mercoledì 29 febbraio 2012

Cessioni e prestazioni a soggetti internazionali.

L'articolo 72 del Dpr 633/72 recepisce, nell'ambito della normativa nazionale, gli accordi internazionali che prevedono eventuali agevolazioni ai fini dell'applicazione dell'Iva.
Nel comma 2 del citato articolo viene, altresì, stabilito che le cessioni effettuate secondo i predetti criteri assumono il carattere di "non imponibilità", così come quelle relative alle esportazioni e alle operazioni assimilate e previste negli articoli 8, 8-bis e 9 (risoluzione 529001 del 28/4/1973).
La conseguenza è che le suddette operazioni partecipano alla formazione del plafond degli esportatori abituali, attraverso il quale quest'ultimi possono procedere agli acquisti senza pagamento dell'imposta.
Nel successivo comma 3 dell'articolo 72 vengono poi individuate espressamente una serie di cessioni e prestazioni alle quali possono essere applicati i medesimi criteri esposti in precedenza.
In pratica, le operazioni in questione assumono il carattere di non imponibilità, con la conseguenza che sono anch'esse assimilate alle esportazioni.
Vediamo, nel dettaglio, di quali operazioni si tratta.

Cessioni o prestazioni, se di importo superiore a 258,23 euro, alle sedi e ai rappresentanti diplomatici e consolari
La "non imponibilità" è inapplicabile "alle operazioni per le quali risulta beneficiario un soggetto diverso, ancorché il relativo onere sia a carico degli enti e dei soggetti ivi indicati" (articolo 72, comma 4).
Ai fini del riconoscimento dell'agevolazione, è necessario che l'organizzazione estera presenti "per ogni singola operazione, apposita richiesta (mod. 181 US, n.d.r.) al Ministero degli Affari Esteri il quale, ove si verifichino le necessarie condizioni per l'ammissione all'agevolazione medesima, vi appone analoga attestazione. Il modulo relativo all'accennata certificazione deve essere dall'acquirente consegnato all'operatore economico e da questi conservato a norma dell'art. 39 del D.P.R. 26.10.1972, n. 633, unitamente al duplo della fattura che va emessa in ogni caso e che, ai sensi dell'art. 21 del citato D.P.R. n. 633, può comprendere cessioni e prestazioni effettuate nello stesso giorno o nel corso della stessa settimana" (circolare n. 38/73).

La risoluzione 20 del 10/2/2000 ha sottolineato che il predetto modello 181 US è da utilizzarsi solo da parte dei rappresentanti diplomatici e consolari, ovvero da soggetti appartenenti a organizzazioni internazionali, mentre "per tutti gli altri organismi, invece, la non imponibilità è operante sulla base della presentazione, da parte del richiedente, di una dichiarazione che contenga i riferimenti a norme o trattati internazionali che prevedono l'agevolazione".
Il beneficio è esteso anche al personale tecnico-amministrativo facente parte delle sedi citate, se appartenenti a Stati che riconoscono il medesimo criterio di non imponibilità e a condizione che i soggetti interessati "non siano cittadini italiani e che non abbiano in Italia la residenza permanente" (circolare 38/73).
A tale proposito, la risoluzione 621198 del 19/10/89 ha riconosciuto la non imponibilità ai lavori di manutenzione o ristrutturazione relativamente agli immobili occupati dai rappresentanti diplomatici, consolari e dal personale tecnico amministrativo.
Tuttavia, relativamente agli immobili occupati dal personale non diplomatico, è necessario che "venga specificato nella prescritta certificazione che si tratta di soggetti accreditati presso le Ambasciate stesse e che esplicano mansioni tecniche o amministrative. Qualora, invece, gli immobili dovessero risultare occupati da personale che non rivesta lo status di rappresentante diplomatico o consolare ovvero che non abbia i requisiti sopra evidenziati, il beneficio in questione non torna applicabile - pur se gli immobili siano stati acquisiti in proprietà o in affitto direttamente dalle Ambasciate - con la conseguenza che la certificazione di cui alla circolare n. 38/1973 non deve essere rilasciata".

In precedenza, la risoluzione 524184 del 17/4/74 aveva riconosciuto, inoltre, l'esenzione da Iva per i corrispettivi inerenti a un contratto di appalto per i lavori di restauro e ristrutturazione interna nell'immobile sede della cancelleria di una Ambasciata.

Per quanto riguarda l'acquisto di autovetture, in sostituzione di quelle già possedute, da parte di personale di rappresentanze diplomatiche, la risoluzione 465182 del 16/10/91 ha confermato la non imponibilità dell'acquisto, a patto che "analogo beneficio sia previsto a favore del personale tecnico amministrativo italiano operante presso sedi diplomatiche e consolari all'estero".

Acquisti intracomunitari da parte delle rappresentanze diplomatiche, consolari e dagli organismi internazionali
Gli organismi esteri sopra citati, nonché il personale in servizio presso i medesimi (circolare 62/2002), possono aver necessità di acquistare presso altri Stati membri della Comunità europea, diversi da quelli in cui hanno sede.
In tal caso, la normativa comunitaria ha previsto che gli stessi non debbano essere considerati "acquisti intracomunitari" e non debbono nemmeno rientrare nel limite di 8.263,31 euro, previsto per gli enti non commerciali, affinché l'imposta possa essere assolta nel paese d'origine dei beni (articolo 38, comma 5, decreto legge 331/93), "in quanto tali operazioni rappresentano una deroga ai principi generali del regime transitorio degli scambi intracomunitari" (circolare 78/98).

Nel caso in cui siano operatori italiani a fornire beni ai soggetti in questione, con sede in altri Paesi membri, "la relativa fattura dovrà essere emessa senza applicazione dell'imposta ai sensi dell'art. 72, terzo comma, del D.P.R. 26 ottobre 1972 n. 633, dietro presentazione del formulario debitamente vistato dalle autorità competenti del paese membro interessato. Per tali forniture gli operatori italiani non sono tenuti a compilare gli elenchi riepilogativi delle cessioni intracomunitarie, in quanto i destinatari non sono soggetti passivi IVA nel paese di destinazione" (circolare 78/98).
Si precisa che il "formulario" (certificato di esenzione dall'Iva e dalle accise), utilizzabile "solo per gli acquisti di beni e servizi in altri Stati membri" (risoluzione 10/2000), è reperibile come allegato alla citata circolare 78/98.

La circolare 62 dell'1/8/2002 ha successivamente specificato che "tra i soggetti titolati ad effettuare acquisti in regime di non imponibilità ad IVA rientrano anche i rappresentanti diplomatici e consolari ed il personale tecnico-amministrativo, che presentano il sopracitato modello, debitamente vistato dalle competenti autorità dello Stato membro ospitante".
Inoltre, "il medesimo beneficio si applica anche ai rappresentanti diplomatici e consolari della Repubblica Italiana, accreditati presso altri Stati membri dell'Unione europea o presso Organismi Internazionali ivi situati, nonché al personale tecnico-amministrativo in servizio presso le Rappresentanze e gli enti in questione. E' appena il caso di precisare che anche questi ultimi soggetti dovranno esibire il modulo, vistato dalla competente autorità dello Stato membro ospitante, con cui si attesta il diritto all'agevolazione in discorso" (circolare 62/2002).

La risoluzione 97 del 30/7/98, pur negando in generale al personale militare che presta servizio presso le Ambasciate la possibilità di acquisire beni a uso personale in Italia in regime di non imponibilità, salvo che si possa configurare da parte del cedente una vera e propria esportazione, dispone diversamente per quello incaricato presso altri Stati comunitari.
Per quest'ultimo, infatti, "dopo l'immissione in servizio ... presso la sede diplomatica estera" può essere riconosciuta l'agevolazione "a condizione che venga esibito il formulario "certificato di esenzione dall'IVA e dalle accise" approvato in sede comunitaria, munito del visto dell'autorità competente dello Stato membro ospitante. (Cfr. Circ. n. 78/E del 10 marzo 1998 che si allega in copia)" (risoluzione 97/1998).

Cessioni o prestazioni ai comandi militari degli Stati membri della Nato "nell'esercizio delle proprie funzioni", compresi i quartieri generali militari internazionali, e agli organismi sussidiari degli stessi "installati in Italia" (risoluzione 527506 del 19/2/73)
Per tali soggetti non si applica il limite sopra rilevato di 258,23 euro.
Assumono carattere non imponibile, inoltre, anche le cessioni effettuate nei confronti dell'Amministrazione della difesa "qualora agisca per conto" della Nato e quelli effettuati da un ministero "in nome e per conto" della suddetta organizzazione (risoluzione 465239 del 18/10/91).

La risoluzione 12908 del 29/1/73 riconobbe la non imponibilità anche agli acquisti e alle prestazioni relativi a pubblicazioni stampate in Italia a spese e per conto della Nato.

La risoluzione 421418 del 18/7/80 sottolineò come, ai fini della non imponibilità delle operazioni, le stesse dovessero essere "poste in essere nei diretti confronti dei Comandi militari degli Stati membri, dei quartieri generali militari internazionali e degli organismi sussidiari, installati in esecuzione del trattato nord - atlantico, nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali".
Inoltre, è necessario che le cessioni o prestazioni siano effettuate ai fini "delle funzioni istituzionali proprie degli organismi NATO richiamati nell'art. 72, terzo comma, n. 2)".

In tale contesto, la risoluzione 16005 del 23/10/80 chiarì che la condizione di non imponibilità, in presenza di appalti, non è applicabile alle operazioni "effettuate in attuazione dei rapporti intermedi intercorrenti fra l'assuntore dell'intera opera ed i propri sub appaltatori".
In precedenza, la risoluzione 525097 del 13/7/1974 aveva stabilito che nessun particolare adempimento doveva essere messo in essere in occasione delle cessioni o prestazioni verso la Nato a prova di tale destinazione dell'operazione.
In tal senso, si ricorda, comunque, che il comma 6 dell'articolo 21 del Dpr 633/72 prevede l'indicazione in fattura del titolo di non imponibilità, in caso di assenza d'imposta.

Cessioni o prestazioni, se di importo superiore a 258,23 euro, alle Comunità europee nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, anche nel caso in cui siano fatte a imprese o enti per l'esecuzione di contratti di ricerca conclusi con le predette comunità
La risoluzione 511190 del 23/6/73 ha stabilito che le operazioni poste in essere dalla Banca europea per gli investimenti "nello svolgimento della propria attività ufficiale (comprese, quindi, anche quelle relative all'importazione od all'acquisto di beni ed all'esecuzione di prestazioni di servizi nei confronti dell'Istituto stesso) non debbono essere assoggettate all'I.V.A.".

Cessioni o prestazioni, se di importo superiore a 258,23 euro, all'Onu e alle istituzioni da esso dipendenti, nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali

Cessioni o prestazioni, se di importo superiore a 258,23 euro, all'Istituto universitario europeo e alla Scuola europea di Varese nell'esercizio delle proprie funzioni istituzionali

Si segnala, inoltre, che il limite di 258,23 euro "non si applica alle cessioni di prodotti soggetti ad accisa, per le quali la non imponibilità all'imposta sul valore aggiunto opera alle stesse condizioni e negli stessi limiti in cui viene concessa l'esenzione dai diritti di accisa" (articolo 72, comma 4, ultimo periodo).

REGIME DEL MARGINE GLOBALE E OPERAZIONI INDIVIDUATE DALL'ARTICOLO 72 DEL DPR 633/72
Si ricorda, infine, che l'articolo 36, comma 6, del decreto legge 41/95, stabilisce tra l'altro che "in caso di cessione all'esportazione o di cessione a questa assimilata, il costo del bene esportato non concorre alla determinazione del margine globale e la rettifica in diminuzione degli acquisti deve essere eseguita con riferimento al periodo nel corso del quale l'esportazione è effettuata".

A tale proposito, la circolare 177/95 specifica quanto segue:
"Nel caso in cui i beni in esame vengano esportati verso paesi extracomunitari, ovvero ceduti a oggetti residenti nello Stato della Città del Vaticano o nella Repubblica di San Marino, ovvero agli organismi di cui all'art. 72 del D.P.R. n. 633 (ambasciate, consolati, Comunità europee, ONU, Istituto Universitario Europeo e Scuola europea di Varese, ecc.), il relativo costo precedentemente sopportato non influenza la determinazione del margine e conseguentemente, al momento di effettuazione dell'esportazione o della cessione ai suddetti soggetti, dovrà essere operata una corrispondente rettifica in diminuzione dell'ammontare degli acquisti relativi al periodo. Corre l'obbligo di precisare che l'assimilazione alle cessioni all'esportazione prevista dal citato art. 72 per le cessioni di beni effettuate nei confronti dei soggetti ivi indicati, salvo che per quelle effettuate nei confronti dei Comandi militari degli Stati membri della NATO, opera, ai sensi dell'art. 13 del provvedimento in esame, solo per i beni con prezzo di vendita superiore a un milione di lire (attualmente euro 258,23 n.d.r.), il cui acquisto sia stato autorizzato dal Ministero degli Affari Esteri secondo le indicazioni contenute nella circolare n. 38 del 1 giugno 1973 della soppressa Direzione Generale delle Tasse e delle II.II. sugli Affari".

