mercoledì 30 luglio 2008

Quesito: conguaglio IRPEF nuova azienda.

chiedo il tuo aiuto perchè non ci sto capendo più niente!
A inizio Giugno di quest'anno ho cambiato azienda.
Ho ricevuto da loro TFR (lordo=14.743€), ratei 13a e 14a (lordo=6.190€)
ed un pre CUD che ammontava a 43.046,20€ con rtienute IRPEF pari a 12.001,22€.
Ho consegnato il pre CUD alla nuova azienda (con cui ho un reddito di
95.000€ su 14 mensilità e mi hanno detto che avrò un salasso a
Dicembre a causa del conguaglio IRPEF.

Vorrei cercare di capire quanto ammonterà il totale che dovrò pagare
in conguaglio.
E anche se l'imposta su TFR e ratei l'ho già pagata.

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Quesito: accertamento con adesione.

Un contribuente a cui è stato notificato un avviso di Aceertamento il

19/06/2008 deve presentare istanza di accertamento con adesione il 18/08/2008 ( cioè
entro i 60gg. dalla notifica ) o vale anche per la presentazione dell'istanza di
accertamento con adesione la proroga feriale con spostamento dei termini al 03/10/2008 ?

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Quesito: liquidazione credito IRPEF in busta paga.

nel mese di Luglio 2007 a seguito della presentazione del 730 presso un CAF è
emerso un credito IRPEF di 895,00 euro che il mio datore di lavoro mi ha pagato
ma senza indicare tale credito nella rispettiva busta paga (in altri termini
l'importo della busta paga è inferiore rispetto al relativo bonifico). Vorrei
sapere se questa è una procedura consentita (gli altri anni il credito o il
debito veniva indicato in busta paga in una voce specifica).

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Quesito: aliquota lavoro a tempo determinato.

sono uno studente universitario e durante l'estate lavoro per guadagnare qualche soldo;
questa estate lavoro in un campeggio, ho un contratto che è iniziato il 16/06/2008 e cesserà il 31/08/2008,
ho visto che pago un'aliquota del 23% su un reddito presunto che io non ho perchè lavoratore a tempo determinato,
volevo sapere se è vero che per chi non raggiunge i 6500 euro di reddito i soldi che gli tolgono nel mio esempio calcolati
su un' aliquota del 23% gli vengono ridati?
E se è vero allora li riceverò tutti insieme alla mia ultima bustapaga comprensiva di tfr ferie e 13 e 14 esima?

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Quesito: busta paga badante.

Devo assumere una ragazza moldava come lavoratrice domestica livello cs, in quanto non sono autosufficiente. Il minimo contrattuale è 862,24 € mensili a cui credo vada aggiunta indennità vitto e alloggio per altri 4,773 € giornalieri. Io ho previsto 5 ore di assistenza giornaliera per 5 giorni la settimana, mi chiedo dunque se il minimo lo devo corrispondere integralmente oppure se posso basarmi sulle effettive ore di lavoro. Inoltre mi chiedo se il minimo comprenda i contributi che lei deve versare oppure no.

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sabato 26 luglio 2008

Irap dichiarata ma non dovuta: Commissione tributaria provinciale di Pisa.

Lo svolgimento di un’attività senza autonoma organizzazione non esonera il contribuente dal versamento dell’Irap, ma legittima eventualmente solo la richiesta di rimborso dell’imposta pagata.

Questo, in sintesi, il principio di diritto adottato dalla Ctp di Pisa con la sentenza 59/6/08, depositata il 14 maggio 2008, relativa a una controversia sorta per una cartella di pagamento con cui era stato chiesto il pagamento dell’Irap risultante dalla dichiarazione e mai versata.

Le posizioni delle parti in giudizio possono essere così riassunte:

il contribuente chiedeva l’annullamento della cartella perché l’imposta richiesta non era dovuta in quanto l’attività professionale svolta era priva di autonoma organizzazione

l’ufficio dell’Agenzia, pur riconoscendo in via di principio che il presupposto dell’Irap è l’esercizio di un’attività autonomamente organizzata, eccepiva che quanto affermato dal contribuente non era supportato da alcuna prova.

La motivazione della sentenza

I giudici pisani, pur riconoscendo, in astratto, che l’attività svolta dal contribuente (consulente informatico) poteva essere esercitata in assenza di organizzazione e pur verificando, in concreto, che dalle dichiarazioni dei redditi presentate emergevano solo un minimo compenso a terzi e una modesta quota di ammortamento, hanno rigettato il ricorso per una questione pregiudiziale assorbente le questioni di merito.

Infatti, quando il contribuente nell’Unico compila il quadro IQ, determinando il valore della produzione netta e liquidando l’entità del tributo dovuto, l’Irap va in ogni caso versata e l’unica possibilità per recuperare l’imposta ritenuta indebita è la domanda di rimborso.

Da tale premessa il collegio ha fatto derivare l’inammissibilità del ricorso in quanto, poiché l’iscrizione a ruolo per omesso versamento era stata originata dall’autoliquidazione del tributo operata in dichiarazione dal contribuente, la conseguente cartella poteva essere impugnata solo per vizi propri dell’atto, ma non per contestare in radice la pretesa tributaria in essa contenuta.

Fonte: Agenzia Entrate

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Quesito: ICI casa bifamiliare.

Io e mio fratello abbiamo costruito un casa bifamigliare su un terreno di cui eravamo comproprietari.Il risultato è stato che anche la casa, seppur divisa in due unità distinte, è risultata in comproprietà. Ognuno di noi due fratelli abita con le proprie famiglie nella propria porzione di casa.Fino ad ora ci è stato chiesto di pagare l'ICI con aliquota prima casa sul 50% della porzione abitata e con aliquota superiore (quindi non come prima casa) sulla metà occupata dall'altro fratello e viceversa. Con l'eliminazione dell'ICI sulla prima casa come dobbiamo comportarci?

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Quesito: diritto camerale 2005.

Ho una discussione in corso col mio commercialista Nel 2005 dovevo pagare il diritto camerale, circa 80 euro, lui mi disse che avendo dei crediti delle tasse avebbe fatto la compensazione sull'f24 e quindi di non pagare nulla. Anni dopo arriva la cartella esattorialeIl commercialista va 3 volte in camera di commercio presentandogli la compensazione così calcolatamaggiorazione 0,40% sull'importo 80 euro, totale 80,32 versati in aggiunta ha calcolato la sanzione 3,01 euro + interessi calcolati al 2,5% a partire dal 20/07/2005 e versato anche quella, come da normativa sul ravvedimento operoso a breve termine.La camera di commercio ha detto che il ravvedimento a breve termine era insufficiente in quanto le date sonoscadenza diritto camerale 20/06/2005scadenza per il ravvedimento breve termine 20/07/2005 l'f24 con la compensazione calcolata come sopra ha data 01/08/2005Poiché il ravvedimento a breve termine può essere fatto entro 30 giorni dalla scadenza del diritto camerale (20/06/2005), la camera di commercio sostiene che il termine ultimo era 20/07/2005 quindi ha considerato insufficiente il ravvedimento breve termine fatto al 01/08/2005.Il mio commercialista sostiene che invece era ancora valido in quanto sostiene che i 30 gg debbano essere intesi dalla data del termine per la maggiorazione , cioè il 20/07/2005 e che quindi il ravvedimento breve termine potesse essere fatto fino a 30 gg dopo il 20/07/2005 anziché il 20/06/2005 Non ho trovato assolutamente nulla a sostegno di questa sua "interpretazione"In pratica il ravvedimento a breve termine si deve considerare entro 30 gg dalla data scadenza del 20/06/2005 o dalla data di scadenza 20/07/2005?

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Quesito: IVA commerciante materassi.

vorrei sapere gli adempimenti per un commerciante di materassi che acquista al 20% e rivende a volte con iva al 4% per la legge sulle agevolazioni per gli invalidi.si deve fare per forza fattura o basta lo scontrino fiscale?e poi a parte tenere la documentazione che certifica l'invalidita' nelle liquidazioni deve fare la ventilazione o cosa altro?

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Quesito: errori e risarcimento commercialista.

Per un errore di calcolo del commercialista ho dovuto pagare 28 euro di multa.Fattoglielo notare non ha mai chiesto scusa né propostosi di rifondermi, nè tantomeno mi aveva segnalato l'errore palese, come se la cosa non lo riguardasseOa mi ha mandato la fattura annuale per i suoi "servigi".Posso decurtare 'sti 28 euro dalla sua fattura o devo andare dal giudice o cosa devo fare per riavere il danno rimborsato? Capisco che è una cifra irrisoria ma è il modo di fare del commercialista che mi ha indisposta

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Quesito: detrazione tasse universitarie e spese mediche.

Mio figlio, studente universitario, nel 2007 ha guadagnato, per un lavoro occasionale, solo 1.000 euro. Per recuperare la ritenuta d'acconto presenterà l'UNICO 2008. Le tasse universitarie e le spese mediche che ho sostenuto per lui, devono essere dichiarate da mio figlio o, essendo fiscalmente a mio carico, posso dichiararle io?

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Quesito: cambio residenza e agevolazioni prima casa.

mia madre ha acquistato la prima casa in Roma nel luglio del 2005 con IVA agevolata al 4%. Attualmente e per motivi di salute, mia madre è domiciliata nel comune di Capalbio (GR). Il fatto di avere la residenza in Roma crea non pochi problemi tra questi la scelta del medico di famiglia, la richiesta di invalidità civile, etc. Premesso che mia madre non acquisterà altra casa nei prossimi anni, la domanda che vi pongo è: è possibile trasferire la residenza nel comune di Capalbio (GR) senza incorrere in sanzioni o vedersi applicata l'IVA come fosse la seconda casa o di non poter più usufruire delle detrazioni per gli interessi passivi dei mutui per l'acquisto della prima casa?

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Quesito: emissione fattura con iva agevolata per impresa edile.

Sono una impresa edile che si occupa prevalentemente di ristrutturazione di appartamenti.Vorrei avere notizie su applicazione IVA agevolata Quando fatturo ristrutturazioni devo sempre applicare iva al 10%in base alla legge 478/78 anche se il cliente nn lo richiede ? iva agevolata 10% e' indifferente dalla legge bersani richiestairpef 36%? Il cliente deve sottoscrivere richiesta di iva agevolata o nn importa? Fatturazione iva agevolata al 10% prevede pagamenti con bonifico o no?

