sabato 29 agosto 2009

Quesito: detrazione 20%.

sto ristrutturando il mio appartamento (prima casa) e dispongo della relativa DIA, vorrei sapere se posso usufruire della detrazione del 20% anche per l'acquisto del materasso e della relativa rete, in fondo si tratta sempre di componenti di arredo, giusto?Cortesemente può indicarmi, se esiste, dove posso trovare un elenco dei prodotti rientranti nella detrazione?

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Quesito: info e-commerce.

vorrei chiedere alcuni consigli e chiarimenti riguardo l’attività di commercio elettronico. Sono un lavoratore dipendente, lavoro presso un’azienda a tempo indeterminato e quindi pago i vari contributi (faccio la dichiarazione 730). Sono inoltre un collezionista di articoli vari e svolgo in maniera del tutto occasionale l’attività di hobbysta presso mercatini delle pulci. Svolgo quest’attività pagando regolarmente le licenze temporanee presso i comuni in cui si svolgono tali mercatini. Dopo anni di passione e di esperienza accumulata nel settore, vorrei tentare l’esperienza della vendita tramite commercio elettronico e quindi vendere determinati prodotti (non alimentari) su un sito web personale oppure su piattaforme quali eBay, ovviamente senza abbandonare la mia attuale occupazione.I prodotti che vorrei vendere sono (per ora) appartenenti alle mie collezioni e comprendono: cartoline, monete, articoli di modellismo, banconote e monete, francobolli, fumetti, libri, figurine oltre a ristampe (non originali) di cartoline antiche. I prodotti che vorrei cedere sono in quantità notevole e avendoli acquistati nel corso degli anni non possiedo scontrini o ricevute. Inoltre, frequentando gli ambienti dei mercatini potrei trovare delle occasioni da acquistare per poi rivendere in modo da realizzare un’attività continuativa. Il materiale che ho attualmente disponibile per la vendita è tutto nella cantina e nel garage della mia abitazione privata e la mia intenzione sarebbe quella di svolgere questo secondo lavoro direttamente da casa.Per iniziare un’attività del genere che cosa dovrei fare? Quali sono tutti i costi che mi spettano? Come posso calcolare approssimativamente le spese sul ricavato? Supponiamo che il ricavato è di 10000 euro (lordi) annui, quanto dovrei versare di IRAP e IVA? Ovviamente sarebbe soltanto un tentativo e quindi vorrei sapere a che cosa vado incontro. Se le spese di apertura e gestione attività non sono così alte potrei tentare questa strada...

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Quesito: info per apertura P.IVA.

richiedo informazioni relativamente alle tasse da pagare per l'inizio di una nuova attività come artigiano con p.iva. Sul lordo annuo che mi viene corrisposto, circa 1800,00 € lordi che cosa devo pagare con dichiarazione dei redditi del nuovo anno?Mi sevirebbe sapere le percentuali di applicazione circa l'inps, inail e quanto altro occorre versare.

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Quesito: rateizzazione mod.730.

la mia azienda ha effettuato un inserimento errato dei dati del modello 730/4 di una dipendente, la quale aveva deciso di trattenere l’irpef dovuta in 5 rate mentre l’importo le è stato trattenuto erroneamente in un’unica volta. Vorrei sapere come si deve comportare l’azienda in questi casi e se è possibile che la dipendente chieda eventuali danni al datore di lavoro.

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Compilazione elenchi Intrastat. Onere del cedente sull'esattezza del codice identificativo.

L’onere di verificare che l’acquirente comunitario sia effettivamente un soggetto passivo di imposta è posto a carico del cedente. Quest’ultimo deve, dunque fornire la prova di aver effettuato le opportune ricerche per assicurarsi dell’esattezza dei codici trasmessi dal cessionario, sostanzialmente, al fine di impedire facili abusi nel settore delle cessioni intracomunitarie; cessioni effettuate in regime di non imponibilità Iva. Così si è espressa la Ctp di Firenze, con la sentenza n. 101 del 27 luglio scorso. Una pronuncia con cui i giudici toscani hanno affermato importanti principi in materia di conseguenze accertative in caso di inesattezza nella compilazione degli elenchi Intrastat.

Cessioni intracomunitarie ed elenchi Intrastat

Capita a volte di rilevare che società che effettuano operazioni intracomunitarie indichino, negli elenchi riepilogativi (Intrastat mensili), codici Iva di operatori intracomunitari risultanti poi, in realtà, sprovvisti di tale codice e considerati, quindi, acquirenti soggetti privati.

Nel caso in cui l’agenzia delle Entrate, ricorrendo all’interrogazione del sistema Vies (Vat information exchange system), constati che sono state effettuate cessioni intracomunitarie nei confronti di soggetti che, alla data delle fatture, erano cessati o il cui codice non era corrispondente al vero (considerato che, ai sensi dell’articolo 41 del Dl 331/1993, non sono imponibili le cessioni a titolo oneroso di beni trasportati o spediti nel territorio di altro Stato membro nei confronti di cessionari “soggetti d'imposta”), tali operazioni, laddove manchi il requisito soggettivo per la non imponibilità, devono considerarsi soggette a Iva, con obbligo da parte della società inadempiente di versare l'imposta relativa, nonché le corrispondenti sanzioni.

Oltre, dunque, alla violazione per incompleta, inesatta o irregolare compilazione degli elenchi Intrastat, è sanzionata l’omessa fatturazione di operazioni imponibili (rilascio di fattura senza indicazione dell’imposta), l’irregolare tenuta dei registri Iva (per l’omessa indicazione dell’imposta afferente le cessioni nei confronti dei soggetti privati), nonché la mancata esposizione nella fatture emessa dell’imposta relativa a titolo di rivalsa, ex articolo 18 del Dpr 633/1972.

Tali tipi di violazioni, peraltro, non costituiscono mere irregolarità formali.

Come chiarito anche con la circolare n. 77/E del 2001, infatti, possono essere in tal modo qualificate solo le violazioni che non incidono sulla determinazione della base imponibile, dell'imposta e sul versamento del tributo, e che, comunque, non pregiudicano l'attività di controllo dell'Amministrazione finanziaria (cosa che accade, invece, nel caso in cui sia indicato un codice non corrispondente al vero).

Dal coordinamento degli articoli 41, comma 1, e 50, commi 1 e 2, del Dl 331/1993 si desume, del resto, che la non imponibilità Iva è espressamente subordinata a determinati e inderogabili requisiti di legge. Tra questi figurano, da un lato, la comunicazione da parte dell'acquirente comunitario del proprio codice identificativo; dall'altro, l'avvenuta “conferma”, da parte dell'ufficio, della veridicità del dato stesso.

In altri termini, il cedente nazionale, al fine di usufruire del beneficio della non imponibilità, è sempre tenuto a controllare la correttezza dei dati identificativi dell'acquirente.

La previsione della necessità della “conferma” rappresenta un necessario e inevitabile presidio contro gli abusi nel settore delle cessioni intracomunitarie, in particolare nel caso in cui la società non fornisca la prova di aver effettuato tutte le opportune ricerche per assicurarsi dell’esattezza del codice trasmesso dal cessionario.

Al fine di impedire, dunque, cessioni effettuate in regime di “non imponibilità” Iva a operatori che non sono assoggettati all'imposta (in quanto soggetti privati), l'articolo 50, comma 1, del Dl 331/1993, ha posto a carico del cedente l’onere di verificare che l’acquirente comunitario sia effettivamente un “soggetto passivo di imposta”, richiedendo (allo stesso) il numero di identificazione Iva attribuito dallo Stato membro di appartenenza. La condotta anche solo omissiva è da considerarsi censurabile, tanto che il legislatore prevedeva anche la rilevanza penale (articolo 4, comma 1, della legge 516/1982) del comportamento di chiunque emettesse o utilizzasse fatture o documenti equipollenti relativi a operazioni intracomunitarie indicanti numeri di identificazione diversi da quelli veri, in modo che ne risultasse impedita l'identificazione dei soggetti cui si riferivano.

In conclusione, la non imponibilità degli scambi intracomunitari è subordinata all'adempimento di precisi obblighi, quali la comunicazione del numero di identificazione attribuito dallo Stato membro di appartenenza e la correlata e necessaria conferma della validità di tale dato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Incoterms. Informazioni sul proprietario della merce anche nel ddt.

La circolare interministeriale interno e trasporti del 17 luglio 2009 ha chiarito che le clausole internazionali Incoterms inserite nel documento di trasporto per il trasporto nazionale, non possono sostituire le informazioni sul proprietario della merce, queste infatti devono essere sempre indicate nel ddt che accompagna la merce, se quest'ultimo viene utilizzato in sostituzione della scheda di trasporto. I dati obbligatori da inserire nella scheda di trasporto (da aggiungere anche nel ddt se utilizzato in sostituzione di quest'ultima) sono quelli indicati nella bozza della scheda allegata al decreto del ministro delle Infrastrutture del 30 giugno 2009.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Regime fiscale agevolato per blogger e autore intermediale.

Cosa fa un “autore intermediale”? E un “blogger”? Ad aprire le porte al regime fiscale agevolato previsto per chi intraprende nuove attività artistiche o professionali è la differenza sostanziale tra i due tipi di “mestiere”, l’uno svolto prima, l’altro, per il quale viene chiesto il beneficio, da avviare. Una differenza che, in generale, deve comunque essere verificata caso per caso, attraverso un’indagine sugli effettivi contenuti delle attività esercitate nel tempo.

