mercoledì 31 agosto 2011

Quesito: acquisto di rottami da parte di privati.

OPERIAMO NEL SETTORE DELLO SMALTIMENTO DI ROTTAMI, PER CUI FACCIAMO MOLTI ACQUISTI DA PRIVATI, SFORNITI DI PARTITA IVA. IN MERITO EMETTIAMO DELLE AUTOFATTURE AI SENSI DELL'ART.74, COMMA 8, DPR 633/72 APPLICANDO IL REGIME DEL REVERSE CHARGE-INTEGRAZIONE IVA , PER COME PREVISTO DALL'ART.17.
1) PUO' ESSERE SOSTITUTITA L'AUTOFATTURA CON UNA NORMALE RICEVUTA PER QUANTO RIGUARDA TALI ACQUISTI ONDE EVITARE LA GRAN MOLE DI AUTOFATTURE, A MAGGIOR RAGIONE CHE IN OGNI MODO NON SI VERREBBE A VERIFICARE ALCUNA EVASIONE FISCALE ( II.DD. ED IVA)?

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Quesito: tassazione separata reddito per detrazione familiari.

nel 2008 mia moglie era a mio carico.

Nella sua dichiarazione è stata indicata dallo studio contabile quale tassazione ordinaria un reddito derivante da vendita di terreno.

In realtà mia moglie aveva un reddito da lavoratore di 950 Euro e, poichè a suo tempo era a credito di irpef, il commercialista mi consigliò la tassazione ordinaria anzichè separata da detrarre dal credito irpef e ha indicato un ulteriore reddito di 5800 euro a tassazione ordinaria.

Così facendo però, l'agenzia delle entrate ha richiesto la somma di Euro 710 che era stata portata in detrazione per familiare a carico.

La mia domanda è la seguente: E' corretta la modalità utilizzata dal commercialista o comunque, indipendentemente se pagate al momento dell'alienazione o in fase di dichiarazione di redditi, il reddito diverso da lavoro rimane escluso dal calcolo dei famosi Euro 2.841.51.

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Quesito: chiarimento prima/seconda casa.

Sono proprietario di una prima casa da poco più di tre anni per la
quale ho usufruito dell' IVA agevolata del 4% . Tra pochi giorni
acquisterò una seconda casa presso un altro comune pagando l' IVA al
10%.
Successivamente provvederò allo spostamento della residenza presso la
nuova casa facendola diventare casa principale di abitazione.
La mia domanda è una volta spostata la residenza la nuova casa
diventerà prima casa di abitazione? La mia domanda nasce dal fatto che
vorrei usufruire dell'anticipazione del 75% del fondo pensione per
l'acquisto di un box solo che la normativa prevede che deve essere
pertinenziale alla prima casa di abitazione.
Ho già appurato con l'agenzia delle entrate che il 19% degli
interessi sul mutuo della nuova casa posso recuperarli in quanto di
pertinenza della casa principale di abitazione (come verrà indicato
nell'atto di mutuo).

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Criteri degli uffici comunali per le istanze di rateizzazione delle sanzioni amministrative.

Domanda
La competenza a determinare, con apposito atto deliberativo, i criteri ai quali gli uffici comunali devono attenersi per decidere sulle istanze di rateizzazione delle sanzioni amministrative è del Consiglio o della Giunta comunale?



Risposta
La L. 24-11-1981, n. 689 detta, all'art. 26, le condizioni per concedere la rateizzazione nel pagamento delle sanzioni pecuniarie prevedendo che L'autorita' .... amministrativa che ha applicato la sanzione pecuniaria puo' disporre, su richiesta dell'interessato che si trovi in condizioni economiche disagiate, che la sanzione medesima venga pagata in rate mensili da tre a trenta; ciascuna rata non puo' essere inferiore ad euro 15.

Cio' premesso non esiste alcun obbligo di dettare disposizioni piu' specifiche per l'applicazione della cit. disposizione.

Qualora invece si ritenga opportuno, al fine di ridurre la discrezionalita' amministrativa in sede di concessione del beneficio, adottare un atto che definisca piu' puntualmente le casistiche, si ritiene che detta competenza debba essere dello stesso soggetto competente all'adozione del beneficio (Dirigente) mentre sia da escludere una competenza del Consiglio o della Giunta (in quanto non si rientra nell'ambito di profili politici).

Cio' premesso segnaliamo che alcune Amministrazioni si sono dotate di atti deliberativi quali quelli descritti (spesso approvati in Giunta).

Segnaliamo il contenuto dispositivo di uno di questi (Comune di Polesine) che potra' essere preso a riferimento (suggeriamo nella forma della Determina dirigenziale):

... Determina...

1) Di stabilire i seguenti criteri e modalita' per la rateizzazione delle sanzioni amministrative pecuniarie di competenza comunale:

a) la rateizzazione e' concessa solo sull'importo di verbali per violazioni ed illeciti di natura amministrativa non ancora divenuti titoli esecutivi e sull'importo di ordinanze-ingiunzioni relative a violazioni amministrative entro trenta giorni dalla notificazione dell'ordinanza medesima; non e' ammessa la rateizzazione per violazioni al codice della strada e per illeciti amministrativi inerenti la violazione di norme in materia igienico-sanitaria e di tutela dell'ambiente;

b) la rateizzazione e' ammessa per importi complessivi superiori a euro 100,00 (cento) e per rate mensili da tre a dieci; l'importo di ciascuna rata non potra' essere inferiore a euro 20,00 (venti); tuttavia l'importo della rata finale sara' calcolato come saldo della somma da versare e potra' anche essere di importo inferiore ad euro 20,00;

c) se la richiesta di rateizzazione viene presentata a seguito di notifica di un'ordinanza-ingiunzione, le rate saranno applicate sull'importo stabilito nell'ordinanza medesima;

d) l'importo minimo rateizzabile puo' essere determinato anche dalla somma di più verbali per violazioni;

e) le rate mensili non sono gravate di interessi, poiche' il debito riveste natura sanzionatoria;

f) il debito residuo può essere estinto in ogni momento mediante un unico pagamento;

g) il termine ultimo di pagamento di ogni rata mensile viene fissato nell'ultimo giorno di ogni mese oppure, se festivo, nel primo giorno feriale immediatamente successivo;

h) decorso inutilmente, anche per una sola rata, il termine fissato, l'obbligato e' tenuto al pagamento del residuo ammontare della sanzione in un'unica soluzione;

i) la rateizzazione e' ammessa esclusivamente in presenza dei seguenti requisiti di reddito del nucleo familiare di cui fa parte il richiedente, relativi all'anno precedente l'istanza:

- reddito inferiore ad euro 28.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da un'unica persona;

- reddito inferiore ad euro 40.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da due persone;

- reddito inferiore ad euro 45.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da tre persone;

- reddito inferiore ad euro 50.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da quattro o piu' persone;

j) il titolare del verbale o dell'ordinanza-ingiunzione deve dichiarare nell'istanza, mediante autocertificazione, di trovarsi nelle condizioni di cui all'art. 26, comma primo, della legge 689/1981 e di essere in possesso dei requisiti di reddito indicati al precedente punto i);

k) l'Amministrazione comunale si riserva di effettuare, anche a campione, tutti gli accertamenti previsti e consentiti dalla legge al fine di verificare le effettive condizioni economiche del richiedente;

l) il Responsabile del servizio ragioneria e' autorizzato a valutare il rispetto dei criteri stabiliti dalla presente Deliberazione, ai fini della concessione o del diniego della rateazione, mediante apposito provvedimento;

m) non e' concessa la rateizzazione qualora il richiedente risulti già moroso relativamente ad un qualsiasi altro credito vantato nei suoi confronti dal Comune.


Fonte: IPSOA

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Unico 2011, attività estere censite nel quadro RW.

In vista della scadenza del 30 settembre 2011 si completano i quadri del modello Unico 2011 che non hanno un impatto diretto sul versamento delle imposte. Particolare attenzione va rivolta al quadro RW, nel quale le persone fisiche devono indicare investimenti e attività estere anche in assenza di flussi reddituali rilevanti nel nostro Paese. Chi detiene conti correnti presso banche e intermediari esteri, anche infruttiferi, deve evidenziarne il saldo al 31 dicembre se superiore a 10.000 euro o se comunque i movimenti dell’anno superano la soglia. Vanno dichiarate, superando il limite di 10.000 euro, anche le attività estere di natura finanziaria, da cui possono derivare redditi di capitale o diversi pagati da soggetti non residenti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Manovra di Ferragosto: ai sindaci l’arma delle addizionali comunali e regionali.

Lo sblocco delle addizionali comunali e regionali all’Irpef a partire dal 2012 è uno dei principali interventi in campo fiscale previsti dal D.L. n. 138/2011 (c.d. “Manovra di ferragosto 2011”). In particolare, i comuni potranno innalzare l’aliquota, con delibera consiliare, fino al tetto massimo dello 0,8%, mentre le Regioni potranno, con propria legge, elevare l’aliquota base, pari allo 0,9% fino all’1,4%.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Manovra di Ferragosto 2011: saltano il contributo di solidarietà e l’aumento dell’Iva.

Dopo sette ore di vertice di maggioranza è stata raggiunta ieri ad Arcore l’intesa sulle proposte di modifica al D.L. n. 138/2011 (c.d. “Manovra di Ferragosto”). Nel documento finale salta il contributo di solidarietà sui redditi più elevati (con la sola eccezione dei parlamentari) e l’aumento dell’Iva. Per quanto riguarda le pensioni, nel calcolo per il raggiungimento degli anni di anzianità non si potrà più tener conto degli anni di servizio militare prestato e degli anni universitari. Tutte le Province saranno soppresse con un Ddl costituzionale e sarà dimezzato il numero dei parlamentari.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Strategie processuali della PA.

E' precluso, trattandosi di atti che afferiscono all'esercizio del diritto di difesa in relazione a un contenzioso ancora pendente, l'accesso alla documentazione riguardante la decisione dell'Amministrazione di rinunciare all'impugnazione della quasi totalità dei capi di una sentenza sfavorevole, impugnata solo parzialmente con ricorso in sede di legittimità.
Così ha concluso, sul solco di un orientamento consolidato, il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 4769 del 10 agosto 2011, sul rilievo che, in tali casi, nonostante la formazione del giudicato sui capi della sentenza non impugnati, il giudizio continua comunque ad essere pendente, sia pure limitatamente alla parte della sentenza oggetto di impugnazione.

I fatti di causa
Un contribuente formulava nei confronti di un ufficio dell'Agenzia delle Entrate istanza di accesso, tra l'altro, ai documenti relativi al provvedimento interno con il quale l'ufficio stesso si era determinato a prestare acquiescenza alla sfavorevole sentenza della Commissione tributaria regionale, che aveva respinto le sue pretese nei confronti del contribuente, e a coltivare il ricorso in Cassazione avverso tale pronuncia soltanto sul capo riguardante la spettanza degli interessi.

A fronte del diniego all'accesso opposto dall'ufficio con formale provvedimento, l'interessato ricorreva al Tar della Lombardia, sede di Milano, che respingeva il gravame.

Il collegio meneghino, per quanto d'interesse in questa sede, rilevava che la determinazione dell'Amministrazione di rinunciare all'impugnazione della quasi totalità dei capi della sfavorevole sentenza della Commissione tributaria rientra tra gli atti afferenti alla "strategia difensiva" di un contenzioso tributario ancora pendente e, pertanto, rispetto a essa è precluso il diritto di accesso.

Avverso tale decisione la parte privata ricorreva al Consiglio di Stato, eccependo erroneità della sentenza impugnata che, a suo dire, non avrebbe tenuto conto del fatto che il provvedimento interno con cui era stata decisa la rinuncia a coltivare in contenzioso gran parte delle pretese dell'Agenzia, comportando il passaggio in giudicato della sentenza della Commissione tributaria regionale, non avrebbe potuto consentire di parlare di "pendenza" del procedimento tributario, almeno in relazione ai punti sui quali si era in tal modo formato il giudicato.

