giovedì 30 giugno 2011

Quesito: servizi pubblicitari ambulanti.

Mi permetto di rivolgerVi una domanda, alla quale non sono riuscito ad avere risposta né dai Vigili urbani, né dall'ufficio imposte e tributi del comune nel quale risiedo (provincia di Roma).

La domanda è:

"Se parcheggio regolarmente in strada la mia autovettura per un giorno (ad esempio, davanti l'ingresso di un circolo sportivo ben frequentato, per essere visto dai soci che entrano ed escono dallo stesso) e - restando io dentro la mia macchina - appoggio sopra la vettura un cartello pubblicitario di un metro quadrato per promuovere una attività di servizi (ad esempio, servizi di catering, una trattoria, una copisteria, etc.), sono soggetto al pagamento di un'imposta oppure no? Un vigile urbano ha detto (ma non ne era sicuro) che, essendo sotto i 5 MQ, non c'è nulla da pagare...

Vi prego di dirmi come devo comportarmi per essere in regola ed evitare eventuali sanzioni.

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Circolare sugli studi di settore: entro fine dicembre l’invio delle motivazioni della non congruità.

Con la Circolare n. 30/E del 28 giugno 2011, l’Agenzia delle Entrate ha esaminato le principali novità che caratterizzano gli studi di settore per il periodo d’imposta 2010. In particolare, il documento di prassi si sofferma sui due nuovi indici territoriali che misurano le locazioni e le retribuzioni a livello locale, e sulla non utilizzabilità “diretta” dei risultati degli studi ai confidi e ai bancoposta, oltre alle cooperative e ai contribuenti IAS. Infine, entro il prossimo 31 dicembre si potranno ancora inviare, con un apposito software, le giustificazioni per la non congruità sul 2010. Entro la stessa data, inoltre, dovranno essere approvati gli studi di settore per il periodo d’imposta 2011.

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Iva: dal 1° luglio 2011 regole comuni sulla territorialità.

A partire dal 1° luglio 2011 trovano attuazione le disposizioni dettate dal Regolamento n. 282/2011. Tale regolamento, che aggiorna il precedente Regolamento n. 1777/2005, nasce con l’obiettivo di superare la disomogenea interpretazione delle disposizioni comunitarie in materia di IVA da parte dei singoli Paesi membri, garantendo, attraverso delle linee interpretative comuni, un’applicazione uniforme dell’attuale sistema dell’IVA, con particolare riferimento ai soggetti passivi, alle prestazioni di servizi e al luogo delle operazioni imponibili.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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mercoledì 29 giugno 2011

Circolare dell’Agenzia delle Entrate: ufficializzate le risposte ai quesiti del Map 2011.

Con la Circolare n. 29/E del 27 giugno 2011 l’Agenzia delle Entrate risponde ai quesiti posti dai commercialisti e dai consulenti fiscali nel corso della diretta televisiva Map (Modulo di aggiornamento professionale) del 26 maggio 2011. Tra i temi trattati, il reddito d’impresa e casi particolari di deducibilità, l’ammissibilità della contabilità separata Iva in corso d’anno e l’autofatturazione, i poteri del rappresentante legale e la progettazione di un immobile in un Paese extra Ue ai fini Iva.

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Manovra correttiva 2011: Irap via dal 2014, tre aliquote Irpef e Iva più cara di un punto.

Tre aliquote IRPEF (20, 30 e 40%), aumento dell’IVA di un punto percentuale e IRAP cancellata dal 2014. Sono queste le misure principali contenute nella bozza del disegno di legge delega sulla riforma fiscale. Il documento dovrebbe approdare in Consiglio dei Ministri giovedì prossimo, insieme al decreto sulla manovra correttiva 2011, pari a 40 miliardi di euro.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Gli studi guardano al territorio. E “seguono” la moda low cost.

Studi di settore per il 2010 a territorialità sempre più marcata, correttivi affinati e prove su scala regionale, senza trascurare l’impatto crescente degli outlet nati vicino ai consueti negozi d’abbigliamento.
Sono solo alcune delle novità contenute nella circolare n. 30/E del 28 giugno, con cui l’Agenzia disegna il profilo degli studi per il 2010, anche per arginare l’impatto della congiuntura economica registrata negli ultimi anni.
In particolare, il documento di prassi illustra le novità relative a questi strumenti di controllo, facendo focus sui due nuovi indici territoriali e la non utilizzabilità “diretta” dei risultati degli studi ai confidi e ai bancoposta, oltre alle cooperative e ai contribuenti Ias.
Ultime battute della circolare per fare il punto sulle novità dei modelli sugli studi e del software Gerico 2011.

Studi sensibili a dove lavori…
Due nuovi indici per tener conto del luogo in cui il contribuente svolge l’attività economica. Il primo riguarda la territorialità del livello dei canoni di locazione residenziale, il secondo è legato alla soglia delle retribuzioni degli intermediari del commercio su base regionale. In particolare, il primo indice differenzia il territorio nazionale sulla base dei canoni d’affitto delle case per comune, provincia, regione e area territoriale. Il secondo, invece, tiene conto dell’influenza, a livello territoriale, del costo delle retribuzioni sulla determinazione dei ricavi.

…e attenti all’impatto della moda low cost
Nel settore del commercio al dettaglio di abbigliamento, calzature e accessori, i nuovi studi registrano anche l’influenza della vicinanza di un Factory outlet center, tenendo conto della distanza in minuti di percorrenza di ogni comune dal Foc. In questo modo si delinea l’area di mercato attorno a cui gravita la rete low cost, per rilevare gli effetti connessi al fenomeno outlet e l’impatto sulla stima dei ricavi. Non solo. E’ proprio l’ambito del commercio di abbigliamento e accessori che segna il secondo step sulla strada degli studi a vocazione federale. Si tratta, infatti, del secondo settore elaborato su base regionale, dopo quello delle costruzioni.

Studi “fuori uso” per controlli su coop, soggetti Ias, consorzi e bancoposta
Il documento di prassi spiega che i risultati degli studi di settore per il 2010 non possono essere utilizzati per l’azione di accertamento nei confronti delle cooperative a mutualità prevalente, dei contribuenti Ias e di coloro che esercitano in prevalenza attività di consorzi e di bancoposta. Rilevano, invece, per la selezione delle posizioni da sottoporre a controllo.

Soci amministratori, la percentuale di lavoro orienta la stima
Per gli studi di settore 2010 viene introdotta una nuova modalità di stima dell’apporto dei soci amministratori, basata sulle “teste”, normalizzate in base alla percentuale di lavoro svolto, e non più sulle spese sostenute per remunerare l’attività prestata.

Correttivi paracadute messi a punto
La circolare illustra le quattro tipologie di correttivi anticrisi. In particolare, il correttivo per la normalità economica interessa chi presenta una riduzione dei ricavi e dei compensi 2010 rispetto al 2009, pur essendo coerente nella gestione delle rimanenze iniziali. I correttivi specifici per la crisi, invece, si applicano per gli studi degli odontoiatri e del trasporto merci su strada.
Un altro accorgimento, che opera questa volta a livello di settore, coinvolge gli studi in cui si registra una riduzione dei margini economici e della redditività.
Infine, il correttivo individuale, che riguarda tutti i 206 studi di settore, tiene conto della contrazione dei costi variabili per le imprese e della ritardata percezione dei compensi per le attività professionali.

Nuove scadenze per il 2011
In linea con quanto disposto dall’ultimo decreto milleproroghe (Dl 225/2010), per il solo periodo d’imposta 2011 gli studi potranno essere approvati entro il 31 dicembre di quest’anno.


Fonte: Agenzia Entrate

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5 per mille 2011: ultimo impegno per essere ammessi al beneficio.

Giovedì 30 giugno è la data da segnare in agenda per i soggetti che hanno presentato la richiesta di inserimento negli elenchi del 5 per mille del 2011. È questo l’ultimo impegno a cui sono chiamati i rappresentanti legali degli enti del volontariato, delle associazioni sportive dilettantistiche e degli enti della ricerca scientifica e dell’Università per portare a termine l’intera “operazione”.

Da questo momento “parte” la verifica finale che porterà, entro il 31 marzo 2012, alla pubblicazione sul sito dell’Agenzia delle Entrate degli elenchi, distinti per categoria, degli enti ammessi e degli esclusi dal beneficio, con l’indicazione delle scelte attribuite e dei relativi importi.

Le liste dei destinatari del 5 per mille 2011 sono stati pubblicate lo scorso 25 maggio sul sito dell’Agenzia delle Entrate; gli iscritti sono 42.724, così suddivisi:
35.576 enti del volontariato, Onlus, associazioni di promozione sociale iscritte nei registri nazionale, regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano, e associazioni e fondazioni riconosciute in possesso dei requisiti previsti dall’articolo 10 del Dlgs 460/1997
6.615 associazioni sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni, che svolgono una rilevante attività di interesse sociale
436 enti della ricerca scientifica e dell’Università
97 enti della ricerca sanitaria.
A questi vanno aggiunti gli 8.100 Comuni italiani; i contribuenti, infatti, possono esprimere la loro preferenza anche a sostegno delle attività di carattere sociale svolte dal proprio Comune di residenza.

I rappresentanti legali degli enti del volontariato iscritti in elenco devono inviare, a pena di decadenza, una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà attestante la persistenza dei requisiti che hanno dato diritto all’iscrizione, corredata da una fotocopia autenticata del documento d’identità del sottoscrittore. Il plico va spedito, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, alla direzione regionale dell’Agenzia delle Entrate nel cui ambito si trova la sede legale dell’ente.


Analogo adempimento è richiesto ai rappresentanti legali delle associazioni sportive dilettantistiche, che dopo aver sottoscritto la dichiarazione sostitutiva con allegata la fotocopia del proprio documento d’identità, dovranno, invece, trasmettere la documentazione, sempre tramite raccomandata con ricevuta di ritorno, all’ufficio del Coni nel cui ambito territoriale si trova la sede legale dell’associazione.

Per agevolare la compilazione e l’invio della dichiarazione sostitutiva da parte degli iscritti agli elenchi gestiti dall’Agenzia delle Entrate, all’atto dell’iscrizione la procedura rende disponibile il modello per la dichiarazione sostitutiva precompilato in alcuni campi, con le informazioni fornite dagli interessati all’atto della iscrizione.

Sempre entro la scadenza del 30 giugno, anche gli enti della ricerca scientifica e dell’Università, iscritti nell’elenco predisposto dal Miur, devono inviare, a pena di decadenza, il modulo di domanda, una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà (soltanto gli enti privati di ricerca) che ribadisce il perdurare dei requisiti necessari, la fotocopia non autenticata del documento d’identità del rappresentante legale che firma i documenti e copia dello statuto. L’intera documentazione va inoltrata, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca - Direzione Generale per la Ricerca - Ufficio III - Piazza Kennedy n. 20 - 00144 Roma.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 28 giugno 2011

Quesito: restituzione bonus bebè.

oggi ci è arrivata la richiesta di restituzione del bonus bebè più sanzione amministrativa (se non restituisco il bonus entro 30 giorni?).
Avando avuto due gemelline pensavamo che il limite dei 50.000 euro fosse per ogni bambino nato.
Come ci dobbiamo comportare?

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Quesito: cedolare secca.

vorrei delle delucidazioni sulla cedolare secca.
Il 22 febbraio 2011 ho dato la disdetta dei sei mesi d’affitto dell’appartamento dove abito,
la mia padrona di casa mi ha detto che alla fine dei sei mesi, ossia quando devo uscire dall’appartamento il 24 agosto
che gli è arrivata la lettera, devo pagare una mensilità in più per via della cedolare secca. siccome la scadenza
dell’affitto era il 15 di ogni mese, e uscendo il 24 agosto devo pagare una mensilità intera?
mi sapete dare risposta a questa domanda? Perchè non arrivo a capire...

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Quesito: imposte deducibili da UNICO 2011.

ho un dubbio... volevo sapese se le imposte versate nel 2010 con modello F23/F24 con codice tributo 8056 (imposta sostitutiva delle imposte sui redditi per la rideterminazione dei valori di acquisto dei terreni) e con codice tributo 112T (imposta di registro per contratti di locazione) sono deducibili sul modello unico 2011.

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Indicazione presso il registro imprese della controllante dell'attività di direzione e coordinamento.

Domanda
Una società di capitali (di seguito società X) possiede l'84% del capitale sociale di una società per azioni (di seguito società Y). I soci, nonché amministratori della controllante società X(marito e moglie) fanno parte insieme alla figlia del consiglio di ammninistrazione della società controllata società Y. La società controllante X possiede inoltre il 100% di una società estera Z che intrattiene significativi rapporti d'affari con società Y. Infine sussistono rapporti finanziari interdipendenti tra le varie società. A Vostro parere, valutata la situazione risulta necessaria o quanto meno conveniente l'indicazione presso il Registro delle Imprese della controllante dell'attività di direzione e coordinamento?