Questa la conclusione contenuta nella risoluzione n. 239/E del 26 agosto, nella quale viene anche sottolineato che il corretto inquadramento e il successivo confronto tra passato e futuro lavorativo del contribuente implicano valutazioni fattuali fuori dalla competenza dell’Agenzia in sede di interpello.

L’applicabilità o meno dell’agevolazione (articolo 13, legge 388/2000), che consiste nel pagamento di un’imposta sostitutiva dell’Irpef pari al 10% del reddito di lavoro autonomo o d’impresa per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo, è condizionata da più requisiti.

Tra questi, quelli per cui il richiedente “titolato” non deve aver “esercitato negli ultimi tre anni attività artistica o professionale ovvero d’impresa, anche in forma associata o familiare” – comma 2, lettera a) – e “l’attività da esercitare non costituisca, in nessun modo, mera prosecuzione di altra attività precedentemente svolta sotto forma di lavoro dipendente o autonomo (…)” – comma 2, lettera b).

Per chiarire la portata delle disposizioni di legge, l’agenzia delle Entrate è poi intervenuta con tre circolari (1, 8 e 59) tutte del 2001, nelle quali è specificato che, riguardo al requisito di cui alla lettera b), fanno eccezione e, quindi, non impediscono l’accesso al regime di favore, le attività artistiche o professionali esercitate in forma di praticantato obbligatorio.

Inoltre, poiché la norma “è finalizzata ad evitare gli abusi dei contribuenti, i quali, al solo fine di godere delle agevolazioni tributarie previste dal nuovo regime, potrebbero di fatto continuare ad esercitare l'attività in precedenza svolta, modificando solamente la veste giuridica in impresa o lavoro autonomo. (…), utilizzando, ad esempio, gli stessi beni dell'attività precedente, nello stesso luogo e nei confronti degli stessi clienti.”, il corretto inquadramento degli elementi “originali” della nuova professione non può prescindere da una accurata valutazione “caso per caso”, tenendo sempre presente il contesto generale in cui viene esercitata.

Dunque, non un sì, ma neanche un categorico no. Nel caso specifico, per godere del regime agevolato, la professione di “blogger” non deve essere una semplice prosecuzione di quella di “autore intermediale” che il contribuente svolgeva in precedenza.

Fonte: Agenzia Entrate

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Fatture false. Onere della prova da parte del contribuente.

Con la sentenza n. 17377 del 24 luglio 2009 la Corte di cassazione ha accolto il ricorso dell'agenzia delle Entrate ribaltando la decisione della Ctp, confermata dalla Ctr, e ha affermato che il pagamento della fattura e il relativo versamento dell'Iva non sempre danno diritto all'azienda di dedurre i costi sostenuti e che, in caso di operazioni soggettivamente inesistenti, l'imprenditore deve provare, non solo di essere estraneo all'operazione illecita, ma anche di essere ignaro della vicenda.

Il monito alle imprese ad accertarsi della provenienza della merce è contenuto nello sviluppo della motivazione, mediante la quale il giudice di legittimità ha ripercorso numerosi principi elaborati dalla giurisprudenza in materia di fatture false, approdando a un primo importante punto fermo che gli ha poi permesso di elaborare questo nuovo orientamento giurisprudenziale, e cioè che tali principi vanno applicati anche nel caso di deduzione di costi basati su fatture false.

In sostanza, con la sentenza in esame la Cassazione invita le imprese ad accertarsi su tutti gli aspetti attinenti alla merce, imponendo in ipotesi di operazioni inesistenti la prova di estraneità più rigida, che implica assenza di conoscenza per l'esenzione da responsabilità.

La vicenda

La controversia nasce a seguito di notifica di un avviso di accertamento Irpeg / Ilor a una società, conseguente alla indebita deduzione di costi relativi a operazioni inesistenti. Avverso l'atto impositivo la destinataria proponeva tempestivo ricorso, che veniva accolto dalla Commissione tributaria provinciale e confermato in appello.

La Commissione del riesame, tra l'altro, riteneva infondata nel merito l'impugnazione per non avere l'ente impositore fornito alcuna prova relativa alla "collusione" della società nell'intestazione fittizia delle fatture contestate, confermando poi che i costi sarebbero stati realmente sostenuti.

Tale decisione è ora gravata con ricorso per cassazione, articolato in base a due motivi, con uno dei quali l'Amministrazione finanziaria lamenta che il giudice di secondo grado non abbia considerato:

•da un lato, la particolarità della fattispecie, caratterizzata da operazioni inesistenti documentate con fatture "soggettivamente false"

•dall'altro, che attenendo la contestazione a deduzione di costi, la prova idonea a dimostrare "l'effettiva e reale esistenza" delle operazioni corrispondenti doveva essere fornita dal contribuente.

Il giudizio di legittimità

Con la sentenza n. 17377/2009, la Cassazione accoglie il ricorso dell'agenzia delle Entrate evidenziando, innanzitutto, che "la nozione di operazione soggettivamente inesistente risulta elaborata dalla giurisprudenza, soprattutto riguardo all'Iva, mediante la formulazione di principi che, costituendo applicazione di regole generali nell'ambito del contenzioso tributario, possono essere ritenuti comuni anche con riguardo all'applicazione di altri tributi". Tale estensione costituisce la novità principale della sentenza.

Nel percorso argomentativo, sono poi evidenziati i seguenti postulati:

•l'emissione della fattura da parte di un soggetto diverso da colui che ha eseguito la cessione o la prestazione va qualificata come operazione soggettivamente inesistente, la quale da un lato obbliga al versamento della relativa imposta (articolo 21, comma 7, Dpr 633/1972, che è l'unica norma relativa alle operazioni inesistenti nell'ambito della normativa Iva) e dall'altro non consente la detrazione al soggetto che non è stato controparte nel rapporto medesimo (ex articolo 19)

•la nozione di fattura soggettivamente inesistente presuppone, da un canto, l'effettività dell'acquisto dei beni da parte dell'utilizzatore, dall'altro la simulazione soggettiva, cioè il travisamento della fattura in quanto i beni acquistati provengono da soggetto diverso da quello che, cartolarmente, appare sul documento

•nei casi di operazioni soggettivamente inesistenti, il diritto alla detrazione dell'imposta versata in rivalsa al soggetto interposto non sorge comunque per il solo fatto dell'avvenuta corresponsione dell'imposta indicata (formalmente) sul documento, ma occorre altresì che il committente/cessionario fornisca a tal fine precisi riscontri, i quali tuttavia non devono esaurirsi nella (sola) prova dell'avvenuta consegna della merce e del pagamento della stessa, nonché dell'Iva riportata sulla fattura emessa dal terzo, trattandosi di circostanze probatoriamente non decisive in rapporto alle peculiarità del meccanismo dell'Iva e dei relativi possibili abusi (cfr Cassazione sentenze nn. 1950/2007 e 27574/2008).

In questo contesto, sotto il profilo probatorio, infine, la Suprema corte ha ricordato l'orientamento secondo cui, in tema di accertamento Iva, qualora l'Amministrazione fornisca validi elementi di prova per affermare che alcune fatture sono state emesse per operazioni inesistenti, è onere del contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni, tenendo presente, tuttavia, che l'Amministrazione non può limitarsi a una generale e apodittica non accettazione della documentazione del contribuente, essendo suo onere quello di indicare specificamente gli elementi, anche indiziari, sui quali si fonda la contestazione (Cassazione, sentenza n. 21953/2007).

Le motivazioni della pronuncia

In un passaggio centrale della sentenza, la Cassazione ha evidenziato che il diritto alla deduzione da parte del committente/cessionario, nelle ipotesi considerate di fatture soggettivamente inesistenti, deve ritenersi condizionato alla circostanza di non avere avuto consapevolezza della falsità ideologica della fattura rilasciata a fronte dell'operazione, vale a dire della diversità fra il soggetto effettivamente cedente e quello indicato nella fattura, non essendo consentito riconoscere la legittimità della deduzione di un costo derivante da un'operazione posta in essere mediante un comportamento penalmente rilevante.

L'imprenditore ha, dunque, solo una chance per dedurre i costi di fatture soggettivamente inesistenti ma già pagate: dimostrare la sua assoluta estraneità ai fatti e la buona fede, intesa come inconsapevolezza della fittizietà dell'intestazione delle fattura.

In questo contesto la Corte attribuisce rilevanza preminente, quindi, anche all'elemento psicologico, che deve naturalmente coesistere con quello materiale, ossia con l'estraneità dell'operatore ai fatti (illeciti) posti in essere.

D'altronde, anche nella giurisprudenza comunitaria è condiviso l'orientamento che subordina il diritto alla detrazione Iva all'assoluta inconsapevolezza del cessionario di partecipare ad un acquisto costituente ipotesi di frode fiscale (cfr Corte di giustizia Ue, sentenze causa C-439/04 e causa C-354/03).

"Va infatti precisato", si legge ancora in motivazione, "che il riconoscimento della possibilità per il soggetto del tutto estraneo e inconsapevole della falsità della fattura di procedere in questi casi alla deduzione del costo relativo all'operazione appare discendere da principi della tutela e dell'affidamento e della certezza del diritto, che certamente trovano piena cittadinanza nel diritto tributario" (articoli 10 e 12, legge 212/2000 - Statuto del contribuente).