Quanto all'affermata esigenza di tutela della "strategia processuale", l'istante eccepiva che in realtà quest'ultima era stata già compiutamente definita dall'ufficio con la proposizione del ricorso per Cassazione.
L'Agenzia delle Entrate si costituiva in giudizio, chiedendo il rigetto dell'appello per infondatezza.

La decisione del Consiglio di Stato
Il descritto motivo di ricorso è stato disatteso dal Consiglio di Stato, che ha condiviso le conclusioni dei giudici di primo grado i quali, come detto, avevano escluso l'accesso alla documentazione riguardante la rinuncia all'impugnazione della quasi totalità dei capi della sfavorevole sentenza della Commissione tributaria, in quanto rientrante "tra gli atti afferenti alla strategia difensiva di un contenzioso tributario ancora pendente".

Al riguardo, i giudici di Palazzo Spada ricordano che gli atti defensionali sono atti per i quali la costante giurisprudenza del Consiglio di Stato, "afferendo gli stessi all'esercizio del diritto di difesa dell'amministrazione, nega la sussistenza del diritto di accesso (Cons. Stato, sez. IV, 13 ottobre 2003 n. 6200; sez. V, 26 settembre 2000 n. 5105; sez. IV, 8 febbraio 2001 n. 513; sez. V, 15 aprile 2004 n. 2163)".
Né, precisa ulteriormente la decisione in commento, può assumere rilievo la circostanza, dedotta dalla parte privata appellante, della formazione del giudicato sui capi della sentenza non impugnati, "posto che il giudizio è tuttora pendente, sia pure limitatamente alla parte della sentenza oggetto di impugnazione, e la decisione di prestare acquiescenza a parte della pronuncia ben può essere parte di una più complessiva strategia processuale".

Osservazioni
La decisione n. 4769 del 2011 conferma - richiamandone puntualmente gli estremi in motivazione - un consolidato orientamento del supremo collegio di giustizia amministrativa, da tempo fermo nel ritenere esclusa la possibilità di riconoscere il diritto di accesso, di cui alla legge 241/1990, rispetto ad atti connessi all'esercizio del diritto di difesa della Pubblica Amministrazione.

Una puntuale ricostruzione della problematica è rinvenibile nelle decisioni (entrambe già citate) n. 5105 del 2000 e n. 6200 del 2003, laddove il Consiglio di Stato ha avuto modo di chiarire che nell'ambito dei segreti che comportano la sottrazione all'accesso dei relativi documenti rientrano gli atti redatti dai legali e dai professionisti in esecuzione di specifici rapporti di consulenza con l'Amministrazione, trattandosi nella specie di un segreto che gode di una tutela qualificata, anche a livello penale.

Su un piano più sistematico, le citate sentenze richiamano quale principio generale l'articolo 2 del decreto del presidente del Consiglio dei ministri n. 200 del 1996 (Regolamento recante norme per la disciplina di categorie di documenti dell'Avvocatura dello Stato sottratti al diritto di accesso) che, secondo i giudici amministrativi, mirando a definire con chiarezza il rapporto tra accesso e segreto professionale, fissa "una regola che appare sostanzialmente ricognitiva dei principi applicabili in questa materia, anche al di fuori dell'ambito della difesa erariale".

In particolare, secondo il Consiglio di Stato, in virtù della richiamata disposizione, sono sottratti all'accesso gli scritti defensionali che, dopo l'avvio di un procedimento contenzioso oppure dopo l'inizio di tipiche attività precontenziose, valgono a definire la strategia difensiva della Pubblica Amministrazione.
Ciò in quanto, in questi casi, il parere del legale è destinato a fornire all'ente pubblico tutti gli elementi tecnico-giuridici utili per tutelare i propri interessi e, pertanto, risulta caratterizzato da una nota di riservatezza, che mira a tutelare non solo l'opera intellettuale del legale, ma anche la stessa posizione dell'Amministrazione che, nell'esercizio del proprio diritto di difesa "deve poter fruire di una tutela non inferiore a quella di qualsiasi altro soggetto dell'ordinamento" (così, testualmente, sia la sentenza n. 5105/2000 che la n. 6200/2003).

In definitiva, quindi, la sentenza n. 4769/2011 ribadisce una regola interpretativa che può dirsi consolidata e che giustifica, a fronte di un contenzioso ancora pendente, la preclusione all'accesso rispetto agli atti defensionali dell'Amministrazione coinvolta nel giudizio.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 30 agosto 2011

Criteri degli uffici comunali per le istanze di rateizzazione delle sanzioni amministrative.

Domanda
La competenza a determinare, con apposito atto deliberativo, i criteri ai quali gli uffici comunali devono attenersi per decidere sulle istanze di rateizzazione delle sanzioni amministrative è del Consiglio o della Giunta comunale?



Risposta
La L. 24-11-1981, n. 689 detta, all'art. 26, le condizioni per concedere la rateizzazione nel pagamento delle sanzioni pecuniarie prevedendo che L'autorita' .... amministrativa che ha applicato la sanzione pecuniaria puo' disporre, su richiesta dell'interessato che si trovi in condizioni economiche disagiate, che la sanzione medesima venga pagata in rate mensili da tre a trenta; ciascuna rata non puo' essere inferiore ad euro 15.

Cio' premesso non esiste alcun obbligo di dettare disposizioni piu' specifiche per l'applicazione della cit. disposizione.

Qualora invece si ritenga opportuno, al fine di ridurre la discrezionalita' amministrativa in sede di concessione del beneficio, adottare un atto che definisca piu' puntualmente le casistiche, si ritiene che detta competenza debba essere dello stesso soggetto competente all'adozione del beneficio (Dirigente) mentre sia da escludere una competenza del Consiglio o della Giunta (in quanto non si rientra nell'ambito di profili politici).

Cio' premesso segnaliamo che alcune Amministrazioni si sono dotate di atti deliberativi quali quelli descritti (spesso approvati in Giunta).

Segnaliamo il contenuto dispositivo di uno di questi (Comune di Polesine) che potra' essere preso a riferimento (suggeriamo nella forma della Determina dirigenziale):

... Determina...

1) Di stabilire i seguenti criteri e modalita' per la rateizzazione delle sanzioni amministrative pecuniarie di competenza comunale:

a) la rateizzazione e' concessa solo sull'importo di verbali per violazioni ed illeciti di natura amministrativa non ancora divenuti titoli esecutivi e sull'importo di ordinanze-ingiunzioni relative a violazioni amministrative entro trenta giorni dalla notificazione dell'ordinanza medesima; non e' ammessa la rateizzazione per violazioni al codice della strada e per illeciti amministrativi inerenti la violazione di norme in materia igienico-sanitaria e di tutela dell'ambiente;

b) la rateizzazione e' ammessa per importi complessivi superiori a euro 100,00 (cento) e per rate mensili da tre a dieci; l'importo di ciascuna rata non potra' essere inferiore a euro 20,00 (venti); tuttavia l'importo della rata finale sara' calcolato come saldo della somma da versare e potra' anche essere di importo inferiore ad euro 20,00;

c) se la richiesta di rateizzazione viene presentata a seguito di notifica di un'ordinanza-ingiunzione, le rate saranno applicate sull'importo stabilito nell'ordinanza medesima;

d) l'importo minimo rateizzabile puo' essere determinato anche dalla somma di più verbali per violazioni;

e) le rate mensili non sono gravate di interessi, poiche' il debito riveste natura sanzionatoria;

f) il debito residuo può essere estinto in ogni momento mediante un unico pagamento;

g) il termine ultimo di pagamento di ogni rata mensile viene fissato nell'ultimo giorno di ogni mese oppure, se festivo, nel primo giorno feriale immediatamente successivo;

h) decorso inutilmente, anche per una sola rata, il termine fissato, l'obbligato e' tenuto al pagamento del residuo ammontare della sanzione in un'unica soluzione;

i) la rateizzazione e' ammessa esclusivamente in presenza dei seguenti requisiti di reddito del nucleo familiare di cui fa parte il richiedente, relativi all'anno precedente l'istanza:

- reddito inferiore ad euro 28.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da un'unica persona;

- reddito inferiore ad euro 40.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da due persone;

- reddito inferiore ad euro 45.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da tre persone;

- reddito inferiore ad euro 50.000,00 lordi annui in caso di nucleo familiare composto da quattro o piu' persone;

j) il titolare del verbale o dell'ordinanza-ingiunzione deve dichiarare nell'istanza, mediante autocertificazione, di trovarsi nelle condizioni di cui all'art. 26, comma primo, della legge 689/1981 e di essere in possesso dei requisiti di reddito indicati al precedente punto i);

k) l'Amministrazione comunale si riserva di effettuare, anche a campione, tutti gli accertamenti previsti e consentiti dalla legge al fine di verificare le effettive condizioni economiche del richiedente;

l) il Responsabile del servizio ragioneria e' autorizzato a valutare il rispetto dei criteri stabiliti dalla presente Deliberazione, ai fini della concessione o del diniego della rateazione, mediante apposito provvedimento;

m) non e' concessa la rateizzazione qualora il richiedente risulti già moroso relativamente ad un qualsiasi altro credito vantato nei suoi confronti dal Comune.


Fonte: IPSOA

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Diversi gli “usi” dei locali, diverse le regole per entrarci.

L’articolo 52 del Dpr 633/1972 disciplina tutte le possibili attività degli uffici finanziari e della Guardia di finanza che si esplicano presso i locali del contribuente, al fine di procedere “ad ispezioni documentali, verificazioni e ricerche e ad ogni altra rilevazione ritenuta utile per l’accertamento dell’imposta e per la repressione dell’evasione e delle altre violazioni”.

Quando l’attività è svolta direttamente presso “i locali destinati all’esercizio delle attività commerciali, agricole, artistiche o professionali” non si ravvisano questioni particolari di natura procedimentale; in tali circostanze, infatti, è necessario che i dipendenti dell’Agenzia delle Entrate o i militari della Guardia di Finanzia siano muniti dell’apposita autorizzazione, rilasciata dal capo dell’ufficio da cui dipendono, che ne indichi lo scopo.

Diverso è il caso in cui l’accesso sia disposto in locali a uso “promiscuo”.
A tal riguardo, l’articolo 52, comma 1, penultimo periodo del Dpr 633/1972 (Ai fini delle imposte sui redditi la norma di riferimento è l’articolo 33, comma 1, Dpr 600/1973) dispone che, se l’accesso avviene in locali adibiti sia all’esercizio di attività economiche e professionali sia ad abitazione privata, l’attività è consentita soltanto previa autorizzazione del procuratore della Repubblica territorialmente competente (fermo restando l’obbligo dell’ordine di servizio rilasciato dal capo dell’ufficio di appartenenza).

La tematica è di notevole rilevanza, in quanto le disposizioni previste dal legislatore sono poste a tutela dell’inviolabilità del domicilio, inteso come luogo nel quale si estrinseca, in ambito privato, la vita e la personalità della persona.
Di contro, la violazione del diritto all’inviolabilità dello spazio di libertà dell’individuo, garantito in primis dall’articolo 14 della Costituzione, rileva ai fini della legittimità di tutte le operazioni di controllo, nonché delle acquisizioni e degli atti conseguenti.

Dal punto di vista procedimentale, l’autorizzazione in oggetto è un atto dovuto dell’Autorità giudiziaria, privo di natura discrezionale in quanto, pur essendo atto prodromico, assolve a una funzione meramente formale di controllo della sussistenza dei presupposti di legittimità richiesti dalla legge (l’autorizzazione prevista al comma 2 dell’articolo 52 ha, invece, natura discrezionale e assolve a una funzione sostanziale). La richiesta di autorizzazione presentata dall’organo controllore non deve, quindi, essere motivata, potendosi limitare alla constatazione della coincidenza del domicilio privato con il luogo di svolgimento dell’attività.

Per locali adibiti “anche” ad abitazione privata deve farsi riferimento ai quei luoghi ove sia contestualmente individuata la sede di esercizio dell’attività commerciale-professionale e l’abitazione privata del contribuente.