Risposta
L'istituto della direzione e coordinamento è disciplinato dagli artt. 2497 e seguenti del codice civile. In particolare, l'art. 2497 - sexies del codice civile contiene una presunzione relativa in base alla quale ".... si presume salvo prova contraria che l'attività di direzione e coordinamento di società sia esercitata dalla società o ente tenuto al consolidamento dei loro bilanci o che comunque le controlla ai sensi dell'art. 2359".

Dal quesito risulta che la società X possiede l'84% del capitale della società Y, oltre al 100% di una società estera che intrattiene significatici rapporti d'affari con la società Y.

La società X, quindi, esercita un potere di controllo nei termini previsti dall'art. 2359 del codice civile nei confronti della controllata residente Y con la conseguenza che risulterebbe necessaria, in ottemperanza degli artt. 2497 e seguenti del codice civile, la pubblicità e l'iscrizione presso la locale camera di commercio della attività di direzione e coordinamento esercitata.


Fonte: IPSOA

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Il condono tombale dell'azienda non ha niente di "personale".

La terza sezione penale della Corte di cassazione ha stabilito che, nel caso di condanna per dichiarazione infedele, non salva il contribuente, accusato di aver incassato compensi in nero, il condono tombale cui ha aderito l'azienda dalla quale ha percepito il denaro nella qualità di rappresentante legale (sentenza 24818 del 21 giugno).

Il fatto
Per non aver segnalato nella propria dichiarazione dei redditi gli utili percepiti quale rappresentante legale di una Srl, una contribuente veniva imputata, ricorrendone i presupposti (superamento della soglia di punibilità del 10% dell'ammontare complessivo degli elementi attivi risultanti dalla dichiarazione presentata), del reato di dichiarazione infedele (articolo 4, Dlgs 74/2000).

In particolare, l'ente impositore aveva notificato all'interessata un accertamento attribuendole gli utili extrabilancio contestati all'azienda, nonostante questa avesse aderito al "condono tombale" (definizione in toto della controversia pendente) disciplinato dall'articolo 9 della legge 289/2002.

Sia il Tribunale sia la Corte d'appello avevano confermato il reato, condannando l'imputata alla reclusione prevista dalla norma, atteso che i fatti venivano vagliati dai giudici di merito con dovizia di attenzione.
Nel ricorso per cassazione, l'interessata sosteneva principalmente che:
1. non ricorrevano gli elementi costitutivi del reato de quo, non essendosi lei appropriata del denaro della società mediante operazioni commerciali fittizie
2. in ogni caso, il condono tombale eseguito dalla società aveva effetti penalmente rilevanti sulla posizione personale del suo rappresentante legale.

Motivi della decisione
La Suprema corte ritiene il ricorso non meritevole di accoglimento in quanto generico, iterativo delle precedenti difese e, quindi, privo di autosufficienza.
La ricorrente, infatti, si è limitata a opporre alla motivazione resa dal giudice a quo una valutazione di fatto contrastante con le risultanze processuali. Le censure dedotte non attengono a questioni di diritto della decisione impugnata, risultando, quindi, inammissibili - come tali - nel giudizio di legittimità (Cassazione, sezioni unite, 6402/1997; sezione tributaria, 13648/2006), anche perché artatamente descritte al fine di pervenire - mediante una diversa interpretazione di quella resa dal giudice di merito - a una tesi più favorevole alla ricorrente (sezioni unite, sentenza 930/1996).

A tale riguardo, è stato deciso che "La mancanza e la illogicità della motivazione devono risultare dal testo del provvedimento impugnato, sicché dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che il testo del provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti, effettuata dal giudice di merito, una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica" (Cassazione, 5285/1998).

Per quanto attiene, poi, alla questione centrale della vicenda, ossia le correlazioni tra definizione tombale della società e responsabilità "personale" del rappresentante fiscale, la Corte chiarisce che tale vicenda non poteva minimamente precludere gli accertamenti fiscali relativi ai redditi personali della contribuente, "trattandosi di situazioni patrimoniali distinte, aventi ognuna una propria autonoma rilevanza fiscale, non sovrapponibili fra loro". Invece, la ricorrente poteva salvaguardare la propria posizione penaltributaria solo aderendo a una consona forma di sanatoria prevista dalla legge 289/1992.

Si tratta di un principio ripetutamente affermato sia in sede penale, come testimonia la sentenza in esame, sia in sede tributaria, ove da ultimo è stato stabilito (Cassazione, sentenza 10270/2011) che il socio della Srl a ristretta base familiare paga l'Irpef sugli utili extrabilancio dell'azienda, anche se questa ha aderito al condono tombale, in quanto la società e il socio sono titolari di posizioni fiscali distinte e indipendenti. Tale presunzione è fondata su quanto disposto dall'articolo 39, comma 1, lett. d), del Dpr 600/1973, e induce inversione dell'onere della prova a carico del contribuente.

In conclusione, in ipotesi di condanna per dichiarazione infedele, il condono tombale cui ha aderito la società dalla quale si percepisce il denaro, non agisce a favore del contribuente accusato di aver incassato compensi in nero.


Fonte: Agenzia Entrate

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Biglietto on line. Ai supplementari il pagamento cash con “tessera”.

Biglietto digitale in contanti anche nella prossima stagione calcistica se associato alla “tessera del tifoso”.
Il provvedimento direttoriale del 24 giugno, infatti, rimanda di un anno (dopo la deroga concessa con il provvedimento del 13 maggio 2010) l’applicazione della regola generale, secondo la quale l’acquisto dei titoli di accesso emessi on line, deve avvenire attraverso sistemi di pagamento tracciabili e, quindi, tramite carta di credito, bancomat, bollettino bancario o postale, bonifico. Lo slittamento, infatti, non crea conseguenze di carattere fiscale sui controlli previsti per i titoli di pagamento.

La card che dà il via libera al biglietto digitale in cash anche per il 2011/2012, è, in pratica, un documento promosso dall’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, per favorire un “clima” più sereno all’interno degli stadi e venire incontro alle esigenze di ordine pubblico.
Ha però una duplice funzione.
Una riguarda esclusivamente il tifoso e la sua squadra. La tessera, infatti, è indispensabile per sedersi nel settore “ospiti” durante le partite di trasferta e dà diritto a una serie di vantaggi concessi dalle società calcistiche, i più comuni sono l’accesso a percorsi preferenziali all’interno degli stadi, con controlli limitati, sconti su altre manifestazioni o in esercizi commerciali, l’acquisto privilegiato di biglietti per le competizioni internazionali e percorsi preferenziali anche in caso di gare all’estero, fino al suo possibile utilizzo come carta di pagamento prepagata.

Ma, come già accennato, la “tessera del tifoso” ha un’ulteriore funzione; costituisce, infatti, un documento identificativo e, in un certo senso di “garanzia”, perché può essere rilasciato soltanto dopo aver ricevuto il “nulla osta” della Questura competente, in assenza di motivi ostativi (“Daspo” - divieto di accedere alle manifestazioni sportive - in corso e condanne per reati da stadio negli ultimi 5 anni).


Fonte: Agenzia Entrate

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I professionisti interrogano, l’Agenzia risponde.

Nel corso della diretta televisiva Map, i tecnici dell’Amministrazione finanziaria hanno risposto ad alcune problematiche poste dai professionisti del settore. Tra i temi trattati, il reddito d’impresa e casi particolari di deducibilità, i poteri del rappresentante legale e adempimenti fiscali, la progettazione di un immobile in un Paese extra Ue ai fini Iva.
Tutti i quesiti e le relative soluzioni nella circolare n. 29/E del 27 giugno.

Deducibilità degli interessi passivi nel passaggio da società di capitali a società di persone
In questa ipotesi di trasformazione regressiva, la deducibilità degli interessi passivi segue la disciplina prevista dall’articolo 61 e non quella contenuta nell’articolo 96, comma 4, del Tuir. Pertanto, gli interessi passivi generati dalla società in nome collettivo possono essere dedotti limitatamente alla “parte corrispondente al rapporto tra l’ammontare dei ricavi e altri proventi che concorrono a formare il reddito d’impresa e quelli che non vi concorrono in quanto esclusi e l’ammontare complessivo di tutti i ricavi e proventi”.

Deducibilità per competenza della clausola penale
La problematica concerne il periodo d’imposta in cui è possibile dedurre la penale che, in virtù di un rapporto contrattuale di natura privatistica, un’impresa è tenuta a pagare a un ente pubblico, in seguito alla violazione degli obblighi pattuiti.
Come è noto, ai fini Ires, la deducibilità di un elemento reddituale (costo e/o ricavo) è connessa al principio di competenza che presuppone, a sua volta, la contestuale esistenza di due requisiti: la certezza dell’elemento reddituale e la sua obiettiva determinabilità in termini di ammontare (articolo 109 del Tuir). Pertanto, laddove sussistano i requisiti descritti e siano rispettati i principi contabili generali relativi alla contabilizzazione del costo, quest’ultimo potrà essere dedotto nell’anno in cui gli stessi si sono verificati (ad esempio, il 2010, se tutti i presupposti si sono verificati entro il 31 dicembre dello stesso anno), anche se il pagamento effettivo avviene in un momento successivo (ad esempio, gennaio 2011, a seguito di formazione del titolo giuridico).
Ovviamente, in caso di restituzione della somma pagata a titolo di penale (per esempio, a seguito di provvedimento giurisdizionale favorevole all’impresa), il costo inizialmente dedotto si trasformerà in sopravvenienza attiva.

Beni in locazione finanziaria e deducibilità spese di manutenzione
I beni materiali strumentali ammortizzabili acquisiti mediante contratto di leasing finanziario concorrono alla determinazione della base di computo della percentuale forfetaria del 5% prevista per la deducibilità delle spese di manutenzione (articolo 102, comma 6, del Tuir) soltanto se gli stessi risultano iscritti nell’attivo del bilancio, in conformità ai principi contabili di riferimento e, conseguentemente, nel registro dei beni ammortizzabili all’inizio dell’esercizio.

Rimborso della maggiore imposta versata a seguito di rettifica dell’imputazione temporale dei componenti reddituali negativi
Le istruzioni relative al diritto al rimborso della maggiore imposta versata con riguardo a un periodo d’imposta antecedente o successivo a quello di accertamento – contenute nella circolare 23/2010 – si riferiscono, in generale, alle ipotesi in cui viene negato, sulla base di un accertamento diventato definitivo, il costo ascrivibile alla competenza di un periodo d’imposta diverso da quello oggetto della contestazione. Pertanto, il recupero spetta in tutti i casi in cui la pretesa dell’Amministrazione diviene definitiva per qualsiasi ragione e, quindi, sia per mancata impugnazione nei termini sia a seguito di acquiescenza, come pure quando le parti raggiungono un accordo mediante gli istituti dell’accertamento con adesione o della conciliazione giudiziale.

Sottoscrizione degli atti indirizzati all’Agenzia delle Entrate
Le disposizioni civilistiche individuano nel rappresentante legale colui che può manifestare all’esterno la volontà dell’ente, sia nei rapporti con i terzi sia nei giudizi, agendo in nome e per conto dell’ente stesso. Tale principio vale anche nei rapporti con l’Amministrazione finanziaria, con la conseguenza che l’obbligo fiscale previsto in capo al rappresentante legale può essere adempiuto direttamente da quest’ultimo, ovvero può essere dallo stesso attribuito a un terzo, previo conferimento di procura speciale o di altro atto da cui risulti la delega conferita.

Ammissibilità della contabilità separata Iva in corso d’anno
In linea generale, in tema di regimi contabili e di determinazione dell’imposta, fermo restando l’obbligo di comunicazione in sede di dichiarazione annuale o di inizio attività, la validità dell’opzione (e della relativa revoca) è subordinata unicamente alla sua concreta attuazione sin dall’inizio dell’anno o dell’attività (articolo 1 del Dpr 442/1997). La regola vale anche per l’opzione relativa all’applicazione separata dell’Iva (articolo 36, comma 3, del Dpr 633/1972) che, pertanto, deve essere esercitata sin dall’inizio dell’anno, attraverso il comportamento concludente tenuto dal contribuente, corredato della relativa comunicazione.
Unici casi in cui è ammessa l’opzione durante d’anno sono: l’inizio di una nuova attività in corso d’anno e le operazioni di ristrutturazioni aziendali che comportano modifiche sostanziali soggettive.