Ma a parte questa affermazione di principio che rischia di restare puramente teorica se non viene relazionata al principio dell'inerenza nel reddito di impresa, quale nesso funzionale che lega il costo alla vita dell'impresa, la Suprema corte sostiene che "sul piano dell'onere della prova" - ecco il passaggio chiave dell'assunto - "spetta all'ufficio finanziario che contesta la deduzione dimostrare che l'operazione cui essa si riferisce è soggettivamente inesistente, spetta invece al contribuente provare di non aver avuto consapevolezza della rilevata falsità, trattandosi di condizione necessaria al fine di ottenere la deduzione, in applicazione alla regola generale secondo cui, essendo il costo una voce che riduce il reddito imponibile, esso deve essere provato dal contribuente e tale prova si estende a tutte le condizioni richieste dalla legge ai fini del riconoscimento della deduzione".

Ma non è ancora tutto, in quanto tale prova non può essere validamente fornita dall'acquirente soltanto dimostrando che la merce è stata effettivamente ricevuta e ne è stato versato il corrispettivo, trattandosi di circostanze non concludenti (il convincimento è giustificato, in genere, in funzione del particolare meccanismo dell'imposta nonché del rilievo che dalla previsione dell'articolo 19 del Dpr 633/1972 e da quella di cui al comma 7 dell'articolo 21 si ricava che l'Iva corrisposta in relazione a operazioni inesistenti è dovuta da colui che ha emesso la fattura ed è detraibile da colui che ha corrisposto l'imposta in via di rivalsa).

Con la sentenza in esame la Suprema corte ha, pertanto, tratteggiato - attraverso una precisa opera di "assemblaggio" - una linea comune alle più recenti pronunce della sezione tributaria che si sono occupate della detrazione dell'IVA nelle ipotesi di operazioni ritenute inesistenti dall'Amministrazione finanziaria.

Fonte: Agenzia Entrate

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Esenzione IVA sui fondi comuni di investimento.

I fondi comuni di investimento

Un fondo comune di investimento costituisce un “patrimonio autonomo, suddiviso in quote, di pertinenza di una pluralità di partecipanti, gestito in monte, il patrimonio del fondo, sia aperto che chiuso, può essere raccolto mediante una o più emissioni di quote” (articolo 1, comma 1, lettera j), Dlgs 58/1998).

I fondi comuni di investimento sono, dunque, istituti di intermediazione finanziaria, facenti parte della più ampia categoria degli Oicr (Organismi di investimento collettivo del risparmio), che impiegano in valori mobiliari (azioni, obbligazioni, eccetera) mezzi monetari raccolti presso il pubblico.

Il patrimonio dei fondi, gestito da soggetti autorizzati (le Sgr – società di gestione del risparmio), è rappresentato da quote che conferiscono al possessore il diritto a partecipare agli utili eventualmente conseguiti dai fondi medesimi.

Prestazioni di servizi nella gestione dei Fondi

All’interno del sistema bancario è sempre più diffusa la stipula di accordi in forza dei quali una società, di regola una Sgr, si obbliga a effettuare, a favore di altro soggetto, ma in piena autonomia organizzativa e attraverso proprie strutture e qualificato personale, prestazioni di servizi connessi alla gestione collettiva del risparmio.

Tali prestazioni riguardano, di solito, la realizzazione di una o più fasi del processo produttivo riguardanti la gestione di un fondo comune di investimento, che possono avere a oggetto, oltre agli aspetti legali legati alla fase di istituzione e costituzione del fondo e alla sua presentazione ai potenziali sottoscrittori, anche:

•il monitoraggio delle operazioni relative a strumenti finanziari, depositi, conti correnti, pagamenti, giroconti

•l’invio di istruzioni di settlement alla banca depositaria (nonché cura di eventuali pendings e claims) relative a strumenti finanziari, depositi, conti correnti, pagamenti, giroconti

•la contabilizzazione di operazioni su strumenti finanziari, depositi, conti correnti, pagamenti, giroconti

•la valorizzazione dei portafogli a prezzo di mercato

•l’informativa relativa alla correttezza delle operazioni eseguite dalla banca depositaria su strumenti finanziari, conti correnti e sui conti titoli dei portafogli gestiti

•le segnalazioni di vigilanza

•la tenuta dei libri contabili

•la predisposizione di relazioni e rendiconti periodici

•la predisposizione degli adempimenti fiscali

•il calcolo del valore delle quote

•la gestione dei sottoscrittori.

Il rapporto con l’Iva

La gestione dei fondi comuni di investimento rientra tra le operazioni esenti dall’imposta sul valore aggiunto (articolo 10, comma 1, numero 1, Dpr 633/1972). E ciò anche in ossequio alle disposizioni contenute nell’articolo 13 della VI direttiva Cee. Resta tuttavia da chiarire se il regime di esenzione debba considerarsi implicitamente esteso anche alle prestazioni di servizi connesse alla gestione dei fondi.

Un interessante contributo al dibattito è stato di recente assicurato dalla giurisprudenza proveniente dalla Corte di giustizia Ue. Come si legge nella sentenza del 4 maggio 2006, “per essere considerate operazioni esenti ai sensi dell'art. 13, parte B, lettera d), n. 6, della VI Direttiva, i servizi di gestione amministrativa e contabile dei fondi forniti da un gestore esterno devono formare un insieme distinto, valutato globalmente, che abbia l’effetto di adempiere le funzioni specifiche ed essenziali del servizio”. La Corte ha dunque inteso subordinare la spettanza dell’agevolazione ai soli servizi qualificabili come essenziali nella gestione dei fondi, escludendo, a titolo esemplificativo, “Le mere prestazioni materiali o tecniche, come la messa a disposizione di un sistema informatico” in quanto non riconducibili alle disposizioni contenute nella direttiva.

Nel recepire le indicazioni provenienti dalla sentenza Ue, l’Amministrazione finanziaria, con la circolare n. 75/2007, ha ribadito che “Le prestazioni rese da una società appartenente ad un gruppo bancario in favore di una banca committente, quindi soggetto esterno, aventi per oggetto la realizzazione di alcune fasi del processo produttivo costituente la gestione di un fondo comune di investimento, sono esenti da Iva, ai sensi dell'art. 10, co. 1, n. 1, D.P.R. 633/1972, in quanto assolvono a funzioni essenziali e specifiche della gestione del fondo nell'accezione individuata dalla Direttiva del Consiglio delle Comunità europee del 20/12/1985, n. 85/611”.

Nello specifico, quest’ultima fonte comunitaria qualifica come “essenziali” le funzioni connesse alla gestione degli investimenti nonché all’amministrazione e alla commercializzazione del fondo.

Naturalmente, qualora le attività rese siano qualificabili come autonome prestazioni di servizi oggetto di un distinto addebito, non risulterà applicabile il regime di esenzione.

Un caso pratico

I controlli sui rapporti intercorsi tra l’istituto di credito XY (committente) e la Alfa Sgr hanno evidenziato quanto segue.

In virtù di contratto stipulato il 27 novembre 2008, la Alfa Sgr si obbliga a:

a) fornire al committente servizi afferenti la gestione amministrativo-contabile di Oicr (nel caso in esame, di fondi comuni di investimento)

b) concedere in uso i propri pacchetti informatici al committente, e ciò allo scopo di consentire a quest’ultimo il monitoraggio e l’analisi della rischiosità di specifici prodotti finanziari offerti alla clientela.

Indipendentemente dalla natura del servizio reso, tutte le fatture emesse da Alfa nei confronti del committente non espongono alcun importo riferito all’imposta sul valore aggiunto, recando la dicitura “Esente ai sensi dell’art. 10 del DPR 633/72”.

Tuttavia, come osservato sia dalla Corte di giustizia Ue (sentenza 4 maggio 2006), sia dall’agenzia delle Entrate (circolare 75/2007), il regime agevolato, di cui al citato articolo 10, è legittimamente applicabile nelle sole ipotesi in cui le prestazioni rese presentino, rispetto alla gestione di un fondo comune di investimento, il carattere della “essenzialità”, e quindi, nel caso che occupa, ai servizi di cui al punto a). Non appare invece condivisibile il trattamento Iva riservato da Alfa Sgr alle operazioni descritte al punto b), rientrando queste ultime, attesa la loro “autonomia” rispetto a quelle connesse alla gestione dei fondi comuni di investimento, fra le operazioni imponibili.

Fonte: Agenzia Entrate

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Le regole IVA sul credito residuo nel caso di cambio dell'operatore telefonico.

Nel passaggio a un nuovo operatore di telefonia mobile, quello uscente può determinare il credito residuo del proprio cliente, operando sull'importo corrispondente una variazione in diminuzione per recuperare l'imposta. Il nuovo gestore, invece, dovrà assoggettare a Iva il credito ricevuto in base al regime monofase. Con la risoluzione n. 241/E del 27 agosto, l'Agenzia illustra cosa succede in campo Iva quando un utente cambia operatore mobile e ha diritto al trasferimento dell'eventuale credito residuo contenuto nella carta prepagata o in una ricarica.

Il parere dei tecnici del fisco arriva in risposta a un quesito sollevato da un operatore di telefonia mobile. La società istante chiede delucidazione in merito al trattamento Iva da riservare nel caso di trasferimento del credito relativo sia a ricariche pagate sia a quelle ottenute dai propri clienti gratuitamente (ad esempio, forme di promozione commerciale come le autoricariche). L'interpellante propone, inoltre, una particolare metodologia per riuscire a determinare, all'interno della carta sim del cliente che ha chiesto il passaggio a un nuovo operatore, la parte del credito pagata e quella acquisita in modo gratuito.

L'Agenzia risponde quanto segue. L'Iva si applica sui corrispettivi pagati dai clienti per acquistare le ricariche telefoniche ed è assolta dall'operatore telefonico in regime monofase secondo quanto disposto dall'articolo 74, primo comma, lettera d), del Dpr n. 633/192.