In merito alla nozione di “abitazione privata” la Guardia di finanza, con la circolare n. 1/2008 del 29 dicembre 2008, ha chiarito che deve trattarsi di “centro effettivo della vita domestica della persona”, potendosi parlare di destinazione a uso privato solo “in caso di effettiva destinazione di un certo luogo allo svolgimento di attività rientranti nella sfera privata ed intima della persona e della propria famiglia”.
È necessario, altresì, che la destinazione a uso privato sia “effettiva ed attuale”, non essendo sufficiente una mera dichiarazione del titolare che i locali sono utilizzati a tale scopo, onde evitare un’eventuale qualificazione dolosa dell’immobile tesa esclusivamente a invalidare le operazioni di controllo.

Pertanto, affinché un locale già destinato a uso industriale-commerciale possa essere considerato anche a uso privato (cd. “uso promiscuo”) non è sufficiente né la semplice dichiarazione del titolare dell’immobile né tantomeno la predisposizione, per il saltuario pernottamento o la consumazione di pasti, del locale o di parte di esso, bensì occorre che sia comprovato l’effettivo utilizzo a tale finalità.

Soffermiamo ora l’attenzione sulla nozione di “uso promiscuo”.
In primo luogo, la locuzione intende riferirsi all’utilizzo dei medesimi ambienti sia per la vita professionale - commerciale sia per la vita familiare.

Costante giurisprudenza della Corte di cassazione ha esteso il concetto di contestualità della destinazione d’uso degli ambenti presso cui l’accesso è effettuato.
Sulla base di tale orientamento, affinché possa parlarsi di uso promiscuo, non è necessario che i medesimi ambienti siano utilizzati contestualmente per l’attività d’impresa o professionale e per la vita familiare bensì è sufficiente che i locali, seppure fisicamente distinti, siano agevolmente comunicanti tra loro, “ogni qual volta l’agevole possibilità di comunicazione interna consenta il trasferimento dei documenti propri dell’attività commerciale nei locali abitativi” (sentenza n. 16570 del 28 luglio 2011).

In senso conforme la stessa Guardia di finanza che, con la citata circolare 1/2008, afferma che “l’uso promiscuo dei locali si verifica non solo nell’ipotesi in cui i medesimi ambienti siano contestualmente utilizzati per la vita familiare e per l’attività professionale, ma ogni qual volta la agevole possibilità di comunicazione interna consenta il trasferimento di documenti propri dell’attività commerciale o professionale nei locali abitativi e, quindi, sia possibile averli sottomano per ogni evenienza e, nel contempo però, detenerli in stanze abitualmente destinate al sonno o ai pasti”.

Se ne deduce pertanto che qualora fosse comprovata l’esistenza di punti comunicanti tra l’opificio (o i locali commerciali-professionali) e l’abitazione familiare, per l’espletamento dell’attività di controllo sarebbe necessaria l’autorizzazione della procura della Repubblica (quand’anche non si procedesse all’accesso fisico presso i locali destinati di fatto ad abitazione privata), dal momento che la facilità di comunicazione interna rende l’immobile complessivamente destinato anche all’uso abitativo.

La speciale cautela trae certamente origine dalla particolare natura dell’autorizzazione all’accesso che, essendo atto a tutela dell’inviolabilità del domicilio privato, rileva alla stregua di condicio sine qua non per la legittimità dell’attività di controllo e delle conseguenti acquisizioni.

Va da sé che, ai fini della richiesta di autorizzazione al procuratore, non è richiesta la presenza dei gravi indizi di violazione, ai sensi del comma 2 dell’articolo 52, Dpr 633/1972, perché i locali adibiti a uso privato in questo caso sono situati all’interno di un immobile a destinazione promiscua e, in quanto tali, non sono qualificabili come ambienti a destinazione esclusivamente abitativa.

In queste circostanze – attività effettuata presso luoghi adibiti esclusivamente ad abitazione privata, unitamente alle relative pertinenze - l’accesso è legittimo solo al verificarsi di tre condizioni:
rilascio dell’autorizzazione da parte del procuratore della Repubblica territorialmente competente
esistenza di gravi indizi di violazioni alle norme tributarie da sottoporre al vaglio dell’Autorità giudiziaria, consistente nella sussistenza di gravi indizi di violazioni alle norme tributarie, gravità che deve sussistere in merito agli indizi di violazioni e non già alla misura della presunta evasione
fondato sospetto che all’interno dei locali presso cui si intende accedere siano conservati libri, registri, documenti ed altre prove utili per la contestazione delle violazioni.
Le condizioni previste dal legislatore hanno natura sostanziale e conferiscono all’autorizzazione carattere discrezionale; infatti, è compito dell’adita Autorità giudiziaria valutare nel concreto l’esistenza e la gravità degli indizi di violazione delle leggi tributarie segnalati dall’organo richiedente.

Da qui l’esigenza di una adeguata motivazione della richiesta da parte dell’organo controllore, seppur limitata alla sussistenza degli indizi e non alla misura dell’evasione.

In ultimo, va rimarcato che le due diverse autorizzazioni all’accesso (quella richiesta in caso di accesso nei locali a uso privato e quella nei locali a uso diverso) non possono essere “interscambiabili” tra loro: infatti la circolare della Guardia di finanza conclude sull’argomento sostenendo che “una volta riscontrata la mancanza del presupposto dei gravi indizi e quindi l’illegittimità del primo tipo di autorizzazione, quest’ultima non può essere di per sé stessa utilizzata quale valido provvedimento autorizzativo per l’accesso”.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 29 agosto 2011

Tempismo ruolo contestabile soltanto con querela di falso.

Il ruolo è un atto che, in quanto ricompreso nella categoria di quelli pubblici, ai sensi dell’articolo 2699 del codice civile, fa piena prova, fino a querela di falso, sulla provenienza delle scritture dell’atto e sull’attività, ivi compresa la data, che il pubblico ufficiale (redattore) afferma di avere esplicato.
Questo il chiarimento fornito dalla Cassazione con la sentenza 16665 del 29 luglio, mediante la quale ha altresì escluso che, a smentire la fede privilegiata delle indicazioni circa il tempo in cui il ruolo venne formato, possa invocarsi l’eccessivo lasso temporale intercorso tra la sua formazione e la successiva trasmissione all’agente della riscossione, trattandosi di attività di rilievo meramente interno tra uffici.

La vicenda di merito
Una società impugnava la cartella di pagamento con la quale il competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate richiedeva, in relazione alla dichiarazione dei redditi dell’anno 1999, il pagamento di imposte non versate, a seguito di controllo formale della dichiarazione stessa, ai sensi dell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973.
La ricorrente sosteneva la tardività dell’iscrizione a ruolo rispetto al termine ultimo di legge – all’epoca fissato dall’articolo 17 del Dpr 602/1973 nel “31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione” – e da individuarsi, quindi, nel 31 dicembre 2001.
Sullo specifico punto, l’istante affermava che la data apposta sul ruolo (28 dicembre 2001, quindi tempestiva) non poteva ritenersi veritiera in quanto, a suo dire, incompatibile con la consegna del ruolo al concessionario della riscossione, avvenuta il 25 gennaio 2003. Pertanto, l’iscrizione del debito tributario doveva intendersi come successiva all’ultima data utile (31 dicembre 2001) prima evidenziata.

La Commissione tributaria provinciale di Pescara respingeva il ricorso.
Con sentenza riformata a favore del contribuente, appellante in seconde cure, la Ctr dell’Abruzzo annullava la cartella impugnata, ritenendo che l’ufficio non aveva fornito la prova di avere iscritto tempestivamente a ruolo la pretesa fiscale, considerato altresì che costituiva circostanza pacifica il fatto che il ruolo era stato trasmesso all’esattore molto tempo dopo l’intervenuta iscrizione del debito.

Nel ricorso di legittimità, l’Agenzia impugnava la pronuncia del collegio regionale sostenendo che il ruolo è atto pubblico, in quanto formato da un pubblico ufficiale dotato di poteri certificativi, e che, di conseguenza, la data ivi apposta è elemento dotato di fede privilegiata, pertanto, può essere smentito soltanto dall’esito di apposito procedimento per querela di falso.
In subordine, la parte pubblica precisava che, anche a prescindere da tale rilievo, l’onere della prova di una eventuale non veridicità della data apposta sul ruolo sarebbe gravato sul contribuente, che invece non lo aveva assolto.

La sentenza della Cassazione
La Suprema corte, con la sentenza 16665/ 2011, ha accolto il ricorso dell’Agenzia, cassando la sentenza impugnata e decidendo nel merito con il rigetto del ricorso introduttivo del contribuente (condannato anche alle spese del giudizio di legittimità).
Secondo i giudici di piazza Cavour, il ruolo può ben essere ricompreso nella categoria degli atti pubblici, di cui all’articolo 2699 del codice civile, in quanto formato da un pubblico ufficiale autorizzato a manifestare all’esterno la volontà della Pubblica amministrazione.
Con la conseguenza, spiega la pronuncia, che trattasi di un atto “che fa piena prova, fino a querela di falso, sulla provenienza delle scritture dell’atto e sulla attività che il P.U. afferma di avere esplicato, ivi compreso la data in cui è attestato il compimento delle attività medesime”.

Con riferimento al caso concreto, la Suprema corte rileva che, essendo riportato sul ruolo, come data di compimento dell’atto, il 28 dicembre 2001 (ai sensi delle norme all’epoca vigenti, tempestiva rispetto al periodo d’imposta cui si riferiva il debito tributario) “la veridicità di tale attestazione poteva essere contestata solo con il ricorso alla querela di falso”.
Né, si legge ancora nella pronuncia, a smentire le risultanze del ruolo avrebbero potuto invocarsi le supposizioni (fatte proprie dal giudice regionale) fondate sulla disciplina che regolamenta la trasmissione del ruolo dall’ente impositore all’organo della riscossione, in quanto tale normativa “regola i rapporti interni tra gli Uffici ed una eventuale violazione della stessa non può esplicare rilievo nei rapporti esterni tra il contribuente ed il Fisco”.

Osservazioni
La sentenza in commento riconosce dunque all’iscrizione a ruolo – consistente nell’inserimento di un soggetto negli elenchi dei debitori di un determinato ente per tributi, altre somme o accessori riguardanti un determinato presupposto – quale atto che, tradizionalmente, dà l’avvio alle procedure dell’agente della riscossione per il recupero delle somme dovute, il rango giuridico di “atto pubblico”, con la conseguente valenza probatoria data dalla legge a quest’ultimo.

Al riguardo, appare opportuno ricordare che l’articolo 2699 del codice civile fornisce la definizione di atto pubblico, qualificandolo come “il documento redatto, con le richieste formalità, da un notaio o da altro pubblico ufficiale autorizzato ad attribuirgli pubblica fede nel luogo dove l’atto è formato”. Mentre, il successivo articolo 2700 (efficacia dell’atto pubblico) dispone che esso “fa piena prova, fino a querela di falso, della provenienza del documento dal pubblico ufficiale che lo ha formato, nonché delle dichiarazioni delle parti e degli altri fatti che il pubblico ufficiale attesta avvenuti in sua presenza o da lui compiuti”.

Al fine di contestare le risultanze di un atto pubblico, la legge prevede un preciso procedimento, la querela di falso, disciplinato dagli articoli 221 e seguenti del codice di procedura civile. L’articolo 221 prevede, in particolare, che la querela – proponibile tanto in via principale quanto in corso di causa in qualunque stato di giudizio, finché la verità del documento non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato – deve contenere, a pena di nullità, l’indicazione degli elementi e delle prove della falsità. In considerazione dell’esigenza di tutela di interessi generali in tema di pubblica fede e di ricerca dell’autore della falsità, nel relativo processo è obbligatorio l’intervento del pubblico ministero.


Fonte: Agenzia Entrate

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IVA di gruppo.