Inoltre, le istruzioni alla dichiarazione 2005 (pag. 77) sottolineano che "per i soggetti che hanno applicato il metodo globale, il margine relativo alle esportazioni ed operazioni equiparate deve essere determinato in via analitica. Ciò in quanto, ai sensi del comma 6 dell'art. 36 del D.L. 41, i costi relativi ai beni esportati non concorrono alla determinazione del margine globale e, quindi, gli acquisti annotati nell'apposito registro devono essere depurati di tali costi".

Da quanto sopra detto discende che questi soggetti devono comportarsi nel seguente modo in caso di esportazione:
esportazione effettuata nello stesso periodo dell'acquisto: il costo non deve essere considerato ai fini della determinazione del margine globale
esportazione effettuata in un periodo diverso da quello dell'acquisto: deve operarsi la rettifica in meno degli acquisti del periodo nel quale è effettuata l'esportazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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D.L. Liberalizzazioni e professionisti: trasparenza dei costi per il cliente.

Un emendamento del Governo all’art. 9 del Decreto liberalizzazioni prevede che il costo dell’intervento professionale deve essere noto ai clienti. La pattuizione del corrispettivo deve articolarsi in due momenti: quello della trattativa e quello del conferimento dell’incarico al professionista. Quando l’incarico è affidato, il compenso deve essere pattuito “nelle forme previste dall’ordinamento”, quindi anche in forma verbale purché dimostrabile in seguito grazie a testimoni o con giuramento in sede di giudizio civile. In ogni caso, il professionista deve rendere noto al cliente un preventivo di massima. Abolite le tariffe.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Scudo fiscale 2001 e 2009: l’accertamento Iva non è precluso.

Il Decreto fiscale approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 febbraio prevede, tra le varie norme, che l’adesione agli scudi fiscali del 2011 e del 2009 non preclude comunque l’accertamento ai fini Iva. Tale disposizione provoca numerose conseguenze. Se, infatti, gli uffici operano delle rettifiche sulla posizione fiscale di un contribuente astrattamente riferibili alle somme scudate, la rettifica non produce i suoi effetti ai soli fini delle imposte sul reddito, ma anche ai fini Iva.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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P. A., cosa sono gli Open Data?

Domanda
Gli open data sono tipologie di dati liberamente accessibili a tutti, senza restrizioni di copyright, brevetti o altre forme di controllo che ne limitino la riproduzione. Una significativa esperienza sul punto è data dalla Regione Piemonte

Risposta
Il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, ha pubblicato sul proprio sito (http://www.funzionepubblica.gov.it/) il testo aggiornato delle Linee Guida per i siti web delle Pubbliche Amministrazioni previste dalla Direttiva del 26-11-2009 n. 8/2009 e finalizzate a razionalizzare i contenuti online, ridurre i siti obsoleti ed a migliorare quelli attivi.
La sopra citata seconda edizione delle Linee Guida, risultato di una consultazione pubblica di due mesi, approfondisce i profili dell'accessibilità e della gestione dei contenuti tramite Content Management System (CMS) e specifica le regole per la registrazione al "gov.it".
Le linee Guida hanno il pregio di illustrare diverse tipologie di licenze aperte: Creative Commons, copyleft, licenze per il grande pubblico; licenze che consentono agli utenti ed agli operatori di riutilizzare e/o condividere l'opera protetta per fini non commerciali senza escludere completamente il copyright.
Le licenze Creative Commons, (http://www.creativecommons.it/ oggetto di studio da parte del Centro di ricerca su Internet e società del Politecnico di Torino) sono particolarmente indicate, secondo le Linee Guida, in quanto caratterizzate da flessibilità di utilizzo e concepite per consentire agli autori di mantenere il controllo sul proprio lavoro senza limitarne l'utilizzo da parte di altri soggetti, siano essi pubblici o privati.
Sotto il profilo delle licenze in formato aperto con cui rilasciare i dati delle Pubbliche Amministrazioni, le Linee Guida raccomandano l'uso della Italian Open Data Licence (IODL1), licenza sviluppata e progettata per i data set della Pubblica Amministrazione, (consultabile al link: http://www.formez.it/iodl/). La sopra citata licenza presenta inoltre il vantaggio di essere compatibile con le licenze Creative Commons, attribuzione Condividi allo stesso modo (CC-BY-SA), sia internazionale in versione 3.0 o successiva che adattata a specifiche giurisdizioni in versione 2.5 o successiva e con la licenza Open Data Commons, Open Database License (ODbL), in versione 1.0 o successiva. Le Linee Guida sui siti pubblici evidenziano, pertanto, nel punto 3.1. l'importanza del riuso dei dati e dei contenuti detenuti dalle Pubbliche Amministrazioni, una tematica ancora sottovalutata in Italia.


Fonte: IPSOA

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martedì 28 febbraio 2012

Quesito:apertura società o ditta individuale.

sono un agente immobiliare iscritto all'albo mediatori della provincia di Novara.
Non ho ancora iniziato l'attività, collaboro con un'agenzia da circa 1 anno ma ad oggi non si è ancora concretizzato nessuna attività immobiliare per la quale fare ricevuta per prestazioni occasionali.

Considerando sia l'attuale situazione del mercato sia la vocazione turistica della mia zona di residenza, vorrei iniziare l'attività di agente immobiliare occupandomi di affitti turistici (mandato a titolo oneroso)
Questo attività la svolgerei in autonomia e presso la mia abitazione (per contenere i costi).
Che tipo di società mi consigliate di aprire?
Quali costi fissi devo considerare?
Ho la possibilità di avvalermi (se mi conviene) del "regime dei minimi" essendo stata negli ultimi 3 anni socia di cooperativa senza nessun tipo di rapporto di lavoro? La società cooperativa è in liquidazione dal luglio 2011.

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Contratto di associazione in partecipazione: atto pubblico o scrittura privata autenticata?

Domanda
Ai sensi della circolare 50/E del 2002 concernente una risposta dell'Agenzia delle Entrate in materia di associazione in partecipazione, non Vi risulta sia idonea anche la scrittura privata registrata?

Risposta
Ai sensi della circolare dell'Agenzia delle Entrate 12.6.2002 n. 50/E, § 1.2 al fine di provare l'esistenza dell'associazione in partecipazione è necessario che il contratto risulti da atto pubblico o da scrittura privata autenticata. In mancanza di atti aventi data certa, "la quota spettante all'associato non deve assumere alcuna rilevanza fiscale, né per l'associato, per il quale non concorre a formare il reddito complessivo, né per l'associante come costo nell'ambito del reddito d'impresa".
Oltre a tali possibilità per dare data certa al contratto di associazione in partecipazione, si può redigere una scrittura privata che poi, successivamente, si va a registrare all'Agenzia delle Entrate e che sconta la tassa fissa di registro pari ad EUR 168,00.


Fonte: IPSOA

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Saldo Iva 2011: alla cassa entro il 16 marzo.

Il 16 marzo 2012 scade il termine per il versamento, senza interessi, del saldo Iva relativo al periodo d’imposta 2011. L’appuntamento può essere anche l’occasione per sanare eventuali violazioni derivanti dall’emissione di fatture emesse erroneamente a dicembre 2011 o, per i trimestrali, nel quarto trimestre 2011 con Iva al 20% anziché al 21%. Se entro il 16 marzo 2012 non si procede a regolarizzare tale posizione versando la maggiore Iva dovuta e gli interessi legali maturati dalla data della liquidazione ordinaria, si rischia una sanzione amministrativa compresa fra il 100% ed il 200% della maggiore imposta dovuta (ex art. 6, D. Lgs. n. 471/1997). Le fatture errate emesse dal 17 settembre 2011 al 30 novembre 2011, o, per i trimestrali, dal 17 settembre 2011 al 30 settembre 2011, dovevano invece essere regolarizzate entro il 27 dicembre 2011 in sede di versamento dell’acconto Iva.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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F24 esteso ai tributi speciali catastali.

L’Agenzia delle Entrate, con Provvedimento del 24 febbraio scorso, ha esteso le modalità di versamento mediante modello F24 anche ai tributi speciali catastali e relativi interessi, sanzioni e oneri accessori, oltre che alle somme dovute in relazione all’inosservanza della normativa catastale. Si tratta di tributi la cui riscossione è affidata all’Agenzia del Territorio. Interessati dalla novità sono quei contribuenti a cui è stata attribuita d’ufficio una rendita presunta dell’immobile in base all’art. 19, comma 10, D.L. n. 78/2010, i quali devono versare i tributi speciali catastali ed i relativi interessi, sanzioni e oneri accessori per mettersi in regola. Sarà una successiva Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate ad emanare i codici tributo.

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Liti fiscali: possibile la definizione per quelle pendenti fino al 31.12.2011.

Il Decreto Proroghe, definitivamente convertito in legge, riapre i termini per la definizione delle liti fiscali pendenti di valore non superiore a € 20.000 in cui è parte l’Amministrazione finanziaria. In particolare, viene previsto che sono definibili le controversie pendenti al 31.12.2011 (anziché al 01.05.2011) e che il pagamento deve essere effettuato entro il 2 aprile 2012 (la scadenza originaria era il 30.11.2011). Resta fissato al 2 aprile 2012 il termine previsto per la presentazione della domanda di definizione.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Riscossione a tempo di prescrizione se l’ultima parola tocca al giudice.

Qualora la legittimità dell’accertamento del reddito sia definitivamente decisa dal giudice, la cartella di pagamento, contenente le somme dovute, può essere notificata, ai sensi dell’articolo 2953 cc, entro l’ordinario termine decennale di prescrizione. L’articolo 25, comma 1, lettera c), del Dpr 602/1973 si applica solo per gli accertamenti definitivi per mancata impugnazione.
Questo è l’importante principio contenuto nella sentenza n. 18/40/12 della Ctr di Milano, del 20 gennaio.

Fatto
A seguito di una pronuncia favorevole della Corte di cassazione depositata nel 2007, l’ufficio aveva iscritto a ruolo quanto dovuto dal contribuente e la consequenziale cartella era stata notificata, a mezzo del servizio postale, nel mese di luglio 2009, quindi entro il termine di cui all’articolo 25 del Dpr 602/1973.
L’esito della notifica era stato negativo, perché le Poste avevano comunicato che il destinatario “era risultato” trasferito (in realtà, la sede del contribuente - una società di persone - era stata fissata presso lo studio di un commercialista, ma questa domiciliazione non era mai stata comunicata all’Agenzia). Il concessionario della riscossione, sempre a mezzo del servizio postale, rinotificava, a febbraio 2010, allo stesso indirizzo, la cartella, che questa volta veniva consegnata al destinatario.

Il contribuente impugnava la cartella eccependo la tardiva notifica, perché effettuata (febbraio 2010) oltre il termine previsto dall’articolo 25 del Dpr 602/1973.
L’ufficio, oltre a replicare che, ai fini del termine di decadenza, occorreva fare riferimento, in virtù della scissione soggettiva dell’efficacia della notificazione (articoli 149 cpc, 60 Dpr 600/1973 e 16, ultimo comma, Dlgs 546/1992), alla notifica avvenuta nel mese di luglio, in ogni caso rilevava che anche la consegna effettuata a febbraio fosse nei termini, perché la riscossione dei tributi accertati e definitivi a seguito di sentenza passata in giudicato, è soggetta alla prescrizione ordinaria e non al termine di decadenza stabilito dall’articolo 25.

La decisione
I giudici di Milano, dopo avere rilevato che “manca la certezza della domiciliazione per cause ascrivibili all’odierna appellante”, perché il contribuente (avendo nel corso del giudizio chiarito che la sede legale fosse ubicata presso lo studio di un commercialista) non aveva mai comunicato, né all’Agenzia né all’Esatri, ai sensi dell’articolo 60, lettera d), del Dpr 600/1973, l’elezione di domicilio presso lo studio professionale (né era stato provato che al numero civico indicato come sede legale vi fosse unicamente il domicilio dello studio professionale), hanno, in ogni caso, ritenuto che la notifica della cartella di pagamento, relativa ad accertamenti impugnati e divenuti definitivi con sentenza passata in giudicato, sia soggetta al termine di prescrizione e non di decadenza.
La Commissione tributaria regionale ha innanzitutto affermato che, nel caso in esame, “non siamo in presenza della fase amministrativa, nell’ambito della quale vige il disposto ex art. 25 comma 1 lettera c) dpr 602/1973….detta fase concerne l’emissione di cartelle a seguito di avvisi divenuti definitivi per mancata impugnazione entro i termini stabiliti dalla legge”.
Conseguentemente, ha chiarito che “nella fattispecie vige la normativa concernente la fase processuale…trova applicazione l’art. 68 D.Lgs. 546/92, che non contiene alcun specifico riferimento al termine di prescrizione del diritto alla riscossione a seguito di sentenza passata in giudicato, quindi l’ente impositore farà riferimento al principio generale ex art. 2953 che sancisce il termine di prescrizione decennale”.
A conferma di quanto deciso, i giudici hanno richiamato la Suprema corte a sezioni unite (sentenza 25790/2009) che, tra l’altro, aveva così argomentato: “…Nella specie….non si discute più di eventuali decadenze, che attengono alla fase amministrativa esaurita…nella specie non siamo in presenza dell’attività di esecuzione di un atto amministrativo di accertamento divenuto definitivo, perché manca il presupposto dell’acquiescenza all’atto stesso da parte del destinatario”.