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Quesito: dichiarazione integrativa.

Un'amica con attività di commerciante al dettaglio si è avveduta di un grave errore nelle dichiarazioni dei redditi (non rilevato dal suo commercialista) a partire dalla dichiarazione del 2006. E' possibile regolarizzare, ora, la sua posizione anche per gli anni precedenti o solo per l'anno dell'ultima dichiarazione, ammesso che sia ancora in tempo (2007)? Le sanzioni in caso di presentazione della dichiarazione integrativa sono pari a quelle che avrebbe se fosse soggetta a controllo fiscale?

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venerdì 25 luglio 2008

Vizi di notificazione degli atti tributari: l'orientamento della Suprema corte.

Sarebbe stato giusto pensare che con la pronuncia a sezioni unite 19854 del 5 ottobre 2004 la Cassazione avesse messo un punto definitivo alla questione dell’applicazione dell’articolo 156 del codice di procedura civile ai vizi di notificazione degli atti tributari. In quella occasione, la Corte, ricomponendo un lungo conflitto originatosi all’interno delle sue sezioni semplici, divise tra tesi favorevoli e tesi contrarie alla estensione della regola del raggiungimento dello scopo agli atti tributari, pur negando correttamente che l’atto impositivo costituisca un atto processuale o pre-processuale (seconda la vecchia teoria denominata provocatio ad opponendum che tradizionalmente, come si vedrà, deponeva per una indiscussa applicazione dell’articolo 156), concludeva nel senso che la proposizione del ricorso da parte del contribuente sana il vizio di notificazione dell’atto.

Tale conclusione aveva trovato conforto in due distinte motivazioni, in parte tra loro confliggenti; in primis, la valenza generale del principio del raggiungimento dello scopo, di cui, per l’appunto, all’articolo 156 Cpc, in secondo luogo, la possibilità di applicare direttamente la citata norma, pur dettata per gli atti processuali, anche al procedimento di notificazione degli atti tributari sostanziali, per effetto del rinvio alle norme del codice di procedura civile contenuto nell’articolo 60 del Dpr 600/1973.

Con la pronuncia 10447 del 23 aprile 2008, invece, la Cassazione fa un passo indietro rispetto alle conclusioni raggiunte dalle sezioni unite e sulla scorta del carattere “solo” processuale della disposizione dell’articolo 156 Cpc ne ha negato l’applicazione agli avvisi di accertamento, in quanto atti amministrativi, espressivi della pretesa fiscale, la cui notificazione “non attiene all’avvio della fase giurisdizionale contenziosa” (affermazione, quest’ultima, che riprende letteralmente alcuni precedenti di data anteriore alla citata pronuncia delle sezioni unite).

La recente sentenza, in altre parole, riprendendo, nelle conclusioni, un orientamento diffuso prima dell’intervento delle sezioni unite, in sostanza costituisce un ritorno al passato, pur basato su un’affermazione di partenza, la natura sostanziale dell’atto impositivo, che oggi può considerarsi assolutamente pacifica. La portata della pronuncia, pertanto, va correttamente rimediata alla luce delle ragioni che ci sembrano deporre per la contraria soluzione e che erano state individuate già dalla medesima Cassazione nella citata sentenza 19854/2004.

La sentenza 10447/2008: corretta la premessa in ordine alla natura sostanziale degli atti impositivi

Come anticipato in parte nelle premesse, nella sentenza 10447/2008 la Cassazione parte da una condivisibile premessa che, autorevolmente sostenuta da sempre dalla dottrina maggioritaria, ha trovato conferma nella pronuncia delle sezioni unite 19854/2004, vale a dire quella secondo cui l’atto impositivo tributario, in quanto espressivo della pretesa avanzata dall’Amministrazione, all’esito di un vero e proprio procedimento amministrativo, è atto amministrativo sostanziale e non un atto processuale.

In tal modo, anche la giurisprudenza (pur con qualche successiva oscillazione) sembra aver respinto la nota tesi denominata provocatio ad opponendum, tesi minoritaria, pur se autorevole, secondo cui l’avviso di accertamento (al pari, in verità, di qualsiasi altro atto impositivo) è un mero atto processuale, rappresentando, cioè, quella “domanda giudiziale” (tipica del processo civile) con cui l’Amministrazione/attrice cita in giudizio il convenuto/contribuente.

Non è questa la sede per affrontare tutte le conseguenze che derivano dalla qualificazione in termini meramente processuali degli atti di accertamento; solo per fare qualche esempio, essa conduce alla libera modificabilità della domanda, ossia alla possibilità, per l’Amministrazione, di modificare nel corso del giudizio i motivi fondanti la pretesa o, ancora, giustifica l’irrilevanza dei vizi formali dell’atto, in quanto sanabili nel corso del processo, come una certa distribuzione dell’onere probatorio tra le parti.

Più che su questi aspetti, ai fini che interessano, giova puntare l’attenzione su un altro profilo; in particolare, su come da una ricostruzione in termini eminentemente processuali discenda una pacifica applicazione a tali atti tributari delle regole del codice di procedura civile, in primo luogo di quelle riferite alla sanatoria di cui all’articolo 156 Cpc.

Non v’è dubbio che norme come quella appena citata rispondono bene alla logica degli atti processuali per i quali sono state pensate in quanto, limitando la portata invalidante di alcuni vizi (di alcune “nullità processuali”), consentono al giudizio di andare avanti fino al suo naturale epilogo, la pronuncia del giudice.

Esiste, infatti, un indiscutibile favor del legislatore del codice di procedura civile in tal senso, desumibile, oltre che dall’articolo 156, anche da altre analoghe disposizioni, volte a evitare che il processo si arresti per vizi degli atti processuali, precludendo al giudice di pronunciarsi sul rapporto sottostante alla domanda di parte.

In altri termini, la circostanza che lo scopo dell’atto sia stato raggiunto è considerata, nell’ottica processuale, condizione necessaria e sufficiente a evitare un arresto del giudizio; in tal senso, la costituzione della parte, in presenza di un vizio di notificazione dell’atto processuale, è considerata l’ipotesi più emblematica e rappresentativa del raggiungimento dello scopo e della sanatoria del relativo vizio.

Altra e più complessa questione è cosa debba intendersi per scopo dell’atto e quando, al di fuori del caso scolastico della costituzione in giudizio, esso può considerarsi raggiunto.

L’applicazione letterale della regola dell’articolo 156 Cpc imporrebbe una difficile indagine, tanto sull’individuazione dello scopo dei singoli atti processuali quanto sulla effettiva intenzione delle parti. In tal senso, la dottrina processualistica ha elaborato un diverso, più agevole e condivisibile criterio secondo cui lo scopo dell’atto può considerarsi raggiunto tutte le volte in cui la parte che potrebbe far valere il vizio compie l’atto o tiene il comportamento che nella normale sequenza segue quello viziato.

La regola sembra trovare applicazione, in altre parole, in tutti i casi in cui all’atto viziato segue quello che, nella normale e fisiologica sequenza procedimentale o processuale delineata dalla legge, rappresenta l’adempimento di un correlato obbligo, l’attuazione di un conseguente onere o l’esercizio del connesso potere.

È chiaro che, alla luce dell’inquadramento preminentemente processuale della regola che abbiamo finora proposto, in presenza di un atto amministrativo sostanziale, come quello impositivo, non possono valere analoghe giustificazioni a fondamento della possibilità di applicare l’articolo 156 e la peculiare sanatoria costituita dall’avvenuto raggiungimento dello scopo ivi previsto.

Tuttavia, prima di concludere nel senso della sentenza 10447/2008, ossia nel senso della impossibilità di invocare questa forma di sanatoria in relazione ai vizi della notificazione degli atti impositivi, occorre verificare che l’applicazione della disposizione processuale sopra richiamata non possa essere sostenuta sulla base di altre argomentazioni.

Le argomentazioni a favore dell’applicazione dell’articolo 156 agli atti impositivi ancorché atti sostanziali: conclusioni in ordine al passo indietro della sentenza 10447/2008

Riprendendo il ragionamento delle sezioni unite della Cassazione del 2004, a favore dell’applicazione dell’articolo 156 è possibile individuare, almeno in astratto, due diverse ragioni, delle quali solo una pienamente condivisibile.

In primo luogo, in un passaggio argomentativo della pronuncia 19854/2004, si legge che il raggiungimento dello scopo ha la valenza o il rango di “principio generale”, come tale applicabile anche al di là della sfera degli atti processuali per i quali esso è stato espressamente codificato.

In tal senso, la natura non processuale dell’avviso di accertamento non osterebbe all’applicazione della regola in esame, proprio perché espressione di un principio applicabile al di là del ristretto novero di atti per i quali è previsto.

Questa affermazione pone, in verità, qualche dubbio.

E’ stato già detto che una forma di sanatoria come quella fondata sul raggiungimento dello scopo trova la sua ragion d’essere, nel campo degli atti processuali, nell’esigenza, cara al legislatore del settore, di evitare che ogni vizio si trasformi in una causa ostativa alla prosecuzione del giudizio, preclusiva della pronuncia del giudice quale risultato “ultimo” cui tende il processo.

Questa ratio rimane invece difficilmente adattabile al campo degli atti amministrativi sostanziali, per i quali non sono irrilevanti, ai fini della tutela del destinatario, né le modalità secondo cui si sono formati né quelle con cui sono stati portati a conoscenza.

Tra l’altro, secondo l’insegnamento della teoria generale, le forme di sanatoria, intese quali modalità di eliminazione del vizio o di mera neutralizzazione delle relative conseguenze, possono operare solo in quanto espressamente previste dalla legge.

È la legge sola, infatti, che può prevedere un determinato fatto, atto o evento quale elemento sanante di una fattispecie viziata; né l’interprete può ricavare dalla previsione di una regola specifica, operante in un determinato settore, un principio di rango generale, applicabile al di là dei casi espressamente previsti.

Per queste ragioni, deve ritenersi che l’articolo 156 Cpc non sia espressione di una regola di ampio respiro, bensì codifichi un principio applicabile solo alle ipotesi espressamente previste (gli atti processuali) ovvero ai diversi casi in cui esso venga espressamente richiamato.

Quest’ultima osservazione consente di introdurre la seconda argomentazione utilizzata dalla Cassazione nella “storica” sentenza a sezioni unite per giustificare l’applicazione dell’articolo 156 e che, in verità, appare la strada più corretta per riconoscere l’estendibilità della disposizione al procedimento di notificazione degli atti tributari.