Con l’articolo 1, comma 63, della legge 244/2007 è stato modificato l’ultimo comma dell’articolo 73 del Dpr 633/1972 attraverso l’inserimento dei seguenti periodi: “Agli effetti delle dichiarazioni e dei versamenti di cui al precedente periodo non si tiene conto delle eccedenze detraibili, risultanti dalle dichiarazioni annuali relative al periodo d'imposta precedente, degli enti e società diversi da quelli per i quali anche in tale periodo d'imposta l'ente o società controllante si è avvalso della facoltà di cui al presente comma. Alle eccedenze detraibili degli enti e delle società per i quali trova applicazione la disposizione di cui al precedente periodo si applicano le disposizioni di cui all'articolo 30”.
Il successivo comma 64 specifica che le disposizioni di cui al comma 63 si applicano a partire dalle liquidazioni Iva di gruppo relative al periodo d’imposta 2008.

Per meglio comprendere la portata della disposizione, è bene fare un breve escursus sulle modalità di liquidazione dell’Iva di gruppo.

Liquidazione Iva di gruppo
Si considerano controllate soltanto le società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata, le cui azioni o quote sono possedute per una percentuale superiore al cinquanta per cento del loro capitale, fin dall’inizio dell’anno solare precedente, dall’ente o società controllante o da un’altra società controllata da questi (articolo 2 Dm 13 dicembre 1979).

Le società del gruppo devono quindi essere legate da vincoli partecipativi ben precisi:

le quote o le azioni di una società devono essere possedute per oltre il 50% dalla controllante
il possesso delle quote o delle azioni deve persistere ininterrottamente almeno dal 1° gennaio dell'anno solare precedente a quello in cui si opta per la liquidazione di gruppo
il controllo non deve interrompersi, né ridursi sotto il 50%, pena l'uscita dalla procedura.

Possono partecipare alla procedura dell'Iva di gruppo anche le società residenti in altri Paesi comunitari, aventi forme giuridiche equipollenti a quelle delle società di capitali di diritto italiano (risoluzione 22/2005).

La partecipazione al gruppo non necessariamente sfocia nella liquidazione Iva di gruppo.

Per potervi accedere le società controllanti devono obbligatoriamente presentare – entro il termine di liquidazione e versamento dell’imposta relativa al mese di gennaio e con effetto per l’anno stesso di presentazione – il modello Iva 26 (dal periodo d’imposta 2011 solo in via telematica) che ha lo scopo di:
manifestare la volontà di aderire alla particolare procedura di liquidazione dell’Iva di gruppo, con la comunicazione degli estremi identificativi delle società aderenti
attestare la presenza dei requisiti previsti dalla norma.

Il particolare regime consente di compensare crediti e debiti Iva scaturenti dalle liquidazioni periodiche e annuali delle società partecipanti, concentrando in capo alla sola controllante tutti gli adempimenti conseguenti a tali liquidazioni (compensazione, versamenti, eventuali richieste di rimborso Iva).
Si tratta, in sostanza, di un utilizzo accelerato e semplificato del credito Iva, prevedendo una procedura “unificata” di compensazione e versamento del tributo (la risoluzione 347/2002 sottolinea che la procedura non dà luogo a un nuovo soggetto giuridico ma è solo agevolativa in funzione della partecipazione al gruppo).

Una volta optato per la liquidazione dell’Iva all’interno del gruppo, l’utilizzo dei crediti trasferiti passa in capo alla sola controllante, che potrà – per le eccedenze che eventualmente non trovano compensazione nell’anno di riferimento o negli anni successivi all’interno del gruppo – trasportare il credito, una volta cessato il controllo, nelle proprie liquidazioni dei periodi d’imposta successivi, prestando idonea garanzia per gli importi compensati. In questo caso, sono previsti appositi righi della dichiarazione Iva per l’indicazione di tali dati (rigo VA43 fino al periodo d’imposta 2008, rigo VA12 dal 2009).
Pertanto, in caso di cessazione della liquidazione Iva di gruppo, i crediti ceduti non potranno essere riassegnati alle società partecipanti alla liquidazione stessa, ma resteranno di esclusiva competenza della controllante.

Ognuna delle società partecipanti alla liquidazione di gruppo presenta la propria dichiarazione Iva in ragione del proprio domicilio fiscale, con l’indicazione dei debiti e crediti trasferiti.
La controllante è tenuta, oltre alla compilazione della dichiarazione Iva relativa alla propria attività, anche:
alla compilazione del prospetto Iva 26PR (parte integrante della dichiarazione Iva riepilogativo della liquidazione del gruppo)
alla presentazione del modello Iva 26LP (comprensivo del prospetto 26PR) all’agente della riscossione, corredato dalle previste garanzie.

Casi particolari
Fino al periodo d’imposta 2007 (modello IVA 2008) le società che partecipavano per la prima volta alla liquidazione di gruppo dovevano trasferire interamente al gruppo l’eventuale eccedenza a credito non richiesta a rimborso o non ceduta a seguito di opzione per il consolidato fiscale, perdendone totalmente la disponibilità.
Al riguardo, risulta ulteriormente chiara la posizione dell’Agenzia delle Entrate che, con la circolare 12/2008 – punto 10.8 – in risposta a quesiti formulati a seguito delle novità introdotte dalla finanziaria per il 2008, specifica che le nuove norme entrano in vigore a partire dalla liquidazione di gruppo relativa all’anno d’imposta 2008. Pertanto: “con riferimento alle procedure di liquidazione Iva di gruppo effettuate fino al 31 dicembre 2007, la risoluzione 14 giugno 2007, n. 132/E ha chiarito che, dal momento in cui la società controllata aderisce alla procedura di liquidazione dell'IVA di gruppo, perde totalmente la disponibilità dei saldi (attivi e passivi) risultanti dalle proprie liquidazioni periodiche che devono essere trasferiti alla società controllante. Ne consegue che non si ritiene conforme al dettato normativo il comportamento di chi, anche antecedentemente al 1 gennaio 2008, abbia evitato di trasferire il proprio credito al momento dell'ingresso nella liquidazione di gruppo e l'abbia utilizzato in compensazione per il pagamento di altri tributi”.

Nel caso di trasformazioni sostanziali (fusione per incorporazione, scissione, eccetera) generalmente non si verificano interruzioni nell’ambito della liquidazione di gruppo, salvo l’ipotesi di interruzione del regime di controllo.
Con la fusione per incorporazione, si verifica la successione universale, in capo all’incorporante, di tutti i diritti e obblighi successivi alla incorporazione stessa.

Nel particolare regime di cui trattasi, possono verificarsi quattro casi:

due o più società controllate e partecipanti alla liquidazione di gruppo si fondono per costituire una nuova società che continua a partecipare alla procedura
incorporazione, da parte di società controllante o controllata e facente parte della liquidazione di gruppo, di altra società controllata e partecipante alla procedura
incorporazione, da parte di controllante o controllata, di società non partecipante alla liquidazione dell’Iva di gruppo
incorporazione della controllante.

Al verificarsi dei primi due non sussistono particolari problematiche, stante la partecipazione al gruppo ante e post fusione, e pertanto crediti e debiti mantengono la continuità nella confluenza all’interno della liquidazione del gruppo (salvo le particolari modalità di compilazione delle dichiarazioni).

Nel terzo caso, invece occorre tener distinte le posizioni ante e post fusione. La differenziazione tra i due periodi d’imposta è rimarcata dalla presenza dei moduli presenti nella dichiarazione Iva del periodo in cui la trasformazione è avvenuta. La società incorporante compilerà i moduli relativi alla incorporata riportando nel quadro VH i relativi dati fino al momento della fusione.
Solo successivamente all’operazione straordinaria i dati saranno ricondotti esclusivamente in capo all’incorporante, per cui l’eventuale importo a debito o a credito risultante dal modulo VL dell’incorporata può confluire nei dati contabili dell’incorporante.

In caso di controllante incorporata da una controllata (cosiddetta fusione inversa) la risoluzione 367/2002 ha chiarito che vengono trasferiti in capo all’incorporante – per legge – i precedenti rapporti riferiti alle società partecipanti all’operazione, per cui la ex controllata, ora controllante, può continuare ad avvalersi della liquidazione di gruppo, adempiendo le prescrizioni e le modalità richieste dalla norma.

Normativa vigente
La deroga ai principi generali della liquidazione di gruppo, introdotta dal comma 63 dell’articolo 1 della legge 244/2007, nasce dalla necessità di evitare un uso distorto del particolare regime con l’acquisizione nel controllo di soggetti con forte posizione creditoria, al solo fine dell’utilizzo di tali eccedenze per la compensazione interna (che, ricordiamo, avviene senza vincoli di importi e in misura iperaccelerata rispetto alle normali compensazioni o rimborsi) da parte dei soggetti controllanti e delle società dagli stessi controllate.

Il cambiamento è stato accompagnato da numerosi chiarimenti da parte dell’Agenzia dell’Entrate, oltre alla variazione del quadro VL della dichiarazione Iva, proprio per evidenziare le novità e la diversa utilizzazione delle eccedenze a credito (sia da liquidazione periodica/annuale sia da trasformazioni), al momento dell’ingresso per la prima volta nella liquidazione di gruppo.

Fermi i requisiti, di cui al Dm 13 dicembre 1979, nell’ipotesi di partecipazione per il primo anno alla liquidazione di gruppo, le società non possono più far confluire nei calcoli compensativi le eccedenze a credito del periodo d’imposta precedente. Pertanto tale credito resta nella esclusiva disponibilità del soggetto in capo al quale l’eccedenza si è formata.

Tale credito potrà (risoluzione 4/2008):
essere chiesto a rimborso in presenza dei presupposti di cui all’articolo 30 del Dpr 633/1972
in mancanza dei requisiti il credito potrà essere chiesto a rimborso negli anni successivi, con il solo presupposto della minore eccedenza del triennio (risoluzione 56/2001)
essere computato in detrazione in anni successi, quando viene meno la partecipazione alla liquidazione di gruppo
essere utilizzato in compensazione esterna, ai sensi dell’articolo 17 del Dlgs 241/1997, nei limiti previsti dalla normativa in materia.

Dal momento dell’ingresso nella liquidazione di gruppo, pertanto, dovranno essere tenute distinte le eccedenze a credito, e per tutti i periodi successivi, con le seguenti modalità:

l’eccedenza relativa all’annualità antecedente l’ingresso nella liquidazione di gruppo resta nella disponibilità della società
l’eccedenza sorta durante il periodo di partecipazione alla liquidazione di gruppo deve obbligatoriamente confluire nella liquidazione stessa, visto che i partecipanti perdono la titolarità del credito.

Per consentire la liquidazione dei dati così esposti nella dichiarazione Iva annuale, dal periodo d’imposta 2008 (modello Iva 2009) è stata inserita – nel quadro VL – la sezione 2, dedicata al credito del periodo d’imposta precedente, con i righi VL8 e VL10 riservati alle nuove modalità previste dalla finanziaria per il 2008.

Le risoluzioni 92/2010 e 78/2011 entrano nel merito del trattamento del credito antecedente alla fusione per incorporazione di società esterna alla procedura di liquidazione dell’Iva di gruppo, da parte di società che vi partecipa sia in qualità di controllante sia di controllata.

Partendo dal presupposto che se le società incorporate partecipassero per la prima volta alla liquidazione di gruppo, il credito emergente dalla dichiarazione del periodo d’imposta precedente non potrebbe mai confluire nella liquidazione di gruppo in virtù dell’integrazione fatta all’ultimo comma dell’articolo 73 del Dpr 633/1972, l’Agenzia esprime parere negativo alla confluenza del credito antecedente l’operazione straordinaria all’interno della liquidazione di gruppo, nonostante il principio generale che l’incorporante subentra a titolo universale nell’intero patrimonio dell’incorporata.
L’operazione straordinaria potrebbe rappresentare solo un metodo per aggirare la norma sorta per contenere l’uso distorto del regime particolare.