Autofatturazione cumulativa mensile
Nel caso di più servizi forniti dallo stesso prestatore non residente nell’arco temporale di un mese, il soggetto passivo nazionale può emettere – in via opzionale – un’autofattura anticipata rispetto al momento di effettuazione dell’operazione, purché il documento riporti il totale delle prestazioni ricevute nel mese di riferimento, distinto per singola prestazione.

Registrazione autofatture
Riguardo alla registrazione delle autofatture emesse dai cessionari/committenti nazionali e relative alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate in Italia da soggetti non residenti, la stessa può essere effettuata annotando il documento – emesso in un unico esemplare – sul registro delle vendite e su quello degli acquisti, utilizzando dei registri sezionali, ovvero annotando i documenti sugli stessi registri delle fatture di vendita e di acquisto. In questa ipotesi, si dovranno usare distinte progressioni numeriche – rispettando l’ordine progressivo sequenziale di ciascuna sezione – e le serie numeriche adottate dovranno essere indicate sulla prima pagina.

Rilevanza ai fini Iva della progettazione di un immobile in un Paese extra Ue
La progettazione – effettuata da un ingegnere su commissione di una società stabilita in Italia – di un complesso immobiliare specificamente individuato e situato in un Paese extra Ue (non black list) rientra nella deroga prevista dall’articolo 7–quater, comma 1, lettera a), del Dpr 633/1972 e, pertanto, è individuata come una prestazione di servizi non rilevante in Italia ai fini Iva. La società italiana committente, quindi, non è tenuta, sempre per quanto riguarda l’imposta sul valore aggiunto, ad alcun adempimento fiscale.


Fonte: Agenzia Entrate

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lunedì 27 giugno 2011

Quesito: indebita riscossione bonus bebè.

ho ricevuto una comunicazione per indebita riscossione bonus bebè
nati nel 2005 ( il mio reddito 2004 sforava di poco i 50000 e non me ne sono
accorta). MI chiedo di restituire il bonus e, nella medesima comunicazione ma
non in grassetto come per la precedente richiesta, mi chiedono il pagamento
dell'ammenda ( solo dopo che il giudice penale si sarà pronunciato in merito
alla punibilità della falsa autocertificazione con l'art. 316-ter del codice
penale).
MI chiedo se il pagamento dell'ammenda deve avvenire solo nel caso io non
restituisca in tempo la somma indicata ( 1001,81 euro). Cioè, se pago in tempo
tale somma, non pago l'ammenda?
So i cittadini extra comunitari che hanno dichiarato indebitamente di
possedere la cittadinanza italiana sono stati esonerati dalla restituzione del
bonus. Come funziona nel mio caso?

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Quesito: info detrazioni imposta.

sono coniugato da circa 6
anni mia moglie lavora in un Albergo io lavoro in una azienda da circa 2 anni
ma con contratto a tempo indeterminato da quasi 1 anno e qualche settimana fa
mi e stato rilasciata l autocertificazione per detrazioni d imposta ora volevo
chiederle cosa debbo scrivere nelle diverse chiamate esempio numer 1 chiede che
, in sede di conguagliofiscale,le detrazioni per reddito di lavoro dipendente
sianoriconosciuteper l intero periodo d imposta,e ce ne sono altre3 , quale
debbo sbarrare scusi ma nel settore sono incompetente , e se mia moglie a un
suo reddito nel senso che e messa in regola e sempre a mio carico?

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Quesito: garage prima casa affittata.

necessito un'informazione in materia di ICI.
Io ho affittata la mia prima casa con contratto concordato, pagando così il 2 per mille di ICI. La casa comprende una pertinenza (un garage) che però non ho affittata ma ho tenuto a mia disposizione, devo pagarci l'ICI?

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Assunzione a termine di un disabile: è lecita senza indicazione delle ragioni giustificative?

Domanda
Nell'ambito di una convenzione coi servizi per il collocamento dei disabili, è stato proposto alla nostra azienda di assumere, a tempo determinato, un lavoratore con disabilità psichica. A tal fine ci chiediamo se, per la regolarità del contratto, è necessario indicare una causale giustificativa dello stesso

Risposta
Il problema sollevato dal quesito è quello della necessarietà o meno di indicare le causali giustificative del ricorso al contratto a termine - ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili alla ordinaria attività del datore di lavoro - prevista in generale dalla normativa sul contratto a tempo determinato (art. 1 d.lgs. n. 368/2001), anche nella particolare ipotesi delle convenzioni per l'inserimento dei disabili.

In base alla normativa sul collocamento mirato dei disabili (art. 11 l. 68/1999), gli uffici competenti possono stipulare con il datore di lavoro convenzioni aventi ad oggetto la determinazione di un programma mirante al conseguimento degli obiettivi occupazionali di cui alla legge stessa. "Nella convenzione sono stabiliti i tempi e le modalità delle assunzioni che il datore di lavoro si impegna ad effettuare". "Tra le modalità che possono essere convenute vi sono anche la facoltà della scelta nominativa, lo svolgimento di tirocini con finalità formative o di orientamento, l'assunzione con contratto di lavoro a termine, lo svolgimento di periodi di prova più ampi di quelli previsti dal contratto collettivo, purché l'esito della prova, qualora sia riferibile alla menomazione da cui è affetto il soggetto, non costituisca motivo di risoluzione del rapporto di lavoro".

Si ritiene che l'ipotesi disciplinata dalla normativa sul collocamento mirato rappresenti una deroga rispetto alla normativa generale. Ciò è particolarmente evidente in relazione alla possibilità di estendere il periodo di prova. La deroga è del resto giustificata dalla finalità legislativa di promuovere il collocamento dei lavoratori disabili tramite l'inserimento mirato in un contesto lavorativo adatto e consono alle capacità del lavoratore. In tal senso la normativa si caratterizza per la specialità rispetto alla normativa generale, giustificando così la deroga ai requisiti previsti in generale per il ricorso al contratto a termine (in tal senso cfr. Cass. Sent. n. 13285/2010).

In conclusione, nel caso di contratto a termine con un lavoratore disabile all'interno di una specifica convenzione tra datore di lavoro e servizi competenti, non pare necessario indicare le specifiche ragioni che giustificano l'apposizione del termine ai sensi dell'art. 1 D.Lgs. n. 368/2001.


Fonte: IPSOA

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Prima casa, una quota esigua non è "riacquisto" di immobile.

Con una interessante sentenza (la 13291 del 17 giugno), la Cassazione torna a occuparsi dei benefici fiscali connessi all'acquisto della prima casa e, in particolare, dell'interpretazione della normativa che ne disciplina le ipotesi di decadenza.
Nel caso specifico, i giudici di piazza Cavour hanno affermato che - nell'ipotesi di trasferimento infraquinquennale dell'immobile comprato usufruendo dei benefici prima casa - il successivo acquisto non dell'intera proprietà ma solo di una piccola quota millesimale di un altro immobile, entro un anno dalla precedente vendita, determina la decadenza dai benefici fiscali, laddove l'esiguità della quota acquistata non permetta di disporre del bene in modo tale da poterlo adibire a propria abitazione.

La normativa di riferimento
L'attuale nota II bis), articolo 1, parte I, della Tariffa allegata al Dpr 131/1986, prevede l'applicazione agevolata dell'imposta di registro con aliquota del 3% agli atti traslativi a titolo oneroso della proprietà di case "non di lusso" e agli atti traslativi o costitutivi della nuda proprietà, dell'usufrutto, dell'uso e dell'abitazione relativi alle stesse a condizione che:
1. l'immobile sia ubicato nel territorio del Comune in cui l'acquirente ha o stabilisca entro diciotto mesi dall'acquisto la propria residenza o, se diverso, in quello in cui l'acquirente svolge la propria attività
2. nell'atto di acquisto l'acquirente dichiari di non essere titolare esclusivo o in comunione con il coniuge dei diritti di proprietà, usufrutto, uso e abitazione di altra casa di abitazione nel territorio del Comune in cui è situato l'immobile da acquistare
3. nell'atto di acquisto l'acquirente dichiari di non essere titolare, neppure per quote, anche in regime di comunione legale su tutto il territorio nazionale dei diritti di proprietà, usufrutto, uso, abitazione e nuda proprietà su altra casa di abitazione acquistata dallo stesso soggetto o dal coniuge con le agevolazioni in parola.
Detti requisiti soggettivi e oggettivi devono ricorrere congiuntamente per l'applicazione delle aliquote agevolate previste ai fini dell'imposta di registro, ipotecaria e catastale.

Il comma 4, articolo 1, della citata nota, dispone poi che, nelle ipotesi di trasferimento (a titolo oneroso o gratuito) degli immobili acquistati con i benefici in parola, prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto, le imposte in trattazione sono dovute nella misura ordinaria; l'ultimo periodo del comma prevede testualmente che "… Le predette disposizioni non si applicano nel caso in cui il contribuente, entro un anno dall'alienazione dell'immobile acquistato con i benefici di cui al presente articolo, proceda all'acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale".

Ne consegue che, nel caso di immobili acquistati con i benefici prima casa e rivenduti prima del decorso del termine di cinque anni dalla data del loro acquisto, l'Amministrazione finanziaria procede al recupero della differenza fra l'imposta ordinaria e quella ad aliquota agevolata, nonché all'irrogazione della sanzione amministrativa pari al 30% della differenza medesima. Devono, inoltre, essere recuperate le maggiori imposte ipotecaria e catastala, maggiorate della sanzione amministrativa del 30 per cento.
La revoca dell'agevolazione non ha luogo, invece, come detto, nel caso in cui il contribuente, entro un anno dall'alienazione dell'immobile acquistato con i benefici prima casa, acquisti un altro immobile da adibire a propria abitazione principale.

Per completezza, si rammenta che il termine triennale (articolo 76 del Dpr 131/1986) per l'accertamento dell'intervenuta decadenza dalle predette agevolazioni fiscali non si determina a far data dalla cessione dell'immobile bensì dall'anno successivo alla data di registrazione dell'atto di compravendita senza che il contribuente abbia posto in essere un nuovo acquisto (cfr, Cassazione 3782/2011).

Il giudizio di merito
L'Amministrazione finanziaria propone ricorso in Cassazione contro la sentenza di una Commissione tributaria regionale che, nel rigettare l'appello erariale, aveva annullato l'avviso di liquidazione con il quale erano stati revocati i benefici concessi a un contribuente sull'atto di acquisto della prima casa, per avere - lo stesso acquirente - alienato il bene entro il termine quinquennale, senza procedere, tuttavia, nell'anno successivo alla vendita, all'acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale.

In merito, il contribuente - che aveva impugnato l'atto impositivo - sostiene di avere invece adempiuto alla prescrizione di legge, avendo acquistato una quota del quattro per mille di altro immobile da destinarsi a prima casa.
Secondo il giudice d'appello, ì benefici in esame possono essere concessi a chi acquista anche e soltanto una quota di immobile in quanto, sulla base del disposto normativo, non si ritiene sussistere un limite quantitativo all'acquisto pro-quota dell'immobile che determini la decadenza dall'accesso ai benefici stessi.
Unica condizione prevista dalla legge, continuano i giudici del gravame, affinché non si verifichi la decadenza dalle agevolazioni è quella di adibire il secondo immobile acquistato ad abitazione principale, entro il termine annuale (senza quindi che assuma rilevanza la quota di proprietà acquistata).

Nel ricorso, l'Amministrazione denuncia la violazione dell'articolo 1, nota II bis), dell'articolo 1 della Tariffa, parte I, allegata al Tur, in quanto è dell'avviso che il requisito dell'idoneità dell'immobile da adibire ad abitazione principale avrebbe carattere funzionale e non formale, non potendosi prescindere dalla valutazione del quantum del diritto di proprietà dell'immobile di cui il contribuente è in concreto titolare, rispetto alla pienezza ed esclusività del dominio.

La sentenza della Cassazione
Secondo i giudici di legittimità, il ricorso merita accoglimento.
In tema di benefici prima casa, la richiamata nota prescrive, al comma 4, che il contribuente, entro un anno dal trasferimento dell'immobile acquistato con i predetti benefici, deve procedere all'acquisto di altro immobile da adibire a propria abitazione principale.

Per la Corte suprema, tuttavia, l'acquisto non dell'intero, ma di una quota dell'immobile, non è di per sé ostativo ad integrare il requisito, anzi, potrebbe ben integrarlo ma a condizione che la quota acquistata sia significativa in relazione alla concreta possibilità di disporre del bene, in modo da poterlo adibire a propria abitazione principale.

