione delle richieste, dal 1° maggio 2012 tale modalità entrerà in vigore in via esclusiva attraverso l’utilizzo di uno dei seguenti canali:
WEB – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN dispositivo attraverso il portale dell’Istituto;
Contact center multicanale – numero verde 803164;
Patronati – attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.
Circolare n. 42 del 21 marzo 2012


Fonte: INPS

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Presentazione telematica richieste TFR.

Dal 1° aprile 2012, le domande di trattamento di fine rapporto e relative anticipazioni dei dipendenti esattoriali, potranno essere presentate attraverso uno dei seguenti canali:
WEB – Servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto;
Contact center multicanale – numero verde 803164;
Patronati – attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi (a partire dal 1/5/2012).
Come di consueto, è previsto un periodo transitorio durante il quale le domande potranno ancora essere presentate secondo le consuete modalità. Tale periodo scadrà il 31 maggio 2012. Pertanto, dal 1° giugno 2012, il canale telematico diventerà l’unico mezzo di presentazione delle richieste.
Circolare n. 41 del 21 marzo 2012


Fonte: INPS

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Pensioni 2012. Fasce di retribuzione e reddito pensionabili.

La circolare n. 38 del 14 marzo fornisce le tabelle, aggiornate con la perequazione automatica del 2,7 per cento comunicata dall’Istat ad inizio anno, relative alle fasce di retribuzione e di reddito pensionabili per le pensioni con decorrenza nell’anno 2012, minimali e massimali per l’accredito dei contributi ai fini del diritto a pensione e i limiti di reddito per la riduzione della percentuale delle pensioni ai superstiti e degli assegni di invalidità.

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Gestione ex-Inpdap.

Con la circolare n. 37 del 14 marzo 2012, acquisito il parere del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, vengono fornite le indicazioni per quanto concerne le disposizioni in materia di trattamenti pensionistici e di trattamenti di fine servizio e fine rapporto per gli iscritti alle casse gestite dall’ex-Inpdap. In particolare, sono descritte in dettaglio le nuove disposizioni legislative che regolamentano il riconoscimento dell’equo indennizzo e delle pensioni privilegiate, i requisiti per il diritto alla pensione di vecchiaia e alla pensione anticipata e i termini di pagamento dei trattamenti di fine servizio e di fine rapporto in relazione a cessazioni dal servizio connesse a pensionamenti con 40 anni di anzianità.


Fonte: INPS

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Gestione ex-Enpals.

Con la circolare n. 36 del 14 marzo 2012 vengono comunicate le nuove disposizioni in materia previdenziale apportate dalla legge 214/2011, di conversione del decreto legge 201/2011, con riferimento ai fondi per i lavoratori dello spettacolo e degli sportivi professionisti. Dal momento che per i lavoratori iscritti a tali fondi non esiste distinzione tra lavoro autonomo e lavoro dipendente, le due tipologie di rapporto di lavoro sono sempre inquadrate con le medesime tutele previdenziali a prescindere dalla natura del rapporto di lavoro. La nuova disciplina pensionistica viene illustrata in dettaglio per quanto riguarda i requisiti anagrafici e contributivi necessari per poter accedere alle prestazioni introdotte dalla riforma (pensione di vecchiaia e pensione anticipata) in sostituzione di quelle previgenti, a decorrere dal 1° gennaio 2012.


Fonte: INPS

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Gestione separata: tutela della maternità anche online.

E’ stata attivata anche per gli iscritti alla Gestione separata la possibilità di inviare online le domande di maternità/paternità e congedo parentale. Il servizio è accessibile utilizzando i consueti tre canali (Web, contact center e patronati) validi per inviare le domande relative ai diversi tipi di evento legati alla maternità/paternità e ai congedi parentali (parto, interruzione di gravidanza, adozione/affidamento nazionale e adozione/affidamento preadottivo internazionale).

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