In un altro passaggio argomentativo della pronuncia, le sezioni unite (in parte contraddicendo la precedente affermazione secondo cui la regola in esame è espressione di un principio generale) hanno evidenziato che la disciplina relativa alle notificazioni degli avvisi di accertamento (in particolare, l’articolo 60 del Dpr 600/1973) contiene un esplicito rinvio alle regole sulla notificazione previste dalle norme processualistiche.

Pur, quindi, nel contesto di una disciplina complessa fondata su rinvii ed eccezioni tipicamente fiscali, l’articolo 156 viene richiamato in materia tributaria a proposito del procedimento di notificazione degli atti; in tal senso, infatti, il rinvio alle norme del codice di procedura civile non deve intendersi solo quale rinvio alle “modalità” della notificazione, bensì quale rinvio a tutto il relativo regime, comprensivo, cioè, anche delle regole relative alle eventuali nullità e alle loro sanatorie.

Sulla base di questa osservazione, è agevole constatare che, ancorché previsto solo per gli atti processuali, il principio del raggiungimento dello scopo trova correttamente applicazione anche per i vizi della notificazione degli atti tributari, per effetto del richiamo espresso contenuto nella disciplina fiscale.

In tal senso, l’iter logico posto alla base della sentenza 10447/2008, pur riprendendo argomentazioni già in parte contenute in precedenti della stessa Cassazione, e finanche nella pronuncia 19854/2004, si pone in uno strano rapporto con gli interventi precedenti, di cui riprende le motivazioni per utilizzarle, però, in un ordine invertito.

La sentenza, inoltre, si pone in aperto contrasto con il principio di diritto affermato dalla medesima Cassazione in sede di ricomposizione del conflitto giurisprudenziale nel 2004, costituendo, in definitiva, un passo indietro rispetto a principi che dovrebbero considerarsi assunti al sistema, a maggior ragione nella misura in cui appaiono condivisibili, almeno seguendo la precedente ricostruzione che ne aveva fatto lo stesso giudice di legittimità.


Fonte: Agenzia Entrate

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Compensi relativi ai diritti d'autore.

I compensi percepiti in base a un contratto di cessione di diritti d'autore si devono sommare ai compensi percepiti nell'esercizio dell’attività professionale di giornalista, ai fini della verifica del limite di 30mila euro di compensi per accedere al regime semplificato previsto per i contribuenti cosiddetti “minimi”. E’ il parere dell’Agenzia delle Entrate.

(risoluzione n. 311/e del 21 luglio 2008 )

Fonte: Min.Finanze

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Forniture di energia elettrica a consorzi - Note di variazione.

E' stato chiarito dall’Agenzia delle Entrate che sulle forniture di energia elettrica effettuate ai consorzi per usi irrigui o di bonifica si applica l'aliquota Iva ridotta dal 1° gennaio 2006. La restituzione della maggiore imposta eventualmente pagata dai consorzi potrà essere ottenuta con la procedura di variazione Iva anche oltre i termini temporali dell'anno.

(risoluzione n. 307/e del 21 luglio 2008 )

Fonte: Min.Finanze

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Operazioni di finanziamento - Calcolo del pro-rata.

L’attività di finanziamento svolta da una società di produzione industriale nei confronti delle società dello stesso gruppo non può qualificarsi come meramente occasionale o accessoria rispetto all’attività principale qualora implichi un consistente impiego di lavoro, beni e servizi. Resta pertanto indetraibile l’Iva sugli acquisti e sono inclusi nel calcolo del pro-rata di detrazione i corrispettivi conseguiti nell'ambito delle attività di finanziamento.

(risoluzione n. 305/e del 21 luglio 2008 )

Fonte: Min.Finanze

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Deducibilità piena per la telefonia esclusivamente imprenditoriale.

Con la risoluzione numero 320 del 24 Luglio 2008, coordinata con la numero 214 del 22 Maggio 2008, l'Agenzia delle Entrate ha stabilito che i costi per i beni e servizi telefonici, che per le proprie specificità tecniche possono essere utilizzati esclusivamente per finalità imprenditoriali, possono essere integralmente dedotti.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Fraudolente dichiarazioni di intento: Sentenza n. 16819 del 20 giugno 2008.

Qualora tra cedente e cessionario sussista un chiaro accordo volto a emettere e utilizzare dichiarazioni di intento ideologicamente false allo scopo di evadere l'Iva sulle cessioni e di far maturare al cedente indebiti crediti d'imposta da chiedere a rimborso, le operazioni di cessione non possono essere qualificate come cessioni non assoggettate a imposta perché finalizzate alla successiva esportazione. Le stesse operazioni devono invece essere qualificate - oggettivamente e soggettivamente - come normali cessioni interne, da assoggettare a Iva ordinaria, con la conseguenza che il tributo non applicato deve essere recuperato in capo al cedente, a cui vanno irrogate anche le sanzioni, perché l'accordo fraudolento con il cessionario rende la violazione a lui soggettivamente imputabile.

Questi i principi che si ricavano dalla lettura della sentenza della Cassazione 16819 del 20 giugno 2008.

La controversia

Un'impresa operante nel commercio dei pneumatici aveva effettuato cessioni in regime di non imponibilità Iva, interponendo fittiziamente come acquirenti nei propri rapporti commerciali alcune società fantasma, prive dei requisiti per qualificarsi "esportatori abituali" ai sensi dell'articolo 8 del Dpr 633/1972, che avevano rilasciato "dichiarazioni di intento" ideologicamente false.

Successivamente agli apparenti acquisti senza addebito di Iva, le società fantasma (del tutto inesistenti imprenditorialmente, costituite e domiciliate in "paradisi fiscali") avevano effettuato vendite (fatturate con Iva al 20%) nei confronti della società cedente, che a sua volta aveva rivenduto la stessa merce alle medesime società, sempre in esenzione d'imposta.

In tal modo, la cedente maturava (per effetto della differenza tra l'Iva passiva formalmente versata sugli acquisti effettuati presso le società fantasma e l'Iva non versata sulle vendite utilizzando le dichiarazioni d'intento false rilasciate dalle cessionarie) il diritto alla percezione di rimborsi, evadendo, inoltre, l'imposta sulle rivendite alle società fantasma, che non potevano essere effettuate in esenzione d'imposta poiché, come descritto, la cedente era consapevole della falsità delle dichiarazioni di intento rilasciate dalle cessionarie.

L'ufficio finanziario recuperava, quindi, a tassazione, con tre avvisi di rettifica relativi ad altrettante annualità, l'Iva evasa.

Le tesi della società, secondo cui "la falsità delle dichiarazioni di intento non poteva esserle addebitata in quanto la responsabilità per tale falsità deve ricadere esclusivamente sulle cessionarie che hanno reso la dichiarazione", non essendo essa tenuta a "effettuare alcuna verifica della veridicità delle dichiarazioni ex art. 8", venivano accolte dalla competente Commissione tributaria provinciale e confermate, previa riunione delle tre distinte opposizioni, dai giudici di appello.

L'Amministrazione finanziaria ricorreva allora per la cassazione della sentenza con due motivi di doglianza, mentre il contribuente esperiva un articolato ricorso incidentale.

La sentenza 16819/2008

La Corte, decidendo la causa nel merito, ha accolto il ricorso dell'Amministrazione, sostenendo, diversamente da quanto fatto dalla Ctr, che il fatto che la società cedente fosse a conoscenza dell'intento elusivo delle cessionarie e, in particolare, della falsità delle dichiarazioni d'intento da queste rilasciate ("elementi di fatto incontestabilmente accertati dal giudice di merito"), era sufficiente a renderla soggetto passivo dell'imposta. In tema di Iva, cioè, in caso di dichiarazioni d'intento false, per l'imposta non versata risponde anche il cedente che sia consapevole della falsità.

Ciò in quanto dalla consapevolezza, oltre che del cessionario, anche del cedente del fatto che l'operazione non era destinata all'esportazione, perchè la dichiarazione di intento era "ideologicamente falsa", discende la consapevolezza da parte dello stesso cedente (come del cessionario) della destinazione nazionale della merce e, quindi, della necessità di assoggettare l'operazione al tributo.

In altri termini, la consapevolezza "reciproca" tra cedente e cessionario - una sorta di consilium fraudis - elude la disposizione delineata dall'articolo 8 del Dpr 633/1972, che prevede, appunto, la non imponibilità dell'operazione alle condizioni dallo stesso indicate.

L'operazione di per sé astrattamente ammissibile sussistendo gli elementi formali per integrare gli estremi dell'esportazione (dichiarazione di intento ed emissione di fattura), difettava, cioè, dei requisiti sostanziali dell'effettività della cessione stessa; circostanza che comporta l'esclusione di quelle prestazioni dall'ambito operativo della norma. Evidenza che si sostanzia nella "consapevole mancanza originaria dell'elemento dato dal veritiero intendimento del cessionario (nel caso falsamente dichiarante) di volere esportare la merce acquistata".

Per quanto, poi, concerne l'eccezione della società resistente, seconda la quale, con riferimento ai rilievi relativi all'utilizzo di false lettere di intenti, dell'omesso pagamento dell'imposta debbono rispondere "soltanto i cessionari, i committenti e gli importatori che hanno rilasciato la dichiarazione stessa", non essendo prevista alcuna responsabilità solidale in capo al soggetto che abbia effettuato operazioni in esenzione di imposta sulla base di una dichiarazione che sia poi risultata falsa, la Cassazione ha ricordato come già in precedenza, con la sentenza 20834/2005, era stato affermato il principio secondo cui la condotta di colui che operi senza assolvere l'imposta in base a una dichiarazione della cui falsità è consapevole è del tutto equivalente a quella di chi sia del tutto privo della suddetta dichiarazione, salva ovviamente la concorrente responsabilità del cessionario, committente o importatore che tale falsa dichiarazione abbia rilasciato.

Tale principio, hanno sostenuto i giudici, deve essere ribadito "per carenza di qualsivoglia convincente argomentazione contraria" prospettata delle parti in causa.


Fonte: Agenzia Entrate

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Prelievo fiscale sul TFR: Decreto Mef 20 marzo 2008.