Al riguardo, infatti, precisa la Cassazione, come stabilisce l'articolo 1102 del codice civile, ciascun partecipante alla comunione "… può servirsi della cosa comune purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto".
Ne consegue che, "l'acquisto di una quota particolarmente esigua di un immobile non può perciò comportare da solo il potere di disporre del bene come abitazione propria; esso è, cioè, inidoneo a realizzare l'adibizione ad abitazione che è la finalità perseguita dal legislatore con il riconoscimento dell'aliquota dell'imposta ridotta sugli atti d'acquisto, e non vale, pertanto a realizzare la condizione dello 'acquisto di altro immobile'…".

La Cassazione giunge a tale conclusione anche sulla base di speculari precedenti pronunce in cui è stato affermato che "… la mera titolarità di una quota di un appartamento in comunione non preclude (a meno che non abbia a vertersi in ipotesi di comunione fra coniugi) la fruizione della disciplina agevolativa sull'acquisto della cosiddetta 'prima casa'…", in quanto "… la facoltà di usare il bene comune, purché non si impedisca a ciascuno degli altri comunisti 'di farne parimenti uso', assicurata dall'art. 1102 del codice civile, non consente infatti al singolo comunista di destinare idoneamente la casa in comunione a sua abitazione" (cfr Cassazione, sentenze 10984/2007 e 9647/1999).

In altre parole, se il semplice acquisto di una quota in comunione di un immobile non è ostativo alla fruizione del benefico prima casa, è comunque necessario che la quota acquistata sia tale da consentire al contribuente/acquirente - nel rispetto della normativa civilistica in tema di comunione - di destinare la stessa a propria abitazione principale (tale onere probatorio, ovviamente, spetta al contribuente/beneficiario).


Fonte: Agenzia Entrate

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Irap e addizionale Irpef maggiorate: le istruzioni delle Entrate.

Il Ministero dell’Economia e il Dipartimento delle Finanze, con il Comunicato Stampa del 23.06.2011, hanno confermato, anche per il 2011, la maggiorazione Irap e quella relativa all’addizionale regionale Irpef nelle regioni Calabria, Campania e Molise. Il Tavolo per la verifica degli adempimenti e il Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza hanno, infatti, accertato in tali territori, anche per il 2010, una situazione debitoria tale da far scattare gli automatismi fiscali finalizzati a ripianare il deficit sanitario. Pertanto, per l’anno d’imposta 2011, valgono le maggiorazioni delle aliquote, già applicabili lo scorso anno: 0,15 punti percentuali per l’Irap e 0,30% in più per l’addizionale Irpef.

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Ravvedimento operoso “parziale” non è una rateazione.

Con la Risoluzione n. 67/E del 23 giugno 2011, l’Agenzia delle Entrate chiarisce i dubbi interpretativi e le problematiche applicative relativi alla possibilità, per i contribuenti, di usufruire dei benefici del ravvedimento operoso. In particolare, la risoluzione distingue il “ravvedimento parziale” dalla “rateizzazione delle somme da ravvedimento”, chiarendo che il ravvedimento della violazione non si perfeziona con il versamento della prima rata di quanto “complessivamente” dovuto a titolo di imposta, interessi e sanzioni entro il termine previsto dalla norma. Di conseguenza, il contribuente non può beneficiare della riduzione complessiva delle sanzioni applicabili anche quando i versamenti delle rate successive siano eseguiti oltre tale termine. Per essere valido il “ravvedimento parziale”, è necessario che siano corrisposti interessi e sanzioni commisurati alla frazione di debito versato tardivamente, che non siano intervenuti controlli fiscali e non sia scaduto il termine previsto per il ravvedimento stesso.

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Interessi di mora per il ritardato pagamento delle cartelle: dall’01.10.2011 scatta il nuovo tasso.

A partire dal 1° ottobre 2011, gli interessi di mora sulle somme iscritte a ruolo pagate in ritardo, scendono dal 5,7567% al 5,0243% su base annua. Si tratta di quanto il contribuente ritardatario deve aggiungere al debito notificato, dal giorno in cui gli viene recapitata la cartella esattoriale e fino al giorno di pagamento, nel caso in cui non adempie al versamento delle somme iscritte a ruolo entro i 60 giorni dalla notifica della cartella. La nuova misura è stata fissata da un Provvedimento del 22 giugno 2011 del Direttore dell’Agenzia delle Entrate, in base alla media dei tassi bancari attivi individuata dalla Banca d’Italia aumentata di un punto.

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venerdì 24 giugno 2011

Snc: in caso di vendita delle quote sociali la plusvalenza tassabile deve tenere conto dalla riserva di rivalutazione?

Domanda
La rivalutazione dei beni di impresa di una S.N.C. effettuata ai sensi del D.L. n. 185/2008 comporta l'iscrizione nel patrimonio netto contabile di una riserva di rivalutazione. Posto che non è stata effettuata la rivalutazione delle quote sociali e posto che l'affrancamento della riserva di rivalutazione, anche se possibile, non è stata comunuque effettuata, si pone la seguente domanda: in caso di vendita delle quote sociali la plusvalenza tassabile ai sensi dell'art. 67, c. 1 lett. c) e 68, c. 3 del T.U. 917, dovrà o non dovrà tenere conto del suddetto valore costituito dalla riserva di rivalutazione?

Risposta
La rivalutazione cui si fa riferimento è quella prevista dall'art. 15, commi 16-23, D.L. n. 185/2008 e relativa ai beni immobili (inclusi quelli completamente ammortizzati e le immobilizzazioni in corso), con esclusione delle aree fabbricabili e degli immobili alla cui produzione e al cui scambio è diretta l'attività dell'impresa.

Senza riepilogare le caratteristiche della rivalutazione, da quanto emerge dal quesito nel caso di specie, la rivalutazione è stata operata anche ai fini fiscali, senza affrancamento del saldo di rivalutazione. Ciò comporta che il saldo assume la natura di una riserva in sospensione di imposta. Relativamente alle società di persone, la distribuzione di detta riserva comporta un maggior reddito imponibile (una variazione in aumento in sede di calcolo delle imposte) per la società, tassata - poi - per trasparenza in capo al socio. Ne discende anche l'incremento del costo della partecipazione (cosa usuale relativamente al reddito imputato per trasparenza) che si ridurrà al momento dell'effettiva distribuzione degli utili, senza, peraltro, che ciò comporti una ulteriore tassazione in capo al socio.

Questo, il quadro di riferimento generale con riguardo alla rivalutazione.

L'aspetto che rileva ai fini del quesito è quello relativo alla formazione del costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione in capo al socio. La rivalutazione operata dalla società non si rifletta, automaticamente, sul costo della partecipazione. E' evidente che diversi valori in capo alla società, prima o poi si riverseranno anche sul socio, sul suo reddito o sul costo della partecipazione, dato che trattandosi di una società di persone, la tassazione avviene per trasparenza. Nello specifico, il costo della partecipazione sarà influenzata, come già segnalato, dalla distribuzione del saldo attivo di rivalutazione ma anche, più genericamente ed in misura indiretta, dai minori redditi imponibili che saranno imputati al socio per effetto del maggiori costi derivanti dalla rivalutazione (si ricorda, peraltro, che effetti fiscali sono differiti al 2013 e al 2014).. Si pensi ai minori imponibili generati per effetto degli ammortamenti fiscali, ovvero quelli generati dalla minor plusvalenza (o maggiore minusvalenza) nell'ipotesi di cessione.

A parte, quindi, il meccanismo tipico di incremento/decremento del costo della partecipazione in una società trasparente, il costo non è influenzato da fenomeni propri e tipici della società stessa. Ne consegue che, in assenza di distribuzione della riserva, il costo della partecipazione prescinde dall'importo della riserva di rivalutazione non distribuita.

Se, invece, la rivalutazione avesse avuto solo riconoscimento civilistico (e non fiscale), il problema non si porrebbe. In detta ipotesi, infatti, la distribuzione della riserva non genererebbe alcuna tassazione e il costo della partecipazione non sarebbe incisa, né direttamente né indirettamente, dall'avvenuta rivalutazione civilistica degli immobili.


Fonte: IPSOA

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Spesometro e ultimi chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate.

Con la Circolare n. 28/E del 21.06.2011, l’Agenzia delle Entrate affronta il tema della comunicazione delle operazioni rilevanti ai fini Iva di importo superiore a 3.000 €, disposta dal D.L. n. 78/2010. In particolare, gli acquisti delle autovetture vanno comprese nella comunicazione, mentre gli acquisti di immobili sono esclusi da tale comunicazione. Il motivo del differente trattamento va ricercato negli archivi dell’Anagrafe Tributaria che accolgono soltanto le “variazioni” del mercato immobiliare e non ospitano, invece, i passaggi di proprietà degli autoveicoli che, pertanto, non possono essere monitorati facilmente. Sulla “data dell’operazione” da indicare nella comunicazione è specificato che va riportata quella di registrazione, ma se quest’ultima non è prevista fa fede la data della fattura.

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Via libera dalla Camera il 21.06.2011 al maxi emendamento del Governo con le modifiche al Decreto Sviluppo.

Il 21.06.2011 il Decreto sviluppo è stato approvato dalla Camera con 317 sì, 293 no e 2 astenuti: entro il 12 luglio dovrà passare al Senato per il via libero definitivo. Tra le modifiche di carattere generale l'abrogazione delle norme sulla concessione del diritto di superficie per il demanio marittimo, mentre per quel che riguarda il fronte fiscale le novità principali sono relative alle procedure di riscossione coattiva. In particolare, sale a 180 giorni il termine massimo per la sospensione in caso di ricorso, mentre per i debiti fiscali fino a 2.000 euro, si può ricorrere alle ganasce fiscali solo dopo due solleciti di pagamento di Equitalia a distanza di 6 mesi l'uno dall'altro e non si può iscrivere ipoteca per debiti fino a 20.000 euro se l'immobile è l'abitazione del debitore. È prevista inoltre la cessazione, a decorrere dal 1° gennaio 2012, da parte delle società del gruppo Equitalia delle attività di riscossione per conto dei Comuni e delle società partecipate.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Black list e i chiarimenti della Circolare n. 28/E/2011.

Con la Circolare n. 28/E del 21.06.2011, l’Agenzia delle Entrate ha formulato alcuni quesiti sull’obbligo di comunicazione delle operazioni “black list”. In particolare, in caso di importazioni di beni da uno Stato “black list”, i dati dell’operatore estero da inviare alle Entrate sono quelli rilevabili dalla bolletta doganale, e non dalla fattura. Un altro quesito riguarda l’importazione di beni originariamente esportati, a causa di reso. Secondo quanto precisato dall’Agenzia, si tratta di un’operazione autonoma rispetto all’iniziale cessione, e di conseguenza, deve essere inviata apposita comunicazione, non essendo sufficiente una semplice rettifica di quella precedente.

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Controlli mirati sulle piccole imprese e sui professionisti: attenzione non solo alle componenti quantitative.

L'Agenzia delle Entrate accende i riflettori antievasione sulle piccole imprese e sui professionisti. Saranno proprio questi, nel 2010, al centro dell'attenzione degli agenti del fisco, convinti che dichiarano redditi troppo bassi. A tal fine, si profila un piano di controlli straordinario con accessi mirati, ma saranno programmate anche verifiche più generali. L’attenzione non sarà posta sulle sole componenti quantitative e per questo le strutture organizzative delle Entrate stanno mettendo a punto una rimodulazione dell’obbiettivo di produzione sull’indicatore “accertamenti nei confronti di imprese di piccole dimensioni e professionisti”. Ad annunciarlo è stato il Direttore delle Entrate, Attilio Befera, in un incontro nei giorni scorsi con i Direttori provinciali dell’Agenzia.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Deducibilità interessi passivi. Speciale per holding assicurative.

Le holding che detengono partecipazioni in società di assicurazioni fanno parte della categoria dei soggetti “non industriali” e, pertanto, applicano il “regime speciale” in base al quale è possibile dedurre integralmente (comma 5-bis, articolo 96, del Tuir) gli interessi passivi relativi a finanziamenti contratti tra soggetti dello stesso gruppo fiscale e compensare (comma 7) le eventuali eccedenze di interessi passivi non dedotti e di Rol non utilizzato. Questo perché è possibile assimilare le holding con partecipazioni in società di assicurazioni a quelle che partecipano al capitale di società creditizie e finanziarie.
È, in sintesi, l’ulteriore chiarimento fornito con la risoluzione 68/E del 23 giugno che, appunto, va ad arricchire quanto già precisato con le circolari 19 e 37 del 2009, sulla deducibilità degli interessi passivi dal reddito d’impresa. Una materia largamente visitata e modificata dalla legge finanziaria per il 2008 (la 244/2007).

