lunedì 28 febbraio 2011

Quesito: info redditi dipendente estero.

nel 2010 sono stato residente abitando e lavorando in germania
come dipendente da azienda tedesca, ma l'iscrizione all'aire e' stata
fatta solo a dicembre 2010. credo che dovro' fare dichiarazione in
italia per tale anno, pur facendola anche in germania.
nel procedere per la dichiarazione dei redditi in italia vorrei
sapere se posso scomputare le ritenute effettuate dal datore di lavoro
tedesco.

le ritenute hanno diverse voci che riporto brevemente tradotte :

3. Salario lordo, incluse remunerazioni in natura € 18392,16
4. Trattenute sul reddito da lavoro dipendente € 4744,09
5. Trattenute da tassa di solidarietà € 260,76
20. Supplementi vitto esenti da imposta per trasferte € 54,52
23. Quota del dipendente relativa al fondo assicurativo
pensionistico
e l'istituto di previdenza professionale € 1830,01
25. Quota contribuita dal dipendente per la assicurazione medica
obbligatoria €
1453,56


in particolare la voce 25 si riferisce a contrubuti per
l'assicurazione medica obbligatoria (statale) per la copertura
malattia.

Quali voci posso scomputare nella dichiarazione in Italia ?

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Quesito: acquisto casa in costruzione come prima casa.

ho acquistato una casa in costruzione, non in cooperativa, ed ho effettuato alcune migliorie extra capitolato, come ad. es. pavimenti, porte interne, piastrelle, etc.
Trattandosi di prima casa, ho diritto ad una agevolazione pari ad iva 4% sulla fatturazione di tali materiali, anche alla luce del recentissimo parere della Agenzia delle Entrate?
Ed infine, se questo è possibile, quale documento o dichiarazione posso utilizzare affinché certifichi il mio diritto alla agevolazione?

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Quesito: uso locali associazione culturale.

sono il presidente di un'associazione culturale, ho ottenuto il consenso ad usare i locali e le attrezzature di un'altra associazione per 4 anni dietro pagamento di 25.000 euro stipulando una scrittura privata firmata da me e dall'altro presidente, volevo sapere se mensilmente posso prelevare dalla mia associazione i soldi per pagare questa somma inserendoli nelle uscite dell'associazione.

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Attività del collegio sindacale e applicazione delle nuove tariffe.

Domanda
La nostra società approva il bilancio civilistico della SPA ed inoltre redige e sottopone a commento anche il bilancio consolidato. A tal proposito i parametri da prendere in considerazione sono per determinare il compenso riferito all'art. 37 c.1/a componenti positivo del bilancio civilistico Spa oppure quelli del consolidato? Stessa cosa riguarda la parte del patrimonio. Considerando che l'azienda ha un risultato positivo del 2009 di EUR 60ml,per il compenso riferito all'art. 37 c.1/a individuiamo lo scaglione più alto più EUR 799.99 per ogni EUR 10ml o frazione, ma questi oltre i 25 ml dell'ultimo scaglione, quindi 3.718,44+799.99*4? Inoltre, se un membro del collegio sindacale ha esaurito il suo incarico con l'approvazione del bilancio 2009 avvenuta a maggio 2010, il suo compenso per l'anno 2010 va conteggiato con le nuove tariffe o con le vecchie?

Risposta
Il regolamento contenente le nuove tariffe professionali è entrato in vigore con il decreto del Ministero della Giustizia n.169/2010 il 30 ottobre 2010. Pertanto, ai sensi degli artt. 56 e 57 del suddetto decreto, la nuova tariffa riferita all'art. 37 c.1 non sarà applicabile nel calcolare il compenso del membro del collegio sindacale che ha terminato il suo incarico a maggio 2010.
Per quanto riguarda l'art. 37 c.1/a, per le prestazioni in corso alla data di entrata in vigore del regolamento, i nuovi compensi vengono commisurati sull'ammontare complessivo dei componenti positivi del reddito lordi risultanti dal conto economico dell'esercizio in cui sono svolte le riunioni periodiche ovvero, nel caso di cessazione dell'incarico nel corso dell'esercizio, a quelli dell'esercizio precedente. Quindi, per riferirsi alla domanda da lei posta, per calcolare il compenso ai sensi dell'art. 37 c.1/a di un sindaco ancora in carica, oppure che ha esaurito il suo incarico dopo il 30 ottobre 2010, vanno presi di riferimento i valori risultanti dal bilancio civilistico, rispettivamente, 2010 (se approvato) oppure 2009. Nel caso fossero 60 milioni di euro il compenso va calcolato in base all'onorario relativo all'ultimo scaglione previsto dal regolamento (EUR 3.718,49) incrementato come di seguito illustrato:
Compenso = EUR 3.718,49 + EUR 799,99*3 + EUR x = EUR 6.452,63
dove EUR x = (EUR 60.000.000 - EUR 25.822.844,94 - EUR 10.000.000*3)/EUR 10.000.000*EUR 799,99 = EUR 334,17
La frazione di compenso pari a euro 799,99 corrispondente all'aumento di ogni diecimilioni di euro di componenti positivi di reddito, e frazione di reddito, deve quindi essere determinata nel rispetto del principio previsto nei commi 2 e 3 dell'art. 37 e cioè che ad ogni valore dei componenti positivi di reddito lordi corrisponde un solo onorario di riferimento determinato in relazione alla posizione dei componenti positivi di reddito all'interno dello scaglione. Ai sensi dell'art. 37/1a non è prevista nessuna maggiorazione relativamente al fatto che la società rediga anche il bilancio consolidato.
Per quanto riguarda i valori patrimoniali, l'onorario di cui alla lettera b) del comma 1 dell'articolo 37 (nuova tariffa) è commisurato al maggiore ammontare tra l'importo complessivo del patrimonio netto, non comprensivo del risultato d'esercizio, risultante dallo stato patrimoniale del bilancio, e l'importo del capitale sociale sottoscritto. Ad ogni valore di patrimonio netto, o di capitale sociale sottoscritto, corrisponde un solo onorario di riferimento determinato in relazione alla posizione del patrimonio netto, o del capitale sociale sottoscritto, all'interno degli scaglioni stabiliti. In questo caso al sindaco spetta anche una maggiorazione relativa al fatto che la società redige anche il bilancio consolidato - l'onorario di cui alla lettera b) del comma 1 relativo al bilancio consolidato è determinato nella misura sopra indicata, ridotto dal 10% fino al 50%.


Fonte: IPSOA

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Adesione a fondi pensione di diritto italiano di ex agenti delle Comunita' europee.

La COVIP risponde ad una societa' istitutrice di un fondo pensione aperto sul caso di alcuni ex agenti delle Comunita' Europee che, rientrando in Italia al termine della loro esperienza professionale presso gli organismi comunitari, intendono trasferire ad un fondo pensione italiano quanto maturato presso il regime pensionistico delle Comunita'.
In un mercato del lavoro sempre più transfrontaliero si amplia la casistica delle possibili fattispecie reali anche in materia di previdenza complementare. Molto interessante in tale prospettiva la recente risposta fornita dalla Covip ad una società istitutrice di un fondo pensione aperto che aveva chiesto chiarimenti in merito alle modalità da seguire al fine di poter accogliere le richieste formulate da alcuni ex agenti delle Comunità Europee che, rientrando in Italia al termine della loro esperienza professionale presso gli organismi comunitari, intendono trasferire ad un fondo pensione italiano quanto maturato presso il regime pensionistico delle Comunità.

Come necessario presupposto giova rammentare cosa prevede il nostro ordinamento in materia di portabilità della posizione previdenziale individuale. L’art. 14 comma 6 del Dlgs 252/2005, in continuità con l’impianto legislativo precedente di cui al Dlgs 124/1993, afferma che l’aderente ha la facoltà di trasferire l’intera posizione individuale maturata ad altra forma pensionistica decorsi due anni dalla data di partecipazione ad uno strumento (fino al 31 dicembre 2006 il periodo di permanenza minimo era invece di tre anni, per FondINPS il termine di portabilità è ridotto ad un anno).

Viene poi disposto che gli statuti e i regolamenti degli strumenti complementari stabiliscano le modalità di esercizio relative alla portabilità non potendo al contempo contenere clausole che risultino anche di fatto limitative di tale diritto. Si ribadisce anche che debbano considerarsi inefficaci clausole che, all'atto dell'adesione o del trasferimento, consentano l'applicazione di voci di costo, comunque denominate, significativamente più elevate di quelle applicate nel corso del rapporto e che possono quindi costituire ostacolo alla portabilità.

Nella fattispecie riferita ai lavoratori dipendenti, in caso di esercizio della predetta facoltà di trasferimento della posizione individuale, è opportuno osservare come il diritto al versamento alla forma pensionistica del TFR maturando e dell'eventuale contributo a carico del datore di lavoro sia consentito “nei limiti e secondo le modalità stabilite dai contratti o accordi collettivi, anche aziendali” riaffermandosi in tal modo il principio della centralità della contrattazione collettiva.

Si rammenta poi che in caso di cessazione dei requisiti di partecipazione (art. 14 comma 2) il lavoratore può valutare oltre alla ipotesi del riscatto parziale o totale anche il “trasferimento ad altra forma pensionistica complementare alla quale il lavoratore acceda in relazione alla nuova attività”. Al ricorrere di tale fattispecie non si considerano quindi limiti temporali.

La possibilità del trasferimento sorge nel caso in cui il fondo pensione di riferimento in cui opera la azienda presso la quale si lavorava sia differente; se invece il cambiamento dell’azienda avvenga all’interno dello stesso settore produttivo potrebbe ipotizzarsi il caso in cui la impresa di provenienza avesse sottoscritto un accordo aziendale per un fondo pensione aperto ad adesione collettiva e quella di nuova assunzione ne abbia sottoscritto uno differente o trovi applicazione il fondo pensione chiuso settoriale.

Andando invece nel “vivo del quesito”, la Covip osserva come, per quanto concerne la tutela pensionistica, i funzionari comunitari sono iscritti ad uno speciale regime previdenziale, costituito nel quadro dell’organizzazione comunitaria, con finanziamento e configurazione completamente autonomi rispetto ai singoli regimi previdenziali dei vari Stati membri.

L'Autorità di Vigilanza rammenta ancora come i funzionari che lasciano l’istituzione comunitaria articolo 12 dell’allegato VIII dello Statuto dei funzionari della Comunità Europee (il riferimento puntuale è il Regolamento n. 259 del 1968, come modificato con successivo Regolamento n. 723/2004 del Consiglio del 22 marzo 2004), senza poter beneficiare di una pensione di anzianità, immediata o differita, possono trasferire quanto accumulato nel regime pensionistico delle Comunità presso un’assicurazione privata o un fondo pensione nazionale di loro scelta che garantisca (da intendersi limitatamente a dette somme trasferite):

1. che non sia rimborsato il capitale;

2. che non si provveda al versamento di una rendita mensile prima del sessantesimo anno di età e al più tardi a partire dal sessantacinquesimo;

3. che siano previste prestazioni in materia di reversibilità;

4. che un ulteriore trasferimento ad altro fondo sia autorizzato solo alle medesime condizioni di cui ai punti precedenti.

Si evidenzia di conseguenza come la normativa italiana in materia di fondi pensione e, di conseguenza, il Regolamento dei fondi pensione aperti, non risulta essere allineato alle caratteristiche previste dalla normativa comunitaria. La prima condizione che lo Statuto dei funzionari richiede infatti, osserva la Covip è che le forme pensionistiche complementari interne agli Stati membri non diano corso a rimborsi del capitale. Il sistema della previdenza complementare in Italia consente, invece, in alcuni casi l’erogazione di capitali.

Va sicuramente contemplata in primo luogo la fattispecie di cui all’ art. 11, comma 3, d.lgs. n. 252 del 2005 che ammette l’erogazione della prestazione pensionistica sotto forma di capitale fino ad un massimo del 50 per cento del montante finale ovvero, a determinate condizioni, l’erogazione integrale in capitale.

Rientra in tale ambito anche l’art. 23, comma 7, che consente ai c.d. vecchi iscritti a previdenza complementare di chiedere la liquidazione dell’intera prestazione in capitale. Vi è poi, l’art. 14, comma 2, lett. b) del d.lgs. n. 252 del 2005 che prevede la possibilità di ottenere il riscatto parziale o totale della posizione individuale nei casi espressamente individuati.

Altra previsione è quella di cui all’art. 11, comma 7, d.lgs. n. 252 del 2005 che consente la fruizione di anticipazioni nei casi e entro i limiti ivi previsti. Vi è inoltre l’art. 14, comma 2, d.lgs. n. 252 del 2005 che stabilisce, in caso di morte dell’aderente che non abbia maturato i requisiti per accedere alla prestazione previdenziale, la possibilità di riscatto da parte dei beneficiari designati o dagli eredi. Altro impedimento è rappresentato poi dal rispetto della seconda condizione, relativa all’erogazione della prestazione previdenziale non prima dei 60 anni e non dopo i 65 di età.