Nel caso di trasferimento del credito ottenuto tramite il pagamento di un corrispettivo, i tecnici del fisco richiamo quanto già stabilito dalla risoluzione n. 392/E del 21 ottobre 1992, secondo cui l'operatore uscente può effettuare una variazione in diminuzione secondo quanto previsto dall'articolo 26, commi secondo e terzo, del citato Dpr n. 633/1972, recuperando in tal modo l'imposta, anche senza tener conto del limite temporale di un anno, previsto dal terzo comma dello stesso articolo 26, nell'ipotesi in cui la riduzione dell'imponibile e o dell'imposta sia frutto di un sopravvenuto accordo tra le parti.

Il nuovo operatore, a sua volta, applica il regime Iva monofase all'importo relativo al credito trasferito.

Inoltre, l'Agenzia non si esprime sulla validità della metodologia proposta dalla società istante per distinguere la parte del credito da trasferire ottenuta pagando un corrispettivo da quella ricevuta gratuitamente. L'Amministrazione fiscale, però, afferma che se tale metodologia è fondata su "dati oggettivi e riscontrabili" può essere utilizzata per determinare la parte del credito trasferita su cui applicare la variazione in diminuzione.

Infine, se la società decide di trasferire anche il credito ottenuto senza corrispettivo, l'importo a esso relativo va assoggettato al regime monofase da parte del nuovo operatore ma non vi è la possibilità di effettuare la rettifica Iva.


Fonte: Agenzia Entrate

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Modulo F24 su carta per regolarizzazione di colf e badanti.

L’operazione colf e badanti si arricchisce di un nuovo tassello. Da oggi il modulo da compilare per pagare l’una tantum necessaria per sanare la posizione irregolare dei lavoratori domestici e degli addetti ad attività di assistenza alla persona può essere richiesto anche in formato cartaceo in tutti gli sportelli di agenzia delle Entrate, Inps, banche, poste e delle società del gruppo Equitalia. Una comodità per tutti i cittadini che non si trovano a loro agio con mouse e pc e, dunque, non hanno la possibilità di scaricare l’F24 direttamente online, dai siti internet dell’agenzia delle Entrate, del ministero dell’Interno, del ministero del Lavoro e dell’Inps. Questa strada resta comunque aperta per i fedeli delle nuove tecnologie, che sul web avranno a disposizione anche le istruzioni e una serie di esempi utili per compilare il modulo.

Chi può avvalersi della sanatoria

La nuova manovra anticrisi (legge n. 102 del 3 agosto 2009) consente ai datori di lavoro che al 30 giugno scorso impiegavano irregolarmente da almeno tre mesi lavoratori italiani, comunitari o extracomunitari, di avvalersi di una procedura di emersione dal lavoro nero. Il primo passo da fare in questa direzione è il versamento all’Erario di una somma una tantum di 500 euro per ogni lavoratore impiegato, servendosi esclusivamente dell’F24.

Identikit del modello

Si chiama “F24 versamenti con elementi identificativi” il modulo da riempire per versare il contributo a forfait previsto per la regolarizzazione dei collaboratori domestici e delle badanti. Le istruzioni e i nuovi codici tributo da indicare per effettuare il pagamento sono stati diffusi dall’Amministrazione finanziaria l’11 agosto scorso, con la risoluzione n. 209/E. In particolare, come si può leggere nel documento di prassi, i codici da usare sono diversi a seconda che si regolarizzino lavoratori italiani, comunitari o extracomunitari. Nei primi due casi, infatti, va indicata la sigla RINT, nel terzo, invece, la sigla REXT. Inoltre, nel campo denominato “elementi identificativi” il contribuente dovrà scrivere il codice fiscale della persona che intende regolarizzare. Per i lavoratori che non hanno il codice fiscale, il dato da riportare sarà costituito dai primi diciassette caratteri del numero di un documento d’identità valido.

Come e dove presentare l’F24

L’F24 per far emergere dal lavoro nero colf e badanti può essere presentato dal 21 agosto scorso in tutti gli sportelli bancari, postali e delle società del gruppo Equitalia. Il modello può essere anche inviato attraverso il canale telematico, usando esclusivamente i servizi online messi a diposizione dall’agenzia delle Entrate. Vale la pena ricordare, infine, che la presentazione dell’F24 non comporta alcun onere per i contribuenti.

Fonte: Agenzia Entrate

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Esenzione IVA per i servizi di assistenza socio sanitaria agli stranieri.

Le prestazioni socio sanitarie a favore di migranti possono essere esentate dall'Iva, questo è quanto chiarisce l'Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 238 del 26/08/2009. Tuttavia le condizioni di migrante, senza fissa dimora e richiedente asilo devono essere tutte contemporaneamente presenti per consentire l'applicabilità dell'esenzione alla prestazione, oltre al fatto che deve trattarsi esclusivamente di prestazione socio sanitaria, di assistenza domiciliare o ambulatoriale, in comunità e simili, rese da organismi di diritto pubblico, istituzioni sanitarie riconosciute che erogano assistenza pubblica, enti aventi finalità di assistenza sociale o infine da Onlus.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Sconti d'imposta fino al 68,75% con la combinazione Tremonti ter e bonus energetico.

Le Società di Capitali che, attraverso particolari combinazioni, avranno accesso alla Tremonti ter (incentivo dettato dall'art. 5 del Dl 78/2009) e contemporaneamente al bonus energetico del 55% (art. 1 comma 344 della Legge 296/2006 - Finanziaria 2007), potranno ottenere sconti d'imposta fino al 68,75 per cento.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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martedì 25 agosto 2009

Quesito: inserimento auto privata in attivita' professionista.

aperta l'attivita' di ingegnere a marzo 2009 in regime dei minimi. utilizzol'auto acquistata come privato nel 2003 per l'attivita'. visti i continuicambiamenti fiscali, qual'è il comportamento più semplice (ed economico!) perinserire l'auto nell'attivita' e scaricarne i costi?

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Quesito: agevolazioni sul mobilio.

ho inviato la documentazione a Pescara per effettuare la ristrutturazione con agevolazione al 36%. Volevo infatti installare il condizionatore o sostituire i velux della mansarda o alcuni avvolgibili (tapparelle). Facendo uno di questi lavori ho diritto a godere delle agevolazioni previste per l'arredamento? (il tavolo l'ho già acquistato con modalità fattura/bonifico come prescitto)

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Rinuncia dell'eredità.

La rinuncia posta in essere dal chiamato - succeduto ex articolo 479 del codice civile nel diritto spettante al suo dante causa (trasmittente) – con il fine di acquisire un vantaggio in tema di imposte sulle successioni, ipotecarie e catastali, non potrà essere opposta all’Amministrazione finanziaria, in quanto, sulla base degli orientamenti espressi dalla Corte di cassazione, si configura un “abuso del diritto”. In sintesi, è quanto affermato dall’agenzia delle Entrare con la risoluzione n. 234/E del 24 agosto.

Il caso

Nell’ambito di una successione, una delle chiamate all’eredità (le due figlie), prima di entrare in possesso dei beni ereditari, decede a distanza di poco tempo dal genitore.

L’interpellante chiede:

a) in primo luogo, di conoscere se nella dichiarazione di successione della madre possa indicarsi quale unica erede, considerato che la sorella è deceduta prima di aver accettato l’eredità della madre

b) in via subordinata - nell’ipotesi in cui l’Amministrazione finanziaria intenda confermare, quale soggetto passivo di imposta, il chiamato che non ha accettato l’eredità (la sorella deceduta) – se possa essere considerata unica erede della madre nel caso in cui rinunci all’eredità della medesima, in nome e per conto della sorella deceduta, di cui è l’unica erede.

La soluzione

L’Agenzia, nel ripercorrere le norme di riferimento, ha ricordato, preliminarmente, che sulla base delle disposizioni contenute negli articoli 28, commi 2 e 5, e 7, comma 4, del Dlgs 346/1990, soggetto obbligato alla presentazione della dichiarazione di successione è il chiamato che non dia prova di aver rinunciato all’eredità.

A fini tributari, lo status di “delato” assume caratteristiche peculiari, in quanto la delazione determina per se stessa l’acquisto dell’eredità, differenziandosi, così, dalla disciplina civilistica.

Di conseguenza, il presupposto del tributo successorio va individuato nell’apertura della successione, che coincide con la morte, a prescindere dall’accettazione formale dell’eredità.

L’Amministrazione, richiamando un precedente documento di prassi (risoluzione n. 351040 del 16 marzo 1992), ha affermato che chi acquisisce il patrimonio relitto da plurimi decessi dei propri danti causa e temporalmente successivi deve presentare, oltre alla dichiarazione di successione dell’ultimo de cuius, anche le precedenti, nel caso in cui non abbiano provveduto o non abbiano potuto provvedervi i precedenti chiamati.

In tal modo, il chiamato che abbia o meno manifestato la volontà di accettare l’eredità è soggetto all’obbligo di presentare la dichiarazione di successione e di corrispondere l’imposta dovuta, sottoponendosi, così, a più tassazioni per effetto del meccanismo successorio.

L’interpellante sarebbe, quindi, tenuta, quindi, secondo i tecnici dell’Entrate, alla presentazione di due dichiarazioni di successioni: quella relativa alla successione del proprio genitore, indicando in essa, quali chiamati, se stessa e l’altra defunta, e quella relativa alla successione della sorella.