Tfr un po’ più pesante per i rapporti di lavoro cessati dopo il 31 marzo 2008. E’ l’effetto di quanto previsto dal decreto 20 marzo 2008 del ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha introdotto un nuova detrazione d’imposta in relazione ai trattamenti di fine rapporto il cui diritto alla percezione sorge, appunto, dall'1/4/2008.

Le ragioni dell’intervento normativo

Fino all'anno d'imposta 2000, la tassazione del “trattamento di fine rapporto” beneficiava di una riduzione annua della base imponibile di 309,87 euro. Con la riforma in vigore dal 1° gennaio 2001, l’abbattimento è stato eliminato (è rimasto solo per le indennità equipollenti, cioè i trattamenti di fine servizio corrisposti ai dipendenti pubblici che non hanno subito alcuna variazione impositiva) ed è stata introdotta una detrazione annua di 61,97 euro per i rapporti di lavoro cessati entro il 31/12/2005. Niente deduzioni né detrazioni, invece, per i rapporti di lavoro cessati a partire dal 1° gennaio 2006.

Un esempio chiarirà meglio il meccanismo:

anni di lavoro = 20

data di inizio rapporto = 1/7/1988

data di fine rapporto = 30/6/2008.

Per il periodo 1/7/1988 - 31/12/2000, il contribuente ha diritto alla deduzione annua di 309,87 euro, pari a 3.873,37 euro totali.

Per il periodo 1/1/2001 - 31/12/2005 lo stesso contribuente non può, invece, godere né della deduzione né della detrazione di 61,97 annui, dal momento che la cessazione del rapporto di lavoro è intervenuta dopo il 31/12/2005.

Stesso discorso per il periodo compreso fra l’1/1/2006 e il 30/6/2008, per il quale il contribuente non avrebbe diritto né a deduzioni né a detrazioni.

Per ovviare a questa situazione, nonché al fatto che nel corso degli ultimi anni è stata aumentata l'aliquota minima di tassazione (attualmente al 23%), la legge finanziaria per il 2008, all'articolo 2, comma 514, ha previsto l’emanazione di un decreto di natura non regolamentare, allo scopo di introdurre un sistema per ridurre le imposte sul Tfr.

La detrazione

La detrazione è pari a:

70 euro, se il reddito di riferimento non supera 7.500 euro

50 + [20 x (28.000 – reddito di riferimento) : 20.500] euro, se il reddito di riferimento è compreso tra 7.500 e 28mila euro

50 x [(30.000 - reddito di riferimento) : 2.000] euro, se il reddito di riferimento è compreso tra 28mila e 30mila euro.

Per i rapporti sopra descritti, si assumono le prime quattro cifre decimali.

Tornando all’esempio precedente, ipotizzando che, per semplicità, per ogni anno di lavoro siano maturati 1.500 euro di Tfr, il reddito riferimento sarà pari a:

RR = (30.000 : 20) x 12 = 18.000 euro.

Poiché il valore è compreso tra 7.500 e 28.000 euro, la detrazione ammonterà a:

50 + [20 x (28.000 – 18.000) : 20.500] = 59,8 euro.

All’ex dipendente spetterà, quindi, la “nuova” detrazione, rapportata al periodo 1/4/2008 - 30/6/2008, pari, cioè, a 14,95 euro.

Il decreto, al comma 4, prevede che, se il contribuente ha destinato l'intero Tfr al fondo pensione, la detrazione, calcolata sul Tfr maturato, spetta sulle “Altre indennità” connesse alla cessazione del rapporto di lavoro (indennità di preavviso, indennità di non concorrenza eccetera); se invece la destinazione del Tfr al fondo è solo parziale, la detrazione spetta solo sul trattamento di fine rapporto. Questa è una importante novità in quanto le precedenti riduzioni e detrazioni spettavano esclusivamente sul Tfr, a nulla rilevando l'eventuale destinazione al fondo pensione e, pertanto, in caso di totale devoluzione, non potevano essere riconosciute.

E’ a carico dei sostituti d’imposta il riconoscimento della detrazione relativamente a una sola cessazione del rapporto di lavoro nel corso del medesimo periodo d'imposta. Il decreto prevede, a tal fine, che il dipendente, su richiesta del sostituto, attesti di non aver già fruito della detrazione per altri Tfr riferiti ad altre cessazioni avvenute nello stesso anno.

La detrazione spetta anche in caso di erogazione a eredi del lavoratore, in quanto va calcolata sull'intero Tfr maturato dal deceduto.

Il comma 6 del decreto chiarisce che la detrazione non spetta per le “Altre indennità” non connesse alla cessazione del rapporto di lavoro; la stessa deve essere riconosciuta in sede di acconto, ma non in sede di anticipazione del Tfr.

Il risparmio d’imposta spetta anche per i Tfr erogati da datori di lavoro che non rivestono la qualifica di sostituti d'imposta; ovviamente, in tal caso, la detrazione sarà goduta in occasione del pagamento dell'acconto da versare in sede di dichiarazione dei redditi.

Infine, il comma 8 del decreto demanda agli uffici finanziari la verifica e la correttezza dei calcoli operati dai sostituti, la eventuale rideterminazione del beneficio in caso di pluralità di Tfr erogati per rapporti di lavoro cessati nel medesimo anno e il riconoscimento della detrazione se non già attribuita dal sostituto.


Fonte: Agenzia Entrate

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Gestione di rete virtuale: Risoluzione n. 320/E del 24 luglio 2008.

Deducibilità piena dei costi sostenuti da una società di consulenza informatica per consentire con apposite apparecchiature la trasmissione di dati esclusivamente tra banche e software house per la gestione della loro attività d'impresa. I terminali, infatti, possono essere utilizzati solo per finalità imprenditoriali e non sono suscettibili di utilizzazione promiscua, per cui alle relative spese non si applicano le limitazioni previste dal Tuir (deducibilità a forfait dell'80%). Valgono invece le ordinarie regole sulla determinazione del reddito d'impresa.

È il parere fornito dall'agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 320/E del 24 luglio, in risposta a un interpello di una società di consulenza informatica, interessata a sapere in che misura può dedurre dal suo imponibile i costi sostenuti per realizzare la rete privata usata per la connettività in favore di banche fruitrici del servizio.

L'azienda ritiene che le spese inerenti la realizzazione e l'impiego delle reti concorrono interamente alla formazione del reddito e non rientrano nella limitazione alla deduzione prevista dal Tuir, che fissa alla soglia dell'80% la deducibilità delle spese relative a terminali per la comunicazione elettronica ad uso pubblico.

L'Agenzia è d'accordo con la soluzione prospettata. Il caso in oggetto, infatti, non rientra nel campo oggettivo di applicazione delle disposizioni limitative, perché i costi inerenti le apparecchiature terminali in esame non sono suscettibili di utilizzazione promiscua. Non possono rispondere ad altre finalità, se non quella imprenditoriale.

Le Entrate chiariscono come nel caso in esame le spese e i componenti negativi relativi alle apparecchiature tecniche sono deducibili in misura piena ed è opportuno che prevalga un principio di inerenza sulla norma di sistema antievasiva prevista dal Tuir.

Infatti, spiegano i tecnici dell'Agenzia, soltanto nell'ipotesi in cui i costi fossero risultati suscettibili di utilizzazione promiscua, allora avrebbero dovuto trovare applicazione le limitazioni imposte dal legislatore, senza possibilità di valutare la circostanza che le stesse spese fossero destinate effettivamente a finalità connesse all'esercizio dell'attività imprenditoriale.


Fonte: Agenzia Entrate

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La plusvalenza nella vendita di un'area fabbricabile.

Secondo quanto riportato nella risoluzione numero 319/E, emessa da parte dell'Agenzia delle Entrate in data 24 Luglio 2008, per quanto concerne il calcolo della plusvalenza derivante dalla vendita di un'area fabbricabile, si ha lottizzazione nel momento in cui il Comune approva il piano di lottizzazione e viene stipulata la relativa convenzione.

Fonte: Il Sole 24 Ore

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Aumenti delle aliquote contributive per i professionisti.

A seguito di un'analisi delle dichiarazioni previdenziali che i professionisti devono inviare, ogni anno, alle Casse di previdenza e assistenza, si nota un aumento generalizzato del contributo soggettivo sul reddito netto. Inoltre, si verifica una propensione per l'invio telematico dei modelli, al posto della spedizione con raccomandata.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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mercoledì 23 luglio 2008

Quesito: chiarimenti su prestazione occasionale.

non ho partita iva e dovrei emettere una fattura per prestazione occasionale, vorrei sapere a quanto ammonta attualmente il limite annuo entro il quale non si è soggetti a tassazione, sapevo di 5000 euro ma non so se recentemente è stato abbassato questo tetto, inoltre, so che nel emettere tale ricevuta dovrò mettere in conto -20% di ritenuta d'acconto, quindi il committente dovrà liquidarmi solo l'80% se ho ben capito...

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Quesito: modifica regime fiscale.

Vorrei sapere se e' possibile anche dopo aver pagato l'iva del primo trim.2008 posso far rientrare un lavoratore autonomo (baribiere in questo caso quindi fa le ricevute fiscali) ancora nel regime dei minimi.

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Quesito: chiarimenti IVA agevolata.

Ho recentemente acquistato una prima casa non di lusso, con iva al 4% da costruttore.Ho poi acquistato privatamente un camino e l'impianto di irrigazione fornendo autocertificazione, ed usufruendo dell'iva al 4% Ora vorrei acquistare anche zanzariere e tenda da sole estrena. In un negozio mi hanno confermato la possibilita' dell'iva al 4% , l'altro no.Come devo comportarmi ? Non vorrei avere problemi.

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Quesito: reddito estero.

Sono un lavoratore dipendente che risiede in Italia, dal 2008 sono anche socio di una scoietà spagnola con sede a Barcellona; vorrei sapere se i redditi percepiti all'estero vanno dichiarati anche in Italia e quindi si aggiungono ai redditi da lavoratore dipendente o invece devono essere dichiarati e tassati in Spagna

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Quesito: info bollo su cambiale.

se acquisto una cambiale dal tabaccaio con regolare bollo sul retro sono comunque tenuto ad andare all'ufficio postale per la vidimazione sul bollo stesso? e devo anche acquistare dei francobolli per diritti e farli timbrare dalle poste?