Tale previsione potrebbe infatti configurarsi come in contrasto con l’art. 11, comma 2, d.lgs. n. 252 del 2005 che espressamente subordina l’acquisizione del diritto alla prestazione pensionistica complementare al momento di maturazione dei requisiti di accesso alle prestazioni stabiliti nel regime obbligatorio di appartenenza, con almeno 5 anni di partecipazione alla previdenza complementare. Ugualmente ostacolante , osserva ancora l’Autorità di Vigilanza è la previsione di cui all’art.11, comma 4, d.lgs. n. 252 del 2005, che consente l’erogazione delle prestazioni pensionistiche con un anticipo di cinque anni rispetto ai requisiti per l’accesso alle prestazioni nel regime obbligatorio di appartenenza in caso di cessazione dell’attività lavorativa che comporti l’inoccupazione per un periodo di tempo superiore a 48 mesi. Anche la terza condizione, attinente alla previsione di prestazioni in materia di reversibilità posta dall’Ordinamento comunitario appare alla Covip come non del tutto compatibile, si richiama nello specifico la previsione di cui all’art. 14, comma 2, d. lgs. n. 252 del 2005 sopra richiamato, considerato che il Regolamento comunitario prevede l’erogazione di una pensione di reversibilità e che tale previsione sembra riguardare anche il caso di decesso dell’aderente prima della maturazione dei requisiti per la pensione.

Va inoltre considerato che nel Regolamento (art. 79 e Capitolo 4 dell’Allegato VIII) la pensione di reversibilità è, in primo luogo, intesa come la pensione spettante al coniuge del funzionario; in presenza di un coniuge, dunque, non dovrebbero essere ammesse opzioni di riversibilità a favore di soggetti diversi (ipotesi invece ammessa nel ns. sistema).

Last but not least, conclude la Commissione, anche la quarta condizione prevista dallo Statuto dei funzionari della CE evidenzia che i limiti al trasferimento successivo presso altre forme previdenziali che non presentano le condizioni richieste dall’art. 12, Allegato VIII dello Statuto dei funzionari collidono con la libertà di trasferimento riconosciuta dall’art. 14 del d.lgs. n. 252 del 2005. Come si conciliano allora le previsioni dello Statuto dei funzionari della Comunità Europea con le previsioni del d.lgs. n. 252 del 2005 ? La Covip premette come lo Statuto dei funzionari della CE sia stato adottato con Regolamento del Consiglio che è da considerarsi come obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri (nella gerarchia delle fonti i Regolamenti comunitari sono norme c.d. self-executing).

Ne discende, secondo la Commissione, che sia da condividersi la soluzione che la società prospetta, vale a dire l’apertura di posizioni previdenziali specifiche a favore degli ex agenti delle Comunità europee, con un vincolo che garantisca il rispetto delle condizioni richieste dalla normativa comunitaria, in deroga a quanto previsto dalla sopra citata normativa italiana e dalle norme regolamentari del fondo.

(Risposta COVIP 01/02/2011)


Fonte: IPSOA

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Immobili abusivi danneggiati, espropri senza indennizzo.

La S.C. si sofferma su un peculiare aspetto della tutela risarcitoria extracontrattuale quando investa un immobile abusivo.

In tema di espropriazione per pubblica utilità , gli immobili costruiti abusivamente non sono suscettibili di indennizzo, a meno che alla data dell'evento ablativo non risulti già rilasciata la concessione in sanatoria, per cui non si applica nella liquidazione il criterio del valore venale complessivo dell'edificio e del suolo su cui il medesimo insiste, ma si valuta la sola area, sì da evitare che l'abusività degli insediamenti possa concorrere anche indirettamente ad accrescere il valore del fondo.

La stessa regola vale anche per le ipotesi di espropriazione cosiddetta larvata previste dall'art. 46 della legge n. 2359 del 1865, atteso il necessario raccordo tra l'indennizzo previsto da tale norma e l'indennità di espropriazione (anche se regolata da leggi speciali) e ciò pure se il danno lamentato consista proprio nella diminuzione di godimento dell'immobile abusivo, poiché è principio di carattere generale desumibile dalla normativa sia urbanistica, che espropriativa (art. 16, comma 9, legge n. 865 del 1971), quello per cui il proprietario non può trarre beneficio alcuno dalla sua attività illecita.

In termini più generali, non sono suscettibili di indennizzo espropriativo gli immobili costruiti abusivamente (ancorché oggetto di già presentata istanza di condono) a meno che, alla data dell'esproprio, non risulti per essi già rilasciata concessione in sanatoria.

Sulla scorta di tali principi la S.C., nella fattispecie sottoposta al suo esame in cui un privato aveva esercitato l’azione risarcitoria per i danni subiti dal suo fabbricato per effetto dell’azione illecita (riconducibile ad una frana) di un Comune, ha evidenziato – correggendo la motivazione della sentenza impugnata – che il carattere abusivo del manufatto dell’attore induceva a ritenere che non poteva sussistere alcun danno risarcibile, difettando il carattere dell’ingiustizia (ed essendo, anzi, il danno in sé inesistente), non potendo considerarsi l’immobile danneggiato un bene la cui proprietà avrebbe potuto essere tutelata dall’ordinamento.

Per opportuni riferimenti cfr. Cass. n. 7758 del 2004 e Cass. n. 2612 del 2006.

(Cassazione civile Sentenza 21/02/2011, n. 4206)


Fonte: IPSOA

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Fatture false e truffa, risponde anche la dipendente.

Con la Sentenza n. 4638 del 9 febbraio 2011, la Corte di Cassazione ha stabilito che deve rispondere del reato di truffa e falsa fatturazione, l’impiegata che compila i documenti fittizi e la relativa contabilizzazione, nonostante tale condotta sia stata posta in essere per eseguire le indicazioni del datore di lavoro. Nel caso in oggetto la Sentenza è stata annullata, poiché i reati sono estinti per prescrizione. Tuttavia, il fatto che la Sentenza si sia conclusa con l'annullamento e non con l'assoluzione nel merito, indica che il comportamento della dipendente è stato considerato dai giudici penalmente rilevante. Si può ritenere, quindi, che nel reato previsto dell’articolo 8 del D. Lgs n. 74/2000 possano concorrere, insieme con il soggetto emittente, anche altre persone che abbiano prestato un consapevole contributo causale nella commissione del reato, come ad esempio, dipendenti dell’azienda, contabili o consulenti istigatori.

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Studi di settore: prezzi ridotti per maggior competitività escludono gli studi.

Con la Sentenza n. 4582 del 24 febbraio 2011, la Corte di Cassazione stabilisce l'illegittimità dell'atto di accertamento basato sugli studi di settore che non tiene conto delle argomentazioni del contribuente esposte in sede del contraddittorio. Nella fattispecie, si tratta di un esercente attività di commercio al dettaglio di “ferramenta hobbistica”, il quale chiamato dall’Amministrazione finanziaria al contraddittorio precontenzioso, aveva affermato che lo scostamento tra i dati dichiarati e quelli calcolati sulla base dei parametri contabili era stato determinato, tra l’altro, dalla riduzione dei prezzi dei prodotti commercializzati, operata dal medesimo al fine di risultare maggiormente competitivo nei confronti dei vicini supermercati e di incentivare la domanda. La Cassazione accoglie il ricorso del contribuente, affermando che la concorrenza tra gli operatori può costituire una valida giustificazione allo scostamento tra ricavi dichiarati e presunti.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Scommesse e gioco, istituiti nuovi codici tributo da indicare nel Modello F24 Accise.

Al fine di contrastare il gioco illegale, tutelare i consumatori, in particolare i minori, recuperare la base imponibile e il gettito nell’interesse della comunità, la Legge di Stabilità 2011 ha previsto una serie di disposizioni nel settore scommesse e gioco. Per consentire di versare, mediante il Modello F24 Accise, le somme dovute per le diverse violazioni alle norme introdotte dalla Legge di Stabilità, l’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 23/E del 24 febbraio 2011, ha istituito nuovi 54 codici tributo.


Fonte: Fisco Oggi

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Modello EAS, l’invio entro il 31 marzo 2011.

Con il Decreto Milleproroghe 2011 è stato prorogato al 31 marzo 2011 il termine per presentare il Modello EAS da parte degli enti associativi di natura privatistica. Con la Circolare n. 6/E del 24 febbraio 2011, l’Agenzia delle Entrate analizza gli effetti della proroga, ricordando che il Modello EAS è stato istituito con il D.L. 185/2008. In particolare, il documento di prassi prevede che gli enti costituiti prima del 29 novembre 2008 (data di entrata in vigore del Decreto istitutivo) dovranno presentare il Modello entro il 31 marzo 2011. La stessa scadenza vale anche per gli enti costituiti successivamente al 29 novembre 2008, a patto che il termine di 60 giorni dalla costituzione scada entro il 31 marzo 2011. Rimane, comunque, salva la previsione dei 60 giorni come termine ordinario per la presentazione del Modello EAS, qualora tale termine scada in un giorno successivo al 31 marzo 2011.

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Quota ceduta ma non registrata, un passepartout per l'induttivo.

Il reddito delle società di persone deve essere imputato dal fisco ai soci pro-quota e l'eventuale cessione delle partecipazioni societarie fa cadere l'accertamento induttivo solo se trascritta, antecedentemente, nel registro delle imprese.

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con sentenza 3946/2011, ha respinto il ricorso di una contribuente, prima socia al 50% di una Sas, poi al 2 per cento. La stessa, infatti, aveva ceduto quasi l'intera quota di partecipazione ma, prima che la cessione fosse trascritta nel registro imprese, era scattato da parte dell'Amministrazione finanziaria un accertamento induttivo calcolato pro-quota, basato sugli introiti percepiti dall'azienda negli anni d'imposta precedenti.

Il fatto
L'ufficio delle Entrate di Verona aveva accertato, in modo induttivo, il reddito netto prodotto da una società in accomandita semplice, sia ai fini Ilor, a carico della società, che ai fini Irpef, a carico dei singoli soci. In particolare, poiché la stessa società era nel frattempo fallita, l'Amministrazione finanziaria aveva provveduto a notificare, nell'agosto del 1999, un avviso di accertamento al curatore fallimentare e, nel settembre dello stesso anno, un altro alle due socie, nel quale, ai sensi dell'articolo 5 del Dpr 917/1986, si imputava a ciascuna un reddito presunto nella misura del 50%, in quanto la normativa impone che "se il valore dei conferimenti non risulta determinato, le quote si presumono uguali".

La contribuente in questione impugnava l'avviso di accertamento, adducendo a proprio favore il fatto che la sua quota di partecipazione era nel tempo diminuita, passando dal 50 al 2% e che non era a conoscenza dell'avvenuto accertamento notificato al curatore fallimentare. Inoltre, a causa della grave situazione economica in cui versava l'azienda, poi fallita, dichiarava di non aver percepito alcun reddito.
La Commissione tributaria provinciale di Verona recepiva le ragioni della contribuente perché il fatto era stato debitamente documentato e, in effetti, la socia da un certo periodo di tempo deteneva soltanto il 2% della quota societaria.

Di conseguenza, l'Amministrazione finanziaria ricorreva in appello, ribadendo le proprie ragioni in merito al fatto che le quote di partecipazione agli utili, qualora non risultino diversamente determinate da atto pubblico o da scrittura privata anteriore al periodo di imposta, si presumono uguali.
A sostegno degli avvisi di accertamento notificati alle contribuenti, l'Agenzia adduceva un altro elemento essenziale, cioè la falsa applicazione del combinato disposto degli articoli 2300 e 2315 del codice civile, che impone la trascrizione, presso il registro delle imprese, della modifica della ripartizione delle quote societarie.
Quest'ultimo adempimento non era stato eseguito dalle socie e, pertanto, la variazione delle quote societarie non poteva considerarsi opponibile né a terzi né tantomeno al fisco, perché non pubblicata.

La Ctr Veneto accoglieva le argomentazioni dell'Amministrazione, sancendo la validità dell'avviso di accertamento, ma la contribuente ricorreva in Cassazione.