Con riferimento, poi, all’ulteriore quesito concernente le conseguenze fiscali dell’eventuale rinuncia all’eredità della madre, in nome e per conto della sorella, l’Agenzia ha messo in evidenza la disposizione codicistica prevista dall’articolo 479, comma 1, in base alla quale “Se il chiamato all’eredità muore senza averla accettata il diritto di accettarla si trasmette agli eredi”.

Per effetto di tale disposizione, il diritto di accettare non si estingue, quindi, per la morte del chiamato prima dell’accettazione, ma si trasmette ai suoi successori a titolo universale. Tale trasmissione determina, pertanto, il subingresso degli eredi, non soltanto nel diritto di acquistare l’eredità, ma anche nell’intera posizione giuridica del chiamato. Invero, il trasmissario (ex articolo 479 cc), accettata l’eredità del trasmittente, potrà accettare l’eredità dell’originario de cuius ovvero rinunciare alla stessa.

Secondo l’Agenzia, quindi, sebbene lo strumento giuridico della rinunzia, utilizzato dall’istante, non contrasterebbe con alcuna disposizione specifica, non va trascurata la circostanza che l’esercizio del relativo diritto non produrrebbe, in sostanza, alcun mutamento nella devoluzione ereditaria: la stessa istante diverrebbe erede universale della propria madre.

L’unico scopo della rinuncia sarebbe quella di acquisire un vantaggio in tema di imposte sulle successioni, ipotecarie e catastali, collegato alle differenze di aliquote e franchigie fra le devoluzioni in linea retta e quelle in linea collaterale.

Pertanto, seguendo gli orientamenti più recenti della Corte di cassazione (cfr sentenza n. 30057 del 23 dicembre 2008), nel caso di specie si verificherebbe un “abuso del diritto”.

Conseguentemente, ferma restando la liceità della scelta operata dall’interpellante, la rinunzia all’eredità che s’intende porre in essere, nei termini dalla stessa delineati, non potrà essere opposta all’Amministrazione finanziaria.


Fonte: Agenzia Entrate

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Messa a punto del sistema telematico per la regolarizzazione di colf e badanti.

Questa sera il Viminale pubblicherà sul sito www.interno.it il facsimile con le schermate che si dovranno compilare per l'invio della domanda di regolarizzazione di colf e badanti in nero senza permesso di soggiorno, il vademecum aggiornato per questa procedura telematica e le faq più frequenti. Da venerdì sera si potrà scaricare il software e compilare la domanda offline per poi procedere all'invio dal 1° al 30 settembre.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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venerdì 21 agosto 2009

Quesito: segnaletica per attività di bed&breakfast.

se fosse possibile avere informazioni riguardanti un cavallettto che ho esposto nel mio marciapiede,per segnalare che all'inteno della mia abitazione ho un Bed and breakfast.il cartello misura 50x70cm.devo fare qualche richiesta?a chi?devo pagare una tassa?se non avessi fatto tutto questo a cosa vado incontro?per chi non lo sapesse il b&b è una struttura recettiva a conduzione famigliare,non e un albergo o altro,quindi priva di agevolazioni a prestiti,o a fondo perduto.tutto viene fatto privatamente.

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Quesito: apertura partita iva stilista.

sono una stilista della provincia di Foggia.Vorrei sapere come posso aprire una partita iva senza pagare troppo tasse?Vorrei dare visibilità ai miei abiti ma ho paura di ripercussioni?può darmi delucidazioni in merito?

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Quesito: info su climatizzatore.

devo installare un climatizzatore fisso, per il quale però non ho effettuato il pagamento tramite bonifico (in quanto avevo un buono direso presso il negozio dove l'ho acquistato), è comunque possibile portare in detrazione del 36% tutto l'importo dell'installazione e manodopera, che pagherò correttamente con bonifico?

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Cessione di beni e assoggettabilità ad IVA.

Il trattamento fiscale dei negozi aventi a oggetto una pluralità di beni è strettamente connesso alla loro qualificazione giuridica. Due sono i casi possibili:

1. i beni sono organizzati per l’esercizio di una attività d’impresa: la loro cessione va stimata come cessione d’azienda (o di un suo ramo), assoggettabile a imposta di registro e, quindi, fuori dal campo di applicazione dell’Iva

2. i beni sono costituiti da una massa di cespiti non costituenti una articolazione funzionalmente autonoma di una attività economica organizzata (articolo 2112, codice civile): la loro cessione costituisce un’operazione imponibile Iva ai sensi dell’articolo 2 del Dpr 633/72.

La distinzione fra le due ipotesi rappresentate non è, però, sempre immediata, dovendosi valutare non soltanto l’oggettiva consistenza dei beni alienati, ma anche la sussistenza del vincolo funzionale tra gli stessi e l’esercizio di una attività economica.

L’orientamento della Cassazione

Un interessante contributo al dibattito è stato di recente assicurato da autorevole giurisprudenza proveniente dalla Corte di cassazione. Come si legge nella sentenza n. 24913/2008, il trasferimento di una pluralità di beni costituisce cessione d’azienda (o di un suo ramo) “laddove l’oggetto specifico sia costituito dal passaggio dei beni intesi in senso unitario e funzionale, suscettibile di vedersi attribuita ex ante l’attitudine all’esercizio dell’impresa”. Si ha quindi “cessione d’azienda, soggetta ad imposta di registro proporzionale (e non ad Iva), quando le parti non hanno inteso trasferire una semplice somma di beni, ma un complesso organico unitariamente considerato, dotato di una potenzialità produttiva, tale da farne emergere ex ante la complessiva attitudine anche solo potenziale all’esercizio d’impresa”.

Tale orientamento giurisprudenziale apre quindi, all’Amministrazione finanziaria, molteplici scenari d’intervento, attribuendole piena possibilità di sindacare in ordine alla natura giuridica dei negozi aventi a oggetto una pluralità di beni.

Un caso pratico

I controlli aventi a oggetto i rapporti intercorsi tra Alfa spa, società esercente attività di autotrasporto di merci per conto terzi, e Beta spa, esercente attività di produzione di generi alimentari freschi, hanno evidenziato quanto segue.

•Con delibera del novembre 2008, il presidente di Alfa sottoponeva all’approvazione del cda un progetto avente a oggetto i servizi di distribuzione sul territorio del nord Italia dei prodotti di Beta. Come si legge nella delibera, “Beta Spa è alla ricerca di un partner commerciale che acquisisca la gestione di oltre cento zone distributive, del personale che attualmente vi opera, costituito da circa ottanta unità, e degli automezzi adibiti al servizio”. Il consiglio di amministrazione della Alfa spa conferiva, quindi, pieno mandato al presidente affinché procedesse alla sottoscrizione di tutti gli atti necessari a definire un accordo con Beta spa, relativo alla distribuzione dei prodotti di quest’ultima nel nord Italia

•A dicembre 2008, Beta, allo scopo di realizzare lo spin off’ del ramo produttivo costituito dall’attività di trasporto e consegna dei propri prodotti ai clienti, stipulava con Alfa uno specifico contratto di appalto

•Con fattura del 3 gennaio 2009, Beta cedeva ad Alfa 80 automezzi (necessari all’espletamento del servizio di distribuzione). L’importo concordato ammontava a 1,5 milioni di euro, oltre l’Iva di legge (20%)

•Il 5 gennaio 2009, Alfa assumeva, per l’espletamento dell’attività di trasporto, 75 ex dipendenti di Beta, oltre a subentrare, di fatto, nei rapporti contrattuali con 5 agenti che, nel coso del biennio 2007-2008, avevano svolto attività per Beta.

La reale natura dell’operazione

La sistematica correlazione degli eventi riportati conduce, in modo non equivoco, a ritenere che la cessione del complesso di beni documentata dalla fattura del 3 gennaio costituisca, più propriamente, una cessione di ramo d’azienda.

Nello specifico, richiamando nuovamente la sentenza n. 24913/2008 della Cassazione, deve ritenersi ravvisabile una cessione d’azienda (o di un suo ramo) laddove “i beni strumentali ceduti siano atti, nel loro complesso e nella loro interdipendenza, all’esercizio di una impresa (…) non si richiede che tale esercizio sia attuale, essendo sufficiente l’attitudine potenziale all’utilizzo per un’attività d’impresa, né che la cessione comprenda anche le relazioni finanziarie, commerciali e personali”. Ai fini fiscali, dunque, “per la qualificazione di un atto di trasferimento come cessione d’azienda non rileva la circostanza che i singoli beni aziendali siano stati ceduti globalmente o con più atti separati, né la circostanza che il cedente sia un soggetto non munito di autorizzazioni all’esercizio dell’attività dell’azienda, e nemmeno la circostanza che al momento della cessione l’azienda fosse concretamente esercitata perché rileva unicamente la causa reale del negozio e la regolamentazione degli interessi effettivamente perseguiti dai contraenti”. E ciò anche in assenza di pattuizioni riferite alla componente “avviamento” (alla quale potrebbe anche non essere attribuito alcun valore), stante la sua non essenzialità in ordine alla esistenza di un’azienda (cfr Cassazione, sentenze nn. 4142/1981 e 353/1990).

Sulla base di tali considerazioni, la circostanza che la società Beta, nell’ambito del proprio piano di riorganizzazione aziendale, abbia voluto “esternalizzare”, attraverso la stipula del contratto di appalto del 28 dicembre 2008, la sola attività di trasporto e consegna dei propri prodotti ai clienti, poco rileva ai fini della qualificazione giuridica dell’operazione, potendo essere attribuita, al complesso dei rapporti giuridici “acquisiti” da Alfa, l’attitudine (almeno potenziale) all’utilizzo per un’attività d’impresa.