Il commento
L’accertamento del diritto dell’Amministrazione all’esazione dei tributi, allorquando sia stato sub iudice e si ancori, conseguentemente, a una sentenza, trova fondamento in un provvedimento giurisdizionale e non rientra più nell’ambito di applicazione dell’articolo 25 del Dpr 602/1973 (fase squisitamente amministrativa e quindi precontenziosa), ma in quella dell’articolo 68 del Dlgs 546/1992, ai sensi del quale è la sentenza il presupposto che legittima l’iscrizione a ruolo della somma giudizialmente accertata.

La lettura dell’articolo 25, infatti, dà conferma di quanto appena assunto.
La norma dispone che: “Le cartelle di pagamento relative alle imposte sui redditi devono essere notificate:… c) entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello in cui l'accertamento è diventato definitivo, per le somme dovute in base agli accertamenti”.

Poiché, però, l’articolo 68 non contiene alcun riferimento specifico al termine di prescrizione del diritto alla riscossione a seguito di sentenza passata in giudicato, l’ente impositore dovrà far riferimento al principio generale dell’actio iudicati di cui all’articolo 2953 cc (termine generale di prescrizione decennale).
Questa conclusione trova ampio respiro nella sentenza della Corte di cassazione n. 25790/2009 (conformi, Cassazione 1967/2005 e 1339/2001).
Con questa pronuncia le sezioni unite sono state chiamate a chiarire definitivamente se, rispetto alle sanzioni tributarie, trovasse o meno applicazione l’articolo 2953 del codice civile.
Lo specifico riferimento al tema delle sanzioni non deve trarre nell’equivoco di ritenere la pronuncia lontana dal tema in discussione poiché, come si legge in sentenza, il dubbio – in ordine all’operatività del noto principio di diritto romano dell’actio iudicati – in seno al Supremo organo residuava solo rispetto all’atto di irrogazione delle sanzioni, essendo di contro pacifica la sua applicazione rispetto all’obbligazione dei tributi (imposte comprese).

In particolare, il giudice di legittimità ha affermato che “.....il titolo in base al quale l'Ufficio vittorioso agisce iure esecutionis non è più l'atto che conteneva la domanda di imposta bensì la pronuncia del giudice...”.
Questa forza sostitutiva che si attribuisce alla sentenza (totale o parziale che sia) è il naturale corollario della natura del processo tributario. Se è vero, come è vero, che il giudizio tributario ha natura di impugnazione-merito, va da sé che, in questa sede, il giudice conosce del merito della pretesa fiscale che, se ritiene condivisibile, “consacra” nella sentenza. Il diritto di credito vantato dall'Amministrazione (e veicolato dall’avviso di accertamento) viene definitivamente accertato, nell’an e nel quantum, nella sentenza, la quale, diventata res iudicata, va portata a esecuzione.
In conclusione, quindi, si può dire che l’articolo 25 del Dpr 602/1973, nel prevedere termini decadenziali per provvedere all’iscrizione a ruolo, non può trovare spazio in ipotesi di riscossione a seguito di giudicato.

Fa propendere per questa conclusione anche un altro elemento, finora non considerato.
La decadenza legale costituisce sempre un istituto eccezionale in quanto deroga al principio generale, secondo il quale l’esercizio dei diritti soggettivi non è sottoposto a limiti e il titolare può esercitarli quando vuole, come e dove gli pare opportuno. Quindi le norme che stabiliscono decadenze non sono suscettibili di analogia.
In ossequio ai principi costituzionali e di civiltà giuridica, in materia tributaria, ogni decadenza deve essere espressamente prevista, sicchè, in mancanza di esplicita previsione, l’atto può essere compiuto dall’interessato fino a quando ciò non gli venga precluso dalla sopravvenuta prescizione del relativo diritto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dichiarazione dei redditi in caso di revoca del fallimento.

In caso di revoca con effetto retroattivo in sede di appello della sentenza di fallimento emessa in primo grado, resta salva la dichiarazione dei redditi presentata ai sensi dell’articolo 5 del Dpr 322/1998?

La data di revoca della sentenza produce, ai soli fini fiscali, gli effetti della chiusura del fallimento e sono salvi tutti gli atti legalmente compiuti dal curatore in attuazione di quanto disposto dall'articolo 183, comma 2, del Tuir, in relazione ai criteri di determinazione del reddito e agli adempimenti dichiarativi che ne conseguono, ai sensi degli articoli 5 e 8 del Dpr n. 322/1998.
Pertanto, nell'ampio ambito degli atti legalmente compiuti dal curatore, è riconducibile anche la presentazione della dichiarazione dei redditi ai sensi dell’articolo 5 del richiamato Dpr 322/1998 (cfr circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 38/2010).


Fonte: Agenzia Entrate

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Regime Irap: entro fine febbraio si può scegliere il più conveniente.

Opzione Irap: ultimi giorni per individuare il regime più favorevole. Entro mercoledì 29 febbraio, imprese individuali e società di persone, che rientrano nell’ambito di applicazione dell’articolo 5-bis del Dlgs 446/1997 e che operano in contabilità ordinaria, possono scegliere di calcolare il valore della produzione netta ai fini Irap secondo le modalità utilizzate dai soggetti Ires. Appurata la convenienza, devono comunicare la decisione (direttamente o tramite intermediario abilitato) all’Agenzia, servendosi del canale telematico. Sul sito delle Entrate è disponibile uno specifico modello, approvato al tempo dell’introduzione dell’agevolazione (provvedimento 31 marzo 2008).

Tutto è, infatti, cominciato con la legge finanziaria per quell’anno, attraverso la quale il legislatore, nel riformulare l’impianto normativo dell’articolo 5 dello stesso decreto legislativo, ha previsto (comma 1, articolo 5-bis), per le persone fisiche esercenti attività commerciali e per le società in nome collettivo e in accomandita semplice, un metodo di calcolo della base imponibile influenzato da interferenze fiscali conseguenti all’applicazione, ai fini Irap, delle disposizioni dettate per la determinazione del reddito d’impresa ai fini Irpef. In pratica, un sistema contabile adatto a forme societarie più semplici.
Nonostante ciò, il risultato di tale calcolo potrebbe risultare non così favorevole; pertanto, al comma 2 dell’articolo 5-bis è stata concessa, a imprenditori e società di persone, l’opportunità di svincolarsi dal loro regime naturale e fare l’ingresso in quello previsto per le società di capitali e gli enti commerciali: unica condizione è che siano in contabilità ordinaria. In altre parole, in alternativa al metodo “fiscale” di determinazione della base imponibile Irap tali contribuenti – avvalendosi dello strumento dell’opzione – possono utilizzare il metodo di derivazione dalle risultanze di bilancio, così come stabilito per i soggetti Ires.

Il transito nell’ambito delle regole delle Spa, la cui comunicazione deve essere presentata entro 60 giorni dall’inizio del periodo d’imposta per il quale si esercita l’opzione, va ben ponderato, in quanto, una volta effettuata la scelta, non è possibile cambiare idea per un triennio e, allo scadere, senza un ulteriore intervento, il rinnovo è tacito. Modello, termini e modalità valgono anche in caso di revoca dell’opzione.

A proposito di tempi, con la circolare 60/2008, l’Agenzia delle Entrate, ha specificato che, per le società di persone neo-costituite e per gli imprenditori individuali che iniziano l’attività in corso d’anno, l’opzione deve essere effettuata entro 60 giorni, rispettivamente, dall’inizio del primo periodo d’imposta e dalla data di inizio dell’attività.

Detto ciò, si intuisce che, prima di scegliere, è conveniente far bene i conti per capire se è effettivamente vantaggioso cambiare sistema.

Confrontiamo i due regimi.
In quello “contabile”, adottato naturalmente dai soggetti Ires, il valore aggiunto della produzione (Vap) è dato dalla differenza tra valore e costi delle lettere A) e B) – escluse le voci di cui ai numeri 9), 10), lettere c e d, 12) e 13) – del conto economico (articolo 5, Dlgs 446/1997), mentre in quello “fiscale”, proprio delle imprese individuali e delle società di persone, lo stesso Vap si calcola sottraendo dai ricavi elencati nell’articolo 85 del Tuir (lettere a, b, f e g) e dalle variazioni delle rimanenze finali (articoli 92 e 93 del Tuir), i costi sostenuti per l’acquisto delle materie prime, sussidiarie e di consumo, delle merci, dei servizi, dell’ammortamento e dei canoni di locazione anche finanziaria dei beni strumentali materiali e immateriali (primo comma, articolo 5-bis, Dlgs 446/1997).

A prescindere dal metodo di determinazione della base imponibile scelto, va comunque precisato che non sono deducibili: i compensi erogati per attività commerciali e per prestazioni di lavoro autonomo non esercitate abitualmente, i costi sostenuti per collaborazioni coordinate e continuative, i compensi per prestazioni di lavoro assimilato a quello di lavoro dipendente, gli utili spettanti agli associati in partecipazione, la quota interessi dei canoni di locazione finanziaria, desunta dal contratto, l’Ici, le perdite su crediti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Nuova linfa contro l’illegalità, il sommerso emerge dal web.

Una mappa dettagliata dei destinatari delle segnalazioni, individuati in base alla competenza sugli argomenti di volta in volta trattati. Questa la principale novità del provvedimento del 27 febbraio, con cui il direttore delle Entrate dà seguito all’intesa raggiunta lo scorso 2 febbraio in sede di Conferenza unificata.
Allo schema minuzioso dei destinatari delle segnalazioni qualificate, ossia in grado di evidenziare “senza ulteriori elaborazioni logiche” i comportamenti evasivi o elusivi, si aggiungono indicazioni per la condivisione delle banche dati e un ampliamento degli ambiti di intervento dei Municipi.

Porta la data di oggi anche l’intesa tra Agenzia, Anci e Ifel, volta a definire i meccanismi propedeutici all’organizzazione e all’operatività delle “strutture di servizi” a supporto dei Comuni previste dall’articolo 4 del provvedimento. In particolare, è pensata per i Municipi di minori dimensioni la possibilità di fare ricorso a “strutture di servizio intermedie”, una procedura ideata per garantire alle realtà più piccole un supporto tecnico che consenta anche a loro di dar seguito concretamente al rapporto con l’Agenzia delle Entrate nell’ambito del processo di partecipazione all’accertamento fiscale e il cui sviluppo è definito all’interno dell’accordo

La mappa delle segnalazioni
A tracciare il percorso che i Comuni devono seguire per inviare, alla Guardia di finanza e all’Agenzia delle Entrate, le segnalazioni qualificate, è l’allegato tecnico che accompagna il provvedimento. Il documento distingue puntualmente quale tipologia di segnalazione viene recapitata agli uffici dell’Agenzia e quale ai reparti della Gdf. Il canale di trasmissione resta il portale Siatel – PuntoFisco.
In linea assoluta, agli interlocutori fin qui menzionati, così come all’Agenzia del Territorio, i Comuni trasmettono le segnalazioni rilevanti ai fini dell’accertamento dei tributi statali, mentre quelle rilevanti per l’accertamento dei contributi previdenziali e assistenziali vengono inviate direttamente all’Inps. Con l’Istituto previdenziale i Municipi stipuleranno un’apposita convenzione tecnica che determinerà il canale di trasmissione delle informazioni.

Banche dati condivise
L’alleanza tra Comuni e Fisco individua, come tappa obbligata, la condivisione delle banche dati. In merito alle modalità di accesso alle banche dati dell’Amministrazione finanziaria e dell’Inps, si stabilisce che vengano regolate, così come la trasmissione delle dichiarazioni dei contribuenti residenti nei Comuni, da specifiche convenzioni di cooperazione informatica.

Quando il Comune aguzza la vista … per scovare le “case fantasma”
Gli ambiti di intervento dei Municipi risultano ampliati fidando sull’occhio attento di questi enti locali. Ai settori di competenza già previsti dal provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate di dicembre 2007 (commercio e professioni, urbanistica e territorio, proprietà edilizia e patrimonio immobiliare, residenze fiscali all’estero e beni indicanti capacità contributiva), si affianca, infatti, quello della collaborazione volta a individuare i fabbricati che non risultano dichiarati al catasto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Lo statuto della societa' che non tutela i diritti di una parte.