La sentenza
A sostegno del ricorso, tre motivazioni sostanziali.
Con la prima è stata dedotta, ai sensi dell'articolo 360, numero 3), del codice di procedura civile, la violazione e falsa applicazione dell'articolo 12 delle disposizioni sulla legge in generale (nell'applicazione della legge non si può ad essa attribuire altro senso che quello fatto palese dal significato proprio delle parole secondo la connessione di esse, e dalla intenzione del legislatore) e dell'articolo 5 del Tuir (se il valore dei conferimenti non risulta determinato, le quote si presumono uguali).
Nel senso che, secondo la ricorrente, "la norma dell'art. 5 del DPR 22.12.86 n. 917, secondo cui le quote di partecipazione agli utili si presumono proporzionate al valore del conferimento dei soci se non risultano determinate diversamente dall'atto pubblico o scrittura privata autenticata di costituzione o da altro atto pubblico o scrittura autenticata di data anteriore all'inizio d'imposta" si applica esclusivamente all'ipotesi in cui le quote di partecipazione agli utili non sono proporzionate al valore dei conferimenti. Il reddito delle società di persone fisiche va imputato direttamente ai vari soci in proporzione al diritto agli utili rapportato all'effettivo valore del conferimento e al diverso periodo temporale maturato, qualora non coincida con il periodo d'imposta.

Nella seconda motivazione ha contestato l'applicazione della norma di cui all'articolo 5 del Tuir e ha proposto la questione di costituzionalità per i commi 1 e 2 del suddetto articolo, perché in contrasto con gli articoli 3 e 53 della Costituzione. Secondo la contribuente una diversa interpretazione della norma potrebbe portare alla violazione del principio tributaristico della capacità contributiva e, pertanto, porterebbe a una ingiustificata disparità di trattamento dei contribuenti.

Infine, nel ricorso viene contestata la violazione e falsa applicazione dell'articolo 2300 del codice civile, secondo cui, a parere della ricorrente, sembrerebbe illogica l'inopponibilità dell'atto notarile per la variazione delle quote di proprietà della società, se non pubblicato.

La Corte di cassazione, con sentenza 3946 del 18 febbraio, ha respinto il ricorso, stabilendo che il reddito delle società di persone deve essere imputato dal fisco ai soci pro-quota e ha, inoltre, chiarito che l'eventuale cessione delle partecipazioni societarie, per essere opponibili ai terzi, e nella fattispecie al fisco, devono essere trascritte antecedentemente nel registro delle imprese.

Per quanto concerne l'accertamento Irpef, la Suprema corte ha fatto riferimento ai dettami giuridici dell'articolo 5 del Tuir in merito ai redditi delle società di persone che devono essere necessariamente imputati pro-quota a ciascun socio, indipendentemente dall'effettiva percezione degli utili. Il reddito di partecipazione, nelle società di persone, costituisce un reddito personale, indipendentemente dalla mancata contabilizzazione dei ricavi e dai metodi adoperati dalla società per realizzarli.
Ha poi chiarito che l'accertamento del maggior valore del reddito in capo al socio non richiede alcuna comunicazione nei confronti degli altri soci, anche se accomandatari, i quali potranno, a loro volta, agire in sede civile per il recupero dei crediti spettanti.
Quindi, nella fattispecie, il socio accomandatario potrà presentare ricorso al giudice civile per recuperare quanto da lui pagato in più all'erario, sempreché dimostri la responsabilità degli altri soci o della società.

In ultimo, i giudici di legittimità hanno chiarito che, secondo quanto disposto dagli articoli 2290 e 2300 del codice civile, il socio di una Sas che cede la propria quota risponde nei confronti dei terzi delle obbligazioni sociali stipulate per il periodo antecedente alla registrazione, nel registro delle imprese, della variazione della quota societaria o fino al momento in cui il terzo sia venuto a conoscenza della medesima.
"Ne consegue che deve ritenersi inopponibile la scrittura privata di cessione della quota sociale da parte di un socio, posto che la responsabilità solidale dei soci per debiti derivanti dall'attività sociale prescinde dai rapporti interni dei soci stessi, e lo scioglimento del rapporto sociale, valido tra le parti, è inefficace nei confronti di terzi".


Fonte: Agenzia Entrate

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Lavori di miglioria eseguiti sulla prima casa.

Si applica l’Iva con aliquota ridotta al 4 per cento agli interventi edilizi fuori capitolato a condizione che l’abitazione conservi, anche dopo l’esecuzione dei lavori, le caratteristiche non di lusso e il contribuente abbia reso le prescritte dichiarazioni in ordine alla sussistenza dei requisiti “prima casa”. Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate.

risoluzione n. 22/e del 22 febbraio 2011


Fonte: Min.Finanze

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Polizze estere offerte in regime di libera prestazione dei servizi in Italia.

L'esonero dagli obblighi di monitoraggio fiscale è applicabile a tutte le polizze assicurative a contenuto finanziario contratte con compagnie estere per il tramite di un intermediario residente, a cui sia stato conferito l'incarico di regolare i flussi connessi con l'investimento, il disinvestimento e il pagamento dei relativi proventi.

risoluzione n. 15/e del 18 febbraio 2011


Fonte: Min.Finanze

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Compensazione di somme iscritte a ruolo con crediti relativi alle stesse imposte.

E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale 10 febbraio 2011, che consente di pagare, anche parzialmente, le somme iscritte a ruolo per imposte erariali e relativi accessori mediante la compensazione di crediti della stessa natura.

decreto 10 febbraio 2011 (gu n. 40 del 18 febbraio 2011)


Fonte: Min.Finanze

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venerdì 25 febbraio 2011

Quesito: sos rimanenze.

sono un commerciante, ho merce invenduta in magazzino da almeno 10 anni mi conviene buttarla nella spazzatura o distruggere le merci con la procedura attuale,mi sono rivolto alla diita di srvizi ecologici ma il costo e, alto mi conviene a livello contabile?

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Notifica al procuratore costituito: l’appello va avanti senza problemi.

Ammissibile l’atto d’appello notificato alla parte direttamente presso il procuratore costituito nel primo grado di giudizio, anche se il contribuente non è domiciliato presso quest’ultimo.
È il principio di diritto desumibile dall’ordinanza n. 2578 della sezione tributaria della Corte di cassazione, dello scorso 3 febbraio.

La vicenda
L’Agenzia delle Entrate, soccombente in Commissione tributaria provinciale, proponeva appello presso la Ctr, notificando l’atto di gravame al contribuente presso il procuratore costituito nel primo grado di giudizio, il quale, peraltro, non risultava neppure domiciliatario della parte.
I giudici di seconda istanza dichiaravano inammissibile l’appello, ritenendo che la notifica al procuratore non domiciliatario costituisse una modalità non prevista dalle leggi che regolamentano il processo tributario.
Contro tale ultima pronuncia, denunciando la violazione dell’articolo 330 del codice di procedura civile, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione.

La pronuncia
Il Supremo collegio, aderendo a quanto affermato dal giudice relatore, con ordinanza ha cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale.
Secondo la Cassazione, l’articolo 330 cpc, “…nella parte in cui dispone l'eseguibilita' della notifica dell'impugnazione presso il procuratore costituito…” trova piena applicazione nell’ambito del processo tributario.
Da un punto di vista normativo, tale integrazione risulta tecnicamente possibile in virtù del richiamo, contenuto negli articoli 1, comma 2, e 49 del decreto legislativo 546/1992, alle norme processuali codicistiche. A tal proposito, i giudici di legittimità chiariscono che la “…specifica previsione normativa in tema di notificazioni contenuta nel Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 17…” nonché “…la non obbligatorieta', nel processo tributario, della rappresentanza processuale da parte del procuratore ad litem…” non costituiscono ragioni sufficienti tali da poter escludere l’applicazione dell’articolo 330 al processo tributario.

Osservazioni
La pronuncia in esame, richiamando un principio già sancito dalle sezioni unite della Corte di cassazione con sentenza 29290/2008, conferma che l’articolo 330 cpc deve trovare ingresso anche nel processo tributario.
Nell’ambito del processo civile, detta disposizione disciplina il luogo di effettuazione delle notifiche concernenti le impugnazioni. In particolare, la norma prevede che, nel caso in cui all’atto di notificazione della sentenza la parte non avesse provveduto a dichiarare la propria residenza o eleggere domicilio nella circoscrizione del giudice che l’ha pronunciata, l’impugnazione possa essere notificata presso il procuratore costituito, ovvero nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto per il giudizio dalla predetta parte.

Sulla questione, l’ordinanza in commento, uniformandosi ai principi espressi dalle sezioni unite, respinge, ancora una volta, la tesi sostenuta da un orientamento giurisprudenziale minoritario (Cassazione, sentenza 12098/2007), per la quale l’articolo 330 cpc troverebbe ingresso nel processo tributario, essenzialmente, per le seguenti ragioni:
per il principio di specialità, in tema di luogo delle comunicazioni e delle notificazioni, la norma tributaria di riferimento, costituita dall’articolo 17 del Dlgs 546/1992, prevarrebbe su quella processual-civilistica dettata dall’articolo 330
l’articolo 330, essendo legato inscindibilmente alla figura del “procuratore ad litem”, sarebbe incompatibile con le regole del processo tributario ove, in virtù dell’articolo 12 del Dlgs 546/1992, sarebbe richiesta esclusivamente la mera “assistenza tecnica” da parte di un soggetto qualificato, non rendendosi necessario, invece, il conferimento di una vera e propria procura alle liti.

Sul primo punto, la Cassazione sottolinea che la previsione di cui all’articolo 17 costituisce un’eccezione alla sola disposizione contenuta nell’articolo 170 cpc, concernente le notificazioni e le comunicazioni effettuate nel corso del processo. Di conseguenza, in carenza di una specifica norma che si occupi della notificazione delle impugnazioni, in virtù del “generale” richiamo fatto dagli articoli 1, comma 2, e 49 del Dlgs 546/1992, risulterebbe corretto applicare l’articolo 330.

Sul secondo aspetto controverso, la Suprema corte oppone che la norma, seppure preveda come obbligatoria la (sola) assistenza tecnica, non esclude a priori che la parte possa (validamente) affidare al proprio difensore (anche) l’incarico di rappresentarla in giudizio come “procuratore ad litem”. Infatti, nel processo tributario l’unica differenza rispetto a quello civile è data dalla circostanza secondo cui tale rappresentanza sia caratterizzata dalla “facoltatività”.

In ultima analisi, la pronuncia precisa che, in ogni caso, la notificazione presso il procuratore costituito non domiciliatario non può essere estesa, ai sensi del combinato disposto degli articoli 170 e 285 cpc, alla notifica delle sentenze delle commissioni tributarie ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione. In tal caso, come detto prima, la disciplina “speciale”, dettata in ambito tributario, dal citato articolo 17, prevale sulla disposizione di cui all’articolo 170 cpc (a sua volta, richiamato dall’articolo 285 cpc).


Fonte: Agenzia Entrate

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Buoni acquisto o regalo: finché circolanti non realizzano cessioni imponibili.

Tutte le operazioni che precedono l’effettivo utilizzo dei buoni acquisto o regalo da parte dei beneficiari sono fuori campo Iva, in quanto mera movimentazione di carattere finanziario. In una complessa operazione, dove agiscono quattro attori che a due a due instaurano rapporti di diversa natura, l’Agenzia delle Entrate con la Risoluzione 21/E del 22 febbraio 2011 individua il momento in cui l’imposta assume rilevanza, ossia quando il buono acquisto o regalo è utilizzato dal beneficiario. Infatti, ad essere soggetto ad IVA è il rapporto tra gli esercizi convenzionati e gli utilizzatori, anche se il prezzo da essi pagato è, in tutto o in parte, assolto attraverso la consegna dei buoni acquisto o regalo.


Fonte: Fisco Oggi

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Prima casa, Iva agevolata per gli interventi di migliorie.

Con la Risoluzione n. 22/E del 22 febbraio 2011, l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti in tema delle aliquote Iva da applicare alle c.d. “migliorie” o “opere extracapitolato” sulla prima casa ancora in costruzione. In particolare, l’Agenzia chiarisce che si può applicare l’aliquota agevolata Iva del 4% sugli interventi extracapitolato commissionati ad una ditta appaltatrice da un contribuente in possesso dei requisiti prima casa, se si inseriscono nel processo di costruzione dell’immobile e servono ad una maggiore funzionalità dell’alloggio. L’agevolazione è valida nel caso in cui l’immobile rimanga un’abitazione non di lusso, anche dopo l’esecuzione dei lavori.

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Fatture false su ordine del capo. Per l’impiegata concorso di colpa.

Risponde del reato di emissione di fatture false, la dipendente d’azienda che pone in essere l’attività materiale di compilazione dei predetti documenti contabili, nonostante tale condotta sia stata posta in essere per eseguire le indicazioni del datore di lavoro.
Lo ha affermato la Corte di cassazione, con la sentenza 4638 del 9 febbraio.

Il caso
La dipendente di un’azienda ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza con la quale la Corte d’appello di Brescia, confermando la pronuncia del Gup, l’aveva condannata per i reati di truffa a danno di enti previdenziali e di emissione di fatture false, con conseguente irrogazione della pena detentiva e pecuniaria (mesi sei di reclusione e 200 euro di multa), prevedendo la sostituzione della pena detentiva nella corrispondente pena pecuniaria di 6.840 euro, oltre al beneficio della non menzione nel casellario giudiziale.