Come per le partecipanti alla liquidazione di gruppo per il primo anno, anche il credito emergente dal periodo d’imposta antecedente l’operazione straordinaria resta nella disponibilità dell’incorporante per un utilizzo personale di tale credito, che va esposto nella stessa sezione 2 del quadro VL della dichiarazione Iva.

Società non operative
Anche per le società partecipanti alla liquidazione di gruppo, che dovessero risultare non operative, trova applicazione quanto previsto dall’articolo 30, comma 4 della legge 724/1994 (modificato dalla legge 244/2007): “Per le società e gli enti non operativi, l'eccedenza di credito risultante dalla dichiarazione presentata ai fini dell'imposta sul valore aggiunto non è ammessa al rimborso né può costituire oggetto di compensazione ai sensi dell'articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241, o di cessione ai sensi dell'articolo 5, comma 4-ter, del decreto-legge 14 marzo 1988 n. 70, convertito con modificazioni dalla legge 13 maggio 1988 n. 154. Qualora per tre periodi di imposta consecutivi la società o l'ente non operativo non effettui operazioni rilevanti ai fini dell'imposta sul valore aggiunto non inferiore all'importo che risulta dalla applicazione delle percentuali di cui al comma 1, l'eccedenza di credito non è ulteriormente riportabile a scomputo dell'Iva a debito relativa ai periodi di imposta successivi”.

La risoluzione 26/2008 chiarisce che le regole previste per le società non operative debbano applicarsi anche alle controllate partecipanti alla liquidazione di gruppo, in quanto nulla differenzia la compensazione infragruppo dalla compensazione effettuata dalle società in genere.
Pertanto, l’eventuale credito presente o sorto in capo a società già non operativa, o risultata non operativa successivamente alla opzione per la liquidazione di gruppo, non può essere utilizzato dalla controllante, né in compensazione con debiti trasferiti né quale eccedenza a credito da richiedere a rimborso.
Nel caso tali crediti vengano parzialmente utilizzati, vanno riversati all’erario, maggiorati degli interessi, in linea con quanto stabilito per le società non operative che hanno ottenuto il rimborso per periodi inferiori all’anno (circolare 25/2007).
Anche in riferimento a tale ipotesi è stata aggiornata la dichiarazione Iva con l’inserimento del rigo VL25 (trasferimenti anno predente restituiti dalla controllante) al fine di evidenziare l’importo di tale eccedenza a credito che, ricordiamo, rischia di essere totalmente inutilizzabile se la società risulta non operativa per tre periodi d’imposta consecutivi.


Fonte: Agenzia Entrate

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Dalla manovra di ferragosto, rendite finanziarie tutte al 20.

La “manovra di ferragosto” (Dl 138/2011), appena arrivata in Senato per l’avvio dell’iter di conversione, ha uniformato la misura della tassazione delle rendite finanziarie al 20%.
In particolare, all’articolo 2, comma 6, del decreto legge, è previsto che le ritenute, le imposte sostitutive sugli interessi, premi e ogni altro provento di cui all’articolo 44 del Tuir (redditi di capitale) e sui redditi diversi di cui all’articolo 67, comma 1, lettere da c-bis a c-quinquies, sono stabilite nella misura del 20 per cento.

In altri termini, le ritenute e le imposte sostitutive sui redditi di capitale (interessi e altri proventi derivanti da mutui, depositi e conti correnti, interessi e altri proventi delle obbligazioni, utili derivanti da partecipazioni non qualificate, proventi derivanti dalla gestioni individuali o collettive di portafoglio) e sui redditi diversi di natura finanziaria (plusvalenze realizzate mediante cessione a titolo oneroso di azioni, quote di partecipazioni non qualificate, titoli, strumenti finanziari, certificati di massa, valute estere) avranno un’unica aliquota del 20%, in luogo delle precedenti aliquote del 12,50 e/o del 27 per cento.

Rimane invariata, per le persone fisiche, la tassazione su dividendi e plusvalenze da partecipazioni qualificate; tali proventi, indicati in dichiarazione, continueranno a concorrere al reddito in misura pari al 49,72 per cento.

Il decreto legge interviene anche sulla deducibilità delle minusvalenze su partecipazioni non qualificate, sulle perdite e i differenziali negativi di cui all’articolo 67, comma 1, lettere da c-bis a c-quater, realizzate fino al 31 dicembre 2011, stabilendo che andranno portate in deduzione dalle plusvalenze e dagli altri redditi diversi, realizzati successivamente, per una quota pari al 62,5% del loro ammontare (quota data dal rapporto tra il 12,50 e il 20 per cento).

Decorrenza
La nuova aliquota si applica agli interessi, ai premi e a ogni altro provento costituente reddito di capitale, nonché ai redditi diversi, rispettivamente esigibili e realizzati dal 1° gennaio 2012; per i dividendi e proventi a essi assimilati l’aliquota unica si applica a quelli percepiti dal 1° gennaio 2012, a prescindere dalla data di delibera di distribuzione.
Per le obbligazioni e gli altri titoli similari, di cui all’articolo 2, comma1, del Dlgs 239/1996, l’aliquota del 20% scatterà sugli interessi e su ogni altro provento maturato a partire dal 1 gennaio 2012. Regola che vale anche per le gestioni individuali di portafoglio (risparmio gestito): aliquota del 20% sui risultati maturati a partire dal 1 gennaio 2012.

Esclusioni
Restano esclusi dall’applicazione dell’aliquota del 20% interessi, premi e ogni altro provento costituente reddito di capitale, nonché i redditi diversi, relativi a :
obbligazioni e altri titoli del debito pubblico (vale a dire titoli di Stato ed equiparati - tra i quali, anche quelli emessi da enti territoriali - e i buoni postali fruttiferi)
obbligazioni emesse da Stati inclusi nella white list di cui all’articolo 168–bis del Tuir
titoli di risparmio per l’economia meridionale
piani di risparmio a lungo termine appositamente istituiti.

Fuori dalla nuova aliquota anche gli interessi corrisposti da società italiane a società estere “consociate” - vale a dire società di altri Stati dell’Unione europea in linea di principio destinatarie delle disposizioni di cui alla direttiva 2003/49/CE (ritenuta alla fonte a titolo di imposta del 5 %) - e gli utili corrisposti a soggetti residenti nell’Ue o in Paesi aderenti al See inclusi nella white list, soggetti alla ritenuta con aliquota ridotta dell’1,375%. Infine, rimane invariata l’aliquota dell’11% sul risultato netto maturato delle forme di previdenza complementare.

Abrogazioni
A decorrere dal 1° gennaio 2012 sono abrogate le disposizioni previste dai commi 1 - 4 dell’articolo 7, Dl 323/1996 (legge Prodi). Pertanto, è abolito l’obbligo di un prelievo aggiuntivo nella misura del 20% sui proventi derivanti da depositi di denaro, valori immobiliari e di altri titoli diversi dalle azioni e da titoli similari, effettuati da persone fisiche a garanzia di finanziamenti concessi a imprese residenti.

Inoltre, viene meno il prelievo aggiuntivo del 20% degli interessi e degli altri proventi, qualora il rimborso delle obbligazioni e dei titoli similari con scadenza non inferiore a 18 mesi sia effettuato anticipatamente.


Fonte: Agenzia Entrate

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E' legittima la richiesta da parte del RLS di avere copia cartacea?

Domanda
Considerato che l'art. 53 del decreto 81 ha specificato che tutta la documentazione rilevante in materia di igiene, salute e sicurezza sul lavoro e tutela delle condizioni di lavoro può essere tenuta su unico supporto cartaceo o informatico è legittima la richiesta da parte del RLS di avere copia cartacea del documento? Inoltre, di quanto tempo può disporre il RLS per la consultazione?

Risposta
L'articolo 18 (obblighi del datore di lavoro e del dirigente) del D. Lgs 81/08 così come modificato dal D. Lgs 106/09, al comma 1, lettera o), pone obbligo al datore di lavoro di «consegnare tempestivamente al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, su richiesta di questi e per l'espletamento della sua funzione, copia del documento di cui all'articolo 17, comma 1, lettera a), ANCHE su supporto informatico come previsto dall'articolo 53, comma 5, nonche' di consentire al medesimo rappresentante di accedere ai dati di cui alla lettera r); il documento e'consultato esclusivamente in azienda».

Per la prima domanda, la risposta è indiscutibile: il RLS ha il diritto di ottenere il DVR su supporto cartaceo e "anche" (non "soltanto") su supporto informatico.

Vero che il comma 5 dell'articolo 53 del D. Lgs 81/08 specifica che «Tutta la documentazione rilevante in materia di igiene, salute e sicurezza sul lavoro e tutela delle condizioni di lavoro puo' essere tenuta su unico supporto cartaceo o informatico. ...», ma questo non significa che il RLS non possa richiedere copia cartacea.

Per la seconda domanda, non c'e' un riscontro normativo specifico, ma, considerato che è obbligo del datore di lavoro e del dirigente «consentire ai lavoratori di verificare, mediante il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, l'applicazione delle misure di sicurezza e di protezione della salute [lettera n) del citato articolo 18, comma 1] è di sicuro riferimento la sentenza del Tribunale Ordinario di Milano, Sezione Lavoro, 29 gennaio 2010, Udienza del 29.01.2010, n. 7273/09 RGL, ove si afferma che «poiche' il ruolo del RLS all'interno dell'azienda all'interno dell'azienda e' posto a presidio e controllo della salvaguardia di intessi di primaria importanza, quali sono quelli relativi alla salute dei lavoratori ne deriva che il datore di lavoro dovra' consentire al RLS la consultazione del DVR per tutto il tempo che sara' necessario, tenuto conto della eventuale complessita' del documento stesso».

A parere dello scrivente, la sola limitazione che il datore di lavoro puo' porre al RLS e' quella di evitare la consultazione della documentazione inerente la sicurezza, ove non sussistano motivi di palese urgenza, nei momenti in cui l'attivita' lavorativa svolta dal RLS sia essenziale per l'azienda (ritardo nelle consegne, predisposizione di materiali per una fiera, ecc.).


Fonte: IPSOA

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Nuova aliquota unificata al via dal 2012.

Dal 1° gennaio 2012, la Manovra bis prevede un’unica aliquota fissata nella misura del 20% per le ritenute e le imposte sostitutive applicabili alle persone fisiche, gli enti non commerciali, le società semplici e i trust sui redditi di capitale di cui all’art. 44 TUIR e sui redditi diversi di natura finanziaria di cui all’art. 67, comma 1, lettere da c-bis a c-quinquies, TUIR. L’aliquota unica comporta principalmente un aggravio per le tasche dei contribuenti, dal momento che la maggior parte delle ritenute e imposte sostitutive sui redditi di capitale e sulle plusvalenze era applicabile nella misura del 12,5%. Solo la tassazione sugli interessi dei conti correnti bancari e postali, dei depositi di risparmio e dei certificati di deposito subisce una riduzione, passando dal 27% al 12,5%. Un ulteriore approfondimento, a cura dello stesso Autore, è in corso di pubblicazione su Pratica Fiscale e Professionale.
A partire dal 1° gennaio 2012, la Manovra-bis prevede un’unica aliquota fissata nella misura del 20% per le ritenute e le imposte sostitutive applicabili alle persone fisiche, gli enti non commerciali, le società semplici e i trust:

- sui redditi di capitale di cui all’art. 44 del TUIR: interessi su mutui, depositi e conti correnti (precedentemente assoggettati ad aliquota del 27%), gli interessi su obbligazioni e titoli similari, le rendite e le prestazioni annue perpetue, i dividendi, i proventi da riporti e pronti contro termine su titoli e valute, i proventi da mutuo di titoli garantito, i redditi derivanti dai contratti di capitalizzazione

- sui redditi diversi di natura finanziaria di cui all’art. 67, comma 1, lettere da c-bis a c-quinquies del TUIR (e.g. plusvalenze derivanti da cessione di partecipazioni non qualificate in società italiane o estere, residenti in Paesi white list, o black list, se quotate; le plusvalenze derivanti dalla cessione di quote di titoli non rappresentativi di merci, di certificati di massa, di valute estere, di metalli preziosi, e di quote di fondi comuni; i proventi degli strumenti derivati, etc).