Detto ciò, la risoluzione riepiloga le disposizioni contenute nell’articolo 96 del Tuir (commi da 1 a 4 e commi 5, 5-bis e 7). Un riassunto per ribadire la finalità delle norme e la ragione del nuovo chiarimento.
Nel primo “blocco” di commi è, infatti, previsto un “regime ordinario” applicabile alle fiscal unit “industriali”, in base al quale l’ammontare degli interessi passivi che derivano da rapporti di natura finanziaria può essere dedotto fino a concorrenza degli interessi attivi, con possibilità di riporto in avanti delle eccedenze nel limite del 30% del Rol (risultato operativo lordo) non utilizzato.

Per altri soggetti Ires (comma 5 e 5-bis), tra i quali le banche e gli altri soggetti finanziari, invece, il Tuir prevede un regime “speciale” di deduzione degli interessi passivi pari al 96% del loro ammontare. In tale sistema rientrano anche le holding le cui partecipazioni sono possedute in misura “prevalente” in società bancarie, assicurative e finanziarie. Nel 5-bis, inoltre, è stabilito un trattamento particolare per chi partecipa al consolidato fiscale nazionale, nell’ambito del quale è possibile dedurre integralmente gli interessi passivi relativi a finanziamenti contratti tra soggetti del medesimo gruppo fiscale e compensare (comma 7) le eventuali eccedenze di interessi passivi non dedotti e di Rol non utilizzato.

Quindi, per le holding assicurative, regime “speciale” sì, anche con riferimento alla disciplina prevista nel consolidato nazionale, ma a una condizione: che risulti positiva la verifica del requisito di “esercizio esclusivo e prevalente” di attività sia creditizie e finanziarie sia assicurative, da parte delle partecipate.

In caso contrario, se cioè nel consolidato vi siano anche soggetti “industriali” in “regime ordinario”, andranno individuati due sottogruppi consolidati e la deduzione degli interessi passivi relativi a ciascuno di essi seguirà le regole proprie dettate dal legislatore, rispettivamente per le società “industriali” e per quelle “finanziarie”, evitando in tal modo possibili duplicazioni di deduzione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Irap e addizionale Irpef maggiorate se i conti della sanità non tornano.

Confermate, anche per quest’anno, la maggiorazione Irap e quella relativa all’addizionale regionale Irpef nelle regioni Calabria, Campania e Molise. Il Tavolo per la verifica degli adempimenti e il Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza hanno, infatti, accertato, in tali territori, anche per il 2010, una situazione debitoria tale da far scattare gli automatismi fiscali finalizzati a ripianare il deficit sanitario (legge 191/2009, articolo 2, comma 86).

Gli incrementi delle aliquote, già applicati lo scorso anno, valgono dunque anche per il 2011: 0,15 punti percentuali per l’imposta regionale sulle attività produttive e 0,30% in più per quanto concerne l’addizionale Irpef.

Gli effetti dell’aumento incidono sull’acconto Irap, il cui calcolo può essere effettuato scegliendo tra due diversi metodi:
lo storico, che considera quale imposta del periodo precedente quella determinata applicando l’aliquota del 2010, già comprensiva della maggiorazione di 0,15 punti percentuali
il previsionale, per il quale va assunta come imposta di riferimento quella determinata applicando al volume della produzione previsto l’aliquota d’imposta maggiorata di 0,15 punti percentuali.

Nelle tre regioni, le conseguenze della variazione dell’addizionale Irpef relativa al periodo d’imposta 2011 si avvertiranno, invece, nel 2012. Caso a parte quello dei lavoratori dipendenti che cessano il rapporto di lavoro nel corso dell’anno: i loro datori devono trattenere in sede di conguaglio l’ammontare dell’addizionale regionale 2011, oltre a quello delle rate residue relative al 2010, applicando l’aliquota maggiorata dell’1,70 per cento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Interessi più bassi per la cartella passata in cassa dopo 60 giorni.

In discesa gli interessi di mora sulle somme iscritte a ruolo pagate in ritardo. Dal 1° ottobre la percentuale passerà dal 5,7567% al 5,0243%, perdendo quasi 0,75 punti percentuali.
Si tratta di quanto il contribuente ritardatario deve aggiungere al debito notificato, dal giorno in cui gli viene recapitata la cartella e fino al giorno del pagamento, nel caso in cui si lasciasse “sfuggire” i 60 giorni di tempo a disposizione per pagare senza ulteriori maggiorazioni (articolo 30, Dpr 602/1973).

Il nuovo tasso è stato fissato con un provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate del 22 giugno, in base alla media dei tassi bancari attivi individuata dalla Banca d’Italia con riferimento al 2010 (in flessione rispetto al 2009), aumentata di un punto.
La maggiorazione è motivata per differenziare le misure del tasso di interesse nelle diverse ipotesi di riscossione mediante ruolo a seconda del comportamento del contribuente. In caso di rateazione o sospensione, infatti, il decreto ministeriale del 21 maggio 2009 ha stabilito l’applicazione di un tasso di interesse del 4,5% annuo.


Fonte: Agenzia Entrate

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Ravvedimento parziale.

E’ possibile usufruire dei benefici riconosciuti dal ravvedimento operoso anche quando la violazione commessa viene regolarizzata in modo frazionato. Se però intervengono controlli fiscali nei confronti del contribuente o scade il termine per il ravvedimento, per la parte di debito residuo non spetta la riduzione delle sanzioni.
E’ l’importante precisazione contenuta nella risoluzione n. 67/E del 23 giugno, con cui l’Agenzia delle Entrate chiarisce dubbi interpretativi e problematiche applicative relativi alla possibilità, per i contribuenti, di usufruire dei benefici del ravvedimento nei casi in cui ravvedano quote parti di una determinata violazione, con contestuale versamento, in misura congrua, della sanzione e degli interessi legali, nei termini previsti dalla norma.

In base a una lettura rigorosa della circolare 192/1998, si è infatti dubitato che il contribuente potesse godere della riduzione di cui all’articolo 13 del decreto legislativo 472/1997 anche nell’ipotesi in cui eseguisse, seppur in modo frazionato ma entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso del quale è stata commessa la violazione, tutte le incombenze necessarie per il perfezionamento del ravvedimento (versamento di imposta, o parte di essa, con relativi interessi e sanzioni calcolati in misura congrua).

Per dirimere il dubbio, la risoluzione ha preliminarmente operato una distinzione tra “rateazione delle somme da ravvedimento” e “ravvedimento parziale”, escludendo che si possa ritenere il ravvedimento della violazione comunque perfezionato con il versamento della cosiddetta “prima rata” di quanto complessivamente dovuto a titolo di imposta, interessi e sanzioni entro il termine ultimo previsto e che si possa beneficiare della riduzione delle sanzioni anche per i versamenti successivi, effettuati oltre tale termine.
Allo stesso modo, la risoluzione ha escluso che, in caso di controllo fiscale attivato tra un versamento e l’altro, il contribuente possa invocare l’avvenuta definizione integrale della violazione per effetto del versamento della “prima rata”.

Relativamente, quindi, alla fattispecie prospettata, il documento di prassi ha chiarito come sia più opportuno parlare di ravvedimento “parziale” di quanto originariamente e complessivamente dovuto e che tale possibilità, per effetto di una lettura meno rigorosa della circolare 192/1998, allo stato, non sia preclusa.
Ai fini del perfezionamento del ravvedimento parziale, comunque, è necessario che siano corrisposti interessi e sanzioni commisurati alla frazione di debito versato tardivamente, che non siano intervenuti controlli fiscali e non sia scaduto il termine previsto per il ravvedimento stesso.


Fonte: Agenzia Entrate

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giovedì 23 giugno 2011

Quesito: agevolazione forze armate.

io ho un problema che non riesco a sbrogliare, dunque io sono residente a bari dove lavoro, sono un dipendente militare,
come ben sapete per effetto di una legge noi non abbiamo l'obbligo di residenza, bene fn qui, ho acquistato una casa fuori citta a circa 80 km da bari, e l'ho fatto come prima casa, da premettere che per motivi di lavoro ho la residenza in un appartamento in affitto, quest'anno volevo fare il 730 per scaricarmi qualche medicina ecc....ma il mio commercialista mi ha fermato poiche ha trovato una incongruenza tra la residenza mia e l'ubicazione della mia "prima casa"....la domanda e questa io l'ICI la devo pagare?
e se si perche devo pagare per la prima casa se non ho l'obbligo di residenza?

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Black list, quadro RW, spesometro e redditometro: le risposte dell’Agenzia alla stampa specializzata.

Le modalità di invio ed eventuali sanzioni in sede di prima applicazione della comunicazione “black list”. L’obbligo di compilazione del modulo RW nei movimenti dall’estero sull’estero. La comunicazione che i soggetti Iva devono inviare online all’Amministrazione finanziaria per informarla di tutte le operazioni rilevanti ai fini Iva con corrispettivi che raggiungono o superano i 3.000 €. In scena anche l’accertamento sintetico e il redditometro. Sono soltanto alcune delle tematiche chiarite dall’Agenzia delle Entrate nella Circolare n. 28/E del 21 giugno 2011, che risponde alle domande della stampa specializzata e passa in rassegna le ultime novità del Fisco.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Autotrasportatori, strada aperta alle agevolazioni.

Con il Comunicato Stampa del 21.06.2011, l’Agenzia delle Entrate ha confermato i benefici destinati agli autotrasportatori nella stessa misura di quelli erogati nel 2010. In particolare, le imprese di autotrasporto merci, sia in conto terzi, sia in conto proprio, possono recuperare nel 2011, fino a un massimo di 300 € per ciascun veicolo (tramite compensazione in Mod. F24), le somme versate nel 2010 come contributo al Servizio Sanitario Nazionale sui premi di assicurazione per la responsabilità civile, per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore adibiti a trasporto merci, di massa complessiva a pieno carico non inferiore a 11,5 tonnellate. Per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore oltre il Comune in cui ha sede l’impresa di trasporto merci per conto di terzi è, inoltre, prevista una deduzione forfetaria di spese non documentate, per il periodo d’imposta 2010, in misura pari a 56 € per i trasporti all’interno della Regione e delle Regioni confinanti e pari a 92 € per i trasporti effettuati oltre tale ambito.

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Studi di settore e redditometro.

Con la sentenza 13289 del 17 giugno, la Corte di cassazione, sovvertendo la decisione della Commissione tributaria regionale impugnata, ha legittimato valenza reddituale allo specifico indice rivelatore costituito dal possesso, nella specie, di tre autovetture e di altri beni indice di capacità contributiva.

La pronuncia ha anche aggiunto che la connotazione di presunzione semplice e la necessità di esperire il preventivo contraddittorio sono entrambi principi che vincolano il “vecchio” redditometro alle regole previste per il futuro nuovo strumento accertativo.

Il fatto
La vicenda riguarda un avviso di accertamento da redditometro emesso a carico di un contribuente, che non aveva presentato la dichiarazione dei redditi, con il quale l’ufficio ha accertato sinteticamente il reddito complessivo di quell’anno, in applicazione dei coefficienti previsti dalle norme (decreti ministeriali 10 settembre e 19 novembre 1992; articolo 38, comma 4, del Dpr 600/1973, nella versione applicabile fino al periodo d'imposta 2008, ossia prima delle modifiche apportate alla materia dall’articolo 22, del Dl 78/2010).

Il contribuente, esercente attività di impresa, pur avendo nel periodo considerato la disponibilità di automobili e realizzato incrementi patrimoniali (possesso di una casa di abitazione e di un’assicurazione), aveva risposto negativamente a un questionario (anzi, certificando la vendita dei beni mobili) con il quale l’ufficio richiedeva “ulteriori” precisazioni in relazione a documenti già in suo possesso.

L’atto impositivo veniva impugnato in Commissione tributaria provinciale, lamentando violazione dello Statuto del contribuente (legge 212/2000) nel punto in cui sancisce espressamente il divieto di chiedere, con il questionario, chiarimenti su dati già in possesso dell’Amministrazione finanziaria (articolo 6, comma 4). Tesi, questa, accolta dal primo giudice di merito e confermata in appello, ove la Commissione del riesame ha sancito l’illegittimità del questionario – e, di conseguenza, dell’atto impugnato – principalmente per la circostanza che i dati e documenti richiesti erano già conosciuti dall’ufficio. Sicché quest’ultimo avrebbe apertamente violato, da un lato, l’articolo 6, comma 4, dello Statuto del contribuente e, dall’altro, la normativa di settore, dato che i beni posseduti dal contribuente non costituirebbero “indici di spesa” per giustificare l’accertamento redditometrico ma beni “strumentali” inerenti l’attività d’impresa esercitata.