Domanda
Nella costituzione di una societa' in Olanda si è constatato che molte delle previsioni che erano state progettate non potranno essere inserite nello statuto. Il notaio locale infatti ha spiegato che sarebbe complicato modificare i modelli già esistenti tra i quali dovremmo scegliere quello più rispondente alle nostre esigenze. Purtroppo la scelta di questi modelli, ancorché molto dettagliati, non soddisfa il requisito di proteggere i soci di minoranza in particolare per quanto concerne gli accordi esistenti solo con alcuni dei soci. Tali accordi infatti non potranno essere trasformati in clausole statutarie. Come è possibile in questo caso rendere obbligatorie le pattuizioni particolari concordate?

Risposta
Nel diritto di molti Paesi lo statuto sociale non include previsioni dettagliate per cui esso si presenta come un documento burocratico che non soddisfa le esigenze degli azionisti. In altri casi, invece, ci si trova di fronte ad accordi particolari che non possono essere contenuti in linea di massima in uno statuto, dato che esso si presta a contenere le regole di funzionamento della società, e anche laddove determina i diritti e i dei vari organi sociali non contiene riferimenti ai nomi di singoli soci o gruppi di soci.
Ciò comporta che si debbano creare dei patti parasociali (c.d. Shareholders' agreements) con i quali si possono pattuire gli accordi che intervengano solo tra una parte dei soci. Tali contratti possono anche essere disciplinati da una normativa diversa da quella che regge la società costituita all'estero, tenendo conto che essa difficilmente potrà disporre previsioni contrarie alle norme societarie inderogabili del Paese in cui ha sede la società.
La differenza tra lo statuto e i patti parasociali consiste principalmente nelle conseguenze: una violazione di una previsione statutaria comporta la possibilità, per la parte che ha subito l'inadempimento, di ottenere l'esecuzione dell'obbligo prescritto. Diversamente, la violazione dello shareholders' agreement dà luogo a un inadempimento contrattuale a fronte del quale non è possibile generalmente ottenere l'esecuzione della prestazione o l'annullamento di quanto è stato deciso, ma permette di ottenere un risarcimento del danno, non sempre rispondente alle esigenze effettive del socio.
In alcuni Paesi, un certo numero di previsioni, benché relative a solo un gruppo di soci, possono essere facilmente inserite nello statuto laddove sia possibile emettere azioni di più classi, con conseguenti differenti poteri decisionali.


Fonte: IPSOA

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lunedì 27 febbraio 2012

Quesito: cessione quote SNC.

IO HO CEDUTO PER INTERO LE MIE QUOTE A NUOVI SOCI CHE SONO SUBENTRATI INSIEME AL MIO PRECEDENTE SOCIO IN UNA SNC. LA PARTITA IVA E' RIMASTA LA STESSA, E' CAMBIATA SOLO LA RAGIONE SOCIALE. MI SONO PERO' RESA CONTO CHE NEGLI SCOINTRINI CHE VENGONO EMESSI, COMPARE ANCORA IL MIO NOME E IL MIO EX SOCIO SOSTIENE CHE TANTO LA P.IVA E' SEMPRE LA STESSA E NON CI FA NULLA SE LA RAGIONE SOCIALE E' QUELLA VECCHIA. E' DAVVERO COSI' O POSSO FARE QUALCOSA PER IMPEDIRE CHE IL MIO NOME COMPAIA ANCORA? E' PERSEGUIBILE LEGALMENTE? HO DIRITTO AD UN RISARCIMENTO?

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Quesito: vendita società.

Nel 2008 la vecchia società presieduta dal sig.Rossi stava vendendo il titolo ad un'altra società, io e tante altre persone come ad esempio i genitori dei bambini della scuola calcio, ci siamo opposti alla vendita e abbiamo deciso di convocare un’assemblea nominando un gruppo dirigente che portasse avanti la battaglia e far conoscere alla federazione e al presidente della FIGC SARDEGNA la situazione che gravava all’interno dell’associazione. Il gruppo dirigente ha nominato il sottoscritto come presidente, infatti dopo qualche giorno anche noi abbiamo fatto l’iscrizione a tutti i campionati, dico anche noi perché anche Il sig. Rossi aveva iscritto le squadre. Ha preso tutto in mano la federazione a roma, dandoci ragione.Ho trovato un buco di Circa 40.000,00 euro un decreto ingiuntivo e un’allenatore non pagato Tutto questo sono riuscito a pagarlo io e non solo, ho dovuto ricreare tutto perché non ho trovato nulla (libri sociali, bilanci...ecc...). Nella prima assemblea e anche quando sono stato nominato presidente abbiamo scritto tutte queste cose in un verbale poi depositato presso l'agenzia delle entrate. Nel mese di Novembre 2011 ho ricevuto una cartella di pagamento da parte dell'ufficio delle entrate molto alta da pagare, di 110 mila euro per iva non pagata periodo 2007.Ho presentato ricorso presso l’agenzia, delle entrate con tante motivazioni, con sentenze di cassazione in merito, e in particolar modo in riferimento alla legge 38 del codice civile per quanto concerne le associazioni non riconosciute. La persona che segue il caso non conosceva nemmeno questa legge.

Art. 38 Obbligazioni
Per le obbligazioni assunte dalle persone che rappresentano l’associazione i terzi possono far valere i loro diritti sul fondo comune. Delle obbligazioni stesse rispondono anche personalmente e solidalmente le persone che hanno agito in nome e per conto dell’associazione (Cod. Proc. Civ. 19).
Sa che interpretazione danno? Che sono io che ho operato in nome e per conto dell’associazione perché non avevo presentato la denuncia dei redditi nel luglio 2008. Ma come faccio a presentare la denuncia dei redditi quando non ho nessuna documentazione? (ho ricordato all’incaricata del procedimento che la denuncia dei redditi non è un obbligazione, ma le fatture emesse sono obbligazioni). La cosa più sconvolgente e che vogliono condannare una persona che ha salvato un’associazione dal fallimento anzi dalla vendita del titolo sportivo. Sicuramente andrò in commissione tributaria, e pagare un legale a mie spese,. Per dovere di cronaca pochi giorni fa è arrivata anche la cartella del 2006.

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Quesito: locazione ufficio e ambasciata.

sono un agente immobiliare di Roma che sta per affittare un ufficio come sede di un ambasciata.
Il proprietario è titubante sull'accettare la proposta poiché la sede diverrà territorio extraterritoriale, ed inoltre non sa come fare per la fatturazione dei canoni perché la proprietà è intestata ad una Srl. Il contratto di locazione verra' intestato all'Ambasciata.
Potreste darmi dei chiarimenti in merito, soprattutto su come dovrebbe avvenire il discorso " esenzione IVA "?

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Quesito: dichiarazione annuale consumo impianti fotovoltaici > 20 kW.

volevo sapere se vi occupate anche di dichiarazioni annuali
di consumo per le agenzie delle entrate da effettuarsi telematicamente
per impianti fotovoltaici maggiori di 20 kW.

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Quesito: Iva agevolata 4% sul contributo alla stampa di libri.

lavoro per una casa editrice e volevo chiedervi un chiarimento: quando un ente pubblico (ad es. una Università), ci commissiona la stampa di un libro, erogandoci a stampa ultimata un contributo per la realizzazione e la stampa del volume, la relativa fattura potrà avere l'aliquota iva al 4% o dovrà andare necessariamente al 21%? E, se no, in quali casi si potrà avere l'iva al 4%?

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Contributo sanitario alle casse edili: e' deducibile ai fini Irpef?

Domanda
La Cassa edile di Torino, tramite sito web, comunica che il contributo Cassa Edile destinato a prestazioni di carattere sanitario e non sanitario, indistintamente dalla quota versata a carico del datore di lavoro e dal lavoratore, concorrerà dal 2012 a formare reddito di lavoro dipendente. Per tale anno la percentuale calcolata è pari allo 0,54% (ossia 0,38% per contributo prestazioni a carattere sanitario e 0,16% per contributo prestazioni a carattere non sanitario). Cosa significa questa disposizione? Vale soltanto per la Cassa Edile di Torino?

Risposta
L'art. 51, comma 2 lett. a), del Tuir dispone che non concorrono a formare il reddito "[...] i contributi di assistenza sanitaria versati dal datore di lavoro o dal lavoratore ad enti o casse aventi esclusivamente fine assistenziale in conformità a disposizioni di contratto o di accordo o di regolamento aziendale, che operino negli ambiti di intervento stabiliti con il decreto del Ministro della salute di cui all'articolo 10, comma 1, lettera e-ter), per un importo non superiore complessivamente ad euro 3.615,20".
A partire dal periodo d'imposta 2012 i contributi versati alle casse edili (non soltanto a quella di Torino) e destinati al finanziamento di prestazioni di carattere sanitario non potranno più essere esclusi dall'imponibile fiscale del lavoratore in quanto le casse edili non hanno i requisiti necessari per l'iscrizione all'Anagrafe dei fondi sanitari integrativi del servizio sanitario nazionale e degli enti, casse e società di mutuo soccorso aventi esclusivamente fine assistenziale, istituita con Decreto ministeriale del 27 ottobre 2009.
Considerato che l'iscrizione all'Anagrafe è indispensabile per continuare a fruire dell'agevolazione fiscale di cui all'art. 51, comma 2 lett. a), del Tuir, ne consegue che la quota di contributo "sanitario" a carico del datore di lavoro dovrà essere inclusa nell'imponibile Irpef del lavoratore, mentre la quota a carico del dipendente non potrà più essere dedotta dal reddito imponibile.


Fonte: IPSOA

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D.L. fiscale: nella bozza, novità per la rateazione dei ruoli.

La bozza del D.L. Fiscale che sarà oggi all’esame del Consiglio dei Ministri contiene numerose novità riguardanti la rateazione delle somme iscritte a ruolo, che vanno ad integrare quelle già inserite con le precedenti manovre. Tra le principali novità: la possibilità di rateazione dei ruoli a rata crescente anziché a rata costante in tutti i casi, non solo in caso di richiesta di ulteriore differimento; il divieto di iscrizione di ipoteca in pendenza di rateazione concessa; la decadenza dal beneficio solo in caso di mancato pagamento di due rate consecutive; la possibilità anche per l’impresa con rateazione di ruoli in corso di partecipare a gare per appalti pubblici.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Studi di settore 2010: comunicazione anomalie entro il prossimo 29 febbraio.

Entro il prossimo mercoledì 29 febbraio è possibile comunicare all’Agenzia delle Entrate informazioni ed elementi utili a spiegare le motivazioni del proprio discostamento dalle risultanze degli studi di settore per l’anno di imposta 2010 (Unico 2011). Il contribuente può inviare la comunicazione, direttamente o tramite intermediario, per via telematica tramite il software “Segnalazioni studi di settore Unico 2011”, disponibile sul sito dell'Agenzia delle Entrate (seguendo dalla home il percorso “Cosa devi fare - Dichiarare - Studi di settore e parametri - Studi di settore - Compilazione”). L’Agenzia ha previsto un elenco “aperto” e “integrabile”, che descrive alcune delle circostanze che potrebbero giustificare la situazione di non congruità, di non coerenza o di non normalità economica.

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Il riscatto laurea non è imposto. Perciò ora si deduce tutto, prima no.

I contributi volontari per il riscatto della laurea sono integralmente deducibili dal reddito complessivo IRPEF ai sensi dell’articolo 10, lettera e), del TUIR, modificato dall’articolo 13 del D.Lgs. 18 febbraio 2000, n. 47, a partire dal 1° gennaio 2001. In proposito, la ratio della norma era di parificare ai fini fiscali il riscatto della laurea con i contributi previdenziali obbligatori, visto che di frequente il riscatto è funzionale al raggiungimento dell’anzianità pensionistica. Per le annualità precedenti al 2001, la deducibilità fiscale del riscatto della laurea era possibile solo in forma di detrazione fiscale parziale, entro il limite massimo previsto dall’articolo 13-bis, lettera f), del TUIR, in vigore pro-tempore.

Sentenza n. 1569 del 3 febbraio 2012 (udienza 15 dicembre 2011)
Cassazione civile, sezione V - Pres. D'Alonzo Michele - Est. Terrusi Francesco
Irpef – Oneri deducibili – Riscatto della laurea – Assimilazione ad oneri previdenziali


Fonte: Agenzia Entrate

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Documenti di spesa “dematerializzati”.

Quando va effettuata la conservazione sostitutiva dei documenti analogici di titoli di spesa? La copia cartacea del documento dematerializzato richiede l’attestazione di conformità del pubblico ufficiale?