Preliminarmente, occorre evidenziare che l’aliquota unica comporta principalmente un aggravio per le tasche dei contribuenti, dal momento che la maggior parte delle ritenute e imposte sostitutive sui redditi di capitale e sulle plusvalenze era applicabile nella misura del 12,5%. Solo la tassazione sugli interessi dei conti correnti bancari e postali, dei depositi di risparmio e dei certificati di deposito subisce una riduzione, passando dal 27% al 12,5%.

Con riferimento ai redditi di capitale, il D.L. n. 138/2011 stabilisce che la nuova aliquota del 20% si applichi a tutte le ritenute alla fonte e alle imposte sostitutive ordinariamente applicabili, con l’esclusione espressa delle ritenute sui proventi derivanti dagli strumenti di seguito elencati, che dunque rimangono assoggettate alle aliquote precedentemente previste:

- titoli di Stato e dei titoli assimilati;

- titoli di Stato emessi da Stati non inclusi nella black list;

- titoli di risparmio per l’economia meridionale;

- forme di previdenza complementare e piani di risparmio appositamente istituiti;

- fondi pensioni.

Per i fondi pensione, in particolare, mentre è rimasta invariata l’aliquota dell’11% applicabile ai risultati percepiti dai fondi pensioni italiani (nonché ai proventi da essi distribuiti), i dividendi percepiti da fondi pensione esteri sono ora soggetti all’aliquota unica del 20% (e non più all’aliquota agevolata dell’11%).

La nuova aliquota unificata si applica a partire dal 1° gennaio 2012. Con specifico riferimento ai redditi di capitale, ciò implica che saranno assoggettati al 20% gli interessi sui conti correnti maturati a partire dal 1° gennaio 2012 e i dividendi distribuiti dopo il 1° gennaio 2012.

Per le obbligazioni, gli intermediari che intervengono nella riscossione dei proventi derivanti da obbligazioni emesse da “grandi emittenti” (di cui al D.Lgs. 239/1996, e cioè banche e società quotate italiane e enti esteri residenti in Stati white list) dovranno provvedere ad addebitare gli interessi e altri proventi soggetti all'imposta sostitutiva maturati al 31 dicembre 2011 nel conto unico dell’obbligazionista, assoggettandoli ad aliquota del 12,5%, contestualmente riaccreditando l’importo dei titoli. L’addebito con contestuale accredito dovrà essere effettuato al 31 dicembre 2011 (per le obbligazioni e titoli similari senza cedola o con cedola avente scadenza inferiore ad un anno) o alla scadenza della cedola, o al rimborso o alla cessione del titolo (negli altri casi). Si tratta in sostanza di simulare la cessione del titolo e il successivo riacquisto, al fine di assoggettare gli interessi già maturati all’aliquota del 12,5%. Le modalità operative di addebito/accredito al conto unico verranno stabilite mediante decreto. Gli interessi percepiti successivamente al 1° gennaio 2012 sulle obbligazioni diverse da quelle emesse dai grandi emittenti saranno assoggettati integralmente alla ritenuta del 20% all’atto della loro percezione.

Con riferimento alle plusvalenze, l’aliquota del 20% sarà applicabile alle cessioni di partecipazioni realizzate dopo il 1° gennaio 2012 a titolo oneroso o per il rimborso/scadenza del titolo.

Il D.L. ha previsto un regime transitorio al fine di evitare che siano soggette alla maggiore imposta del 20% anche le plusvalenze maturate prima del 1° gennaio 2012. E’, infatti, possibile allineare i valori fiscali delle attività finanziarie detenute nell’ordinario regime della dichiarazione o in regime di “risparmio amministrato” (per i titoli immessi in un regime di “risparmio gestito” il riallineamento non è necessario, dal momento che tale regime prevede una tassazione sul maturato) pagando un’imposta sostitutiva del 12,5% sulla plusvalenza latente maturata al 31 dicembre 2011. La rivalutazione ha efficacia solo se effettuata su tutti i titoli di proprietà dell’investitore in regime di dichiarazione, e su tutti i titoli inclusi in ciascun rapporto di gestione. Inoltre, dovrà essere riallineato anche il valore delle quote di fondi comuni italiani ed esteri europei e dello Spazio Economico Europeo.

Un cenno particolare meritano i proventi derivanti dai pronti contro termine. La Manovra-bis prevede che a partire dal 1° gennaio 2012 il rendimento dello strumento sarà soggetto:

- all’aliquota prevista per gli interessi derivanti dalla tipologia di titolo sottostante (12,5% o 20%), per la parte di rendimento costituita dall’interesse del titolo acquistato a pronti maturato durante il contratto;

- all’aliquota del 20%, per la parte di rendimento costituita dallo scarto tra prezzo a pronti e prezzo a termine, se positivo.

Infine, anche la ritenuta applicabile sui proventi distribuiti dai fondi comuni italiani (e dai fondi comuni esteri localizzati in Paesi white list), nonché sulla differenza tra il valore della quota alla data della cessione o del rimborso e quello alla data di acquisto e sottoscrizione, viene aumentata al 20%. I proventi dei fondi esteri localizzati in Paesi black list concorrono a formare il reddito del partecipante secondo le regole ordinarie. Gli eventuali capital gains derivanti dalla cessione delle quote sia di fondi italiani, sia di fondi esteri (white list e black list) saranno assoggettati a imposta sostitutiva del 20%.

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Manovra correttiva di luglio.

Le novità fiscali contenute nella manovra di stabilizzazione dello scorso luglio (Dl 98/2011) hanno interessato anche i procedimenti sanzionatori, prevedendo, fra l’altro, che le penalità relative a violazioni di tipo sostanziale debbano passare direttamente dall’atto di accertamento del maggior tributo richiesto. Ma non è questa l’unica modifica apportata al Dlgs 472/1997 (“Disposizioni generali in materia di sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie”). Analizziamole un po’ più approfonditamente.

La prima - contenuta nel comma 29 dell’articolo 23, Dl 98/2011 – ha inserito nel corpo dell’articolo 16 del Dlgs 472/1997 il nuovo comma 7-bis, in base al quale le sanzioni “rideterminate” dall’ufficio in seguito alle deduzioni difensive presentate dal contribuente sono definibili, entro il termine previsto per la proposizione del ricorso, con il pagamento di 1/3 del loro importo. La regola si rende applicabile agli atti di irrogazione delle sanzioni notificati dopo la data di entrata in vigore del Dl 98/2011 (6 luglio 2011), nonché a quelli notificati prima di tale data, ma per i quali non sono ancora scaduti i termini per la proposizione del ricorso.

La seconda novità, come accennato all’inizio, è costituita dalla modifica all’articolo 17 del decreto legislativo che fissa i principi generali sull’applicazione delle sanzioni tributarie, a seguito della quale, in deroga alle regole per l’emissione dell’atto di contestazione (per violazioni formali, ossia svincolate dall’imposta), il tributo e la relativa sanzione “dovranno” essere richiesti con un unico atto. Questa seconda modifica si applica agli atti emessi a decorrere dal 1° ottobre 2011.
Per effetto di questo intervento, quindi, per l’irrogazione delle sanzioni collegate al tributo non si potranno più notificare due distinti atti (il primo, relativo alla maggiore imposta, l’altro per contestare la sanzione).

Definizione agevolata allargata
Con la modifica dell’articolo 16, l’accoglimento – totale o parziale – delle deduzioni difensive presentate dal contribuente all’ufficio apre alla “definizione agevolata” delle sanzioni. Alla possibilità, cioè, di chiudere il conto con un pagamento ridotto, pari a 1/3 della sanzione irrogata (l’importo non può comunque essere inferiore a 1/3 dei minimi edittali previsti per le violazioni più gravi relative a ciascun tributo). Una possibilità che prima esisteva (e continua ad esistere) solo in relazione alla “prima” contestazione e irrogazione delle sanzioni. Prima, cioè, delle eventuali deduzioni che il contribuente ha la possibilità di presentare entro il termine per la proposizione del ricorso.
Nulla cambia rispetto al passato nel caso di mancato accoglimento delle deduzioni. In tale evenienza le sanzioni non potranno beneficiare di alcuna riduzione, ma dovranno essere versate per intero. Salva ovviamente la facoltà di impugnate l’atto di irrogazione.

Tributo e sanzioni insieme
Come visto, per effetto dell’intervento sull’articolo 17, l’irrogazione delle sanzioni per le violazioni di carattere sostanziale, cioè collegate al tributo cui si riferiscono, dovrà essere effettuata in via immediata, cioè con l’avviso di accertamento o di rettifica dell’imposta. Una procedura questa (conosciuta come “procedura di deroga”, alternativa a quella “ordinaria” che prevede il duplice atto, di ricupero dell’imposta e di irrogazione delle sanzioni) che già era attivabile dall’ufficio, ma solo in via discrezionale.
Per gli atti emessi a partire dal prossimo 1° ottobre, invece, la richiesta delle sanzioni direttamente con l’atto di accertamento (si ripete, nei casi di sanzioni collegate al tributo) diventerà obbligatoria (tranne, ovviamente, nel caso di contestazioni di sanzioni mosse a soggetti diversi dal contribuente – ad esempio, i coobbligati – non destinatarie dell’avviso di accertamento, per i quali la penalità continuerà a passare attraverso l’atto separato). Conseguentemente, i benefici connessi alla definizione mediante accertamento con adesione o per omessa impugnazione degli avvisi di accertamento o di rettifica dell’imposta si estenderanno sempre anche alle correlate sanzioni.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 22 agosto 2011

Istituti di ricovero e cura: donazioni sempre deducibili.

Le donazioni agli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) sono deducibili dal reddito delle persone fisiche e da quello dei soggetti Ires. Questo, in sintesi, il contenuto della risoluzione 87/E del 19 agosto.
L'assunto deriva dalla richiesta di delucidazioni, formulata da un istituto scientifico che ha chiesto il riconoscimento come Irccs, una srl costituita da soci pubblici e privati, che si occupa, a livello nazionale, di formazione, cura, ricerca clinica, biologica e traslazionale in campo oncologico. Quest'ultimo tipo di attività può essere considerata un "ponte" tra la ricerca scientifica e le sue applicazioni pratiche, dalle analisi di laboratorio alla sperimentazione diretta sui malati.

Le norme che permettono le deduzioni
Sia l'articolo 1, comma 353, della legge 266/2005 (la finanziaria del 2006), sia l'articolo 10, comma 1, lettera l-quater, del Tuir citano, tra i destinatari delle donazioni che danno diritto a una deduzione dal reddito, gli enti di ricerca pubblici.
La società che pone il quesito è, a suo dire, in procinto di ottenere il riconoscimento come Ircc. Questo tipo di istituti, secondo la norma che disciplina il riordino in materia sanitaria (Dlgs 502/1992), sono enti a rilevanza nazionale "che perseguono finalità di ricerca, prevalentemente clinica e traslazionale, nel campo biomedico … unitamente a prestazioni di ricovero e cura di alta specialità".
È evidente, quindi, che questi Istituti hanno finalità di ricerca e sperimentazione in campo sanitario anche per mezzo del ricovero e della cura, attività tipiche delle strutture ospedaliere.

In proposito, è utile il riferimento al Dl 70/2011, più noto come decreto sviluppo, convertito con la legge 106/2011, che all'articolo 1 dispone "un credito di imposta a favore delle imprese che finanziano progetti di ricerca, in Università ovvero enti pubblici di ricerca" e al comma 3, dello stesso articolo, specifica che tra questi enti vanno compresi anche gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico.

Conclusioni
È manifesta, secondo i tecnici dell'Agenzia delle Entrate, la volontà del legislatore di incentivare, anche attraverso lo strumento dell'agevolazione fiscale, le sovvenzioni e i finanziamenti a chi può dare garanzia di operatività nel campo della ricerca scientifica e di realizzazione dei progetti a essa connessi, caratteristica tipica degli Irccs, sia pubblici sia privati.
Nel caso specifico, l'Istituto che ha sollevato la richiesta di delucidazioni, potrà vedere riconosciuta l'agevolazione fiscale ai suoi finanziatori, naturalmente nell'ipotesi in cui concluderà il procedimento di riconoscimento come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico.