Avverso l’ultima decisione l’Amministrazione presenta ricorso in Cassazione, articolandolo in una svariata serie di motivi, con i quali denuncia, tra l’altro, la sentenza impugnata:
per violazione dell’articolo 32, comma 1, n. 4, Dpr 600/1973, in quanto, con tale disposizione, il legislatore ha inteso rimarcare che i dati e le notizie richieste devono essere rilevanti e soprattutto specificati in modo che al contribuente sia consentito l’agevole esercizio del proprio diritto di difesa. Per dette ragioni, la pluralità dei dati e notizie richieste nel questionario non solo non sono in contrasto con il canone legale della specificità, ma al contrario connotano necessariamente il paradigma normativo, proprio perché l’ufficio deve rendere edotto il contribuente che si tratta di elementi basilari ai fini dell’accertamento
perché non sussiste violazione dell’articolo 6 dello Statuto del contribuente, atteso che il questionario dell’ufficio ha riguardato notizie per tutti i beni o servizi di cui alla tabella allegata al Dm del settembre 1992, per cui la richiesta doveva necessariamente essere riferita anche agli elementi già in suo possesso, al fine di consentire al contribuente di provare che il maggior reddito determinabile sinteticamente era costituito in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta. In tal modo, al contribuente veniva consentito di addurre elementi a proprio favore anche su tale documentazione già agli atti. Al massimo, l’illegittimità dell’invito dovrebbe intendersi limitata alla sanzione applicata per l’omessa risposta al questionario, ma non penalizzare la disposizione che prevede l’inutilizzabilità di notizie, dati o documenti non forniti in sede amministrativa e non in possesso dell’ente impositore (ex articolo 32, comma 4, del Dpr 600/1973).
Altro punto importante toccato dal ricorso attiene alla valenza ontologica dell’articolo 38 del Dpr 600/1973, considerato che l’accertamento sintetico con metodo induttivo consiste nell’applicazione di presunzioni semplici, in virtù delle quali l’ufficio è legittimato a risalire da un fatto noto (l’esborso di rilevanti somme di denaro per l’acquisto di beni) a un fatto ignoto (la sussistenza di un certo reddito e, quindi, di capacità contributiva). Detta presunzione genera l’inversione dell’onere della prova, trasferendo al contribuente il dovere di dimostrare che il fatto addotto dall’ente impositore non corrisponde alla realtà.

Motivi della decisione
Con la variegata sentenza 13289/2011, la Suprema corte afferma, sostanzialmente, che va riconosciuto valore reddituale ai beni che il contribuente ha dichiarato in risposta al questionario. Soluzione che merita la disapprovazione dell’operato della Commissione del riesame che si era limitata a escludere ogni valenza reddituale allo specifico indice rivelatore quale il possesso delle automobili e degli incrementi patrimoniali.
E ribadisce, al riguardo, il principio di diritto secondo cui il divieto – posto dalla legge 212/2000 – di richiedere al contribuente documenti e informazioni già in possesso dell'Amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche, di per sé, non esclude il potere dell’ufficio di chiedere, oltre a documenti e informazioni non in suo possesso (o in possesso di Amministrazioni terze), soprattutto specificazioni su notizie da esso già conosciute. Questo per dare concretezza ed effettività al contraddittorio, al fine di adeguare l’elaborazione statistica degli standard alla concreta realtà economica del contribuente. Perciò va riconosciuto valore reddituale ai beni dichiarati in risposta al questionario.

A tale risultato si perviene alla luce del canone affermato ripetutamente dalla giurisprudenza di legittimità (Cassazione, sentenze 8738/2002, 2656/2007 e 21661/2010), secondo cui il richiamato articolo 38, che disciplina i criteri di rettifica delle dichiarazioni delle persone fisiche, prevede che il controllo della congruità delle stesse venga effettuato partendo da dati certi e utilizzando gli stessi come indici di capacità di spesa per dedurne, avvalendosi di specifici e predeterminati parametri di valorizzazione (redditometro), il reddito presuntivamente necessario a garantirla.
Quando il reddito determinato in tal modo si discosta da quello dichiarato per almeno due annualità l’ufficio può procedere all’accertamento con metodo sintetico determinando il reddito induttivamente e, quindi, utilizzando i parametri indicati a condizione che il reddito così calcolato sia superiore di almeno un quarto a quello dichiarato.
L’unico onere dell’ufficio è quello di individuare elementi certi indicatori di capacità di spesa, mentre i coefficienti presuntivi vengono utilizzati sia al fine di accertare l’incongruità del reddito dichiarato sia per determinare sinteticamente quello da accertare. Naturalmente, il contribuente può, oltre che contestare il possesso degli indicatori di capacità di spesa, provare, con idonea documentazione, che il maggior reddito determinato (o determinabile) sinteticamente è costituito, in tutto o in parte, da redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte. Infatti, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, qualora il contribuente, in sede di risposta ad apposito questionario, ammetta la proprietà e l’utilizzazione di determinati beni, indici di capacità contributiva, ha l’onere di provare in modo rigoroso che tali beni appartengono a terzi e sono da questi utilizzati, restando altrimenti esposto alle conseguenze previste in tema di accertamento presuntivo del reddito della propria dichiarazione (Cassazione 8738/2002).

La Corte è approdata a queste conclusioni dopo aver manifestato di aderire a quel consolidato orientamento del “diritto vivente” espresso in materia (Cassazione, sentenze 26635-26638/2009, 22552-22555/2010, 12558/2010, 13594/2010, 21661/2010 e 10778/2011), in base al quale è stato in sostanza affermato che:
la procedura di accertamento standardizzato, mediante l’applicazione di parametri e studi di settore, costituisce un insieme di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza di dette presunzioni non è ex lege predeterminata, ma nasce in esito al contraddittorio con il contribuente
il contraddittorio è uno strumento indefettibile all’interno del procedimento e la mancata attuazione dello stesso provoca la nullità degli avvisi di accertamento emessi in sua assenza
la costruzione della motivazione dell’accertamento deve richiamare gli elementi emersi e valutati in sede di contraddittorio, mentre può limitarsi al solo richiamo degli standard esclusivamente nel caso di mancata presentazione del contribuente regolarmente convocato.
La Suprema corte sottolinea ancora che il contribuente ha l’onere, nelle sedi amministrativa e processuale, di contestare puntualmente l’applicazione dei coefficienti parametrici, nonché di allegare e provare specifiche situazioni che renderebbero inadeguati al proprio caso gli standard considerati (Cassazione 12786/2011).

A supporto delle conclusioni del Collegio di legittimità, è interessante richiamare anche l’ordinanza 181/2007 della Corte costituzionale, con la quale è stata dichiarata manifestamente infondata la questione di legittimità dell’articolo 32, comma 4, del Dpr 600/1973, sollevata in riferimento all’articolo 53, comma 1, della Costituzione, in quanto la preclusione prevista dalla norma censurata, risolvendosi in un divieto di allegazione in giudizio dei dati e dei documenti non forniti dal contribuente in risposta all’invito dell’Amministrazione finanziaria, opera sul piano esclusivamente processuale ed è perciò inidonea a menomare il principio di capacità contributiva.
In altri termini, l’evidente grossolano errore in cui è caduta la Commissione del riesame è data dalla circostanza di aver proceduto all’annullamento degli atti impositivi, con la cui assunzione ha “immotivatamente” escluso ogni valenza reddituale allo specifico indice rivelatore dato proprio dal possesso, confermato dal contribuente in risposta al “questionario” di beni indici di capacità contributiva (autovetture).

Ciò vuol dire, in ultima analisi che, per escludere il fatto indice dal novero dell’accertamento redditometrico, non è sufficiente l’affermazione non dimostrata di utilizzo dei beni nell’esercizio di impresa, in quanto trattasi di elementi rilevatori di capacità contributiva riferita non al fatto in sé, ma all’acquisto – considerato nel suo complesso – e in relazione ai mezzi (non dichiarati) per farvi fronte.


Fonte: Agenzia Entrate

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Vendite online e diritti per il distributore.

L’utilizzo di internet finalizzato alla vendita on line deve essere in linea di principio consentito a qualsiasi distributore. Il divieto generale e assoluto di vendere su Internet imposto da una società produttrice ai propri distributori autorizzati, che ecceda quanto necessario per distribuire i prodotti in maniera adeguata, è restrittivo della concorrenza e vietato dal trattato UE.

I limiti alla rivendita ed alla distribuzione dei prodotti on line hanno di recente costituito oggetto di grande interesse nell’ambito dell’evoluzione delle norme sulla tutela della concorrenza, in particolare a partire dall’1 giugno 2011.

L’art. 101 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, TFUE (ex art. 81 CE) vieta “tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune”; e le intese vietate sono nulle di diritto.

Tuttavia secondo l’art. 101.3 TFUE tale divieto può essere dichiarato inapplicabile a qualsiasi accordo che contribuisca “a migliorare la produzione o la distribuzione dei prodotti o a promuovere il progresso tecnico o economico, pur riservando agli utilizzatori una congrua parte dell'utile che ne deriva”.

Nuova disciplina delle vendite on line: il Regolamento UE 330/2010

Il Reg. UE 330/2010 della Commissione europea sull’applicazione dell’art. 101.3 TFUE a categorie di accordi verticali e pratiche concordate (ossia agli accordi tra imprese operanti a diversi livelli della catena produttiva e/o distributiva), è entrato in vigore l’1 giugno 2010 ed è applicabile a tutti gli accordi a partire dal termine del periodo transitorio, ossia dal 1 giugno 2011.

Il nuovo regolamento si pone in sostanziale continuità con la precedente disciplina dettata dal Reg. CE 2790/99, ma introduce alcune novità importanti, tra le quali una disciplina specifica sulle vendite di prodotti on line.

Sono esclusi dal campo di applicazione del regolamento, e dunque non possono essere esentati, gli accordi che hanno per oggetto alcune restrizioni fondamentali indicate all’articolo 4; tra queste sono le restrizioni delle vendite c.d. passive ove, per vendita passiva, si intende “la risposta ad ordini non sollecitati di singoli clienti, incluse la consegna di beni o la prestazione di servizi a tali clienti” (paragrafo 51 delle Linee direttrici della Commissione).

L’utilizzo di un sito web e di Internet ai fini della vendita, considerato un modo ragionevole di consentire ai clienti di raggiungere il distributore (e pertanto dal punto di vista del distributore una forma di vendita passiva), deve essere in linea di principio consentito a qualsiasi distributore e non limitato da parte del produttore. Alcune forme di limitazione delle vendite on line in quanto atte a limitare le possibilità del distributore di raggiungere clienti più numerosi e diversificati - rientrano dunque tra le restrizioni delle vendite passive (paragrafo 52 delle Linee direttrici).

La Commissione identifica comunque alcuni casi in cui il produttore può prevedere restrizioni alla rivendita on line dei propri prodotti.

Si tratta essenzialmente di casi in cui un determinato uso di Internet come strumento di promozione può dar luogo a vendite attive, e non passive, in territori affidati ad altri distributori.

Qualora gli accordi contengano restrizioni gravi della concorrenza, gli stessi possono eventualmente beneficiare anche di esenzioni individuali da parte della Commissione (paragrafo 64 Linee direttrici), a seguito di apposita istanza.

Il produttore può comunque esigere dal proprio distributore che intenda rivendere on line determinati standard qualitativi in relazione all’uso del sito internet, così come avviene per il punto-vendita fisico nell’ambito della c.d. “distribuzione selettiva” (ove il fornitore vende solo a distributori selezionati in un determinato territorio in base a criteri specifici).

Divieto di rivendita on line secondo la Corte di Giustizia UE (caso C-439/09)

Pur non essendo allora espressamente previsto dal precedente Reg. CE n. 2790/99 sugli accordi verticali, il divieto assoluto delle vendite on line è stato comunque considerato lesivo dei diritti di concorrenza on line a seguito della questione pregiudiziale sollevata dalla Corte d’appello di Parigi nella causa promossa dalla società Pierre Fabre Dermo-Cosmètique S.A.S. (“Pierre Fabre”) sanzionata dall’autorità francese a tutela della concorrenza per aver imposto ai propri distributori autorizzati un divieto generalizzato di rivendita on line.

La società Pierre Fabre ha concluso con i propri distributori selettivi accordi per la distribuzione dei prodotti cosmetici e di igiene personale nei quali si prevedeva che le vendite dovevano essere effettuate unicamente in uno spazio fisico e in presenza di un farmacista.