A parere della signora, doveva essere censurata la ricostruzione operata dai giudici di merito e l’attribuzione a suo carico, come semplice dipendente, dell’esecuzione di modalità di illecita gestione del personale. Inoltre, tali comportamenti penalmente rilevanti dovevano essere attribuiti esclusivamente alla responsabilità del datore di lavoro, sia perché la stessa dipendente si era limitata a eseguirne gli ordini, finalizzati a coprire tra l’altro pagamenti in nero e una doppia contabilizzazione interna dei movimenti finanziari, sia perché la sua attività materiale di compilazione dei documenti non assumeva alcuna rilevanza all’esterno.

Inoltre, secondo la dipendente, non le poteva essere contestato il delitto di emissione di fatture false poiché mancava l’elemento soggettivo richiesto per la sussistenza del reato, non essendo configurabile nei suoi confronti il dolo specifico di evasione.

La sentenza della Corte
Con la sentenza 4638 del 9 febbraio, la Corte di cassazione torna a occuparsi del reato di “emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti”, previsto dall’articolo 8 del Dlgs 74/2000. Lo fa con riferimento alla dipendente salvata dal decorso dei termini previsti per la prescrizione del reato ma non assolta nel merito.

La Cassazione, infatti, “… anche individuando il termine iniziale della prescrizione, per tutte le violazioni, dalla data di cessazione della continuazione tra i reati, ottobre 2002,” ha affermato che “gli stessi risultano ormai prescritti…., essendo ampiamente decorso il termine di sette anni e mesi sei dalla loro consumazione (ottobre 2002)”.
Nella fattispecie in esame, i giudici di legittimità hanno ritenuto di non escludere l’applicazione dei nuovi termini di prescrizione (legge 251/2005, articolo 10, comma 3), se più brevi, ai processi già pendenti in grado di appello o avanti la Corte di cassazione (Cassazione, sentenza 4638/2010, ordinanza 22357/2010 e sentenza 47008/2009; Corte costituzionale, sentenza 393/2006); ma con una precisazione: “La valutazione operata dai giudici di primo e secondo grado appare esente da censure logico giuridiche, e non vi è possibilità di applicazione nel merito dell’art. 129 c.p.p., in relazione al ruolo svolto… ” dalla donna “e correttamente descritto dai giudici di primo e secondo grado…”.

A norma dell’articolo 129 cpp, infatti, se la Corte avesse ritenuto non sussistere o non commesso il fatto, avrebbe comunque pronunciato sentenza di assoluzione nonostante la rilevata prescrizione. Tuttavia, nella fattispecie in esame, il giudice di legittimità non avrebbe potuto “assolvere” per la presenza degli elementi emersi nei gradi di merito che l’articolo 8 del Dlgs 74/2000 prevede per la configurabilità del reato.
Innanzitutto è evidente che, trattandosi di un reato comune, la fattispecie criminosa può essere realizzata non solo dal contribuente, ma anche da un terzo che, pur non rivestendo la qualifica di soggetto passivo dell’imposta, agisca al fine di consentire a un contribuente l’evasione fiscale o un indebito rimborso.
Con riferimento alla condotta tipica, la compilazione delle fatture ha permesso alla signora di apportare il proprio contributo causale alla verificazione del fatto, partecipando materialmente all’esecuzione del reato e concorrendo, quindi, con il datore di lavoro all’emissione di fatture false.

Di conseguenza, accogliendo il ricorso, nei limiti del solo motivo concernente la richiesta dell’applicazione dell’istituto della prescrizione, la Cassazione ha ritenuto penalmente rilevante il contributo materiale di un soggetto, diverso dall’emittente, che con la sua condotta ha comunque fornito collaborazione alla realizzazione del “fatto – reato”.

Alle stesse conclusioni di concorso nel reato di emissione di fatture false, la Corte è pervenuta con riferimento alla condotta del cliente e del commercialista che, d’accordo, avevano emesso fatture false al fine di consentire a un terzo l’evasione d’imposta. In tale fattispecie, era stato precisato che “Il D.Lgs. n. 74 del 2000, art. 9…, mentre esclude il concorso tra chi ha emesso la fattura e chi l’ha utilizzata (ad evitare che la medesima condotta sostanziale sia punita due volte - cfr. Cass. 3 giugno 2003 n. 24167…), non esclude invece il concorso nell’emissione della fattura o del documento per operazioni inesistenti secondo le regole ordinarie del concorso di persone nel reato ex art. 110 c.p...”(Cassazione, sentenza 35453/2010 e sentenza 8291/2006).

Né, nella fattispecie in esame, è servita a escludere l’imputabilità del delitto, la circostanza che la concorrente nel reato non abbia realizzato una condotta con rilevanza esterna alla struttura aziendale, propria invece dell’agente principale (l’imprenditore, soggetto passivo d’imposta).
Ciò anche per la natura del delitto di cui all’articolo 8. La Corte, infatti, ribadendo il proprio orientamento (sentenze 28654/2009, 12719/2007, 40172/2006 e 26395/2004), ha confermato che “l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, disciplinata dall’art. 8 del D.Lgs. n. 74/2000…costituisce fattispecie incriminatrice di pericolo astratto”, come tale caratterizzato da un’anticipazione dell’intervento punitivo, e che non richiede un accertamento giudiziale dell’effettiva pericolosità dell’evento, poiché è sufficiente la sola condotta prevista dalla norma per determinare prevedibilmente la messa in pericolo o lesione potenziale dell’interesse protetto.

I giudici di legittimità, in proposito, hanno ritenuto corretta la ricostruzione del fatto compiuta dai giudici di merito in relazione al “ruolo” ricoperto dalla dipendente. La donna, ammettendo di aver agito come esecutrice degli ordini del capo, inoltre, ha dimostrato in modo obiettivo e inequivoco la propria partecipazione, cosciente e volontaria, al comportamento criminoso del suo datore di lavoro.
Quindi è risultato sussistente anche l’elemento soggettivo (il dolo specifico), richiesto dall’articolo 8. La dipendente, infatti, era consapevole della falsità delle fatture e anche del fine cui la propria attività era diretta (consentire l’evasione altrui) e tale consapevolezza è ben distinta dal movente in base al quale la stessa ha agito.

A tale riguardo, la Corte suprema ha precisato che “la sussistenza dell’elemento psicologico del reato deve essere esclusa solo qualora risulti che l’azione sia stata posta in essere per fini esclusivamente extratributari…”(Cassazione, sentenza 28654/2009), ma non qualora la partecipazione possa essere stata determinata, oltre che dal dolo, anche da motivi di lucro personale (la ricezione di un compenso economico) o, come nella fattispecie in esame, dal timore di avere “problemi” con il proprio datore di lavoro.

A seguito della sentenza 4638, allora, deve ritenersi che nel reato previsto dell’articolo 8 del Dlgs 74/2000 possano concorrere, insieme con il soggetto emittente, anche altre persone che abbiano prestato un consapevole contributo causale nella commissione del reato, come, ad esempio, dipendenti dell’azienda, contabili o consulenti istigatori.


Fonte: Agenzia Entrate

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Studi di settore: il valore del bene concesso in comodato.

Domanda
Un'azienda che commercia in macchinari per la stampa e lo sviluppo, concede tramite regolare contratto di comodato l'uso degli apparati per la stampa ai propri clienti in forza del fatto che poi fornirà i prodotti consumabili. Iscrive regolarmente i beni nel registro dei beni ammortizzabili e accantona annualmente le quote di ammortamento. Il valore del bene concesso in comodato deve essere indicato nel rigo F29 "valore dei beni ammortizzabili"? Il dubbio nasce dal fatto che anche il comodatario dovrà indicare il valore normale nel proprio studio di settore. Pertanto, si potrebbe verificare una duplicazione del valore della stessa macchina all'interno di due studi di settore diversi

Risposta
L'art. 1803 del codice civile definisce il comodato come: "il contratto col quale una parte [comodante] consegna all'altra [comodatario] una cosa mobile o immobile, affinché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l'obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta".
Trattamento fiscale in capo al comodante
In merito al trattamento fiscale - in capo al comodante - dei beni strumentali oggetti di comodato, l'Agenzia delle Entrate si è espressa con la Risoluzione n. 196/E del 16 maggio 2008, chiarendo che tali beni sono fiscalmente rilevanti per il comodante a condizione che gli stessi siano strumentali ed inerenti alla sua attività d'impresa.
È dunque necessario verificare che il bene sia:
1. strumentale rispetto all'attività d'impresa del comodante secondo i principi di cui all'art. 102, comma 1 del TUIR, ovvero sia utilizzato dal comodatario nell'ambito di un'attività strettamente funzionale alle esigenze produttive del comodante;
2. inerente rispetto all'attività d'impresa del comodante secondo i principi di cui all'art. 109, comma 5 del TUIR, ovvero ceda le proprie utilità all'impresa comodante, indipendentemente dal fatto che lo stesso bene ceda le proprie utilità anche all'impresa comodataria.
Trattamento fiscale in capo al comodatario
In merito al trattamento fiscale - in capo al comodatario - dei beni strumentali detenuti in base ad un contratto di comodato, pur in mancanza di una specifica indicazione normativa o di prassi, si ritiene che tali beni non siano fiscalmente rilevanti per il comodatario, in quanto utilizzati a titolo gratuito e oggetto di restituzione al termine del contratto di comodato.
Indicazione dei beni nel modello degli studi di settore
In merito all'indicazione di tali beni nel modello degli studi di settore, pur in mancanza di una specifica indicazione normativa e/o di prassi, si ritiene di poter sostenere quanto segue:
1. il comodante deve indicare tali beni nel modello, solo se in capo a tale soggetto risultano rilevanti fiscalmente, in quanto strumentali e inerenti alla propria attività.
2. il comodatario deve indicare tali beni nel modello in base a quanto confermato dalle istruzioni ministeriali.
Conclusione
Nel caso di specie, rimanendo i beni concessi in comodato fiscalmente rilevanti per il comodante, si ritiene corretto che gli stessi subiscano il seguente trattamento fiscale:
- indicazione nel registro dei beni ammortizzabili del comodante e non del comodatario;
- assoggettamento a processo di ammortamento rilevante ai fini della determinazione del reddito di impresa del comodante e non del comodatario;
- indicazione nel rigo F29 del modello degli studi di settore sia del comodante che del comodatario.


Fonte: IPSOA

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La concorrenza ferma l’accertamento.

Illegittimo l’accertamento da studi nei confronti di un commerciante al dettaglio di articoli di cartoleria e cancelleria, quando il contribuente dimostra che lo scostamento (peraltro minimo) dipende dalla misura particolarmente ridotta dell’esercizio e dalla presenza, nelle vicinanze, di diversi esercizi dedicati alla stessa attività.
Con l’ordinanza n. 3923 del 17 febbraio scorso, la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un contribuente contro la decisione della CTR che aveva riconosciuto legittimità all’accertamento fondato esclusivamente su dati parametrici ricavati dallo studio di settore, specificamente contestati dal contribuente e non altrimenti supportati dall’Agenzia delle Entrate.

Come recentemente stabilito dalle Sezioni Unite della Cassazione, le risultanze degli studi di settore, ove siano contestate sulla base di specifiche allegazioni, non bastano a supportare l’accertamento se non sono confortate da elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa.

(Cassazione civile Ordinanza, Sez. Trib., 17/02/2011, n. 3923)


Fonte: IPSOA

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Scheda carburante: sconti fiscali in pericolo se la scheda è incompleta.

Il contribuente può dedurre il costo delle schede carburanti e operare la detrazione dell’Iva solo se la scheda è completa dei dati richiesti dalla legge. I principi base delle regole sulle schede carburanti sono stati ribadite di recente dalla Corte di Cassazione. Nella Sentenza n. 3947 del 18 febbraio 2011 la Cassazione ha, infatti, la affermato che la dimenticanza del numero della targa, della firma dell’addetto o del numero dei chilometri comporta la ripresa a tassazione del costo dedotto ai fini delle imposte sui redditi e dell’Iva detratta. In questo modo, la sentenza in esame si allinea ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato (sentenza n. 21941/2007, sentenza n. 26539/2008).


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Opzione Irap per ditte individuali e società di persone entro il 01.03.2011.

Le ditte individuali e le società di persone calcolano la base imponibile IRAP secondo i valori fiscali, mentre i soggetti IRES calcolano la base imponibile IRAP secondo i valori di bilancio. Alle ditte individuali ed alle società di persone che siano in contabilità ordinaria è concessa, tuttavia, la possibilità di optare per la determinazione della base imponibile IRAP con le regole delle società di capitali (valori di bilancio), previa comunicazione di apposita opzione valida per un triennio. Per il triennio 2011-2013, la comunicazione dovrà essere effettuata in via telematica entro il 1° marzo 2011. Entro la stessa data, può essere comunicata la revoca da parte dei soggetti che hanno optato per il triennio 2008-2010 e che dal 2011 intendono determinare la base imponibile IRAP ai valori fiscali.