Fonte: Agenzia Entrate

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I conti regolari non bastano. Lo sconto Iva vuole la prova.

Riceve la contestazione per abuso del diritto il contribuente che, in assenza dei presupposti richiesti dal legislatore nell’ambito del “regime del margine”, utilizza una contabilità Iva formalmente corretta per ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta.
Soprattutto se non ottempera all’onere della prova con riferimento sia alla sussistenza dei presupposti sia all’effettività delle operazioni compiute.
Lo ha stabilito la Cassazione con la sentenza 16431 del 27 luglio.

I fatti
Una società di persone e il suo legale rappresentante hanno impugnato gli avvisi di accertamento per gli anni di imposta 2002 e 2003, con i quali, tra l’altro, è stata recuperata a tassazione l’Iva, non versata in applicazione del regime del margine.

La Commissione tributaria di primo grado di Trento, previa riunione dei ricorsi dei contribuenti, li ha accolti.
Diversamente, con la sentenza 77/01/08, il collegio di secondo grado ha confermato la legittimità degli avvisi, ritenendo che la società non avrebbe potuto esercitare il diritto alla detrazione dell’Iva sulla base dell’annotazione contenuta nelle fatture dei fornitori.
In particolare, la contribuente non poteva utilizzare il “regime del margine”, poiché risultava, dalle registrazioni indicate nei libretti di circolazione, che gli originari intestatari dei veicoli svolgevano attività di autonoleggio, e quindi avevano già esercitato sui beni ceduti il diritto alla detrazione.

Avverso la sentenza d’appello, i contribuenti hanno proposto ricorso per cassazione censurando la pronuncia per violazione e falsa applicazione della disciplina del “regime del margine”, di cui agli articoli 36 e seguenti del Dl 41/1995 e dell’articolo 2697 c.c., con riferimento alla distribuzione dell’onere della prova per le operazioni soggette al predetto regime.
Ancora una volta le doglianze dei contribuenti sono state riconosciute infondate, anche alla luce del “principio … affermato in tema di abuso del diritto e secondo cui ‘In materia tributaria, il divieto di abuso del diritto si traduce in un principio generale antielusivo, il quale preclude al contribuente il conseguimento di vantaggi fiscali ottenuti mediante l’uso distorto, pur se non contrastante con alcuna specifica disposizione, di strumenti giuridici idonei ad ottenere un’agevolazione o un risparmio d’imposta, in difetto di ragioni economicamente apprezzabili che giustifichino l’operazione, diverse dalla mera aspettativa di quei benefici … (Cass. nn. 30055/2008, 10257/2008, 8772/2008, 20398/2005, 1372/2011)’”.

Osservazioni
Con la sentenza 16431/2011, la Cassazione ha precisato che, per evitare la contestazione dell’abuso del diritto, il contribuente che voglia usufruire del regime del margine deve dimostrare i presupposti di fatto, legittimanti l’applicazione dello speciale regime agevolato, e che l’operazione è vera e non differisce da quella rappresentata in fattura (Cassazione, sentenze 14381 e 13559 del 2007).
Nella fattispecie in esame, la società si è sottratta al pagamento dell’imposta dovuta, compiendo operazioni elusive e utilizzando fatture relative a operazioni cui non risultava applicabile il particolare regime Iva.
Inoltre, la stessa società, su cui gravava il relativo onere, non ha fornito prova né della sussistenza dei presupposti che le avrebbero consentito di fruire della particolare disciplina, né della effettività delle operazioni.

Al fine di consentire al giudice la verifica della corretta applicazione del regime agevolato, avrebbe dovuto superare solo la contestazione dell’ufficio relativa al requisito soggettivo. Il regime del margine, infatti, può trovare applicazione a condizione che il soggetto cedente non abbia potuto detrarre l’Iva (requisito soggettivo; Cassazione, sentenza 3427/2010). In mancanza di tale presupposto, deve ritenersi irrilevante la verifica della sussistenza degli ulteriori requisiti di natura oggettiva e territoriale (Cassazione, sentenza 2227/2011).
Non solo la società non si è attivata per indicare elementi a sostegno della corretta applicazione del regime del margine ma, dalla documentazione agli atti (libretti di circolazione), è emerso che la contribuente era in grado di verificare l’insussistenza dei presupposti per l’applicazione di detto regime alle operazioni di compravendita in questione. Pertanto, le annotazioni apposte sulle relative fatture erano da ritenersi strumentali alla finalità di non pagare l’imposta e, quindi, prive di rilevanza.
Con la conseguenza che non poteva essere invocata la buona fede, poiché la contribuente era a conoscenza dell’illegittimità dei comportamenti, proprio per il rapporto diretto con i soggetti interposti e per l’utilità conseguita.

Inoltre, con riferimento alla contestazione di operazioni fittizie assoggettate al regime agevolato, la società non ne ha dimostrato la realtà e legittimità. Presupposto indefettibile perché le disposizioni di legge in materia di regime del margine possano trovare applicazione, è l’esistenza di operazioni effettivamente compiute e non già inesistenti, ovvero diverse da quelle rappresentate nella documentazione fiscale. E’ noto, infatti, che il regime del margine è applicabile ai soggetti che commerciano beni usati, e ha il fine di evitare la doppia o reiterata imposizione per quei beni che, già colpiti dall’imposta dopo la prima uscita dal circuito commerciale, vengono ulteriormente tassati quando sono ceduti (a un soggetto passivo d’imposta) per la successiva rivendita.
Rientra tra i “regimi speciali favorevoli”, poiché consente al futuro cedente di sottoporre a tassazione non l’intero valore del bene trasferito – secondo il normale regime Iva – bensì solo il margine di guadagno, dato dalla differenza tra il prezzo di acquisto del bene, aumentato delle eventuali spese accessorie e di riparazione, e il corrispettivo realizzato a seguito di un’operazione effettiva.
Tale vantaggio è previsto a patto, però, che l’operazione sia stata effettuata.

Del resto, per garantire il principio di necessaria coerenza del sistema Iva, fondato sui meccanismi della rivalsa e della detrazione, l’articolo 21, comma 7, Dpr 633/1972 prevede che, se viene emessa fattura per operazioni inesistenti, “l’imposta è dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura”. Da un lato, tale disposizione incide direttamente sul soggetto emittente la fattura, costituendolo debitore d’imposta sulla base dell’applicazione del solo principio di cartolarità, dall’altro, incide indirettamente (ex articoli 19, comma 1, e 26, comma 3, dello stesso Dpr) anche sul destinatario della fattura medesima, il quale non può esercitare il diritto alla detrazione o alla variazione dell’imposta in totale carenza del suo presupposto, e cioè dell’acquisto (o dell’importazione) di beni e servizi nell’esercizio dell’impresa, arte o professione (Cassazione, sentenze 22882/2006, 12353/2005 e 7289/2001).

Non basta, quindi, la mera correttezza formale della contabilità. Se, infatti, l’Amministrazione offre validi elementi per dimostrare l’interposizione fittizia di società e l’inesistenza delle operazioni fatturate, nonché la non corrispondenza al vero della contabilità aziendale formalmente regolare e l’omesso versamento dell’Iva (Cassazione, sentenza 1057/2008), l’apparente correttezza contabile deve essere considerata un escamotageper eludere il fisco (Cassazione, sentenza 2847/2008).
Ma non senza possibilità, per il contribuente, di dimostrare la sussistenza concreta, sul piano fattuale, delle operazioni compiute. E’ su di lui che grava la prova anche quando viene contestata la realtà dell’operazione, assoggettata al regime del margine.

E ciò risulta coerente sia con la ricostruzione del principio in tema di abuso del diritto, sia del principio giurisprudenziale per il quale, “in tema di IVA, nel caso in cui l’Amministrazione contesti l’inesistenza delle operazioni, - dalla cui fatturazione sia derivata una indebita detrazione od una illegittima esenzione, - e fornisca, pure, attendibili riscontri indiziari sulla inesistenza e strumentalità delle operazioni fatturate, è onere del contribuente dimostrare la legittimità della detrazione o della sussistenza dei presupposti per godere di uno speciale regime fiscale (Cass. nn. 2847/2008, 1727/2007, 1953/2007)”.

Nel caso in esame, la contestazione specifica e documentata dell’Amministrazione (fondata sugli elementi desumibili dai libretti di circolazione degli autoveicoli e dalla prova dell’interposizione di società cartiere) ha consentito alla Corte di concludere che, nonostante le fatture contengano l’attestazione della riconducibilità delle relative operazioni al regime del margine, le stesse devono ritenersi prive di validità per fruire di tale regime. Per due motivi: sia perché emesse in assenza dei relativi presupposti, sia perché inidonee a rappresentare l’operazione realmente fatturata.


Fonte: Agenzia Entrate

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L’assenza di attività professionale rileva per il domicilio fiscale.

La domanda di pronuncia pregiudiziale che ha prodotto la sentenza della corte di giustizia verte sull’interpretazione dell’articolo 14 del Protocollo sui privilegi e sulle immunità delle Comunità europee, inizialmente allegato al Trattato che istituisce un Consiglio unico ed una Commissione unica delle Comunità europee, e successivamente, in forza del Trattato di Amsterdam, allegato al Trattato CE.



La protagonista della controversia

Detta domanda è stata avanzata da una cittadina finlandese al fine di determinare se, per l’esercizio fiscale 2007, quest’ultima fosse integralmente o solo parzialmente assoggettata all’imposta sul reddito vigente in Finlandia. La signora, infatti, che era cittadina finlandese, si è trasferita in Lussemburgo con la propria famiglia, quando il marito ha cominciato a lavorare presso il Parlamento europeo, stabilendo in Lussemburgo la propria residenza. La stessa era in congedo parentale dal suo impiego in Finlandia di istitutrice di scuola materna e in Lussemburgo non svolgeva una propria attività professionale. In Finlandia, la stessa era proprietaria di alcuni valori mobiliari e di vari beni immobiliari che concedeva in locazione.



La richiesta presentata alla commissione delle imposte

Per sapere se, riguardo all’esercizio fiscale 2007, fosse sempre assoggettata integralmente all’imposta sul reddito in Finlandia, la contribuente si è rivolta alla commissione centrale delle imposte. L’organo dell’Amministrazione tributaria finlandese, su richiesta di un contribuente, può emettere decisioni preliminari vincolanti in materia tributaria. La commissione ha ritenuto che il domicilio fiscale della signora fosse sempre situato in Finlandia (articolo 14 del Protocollo sui privilegi e sulle immunità) e, dato che non svolgeva una propria attività professionale in Lussemburgo, era assoggettata integralmente all’imposta sul reddito.



Il ricorso al giudice nazionale

Non condividendo affatto la determinazione della commissione fiscale, la cittadina finlandese proponeva ricorso giurisdizionale. Secondo il tribunale una soluzione della controversia conforme al Protocollo avrebbe finito con l’assoggettare l’interessata a un trattamento fiscale sfavorevole a causa del suo trasferimento in Lussemburgo, in quanto sarebbe stata soggetta a un obbligo fiscale illimitato in Finlandia, mentre, in applicazione della normativa nazionale finlandese, avrebbe potuto giovarsi di un obbligo fiscale limitato in detto Stato a partire dall’esercizio fiscale 2007. Per tali ragioni, il giudice finlandese ha preferito sospendere il giudizio pendente per domandare alla Corte di giustizia europea se l’articolo 14 del Protocollo debba essere interpretato nel senso che il coniuge di una persona, che, per il solo motivo di entrare al servizio dell’Unione europea, stabilisca la propria residenza nel territorio di uno Stato membro diverso dallo Stato membro del domicilio fiscale che possedeva prima di entrare al servizio dell’Unione, debba essere considerato fiscalmente residente in quest’ultimo Stato membro se non esercita una propria attività professionale.