A seguito di un’indagine, il Consiglio della concorrenza francese aveva dichiarato che tali accordi, vietando di fatto tutte le vendite su Internet, costituivano accordi anticoncorrenziali in violazione del Codice del Commercio francese e del diritto della concorrenza dell’UE.

Pierre Fabre si è rivolta alla Corte di Appello di Parigi, la quale ha chiesto alla Corte di Giustizia UE di pronunziarsi in via pregiudiziale chiarendo se il divieto assoluto di vendite su Internet costituisca una grave restrizione della concorrenza, vietata dall’art. 101 TFUE e se l’accordo che prevede tale divieto possa beneficiare di un’esenzione per categoria ovvero di un’esenzione individuale a norma dell’art. 101, comma 3 TFUE.

Il 3 marzo 2011, l’Avvocato generale della Corte di Giustizia, Jan Màzàk, nelle proprie conclusioni, ha confermato che il divieto assoluto di vendite su internet deve ritenersi restrittivo della concorrenza ai sensi dell’art. 81 n. 1 CE (oggi articolo 101.1 TFUE) e che, dunque, non può beneficiare di un’esenzione per categoria. In particolare, un divieto generale e assoluto di vendere su Internet nel contesto di una rete di distribuzione selettiva, che ecceda quanto obiettivamente necessario per distribuire prodotti in maniera adeguata, tenendo conto delle loro caratteristiche materiali, della loro aura e della loro immagine, finisce per restringere la concorrenza e rientra nell’art. 81, n. 1, CE.

La normativa comunitaria relativa alla concorrenza, ammette i sistemi di “distribuzione selettiva”, a condizione, però, che i requisiti qualitativi imposti ai distributori in relazione alle modalità attraverso le quali deve avvenire la vendita dei prodotti, non eccedano determinati limiti oggettivi.

Nonostante Pierre Fabre affermasse che le restrizioni erano poste al fine di preservare la qualità della distribuzione, l’Avvocato generale ha ritenuto che il divieto assoluto di vendita su internet, non rispondendo direttamente all’esigenza obiettiva di garantire una più adeguata distribuzione dei prodotti, avesse un oggetto restrittivo della concorrenza.

In casi come questi, spetta al giudice nazionale esaminare se un divieto di vendere su Internet sia o meno proporzionato; il produttore può infatti imporre condizioni adeguate, ragionevoli e non discriminatorie sulle vendite via Internet tutelando in tal modo l’immagine dei suoi prodotti.

La normativa sulla concorrenza non poteva dunque che tenere conto dell’evoluzione delle forme distributive; pertanto, un divieto assoluto di vendita su Internet che restringa sia le vendite attive sia le vendite passive del rivenditore, impedendo a quest’ultimo di avvalersi di un moderno strumento di comunicazione e commercializzazione, costituisce secondo la Commissione e secondo l’Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE una restrizione grave della concorrenza e, in quanto tale, non può beneficiare dell’esenzione dal divieto di restrizioni dalla concorrenza.

L’apposizione di clausole limitative della facoltà di rivendita on line è dunque da considerarsi con estrema attenzione rientrando, in determinati casi, nell’ambito di clausole restrittive della concorrenza, potenzialmente nulle e sanzionabili dalle competenti autorità in materia di concorrenza.

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mercoledì 22 giugno 2011

Quesito: operazioni triangolari.

CASO: operatore italiano IT1 consegna per la lavorazione materiale a SK1 (operatore in Slovakia che effettuerà la lavorazione e fatturerà direttamente a IT1) SK1 consegna direttamente a SK2 il materiale lavorato per conto di IT1 che emetterà fattura di vendita a SK2.
Come dovrei comportarmi per la compilazione dei documenti ed in particolare per i codici iva e la compilazione dell'intrastat?

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Quesito: coniuge a carico e emissione parcelle.

lavoro presso uno studio di amministrazione condominiale con un
contratto a prestazione occasionale, non ho partita iva, volevo sapere se
dovessi essere messa a carico di mio marito,il quale ha un contratto a tempo
indeterminato presso un'azienda, io potrei ugualmente emettere delle
parcelle
con il calcolo del 20% di ritenuta d'acconto?esiste un importo massimo
annuale
da non superare se sono a carico del coniuge?mi avevano detto che l'importo
annuale da non superare è di € 2.800,00.

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Quesito: info riscatto.

Posso chiedere qual\'è la convenienza di un riscatto di laurea di 4 anni? Mi è già arrivato il decreto ( da pagare 7.560 euro in 96 rate a 91,90 euro al mese))
Inizio lavoro pubblico nel 1994, domanda fatta nel 1995
Sono nato nel luglio 1960 e con il riscatto averi ora 23 anni di contributi (altrimenti 19).
Non sono interessato ad andare in pensione prima, anzi a 68 anni con il riscatto arrivereri a 40 anni di contributi; mi potrebbe essere utile solo per una maggiorazione di 100 o 200 euro al mese.?
L'importo da pagare mi sembra basso rispetto ai nornMALI 15.000/20.000 CHE VEDO IN GIRO, FORSE PERCHè HO FATTO LA DOMANDA 15 ANNI FA

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Quesito: fatture pro-forma e IVA.

Ricevo spesso per il pagamento fatture pro-forma da professionisti Ing. e
Arch al fine di non pagare subito l'iva.
Mi chiedo, se il motivo è veramente solo questo mi sembra non necessario
predisporre la fattura pro-forma ma la fattura vera e propria e trascrivere
in essa "Operazione con IVA ad esigibilità differita" in quanto l'imposta
per prestazioni di servizi rese a Enti Pubblici....diventa esigibile
all'atto del pagamento del corrispettivo ai sensi dell'art.6, del d.PR
633/1972 vigente? O no?

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Notificazioni al fallito. Natura ordinatoria del termine e sua inosservanza.

Domanda
Qual è la natura del termine concesso dal giudice delegato, ai sensi dell'art. 98, comma 2, l.fall. (rito "intermedio"), per la notifica al fallito del ricorso e del conseguente decreto di fissazione dell'udienza?

Risposta
Al termine concesso dal giudice delegato, ai sensi dell'art. 98, comma 2, l.fall., già nel testo originario, per la notifica al curatore del ricorso e del conseguente decreto di fissazione dell'udienza, doveva attribuirsi natura ordinatoria, sicché la sua inosservanza non determinava l'inammissibilità dell'opposizione, restando sanata, ex art. 156 c.p.c., se alla nuova udienza fissata dal giudice delegato il curatore compariva e dimostrava di aver svolto l'attività cui la notifica del ricorso e del decreto era strumentale.

Ora, non vi sono ragioni per attribuire una diversa qualificazione al medesimo termine, nella disciplina risultante dalla modificazione della legge fallimentare operata dal d.lgs. 9 gennaio 2006, n. 5, laddove prevede (nel testo anteriore al decreto n. 169/2007) che il tribunale fissa l'udienza in camera di consiglio, assegnando al ricorrente un termine per la notifica del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza alla parte nei confronti della quale la domanda è proposta, al curatore ed al fallito.

Anche in tal caso, pertanto, e con specifico riferimento all'omessa notifica al fallito, è da ritenere che l'inosservanza del termine non renda inammissibile l'opposizione, restando sanata se alla nuova udienza fissata dal giudice l'opponente dimostri di avere provveduto all'adempimento prescritto nel termine che a tal fine gli era stato assegnato.


Fonte: IPSOA

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Lavori usuranti.

Il Ministero del Lavoro informa che la comunicazione di svolgimento di processo produttivo in serie caratterizzato dalla “linea catena” va fatta entro il 31 luglio 2011, mentre quella sull’esecuzione del lavoro notturno è fissata al 30 settembre 2011.
Con circolare n. 15/2011, il Ministero del Lavoro ha chiarito che il termine per effettuare la comunicazione di svolgimento di processo produttivo in serie caratterizzato dalla “linea catena”, inizialmente fissato al 25.6.2011, è prorogato al prossimo 31 luglio 2011, attese le difficoltà applicative della disposizione.

La comunicazione va fatta compilando il modello “LAV_US”, che sarà disponibile dal prossimo 21.6.2011 sul sito del Ministero all’indirizzo www.lavoro.gov.it, ed in tale comunicazione nel numero indicativo dei lavoratori impegnati nelle attività in questione andranno indicati anche i lavoratori utilizzati nell’ambito di una somministrazione.

Da notare che di fatto non si tratta di una vera e propria proroga; in effetti, come la circolare spiega, non sarà solo sanzionabile il datore di lavoro che abbia trasmesso la modulistica entro il 31.7.2011.

Quanto poi alla comunicazione sull’esecuzione del lavoro notturno, la stessa va fatta utilizzando il modello “LAV_NOT”, che sarà disponibile dal prossimo 20.7.2011 sul sito del Ministero all’indirizzo www.lavoro.gov.it.

La comunicazione in questione è, inoltre, fissata al 30.9.2011 con riferimento all’anno 2010, mentre il lavoro notturno svolto nell’anno 2011 dovrà essere comunicato entro il 31.3.2012.

Anche in questo caso nel numero indicativo dei lavoratori impegnati nelle attività in questione andranno indicati anche i lavoratori utilizzati nell’ambito di una somministrazione. Infine la circolare si sofferma sul sistema sanzionatorio ricordando che l’omissione delle suddette comunicazioni è punita con la sanzione amministrativa da € 500 ad € 1500, diffidabili ex art. 13, D.Lgs. n. 124/2004, per cui in caso di regolarizzazione il trasgressore potrà essere ammesso al pagamento della sanzione minima pari ad € 500 (da notare che anche la sanzione ridotta ex art 16 della Legge n. 689/81 è pari ad € 500).

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Black list, frontalieri, quadro RW.

Comunicazione delle operazioni “black list”: modalità di invio ed eventuali sanzioni in sede di prima applicazione. Monitoraggio fiscale: obbligo di compilazione del modulo RW nei movimenti dall’estero sull’estero. Sono soltanto alcune delle tematiche chiarite dall’Agenzia ai giornalisti nella circolare n. 28/E del 21 giugno.

Precisazioni in tema di comunicazione “black list”
Sono stati formulati alcuni quesiti sull’obbligo della comunicazione da inviare all’Agenzia delle Entrate con apposito modello, contenente le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate e ricevute nei confronti di operatori economici aventi sede, residenza o domicilio in Paesi a fiscalità privilegiata (articolo 1, Dl 40/2010).
In caso di importazioni di beni da uno Stato “black list”, i dati dell’operatore estero da inviare alle Entrate sono quelli rilevabili dalla bolletta doganale, e non dalla fattura; è una delle risposte dell’Agenzia inerenti l’obbligo di comunicazione.
Un altro quesito riguarda l’importazione di beni originariamente esportati (a causa di reso). Secondo quanto precisato dall’Agenzia, si tratta di un’operazione autonoma rispetto all’iniziale cessione; di conseguenza, deve essere inviata apposita comunicazione, non essendo sufficiente una semplice rettifica di quella precedente.
L’Agenzia, infine, chiarisce i dubbi sulle eventuali violazioni dell’obbligo di comunicazione del codice fiscale o degli altri dati identificativi degli operatori “black list” con cui si effettuano operazioni commerciali (articolo 4 del decreto del ministero dell’Economia e delle Finanze 30 marzo 2010).
Ricorda, in primo luogo, la circolare 54/E, che, in sede di prima applicazione dell’adempimento, prevede la non punibilità del contribuente italiano che commette delle irregolarità nella compilazione dei modelli (per il trimestre luglio-settembre 2010 o per i mesi da luglio a novembre 2010), a patto che provveda a sanare la violazione con una comunicazione integrativa da inviare entro il 31 gennaio 2011.
Chiarisce, poi, che se entro tale data l’operatore non ha provveduto a regolarizzare errori od omissioni, spetta agli accertatori, di volta in volta, verificare se per il contribuente era effettivamente impossibile ottenere il codice fiscale o gli altri dati identificativi dell’operatore residente nel paese a fiscalità privilegiata e, in caso affermativo, disapplicare la sanzione.
Infine, l’ultima risposta riguarda la disciplina della cosiddetta scheda carburante (Dpr 444/1997): i rifornimenti effettuati in paesi a fiscalità privilegiata non devono essere sono considerate operazioni black list. Non essendo, infatti, soggette a Iva non vanno segnalate all’Agenzia delle Entrate.

RW, chi deve compilarlo e chi no
Il trasferimento va considerato da estero su estero anche se l’operazione oltreconfine avviene all’interno dello stesso Stato e deve, quindi, essere segnalato nella sezione III del modulo RW della dichiarazione dei redditi relativa all’anno in cui il movimento è stato effettuato. Questo il primo chiarimento dell’Agenzia delle Entrate in materia di monitoraggio fiscale, la disciplina che consente all’Amministrazione finanziaria di individuare attività, investimenti o disinvestimenti effettuati in Stati esteri, possibili fonti di reddito imponibile nel nostro Paese.