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Comunicazione annuale dati Iva 2011: l’invio entro il 28.02.2011.

Ancora pochi giorni per l’invio della comunicazione annuale dati Iva 2011. Entro lunedì 28 febbraio 2011, i titolari di partita Iva dovranno, infatti, provvedere all’invio, utilizzando l’apposito modello, reperibile sul sito Internet dell’Agenzia delle Entrate o sul sito Internet del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Sono esonerati dall’adempimento, i contribuenti che anticipano la dichiarazione Iva, presentandola entro febbraio. La novità di quest’anno è che tale possibilità è estesa a tutti i contribuenti, a prescindere se hanno un saldo a credito o a debito. La circolare n.1/E/2011, infatti, ha eliminato la disparità di trattamento che si è creata tra i soggetti che, avendo un credito Iva potevano trasmettere la dichiarazione in via autonoma ed essere esonerati dalla Comunicazione annuale dati Iva e coloro che, invece, avendo un debito d’imposta, non potevano usufruire di tale agevolazione.


Fonte: Fisco Oggi

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Indennità suppletiva di clientela: accantonamenti indeducibili.

Gli accantonamenti per indennità suppletiva di clientela, effettuati in adempimento degli obblighi imposti dagli accordi economici collettivi previsti per gli agenti e i rappresentanti di commercio, sono indeducibili dal reddito d'impresa della casa mandante.
A confermare la correttezza di tale tesi è intervenuta recentemente anche la Commissione tributaria provinciale di Firenze, con la sentenza n. 33/20/2011, depositata l'8 febbraio.

Tale indirizzo era stato espresso anche dalla circolare 42/2007, che aveva recepito il consolidato orientamento della Corte di cassazione.
L'Amministrazione finanziaria era tornata infatti a occuparsi della questione concernente la deducibilità degli accantonamenti effettuati per la (eventuale) corresponsione dell'indennità suppletiva di clientela e della indennità meritocratica all'atto di cessazione del rapporto di agenzia, ritenendo, sulla scorta della giurisprudenza di legittimità, non più sostenibile la tesi interpretativa già contenuta nella risoluzione 59/2004.

Il documento di prassi chiariva infatti che, ai sensi del combinato disposto dei commi 1 e 4 dell'articolo 105 del Tuir (nella formulazione vigente dal 1° gennaio 2004), l'accantonamento ai fondi per indennità di cessazione del rapporto di agenzia, valorizzato nelle sue diverse componenti (indennità di risoluzione, indennità suppletiva e, se ne ricorrono i presupposti, indennità meritocratica), era riconosciuto fiscalmente deducibile nei limiti dell'importo massimo previsto dall'articolo 1751, terzo comma, del codice civile.
Inoltre, poiché le disposizioni contenute nei commi 1 e 4 dell'articolo 105 erano identiche a quelle già contenute nei commi 1 e 3 dell'articolo 70 (nella formulazione vigente fino al 31 dicembre 2003), la stessa risoluzione 59/2004 aveva rilevanza anche in relazione alle controversie pendenti sulla questione della deducibilità degli accantonamenti in argomento.

La posizione allora assunta era peraltro in sintonia con il previgente orientamento della Corte suprema (cfr Cassazione, 10221/2003), in base al quale "l'articolo 70, comma 3 del D.P.R. n. 917/1986... si riferisce alle indennità percepite per la cessazione del rapporto di agenzia delle persone fisiche, tra le quali rientra l'indennità suppletiva di clientela. In contrario non vale rilevare che dal contratto collettivo che disciplina detta indennità suppletiva risulta che essa non viene corrisposta sempre ma soltanto nelle ipotesi di scioglimento di un contratto a tempo indeterminato per fatto non imputabile all'agente. La natura aleatoria dell'indennità, infatti, non consentiva all'Ufficio di contestare in radice la legittimità dell'accantonamento, ma solo di determinare il quantum di quest'ultimo sulla base di criteri statistici che tenessero conto delle probabilità di cessazione del rapporto di agenzia per fatto imputabile all'agente".

Nello stesso anno, comunque, la Cassazione si era, a dire il vero, già espressa anche in senso opposto, statuendo che "l'indennità suppletiva di clientela non ha natura previdenziale e, soprattutto, è caratterizzata dalla mera eventualità dell'obbligo del preponente alla sua corresponsione, condizionata... alla ricorrenza dell'ipotesi che il contratto di agenzia si sciolga ad iniziativa della casa mandante per fatto non imputabile all'agente", con la conseguenza che l'indennità suppletiva di clientela assumeva rilevanza fiscale, ai fini della deducibilità dal reddito di impresa, solo nell'esercizio in cui effettivamente veniva erogata (cfr sentenza 7690/2003).

Come detto, la giurisprudenza di legittimità (cfr Cassazione 24443/2005, 24973/2006, 1910/2007) ha poi invece definitivamente affermato l'indeducibilità dei predetti accantonamenti, sul presupposto che l'indennità suppletiva di clientela rappresenta un costo meramente eventuale sia nell'an che nel quantum, come tale non accantonabile fiscalmente e, quindi, non deducibile dal reddito d'impresa, manifestando, invece, la qualità di componente negativo deducibile solo nell'esercizio in cui venga concretamente ed effettivamente corrisposta.

Inoltre, le citate pronunce della Cassazione (in particolare, la sentenza 24973/2006) ritengono che il consentire la deducibilità di tali accantonamenti:
"urta contro il chiaro ed univoco disposto normativo richiamato per il quale, come detto, la "natura aleatoria" dell'erogazione in questione esclude la possibilità di considerare come "maturata" nell'anno una qualche quota della stessa"
non trova conforto nella "funzione" ("sostituire il mancato reddito derivante dalla cessazione del rapporto") che si assume svolta dall'indennità de qua, atteso che il problema giuridico è dato sempre e solo dalla individuazione, anche al fine di determinare l'esercizio (fiscale) di competenza, del momento di "maturazione" dell'emolumento e tale momento può coincidere unicamente con il sorgere del diritto, quindi con la cessazione del rapporto.
Conseguentemente le somme accantonate ai predetti fondi possono essere dedotte solo nell'esercizio in cui vengono effettivamente corrisposte.

Il documento di prassi del 2007 contemplava, del resto, a ulteriore "garanzia" del contribuente, anche la possibilità per il contribuente che avesse dedotto gli accantonamenti in base alla previgente interpretazione, di rettificare la dichiarazione ai sensi dell'articolo 2, comma 8, del Dpr 322/1998, entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione originaria, essendo anche prevista la possibilità di avvalersi del ravvedimento operoso.

In conclusione, gli accantonamenti operati dalle società ai fini dell'indennità suppletiva di clientela, riconosciuta agli agenti e ai rappresentanti di commercio in caso di scioglimento anticipato del contratto per iniziativa della società, sono deducibili solo nell'esercizio in cui l'indennità viene concretamente corrisposta.
L'accantonamento operato dal datore di lavoro, anche se giustificabile sotto il profilo civilistico, in quanto rientrante nel prudente apprezzamento dell'imprenditore, non assume infatti rilevanza a fini fiscali, difettando quel requisito imprescindibile di certezza richiesto dalla normativa ai fini della deducibilità dei componenti negativi del reddito.
Visto, del resto, il carattere di eventualità dell'indennità in parola essa non è inseribile tra i fondi di accantonamento a fini fiscali, che, come noto, costituiscono un numerus clausus, insuscettibile di ampliamento a discrezione del contribuente.

Come detto, la Ctp di Firenze, con la sentenza citata, ha ulteriormente confermato tale impostazione, affermando in particolare che "l'indennità suppletiva di clientela, prevista dagli accordi economici collettivi che disciplinano i rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale, in quanto connotata dall'incertezza dell'obbligo del preponente alla sua corresponsione, costituisce, in pendenza del rapporto di agenzia, un costo meramente eventuale, sia nell'an che nel quantum. Ne consegue che tale indennità non è accantonabile fiscalmente e quindi non è deducibile dal reddito di impresa …. Manifestando invece la qualità di componente negativo deducibile solo nell'esercizio in cui venga concretamente corrisposta".


Fonte: Agenzia Entrate

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mercoledì 23 febbraio 2011

Quesito: detrazioni fiscali su contribuzione volontaria.

Sono una ex-lavoratirce dell'Industria in mobilità fino al 28 Febbraio, 2011. Dall'1 Marzo 2011 verserò contribuzione volontaria fino al Gennaio 2013 per maturare il requisito pensionistico dei 40 anni.
Superando, seppure di poco, il reddito di Euro 2.840 per l'intero anno 2011, mi è stato detto che mio marito - pensionato - non può prendermi a carico, per cui per i versamenti volontari che effettuerò per l'anno in corso non potrò fruire di alcun rimborso fiscale, se non nella misura "minima" che consente la mia copertura IRPEF per tre assegni di mobilità (parlo di tre assegni, incluso anche quello di Dicembre 2010, perchè, venendo pagata la mobilità il mese successivo quello di riferimento, nel mio CUD 2011 risultano tre assegni di mobilità).
Sperando di essere stata sufficientemente chiara chiedo: NON CI SONO ALTERNATIVE PER RECUPERARE LA DETRAZIONE FISCALE DEL 19% ANCHE PER I CONTRIBUTI VOLONTARI CHE EFFETTUERO' NEL 2011?

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Quesito: provider Italiano per azienda estera (Leggi sul Web).

riguardo all'acquisto di uno spazio web per un mio cliente che ha una società estera.

premetto che la società in questione ha stabile organizzazione in austria,
amministratore della società e tutti gli altri soci sono austriaci e residenti in austria.
La società austriaca offre servizi di consulenza..
Essendo io il web master della società estera in questione, mi è stata richiesta la realizzazone di un sito web

Ora la mia domanda è questa:
se propongo al mio cliente austriaco, l’ acquisto di uno spazio web presso un provider italiano e quindi il sito web risiederebbe su server italiani, visto che ho problemi io con la lingua tedesca..e ho bisogno di assistenza tecnica italiana, potrei creare dei problemi fiscali alla società in questione?
Nel senso..la società sarebbe in qualche modo assoggettata al fisco italiano o no?

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Quesito: acquisto attività commerciale.

ho intenzione di prendere un bar situato in un centro
commerciale, questa è la proposta....crede sia conveniente?

L’esercizio da noi proposto, si sviluppa su mq. 83,46.
Natura del
contratto: affitto di ramo d’azienda
Durata del contratto: anni 5;

Canone di affitto d’azienda: 7% sul fatturato annuo netto I.V.A.;

Canone minimo garantito annuo: Euro 30.000,00 più IVA;
Garanzie a
contratto: fideiussione bancaria “a prima richiesta” per l’importo
corrispondente
a 6 mensilità del canone minimo garantito a regime;

Garanzie a contratto: fideiussione bancaria “a prima richiesta” per l’
importo corrispondente
a 3 mensilità delle spese comuni;
Stato di
consegna dei locali: come verrà rilasciato dall’attuale operatore.

Pilotage: Euro 2.070,00 oltre IVA da corrispondere alla Società
designata dalla
Pratoinvestimenti s.r.l. con la quale l’Affittuario si
obbliga fin d’ora a concludere
eventuale apposito contratto per l’
incarico del “pilotage” (verifica del progetto e delle
opere di
allestimento dello spazio oggetto della presente proposta).
Pratica
SUAP: costi a totale carico dell’Affittuario

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Imposte sulle assicurazioni estere: il versamento viaggia solo on line.

Dal 1° febbraio 2011 è entrato a regime il versamento on line, tramite il Modello “F24 – Accise”, delle imposte e dei contributi dovuti sui premi riscossi dalle imprese di assicurazione estere che operano in Italia. Con la Risoluzione n. 19/E del 21 febbraio 2011, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito le modalità di versamento di tali imposte e contributi e ha istituito un nuovo codice identificativo “70”, da utilizzare quando il pagamento è effettuato da un rappresentante fiscale, con addebito sul proprio conto corrente.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Territorialità IVA delle prestazioni di deposito merci.

Le prestazioni di servizi dei depositari di merci non sono riconducibili tra quelle relative ai beni immobili, per cui seguono la regola generale dell'art. 7-ter del D.P.R. n. 633/1972, secondo cui i servizi cd. generici sono territoriali nel luogo in cui è stabilito il committente soggetto passivo.
Conseguentemente, alle prestazioni eseguite nei depositi IVA, allorché rese a soggetti passivi esteri, non è più applicabile, dal 1° gennaio 2010, il trattamento di sospensione di cui all'art. 50-bis del D.L. n. 331/1993, trattandosi di operazioni "fuori campo".