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Quesito: termine rettifica 730.

alla fine di dicembre 2007 sono stata licenziata da una società di un gruppo edassunta il 2 gennaio 2008 presso un'altra società.è stato presentato il modello 730/2008 alla vecchia società anzichè quella nuova.La domanda é se sono ancora nei termini di legge per fare una rettifica deldestinatario e se riesco ad ottenere il rimborso sempre nella busta paga di luglio.

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Quesito: IVA 10% ristrutturazione casa.

devo iniziare dei lavori di ristrutturazione di una casa e ho acquistato da sola i materiali per il bagno (rivestimento, sanitari, etc.).E' corretto che nel caso di prima casa su alcuni materiali (per esempio sanitari e rubinetti) venga applicata l'iva del 10%?In caso affermativo è sufficiente che la fattura rilasciata dal rivenditore sia intestata alla persona che risulta proprietaria della casa oppure è necessario fare altro?

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Quesito: info diritti impiegato.

sono impiegata lavoro tempo indetermonato 8 ore dal lunedi al venerdi...ho diritto alle 36 ore?
ho accettato il lavoro e l'azienda era 15 minuti andata e 15 ritorno da casa, ora si trasferisce e la distanza è di 30/40 minuti andata e 40/45 ritorno...mi spetta un rimborso?..più strada e obbligo pranzo fuori casa....

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Vertenze IRAP agenti di commercio: Ordinanza n. 16888 del 20 giugno 2008.

Gli agenti di commercio possono essere considerati soggetti passivi all’imposta regionale sulle attività produttive per il solo fatto di essere titolari di reddito d’impresa oppure è necessario, a tal fine, l'impiego di capitali, beni strumentali e lavoro altrui, tali da integrare il requisito dell’autonoma organizzazione? Saranno le sezioni unite a dipanare la matassa dopo che la Cassazione (ordinanza n. 16888 del 20 giugno 2008), in attesa del chiarimento, ha rinviato a nuovo ruolo una controversia riguardante l’assoggettabilità a Irap di un agente di commercio.

La questione è estremamente dibattuta in dottrina e, in particolare, in giurisprudenza ove si riscontrano orientamenti oscillanti della Suprema corte.

L’ordinanza in commento evidenzia le argomentazioni prodotte dal pubblico ministero a sostegno del rigetto del ricorso presentato dall’agenzia delle Entrate avverso la sfavorevole sentenza di secondo grado. Il pubblico ministero basa le proprie tesi su un filone della recente giurisprudenza di legittimità che sostiene la soggettività passiva ai fini Irap degli agenti di commercio soltanto in presenza di autonoma organizzazione, al pari degli esercenti arti e professioni (per i quali il consolidato orientamento della Suprema corte - dopo il cosiddetto “Irap day” dell’8 febbraio 2007 - ha sancito l’esclusione dall’imposta in difetto del requisito dell’autonoma organizzazione).

In particolare, il pubblico ministero evidenzia che, mentre ai fini della determinazione del reddito d’impresa non sarebbe necessaria per espressa previsione normativa l’autonoma organizzazione (attività indicate nell’articolo 2195 del Codice civile, anche se non organizzate in forma d’impresa), per la soggettività passiva ai fini Irap, per effetto del combinato disposto degli articoli 2 e 3, comma 1, lettera b), del decreto Irap, andrebbe in ogni caso verificata la sussistenza del requisito dell’autonoma organizzazione.

La tesi troverebbe fondamento, come detto, in alcune pronunce della Cassazione (sentenze 7703, 7707 e 7734 del 2008) le quali hanno affermato che la prova dell’esistenza di un’autonoma organizzazione deve essere offerta dagli uffici anche nei confronti di un agente di commercio, trattandosi di una figura “di discussa qualificazione giuridica, sembra subire la conformazione del concreto atteggiarsi dell’attività, tra i poli estremi di quella autonoma e di quella dell’impresa”.

Per contro, come già ricordato nella recente circolare dell’agenzia delle Entrate 45/E del 13 giugno scorso, vi sono altre numerose pronunce della medesima Suprema corte che considerano insita l’autonoma organizzazione nella figura degli agenti e rappresentanti di commercio.

Si fa riferimento, in particolare, alla sentenza 3678 del 16 febbraio 2007, secondo cui “la giurisprudenza elaborata negli ultimi anni dai giudici di secondo grado ha determinato una drastica contrazione dell’area di inapplicabilità dell’Irap nei primi tempi estesa dalle giurisdizioni di primo grado anche a categorie ontologicamente estranee a quelle di lavoro autonomo, uniche incise dal dictum della Consulta, quali gli agenti di commercio (rientranti nel paradigma dell’art. 2195 del codice civile richiamato dall’art. 51 del Tuir) e le società di persone minime coinvolti nella diversa vicenda inerente all’Ilor”.

Allo stesso modo, nella sentenza 7899 del 30 marzo 2007 si legge che è “pacifico che i redditi derivanti dallo svolgimento dell’attività di agente o rappresentante di commercio, riferendosi ad un’attività commerciale secondo la previsione dell’art. 2195 c.c., sono per questa sola circostanza qualificabili come redditi di impresa”.

Peraltro, come già evidenziato dalla citata circolare 45/2008, anche sotto il profilo squisitamente “civilistico”, la Cassazione ha più volte assimilato l’agente di commercio all’imprenditore commerciale di cui all’articolo 2195 del Codice civile, escludendo che il soggetto in questione potesse esercitare un’attività di lavoro autonomo.

In particolare, la prima sezione civile, con la pronuncia 9102/2003, ha affermato che gli elementi identificativi dell’impresa commerciale, ai sensi dell’articolo 2082 del Codice civile, sono la professionalità e l’organizzazione, “intese come svolgimento abituale e continuo dell’attività e sistematica aggregazione di mezzi materiali e immateriali, al di là della scarsezza dei beni predisposti, tanto più quando l’attività, come quella dell’agente di commercio, non necessiti di mezzi materiali e personali rilevanti (Cass. 5589/1983; 6395/1981; 6151/1978)”.

Sulla base di questi pronunciamenti discordanti, pur essendo le conclusioni del pubblico ministero protese verso il rigetto del ricorso dell’Amministrazione finanziaria, il collegio giudicante ha preferito sospendere il giudizio in attesa che le sezioni unite si pronuncino sulla delicata questione.

A questo punto è ipotizzabile, per quanto riguarda le controversie che riguardano la soggettività passiva ai fini Irap degli agenti di commercio, che non solo i giudizi incardinati presso la Suprema corte ma anche quelli pendenti innanzi le Commissioni tributarie possano essere sospesi in attesa della pronuncia a sezioni unite.


Fonte: Agenzia Entrate

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IVA in ambito europeo: interpretazione - Sentenza n. 16854 del 20 giugno 2008.

Nell'ambito della disciplina dell'imposta sul valore aggiunto, le norme di esenzione - come chiarito dalla giurisprudenza comunitaria - devono essere interpretate restrittivamente. Ne consegue che eventuali contrasti fra normativa interna e comunitaria (segnatamente con la direttiva 77/388/Cee, sostituita dalla direttiva 2006/112/Ce) devono essere risolti assicurando efficacia al principio generale di imposizione a Iva di tutte le prestazioni di servizi effettuate a titolo oneroso dai soggetti passivi.

E’ quanto stabilito dalla Cassazione, con la sentenza 16854 del 20 giugno 2008.

La controversia

Una società impugnava dinanzi alla Commissaria tributaria provinciale un avviso di rettifica Iva con il quale veniva contestata l’emissione di fattura in esenzione di imposta, ai sensi dell’articolo 40 del Dl 648/1976, sulla scorta della motivazione che non ricorrevano i requisiti per l’applicabilità della norma agevolativa.

I giudici di primo grado accoglievano il ricorso; favorevole al contribuente era anche la sentenza di secondo grado.

Il ministero dell’Economia e delle Finanze e l’agenzia delle Entrate hanno proposto ricorso per Cassazione.

La sentenza

La questione attiene all’estensione dell’ambito applicativo dell’esenzione di cui al citato articolo 40 del Dl 648/1976, disposizione che, al comma 1, esclude l’applicazione dell’Iva per “le cessioni di beni e le prestazioni di servizi anche professionali, comunque effettuate in relazione alla riparazione, costruzione o ricostruzione di opere pubbliche o di pubblica utilità, nonchè in relazione all'attività di demolizione e sgombero delle macerie”. In base al successivo comma 4 “Le disposizioni del presente articolo si applicano alle cessioni dei beni ed alle prestazioni di servizi effettuate nei confronti dei soggetti danneggiati dagli eventi sismici, risultanti tali da attestazione rilasciata dal comune competente nonchè alle cessioni di beni ed alle prestazioni di servizi effettuate nei confronti del commissario straordinario, di enti pubblici, di enti di assistenza e beneficenza e di associazioni di categoria che destinano i beni ed i servizi medesimi ai danneggiati. La destinazione deve risultare da certificazione del comune”.

Pertanto, con riferimento alla riconducibilità o meno della fattispecie concreta all’ambito applicativo del predetto articolo 40, occorreva verificare se il descritto regime esentativo fosse applicabile solo in favore di chi direttamente esegua le prestazioni nei confronti dei soggetti indicati dall'articolo 40, comma 4, ovvero anche a vantaggio del subappaltatore, per le prestazioni eseguite nei confronti dell'appaltatore.

La Suprema corte ha osservato, che, con particolare riferimento all’Iva, nel processo interpretativo delle norme interne non si può prescindere dal confronto con i principi desumibili dal diritto comunitario, segnatamente relativi alla sesta direttiva Cee - 17 maggio 1977, n. 388 - avente a oggetto il sistema comune di imposta sul valore aggiunto: base imponibile uniforme.

In tal proposito, l’articolo 13 della direttiva non contempla, tra le esenzioni ammissibili nei rispettivi ordinamenti interni degli Stati comunitari, una esenzione analoga a quella disciplinata dal citato articolo 40 del Dl 648/1976.

Tale circostanza impone, conseguentemente, di circoscrivere l’ipotesi esentativa entro confini limitati, adottandone una interpretazione restrittiva, attribuendo alla norma un significato che sia coerente con il principio di carattere generale, di matrice comunitaria, in base al quale l'Iva è riscossa per ogni prestazione di servizi effettuata a titolo oneroso da un soggetto passivo. In tal senso è del resto orientata la consolidata giurisprudenza della Corte di giustizia Ce.