La procedura di conservazione può essere effettuata in qualunque momento, ma bisogna tener conto che la conservazione in modalità sostitutiva dei titoli di spesa può avvenire solo se che ciascuno di essi sia completo delle necessarie timbrature apposte in modalità analogica. Per una corretta conservazione sostituiva dei documenti analogici (articolo 4 del Dm 23 gennaio 2004), occorre acquisire la corretta immagine degli stessi, sia tramite la scansione del documento analogico, sia con altre modalità che garantiscano la rappresentazione fedele, corretta e veritiera del contenuto rappresentativo del documento stesso (cfr risoluzioni nn. 196/E e 220/E del 2009).
Ai sensi dell’articolo 23, comma 2-bis, del decreto legislativo n. 8/2005, le copie su supporto cartaceo dei documenti informatici sono idonee a sostituire “ad ogni effetto di legge” gli originali informatici da cui sono tratte, qualora il pubblico ufficiale attesti la loro conformità agli originali “in tutte le sue componenti”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Indennità da licenziamento. Le somme sono imponibili.

È legittima la trattenuta alla fonte effettuata dal datore di lavoro sull’indennità supplementare erogata al dipendente a seguito di una transazione giudiziale scaturita dal licenziamento senza giusta causa del lavoratore.
Lo ha precisato la Corte di cassazione con la sentenza 2196 del 16 febbraio.

Il caso
A seguito del silenzio rifiuto dell’Amministrazione finanziaria in merito all’istanza presentata da un contribuente che richiedeva il rimborso della trattenuta Irpef effettuata dal datore di lavoro sulla somma versatagli a causa di una transazione per risarcimento danni a seguito della risoluzione del rapporto di lavoro, il contribuente ricorre al giudice tributario che, in prime cure, accoglie le doglianze, mentre nel giudizio d’appello la Ctr riforma la decisione della Ctp, ritenendo legittimo l’assoggettamento a tassazione della somma versata.

I giudici di merito, in particolare, hanno ritenuto che la somma era stata erogata “in dipendenza del rapporto di lavoro” escludendo, dunque, quanto sostenuto dal contribuente che riteneva essere di natura risarcitoria del danno emergente da questi subito a seguito del licenziamento senza giusta causa. Il lavoratore, avverso la sentenza di secondo grado, si è rivolto alla Corte di cassazione, chiamando in causa sia il ministero delle Finanze che l’Agenzia delle Entrate.
Nel ricorso è stato denunciato come, a parere del contribuente, la Ctr abbia erroneamente ritenuto imponibili le somme versate dal datore di lavoro, non tenendo conto dell’accordo transattivo intercorso tra le parti, la cui natura escluderebbe che l’indennizzo fosse stato erogato al sol fine risarcitorio del lucro cessante.

Il lavoratore, nell’appello, ha richiamato quanto disposto dall’articolo 19 del contratto collettivo di categoria, in forza del quale “solo, in ipotesi di licenziamento ingiustificato, incombendo al datore di lavoro di provare la sussistenza della giustificazione (meno stringente della giusta causa o del giustificato motivo), e pertanto l'indennità supplementare va equiparata alla penale contrattuale, volta a compensare il dirigente della perdita dello status professionale, e, cioè, a risarcirgli un vero e proprio danno emergente”. Ne consegue che, essendo l’indennità supplementare di natura risarcitoria, l’onere della prova dell’imponibilità della stessa spetterebbe all’Amministrazione finanziaria.

Considerazioni sulla sentenza della Corte
Il Collegio, in via preliminare, ha escluso dal giudizio il ministero delle Finanze perché, a seguito dell’istituzione delle Agenzie fiscali dall’1 gennaio 2001, la legittimazione “ad causam” e “ad processum” spetta esclusivamente alle Entrate. Perciò, per le cause di appello successive a detta data, non dovendo essere più esplicitato l’ufficio che era parte in origine, il ministero viene conseguente estromesso.

La norma che regolamenta il reddito di lavoro dipendente - ricorda la Corte - è contenuta nell’articolo 48 del Tuir; è individuato dalle “somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d'imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro”, comprese le somme percepite a titolo di rimborso di spese inerenti alla produzione del reddito e le erogazioni liberali. Il comma 2 dell’articolo 6 del Tuir, poi, aggiunge che i “proventi conseguiti in sostituzione di redditi, anche per effetto di cessione dei relativi crediti, e le indennità conseguite, anche in forma assicurativa, a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte, costituiscono redditi della stessa categoria di quelli sostituiti o perduti”.

In forza dell’introduzione del Dl 41/1995, la Cassazione ha chiarito che l’imposta viene applicata separatamente sulle indennità e sulle somme percepite dal dipendente in relazione alla cessazione del rapporto di lavoro, nonché sulle somme ricevute a titolo risarcitorio a seguito di una transazione giudiziale per la risoluzione del rapporto di lavoro.
Pertanto, alla luce di quanto imposto dalla vigente normativa, il Collegio chiarisce che “vanno considerati redditi da lavoro dipendente, assoggettati ad IRPEF tutti i "proventi" e le "indennità" derivanti da un rapporto di lavoro, pur se conseguiti "in sostituzione" di redditi od "a titolo di risarcimento di danni consistenti nella perdita di redditi, esclusi quelli dipendenti da invalidità permanente o da morte" (cfr. Cass. 16014/04), ciò anche quando tali somme vengano percepite a seguito di transazione”.

Nel caso di specie, il ricorrente aveva richiesto la restituzione dell’imposta trattenuta alla fonte dal datore di lavoro, come previsto dall’articolo 19 del contratto collettivo, che impone al dante causa il versamento dell’indennità sostitutiva in relazione all’ingiustificata risoluzione del rapporto di lavoro o di rifiuto, da parte dello stesso, di provare giusta motivazione che ha poi causato lo scioglimento del rapporto di lavoro. L’indennità sostitutiva va comunque parametrata all’età del dipendente, in relazione alla difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro.
La Corte di cassazione, dunque, con la sentenza 2196/2012, ha disposto la legittimazione della trattenuta alla fonte dell’imposta sull’indennità sostitutiva, ai fini Irpef, essendo la stessa obbligatoria, perché scaturita dalla non giustificata risoluzione del contratto di lavoro subordinato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Comunicazione annuale dati Iva, invio on line entro il 29 febbraio.

Scade mercoledì 29 febbraio l’ appuntamento con la comunicazione dati Iva. L’obbligo riguarda i titolari di partita Iva tenuti alla presentazione della dichiarazione annuale. Nella comunicazione il contribuente deve riportare i principali dati riepilogativi delle operazioni imponibili, non imponibili ed esenti, effettuate nel 2011.

L’adempimento, previsto dalla normativa comunitaria, consente di effettuare il calcolo delle “risorse proprie” che ciascuno Stato membro deve versare al bilancio comunitario. Trattandosi di una comunicazione di dati, non ha nulla a che vedere con la dichiarazione Iva per determinare l’imposta dovuta. La natura non dichiarativa della comunicazione fa sì che non siano valide le sanzioni previste in caso di omessa o infedele dichiarazione e non sia possibile ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso. Sono invece applicabili le sanzioni amministrative - da un minimo di 258 euro a un massimo di 2.065 euro - per l’omessa comunicazione o per l’invio della stessa con dati incompleti o inesatti.
Va, infine, ricordato che non è possibile correggere né integrare una comunicazione già inoltrata: i dati definitivi andranno correttamente riportati nella dichiarazione annuale.

Sono esonerati dall’adempimento: i contribuenti che non sono obbligati alla presentazione della dichiarazione annuale Iva per il 2011 (quelli che effettuano solo operazioni esenti, produttori agricoli con un volume inferiore a 7mila euro, esercenti di giochi che non hanno optato per l’Iva ordinaria, eccetera), le amministrazioni dello Stato, i Comuni, i consorzi, le comunità montane, eccetera (vedi articolo 74, comma 1, del Tuir), coloro che sono sottoposti a procedure concorsuali, le persone fisiche che nel 2011 hanno avuto un volume d’affari non superiore a 25mila euro, i contribuenti che si avvalgono del regime dei minimi e quelli che presentano la dichiarazione annuale Iva entro la fine di febbraio.

Il modello, scaricabile dalla sezione “Modulistica” del sito delle Entrate, va presentato in via telematica direttamente o tramite gli intermediari abilitati.


Fonte: Agenzia Entrate

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Liquidazione Iva trimestrale: i chiarimenti dell'Agenzia sul limite del volume d'affari.

L'Agenzia delle Entrate ha chiarito, con Risoluzione del 13 febbraio 2012 n. 15, che possono eseguire le liquidazioni trimestrali IVA i contribuenti che nell’anno solare precedente hanno realizzato un volume d’affari non superiore a 400.000 euro per le imprese aventi per oggetto prestazioni di servizi e per gli esercenti arti o professioni, ovvero a 700.000 euro per le imprese aventi per oggetto altre attività.

Nei confronti dei contribuenti che esercitano contemporaneamente prestazioni di servizi ed altre attività, senza distinta annotazione dei corrispettivi, il limite di riferimento di cui al comma 2 del medesimo articolo 7 è elevato a 700mila euro relativamente a tutte le attività esercitate.

Inoltre viene precisato che i contribuenti che non superano le nuove soglie ed optano per la periodicità trimestrale, qualora evidenzino un saldo finale a debito, devono effettuare il versamento del conguaglio:
entro il 16 marzo dell’anno successivo, maggiorando l’importo dovuto della percentuale dell’1%;
entro il termine di pagamento delle somme dovute in base alla dichiarazione annuale unificata, se presentano tale tipo di dichiarazione (in tal caso, però, oltre alla percentuale dell’1% deve essere corrisposta l’ulteriore maggiorazione dello 0,40% per ogni mese o frazione di mese se il versamento del saldo viene eseguito dopo il 16 marzo).


Fonte: Agenzia Entrate

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Imposta di bollo speciale annuale sulle attività scudate: il Provvedimento dell'Agenzia.

Il Provvedimento del 14 febbraio 2012 definisce le modalità attuative dell'imposta di bollo speciale annuale sulle attività oggetto di emersione, introdotta dal Decreto Monti.

L’imposta è dovuta nella misura del:
10 per mille per il 2011;
13,5 per mille per il 2012;
4 per mille per gli anni successivi.
L’imposta è determinata con riferimento al valore delle attività ancora segretate al 31 dicembre dell’anno precedente. Per il versamento relativo al periodo d’imposta 2011, il valore delle attività segretate è quello al 6 dicembre 2011.

L’imposta riguarda le sole attività finanziarie oggetto delle operazioni di emersione attraverso la procedura del rimpatrio (fisico e “giuridico”) e che sono ancora detenute in regime di riservatezza al 6 dicembre 2011, con riferimento al primo anno di applicazione, e al 31 dicembre per gli anni successivi.

L’imposta è calcolata sull’ammontare delle somme e sul valore di mercato delle attività finanziarie alla data di riferimento e, in mancanza del valore di mercato, sulla base del valore nominale ovvero quello di rimborso di tali attività.
L’imposta è determinata al netto dell’eventuale imposta di bollo pagata ai sensi del comma 2-ter dell’articolo 13 della Tariffa, parte prima, allegata al decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 642, e successive modificazioni.

Imposta straordinaria sui prelievi delle attività oggetto di emersione
Per le attività finanziarie oggetto di emersione che, alla data del 6 dicembre 2011, sono state in tutto o in parte prelevate dal rapporto di deposito, amministrazione o gestione acceso per effetto della procedura di emersione ovvero comunque dismesse, è dovuta, per il solo anno 2012, un’imposta straordinaria pari al 10 per mille.


Gli intermediari specificamente individuati dall’articolo 11, comma 1, lettera b), del citato decreto legge n. 350 del 2001 provvedono a trattenere l’imposta di bollo speciale annuale sulle attività oggetto di emersione e l’imposta straordinaria sui prelievi delle medesime attività dal conto del soggetto che ha effettuato l’emersione o ricevono provvista dallo stesso contribuente. Sono comprese a questi fini le imprese di assicurazione residenti nel caso in cui le attività rimpatriate, o comunque parte di esse, siano state utilizzate per la sottoscrizione di un contratto di assicurazione sulla vita o di capitalizzazione in regime di riservatezza.

Gli intermediari provvedono ad effettuare, con riferimento al periodo d’imposta 2011, il versamento dell’imposta di bollo annuale entro il 16 febbraio 2012 e l’imposta straordinaria sui prelievi, dovuta per il solo anno 2012, entro la medesima data.


Fonte: Agenzia Entrate

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Fondi immobiliari: la nuova disciplina fiscale.

L'Agenzia delle Entrate con Circolare del 15 febbraio 2012 n. 2 detta le regole della nuova disciplina fiscale dei fondi comuni d’investimento immobiliare.
Si ricorda che l’articolo 32 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78 ha introdotto alcune disposizioni che mutano l’attuale assetto normativo dei fondi comuni d’investimento immobiliare.