La riforma dell’IVA operata dal D.Lgs. 11 febbraio 2010, n. 18, in attuazione della direttiva comunitaria 2008/8/CE del 12 febbraio 2008, ha interessato essenzialmente la disciplina del luogo delle prestazioni di servizi (cd. presupposto territoriale) e quella del debitore dell’imposta.
Sul primo versante, è stato anzitutto rovesciato il criterio basilare per la localizzazione delle prestazioni scambiate fra operatori economici, spostando la tassazione dal luogo di stabilimento del prestatore a quello del committente. Inoltre, è stata notevolmente ridotta, sempre negli scambi business to business, l’area dei criteri speciali, con il risultato di semplificare il quadro normativo e l’applicazione dell’imposta da parte dei soggetti passivi.
A quest’ultimo risultato hanno contribuito anche le modifiche sul secondo versante, che hanno radicalizzato, senza eccezioni di sorta, il principio per cui quando l’operazione territorialmente rilevante è posta in essere da un soggetto passivo non stabilito nel territorio dello Stato nei confronti di un soggetto passivo stabilito, debitore dell’imposta è il cessioniario/committente, che deve pertanto applicare il meccanismo dell’inversione contabile (o reverse charge).
Sino ad oggi l’Agenzia delle entrate ha avuto modo di occuparsi più volte della riforma, sotto diversi profili, fornendo indicazioni preziose agli operatori, ma al momento di andare in stampa si attende una circolare che affronti organicamente la materia della riforma. Nelle more, occorre prendere nota delle ultime “pillole interpretative” che l’Amministrazione ha somministrato in occasione dell’ultimo “Telefisco”, dove sono state fornite alcune risposte in merito, appunto, alla localizzazione delle prestazioni e agli adempimenti del debitore dell’imposta, non prive di spunti di commento.

Ad avviso dell’Agenzia, le prestazioni di servizi consistenti nel deposito di merci per conto terzi non sono inquadrabili tra quelle relative a beni immobili, ai fini del criterio speciale di territorialità previsto dall’art. 7-quater, lett. a), del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633 (che localizza oggettivamente tali prestazioni nel luogo in cui si trova l’immobile), ma devono essere ricondotte alla regola generale dell’art. 7-ter dello stesso decreto. Questo perché, in base all’art. 1766 c.c., il deposito è il contratto col quale una parte riceve dall’altra una cosa mobile con l’obbligo di custodirla e di restituirla in natura. Sebbene la motivazione non appaia, invero, particolarmente articolata (e faccia riferimento al diritto civile nazionale, sul quale non può basarsi l’interpretazione delle norme armonizzate sull’IVA (1), la posizione dell’Agenzia parrebbe condivisibile, in quanto l’oggetto della prestazione del depositario non sembra porsi con il bene immobile in una relazione sufficiente da giustificare l’applicazione del criterio speciale.
La questione è comunque opinabile, se è vero che, come si legge nella domanda, la normativa IVA olandese annovera la prestazione in esame fra quelle relative a beni immobili, donde l’assoggettamento all’IVA in Olanda, luogo in cui si trova il deposito-immobile. In tale ipotesi, peraltro, il depositante, soggetto passivo italiano, riceve dal depositario la fattura assoggettata all’IVA olandese, ma l’Amministrazione finanziaria italiana pretenderà la tassazione in Italia ai sensi dell’art. 7-ter, sanzionando in caso contrario il committente secondo le disposizioni dell’art. 6, comma 9-bis, del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471. Volendo aderire all’orientamento dell’Amministrazione nazionale, quindi, nella fattispecie il committente dovrebbe ignorare l’avvenuta tassazione olandese ed applicare, sulla base imponibile costituita dal corrispettivo (e non anche dall’IVA indebita), l’imposta italiana con il meccanismo dell’inversione contabile.
Ma che succede se il fornitore fa resistenza, magari ottenendo conferma della correttezza del proprio operato da parte dell’Amministrazione finanziaria olandese? Lo scenario non è dei più semplici, poiché si potrebbero instaurare, in esito ad azioni di accertamento o a domande di rimborso, una o più controversie tributarie incrociate, tra i soggetti passivi e le Amministrazioni coinvolte, e magari una lite non tributaria tra i due operatori, per via di un conflitto interpretativo fra le amministrazioni dei due Paesi membri ricomponibile in sede giurisdizionale dalla Corte di giustizia delle Comunità, oppure risolvibile dal Consiglio dell’UE attraverso l’emanazione di una “disposizione di applicazione” ai sensi dell’art. 397 della direttiva 2006/112/CE. I tempi, in entrambi i casi, non sarebbero propriamente in linea con le esigenze delle imprese.
Sarebbe necessario, piuttosto, un meccanismo di interpello sovranazionale, simile a quello previsto nel settore doganale, per la risoluzione quanto più rapida possibile della questione interpretativa, con effetto nell’intero territorio comunitario. Un’esigenza, questa, avvertita anche al di fuori dei confini comunitari e recepita dall’OCSE nell’ambito del progetto “Vat Guidelines” del 2006, che mira a risolvere, tra l’altro, proprio i contrasti tra i vari Stati in tema di individuazione del luogo delle operazioni.

(1) In tal senso, la giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità

Una seconda risposta fornita dall’Agenzia in materia di territorialità, non priva di agganci con la precedente, riguarda il trattamento delle spese di deposito fatturate dal gestore di un deposito IVA di cui all’art. 50-bis del D.L. 30 agosto 1993, n. 331 ad un soggetto passivo estero. All’Agenzia era stato chiesto di sapere:
a) se la prestazione del depositario dovesse essere qualificata come “non soggetta” ad IVA ai sensi dell’art. 7-ter del D.P.R. n. 633/1972, oppure come operazione senza pagamento dell’IVA ai sensi della lettera h) del comma 4 dell’art. 50-bis citato;
b) se, all’atto dell’estrazione dei beni dal regime di deposito, a cura del soggetto passivo estero per il tramite del proprio rappresentante fiscale in Italia, l’ammontare delle predette spese dovesse concorrere alla base imponibile dell’estrazione, ai sensi del comma 6 del medesimo art. 50-bis.
La prima domanda concerne, in sostanza, la relazione fra il presupposto della territorialità e il trattamento concretamente applicabile all’operazione (imponibilità, non imponibilità, esenzione, od anche, appunto, la “sospensione” di cui all’art. 50-bis in esame).
Non viene invece posta questione circa il criterio di localizzazione applicabile alle prestazioni del depositario, ossia se si tratti di prestazioni riconducibili a quelle relative a beni immobili (sottoposte al criterio speciale dell’art. 7-quater, lett. a) oppure di prestazioni cd. generiche inquadrabili nella regola generale dell’art. 7-ter, dandosi evidentemente per scontata - diversamente che nella domanda sul trattamento dei servizi di deposito merci in Olanda - la seconda soluzione.
Nella risposta, l’Agenzia afferma giustamente che “l’individuazione della territorialità è pregiudiziale rispetto alla disciplina fiscale da applicare alla singola operazione”, traendone la pacifica conclusione che, nella fattispecie, trattandosi di prestazione di servizi “generica” resa ad un committente soggetto passivo non stabilito nel territorio dello Stato, l’operazione si qualifica “non soggetta” (per difetto di territorialità) ai sensi dell’art. 7-ter, e come tale dovrà essere fatturata dal depositario stabilito. Per conseguenza, l’ammontare della prestazione (da assoggettare a tassazione del Paese membro in cui è stabilito il committente) non concorrerà neppure alla base imponibile dell’estrazione dei beni.
E’ appena il caso di osservare che qualora le prestazioni in esame dovessero qualificarsi, anziché “generiche”, come servizi relativi ad un bene immobile, la soluzione sarebbe completamente diversa: si tratterebbe infatti di servizi territoriali in Italia, in quanto l’immobile è ivi situato, da fatturare in regime sospensivo e da considerare nella base imponibile dell’estrazione, ai sensi dell’art. 50-bis citato.

Due risposte dell’Agenzia riguardano, infine, la questione - in parte già anticipata sopra - dell’indebita applicazione dell’IVA da parte del fornitore estero al soggetto passivo italiano, in relazione ad operazioni territorialmente rilevanti in Italia.
Dopo la riforma del D.Lgs. n. 18/2010, le disposizioni dell’art. 17, secondo comma, del D.P.R. n. 633/1972 qualificano debitore dell’imposta, per tutte le operazioni territoriali (qualsiasi cessione di beni o prestazione di servizi) poste in essere da fornitori non stabiliti nei confronti di soggetti passivi stabiliti, il destinatario dell’operazione, che deve applicare l’imposta con il meccanismo dell’inversione contabile.

Questa regola, che non prevede alcuna eccezione, vale anche nel caso in cui il fornitore estero sia titolare di una posizione IVA nel territorio dello Stato (rappresentante fiscale, identificazione diretta, stabile organizzazione), poiché tale circostanza non fa venire meno lo status di “soggetto passivo non stabilito” (1).
Nonostante la chiarezza della norma e il tempo trascorso dalla sua entrata in vigore, si continuano a registrare comportamenti apertamente difformi da parte dei soggetti esteri, non solo imprese di modesta rilevanza, ma anche grandi gruppi e marchi blasonati, sia nel settore dei beni sia dei servizi, che, ignorando bellamente le disposizioni nazionali (nonché le rimostranze e le sollecitazioni dei clienti e dei loro consulenti), addebitano ai cessionari/committenti soggetti passivi italiani l’IVA domestica, avvalendosi della rappresentanza fiscale o dell’identificazione diretta. Premesso che, di fronte a tali atteggiamenti, l’arma di difesa più efficace del cessionario/committente nazionale è quella di non pagare l’imposta, cosa che però, per vari motivi, non sempre è possibile, in ordine all’indebita fatturazione dell’IVA da parte del fornitore estero l’Agenzia ha ribadito che, stante la previsione dell’art. 17, secondo comma, l’assolvimento dell’IVA, mediante autofattura, spetta al cessionario/committente nazionale, in quanto debitore dell’imposta. Ove non adempia a tale obbligo, quindi, il cessionario/committente sarà soggetto all’applicazione della disciplina sanzionatoria dell’art. 6, comma 9-bis, del D.Lgs. n. 471/1997.
In una delle due risposte sulla questione, l’Agenzia puntualizza che il cessionario/committente non dovrà tenere conto della fattura con addebito dell’IVA emessa dal fornitore estero, per cui dovrà astenersi dal registrare il documento ai sensi dell’art. 25 del D.P.R. n. 633/1972 e dall’esercitare la detrazione dell’imposta erroneamente addebitata, mentre il fornitore, a sua volta, potrà attivare il meccanismo di variazione di cui all’art. 26 del D.P.R. n. 633/1972. In proposito, si deve tuttavia aggiungere che, in base alla disciplina sanzionatoria sopra richiamata, nel caso in cui l’imposta sia stata, ancorché irregolarmente, assolta da una delle parti, la sanzione amministrativa è pari al 3% ed è impregiudicato il diritto alla detrazione del cessionario/committente.
E’ opportuno ricordare, inoltre, che, nelle ipotesi di cui al secondo e al terzo periodo del predetto comma 9-bis, in caso di irregolare applicazione dell’imposta, al pagamento dell’imposta stessa e delle sanzioni sono tenute solidalmente entrambe le parti.
A margine delle risposte dell’Agenzia, infine, si osserva sommariamente (giacché il tema richiederebbe ben altro approfondimento) che qualora il fornitore estero abbia invece addebitato indebitamente - a giudizio dell’Amministrazione finanziaria o del destinatario - l’imposta del proprio paese di stabilimento, ritenendo ivi localizzata l’operazione (come nel caso dei servizi resi dal depositario olandese), il cessionario/committente nazionale, oltre ad azionare il descritto meccanismo di applicazione dell’imposta, pena la sanzione dal 100 al 200% prevista dal citato comma 9-bis dell’art. 6 del D.Lgs. n. 471/1997, potrà attivarsi per ottenere la restituzione del tributo estero. A tal fine, nel dubbio se l’Autorità fiscale estera ritenga corretto il comportamento del fornitore, potrebbe essere opportuno procedere parallelamente sia con la richiesta di restituzione del tributo al fornitore (per l’ipotesi in cui questi abbia effettivamente sbagliato ad applicare l’imposta), sia con l’istanza di rimborso ai sensi dell’art. 38-bis1 del D.P.R. n. 633/1972, per poi abbandonare, una volta chiarita la situazione, l’una o l’altra pretesa.

(1) E’ fatto salvo il caso in cui l’operazione sia posta in essere non dal soggetto estero, ma dalla sua stabile organizzazione nazionale, la quale infatti, in tale eventualità, assume essa stessa lo status di “soggetto passivo stabilito” ai sensi dell’art. 7, comma 1, lett. d).