Pertanto, con riferimento alla fattispecie oggetto della controversia, per la Cassazione l’articolo 40, comma 4, del Dl 648/1976, va interpretato, nel rispetto tra l’altro del suo tenore letterale, nel senso che l'esenzione va attribuita esclusivamente con riferimento alle prestazioni direttamente effettuate nei confronti dei soggetti indicati dalla norma, con esclusione, dunque, di quelle effettuate dal subappaltatore nei confronti dell'appaltatore.


Fonte: Agenzia Entrate

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Spese telefoniche mandataria: Risoluzione n. 309/E del 21 luglio 2008.

Le spese telefoniche sostenute da una azienda che agisce in qualità di mandataria senza rappresentanza per conto del gruppo d'imprese a cui appartiene, sono deducibili nella misura dell'80% in capo alle singole consociate.

È quanto chiarito dall'Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 309/E del 21 luglio, in risposta a una Srl operante nel settore informatico che svolge attività di gestione dei servizi telefonici per tutte le società del gruppo a cui appartiene e alle quali riaddebita i costi sostenuti.

L'Agenzia concorda fondamentalmente con quanto prospettato dall'istante che riteneva operante in capo alle singole società del gruppo il limite di deducibilità delle spese telefoniche sostenute, nella misura dell'80%, come previsto dall'articolo 102 del Tuir.

In particolare, l'Amministrazione chiarisce che, poiché la società informatica opera in questo caso in qualità di mandatario senza rappresentanza - ossia in nome proprio ma per conto del mandante - per l'acquisto di servizi telefonici, solamente il mandante ossia le società del gruppo sono realmente incise dal costo d'acquisto dei servizi.

Pertanto, i costi sostenuti provvisoriamente dalla società informatica, in quanto successivamente addebitati alle società del gruppo, costituiscono soltanto per queste ultime un componente negativo che può essere dedotto dal reddito d'impresa.

In qualità di mandatario senza rappresentanza la società informatica non è effettivamente gravata dal costo, che ribalta sulle altre società del proprio gruppo, e quindi non può portare in deduzione i costi sostenuti. Analogamente, i successivi rimborsi da parte delle società del gruppo non costituiscono ricavi. Ai fini della determinazione del reddito imponibile della mandataria senza rappresentanza sono infatti rilevanti unicamente i compensi per l'attività prestata.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cessione di beni strumentali: Risoluzione n. 310/E del 21 luglio 2008.

L’estromissione di beni mobili strumentali dal regime di lavoro autonomo genera plusvalenze tassabili o minusvalenze deducibili soltanto se gli stessi sono stati acquistati dal professionista dopo il 4 luglio 2006.

E’ quanto chiarisce l'agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 310/E del 21 luglio, in risposta al quesito formulato da un’associazione professionale che interrogava l’Amministrazione finanziaria in merito ai cambiamenti introdotti dalla “Visco-Bersani” nel sistema di tassazione dei redditi da lavoro autonomo.

Il decreto legge 223/2006 ha infatti sancito la rilevanza reddituale di plusvalenze e minusvalenze realizzate attraverso la cessione di beni strumentali (esclusi gli oggetti d’arte, di antiquariato o da collezione). In particolare, concorrono alla formazione del reddito le plusvalenze derivanti dalla vendita dei beni, dal risarcimento per la loro perdita o danneggiamento, dalla destinazione degli stessi al consumo personale (o familiare) o a finalità estranee all’attività professionale.

La nuova disposizione, in pratica, ha introdotto un sistema che collega la deducibilità del costo del bene strumentale all’ammontare della plusvalenza o minusvalenza eventualmente realizzata a seguito della vendita del bene stesso. La plusvalenza (o minusvalenza) è rappresentata dalla differenza tra la somma percepita (ovvero, quando manca corrispettivo, tra il valore normale del bene) e il costo non ammortizzato. Se il costo non è deducibile integralmente, la plusvalenza (o minusvalenza) rileva in misura proporzionale.

L’Agenzia, dunque, concordando con la soluzione proposta dall’istante, conferma per i beni mobili l’interpretazione già fornita a proposito dei beni immobili: in base ai principi di tutela dell’affidamento dei contribuenti e di certezza dei rapporti giuridici, è corretto che la disciplina dettata dal Dl 223/2006 trovi applicazione esclusivamente in riferimento ai beni strumentali acquistati dopo l’entrata in vigore delle nuove norme, ossia dopo il 4 luglio 2006.

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Regime dei minimi per i giornalisti: Risoluzione n. 311/E del 21 luglio2008.

Il giornalista che opta per il regime dei “contribuenti minimi” deve fatturare secondo i criteri stabiliti dalla norma agevolativa e conteggiare i compensi percepiti per le cessioni dei diritti d’autore nella quota limite dei 30mila euro.

Questo, in sintesi, il parere dell’Agenzia, contenuto nella risoluzione n. 311/E del 21 luglio, in merito al quesito posto da un professionista che svolge attività giornalistica sia come dipendente che come lavoratore autonomo e che ha scelto, per quanto riguarda l’attività autonoma, di avvalersi del regime semplificato dei “minimi” introdotto dalla Finanziaria 2008.

Il documento di prassi, per meglio inquadrare le prestazioni professionali esercitate dall’istante, si sofferma, innanzitutto, sulle peculiarità normative che caratterizzano le opere di ingegno, di qualsiasi natura esse siano.

Il “diritto d’autore”, per volere del legislatore e in virtù della sua specificità (è infatti legato alla creatività e all’originalità di una prestazione - articolo 2575 del cc) gode di particolari facilitazioni ed eccezioni.

L’Iva considera prestazioni di servizi soggette all’imposta “le cessioni, concessioni, licenze e simili relative a diritti d’autore” per le quali si riceve un corrispettivo. Tuttavia, le stesse attività, sono fuori del campo di applicazione se effettuate dagli “autori e loro eredi o legatari” (articolo 3, comma 4, Dpr 633/1972), perché, in tal caso, diventano difficilmente configurabili quali espressioni di una pratica professionale con fini di lucro. La stessa norma precisa però che l’eccezione non riguarda le produzioni cinematografiche, di ingegneria e quelle utilizzate a scopo pubblicitario dalle imprese commerciali e quindi con chiare finalità economiche.

Per quanto concerne l’imposizione diretta, in base al Tuir, la cessione dei diritti d’autore produce redditi secondo criteri specifici, diversi da quelli utilizzati per la determinazione “ordinaria” dei redditi professionali.

Nel caso concreto oggetto dell’interpello, però, tali prestazioni avvengono nell’ambito proprio della professione esercitata dal giornalista “contribuendo a dimensionare e caratterizzare l'attività complessivamente svolta dal contribuente”. I relativi compensi, pertanto, concorrono a formare il plafond di 30mila euro per accedere al regime semplificato.

Ad analoga conclusione l’Amministrazione era giunta con la risoluzione 145/2007, esaminando un caso simile, ma riferito al “forfetino” (articolo 13, legge 388/2000).

Circa, infine le modalità di certificazione delle somme percepite, il documento chiarisce che vanno applicate quelle previste dalla disciplina sui “minimi”.


Fonte: Agenzia Entrate

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IVA su prenotazioni alberghiere on line: Risoluzione n. 312/E del 21 luglio 2008.

L’Iva sul servizio di prenotazione alberghiera reso da una società spagnola ad agenzie di viaggio con sede in Italia, è assolta da queste ultime, in considerazione del fatto che la società straniera ha dichiarato di non avere né stabile organizzazione, né rappresentante fiscale e di non essersi avvalsa dell’identificazione diretta, prevista per i non residenti che intendono assolvere gli obblighi ed esercitare i diritti in materia di imposta sul valore aggiunto (articolo 35-ter Dpr 633/1972).

E’ il contenuto della risoluzione n. 312/E del 21 luglio, in risposta a un interpello con cui si chiedeva quale fosse il trattamento fiscale ai fini Iva da applicare all’attività svolta da una società con sede legale a Madrid che acquista la disponibilità di camere di albergo e rivende lo stesso servizio alle agenzie di viaggio, nel caso in cui le prenotazioni provengano da agenzie italiane.

L’attività è fornita dalla società spagnola tramite un sistema riservato di prenotazione on line, al quale possono accedere le agenzie di viaggi in tutto il mondo. Queste, se utilizzano il servizio, hanno diritto a uno sconto del 10% sul prezzo di listino, equivalente al compenso per l’attività di intermediazione svolta nei confronti del cliente finale.

Secondo il parere dell’istante, quando la prenotazione è effettuata da un’agenzia con sede in Italia, l’operazione, ai sensi della direttiva 2002/38/Ce (recepita con il Dlgs 273/2003), è tassabile nel territorio dello Stato tramite emissione di autofattura da parte del cliente.

L’Agenzia rileva, in via preliminare, che non si tratta né di mera attività di intermediazione, in quanto la società spagnola acquista e rivende servizi alberghieri, né di prestazione di “commercio elettronico” in quanto il sistema di raccolta delle prenotazioni tramite mezzo elettronico è in questo caso equiparabile a un telefono o a un fax. Mentre, secondo il regolamento Ce 1777/2005, per prestazioni di commercio elettronico vanno intesi i servizi che sono impossibili da garantire “in assenza della tecnologia dell’informazione”.

In considerazione del fatto che l’istante non ha una stabile organizzazione né un rappresentante fiscale e non si è direttamente identificato in Italia, l’Agenzia ritiene che gli oneri ai fini Iva, relativi alle prenotazioni alberghiere effettuate dalla società spagnola nei confronti di agenzie di viaggio italiane, devono essere adempiuti da quest’ultime. L’articolo 17 del Dpr 633/1972, infatti, stabilisce, al terzo comma, che “gli obblighi relativi alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato da soggetti non residenti e che non si siano identificati direttamente ai sensi dell’articolo 35-ter, né abbiano nominato un rappresentante fiscale…sono adempiuti dai cessionari o committenti, residenti nel territorio dello Stato, che acquistano i beni o utilizzano i servizi nell’esercizio di imprese, arti o professioni”.


Fonte: Agenzia Entrate

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Tassazione trasferimento partecipazioni: Risoluzione n. 313/E del 21 luglio 2008.

Le plusvalenze da cessione di partecipazioni si intendono realizzate nel momento in cui si perfeziona il trasferimento a titolo oneroso delle stesse, piuttosto che nell'eventuale e distinto momento in cui viene liquidato il corrispettivo della cessione, che può avvenire sia anteriormente che successivamente al trasferimento (è il caso, rispettivamente, di pagamento in acconto o di dilazioni di pagamento).