In base alle più recenti disposizioni, gli investitori istituzionali beneficiano del regime fiscale agevolato con una tassazione del 20%.

Per quanto riguarda i redditi conseguiti dai partecipanti ai fondi immobiliari, le modifiche apportate dal decreto legge n. 70 del 2011 prevedono l’imputazione per trasparenza dei redditi conseguiti dal fondo e rilevati nei rendiconti di gestione in capo ai partecipanti che possiedono quote di partecipazione al fondo superiori al 5% del valore dello stesso.

Per i partecipanti non istituzionali che possiedono quote di partecipazione al fondo superiori al 5 per cento il nuovo comma 4-bis dell’articolo 32 del decreto legge n. 78 del 2010 prevede inoltre l’applicazione di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi nella misura del 5% sul valore medio delle quote detenute alla data del 31 dicembre 2010.

I fondi immobiliari in cui almeno un partecipante non istituzionale possedeva una quota superiore al 5% alla data del 31 dicembre 2010 potevano essere messi in liquidazione entro il 31 dicembre 2011 (infatti i commi 5 e 5-bis dell’articolo 32, come sostituiti dall’articolo 8, comma 9, lettere d) ed e), del decreto legge n. 70 del 2011, prevedono invece la possibilità per la SGR di deliberare la liquidazione dei fondi immobiliari che alla data del 31 dicembre 2010 presentavano un assetto partecipativo diverso da quello ora previsto per i fondi istituzionali e nei quali almeno un partecipante non istituzionale deteneva una quota di partecipazione superiore al 5 per cento).

In tal caso, è dovuta un’imposta sostitutiva pari al 7% del valore netto del fondo risultante dal prospetto redatto al 31 dicembre 2010, l’imposta è versata dalla società di gestione del risparmio nella misura del 40 per cento entro il 31 marzo 2012 e la restante parte in due rate di pari importo da versarsi entro il 31 marzo 2013 e il 31 marzo 2014:
Importo della rata 40% dell’imposta dovuta - Scadenza 31 marzo 2012
Importo della rata 30% dell’imposta dovuta - Scadenza 31 marzo 2013
Importo della rata 30% dell’imposta dovuta - Scadenza 31 marzo 2014
E' dovuta inoltre un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi e dell’IRAP nella misura del 7% sui risultati conseguiti dal 1° gennaio 2011 e fino alla conclusione della liquidazione, quest'ultima va versata dalla società di gestione del risparmio entro il 16 febbraio dell’anno successivo rispetto a ciascun anno di durata della liquidazione, ma in considerazione delle condizioni di obiettiva incertezza caratterizzanti la specifica disciplina l’imposta sostitutiva sui redditi conseguiti dal 1° gennaio al 31 dicembre 2011 può essere versata entro il 31 marzo 2012 maggiorata dei relativi interessi e senza applicazione delle sanzioni.

Analogamente a quanto previsto per l’imposta del 5 per cento sul valore delle quote, nell’ipotesi in cui il fondo sia di nuova istituzione e alla data del 31 dicembre 2010 non era ancora operativo l’imposta sostitutiva del 7 per cento sul patrimonio netto non è dovuta.

Indice della Circolare del 15/02/2012 n. 2:

Premessa
1. L’excursus normativo
2. Il nuovo quadro normativo
3. I fondi istituzionali
3.1 Il regime fiscale degli investitori istituzionali
3.1.1 I redditi di capitale
3.1.2 I redditi diversi
4. I fondi diversi da quelli istituzionali
4.1 Il regime fiscale delle partecipazioni rilevanti nei fondi non istituzionali
4.1.1 La tassazione per trasparenza
4.1.2 I redditi diversi
4.2 Il regime fiscale delle partecipazioni non rilevanti in fondi non istituzionali
4.3 Il regime dei proventi percepiti da non residenti
5. L’imposta sostitutiva del 5 per cento
6. La liquidazione del fondo
7. Le comunicazioni delle SGR
8. Il regime tributario dei fondi ai fini dell’imposta sul valore aggiunto
8.1 Gli atti di liquidazione
9. Il regime tributario dei fondi ai fini delle imposte di registro, ipotecarie e catastali



Fonte: Agenzia Entrate

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La bozza del decreto semplificazioni.

L’Irpef sarà ridotta per le famiglie e i redditi più bassi ma il calo della pressione fiscale resta per ora una questione rimandata al 2014, anche se il premier Monti non esclude di poter anticipare la decisione in merito, se i conti pubblici lo consentiranno.

Resta ancora da chiarire il tema Imu sui beni della Chiesa a prevalente destinazione commerciale, se entro venerdì non sarà definito nulla è possibile che la soluzione arrivi durante l’iter di conversione parlamentare del D.l.

Su un punto, invece, il Governo sembra non avere dubbi: nessuna tregua per chi evade. Le risorse recuperate con la lotta all’evasione serviranno a ridurre l’Irpef, esse infatti confluiranno nel Fondo “taglia Irepf”, anche se dovranno essere calcolate al netto di quelle necessarie per il mantenimento del pareggio di bilancio e alla riduzione del debito. Torna il vecchio elenco clienti-fornitori e arrivano le liste “nere” degli evasori in cui confluiranno coloro che sono stati ripetutamente sorpresi a evadere l'obbligo di emettere lo scontrino o la ricevuta fiscale. Le liste saranno compilate dall’agenzia delle Entrate, nell’ambito della propria attività di pianificazione, sulla base di segnalazioni non anonime all’Agenzia stessa o alla GdF.

In arrivo poi misure per la semplificazione fiscale del rapporto fisco e contribuenti, per il potenziamento e l’efficientamento dell’azione dell’amministrazione tributaria, modifiche delle sanzioni amministrative e novità per il contenzioso.


Fonte: Agenzia Entrate

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Case vacanze e affitta camere: l'Iva assolta per il loro acquisto e manutenzione è detraibile.

In deroga a quanto stabilito dall''art. 19-bis1, lett. i), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 secondo il quale è preclusa la detrazione dell'imposta sul valore aggiunto assolta in relazione all'acquisto ed alla manutenzione di immobili abitativi, si ritiene che gli immobili abitativi, utilizzati dal soggetto passivo nell'ambito di un'attività di tipo ricettivo (gestione di case vacanze, affitto camere, etc.) che comporti l'effettuazione di prestazioni di servizi imponibili ad IVA, debbano essere trattati, a prescindere dalla classificazione catastale, alla stregua dei fabbricati strumentali per natura.
Ne consegue che l'Iva assolta per le spese di acquisto e manutenzione relative ai suddetti immobili è detraibile.

Questo quanto chiarito dall'Agenzia delle Entrate con Risoluzione del 22 febbraio 2012 n. 18.

Tali principi risultano peraltro già desumibili dalla circolare n. 12 del 2007, par. 9), e dalla risoluzione 10 agosto 2004, n. 177, nelle quali si è affermato che gli immobili abitativi, quando sono destinabili, secondo la normativa regionale di settore, ad attività turistico-alberghiera, danno luogo a prestazioni di alloggio imponibili ad IVA con l'aliquota del 10 per cento.

In conseguenza dell’imponibilità delle prestazioni di alloggio in esame, in coerenza con i principi generali dell'IVA, l'imposta sull'acquisto di beni o servizi afferenti dette tipologie di prestazioni risulta detraibile benché relativa ad unità che sotto l'aspetto catastale si presentano come abitative.

Ai fini dell’applicazione dei principi sopra enunciati, occorre, pertanto, verificare, in linea di fatto, se l'immobile abitativo, nel momento in cui sono realizzati i lavori di manutenzione o ristrutturazione, sia già effettivamente utilizzato per lo svolgimento di attività ricettizia, ovvero se a tale utilizzazione risulti inequivocabilmente destinato.


Fonte: Agenzia Entrate

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venerdì 24 febbraio 2012

Quesito: pagamento ICI IMU prima casa legge nuova.

VORREI SAPERE SE SI DEVE PAGARE IMU O ICI 1 CASA CON DISABILE CON CUI VIVO ABITO INSIEME SAREBBE MIA SORELA VIVO CON MIA SORELLA E ALTRO FRATELLO DISSOCUPATO. MI POTETE RISPONDERE. PER FAVORE. GRAZIE. VALORE CATASTALE 220000. PENSO DI NO.

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Accertamento: induttivo o analitico, nessuno è obbligato, decide l’ufficio.

L’ufficio ha il potere di fare ricorso all’accertamento induttivo, prescindendo dai dati contenuti nelle dichiarazioni e nella contabilità, ricorrendo i presupposti previsti dall’art. 39, comma secondo, del DPR n. 600 del 1973. Si tratta di valutazione rimessa alla discrezionalità dell’ufficio in base agli elementi emersi in sede di controllo, come l’assenza di libri contabili e di fatture, la mancanza di documentazione idonea a comprovare i costi sostenuti, nonché l’elevata presenza di costi a fronte di ricavi minimi. Per la determinazione dei ricavi è legittimo l’utilizzo delle c.d. percentuali di ricarico sui beni venduti, desunte anche da dati reperiti presso le CCIAA. E’ posto a carico del contribuente l’onere di dimostrare di avere sostenuto i costi dedotti dal reddito d’impresa nonchè l’inerenza degli stessi con l’attività esercitata.

Sentenza n. 1555 del 3 febbraio 2012 (udienza 4 ottobre 2011)
Cassazione civile, sezione V - Pres. D'Alonzo Michele - Est. Greco Antonio
Accertamento – Accertamento induttivo – Medie di settore – Onere della prova contraria a carico del contribuente


Fonte: Agenzia Entrate

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Termini di fatturazione dell'Iva sulle cessioni di beni mobili.

Nelle cessioni di beni direttamente a terzi effettuate secondo le istruzioni impartite dal cessionario (che a sua volta ha ceduto a terzi i beni medesimi) qual’ è il momento in cui il cedente deve emettere la fattura Iva al cessionario?

Nel caso di cessioni di beni che dal cedente vengono consegnati o spediti, anziché al cessionario, direttamente a terzi, a seguito di disposizioni del cessionario, la fattura deve essere emessa, nei rapporti tra cedente e cessionario, il giorno stesso della consegna o spedizione dei beni a terzi (salvo naturalmente che non siano stati emessi la bolletta di consegna o il documento di trasporto).
Nei rapporti tra cessionario e terzi, la fattura deve essere emessa entro il termine di cinque giorni dalla data in cui il cessionario riceve dal cedente la fattura ovvero la comunicazione relativa all’emissione del documento di consegna o trasporto dei beni (cfr circolare ministeriale n. 42/1974).


Fonte: Agenzia Entrate

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Contributo sanitario alle casse edili: e' deducibile ai fini Irpef?

Domanda
La Cassa edile di Torino, tramite sito web, comunica che il contributo Cassa Edile destinato a prestazioni di carattere sanitario e non sanitario, indistintamente dalla quota versata a carico del datore di lavoro e dal lavoratore, concorrerà dal 2012 a formare reddito di lavoro dipendente. Per tale anno la percentuale calcolata è pari allo 0,54% (ossia 0,38% per contributo prestazioni a carattere sanitario e 0,16% per contributo prestazioni a carattere non sanitario). Cosa significa questa disposizione? Vale soltanto per la Cassa Edile di Torino?

Risposta
L'art. 51, comma 2 lett. a), del Tuir dispone che non concorrono a formare il reddito "[...] i contributi di assistenza sanitaria versati dal datore di lavoro o dal lavoratore ad enti o casse aventi esclusivamente fine assistenziale in conformità a disposizioni di contratto o di accordo o di regolamento aziendale, che operino negli ambiti di intervento stabiliti con il decreto del Ministro della salute di cui all'articolo 10, comma 1, lettera e-ter), per un importo non superiore complessivamente ad euro 3.615,20".
A partire dal periodo d'imposta 2012 i contributi versati alle casse edili (non soltanto a quella di Torino) e destinati al finanziamento di prestazioni di carattere sanitario non potranno più essere esclusi dall'imponibile fiscale del lavoratore in quanto le casse edili non hanno i requisiti necessari per l'iscrizione all'Anagrafe dei fondi sanitari integrativi del servizio sanitario nazionale e degli enti, casse e società di mutuo soccorso aventi esclusivamente fine assistenziale, istituita con Decreto ministeriale del 27 ottobre 2009.
Considerato che l'iscrizione all'Anagrafe è indispensabile per continuare a fruire dell'agevolazione fiscale di cui all'art. 51, comma 2 lett. a), del Tuir, ne consegue che la quota di contributo "sanitario" a carico del datore di lavoro dovrà essere inclusa nell'imponibile Irpef del lavoratore, mentre la quota a carico del dipendente non potrà più essere dedotta dal reddito imponibile.


Fonte: IPSOA

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giovedì 23 febbraio 2012

730/2012: pronte le specifiche tecniche.