Giova ricordare, a questo punto, che la cessione di un ramo d’azienda da un imprenditore a un altro, seguita dalla stipulazione di un contratto di appalto, costituisce una delle forme tipicamente utilizzate, nella prassi commerciale, per la cosiddetta esternalizzazione del processo produttivo, intesa come affidamento a terzi di un’attività precedentemente svolta all’interno dell’impresa. Tanto è stato recepito anche dal legislatore civilistico, atteso che l’articolo 2112, comma 6 del codice civile, nella sua attuale formulazione, così recita: “nel caso in cui l’alienante stipuli con l’acquirente un contratto di appalto la cui esecuzione avviene utilizzando il ramo d’azienda oggetto di cessione, tra appaltante e appaltatore opera un regime di solidarietà (…)”.

I riflessi fiscali

Come già sopra riportato, la cessione del complesso di beni documentata dalla fattura del 3 gennaio 2009 emessa da Beta spa, costituisce, più propriamente, una cessione di ramo d’azienda. Da ciò consegue che:

•l’Iva evidenziata nella fattura (300mila euro) risulta, per Alfa spa, indetraibile, in quanto “relativa all’acquisto o all’importazione di beni e servizi afferenti operazioni (…) non soggette all’imposta” (articolo 19, comma 2 del Dpr 633/72). Infatti “non sono considerate cessioni di beni le cessioni e i conferimenti in società o altri enti (…) che hanno per oggetto aziende o rami di azienda” (articolo 2, comma 3, lettera b) del Dpr 633/72)

•il contratto “di trasferimento e di affitto di aziende esistenti nel territorio dello Stato e di costituzione o trasferimento di diritti reali di godimento sulle stesse e relative cessioni” è soggetto a registrazione (articolo 3, lettera b) del Dpr 131/1986). Le parti (Alfa e Beta), dunque, avrebbero dovuto assoggettare a imposta di registro il corrispettivo di 1,5 milioni di euro (aliquota applicabile: 3%).


Fonte: Agenzia Entrate

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Cessazione attività del professionista.

La cessazione dell’attività per il professionista non può che passare per la chiusura totale di tutti i suoi rapporti giuridici pendenti. Non basta, cioè, astenersi dal porre in essere ulteriori prestazioni, essendo necessaria anche la fatturazione di tutte quelle già eseguite e non ancora monetizzate, nonché la dismissione dei beni strumentali. Allo stesso modo, nel caso resti “da riscuotere” una sola fattura attiva con Iva a esigibilità differita, l’unica strada per “chiudere la partita”, prima dell’incasso, passa per il versamento dell’imposta indicata nel documento. E’, in sintesi, la precisazione dell’agenzia delle Entrate, contenuta nella risoluzione n. 232/E del 20 agosto.

Il quesito

I chiarimenti sul corretto comportamento da tenere erano stati chiesti da un ragioniere che intendeva cancellarsi dal relativo albo, previa chiusura della partita Iva. L’unica “pendenza” per il professionista era rappresentata da una fattura con Iva a esigibilità differita, emessa nei confronti di una Asl e da quest’ultima, peraltro, contestata.

La soluzione da lui proposta, considerato anche che la controversia con l’Azienda sanitaria aveva preso la strada delle aule giudiziarie, consisteva nell’emissione di una nota di credito.

La risposta dell’Agenzia

Che l’attività del professionista non potesse considerarsi cessata fino a che fosse rimasto in piedi un solo credito professionale era già stato puntualizzato dall’Agenzia con la circolare n. 11/2007.

In sostanza, come già anticipato, nel caso in cui la fatturazione della prestazione non anticipi l’incasso, solo la riscossione del credito, momento in cui - in tali casi - l‘Iva diviene esigibile, permette la “chiusura dei battenti”.

Si ricorda che la regola generale, per le prestazioni di servizi, è quella per cui l’operazione si considera effettuata all’atto del pagamento del corrispettivo, ovvero nel momento, anteriore, in cui sia emessa fattura.

Così, nei casi di operazioni già fatturate ma per le quali l’Iva diventa esigibile solo al momento del pagamento del corrispettivo (tra le quali, appunto, le cessioni dei beni e le prestazioni di servizi fatte alle Asl –articolo 6, Dpr 633/1972), non c’è la possibilità di chiudere la partita Iva fino all’incasso (sempreché questo sia ritenuto “ragionevolmente possibile” perché, ad esempio, non sia ancora intervenuta la prescrizione). Tutto ciò a meno che il professionista non provveda ad “anticipare” il versamento dell’imposta sul valore aggiunto addebitata, oppure, come nel caso in esame, non voglia attendere l’esito del procedimento pendente relativo al credito contestato.


Fonte: Agenzia Entrate

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Tassazione plusvalenza su diritto di rilocalizzazione.

Un Comune della regione Emilia Romagna ha demolito un edificio privato per poter realizzare un’opera pubblica e ha riconosciuto al proprietario, secondo quanto previsto dalla propria normativa locale, il diritto a ricostruire l’immobile su un’altra superficie edificabile di sua proprietà nell’ambito dello stesso Comune.

L’ipotesi prospettata, che genera dubbi, è quella del contribuente che non vuole o non può esercitare il diritto di rilocalizzazione. In tal caso il diritto a ricostruire altrove può, con il consenso del Comune, essere ceduto a terzi.

Secondo l’interpellante, la cessione di tale diritto non è ricompresa in nessuna tipologia di reddito e pertanto non è assoggettabile a tassazione.

Di tutt’altro avviso sono i tecnici dell’agenzia delle Entrate che, invece con la risoluzione n. 233/E del 20 agosto, ritengono la cessione onerosa del diritto di rilocalizzazione assimilabile alla cosiddetta cessione di cubatura.

Infatti, la cubatura inerente a una superficie edificabile, determinata in base al piano regolatore, può essere ceduta, come diritto a “sé stante”, a terzi che ne possono beneficiare su un altro terreno di loro proprietà. Così si è espressa la Corte di cassazione con la sentenza n. 6807/1988.

Le considerazioni degli esperti fiscali, quindi, sono quelle per cui, sia con la cessione di cubatura, sia con la cessione del diritto di rilocalizzazione, si trasferisce, a titolo oneroso, un diritto del tutto assimilabile ai diritti reali di godimento.

La plusvalenza generata dalla cessione si configura, pertanto, come reddito soggetto a imposizione, secondo il comma 5, dell’articolo 9 del Tuir. L’imponibile sarà determinato sottraendo dal valore finale, uguale al corrispettivo percepito, il valore iniziale del bene ceduto. Quest’ultimo, sarà individuato attraverso una perizia di stima, che stabilisce il valore della volumetria edificabile rispetto al valore del terreno. Tutti i costi inerenti al bene, compresi quelli della relazione giurata, potranno essere portati in aumento del valore iniziale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Notifica dell'atto di impugnazione da parte del messo comunale.

Nel processo tributario, l’ufficio può avvalersi, ai fini della notifica dell’atto di appello, di messi comunali o di propri messi autorizzati.

Ciò in quanto l’articolo 16 del Dlgs 546/1992, nel regolare le modalità delle notificazioni degli atti del giudizio fiscale, detta una disciplina speciale, di portata generale, sia per il contribuente sia per gli uffici impositori.

Questa la regola iuris ricavabile dalla sentenza della Corte di cassazione n. 16267, del 10 luglio 2009.

La vicenda di merito

Un contribuente impugnava l’avviso con il quale il competente ufficio aveva accertato a suo carico un maggior reddito imponibile per l’anno 1986.

La Commissione tributaria provinciale accoglieva in parte il ricorso, mentre la Ctr (sezione staccata di Latina), con sentenza n. 726/2005, pronunciandosi sull’appello proposto dall’ufficio, lo dichiarava inammissibile sul rilievo che la notifica dell’atto di gravame era inesistente in quanto effettuata tramite messo speciale.

Avverso la pronuncia di secondo grado la parte pubblica ricorreva in sede di legittimità, censurando l’impugnata decisione per violazione e falsa applicazione delle disposizioni del decreto legislativo 546/1992 in tema di notificazione dell’atto di appello nel giudizio tributario.

Il giudizio di legittimità

Nel ricostruire il caso, i giudici di piazza Cavour hanno richiamato il principio (cfr Cassazione, sentenze nn. 13461/2007, 8976/2007, 8465/2005 e 18291/2004) secondo cui l’articolo 16 del decreto legislativo 546/1992 è norma generale che, nel regolare le modalità delle notificazioni degli atti del processo tributario, detta una disciplina speciale sia per il contribuente sia per gli organi dell’Amministrazione tributaria.

In base a tale disposizione, spiega la sentenza in esame, è concesso agli uffici impositori di avvalersi di messi comunali o di propri messi autorizzati e “tale regola, per ragioni non tanto letterali, quanto logiche e sistematiche, si applica anche alla notificazione del ricorso in appello”.

Tra l’altro, la notificazione dell’impugnazione eseguita secondo modalità e in un luogo diverso da quello prescritto, ma non privo di un astratto collegamento con il destinatario, “determina la nullità non dell’impugnazione in senso sostanziale ma della notifica, che è sanata con effetto ex tunc per raggiungimento dello scopo, sia mediante la sua rinnovazione, sia mediante la costituzione in giudizio dell’intimato, ancorché dopo la scadenza del termine per proporre controricorso, e anche se effettuata al solo fine di eccepire la nullità”.

Di qui, la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della Ctr del Lazio per il riesame della vicenda sulla base dell’enunciato principio di diritto.