E' stato ribadito con la risoluzione n. 313/E del 21 luglio, riprendendo quanto già affermato dall'Amministrazione finanziaria con la circolare 165/1998.

Il caso esaminato

Quanto sopra affermato trae spunto da un caso concreto sottoposto all'attenzione dell'agenzia delle Entrate, caratterizzato da una vendita suddivisa in più fasi temporali e strutturata con una particolare modalità di contratti interni (nella pratica finanziaria molto usati).

Più precisamente, una società non residente intende acquisire l'intero capitale sociale di una società italiana. Tale volontà è formalizzata in una lettera di intenti e in un successivo protocollo d'accordo in cui le parti determinano il corrispettivo di cessione per l'intero pacchetto azionario della società italiana, suddividendo la vendita in due fasi temporali distinte: una caratterizzata dalla cessione del 50% + 1 del capitale sociale e una caratterizzata dalla cessione delle rimanenti azioni attraverso un meccanismo di call option (opzione di acquisto) e put option (opzione di vendita) da esercitarsi entro il mese di aprile 2010.

Nella prima fase, al soggetto non residente viene trasferito il 50% + 1 del pacchetto azionario della società italiana, in tal modo determinandosi il trasferimento del controllo di quest'ultima.

Le parti si sono impegnate a cedere e acquistare le azioni residue entro un termine prefissato e per un prezzo già convenuto impegnandosi così reciprocamente al trasferimento. Il corrispettivo della cessione di dette azioni comprenderà un acconto (già versato dalla società non residente) e un saldo da corrispondersi entro trenta giorni dall'esercizio dell'opzione di acquisto o di vendita.

Va altresì sottolineato che, per rendere l'impegno ancor più stringente da entrambe le parti, a garanzia del pagamento del saldo è stata rilasciata da parte di una banca straniera e per conto della società acquirente una fideiussione bancaria per il residuo importo.

I soci della società italiana, invece, a garanzia della formalizzazione del trasferimento delle restanti azioni, hanno costituito un pegno su tali azioni in favore della società non residente; pegno che garantisce a quest'ultima il diritto di voto, l'incasso di eventuali distribuzioni di utili e ogni diritto inerente alle azioni.

Nodo centrale della fattispecie è quello di verificare se la vendita del pacchetto azionario, tenuto conto del particolare meccanismo negoziale creato dalle parti per la sua realizzazione, possa essere considerata già avvenuta (a prescindere dall'effettivo trasferimento delle azioni) o condizionata a un evento futuro (l'esercizio a opera di una delle parti dei contratti di opzione, put option e call option).

La soluzione

Come già sopra anticipato, a conferma di un precedente orientamento, l'Amministrazione ha correttamente dato rilievo, ai fini della tassazione, all'effettivo trasferimento delle partecipazioni. I contratti di opzione di vendita e di acquisto, in linea di principio, non danno, infatti, luogo a un evento certo come la vendita della azioni, ma si limitano a vincolare le parti entro un termine prefissato (nel caso di specie, aprile 2010) entro cui i promissari acquirenti e venditori avranno la facoltà di accettare la proposta.

Conseguentemente, anche la somma a titolo di acconto per la vendita del pacchetto di minoranza, già percepita dalla società italiana, sarà tassata nell'anno in cui avrà luogo la cessione del restante pacchetto.


Fonte: Agenzia Entrate

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ICI: piano attutivo PRG.

L'edificabilità di un'area a fini ICI discende dalla qualificazione impressa dallo strumento urbanistico generale: il presupposto applicativo dell'imposta prescinde da vicende collegabili a provvedimenti attuativi e decadenze di vincoli.
Sintesi della notizia pubblicata in Ipsodaily - Quotidiano di informazione su fisco, lavoro e impresa
(Cassazione civile Sentenza, Sez. Trib., 17/07/2008, n. 19619)

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L'incidenza dei finanziamenti nel calcolo del pro-rata Iva.

Con la risoluzione numero 305/E del 21 Luglio 2008, l'Agenzia delle Entrate ha stabilito che, nella determinazione del pro-rata di detrazione Iva devono essere inclusi anche i corrispettivi per le prestazioni riguardanti finanziamenti infragruppo, a condizione che le operazioni non siano considerate occasionali o accessorie rispetto all'attività principale.

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Medico di famiglia: Risoluzione n. 304/E del 21 luglio 2008.

Le "strutture sanitarie private" non sono tenute alla riscossione accentrata dei compensi dovuti al medico di medicina generale per l'attività di lavoro autonomo prestata in convenzione con il Servizio sanitario nazionale.

L'agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 304/E del 21 luglio chiarisce la portata delle disposizioni introdotte con la Finanziaria 2007 (articolo 1, commi da 38 a 42 della legge 296/2006), che prevedono l'obbligo per le "strutture sanitarie private" che ospitano, mettono a disposizione dei professionisti ovvero concedono loro in affitto i locali della struttura per l'esercizio di attività di lavoro autonomo mediche e paramediche, di riscuotere in nome e per conto dei professionisti i compensi spettanti ai medesimi.

L'Amministrazione finanziaria, nel rispondere all'istanza di interpello presentata da una società che, oltre a svolgere attività immobiliare, presta servizi amministrativi, contabili, organizzativi e informativi a favore di operatori sanitari, ha precisato l'ambito soggettivo e oggettivo della procedura, il cui scopo è quello di favorire la tracciabilità e la trasparenza dei pagamenti.

Sotto il profilo soggettivo, l'agenzia delle Entrate ha evidenziato che sono obbligate alla riscossione accentrata quelle strutture che "...mettano a disposizione, a qualsiasi titolo, locali ad uso sanitario, forniti delle attrezzature necessarie per l'esercizio della professione medica o paramedica, ovvero organizzino servizi strumentali all'esercizio dell'attività stessa"; pertanto, integra una struttura sanitaria privata l'attività di una società che non si limita a mettere a disposizione locali per l'esercizio dell'attività medica altrui, ma concede in sublocazione locali - a uso studio medico professionale - e fornisce servizi di segreteria funzionali allo svolgimento dell'attività medica (cfr risoluzione 270/2007).

Sotto il profilo oggettivo, la risoluzione ha evidenziato, invece, che le strutture sanitarie private non sono obbligate alla riscossione dei compensi dovuti per le prestazioni rese dal medico di famiglia in favore dei cittadini-utenti del Servizio sanitario nazionale.

Tali prestazioni, ha osservato l'Agenzia, "...trovano fondamento nel rapporto c.d. convenzionale esistente tra il professionista ed il Servizio Sanitario Nazionale, che in base alle disposizioni della legge 23 dicembre 1978, n. 833 (istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale), ha natura privatistica di prestazione d'opera professionale, svolta con caratteristiche di parasubordinazione (Cfr. Cass. civ., Sez. lavoro, 8 aprile 2008, n. 9142; in senso conforme: Cass. civ. Sez. Unite, 21 ottobre 2005, n. 20344)".

In tali casi, pertanto, manca il presupposto per l'applicazione della disciplina della riscossione "accentrata", rappresentato dalla circostanza che il compenso spettante al medico trovi fondamento nell'attività resa dal medico - nell'ambito della struttura sanitaria - in esecuzione di un rapporto contrattuale intrattenuto dal professionista direttamente con il paziente.

Il medico di medicina generale, infatti, agisce al fine di soddisfare le finalità istituzionali del Servizio sanitario nazionale dirette a tutelare la salute pubblica, e l'onere economico della prestazione fornita dal medico agli aventi diritto all'assistenza sanitaria pubblica è a carico del Ssn, nei confronti del quale il professionista emette la fattura.

Tale soluzione conferma quanto già precisato dall'Amministrazione finanziaria con la circolare 13/2007, secondo cui "la riscossione accentrata ha per oggetto i compensi spettanti agli esercenti "attività di lavoro autonomo medica e paramedica" ossia agli esercenti arti e professioni, la cui attività dia luogo a reddito di lavoro autonomo ai sensi dell'art. 53 del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con D.P.R. 22 dicembre 986, n. 917. In particolare, la norma in esame si riferisce ai compensi correlati alle prestazioni di natura sanitaria rese dal professionista in esecuzione di un rapporto intrattenuto direttamente con il paziente".

Resta fermo, tuttavia, - precisa l'Agenzia - che la "struttura sanitaria privata" è, in ogni caso, obbligata a provvedere alla riscossione "accentrata" dei compensi relativi a ogni altra attività medica e/o paramedica resa dal professionista in esecuzione di un rapporto contrattuale intrattenuto direttamente con il paziente, ossia, per le prestazioni mediche e paramediche che esulano dall'ambito delle attività convenzionali del Servizio sanitario nazionale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Cessione di materie prime effettuata in Italia: Risoluzione n. 306/E del 21 luglio 2008.

La cessione di materiali da parte di una società italiana a un consorzio, residente anch'esso, che si è aggiudicato un appalto per la costruzione di un immobile vicino Kiev, sconta l'Iva perché ha ad oggetto beni esistenti nel territorio dello Stato. Inoltre, la successiva esportazione dei prodotti, inviati dal consorzio appaltatore alla sua stabile organizzazione in Ucraina, non concorre alla formazione del plafond né alla qualifica di esportatore abituale per lo stesso soggetto, dato che, in assenza di trasferimento del diritto di proprietà sui beni, già avvenuto in Italia, non si configura come una "cessione all'esportazione" ma come una mera operazione "franco valuta". Infine, i corrispettivi relativi a lavori effettuati - ma sulla base di un distinto contratto di subappalto - sull'immobile in Ucraina dal fornitore dei materiali stesso non saranno assoggettati all'imposta per mancanza del requisito della territorialità.

Sono questi i chiarimenti forniti dalle Entrate, con la risoluzione n. 306/E del 21 luglio, a un consorzio che ha ottenuto, da una società ucraina, l'appalto per la costruzione di un immobile nei pressi di Kiev.