Sono state rese disponibili sul sito dell’Agenzia delle Entrate le specifiche tecniche per la trasmissione telematica, da parte di sostituti d’imposta, Caf-dipendenti e professionisti abilitati, del modello 730/2012, 730-4/2012, 730-4/2012 integrativo e della scheda relativa alla scelta della destinazione dell’8 e del 5 per mille. Le specifiche tecniche sono state approvate dall’Agenzia delle Entrate con provvedimento direttoriale del 21 febbraio 2012.

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Commercialisti: eccedenze del contributo soggettivo e integrativo anche a rate.

Il 24 maggio 2011 l’Assemblea dei delegati ha stabilito che i contributi dovuti dagli iscritti alla Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti per il triennio 2012-2014 a titolo di eccedenze possono essere anche rateizzati. La decisione è stata presa a seguito dell’innalzamento dell’aliquota soggettiva minima all’11% per il 2012 e 2013 e al 12% per il 2014, con un conseguente maggior onere finanziario per gli iscritti alla Cassa. Per il triennio 2012-2014 sarà possibile rateizzare fino a 4 rate sia le eccedenze del contributo soggettivo sia quelle del contributo integrativo per importi non inferiori a 1.000 euro, successivamente sarà possibile rateizzare solo quelle del contributo soggettivo. L’opzione dovrà essere effettuata entro il 15 novembre di ogni anno in sede di adesione al servizio Sat Pce.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Canone Rai speciale per pc di professionisti e imprese solo se utilizzati come televisori.

La Rai, con un comunicato stampa, corregge il tiro sul canone Rai per professionisti e imprese specificando che il pagamento del canone Rai speciale di € 200,91 non è richiesto per il semplice possesso di un pc collegato alla rete, di tablet e di smartphone. Il comunicato precisa, infatti, che “la lettera inviata dalla Direzione abbonamenti Rai si riferisce esclusivamente al canone speciale dovuto da imprese, società ed enti nel caso in cui i computer siano utilizzati come televisori (digital signage) fermo restando che il canone speciale non va corrisposto nel caso in cui tali imprese, società ed enti abbiano già provveduto al pagamento per il possesso di uno o più televisori”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cud, Cupe e certificazione compensi entro il 28 febbraio.

Entro martedì 28 febbraio i sostituti d’imposta devono provvedere a consegnare ai propri sostituiti, anche in via telematica, i modelli Cud, le certificazioni dei compensi e delle ritenute e le certificazioni degli utili e proventi (modello Cupe). L’appuntamento riguarda i datori di lavoro sia pubblici che privati, gli enti pensionistici e ogni altro sostituto d’imposta tenuto a rilasciare i diversi modelli attestanti i redditi erogati nel 2011, con le relative ritenute.

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Via libera allo sconto d’imposta dall’entrata in funzione del bene.

L’agevolazione prevista dall’art. 2, comma 8, della legge n. 133/99 (legge Visco), in relazione agli investimenti oggetto di contratti di appalto, si computa nell’esercizio a partire dal quale il bene diventa ammortizzabile ai sensi dell’art. 67, comma 1, del DPR n. 917/86 (ora art. 102 nuovo TUIR), in quanto la semplice scelta contrattuale di frazionare il pagamento del prezzo in ratei parziali e anticipati, correlati agli stati di avanzamento lavori, non implica di per sé che le somme corrisposte – e i reciproci costi per l’effetto sostenuti – siano da considerare imputabili per competenza al periodo d’imposta dell’avvenuto pagamento.

Sentenza n. 650 del 18 gennaio 2012 (udienza 14 dicembre 2011)
Cassazione civile, sezione V – Pres. Pivetti Marco – Est. Terrusi Francesco
Irpef – Agevolazione per acquisto di beni strumentali – Investimenti oggetto di appalto – Iscrizione nel libro dei beni ammortizzabili – Pagamenti frazionati – Irrilevanza


Fonte: Agenzia Entrate

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Assoggettamento a Irap dell'attività del consulente.

Un consulente iscritto a un ordine professionale protetto deve pagare l’Irap?

Ai fini Irap, l’iscrizione a un ordine professionale protetto non comporta l’esenzione dall'imposta dei soggetti esercenti professioni intellettuali. Il consulente è tenuto al pagamento dell’Irap solo se svolge attività organizzata. L’iscrizione, infatti, non costituisce presupposto sufficiente ai fini dell’assoggettamento a imposizione perché occorre che l’attività del professionista sia autonomamente organizzata, cioè presenti un contesto organizzativo esterno anche minimo, derivante dall'impiego di capitale e lavoro altrui, che potenzi l'attività intellettuale del singolo (cfr Corte di cassazione, sentenza n. 21989/2009).


Fonte: Agenzia Entrate

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Vendita di case sottocosto, legittimo l’induttivo ai fini Iva.

E’ legittimo l’accertamento induttivo in materia di Iva avente a oggetto la contestazione di operazioni di natura immobiliare sulla base dell’incongruenza tra i ricavi contabilizzati e quelli ritraibili dalle effettive condizione di esercizio della specifica attività, in presenza di elementi presuntivi che, se considerati nel loro complesso, appaiono idonei a sostenere la pretesa tributaria.
Questo il principio sancito dalla Corte di cassazione con l’ordinanza n. 1972 del 10 febbraio.

Il fatto
La vicenda ha origine da un avviso di accertamento notificato dall’Agenzia delle Entrate a una società immobiliare: l’atto impositivo aveva a oggetto il recupero a tassazione di maggiori elementi positivi, oltre alla relativa imposta sul valore aggiunto, determinati come differenza tra i maggiori ricavi accertati in relazione alla cessione di tre unità immobiliari rispetto a quelli contabilizzati dalla società.

Il contribuente proponeva ricorso contro l’avviso di accertamento, rigettato sia in primo che in secondo grado.
In particolare, la Ctr Lombardia avallava la tesi dell’ufficio ritenendo l’avviso di accertamento legittimo sulla base di una serie di elementi di natura presuntiva rilevati in sede istruttoria.
In primo luogo, il collegio di merito riteneva significativo ai fini della rettifica lo scostamento tra i valori di cessione degli immobili recati nei diversi atti rispetto a quelli obiettivamente rilevati, per epoca e zona, dall’Osservatorio del mercato immobiliare.
I giudici rilevavano, altresì, un’altra serie di elementi gravi: il costo di costruzione dei tre immobili venduti, al netto del costo per la manodopera, era di poco inferiore al prezzo di vendita al lordo delle imposte; l’importo dei mutui contratti dagli acquirenti per l’acquisto dell’immobile era superiore al prezzo di acquisto dichiarato in atti e, infine, vi era incoerenza assoluta tra gli stessi prezzi dichiarati, non congrui rispetto alla tipologia e alla metratura degli appartamenti.

Contro la sentenza di secondo grado, il contribuente proponeva ricorso in Cassazione per violazione del disposto di cui all’articolo 39, comma 1, Dpr 600/1973, lamentando che l’ufficio avrebbe trasformato in piena prova il metodo induttivo di valutazione, “il tutto in contrasto col principio comunitario del “corrispettivo” e dando credito a semplici congetture, quali quelle desunte dalle analisi statistiche dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare o da elementi esterni sfuggenti come i mutui stipulati dai compratori”; inoltre, la Ctr non avrebbe valutato correttamente né le insindacabili scelte imprenditoriali sulla convenienza dei prezzi né l’entità reale dei mutui dei compratori.
La Corte di cassazione, ritenendo il ricorso attinente, più che ad aspetti di diritto, a profili valutativi di fatto di esclusiva competenza del giudice di merito, dichiarava il ricorso proposto dal contribuente inammissibile.

La decisione
Con l’ordinanza in commento, i giudici di Cassazione hanno dichiarato inammissibile il ricorso del contribuente, reo di aver venduto degli immobili per un valore ben al di sotto del prezzo di mercato, considerando, altresì, la presenza di ulteriori elementi gravi e concordanti tali da legittimare l’utilizzo da parte dell’ufficio accertatore del metodo induttivo previsto all’articolo 39, comma 1, lettera d), del Dpr 600/1973 (ai fini delle imposte dirette) e all’articolo 54 del Dpr 633/1972 (ai fini dell’imposta sul valore aggiunto).
Nella motivazione, la Suprema corte ripercorre l’operato dei giudici di merito osservando che il contribuente, in entrambi i gradi di giudizio, non aveva contestato l’applicazione o l’interpretazione di norme di legge, bensì la valutazione degli elementi di fatto emersi nel corso dell’istruttoria circa l’affermata inattendibilità dei corrispettivi risultanti dagli atti di vendita, ossia “il forte scostamento rispetto alle risultanze dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare, l’esiguità dell’utile contabile dell’intera operazione … rispetto ai rilevanti costi contabilizzati …, la ricostruzione comparativa degli importi mutuati dai compratori rispetto ai costi finali d’acquisto (comprensivi di oneri fiscali, notarili, di mediazione, etc)”.

Considerati gli elementi di fatto, certamente non contestabili dal contribuente, i giudici di legittimità hanno convalidato l’operato della Ctr sul presupposto che è valido l’operato dell’ufficio che procede alla rettifica della dichiarazione qualora “vi siano condotte non economicamente giustificate quali l’antieconomicità di comportamenti imprenditoriali che il contribuente non spieghi in alcun modo (cfr. Cass. n. 26635/08) e siano in conflitto con i criteri della ragionevolezza (Cass. n. 13915/09, Cass. n. 26635/08, n. 10649/01)”.
Pertanto, è legittima la rettifica dei ricavi contabilizzati e dichiarati dal contribuente qualora questi non dimostri in maniera ragionevole lo scostamento tra tali valori e quelli desumibili dalla banca dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare (Omi), che costituisce una rilevante e attendibile fonte d’informazioni relative al mercato immobiliare nazionale, il tutto in presenza d’incongruenze intrinseche (prezzi/mq) ed estrinseche (mutui).

Il punto cruciale del ragionamento dei giudici di seconde cure, avvalorato in sede di legittimità, è la corretta valorizzazione di tutti gli elementi presuntivi emersi nel corso della verifica fiscale ai danni del contribuente, quindi non il solo e semplice scostamento tra il valore normale di vendita degli immobili e il minor prezzo applicato, i quali “tra loro associati, sono astrattamente idonei a sostenere la pretesa tributaria in sede contenziosa”.

A tal riguardo, il contribuente lamentava violazione del principio comunitario del “corrispettivo” in materia di tributi armonizzati, secondo cui la base imponibile ai fini Iva di un’operazione non può che essere data, salvo casi tassativamente previsti, dal corrispettivo versato o da versare al fornitore.
Il principio del “corrispettivo” evocato dal ricorrente e confermato anche dalla giurisprudenza della Corte di giustizia prevede che, seppur è legittimo correggere l’imponibile ai fini Iva laddove esistano prove o indicazioni che il pagamento reale effettuato differisce da quello dichiarato, non può essere addotto come prova per la rettifica della dichiarazione il solo fatto che l’ammontare dichiarato dell’immobile sia più basso del valore di mercato.
Il principio de qua ha trovato pieno riconoscimento in Italia: il legislatore nazionale, infatti, con l’articolo 24 della legge comunitaria 2008 ha abrogato la norma di cui all’articolo 54, comma 3, secondo periodo, del Dpr 633/1972, con la conseguenza che gli uffici non possono più svolgere rettifiche di tipo analitico soltanto sulla base del valore normale degli immobili, cioè sui valori Omi.

La Corte di cassazione, pronunciandosi in maniera netta e univoca sull’argomento, sancisce che l’operato dei giudici nazionali non vìola alcun principio “di diritto nazionale o comunitario, atteso che l’armonizzazione di tributi sulla cifra d’affari non pone barriere alla potestà accertativa domestica, anche in funzione antielusiva e con il solo basarsi anche su presunzioni semplici per la prova a carico del fisco.”


Fonte: Agenzia Entrate

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Nel pro-rata di detraibilità Iva rientrano le operazioni esenti.

La domanda di pronuncia pregiudiziale riguarda una controversia in merito ad avvisi di accertamento in materia di imposta sul valore aggiunto. Nello specifico, la fattispecie riguarda il confronto tra la normativa Iva portoghese e la normativa Iva comunitaria. Ovvero, la questione è stabilire se, nel calcolo del pro rata di deducibilità, si possa o meno considerare, nel conteggio delle imposte sostenute a monte, quelle riguardanti i settori di attività esenti dall’imposta.