Considerazioni

Il comma 4 dell’articolo 16 del Dlgs 546/1992 dispone che l’ufficio provvede alle notificazioni anche a mezzo “del messo comunale o di messo autorizzato dall’amministrazione finanziaria con l’osservanza delle disposizioni di cui al comma 2”.

A suo tempo, la circolare n. 291/1996 aveva ritenuto che, pur in mancanza di un richiamo normativo diretto, è consentito all’ufficio di provvedere alla notificazione dell’atto di appello a mezzo di messo comunale o di messo autorizzato, considerato che “l’art. 53, comma 2, pur richiamando per la proposizione dell’appello le stesse forme del ricorso in primo grado, non esclude l’applicabilità della disposizione contenuta nel comma 4 dell’art. 16, in quanto quest’ultima contiene una mera individuazione dei soggetti notificatori (messo comunale o messo autorizzato) nell’ipotesi di notificazioni effettuate dai predetti Uffici”.

Tale interpretazione è stata accolta, con orientamento consolidato, ribadito anche dalla pronuncia in commento, dalla giurisprudenza di legittimità.

In particolare, con sentenza n. 3001/2008, le sezioni unite della Corte di cassazione hanno dichiarato di “condividere l’orientamento costante della Sezione tributaria… secondo cui le forme di notifica previste dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 16, sono applicabili nell’intero ambito del processo tributario, e perciò anche alla notifica dell’atto di appello, che viene quindi legittimamente curata da un messo autorizzato dell’Amministrazione finanziaria (in questi termini da ultimo cfr. la sentenza n. 13461 dell’8 giugno 2007)”.

Analogamente, il collegio di legittimità, con sentenza n. 8976/2007, ha riconosciuto la possibilità per i messi speciali dell’ufficio di effettuare le notificazioni nell’ambito del procedimento tributario, salva la precisazione che tale possibilità non opera nell’ambito del giudizio dinanzi alla Cassazione “che è regolato dalle norme di carattere generale, ed in particolare dal codice di procedura civile”.

In definitiva, la speciale disciplina di cui all’articolo 16, trova applicazione, oltre che nel giudizio di primo grado, anche per la notificazione dell’atto di appello con la conseguenza che deve ritenersi legittima la notificazione dell’atto di impugnazione della sentenza della Commissione tributaria provinciale effettuata dall’ufficio avvalendosi del proprio messo speciale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Prodotti cellulari autologhi con IVA al 4%.

Le terapie cellulari avanzate, per la cura di menomazioni funzionali derivanti da patologie congenite o degenerative, si avvalgono di tessuti ottenuti da cellule, che se prelevate da un donatore, diverso dal paziente da curare, si chiamano tessuti omologhi, se ottenuti, invece, da cellule dello stesso paziente si chiamano tessuti autologhi.

L’interpello, contenuto nella risoluzione n. 230/E del 19 agosto, è posto da una società produttrice, da oltre un decennio, di prodotti cellulari autologhi. In passato, alle cessioni di questi prodotti è stata applicata l’aliquota ordinaria Iva del 20 per cento.

Nel 2004, il ministero della Salute ha riconosciuto agli stessi prodotti l’inquadramento nella classe dei medicinali. Mentre nel 2007 arrivano le indicazioni contenute nella proposta di regolamento approvata dal Consiglio europeo.

A questo punto, la società produttrice chiede all’Amministrazione finanziaria se i prodotti realizzati ad personam, tanto con cellule cartilaginee che cutanee, possano essere assoggettati ad aliquote Iva agevolate.

Gli uffici fiscali, non potendo classificare con certezza i prodotti in questione, per composizione e qualificazione merceologica, hanno richiesto il parere dei tecnici dell’agenzia delle Dogane.

Questi ultimi, non avendo a disposizione un campione rappresentativo da esaminare, ritengono, sulla base della documentazione scientifica a disposizione, di poter ricomprendere i prodotti fra “le sostanze umane o animali preparate per usi terapeutici o profilattici che non sono né nominate né comprese in voci più specifiche della Nomenclatura, ivi compresi: i pezzi di ossa, gli organi o gli altri tessuti umani o animali, vivi o conservati, atti alla realizzazione di innesti o trapianti, permanenti…”.

L’interpellante aveva chiesto l’applicazione dell’Iva al 4% per i prodotti ottenuti da cartilagini autologhe e dell’Iva al 10% per quelli ottenuti da cellule cutanee, ritenendo che i primi potessero essere annoverati fra le protesi e gli altri essere considerati a tutti gli effetti come medicinali.

La risoluzione, invece, va oltre la richiesta della società produttrice e riconosce, in entrambi i casi, l’assoggettabilità dell’aliquota ridotta al 4 per cento.

Fonte: Agenzia Entrate

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martedì 18 agosto 2009

La TOSAP nel bonus fiscale del 36%.

Gli uffici fiscali rispondono all'interpello posto dall'amministratore di un condominio che ha effettuato lavori di restauro di una palazzina residenziale. Tra le spese sostenute, il legale rappresentante annovera i costi pagati all'impresa che ha eseguito i lavori, la parcella del professionista e il versamento della Tosap relativa agli spazi occupati dai ponteggi.

Con la risoluzione n. 229/E del 18 agosto, l'Agenzia precisa che godono della detrazione fiscale del 36%, in base alla norma sul recupero del patrimonio edilizio, tutte le spese elencate nella circolare n. 57/E del 24 febbraio 1998, emanata dal ministero delle Finanze.

La lista dei costi sui quali calcolare la detrazione Irpef comprende:

•Progettazione ed esecuzione dei lavori

•Acquisto di materiali

•Altre prestazioni professionali necessarie, comprese le relazione di conformità alle leggi vigenti, perizie e sopralluoghi

•Imposta sul valore aggiunto, imposta di bollo e diritti pagati per concessioni, autorizzazioni, e dichiarazioni di inizio lavori

•Oneri di urbanizzazione

•Altri eventuali costi strettamente inerenti la realizzazione degli interventi e gli adempimenti posti dal regolamento di attuazione delle disposizioni in materia

In quest'ultima voce, infatti, l'Amministrazione finanziaria ricomprende anche la Tosap, ritenendo che sia da considerarsi come costo necessario per la realizzazione dei lavori di ristrutturazione edilizia affrontati dal condominio.

Inoltre, chiarisce la risoluzione, il pagamento effettuato mediante conto corrente, e non con bonifico bancario o postale come richiesto per le altre spese sostenute che beneficiano dello sconto Irpef, non preclude l'applicabilità dell'agevolazione fiscale del 36%.

Nelle istruzioni di Unico PF, infatti, è precisato che sono validi tutti i pagamenti effettuati con modalità obbligate in favore di pubbliche amministrazioni, come ad esempio gli oneri di urbanizzazione, l'imposta di bollo, i diritti per le concessioni, per le autorizzazioni e per le Dia, per i quali non è richiesto il pagamento tramite bonifico.


Fonte: Agenzia Entrate

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Inerenza e deducibilità spese vitto e alloggio.

Le spese di ospitalità alberghiera e per la somministrazione di alimenti e bevande, pur se correlate all'attività principale del contribuente, devono essere assoggettate al limite di deducibilità del 75%, come previsto nell'ultimo periodo del comma 5, articolo 109 del Tuir, in quanto non assimilabili a spese inerenti all'attività d'impresa.

E' la precisazione dell'agenzia delle Entrate fornita con la risoluzione n. 225/E del 18 agosto, che parte da una richiesta presentata da una società che opera nel campo dei giochi d'azzardo e, per agevolare la permanenza dei propri clienti e accompagnatori presso le strutture che operano in tale ambito, sostiene spese di vitto e alloggio nei loro confronti.

La società fa presente che tali spese sono una componente fondamentale dell'offerta di gioco proposta ai propri clienti e si aggirano, in media, intorno al 10% del valore della produzione realizzato. Queste sono le motivazioni che, suffragate dai chiarimenti forniti dalle circolari 53/2008 e 6/2009, spingono la società a ritenere che tali spese possano essere dedotte integralmente, in quanto, a suo giudizio, direttamente riferibili alla produzione del reddito dell'impresa, anche se non costituenti oggetto dell'attività esercitata.

I tecnici del Fisco non concordano con la soluzione prospettata dalla contribuente e, innanzitutto, ricordano che l'articolo 83, comma 28-quater, lettera a) del Dl 112/2008, ha inserito nel comma 5 dell'articolo 109 del Tuir il seguente periodo: "(…). Fermo restando quanto previsto dai periodi precedenti, le spese relative a prestazioni alberghiere e a somministrazioni di alimenti e bevande, diverse da quelle di cui al comma 3 dell'articolo 95, sono deducibili nella misura del 75 per cento". Proprio dalla lettura del testo citato deriva che il limite del 75% è il tetto massimo di deducibilità delle spese in esame.

A questo proposito l'Agenzia ricorda che non si possono portare in deduzione spese di vitto e alloggio, seppure nel limite del 75%, che non rispondano al principio di inerenza all'attività di impresa previsto dal comma 5 dell'articolo 109 del Tuir e che con la circolare 6/2009 sono stati forniti ulteriori chiarimenti riguardanti la integrale deducibilità di questi costi solo per particolari tipi di imprese. Si trattava, in quel caso, di una società che distribuisce buoni pasto e di un tour operator: per il primo è stata resa possibile l'integrale deducibilità in quanto le spese concorrono direttamente ai ricavi dell'impresa mentre, per il secondo, sono una componente essenziale dei servizi turistici offerti.