In particolare, il contribuente fa presente di avvalersi, per la realizzazione dell'opera - affidata alla sua stabile organizzazione in Ucraina - di una società terza residente in Italia, con la quale ha stipulato un contratto di subappalto avente ad oggetto la posa in opera del manto di copertura dell'immobile. La prestazione avverrà impiegando i materiali forniti da quest'ultima, che li cederà al consorzio, prima dell'inizio dei lavori, in Italia. Il consorzio provvederà poi a spedire i beni dal nostro Paese alla propria stabile organizzazione in Ucraina, che si curerà di assolvere i relativi obblighi fiscali. Una volta giunte a destinazione, le materie prime saranno infine prese in consegna dalla società terza per l'esecuzione dei lavori. Questa soluzione, spiega il consorzio che ha presentato l'istanza di interpello, si è resa necessaria per evitare gli oneri finanziari e amministrativi - difficilmente sostenibili data la modesta dimensione economica - cui si incorrerebbe per via delle norme vigenti per le imprese straniere che intendono svolgere un'attività economica in Ucraina.

Ciò posto, il consorzio chiede di sapere se la cessione delle materie prime da parte della subappaltatrice deve essere considerata come una fase dell'esecuzione del subappalto stesso, e come tale esclusa dall'ambito di applicazione dell'Iva, o se, al contrario, può essere considerata un'operazione autonoma, territorialmente rilevante in Italia, anche se strumentale rispetto all'esecuzione della prestazione d'opera da fatturare senza applicazione dell'imposta.

Chiara la soluzione dell'Agenzia, che nota come - nonostante l'apparente unicità dell'impegno stipulato dalle parti - di fatto il consorzio e la società subappaltatrice hanno regolamentato due diversi rapporti giuridici, come è di regola nel sistema dell'Iva in cui ogni operazione deve essere considerata come indipendente e autonoma, salvo nei casi in cui esiste un nesso economico unitario. Nel caso sin questione, spiegano le Entrate, si tratta effettivamente "di due operazioni autonome, tenute distinte dalle parti contraenti in funzione delle specifiche modalità operative connesse con gli obblighi fiscali da assolvere in Ucraina".

Ne consegue che:

la cessione dei materiali (che avviene in Italia) sarà soggetta a Iva, perché riferita a beni esistenti nel territorio dello Stato

la successiva spedizione dei beni in Ucraina da parte del consorzio costituirà una mera esportazione "franco valuta", e non piuttosto una "cessione all'esportazione" perché il trasferimento dei diritti di proprietà sui beni stessi (requisito necessario affinché si possa parlare di cessione all'esportazione) è precedentemente avvenuto in Italia. Da ciò deriva che essa non concorrerà alla formazione del plafond né alla qualifica di esportatore abituale in capo allo stesso consorzio

i corrispettivi relativi ai lavori effettuati sull'immobile in Ucraina non saranno assoggettati a Iva per mancanza del requisito territoriale.


Fonte: Agenzia Entrate

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Scioglimento agevolato società non operative: Risoluzione n. 308/E del 21 luglio 2008.

Il particolare meccanismo di determinazione del reddito, previsto nell'ambito della procedura di scioglimento agevolato delle società non operative, può essere applicato solo dal socio nudo proprietario e non anche dall'usufruttuario.

Questo il principio contenuto nella risoluzione n. 308/E del 21 luglio.

Lo scioglimento agevolato

Nella procedura di scioglimento agevolato, la tassazione della società in liquidazione e del socio è contenuta nei commi da 111 a 117 della legge finanziaria 2007, espressamente richiamati dall'articolo 1, comma 129, della Finanziaria 2008. Si ricorda, infatti, che il regime agevolativo è stato quest'anno riproposto e reso più appetibile.

In particolare, le nuove disposizioni prevedono l'applicazione di un'imposta sostitutiva:

del 10% sul reddito della liquidazione (in caso di scioglimento) o sulla differenza tra valore normale e fiscale dei beni (in caso di trasformazione in società semplice)

del 10% sulle riserve e i fondi in sospensione d'imposta

del 5% sui saldi attivi di rivalutazione.

Lo scioglimento agevolato (così come la trasformazione in società semplice) nasce con l'obiettivo di favorire la fuoriuscita dal reddito d'impresa di quelle società considerate non operative (in particolare, possono beneficiare della procedura di scioglimento agevolato e trasformazione in società semplice le società non operative al periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2007 o quelle che a tale data si trovano nel primo periodo d'imposta) sulla base del test di operatività previsto dall'articolo 30 della legge 724/1994. Ne consegue, che possono "sfruttare" la procedura solo quelle società che hanno dichiarato ricavi effettivi inferiori ai valori presunti previsti dalla disciplina delle società di comodo.

Ulteriore requisito di accesso al regime agevolato è rappresentato dalla circostanza che tutti i soci della società siano persone fisiche iscritte nell'apposito libro soci alla data del 1° gennaio 2008. Sul punto si evidenzia la risoluzione 103/2007, che ha ammesso al regime agevolato anche quelle società i cui soci sono rappresentati da società semplici; ciò in quanto la ratio dello scioglimento agevolato è quella di favorire l'uscita dei beni dal regime d'impresa.

È necessario, infine, aver deliberato lo scioglimento prima del 31 maggio 2008.

La società, se in possesso dei requisiti sopra evidenziati, può beneficiare di un trattamento di favore rispetto al regime ordinario di tassazione, poiché l'obbligazione tributaria si esaurisce con il versamento di un'imposta sostitutiva che è inferiore rispetto all'imposta ordinaria.

La società, peraltro, può utilizzare il valore catastale per determinare il reddito degli immobili oggetto dell'assegnazione agevolata ai soci. Si ricorda, al riguardo, che la risoluzione 261/2008, ai fini delle imposte sui redditi, ha riconosciuto l'applicabilità del valore catastale a tutte le tipologie di immobili, indipendentemente dalla loro classificazione catastale.

Il medesimo trattamento di favore è riservato ai soci della società in liquidazione.

Il comma 113 della Finanziaria 2007 prevede, infatti, delle correzioni all'ordinario meccanismo di determinazione del reddito previsto nel comma 7 dell'articolo 47 del Tuir.

In generale, infatti, il socio consegue un utile dall'assegnazione dell'immobile della società in liquidazione pari alla differenza tra il valore normale del bene ricevuto e il prezzo pagato per l'acquisto delle azioni.

Con il meccanismo agevolato, invece, il valore normale dei beni ricevuti dal socio è decurtato dell'importo assoggettato a imposta sostitutiva, al netto dell'imposta sostitutiva stessa.

In pratica, il socio consegue un reddito di capitale pari alla differenza tra il valore normale o catastale del bene assegnato - diminuito dell'importo assoggettato a imposta sostitutiva al netto dell'imposta sostitutiva stessa - e il costo fiscalmente riconosciuto della partecipazione.

Se, ad esempio, una società con unico socio possiede un immobile di valore fiscale pari a 1.500 e valore catastale pari a 2mila, il reddito imponibile è pari a 500, dato dalla differenza tra il valore normale determinato su base catastale (2mila) e il valore fiscale dell'immobile (1.500).

Sull'imponibile di 500 la società deve l'imposta sostitutiva del 10% (ossia 50), alla quale provvede il socio con un versamento a incremento del capitale sociale.

Il socio consegue un reddito di capitale pari zero, considerato che dovrà confrontare la differenza tra:

1.050, ottenuto dal valore catastale del bene diminuito dell'importo assoggettato a imposta sostitutiva, al netto dell'imposta sostitutiva stessa (1.500 - 500 + 50)

1.050, che rappresenta il nuovo costo fiscale della partecipazione dopo il versamento in conto capitale del socio (1.000 + 50).

Nell'ipotesi in cui sulla partecipazione sia costituito un diritto di usufrutto, l'agenzia delle Entrate ha chiarito l'applicabilità del suddetto meccanismo di determinazione del reddito nei soli confronti del nudo proprietario, considerato che la qualifica di socio, richiesta dalla norma per beneficiare dell'agevolazione, è comunque rivestita dal nudo proprietario e non anche dall'usufruttuario.

Si tratta, in sostanza, di un principio già espresso dall'Amministrazione finanziaria con la circolare 189/1999 (risposta al quesito 1.3), che illustrava la precedente procedura di scioglimento agevolato, prevista dall'articolo 29 della legge 449/1997.


Fonte: Agenzia Entrate

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Spese per alberghi e ristoranti: maggiore detrazione Iva con minore deduzione dei costi.

A seguito dell'inserimento di un maxiemendamento all'articolo 83, commi da 26 a 28, del decreto legge numero 112 del 2008, l'Iva sulle prestazioni di vitto e alloggio diverrà, a partire dal 1° Settembre 2008, integralmente detraibile; ai fini delle imposte dirette, a decorrere dal 1° Gennaio 2008, tali tipologie di spese potranno essere dedotte nel limite massimo del 75 per cento.


Fonte: Il Sole 24 Ore

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ICI: definitiva l'esenzione per la prima casa.

Il Senato ha approvato in via definitiva la conversione in legge del D.L. n. 93/2008, recante "Disposizioni urgenti per salvaguardare il potere di acquisto delle famiglie".
Sintesi della notizia pubblicata in Ipsodaily - Quotidiano di informazione su fisco, lavoro e impresa
(Comunicato Senato della Repubblica 17/07/2008)

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Esclusione IRES e obblighi contabili: individuate le associazioni senza fini di lucro beneficiarie.

Il Ministero dell'Economia e delle finanze ha individuato le associazioni senza fini di lucro cui si rendono applicabili - per gli anni d'imposta 2007 e 2008 - le disposizioni agevolative recate dall'art. 1, comma 185, della legge Finanziaria 2007.
Sintesi della notizia pubblicata in Ipsodaily - Quotidiano di informazione su fisco, lavoro e impresa
(D.M. Ministero economia e finanze 03/07/2008, G.U. 17/07/2008, n. 166)

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Irap: la deducibilità delle spese per il personale.

Nonostante l'abrogazione dell'articolo 11, comma 2, del Decreto Legislativo numero 446 del 1997, le spese per il personale dipendente, che non possono essere classificate nella voce B), numero 9), del conto economico, dovrebbero restare deducibili ai fini Irap. Il dubbio nasce dalla lettura dell'articolo 5, comma 3, del medesimo decreto legislativo. Si fa notare come la norma abrogata non presentava natura innovativa, ma era stata introdotta al fine di confermare un'interpretazione fornita dall'amministrazione finanziaria con la circolare numero 263 del 1998. Si auspica una conferma a tale soluzione interpretativa da parte degli organi competenti.



Fonte: Il Sole 24 Ore

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