La normativa comunitaria

L’articolo 14 del protocollo prevede che, ai fini dell’applicazione delle imposte sul reddito e sul patrimonio, dei diritti di successione, e delle convenzioni concluse fra i Paesi membri delle Comunità per evitare le doppie imposizioni, i funzionari e altri agenti delle Comunità, i quali, in ragione esclusivamente dell’esercizio delle loro funzioni al servizio delle Comunità, stabiliscono la loro residenza sul territorio di un paese membro diverso dal Paese ove avevano il domicilio fiscale al momento dell’entrata in servizio presso le Comunità, sono considerati, sia nel paese di residenza che nel paese del domicilio fiscale, come tuttora domiciliati in quest’ultimo paese qualora esso sia membro delle Comunità. E tale disposizione, prosegue il medesimo articolo 14, si applica anche al coniuge, sempre che non eserciti una propria attività professionale, nonché ai figli e ai minori a carico delle persone indicate nel presente articolo e in loro custodia.



La normativa finlandese

Per ciò che concerne la normativa finlandese, l’articolo 9, n. 1, della legge relativa all’imposta sul reddito del 30 dicembre 1992 prevede che è assoggettata all’imposta ogni persona fisica o giuridica, comunità di scopo oppure successione ereditaria domiciliata o aperta in Finlandia durante l’esercizio fiscale considerato, per i redditi percepiti in Finlandia e all’estero nonchè ogni persona fisica che non abbia risieduto in Finlandia nel corso dell’esercizio fiscale considerato e ogni persona giuridica straniera per i redditi percepiti in Finlandia. Secondo la normativa vigente una persona fisica è considerata domiciliata in Finlandia se ha la propria residenza reale o se vi soggiorna in modo continuativo per più di sei mesi, mentre un’assenza temporanea non impedisce di presumere che il soggiorno sia continuativo. Tuttavia, si ritiene che un cittadino finlandese sia domiciliato in Finlandia anche se non ha soggiornato in modo continuativo per più di sei mesi, qualora non siano passati tre anni dalla fine dell’anno durante il quale egli ha lasciato il Paese, a meno che non dimostri di non avere un legame essenziale con la Finlandia durante l’esercizio fiscale considerato.



La posizione della Corte Ue

Chiamati a pronunciarsi sulla questione, i magistrati europei hanno rilevato che, secondo l’articolo 14 del protocollo sui privilegi e sulle immunità, lo Stato membro di origine, in cui viene mantenuto il domicilio fiscale del funzionario o dell’agente, resta in via di principio competente a tassare tutti i redditi di tali persone, diversi dagli stipendi, dai salari e dagli emolumenti versati dall’Unione, e ad assoggettarli all’imposta sul reddito anche se non hanno il loro domicilio effettivo. La ripartizione delle competenze stabilita in tal modo dall’articolo 14 del protocollo, ha fatto notare la corte, sarebbe messa in discussione solamente qualora il funzionario o l’agente avesse la libertà di scegliere dove stabilire il proprio domicilio fiscale. Ma considerato che così non è, e considerato soprattutto che, sempre secondo l’articolo 14, le disposizioni si applicano anche al coniuge del funzionario o dell’agente dell’Unione nell’ipotesi in cui il coniuge non svolga una propria attività professionale, nemmeno la determinazione del domicilio fiscale di quest’ultimo può dipendere dalla volontà dell’interessato. Ne consegue, dunque, che, in una fattispecie come quella della causa principale, lo Stato membro in cui era situato il domicilio fiscale della contribuente prima che il coniuge entrasse in servizio presso l’Unione conserva la competenza a tassare tutti i redditi della stessa diversi dagli stipendi, dai salari e dagli emolumenti versati dall’Unione, nei limiti in cui essa non svolga una propria attività professionale.



Le conclusioni

La corte ha precisato che la soluzione normativa non contrasta con il principio di parità di trattamento, poiché, come da giurisprudenza consolidata, non si può ritenere che, dal punto di vista fiscale, i funzionari e gli agenti dell’Unione, nonché i loro congiunti, purché questi ultimi non esercitino una propria attività professionale nello Stato membro ove il funzionario o l’agente svolge le proprie funzioni al servizio dell’Unione, si trovino nella medesima situazione di un lavoratore migrante che si stabilisce in uno Stato membro diverso dal suo Stato di origine.

Per quanto ora visto, i giudici di Lussemburgo hanno risolto la questione pregiudiziale posta alla loro attenzione, statuendo chiaramente che “l’articolo 14, primo comma, del Protocollo deve essere interpretato nel senso che il coniuge di una persona il quale, per il solo motivo che quest’ultima entra al servizio dell’Unione, stabilisca la propria residenza nel territorio di uno Stato membro diverso dallo Stato membro del domicilio fiscale che possedeva nel momento in cui detta persona è entrata al servizio dell’Unione, va considerato tuttora fiscalmente domiciliato in quest’ultimo Stato membro se non esercita una propria attività professionale”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Via ordinaria per il rimborso “sfuggito” in dichiarazione.

Nel caso di omessa compilazione del quadro relativo alle ritenute subìte, dovuta a errore, il relativo credito di imposta deve essere richiesto secondo le modalità e i termini fissati dall’articolo 38 del Dpr n. 602/1973.

L’errore del contribuente, infatti, non integra una fattispecie immediatamente percepibile dall’Amministrazione finanziaria – quale indice rivelatore di una discrepanza fra imposta dichiarata, effettivamente versata e dovuta – in fase di liquidazione della dichiarazione, con la conseguenza che non è applicabile la disciplina contenuta nell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973.

Questo il principio ribadito dalla Cassazione nella sentenza n. 16551 del 28 luglio 2011, con la quale la Corte suprema precisa – nell’ambito della normativa sui rimborsi di imposta – la differenza tra la procedura di rimborso dettata dall’articolo 38 del Dpr 602/1973, da quella prevista dall’articolo 36-bis del Dpr 600/1973 e rimarca i presupposti per l’applicazione dell’una o dell’altra disciplina.

Il giudizio di merito
Una società propone ricorso in Commissione tributaria avverso il diniego del rimborso d’imposta, versata in eccesso rispetto al dovuto, opposto dall’Amministrazione finanziaria sulla base della rilevata tardività dell’istanza, presentata oltre i termini previsti dall’articolo 38 del Dpr 602/1973 (diciotto mesi, nel testo vigente ratione temporis).

In particolare, la ricorrente rappresenta che, nella dichiarazione dei redditi del 1985 (modello 760), per errore aveva omesso di indicare le ritenute di acconto subìte sui dividendi distribuiti dalle proprie società controllate nel corso del 1984 e, quindi, non aveva scomputato il relativo importo dall’imposta netta dovuta per il periodo in questione.
Come detto, la successiva richiesta di rimborso, presentata dalla contribuente nel 1990, veniva respinta dall’Agenzia perché ritenuta tardiva.

Nel ricorso introduttivo di merito, la ricorrente invoca l’applicazione dell’articolo 36-bis del Dpr 600/1973 – rubricato “liquidazioni delle imposte, dei contributi, dei premi e dei rimborsi dovuti in base alle dichiarazioni” – secondo cui “avvalendosi di procedure automatizzate, l’amministrazione finanziaria procede, entro l’inizio del periodo di presentazione delle dichiarazioni relative all'anno successivo, alla liquidazione delle imposte, dei contributi e dei premi dovuti, nonché dei rimborsi spettanti in base alle dichiarazioni presentate dai contribuenti e dai sostituti d’imposta”, in luogo dell’articolo 38 del Dpr 602/1973 il quale, nella versione vigente, statuisce che, in caso di errore materiale, duplicazione e inesistenza totale o parziale dell’obbligo di versamento, il contribuente può presentare “…istanza di rimborso, entro il termine di decadenza di quarantotto mesi dalla data del versamento stesso…”.
Ciò in quanto, sostiene la ricorrente, la questione riguarda il versamento in eccesso dovuto a un mero errore materiale nella compilazione della dichiarazione rilevabile, ictu oculi, dagli uffici, anche in base al riscontro della documentazione allegata.

La sentenza di primo grado, che accoglie il ricorso, viene riformata in appello, a seguito di gravame proposto dall’Amministrazione finanziaria, con pronuncia impugnata in Cassazione dall’odierna ricorrente, sulla deduzione di insussistenza dell’obbligo di presentare istanza di rimborso per la ripetizione delle somme indebitamente versate.

La decisone della Corte suprema
Per la Cassazione la doglianza è infondata, quindi il ricorso va rigettato.
In conformità all’orientamento giurisprudenziale prevalente (cfr Cassazione, sentenze 25872/2009 e 15840/2006), i giudici di piazza Cavour ricordano che, per la ripetizione del pagamento indebito, nell’ordinamento tributario è in vigore un regime speciale basato sull’istanza di parte, da presentarsi entro il termine previsto dalle singole leggi di imposta.
Infatti, per i rimborsi di versamenti diretti inerenti alle imposte sui redditi, si fa riferimento al richiamato articolo 38 del Dpr 602/1973 e, in difetto, alle norme contenute nel decreto legislativo 546/1992 (che disciplina il contenzioso tributario), con particolare riferimento agli articoli 19, comma 1, lettera g) e 21, comma 2 (in base al quale, la domanda di rimborso non può essere presentata trascorsi due anni dal pagamento).

In altri termini, la vigenza del regime speciale dei rimborsi tributari – che impedisce, in linea di principio, l’applicazione della disciplina prevista per l’indebito di diritto comune – determina, secondo la Corte suprema, da un lato, che “…all’istituto del rimborso su istanza di parte deve riconoscersi carattere di regola generale in materia tributaria…” e, dall’altro, che “…le norme che contemplano l’istituto del rimborso ufficioso (che, ove applicabile, esclude ovviamente l’operatività del primo), data la loro natura eccezionale, vanno considerate di stretta interpretazione”.

Sulla base di tale interpretazione, la Cassazione riafferma il principio secondo cui, qualora il contribuente abbia evidenziato nella dichiarazione dei redditi un credito d’imposta, non occorre, da parte sua, al fine di ottenerne il rimborso, alcun altro adempimento (rectius, istanza), ma deve solo attendere che l’Amministrazione finanziaria eserciti, sui dati esposti in dichiarazione, il suo potere/dovere di controllo secondo la procedura di liquidazione delle imposte (articolo 36-bis, Dpr 600/1973).

Pertanto, una volta che il credito si è consolidato attraverso un riconoscimento esplicito in sede di liquidazione, ovvero per effetto di un riconoscimento implicito derivante dal mancato esercizio nei termini del potere di rettifica, l’Amministrazione è tenuta ad eseguire il rimborso e il relativo credito del contribuente è soggetto alla ordinaria prescrizione decennale, decorrente dal riconoscimento del credito stesso (cfr Cassazione, sentenza 11830/2002).

In buon sostanza, chiosa la Corte, “…va letta testualmente e non estensivamente l’ipotesi della evidenziazione in dichiarazione di un credito di imposta nel senso che solo la chiara evidenziazione della volontà del contribuente di ottenere la valutazione di tale credito rende superflua e non necessaria la richiesta del rimborso”.
Nella fattispecie, invece, l’errore in cui è incorsa la contribuente – ossia l’aver omesso di indicare nella dichiarazione, a detrazione dell’imposta da corrispondere, le ritenute di acconto già subìte sui dividendi corrisposti dalle società controllate e risultanti dalla documentazione allegata al modello 760 – non può considerarsi un errore materiale facilmente rilevabile dall’Amministrazione finanziaria in quanto tale errore, oltre a non emergere direttamente dalla dichiarazione, “…non poteva essere automaticamente considerato produttivo di una discrepanza fra imposta dichiarata ed effettivamente versata che evidenziasse l’obbligo della amministrazione di procedere al rimborso sul presupposto della chiara e inequivoca intenzione della contribuente di far valere il suo credito di imposta”.


Fonte: Agenzia Entrate

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