Fonte: IPSOA

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Conciliazione: avvocati e ingegneri insieme.

Il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, e il Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano, Stefano Calzolari, hanno sottoscritto la Convenzione che impegnerà i Consigli dell’Ordine di cui essi sono rappresentanti ad attivare e gestire un servizio di conciliazione rivolto specificamente alle controversie aventi contenuti tecnici.
Il Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano, Paolo Giuggioli, e il Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano, Stefano Calzolari, hanno sottoscritto oggi la Convenzione che impegnerà i Consigli dell’Ordine di cui essi sono rappresentanti ad attivare e gestire un servizio di conciliazione rivolto specificamente alle controversie aventi contenuti tecnici, in applicazione delle disposizioni del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28 in materia di mediazione finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali.

L’obiettivo comune è mettere a disposizione di cittadini, imprese e professionisti iscritti ai rispettivi albi uno strumento di definizione delle controversie che sia efficiente, rapido ed economicamente vantaggioso.

Attraverso la sottoscrizione della Convenzione, il servizio offerto dall’Organismo di Conciliazione Forense di Milano, istituito su impulso dell’Ordine degli Avvocati di Milano, sarà ulteriormente qualificato con la presenza, nella veste di mediatori, co‐mediatori e consulenti tecnici, di ingegneri esperti che si affiancheranno agli avvocati che già svolgono tali funzioni per l’Organismo.


Fonte: IPSOA

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CUD 2011, novità Assonime.

Nella circolare n. 4 del 21 febbraio 2011, Assonime commenta le novità previste per il modello CUD 2011, che i sostituti d’imposta dovranno rilasciare al contribuente entro il prossimo 28 febbraio.
Le principali modifiche riguardano, in particolare:
1)l’introduzione di nuovi campi per la certificazione della detassazione degli emolumenti premianti corrisposti negli anni precedenti;
2)la previsione di appositi spazi per recepire le particolari disposizioni che hanno riguardato gli adempimenti fiscali dei lavoratori dipendenti abruzzesi.Inoltre nella parte B “Dati fiscali” del modello si dovrà tener conto di quanto segue:
1)in dipendenza delle decisioni assunte in sede di G20 e in considerazione degli effetti economici distorsivi propri delle forme di remunerazione operate sotto forma di bonus e stock option è stata prevista un’addizionale del 10% sui compensi corrisposti dai dirigenti e ai titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa che operano nel settore finanziario e che sono eccedenti il triplo della parte fissa della retribuzione erogata. Tale prelievo aggiuntivo trova applicazione sui compensi variabili corrisposti a decorrere dal 31 maggio 2010, ancorchè maturati negli anni precedenti;
2)i versamenti delle imposte sospese per eventi eccezionali, comprese le ritenute sospese, devono essere effettuati direttamente dal contribuente che ha usufruito dell’agevolazione;
3)per il personale del comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico titolare di un reddito complessivo di lavoro dipendente non superiore nell’anno 2009 a 35.000 euro viene prevista, in via sperimentale, una riduzione dell’IRPEF e delle relative addizionali regionali e comunali sul trattamento economico accessorio per un importo massimo di 145.000 euro;
4)proroga della tassazione agevolata della retribuzione incentivante, al quale prevede l’applicazione di un’imposta sostitutiva dell’IRPEF e delle relative addizionali del 10% sulle componenti variabili della retribuzione di lavoro dipendente corrisposte nel limite di 6.000 euro lordi ai dipendenti del settore privato. Il CUD 2011 prevede altresì la possibilità di assoggettare all'imposta sostitutiva anche gli elementi retribuitivi premianti corrisposti nel 2008 e 2009 che avevano scontato l’imposta ordinaria.


Fonte: IPSOA

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Notifica al procuratore costituito: l’appello va avanti senza problemi.

Ammissibile l’atto d’appello notificato alla parte direttamente presso il procuratore costituito nel primo grado di giudizio, anche se il contribuente non è domiciliato presso quest’ultimo.
È il principio di diritto desumibile dall’ordinanza n. 2578 della sezione tributaria della Corte di cassazione, dello scorso 3 febbraio.

La vicenda
L’Agenzia delle Entrate, soccombente in Commissione tributaria provinciale, proponeva appello presso la Ctr, notificando l’atto di gravame al contribuente presso il procuratore costituito nel primo grado di giudizio, il quale, peraltro, non risultava neppure domiciliatario della parte.
I giudici di seconda istanza dichiaravano inammissibile l’appello, ritenendo che la notifica al procuratore non domiciliatario costituisse una modalità non prevista dalle leggi che regolamentano il processo tributario.
Contro tale ultima pronuncia, denunciando la violazione dell’articolo 330 del codice di procedura civile, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione.

La pronuncia
Il Supremo collegio, aderendo a quanto affermato dal giudice relatore, con ordinanza ha cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa, anche per le spese, ad altra sezione della Commissione tributaria regionale.
Secondo la Cassazione, l’articolo 330 cpc, “…nella parte in cui dispone l'eseguibilita' della notifica dell'impugnazione presso il procuratore costituito…” trova piena applicazione nell’ambito del processo tributario.
Da un punto di vista normativo, tale integrazione risulta tecnicamente possibile in virtù del richiamo, contenuto negli articoli 1, comma 2, e 49 del decreto legislativo 546/1992, alle norme processuali codicistiche. A tal proposito, i giudici di legittimità chiariscono che la “…specifica previsione normativa in tema di notificazioni contenuta nel Decreto Legislativo n. 546 del 1992, articolo 17…” nonché “…la non obbligatorieta', nel processo tributario, della rappresentanza processuale da parte del procuratore ad litem…” non costituiscono ragioni sufficienti tali da poter escludere l’applicazione dell’articolo 330 al processo tributario.

Osservazioni
La pronuncia in esame, richiamando un principio già sancito dalle sezioni unite della Corte di cassazione con sentenza 29290/2008, conferma che l’articolo 330 cpc deve trovare ingresso anche nel processo tributario.
Nell’ambito del processo civile, detta disposizione disciplina il luogo di effettuazione delle notifiche concernenti le impugnazioni. In particolare, la norma prevede che, nel caso in cui all’atto di notificazione della sentenza la parte non avesse provveduto a dichiarare la propria residenza o eleggere domicilio nella circoscrizione del giudice che l’ha pronunciata, l’impugnazione possa essere notificata presso il procuratore costituito, ovvero nella residenza dichiarata o nel domicilio eletto per il giudizio dalla predetta parte.

Sulla questione, l’ordinanza in commento, uniformandosi ai principi espressi dalle sezioni unite, respinge, ancora una volta, la tesi sostenuta da un orientamento giurisprudenziale minoritario (Cassazione, sentenza 12098/2007), per la quale l’articolo 330 cpc troverebbe ingresso nel processo tributario, essenzialmente, per le seguenti ragioni:
per il principio di specialità, in tema di luogo delle comunicazioni e delle notificazioni, la norma tributaria di riferimento, costituita dall’articolo 17 del Dlgs 546/1992, prevarrebbe su quella processual-civilistica dettata dall’articolo 330
l’articolo 330, essendo legato inscindibilmente alla figura del “procuratore ad litem”, sarebbe incompatibile con le regole del processo tributario ove, in virtù dell’articolo 12 del Dlgs 546/1992, sarebbe richiesta esclusivamente la mera “assistenza tecnica” da parte di un soggetto qualificato, non rendendosi necessario, invece, il conferimento di una vera e propria procura alle liti.

Sul primo punto, la Cassazione sottolinea che la previsione di cui all’articolo 17 costituisce un’eccezione alla sola disposizione contenuta nell’articolo 170 cpc, concernente le notificazioni e le comunicazioni effettuate nel corso del processo. Di conseguenza, in carenza di una specifica norma che si occupi della notificazione delle impugnazioni, in virtù del “generale” richiamo fatto dagli articoli 1, comma 2, e 49 del Dlgs 546/1992, risulterebbe corretto applicare l’articolo 330.

Sul secondo aspetto controverso, la Suprema corte oppone che la norma, seppure preveda come obbligatoria la (sola) assistenza tecnica, non esclude a priori che la parte possa (validamente) affidare al proprio difensore (anche) l’incarico di rappresentarla in giudizio come “procuratore ad litem”. Infatti, nel processo tributario l’unica differenza rispetto a quello civile è data dalla circostanza secondo cui tale rappresentanza sia caratterizzata dalla “facoltatività”.

In ultima analisi, la pronuncia precisa che, in ogni caso, la notificazione presso il procuratore costituito non domiciliatario non può essere estesa, ai sensi del combinato disposto degli articoli 170 e 285 cpc, alla notifica delle sentenze delle commissioni tributarie ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione. In tal caso, come detto prima, la disciplina “speciale”, dettata in ambito tributario, dal citato articolo 17, prevale sulla disposizione di cui all’articolo 170 cpc (a sua volta, richiamato dall’articolo 285 cpc).


Fonte: Agenzia Entrate

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Acquisto “quote tonno rosso”. L’Iva è ordinaria. E rimborsabile.

I trasferimenti di “quote tonno rosso” sono soggetti a Iva con aliquota ordinaria. Iva che, essendo relativa all’acquisizione di un diritto immateriale e, quindi, di un bene immateriale ammortizzabile, potrà, ricorrendone i presupposti, essere chiesta a rimborso.
Il chiarimento è arrivato con la risoluzione n. 20/E del 22 febbraio.

Con il documento di prassi, premesso che la cessione dei diritti “quota tonno rosso” è regolamentata dal ministero delle Politiche agricole nell’ambito del “Piano di adeguamento dello sforzo di pesca della flotta a circuizione autorizzata alla pesca del tonno rosso in Italia”, l’Agenzia ha precisato - sotto il profilo fiscale Iva - che “Il carattere di necessaria connessione che la titolarità del diritto riveste rispetto al legittimo svolgimento delle attività di pesca professionale consente di inquadrare le c.d. “quote tonno rosso” tra le componenti dell’impresa ed in particolare nella categoria dei beni immateriali, al pari delle licenze, concessioni e simili”.
Ne consegue che il trasferimento di tali “diritti” tra soggetti passivi si configura, ai sensi dell’articolo 3, secondo comma, del Dpr 633/1972, come prestazione di servizi relativa a cessione di un “bene immateriale” dell’impresa, strumentale all’esercizio dell’attività di pesca professionale.

La cessione dei diritti “quote tonno rosso”, pertanto, dovrà essere assoggettata a Iva con aliquota ordinaria. L’imposta assolta dall’istante, relativa all’acquisizione di un diritto immateriale che, ai sensi dell’articolo 103, comma 2, del Tuir, rientra tra i beni immateriali ammortizzabili, potrà essere chiesta a rimborso, ai sensi dell’articolo 30, terzo comma, lettera c), del Dpr 633/1972, secondo cui il contribuente può chiedere, in tutto o in parte, il rimborso dell’eccedenza detraibile, se di importo superiore a 2.582,28 euro, all’atto della presentazione della dichiarazione “limitatamente all’imposta relativa all’acquisto o all'importazione di beni ammortizzabili, nonché di beni e servizi per studi e ricerche”.

In tale ipotesi, torna applicabile, altresì, la previsione di cui all’articolo 38-bis, secondo comma, del decreto Iva, che consente al contribuente di ottenere il rimborso anche in relazione a periodi inferiori all’anno, mediante presentazione dell’apposito modello TR, “quando effettua acquisti ed importazioni di beni ammortizzabili per un ammontare superiore ai due terzi dell’ammontare complessivo degli acquisti e delle importazioni di beni e servizi imponibili ai fini dell’imposta sul valore aggiunto”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Buoni acquisto, finché circolanti non realizzano cessioni imponibili.

Buoni “regalo” con Iva solo alla fine. In una complessa operazione, dove agiscono quattro attori che a due a due instaurano rapporti di diversa natura, l’Agenzia estrapola l’unico momento in cui l’imposta assume rilevanza, quando cioè il voucher è utilizzato dal beneficiario. Per il resto si tratta di semplice “movimentazione di carattere finanziario” e, come tale, fuori campo Iva.

Con la risoluzione n. 21/E del 22 febbraio, viene ribadito un concetto, oramai assodato nella prassi dell’Amministrazione finanziaria (tra le altre, la circolare 27/1976), per il quale nessuna fattura deve essere emessa nella fase di circolazione “interna”, in quanto i buoni acquisto non possono essere considerati alla stregua di merce, sono invece documenti di legittimazione da trasferire senza rispettare le regole proprie delle cessioni. Le porte dell’Iva si aprono soltanto quando l’esercizio commerciale coinvolto “cede” il prodotto al titolare del voucher.