Non è questo il caso della società interpellante, poiché le spese di ospitalità alberghiera e di ristorazione sono sostenute per offrire un servizio gratuito ai propri clienti e accompagnatori, ma non rappresentano una componente imprescindibile rispetto al tipo di attività svolta e, nello stesso tempo, tali spese concorrono indirettamente, così come altri costi, alla produzione dei ricavi, essendo solo un elemento aggiuntivo rispetto al servizio offerto.

In conclusione le spese, che rientrano nel campo di applicazione del decreto del ministero dell'Economia e delle Finanze del 19 novembre 2008 in materia di spese di rappresentanza, devono essere assoggettate al limite di deducibilità del 75 per cento.


Fonte: Agenzia Entrate

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Mero sfruttamento di marchi.

La pex scende in campo soltanto se la “commercialità” è reale. I benefici del regime della partecipation exemption non sono infatti concessi se la plusvalenza è realizzata attraverso la cessione di una partecipazione in una società che si occupa esclusivamente della semplice gestione di un marchio e, per tale attività, percepisce solo royalty. È l’ulteriore chiarimento fornito dall’Agenzia con la risoluzione n. 226/E del 18 agosto.

Sullo stesso argomento d’altronde, l’Amministrazione fiscale si era già espressa più volte, ricordando che la norma agevolativa (articolo 87 del Tuir) – riguardo ai requisiti per accedervi – va interpretata, relativamente alla “commercialità”, in senso restrittivo. Pertanto, nel caso in cui una plusvalenza derivi dalla cessione di una partecipazione in una società “senza impresa”, il beneficio della pex non può essere accordato.

La regola generale del Tuir dispone l’esenzione, nella misura del 95%, delle plusvalenze derivanti dalla cessione di azioni o quote di partecipazioni in società di persone, escluse le società semplici e gli enti alle stesse equiparati, e in società di capitali ed enti equiparati, comprese quelle non rappresentate da titoli.

Per usufruire del regime di esenzione devono sussistere determinati requisiti:

•la partecipazione deve essere posseduta senza soluzione di continuità dal primo giorno del dodicesimo mese precedente quello in cui è avvenuta la cessione (cioè non meno di un anno)

•le partecipazioni devono essere iscritte fra le immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio chiuso nel periodo di detenzione

•la società partecipata deve risiedere in un Paese diverso da quelli a fiscalità privilegiata, oppure dimostrare, attraverso istanza d’interpello, che fin dall’inizio del periodo di possesso dalle partecipazioni non è stato conseguito l’effetto di localizzare i redditi in un Paese in cui gli stessi sono sottoposti a tassazione “scontata”

•la società partecipata deve svolgere un’effettiva attività commerciale.

Nel caso sottoposto all’attenzione dell’agenzia delle Entrate, le prime tre condizioni sono rispettate; più problematica risulta, invece, la verifica dell’ultimo requisito.

L’attività della società partecipata in questione consiste, infatti, nella gestione di una “firma” del settore della moda. In sostanza, tutta l’attività si traduce nella tutela, registrazione, protezione e concessione di licenze per lo sfruttamento economico del marchio.

Per l’istante, che ha ceduto la propria quota partecipativa nel luglio 2008 realizzando così la plusvalenza, risultano soddisfatte tutte le condizioni previste dalla norma (articolo 87, comma 1, lettere a), b), c) e d) del Tuir), vale a dire anche quella relativa alla “commercialità” dell’attività svolta dalla partecipata.

Diverso, in coerenza con le risposte già date in precedenti occasioni, il parere degli esperti del fisco.

Per far luce sulla questione posta, l’Amministrazione (dopo aver messo in evidenza che la verifica dell’effettivo svolgimento, da parte della partecipata, di un’attività commerciale non può essere effettuato “sulla carta”, necessitando, invece, di un controllo “fattuale”) segnala la circolare 36/2004, che ha contribuito a dissipare alcuni dei dubbi sollevati sulla nozione d’esercizio di impresa commerciale da parte della società partecipata. Nel documento richiamato la “commercialità” viene associata a quelle attività che danno luogo a reddito d’impresa così come definito dall’articolo 55 del Tuir.

Una definizione che non si può estendere a una società senza impresa, semplicemente intestataria di redditi passivi riconducibili alla percezione di royalty su marchi.

Il regime della partecipation exemption dunque riguarda esclusivamente coloro che detengono partecipazioni riferibili a società realmente produttive.

Un no corroborato da altri quattro documenti di prassi che, in base allo stesso principio, hanno negato l’applicabilità della pex (cfr risoluzioni nn. 152/2004, 163/2005, 165/2005 e 323/2007).


Fonte: Agenzia Entrate

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Quesito: cessione attività artigianale.

Essendo pensionato di 63 anni, dopo aver ceduto l'attività artigianale ho affittato l'immobile di 250 mq per un importo mensile di Euro 900,00. Qualche giorno fa la mia Associazione mi comunica che oltre alla normale tassazione del reddito derivato devo versare anche i contributi INPS (circa 3000 Euro anno) in quanto, essendo pensionato senza altra attività, questo affitto diventa attività commerciale soggetta a contribuzione INPS ( quattro rate annue di oltre 700 Euro). Io rimango un po' sgomento perchè sommando Inps a tasse e costi di gestione, del mio bene, mi rimane solo l'incredulità !

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sabato 15 agosto 2009

Se è frutto dell'arte libraria la pubblicazione sconta l'Iva light.

Con riferimento alla cura, composizione, stampa e confezionamento di una raccolta di norme regionali e statali - anche informative - in materia elettorale, la risoluzione n. 223/E ha chiarito ancora una volta la possibilità di applicare l'aliquota del 4% alle pubblicazioni che possono ricondursi alla categoria dei "libri".

Il libro, per essere definito tale, deve essere un prodotto "stampato" e avere un chiaro carattere "informativo". Grazie alla sua funzione divulgativa e scientifica le prestazioni ad esso connesse godono dell''aliquota Iva del 4%: parliamo "di servizi consistenti nella composizione, montaggio, duplicazione, legatoria e stampa di giornali, libri e periodici".

Il quesito

Il motivo dell'interpello è stato dato dall'affidamento a una tipografia, da parte di una Regione, di un servizio di composizione, stampa, confezionamento e consegna dei materiali occorrenti per una raccolta normativa coordinata con note esplicative per la corretta applicazione delle norme regionali e statali in materia elettorale e per altre pubblicazioni di natura informativa sempre connesse alle elezioni.

In precedenza, la suddetta tipografia aveva sempre applicato l'aliquota Iva ordinaria del 20%, ora chiede se è configurabile che il prodotto editoriale possa rientrare tra le opere librarie con conseguente applicazione dell'aliquota ridotta, facendo riferimento ai punti 18) e 35) della Tabella A Parte II allegata al Dpr 633/1972".

Il parere dell'Agenzia delle Entrate

Partendo dall'analisi del n. 35 della Tabella A, parte II, allegata al Dpr n. 6331972, dove è stabilito che "si applica l'Iva nella misura ridotta del 4% alle prestazioni di servizi consistenti nella composizione, montaggio, duplicazione, legatoria e stampa di giornali, libri e periodici", nella risposta all'interpello l'Agenzia cita quanto indicato nella circolare del Ministero delle finanze n. 63/1990 e nella Circolare ministeriale n. 328/E del 1997, nelle quali è chiaramente indicato che sono libri "tutti i lavori dell'arte libraria di qualsiasi dimensione, pure se solo illustrati o di carattere informativo, purché stampati". Inoltre, in una sua precedente risoluzione - n. 88/E del 19 giugno 2000 - la stessa Agenzia ha indicato che il libro "si caratterizza per avere una funzione divulgativa e scientifica, mentre restano esclusi dalla predetta nozione i prodotti editoriali costituiti da diari scolastici e le agende, nonché relazioni e bilanci di enti e società".

In effetti, da un mero punto di vista linguistico la parola italiana libro deriva dal latino liber, il cui significato si riferisce alla corteccia degli alberi inizialmente utilizzata - specie dai Romani - proprio per scrivere. Tale espressione, estremamente realista, nel tempo e per estensione del termine ha assunto proprio il significato di "opera letteraria", esattamente come l'equivalente greco del libro, cioè biblìon.

In ogni caso, sulla base di quanto rappresentato dall'istante, i funzionari delle Entrate hanno considerato che "la valutazione circa la riconducibilità delle pubblicazioni in discorso alla categoria dei libri richiede un'approfondita indagine di fatto, che esula dalle valutazioni che può formare oggetto di interpello".

Pertanto, pur con la riserva di "riscontrare in sede di eventuale controllo i presupposti di fatto per l'applicazione dell'aliquota agevolata, sembra peraltro che possano sussistere in relazione alle pubblicazioni elencate nell'istanza i requisiti di prodotto stampato e il carattere informativo".

Inoltre, nel quadro di una maggior completezza di trattazione dell'argomento, la risoluzione precisa che secondo quanto indicato nella Direttiva 2009/47/CE del Consiglio del 5 maggio 2009 l'aliquota ridotta è consentita per la "fornitura di libri su qualsiasi tipo di supporto fisico" e che, infine, "qualora le suddette pubblicazioni possano essere qualificate come 'libri' ai fini dell'applicazione dell'aliquota Iva del 4%, beneficeranno della medesima aliquota ridotta anche gli acquisti di materiale (carta), nonché le prestazioni di servizi individuate nel sopra richiamato numero 35 relative alla realizzazione delle stesse".


Fonte: Agenzia Entrate

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