I fatti della causa principale
La società ricorrente svolge contemporaneamente più attività nel settore del gioco (attività esente Iva) nel settore della ristorazione e dell’animazione (soggette a Iva) e nel settore amministrativo e finanziario (con detrazione parziale Iva). Per il calcolo dell’Iva, per le attività assoggettate, la detrazione è effettuata con il metodo della destinazione effettiva secondo il codice Iva nazionale. A seguito di una ispezione tributaria venivano emessi avvisi di accertamento per gli importi Iva versati nel periodo 2002-2004. Nel riscontro effettuato, era messo in discussione, il metodo utilizzato dalla società ricorrente, nel metodo impiegato per il calcolo dell’Iva detraibile assolta. Per la società ricorrente, la detrazione dell’Iva assolta doveva essere effettuata sulla base di un pro rata che consenta di tener conto delle attività esenti e delle attività imponibili. Sulla base di ciò veniva proposto ricorso, in sede contenziosa. Ricorso respinto dal Tribunale amministrativo e fiscale. In appello era adito il Supremo Tribunale Amministrativo con l’argomentazione che l’Iva portata in detrazione debba essere considerata come una sorta di sovvenzione che, in quanto tale, non può influire sul meccanismo di calcolo della detrazione. Nel dubbio interpretativo della normativa nazionale sull’Iva in oggetto il Supremo Tribunale amministrativo sospendeva il procedimento per portare la questione al tavolo della Corte europea.

La questione pregiudiziale
Con il suo rinvio alla Corte europea, il giudice nazionale vuole chiarimenti in merito alle disposizioni contenute all’articolo 17, paragrafi 2 e 5, nonché all’articolo 19 sesta direttiva Iva. Pertanto, tali norme come vanno interpretate? Ossia, nel senso di dichiarare non compatibile una normativa nazionale che consenta, a soggetti passivi cd. “misti”, la possibilità di calcolare l’Iva detraibile, secondo il pro rata Iva, solamente in considerazione del volume d’affari prodotto nei settori di attività imponibili senza tener conto delle attività esenti.

Nel merito della questione pregiudiziale
Come prima affermazione i giudici sottolineano come, da costante giurisprudenza, il diritto a detrazione previsto dall’articolo 17 e seguenti della sesta direttiva Iva, rientrando nel meccanismo proprio di calcolo dell’imposta, non può essere limitato. Infatti, il meccanismo si esercita immediatamente per tutte quelle imposte che hanno gravato sulle operazioni effettuate a monte e, qualsivoglia limitazione, andrebbe a incidere sul gettito tributario. Secondo l’articolo 17, paragrafo 1, si evince che il diritto a detrazione nasce quando l’imposta diventa esigibile e, nel caso di specie, di soggetti passivi con attività miste, il diritto a detrazione viene calcolato secondo il pro rata di cui all’articolo 19 sesta direttiva Iva. Quest’ultima direttiva prevede, inoltre, all’articolo 11, A, paragrafo 1, lettera a), che, in caso di sovvenzioni, direttamente connesse col prezzo di un bene o servizio, le stesse siano da considerare imponibili nella stessa misura in cui lo sono il bene e servizio stesso. Per quanto detto, si evince che il metodo di calcolo della detrazione utilizzato dalla società ricorrente sia diverso da quello sopra descritto o meglio legato alla destinazione dei beni o servizi a una precisa attività. Poiché però, la società esercita anche attività assoggettate a Iva, il diritto a detrazione, secondo il metodo della destinazione effettiva, investe tutte le imposte gravate a monte. Siccome l’utilizzo del metodo della destinazione effettiva è stato preventivamente autorizzato, ecco che allora che è possibile utilizzare tale metodo in deroga alle disposizioni dell’articolo 19 della sesta direttiva. Si può affermare, infine, che il diritto a detrazione non può essere limitato.

Il verdetto dei giudici europei
I togati europei non ritengono compatibile la normativa nazionale, di cui alla questione pregiudiziale in oggetto, con le disposizioni in materia della sesta direttiva Iva. Pertanto, nel conteggio dell’importo detraibile ai fini Iva, si deve tenere conto, nel calcolo del pro rata di detraibilità, sia dell'Iva versata a monte riferibile alle attività imponibili sia quella riferibile alle attività che non rientrano nel campo di applicazione dell’imposta in quanto esenti.


(Sentenza Corte UE del 16.02.2012 procedimento C-25/11)


Fonte: Agenzia Entrate

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Il nuovo regime dei minimi.




Fonte: Agenzia Entrate

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Affitto camere e case vacanza. Iva detraibile per principio.

Gli immobili abitativi inequivocabilmente destinati a un’attività di tipo ricettivo (gestione di case vacanza, affitto camere, eccetera) vanno trattati, a prescindere dalla classificazione catastale, come fabbricati strumentali per natura. Di conseguenza, l’Iva assolta per il loro acquisto e la loro manutenzione è detraibile.
Il chiarimento è contenuto nella risoluzione n. 18/E del 22 febbraio.

Alla base della “deroga” all’articolo 19-bis1, lettera i), del Dpr 633/1972 – che, in generale, preclude la detrazione dell’Iva assolta in relazione all’acquisto e alla manutenzione di immobili abitativi, che risultino tali dalle risultanze catastali, a prescindere dal loro utilizzo effettivo (circolare n. 12/E del 2007) – c’è la coerenza di sistema con i principi generali dell’imposta sul valore aggiunto: imponibilità delle prestazioni di alloggio = detraibilità dell’acquisto di beni o servizi a esso collegati. E l’imponibilità era stata già affermata dall’Agenzia delle Entrate in due precedenti interventi di prassi: la risoluzione 117/E del 2004 e la citata circolare n. 12/E del 2007. Documenti nei quali si legge che “gli immobili abitativi, quando sono destinabili, secondo la normativa regionale di settore, ad attività turistico-alberghiera, danno luogo a prestazioni di alloggio imponibili ad Iva con l'aliquota del 10 per cento, ai sensi del n. 120) della Tabella A, Parte III, allegata al decreto Iva”.


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 22 febbraio 2012

Commissione giudicatrice, variazione dopo l'apertura delle buste?

Domanda
Nelle gare d'appalto può procedersi alla modifica della struttura della Commissione giudicatrice (con l'aggiunta di due Commissari esterni rispetto ai tre componenti originari) in un momento successivo all'apertura delle buste contenenti le offerte tecniche?

Risposta
Una modifica di tal fatta deve ritenersi illegittima. Invero, la variazione della consistenza numerica dell'organo, ove intervenga in un momento in cui i membri originari avevano già potuto prendere conoscenza dei contenuti delle offerte tecniche presentate dai concorrenti, si pone in contrasto con l'esigenza di trasparenza e la garanzia di continuità delle operazioni valutative che impongono di individuare in detto discrimine temporale il limite invalicabile oltre il quale non può essere variata la consistenza numerica della Commissione.
L'alterazione della composizione numerica dell'organo collegiale si presta al rischio di alterazione del giudizio in corso di formazione e di formazione di maggioranze precostituite, in guisa da cagionare un vulnus ai principi di trasparenza, imparzialità e continuità dell'azione amministrativa.


Fonte: IPSOA

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Cessione d’azienda con vitalizio: la plusvalenza è quantificabile.

La Suprema corte, di recente (sentenza 27 gennaio 2012, n. 1175), è tornata a pronunciarsi sul tema della “sussumibilità della rendita vitalizia” tra i corrispettivi in ordine ai quali è possibile determinare una plusvalenza tassabile.

Dal punto di vista civilistico, la cessione d’azienda con costituzione di vitalizio si configura come un’operazione mediante la quale, a fronte della cessione dell’insieme coordinato dei beni d’impresa, viene riconosciuto al cedente il diritto a ricevere una prestazione periodica che, ai sensi dell’articolo 820 del codice civile, deve essere ricompresa tra i “frutti civili”. L’articolo 1872 cc, in tema di modi di costituzione, prevede che “La rendita vitalizia può essere costituita a titolo oneroso, mediante alienazione di un bene mobile o immobile o mediante cessione di capitali (…)”.

Sul piano fiscale, la specifica disciplina delle rendite vitalizie è dettata dall’articolo 50, comma 1, lett. h), del Tuir, in base al quale le stesse sono trattate alla stregua dei redditi assimilati a quello di lavoro dipendente. Dibattuta è quindi la configurabilità di plusvalenze imponibili nel caso di cessioni di azienda con costituzione di rendita vitalizia.

Secondo l’articolo 54 del Dpr 917/1986, nel testo vigente all’epoca dei fatti trattati nella controversia in esame, “Le plusvalenze dei beni relativi all’impresa, diversi da quelli indicati nel primo comma dell’art. 53, concorrono a formare il reddito: a) se sono realizzate mediante cessione a titolo oneroso; b) se sono realizzate mediante il risarcimento, anche in forma assicurativa, per la perdita o il danneggiamento dei beni; c) se sono iscritte nello stato patrimoniale; d) se i beni vengono destinati al consumo personale o familiare dell’imprenditore, assegnati ai soci o destinati a finalità estranee all’esercizio dell’impresa. Nelle ipotesi di cui alle lett. a) e b) del primo comma la plusvalenza è costituita dalla differenza fra il corrispettivo o l’indennizzo conseguito, al netto degli oneri accessori di diretta imputazione, e il costo non ammortizzato”.

Il caso analizzato dai giudici di legittimità, nella sentenza in commento, riguarda un avviso di accertamento per maggiore Irpef e Ilor relativo all’anno d’imposta 1996, in cui l’ufficio ha recuperato a tassazione una plusvalenza relativa alla cessione d’azienda (farmacia) con costituzione di una rendita vitalizia.

I giudici del merito avevano accolto le contestazioni sollevate dal contribuente affermando che la rendita vitalizia, ai fini della tassazione, viene assimilata ai redditi da lavoro dipendente e che la plusvalenza non sarebbe determinabile, essendo indeterminabile il prezzo pagato attraverso la costituzione di rendita vitalizia a causa dell’incertezza della durata della stessa rendita.

La Suprema corte, nel ribadire la posizione già assunta con la sentenza 10801/2007, ha affermato che “tale rendita, pur essendo una utilità aleatoria quanto all’ammontare concreto delle erogazioni che in base ad essa verranno eseguite o ricevute, ha un valore economico agevolmente accertabile in base a calcoli attuariali, come emergente dal fatto che le rendite vitalizie hanno un prezzo di mercato e che la capitalizzazione di esse è operazione pacificamente riconosciuta dall’ordinamento. […] ai fini della determinazione del reddito d’impresa, è configurabile una plusvalenza da avviamento commerciale, ai sensi del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 54, comma 3, anche nel caso di cessione a titolo oneroso di un’azienda il cui corrispettivo sia rappresentato dalla costituzione di una rendita vitalizia: ai fini dell’imputazione del corrispettivo, occorre infatti considerare il momento di stipulazione del contratto, ai sensi del D.P.R. n. 917 cit., art. 75, tenendo conto della natura intrinsecamente onerosa e della configurazione giuridica dell’atto traslativo, e prescindendo da clausole estranee al tipo contrattuale, senza che assuma alcun rilievo il carattere aleatorio della rendita, comunque determinabile sulla base delle tabelle di capitalizzazione risultanti dalla normativa fiscale”.

D’altronde, sulla questione si era già espresso il Comitato consultivo norme antielusive con parere del 14 ottobre 2005, n. 30, evidenziando che “la plusvalenza da cessione di azienda è tassabile se compiuta con atto a titolo oneroso, da cui derivi un corrispettivo superiore al costo fiscale. La cessione di azienda, con costituzione di rendita vitalizia, costituisce dunque per il cedente realizzo della plusvalenza, pur se il corrispettivo sia costituito dalla costituzione del credito ad una rendita vitalizia, di cui sono beneficiari i soci della società venditrice. Né, per escludere la tassabilità, è sostenibile che la base imponibile non è determinabile, essendo la rendita vitalizia quantificata nel quantum annuo ma non nella durata temporale. Infatti, l’essere il corrispettivo non espresso in cifra fissa non impedisce di determinare il valore del credito alla percezione di una rendita vitalizia. Mediante calcoli attuariali, è determinabile il valore attuale della rendita vitalizia, in funzione delle tabelle di probabilità di sopravvivenza”.

In conclusione, alla luce del segnalato e ormai consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, la plusvalenza da cessione di azienda con costituzione di rendita vitalizia - che pacificamente ricomprende anche il valore di avviamento (Cassazione, sentenza 905/2002) - deve considerarsi imponibile al momento della stipula del contratto.

Inoltre, si ritiene che nell'ordinamento tributario italiano costituisca "realizzo" di plusvalenza il risultato, fiscalmente rilevante, connesso alla cessione d'azienda. Esso si concretizza nell'incremento di ricchezza in denaro o in natura in capo al cedente, assoggettabile a tassazione, in quanto rappresenta per il soggetto un incremento patrimoniale netto.
L’atto finale dell'azienda potrebbe essere considerato non realizzativo di plusvalori (e di minusvalori) soltanto in presenza e in applicazione di una norma espressa che ne assicuri la neutralità fiscale. Nell'attuale assetto della disciplina del reddito d'impresa e delle operazioni straordinarie, non sembra rinvenibile alcuna previsione in tal senso.


Fonte: Agenzia Entrate

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