Senza mezzi termini, se una società di servizi emette buoni spendibili presso una rete di esercizi convenzionati, per conto di aziende sue clienti che, a loro volta, li distribuiscono agli utilizzatori finali, i singoli rapporti precedenti alla spesa effettiva dei buoni esulano dall’Iva. In particolare, non è cessione di beni il passaggio dei buoni da emittente ad azienda cliente (ma “mera movimentazione di carattere finanziario”) e nemmeno quello tra quest’ultima e i beneficiari. Lo stesso discorso vale per le somme rimborsate dalla società emittente agli esercizi commerciali coinvolti: anche in questa fase c’è esclusivamente un trasferimento di denaro.

L’obbligo di fatturazione sorge nel momento in cui il titolare del buono acquisto riceve il bene (o il servizio), pagando il relativo prezzo. Nello scontrino o nella fattura, l’Iva si applica all’intero importo versato, non importa come (tutto con il buono o solo in parte e il resto in contanti). Il voucher che rimane al venditore rappresenta poi il diritto a ricevere il rimborso del valore facciale dello stesso, da parte del produttore.

L’opinione dell’Agenzia trova, inoltre, supporto in alcune storiche decisioni della Corte di giustizia Ue, come quella della causa C-398/99 dove, in riferimento a una questione analoga, il tribunale europeo ha sottolineato tre aspetti che valorizzano il ragionamento contenuto nella risoluzione odierna:
“... il produttore che emette il buono … può essere considerato terzo rispetto all'operazione intervenuta tra dettagliante beneficiario del rimborso del valore del buono sconto ed il consumatore finale che ha utilizzato tale buono”
se la somma pagata per la cessione del bene “non sia stata materialmente versata dal consumatore finale stesso, ma sia stata messa a sua disposizione, per conto del consumatore finale, da un terzo, estraneo a tale operazione, non assume alcuna rilevanza ai fini della determinazione della base imponibile di tale dettagliante”
“... la somma rappresentata dal valore nominale dei buoni costituisce per il dettagliante 'elemento dell'attivo' conseguito al momento del loro rimborso e che gli stessi devono essere considerati, nei limiti di tale valore, come mezzi di pagamento”.
In questo quadro, infine, l’Agenzia ricorda che gli eventuali servizi connessi all’operazione, prestati dall’emittente nei confronti delle società clienti (ad esempio, personalizzazione dei tagliandi, consegna a domicilio, eccetera) e dai venditori al dettaglio a favore dell’emittente, sono operazioni Iva a tutti gli effetti.


Fonte: Agenzia Entrate

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Aliquota Iva con il massimo sconto alla casa corretta in corso d’opera.

Sì all’imposta sul valore aggiunto del 4% sui corrispettivi pagati alla ditta che, extracapitolato, effettua lavori aggiuntivi per rendere più bella e funzionale una “prima casa” ancora in costruzione.
A chiarirlo la risoluzione n. 22/E del 22 febbraio.
La risposta è dell’Agenzia delle Entrate al socio di una cooperativa edilizia, a proprietà divisa, che costruisce abitazioni non di lusso, concedendo in appalto la loro realizzazione.
L’istante ha deciso di effettuare, in corso d’opera, alcune modifiche al proprio appartamento, prendendo accordi direttamente con l’impresa costruttrice.

L’agevolazione è quella disciplinata dal numero 39), della tabella A, parte seconda, allegata al Dpr 633/1972. La norma prevede l’imposta light per i corrispettivi pagati alle imprese che costruiscono in appalto fabbricati “non di lusso” destinati alla rivendita. Il regime di favore vale anche se a commissionare l’opera sono cooperative edilizie e loro consorzi o persone fisiche, a patto che, in quest’ultimo caso, l’abitazione conservi il requisito di “prima casa”.

Le migliorie operate nell’ipotesi dell’interpello, osserva l’Agenzia, seppur non richieste dal committente principale, bensì da un singolo socio, non possono qualificarsi come lavori di ristrutturazione edilizia perché l’appartamento non è stato ancora ultimato e, quindi, gli interventi, si inseriscono “nel processo di costruzione dell’immobile, ed hanno ad oggetto l’inserimento di materiali particolari o accorgimenti costruttivi destinati ad assicurare una migliore funzionalità dell’alloggio”, ragion per cui è applicabile l’Iva al 4 per cento.
Il caso è paragonabile, infatti, secondo l’Amministrazione, all’ipotesi descritta nella circolare 219/2000, con la quale veniva dato l’ok all’imposta scontata per chi ingrandisce la propria casa, costruita o in costruzione, rendendola più funzionale: le condizioni sono che l’appartamento in questione rappresenti l’abitazione principale del proprietario che ha commissionato i lavori e che l’alloggio non sia di lusso.

Imposta sul valore aggiunto ridotta, quindi, per gli interventi edilizi fuori capitolato, a meno che i miglioramenti non facciano scattare in salita la categoria catastale dell’immobile e a patto che il contribuente abbia effettuato le prescritte dichiarazioni con le quali conferma che l’immobile è la sua “prima casa”.


Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 22 febbraio 2011

Scheda carburante: la compilazione “parziale” determina l’indeducibilità del costo.

La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 3947 del 18 febbraio 2011, ha stabilito che ai fini della deducibilità dei costi per l’acquisto di carburante, la scheda carburante deve essere compilata indicando tutti i dati previsti dal D.P.R. n. 444/97, compresi i chilometri percorsi a fine mese e quelli complessivi indicati dall’apposito dispositivo esistente sul veicolo. In questo modo, la sentenza in esame si allinea ad un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, in virtù del quale tutti gli elementi della scheda carburante sono essenziali ai fini della deducibilità dei costi e della detraibilità dell’IVA.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Calamità naturali: doppia chance al professionista per dedurre i contributi sospesi.

Con la Risoluzione n. 17/E del 18 febbraio 2011, l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti sulla deducibilità dei contributi previdenziali nel caso in cui gli adempimenti tributari e contributivi siano stati sospesi a causa di calamità naturali. In particolare, l’Agenzia riconosce ai professionisti “sinistrati”, la possibilità di dedurre i versamenti previdenziali pagati nel rispetto del principio di cassa, e non quello di competenza. La deduzione dei contributi nel periodo di competenza, che è una norma dettata per agevolare i professionisti colpiti da eccezionali avversità, terremoti, alluvioni o altro, è una facoltà e non un obbligo.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Milleproroghe 2011: fino al 30 aprile 2011 i proprietari delle case fantasma potranno accatastare gli edifici non dichiarati.

Il Decreto Milleproroghe 2011 non è stato ancora convertito in legge, ma dal testo approvato dal Senato si evince che i proprietari delle case fantasma avranno un mese in più per accatastare gli edifici non dichiarati: la scadenza slitta infatti dal 31 marzo al 30 aprile 2011. A maggio i funzionari dell’Agenzia del Territorio cominceranno ad attribuire una rendita presunta agli edifici non ancora accatastati e gli effetti fiscali decorreranno dal 1° gennaio 2007, a meno che il titolare non riesca dimostrare in qualche modo che l’edificio è stato costruito dopo il 2006. Le rendite saranno affisse nell’albo pretorio di ogni Comune, con avviso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e potranno essere visionate presso gli uffici dell’Agenzia delle Entrate o consultando il sito internet dell’Agenzia.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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Corte Ue, no al dazio doganale se il farmaco è allo stato puro.

La norma di riferimento è costituita dall'allegato I, parte prima, titolo II, C, punto 1, sub i), del regolamento n. 2658/87 in materia di esenzione dazi doganali per i prodotti farmaceutici appartenenti a talune categorie. L'allegato I, parte prima, II C, punto 2, sub i) del regolamento, concerne i cd. casi particolari tra cui proprio le sostanze utilizzate nella fattispecie di cui alla causa principale.

Il regolamento Ue e la controversia
La domanda di pronunzia pregiudiziale è stata presentata in merito alla interpretazione della parte prima, titolo II, C, punto 1, sub i), della nomenclatura combinata della tariffa doganale comune contenuta nell'allegato I del regolamento Cee del Consiglio 23 luglio 1987, n. 2658 e successive modifiche. La controversa questione vede contrapporsi da una parte l'Amministrazione finanziaria dei Paesi Bassi e dall'altra una società operante nel territorio nazionale. Oggetto del contendere, la possibilità di applicare l'esenzione dai dazi doganali a prodotti farmaceutici composti da altre sostanze piuttosto che essere allo stato puro.

La questione pregiudiziale
La società ricorrente nel corso degli anni 2002 e 2003 presentava varie dichiarazioni di immissione in libera pratica per un dato prodotto farmaceutico. Prodotto farmaceutico la cui importazione era ssoggetta a dazio doganale mentre la società si avvaleva di un'esenzione dai dazi doganali per la merce facendo riferimento all'allegato I del regolamento n. 2658/87. Infatti, da un controllo ad opera di un ispettore doganale, quest'ultimo non riconosceva la possibilità di applicare l'esenzione dal dazio in quanto la sostanza in oggetto non era allo stato puro. Per quanto sopra, quindi, l'ispettore procedeva al recupero dei dazi doganali dovuti. Il Tribunale di primo grado, adito con ricorso proposto dalla società di nazionalità belga, dichiarava lo stesso ricorso non fondato. La società, pertanto, proponeva contro la sentenza di primo grado appello nel quale il giudice, sulla base di passata giurisprudenza, annullava la sentenza di primo grado ed anche gli avvisi di riscossione emessi per il recupero dei dazi non versati dalla società. L'Amministrazione finanziaria del Belgio proponendo ricorso per cassazione ribadiva la non applicabilità dell'esenzione nel caso di importazione di una sostanza farmaceutica di base alla quale si aggiungono altre sostanze farmaceutiche.

Il ricorso alla Corte di Giustizia
Data la spinosa questione, il giudice nazionale, nel dubbio interpretativo, decideva di sospendere il procedimento per rivolgersi ai colleghi comunitari. Nel rinvio, la questione pregiudiziale proposta punta a chiarire se, in virtù della parte prima, titolo III, C, punto 1, sub i), allegato I del regolamento n. 2658/87, la corretta interpretazione debba essere quella che le sostanze farmaceutiche di cui all'allegato 3, terza parte allegato I, possano usufruire dell'esenzione dai dazi doganali anche quando la sostanza non si trovi allo stato puro. Del resto per il giudice del rinvio non è valida neanche l'argomentazione, a difesa della contestata esenzione, incentrata sul fatto che tali sostanze sono state aggiunte per migliorare la loro conservazione. Questo perché, come noto, la conservazione può essere aumentata semplicemente mediante il confezionamento sottovuoto.

L'orientamento degli eurogiudici
Le argomentazioni dei giudici della Corte europea partono dal presupposto che l'esenzione dai dazi doganali di prodotti farmaceutici sia possibile nel solo caso in cui i prodotti siano allo stato puro e cioè senza alcuna aggiunta di altra sostanza. In altre parole, il senso dato alle disposizioni di cui al regolamento 2658/87 dal legislatore dell'Unione è di non consentire l'esenzione alle sostanze farmaceutiche con aggiunta di altre sostanze. Pertanto, l'interpretazione da seguire e che trapela dal legislatore è di una interpretazione restrittiva della norma. Interpretazione, come sostenuto perfino dalla Commissione europea, avvalorata da quanto disposto con specifiche direttive emanate a regolamentare l'uso delle sostanze affini a quelle di cui alla causa principale. E ancora, argomentano i togati europei, l'interpretazione risponde al principio di certezza del diritto che deve valere anche in tema di esenzioni e agevolazioni di qualsiasi genere. L'applicazione del principio offre il vantaggio di rendere il compito delle Amministrazioni doganali meno complesso e arduo se si considera che le Amministrazioni compiono analisi a campione per verificare lo stato di purezza delle sostanze e, di conseguenza, l'applicazione o meno dell'esenzione dal dazio. Per queste ragioni, i giudici europei, riconoscono che l'interpretazione è quella che garantisce un trattamento uniforme limitando atteggiamenti discrezionali da parte delle autorità doganali.

La pronuncia della Corte
Alla luce delle considerazioni svolte i giudici, della quinta sezione della Corte di giustizia europea, sostanzialmente allineati con quella che è stata l'interpretazione del legislatore dell'Unione, si sono pronunciati dando una interpretazione restrittiva della norma di cui all'allegato I, parte prima, titolo II, C, punto 1, sub) i, del regolamento n. 2658/87. Pertanto, per gli eurogiudici sconta il dazio doganale l'importazione di sostanze farmaceutiche che, seppur rientranti nell'elenco di cui all'allegato 3 della terza parte dello stesso allegato I, a cui sono state aggiunte altre sostanze inficiandone la purezza. Viceversa, l'esenzione può essere applicata a quelle sostanze farmaceutiche, che rientrano nel suddetto elenco, che vengono commercializzate allo stato puro.

Fonte: sentenza Corte UE del 17.02.2011 procedimento C-11/10


Fonte: Agenzia Entrate

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