Sempre a proposito di modulo RW, obbligo di presentazione anche per coloro che dispongono di attività o beni detenuti all’estero pur non essendone i titolari. La circolare fa l’esempio del conto corrente con delega di firma. Il “delegato” deve comunicare tutti i trasferimenti e i movimenti relativi al deposito in questione, nel caso in cui abbia la facoltà di prelevare autonomamente capitale, viceversa, non è tenuto a tale obbligo se opera esclusivamente su mandato e per conto dell’intestatario (circolare 45/2010).

Precisazioni, infine, anche riguardo all’esonero dal quadro RW per i “frontalieri”. Semplificando, si tratta di quei contribuenti italiani, che svolgono la loro attività lavorativa fuori confine e che, di solito, sono intestatari di un conto corrente nel Paese in cui lavorano sul quale vengono versati stipendi ed emolumenti. Costoro non sono sottoposti all’obbligo dichiarativo previsto dal monitoraggio fiscale per le attività detenute in tale Stato, se al 31 dicembre del periodo d’imposta di riferimento lavorano all’estero, dove hanno svolto la loro attività, nel corso dell’anno, per più di 183 giorni, anche se non ininterrottamente.
Quadro RW da compilare, invece, per le attività e i trasferimenti avvenuti al di fuori di tale situazione.


Fonte: Agenzia Entrate

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Operazioni Iva e spesometro.

In primo piano la comunicazione che i soggetti Iva devono inviare on line all’Amministrazione finanziaria per informarla di tutte le operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto con corrispettivi che raggiungono o superano i 3mila euro. In scena anche accertamento sintetico e redditometro (circolare 28/E).

Sullo spesometro
La regola generale, introdotta dal Dl 78/2010, che ricade sui soggetti passivi Iva, è l’obbligo di comunicare in via telematica all’Agenzia delle Entrate tutte le operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto (cessioni di beni e prestazioni di servizi rese e ricevute) con corrispettivi che raggiungono o superano i 3mila euro (di imponibile, Iva esclusa). Ma, tra il dire e il fare, tra la stesura della norma e la sua entrata a regime, è stata emanata una serie di documenti, affinché quanto disposto potesse trovare applicazione. Tra questi, il provvedimento direttoriale del 22 dicembre 2010, da cui, la circolare 28/E del 21 giugno, attinge alcune precisazioni che consentono all’Agenzia di chiarire diversi dubbi proposti dalla stampa economica.

Così, in risposta al quesito relativo alle modalità di verifica della soglia dei 3mila euro in caso di più operazioni tra uno stesso fornitore nei confronti di uno stesso cliente, la circolare ribadisce, sulla scia del provvedimento, che per taluni tipi di contratti (anche verbali), caratterizzati dalla continuità della prestazione, è previsto che i 3mila euro vadano computati avendo riguardo al totale dei corrispettivi dell’anno solare. I contratti in questione sono gli appalti, le forniture, le somministrazioni e, in generale tutti quelli da cui derivano corrispettivi periodici. Per le altre tipologie, il limite va verificato in relazione alla singola operazione.

Sulla “data dell’operazione” da indicare nella comunicazione è specificato che va riportata quella di registrazione, ma se quest’ultima non è prevista fa fede la data della fattura.

Sì alla comunicazione per le cessioni di autoveicoli, no per le compravendite di immobili. Il motivo del differente trattamento va ricercato negli “archivi” dell’Anagrafe tributaria che ospitano soltanto le “variazioni” del mercato immobiliare e non accolgono, invece, i passaggi di proprietà degli autoveicoli che, pertanto, non possono essere monitorati facilmente.

Privati o meno, sopra determinati importi la comunicazione va sempre effettuata. A questo proposito si ricorda che poco rileva l’elemento soggettivo, mentre conta quello oggettivo, in particolare il corrispettivo connesso alle operazioni. Il Dl 78/2010 ha, infatti, stabilito che l’obbligo scatta al superamento di due diverse soglie, rispettivamente di 3mila e 3.600 euro, a seconda che la transazione sia o non sia soggetta all’emissione della fattura. In più, va detto che per il periodo d’imposta 2010, la soglia è elevata a 25mila euro e la debuttante comunicazione è limitata alle sole operazioni con obbligo di fatturazione.

Accertamento sintetico e redditometro: l’uno o l’altro
L’Agenzia conferma l’alternatività dei due strumenti accertativi. In particolare, la scelta dell’uno o dell’altro da parte degli uffici sarà effettuata di volta in volta, in base al caso concreto.

Nell’ipotesi di acquisto di beni tramite finanziamenti (mutuo, leasing, eccetera), l’accertamento sintetico non guarderà all’intero valore dell’operazione, bensì solo alle quote o ai canoni versati nel corso del periodo d’imposta sotto la lente.

Sul “sintetico” regna il principio di cassa. Quindi, se per una operazione di compravendita è stato versato un acconto nel 2010, ma la transazione si concluderà in un diverso periodo d’imposta, ai fini dell’accertamento vale esclusivamente l’acconto.

La prova contraria
Il contribuente “spendaccione”, o presunto tale, individuato tramite l’accertamento sintetico, ha comunque la possibilità di dimostrare in modo documentato di avere sostenuto le spese ricorrendo a redditi differenti rispetto a quelli realizzati e dichiarati nel periodo d’imposta, come quelli esclusi legalmente dalla base imponibile.


Fonte: Agenzia Entrate

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Agevolazioni autotrasportatori.

Autotrasportatori all’erta: sono stati quantificati i bonus in favore della categoria, valevoli per il 2011. Restano immutati negli importi, rispetto allo scorso anno, sia quello introdotto per permettere il recupero del contributo al Servizio sanitario nazionale, sia la deduzione forfetaria prevista dal Tuir (articolo 66, comma 5) per le spese non documentate relative ai trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore.

Nel dettaglio, le imprese di autotrasporto merci - conto terzi e conto proprio - possono recuperare nel 2011, fino a un massimo di euro 300 per ciascun veicolo (tramite compensazione in F24), le somme versate nel 2010 come contributo al Servizio Sanitario Nazionale sui premi di assicurazione per la responsabilità civile per i danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore adibiti a trasporto merci di massa complessiva a pieno carico non inferiore a 11,5 tonnellate.

Per i trasporti effettuati personalmente dall’imprenditore oltre il Comune in cui ha sede l’impresa (autotrasporto merci per conto di terzi) è, inoltre, prevista una deduzione forfetaria di spese non documentate (articolo 66, comma 5, primo periodo del Tuir), per il periodo d’imposta 2010, nelle seguenti misure:
56,00 euro per i trasporti all’interno della Regione e delle Regioni confinanti. La deduzione spetta anche per i trasporti personalmente effettuati dall’imprenditore all’interno del Comune in cui ha sede l’impresa, per un importo pari al 35 per cento di quello spettante per gli stessi trasporti nell’ambito della Regione o delle Regioni confinanti
92,00 euro per i trasporti effettuati oltre questo ambito.


Fonte: Agenzia Entrate

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Giro di boa per il decreto sviluppo. Da Montecitorio il primo via libera.

Rifinanziato il credito d’imposta per gli investimenti al Sud, tempi allungati per l’accertamento esecutivo, misure cautelari più soft, ridotti gli interessi per il versamento, la riscossione e i rimborsi dei tributi.

Sono alcune delle novità approvate dalla Camera al Dl 70/2011. Il provvedimento passa all'esame del Senato.

Bonus assunzioni
In relazione al nuovo credito d’imposta per i datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato, nelle regioni del Mezzogiorno, lavoratori “svantaggiati” o “molto svantaggiati”:
l’agevolazione è calcolata in base alla differenza tra il numero dei lavoratori rilevato in ciascun mese e quello dei lavoratori mediamente occupati nei dodici mesi precedenti alla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, non più alla data di entrata in vigore del Dl;
in caso di decadenza dal diritto a fruire del bonus perché i posti di lavoro creati non sono conservati per il periodo minimo di tre anni (due per le piccole e medie imprese) o perché vengono accertate violazioni alla normativa fiscale e a quella contributiva per le quali sono state irrogate sanzioni per almeno 5.000 euro o violazioni alla normativa sulla salute e sulla sicurezza dei lavoratori, il datore di lavoro deve restituire il credito d’imposta di cui ha già usufruito.
Bonus investimenti
Viene rifinanziato il credito d’imposta automatico per le imprese che effettuano investimenti in nuovi beni strumentali destinati a strutture produttive ubicate in alcune aree svantaggiate del Mezzogiorno, già previsto dalla Finanziaria 2007. Il bonus è commisurato alla quota del costo dei beni acquistati, eccedente gli ammortamenti dedotti nel periodo di imposta. Sono esclusi dall’agevolazione i soggetti che operano nei settori dell’industria siderurgica, delle fibre sintetiche, della pesca, dell’industria carbonifera, creditizio, finanziario e assicurativo. Un successivo decreto stabilirà i limiti di finanziamento garantiti da ciascuna delle regioni interessate, la durata dell’agevolazione e le disposizioni di attuazione.

Durata degli accessi
Viene specificato che i controlli fiscali presso la sede del contribuente, nel caso di imprese in contabilità semplificata e di lavoratori autonomi, possono durare non più di 15 giorni lavorativi, contenuti al massimo in un trimestre.

Accertamento esecutivo
Passa a 180 giorni – decorrenti dall’affidamento in carico agli agenti della riscossione degli atti – il periodo di sospensione dell’esecuzione forzata conseguente agli “accertamenti esecutivi”. La sospensione non opera, tra l’altro, se emergono elementi che possono pregiudicare la riscossione.
Per gli accertamenti non definitivi, gli importi da iscrivere provvisoriamente a ruolo sono ridotti dalla metà a un terzo delle somme corrispondenti ai maggiori imponibili accertati.

Azioni cautelari
Cambiano gli importi minimi dei debiti tributari per cui è possibile iscrivere ipoteca sui beni immobili del contribuente, nonché procedere a espropriazione immobiliare. Niente ipoteca sull’abitazione principale né espropriazione se i crediti sono inferiori a 20mila euro e il ruolo è contestato o ancora contestabile in giudizio. Negli altri casi, le procedure non sono attivabili per crediti inferiori a ottomila euro.
Prima di iscrivere ipoteca sui beni immobili del contribuente, l’agente della riscossione deve avvisarlo, notificandogli apposita comunicazione, che, in assenza di pagamento delle somme dovute entro il termine di 30 giorni, procederà con l’iscrizione
Se i debiti sono inferiori a 2mila euro, prima di intraprendere azioni cautelari ed esecutive, l’agente della riscossione deve inviare due solleciti di pagamento a distanza di almeno sei mesi l’uno dall’altro.
In caso di cancellazione del fermo amministrativo su beni mobili, il debitore non deve effettuare alcun pagamento né all’agente della riscossione né al Pubblico registro automobilistico.

Anatocismo
A partire dai ruoli consegnati dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, in caso di cartella scaduta, gli interessi di mora non vanno più calcolati anche sulle sanzioni e sugli interessi presenti nella stessa cartella.
Ridotta dal 3 all’1% la maggiorazione rispetto al tasso legale fissato annualmente dal ministero dell’Economia e delle Finanze, applicata agli interessi per il versamento, la riscossione e i rimborsi dei tributi.

Fabbricati rurali
Fissate nuove modalità per ottenere il riconoscimento della ruralità dei fabbricati a fini catastali. Gli interessati dovranno presentar all’Agenzia del Territorio, entro il 30 settembre prossimo, una domanda di variazione della categoria catastale (per l’attribuzione della categoria A/6 per gli immobili rurali ad uso abitativo o della categoria D/10 per quelli ad uso strumentale), autocertificando che il fabbricato ha posseduto continuativamente per cinque anni i requisiti necessari. Il territorio, entro il 20 novembre, verificata la sussistenza dei requisiti, convalida la certificazione e attribuisce la categoria catastale richiesta. Se l’amministrazione non si pronuncia, il contribuente può assumere provvisoriamente per 12 mesi la categoria richiesta. Se entro il 20 novembre 2012 l’Agenzia del Territorio, con provvedimento motivato, disconosce l’attribuzione, il contribuente deve pagare le imposte non versate, gli interessi e le sanzioni raddoppiate. Le modalità applicative della disposizione saranno fissate con decreto ministeriale.


Fonte: Agenzia Entrate

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